FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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VACANZA

Alessandro Ferrari




(ovverossia come fare del proprio stress un hobby)


Eravamo partiti i primi di agosto da Fiumaretta, sul Magra, come tante altre volte con quella terribile bagnarola che all'epoca possedeva Riccardo: un piccolissimo sloop di sette metri scarsi che lui aveva chiamato "Cunegonda".
Non è facile rendere l'idea della barca a parole, ma tenterò: lo scafo non era bruttissimo, anche se il progetto risaliva agli anni sessanta, ma la coperta era interrotta di netto dalla tuga, assai sgraziata e che rendeva molto difficoltoso l'accesso a prua in quanto occupava quasi tutta la larghezza.
La murata, a mezza barca, non superava di molto la trentina di centimetri sopra il livello del mare e le vele, con termine tipicamente marinaresco, potevano definirsi delle "mutande"; l'impressione generale, dall'esterno, era che si trattasse più di un cartone animato di Walt Disney che di di un'imbarcazione. Il motore ausiliario era costituito da un piccolo fuoribordo di 9 cavalli, inserito in un gavoncino a poppa privo di fondo, in modo che il piede del motore, uscendo dalla linea di carena, pescasse in mare.
Ma il bello cominciava sottocoperta.
Un'angusta dinette, tutta in plastica bleu marino, con due materassini ai due lati, distanziati di non più di quaranta centimetri e una microcabina di prua, interamente occupata dalla cuccetta triangolare e con mezzo mezzo metro d'aria in verticale. Se da sdraiato starnutivi rischiavi delle gran capocciate. Dietro a uno sportello c'era il cessetto che però non funzionava; per cucinare usavamo un fornelletto camping - gas e per lavarci ci tuffavamo in mare.
Il misero spazio era ovviamente ingombro delle nostre cose personali, di un minimo di scorta d'acqua e di cibarie, nonché delle dotazioni di sicurezza obbligatorie (ne avevamo una buona parte).
In compenso, lo scafo era di una robustezza inaudita, realizzato in doppio guscio. Ci è capitato più di una volta di finire sugli scogli (almeno una volta volutamente!) senza subire alcun danno: "Cunegonda, che più batte e meno affonda" eravamo soliti dire a metà strada tra ammirati e disgustati.
Questa caratteristica faceva si che la barca, molto pesante, non superasse la velocità di 3,5 nodi.
A bordo eravamo Riccardo, Enrico, suo amico veronese ed io, anche quell'anno alla volta del Giglio.
A pensarci oggi sembra una cosa ridicola, considerando che si tratta di circa 110 miglia nautiche, ma posso garantire che il tutto si traduceva in una autentica impresa.
Nella migliore delle ipotesi teoriche si trattava di navigare per 35 ore, ma regolarmente dovevamo combattere con perturbazioni da sud est, con mare e vento di scirocco, contrari alla nostra rotta, che rendevano la traversata molto, ma molto più lunga e disagevole.
Inoltre tutta la strumentazione di cui disponevamo si riduceva ad una bussola a mano. Si navigava a naso, stimando la velocità e lo scarroccio empiricamente. Naturalmente non avevamo a bordo un apparato radio e quindi non ricevevamo i bollettini meteo: si scrutava l'orizzonte e si sentenziava. Confesso che ci sentivamo marinai e meteorologi molto abili e un po', lo riconosco, malgrado tutto lo credo ancora.
Ogni anno partivamo di sera, contando nella spinta di un po' di tramontana nelle ore notturne e nel mare più calmo per la prima parte del viaggio.
A parte uno scalo tecnico a Livorno che talvolta si rendeva necessario in caso di prolungato uso del fuoribordo, per rifornirci di miscela e di acqua potabile, non facevamo alcuna altra tappa fino al Giglio Porto. Ciò significava nei casi peggiori restare in balia del mare per molti giorni, maledicendo la partenza, la barca, il maltempo, l'onda di prua, la pochissima acqua e la tantissima umidità, il dover provvedere alle funzioni corporali fuori bordo, sbatacchiati di qua e di là.
Ricordo che un anno, dopo aver tribolato per tre giorni e tre notti, ci siamo trovati una mattina in vista del Giglio, a non più di sei miglia, senza una bava d'aria, senza una goccia di miscela, praticamente alla fine dei rifornimenti di acqua e cibo, con una leggera corrente che ci riportava indietro.
Dopo molte ore di cauto ottimismo, nel pomeriggio, dopo una vana attesa del vento, disperati abbiamo cominciato a trainare la barca a turno, nuotando con una cima legata in vita. Fortunatamente più tardi una imbarcazione si è avvicinata e ci ha fatto dono di un preziosissimo litro e mezzo di miscela che ci ha consentito di guadagnare la meta.
Alla fine, come Dio ha voluto, siamo arrivati a destinazione. Luridi, incrostati di sale, puzzolenti, emaciati ed affamati.
Suscitando il disgusto di chi ci vedeva o ci annusava, ci siamo precipitati all'Hotel La Pergola, al Giglio Porto, dove i genitori di Riccardo regolarmente passavano parte dell'estate ed abbiamo approfittato, come altre volte era successo, della loro ospitalità per poterci ripulire, rifocillare, insomma per ritrovare la nostra dignità di esseri umani.
Ci eravamo messi d'accordo con mio cugino Carlo Alberto e Piergiorgio, un compagno di scuola di Riccardo che per ragioni ancor oggi ignote Carlo aveva soprannominato "Tribuno", che ci avevano raggiunti con il traghetto dall'Argentario, per passare una quindicina di giorni con le tende su una spiaggia circa a metà della costa occidentale dell'isola, completamente inaccessibile se non via mare e comunque lontana parecchie miglia dal più vicino insediamento umano.
Così ci accingevamo a partire in cinque dal Giglio Porto, stracarichi di rifornimenti, per affrontare un trasferimento che avrebbe richiesto parecchie ore, ma che si sarebbe svolto senza intoppi.
Dopo una giornata piena di navigazione siamo giunti a destinazione ed abbiamo dovuto affrontare il problema dello sbarco di tutti i viveri ed attrezzature da campo, complicato dal fatto che la barca doveva restare alla fonda non troppo vicina a terra.
Sentendoci molto dei moderni Robinson Crouseau, abbiamo realizzato una piccola zattera, sfruttando delle assi di legno trovate sulla spiaggia, sostenute da tutti i giubbotti di salvataggio che avevamo a bordo per garantire la galleggiabilità una volta caricato il materiale. Alla fine, l'idea ha funzionato egregiamente.
La prima sera, quando ci siamo trovati per la prima volta tutti e cinque nel silenzio totale, rotto solo dal frangersi delle onde sulla battigia ed immersi nel buio di una notte senza luna, alcuni di noi hanno espresso qualche dubbio sul buon senso di una simile scelta per passare le vacanze estive.
Ben presto ci siamo resi conto di non essere del tutto soli. Infatti, appena spegnevamo il fuoco e le nostre torce, udivamo distintamente il rumore di animali che rovistavano nella nostra roba, ma che svanivano all'istante appena qualcuno cercava di illuminarli.
Abbiamo subito pensato che fossero conigli selvatici, abbastanza diffusi al Giglio, ma ben presto siamo riusciti ad illuminarne uno. Orrore...! erano ratti giganteschi...
Così abbiamo passato la prima notte chiusi dentro le tende ad ascoltare la loro frenetica attività, nessuna voglia di dormire per paura di una loro incursione! E pensare che ci pregustavamo già di addormentarci in contemplazione delle stelle.
La mattina abbiamo fatto la seconda scoperta: eravamo stati divorati dalle zanzare.
A questo punto chiunque abbia un pur modesto cervello avrebbe rinunciato e sarebbe rientrato nella civiltà, ma noi evidentemente non appartenevamo a quella categoria e, superato il primo sgomento, abbiamo deciso di restare. A parte tutto, il posto era davvero paradisiaco, con l'acqua cristallina e la natura incontaminata e, soprattutto, a diciott'anni ci si adatta praticamente a qualunque disagio.
Per il cibo facevamo affidamento sulla pesca e per l'acqua, finite le scorte, contavamo di trovare qualche sorgente arrampicandoci su per la montagna.
Ma le nostre aspirazioni ed il nostro ottimismo erano ahimè destinati ad andare presto delusi.
Avevamo portato con noi l'attrezzatura per la pesca subacquea e un tramaglio, ma nessuno di noi aveva mai dato in passato prova di particolari attitudini alla pesca (e nemmeno fino ad oggi...).
Il primo giorno, all'imbrunire, Riccardo ed io, autonominati gli esperti di pesca, oltre che di arte marinaresca, ci siamo accinti a calare il tramaglio. E' un'operazione semplice, ma precisa, perché la rete deve scendere ordinata e ben distesa, altrimenti i pesci la vedono con facilità e stanno alla larga. E' indispensabile effettuarla con una barca a remi, che noi ovviamente non avevamo. Così abbiamo caricato il tutto sulla zatterina autocostruita e abbiamo svolto il lavoro nuotando. L'inevitabile risultato è stato che il tramaglio si è ingarbugliato senza rimedio e non abbiamo più potuto utilizzarlo.
Ci restavano i fucili subacquei, ma anche in questo caso i risultati sono stati assai modesti. In occasione di una immersione notturna, Enrico ha manifestato il desiderio di partecipare alla battuta, malgrado la sua inesperienza. Io quella volta ero rimasto a terra e dopo qualche tempo ho sentito la sua voce rotta che chiamava aiuto. Mi sono precipitato in quella direzione e con la torcia elettrica ho intravisto la sagoma della sua testa emergere a tratti dalle onde.
Era successo che, nei suoi movimenti privi di coordinazione, aveva scorto l'ombra di una grossa pinna vicino a sè e, senza pensarci due volte, ha sparato. L'asta del fucile ha fatto il suo dovere e, dopo aver trapassato la pinna si è conficcata in uno scoglio. Un vero peccato che fosse una delle sue, e così è rimasto intrappolato al fondo. In preda al panico non ha neppure realizzato che sarebbe bastato sfilare la pinna per liberarsi dall'impiccio.
Dopo due o tre giorni le nostre riserve erano praticamente esaurite, ma dal momento che una delle nostre doti era la cocciutaggine, Riccardo ed io abbiamo lasciato gli altri a terra e, all'alba successiva, siamo salpati alla volta del Giglio Porto per fare rifornimento di acqua e cibarie.

La giornata era cominciata con un'alba stupenda. L'aria era tersa come solo raramente accade in inverno e quasi mai in estate.
Una leggera brezza di terra ci sospingeva dolcemente su un mare piatto. Il sole era già molto caldo, anche se erano passate solo da pochi minuti le sette. C'erano tutti i presupposti per una navigazione tranquilla. Prevedevamo un paio d'ore di bonaccia fra le dieci e mezzogiorno, dopo di che, scapolato il faro di Capel Rosso, ci aspettavamo aria fresca da Nord Ovest che ci avrebbe fatto bolinare con vivacità fino a destinazione. Insomma doveva essere il normale regime di bel tempo caratteristico della piena estate: brezza di terra la sera e il mattino presto, brezza di mare un po' più forte il pomeriggio fino al tramonto.
E tutto è andato esattamente così, finche siamo arrivati in prossimità del faro di Capel Rosso, la punta più meridionale dell'isola.
A quel punto stavamo per affrontare una delle esperienze più forti che ci sia mai capitato di vivere nella nostra ormai pluridecennale esperienza di marinai.
Arrivati sotto la Punta di Capel Rosso il vento, già molto debole, è calato completamente. Una bonaccia totale, assoluta quanto irreale. L'acqua intorno a noi si è fatta lucida, come coperta d'olio e la sensazione è stata quella che anche il tempo si fermasse insieme a noi.
Dopo un po' di questa immobilità, abbiamo scorto all'orizzonte, verso Sud, la netta striatura scura di un fronte d'aria in arrivo in contrasto con il colore pallido che uniformava il cielo e la superficie del mare.
Soddisfatti per il ritorno del vento, abbiamo appena fatto in tempo a realizzare che il fronte si avvicinava con una rapidità incredibile, che esso ci ha investiti, come un vero e proprio muro urlante.
Il primo impatto ha avuto conseguenze devastanti. Non abbiamo avuto il tempo di prepararci, né ammainando il fiocco, né riducendo la randa con una mano di terzaroli. E così il genoa di colpo è come svanito, polverizzato via dalla forza del vento; la randa è stata spinta sottovento con una tale forza che il paranco della scotta, rivettato sotto il boma, si è scardinato con uno schianto e la vela, senza più ritenuta, in un attimo si è strappata per tutta la sua larghezza.
Intanto il mare è diventato un inferno di onde alte e cortissime, che correvano in tutte le direzioni, inseguendo un vento impossibile che continuava a girare. La barca, senza più possibilità di essere governata e picchiata dalle onde, si abbatteva di continuo sottovento fino ad immergere in acqua la testa d'albero, sollevata in alto e scaraventata giù dai marosi e dalle raffiche. Il cielo si è fatto di piombo e la visibilità si è ridotta a zero, perché i primi metri sopra le onde erano spazzati dagli spruzzi.
Il fragore del vento era quello di un aviogetto a bassa quota, ed escludeva ogni possibilità di comunicazione tra noi se non a gesti. Quante volte ho poi sognato quel frastuono, svegliandomi poi di soprassalto, coperto di sudore...
La nostra prima reazione è stata quella di procurarci una scotta di fortuna della randa. Mentre io stavo al timone, nel tentativo di imporre un controllo alla barca che scarrocciava velocissima, Riccardo passava una cima dentro lo strappo della randa e, annodata una gassa d'amante intorno al boma, faceva poi passare l'altro capo nel rinvio del pozzetto, e quindi sul verricello.
Il rischio più grosso stava nel fatto che ci trovavamo sotto costa, senza più vederla. Completamente disorientati e impossibilitati a leggere la bussola a causa degli sbattimenti dello scafo, temevamo di finire sugli scogli da un momento all'altro.
Ad un tratto l'aria si è riempita di grossi chicchi di grandine, sospinti dal vento che superava i 70 nodi, come era stato rilevato dall'anemometro della stazione meteo del Giglio poco prima che andasse in frantumi.
Eravamo in costume da bagno, intirizziti dal freddo, tra l'altro sprovvisti a bordo dei giubbotti di salvataggio, rimasti a terra per far da zattera e bersagliati da proiettili di ghiaccio. Impossibile tenere gli occhi aperti. Sempre al timone, ho chiesto a Riccardo, a gesti, di recuperarmi una maschera sub nella inimmaginabile confusione che c'era giù di sotto, per proteggere almeno gli occhi e parte del viso.
Poi, per pochi istanti, la furia degli elementi si è calmata e la visibilità si è parzialmente ristabilita. Ciò che abbiamo visto ci ha, se possibile, ancor più raggelati: l'isola appariva nella grigia luce completamente bianca, coperta com'era di chicchi di grandine, e noi, completamente sbandati, stavamo scarrocciando al traverso, velocissimi, proprio in direzione di un gruppo di scogli non lontani dall'imboccatura del Porto, che distavano ormai meno di mezzo miglio da noi.
La nostra sola speranza era riuscire a scapolarli con l'aiuto del motore. Questo nel frattempo era stato sparato fuori dal suo gavone da un colpo di mare ed era ricaduto, quasi al suo posto, ma non più fissato dai suoi morsetti ed inclinato di 45° sull'asse verticale, ovviamente spento. Grazie ad un miracolo siamo riusciti a rimetterlo in moto così come si trovava ed esso ci ha consentito, a tutta potenza, di governare quel minimo sufficiente ad evitare la tragedia.
Il pazzesco fenomeno meteorologico, dopo un paio d'ore da che era iniziato, rapidamente si è esaurito proprio mentre noi stavamo passando davanti all'imbocco del porto.
L'incubo era finito e noi, tremanti come foglie per il freddo e lo shock, pochi minuti dopo facevamo ingresso nel Giglio Porto.
La banchina era completamente ingombra di persone che aspettavano di scoprire chi erano quei pazzi a bordo di una barca che in lontananza, poco prima, avevano visto sbucar fuori dall'inferno, ancora sballottata dal vento e dalle onde.
Accostata ed ormeggiata la barca, siamo stati accolti in trionfo dalla folla, come dei miracolati. Alcune mani pietose ci hanno avvolto delle coperte intorno alle spalle e poco dopo eravamo in un bar sul porto per trangugiare qualcosa di molto caldo e molto forte.
Ad equilibrio ristabilito abbiamo poi saputo che la furia degli elementi aveva causato ingenti danni in tutto il litorale toscano e più di un naufragio.
La sera siamo rimasti ospiti dei genitori di Riccardo. Abbiamo cenato con loro, mangiando come draghi e poi ci siamo buttati sul letto ed abbiamo dormito per almeno quattordici ore filate, dopo di che abbiamo provveduto all'acquisto delle provviste, abbiamo rassettato alla meglio la barca e siamo ripartiti per raggiungere gli altri.
Riccardo ed io avevamo condiviso qualche cosa di straordinario, che ha creato fra noi un vincolo indissolubile.
Mentre navigavamo, percorrendo a ritroso il percorso del giorno prima, questa volta sempre con tempo favorevole, quasi per scherzo ci siamo proclamati fratelli di sangue. A parte l'aspetto romantico, indubbiamente fra noi esiste tutt'oggi, dopo vent'anni, una sorta di linea di collegamento invisibile, che ci consente spesso di capirci telepaticamente, ci fa condividere aspirazioni, ci fa credere che insieme potremmo affrontare qualunque ostacolo.
Nel frattempo, i nostri compagni di avventura se l'erano passata tutt'altro che bene.
Quando siamo arrivati in vista del nostro accampamento, la spiaggia era tappezzata di tutto il nostro vestiario multicolore (quello rimasto), steso ad asciugare. Enrico e il Tribuno erano seduti per terra con sguardo assente, mentre Carlo Alberto ci stava venendo lentamente incontro a nuoto. Prima ancora che avessimo finito l'ancoraggio, con voce quasi inudibile dalla bocca screpolata ci chiedeva con insistenza acqua da bere.
I poveretti, rimasti completamente a secco, il giorno prima si erano arrampicati per chilometri all'interno, nella vana ricerca di una sorgente d'acqua ed erano tornati alla spiaggia con le classiche pive nel sacco, pieni di escoriazioni e lividi.
La sola acqua potabile era stata una specie di cascata che durante la tempesta si era riversata sul nostro campo, travolgendolo, per poi esaurirsi poco dopo.
Sulla spiaggia avevamo installato due tende: una piccola canadese ed una a due stanze, di quelle che sembrano casette, con tanto di verandina davanti e che si vedono normalmente nei camping.
La tempesta li ha investiti con la stessa violenza e repentinità, cogliendoli, come noi, impreparati.
La tenda grande è stata subito spazzata via e loro, con tutta l'attrezzatura rimasta, si sono allora rifugiati in quella piccola, trattenendola col loro peso.
Mentre erano sotto, un raffica ha strappato via il sopratelo impermeabile, così dopo mezz'ora si sono ritrovati a mollo in venti centimetri d'acqua.
Giustamente erano anche risentiti nei nostri confronti per tutto il tempo che eravamo stati via, ma né io né Riccardo ricordavamo neppure il lungo sonno da poco fatto. Per noi la tempesta era stata affrontata solo poche ore prima e non il giorno precedente.
Comunque sia, a quel punto abbiamo fatto un bilancio della situazione e finalmente siamo giunti alla conclusione che poteva bastare. Caricato quel che rimaneva della nostra roba sulla barca, siamo rientrati a Giglio Porto. Ora la vacanza poteva davvero cominciare.





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