FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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VENT'ANNI IN PIU'

Paolo Scaffardi




Era una tiepida serata estiva dai colori indescrivibilmente variopinti. Le nuvole parevano sfumare da un rosso fuoco ad un rosa pallido, fino a dissolversi all'orizzonte.
Due uomini ammiravano lo spettacolo seduti su un muretto di cemento, all'ombra di un enorme Gelso completamente fiorito, che sconfinava dal giardino del condominio fin sulla strada, mentre una fresca brezza ne scuoteva il verde fogliame, in un piacevole fruscio di sottofondo.
Uno dei due, quello più smilzo, oltre la quarantina e con due spessi occhiali da vista, si sistemava i pochi capelli superstiti del cranio.
Il biondino, della stessa età, più basso ma meno ricurvo dell'altro, guardò l'orologio attraverso gli occhiali scuri, ai quali non aveva saputo rinunciare nemmeno in quell'occasione, e sbuffò:
- Che ora avevamo detto, Scaffo?
Paolo (anche se nessuno lo chiamava così; preferivano chiamarlo con l'abbreviazione del cognome, proprio come avevano fatto per suo padre, suo nonno e chissà quanti altri prima di lui) controllò a sua volta l'ora e riprese a pettinarsi con le dita. Rispose, con una voce nasale e dalla erre moscia alla francese:
- Un quarto d'ora fa, Marco.
Marco zompò giù dal muretto, scordandosi di non essere più il giovanotto atletico dai muscoli sodi ed elastici del liceo.
Incrociò le braccia ed iniziò a parlare con voce affilata.
- Non cambieranno mai, quelli là!
Paolo non tardò a controbattere, rassegnato:
- Mi stupirei se arrivassero con meno di mezzora di ritardo.
Neanche lui, in tutti quegli anni, aveva perso il vizio di criticare chiunque, in qualunque modo. Lo sanno tutti: il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Seguì un pò di silenzio durante il quale i due scalciarono l'aria coi piedi penzoloni sul muretto, finché Paolo si decise ad iniziare una discussione che, tanto per cambiare, mirava a far vacillare il fermo scetticismo dell'amico.
- Hai seguito il telegiornale, ultimamente?
- Mhmm... - mugugnò l'altro, come per dire: "E con questo?".
- Suppongo di sì. Quindi, a meno che tu non abbia vissuto isolato per tutto questo tempo, avrai anche sentito della scoperta, durante l'ultima missione della NASA su Marte, di una nuova forma di vita intelligente. Giusto?
- Mah! - sbottò Marco, diffidente. - Se è per questo, ho sentito ben altro. Pare che alcuni diplomatici della confederazione galattica cui appartengono siano già sul nostro pianeta. Circolano anche delle foto, palesemente false, che mostrano questi... pupazzi grigi e senza peli...
- Siriani.
- Come?
- Quelli del settore di Sirio. Sono simili a noi, solo più bassi, macrocefali, senza peli e completamente grigi.
- Come quel manichino del filmato su Roswell!
- Per l'appunto.
- Bè, insomma, potevano inventarsi qualcosa di più alieno, invece di questi... umanoidi... che non sembrano nemmeno assomigliarci tanto...
- Più di quanto credi... - aggiunse Paolo, sottovoce.
- Eh?
- No, niente, parlavo tra me e me!
- Vuoi il mio parere? - riprese Marco. - Sono tutte balle che inventano quelli della NASA per autofinanziarsi e per soddisfare le fantasie dei contribuenti!
- Mi spiace correggerti, mio caro, ma ho appreso da fonti più che sicure che non si tratta di menzogne. Questi esseri extraterrestri sono in grado di comunicare telepaticamente ed hanno deciso di apparirci in quanto la Terra ha superato il livello tecnologico minimo richiesto per entrare nella loro confederazione.
- E nel secondo tempo che cosa è successo? - domandò Marco, impassibile.
Paolo sbuffò, ma continuò, imperterrito.
- Hanno inviato dei loro diplomatici in tutto il pianeta per mettere d'accordo tutte le nazioni ed allinearle in un'ottica interplanetaria. + per questo che è stato stipulato l'accordo per il disarmo nucleare totale ed incondizionato a Lussemburgo, l'anno scorso.
- Che bella distorsione della realtà... hai scovato queste notizie su Internet?
- E come spiegheresti l'improvvisa impennata tecnologica che abbiamo avuto in questi ultimi anni? Come spieghi la propulsione antigravitazionale e la cura per l'HIV?
- E chi mi dice che non mi stai raccontando delle balle, anche se in buona fede?
Paolo esitò, poi si avvicinò all'amico, sussurandogli:
- Marco, credimi, è la sacrosanta verità! Mia moglie lavora in un'ambasciata abbastanza importante e...
Nessuno dei due aveva notato, forse per l'udito non più fine come un tempo o perché troppo presi dalla discussione, che una familiare, seguita da una vecchio rudere che avanzava a strattoni, aveva svoltato in quella via dal viale principale.
Neanche la vista era più quella di una volta (del resto i due hanno sempre sofferto di miopia) e non riconobbero i loro amici finché non uscirono dalle rispettive vetture.
- Ugo! Scaffo! - urlò il conducente della prima automobile, con voce eccitata.
Il loro coetaneo era abbastanza alto e, se da ragazzo preferiva essere definito abbastanza robusto, ora aveva messo su un pò di pancetta. Fece un sorriso a trentadue denti, mostrando una dentatura perfetta o una dentiera di ottima fattura.
Non appena uscì dalla macchina e furono visibili le sottili fessure degli occhi, sebbene non fosse di origini asiatiche, fu riconosciuto dagli altri due, che gli si accostarono riempendolo di pacche amichevoli e non, per il ritardo.
- Giova! - ringhiò Marco. - Ce l'hai l'orologio?
- Sì, perché? - rispose Stefano, innocentemente.
- Ti stiamo aspettando da venti minuti!
- Eh, va bè!- minimizzò Stefano, facendo spallucce. - Stavo guardando novantesimo minuto e non mi sono reso conto dell'orario...
Paolo incrociò le braccia, innervosendosi, ed inveì, rivolto al cielo:
- Diamine, sempre la solita storia!
Stefano aveva già iniziato, come era solito, a sparare a ritmo incontrollato un fiume interminabile di periodi, sovrapponendo parole e versi che, nonostante l'abitudine e le buone intenzioni, i suoi amici non riuscivano ancora a comprendere perfettamente.
Alex era uscito dalla portiera posteriore, chiudendola con forza. Portava una camicia dai colori tropicali ed un paio di jeans schiariti. Aveva mantenuto in tutto questo tempo il suo solito camminare scimmiesco ed i capelli neri come la pece.
Debuttò con quell'espressione buffa da mandrillo, dicendo:
- Uelà, salve a tutti!
E gli altri, ancora su di giri per il loro eccessivo ritardo, grugnirono:
- Ciao...
Alex rimase deluso da quella tiepida accoglienza (per non dire gelida) e si guardò intorno per capire che cosa fosse successo.
Intanto, anche l'autista della vecchia carretta li aveva raggiunti. Non fecero fatica a distinguere, sotto una chioma di capelli lunghi e neri, ed una carnagione altrettanto scura, l'inconfondibile Ettore.
Disse, rivolto al Giova, con quel suo parlare irregolare, incespicando sulle parole:
- 'Sto scemmo tiene ancora per l'Inter?
(La sua era una sorta di ricercata licenza poetica.)
- Sicuro! - rispose l'altro, cogliendo la palla al balzo. - Pensa che al mercato di fantacalcio di quest'anno ho messo gli occhi su un giocatore che...
Ma Paolo, che era stato ad ascoltare fino a quel momento, ignorò la risposta (del resto quella di Ettore era stata una domanda retorica della quale tutti, nella compagnia, conoscevano la risposta) e si diresse dall'altra parte della vettura di Stefano, da dove aveva sentito provenire un "Hei!" soffocato.
Dietro il finestrino, un uomo dai capelli grigi e dalla barbetta incolta, stava smacchinando con la leva della portiera che non ne voleva sapere di aprirsi. Sollevò gli occhi, e si vide riflesso nelle lenti di Paolo.
- Non vuole aprirsi! - spiegò.
Con la prontezza di chi aveva aperto chissà quante portiere (che ci vuole, del resto?), l'amico fu liberato dalla gabbia in cui era intrappolato fino a qualche istante prima.
- Jarno! - gridò Paolo, abbracciando l'altro, lasciandolo senza fiato e, di conseguenza, senza parole.
Jarno (nome ispirato ad un grande motociclista deceduto; pace all'anima sua!), fratello maggiore di Alex (a sua volta fratello minore di Lorenzo che, non facendo parte della compagnia ufficiale, non era stato invitato in quell'occasione), stava rigido nella stretta dell'amico, visibilmente imbarazzato. Poi si lasciò andare e restituì le pacche sulla spalla del vecchio compagno di scuola (anche se alla luce dell'influenza negativa che aveva su di lui durante il periodo scolastico, avrebbe preferito ricordarlo come compagno di sogni e canzoni).
Paolo, velocemente come l'aveva abbrancato, si allontanò di qualche passo e lo studiò dall'alto al basso (anche se non era una cima; d'altezza, s'intende!).
- Vedo con piacere che i tuoi gusti a proposito d'abbigliamento sono rimasti gli stessi!
- Già!- rispose l'altro, sorridendo e passando una mano sulla chioma (il tick nervoso che lo perseguitava) che, per quanto cercasse di domare, restava sempre arruffata nella stessa identica posizione.
Portava dei pantaloni marroni molto larghi (anche se da giovane optava sempre per i jeans) accompagnati da una camicia blu scura con spennellate multicolore ed un paio di scarpette da ginnastica d'un verde fosforescente. Un pugno in un occhio, praticamente.
- Qual privilegio avere uno scrittore tra noi poveri mortali! - ironizzò Paolo.
- Nessun privilegio, non sono poi così famoso come pensi. - replicò tristemente Jarno, prendendo sul serio quell'affermazione. - I miei libri non sono mai stati dei best-seller.
Marco aveva ascoltato il discorso, mentre Stefano proseguiva la sua accesa discussione con l'aria (visto che il suo dialetto era incompatibile con quello di Ettore), ed intervenne alla torchiatura dell'amico.
- Heilà, Jarno! Si dice che ora tiri avanti con la macchina da scrivere, non è vero?
I due raggiunsero gli altri sotto la pianta, mentre Jarno rispondeva:
- Bè, direi di sì, anche se preferirei che mi rimanessero più soldi per gli svaghi.
Con "svaghi" intendeva fumetti, riviste, libri, videocassette, CD. Alla faccia dello svago. Neanche un sultano sarebbe riuscito a permettersi tutta quella roba, se non ipotecando gli impianti petroliferi. Un morbo, di cui moltissimi sono affetti, meglio conosciuto come "consumismo".
- Di cosa ti lamenti? - lo incoraggiò Paolo. - Fai quello che ti piace e vieni pagato. Mica tutti hanno la tua fortuna. Ed anche se non hai scritto best-seller che, come dice la parola, sono solamente i più venduti (e non per questo ottimi libri), sei riuscito comunque a dimostrare d'avere un certo talento. Dovresti invece mostrare un pò di gratitudine nei miei confronti per aver sempre cercato di spronarti a...
- Spronarmi?! - protestò Jarno irrigidendosi, tutt'altro che incoraggiato. - Mi hai sempre rotto i coglioni! Ho contattato gli editori per la prima volta, non tanto per fare pubblicare i miei lavori, ma perché tu mi lasciassi finalmente in pace.
- E ce l'hai fatta, no? Il fine giustifica i mezzi! Potresti sdebitarti utilizzandomi come personaggio in un tuo racconto. Magari in uno di quei gialli ironici...
Paolo fantasticò; vedeva già la scena erotica finale tra lui, il valoroso protagonista, ed una bionda mozzafiato che pendeva dalle sue labbra, al contrario di Jarno che lo immaginò come cadavere in avanzato stato di decomposizione, disteso sulla scena del delitto.
- Mah, ci penserò... - temporeggiò, lasciando intendere che non l'avrebbe fatto.
- Alex, tu come te la passi?- domandò Paolo.
L'altro, chiamato in causa, iniziò a parlare con quel suo solito gesticolare.
- Benone! Il matrimonio con Barbara va a gonfie vele ed il lavoro è soddisfacente!
- Di cosa ti occupi, ora?
- Di pubblicità, soprattutto, anche se nel tempo libero preparo alcuni personaggi per una nuova serie di fumetti, casomai riuscissi ad interessare qualche editore.
- Mitico! Fammene pervenire una copia, mi raccomando!
- Ok! Contaci.
Marco, disinteressato ad ogni tipo di disquisizione artistico-creativa, disse, rivolto a Stefano (che ora, chissà perché, taceva):
- Gli altri?
- Boh! L'Erika e la Feddy sono andate a prendere il Ceffo all'aeroporto. Dovrebbero essere già qui...
Ma Jarno aveva già teso un braccio in direzione d'un furgoncino blu, dai cerchioni di un verde acceso, che svoltò come una saetta nella strada in uno stridio di pneumatici. Impossibile sbagliarsi.
Paolo iniziò:
- Si parla del diavolo...
Marco finì la frase sottovoce, ridacchiando con gli altri.
-... e spuntano le cornute!
Jarno divenne rosso, temendo che le donne potessero aver sentito.
Disse:
- Piantatela! Si stanno avvicinando.
Erano scesi, uno ad uno, dal furgoncino, nell'ordine Federica (la cognata di Paolo), Erika (una sua ex vicina di casa) e Gabriele (un altro fedele compare di mille avventure).
Federica precedeva gli altri due, mentre la gonna svolazzava alla minima corrente di vento, scoprendole le ginocchia. Portava ancora i capelli biondi tagliati molto corti ed indossava un paio di scarponi neri, forse per tenere sul chi va là chiunque volesse prendersi gioco di lei.
- Ciao Feddy! - disse Stefano, correndole in contro.
Quando le fu abbastanza vicino, arrestò la corsa e le premette con un dito il seno, dalle misure assai generose, facendo un verso con la bocca.
- Bep!
Lei si scostò, seccata.
- Stupido!
- Scusa! Scusa! - piagnucolò lui, imitando un bambino.
Federica lo accolse tra le braccia, cullandolo dolcemente prima di rimproverarlo.
- Sciocchino! Si fanno questi scherzi alla tua mogliettina?
Sebbene quel dialogo lasciasse supporre che i due fossero sposati, in realtà erano gli unici single rimasti in compagnia. Quello non era altro che un modo come un altro di scherzare innocentemente. Senza secondi fini, apparentemente.
Infatti c'era qualcuno pronto a scommettere che sotto sotto, tra i due, ci fosse un legame più saldo della solita amicizia e che si sarebbero ben presto messi assieme, nonostante appartenessero a tifoserie rivali. Lui era dell'Inter, lei del Milan.
Spuntarono da dietro Gabriele e Erika, che se la ridevano per quella scena ridicola.
- Ciao a tutti! - strillò la ragazza, distribuendo baci a destra e a manca.
Tutti risposero con entusiasmo porgendo le proprie guance. Solo Paolo era rimasto in disparte, mugugnando qualcosa a denti stretti e facendo finta d'essere distratto da qualche ciuffo d'erba nel giardino.
Chi avrebbe detto che la gelosia avesse un decorso così lungo?
Gabriele non indugiò, lo raggiunse e gli mollò un diretto alla spalla.
Gridò:
- Heilà, Scaffo!
- Ugh! - stramazzò l'altro, massaggiandosi la parte dolorante. - Ma che diavolo...?!
Gabriele stava già saltellando come un pugile, quasi fosse pronto ad affrontare una sua eventuale reazione. Esibiva un sorriso birichino, coi soliti denti sporgenti. Non era cambiato nemmeno lui, sempre stecco come un chiodo, alto ed abbronzato perennemente.
- Preso! - esclamò Marco, saltandogli sulla schiena.
Colto alla sprovvista, nonché dal peso dell'amico, Gabriele indietreggiò, sbattendo contro la portiera della familiare.
- Ehi! Ehi! Ehi! - protestò Stefano, controllando la carrozzeria con fare minaccioso.
Paolo si allontanò furtivo dalla scena del misfatto, per non colpire inavvertitamente col mento il pugno del proprietario della vettura, come già era capitato in passato.
Ma questa è un'altra storia e, chissà perché, non è il caso di riesumarla.
- Come va? - chiese Marco, che si puliva la giacca dalla polvere che aveva portato con se staccandosi dalla macchina.
- Benone! E con la Laura? - rilanciò Gabriele.
- Non parlarmene!
- + successo qualcosa? - domandò l'altro, incuriosito da quella risposta evasiva.
- No, è questo il punto!
Intanto, Paolo e Jarno stavano sparlando a proposito di quel breve scambio di battute.
Cioè, ad essere precisi, solo Paolo sparlava. Jarno si limitava, come sua natura, ad annuire, arrossendo a tratti.
Diceva:
- Visto? Te l'avevo detto che si sarebbero sposati!
- Mhmm...
Paolo non riusciva mai a comprendere il significato di quel verso che, a seconda delle volte, poteva esprimere un parere concorde, discorde o una via di mezzo. Talvolta anche indifferenza. L'unico modo sicuro per decodificare quel linguaggio monosillabo era applicare la semplice regola del "chi tace acconsente".
Quindi, sempre da solo, Paolo continuò:
- Marco ha sempre finto di fregarsene, ma cercava solo di mascherare i suoi veri sentimenti. Infondo, se l'ha sposata, le avrà voluto bene. (O non avrà trovato di meglio.) Sai, l'amore fa proprio degli strani scherzi! Prendi il Ceffo, per esempio. Proprio l'anno che pareva definitivamente infatuato di Erika, ha conosciuto in Sardegna la donna che avrebbe finito per sposare. Adesso lui e Maddalena vivono là, felici e contenti. Chi l'avrebbe detto?
- Wow, che psicologo! - intervenne Erika, bruciando con lo sguardo l'unica persona che non l'aveva ancora salutata palesemente.
Paolo non si fece intimidire ed iniziò la sua meticolosa opera di punzecchiamento, saltando a piedi pari ogni convenevole.
- Parla Freud!
Incrociò il suo sguardo, con aria di sfida. L'atmosfera era talmente pesante e carica di tensione che se avessero messo una lampadina tra i due, con tutta probabilità si sarebbe accesa.
Per quanto gelidi, gli occhi blu di quella donna, sconfinante a seconda del tempo, in un grigio chiaro, gli fecero riaffiorare alla mente tutte le peripezie passate con quella ragazza. E con le altre due ancora assenti.
Tornando ad Erika, ora i suoi capelli erano raccolti all'indietro ed avevano abbandonato quel colore biondo acceso di un tempo per lasciar posto ad alcune sfumature più scure.
Era visibilmente inferocita (bastava poco a Paolo per farla diventare tale) ed in quei pochi secondi stava decidendo quale fosse il tasto più fastidioso da toccare. Aveva buona memoria, perché lo azzeccò in pieno.
- Bè, io almeno ho avuto molte più esperienze prematrimoniali...
- Non m'importa! Racconta quelle avventure al tuo caro Gianluca, che avrà sicuramente più pazienza di me! - tagliò corto Paolo. - Io ho trovato la donna della mia vita al primo colpo... - si interruppe maledicendosi per quel primo termine, sconveniente quanto equivoco, che gli era venuto in mente.
Riprese:
-... volevo dire tentativo, e me la sono sposata. Qualcosa in contrario?
- E perché, se ne vai tanto fiero, non ce l'hai mai presentata? Che c'è, ti vergogni di lei o sei ancora scapolo?
- Insomma! - sbottò Federica, facendosi strada tra i due litigiosi. - Volete recuperare tutto il tempo perduto proprio adesso?
- A proposito di tempo perduto- si domandò Marco. - La Flo dov'è finita?
Per la seconda volta, si parlò del diavolo e spuntarono le corna (non me ne voglia Floriana).
Un taxi d'un giallo sbiadito, forse a causa dell'inquinamento della città, accostò al marciapiede, e ne scese una donna molto elegante.
Aveva i capelli scuri, lunghi, che le ricadevano sulla schiena. L'età era abilmente mascherata da un tocco di trucco sopra gli occhi e da uno strato leggero di fard sulle guance.
- Ciao a tutti! - strillò, facendo vibrare paurosamente i timpani dei presenti.
Si salutarono, si abbracciarono, si baciarono. Insomma, le solite cose. Tra parentesi, Paolo si ritrasse meno di quanto aveva fatto con Erika. Del resto, quella con Floriana era stata una storia d'importanza minore. Col senno di poi, ovviamente. Al tempo, era il suo grande amore.
- Cosa mi dici di nuovo? - domandò lei, quando furono finalmente lontani dalla confusione della compagnia.
Lui si rigirava tra i suoi pensieri senza sapere cosa dire.
- Non so proprio cosa raccontarti...
Lei cercò di spronarlo, con la solita, odiosa e retorica frase.
- Come sta il computer?
Paolo spalancò gli occhi.
- Ma cosa credi, che stia sempre davanti al computer? Come se non bastasse lavorarci per otto ore al giorno!
Lei gli posò una mano sulla spalla, ammiccando.
- Dai, lo sai! Intendevo se hai fatto qualcosa di nuovo.
Sì, Paolo lo sapeva, ma gli dava comunque fastidio essere trattato come una periferica vivente del suo computer.
Ora che era stato imboccato, poteva iniziare a raccontare.
- Se ne ho fatta di roba! Sai che sto per convincere un piccolo editore indipendente a pubblicare un volume contenente i miei racconti ed i miei saggi? Dice che non solo male, ma anche che non devo aspettarmi grandi guadagni. A me mica mi importa, l'importante è aver concluso qualcosa.
Riprese fiato e Floriana mise altra carne sul fuoco.
- E la pianola?
- Si dice "tastiera"! - specificò Paolo.
- Ok, tastiera. Di canzoni nuove?
Il viso di Paolo si illuminò d'orgoglio.
- Ho perso ormai il conto! Ho appena pubblicato, a mie spese s'intende, il mio quarto CD. Verrà distribuito in tutta Italia, a differenza degli altri. Se vuoi ne ho una copia tutta per te. L'ho tenuta in camera.
- Volentieri, verrò a prenderla più tardi, quando gli altri saranno andati.
Era tanto tempo che non si incontravano. Per un motivo o per l'altro, saltava ogni occasione di vedersi. Del resto lei viveva a Reggio Emilia e Paolo era sempre a Parma.
Sebbene odiasse farlo, Paolo si offrì per riaccompagnarla a casa. Lei accettò, sorpresa da quel gesto alquanto inconsueto per uno che non aveva mai dato segni d'altruismo.
- Allora... - iniziò lei.
- Si? - fece lui.
- Non hai nient'altro da dirmi?
- Mhmm... no, non credo, dovrei?
- No, no, fa niente.
- Ah, ecco! - tentò lui. - Coma va con Andrea?
- Come, non l'hai saputo? - rispose, con voce tremante. - Ho scoperto che mi tradiva ed ho deciso di avviare le pratiche per il divorzio.
Paolo trattenne il respiro e avrebbe voluto sprofondare nel terreno. Poi lei lo guardò e quella smorfia di dolore che le solcava il viso scomparve per lasciar posto ad un ghigno.
- Ci sei cascato! - gli rinfacciò, ridacchiando.
S'era beffata di lui. In modo sleale, per giunta. Paolo stava valutando l'idea di saltarle addosso per intraprendere un piacevole corpo a corpo.
Erika, nel frattempo, aveva attaccato bottone con Marco. O il contrario, ma non importa.
Diceva:
- Allora, tu come te la passi?
- Mah, direi benone. All'università mi trovo bene; il posto di assistente di laboratorio è soddisfacente e mi lascia abbastanza tempo per distrarmi.
- Ma guarda! - disse Gabriele. - Non eri tu quello che parlava male degli statali?
- Io? Quando mai? - si difese, allargando le braccia.
- Le pizze! - annunciò Jarno, quasi sbavando, mentre seguiva con lo sguardo un'altra automobile che si avvicinava al gruppo.
Scese Sandra, sorella di Paolo, sorreggendo una pila di pizze, riposte negli appositi cartoni bianchi. Aveva i capelli corti come un tempo, gli occhiali ed una veste abbondante.
Strillò:
- Non statevene lì impalati come dei pesci lessi! Datemi una mano!
Ettore si scansò, lungi dal voler soccorrerla, combattuto da rancori tanto primitivi quanto ingiustificati. Jarno, invece, si affrettò ad aiutarla.
Gesto apparentemente molto nobile, ma che nascondeva senz'altro un secondo fine.
Probabilmente, affamato com'era (quando mai non lo è stato?), non sapeva resistere alla tentazione di avere a portata di mano, o di denti, la prosciutto e funghi che aveva ordinato. Difatti posò la pila sul muretto e se ne staccò soddisfatto solo quando individuò il proprio cartone, stringendolo gelosamente al petto.
Intanto, Davide (il fratello di Federica, marito di Sandra e cognato di Paolo, se vogliamo dirla tutta) era andato in soccorso della moglie che si massaggiava i reni, lamentandosi. Teneva la schiena all'indietro a causa di un singolare gonfiore sulla pancia. Davide la sorresse e la fece incamminare verso l'entrata del condominio.
Le rimproverò:
- Te l'ho detto mille volte che non devi affaticarti così!
- Va bene, pù! - rispose lei, assecondandolo con un bacio. (Per la cronaca, pù è l'abbreviazione di pupotto.)
Gabriele osservò la scena e chiese, confuso:
- Scaffo!
Paolo lo guardò, con aria interrogativa.
- Si?
- Di nuovo?
Lui annuì.
- Questo è il terzo, mio caro. Dopo David e Milena, la cicogna farà loro visita un'ultima volta. A meno che non ne vogliano altri...
- A proposito, dove sono i ragazzi? - Gabriele si guardò intorno. - Avrei voluto vederli!
- Sono ancora al fiume coi nonni. Servono a questo i genitori, non credi? Tanto sono sicuro che non aspettano altro che gli mollino i nipotini. Forse pensano di poter ringiovanire avendoli tutto il santo giorno tra i piedi e sgridandoli come facevano con noi.
- E tua moglie dov'è finita?
- Già!- intervenne Alex. - Non sarebbe ora di presentarcela, visto che non ci hai invitato al matrimonio?
- A parte che la nostra è stata un'unione civile, celebrata nell'intimità di un ufficio comunale. Comunque Rachel è fuori con delle sue amiche. Le ho detto che si trattava di un ritrovo di vecchi amici e, anche se ha storto un pò il naso, ha accettato di lasciarmi a casa solo. Sai, penso che sotto sotto sia gelosa almeno quanto me.
- E voi due, di marmocchi, neanche a parlarne? - chiese Gabriele.
- La natura ha voluto così, sinora.
- Perché non vi rivolgete ad uno specialista? - propose Jarno.
Paolo abbassò gli occhi, sconfortato.
- Forse in futuro... ora non potrebbero aiutarci.
Poi, visto che la pizza si stava facendo fredda e l'argomento scottante, si voltò e smorzò ogni esitazione del gruppo che non vedeva l'ora d'accomodarsi in casa.
- Ciurmaglia!- annunciò. - Possiamo salire, ma mi raccomando di non fare casino sulle scale. Ettore!
- Che c'è? - chiese lui, strabuzzando gli occhi, come se non avesse fatto nulla.
- Ho detto di non far rumore!
- Ma stavo solo parlando con...
- Taci o altrimenti resti fuori! - urlò Paolo.
E silenzio fu. In men che non si dica, arrivarono all'ultimo piano ed entrarono nel suo appartamento, sistemandosi sulla prima superficie piana a portata di mano per divorare qualche pezzo di pizza alternato a brevi sorsi di coca-cola ghiacciata.
Una volta saliti, Paolo si guardò intorno e controllò i presenti, con la netta sensazione che mancasse qualcuno. Come spesso accade, la risposta si presentò spontaneamente, quando qualcuno suonò al citofono.
Paolo alzò la cornetta.
- Chi è?
Dall'altro capo, una voce femminile ansimante rispose:
- Sono io!
Come non poteva riconoscere la Francesca? Anche se si parla di parecchi anni fa, quella era stata comunque la sua prima ragazza.
Le aprì e la accolse calorosamente sulle scale. Era più carina allora, si ripeteva, studiandone gli occhioni verdi, deformati dalle lenti degli occhiali da vista (era astigmatica ed ipermetrope). Nessuno avrebbe detto che quella ragazzina, che non era nemmeno riuscita a concludere le superiori, sarebbe un giorno arrivata a gestire in società con Sandra, un intero negozio d'acconciatura e di tenere sul proprio libro paga una decina tra parrucchieri ed estetiste.
Comunque, l'importante era che anche l'ultima ritardataria aveva raggiunto in casa il resto del gruppo. Ora, anche se tutti stavano già rimpinzandosi fino a scoppiare, la vera serata poteva finalmente iniziare.

Tre quarti d'ora dopo, quando sulla tavola non rimaneva altro che bicchieri vuoti, posate e croste di pizza, Paolo si alzò in piedi ed attirò l'attenzione, in modo molto cinematografico ma poco efficace, battendo un cucchiaino su un calice da spumante. Tutti, tranne uno, si zittirono, incuriositi.
Una voce ancora continuava ad echeggiare nella stanza, finché, prontamente, il gomito di Federica colpì Stefano in pieno plesso solare (si tratta della zona dello stomaco, per gli ignoranti).
- Zitto, zuccone! - gli intimò.
- Ma... - replicò lui, prima che una mano gli tappasse la bocca.
Paolo si schiarì la voce.
- Sicuramente vi sarete domandati per quale motivo vi ho riuniti qui stasera...
Osservò gli amici scambiarsi sguardi interrogativi e rispondersi a vicenda con cenni del capo. Come non detto, nessuno ci aveva pensato. Doveva esserci un'occasione speciale per mangiare una pizza in compagnia? Normalmente, no. Ma quando era Paolo ad organizzare tutto, lui che era il meno sociale, qualcuno avrebbe dovuto almeno fingere di sospettare qualcosa.
-... bè, fa niente. Supponiamo che ve lo siate chiesto!
- Sì, supponiamolo! - confermò Marco, per tagliar corto.
- Un mese fa, si è riunita l'assemblea condominiale per discutere delle sorte del Gelso che, secondo alcuni, sta diventando antiestetico e troppo costoso da mantenere in stato decente.
Fece una piccola pausa per dare il tempo agli amici di esprimere la loro indignazione con grugniti e brevi frasi tipo "Non è possibile!" o "Pazzesco!" e qualche inevitabile "Echissenefrega!".
- + inutile che vi ricordi che la pianta, oltre a dare il nome al condominio, rappresenta per molti di noi il simbolo della nostra adolescenza. Le discussioni, le liti, le scazzottate, si sono svolte sotto i rami vigili del Gelso e non esiste ricordo, felice o triste che sia, di cui non faccia parte. Come non ricordarsi di quella volta che...
Marco saltò su di nuovo. Detestava che fosse l'altro ad essere al centro dell'attenzione.
- Abbiamo capito, Scaffo. Arriva al punto!
Paolo lo fulminò con una occhiata delle sue, ed inasprì la voce.
- D'accordo! Per farla breve... la maggioranza (Dio li perdoni!) ha accolto la proposta di un condomine di farlo sradicare.
Un coro di sdegno si levò tra i presenti, presi veramente alla sprovvista.
Gabriele, pratico come al solito, riuscì ad avere la meglio sulle voci degli altri.
- Non potete opporvi in qualche modo?
Paolo si strinse nelle spalle, rassegnato.
- Abbiamo provato. Niente da fare.
Fu il turno di Erika ad intervenire, con una voce tanto flebile che Paolo pensò bene di decretare un armistizio temporaneo.
- Quando lo... - rabbrividì. -... toglieranno?
- Non lo so. Presto, comunque. Sicuramente prima dell'autunno.
Intanto, di là in cucina, qualcuno stava mettendo le mani nel frigorifero.
- Trichilene etilico? - stava dicendo il ficcanaso.
Paolo raggiunse Ettore in cucina, sorprendendolo mentre stava rovistando tra le bottiglie rimaste. Teneva in mano un contenitore metallico a forma di cilindro.
- Cos'è, una nuova marca di birra, questa? - domandò, sperando di poter sequestrare il contenitore per aggiungerlo alla sua enorme collezione di bottiglie di birra, ovviamente senza valore.
- Lascia stare!- rispose il padrone di casa, togliendogliela di mano e riponendola delicatamente nel frigo.
Ritornarono in sala e Paolo si lasciò cadere sul divano, meditabondo. Una mano gli si posò sulla spalla, mentre un alone di profumo molto familiare lo avvolse.
Una voce sensuale e femminile gli sussurrò:
- Mi dispiace veramente per il Gelso, Paolo.
Floriana aveva la faccia di chi sta facendo sincere condoglianze.
- Già! - rispose lui, scrollando il capo. - + tutto quello che ci restava del nostro passato.
- Dai, vieni!- lo prese per mano. - Fammi vedere le tue creazioni.
Era quello che aspettava. La condusse nella zona camere e si chiuse la porta alle spalle.

- Ecco qua! - esclamò Paolo, porgendo il suo capolavoro tra le mani di Floriana.
Lei afferrò il libro (perché, cosa pensavate che fosse? Come siete maliziosi!) ed iniziò a sfogliarlo, raggiante.
- Ma è magnifico!- esclamò lei, notando i disegni su speciali pagine plasticate, tra un racconto e l'altro.
- Aspetta di leggerlo, prima di esprimere pareri!
- Wow, e questa sarei io?
Indicò una ninfa, senza veli, che stava adagiata sui rami possenti e sicuri di una pianta. Chissà quale... La nota a pie di pagina diceva: "Vent'anni in più".
- Ma no, è solo una raffigurazione del racconto! L'ha creata Alex. Conoscendolo, però, potrebbe anche aver pensato a te mentre la disegnava...
- Ma è bravissimo! Vent'anni in più... Ah, ora ricordo! + quello che mi regalasti per il mio diciannovesimo compleanno! Parlava del nostro futuro, vero? Non ricordo proprio come finiva...
Fortunatamente (non per Paolo, ma per non anticipare il finale di questo racconto ricorsivo), bussarono alla porta ed entrò Sandra.
Maledizione, pensò suo fratello, perché nessuno capisce che il cartello "bussare" indica che bisogna anche attendere un attimo prima di entrare o che qualcuno inviti a farlo?
- Ops! Scusate se vi ho disturbato... - si scusò sua sorella, con un sorriso malizioso.
- Volevo solo dirvi che noi vi aspettiamo giù!
- Va bene.- grugnì Paolo.
- Fate pure con comodo! - disse prima d'andarsene.
Paolo serrò le mascelle e quando vide Floriana trattenersi dal ridere, sibilò:
- Cosa c'è?
Le bastò quella domanda minacciosa per scoppiare in una risata delle sue, lacerando l'aria con acuti striduli ed improvvisi. Sembrava una cinquecento in accelerazione.
- Uh! Ah! - borbottò. - Siete sempre gli stessi!
La sua risata era contagiosa e finiva sempre per coinvolgere chiunque l'ascoltasse. Paolo collegò quello strano potere della ragazza al tanto decantato canto delle sirene; si immaginò legato al timone di una caravella, con il mare in tempesta e quella voce che si faceva strada nel cervello fino ad impossessarsi di lui.
Chiese, incuriosito:
- Cosa vuoi dire?
Ora le lacrimavano addirittura gli occhi. Sembrava una di quelle vecchie scene già viste. Come quando succedeva che, presa apparentemente da un attacco isterico o epilettico, iniziava a ridere smisuratamente, per fermarsi solo ogni tanto e continuare subito dopo.
Doveva pur prendere fiato, come in questo momento.
- Tu e tua sorella, intendo. Litigate sempre come cane e gatto!
Già, rifletté lui, proprio come un tempo. Quante azzuffate! Come scordare tutta la roba gettata giù dalla finestra, le maledizioni sbraitate, le traettorie delle ciabatte lanciate per colpirsi a vicenda...
- A proposito - aggiunse lei, decelerando. - Come mai c'è il letto sfatto in questa camera? Hai avuto ospiti, per caso?
- No, mi sono dimenticato di rifarlo. - rispose lui, tranquillamente.
- Ma è un singolo! E Rachel dove dorme?
Lui iniziò a camminare per la stanza. Faceva così quando l'argomento lo imbarazzava.
- Bè, vedi... non è semplice da spiegare...
- Capisco, tra di voi le cose non vanno molto bene... - disse Floriana, con l'aria di chi pensava d'aver già capito tutto.
- Lasciamo stare, Flo. + meglio così!
Paolo si sedette sullo sgabello verde, vicino alla tastiera. Regolò l'asta del microfono.
- Ora ascolta questa... si chiama "il tuo sguardo caldo". - ed iniziò a cantare una sua canzone, con la solita voce strascicata alla Baglioni ed un dolce sottofondo di pianoforte.

Floriana gettò un'occhiata al quadrante dell'orologio.
- Si è fatto tardi, vero? - domandò Paolo, che l'aveva notata con la coda dell'occhio.
- Già! Mi spiace... queste canzoni sono veramente stupende. - fece lei, con tono desolato.
- Fa niente, sarà per la prossima volta!
Chissà quando sarebbe stata.
Lasciarono lo studio, non prima di aver spento tutti gli armamentari di Paolo (quella stanza consumava quanto mezzo paese) e quando arrivarono in sala, notarono che qualcuno, nel frattempo, era entrato. C'era accesa pure la tv3 (si legge "cube-tv"; è l'alternativa tridimensionale alla comune televisione). La stanza era al buio completo e in un'area di un metro cubo, al centro della stanza, si proiettava l'ologramma di un pistolero nel deserto. Pareva di vedere ogni piccolo particolare della scena. Addirittura anche i cespugli che rotolavano via in secondo piano, spinti dal vento.
- Zio!- urlarono all'unisono due voci stridule.
Due bambini, uno dai capelli scuri e corti, l'altra, un pò più piccina, con due trecce bionde, afferrarono Paolo alle gambe, saltellandogli sui piedi. Per un attimo, perse l'equilibrio.
- David! Milena! Che ci fate qui?
- Li abbiamo portati noi, figliolo. - spiegò Mauro, premendo un tasto del telecomando. L'illuminazione si riaccese e la tv3 si smorzò, con un breve ronzio.
Suo padre era stravaccato sul divano, calvo come sempre, senza maglietta, mettendo così in mostra gli effetti dell'assenza di moto dovuta alla pensione. A voler essere precisi, di movimento ne faceva; quello per salire e scende dalla motocicletta, sterzare ed accelerare, nonostante l'età ormai avanzata.
Luciana, sua moglie, che sembrava risentire meno degli effetti del tempo, stava al suo fianco e teneva attentamente sotto controllo i due nipotini che strattonavano suo figlio.
- Fammi suonare, zio! - strillava Milena.
- Vi stanno aspettando giù, gli altri. - continuò Mauro.
David, che aveva più forza della sorellina, aveva sganciato un colpo proibito a Paolo, che si dimenava per sganciarsi dalla presa micidiale dei due.
Insisteva, sbraitando:
- Il computer! Il computer!
Paolo era ormai al tappeto, quando l'arbitro decretò la fine dell'incontro.
- Raus!- intimò suo padre ai ragazzini.
I due rimasero con gli occhi spalancati, spaventati da quel grido disumano. Poi, la bocca si piegò in una smorfia e col labbro inferiore sporgente e tremolante, scapparono tra le braccia della nonna, piagnucolando.
- Grazie, pà! - disse Paolo, sgattaiolando verso l'uscio.
- Salve, Mauro! - salutò Floriana, prima d'essere trascinata via dall'amico.
Erano sfuggiti per il rotto della cuffia alle sgrinfie di quei mocciosi che, fregandosene della tradizione "tale padre, tale figlio", sembravano aver preso solo dalla madre. Non erano bambini, erano mostri!
Proprio come sua sorella un tempo (ora meno). Gli tornò in mente quel tragico inverno, quando Babbo Natale gli aveva lasciato sotto l'albero il regalo che aveva sempre desiderato: una macchinina telecomandata.
Non era esattamente come l'aveva sognata; poteva solo curvare a sinistra o dalla parte opposta andando in retromarcia. Ma per un bambino con un nuovo giocattolo in mano quelli sono particolari insignificanti. Tuttavia la sorellina non era evidentemente soddisfatta della barbie ultimo modello che aveva ricevuto, tant'è che se ne dimenticò subito, gettandola in un angolo ed iniziò invece a bramare il regalo del fratello.
Ignaro di tutto ciò, Paolo era riuscito nel frattempo ad aggirare l'ostacolo dello sterzo monodirezionale, scegliendo come pista il percorso immaginario intorno ai piedi della tavola. Era tutto preso dalla guida che non si accorse della sorellina in lacrime, che si lamentava con quella vocina stridula.
Immaginatevi il padre, dopo una giornata di duro lavoro, con quegli strilli nelle orecchie, la tv accesa e la continua preoccupazione di pestare quella macchinina ogni volta che faceva un passo. Era come una pentola a pressione sul fornello.
Paolo completò un giro del tavolo, tutto contento.
Sua sorella, disperata:
- Fammela provare!
Altro mezzo giro del tavolo. E la pressione saliva, saliva...
- Mamma! Papà! Voglio provare anch'io!
Ecco il rettilineo finale, il pilota che si approssima a tagliare il traguardo... ma la pentola a pressione fischiò inesorabilmente ed interruppe sul più bello il gran premio della cucina.
Il padre, che non sapeva dove sbattere la testa, pensò bene di afferrare con la mano possente l'automobilina in corsa e di scagliarla sul muro più vicino, con una violenza tale da ridurla in una miriade di frammenti di plastica e metallo, sparsi sul pavimento.
Ora, pensate il trauma che un fatto del genere può causare ad un bambino di otto anni. Un pò di risentimento nei confronti della sorella è il minimo.
Tornando a quei due bambini, c'è da dire, a loro discolpa, che non erano affatto responsabili del DNA infetto ereditato dalla madre. Ma erano pur sempre delle pesti e Paolo non sopportava l'idea che sicuramente un giorno ci si sarebbe affezionato.

- Stanno arrivando! - bisbigliò Alex al resto del gruppo, riunito in cerchio davanti al Gelso. Erano tutti in fermento.
Paolo e Floriana si avvicinavano a braccetto, chiacchierando.
Lei, notando il confabulare degli altri, disse:
- Cosa stanno facendo?
Paolo strinse l'occhio in direzione di Marco, in attesa del segnale per procedere.
- Lo saprai presto... avanti, ragazzi!
A quelle parole, gli altri si allargarono, scoprendo ciò che avevano nascosto sinora.
Una splendida torta farcita, con una marea di candeline rosse, tutte quante accese, era sorretta da Erika e Gabriele. C'era anche scritto, bello grosso con glassa al cioccolato, il numero 40. C'era qualche ditata qua e là, ma nulla di troppo evidente.
- Buon compleanno, Flo! - urlarono, battendo le mani.
O lei stava recitando la parte molto bene, o era realmente meravigliata.
Si limitò a balbettare qualche sillaba, tipo "Ma", "Be", "No", guardando uno ad uno gli artefici di quella sorpresa. Si soffermò su Paolo, visibilmente soddisfatto.
- Allora non te ne sei dimenticato!
- Guarda che meraviglia! - rispose lui, indicandole la torta.
Ammirò quell'opera d'arte e per un attimo le venne il dubbio che le candeline fossero davvero troppe. Quaranta. Si sbagliava, erano proprio quaranta; erano gli anni ad essere ormai tanti. Ma quella sera, come mai le era successo, non badò all'inesorabile scorrere del tempo. Aveva una notte intera davanti, il Gelso e tutti i suoi amici. Non desiderava nient'altro.
- Soffia! - le stavano dicendo.
Seguì il consiglio, più volte, finché una nuvoletta di fumo si alzò da ogni candelina.
Poi, qualcuno disse, a voce alta, scandendo le sillabe:
- Re-ga-lo! Re-ga-lo!
Spuntò dal mucchio di scalmanati Sandra, con un pacco tra le mani non troppo grande ma confezionato con cura.
- Auguri, Flo.
- Grazie, Sandra.- rispose prendendolo, e scambiando con l'altra un paio di baci.
Lo scartò lentamente, mentre gli altri facevano pressione perché facesse più in fretta, forse per passare alla consumazione del dolce. Era un album fotografico, parzialmente riempito dalle istantanee più belle del loro passato.
Lo sfogliò, ed ogni due foto, qualcuno diceva:
- Guarda lì come sembravi!
- Quelli sì che erano bei tempi!
E poi:
- Vè che faccia, lì!
Poi la memoria dovette passare il testimone all'appetito, che si era fatto via via sempre più insistente. Si sistemarono nel prato e la torta venne tagliata e servita ai presenti dalla festeggiata. Lei non mangiò, ma osservò gli altri ingozzarsi e poi azzuffarsi per il bis, quasi fosse stato uno spettacolo insolito.
Voleva solo memorizzare una volta ancora i gesti, i visi, le smorfie di quelle persone con le quali aveva condiviso gli anni più belli della sua vita. Quegli istanti, quelle immagini, quelle emozioni sarebbero rimaste lì, nella sua mente, sempre pronte per essere rispolverate con dolce malinconia.

- Allora, Scaffo, ci vediamo il quindici per la partita di calcetto! - ricordò Marco, salutandolo dall'interno della sua berlina. Adesso che quasi tutti se n'erano andati, s'era fatto più simpatico. Misteri del suo carattere. Sebbene a volte potesse sembrare un pò scontroso o sulle sue, era stato un amico importante per Paolo. Se non altro, la loro eterna conflittualità li aveva spinti a migliorarsi e ad ambire a traguardi sempre più ambiziosi.
Paolo annuì. Se ne stava con le mani in tasca, in mezzo alla strada, dispiaciuto per vedere congedarsi di nuovo gli amici più stretti.
Aggiunse:
- Non aspettatevi grandi performance!
- Quando mai ce le siamo aspettate? - rise Gabriele, che stava salendo sul furgoncino.
Anche lui se ne sarebbe tornato a chissà quanti chilometri di mare di distanza.
Paolo sorrise, ritornando con la mente alle fatiche d'un tempo, quando si sdraiava per recuperare fiato in pieno campo da calcio. Il profumo dell'erba, il cinguettare degli uccelli, le fastidiose punture d'insetto ed i lamenti dei compagni di squadra.
- Ciao, Flo! Ciao, Scaffo! - strillavano Erika e Federica dal finestrino, euforiche come sempre. La loro presenza, per quanto fastidiosa potesse diventare quando non parlavano d'altro che di giocatori (dal punto di vista estetico, of course!), era diventata ormai indispensabile, quasi come l'aria (una considerazione più che altro dettata dal triste momento degli addii).
Floriana accennò un gesto con la mano, e le ultime macchinate di ricordi si allontanarono, lasciandoli di nuovo soli. Come cornice una splendida notte stellata.
Lei sospirò, soddisfatta per la piacevole serata:
- + stato magnifico!
- Devo ammettere che la sorpresa è riuscita bene. - confermò Paolo.
Lei stava sfiorando i rami possenti dell'enorme pianta che li sovrastava silenziosa.
- Peccato solo per il Gelso... - aggiunse, con voce tremolante.
Poi una scintilla si accese negli occhi di Paolo, che iniziò a sghignazzare rumorosamente, contorcendosi e portando una mano alla bocca per trattenere quei versi che probabilmente avrebbero attirato la curiosità dei vicini, sempre pronti a lamentarsi di ogni minimo rumore notturno.
- Che c'è? - chiese lei, imbronciata.
- Uh! Uh! - continuava lui, cercando di controllarsi.
- Allora?
Lui tirò un respiro profondo.
Biascicò:
- Ci sei cascata! - e riprese a ridere di gusto.
Floriana rimase dapprima stupita, poi seccata, per passare infine allo stadio "al quanto irritata". Uno schiaffone deciso si stampò sulla schiena di Paolo, con una tale furia che il malcapitato avrebbe portato per sempre sulla propria pelle l'impronta precisa della mano destra di quella ragazza. Ed ogni singolo dito.
Il colpo era di una potenza inaudita, quasi come quelli di vent'anni prima, tant'è che lo fece finire addirittura a terra, in ginocchio, senza respiro.
- Che scherzi del cacchio! - sentenziò lei.
Lui si rimise in piedi, assicurandosi che tutte le vertebre fossero a posto, e la guardò di nuovo, prima di scoppiare in un'altra interminabile risata. Gli scese anche qualche lacrima sulle guance, Dio solo sa se per il dolore o per la gioia.
Quando l'attacco d'ira di Floriana passò, si gettò addosso a Paolo, per stringerlo in un caloroso abbraccio. Lui, di conseguenza, si acquietò quel tanto per ricambiare la stretta. Ma, proprio sul più bello, sentì qualcosa premergli con decisione sulla spalla, come se qualcuno volesse attirare la sua attenzione.
Floriana aveva gli occhi spalancati e la bocca socchiusa.
Bisbigliò:
- Cosa diavolo...!?
Lui si voltò preoccupato e si accorse della figura, alta non meno di due metri, con addosso un impermeabile, che gli stava di fronte, battendo il piede destro nervosamente sull'asfalto.
Il particolare che spaventò Floriana fu quel bagliore rossastro intermittente che emanava la pelle di quel viso vagamente femminile, liscio e privo di peli.
Paolo si mise tra le due e disse, cercando di essere il più convincente possibile:
- Ti posso spiegare tutto, Rachel!

**Epilogo**
I personaggi che ho utilizzato nel racconto sono realmente esistiti, ma tutto il resto della vicenda è inventato di sana pianta, frutto della mia aberrante immaginazione. Questa indispensabile precisazione è al fine di scongiurare eventuali reclami di amici troppo permalosi, che decidessero di portarmi in tribunale o, peggio ancora, d'aspettarmi sotto casa per darmi una lezione. Sia quindi chiaro che non avevo l'intenzione di offendere nessuno, scrivendo questo racconto! Alcuni personaggi sono stati un pò enfatizzati, ma a fine innocente di rendere più piacevole la lettura. Quindi lungi dal voler diffamare chiunque! Fine di questa indispensabile premessa.
Dunque, il racconto è stato concepito approssimativamente verso i primi d'agosto del 1996 e finito il 16 dello stesso mese. L'idea era quella di immaginare il futuro della più famosa compagnia di Monticelli Terme (modestamente parlando). La compagnia del Gelso.
Ovviamente, non è detto che, dopo così tanti anni, saremo sempre gli stessi, con gli stessi pregi e gli stessi difetti, ma me lo auguro di cuore, visto che, se ci fossero dei cambiamenti, potrebbero essere anche in peggio e, detto tra di noi, non me la sento di immaginare una realtà peggiore di questa. Scherzi a parte, volenti o nolenti, cambieremo in ogni caso, almeno dal lato fisico, siccome il tempo non ha mai risparmiato nessuno.
Fatto sta che durante la stesura della storia, ho pensato bene di trovare un motivo valido per riunire la compagnia. Avevo pensato ad una commemorazione della vecchia pianta, in occasione del suo prossimo abbattimento (perché ammalata o per una decisione condominiale).
Non l'avessi mai pensato! Non avrei potuto profanare il buon vecchio Gelso! La pianta è intoccabile e sarebbe intollerabile immaginare via Paganini, d'estate, senza le numerose more zuccherose, appiccicate sotto le scarpe, a raddolcire le nostre serate.
Ma mentre mi scervellavo per sfornare una buona idea, ecco che la divina provvidenza (e dire che sono ateo ed un pò agnostico!) mi venne in aiuto portandomi proprio davanti casa Floriana, un amica che, indipendentemente dalla sua volontà, era emigrata a Parma.
Era da un pò che non si faceva vedere da queste parti e, come spesso succede, alla sua vista ebbi un flash-back. Per chi non lo sapesse, alla Flo sono legati tutti i miei ricordi dell'adolescenza, fino a agli albori della compagnia, quando presidiavamo via di Vittorio.
Decisi così che in occasione del diciannovesimo compleanno di Floriana, le avrei dedicato un racconto nel quale avrei narrato di come, anche dopo vent'anni, ci saremmo ricordati di lei e di quella importante ricorrenza. Il 17 agosto.
Qualche giorno dopo questo mio proposito, ho avuto la brillante idea di passare a salutare l'interessata, per tastare il terreno e per fare due chiacchiere. Manco a dirlo, in quell'occasione parlammo della mia nuova mania di scrivere e, con mia sorpresa, mi venne proposto di dedicarle un racconto per il suo compleanno. Siccome l'avevo già iniziato e non volevo che lei pensasse che l'ho scritto per accondiscenderla, le ho confidato le mie intenzioni, rovinando la sorpresa, ma mantenendo il merito di aver avuto per primo l'idea.
Spero che il pensiero, non tanto il regalo in sé, possa esserle gradito, anche se penso che il racconto garantisca almeno qualche sorriso ed una bella sorpresa finale. Concludo con il più banale, ma quanto mai sentito, augurio: buon compleanno, Flo.
(Non ho potuto resistere dall'inquadrare il racconto in un'ottica fantascientifica, visto che tra vent'anni molte cose saranno diverse e non penso sia da scartare l'ipotesi che venga inventata una televisione tridimensionale, che vengano scoperte altre forme di vita intelligenti e finalmente la cura per la peste del 2000, l'AIDS. Da notare che nella prima stesura del racconto avevo utilizzato il termine trivì, ovvero televisione tridimensionale, già brevettato da Isaac Asimov. L'ho dovuto cambiare dietro l'insistenza di alcuni amici perché, dicono loro, legalmente non posso utilizzarlo. Quindi mi sono inventato il termine tv3, che si legge cube-tv. Non si sa mai che venga inventata anche questa!)



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