FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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OPERAZIONE MISERO PISOLO

Cinzia Zunglo




"Viromar, ehi, capo, che fa la gatta morta?"
Il mio assistente è un frullatore tra i rovi. "Capo, la vedi o no?"
Bella Lisa, entri ora in casa tacchettando.
"Che aspetti, capo, non vai?"
Vado.
Risalgo il rigagnolo cementizio che porta alla villa, sbandierando alla luna la canizie d'antico combattente che ero e sono. Anima della lotta armata, seme, giardino e ortolano della sempreverde causa, già terrore di soprintendenti e assessori all'urbanistica, demolitore di mausolei e bombarolo di monumenti ai caduti. Col mio nome da poeta portoghese e un po' campano, ma soprattutto acronimo: VIROMAR Veloce Intervento Rimozione Orrori Monumentali d'Artisti Raccomandati. Purtroppo con disonore declassato a bassi incarichi di edilizia residenziale, perché capricciosa è la gelosia dei superiori e venefica l'invidia dei nemici.
Miremiremisiredola strimpella il campanello d'ottone sulla piastra di marmo. Certo: Per Elisa, chiaro come il chiaro di luna emerso dal girotondo dei fenicotteri, sarebbe a dire lo scellerato gazebo fucsia, di cui certo, bella stellina, non hai colpa. Però tu pure, Lisa, sposare un geometra. Fino a ieri il campanello suonava roba tipo la cucaracha, la cucaracha, ta tarararararà, la cucara...
"Che vuoi?"
Lisa, zucchero filato, mai vista da vicino. Hai trovato il tempo di infilarti una vestaglia di crema e pistacchio. Mentre il rimbambito che hai davanti pensava alla musica, all'insolenza dei governanti, a te, rosa fresca aulentissima. E ha scordato il passamontagna.
"Comitato Liberazione Nani Giardino. Operazione Misero Pisolo. Nome in codice: Oronzo Viromar." Urlato sull'attenti, come si conviene a un combattente.
"Eh?"
Sguardo di sbieco, non un grammo di soggezione. Cerco il volantino in quel plancton di ninnoleria sparsa sull'angoliera, sotto il colosso divisorio in vetrocemento, vetroresina, vetro di Murano nonché Burano, genialità del vostro architetto, testimone di nozze. Eccolo, il perentorio avvertimento, stropicciato al braccio della damigella di Capodimonte che smorfioseggia nelle crinoline.
"...il volantino..." indico con cipiglio fermo ma gentile, a mezz'asta.
"Ah, mo' ho capito sì. Sei uno del NAGA. Resti impalato? Vieni, e vie'."
Vengo.
"Però, NAGA è improprio."
"Eh? Sei o no del Nucleo Abbattimento Geometri e Architetti? Allora, mo' 'sto volantino qua: Comitato di Liberazione dei Nani da Giardino... stai a fare?... siediti. Bravo. Te lo do un limoncello fresco fresco?"
"Momento, ragazza," e scarto in angolo, impuntato su fondamentali questioni terminologiche "NAGA è l'organismo centrale. Seguono i bracci periferici: CEP Croce Edilizia Popolare, SEM Senzatetto E' Meglio. Per tacere del glorioso AAA Asportazione Alluminio Anodizzato..."
"Te lo pigli un pasticcino?"
Piglio.
Si restringono i già avari spazi di manovra tra il bracciolo e il braccio armato di bastioni da polso, bigiotteria assortita da sfondamento.
"...c'è DIGOS: Distruggere Italian Graffiti: Orrori Serviti. Vedi, cara, lo storico Comitato di Liberazione dei Nani da Giardino, primo glorioso movimento per la liberazione dagli orrori urbanistici, nella duplice tipologia residenziale e popolare... ti sto annoiando?"
"Che è, non stai comodo?"
Lisa, panna montata su una cialda di calze autoreggenti, comodissimo in effetti, sfrigolando come un consorzio d'olio bollente, sul divano nemico. Per molto meno, mi spediscono secchi e pennello a rinfrescare la Metro.
"Il nostro motto: date all'occhio la sua parte. Via scalinate selvagge, chiese pirotecniche, tetti navali, vomiti spray, e potrei continuare..."
Ma a gambe accavallate la tua vestaglia è magra, tre taglie sotto.
"Oronzo, io voglio collaborare. Però mo' sto volantino... mi spavento..."
E vuoi nasconderti nella mia giacca militare.
"Gentilissima signora... il Comitato decreta l'eliminazione fisica dei bersagli quando... siete entrati nella fascia A... io molto spiacente... alta concentrazione di porcherie... là fuori... dentro veramente pure... dopo reiterati avvertimenti..."
Scalciano i piedini teneri, volo di pantofoline con ali di struzzo. La geometria del caso e della tua contraerea centra in pieno l'anatra col fiocco rosso che becchetta l'aia della tv.
Fuori 1. Di bersaglio.
"Oro', spiegamelo più vicino, è grave assai?"
Maldestra Lisa spari il cuscino che ci divide su una pattuglia di Swarovski in esplorazione sui ghiacci del tavolinetto e neppure batti ciglio allo scroscio cristallino.
E 2. Vuoi farti arruolare, streghina?
"Amabile signora, spiacente ma..."
"E che ti spiace?..."
"Io, nulla, cioè... il Comitato..."
"Che?"
"... insomma, dovrei procedere..."
"E tu allora procedi Oronzo, e proce'..."
Procedo.
Rinculando a retromarcia. La manovra compensativa mi sbilancia, devi riacciuffarmi dal passante dei pantaloni, che di solito non passa, bell'esempio di bocca cucita nonché d'intransigenza, tutto il suo padrone e insieme, uncinati e offesi, ci deportano in catene le tue dita guerrigliere. E smaltate.
Mossa a sorpresa la tua e appena scomposta. Precipito scompigliato su un fazzoletto di terra e d'acqua, sul velo a sbuffo, come un salatino di tulle, del tuo slip in emersione. Per contraccolpo, scalcio in aria le cingolate Lumberjack che procedono all'abbattimento della lampada liberty a fiori verdi e blu.
E 3. Andiamo forte, Lisa, però il Comitato comincia sempre dagli esterni.
"... Oro'?"
"...eh?"
"... ci farete male assai?"
Lisa, fior di zucchero, chiedi e ti rispondo a denti e unghie. La mia voce è scarsa qui in mezzo, un pastone di saliva tra campi arati e incolti del tuo corpo molle di giovani lune.
"... di...pende..."
"La verità, me la devi dire: assai?"
C'era un piano sì, il catechismo della lotta armata, gli ordini: irrompi, voce grossa, trascini fuori la pollastra, assistente piazza esplosivo...
"Dimmelo, assai?"
La lotta amata, la lotta Lisa... Misero Pisolo e i suoi fratelli, maialini da latte.
"Oronzo, ASSAI?"
"AAAASSSAAAAIIIIII!"
"... ma-ddo-nna-del-cca-rmi-ne..."
Madonna.
Liscia, più liscia di Biancaneve.
"Oro', allora 'sto bersaglio, com'è, e forza, e sbrigati, e dimmi, e dai, e su, e muoviti..."
Mi muovo.
Affondo nella panna. Monto la tua furia di cavalla. Pazzo che sono a darti il mio regno.
Ma è tuo.
Prenditi tutto, non ho più nulla.
Lisa DagliOcchiChiusi, un sorriso beatamente dipinto su due petali di labbra che si schiudono, guardano e si accingono a sussurrarmi qualcosa di memorabile.
"Mica pure le fioriere?"
Scusa?
Le fioriere.
Quattro vasche di cemento grigio. Guaste, orride, ripugnanti. Forma di picche, fiori, quadri, cuori. Quattro piscine, ortensie e gerani che nuotano a grandi bracciate. Dio della Lotta Armata, fa' che non me lo stia chiedendo.
"Amore, teso', mi senti? Mica pure le fioriere? Amore? Oh?"
Il tuo corpo è un pesce scivoloso. E freddo.
"Allora?"
"Cioè..."
"Che poi mica fate gli stronzi con le mie fioriere, voi del Comitato comesichiama?"
Lisa, rigida sul divano come una foca umida.
"ALLORA?"
Pausa.
"RISPONDI!"
"No..." sussurro d'abiura "le puoi tenere le tue fioriere."
Spalanchi un sorriso di cristiana letizia sulla mia faccia giudaica.
"Così so' contenta. Riattacca, va'..."
Riattacco.
Ripresa ottima, nonostante la recente perdita di giri. Giusto una sgommata di fianchi, scalo la marcia, mi sorpassi ma è gioco facile riafferrarti, in un tornante ripido di cuscini che smottano e divani che tracimano, finché franiamo sul tappeto persiano, volato dalla televendita al marmo tombale del pavimento. Qui, una per una, tumuliamo le pratiche pendenti: promosse le fioriere, passano senza difficoltà panchine, sette nani, fontanelle e passa pure il gazebo, ma col debito formativo. Almeno me lo devi pitturare, demonietto. Gemi di sì e un suono di campane suggella la promessa.
Miremiremisiredola. Cazzo, il marito geometra. Avvisa sempre quando arriva, ha le chiavi ma impazzisce per la musichetta.
Prima il passamontagna, ora perdo la testa che ci stava dentro. Mi scanso, sgusci dal mio abbraccio come un'ostrica, dunque pallida e nuda. Il tuo agile biancore infila la porta scorrevole e scivola all'ingresso invetriato, dove, monumentale, annunci "lo chiamo subito".
Non ti sfiora l'idea di rivestirti.
"Senti, vedi chi c'è, ehi...oh... come ti chiami?"
Io mi chiamo Viromar. Ed ero un combattente.
"Ma dove stai?"
Sto.
Appiattito sul pannellone di noce Tanganica al lato del camino che si incastra in un saliscendi di gradini e gradoni che sputano tronchetti della felicità.
Tutto pietrificato, a parte quella modestissima quota di tessuto muscolare che si atteggia a mucillagine.
"Capo?"
Il mio secondo sull'attenti, davanti alla suddetta scala santa.
"Ti pensavi che era mio marito, eh? Mo' rimettete tutto a posto, quello, Peppuccio finisce che se ne accorge."
"Non facevi il segnale, non tornavi e così... stai bene, capo?"
E meccanicamente porge a Lisa la vestaglia rasa al suolo, indugiando a terra uno sguardo di meravigliosa pudicizia. Lisa accende tv e sigaretta. Il mio assistente sprimaccia con diligenza i cuscini.
"Oro', e dammi un bacino, vero che mi torni a trovare, Coccolone?"
Siamo fuori in pochi minuti. Zitti e muti. Il giardino è smaltato di gocce, una nebbia metropolitana si è spremuta le meningi. La ghiaia scuce parole senza senso alle mie scarpe asciutte.
"Capo?"
Presente.
"Sai che puoi contare sulla mia discrezione, capo."
Conto.
Il mio secondo solleva Pisolo dal nascondiglio e con delicatezza lo riconsegna al luogo dove tutti siamo diretti, nella terra scavata di fresco, tutta nera. Nostra Signora di Lourdes benedice in cima alla cascatella. Polposa e materna, Biancaneve ha sempre quell'aria compiaciuta di chi ha appena messo in tavola la cena.
"Ti voglio bene, capo. Per me sei sempre Viromar."
Ero.
Ero un tempo VIROMAR, ora al massimo mi chiamo QUANT'E' BELL: Quell'Uomo Aveva Nuovamente Toppato: E Bisogna Estrometterlo Lì Lì.
"Non corri, capo?"
E perché? Se nelle gambe ho un passo ubriaco da soldato innamorato, che anche le stelle d'improvviso più che cadenti sembrano andar per campi alla deriva. Anch'io domani salpo, mi dimetto, volo, balzo, mi dissolvo.
"Come dici, ca..."
Poi l'esplosione ci lancia in fondo alla scarpata a contare pigne secche. Alzo lo sguardo, cerco te Lisa, in quel torcione di villa, svaporata ormai come un fantasma di cometa.
Pancia a terra, il novizio si trascina verso di me ansimando.
"Stai bene capo?"
"Cazzo hai combinato?"
Il pivello non capisce. Faticosamente mi tira su, dopo tutto cosa ha fatto, ha soltanto lasciato l'esplosivo dove stava, in culo a Pisolo, dove se no.
Subito ritrova l'auto, mette in moto, partiamo. Sfrecciamo sull'asfalto e ogni tanto il ragazzo mi sorride.
"Va meglio, capo?"
Va.
Ma nel petto è un testacoda e il cuore sgomma all'impazzata.


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