FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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VACANZE ARBITRARIE

Mara




Ci si alza, si cammina verso la vita ancora dormendo e tutto ci ferisce. La luce. I rumori. I colori.
E' così che mi accade. E vado alla ricerca di un pretesto per vivere. Temo il verme che ho dentro, la sua tristezza, la sua dilagante malinconia, che mi opprime, la sua strisciante oscurità intensa. Lo ignoro, ma so che c'è.
Ci si alza, si cammina verso la vita ancora dormendo e tutto ci esalta. La luce. I rumori. I colori.
E' così che mi accade. E vado alla ricerca di un pretesto per esprimere la mia felicità. Amo il verme che ho dentro, la sua gioia, la sua dilagante passione, che mi esalta, la sua strisciante luminosità intensa. Lo ignoro, ma so che c'è.
Mi ha insegnato che fallirò in partenza, che ogni illusione si frantumerà. E pesa come un macigno.
Mi ha insegnato che otterrò qualsiasi cosa, che ogni illusione si realizzerà. E ride, a gola spiegata.
Il dolore e la gioia di creare, così veri ed intensi...... Il mio verme, inanellato come un millepiedi, che non si può scacciare, che non si può cercare, ma che c'è.
Mi sveglia, mi scuote e mi ritrovo abbatuta, sfinita, ma inondata dal suo fascio di luce. Il mio piccolo fuoco di vita. Me stessa al di fuori di me, che mi chiama per farmi vivere.
E il timore di sempre. Svegliarmi e trovarmi di fronte un volto estraneo, non mio. Voci nate dal mio cuore e non mie. Scatti, impulsi sconosciuti, colori e forme nuove e misteriose. Chi può conoscerla meglio di me l'angoscia del creare!
Non ricordo l'inizio di questo dolore, di questa gioia. E' emerso senza che ne avessi la consapevolezza. Ne sento il rimorso.
Ora so che si esprimeva nei personaggi che, da piccola, disegnavo col gesso sul pavimento della terrazza. Che si animavano e vivevano, gioivano le mie gioie e soffrivano i miei dolori, ma la magia rendeva la fine delle loro storie affascinante.
Era nella bambola di celluloide, che sorrideva e narrava di fiori giganti e di erbe piumose. Nel pupazzo rosso, con la toppa bianca sul petto, cucita dalla mamma, che si era ferito cadendo nel fiume per salvare un'onda d'argento. Nel bambolotto di creta dipinta, che morì per la disperazione di non essere un angelo.
Il mio creare era con me bambina e non usciva da me. Il suo riso era il mio riso. Il suo pianto era il mio pianto di accorata solitudine.
Trasformava la mia vita, ma nessuno conosceva le mie corse sui prati di cristallo. In casa si scherzava sul mio parlare al sole ed alle piante. Ed io mi sentivo tirata giù a forza in un mondo estraneo, dove le cose stavano ferme e non parlavano. Rispondevo nel modo più veloce pos- sibile alle aspettative e tornavo al mio mondo sulla terrazza.
***
Era grande la terrazza. Mattoni rossi di cotto grezzo, un po' erosi dal vento e la pioggia e la neve. C'erano due grandi rettangoli di piastrelle in vetrocemento, "i vetri", dai quali filtrava una strana luce lunare di giorno e solare la sera, per le lampade accese nel magazzino sottostante.
Erano opachi quei vetri o incrinati. E tra le incrinature c'era della pece, che in estate si scioglieva al sole, spandendo odore di sale.
Sui mattoni rossi disegnavo sirene e quei vetri erano il mio mare, i miei fiumi, i miei laghi.
Erano spessi, quasi azzurri ed era bello sedervi sopra. Nessuno aveva un posto così unico, trasparente, meraviglioso.
La terrazza era grande, con un alto muro arancione da un lato, per lanciarvi la palla. Se il lancio era troppo alto, i nani che abitavano dietro il muro se ne appropriavano per l'intera giornata. La notte però le fate andavano a riprenderla e la palla rigata grigio e azzurra tornava in terrazza.
Accanto al muro c'erano i tetti. I rossi tetti toscani, con tegole liscie e compatte, seminate di piccoli bottoni di muschio verde ed oro. Tetti rossi e verdi, verdastri e giallastri sotto la pioggia.
Il mio spazio era la terrazza.
"Cento metri quadri." diceva orgogliosa la mamma.
Guardando attraverso le colonnine bombate della balaustra era possibile vedere la strada, immediatamente sotto.
I cavalli del G., grossi, possenti, uscivano dalla rimessa ed il loro forte odore impregnava l'aria. Gli uomini li attaccavano ad ampi carri piatti, senza sponde e partivano per chi sa dove.
Di fronte, nel "dopolavoro" dell'Enel, al sabato, si ballava. La gente arrivava ridendo in bicicletta e la musica durava fino all'ora di cena.
Dalla caserma uscivano soldati, cavalli, colonne di camion e c'era da vedere il cambio della guardia e la sentinella immobile per ore nella garitta. Immaginavo che nella garitta incantata si entrasse in un sonno profondo, che solo il rumore di una tromba avrebbe infine spezzato.
A volte passava il papà, sulla cavallina nera, Alba, alle testa delle truppe, ma non si doveva chiamarlo: era il colonnello.
Le ore procedevano lente. Le galline, dietro la rete metallica, entravano ed uscivano dall'apertura praticata nel muro della cantina. La sorellina andava sul triciclo, era troppo piccola, non ci si poteva giocare e non amava le storie.
Maria Teresa stava al piano di sopra, stesse finestre a bifora, la sua terrazza dava sul cortile. Capelli a buccoli, maniche a palloncino, a volte un golfino rosa peloso. A sua insaputa, poteva diventare una principessa o la fata dispettosa. Sarebbe stato bello poterci giocare.
I biondi riccioli di Maria Teresa, i suoi occhi azzurri mi affascinavano. Una volta ero stata al piano di sopra. La domestica aveva portato due tazze di cioccolata, invece del pane burro e sale, per merenda.
La signora era venuta a salutarci ed il suo profumo era nell'aria e nella mia memoria. Era alta e calma, gli occhi viola, le ciglia nere e molto occupata.
Anche il tenente L. era alto e Maria Teresa. Maria Paola invece non contava. Era sempre in braccio o in carrozzina.
In casa mia nessuno era alto. Nè papà, né la mamma e neppure la Bruna, anche se non era della famiglia. La mamma diceva però che sarei cresciuta molto perché avevo le gambe lunghe e la nonna era molto alta.
Così per il mondo andò una snella alta ragazza, coi capelli ramati a cantare la gioia ad urlare il dolore. Una ragazza che non potei essere io.
Il nonno si era sposato due volte con donne molto alte, ma la mamma, la zia e gli zii erano piccoli.
Il nonno paterno era alto ed i figli erano misti. Dua alti: lo zio Leonardo e la zia Anna e tre piccoli: papà, la zia Mariannina e la zia Maddalena. Ma stavano lontano e non li conoscevo. Il nonno alto non lo avrei mai visto.
Mi guardavo allo specchio grande in camera della mamma: le trecce ed il grembiule se stavo in casa, le trecce ed il grembiule bianco se andavo a scuola.
"Mettiti il grembiule." "Mettiti il tovagliolo." La mamma era sempre preoccupata che mi sporcassi. Grembiuli di casa arricciati sotto lo sprone, l'elastico in fondo alle maniche, grigi a righine e di stoffa ruvida.
Ma a scuotere i capelli l'aria si riempiva di musica e lucente polvere di stelle e potevo volare sulle vie del vento in groppa a cavalli neri con gualdrappe d'argento. Incontro alle meraviglie della vita ed alle avventure più trascinanti.
C'era una bifora a poca distanza dal suolo, nella terrazza, con una larga balaustra farinosa, corrosa e scrostata. Bastava saltarci su di corsa, col cuore in gola, per essere in salvo da qualsiasi pericolo. Aveva una colonnina al centro, finestra e colonna grigia, il volto teso a guardare la strada. Sul fondo passavano cavalieri, leopardi, pantere, potevo seguirli se volevo, ma qualche voce mi chiamava indietro. Andare era una lacerazione. Tornare era una lacerazione.
Avevo qualcosa di mio, era un qualcosa di piccolo e di giallo, tanto piccolo e giallo. Era fragile e lo amavo, un principino malato, per quella sua infelicità che lo rendeva solo e lo faceva lacrimare. Cercavo di mantenerlo in vita con tutte le mie forze. Era mio! Ma il pulcino morì. Inorridita volgevo lo sguardo per non vedere quell'orrore. Morendo mi aveva deluso e tradito.
Una bambina sola, liberata dalla sua fantasia, prigioniera della
sua fantasia.
D'inverno era divertente andare in terrazza a giocare. Stando in punta dei piedi facevo precipitare in strada la neve caduta sulla balaustra. Dei passanti presi in pieno qualcuno rideva, qualcuno bestemmiava. Si voltavano in su, ma non vedevano nessuno.
In primavera, quando il ciliegio della Matilde si inondava di rosa, prendevo il panchetto di cucina, scrostato, col buco centrale, lo appog- giavo al muretto, dalla parte del cortile e salivo sul tetto per andare a trovarlo. Mi aspettava tendendomi le braccia, fiori e merletti. Era una cosa proibita, da fare quando si era sicuri di non essere visti.
Il giorno del bucato era il più bello. Mi affacciavo alla finestra del bagno, bassa, coi vetri opachi e guardavo l'Isolina che buttava l'acqua bollente sulla biancheria nella pila di legno, coperta dalla cenere delle stufe. L'aria si riempiva di vapore, l'odore di pulito si spargeva per la casa.
Il giorno dopo l'Isolina lavava i panni e, quando erano stesi, non si poteva andare in bicicletta in terrazza per non sporcarli. All'Isolina la mamma a pranzo dava le uova, anche se era venerdì. "Questo pescio non mi piace." lei diceva, rifiutandolo.
A volte si usciva con la Bruna, che aveva un bel vestito a fiori, regalo della mamma. La mamma d'estate aveva un cappellino rosso, quadrato, con le piumine blu a pallini bianchi, fissato sui capelli con gli spilloni con la perla grigia per non farlo cadere ed il profumo Giacinto Innamorato.
La sorellina d'inverno aveva una cuffia di velluto verde lucido, che si legava col fiocco sotto il mento e certe volte le cadeva indietro. La mamma comprava bottoni, nastri e cotone da rammendo, noi restavamo fuori a guardare le vetrine.
A piazza Monaco i bambini giocavano e correvano vicino al monumento, ma la mamma non si sedeva sulle panchine, perché era la moglie del colonnello. "Sei fortunata, hai la terrazza per giocare." diceva la Bruna. Ed era vero.
La spesa la facevano i soldati, Sciré e poi Ribicino, che lucidavano anche gli sivali di papà e portavano in casa la legna. La soprassata era piena di peli, ma era buona lo stesso. La pasta lunga aveva la carta blu, come le candele.
La Checca prendeva la marmellata da un mastello di legno, con l'etichetta con le prugne e le albicocche, perché era mista e l'avvolgeva nella carta oleata. Faceva anche bellissimi pacchetti, a forma di sgonfiotti, con la carta grigia sottile, che andava benissimo per accendere la cucina economica.
Andavo a scuola dalle suore, ricordo che l'atrio risuonava dei nostri passi ed era grigio.
Esco dal portone in una lunga via tutta ciottoli. Mi vedo là, seduta su un gradino, ad attendere. Come ero sola, il mio mondo caldo mi aveva lasciato ed anche il mondo dei grandi mi abbandonava. Il freddo mi penetrava l'anima goccia a goccia, cosa attendevo? Chi attendevo? Ricordo solo l'angoscia e il senso di abbandono.
Per andare a scuola entravo nella caserma, per mano all'attendente. Traversavo il cortile ed il circolo ufficiali. Chiudevo gli occhi nel varcarne la soglia. A volte il tenente C., alto, biondo e con gli occhi azzurri, veniva dal bar e mi regalava una banana Perugina. Era il principe delle mie storie, il pirata, il cacciatore, il mago.
A scuola le le mamme e i bambini si salutavano, ma io aveva sulle labbra il sapore di cioccolata, il dono del principe.
L'involucro lo mettevo nella tasca del grembiule. A casa lo avrei fatto diventare una pallina d'oro, parte del tesoro nascosto, da conservare nella scatola delle Pasticche del Re Sole.
Le suore avevano ali bianche ed il vestito blu e parevano tutte imbottite, meno la superiora che era magra. Passavano velocisime tintinnando, si segnavano davanti alla madonna che pestava il serpente ed ogni bambino in silenzio seguiva la sua.
Nel banco accanto c'era Giorgio, col ciuffo arrotolato a banana e non si sporcava mai d'inchiostro. Sul muro di fronte il "bacino del Mediterraneo" come lo chiamava la maestra, era un bellissimo azzurro con le terre sopra. Ma non si capiva cosa c'entrasse il bacino, né chi lo avesse dato e perché.
Finivo i compiti al più presto, entravo in quel mare e guardavo le terre di fronte, ma non vedevo nulla perché non le avevo ancora studiate. Un giorno sarei andata nel mare del bacino ed in tutte le terre e tutti i mari, e tutte le terre dei bacini delle altre aule, e avrei visto le loro meraviglie.
La scuola mi piaceva, se mi lasciavano in pace e mi piacevano i libri e ascoltare tante cose, da conservare nella mente e ripensarci poi con calma a casa.
Il momento più brutto era l'appello. "Adami, Andreani, Bacci, Buti, Cantini,........ella!". Dicevo presente ed aspettavo, il cuore mi batteva forte. Solo il mio cognome finiva in "ella" ed anche il nome. Qualcuno una volta aveva gridato "Ella, Ella, mangia una caramella!" e tutti si erano messi a ridere, anche la suora. Papà mi disse che era un cognome bellissimo, di baroni e marchesi. Anzi uno, Francesco, era nominato in un libro, che mi fece vedere, perché era un eroe. Così lo accettai.
Mi piaceva scrivere e disegnare, molto meno parlare. "I piccoli non parlano se non sono interrogati." diceva la mamma. E se m'interrogavano rispondevo, ma niente di più, ai grandi non avevo nulla da raccontare.
Odiosa scuola che amavo. Uscivo e andavo felice, uscivo e andavo. Ma tornavo sola, troppo chiusa e strana e incapace di stabilire un rapporto.
All'uscita le compagne si univano in piccoli gruppi, parlavano tra loro anche le madri e facevano tratti di strada assieme. Desideravo stare con le altre, ma qualcosa mi tratteneva. Le seguivo per mano alla Bruna, o Clara, o Maria, che veniva a prendermi ed il pensiero della mamma che era intenta a leggere mi faceva star male.
Qualche domenica si doveva tornare a scuola, vestite da figlie della lupa ed i maschi da balilla. Andavamo a vedere la Nave Bianca, un film con feriti e crocerossine. Speravo sempre che la trama fosse diversa, ma non cambiava niente. Così pensavo ad altro, anche se la colonna sonora, aspra e sgradevole, disturbava le mie fantasie.
A volte dalla terrazza vedevo passare le piccole italiane in bicicletta, che cantavano in coro e poi gli avanguardisti. Anche loro cantavano, ma più forte.
Disegnavo per ore, col panchetto di cucina come tavolo, seduta nella poltroncina di vimini, le mie storie di nuvole, cavalli e rondini, come quelle del nido sotto la grondaia.
Non ci si poteva sedere per terra, perché i mattoni tingevano tutto di rosso, non si poteva giocare con l'acqua e la terra dei vasi, per non sporcarsi.
La signora Aurelia e la Matilde uscivano dalla rimessa dei cavalli e mi gridavano "'Un ti spenzolare!" se mi scoprivano arrampicata sulla balaustra per vedere meglio la strada.
La Matilde era piccola e nera e aveva la voce grossa. L'Emilia invece era bionda, aveva le trecce appuntate intorno al capo e sorrideva quando si affacciava alla finestra.
C'erano da vedere, nel cortile, oltre ai cavalli, anche Ciro, che aveva gli occhiali rotondi e l'Emilio, e gli uomini, che mi tiravano la palla quando cadeva di sotto. Li osservavo, li disegnavo, li trasformavo, diventavano mutevoli, affascinanti personaggi. A guardar bene, ancor oggi li ritrovo nelle mie maschere e nei burattini.
Se qualcuno stava male, veniva la Dinda a fare le punture. La Dinda arrivava in bicicletta, l'appoggiava contro il muro, prendeva il borsone ed il bastone perché era zoppa e correva su per le scale. Aveva sempre fretta.
Quando la mamma riceveva le signore, la Bruna si metteva il grembiulino coi merletti e la crestina. Poi portava il tè ed i biscotti sul vassoio d'argento. Quando le signore erano tutte arrivate, noi bambine si entrava a salutare. Non mi piacevano le signore e non mi piaceva essere accarezzata. Anche in seguito non mi sono mai piaciute le visite ufficiali.
La Bruna veniva presto a portarci via. "I bambini non devono disturbare.", ci rimetteva il grembiule, mi dava il pane con la marmellata e mi mandava in terrazza a giocare.
La sorellina invece beveva il latte dal biberon, era piccola e così non si sporcava. Chiamava forte "Accooonso!" giù nel cortile e lo offriva anche a lui. Alfonso era un uomo grosso, che scaricava le casse, rideva forte ed il latte non lo voleva.
Quando veniva il nonno da Roma era una festa. Il nonno aveva i baffi arricciati in sù. Apriva la valigia, si metteva le pantofole e la giacca da casa e si sedeva nella sedia a dondolo. Di giorno scriveva e non si doveva far rumore.
Quando c'era il nonno la sera si mangiava la stracciatella ed il brodo con le palline di pasta reale. Dopo cena il nonno suonava al pianoforte le canzoni scritte da lui, allegre e divertenti e tutti cantavamo in coro, fino al momento di andare a letto.
Il reggimento sfila
con la fanfara in testa
e tutto intorno è festa
è festa nel quartier
...............................................
Bella guagliona dagli occhi di fata
nelle carni sei come un velluto
chi ti guarda per sempre è perduto
una fiamma nel cuore gli va
...................................................
E la mia bella voleva venire
venire alla guerra rataplan
.................................................
Si finiva sempre con la canzone più amata:
Con Garibaldi, con Garibaldi
con Garibaldi vogliamo andar.
Con Garibaldi vogliamo andare
con Garibaldi vogliamo andar!
Prima che partisse si andava al caffè Sandroni. Seduti ad un tavolino prendevamo la panna coi cialdoni, che era buona, ma triste, perché segnava la fine della festa. Ogni tanto veniva la zia Ada, che suonava al piano Madama di Tebe, ma non era la stessa cosa.
Ero curiosa di me. Mi guardavo a lungo nello specchio per avere qualcuno con cui parlare e all'altra me stessa narravo storie di prati e giardini e corse ed amiche.
Leggevo. Era un modo di evadere. Leggevo a notte alta e le parole si trasformavano in figure e colori e le storie scorrevano nella mia mente e continuavano a lungo nella fantasia e nei sogni.
Un lato della terrazza dava sul cortile. Largo e quadrato, tettoia in legno annerito e capannone bianco rosa. La vita che vi era laggiù mi incuriosiva. A volte gettavo un qualsiasi oggetto attraverso l'inferriata, scendevo di filato le scale ed entravo nel lungo, lungo capannone, che lo precedeva.
Risento l'odore di legno e di paglia, di animali e di sudore, era vita. Passavo accanto ai carri accostati in sosta, entravo nel cortile a riprendere i miei oggetti e nel risalire ero già in groppa al cavallo nero e vicino a me scivolava il carro in cui vivevo andando da un paese all'altro. Errando, errando......
L'altra me stessa mi attendeva riflessa allo specchio, attenta mi ascoltava, chiedendo nuove storie.
Accadeva a volte però che lo specchio fosse vuoto e vedessi solo me riflessa. Non mi piacevo. Così piccola, le sopracciglia troppo chiare, i capelli lunghi così lisci, un corpo coperto di lividi, sbucciature e graffi, che non riusciva a volare.
Due alberi e una corda e andavo libera verso l'alto e precipitavo e risalivo, con strani brividi indefinibili. Era come bere l'aria, era come bere la vita.
La piazza era diversa allora. Ciottolosa, con rare panche di pietra e molti alberi. Alla buona, senza aiole e senza luci. Senza fiori. Ma era piena di suoni. La sera, luccicava.
Poi mutò, come me. Mise fiori e bianchi globi luminescenti e spettrali. Perse gli alberi e non la riconobbi. Era un fantasma. Ma questo accadde dopo urli, squarci, sangue e morte e gelido terrore. E una bambina che vuole morire per non veder morire. E una madre che geme di paura e che ha fame. E un padre che fugge e si nasconde. E luci abbaglianti e agghiaccianti silenzi. E una piccola sorella, piena di ricci e fossette, che dorme e non sa nulla e occupa tutto il posto disponibile nelle braccia della mamma. E le storie che muoiono per trasformarsi in incubi.
Un giorno papà sparì e la Bruna se ne tornò al suo paese. Ribicino non c'era più, andavo a scuola da sola, girando intorno alla caserma, senza incontrare principi.
La mamma scriveva al papà o leggeva le lettere "posta aerea", di carta così sottile, che lo scritto traspariva dalle due parti del foglio. La mamma diceva che il papà sentiva la nostra mancanza e sperava di tornare presto. Poi prendeva in braccio la sorellina e cantava "Nani........ nani...." finché lei si addormentava.
La Gina, che aveva preso il posto della Bruna, parlava sempre dei bombardamenti di Roma e faceva paura. Al piano di sopra non c'era più nessuno ed alla radio trasmettevano "Lilì Marlene" e altre canzoni tristi, c'era la guerra.
Arrivò un pacco da Rodi, isola bellissima piena di rose, scriveva il papà. Per la fretta di aprirlo, mi ferii un occhio con le forbici. La mamma era spaventata e non sapeva che fare. Andammo dalla zia Ada che, insieme alla Gina, che aveva una pelliccia di gatto, ci accompagnò dal dottore. Non si arrivava mai, era buio e la strada non si vedeva.
Nel pacco c'era uva sultanina in una scatola rotonda di latta e due borsette vere da bambina, con dentro uno specchio ed un borsellino con quattro lire, che allora erano tante.
Un altro pacco arrivò dalla Croazia, con due bolerini di panno verde, ricamati a fiori, due papaline, tre spilli con cuoricini di pelle verdi e rossi e due borse per la mamma. Una bianca e una rossa. Quella rossa era più bella.
Non si usciva più nel pomeriggio e parenti non ce n'erano, perché la zia Ada era andata a Roma. Si era portata anche la Gina con la pelliccia di gatto e la cuginetta piccola. Neppure il nonno veniva.
Una notte suonarono le sirene. La mamma ci vestì in fretta per andare al rifugio in piazza San Francesco. Passavano aerei a bassa quota, riparammo in un portone. Il rombo era cupo e non finiva mai, c'era molto freddo. L'atrio era buio e così le strade. Cessato l'allarme spuntò un po' di luna e mi accorsi di aver perduto il basco. Era nuovo e morbido, di ciniglia e sembrava d'argento. Ci pensai molto, perché non volevo dimenticarlo.
Papà in guerra si era ammalato e fu mandato all'ospedale militare di Firenze. Aveva avuto un infarto e si doveva curare. La mamma non sapeva se essere contenta perché papà era più vicino o triste perché era molto malato.Quando potè tornare a casa sembrava molto triste e tutti i vestiti gli venivano larghi. Non voleva parlare di dove era stato e di quello che era successo e aveva visto.
Le sirene suonavano continuamente. Si dormiva tutti vestiti e nella stessa stanza per andare più presto al rifugio. La mamma aveva messo i suoi gioielli in una borsetta dentro il busto e mi aveva detto di prenderli se le fosse successo qualcosa. Non volevo che succedesse niente alla mamma, né al papà, né alla sorellina ed ero tranquilla solo quando eravamo tutti vicini.
Poi gli aerei cominciarono a passare prima che le sirene suonassero e papà disse che dovevamo andar via, perché la nostra casa era troppo vicina alla stazione.
Dalla terrazza vidi caricare mobili e pacchi su un carro del G., poi i cavalli uscirono dalla rimessa, furono attaccati e si mossero lentamente. Anche noi scendemmo. Fu una lacerazione.
La nuova casa, nella città alta, era lontana dalla stazione, ma non c'erano terrazze. C'era un corridoio lungo ed una stanza chiamata anticucina o tinello, dove si poteva giocare, ma non ne avevo voglia. Non c'era niente da vedere e pensare storie mi spaventava.
La sera la mamma si sedeva su una sedia, posata sulla tavola del soggiorno per vederci meglio e mi cuciva una pelliccia, perché era inverno e c'era tanto freddo. La mamma aveva una pelliccia nera di odeida tutta ondulata, ma io ero cresciuta e la mia pelliccia di orsetto ora la metteva la sorellina. Papà aveva portato dalla Croazia una pelle di agnello marrone, la mamma l'aveva tagliata e cuciva la pelliccia, pungendosi continuamente le dita. Dagli avanzi fece anche due cappucci foderati di panno azzurro.
Anche nella nuova casa si andava a dormire vestiti, ma invece di uscire per andare al rifugio, quando suonava l'allarme, si scendeva in cantina.
Cominciarono allora i bombardamenti e si capì subito che gli alleati non sapevano dove fosse la stazione, perché bombardavano la città alta. Tutto il palazzo tremava e, nella cantina piena di gente, avevo paura di rimanere schiacciata e soffocata. Uscendo dalla cantina, l'aria era piena di polvere e c'erano calcinacci ovunque. Così si decise di andare in campagna per stare più sicuri.
Con un carro si trasportarono le cose, alle quali la mamma teneva di più: vasi, argenteria, servizi, biancheria, in un paese vicino. Noi, valigie e pacchi, proseguimmo per una salita fiancheggiata da cipressi fino ad un casale su una collina di fronte alla città.
C'era per noi una sola stanza con tutti i letti e si sentiva molto freddo. Il gabinetto era un buco rotondo e ci si metteva sopra una ciambella di paglia.
La casa era abitata da diverse persone, che lavoravano nei campi e nell'orto. Gli uomini erano in guerra. Un vecchio girava con una roncola in mano. Le donne portavano in testa fazzoletti neri per sbrigare le faccende.
Quando suonava l'allarme in città e arrivavano gli aerei, ci si nascondeva tra gli alberi fitti, in alto sulla collina. Al rientro, col binocolo, si cercava la stazione, la nostra casa vicino alla stazione, il palazzo delle Poste, il duomo, la nuova casa in alto vicino al duomo, per vedere se c'erano ancora.
Una notte arrivarono gli aerei e tutti scapparono fuori, ma mentre si correva verso gli alberi inciampando nel buio, scoppiò nel cielo una luce bianchissima, poi un'altra, poi tante e fu giorno.
Un giorno spettrale, freddo, pauroso. Le facce erano bianche e grigie, le ombre nere, i vestiti neri e grigi, gli alberi neri e grigi, la terra nera e grigia e dall'alto calavano i bengala.
Gli alberi sembravano radi e distanziati e non offrivano più riparo. Il rombo degli aerei era fortissimo, sganciavano bombe sulla città, poi calarono bassi, ad ondate e cominciarono a mitragliare. Il papà gridò di buttarsi a terra e tutti obbedimmo in silenzio. Pensai che ci saremmo sporcati, ma in fondo non importava dato che saremmo morti. Invece non morimmo.
Gli aerei tornarono ogni notte ed anche i bengala. Si era troppo vicini alla città, era pericoloso. Ci trasferimmo in un paese lontano, dove il papà aveva un amico d'infanzia, un medico condotto.
La casa del dottore era sopra il Municipio, con tre stanze per noi, il bagno in comune. In due stanze il davanzale delle finestre era largo e basso, ci si poteva sedere a guardare la strada.
La gente prendeva l'acqua alla fontana con mezzine di rame e secchi. Le sentinelle facevano la guardia, impalate davanti al cancello del comando tedesco nella villa di fronte.
Ai due lati della finestra della stanza-cucina, nello spessore del muro c'era un vuoto, chiuso da due sportelli, che comunicava con l'atrio in fondo alle scale e serviva a tirar su la spesa con un paniere. C'era anche un finestrino, molto piccolo, che dava su un tetto. Anche la terza stanza aveva una finestra quadrata che dava sul retro del tetto, ma al di là c'erano solo altri tetti senza alcuna magia.
L'amico di papà aveva una figlia e due figli grandi. Uno dei figli era partigiano e stava in montagna e l'altro fascista. Quando il partigiano veniva a casa, di notte, c'erano urla e pianti, perché il fratello minacciava di denunciarlo.
Non c'era quasi niente da mangiare e la mamma dava i suoi cerchi d'oro degli anni di matrimonio in cambio di pane. Non si poteva andare a scuola, ma studiavo ugualmente. Avrei dato gli esami d'ammissione alle medie, saltando la quinta.
Una notte due ufficiali vennero a cercare il papà per farlo giurare per la Repubblica di Salò, lui era in ospedale e andarono via. La mamma si spaventò molto.
Il papà non poteva restare a casa perché l'avrebbero trovato. Non poteva andare in montagna perché stava male. Una notte, di nascosto dal fascista, fu murato nella stanza che dava sul retro del tetto, con le coperte e i libri. Al posto della porta ora c'era un muro imbiancato come la parete, con un armadio appoggiato contro. La sorellina dormiva e non ne seppe nulla. Per lei, come per tutti, il papà era di nuovo in ospedale.
Da allora le cose cambiarono. C'era da fare la fila per la spesa con la carta annonaria. C'era da aiutare la mamma a portare su l'acqua dalla fontana con le damigiane. Erano pesanti e ci fermavamo molte volte per le scale. C'era da lavare i piatti con la soda nel catino zincato. L'unto formava un bordo giallastro intorno all'acqua fredda e viscida, e si dovevano strofinare con la rena posate e tegami. Da allora ebbi in odio le faccende domestiche ed ho sempre pagato qualcuno per farle al mio posto.
E c'era da portare il mangiare al papà, passando dal finestrino sul tetto, troppo stretto per i grandi. Andavo di notte per non essere vista. Adagio per non far muovere le tegole, per non cadere, per non perdere la roba, per non far rumore, per non tradire la fiducia riposta in me.
Tornarono a cercare il papà. Urlarono per sapere dove fosse. La mamma disse di averlo accompagnato in ospedale. Che non volevano farglielo vedere. Che forse era morto. Lei piangeva per la paura che lo credessero vivo. La sorellina piangeva perché lo credeva morto.
Mi bruciano le dita, è una scheggia di granata, l'atrio ne è invaso. L'ho raccolta, luccicava splendente e bellissima. Il portone è schiantato, c'è odore di morte. Le mie mani bruciano ferite, come le mie lacrime. La figlia del dottore è morta in un lago di sangue. Cadono le granate e gli aerei mitragliano, scendendo raso terra.
"I tedeschi si ritirano. Hanno minato le strade." Da mesi stiamo pigiati con gli altri nella cantina. E' più sicuro. Si dorme su cataste di fascine e di legna. Si esce per le necessità fisiche, si fanno le scale di corsa pieni di paura. Il papà è con noi. Nessuno lo cerca più. E' stato male e abbiamo aperto il muro. Il fascista è scappato al nord.
Arrivano gli alleati. Li guardiamo dalle finestre. Carri armati aperti con uomini allegri in tuta kaki. Grandi camion con uomini bianchi e neri. Si fermano al municipio. La gente accorre, tirano sigarette e cioccolata. Sono belli, ma non mi piacciono. Improvvisamente girano i carri, saltano sui camion e spariscono in fondo alla via. I tedeschi hanno sparato dalla collina di fronte. Torneranno dopo una settimana. Dalla collina, distrutta dai bombardamenti, nessuno spara più.
Si torna a casa. Le strade sono minate, non è sicuro. Ma si torna a casa. La guerra per noi è finita. Un carro, valigie e fagotti. Le cose belle della mamma, rubate, sulla via del ritorno. Ma si torna a casa. Ecco la città. La stazione.
Poi la piazza, con enormi taniche nere. "No smoking" in lettere bianche. E negri con caramelle e uniformi kaki e ragazze che ridono. E Rosamunda e Saint Louis Blue e jeep e cannoni e camion e pane di riso bianchissimo gettato per strada.
E la casa nemica, invasa. La terrazza estranea, violata. Enzo, la signora Peppina, l'ingegnere. I loro dolci, la loro frutta e i nervi logori del papà ed il viso patito della mamma.
Il terrore degli allarmi, che non c'erano più, durò a lungo nella camera rossa. Odiavo il rosso, diventava sangue e mi soffocava. Affogavo lentamente piena di paura. Non sapevo chiedere aiuto e nessuno me ne offriva.
Fredda ansia di passi che non risuonano, in quella stanza, di voci che non si odono, di colori che gocciolano, di luci abbaglianti e di improvvise tetre oscurità. Volevo sole e sabbia e conchiglie, da accarezzare, e ciottoli rosati e bagnati.
Gli estranei se ne andarono. La grande casa tornò ad essere nostra. Cambiai stanza. Era chiara, grande e dava sulla terrazza e fu facile sognare il mare.
Cominciai in quel periodo a studiare il catechismo, eravamo vivi, la guerra era finita, era tempo di comunioni. Affrontavo la breve salita verso il seminario. A lato case grandi ed imponenti, macerie e sassi, che mi facevano affrettare il passo, alla ricerca di Dio.
E lo trovai a otto anni, nell'oscura cattedrale. Ero l'umanità, immensa, commista con Dio, l'unica, la sola. Stordita, mutata in fiamma, attraverso la luce delle candele, andavo su, su, in alto. Fu un lampo accecante. Poi mi voltai e mi persi nel verde profondo degli occhi di un ragazzino che mi guardava affascinato. Non incontrai più Dio nella mia vita, ma Giuliano fu il mio inseparabile compagno di giochi e di storie per tutta l'estate.
Frequentavo una nuova scuola ormai. In cima ad una salita. Una cartella ricavata da uno zaino militare, pesante e dura. Studiavo e disegnavo. Disegnavo e leggevo. Quando sognai per la prima volta l'amore?
Camminavo per le strade narrandomi storie nuove, senza guardarmi intorno, persa nel sole. Attiravo attenzioni e parole, che non udivo. Era una giornata aspra e scura. Aveva una camicia sfilacciata, i denti un po' accavallati, gli occhi grigi e freddi, ma mi parvero azzurri.
Era una sporca parola quella che mi disse e forse più d'una. C'erano calcinacci sulla strada e finestre prive d'imposte. Fili staccati pendevano dai muri e carta strappata ed umida attutiva il rumore dei passi. Qualche parola avida, esperta, dura, qualche gesto brutale. Fuggii via. E non potei per lungo tempo costeggiare il palazzone, senza una fitta di terrore e di vergogna. Se l'amore era quello, ne avevo disgusto, non lo volevo. Credevo fosse tenero, pieno di stelle e nuvole. Sparì il principe del vento e le mie storie finirono.
Scesi a terra e conobbi Pucci, un'amica. Il suo nome era Milva, Minnihaha, se giocavamo agli indiani, ma preferiva Pucci. Graziosa e prepotente, sfacciata e presuntuosa, mi affascinava con le sue curiosità. Ricordo strani libri, letti di nascosto per le scale, con l'ansia di conoscere i misteri della vita, dei quali era vietato chiedere e parlare. Età strana, strana amicizia, intrisa di parole e di mutismo, di rancore e com- plicità.
Erano giorni estivi, colmi di afa e polvere. Le scale erano strette. Gocce bianche infisse in un magma rosso cupo. Quel rosso in noi si tramutava, si trasformava, ci avvolgeva, ci attanagliava. Stavamo vicine a leggere quei libri. E quelle pagine mi riportavano all'incubo, al ricordo nero. La sua curiosità non mi piaceva, era morbosa e insana. Era un piccolo prezzo per la sua compagnia, che in fondo durò poco. Finite le medie ci separammo, seguendo strade diverse.
Non ebbi più amicizie. La mamma non amava gli estranei. Troppa fatica imporre presenze, neppure molto desiderate. Calma, gentile ed acquiscente, in apparenza, ci si illudeva di conoscermi, di controllarmi.
Si nasce però predestinati alla pace e non è stato il mio caso. Dentro di me c'erano tarli e nuvole, ansie e tensioni, percezioni e atmosfere, che nessuno sapeva, che producevano fratture e incidevano sulla mia vita. Non c'era scampo per me e non c'è scampo. Conosco un mondo parallelo, di fuoco e tempesta, intenso e vibrante, dove la vita assume altre forme, altre voci. Che può diventare immagini e parole più vere del vero.
Sensazioni. Lo zucchero filato, che mi appiccicava le mani, il grembiulino rosso di Sonia, i suoi melodiosi gridi. Un'ondata d'amore per lei, infinito, come fosse mia figlia. Una premonizione, che durò qualche secondo. Sapevo che i figli mi avrebbero preso il cuore, interamente e ne ebbi paura.
E c'erano le notti. Le lunghe notti odiate, se non hai storie da narrare. Notti di ombre, nella stanza rossa, e di impotente rabbia. Strane notti di noia, strisciante e viscida e monotoni suoni.
Passò il terrore nella stanza gialla, piccola e quadrata, con muri spugnati e la porta finestra verso la terrazza. Lame di sole, ombra e luce, soffitto bianco. E dolci notti di viaggi e avventure. Nel mio angolo vivo, ammantato di verde. Il letto verde, verde come la giada, come l'autunno. Verde fresco, verde appassionato e morto, verde che sempre amo.
Di fronte respirava la grande stufa amaranto. Di maiolica lucida, pomposa e gelida, accucciata come una cagna stanca. Piccole borchie di ottone ed una grata nera. Parlavo a quella grata e la voce si amplificava, percorrendo vie nuove, nell'oscurità dei tubi e dei camini. Ogni parola vaga, si sfaldava senz'echi, dileguandosi in minuscole schegge, fino a sparire.
E fuori il sole, pigro sole invernale. Sole infocato di sfere lucenti e fieri accecanti profumi. Tra due muri ad angolo, uno alto color cioccolato, il muro dei nani-ladri, l'altro basso e grigio, lì stavo io, distesa a guardare il cielo. Le formiche passavano veloci, in continua ricerca, tra enormi massi di granelli di sabbia. Al tempo dell'irrealtà e dell'infanzia e dei sogni, ai tempi delle vacanze arbitrarie.



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