FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it




VISITA A SORPRESA

Patrizio Pacioni




Chissà, forse queste interminabili ore passeranno più in fretta se riuscirò a ricomporre i ricordi spezzati e ricostruire con esattezza gli avvenimenti che mi condussero qui.
Sarà stata colpa di quest'insolito ottobre milanese, così mite, così intrigante, così bugiardo nell'aria trasparente ma piena di veleni d'ogni tipo ...
Sarà stato così, ma ancora non riesco a spiegarmi come io abbia potuto cedere, non sono ancora trascorsi quattro giorni, all'impulso improvviso di presentarmi da Cesira di giovedì. E per di più di mattina.
Infatti, se può esistere una vicenda nata sulla menzogna e l'adulterio che sia priva di ogni velleità trasgressiva, fino a risultare paradossalmente casta, quella non può essere che la mia storia con la signora Bianculli; mai una sterzata improvvisa, un qualsiasi colpo d'ala, piatta, lineare al punto di potersi incastrare con inquietante precisione nella monotonia della mia vita di travet.
Per darvene un'idea, posso dire che se mi chiedessero di dipingere su una tela i miei quindici anni con Cesira, non userei altro che tonalità smorzate di grigio.
Che, se dovessi associare un profumo agli amplessi che metodicamente ci concedevamo, sceglierei l'odore metallico e polveroso del termosifone arroventato in camera da letto.
Quanto al sapore, che ancora porto in bocca, cos'altro potrebbe essere se non quello del fumante caffè espresso che trovavo ad attendermi nella tazzina sulla servante dell'ingresso ogni sabato pomeriggio?
Eppure, con i piedi ancora sugli ultimi scalini della rampa che portava al secondo piano del vecchio palazzo in Ripa di Porta Ticinese, un ultimo dubbio mi aveva colto.
La voglia improvvisa di tornare in strada, poi la gabbia dell'ascensore mi era sembrata, per la prima volta dopo tanto tempo!, rivoltarsi come la tasca di un pantalone fino a precludermi ogni possibilità di fuga. E qualcosa di invisibile che mi spingeva alle spalle, costringendomi a fare quegli ultimi passi, a percorrere fino in fondo il pianerottolo lungo e stretto, e suonare quel ridicolo campanello a carillon.
Ma forse ora dovrei smetterla di rigirarmi nei miei pensieri come un maiale nel fango, e cercare di fare qualcosa.
Dovrei aprire la bocca e urlare, e non smettere prima di aver fatto scoppiare la gola; dovrei distendere le braccia che mi hanno incrociato sul petto, e battere sul coperchio della cassa, grattare l'imbottitura e il legno fino a scarnificarmi le unghie. Forse qualcuno ancora c'è, là fuori, una vecchina che piange sulla tomba del marito morto da vent'anni, o un giardiniere, magari. Ma non posso mentire a me stesso.
Non sono il protagonista di un racconto di Edgar Allan Poe, non sono la vittima di una catalessi tanto improvvisa quanto non diagnosticabile. No, non sono tutto questo. Sono semplicemente un morto.
Nel preciso istante in cui vidi Cesira sull'uscio mi sentii felice di aver assecondato quell'impulso tanto improvviso quanto assurdo. Non senza commozione mi accorsi che era stata sufficiente la sua apparizione per dissolvere istantaneamente la noia e la tensione del lungo preludio: quasi due ore passate, seduto al bar di fronte, aspettando che Enrico si decidesse ad uscire.

Fui invitato a entrare con un semplice cenno del capo. Automaticamente, per antica abitudine, guardai verso la ribaltina della servante, e fui sorpreso nel non rinvenirvi, come al solito, la tazzina di porcellana blu bordata da un filino d'oro.
Subito dopo la mia attenzione tornò su Cesira, e fu come se la vedessi per la prima volta. Non che ci fosse nulla di particolare in lei, quella mattina, anzi: i lunghi capelli biondi, che erano sempre stati il particolare più appariscente della sua tranquilla e modesta bellezza erano raccolti in una pratica quanto sbrigativa coda di cavallo.
Ai piedi portava le comode scarpe di taglio maschile coi lacci che da sempre prediligeva, indossava un paio di jeans, e, sopra, una camicetta bianca appena ingentilita da due fiori rosa ricamati sul taschino. In viso non aveva un filo di trucco, ma sulla pelle, evidentemente rilassata da un confortevole sonno, le rughe che da qualche tempo avevano preso ad irraggiarsi (pur se con discrezione) dagli angoli degli occhi e della bocca, sembravano ora molto meno evidenti.
Ma la novità vera, e per me sconvolgente, era costituita dalla lucentezza insolita delle sue pupille chiare, dilatate come quelle di un gatto al tramonto: rimasi per qualche secondo abbacinato a fissare quel riverbero inquietante che si irradiava direttamente dalla sua anima e che non mi era mai stato consentito prima di vedere. Non mi feci ingannare, e in ciò che lei avrebbe forse voluto far passare soltanto per sorpresa curiosità, lessi incontrollata passione.
Facemmo a meno, in quell'occasione, di adempiere al solito rassicurante rituale: un bacio sulle labbra nell'ingresso, poi, girato l'angolo, mano nella mano fino alla seconda stanza sulla destra del corridoio che divideva in due parti uguali l'appartamento. Cesira che accostava le persiane, quindi stendeva con diligenza il plaid scozzese sul talamo nuziale, come ad evitarne in qualche modo l'estrema profanazione. I miei abiti piegati in ordine sulla poltrona,la attendevo, mentre nella penombra, seduta sulla sponda del letto, lei si sfilava i vestiti badando bene a tenermi le spalle girate. E l'amore in silenzio, languido, ma sempre senza alcun impeto. Alla fine un altro bacio, una tenera e malinconica carezza sul volto, una occhiata all'orologio che ricordavo sempre di sfilarmi e poggiare sul comodino al mio fianco. E' tardi, vado, prima che tuo marito torni dalla bocciofila. Vai, ci vediamo sabato prossimo, ti voglio bene.
Giovedì le cose non andarono così, questo lo ricordo bene, e il cuore impazzirebbe solo a rievocare quei momenti, se non avesse smesso di battermi in petto già da tante ore.
Non parlai, e neppure Cesira disse una sola parola, ma la strinsi forte, così violentemente che sentii sotto i polsi gli scricchiolii di assestamento della sua colonna vertebrale. Rispose all'abbraccio aderendo con il ventre al mio, spingendocisi contro come se fosse lei a voler penetrare in me. Sentii il suo alito rovente sul naso, prima che la sua lingua mi dischiudesse violentemente le labbra invadendomi con irruenza la bocca; e lo scambio impetuoso di umori, di sapori e di palpiti che seguì non mi sento di definire un semplice bacio. L'operazione di far scendere la lampo, sbottonarle i pantaloni, ed infine calarglieli giù lungo le gambe, fino a districarli dalle caviglie e dalle scarpe, richiese un tempo interminabile, dilatato dalla stessa freneticità famelica dei miei gesti. Quando finalmente riuscii, mi scopersi, ancora non so spiegarmi come, anch'io nudo a metà. La trovai pronta, e così, in piedi, senza fatica fui dentro di lei.
Anche qui, anche adesso, in questo buio silenzio, mi rimbomba ancora in testa l'improvviso clamore della chiave che penetrava nella toppa della porta di casa e cominciava a girare. E anche qui, anche adesso, non so discernere se in me sia stata più forte in quegli istanti la paura per le conseguenze imprevedibili dell'anticipato ritorno dell'uomo o la rabbia per la intempestiva interruzione di quello che sapevo essere il mio primo vero atto d'amore.
Fatto sta che in pochi istanti mi ritrassi da lei, raccolsi i calzoni e gli slip, e prima ancora che il battente si spalancasse del tutto, ero gi in fondo al corridoio, ed entravo nella stanza da bagno.
- C'è stata una fuga di gas in un appartamento dell'ultimo piano.- lo sentii raccontare alla moglie, ma il tono della voce era tranquillo, e immaginai che Cesira avesse fatto in tempo a ricomporsi, in qualche modo.
- Era pieno di volanti di polizia e carabinieri, e i vigili del fuoco avevano isolato l'intero edificio; neanche ci si poteva avvicinare.- proseguì, e intanto finivo di allacciarmi la cintura.
- Per oggi la pensione non riuscirò a incassarla, stanne certa. E pensare che per sbrigarmi non sono neanche andato in bagno, prima di uscire. Bè, pazienza, vuol dire che ci andrò adesso.-
Poi Cesira gli ribattè sottovoce qualcosa, ma non ascoltavo più: il primo passo di Enrico risuonò sulle mattonelle di ceramica, e istantaneamente soppesai le prospettive che si aprivano a quel punto.
Una colluttazione furiosa. Oppure un chiarimento più pacato, ma forse per questo ancora più umiliante per me e per Cesira. Comunque fossero andate le cose, di sicuro, la fine di ciò che, dopo quindici anni inutili, era cominciato davvero solo pochi minuti prima.
Subito mi resi conto, con assoluta certezza, che proprio quest'ultima circostanza, arrivati a quel punto, mi risultava impossibile tollerare.
Poi ricordai che a fianco della finestra del gabinetto, a nemmeno un metro, c'era il balconcino della cucina. Una luce inattesa di speranza: un piccolo salto, e mentre lui era indaffarato nelle sue faccende, avrei avuto la possibilità di uscire agevolmente di casa. Magari dopo aver deposto un ultimo bacio sulle labbra adesso così dolci e desiderabili di Cesira. E sarei andato via felice, pregustando la possibilità di assaporare con lei, per il resto della nostra vita, le delizie di quel lembo di paradiso di cui avevamo appena avuto un tardivo ma prelibato assaggio.
Purtroppo dimenticai di avere ormai compiuto, sia pure da poco, quarantacinque anni; o forse, più probabilmente, ebbi il torto di ricordarlo intempestivamente solo quando, in piedi sul davanzale, ero in procinto di spiccare il balzo. Insomma, la consapevolezza improvvisa della mia non più verde mi fece perdere la fiducia in me stesso e la concentrazione proprio nel momento supremo. Mi mossi senza energia e senza convinzione, mancai il bersaglio appena di pochi millimetri, andò a vuoto l'ultimo disperato tentativo di presa con le mani, e precipitai, schiantandomi malamente sulla ghiaia del cortile interno.
Ecco, tutto sommato, nonostante l'innegabile ed irreversibile decadimento delle cellule cerebrali, credo di essermela cavata abbastanza dignitosamente, e questa la ricostruzione fedele della mia strana storia, come l'avrebbe ricordata e raccontata un vivo.
Ma neanche in questa circostanza voglio dimenticare la mia attuale condizione, che tra l'altro, accanto agli innegabili svantaggi che si possono facilmente intuire, mi ha consentito di venire a conoscenza di accadimenti che nella normale esistenza non mi sarebbe stato forse mai concesso di apprendere. Quando ti accorgi che la tua anima ha perso definitivamente il controllo del corpo che la conteneva, un po' come succede al pendolare che per una vita ha sempre percorso in macchina la stessa statale che collega il suo tranquillo paesotto con la grande città. Ma un bel giorno si buca una gomma, gli si spacca la coppa dell'olio, o all'improvviso l'impianto elettrico si accascia come un vecchio cavallo da tiro e rifiuta di funzionare ancora, fate voi; fatto sta che la sua vetturetta lo lascia in panne, capita, cosa ci vuoi fare? Allora costretto ad accostarsi al ciglio della strada, e a scendere, e magari gli capita di alzare gli occhi da quello che per più di un quarto di secolo per lui non è stato altro che una grigia striscia di asfalto. Distingue chiaramente all'orizzonte, se la giornata sufficientemente limpida, i primi contrafforti delle montagne, e addirittura, se ha la vista buona, può verificare se già le cime lontane siano infarinate dalla prima neve invernale, o ancora portino le tracce dell'ultima imbiancata di primavera.
Per farla breve, diciamo che la stessa cosa accadde anche a me. Un istante prima urlavo e vedevo avvicinarsi a folle velocità il suolo sul quale si sarebbero spezzate le mie ossa e la mia vita, un attimo dopo, pur se comprensibilmente frastornato da un cambiamento così radicale, mi sentivo come se un computer divino stesse riversando direttamente nel mio spirito gli archivi segreti della sua prodigiosa banca dati. Sono certo di ritenermi scusato se mi trovo costretto per un attimo a interrompere questa meticolosa, pur se forzatamente frammentaria, ricostruzione dei fatti: ho appena avuto la percezione di voci sconosciute intorno a me, giunte come attutite da una barriera acquosa. E, più forte delle voci, un respiro affannoso, misto al sibilo di un rantolo di dolore.
Ecco, sto attento a verificare se succederà ancora, se qualcosa romperà questo insopportabile silenzio...
Niente, naturalmente, tutto questo è impossibile: nel mio stato avere una qualsiasi manifestazione sensoriale appare del tutto ridicolo, non trovate? L'udito non mi appartiene più, come del resto la vista, il tatto e l'odorato. Parlerei piuttosto di desideri irrazionali, ultimo retaggio dell'esistenza terrena, che non debbono comunque distogliermi dal corso che ho deciso di dare ai miei pensieri per l'eternità. O almeno fino a quando, spero, mi sarà concesso il lungo sonno cui sopra ogni cosa anelo.
Torniamo a noi, anche se, come potete constatare, mi diventa sempre più difficile ragionare con coerenza e razionalità; ma confido che vi rendiate conto della eccezionalità della mia situazione, e che possiate comprendere. Dunque il mio corpo era ancora lì, riverso al suolo, ridotto a un povero fagotto di carne, che già si delineavano in me con nettezza i contorni grotteschi di quella che era stata la mia vita.
Vidi marito e moglie, affacciati alla finestra del bagno, la mano nella mano, i volti costernati.
I volti, capite cosa voglio dire?
- Lo amavi molto? -chiedeva premuroso Enrico.
- Quindici anni sono molti, ha fatto tanto per me, lo sai. E' stato sempre affettuoso, mi ha aiutata a superare il trauma della tua invalidità, e ci ha permesso di rimanere insieme. - rispondeva affranta Cesira, asciugandosi le ciglia umide di pianto.
- Affettuoso e discreto. - confermava lui, con aria grave e accondiscendente. - Ma questo no, non doveva accadere, colpa mia! - e adesso Cesira stava singhiozzando senza ritegno.- E' soltanto colpa mia! Se solo avessi avuto il coraggio di dirglielo, che tu sapevi tutto... ma chi poteva immaginare che sarebbe successa una simile tragedia! -
- No, cara, non tormentarti in questo modo, credo che abbiamo fatto bene a non fargli sapere che ho sempre avuto piena conoscenza della vostra relazione. Che sin dall'inizio l'ho favorita, anzi, affinché tu potessi pienamente esprimere la tua sessualità; cosa che con me, dopo la mia malattia, non ti era più consentita. Così se ne è rimasto sempre quieto, senza mai sentirsi in dovere di chiederti di più: credo che altrimenti avrebbe prima o poi accampato pretese che tu non saresti stata mai in grado di soddisfare, non trovi? Perché tu mi ami profondamente, io lo so. E poi, come gli sarà venuta la voglia di fare questa improvvisata, solo Dio lo sa. Ma tu, Cesira, proprio non potevi trovare una scusa per mandarlo via? -
- Non lo so, non lo so, ti dico! - e, già più calma, tirava su con il naso. - E' che oggi l'ho visto così diverso, aveva una luce negli occhi che... non me la sono sentita di cacciarlo, mi capisci, amore? -
Se fossi stato ancora vivo a quel punto avrei di sicuro accusato forti conati di vomito, potete scommetterci. Oppure avrei preso in seria considerazione l'idea di uccidermi (subito!), pensando a come, per così larga parte della mia vita, per quella relazione piccola e squallida, avevo ostinatamente rinunciato ad aprire il mio cuore ad altre donne. A chi, forse, avrebbe potuto darmi quella felicità che mi è sempre sfuggita.
Solo adesso che troppo tardi, infatti, ho scoperto che la piccola Marina, la brunetta con i capelli ricci che abitava proprio sul mio stesso pianerottolo, mi avrebbe dolcemente travolto con la forza insospettabile della sua passione, se solo le avessi permesso di avvicinarsi; e di amarmi. E a cosa mi può servire ormai apprendere che Cinzia, la mia bella compagna di lavoro, la simpatica amica sempre disponibile a sorridermi e a raccogliere le mie confidenze, tardò così tanto a sposarsi solo perché fino all'ultimo aveva aspettato che le dessi almeno una possibilità?
Quanto a Cesira, cosa volete che vi dica, neanche mi stupii troppo, l'altra mattina, quando, tornata dal mio funerale, mentre suo marito era in fila per ritirare finalmente la pensione, la vidi agitarsi e ansimare sul letto matrimoniale, cavalcando forsennatamente il giovane garzone del fornaio. Il plaid scozzese ben riposto in fondo all'ultimo cassetto del comò.
Ah, c'è un ultimo particolare (di cui pure ho avuto nozione postuma) che mi sento in dovere di riferirvi per meglio aiutarvi a comprendere, se già non lo sapete, come una tragedia possa con rapidità straordinaria trasformarsi in farsa: avvertito a gesti dalla moglie, una volta entrato in casa, Enrico era ben conscio della mia presenza. Ma, pensando che io (come tradizione vuole facciano gli amanti sorpresi in flagrante) fossi corso a nascondermi sotto il letto, o a serrarmi in un armadio, aveva pensato bene di ritirarsi alla toilette per darmi l'occasione di una fuga dignitosa!
Non so quanto tempo sia passato da quando ho cominciato a rimettere insieme le tessere sparse dell'assurdo puzzle della mia stupida vita, e dalla mia ancor più stupida dipartita. So soltanto che una tremenda stanchezza si è impadronita della mia anima, unitamente ad una tristezza più amara ancora della stessa morte.
Incoerente fino all'estremo, mi pento di aver richiamato alla memoria proprio quello che più d'ogni altra cosa adesso vorrei dimenticare.
Parole e concetti sempre più incoerenti si affollano in me, mentre, come in una nenia, riprendono a cullarmi frasi sconnesse pronunciate al di là del mondo a cui ora appartengo.
No, questa volta sono sicuro di non sbagliare, là qualcuno davvero sta parlando, a poca distanza da me e dall'involucro che mi contiene. L'aria che mi circonda si fa gradualmente più calda e più densa, umida al punto di sembrare liquefatta. E di nuovo quel respiro affannoso, mescolato al battito ritmico e ossessivo di due cuori.
Forse sto impazzendo, se può insanire un defunto, ma, dal buio sopra la mia testa, mi sembra che filtri una sottile lama di luce bianca. La fessura luminosa si allarga, le voci si fanno più intelligibili, il grido di dolore di una donna, due mani là enormi mi afferrano la testa, mi sento trascinar via!
No, non portatemi via di qui, non capisco, sento freddo, fuori. E che cosa questa improvvisa fame d'aria, i polmoni, come tutto il resto di quello che fu il mio corpo, sono in stato di avanzata decomposizione, e allora? Non portatemi via di qui, vi dico, vi prego, non portm v d qu vi dco, vi prg, non vogl gh vngh ngh ngh...
L'ostetrico e il suo aiuto, entrambi ancora in camice verde, commentavano animatamente le vicende della ultima giornata del campionato di calcio, mentre lavavano e si disinfettavano le mani al lavabo della sala parto: con un colpo di forbici una delle infermiere tagliò di netto il cordone ombelicale, mentre una sua collega già cominciava a detergere il volto ancora insanguinato e impiastricciato di muco del neonato.
Sul letto la puerpera, sfinita, cercava di riacquistare una accettabile regolarità di respiro aiutandosi con le tecniche che aveva appreso nei tre mesi di meticolosa frequenza del corso prenatale.
Dal ventre saliva ancora un dolore acutissimo, ma non le importava più di tanto: la sua attenzione era tutta per quello splendido cucciolo d'uomo che ora era suo figlio. Stava pregando che, crescendo, egli potesse diventare tanto intelligente quanto ora le appariva bello, e non aspettava altro che qualcuno si decidesse ad adagiarglielo tra le braccia.
Ma se fosse stata più lucida, e presto purtroppo lo sarebbe stata, avrebbe potuto intravedere, in fondo a quella felicità, una piccola pozza oscura. Perché tutto ciò che nasce, istantaneamente, comincia a morire.



ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.