FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LETTERA APERTA A HARRY WALD

Massimilano Griner




H.W. è l'autore del racconto "Questione di coscienza", apparso su Fabula BBS e scritto il 3 aprile 1995.


Caro Harry,
in primo luogo voglio ringraziarti per l'opportunità che mi hai dato di leggere il tuo racconto, che mi ha dato l'occasione di ripensare a cose di una certa importanza. Deliberatamente, non entrerò nel merito della forma letteraria, del tuo stile, non solo perché mi ritengo inadeguato a pronunciare un giudizio estetico, ma perché credo fermamente - per ragioni che sarebbe fuori luogo enunciare in questo mio intervento - che il valore estetico di un qualsiasi frutto della creatività umana non sia univoco, identico per ogni membro del pubblico, oggettivabile. E che, di conseguenza, le pretese dei critici di mestiere di essere depositari del giusto giudizio siano infondate. L'arte non si misura a gradi, o a soglie - questo è dentro, questo è fuori - forse non si misura in alcun modo. Ma non voglio perdere il tracciato che mi sono proposto di seguire. Il mio interesse per il tuo racconto, dunque, è eminentemente intellettuale. Sono le idee, in quello che hai scritto, che hanno destato il mio interesse, e mi hanno spinto a risponderti. Lascio ad altri decidere se il tuo sia un bel racconto, o se valga la pena di ripubblicarlo, perché smerciabile - due cose che sono spesso, non casualmente, unite.
In primo luogo voglio fare alcune osservazioni in merito a quello che hai scritto, e domandarti ragione di alcune cose che hai asseverato come vere, seppure all'interno del quadro di un racconto fantapolitico. Credo di non averti frainteso ritenendo che l'aspetto dell'invenzione fantastica consista nel Raggio X, nelle persone e nei colloqui del colonnello sovietico e dell'agente dell'M15, etc., mentre i riferimenti allo sfondo storico e politico siano da prendere come riferimenti a fatti reali, anche se rivisti alla luce della tua interpretazione fantastica.
Per spiegarmi meglio citerò una serie di punti in cui mi sono trovato in disaccordo con quanto scrivi. Sarebbe del tutto fuori luogo se io osservassi, per esempio, che l'idea del diamante artificiale è implausibile. Accetto disciplinatamente il quadro inventivo da te disegnato. Ma prendiamo le affermazioni che attengono alla realtà, e non alla invenzione fantastica che per natura è insindacabile.
Tra le conseguenze del possesso del Raggio X da parte del governo degli Stati Uniti, che annoveri, compaiono anche: "le rivoluzioni sanguinose nei paesi satellite... e quella vecchia storia dell'attacco all'Iraq a negoziati quasi conclusi, con l'URSS che non aveva fatto una piega nonostante l'insulto americano fosse di evidenza internazionale". Per quello che riguarda le cosiddette "rivoluzioni" con cui i paesi satellite si sarebbero liberate dal giogo sovietico, sappiamo ormai che, se mai si siano potute definire rivoluzioni, furono molto meno sanguinose di come apparvero, ingigantite dai mass-media occidentali (in proposito si può vedere quanto scrive acutamente Claudio Fracassi del finto massacro di Timisoara seguito alla caduta del regime di Ceausescu, in Fracassi, 1994, cap. 1). Riguardo all'attacco all'Iraq da parte di una coalizione di forze di cui faceva parte la stessa Arabia Saudita, i cui dirigenti erano consapevoli che senza l'appoggio americano sarebbero stati il prossimo boccone di Saddam Hussein, trovo impreciso definirlo un "insulto", da qualsiasi punto di vista lo si voglia guardare. Forse, anzi sicuramente, l'attacco apparve come un insulto ai padroni dell'Iraq, che contravvenendo a norme internazionali ratificate dal loro governo e violando il riconoscimento dato al Kuwait come stato indipendente, lo invasero per impadronirsene. Non credo che l'attacco della coalizione guidata dagli Stati Uniti sia stata avvertita come un insulto da parte dei kuwaitiani, né dal governo russo, che non aveva alcun motivo superstite per ostacolare l'attacco. In tempi di guerra fredda l'URSS si sarebbe certamente opposto all'attacco per tutelare i propri interessi petroliferi nella zona e, in ultima analisi, per ostacolare una impresa militare condotta sotto l'egida della superpotenza avversaria. Ma ormai gli avversari di un tempo non erano più tali, l'URSS non esisteva più, e gli interessi reali da tutelare erano altrove. Perché dunque Gorbaciov avrebbe dovuto ostacolare l'attacco contro l'Iraq? per dare una conferma di qualcosa che non esisteva più, l'Impero Sovietico? Io temo che l'antiamericanismo ci faccia spesso dei brutti scherzi, e che noi italiani, eredi del maggior partito comunista del mondo occidentale, siamo vittime privilegiate di questa pericolosa ideologia. In fondo l'antiamericanismo è solo un aspetto del pensiero politically correct: l'America è considerata tout court l'incarnazione diabolica del militarismo imperialista, e questo resta anche quando si oppone ad una invasione, quella del Kuwait da parte dell'esercito iracheno, che palesemente viola le leggi e gli accordi internazionali, oltre agli interessi americani. Certo, gli interessi americani. Mi piace chiarire immediatamente che non credo che l'attuale ordinamento internazionale sia il migliore dei mondi possibili, e sicuramente non è neppure il meno peggio degli ordinamenti possibili. Ma l'aggressione del Kuwait da parte dell'Iraq, se anche fosse stata tollerata dalla comunità internazionale, non sarebbe stata, caro Harry, un passo verso un ordinamento mondiale più giusto ed equo. Credo, e a ciò giungo dopo molti pensamenti, che persino le stesse attività rivoluzionarie di Ernesto Che Guevara, prima nello Zaire, in Angola e poi in Bolivia, siano state pericolosamente sul filo del rasoio, sulla soglia di tramutarsi in imprese di tipo imperialistico, nonostante la nobiltà degli intenti di chi le propugnava; e dunque quale giudizio dare all'avventura di Saddam Hussein, che nemmeno si avvolgeva del manto terzomondista voluto da Castro e da Guevara, ma si richiamava a motivi di ordine nazionalistico (come se oggi il governo italiano rivendicasse il possesso della Corsica)? Io ritornerei piuttosto alle parole di Robert Hughes, che in un suo testo recente, riferendosi a Colombo e alla civiltà india - gli arabi non sono gli indios con cui oggi l'occidente fa i conti? - strappa il velo dei nostri diffusi pregiudizi politici:

"I nostri predecessori facevano di Cristoforo Colombo un eroe, quasi un santo.
Ci sono suoi monumenti da Barcellona alle Antille (...) nel 1892, per gli europei e i nordamericani Colombo era il destino manifesto in calzebrache (...) invece in un libro politically correct come The Conquest of Paradise di Kirkpatrick Sale fa di lui una specie di Hitler in caravella, rapace e pervaso da fantasie apocalittiche, che approda come un virus tra le ignare popolazioni del Nuovo Mondo (...) così i Taino di Puerto Rico diventano creature innocenti che vivono allo stato di natura in una società senza classi - come gli hippy del Vermont al tempo in cui Kirkpatrick Sale ed io eravamo giovani -, mentre in realtà amavano farsi portare in lettiga dagli schiavi..." (Hughes, 1994, p. 144).

Ancora, si dice che gli americani, usando il Raggio laser, provocano la distruzione del 70% delle colture sovietiche, provocando una "... totale dipendenza dal grano canadese e statunitense...". Questa affermazione è del tutto implausibile. Chi, ignaro della storia del nostro secolo la leggesse, sarebbe indotto a credere che l'URSS abbia avuto la piena autonomia alimentare, mentre essa, storicamente, non è mai stata raggiunta. L'URSS ha effettivamente dipeso dalle forniture di grano americano anche durante gli anni peggiori della guerra fredda, e le quantità acquisite sono sempre state talmente grandi, che non vedo miglior aggettivo per qualificare la dipendenza di grano che "totale". Ma qualcosa di ancor più implausibile ci attende.

"Swallet era un uomo ordinato senza essere ordinario (...) Nella folle selva di arrampicatori del Centro, egli costituiva una rara quanto scomoda eccezione, poiché era un uomo di idee, buon organizzatore, sincero democratico" e ancora "Swallet pensava a tutt'altro. Una specie di nuovo sbigottimento si andava trasformando in lui in livore. Nei confronti degli americani, di un popolo fratello, dei difensori della democrazia e dei diritti umani... Era davvero possibile che si fossero manovrate per anni le leve di un potere assoluto, infliggendo danni da olocausto ad altri esseri umani, senza che nessuno ne fosse venuto a conoscenza?".

Ma come? proprio in quei frangenti in cui un legittimo antiamericanismo potrebbe farsi avanti nel racconto con argomenti seri, troviamo invece l'ingenuo agente Swallet, che casca dalla nuvole e per la prima volta si accorge che gli Stati Uniti non sono, probabilmente, mai stati difensori della democrazia e dei diritti umani, né fuori dai propri confini, né entro essi. Ma che razza di agente segreto è? ma non ha mai letto Chomsky o Thomas Pynchon, o semplicemente i quotidiani? non ha mai sentito del processo a Reich, dell'incriminazione di Arthur Miller, del senatore McCarthy, della legge McCarran-Nixon, dell'assedio del Guatemala? i nomi della Corea, del Vietnam, della Cambogia, dell'Indonesia, non gli dicono niente?

"Milioni di persone che fino a ieri non si erano mai occupate di politica - osserva il colonnello del KGB - insorgerebbero contro un ricatto di così enormi proporzioni. Gli intellettuali inonderebbero la carta stampata di condanne e petizioni; le marce di protesta e le pubbliche dimostrazioni sarebbero innumerevoli. E poi, di quante unità si rafforzerebbero le organizzazioni terroristiche, con un motivo tanto valido per colpire? E quali sarebbero le conseguenze di un simile annuncio allo stesso interno degli Stati Uniti? Come la prenderebbero quelle libere coscienze rivoluzionarie che ancora sussistono nel proletariato mondiale?".

Devo dire che, senza essere inglese, mi trovo dalla parte dell'ingenuo Swallet, accusato da Ilia di sottovalutare la reazione della opinione pubblica mondiale. Innanzitutto credo che dovremmo ridimensionare l'aggettivo che segue le parole opinione pubblica: a Dodoma, Tanzanìa, ma anche a Bareassed, Alabama, nessuna opinione pubblica si è mai fatta sentire protestare contro l'imperialismo, americano o sovietico. Prendiamo l'esempio della protesta di Berkeley, che dette la stura al Mouvement californiano e universitario in generale americano: è un fatto noto per chi vuole vederlo che le proteste si radicalizzarono all'arrivo delle cartoline precetto per il Vietnam (cfr. Cavalli e Martinelli, 1969). Fino a quel momento allo studente universitario californiano medio il fatto che un suo compatriota di colore di Bareassed, Alabama, rischiasse la vita tutti i giorni in Indocina lo aveva interessato solo relativamente. Il popolo tedesco si nascose per dieci anni le persecuzioni antisemite, accettando silente che un intero popolo finisse nella voragine dell'olocausto. Il massacro di cinquecentomila comunisti indonesiani è pressoché ignorato dall'europeo medio. E se ciò non bastasse, oggi l'opinione pubblica tollera tranquillamente i lenti genocidi ai danni di popoli senza patria, come i curdi. No, Harry, temo che potremo contare veramente poco sull'opinione pubblica. In nome di essa si compiono più misfatti di quanti se ne evitino. Se questo è vero, riusciamo ancora ad immaginare masse umane che, dopo la caduta del Muro di Berlino, si mobilitano in difesa di un regime, di un sistema, di una Weltanschaung, che agli occhi dell'uomo medio ha prodotto solo scorci urbani che sembrano usciti da una guerra civile, miseria e schiavitù?

Ma veniamo al punto centrale del tuo racconto: la storia del mondo viene mistificata dall'invenzione del Raggio Micidiale: grazie ad esso "in pochi minuti l'Unione Sovietica può venire bruciata senza che si tocchi un solo metro quadrato dei territori confinanti. (...) Di fronte alle dimostrazioni pratiche di questa minaccia, Gorbaciov ha sottoscritto una resa incondizionata ed ha preso le redini di una vera e propria autogestione comandata della sconfitta. Il sistema capitalistico è poi subentrato all'organizzazione militare nell'amministrare il potere acquisito e, da allora, il Politburo agisce come un governo fantoccio...". Trascuriamo il fatto che la Cina, dove vive un quinto dell'umanità, rimane un mondo a parte, ancora non integrato al capitalismo. Trascuriamo anche il costituirsi dei paesi dell'Estasia di un mondo nuovo che un giorno terrà testa al capitalismo occidentale.
Un racconto di fantapolitica vale, io credo, per quanto ci fa comprendere della realtà forzandola fino al parossismo. L'irruenza del diffondersi della pestilenza ad Orano rivelava aspetti sconosciuti, ad una indagine storica o sociologica, del diffondersi del nazismo in Europa. Se il socialismo avesse trionfato in tutti i paesi del mondo, il sovietismo non avrebbe dovuto fronteggiare, ed essere fronteggiato, dal blocco opposto. Ma il socialismo non passò in Europa neppure in quei paesi dove, obiettivamente, ebbe le maggiori possibilità di farcela, come la Germania, o il nostro paese. Fu condannato allo scontro, come lo fu d'altra parte il blocco capitalistico, e nello scontro perse più per autoesaurimento che a causa della malvagità e brutalità dell'avversario. Gorbaciov non fu vittima di alcuna pressione, salvo che si avvide che nella superficie del paese stavano aprendosi delle crepe ormai incontenibili. Un giorno forse sarà riconosciuta la moderazione con cui tentò di desovietizzare il paese e di modernizzarlo, finendo travolto da un'accelerazione incontenibile delle dinamiche interne al mondo ex-sovietico.

"La coscienza di un individuo - domandi infine ai tuoi lettori - è più importante della Ragion di Stato? Esiste un'ideale scala di valori che sarebbe giusto ognuno seguisse? Qual è la vostra?". Credo che i 999/1000 dell'umanità siano indenni dal problema di impedire che la Ragion di Stato soffochi la propria coscienza, o, se vogliamo vedere il problema nei termini del colonnello Palmeira del G2 cubano, nel romanzo di Saverio Tutino (Tutino, 1993), di impedire che i sentimentalismi offuschino il senso dello Stato. La maggior parte dei membri dell'umanità ha ben altri problemi. La vita morale, e i suoi drammi, è un lusso che solo i ricchi possono permettersi di sperimentare. Non credo che esista una scala di valori ideali, e personalmente non ne ho alcuna, né la cerco. Ma questo ci porterebbe lontano. Posso dirti però ancora una cosa, prima di rilanciarti la palla. Ilia si autodefinisce un vero comunista. Non un burocrate. Ma un uomo appassionato, spinto dalla fiaccola di un ideale, mosso dall'utopia. Ecco, questo mi sento di dirlo. Temo l'utopia. Non siamo ancora riusciti a crearne una abbastanza limpida e cristallina da impedire che sia immediatamente trasformata in una "utopia ideologica", che è qualcosa di terribile. Lasci intravedere che una vita senza utopia è indesiderabile. Io credo invece sia altamente auspicabile. Posso cercare di costruire un mondo più equo e solidale senza ricorrere ad una luce lontana che illumini il mio percorso. Questo atteggiamento esiste, e si chiama fallibilismo.




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