FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL LAMBRO'S

Chiara Beaupain




Niente da fare. No fame no sete. Finito di contare.
"Aoh, Lambrós, movate!".
"Ma che sta ffà, quello lì".
"Mi no lo so mia, ze sempre incantà su".
"Mo lo svejo".
"Vaghe pian, par carità".
Pippo bello. Finito di contare.
"Numme sta a guardà così, te prego..."
Pippo e sante. Finito di contare.
"...remettete a lavorà, forza".
Finito di contare.
"Hai finito, bene. Ora passa a questi".
Bell-uno. Due-ville. Tre-scheconca. Rete-quattro. Cinque-cento.
"Ga smesso de novo!".
"Stabbono che mo riparte".
Sei. Niente da fare.
"Mi no ghe la fasso pì! Ciamo el paron".
"Tanto è uguale..."
Sette-bello. Lancill-otto.
"Sante...SANTE...è ripartito!".

Pippobbello ritorna a fare del suo. Lui non si ferma mai, cammina sempre da una parte all'altra del capannone e guai a dirgli che sta sempre in giro. Dopotutto è lui che va a fare la spia al padrone, per cui se lo tengon tutti buono e le cattiverie semmai gliele bisbigliano alle spalle. Col Lambrós invece è sempre generoso. Ha qualche problemino ditesta, ma è il figlio del padrone e Pippobbello sa distinguere il bene dal male. Soprattutto il proprio.
I ragazzi ora sono preoccupati per Sante: non l'hanno mai visto così nervoso. Lui se lo sopporta quattro ore al giorno, il Lambrós. E gli ferma il lavoro tutte le volte che si inchioda lì col suo sguardo vacuo. Poi deve recuperare nel pomeriggio e sono sempre sacramenti, di quelli veneti, terribili.
Ecco, bisbigliano, osservate come lo guarda torvo: gli fa la pelle con quei suoi occhiacci. E il Lambrós non se ne dà per inteso: quello non capisce niente. Capisce, capisce, fa uno con lo faccia di chi lo sa bene, se gli dici di fare una cosa la fa, per cui capisce tutto. E poi quando ti guarda con quegli occhi...

PLONF
"E mo che sta ffa"
"No te lo vedi? Trae zo massi..."
"Eh??"
"El ciapa i massi da là zo in fondo, vedi? I trasporta fin al posso e poi li butta zo".
"E perché lo fa?".
PLONF
"Parché l'è mato. Ze tanto semplice".

Pippobbello verso le sei di sera, nella luce grigia di un tramonto ormai consumato, si sporge dal bordo del pozzo e scruta per bene il fondo. Non vede niente ma gli par di sentire odore di cadavere.
Prende un sassolino e lo lascia cadere. Fa poco rumore.
E ancora non vede niente.
I ragazzi stanno andando a casa, Sante sta pulendo il bancone da lavoro, la macchina del padrone è ancora posteggiata dinanzi all'entrata degli uffici.
Pippobbello alza le spalle e si allontana, non si sa mai che comincino a dire che è rimbambito pure lui, come il Lambrós che, povero diavolo, un tempo era anche sano.

Pane alla tartara.
"Questa mattina lavora bene, eh?"
Pane alle olive.
"Come gavesse la febbre!".
Pane al salame.
"Ma gli parli ogni tanto?".
Pane al sesamo.
"Mi si. Ma lu no me responde".
Pane di segale.
"No sta a vardarlo a quel modo, che poi se incanta de novo".
Pane. Niente.
"Ecco, lo savevo!".
"Ma se neanche s'è accorto di me!".
"Va via, fame un favore, va via!".
Fame. Niente da mangiare.
"Tu, ri met ti ti seduto".
Niente da mangiare.

Sante sbatte una martellata forte sul banco. Non ne può più. E allora strabuzza gli occhi e digrigna i denti al Lambrós perché prenda paura e si rimetta a lavorare. Ma questa volta non funziona. Il Lambrós continua a fissare verso di lui occhi sempre più vacui, sempre di più. Sante si preoccupa, mette giù il martello e gli si avvicina ansioso. Il Lambrus lo guarda.
Senza il più piccolo movimento di un muscolo facciale, lo scarto del viso, l'inarcarsi di una palpebra, gli occhi di pesce del Lambrós prendono vita e si scaricano in un lampo in quelli di Sante.
Pippobbello vede Sante immobilizzarsi e poi un passo dietro l'altro allontanarsi lentamente, sempre guardando in quel modo spiritato il Lambrós. Chiama, un ehilà, ma nessuno dei due lo bada. Si fotta, Sante, se ha dei problemi, dopo che l'ha mandato via a quel modo...

PLONF
Trentatré per uno.
PLONF
Trentatré per due.
PLONF
Trentatré per tre. Finito.
"Adesso dove va?"
"Non me lo chiedere. Adrà a prendere altri sassi".
"Ormai quel pozzo lo avrà riempito".
"Di acqua ce n'è ancora".
"Caspita s'è profondo...".
"Strano che Sante ancora non lo abbia chiamato, la pausa è finita".
"Sante non lo vedo più da ieri sera".
"Sarà nel pozzo...".
"Non dire stupidaggini!".

I ragazzi girano sui tacchi e tornano nel capannone. Uno dei due si guarda attorno per un po' e commenta che Sante non è arrivato neanche per il secondo turno. Pippobbello li incrocia e li guarda male: la pausa è finita da qualche minuto e sarebbe il caso che muovessero le chiappe. Alza gli occhi e vede il Lambrós che torna dal pozzo.

"Ragazzi! Qualcuno se becca il Lambrós 'sto giro!"
"Ma c'è da finire il turno alla macchina!".
"Numme fate incazzà. Te, pija er posto de Sante".
"Ce lo vedo bene nel pozzo Pippo...".
"Si, a prendere sassate dal Lambrós... Forza dai, non te la prendere. Ci vediamo dopo".

È sera di nuovo. Pippobbello sta per sfilarsi i guanti da lavoro e inforcare la bicicletta per tornarsene a casa. Ma prima fa un salto al pozzo, che in giro tanto non c'è nessuno, per cui s'appoggia con tutte e due le mani sul bordo e sbircia dentro.
C'è qualcosa che affiora.
Stringe le palpebre, guarda meglio: qualcosa affiora sul pelo dell'acqua.
Raccoglie un sassetto, prende la mira e lo lascia cadere. Pluff: prova sassetto miseramente fallita.
Pippobbello sente muoversi qualcosa alle sue spalle e vorrebbe voltare la testa per guardare. Solo che non ci riesce. Perché qualcosa là in fondo ha smosso un rapidissimo accenno di onde concentriche.
Ancora un sasso scricchia alle sue spalle. Adesso si volta.

Pippo bello sante che guarda.
"..."
Pippo bello no fame.
"..."
Pippo bello no sete.
"..."
Pippo bello finito di contare.
"Ehi, Lambrós..."

Due occhi fissi di granito piombano con tutto il loro peso. Pippobbello, gli si ferma il cuore, rimane zitto.
Il Lambrós gli sta a due centimetri e lo supera di almeno venti in altezza. Gli posa un braccio sulla spalla, pesante pesante. Pippobbello si sente schiacciare, a metà schiena il bordo del pozzo lo gratta attraverso la maglia...

"Aoh, Riccardo, muoviti!"

Il padrone ha chiamato suo figlio. E il Lambrós se ne va, lasciando Pippobbello sul bordo del pozzo. Il tempo che l'auto del padrone sfrecci attraverso il cancello e Pippobbello ha già inforcato la bicletta per fiondarsi a casa.

Mattina, cielo bianco, un discreto freddino.
Prova sassetto.
STUCC: sasso contro sasso.
C'è riuscito a riempirlo 'sto pozzo, commentano i ragazzi. Guarda, indica uno, ci sono i sorci che nuotano là in fondo. Figurati, dice un altro, saranno rane. Boh, commenta un terzo, che scruta attentamente in basso: io non vedo niente.
Poi si dileguano, ognuno alla sua macchina, Sante li sta chiamando da cinque minuti, che la pausa è finita.
Uno di loro si siede al posto del Lambrós e comincia a contare i pezzi.




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