FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL PAESE DEGLI UOMINI FELICI Harry Wald "Pace non trovo, e non ho da far guerre

", recita il titolo di un antico madrigale anonimo. Mi venne in mente così, mentre l'immagine di un volto bagnato di lacrime scompariva in una quasi incruenta sostituzione di stati d'animo. Parcheggiai all'ingresso del paese, nella piazzola di un stazione di servizio fuori servizio. Mentre le auto schizzavano senza vedermi, più oltre e più lontano, stravaccai nei freschi ricordi di viaggio.
Ero arrivato alla scelta di vita quasi senza traumi. Un raschiare di vecchi jeans su una coscia, il colore che si perde dentro all'acqua, lavaggio dopo lavaggio. Con una crescente sensazione di rancore, l'assottigliarsi delle fibre, ma alla fine anche con lo stingersi del rancore nei confronti di chi avrebbe voluto che mi adeguassi a dei cliché, a degli schemi di pensiero, che, allettanti e vicini alla mia formazione, sarebbero stati una prigione con delle ancor più solide sbarre erotico-culturali. Una prigione o un gorgo, creato apposta per me, quello dal quale ero riemerso attaccato a una botte, come nel "Maelstrom" di E.A. Poe.
Però qui il caso era stato leggermente diverso; il mio potente Padre aveva su me una presa abbastanza forte da trattenermi, da farmi bere quell'acqua di tempesta, per trascinarmi sul fondo del mare. Eppure "qualcosa" mi aveva impedito di affondare, di affondare di nuovo. Si, perché su quel fondo c'ero già stato. Sapevo com'era. Asciutto e nero, il luogo dello spirito cieco, dove solo a tastoni si possono trovare primitive forme di vita, coralli e conchiglie, mute forme frastagliate, una compagnia immota, la sola che potessi in quei giorni tollerare.
C'è ben poco di nostro nelle decisioni che prendiamo, e nel mio caso, lo confesso con vergogna, questo assunto è ancora più vero. Sono comunque giorni lontani, lontani nel tempo, incredibilmente vicini, oggi, nel bacio dell'oggi...
Mio Padre aveva chiesto un prezzo, per la compagnia e il calore umano, per essere accettato, gratificato della Sua presenza, per non sentirmi più solo. Rifiutai di recitare un altro, ennesimo ruolo, di fingere; perché poi avrei dovuto anche tenerlo in piedi, quel personaggio bidimensionale, nutrirlo di particolari sempre più spigolosi poiché rattoppi di invitabili, precedenti errori. La mia pelle, tirata come quella di un tamburo, oggetti frastagliati, ingoiati, mai digeriti, sarebbero apparsi di sotto l'epidermide, avrebbero puntato di angoli e spigoli, forzata la carne, pur senza mai sortire altro effetto che farmi urlare di dolore. E Lui non capiva questo tormento, questo modo di sentire. Non "poteva" capirlo. Poi mi parlarono di questo strano paese. Quindi partii, diretto a sud, nell'estate che stava per cominciare.
Con il furgone bianco preso a nolo, carico di pochi mobili e di molti piccoli oggetti. Come vi apparirà prima o poi chiaro, non era nemmeno immotivata la critica più comune che mi si rivolgeva, cioè di essere un irresoluto, un velleitario. Accuse ingiuste, certo, ma non ingiustificate.
Come spiegarlo? Le cose complicate lo sono di più se si cerca di renderle comprensibili. Oppure diventano ridicole. Ma quello di farsi capire è lo sforzo e l'impegno che si ha il diritto di esigere, da chiunque. I romanzieri divulgano, i poeti sintetizzano, i personaggi interpretano, secondo le loro possibilità. Sono stato frainteso molto spesso, e tutto perché Lui ha voluto privilegiare della mia vita proprio quel momento... proprio quello. Che disastro. A partire da quel momento, chiunque mi conosca pensa a me solo come al tizio che ha vissuto quell'esperienza. E' soprattutto per questa ragione, che me ne sono andato; per riguadagnare una dimensione completa, una personalità "a tutto tondo", come si dice.

La domenica mattina è insolito e tranquillizzante viaggiare in autostrada, perché si può andare piano, sulla corsia di destra, liberi di guardare a tratti la campagna, senza venire schiacciati tra vermi del pianeta Dune muniti di targa. Anche questo tutto sommato breve viaggio ha avuto la sua storia. Al distributore mi sentii apostrofare con un "Ma io non ti conosco?" dallo snello, oleoso volto+tuta rossoblù che mi stava a guardare; occhio piccolo, nero e luminoso, di quella bellissima luce propria del cervello che scorre migliaia di facce nel magazzino mnemonico, luce di intelligenza attivata e pulsante. Ma chi l'ha detto che saltiamo sempre il processo lineare, che viaggiamo per associazioni, che arriviamo a delle conclusioni in modo inspiegabile? Bastava guardare in faccia l'oleoso per capire che non è sempre e per tutti così. E l'incendio mentale non accennava a spegnersi. 'Cacchio, qui mi tocca venirgli incontro o tra dieci secondi scopre la formula della Coca-Cola...'. "Non so, non mi pare". L'interruzione lo sbloccò, mentre lo sguardo si riappannava, e tutti i percettibili movimenti della maschera facciale si riattivarono, febbrilmente, mentre il loro proprietario cercava alternative allo scavo archeologico nella memoria. "Dove abiti?", "A Milano", "Anch'io". Fantastico, forse ci siamo visti in Piazza del Duomo... "Ma che quartiere", "dove hai fatto le scuole", e così via.
La fila di macchine in attesa che si allungava (mi parve un incubo, vidi la gente scendere dalle auto e unirsi alla conversazione "ma lei di dov'è, ah, ma allora va in vacanza là, oh, I have relatives in Poggibonsi, uh, conosce il tal dei tali, eh, wie geht es Ihnen?, bla bla bla...) e gli autisti che pensavano ognuno ai casi propri, ma fra poco si sarebbero resi conto che l'attesa si protraeva. Alla fine riuscii a partire. Però, adesso che ci penso, con quel tizio ci giocavo a pallone al liceo... o era uno che gli somigliava. Non importa, ovviamente.

Il tempo dedicato all'autostrada, tempo di vita consapevolmente impiegato, e più prezioso di tanto altro, l'avevo scandito quel mattino d'inizio estate con lo snocciolamento di canzoni su canzoni. Perché aver paura di essere quel che si è? Perché la vergogna non si sposta nella ricerca e non ne diventa frusta e tormento e liberazione? Perché siamo fatti così, ecco perché: cerchiamo di stare meglio, non peggio. E non ci si accorge che la strada del ritorno è franata da un pezzo. Il viaggio dell'uomo è una spirale, si parte dal centro, nel centro si vive, al centro si aspira. Cerchiamo la meta, e la meta, il presente, è dappertutto, ma noi.. no, noi no. Noi non possiamo crederlo vero, questo presente. E allora sogniamo di futuri o di passati, ricordiamo o facciamo progetti, pur di sfuggire all'identificazione della parola "vita" con le parole "ego" e "nunc" (l'"hic" non è pleonastico?).

La musica assemblata nei nastri che ascoltavo guidando era legata a ricordi autentici, anche se necessariamente imprecisi. In genere non amo i ricordi che non mi appartengono. Mi da fastidio il pensiero di essere inserito nella mente di qualcun altro, in narrazioni che poi potrei magari anche ascoltare, sperimentando la brutta sensazione di venire sdoppiato per qualche minuto nel personaggio di una storia che si è svolta in mia assenza. Fino ad allora il solo vero protagonista delle mie storie ero stato io. All'inizio l'esperienza era appagante, ma poi, poi... orribile.
Capita spesso che i pensieri non escano al momento giusto, e nel corretto ordine. A volte, infatti, enunciamo le conclusioni dei ragionamenti prima di poter costruire la teoria che li ha generati. Non siamo tutti come l'oleoso, per fortuna. A quei tempi me lo si rimproverava, e gli "amici" mi trattavano come si tratta un matto, ignorandomi, oppure rinfacciandomi invidiosi il ruolo di primattore. Quella scena di "Corridoio della Paura", di Samuel Fuller, col protagonista impazzito che urla chiuso in una camicia di forza, grida alte e disperate, nel buio, nel vero silenzio, nell'inascolto.

Riavviai il motore e presi una via secondaria, sulla sinistra, andando verso quello che immaginavo essere il centro del paese. Costeggiai un giardino con roccette, acqua verde, cigni, anatre. Più oltre vidi un parco pieno di giochi, ma vuoto di bimbi. C'erano parchi e giardini dappertutto. E si vedevano le colline, intorno. Parcheggiai a ridosso del centro storico.
Passeggiando, cominciai a rilassarmi. C'era un vento leggero, che mi fece l'effetto di essere un elemento permanente di quel paesaggio. Libero.
Il centro storico era poco frequentato, e in questo rilievo trovai rafforzata l'impressione che il paese fosse a corto di abitanti. I viandanti erano frettolosi (come tutti i viandanti che si rispettino), e, forse perché era domenica, chi passeggiava lo faceva in abiti eleganti, e con un certo portamento borghese, che mi irritava e rassicurava al tempo stesso. Mi accorsi perciò in ritardo, arrivando in piazza, che lì qualcosa di insolito c'era. Specchiandomi nella lastra di metallo lucidissimo di una antica e consunta insegna pubblicitaria, mi accorsi di essere decisamente abbronzato. Io, che non andavo al mare da... da quando? Già...
Osservai il campanile, l'orologio della torre, scesi con lo sguardo sul municipio, tozzo e giallo; tutto a posto, tutto regolare. Che strano avere la sensazione che le cose sono fuori squadra, disordinate, quando ciò che si vede non testimonia in questo senso. I cubetti, ecco, ci sono i cubetti di porfido staccati dalla pavimentazione e mai sostituiti; vabbè, che c'è di strano? Però, ecco, il sorriso quasi raccolto dei passanti, e, nel contempo, l'impressione in loro di un'allegrezza profonda, come di cose che sia più divertente intuire che dire. "Paranoie, solo fantasie", mi dicevo. "Stai cercando di giustificare a tutti i costi una sensazione, ammetti di esserti sbagliato e lascia perdere!". Si respirava in effetti solo una incantevole atmosfera da "Belle Epoque", da cittadina turistica elegante, un po' dimessa in quanto fuori stagione. Camminando scossi lentamente la testa, a disagio. Urla di vapore, un negro pazzo che imita la ruota di un bianco battello sul fiume Mississippi. Questo mi veniva in mente, chissà perché.
Entrai nel caffè centrale, tra grandi vetrate curiose del mondo, che parevano proteggere i clienti e giustificare il loro diritto a essere osservatori, mentre i passanti sarebbero apparsi, persino a se stessi, come preoccupati oggetti di indagine. Mi sedetti a un tavolino, tra bei mobili di farmacia, e vetrinette ricolme di porcellane; mi sedetti in un angolo, dando le spalle a una colonna, lo sguardo a tener d'occhio l'ingresso. Me l'avevano ripetuto tante di quelle volte... "Non dare le spalle alla porta, mai sedersi al centro del locale, resta vicino a un'uscita", istruzioni che nevroticamente schizzarono alla superficie della coscienza. Proprio come il personaggio di un romanzo di avventure, o di spionaggio. In fondo era proprio così, ghignai tra me e me, quante volte ero stato riciclato, dalla fantasia degli altri, di quelli che agivano come se il mondo della fantasia fosse di loro esclusivo dominio, senza alcuna considerazione per i suoi attori?
Mi cadde lo sguardo sui jeans sdruciti e mi sentii subito meglio. Avevo dato le dimissioni, diavolo. Potevo vestirmi come mi pareva. Quella certezza produsse nei nervi un'intensa scarica di piacere. Sorrisi alla tappezzeria verde muschio, alle sedie che all'improvviso divennero poltroncine, ai tavolini dalle gambe a torciglione, e anche ai grandi specchi scuri e crepati, in cui si rifletteva un cameriere silenziosissimo, in divisa nera. Mi ravviai rapidamente i capelli, lunghi e sudici, e passando la mano poi d'istinto davanti agli occhi, intravidi qualche filo dorato appiccicato al palmo. Che stonatura, la mia sciatteria, in un posto così vecchio stile.
Forzato in un abito che non era il mio, costretto a ridere per sopravvivere, obbligato a essere d'accordo con mio Padre e con i suoi amici per non perderne la compagnia e la stima... adesso ero libero. Ma libero di fare cosa? Ecco, questo terrore senza fondo della libertà... la necessità di essere guidati e nel medesimo tempo il disgusto delle pastoie e dell'omologazione... ma dove cazzo stava scritto che il libero arbitrio era un dono del Cielo? Era una conquista di pochi eletti, invece, e, per me e per quasi tutti, solo un peso innominabile...
Pensai che qualcuno avrebbe trovato che il fascino di quel posto era tutto nell'arredamento, ma ritenni che a questa conclusione sarebbe giunto solo chi di norma cerca pretesti e alibi alle sensazioni. Io mi vergognai. Mi sentii davvero in imbarazzo. Ero sicuro di stare perturbando l'atmosfera studiatamente soporifera del locale, come se mi fossi messo a urlare, in piedi sul tavolino. Ma era poi così studiata? Considerai che il pinguino dal sorriso affabile e gli occhi spenti che si aggirava sulla moquette, forse a tratti era consapevole di recitare una parte nel teatro più chic del paese, in uno scenario appositamente allestito... chissà. Stavo ponderando, anche per salvarmi dall'imbarazzo del mio abbigliamento, che di studiato, là, forse, non c'era né c'era mai stato nulla.
C'è luce nelle onde elettromagnetiche? Cosa ci distingue dagli alienati mentali? Quando ero stato solo nel buio della notte, per esempio, nell'assenza di suoni e luci avevo trovato delle visioni che davano granitiche risposte a due domande, che poi erano una sola. In che cosa differiva questa immagine da quella di uno schizofrenico con l'anima divisa e una automoltiplicante personalità? Mah... se solo la psicanalisi, la teologia e la filosofia avessero prestato più attenzione al fenomeno naturalistico del polipo di Trembley...
Il caffè aveva almeno un secolo di vita. Lo si capiva dalle fotografie incorniciate e appese tra stampe in bianco e nero. Il fascino lì si era accumulato, poco a poco, un oggetto dopo l'altro, quasi per caso, o per fatalità, o per destino. Oggetti di uno stesso periodo storico, costruiti nello spazio di un mattino, mobili che erano stati sistemati in quel luogo nel medesimo spazio-tempo, e poi si erano dispersi, tra gli stili, sostituiti, distrutti. Ma se nulla si crea o distrugge... allora erano solo finiti "altrove". Avevano vorticato nel tempo, di epoca in epoca, e alla fine si erano ritrovati lì, uno dopo l'altro. A testimoniare qualcosa. Forse, il riassorbimento di un gusto e di uno stile nell'aristocratico sentimento della nostalgia, sorbito attraverso il democratico liquido delle tazzine. Perfino l'assenza di polvere faceva pensare a un tempo andato, gli ottoni lucidati un milione di volte, ormai opachi, graffiati. Sorrisi di nuovo, e quasi inavvertitamente levai lo sguardo sulla persona che stava entrando in quel momento nel locale. Un gatto nero con la croce egizia appesa al collo danza ancora in quei ricordi. Dammi retta, lettore, fai scartare di lato la mente, quando logica e grammatica prendono il sopravvento, quando la Paura di annoiare o di troppo rivelare incombe.
O i "tuoi" personaggi un giorno salteranno fuori dalle pagine e ti prenderanno a calci nel culo. E adesso, guarda chi sta per entrare.

Grassa, elegante, fisicamente invadente, mi sorrise da sotto la massa di capelli neri, lunghi, lisci e luminosi come una galassia senza stelle. Entrò, portandosi dietro la magia del movimento. Salutò con un cenno del capo il cameriere. In quel momento, ebbi la percezione che qualcosa di molto insolito stava per accadere. La donna sedette al mio tavolo.
"Ciao, tu sei Demetros?"
Il sorriso le danzò sulla grande faccia, animato da una bocca zeppa di denti fino all'inverosimile. Denti così bianchi da sembrare ghiaccioli alla panna. Ebbi l'assurdo impulso a succhiarglieli.
"...no..." risposi, in un tono che mi sorpresi a trovare intimorito. "Oh" disse lei, continuando a sorridere.
Un sorriso contagioso. Tanto che sorrisi anche io. D'istinto. "Insomma, non sei Demetros" insistette, come giocando.
Salendo le scale nella penombra incontri l'uomo dal lungo mantello nero. Dove ti porterà il balzo nelle possibilità dell'associazione mentale? "Non sono Demetros... però, potrei... potrei tentare. Che tipo è?" Mi vennero in mente le parole di una canzone "the world is waiting just for you... you made a fool of everyone...".
"Simpatico, carino. Fa di tutto e niente, ma pensa molto. E soffre. Farà di sicuro molto di buono nella vita, se troverà la persona giusta per lui. E' omosessuale".
"Ok, sono io"
Questo la sorprese, giusto per un istante. Strinse gli occhi, che scomparvero tra zampe di gallina e rivoli di grasso.
"Sei una checca?"
"No, sono pigro. Soffro la vita, e ne ho paura, come Demetros, come lui sono vittima di una eccessiva sensibilità. E' quasi lo stesso".
Non rispose, ma annuì tra smorfie di compiacimento, che portarono il labbro inferiore a premere sull'altro, evidenziando lo spugnoso grumo di pieghe che aveva appena sopra al mento.
Quella donna era uno spettacolo straordinario. Parlava col corpo.
"Ti dirò cosa fa Demetros!" riprese decisa, piantando i gomiti sul tavolino, che sobbalzò. Lanciai un'occhiata vergognosa al cameriere, ma lui preferì ignorarmi. "E' un artista. Scolpisce il marmo e l'ebano, insieme, fa sculture così", e allargò le braccia, a contenere forse un metro cubo di materia, organica e inorganica.
"Bianco e nero, eh? Pietra e legno... interessante"
"Si; è anche un poeta, cioè, scrive poesie" precisò, e non capii se intendesse dire che non era sicura che Demetros fosse un poeta, o se volesse precisare che il suo essere poeta si esplicitava solo in forma scritta.
"Tu ne scrivi, di poesie?"
"Cosa prendete?", si sovrappose il pinguino.
Non l'avevo neanche sentito avvicinarsi. Ebbi la spiacevole sensazione che questo piccolissimo fatto fosse tuttavia un segnale di qualche importanza. E, per giunta, c'era qualcosa in quella ragazza, che mi sembrò, per alcuni istanti, stranamente familiare.
"Caffè" risposi.
"Un bel long drink al curacao, di quelli che fai tu, Toni", disse lei, spumeggiando menta e ghiaccio dal sorriso, dato che nell'eccitazione del momento, cioè con ogni probabilità mentre pensava al piacere che le avrebbe dato sorbire la bevanda, come un cane di Pavlov aveva prodotto, appunto, una porzione di schiuma bianchissima e golosa, che si fermò sul labbro inferiore, per essere riassorbita con un rapido passaggio della lingua.
"Subito, signorina Teresa" disse, compito, il pinguino.
"Allora, tu scrivi poesie?" riprese lei, tenace.
"A volte, sì... non le ha mai lette nessuno".
"Neanche la tua ragazza?"
Lasciami spazio nel testo, ti prego salta, salta, salta...
Sorrisi ironico.
Questa quasi-risposta la mise sulla difensiva. Vidi nel suo sguardo, fattosi acuto, penetrante, indagatore e per nulla amichevole, vidi l'irritazione e percepii il sospetto.
"Non essere sciocco", disse poi, rilassandosi appena, "non voglio sapere se hai una ragazza. Volevo che mi dicessi se le hai fatte leggere a "qualcuna", quelle poesie, non a "una" in particolare".
"Scusa..." riuscii a replicare, idealmente boccheggiando per la sorpresa e sentendomi un goffo idiota. Volevo dirle che mi stupiva constatare quanto fosse acuta... ma che cosa c'entrava quell'impulso, da dove veniva? Sapevo solo di non volerle dispiacere. Mio Dio, no, non ANCORA!
"Forse una o due... poesie" risposi nervosamente, "Lei non le ha mai lette... le ho scritte dopo averla conosciuta... dopo esserci separati, voglio dire" -Dove stavamo andando a parare?-
"Questo significa che sei stato innamorato ma non hai ancora trovato la confidenza e la familiarità dell'amore".
Crea movimento, ombre e luci, tessi l'aria e il vento, spandi colori nel buio. Riflessi di mille specchi, più taglienti del cristallo spezzato.
Qualcosa nel mio passato remoto era tornato, in quella sua frase...
l'impressione di inadeguatezza alla situazione si rafforzò.
Mi sforzai di capire senza fare domande. Dovevo recuperare un po' di credito. Voleva forse dire che quelle poesie le avrei fatte leggere solo a una donna che avessi amato "in pianta stabile"?
Annuii, ma non perché fossi d'accordo con quell'idea. Sapevo che, anzi, non sarebbe mai stato così. I segreti di uno come me sono così pochi da dover essere gelosamente custoditi.
Il pinguino posò caffè e long drink sul tavolino e scomparve.
Lei si portò alle labbra la cannuccia a strisce, con espressione beata.
Fu il mio turno di essere irritato. Che modo pontificante di farmi conoscere un'opinione, che teatralità! Cosa credeva, di poter giocare all'astrologa? Eppure, ero irritato non dalla frase, ma dal richiamo a un me stesso a due dimensioni, incompleto, trasparente...
Pozzette di luce nelle sacche guanciali... mi sorpresi a far defluire la mia irritazione nelle sue paffosità. La guardai fisso negli occhi e tornai a sorridere anch'io.
Poi mi colpì un'altra sensazione. Ero certo di quel che sentivo. Qualcosa che la stimolava, la interessava e incuriosiva c'era, nella conversazione in corso, o forse solo nei suoi pensieri. Ma c'era.
Allo stesso tempo, mi sembrò che la trama della nostra conversazione fosse insieme nuova e vecchia. Non so se riesco a spiegarmi bene; come un copione anomalo, in cui sia previsto che il protagonista reciti sempre la stessa parte, ma con partners diversi a ogni nuova rappresentazione. Stesse battute da una parte, risposte differenti dall'altra... non scritte: improvvisate. Come un... test. E la sensazione che lei fosse abituata a proporlo. Doveva pur essere così, dopotutto... Ma perché, perché in quel modo? Solo per sedurre... me?
Si inventava tutta quella manfrina per quello? Certo, era possibile.
Probabilmente la sua grassezza era stata spesso scambiata per "sgrazia".
Immaginai proprio quella parola, e mi chiesi anche come fosse possibile che non esistesse. Il contrario di grazia... ma non era vero: nel corpo ondeggiante che avevo di fronte c'era come un ritmo jazz, non una convenzionale familiarità di forme e movimenti. Un ritmo irregolare, ma di senso compiuto, un ritmo che mi eccitava, proprio come una buona canzone. Con me ci era già riuscita, a eccitarmi, se il fine era quello. E mi dissi che in fondo avevo visto alcuni uomini comportarsi in modo simile, per ottenere l'attenzione di una donna. Aveva senso.
Eppure, a parte ogni considerazione razionale, o eccitazione sensoriale, mi sembrava proprio di averla già vista, quella ragazza.
Alla fine, ricordai:
"Senti, sei mai stata in Spagna in vacanza?"
"Si, qualche anno fa..." mi rispose lei, sorpresa, il curacao gocciolante dalle labbra piene e semiaperte.
"In Agosto?"
"Agosto, si..."
"In treno, con due amiche italiane?"
Lei annuì, confusa, sbrodolandosi la camicetta di seta.
"E al ritorno avete passato la notte a chiacchierare con due amici di Milano, e c'era anche una ragazza straniera, vero?"
"Sssi, ma... come..." disse affannosamente, sbroffandomi in un occhio, "Cristo santo!", esclamai, "ma allora... sei tu, sei la Teresa del viaggio in treno, di notte, quella che rompeva le scatole, che non se ne andava mai quando ero in corridoio con la sua amica carina!"
Lei sobbalzò, in tutta la sua meravigliosa quintalata di ciccia.ĘPoi spalancò gli occhi e, rigurgitando dalla sorpresa quanto le restava in bocca, mi puntò un dito informe verso il volto, sghignazzando:
"E tu sei quel disgraziato che mi hai ignorata per tutto il viaggio! Ma guarda un po' che combinazione! Com'è che ti chiamavi?"
Restai in silenzio per qualche secondo. La risposta era importante, volevo che lei capisse. Quella notte mi ero accorto di essermi comportato sul treno in modo ingiusto e antipatico, con Teresa, e di essermi ripromesso, se ne avessi avuto l'occasione, di farmi in qualche modo perdonare. Adesso mi sembrava insufficiente e ridicolo, quell'intento, per non dire insultante della sua personalità. Ma ero anche sicuro che i miei occhi stavano in quel preciso momento comunicandole esattamente quello che pensavo e sentivo.
"Mi chiamavo Davide. Ma oggi..."
"Sei Demetros?
"Si", risposi, e chiusi il resto del mondo fori da quella parola.
Fine

PS: Non succede più che mi si rimproveri perché espongo conclusioni senza spiegare come ci sono arrivato, da quando abito nel "Paese degli uomini felici", come i giornali hanno voluto chiamarlo. Qui è diverso; il ruolo da interpretare gli scrittori ce lo scelgono sempre con cura. Nessuno di noi, personaggi esuli da altri racconti, si è mai lamentato. Finora, almeno...

Nota Bene:
"Davide" e "Teresa" appaiono con il cortese permesso di Emilio Capodesky, autore del racconto "Notte in treno" ©, loro luogo d'origine.




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