FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UNA VITA MI BASTA

Harry Wald




Nel cimitero di campagna l'oscurità era quasi completa.
Nella notte d'estate nuvolosa e senza stelle il vento soffiava con furia, insinuandosi tra le lapidi, portando scompiglio tra i pochi fiori di plastica che ancora resistevano incollati alle tombe.
Ciò che mancava a quello scenario da film sui vampiri giunse poco dopo con squarci di lampi, violetti e maligni, che illuminarono le rigide sagome in piedi all'ingresso del cimitero, ammantandole di un'aura assai poco rassicurante.
La cancellata sbatteva ritmicamente e cigolando contro al vecchio pilastro, mentre le due figure si dondolavano per contrastare le raffiche di vento. Volsero gli sguardi uno verso l'altra, esitanti, entrambi vittime di emozioni contrastanti.
"Stammi vicina, mia cara, sembra la notte ideale perché si materializzino antichi fantasmi..." disse la più alta delle figure, un uomo di mezza età, pingue, occhiali di metallo, vestito di jeans.
"Si, come no, stronzo" mormorò lei velocemente.
La donna volse lo sguardo in giro, un lampo appena più chiaro degli altri ne illuminò il corpo giovane e ben fatto, fasciato in un elegante vestito da sera.
"Non sto scherzando" disse piano lui. "Secondo me c'è da aver paura. I fantasmi non hanno nulla da temere dalle pallottole." Poi portò istintivamente la mano a toccare l'automatica nella tasca interna del giubbotto. "Piantala, sai bene perché siamo venuti in questo cesso, e allora diamoci da fare".
"Si, muoviamoci, amor mio, perché è lo starti così vicino che mi fa davvero paura, non i fantasmi" sospirò lui, varcando l'ingresso del cimitero. Il vialetto di ghiaia era un filo di seta che perdeva di consistenza sul fondo nero. Lo seguirono senza nemmeno avvertire lo scricchiolio. Camminavano lentamente, sospinti dal vento, evitando di guardare le migliaia di piccole lapidi, tutte di granito, tutte delle medesime dimensioni. I bagliori dei lumini si erano spenti da più di un secolo sull'ultima di quelle tombe. Nessun fuoco fatuo danzava gelido nel cimitero. Nessun flottio d'acqua riusciva a penetrare lo schermo del respiro notturno. Il fiume sembrava non esistere nemmeno.
I due entrarono in un'ombra ancor più nera della notte. Cominciò a piovere.
Grosse gocce, ravvicinate e violente.
La donna e il suo compagno affrettarono il passo, lei imprecò sottovoce. A un certo punto il filo si interruppe e ogni residuo di luminosità scomparve. Si addossarono al mausoleo per ripararsi.
Fu lei la prima a voltarsi per alzare lo sguardo.
In origine era stato di pietra grigia. Ora la notte senza fondo lo ricopriva uniformemente, assorbendo e schermando ogni scintilla.
La sua era un'ombra che si avvertiva anche in assenza di luce, come in quel momento la percepivano i due intrusi.
"Forza, sbrighiamoci" sussurrò lei, dando di gomito.
La scalinata aveva gradini enormi, spigolosi, crepati dal tempo e dai passi degli uomini, e tuttavia solidi. "Densi", si trovò a pensare l'uomo con un brivido. La pioggia aveva già reso scivolosa la pietra, quando lui inciampo' e perse la presa sulla borsa. Lei brontolò una bestemmia e tastò intorno alla cieca ricerca dell'oggetto. La salita fu faticosa, oltre le aspettative, ma alla fine si ritrovarono all'asciutto.
Lui fece scivolare le mani sul portale di legno e ferro, dolcemente, i palmi che accarezzavano la fredda superficie, le rare borchie, lo stemma della casata.
"Meno male che i bastardi hanno messo questa tettoia"
Rispose senza voltarsi;
"E' una casa, amor mio. L'ingresso alla casa dei morti. L'architetto ha solo seguito le sue istruzioni"
"Si, le istruzioni dei morti... non dire cazzate e apri questa porta" L'uomo si inginocchiò, armeggiò con la cerniera della borsa, estrasse una lampada cieca e l'accese. Il bagliore era fioco e schermato, e lui lo direzionò ai propri piedi, dove svolse una matassina di gomma con tasche contenenti gli arnesi da scasso. I lampi si moltiplicarono. Si mise al lavoro sul grande lucchetto. La pioggia che aumentava accompagnò gli impercettibili movimenti delle dita. Lei si volse verso il cimitero. Da quella posizione sopraelevata poteva adesso vederne l'ordinato esercito di lapidi. Sorrise, passandosi la lingua sulle labbra bagnate.
"Operai. Generazioni di operai, stupide bestie, prigionieri anche da morti. Ma state allegri, ragazzi, oggi è il GRANDE GIORNO!"
Si sentì all'improvviso piena di energie.
Guardò il cielo con aria di sfida, sentì con piacere il vento sferzarle la faccia e per un attimo avvertì una comunanza tra il sentimento che provava e l'elettricità nei fulmini, per quel breve momento credette che la carne di cui era fatta e la sostanza delle saette fossero la medesima materia.
"A posto"
La voce del compagno la richiamò alla realtà.
Varcarono la soglia del mausoleo e l'accostarono alle proprie spalle. Il rumore della tempesta cessò. Non ne rimase nemmeno un garbato ticchettio; svanì, come ingoiato.
All'impietosa luce della lampada, l'interno si rivelò vasto, spoglio e pentagonale. Quattro scudi equidistanti erano appesi alle pareti all'altezza degli occhi. Al centro del locale c'era la tomba vera e propria, un bianco parallelepipedo di marmo venato d'azzurro. Il coperchio era della stessa pietra grigia con cui era costruito il mausoleo, e riportava l'incisione di una grande croce. L'aria era stantia.
"Il coperchio è fuori posto" disse l'uomo.
Lei sobbalzò. La voce era rimbombata, amplificandosi. Seguì con lo sguardo il dito di lui fino a constatare il fatto.
"E allora? Che cazzo vuol dire?"
"Mi sembra strano, tutto qui. Il lucchetto era incrostato di ruggine. Qui non entra nessuno da anni" rispose, pacato.
"Tutto qui, proprio" lo motteggiò lei, sprezzante "Saranno stati i fantasmi, no? Feste e bagordi e poi si dimenticano di chiudere la porta di casa. Per un momento mi hai fatto paura... dopo tutto questo casino sarebbe stata bella se qualcun'altro fosse stato qui prima di noi! Dai, prendiamola e filiamo!" Dopo molti sforzi il pesantissimo coperchio di pietra scivolò rumorosamente al suolo. Al di sotto apparve una bara di mogano. L'uomo estrasse dalla borsa un trapano a batteria, innestò una punta del diciannove e cominciò a perforare la cassa.
"Cazzo fai? Ci sono le viti!" esclamò lei.
"La pressione" rispose lui, continuando a penetrare nel legno, "C'è ancora gas all'interno. Hai presente i barattoli di sottoaceti? Bisogna far entrare l'aria per riuscire..."
"Sottaceti?"
"Il contrario" rispose lui "Ah, ci siamo"
Un attimo dopo udirono il sibilo. Lui posò il trapano, si strinse il naso con una mano e con l'altra allontanò la donna dalla bara.
Raggiunsero la soglia insieme, poi l'uomo si tolse di tasca due mollette da naso, ne mise una e consegnò l'altra alla compagna. Rientrarono. Quando anche l'ultima vite fu estratta dalla cassa, ne sollevarono il coperchio.
Il patriarca che aveva costruito l'opificio, il padrone del cimitero e dei corpi sottoterra, giaceva compostamente, le mani sovrapposte sul petto, all'altezza del cuore, il dignitoso, elegante vestito nero chiazzato in modo irrimediabile. I due intrusi osservarono lo scheletro con sentimenti diversi.
Si tolsero le mollette, quasi con solennità.
"Un gran bastardo... il tuo bisnonno" mormorò la donna, senza peraltro riuscire a staccare gli occhi dal cranio appena impolverato.
L'uomo invece distolse subito lo sguardo. Sudava e si sentiva male. Il senso di colpa cominciò a dilaniarlo.
Come se avesse colto i suoi pensieri, lei lo guardò con aria di sfida e, senza staccargli gli occhi di dosso, immerse la mano nella bara. Un attimo dopo essa ne uscì stringendo una croce che prese a spandere colori sulle pareti della tomba. Oro, legno, brillanti, rubini, smeraldi, perle. Il materiale di cui era costituita turbinò i colori tutto intorno, dardeggiando la luce riflessa della lampada in una pazza danza sulle pareti. L'uomo seguì affascinato la mano di lei agitarsi festosamente in aria; lei, che accennò persino qualche movimento al ritmo di una musica tutta mentale. Continuò a muoversi a tempo, e a guardarlo fisso, eccitata.
"Non potevi proprio infilarcela la tua manina lì dentro, eh?! Ti dai tante arie, io qui, io là, la professione, l'eredità, il nome, la famiglia! Si, COL CAZZO! Ma sai quanto vale questa roba?"
"Una vita senza più problemi di reddito"
"Due vite, bello, due!" gridò lei agitando la croce.
La donna si mosse ancora intorno alla bara.
Poi si bloccÿ, il braccio a mezz'aria.
Lo scintillio della croce era quasi insopportabile.
"Una vita mi basta... "aggiunse lui pacatamente Il rumore secco del colpo gli fece tintinnare gli occhiali.
La sollevò e la depose all'interno della cassa, fissò le viti.
Mentre chiudeva il lucchetto arrugginito, il vento si calmò.
Adesso si udiva lo scorrere del fiume.
Uscendo dal cimitero, l'uomo accostò il cancello con delicatezza.




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