FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UNA GIORNATA PARTICOLARE

Marco Bazzi




1
Il mare davanti a noi è immobile e, all'orizzonte, si confonde con il cielo. L'atmosfera è rovente, eppure non sento disagio, anzi, mi piace abbandonarmi al caldo, sdraiato sulla sedia, gli occhi socchiusi, e pensare di fermare questo attimo magico: lei nell'abbagliante controluce che, con le dita larghe, attenta a non perdere il succo, si porta un'ostrica alle labbra e la succhia voluttuosamente.
Non è la prima volta che la vedo mangiare frutti di mare e sempre mi affascina. Socchiude gli occhi quando succhia la polpa, poi ha un attimo di immobilità, gusta il sapore con tutto il suo corpo. Improvvisamente, con uno scatto, si accorge della valva vuota che tiene tra le dita e subito la lascia nel vassoio guardandola con repulsione, quasi fosse sporca. Si asciuga la punta delle dita e le labbra nel tovagliolo, mi sorride ed è pronta per ricominciare. Ogni volta che si ferma, immobile, gli occhi socchiusi, ad assaporare il frutto, sento violento il desiderio di afferrarle il viso tra le mani e di baciarla, di entrare nella sua bocca per gustare insieme a lei il sapore di mare che l'ostrica lascia sulla lingua. Vorrei che il mio desiderio in qualche modo trasparisse, la raggiungesse. Oramai ho rinunciato a dirle che l'amo: le parole, dopo tutti questi anni, hanno perso di forza, di significato. Vorrei, invece, che lei si accorgesse della mia brama da qualche cosa di più primitivo e sincero che non le parole.
Mi guarda e sorride sfregandosi soddisfatta le mani nel tovagliolo. Davanti a noi - tra di noi - il vassoio con i gusci vuoti ammucchiati disordinatamente. Le foglie di lattuga che, verdi e brillanti, facevano da letto alle ostriche appena aperte, ora sono mosce ed appassite dal caldo. Il sole, fuori dal cono d'ombra che ci ripara, sbianca i tavoli, il pavimento, le piante ornamentali.
Sembra che sbianchi persino il mare, l'aria.
Lei si allunga sulla sua sedia e appoggia un piede nudo sulla mia, tra le mie gambe. Afferra il bicchiere, colmo a metà di vino bianco gelato, e, prima di portarselo alle labbra, con un sospiro di piacere, mi sussurra:
- Come sto bene. -
Le ghermisco, sotto il tavolo, il piede che trovo tra le mie cosce, lo massaggio lentamente con le dita delle due mani. E' fresco ed asciutto. Ho letto da qualche parte che nel piede vi sono i terminali nervosi di tutti i nostri organi e che nell'incavo si trovano i nervi corrispondenti agli organi genitali. Non so se questo sia vero, ma mi soffermo ad accarezzare con i pollici l'avvallamento, mettendoci tutta la tenerezza che userei per accarezzarle il ventre. Mugugna di piacere ad occhi chiusi.
Sento che ora lei sarebbe disponibile. Ne sono quasi certo, ma siamo in un ristorante affacciato al mare, su una terrazza alla vista di chiunque. La conosco da molto e ho avuto tante occasioni per potere realizzare il desiderio che mi incute, ma tutte, per un motivo o per l'altro, le ho perse. Ora non posso sbagliare, non posso permettere che o un gesto affrettato rompa l'atmosfera facendola ritrarre in difensiva, o che un'indecisione permetta al momento favorevole di sfuggire. Occasioni come questa non capitano spesso ed io so di non essere per nulla un buon tempista. Sento salirmi su dallo stomaco l'insicurezza, il panico. Eppure mi sono preparato da questa mattina, non ho mangiato molto, non ho quasi bevuto. Ho atteso, pregustato questo momento, ed ora mi sento terrorizzato, non so che fare, che dire.
Continuo ad accarezzarle il piede e, chinandomi, allungo la carezza fino al polpaccio, al ginocchio, lentamente, con dolcezza. Apre gli occhi, mi guarda sorridendo, ritira la gamba, si sistema sulla sedia e, decisa, mi comunica:
-Vorrei un caffè. Sto cascando dal sonno. -
Cerco con lo sguardo il cameriere, ma non lo trovo. Mi accendo una sigaretta e, appena ispirata la prima boccata, lei, allungando il braccio sul tavolo, me la chiede. Glie la infilo tra le dita della mano protesa.
- Anch'io ho sonno. - dico - Mi piacerebbe essere in questo momento disteso in una stanza in penombra. -
Il mare è sempre accecante e i suoi capelli, guardati in controluce, sembrano irraggiarsi come un'aureola. Sorrido pensando a quanto poco santa la vorrei. Finalmente il cameriere, i capelli appiccicati sulla fronte sudata, si fa vedere. Ordino i caffè. Ormai il pranzo sta per finire.

2
Già, il pranzo sta per finire... Ma dopo? Cosa potrà succedere dopo? Cerco la risposta irregolarità del soffitto, nella luce calda che filtra dalle tapparelle abbassate. Cerco di non muovermi, di non permettere a mia moglie di accorgersi che sono sveglio. Ho bisogno ancora di tempo per pensare, per immaginare un seguito al pranzo, per immaginarmi una strategia. Non so che ore siano, ma comunque fra qualche minuto la sveglia dovrebbe suonare ed io non so ancora come dovrà cercare di condurre la giornata per raggiungere finalmente il mio obbiettivo.
Il pranzo è finito è stato un ottimo prologo e il finale voglio che sia una camera di quel motel tranquillo che, ormai da mesi, ho adocchiato alle porte di Roma. Ma, tra il prologo e il finale, è necessario che ci sia tutto lo svolgimento della vicenda ed io non so assolutamente dove andare a parare.

3
Finalmente un po' d'ombra e di fresco dopo il sole abbagliante della terrazza del ristorante. Lo stretto sentiero che porta al mare, alla spiaggetta che conosco, è riparato, ai lati, da alti cespugli di rovi e da ciuffi gialli di canne. Avanziamo cauti, prima lei, attenta a dove posa il piede, le mani leggermente discoste dal corpo come per mantenere l'equilibrio. Poi io, affascinato dal suo corpo che mi appare minuto, senza difesa. Muove sinuosa, ad ogni passo prudente, i fianchi morbidi. Indovino, ad ogni ancheggiare, i segni dello slip sotto la soffice stoffa dell'abitino estivo. Vorrei afferrarla alle spalle, fermarla così come si trova, vorrei inginocchiarmi e premere il viso sulle sue natiche ed affondare contemporaneamente le mani nel suo ventre che immagino morbido, cedevole.
Il sentiero, prima di sbucare sulla spiaggia, si riempie di rifiuti. Dobbiamo faticare per scavalcare un pensile di formica che, osceno con gli sportelli divaricati, ci impedisce il passaggio.
Improvvisamente ci troviamo nell'abbacinante chiarore del sole riflesso dall'acqua immobile. Lei, lanciando qualche grido di sorpresa, di felicità, corre leggera verso il bagnasciuga. Io arranco faticosamente affondando le scarpe nella rena sottile. La sabbia è ancora calda, ma non rovente, il sole ormai non è più alto nel cielo e i colori sono divenuti più caldi, più morbidi. Ha raggiunto il mare e, dopo aver lanciato all'aria i sandali, corre per qualche passo nell'acqua sollevando spruzzi. Si alza il vestito fino all'inguine e poi avanza più cauta verso il mare aperto.
Quando l'acqua è arrivata a coprirle le cosce, si volta verso di me e, sempre tenendo con le mani sollevato il vestito, mi grida:
-E' calda. Caldissima -
Mi siedo sulla sabbia asciutta e vi affondo le mani. Devo strizzare gli occhi per guardarla controluce mentre, felice, sguazza le gambe nell'acqua. Mi piacerebbe seguirla, anche perché sento la necessità di rinfrescarmi. Ho le mani e la schiena sudate, mi sento tutto appiccicoso ed accaldato, ma non posso entrare nell'acqua, impedito come sono dai pantaloni lunghi. Mi accontento di guardarla da lontano, affascinato dalla sua giovinezza e dalla sua voglia di vivere.
All'improvviso si volta, si dirige verso di me e, senza alcuna esitazione, con un movimento deciso, si sfila, camminando nell'acqua, il vestito dalla testa. Per un attimo resta impigliata nella stoffa, il capo avvolto nella nuvola azzurra dell'abito. Poi, lo strappo deciso per liberare il volto, le fa sussultare il seno abbronzato. Lancia, con un gesto ampio, energico, il vestito verso di me, ridendo, quasi una sfida. Ma questo si allarga al vento, si ferma e cade morbido sul bagnasciuga. Sono lesto ad alzarmi, ad afferrare il morbido paracadute prima che una debole onda lo raggiunga. Resto così, immobile, l'acqua che mi lambisce le scarpe, la stoffa azzurra nella mano, a guardarla mentre si allontana, si tuffa e nuota a lunghe bracciate verso il largo.

4
Manca ancora qualche minuto al suono della sveglia. Accanto a me, mia moglie è ancora profondamente addormentata. Volge dalla mia parte la schiena ed è rannicchiata sotto il lenzuolo come se avesse freddo. Ho paura che si svegli, che si accorga della mia eccitazione. Guardo, con gli occhi socchiusi, il sole che filtra dalle tapparelle e, nell'indistinto chiarore, mi sforzo di distinguere l'immagine della ragazza che mi lancia il suo abito. Il seno tenero, l'abbronzatura uniforme, la macchia chiara su un fianco, dove lo slip bianco si è, di poco, abbassato, la malizia che le fa sorridere gli occhi, tutto di lei, insomma, mi provoca una dolorosa agitazione, un'ansia insopportabile. Mi volto a pancia in giù, il viso affossato nel cuscino caldo della notte, il ventre spinto con forza contro il materasso, quasi a voler soffocare l'eccitazione non più sopportabile.
Cercherò di portarla sulla spiaggia, mi sembra una bella idea. Oltre tutto, nel tardo pomeriggio, la spiaggia dovrebbe essere pressoché deserta e potrei avere l'occasione di avvicinarmi a lei, di accarezzarla, di annusarle i capelli. Il caldo, il mare invitante, il vino bevuto, faranno di certo il resto, saranno miei complici in questo ennesimo tentativo. Questa volta devo riuscire assolutamente ad abbracciarla, a baciarla e, forse, anche a realizzare il desiderio che mi ha ossessionato questi ultimi tempi. Comunque in spiaggia, anche di pomeriggio inoltrato, in questa stagione e con questo caldo, c'è sempre qualche bagnante, magari qualche bambino che gioca e molto in là nell'intimità non si può andare. Ma non posso più essere prudente, se voglio ottenere qualche cosa dovrò rischiare. Non posso perdere anche questa occasione. E poi se tutto procede bene, per il dopo, anche lei potrebbe dare qualche suggerimento...

5
Mi sono tolto la camicia, è umida come umida è l'atmosfera di questo pomeriggio, il sole sta divenendo sempre più rosso man mano che si abbassa davanti a noi. Lei si è appisolata. Ha appoggiato il volto sulle braccia intrecciate ed appoggiate alla sua borsa di tela. Il corpo, abbandonato sull'arena, è chiazzato di sabbia umida. Gli slip bagnati permettono di vedere nudo il suo sedere. Vorrei che si girasse per poterle scorgere il ventre, la macchia nera del suo pube. Piano le passo un dito sulla schiena, le disegno sulle scapole, leggero per non trarla dal suo torpore, improbabili figure. Il braccio alzato evidenzia la morbida attaccatura del seno. Mi chino su di lei per sfiorarla con le labbra proprio li, appena sotto l'ascella dove odora di carne e di sale. Ha un brivido, si riscuote pigra, si rigira sorridente stirando, alte sulla testa, le braccia, le mani chiuse a pugno. Lenta, pigra, mi chiude decisa le braccia intorno al collo e dolcemente mi attira a sé. La prima sensazione è di un gran fresco. Penetrare nella sua bocca è come entrare, in una giornata calda e sudata come questa, in una grotta nascosta dai cespugli: per un attimo si resta sorpresi per l'improvviso benessere. Poi lento la esploro. Immagino di scivolare verso il fondo, di essere risucchiato tutto nella grotta primordiale, nella sua soffice e confortevole umidità. E' un bacio tenero, interminabile. Le mie mani scorrono sui suoi fianchi, cercano il suo seno premuto sul mio petto. Il mio desiderio sale prepotente...

6
Improvviso, il bip bip della sveglia mi riporta alla realtà. Mia moglie con grugniti di disappunto si sta risvegliando. Non voglio che si avveda della mia eccitazione, mi rimetto a pancia in giù col volto affondato nel cuscino e fingo di dormire. Non voglio ancora essere portato di forza fuori dal sogno, nella banalità quotidiana. E poi non ho ancora risolto il problema del dopo. Dove e come potrà concludere la giornata d'amore con lei. Devo essere pronto ad ogni evenienza, nulla deve avvenire all'improvviso trovandomi impreparato, se voglio non perdere, finalmente, l'occasione. Basterebbe un minimo contrattempo per rovinare tutto, per rompere un'intesa ottenuta con paziente prudenza. No, non posso assolutamente rischiare! D'altra parte, se tutto dovesse andare come immagino, anche lei desidererà concludere la giornata come pazzamente lo desidero io, e mi aiuterà, ne sono certo, per raggiungere il comune fine. Ma se lei non volesse? Se avesse paura di imbarcarsi in una relazione con me? Lei sa che ho perso la testa e, magari, teme le complicazioni sentimentali che potrei crearle. No, non mi aiuterà, lo sento, ma io non devo cedere al pessimismo: dovrà farcela, dovrà riuscire. Devo vivere questo incontro come se fosse l'ultimo. Troppe volte ho ceduto alla prudenza, ho rimandato, ho avuto paura di un passo falso. Oggi devo giocare tutte le mie possibilità e vada come deve andare.
Più ci penso e meno riesco a capire come ho fatto a ridurmi in questa situazione. Innamorato pazzo, incoraggiato, rifiutato, cercato, respinto... Se oggi non mi dovesse andar bene sarà necessario che tenti di togliermela dalla testa. Dovrei far di tutto per non rivederla, per non risentirla, per dimenticarla. Ma è facile esprimere il proposito, impossibile metterlo in pratica. Comunque non voglio indulgere al pessimismo, voglio essere sicuro che, finalmente, oggi pomeriggio, l'abbraccerà, le accarezzerà il viso, la bacerà a lungo, la spoglierà e me la fisserà tutta nella memoria per poterla ricordare anche nei minimi particolari, la amerà con tenerezza ed attenzione per non lasciarmi sfuggire neppure una sensazione.

7
Nella stanza l'aria è calda, immobile, prigioniera delle tapparelle quasi completamente abbassate. Sul comodino, vicino alla finestra, il piccolo ed instabile abat-jour riesce, nella penombra della stanza, ad illuminare a malapena se stesso. Mi siedo sul letto dal lato della finestra, mi sporgo e quasi mi appendo alla cinghia della tapparella. Mi sento soffocare, ho bisogno di un po' d'aria. Dopo aver alzato la serranda, resto immobile ad ascoltare i suoi movimenti dietro di me. Mi chiedo cosa stia facendo, cosa stia pensando. Mi volto. E' sdraiata, le mani dietro la nuca, tra i capelli. Le braccia alzate le scoprono l'ascella appena ombreggiata. Il vestito le è salito sulle gambe che tiene stese ed accavallate l'una sull'altra. Mi sdraio accanto a lei ed affondo il viso tra i suoi capelli. Odora di buono, di fresco, di sale. Io, invece, mi sento appiccicoso, sporco. Vorrei alzarmi, vorrei andare a fare una doccia, ma temo a lasciarla sola, temo di non ritrovarla al mio ritorno. Mi sento combattuto, a disagio. Le sfioro con le labbra la guancia e le sussurro:
- Mi aspetti? -
L'acqua appena tiepida mi da sollievo, ma in bagno non ho trovato sapone e questo mi dispiace. Mi sento bene sotto lo scroscio della doccia, ma lo stesso cerco di affrettarmi, non voglio lasciarla sola, temo che possa cambiare idea, andarsene. Svelto esco dalla cabina e cerco l'accappatoio che non riesco a scorgere da nessuna parte. All'improvviso si apre la porta e lei entra, senza indecisione, senza imbarazzo. Si cala gli slip e, naturale, per nulla in soggezione, si siede sulla tazza:
- Cerchi l'accappatoio? E' lì, guarda. -
Ed indica, a braccio teso, dietro di me.

8
La mattinata si preannunzia caldissima. Dalla mia finestra si può già scorgere la coltre di foschia sporca adagiata sui tetti della città. Il caldo è quasi insopportabile, nonostante siano appena le undici. Io sono pronto: ancora fresco, sbarbato, la camicia stirata impeccabilmente. Ho appena il tempo di telefonarle per farla scendere, passare a prenderla con la macchina e via, verso il mare, verso l'avventura.
Ogni volta che compongo il suo numero di telefono mi sento quasi male dall'ansia. Mi domando se sarà lei a rispondere, se avrà disturbata nel sonno o in bagno...
- Pronto? Ciao, sono io. Sei pronta?...
Perché non ti senti di venire? Eravamo d'accordo per oggi, no?...
Beh, se non te la senti proprio....
Certo che sono rimasto male: ho organizzato tutto. Ho prenotato da Tonino. Ho persino fatto lavare la macchina...
... -




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