FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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ZAMPANO'

Francesco Venturi




Correva lungo il filo a mezz'aria come se fosse dotata di ali di farfalla. La si poteva sentire respirare di passione e di paura. Lassù, in quei pomeriggi poco illuminati, con la pista quasi buia per risparmiare. Si allenava ogni giorno dalle tre alle sei, diligente come una scolara che ha timore dei rimproveri.
La musica del suo numero era una marcia suonata da tre fisarmoniche, qualcosa del suo paese di origine.
Il costume attillato esaltava i lunghi muscoli delle gambe, il lavoro spasmodico dei tendini.
Quando finiva l'allenamento si buttava sulla rete come se dovesse cadere per ore.
Come se fosse Alice nella tana del coniglio.
Allora si alzava una nuvola di polvere e si spegnevano le luci. Ed io restavo lì, nascosto dietro la tenda. Seguivo il suo passo leggero con lo sguardo e la vedevo sparire nella polvere e nel buio.
C'era più sentimento in quei pomeriggi che in tutti gli spettacoli col pubblico. La decadenza del nostro circo, che cercavamo pietosamente di nascondere dietro le pailettes e l'entusiasmo, era tutta lì. Allora ricordavo sempre il volto di una vecchia veggente che aveva lavorato con noi, nobile senza trucco e patetico con i belletti di scena.
Quando la biglietteria apriva per lo spettacolo delle sette, la polvere si era già posata.
Non c'era mai molta fila, venti, trenta persone al massimo, la maggior parte venuti ad irridere la nostra vita da guitti, da poveracci.
Poi venne sempre meno gente.
La cassa rimaneva vuota per giorni.
Nelle osterie dei paesi discutevamo i cambiamenti da fare. Non venivamo mai a capo di nulla. Rammendavamo i costumi e abbassavamo il prezzo dell'ingresso. Lei continuava a volare sopra la corda, come se si dovesse esibire di fronte al re e alla regina.
Ed io continuavo a spiarla cercando di conservarne le ultime magie. Andava sempre peggio.
Dovemmo sopprimere buona parte degli animali. Non avevamo più i soldi per nutrirli.
Un giorno, in una trattoria, il capo le chiese se se la sarebbe sentita di esibirsi senza la rete.
Lei sorrise. Era pronta, forse si allenava così duramente proprio per poterci aiutare.
Stampammo le locandine su cui si annunciava in caratteri fluorescenti il nuovo rischiosissimo numero. "Sonja la regina dell'equilibrismo si esibirà senza rete né funi di sicurezza. Rischiando la propria vita. Accorrete numerosi". Accorsero, accorsero.
Era un sabato sera.
Davanti alla roulotte della cassa si potevano contare ben più di duecento persone, un successo eccezionale per noi.
Tutti un più nervosi del solito nel doverci esibire di fronte ad un pubblico così.
Non c'erano solo i pensionati con i nipotini e qualche perditempo, come al solito.
Gente in pelliccia, uomini eleganti, persino un paio di turisti giapponesi. Il direttore gongolava, gioiva nell'altoparlante, esortando i ritardatari ad affrettarsi.
Snocciolammo il rosario dei soliti numeri.
Il mio ebbe un certo successo, quella non era gente che capisse qualcosa di circo.
Il mio numero era buono quindici anni prima.
Presi quegli applausi con falso entusiasmo.
Quando i pagliacci sparirono dietro le quinte le luci si abbassarono e apparve lei.
Nell'abito di scena nuovo che le avevamo regalato per l'occasione. Il tessuto lucido, i lustrini e le sue ali di farfalla.
La gente rimase senza fiato. Qualcuno tossì nel silenzio. Il numero fu annunciato mentre lei saliva agilmente la scala cromata. Noi avevamo tutti il cuore in gola. Qualcuno non ebbe nemmeno il coraggio di guardare. Lei era più bella del solito, il viso rilassato, un lieve sorriso sulle labbra.
I tamburi rullarono, ancora e ancora.
Sollevò il piede per appoggiarlo alla corda.
Fu in quel momento che si girò a guardarmi.
Capii che aveva sempre saputo che la spiavo da dietro il drappo rosso. Mi nascosi.
Lei sorrise di più e cominciò a camminare. Le grandi ali di farfalla si mossero con un soffio. Guardai la gente delle prime file.
La cosa mi fu chiara all'improvviso. Non ci voleva abilità maggiore a fare quel numero senza rete.
Quella gente se ne stava lì con la consapevolezza di essere di fronte al pericolo.
L'attrazione non erano quelle ali, ma la morte.
Assistere al commiato di un'anima dal corpo.
Rabbrividii ripensando a quello che ci aveva sempre detto il nostro gran maestro:
-L'arte circense sta nel fare ciò che il pubblico vuole vedere.-
Volò da un capo all'altro della fune, danzò come nessuno avrebbe saputo fare.
Gli applausi scrosciarono.
Poi si gettò.
Forse la forza dell'abitudine, forse la disperazione, forse la voglia di dare al pubblico uno spettacolo d'eccezione.
Volò come al solito. Alice nella tana del Bianconiglio. La polvere si alzò fra le grida.
Lei cadde in mezzo alla pista. In piedi. Con grazia.
Per qualche attimo nessuno credette ai propri occhi. Poi lei allargò le braccia per ricevere i suoi applausi.
Pian piano i brusii si trasformarono in acclamazioni.
La gente gettò banconote, baci, fiori.
Chi si stropicciava gli occhi, chi, commosso, gridava. Poi lei uscì di scena, con garbo.
Rimasi dietro quel drappo ancora per parecchi minuti.
La gente se ne andò. Così. Senza farsi troppe domande. Appagata.
Dopo aver spento le luci e sistemato ogni cosa, andammo alla sua roulotte per festeggiare.
In cuor mio sapevo che non l'avremmo trovata.
Il costume di scena era sul suo letto. Ogni cosa era al suo posto.
A volte viene per gli angeli il tempo di tornare in cielo. Sono passati vent'anni e ancora oggi mi chiedo come andò, cosa fu a privarmi del suo amore che avevo appena trovato.



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