FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







LA VENDETTA

Claudio Mauri




Bruno non sopportava il vuoto. Odiava i giorni uguali uno all'altro, le risate sciocche degli amici. Viveva in un piccolo paese di montagna, un ambiente chiuso che lo soffocava. Quando si avvicinava la sera usciva dal paese ed andava su di un colle dove era certo che sarebbe rimasto solo. Senza addosso gli occhi di nessuno si sentiva meglio. Amava sedersi all'estremità del colle, dove un precipizio cadeva a picco su di una vallata. Guardando in basso provava una lieve vertigine, una strana ebbrezza come se avesse spiccato il volo. Vedeva le macchie scure dei boschi, qualche baita sperduta tra le gole dei monti, il punto minuscolo di un uccello che vagava senza una cognizione precisa dello spazio. A volte lo prendeva una nostalgia acuta per qualcosa che non capiva, uno strano sentimento che lo divorava e gli faceva venir voglia di morire. Solo la sera riusciva a calmarlo. Il colore dell'erba si faceva più intenso, il sole mandava riflessi delicati. Anche i suoni si addolcivano e l'aria fresca era una delicata carezza sulla pelle. Aveva un amico, solitario come lui. Era un falco che dominava con ampi giri la vallata. Capiva il linguaggio cifrato dei suoi voli. Lo interrogava con la mente e il falco rispondeva mutando direzione, puntando in alto o in basso. Anche il colle, nel silenzio, gli parlava. Era una voce profonda che lo aiutava a vivere, un'eco in cui lui vibrava assieme alle cose. A volte, quando cominciava a piovere, si lasciava bagnare e ascoltava il suono dell'acqua che cadeva sul bosco. Era un lento mormorio di pace che gli faceva dimenticare tutto. Un giorno se ne sarebbe andato da quel paese. Lo pensava da tempo. Amava dipingere e aveva deciso che sarebbe diventato qualcuno. Passava molto tempo con i pennelli in mano. Metteva sulla tela i sentimenti più nascosti che lui stesso non capiva ma che riusciva a rendere con il gioco dei colori. Dipingeva in modo sempre più penetrante, con una sensibilità quasi dolorosa.

***

Durante le vacanze scolastiche Bruno aiutava il padre nel bar che aveva in gestione. In quel periodo il lavoro aumentava anche se in quel paese poco conosciuto c'era un flusso turistico molto scarso. Venivano lì delle persone anziane, gente che cercava soprattutto la quiete. Un giorno nel bar entrò una turista che non si era mai vista da quelle parti. Si sedette e ordinò un cappuccino. I pochi avventori presenti lanciarono delle lunghe occhiate. Anche Bruno fu subito colpito dalla donna. Aveva circa trentacinque anni, capelli castani lunghi e lisci che cadevano sulle spalle. Una camicetta scollata lasciava intravvedere l'inizio di un seno abbondante ma ben proporzionato. I tratti del viso regolari, di un'estrema raffinatezza; gli occhi un po' freddi e distratti ma straordinariamente belli. Aveva una gonna molto corta e teneva le gambe, lunghe e lisce, accavallate, ma niente nel suo comportamento disinvolto indicava volgarità. Era una donna di classe ed era strano che fosse capitata in quella località, meta di un turismo povero e senza pretese.
Bruno le portò il cappuccino. Odiava servire le persone e non lo faceva con i modi ipocriti e premurosi di suo padre. La donna, senza nemmeno guardare il ragazzo, disse che il cappuccino era troppo ristretto; Bruno lo prese e poi lo riportò indietro di malavoglia, con modi un po' bruschi. L'orgoglio lo spingeva anche a dimostrare che non era intimorito dalla bellezza. La donna lo guardò e disse in tono freddo e un po' ironico: "Sempre così gentili da queste parti"? Bruno non rispose ed arrossì fino alla radice dei capelli. Sentì le risa sommesse degli avventori.
Come tutti i caratteri solitari e scontrosi ingrandiva le cose ed anche quell'episodio insignificante riuscì a metterlo di malumore. Non sopportava il senso di superiorità di quella donna. Maledì se stesso per non essere stato pronto a risponderle con una battuta sferzante. Venne il padre e subito diede il benvenuto alla nuova cliente, con una premurosità eccessiva e stonata. La turista gradì l'omaggio come una cosa dovuta. Doveva essere abituata a trattare con personaggi servili e sapeva che in quel luogo sarebbe stata al centro dell'attenzione. "Quel bel giovanotto al banco è mio figlio", disse il padre indicandolo. "Ho già avuto il piacere", rispose la turista con una punta di sarcasmo. Bruno sarebbe sprofondato. Stava lavando bicchieri e tazzine e questo sembrò ancor più umiliarlo agli occhi della donna.
Quando la turista se ne andò il padre la salutò in modo stucchevole, poi si mise a parlottare con gli avventori, paesani con cui era in amicizia. "Avete visto? E' venuta qua sola. Beato chi se la..."! Bruno non sopportava la sua volgarità. Era ossequioso ma subito pronto alla malevolenza, passatempo preferito di quel paese.
"Perché non ci provi tu, visto che hai già fatto colpo"?, disse un avventore rivolgendosi a Bruno in tono ilare e maligno. Ci fu uno scoppio di risa. Il ragazzo fu accecato dall'ira, avrebbe voluto prenderlo a pugni, ma poi si trattenne e se ne andò sbattendo la porta.
"Non fateci caso", disse il padre, "sapete com'è
fatto".

***

Quel pomeriggio Bruno prese come sempre la strada del colle. Il solo fatto di allontanarsi dal paese servì a rasserenare. In fondo che gli importava di quella gente? Il sole era radioso, l'aria cristallina. Era nel suo ambiente, nessuno poteva pugnalarlo alle spalle. Attraversò il lungo bosco che portava al colle. In quei luoghi poteva immergersi in una perfetta solitudine. Amava lo scricchiolio dei rami secchi sotto le scarpe, il cinguettio degli uccelli. Ogni tanto si fermava ad inspirare l'aria del bosco a pieni polmoni e si sentiva in pace con se stesso. Era una fortuna che ci fossero pochissimi turisti e che i ragazzi del paese consumassero il tempo libero al bar a giocare a carte ed ubriacarsi. Il meglio rimaneva a lui.
Il bosco stava per finire, tra poco il colle sarebbe apparso, battuto dal sole, su di una spianata sottostante. Per raggiungerlo bastava percorrere ancora una ventina di metri di una discesa non molto ripida. Bruno solitamente li faceva di corsa; gli sembrava di tuffarsi nell'erba, di essere abbracciato dal paesaggio che appariva improvviso e nitido. Anche quel giorno era pronto a prendere la rincorsa ma qualcosa lo fermò. Era il canticchiare sommesso di una donna. Avanzò piano senza fare rumore e si affacciò sbirciando tra gli alberi. Vide la turista che passeggiava a piedi scalzi sul suo colle e raccoglieva fiori. Doveva essere arrivata da poco perché aveva ancora uno zainetto sulle spalle. Bruno stette fermo aspettando che se ne andasse. Lei indugiò guardando il paesaggio, la vallata. Il posto doveva esserle piaciuto. Aprì lo zainetto, stese una coperta dai colori delicati e si sdraiò a prendere il sole.
Bruno era furibondo. Quell'importuna gli stava rovinando completamente la giornata. Prima lo aveva reso ridicolo al bar di fronte a tutti ed ora si era impossessata del suo posto preferito. Aspettò circa un quarto d'ora nascosto tra gli alberi poi, rassegnato, decise di andarsene da un'altra parte. Ma un fatto imprevisto lo fermò. La turista, rendendosi conto della solitudine di quei luoghi, convinta che nessun occhio indiscreto potesse vederla, iniziò a spogliarsi. Bruno la fissò con avida curiosità. La donna si sfilò un leggero golfino giallo scoprendo il seno rotondo e ben tornito, con due grossi capezzoli scuri. Continuò sfilandosi i jeans, gli slip e rimanendo così completamente nuda. Poi si stese sulla coperta e chiuse gli occhi offrendosi integralmente alla vista del ragazzo. Il suo corpo aveva proporzioni perfette. Le gambe affusolate scivolavano armoniosamente nei fianchi; il ventre, l'interno delle cosce erano morbide confluenze che facevano risaltare il disegno nitido e nero del pube. Bruno era abbagliato da quella carne bianca che rifulgeva al sole; il turbamento lo faceva quasi tremare. Fino a quel momento aveva visto il nudo femminile solo alla televisione o su qualche rivista. Non si era mai unito ai ragazzi del paese che frequentavano delle prostitute; non lo aveva fatto perché era ancora molto giovane ma soprattutto per la paura di un'esperienza volgare ed affrettata che poteva rivelarsi ripugnante. Ora, al riparo del bosco, si sentiva sicuro. Non era eccitato solamente da quella vista ma anche da un senso quasi euforico di vendetta. Ecco, in quel momento si stava vendicando di quella donna altera. La spiava nell'intimità senza che lei se ne rendesse conto. Ora era lui il padrone della situazione, in condizioni di superiorità. Ma forse la sua vendetta poteva essere ulteriormente perfezionata. Poteva uscire improvvisamente dal bosco fingendo di passare di lì casualmente e godersi l'umiliazione e l'imbarazzo della donna, colta di sorpresa nella sua nudità. Questa idea puerile lo eccitava. Ripensò ancora all'episodio del bar e decise che la vendetta doveva essere ancora più succosa. Sarebbe andato a chiamare i ragazzi più volgari del paese perché godessero tutti dello spettacolo e prorompessero poi in una grande risata, in battute oscene. E lui avrebbe riso più degli altri, facendole così capire che era stato l'artefice di tutto. La turista si sarebbe trovata in una situazione talmente imbarazzante da essere forse costretta ad interrompere le vacanze. Lui avrebbe guadagnato la stima degli altri che apprezzavano molto le situazioni volgari e violente.
Ma un altro ordine di pensieri lo fece desistere.
Quel corpo doveva essersi mostrato completamente nudo solo ad uomini molto fortunati. Perché offrire agli altri, gratuitamente, quella visione? Forse sarebbe venuta lì tutti i giorni a prendere il sole e lui avrebbe potuto guardarla ancora. Solo dopo avrebbe pensato al modo migliore di vendicarsi.

***

Bruno non aveva sbagliato i suoi calcoli. Il giorno successivo ritrovò la donna sul colle che prendeva il sole. Ma il ragazzo aveva un pudore nuovo, un'esitazione. Provava un senso di vergogna nello stare a spiare, come un vigliacco disposto ad approfittare di una situazione fortunata senza nulla rischiare. Aveva un'idea oscura delle leggi che regolavano l'esistenza. Non credeva alla casualità degli avvenimenti e, se si trovava in quelle circostanze, doveva esserci una ragione nascosta, un nodo da sciogliere. La sua vita fino a quel momento si era risolta unicamente in una pura contemplazione, ora doveva in qualche modo procedere oltre. Ma solo all'idea era preso dall'angoscia, la sicurezza svaniva. Non voleva confessare a se stesso che la donna aveva suscitato in lui una fortissima attrazione carnale, così intensa da sconcertarlo. L'idea del sesso aveva sonnecchiato in lui sotto il bozzolo protettivo dell'adolescenza e delle sue fantasie burrascose ma pur sempre controllabili. Ora un elemento nuovo, imprevedibile, veniva a turbarlo. Forse l'astio verso la turista mascherava l'attrazione, il desiderio di uscire dalle opprimenti certezze del suo mondo solitario. Goccia dopo goccia il vaso stava per traboccare, la maschera cadeva e nasceva un desiderio incerto e violento, pieno di paura.
Soffocò questi pensieri e decise di concentrarsi sulla visione della donna, ma non riusciva ad abituarsi serenamente a quella nudità. Era un'immagine che pareva essersi staccata da lei come se fosse l'archetipo di tutte le ansie del ragazzo. I minimi movimenti di quel corpo morbido dolcemente abbandonato sulla coperta, le nuove prospettive in cui si rivelava, lo turbavano in modo insopportabile.
Ma un altro fatto nuovo riuscì ad incidersi profondamente nell'animo del ragazzo. La donna si sedette, abbracciò le gambe ed appoggiò il viso sulle ginocchia. Si fermò per un po' di tempo in quella posizione. Era come se avesse cercato protezione. Solo allora Bruno, distolto dalla contemplazione ossessiva del corpo, percepì qualcos'altro in lei. Era l'ombra di un'improvvisa malinconia che la rese ancor più desiderabile. S'era rotto un altro velo e questo lo fece sentire ancor più indifeso. Non aveva mai contemplato un sentimento al di fuori di sé, nell'animo di una donna. La solitudine di quel lungo pomeriggio sembrava interminabile, Bruno si passava nervosamente le mani tra i capelli, il sudore gli rigava la fronte. La donna teneva sempre la testa sulle ginocchia, le ombre lunghe della sera parevano amplificare la sua tristezza. Cominciò a dondolare lentamente le gambe e con esse il viso, come una bambina insicura che cullava se stessa. Questo movimento divenne un po' più convulso fino a che fu scossa da leggeri tremiti che le percorrevano la schiena. Bruno non capiva. Solo quando la donna sollevò il viso vide che stava piangendo.
Bruno continuava a non capire. Come non capiva le lacrime che, improvvise e calde, si erano messe a scendere anche dal suo viso. Qualcosa da lungo tempo trattenuto s'era sciolto in lui. Non lo afferrava con la ragione ma con un oscuro brancolare del sentimento. Vedeva ora la donna con altri occhi, non solo con il desiderio carnale ma anche con un'emozione indefinibile. Si sentì in pericolo e, per un attimo, ebbe la tentazione di andarsene.
La donna ora pareva essersi calmata. Aveva smesso di piangere e, dopo essersi riavviata i capelli, si era stesa ancora sulla coperta ad occhi chiusi. La sera riuscì a rasserenarli entrambi. Bruno guardò verso la vallata e si accorse di non avere mai percepito un simile senso di vastità. Tante voci sembravano parlargli confuse tra i mormorii del bosco agitato dal vento. Anche lei sembrava capire che quello era il momento più bello, da cogliere negli istanti in cui il giorno declinava. Il vento ora si era fatto più freddo, ma lei sembrava estasiata dalla sensazione che si era fatta più viva sulla pelle nuda. Lasciava che il vento le scorresse sulle gambe, sul ventre liscio e bianco. Bruno vide che sul seno i capezzoli s'erano fatti turgidi come se fossero accarezzati. La donna emise un lungo sospiro che sembrò fondersi nel respiro della sera.
A Bruno parve di essere accarezzato dal suo fiato umido e caldo. Lei ormai era parte di quel colle prima troppo aspro e solitario. L'ultimo velo si lacerò. Sentì che l'amava, che non poteva fare a meno di lei. Ma provò anche un forte senso di disperazione. Che avrebbe fatto, ora? L'istinto gli fece fare un passo assurdo, irragionevole. Una forza irresistibile lo spinse ad uscire allo scoperto. Ma ancora più strano fu ciò che accadde dopo. In pochi istanti fu davanti alla donna e lei non ne fu minimamente turbata o spaventata, né accenno a coprirsi o a cambiare posizione. Sembrava persa in se stessa, in uno strano torpore che la rendeva assente. Si limitò a guardarlo con occhi pacati e un po' smarriti. "Sapevo che mi stavi guardando". Bruno, incredulo, riuscì solamente a balbettare: "Ma come facevi a saperlo"? La donna, con lo sguardo che ora vagava lontano sulla valle, rispose a voce bassa, quasi a fatica: "Ti ho visto ieri mentri ti stavi allontanando. Ho capito che eri stato a guardarmi e che oggi saresti ritornato.".
Bruno non disse più nulla, la vicinanza a quel corpo nudo nella solitudine assoluta della sera lo stupiva, lo eccitava. Lei lo guardò nuovamente, questa volta con più attenzione. Gli chiese con un leggero pudore nella voce: "Mi hai vista piangere"? Bruno annuì senza dire nulla e lei colse la sua espressione addolorata.
La donna chiuse gli occhi e si abbandonò ancor più languidamente sulla coperta. Poi mormorò, quasi in tono supplichevole: "Aiutami a vivere". Sembrò rivolgersi anche all'ombra muta del bosco, alla luce rosata del sole che spariva tra le vette. Bruno tremando si sedette accanto a lei, solo dopo qualche istante riuscì ad allungare la mano. La fece scorrere in modo leggero ed esitante sul seno, poi scivolare lungo il ventre e insinuarsi lentamente tra le cosce morbide fino a cogliere l'umore dell'eccitazione. La donna gemette debolmente, il suo respiro s'era fatto affannoso. Il tocco di quelle mani inesperte sembrava aumentare il suo piacere. Si mise anche lei seduta e aiutò Bruno a spogliarsi. Accarezzò lungamente il corpo nudo del ragazzo che rabbrividì a quel contatto sconosciuto e all'aria fredda che soffiava dal bosco. Quando la penetrò e consumò il primo atto d'amore, sentì che qualcosa di sacro e irragionevole era entrato nella sua vita.

***

Da quel giorno si videro molte volte sul colle e fecero spesse volte l'amore. Ogni volta Bruno scopriva qualcosa di nuovo mentre lei sembrava già sapere tutto della vita. Parlarono di se stessi. Bruno si aprì completamente come non aveva fatto con nessuno; si rivelava con un fervore ingenuo che inteneriva ma anche divertiva la donna. Le raccontò i segreti del colle, della sua solitudine, di come sapesse interpretare i messaggi cifrati del falco. Avrebbe voluto muoversi nella vita come quell'uccello che volava alto e sapeva sfruttare le correnti senza farsi travolgere. Lei a volte lo stava ad ascoltare interessata perché lui non mancava di originalità, di un fuoco interiore diverso, ma non poteva fare a meno di sorridere e di assumere un atteggiamento materno quando tutta la sua ingenuità saltava fuori. Lui si adombrava per questo atteggiamento. Lo faceva soffrire anche il fatto che la donna non si aprisse completamente, che gli tenesse celati gli avvenimenti più intimi della sua vita. Era ricca, moglie di un importante gallerista. Quell'estate lei e il marito avevano deciso di fare delle vacanze separate perché bisognosi ambedue di solitudine. Non riuscì a sapere altro.
Era questo l'amore? Bruno, assieme all'ardore dei sentimenti, cominciò presto a sentire il morso della sofferenza. Era una sofferenza non ben definita ma che si rifletteva in tante paure diverse. Aveva paura di deluderla, di annoiarla, di essere troppo immaturo. Aveva paura soprattutto di non essere alla sua altezza, di non poterla più rivedere. Questi pensieri non gli davano tregua e la sua sofferenza era grande quanto la felicità. Scoprì poi un aspetto sconcertante di quel carattere femminile. Lei era completamente padrona di una situazione che lui non sapeva dominare. Assieme alla dolcezza usava sapientemente delle piccoli dosi di veleno che lo ferivano. Sembrava che godesse di questo gioco, che amasse provocarlo. A volte lo fulminava con una battutina fredda e con considerazioni che abbattevano la sua sicurezza. Mano a mano che saliva l'intensità del loro rapporto più lui si sentiva inerme e dipendente, tanto che gli sembrava che lei, assieme alla passione, nutrisse per lui una punta di disprezzo. Bruno non capiva e meno capiva più si sentiva perso, schiavo della situazione. I suoi goffi tentativi di replicare, di essere adulto, finivano invariabilmente nel ridicolo. Era come se giocasse contro la donna una partita in cui lui sbagliava una mossa dopo l'altra e la posizione di lei andava sempre più rafforzandosi. Però il loro rapporto carnale aveva raggiunto punte di grande intensità, dove la donna, a momenti, pareva dipendere completamente da lui, dal suo corpo giovane e fresco smanioso di amore. In queste situazioni Bruno era felice gli sembrava di essersi riscattato, di aver recuperato terreno, ma poi lei, quasi impercettibilmente, con un lento lavorio, ricominciava a fargli perdere posizioni e a distanziarlo, dimostrandogli che era la padrona del gioco. Un gioco che conduceva come il gatto fa con il topo. Ma perché questa contrapposizione? Che significava? Bruno avrebbe voluto un rapporto più armonico e pacato, ma, del resto, questo confronto lo eccitava. Aveva sempre amato la chiarezza delle situazioni ed ora gli sembrava di combattere su di un terreno infido. Aveva paura del potere assoluto che stava conquistando su di lui, del male che avrebbe potuto fargli. Lei era consapevole della sua vulnerabilità e sapeva profittarne; ma a volte la sua tenerezza era grande; sapeva carezzarlo, scherzare con lui come forse non aveva fatto con nessuno. Era questo l'amore? Più passava il tempo e meno Bruno era in grado di capirlo. Data la professione del marito e gli studi fatti, la donna si interessava molto d'arte. Lui le portò alcuni suoi disegni, acquarelli e piccole tele ad olio. Lei, guardandoli, parve sorpresa e interessata. Probabilmente non lo credeva capace di tanto. Bruno era esultante, sentiva di essere salito di un gradino nella stima di lei. Anzi, da questo si aspettava di più, da lì forse, date le sue ambizioni, poteva nascere il filo che avrebbe potuto tenerli legati in futuro. Ma fu una vittoria di scarsa durata. Lei, considerando i suoi lavori, invariabilmente li elogiava, ma poi, quasi casualmente buttava lì una considerazione che aveva il potere di smontarli di colpo. Il succo della sua critica stava in questi termini: aveva sì del talento, ma doveva ancora maturare. Gli mancava una piccola sfumatura in più per essere un vero pittore. Forse avrebbe potuto riuscirci. E su quei forse, su quei ma che facevano vacillare l'orgoglio di Bruno, riusciva a tenerlo in pugno, in un continuo dubbio su ciò che realmente pensava di lui. Nei giudizi sibillini sull'arte di Bruno pareva anche alludere alle incerte possibilità dei loro rapporti futuri. Gli lasciava aperto solo un piccolo spiraglio; pretendeva da lui cose che parevano al di là delle sue possibilità. Voleva aiutarlo o demolirlo? Bruno sentiva di camminare sulle sabbie mobili, ma ormai non si poteva più tirare indietro. Quando parlavano di arte, le distanze tra di loro aumentavano; soprattutto perché saltava fuori la classe, la superiorità della donna. Un giorno lei gli disse ridendo ma con intenzionalità: "Hai delle mani da zappatore, devi fare molto fatica a maneggiare i pennelli"! Questa frase non lo fece dormire tutta la notte.
A volte lei, colta da un'improvvisa tristezza, diventava impenetrabile. Erano i momenti peggiori per il ragazzo; la donna non gli parlava, era assente come se lui non esistesse e non potesse esserle di alcun aiuto. Ma il giorno dopo tutto riprendeva come se non fosse successo nulla.
Un pomeriggio le portò un piccolo quadro ad olio che raffigurava il colle. Era il suo lavoro più riuscito, capace di comunicare, con la massima semplicità, un senso profondo di pace, di armonia. Dallo sguardo attento della donna capì che era stata profondamente colpita. Lei gli disse che con quel quadro era vicinissimo ad essere un pittore di talento. Poi fissò il lavoro con maggior attenzione e l'espressione si fece cattiva. Improvvisamente, trasportata da un impulso incontenibile, estrasse dalla borsa una piccola forbice e lo sfregiò. Poi rimase con la mano tremante e sospesa a guardare. I suoi occhi avevano una fissità estatica, come se dalla tela ferita uscisse una grande luce.
Bruno riuscì solo a chiedere con un filo di voce:
"Perché"?, poi si coprì il viso con le mani e pianse silenziosamente. Non avrebbe voluto farlo davanti a lei; sentì di toccare il fondo dell'umiliazione. La donna lo abbracciò con un impeto sconosciuto, anche lei piangendo. Non gli chiese perdono ma lo tirò a sé e lo baciò. Nel respiro affannoso di lei, Bruno colse una strana avidità, un'eccitazione, una piega oscura che non capiva e gli faceva paura. Lei volle che facessero l'amore. Lo fecero con un impeto quasi brutale.
Quando finirono lo tenne stretto e, accarezzandogli i capelli, gli disse: "Rifai quel quadro. Lo voglio per me".

***

Bruno, arrivato a casa, si mise al lavoro febbrilmente. Capì quello che mancava: un'ombra di drammaticità che avvolgeva le cose, un punto oscuro in mezzo alla quiete. Il dolore era confuso alla serenità, nei colori della sera, nel piegarsi dei rami sotto la sferza del vento, nel volo smarrito degli uccelli. La donna aveva ragione. Sentiva di adorarla. Ma un dubbio si insinuò in lui come una goccia di veleno: forse cercava solo di giustificarla accecato dall'amore. Ormai non era più in grado di capire ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. L'unica cosa certa era il desiderio quasi folle di rivederla, un'idea ossessiva che non gli dava tregua. Il giorno dopo, mentre si recava al colle con il quadro sotto il braccio, era divorato dall'inquietudine; un equilibrio precario si era rotto, il tempo si era sbloccato spingendosi in avanti velocemente e lasciandolo indietro. La sfida era superiore alle sue forze, un vento impetuoso che voleva strappare radici troppo giovani. Quella sensazione angosciosa saturava l'aria dei boschi, la terra sulla quale camminava. Era solo e nessuno poteva aiutarlo. Forse era meglio che non fosse successo nulla, che non l'avesse mai incontrata. Dal primo giorno aveva cercato di ritrovarsi in lei, ma era come scrutare in uno specchio che rimandava immagini deformate. Quando sul limitare del bosco arrivò ad affacciarsi sul colle si fermò. Una parte oscura di se stesso aveva già previsto tutto: la donna era con un altro uomo. Era un giovane del paese dal corpo possente ma sgraziato, un uomo rozzo e volgare. Le teneva una mano sulla spalla e le parlava con un espressione furba ed avida, come un animale che osserva la preda. Lei non diceva nulla e lo lasciava fare. Poi davanti a Bruno si svolse una scena dalle sequenze veloci e inesorabili. L 'uomo cominciò a baciarle il collo ed il seno; lei accennò una resistenza cercando di respingerlo ma con gesti fiacchi che sembravano destinati ad aumentare l'eccitazione dell'altro. Per tutta risposta le carezze dell'uomo si fecero più pesanti, era impaziente di impossessarsi di quel bel corpo. Ad un certo punto, con irruenza bestiale, la rovesciò a terra. Le sollevò la gonna e con un movimento violento della mano le strappo' gli slip. Le splendide gambe di lei biancheggiarono, mentre l'uomo le apriva la camicetta e le faceva pesanti carezze sui seni, così brutali da sembrare percosse. Lei ora lo assecondava assumendo pose di una volgarità sconosciuta a Bruno. Sapeva che lui stava spiando la scena dal bosco e questo sembrava ancor più eccitarla. L'uomo si liberò dei vestiti con gesti quasi furiosi; il suo corpo abbronzato e muscoloso era repellente. Non potevano esistere due esseri così diversi e distanti come lui e quella donna. Le fu sopra, macchia scura e informe su quel corpo bianco che Bruno aveva adorato. Fu come se un ferro rovente penetrasse nel petto del ragazzo. Con disperazione cercò di cogliere da lontano l'espressione di lei. Voleva capire. La donna faceva delle smorfie che le deformavano il volto, come se ricevesse frustate sulla pelle nuda. Provava qualcosa di molto più intenso e devastante di quel che aveva saputo darle il suo amore dolce. Solo dopo aver raggiunto il culmine del piacere il suo volto si distese. Stette ad occhi chiusi, con un'espressione sfuggente e serena. L'uomo, ansimante e svuotato di energie, si lasciò scivolare di lato. Lei non lo degnò di uno sguardo.

***

Bruno non capì cosa lo spinse ad allontanarsi dal colle. Era solo il moto delle gambe, l'istinto vuoto del suo corpo. Non sapendo dove andare riuscì solo a trascinarsi a casa come un animale ferito. Non c'era nessuno; il negozio era chiuso per riposo, la famiglia era via. Si accorse che nelle mani aveva ancora il quadretto che aveva dipinto. Lo distrusse con odio, ma questo non gli bastò. Ad uno ad uno distrusse tutti i suoi lavori. Ma qualcosa lo ossessionava maggiormente, era l'espressione serena della donna dopo quell'amplesso brutale, come se una scintilla di luce fosse scoccata nell'abbrutimento. Non le importava nulla di quell'uomo ma forse dello sguardo nascosto del ragazzo che registrava la scena in cui lei era, nello stesso tempo, vittima e carnefice. Forse aveva voluto comunicargli qualcosa o forse, più semplicemente, aveva voluto distruggerlo.
Il telefono trillò. Fece pochi squilli e poi smise.
Riprese a trillare ad intervalli regolari. Era lei. Bruno avvertì in quell'insistenza l'angoscia della donna. Doveva essersi resa conto di essere andata troppo oltre. E' pericoloso mettere un adolescente con le spalle al muro. Lei lo sapeva. Ma forse per questo amava i giochi pericolosi che la facevano sentire viva. Sapeva che era solo. Tra un po' sarebbe venuta a bussare alla porta di casa. Bruno decise di non farsi trovare ed uscì. Avrebbe passato fuori tutta la notte. Si rese conto che, nel cercare di vendicarsi, stava solo continuando il gioco doloroso voluto da lei. Anche la donna in quel momento doveva soffrire; ma lei cercava il dolore. Il negarsi di Bruno era ancora ciò che lo legava, lei gli stava tendendo all'ultimo momento un filo sottile perché si salvasse e continuasse il gioco. E lui che altro poteva fare? Avrebbe dovuto trovare il coraggio di non andare all'appuntamento scontato del giorno dopo sul colle. Fu questa l'idea ossessiva che lo dominò per tutta la notte. Ma sapeva che all'ultimo momento non ci sarebbe riuscito. Come poteva rompere tutto e affrontare il vuoto? Non aveva più il minimo potere su se stesso e, nel momento in cui più la disprezzava, meno riusciva a sopportare l'idea di non rivederla.

***

Fu con l'animo dello sconfitto che il giorno successivo Bruno si recò sul colle. Sapeva che era una resa senza condizioni, degradante. Lei era lì ad attenderlo e l'accolse con un sorriso luminoso. Stava passeggiando sul colle a piedi scalzi ed aveva i jeans e la maglietta del primo giorno che l'aveva vista in quel luogo. Da un'ombra di stanchezza attorno agli occhi capì che anche lei non aveva dormito. Forse aveva avuto paura che la situazione le sfuggisse di mano e ora, con quel sorriso, dimostrava anche sollievo. Agli occhi di Bruno non era stata mai tanto bella e desiderabile, ma ora il suo amore era una cosa sola con un odio sordo che gli opprimeva il petto e gli soffocava in bocca le parole. Lei, vedendolo così turbato, volle fargli una carezza ma lui scostò la testa, nonostante il gesto gli costasse una fatica immensa.
"Lo so che ieri hai visto tutto", disse lei con un tono sereno e amorevole, ma anche deciso. "Tu non sai niente di me. Voglio che tu sappia tutto perché ho bisogno di te ". Bruno fu sul punto di buttarle le braccia al collo e di piangere, di farsi consolare dai suoi baci e dalle sue carezze come un bambino dalla madre. Ma l'orgoglio che sembrava annichilito ebbe un sussulto. "Non voglio sapere nulla"!, disse con una brutalità che sconcertò lui stesso. La donna sembrò accusare il colpo ma poi riprese a parlargli pacatamente; però qualcosa nella sua sicurezza s'era incrinato. Bruno sentì l'orgoglio, la rabbia, crescergli dentro come una palla di fuoco. Anche lei, finalmente, si dimostrava vulnerabile. Ora l'odio era più forte dell'amore. Non udiva più le parole della donna; i suoi occhi vagavano nervosamente verso la valle che si era fatta più vicina e minacciosa. Gli alberi, le piccole baite lontane avevano contorni dolorosi, definiti da un'impronta rovente. Ad un certo punto si accorse che lei era impallidita. Come risvegliandosi da uno strano torpore vide che, senza rendersene conto, con passi lenti da sonnambulo, si era recato vicino all'orlo del precipizio. Capì che, con questo gesto incosciente, aveva riacquistato in un attimo tutto il terreno perduto su di lei. Fu questione di un istante e fece, questa volta consapevolmente, un altro pericoloso passo in avanti. La guardò con aria di sfida, senza dire una parola. La donna stava per urlare ma riuscì a trattenersi. Gli disse delle parole supplichevoli, terribilmente angosciate, di cui Bruno non afferrò il senso. La stava tenendo in pugno, ma la parte ancora lucida di se stesso lo spinse a guardare in basso e a percepire la situazione di grande pericolo. Sotto ai suoi piedi la terra si sbriciolava e precipitava in una caduta interminabile. Lo colse la vertigine del vuoto che si spalancava davanti, del mondo che vorticava attorno alla sua vita ridotta a un punto insignificante. Bastava un nulla, una piccola esitazione dell'equilibrio e sarebbe caduto. La donna era paralizzata. Sapeva che, se fosse avanzata, se avesse tentato di afferrarlo, lui si sarebbe gettato. Si mise a gridare ma lui udì solo una frase distinta che per un attimo parve farlo esitare: "Bruno, aiutami"! Ma poi il suo sguardo si perse nuovamente nella contemplazione del baratro. Un brivido freddo gli scuoteva tutto il corpo. La sua anima era spaccata fra un acuto desiderio di sopravvivenza e la voglia di lasciarsi andare. Il fondo sembrava attrarlo con un fascino irresistibile. Poi anche l'orgoglio lo abbandonò, come un grande flusso di energie che si fosse scaricato. Si sentì stremato. Non aveva più la forza di vivere e si lasciò cadere. Il grido acuto della donna lacerò l'aria.
Fu uno stupido ciuffo d'erba, ostinatamente abbarbicato all'orlo del precipizio, a salvarlo. Lo afferrò all'ultimo istante con un gesto disperato. Ma il ragazzo spento che riuscì a risalire, con la camicia lacerata e un braccio macchiato di sangue, non era più lo stesso. Fu umiliante per lui sedersi ansimante sull'erba e respirare ancora l'aria del colle. Vide che la donna con il viso tra le mani singhiozzava di paura, di disperazione. Era tremendamente sola e lontana. Ora non piangeva più per lui ma per il vuoto in cui si era persa, forse per un altro uomo che era stato capace di ferirla. Bruno avrebbe voluto consolarla, ma il filo sottile che li univa s'era spezzato. Aveva perso l'attimo, il coraggio di aiutarla o di farla finita. Vide tutto il suo destino futuro segregato nel grigio negozio del padre. Nella vita sarebbe stato un fallito.




ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.