FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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VITO

Matteo Galliazzo




Sei al volante di una macchina con la guida a destra. La fila di auto davanti a te è allineata sulle corsie di sinistra. Le targhe hanno caratteri strani, alcuni sono simili a quelli dell'alfabeto cirillico. Anche le insegne dei negozi, anche le indicazioni stradali. Osservi la tua mano mentre suona ripetutamente il clakson. E con l'altra mano fai dei gesti fuori dal finestrino. Nonostante questo nessuno si muove. Si sente una sirena che si avvicina, una vettura bianca con davanti la scritta Ambulanza passa nella corsia di fianco alla tua. Subito ti inserisci anche tu nella stessa corsia e la insegui, sfruttando il varco che si crea davanti a lei. Poi l'ambulanza svolta, e invece pare che tu debba andare dritto. Ti infili nella corsia degli autobus oltrepassando i cordoli in rilievo. Stai quasi per investire una vecchietta scesa di un passo dal marciapiede. Strombazzi col clakson, le gridi Troia. Poi c'è un semaforo, e mentre aspetti che scatti il verde ti guardi nel retrovisore. Stai sorridendo trionfante. Non puoi fare a meno di pensare Faccia da stronzo. Con un gesto che non condividi per niente ti sistemi i capelli continuando a sorridere e controlli il nodo della cravatta.

Hai accostato sulla sinistra, nello spazio giallo riservato alla fermata degli autobus, e sei entrato in un negozio, una farmacia.... piuttosto affollata. Ti inserisci a forza tra una commessa col camice bianco e un signore anziano. Chiedi a voce medioalta dove sono i preservativi. La commessa col camice bianco ti indica un piccolo scaffale appoggiato sul banco, dall'altra parte. Ti fai largo a spintoni. Dal riflesso di una porta a vetri noti che hai un sorriso malizioso. Soppesi tutte le scatole nel piccolo scaffale. Poi prendi una confezione, la più grande. Ti muovi tra la gente davanti al banco, per andare verso la cassa. Tieni la scatola in alto, in maniera che sia ben visibile a tutti. Ci giocherelli, mentre aspetti davanti al registratore di cassa. La commessa arriva, batte lo scontrino, fa per incartarla, senti te stesso dire Non importa, non importa, lasci. Dietro di lei c'è uno specchio e ci vedi il tuo sorriso sempre più carico di sottintesi. La commessa ti guarda, sorride anche lei più o meno nello stesso modo, e ti augura una buona serata. Oh, lo sarà, le conferma la tua voce.

Stai aspettando davanti a un portone. Sulla sinistra c'è il citofono, ma tu tiri fuori dalla fondina un telefonino. Sulla tastiera caratteri strani, le uniche cifre comprensibili sono l'otto e lo zero. Ma le tue dita si muovono sicure e compongono rapidamente una sequenza di tasti. Ti risponde lei. Dice che scenderà in un attimo. Controlli il tuo riflesso sul vetro del portone, ti sistemi la giacca come si deve. Sette minuti dopo vedi la porta dell'ascensore che si apre, e lei che esce. Ciao, fa. Ciao, fai tu. Mentre scende i sei scalini del portone consideri il suo abbigliamento. Minigonna, calze scure, scarpe che immediatamente trovi orrende. Una giacca di pelle con delle frange, aperta davanti, e una specie di camicia, abbottonatissima sul collo, ma con un'apertura più in basso tra le due tette. Non ti sono mai piaciute le scollature di quel tipo. Nonostante questo stai già dicendo Bella camicia, sei elegantissima. Anche le scarpe, molto belle. Lei ringrazia, e fa i complimenti anche a te per il vestito. Spieghi che l'hai comprato a Londra.

Siete seduti al tavolino di un ristorante cinese. Uno specchio corre lungo tutta la parete di sinistra e raddoppia il locale piuttosto piccolo. I piatti sono riempiti con cibi dai nomi orientali. Sono i nomi, più che altro, a rendere esotici i sapori. Il vino invece è vino normale. Ogni volta che il suo bicchiere si svuota tu immediatamente le versi dell'altro vino, reggendo la bottiglia con la sinistra. Durante la cena la tua voce mantiene la conversazione su argomenti dozzinalmente afrodisiaci. Dopo qualche portata lei si alza per andare in bagno. Mentre si allontana tu osservi intorno le persone agli altri tavoli. Una buona parte degli occhi maschili è puntata su di lei, su quella porzione di corpo che va dalle ginocchia alla cintura. Una volta uscita da tutti i campi visivi l'attenzione si sposta su di te. Ti guardi allo specchio. Hai di nuovo quell'espressione trionfante che non vorresti in nessun modo avere. Le tue mani frugano in una tasca, tirano fuori la scatola comprata in farmacia. La apri, li tiri fuori tutti, li conti. Fai un giro con lo sguardo, giusto a mezza altezza, i tuoi occhi verso gli oggetti appesi alle pareti e le stampe orientali. Le facce maschili ti osservano, commentano, invidiano. Poi le tue mani rimettono dentro la scatola i preservativi e dentro la tasca la scatola. Lei torna. Prendendo spunto dalle stampe le racconti la trama dell'ultimo manga giapponese che hai visto la settimana scorsa, in casa di amici.

Adesso siete in un bar telematico. Su ogni tavolino c'è un terminale, e i terminali sono collegati tra loro. In questo modo si può comunicare tra un tavolino e l'altro, ti pare di capire. Anche le ordinazioni vengono fatte attraverso il terminale. Osservi la tastiera.... piena di caratteri dalla forma vagamente familiare, ma incomprensibili. Lettere normali sono la A, la H, la I, la O, poche altre, la V. Lei sembra non notare quei caratteri curiosi, digita rapidamente sequenze che pare abbiano un senso. Sullo schermo un cursore si sposta da destra verso sinistra, tracciando caratteri ancora più strani, corsivi. Ti chiede cosa vuoi. La tua voce digita nell'aria uno stupido doppio senso, che la fa ridere. Ridi anche tu. Poi le dici un nome di cocktail e lei lo traduce sulla tastiera.
La schermata cambia, adesso sul basso si formano come delle frasi. Poi altre frasi compaiono e spingono quelle precedenti verso la parte alta dello schermo. I tuoi occhi le seguono, il tuo sguardo le scansiona da destra verso sinistra, e ad ogni frase ridi, ridete insieme, ride anche lei più o meno contemporaneamente, e tu non sai perché, vi indicate col dito i segni raggrumati oblungamente che dovrebbero essere parole, le indicate e ridete a crepapelle. Guardate intorno, gli altri tavoli, anche le altre persone ridono indicando gli schermi, anche loro ogni tanto si guardano intorno e ti guardano interrogativi, come chiedendoti Tu quale frase hai scritto. Torni a guardare lei, le suggerisci una risposta o un commento e lei lo batte sulla tastiera, e mentre lo fa ride con le lacrime agli occhi. Istantaneamente la frase compare anche su tutti altri gli schermi, tutte le risate si sincronizzano insieme e diventano una sola.

La tua camera da letto. Ti sei spogliato con gesti non tuoi, accompagnando i gesti con parole non tue, sottolineando le parole con espressioni del viso non tue. Mentre lo facevi anche lei si spogliava davanti a te, come se tutto fosse un riflesso. Vi siete buttati nel letto completamente nudi e avete cominciato a baciarvi, rotolando l'uno sull'altro. Lo specchio sul soffitto restituiva te stesso alla tua vista, e potevi vederti preso da una passione che non provavi minimamente. Poi lei ha cercato con una mano la scatola dei preservativi che avevi appoggiato sul comodino. Ne ha tirato fuori uno. Ha fatto per aprirlo, poi ti ha guardato tra le gambe e l'ha appoggiato sulla sponda del letto. Poi hai potuto vedere lei che con varie tecniche orali imparate chissà dove cercava di ridare vita al tuo sesso.
Adesso sei in bagno. Lo specchio sulla parete ti mostra agitatissimo, mentre cerchi freneticamente sotto un mobile quelle riviste pornografiche nascoste lì da tempo. Le sfogli freneticamente e tra una pagina e l'altra lo guardi, lo tocchi, lo manipoli, cercando un modo perché stia in piedi, dritto. Giri le pagine a tre alla volta, poi butti via la rivista, ti accucci sotto il mobile, ne cerchi delle altre. Ti guardi allo specchio di nuovo e la tua faccia è disperata. Senti dei passi di là, non passi scalzi ma rumore di tacchi. Esci dal bagno. Si è rivestita. Dai, non fa niente, ti dice, non prendertela.... stata una serata divertente, comunque. Tenti di convincerla a restare, la trattieni, dici Proviamo di nuovo, dai. Magari una sera di queste, fa lei, ora vado. La vedi che va verso la porta. La apre. La attraversa. La chiude. Il rumore dell'ascensore chiamata, della porta dell'ascensore che si apre, che si chiude, dell'ascensore che va giù.

Mentre la vasca da bagno si riempie tu ascolti la radio. C'è Buscaglione che sta cantando Sono il dritto di Chicago Sugar Bing, Deputato del distretto di Sing Sing, Quando vedo una ragazza, quella lì diventa pazza, Perché Sugar tiene il fascino latin. Entri nella vasca e ti distendi. Lasci che il tuo corpo venga nutrito dal calore dall'acqua. Stai piangendo. Eppure non sei per niente triste per quello che è successo. Ti sollevi leggermente, ti guardi allo specchio. Stai piangendo come un bambino, davvero. Una mano tua esce dall'acqua, prende la radio. Un'ondata di panico sale dentro il tuo corpo. La paura, il terrore, appena capisci quello che stai per fare. Eppure tu non vuoi morire. Per una cosa così, poi. Chi è quello stronzo che si suicida solo perché una sera ha fatto cilecca. Non vuoi morire. Tutto lo spazio che c'è nella tua mente si è riempito di un enorme NO! Eppure nessun NO risuona nella stanza, solo un tenue sfrigolio e poi qualche scoppio. Solo questo, nessun NO, mentre con la coda dell'occhio vedi a tratti nello specchio il corpo preso dalle convulsioni, dai brividi provocati dalla corrente di gelo. Solo questo, nessun NO, prima che tutto si sfumi nel bianco e nero finale, e tu fai ancora in tempo a guardare un'ultima volta là nello specchio quella faccia. Faccia da stronzo.
Mi dispiace, OTIV, ma quello vero era lui.



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