FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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BLU

Harry Wald




L'oggetto era più strano di quanto fosse apparso nelle radiografie. Lo sollevò con le pinzette, poi lo deterse con delicatezza del sangue che lo ricopriva, usando un brandello di garza. L'aspetto era quello di un proiettile, ma irto di piccoli ami ritorti. In tutta la sua carriera di chirurgo aveva estratto dai corpi dei pazienti i reperti più impensabili, ma mai qualcosa di simile al frammento di metallo che ora brillava sotto la lampada. Nè di così sinistro.

Lo rigirò alla fredda luce della lampada e lo lasciò tintinnare nella bacinella di ferro che gli veniva porta. Percepiva, più che udire, il gorgoglio dell'aspiratore e il pompare ritmico della maschera a miscela d'ossigeno. Dell'angusta, spartana sala operatoria conosceva ogni remoto soffio e clangore, ma ora suoni e odori restavano in sottofondo. Era, infatti, concentrato nell'estrema fisicità del presente, dell'atto tagliente, dell'assito scricchiolante. Cercò lo sguardo della donna che lo aiutava; era amichevole, attento, ma non curioso. Sospirò e prese ad avvicinare i lembi di carne. Lavorò in fretta, ricucendo con mani abili l'incisione netta nello stomaco, poi quella sul fianco. Con estrema delicatezza lo rigirarono. Lei aprì la manichetta e l'acqua di mare salì nella vasca, fino a lambire la pancia del paziente.

Il sole era basso nell'alba del golfo. Dalla barca, considerò, c'era un solo panorama. Non quello del Mediterraneo che uniforme si spegneva lontano, in una striscia di grigio che ancora non era pronta a trasformarsi in immaginazione. Il panorama del noto, quello si vedeva. Densa di case basse, la cittadina rivierasca fronteggiava il mare in una sfida ormai senza scopo, occhieggiando in placida ignavia gli spettri sommersi degli scorridori arabi, per abitudine, accendendosi lentamente dalla moltitudine di persiane verdi. Lui aspirò la sigaretta nell'aria fresca, la brace risaltò per un attimo, quasi trasparente. A un miglio dalla costa, il grande motoscafo da crociera dondolava silenzioso.
Erano trascorse due ore dall'operazione e il chirurgo si trovava sulla coperta del cruiser largo e piatto, dall'aspetto poco curato. Al di sotto, dormivano i vecchi e potenti diesel Sterling entrobordo da 370 cavalli, che potevano lanciarlo sulle onde a quasi 60 nodi.
Mentre lui toglieva quell'oggetto dallo stomaco del paziente, pensò, nello stesso momento c'era un uomo nascosto nella cabina fetida di un peschereccio, in qualche punto della costa, un uomo che stava aspettando l'avvento della prossima notte con la pazienza di un santo e la coscienza di un peccatore, mentre ora dopo ora il pensiero di un'auto nuova, di un orologio di marca gli sarebbe cresciuto dentro fino alla fine di quel lungo giorno; fino a che, sperava il chirurgo, avrebbe saputo per certo di essere pazzo.

<<Non c'è niente altro da fare, per il momento>>, disse Rachele, avvicinandosi a lui, <<Si metterebbero in mezzo altre persone, e noi non lo vogliamo. Se non mi senti entro l'una, manda le coordinate. Dopo... dopo tornerò sotto costa, appena fuori dal porto. Sarò qui col buio>>.
<<Lo troverai>>
La donna scese dalla scaletta di poppa con un gesto fluido, i suoi piedi non fecero rumore affondando nel gommone. Il sole invernale, qualche grado sopra l'acqua, schiariva ormai la cenere del cielo attraverso il golfo e i riflessi formavano dei laghetti di luce sopra le loro teste. Il chirurgo spense la lampada della tolda e le luci di segnalazione.
<<Un giorno>>, disse la biologa, ormai invisibile fuori bordo, <<un giorno ci fermeranno>>. Anche dal ponte, lui riusciva a sentire l'afrore penetrante di lei, mescolanza di crema protettiva, gasolio, disinfettante. Si sentì respirare forte, affannosamente.
<<Lo so. Lo troverai>>, ripetè, contenendo il malessere, <<Va bene, quando sei pronta>>.
Il motore si avviò e l'imbarcazione solcò le onde trasversalmente, verso il mare aperto. Restò ad ascoltare il rombo fino a quando fu inghiottito dal suono dell'acqua. Poi aprì gli occhi, gettò il mozzicone tra le onde e fissò lo sguardo sul sinistro oggetto di metallo nel palmo della mano. Un pazzo...

In un angolo della cabina c'era un contenitore in fibra di vetro, con un coperchio fissato con cardini e un piccolo ragno all'interno. Lontano, oltre le montagne della costa, le città di milioni d'abitanti, con ingorghi di traffico, semafori, grattacieli, supermercati, discariche e aria inquinata. Il chirurgo si rivolse al microfono del registratore. <<Identità confermata come Billo, maschio, strenella, ventisette anni, nato nel Tirreno>>. Fece una pausa, il volto che non tradiva emozioni. Toccò le gonfie contusioni nerastre appena sopra le pinne anteriori. Le punte delle dita vi penetrarono, lasciandovi delle tacche come denti nella carne. <<Una storia maledettamente strana>>, disse, ad alta voce. Poi riavvolse il nastro e lo fermò al termine della prima frase. Un gemito. Il delfino stava combattendo la lieve anestesia, forse sarebbe vissuto. Odio la sconfitta, pensò, non contiene nulla di onorevole; soprattutto quando il vinto è un vecchio. Ma aveva riflettuto, allontanando la rabbia, ne aveva discusso con Rachele.

Qual era stata la scena? La scena dell'esecuzione.
Tutto inizia sempre di notte. Il delfino stava forse nuotando vicino ai tonni quando aveva cominciato a udire il rumore dei motori diesel. Un vascello da pesca, veloce, a un miglio di distanza, forse meno. Per lui non era difficile stabilirlo. Si era avvicinato appena sotto la superficie, fissando le luci di navigazione verdi e rosse. Stava andando più o meno nella sua direzione, obliquamente, ma non sarebbe passato vicino se Billo non avesse deciso di avvicinarsi, non più vicino di mezzo miglio. L'acqua sciabordava sulle fiancate. La notte era calma, tranquilla. L'uomo al timone forse beveva caffè, sogguardando radar e sonar. Intanto, chilometri di rete scendevano sotto il pelo dell'acqua aprendosi come una mano gigantesca, pronta a stritolare, a soffocare. Billo si era immerso, forse incuriosito dal movimento. Un nuovo tipo di rete, con tanti piccoli piombi irti di ami che mordevano l'acqua in ogni direzione, fatti per straziare la carne, rallentare le prede, far perdere ancora meno tempo nel tirarle a bordo...

Con un sospiro sedette al vasto tavolo di fianco al cetaceo ancora addormentato e sollevò la protezione del computer. Il collegamento Internet lo portò agli uffici del registro navale. Eccola, la Blu. Era una barca pulita, per la burocrazia, intestata a una società liberiana. Anonima. Il denaro guadagnato in trent'anni di professione gli consentiva questo, e altro. Gettò un'occhiata al pannello di controllo del rilevatore di impulsi radio. Premette un pulsante e lo schermo si illuminò di puntini bianchi lampeggianti su uno sfondo azzurro. Dozzine di delfini, in ogni parte del Mediterraneo, portavano la minuscola trasmittente. Se un punto si fermava, la Blu andava a vedere perché.
Il chirurgo trasse di tasca l'oggetto con l'aspetto di un proiettile e lo rigirò tra le dita. Era leggero, molto leggero. Uno degli ami gli si infisse sotto la pelle di una falange. Una goccia di sangue sprillò, scura e densa. Uno strano, maledetto incubo, pensò. Posò l'oggetto all'interno della calandra antiradiazioni dell'analizzatore di metalli. Non era piombo, ma alluminio, gli ami erano di una lega di titanio e acciaio inossidabile. Trasferì i dati al computer, di qui alla sofisticata sonda sotto la chiglia, impostando il raggio di ricerca entro le cinquanta miglia marine. Non restava che aspettare. Poi tornò dal suo paziente.

Rigettato in acqua, perché inutile. Si erano avvicinati al vecchio delfino che galleggiava su un fianco. L'avevano tratto a bordo. Al chirurgo non importava che la legge avesse ripristinato l'uso della pesca a strascico. La giustizia era più importante della legge.

A mezzogiorno si alzò il vento. Giunsero le nubi da ovest a oscurare il cielo, l'aria si fece fredda, il mare spumeggiò di migliaia di creste biancastre. I venti soffiarono nell'imbuto delle onde; il suono si propagò in superficie, salutò i gabbiani e raggiunse i piccoli pesci entro il metro d'acqua, gridò nelle orecchie ai marinai, e, mentre il vento gonfiava le vele facendole cantare, si allontanò verso i monti dell'entroterra, dove sarebbe giunto odoroso e rinfrescante. Il chirurgo indossò la cerata gialla e uscì in coperta. Il sangue del mare circolava nelle correnti, veicolando globuli di vita multiforme e variegata. Tra gli organismi intelligenti, si distinguevano i cetacei. Balene, orche, delfini. Erano loro le menti dell'immenso corpo marino, e un giorno, primi nella scala evolutiva, l'avrebbero governato.

Intorno alle 15, il detector rivelò i raggi gamma emessi dalla giusta concentrazione dei tre elementi; un ammasso di metallo quaranta miglia a ponente, venti dalla costa. La rete doveva contenere centinaia di quegli strumenti di morte. Il chirurgo afferrò il microfono della radio e impostò il canale convenuto.
<<Rachele>>
<<Si>>, la voce giunse chiara.
<<Ci siamo>>

La pratica chirurgica lo era, precisa e sistematica, violenza necessaria. Estirpare un tumore, raschiarne propaggini e detriti. Togliere il cancro da un corpo altrimenti sano non era molto diverso dal colpire un battello pirata, perché al timone c'era un grumo di cellule impazzite che dava la morte all'organismo che ne consentiva l'esistenza.

Tornò quattro ore dopo il primo buio. Il gommone si accostò, lei salì a bordo. Alta e atletica, indossava ancora la muta da sub. L'aiutò a spogliarsi nella cabina riscaldata, dove la donna si cambiò in silenzio, annusando il profumo della zuppa di legumi che bolliva in un angolo.
<<Un sorso di pigato?>>
<<Un po' di acqua tonica>>
I bicchieri si scontrarono, musicalmente.
<<Fatto buon viaggio?>>
<<Qualche sobbalzo, tornando>>
<<Non mi stupisce>>, commentò il chirurgo, <<c'è una burrasca in arrivo dalla Spagna>>.
<<Ho affondato la barca>>
Giacca e pantaloni di pile, piedi nudi, sottili capelli d'argento sul volto ruvido.
<<Bene>>
<<Come sta il delfino?>>
<<Ce la farà>>
Si era immersa con le cariche esplosive, dischi magnetici che aveva applicato sotto lo scafo. L'avviso l'aveva dato per radio: Cinque minuti per lasciare la barca.
Attraverso la trasparenza del vino, il chirurgo guardò l'oggetto pieno di ami ritorti posato sul tavolino di legno.
<<Un giorno ci fermeranno>>, disse piano.
<<Lo so>>, sorrise lei.



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