FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL VELIERO E IL GABBIANO

Gianluca Neri




Nuotava nel cielo come fosse acqua, come fosse mare, maneggiando con le ali il Vento che il suo amico abbracciava con le vele.
Il veliero permetteva al gabbiano di posarsi sul suo albero maestro quando le ali avevano dovuto farsi strada contro un Vento troppo forte, ed il gabbiano raccontava al veliero dei suoi viaggi e dei suoi voli, e di quando Mare vedesse avanti a sé.
Erano soli, due soli, al punto che il veliero, quando le sue vele non riuscivano più a raccogliere Vento e non aveva accanto il suo amico gabbiano, era costretto a sostare sperso nell'oceano per giorni e giorni, dal momento che non aveva motore come le navi d'acciaio che, vedendolo, lo deridevano. Si dice che in quei periodi d'immobilità forzata piangesse così tanto che le piene del Mare fossero dovute alle sue lacrime.
Il suo amico gabbiano invece non riusciva a darsi ragione della stoltezza dei propri simili, i quali, alla maestosità del volo, preferivano il tanfo di una discarica a qualche chilometro dal mare, nella quale era molto, molto più facile procurarsi il cibo.
Tentava, di tanto in tanto, di redimerli, ma la brusca risposta che guadagnava era sempre la stessa: "Questo è il vero senso della vita, l'unico segreto: mangiare. Mangiare quanto più possibile...", e ogni volta tornava avvilito dall'amico veliero.
Un giorno, un giorno che il Mare e il Vento si erano fatti più minacciosi, videro il Sole basso, il Sole rosso che li scrutava da dietro le nuvole, ed immaginarono si fosse sentito lusingato quando, al suo mostrarsi, gridarono stupore all'unisono.
Li vide arrancare, e disse loro: "Insieme. Ho colto insieme le due fragili anime che sfidano le onde e si orientano guardando il cielo...". Poi voltò le spalle, quasi a dire: "Buona fortuna, ma siete due, e siete pochi...". Di lì a poco scese la sera.
Durante la notte il Mare si fece agitato, e modellò le onde perché violentassero le rive, le rocce. Il gabbiano e il veliero gli resero omaggio timorosi, come non usavano fare le grandi navi che lo solcavano senza rispetto, o i gabbiani, per i quali rappresentava soltanto una grande tavola imbandita di ogni qualità di pesce.
Loro no, loro l'avevano sempre osservato mentre si sdraiava sulla riva e giocava a riflettere il Sole, e non furono poi così stupiti quando si rivolse a loro dicendo: "Ah, siete voi due... Mi ha parlato di voi il Sole. Mi ha detto che guardate lontano, ma vi bruciano gli occhi, che brillate come diamanti, ma vi valutano vetro colorato. Avete mani troppo piccole per raccogliere tutta quest'acqua, e il Vento che mi accarezza sarebbe tempesta sulle vostre vele e sulle vostre ali... Buona fortuna, ma siete due, e siete pochi..."
Il Mare fu implacabile e impetuoso, e il veliero e il gabbiano giunsero all'alba molto più che provati. Il nuovo Sole portò una Pioggia che cadde con violenza, e la affrontarono senza schivarla, senza ripararsi, perché non si offendesse. "Voi,- disse stupita -voi avete la pretesa di espiare le colpe di questo branco che nuota in apnea? Vi lasciate bagnare proprio voi che siete come l'acqua, trasparenti e inafferrabili. Giusto di voi mi han parlato il Sole e il Mare. Non so se siate stanchi o disperati, e vi salverei volentieri dalla mia ira, ma siete due, e siete pochi...".
Il Vento spazzò le nuvole nere come un attore invidioso che non sopporta gli si rubi il palcoscenico, e fu lui a schiaffeggiare per ultimo il gabbiano e il veliero, ormai stremati.
"Vi condanno.- disse -Vi condanno perché ci avete amati, e ci lasciate il rimorso di avervi fatti svanire.
Foste stati come tutti gli altri non sareste riusciti a rinfacciarci il nostro limite: non poter scegliere chi salvare. Per questo tutte queste percosse, dopo avervi tanto accarezzato. Vi cullerei ancora, ma siete due, e siete pochi...". Le Stelle li videro uno affondare lentamente, e l'altro precipitare a vite, ma non prima che riuscissero a guardare insieme, per un'ultima volta, lontano.
"Avrei voluto non chiudere gli occhi affrontando le onde alte,- disse il veliero -non gridare dolore nel sentirle frantumarsi sulla prua".
E il gabbiano rispose: "Io invece avrei voluto segnare questo Cielo come scie d'aerei, essere più me stesso e meno ombra, più sbattere le ali che planare". Il veliero, nei suoi ultimi istanti, chiese alla Luna se il paradiso dei velieri fosse vicino a quello dei gabbiani, perché potessero solcare insieme, lui e il gabbiano, il Cielo anziché il Mare, ed essa rispose: "Non c'è alcun paradiso per gli spersi, per i soli...", mentendo, perché era invidiosa, lei che riflette la luce d'altri facendola passare per propria. Le Stelle non fecero in tempo a consolarlo e rassicurarlo prima che svanisse, e si racconta che quella sera vi fu una delle più grosse piene che il mare abbia mai sopportato.




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