FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LE VOCI

Giuseppe Sansò




Il ragazzo scese dal treno presso la piccola stazione di Marcellinara, tanto piccola e lontana da un centro abitato da sembrare inventata solo per accedere alla modesta osteria situata li appresso: un pergolato, una porticina bassa e stretta ed i fiori alla finestra. La decisione fuori dal programma (quello del campeggio, già avventuroso, sulla costiera di Capo Colonna, in Calabria) di fermarsi in quella località era stata molto sofferta. Ancora pochi minuti prima, davanti allo sportello, dubitava fosse il caso di chiedere troppo ad una favola. Poi, affidando la decisione ad una sorta di pilota automatico, quello che ti dice smettila di pensare, annulla per un attimo i sensi, la percezione, vai! scese i gradini del treno constatando definitivamente che il posto era vero, esisteva e lui si apprestava a confrontare le immagini che i racconti avevano formato nella sua mente con la realtà. Stava per visitare la collina intorno alla quale era il paese e, in cima in cima, la casa, la grande casa della felice giovinezza di suo padre.
Dietro al bancone della bottega un ragazzone gioviale lo accolse come un viaggiatore consuetamente atteso e allegramente gli impose il ristoro con un gigantesco pane e formaggio accompagnato da una misura inesauribile di vino locale, sicuro che avrebbe consumato tutto. Come altre cose che il Nord ignora e che anche il ragazzo non sapeva, avendo vissuto lassù tutti i suoi diciotto anni, accadeva che l'oste conoscesse, più per la consuetudine all'accettazione dei fatti anche inattesi della vita che per reale chiaroveggenza, i motivi ed il seguito di quella visita e perciò ritenesse, con semplicità, di doverlo rifornire nel corpo e con l'allegria nello spirito, affinché potesse proseguire con buona sorte il suo viaggio. E difatti nulla rimase nel piatto e nella brocca con la soddisfazione dell'ospite, del ragazzo e di tutti gli astanti curiosamente partecipi di quella cerimonia.
La strada risaliva assolata i fianchi della collina addolcita da anse ed aggraziata dai rossi, dai rosa e dai bianchi dei curati oleandri che, come in un viale privato, ne seguivano entrambi i cigli. Su una delle ordinate piane sorrette da bassi muri di pietra a secco un vecchio in compagnia del suo mulo osservava la fioritura degli olivi e la promessa di un buon raccolto. L'erba era gialla e risaltava l'azzurro del cielo di una giornata limpida e non afosa. Sarebbe stato difficile, in una scena così arcadica e, per sua natura serena ed immutabile, immaginare la vita come il succedersi fatale di fortune e sventure, come l'inesorabile scoprirsi delle carte di Leonardo Sciascia nelle sue siciliane cronache scolastiche "~Tutto mi sembra affidato ad un fragile gioco; qualcuno ha scoperto una carta, ed era per mio padre, per me, la buona; la carta che ci voleva. Tutto affidato alla carta che si scopre.~" Ma era proprio questo il motivo di quella pur inconsapevole visita: capire da dove la sorte avesse decretato la carta bassa, dove l'inizio della sciagura per cui, poi la guerra, aveva straziato tre fratelli e una madre disperata in meno di un anno. E venti anni dopo quel giovane padre la cui ricchezza da lasciare ai figli consisteva solo nel ricordo di quegli anni lontani, di quei luoghi, di quella casa sulla collina.
Il paese saliva, come la via d'accesso, lungo una stradina acciottolata. Sul lato destro di questa la sosta di una piccola, raccolta chiesa dalle forme romaniche. Il ragazzo rivide la gente del ricordo paterno raccolta dentro. Davanti i notabili con le figlie guardate a vista e la stessa guardia regia, ma solo per ufficio, attenta all'ordine anche in quel luogo di culto. E poi gli inevitabili sguardi almeno per curiosità e le silenziose promesse e i tumulti del cuore che da essi nascevano in un disegno appena sfiorato di trasgressione sociale, di fuga. Per molte, oziose dinastie la cui progenie aveva conosciuto il decadimento e la debolezza genetica pur di assicurarsi la conservazione del ceto, era questo l'unico evento salvifico formalmente osteggiato ma sostanzialmente accettato e ritualizzato secondo regole che, per compenso, imponevano il prezzo di rinunce patrimoniali.
Intorno, come comparse di una scena d'altri tempi, uomini in giacca di velluto e il fucile da caccia a tracolla, anziane donne dal largo vestito nero bordato di rosso ed il cesto in equilibrio sul capo, molti bambini vocianti. Regnava la quiete immutabile dei luoghi, come quelli che circondano le mete dei pellegrinaggi, raramente toccati dal clamore, dalle rivolte e dalle lotte. Sul lato sinistro il "bar", ombelico del paese e stazione di collegamento col resto del mondo attraverso l'unico televisore da cui, era il 1968, arrivavano incomprensibili e straniere le notizie dei moti studenteschi.
Proseguire oltre la strettoia tra la chiesa e l'edificio del locale pubblico sarebbe stato come entrare nell'intimità protetta del paese o, meglio, di quella parte privilegiata che un tempo, in cambio della mezzadria delle terre, del farsi oggetto delle favole del paese e del carico di rappresentanza presso gli altri signori terrieri, chiedeva di essere l'ultima a doversi difendere da assalti e scorrerie opportunamente assestata, appunto, in cima alla collina.
Perciò il ragazzo entrò nel bar ben sapendo che nonostante la sua ovvia richiesta di una bevanda, la sua presenza sarebbe apparsa misteriosa e subito bisognosa di una concreta spiegazione. La donna che gli porse il bicchiere, come il ragazzo dell'osteria, non fece domande: la Calabria è terra di madri, generatrici e ~sapienti~, silenziose custodi della vita; ma quando egli chiese dove fosse la casa dei Gariani perché voleva visitare il luogo in cui suo padre era nato, ella proruppe nella domanda che immediatamente lo fece parente, lo accolse in quella sconosciuta terra come un esule ritornato, gli strinse intorno l'intero paese: -chi sei, figlio mio?- ed egli raccontò, sciolse il mutismo della sua modesta missione nella gioia di una improvvisa confidenza, riportò il tempo dalla favola ottocentesca agli anni trenta della giovinezza della donna in cui il suo proprio padre fu ricordato adolescente, gli zii giovanotti, e tali molti degli attuali abitanti. E con le lacrime commosse per chi si è ricordato, per chi è tornato, scostando le tendine dalla porta -Peppino, NIcolino, Luigi!- chiamò la donna -guardate chi è venuto, guardate chi c'è!- Nomi noti, nomi familiari, nomi ~redivivi~ e gli uomini con la giacca di velluto gli furono intorno e poi tanti bambini e le donne con gli abiti neri alle finestre e tutta quella gente delle processioni lungo le fiumare delle devozioni antiche, delle credenze misteriose di cui suo padre sorrideva, nei racconti. Un gruppo di bambini lo sospinse lungo la salita, come in un gioco, superò la strettoia, qualcuno gli indicò il balconcino di una casa bassa dove sua nonna, esclusa dalla proprietà aveva provvisoriamente abitato (se la immaginò, vestita con abiti sobri e statuaria, incutere rispetto agli estranei e suggerire protezione ai figli ma in sé timorosa ed insicura) poi, dove la strada finiva, solo un edificio rimaneva contro il cielo e finalmente, fuori dai sogni, la casa.
Un alto muro sulla sinistra delimitava la proprietà ed un grande portale a forma di arco lo attraversava. Il portone era aperto e sulla parete laterale della casa si scorgeva, protetta da un tettuccio, una grossa campanella; una scala di pietra o, forse, di marmo portava direttamente al piano soprastante. Difatti lungo tutta la lunghezza della costruzione che sembrava di una trentina di metri per dieci, un porticato faceva supporre che il piano più basso fosse un tempo adibito a deposito, stalla e magazzini. Un tempo, perché allora la casa appariva disabitata, inutilizzata e probabilmente anche in stato di abbandono. Sopra al porticato un lungo terrazzo serviva gli ambienti del primo piano mentre il secondo ed ultimo piano aveva finestre basse, come per una ridotta altezza delle stanze sottotetto. Il ragazzo rimase sorpreso per le dimensioni che aveva immaginato maggiori. Tuttavia, pensò, nel ricordo lui e suo padre l'avevano vissuta entrambi bambini e perciò ingrandita per quell'uso infantile di rapportare gli oggetti e le forme alle proprie dimensioni. Dentro quelle mura si erano svolte tutte le storie, domestiche e curiose ma nei racconti dei racconti leggendarie e dinastiche, che gli erano state narrate perché conservasse almeno il fondo immateriale di un'identità. E con questa non l'arroganza della diversità ma quel piccolo orgoglio necessario a sopportare la fatica di risollevarsi, l'attesa della carta buona della vita. Artifici, illusioni, pretesti o intime e celate presunzioni, ma quando è rassicurante constatare che qualcuno sta peggio di te, dove è finito il mondo, dove la civiltà, dove l'umanità? e non è meglio saper piangere disperatamente, e urlare, urlare, urlare, e poi reagire, respingere la mala sorte, ribellarsi al destino?
Percorse brevemente il porticato, pesanti porte ad arco chiudevano la bianca parete a distanze regolari. Gli dissero che non contenevano nulla di speciale, gli stanzoni interni erano praticamente vuoti; uno o due di questi erano utilizzati saltuariamente come ricovero per qualche animale.
La sua famiglia paterna non aveva reagito. Quattro ragazzi, una ragazza e la madre infelice per quel suo uomo in America seppure dispensatore di benessere e sicurezza. Innecessario il lavoro dei figli, vergognoso imparare un mestiere col disonore delle mani abili e callose. Riprovevole perfino la curiosità per quelle botteghe operose che odoravano della linfa del legno, dell'ossido dei metalli e fortificavano il corpo. E così, poi, la bufera insopportabile della guerra, la necessità economica, le partenze e i ritorni debilitati e tragici: ventidue, ventiquattro, ventotto anni nel vento, la fine.
Spinse un portoncino per curiosare all'interno -entra, entra tanto non c'è nulla, nessuno dice nulla!- era tenuto appena da un filo di ferro. Lo spalancò affinché entrasse luce. Un baule, vecchi libri di liceo, ingrandimenti fotografici ingialliti ed irriconoscibili in un angolo del pavimento. Estranei, storia di dopo.
Lungo il muro c'era un mucchietto di paglia ed un vecchio materasso che perdeva crine da una ferita.
Un altro portone malamente socchiuso, all'interno una sgangherata credenza e una scaletta di pietra lungo la parete. Come se lui solo ne avesse diritto il ragazzo entra mentre restano fuori, in attesa, i bambini.
Quale novità un giovanotto con lo zaino e i ~blue-jeans!~ Andranno molto più in là. Autostrada, ricostruzioni, asfalto ed intonaci, persino la chiesetta, tutta impropriamente immacolata e pronta per la sagra di qualcosa: ma anche questo non è reagire, è conformarsi, seguire gli inesorabili cambiamenti, assecondarli per poi morire. Di un'altra morte ma morire perché così vuole la storia decisa altrove. Perché il Sud non è luogo di ribellioni, solo di moti, solo di malessere taciuto ed ignaro.
Il ragazzo avrebbe voluto visitare i piani superiori ma senza i proprietari (parenti sconosciuti che vivevano altrove, come aveva saputo nel paese) evidentemente non era possibile. Però salì qualche gradino della scaletta, nella penombra. La porta era chiusa e non c'era neppure traccia di una serratura, una maniglia. Dietro a quella le stanze, il pavimento, i corridoi attraverso i quali aveva corso suo padre con i suoi fratelli. Gli parve di sentirne i rumori, i passi, le voci. Accostò l'orecchio alla porta ruvida, concreta, reale diaframma tra sé ed il passato.
"Nicolino, guarda tuo fratello!" -uno scalpiccio- "Reré! se ti prendo!" - "Ma era Rosina che doveva badargli!" -silenzio- "Rosina, Rosina! Pantaleone!". "Mamma sto studiando, lasciatemi un po' in pace!". "Ma è pronto! avanti venite tutti, qualcuno chiami Nicolino da fuori! ci fosse qui vostro padre!".
Rivolse lo sguardo verso il buio della stanza e sull'entrata. Vide controluce i bambini che lo osservavano silenziosi, come in attesa. Riportò l'orecchio alla porta, nella speranza di udire ancora.
C'era calma, un rumore quieto ed indistinto di stoviglie riposte, poi passi lievi attraverso i corridoi, tra le stanze: per ognuna di queste, piccole parole sussurrate all'orecchio, un bacio, poi più nulla. Stette ancora, poi si voltò verso i bambini che ora lo guardavano interrogativamente. Discendendo le scale verso di loro e guardandoli a sua volta, scosse dolcemente il capo. I più piccini gli presero le mani e tutti lo trascinarono correndo giù, verso il paese: -dormono! dormono! dormono!- gridavano allegramente.



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