FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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WARA DELLE MONTAGNE

Chiara Berlinzani Deharo




Questa notte la Montagna ringhiava. Ringhiava e muggiva - l'ho sentita con chiarezza.
Era un richiamo lungo e minaccioso, una specie di lamento lontano, sepolto tra le carcasse dei cani che costellano quel tratto di pista a 5000 metri sulla Cordigliera Occidentale.
Era rossa, questa notte, la Montagna. Come intrisa del sangue di tutte le anime dei lama, di tutti gli spiriti dell'aria, di tutte le vittime degli Incas, le lacrime dei fiumi, le grida della terra...
Urlava e gemeva con la forza antica della sua pietra dura; e intorno crepitava una notte larga, senza memoria.
Ascoltavo quei latrati impietrita nel mio silenzio, e non osavo neppure respirare per non dar segni di me, per non tradire la paura e farmi risucchiare ancora dal bronzo nero dell'oblio.
Immobile, senza un pensiero, raggelavo all'eco dei latrati.
Come la notte che incontrammo Wara.

"Mi sento strana, stasera. Ho ~paura~, Marc."
"~Paura~? E di che cosa?"
"Non lo so... non la senti, la Montagna? sembra quasi che ~ringhi~. E' come se... come se stesse per succedere ~qualcosa~..."
"Oh, ~chérie~! Non ricominciare con le tue stranezze! Da quando ci siamo trasferiti sulle Ande, sembra quasi che tu ti diverta, a fare la pseudo-sensitiva. Dai, vieni qui, sdraiati: cerchiamo piuttosto di rilassarci un po'."
"No, aspetta! Suonano alla porta."
"E allora? lasciamoli suonare..."
"No!... voglio dire... ~per favore~, Marc, ~apriamo~."

Ritto sulla soglia in penombra, un esserino scuro ci guardava, fasciato in un ~aguayo~ andino. Era una bambina: sui quattro anni, scalza, un lampo di luce muschiata negli occhi.
Ci porgeva tremante un minuscolo involto.
Muta.

"E' un gattino; sembra morto..."
"Ma no, senti? Respira."
"E' il ~suo~ gattino... Dai, facciamoli entrare."

Accadde una notte, all'inizio della stagione delle piogge: Wara entrò in casa nostra con un gattino ferito tra le braccia, e si addormentò sul divano stretta a lui.
Non fece altro.
Semplicemente, rimase.

Il funzionario della Centrale da cui l'indomani l'avevo accompagnata, mi aveva fissato in una smorfia di compatimento. "~Bueno, señora~, ce ne sono diecimila soltanto a La Paz, di questi ~niños de la calle~. Scappano da famiglie violente, perdono i genitori... Così, sopravvivono dormendo nei portoni, mangiando le immondizie. Che cosa possiamo farci, noi? Gli orfanotrofi, qui, non hanno fondi. 'E allora?' Allora la lasci sul Prado; vedrà che se la caverà da sola."
Nemmeno il giro degli istituti aveva dato i risultati sperati. A quanto pareva, nessuno l'aveva mai vista. Non risultava dai registri, non era schedata, la sua scomparsa non era mai stata segnalata alle istituzioni. E senza il nullaosta della polizia, nessuno l'avrebbe accolta. Per la legge, insomma, il problema non esisteva. E Wara nemmeno. Così, restò con noi.
Non ha mai parlato, Wara, nei mesi che ha vissuto qui. Per i medici non c'erano lesioni: forse non voleva, semplicemente. E non abbiamo mai saputo nulla di lei.
Di giorno Wara mi accompagnava per i mercati di San Pedro e Sopocachi, nei sobborghi del Gran Poder, oltre il ponte di San Rodríguez, o alle ~ferias campesinas~ dell'altipiano. Camminavamo per ore tra le povere mercanzie cercando sui volti bruni delle donne aymara uno sguardo che somigliasse al suo. Lei mi seguiva, obbediente e rassegnata, con il suo gattino addormentato tra le braccia. Adesso so che non avrebbe voluto quella dolorosa via crucis; aveva paura, Wara, di esplorare l'orrido buio delle sue origini. Ma allora era diverso: cercavamo di restituirle una storia. Io la spiavo, scrutavo di nascosto le sue reazioni a quello che ci circondava, alla ricerca di un fremito, un sussulto, un improvviso lampo di emozione che le restituisse la voce, e la memoria. Ma Wara sembrava così lontana, distaccata: passava tra le tavole di legno come sospesa nell'universo opaco della sua impenetrabilità. Una nobiltà grave segnava quel suo viso di bambina denutrita e sola al mondo, quei suoi tratti scolpiti nella roccia rossa della Cordigliera. Ma mi ascoltava attenta, quando le parlavo piano nella lingua di mia madre. Mi ascoltava senza capire tutte le parole, ma il suo sguardo sembrava intenerito. Forse intuiva che in qualche modo stavo cercando di dare un senso alla mia vita, ancor prima che alla sua.
Una sera, le avevo raccontato la favola di Febo, il cane raccolto sporco e latrante tra i rifiuti, in un piccolissimo paese dall'altra parte del mondo: il ~mio~ paese, cullato dalle acque chiare del Mediterraneo. Le avevo spiegato che Febo era il nome di un bellissimo dio di un popolo antico e meraviglioso, che all'inizio del Tempo si era stabilito proprio lì, nel cuore assolato del mio paese. E Febo Apollo, il Dio Raggiante, era forte e lucente come il Sole.
Dopo avermi ascoltata a lungo, assorta in una specie di contemplazione di tutte le immagini che le sfilavano davanti agli occhi, aveva preso un foglio dalla scrivania e con la matita aveva tracciato uno scarabocchio di sole incerto, sorridendo della mia emozione. Poi, lentamente, gli aveva disegnato accanto una stellina. Sembrava felice, mentre ammirava il suo capolavoro.
"E' molto bella, sai, la tua stellina" le avevo sussurrato. E lei aveva cominciato a ritagliarne il contorno, poi se l'era appuntata all'altezza del cuore, con un fermaglietto di metallo.
"Sei ~tu~, questa bella stellina?"
Lei aveva annuito.
"~Estrella...~" le avevo allora ripetuto lentamente, in spagnolo. Wara sorrideva. Sul dizionario aymara che Marc si era procurato leggemmo ad alta voce la traduzione nell'idioma andino. Allora, per la prima volta, Wara sussultò, sgranando gli occhi in un improvviso lago di paura: era il ~suo nome~, che riemergeva dagli abissi del silenzio. Stella, Estrella, ~Wara~...
Fu così che quella indio dagli occhi di un muschio bruno divenne Wara, piccola stella della Cordigliera orgogliosa del destino che si era scelta: di una madre che veniva da un piccolissimo paese dall'altra parte del mondo, popolato di dei meravigliosi; di un padre che le sorrideva parlandole in una lingua piena di "erre" scoppiettanti, la cui eco rimaneva poi a cullarla a lungo nella stanza; di un grande cane-dio che dormiva ai piedi del suo letto per difenderla da tutte le ombre della notte; di un minuscolo gatto senza nome accoccolato nell'involto caldo e profumato del suo pigiamino a pois.
E amava i sassi, Wara: ne raccoglieva dappertutto, a decine, a centinaia, una preziosa collezione di minuscole lacrime di roccia. Le disponeva in accurate spirali sul pavimento della sua stanza, e da lì, dolcemente, le lasciava poi invadere la casa. Un lungo serpente di sassi colorati, profondamente addormentato nelle sue spirali di silenzio.

Poi un giorno che la pioggia batteva fitta ai vetri e Wara scottava, pallida, di febbre, il dottore ci disse che era tifo e che la bimba era troppo debole per farcela.
Durò poco, la sua agonia; nemmeno il tempo di lasciarci preparare, di lasciare alla rassegnazione il modo di placare il cuore in pietra dura del dolore.
Quella notte Wara aprì gli occhi un breve istante e ci guardò, sfinita. E mentre la Montagna ruggiva - muggiva e ringhiava, a precipizio sulla valle - capimmo che era arrivato il momento di lasciarla andare: di lasciarla ritornare a casa, tra i suoi fratelli aymara che planavano, aquile e condor della Cordigliera. In alto, sulle piste degli Incas; più in alto, sui picchi assolati; sempre più in alto, sui ghiacciai perenni dell'Illampu e dell'Illimani; e ancora di più, in quel cielo spettrale in cui ogni notte ardeva un impietoso sacrificio di stelle...

~Addio, Wara, addio piccola stella: va' pure a casa. Ma quando poi vorrai tornare, basterà che cigoli alla porta, a notte; che soffi piano in un alito di vento, in uno stridio d'aquila in picchiata, in un latrato lungo, che viene da lontano - e ti faremo entrare.~

Così Wara se ne andò leggera, sulla punta dei suoi piedini scalzi, con il passo felpato e altero della dolcissima vigogna. Ci lasciò un serpente di sassi colorati che si snodava lento per la casa, e un gatto senza nome, addormentato in un ~aguayo~ andino.

Seguirono poi mesi senza storia: la serpe dell'oblio che mi ha portata qui. Marc E' gentile e dice che presto guarirò. Ma io mi sento frastornata quando le ombre cominciano a danzare intorno al letto, e il flauto andino stride, quando le voci delle cose mi parlano all'unisono.
E poi... e poi c'E' la Montagna... che questa notte si E' rimessa a ringhiare.

~(E tu, cosa mi gridi dentro, Wara? Cosa vuoi dirmi con quei tuoi sguardi scuri che mi assordano i pensieri? Non la senti, la Montagna, come chiama? Lasciamo che si calmi, piccola indiana, lasciamo che si plachi la sua ira. Non far rumore, stella di Tiwanaku, non sussurrare niente questa notte che il vento soffia forte ed io sento la paura che ritorna... Adesso chiudi gli occhi e resta qui in silenzio, nascosta dentro me. Vedrai che se ne andrà questo terrore antico, vedrai che tornerà la luce, Febo il Raggiante: e allora tutti gli altri dei si sveglieranno e canteranno insieme la ninnananna che ci addormenterà.)~

Questa notte la Montagna ringhiava.
Ringhiava e muggiva.
L'ho sentita con chiarezza. Ero sveglia. L'attendevo.



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