FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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VUOTO

Saverio Moonchild Costanzo




Vuoto.

Il castello s'ergeva davanti a me, come un enorme drago dalle mille teste. Ogni torre era una dei poderosi colli di quella bestia immonda, le guglie erano le corna che adornavano le sue mille teste e i merli che sovrastavano le mura erano orribili creste lungo la schiena poderosa. Ogni finestra era un orribile occhio nero.
Il castello-drago stava li, immobile, scrutandomi dall'alto, riempiendo con la sua mole l'intera vallata, nell'attesa di una mia mossa.
Il momento era giunto. Alzai la spada verso il cielo. Era un'arma enorme, con l'impugnatura ricoperta d'oro e tempestata di gemme preziose. La lama era lucida come il platino più puro e sembrava quasi emettere luce propria, talmente splendeva ai raggi del sole primaverile.
- Kronos, esci dalla tua tana. Il tuo destino è qui ad attenderti! - urlai. Quelle frasi ad effetto mi venivano sempre cosi spontanee.
Dall'interno del castello provenne un urlo di rabbia disumano. La terra tremò sotto i miei piedi per lo sdegno e l'ira del Signore del Castello-Drago. Mille fulmini solcarono il cielo. Uno spettacolo impressionante.
Ciò nonostante io sapevo fare di più. Dopotutto possedevo Conturia, la spada del Dio Demone.
- Non temo la tua ira, Signore Nero. Abbatterò quelle maledette torri e ti verrò a stanare fino in fondo all'inferno, se sarà necessario. Avrò la tua testa.
Carica dell'energia che il mio ardore e la mia determinazione le infondevano, Conturia balenò come se si fosse accesa con il fuoco del sole. Dal cielo caddero come pioggia terribili lampi che confluirono sulla punta della spada. Dal suolo intorno a me sprizzarono fiamme. E l'urlo assordante della natura dilaniata da forze divine si diffuse raggelante nell'aria, un attimo prima immobile, ora squassata da un vento impazzito.
Con tutte le mie energie ed il mio odio, mossi un fendente verso il castello. Tutta la potenza di Conturia si scatenò su di esso. La fortezza del Signore Nero fu spazzata in un attimo e dell'enorme dragone che m'era parsa la sua dimora, non rimasero che rovine fumanti.
Il Signore Nero si polverizzò letteralmente.
- Amen - dissi rinfoderando la spada.

Vuoto.
Vuoto.

Claude era una donna meravigliosa. Il suo corpo sembrava generato dall'amore tra la madre terra ed il dio mare. Avvinghiata nell'abbraccio tenero ma forte ed appassionato del mare, la terra s'era sentita affogare nel suo ardore, aveva sentito il corpo di lui sbattere con dolce violenza sul suo, il suo respiro fresco sulla pelle ed il suo gemito di piacere accompagnato dal canto dei gabbiani erano stati come musica per le sue orecchie. Poi, esausta, s'era abbandonata alle carezze delle sue onde che come centinaia, migliaia, anche milioni di mani, le scorrevano sulla pelle, in alcuni punti soda come gli scogli, in altri tenera come la sabbia. Da quell'amplesso era stata generata Claude.
Rimasi ad ammirarla estasiato. La bellezza è come una rosa che sboccia: occorre goderla mentre i suoi petali s'allargano davanti a te scoprendo il loro segreto più intimo: altri petali freschi e luminosi. Quando essa appassisce ne resta solo il ricordo ed un ramo secco. Per questo mi soffermavo ad assaporare la vista di lei e quasi ne percepivo l'essenza: quel profumo di donna che sembrava il mitico odore del frutto di loto, che rapisce e annebbia la mente, dando la pace eterna.
Il suo vestito scivolò sul pavimento scoprendo le curve perfette, il seno delicato, i fianchi levigati. Tutto nella sua esile figura ricordava le origini regali, figlia del mare e della terra. Pensai che nel cielo tutte le dee siano impallidite. Ma io non mi preoccupavo d'attirare su di me il loro odio: volevo gridare al cielo la sua bellezza.
Lei mi rivolse i suoi occhi che sembravano pezzi di foresta boreale, con la luce del sole che spuntava tra le foglie ed i rigogliosi tronchi d'abeti e pini. E sentii la parte più straordinaria della sua bellezza colpirmi come un'onda generata da suo padre, il mare. La parte che più la rendeva meravigliosa: il suo intenso sapere di essere. La sua consapevolezza d'avere dentro quell'umanità che solo la natura selvatica della terra e la forza del mare e la luce delle stelle ed il gelo del cielo di notte possono dare. Quel guscio che mi stava innanzi, quel meraviglioso involucro, era pieno del dolce sapore del pensiero. Ciò non abbonda spesso nei corpi umani. E per ciò, per la sua rarità, la rendeva una gemma ancora più preziosa.
Mi si avvicinò e sembrò non avesse mosso passo alcuno ma si fosse materializzata come fumo d'incenso accanto al mio corpo. La avvinghiai tra le mie braccia e lei scivolò sotto di me. Per un attimo mi sentii io stesso il mare che copre con il suo corpo la terra sua amante. Corsi ad esplorarne le meravigliose piantagioni, i laghi profondi dei suoi occhi, le dolci colline dei suoi seni, le sue braccia esili eppur capaci di stringermi in un infuocato abbraccio, le sue dita sottili come fili d'erba, capaci di accarezzare quest'acqua in cui m'ero trasformato rendendola più dura dell'acciaio. Quelle dita danzarono sul mio corpo traendone suoni che nessuno strumento, seppur divino, poteva riprodurre. Lei suonò come neppure il dio Pan poteva. Poi le parti s'invertirono e lei fu lo strumento ed io il musicista e la melodia che trassi dalle sue labbra innalzò ancora di più le onde del mare che ero.
Discesi nella morbida pianura del suo ventre, la culla della vita, soffermandomi sull'ombelico, il centro dell'universo, il nucleo della vita stessa.
Poi entrai titubante nella sua foresta e lì, tra la dolce fragranza della sua essenza, con i sensi che volavano verso orizzonti mai raggiunti, con mille pensieri impazziti in testa, con il fuoco che s'avventava sul tronco dell'albero più alto infiammandolo fino alla cima, unii il mare alla terra, la sabbia alla roccia, il fuoco all'acqua. E ciò durò mille anni, un secondo, un'eternità... mai.
Ogni volta è cosi, mia dolce Claude. Finché le stelle non smetteranno di brillare nella notte ed il vento di cantare le lodi della natura ed il mare di baciare la terra e la terra di respirare e tu ed io di pensare, fino allora sarà eternità.

Vuoto.
Vuoto.
Vuoto.

Vuoto.
Vuoto.
Vuoto.
Vuoto.

Questo buio è la pazzia che assedia la mia mente.
Queste stelle eterne sono esse stesse parte della mia follia. Il castello-drago è la realtà. L'amore con Claude è la realtà.
Devo rimettere i sogni al loro posto. Devo ricordarmi che questo vuoto infinito che mi circonda è solo un incubo ricorrente. Devo assolutamente svegliarmi. Devo tornare al mio mondo ed abbattere altri castelli e sconfiggere i loro signori malvagi. Devo tornare ad amare Claude. Abbiamo un'eternità da trascorrere insieme, lei ed io.
Questo cosmo vuoto e quelle stelle che ammiccano malvagie sono solo un brutto sogno. Solo un sogno. No, non sono pazzo: per svegliarmi devo solo staccare questo maledetto casco che porto in testa. Sono mesi che cerco di farlo, forse anni... o giorni, o...
Devo toglierlo, tornare a respirare l'aria fresca del mattino e convincermi che questa sensazione di galleggiare senza peso nel vuoto più assoluto è solo un incubo terribile. Come quello che feci alcuni giorni fa (o mesi... o anni...) quando sognai lo Shuttle allontanarsi da me dopo la rottura del cavo d'ancoraggio ed io perdermi nello spazio.
Solo incubi.
Mi risveglierò come sempre tra le braccia di Claude, lei mi sorriderà ed io la bacerò. Poi forse faremo l'amore. Dovrò anche andare da un medico e parlargli del mio incubo ricorrente. Chiedergli perché, sia mentre amo Claude sia quando uccido il Signore Nero, mi capita di addormentarmi e sognare il vuoto e le stelle. Sempre lo stesso sogno, sempre uguale...
Ma per farlo devo aprire questo casco... togliere la sicura, infischiarmene del sistema d'allarme che squilla nella cuffia... girare la manopola... ecco...

- Niente - disse il radarista scuotendo la testa, sconsolato. - Non riesco a trovarlo.
Il capitano annuì tristemente. - Sono passati già due giorni da quando il tenente si è disperso. In due giorni la fuori, nel vuoto, la mente umana perde completamente il senso della realtà. Anche se lo trovassimo la sua mente probabilmente non si riprenderebbe mai più dallo shock. Nel vuoto siderale si perde completamente la cognizione del tempo. Per lui potrebbero essere passati anni...
- E' probabile si sia dato la morte - affermò l'ufficiale medico. - Sapere di essere dispersi nello spazio senza possibilità alcuna di tornare indietro... soli, con un generatore d'ossigeno pressoché inesauribile, un sistema di produzione di sostanze vitali sufficiente a sopravvivere per oltre cinquant'anni... nessuna speranza di tornare, né di morire per cause naturali ed intorno solo il vuoto e le stelle, immobili... sicuramente sì è tolto la vita.
- Nessuno potrebbe dargli torto se l'avesse fatto - disse il timoniere.
Il capitano notò che l'ufficiale stava piangendo. Tutti quanti loro erano molto scossi. Eppure avevano fatto di tutto. Avevano scandagliato lo spazio in tutte le direzioni. Probabilmente l'esplosione che aveva rotto il cavo d'ancoraggio che teneva il tenente legato allo Shuttle aveva scaraventato il pover'uomo più lontano di quanto credevano.
Purtroppo ora l'autonomia della navicella spaziale stava esaurendosi e loro dovevano rientrare sulla terra o avrebbero fatto tutti la stessa fine del loro collega.
- Mi dispiace - disse con voce sommessa. - dobbiamo tornare.
Gli altri annuirono lentamente.
- Timoniere, barra a babordo. Riportaci a casa.



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