FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL TUNNEL

Walter Giordani




Stava scendendo per l'ultima volta dalle sue montagne a bordo della Ford Familiare blu che lo accompagnava ormai da oltre sei anni. Dagli occhi azzurri ed intensi scivolavano le ultime lacrime che andavano ad asciugarsi prima di raggiungere il bordo inferiore del mento ricoperto da una barba irta ed incolta del colore della ruggine.
Il ricordo di sua madre, ultimo appiglio con un'infanzia dimenticata da "millenni", era ancora fortissimo dopo una dozzina di giorni dal suo funerale, giorni passati tra i vecchi ruderi che un tempo erano la sua dimora. Sentiva ancora l'eco delle urla felici di amici che si intrattenevano in giochi antichi, flashes labili della sua giovinezza.
Sette chilometri più a valle entrò nell'ultimo tunnel che divideva i paesi montani del suo passato con la città in cui viveva con la famiglia:moglie e tre figlie.
Si asciugò l'ultima lacrima cancellando del tutto quella sensazione di malinconia che non lo aveva mai lasciato fin dalla partenza dal suo paese natio.
Premette l'interruttore che accendeva i fari anabbaglianti e si preparò ad affrontare il tunnel, il più lungo, quasi 12 chilometri prima di sbucare nella pianura verde ed assolata che precedeva l'arrivo in città.

Socchiuse gli occhi ancora umidi abbagliati dalla luce intensa del sole delle undici che lo aggredì come una tigre uscita silenziosamente dalla foresta aggredisce la sua ignara vittima.
Oltre alla sorpresa di trovarsi di fronte ad una giornata così calda e limpida, nonostante fosse Settembre inoltrato, all'uscita dalla Galleria, affrontando gli ultimi due tornanti in discesa verso la pianura, Alex ebbe anche la strana sensazione di qualcosa fuori posto, di qualcosa di sbagliato.
Frenò all'improvviso e per poco l'auto, sbandando, non andò ad urtare il guardrail alla sua destra.
Cercò di concentrarsi su quell'ultimo pensiero:la sua mente che aveva appena cancellato il viso sofferente della madre uccisa dal cancro neanche due settimane prima, visualizzò in un primo piano nitido ed intenso quattro figure femminili.
Non si accorse nemmeno di pronunciare i loro nomi ad alta voce.
<< Mio Dio, Daphne, Debora..., Gaia..., Erika. No, Cristo... è successo qualcosa, lo sento..., qualcosa di....Mostruoso>>.
L'ultima parola gli uscì dalla bocca in un sibilo roco, quasi impercettibile.
Chiuse per un attimo gli occhi e scosse violentemente il capo da un lato all'altro, quasi a scacciar via quel pensiero orribile che gli si era insinuato nel cervello come un chiodo appuntito che penetra poco a poco nel legno tenero usato dai falegnami per la costruzione di alcuni mobili.
Un flash di dolore quasi fisico gli fece credere che la testa sarebbe scoppiata di lì a poco.
Puntò i palmi delle mani sulle tempie pulsanti e gridò con quanto fiato aveva in corpo.
Riaprì gli occhi di scatto, erano dilatati dalla paura, gocce fredde di sudore gli colavano da dietro il collo giù, sotto la camicia bianca di cotone, lungo la schiena forte ma ora scossa da brividi convulsi, fino a lambire il bordo dei boxer fantasia sotto i jeans lisi ormai dall'usura degli anni.

La verde pianura, ancora arricchita dai vivi colori dell'estate che stava facendo le valigie, era deserta.
Alcune piante ad alto fusto venivano lambite ed accarezzate dal vento ancora tiepido in una giornata a dir poco meravigliosa e frizzante. Ma tutto era deserto, disabitato.
Sulla sinistra, un po' più a valle da dove l'auto era immobile ancora con il motore al minimo, sorgeva un'osteria, la prima fonte di "abbeveraggio" per chiunque scendeva da quell'unica via, la statale 251, dalle montagne diretto alla città e quindi, attraverso l'autostrada, a tutto lo stato.
Alex notò con un gemito soffocato che cosa non andava in quel posto.
Erano molti anni che non saliva più al paese, ma comunque ricordava molto bene i paesaggi e la vita in quella valle, ne conosceva ogni piccola rientranza, ogni piccolo prato verde dall'erba alta piegata dal vento, ogni costruzione che sorgeva sui due lati del fiume.
Il bar era deserto. Neanche l'ombra di un cliente o di un veicolo parcheggiato fuori, nel vasto cortile sul retro.
Anche la strada era deserta. Da quando era uscito dal tunnel nessuna auto lo aveva sorpassato e, più a valle, si alzavano, sospinti dal vento leggero di quella mattina "meravigliosa", alcuni fogli di giornale, ingialliti dalla lunga esposizione ai raggi del sole.
Girò lo sguardo da una parte all'altra dell'intero suo arco visivo, lentamente, cercando (o sperando) di incontrare qualche piccolo particolare a lui familiare che riuscisse, almeno temporaneamente, a farlo ragionare coerentemente.
Deserto!
A quel punto, d'improvviso, ruotò la chiave inserita nel cruscotto verso sinistra ed il motore dell'auto si quietò immediatamente in un unico ultimo sbuffo.
Richiuse gli occhi, sperando fossero loro la causa di quella sorta di allucinazione, tese l'udito pensando forse di avere un risultato migliore e per un momento il suo cuore cessò ogni attività, percependo suoni di voci o grida lontane.
Purtroppo per lui era solamente uno scherzo del vento che, insinuandosi tra le fessure dell'abitacolo, produceva quel sibilo sommesso simile ad un brusio lontano di vita, di gente indaffarata in mille piccole faccende quotidiane.
Niente!
Ad un certo punto, il cuore che un secondo prima si era letteralmente fermato, riprese a battere come un tamburo in un pezzo rock nel suo petto.
Non solo le voci erano uno scherzo del vento, ma il suo senso, teso a percepire qualunque vibrazione potesse arrivargli dall'ambiente esterno, gli rivelò un'altra novità orribile:neanche un canto di uccelli (e quelle zone erano famose per le decine di famiglie ornitologiche che completavano la già ricca fauna) si levava nell'aria quella stramaledetta "meravigliosa" mattinata di Settembre.
Ancora con gli occhi serrati lasciò le mani, sino a quel momento ancorate al volante e si accasciò sul sedile della sua Ford. Tremava di paura e di freddo, ancora una volta vide apparire in sequenza davanti all'occhio della mente i visi spensierati e felici della moglie Daphne e delle tre figlie.
Cominciò a piangere in preda ad una crisi isterica, passando da singhiozzi strazianti a grida di vero isterismo. Lacrime copiose coprivano la sua faccia stravolta ora, più che dalla paura, da una temporanea pura e sincera pazzia.
Con quel pianto disperato la sua mente ed il suo cuore si alleggerirono a mano a mano la crisi scemava. Ancora qualche singhiozzo gli fece sobbalzare il petto, del muco gli scese dalle narici sul labbro superiore, le lacrime avevano smesso di scendere a cascata dalle sue guance:si addormentò.

Quando si riprese sembravano passati dei giorni interi, mentre in realtà il suo Casio digitale e il suo stomaco lo convinsero che erano solamente le dodici meno dieci.
Con un gesto dell'avambraccio destro si tolse il muco residuo e incrostato dalle labbra e dal naso, poi ancora tremando rendendosi finalmente conto di qual'era la realtà in cui era capitato dopo l'uscita dall'ultimo tunnel, decise di perlustrare la zona sottostante.
Aprì lo sportello dell'auto e, appena in piedi sul selciato stradale, si sgranchì i muscoli estendendo le braccia verso l'alto.
Era ancora visibilmente disorientato, ma deciso, ora più che mai, a cercare qualcosa, qualche indizio che lo conducesse a capire da quale mostruoso evento fosse scaturita questa irreale situazione.
Richiuse la portiera della vecchia Ford e, lentamente, si incamminò lungo la discesa che conduceva all'osteria un centinaio di metri più a valle.
La porta era semichiusa e non ebbe nessuna difficoltà nel spalancarla.
Un forte odore di "vecchio" non facilmente descrivibile, lo investì al suo ingresso nell'ampio salone.
Fece qualche passo in direzione del bancone guardandosi nel frattempo attorno ricordando ancora il locale quando, anni prima, era pieno di gente e di vita.
Tavoli, sedie, suppellettili e lo stesso bancone erano lì, come erano sempre stati, in ordine, nonostante uno strato di polvere che faceva intuire facilmente l'ambiente in disuso da un numero imprecisato di anni.
Un brivido freddo percorse la sua spina dorsale quando il suo sguardo indagatore si soffermò sulle decine di bottiglie di liquori vari e vari tipi di birra esposti in bella mostra sulle mensole fissate sopra il retro del bancone del bar.
Girò velocemente intorno al banco dove, chissà quanto tempo prima, venivano appoggiati i boccali di birra dai quali fuoriusciva inesorabilmente una dose abbondante di fresca schiuma bianca e frizzante.
Si levò sulla punta dei piedi ed allungando il braccio afferrò una bottiglia di Moretti bionda da mezzo litro.
Nonostante la sete non si precipitò, come previsto dall'istinto, a cercare in qualche cassetto un cavatappi, bensì rigirò la bottiglia tra le mani cercando freneticamente l'etichetta riportante la data di scadenza.
Un groppo in gola gli bloccò quasi del tutto la respirazione e dovette chiudere e riaprire gli occhi più di una volta per riuscire a credere a quanto stava leggendo:
DA CONSUMARSI PREFERIBILMENTE ENTRO DIC. 2015.
<<Non è possibile!! La birra non può essere conservata così a lungo!>> si stupì sentirsi gridare con una voce roca dovuta alla salivazione ormai azzerata dal caldo e dalla sete.
Sua madre era stata seppellita solamente dodici giorni prima, ricordava benissimo l'incisione sulla sua lapide:
BEATRICE FERRARI - N. 21-3-36 M. 8-9-97.
<<Quasi vent'anni fa!!>> pensò. Una risata isterica stava per sopraffarlo dal profondo delle viscere.
Riuscì a strozzarla in gola stringendo i pugni sino a farseli sbiancare.
Gettò la bottiglia verso la parete alla sua sinistra.
Si ruppe con un fragoroso schianto e mille frammenti si sparpagliarono a terra luccicando investiti dai raggi del sole che filtravano da una finestra semiaperta.
Cercò di pensare velocemente a qualcosa che potesse bloccare la sua mente dal salutarlo per sempre e quasi immediatamente si colpì la fronte con la mano destra in segno di disappunto.
<< Ma certo!!>> si disse a voce alta.
L'etichetta poteva essere sbagliata e, per un errore di stampa, riportare una data di scadenza fasulla.
Si precipitò in un lampo a recuperare una seconda bottiglia di birra di una marca differente e, rigirandosi anch'essa tra le mani sudate e sdrucciolevoli cercò ancora l'etichetta della scadenza.
DA CONSUMARSI PREFERIBILMENTE ENTRO LUGLIO.....
<< duemilasedici>> concluse incredulo.
La risata isterica placata poco prima questa volta esplose.
Questa volta non gettò via la birra ma, ancora sconvolto dall'attacco d'ilarità (isterismo puro), cercò freneticamente qualcosa per togliere il tappo.
Ci riuscì facilmente e ne tracannò il contenuto bevendo avidamente a canna riuscendo anche a versarsene una buona parte sul collo della camicia di cotone già abbondantemente umida del suo sudore. Era fresca e molto frizzante, buona sicuramente.

Uscito dal locale perlomeno dissetato, non fece che qualche passo quando alcuni fogli di giornale (sembravano appartenere al giornale cittadino) spinti dal vento caldo si arrotolarono intorno alla caviglia sinistra.
Ne raccolse uno soprappensiero e, neanche farlo apposta, la data riportata in testa diceva:Martedì,.. Ottobre 2012. Il giorno non si riusciva a leggere da quanto era ingiallito quel foglio.
L'articolo che lesse di sfuggita parlava di come un'epidemia batterica, quasi sicuramente sfuggita di mano a qualche manipolo di scienziati senza scrupoli assoldati dal governo per ricerche di puro carattere militare, stava letteralmente decimando le popolazioni del Nord Europa.
"La piaga del nuovo millennio" titolava il quotidiano.
Immediatamente gli tornarono alla mente Daphne e le tre belle figlie di 5, 7 e 11 anni ciascuna.
Arrotolò in una pallina il foglio di giornale che confermava inesorabile quanto gli stava accadendo.
Per qualche istante pensò di essere impazzito dopo la morte della madre a cui tanto era legato, ma scartò subito quell'idea e, lucido più che mai, si avvio correndo su per la salita che riconduceva alla sua auto parcheggiata di fianco al guardrail all'uscita del Tunnel sulla statale montana.
Doveva assolutamente correre a casa.
Sapeva, intuiva che cosa avrebbe di certo trovato, ma era più che mai deciso a verificarlo di persona e, preparandosi mentalmente al peggio risalì in macchina, riaccese il motore e, con una sgommata sulla strada impolverata dal tempo partì diretto in città, verso la sua abitazione situata nel centro, verso il dolore che lo attendeva per un'altra sfida alla sua stabilità mentale.

Aveva appena imboccato lo stretto ponte sul fiume quando, attraverso lo specchietto retrovisore, si costrinse a dare un'ultima occhiata alla valle che poco prima lo aveva accolto, nonostante la bellezza sconfinata, come un vampiro con il mantello aperto pronto ad ipnotizzare con i suoi occhi magnetici ed a togliere ogni risorsa vitale alla sua vittima predestinata.
Dopo pochi chilometri era finalmente giunto sul tratto pianeggiante e la strada cominciava ad allargarsi assomigliando di più ad una statale e un po' di meno alla contorta via montana di poco prima.
Neanche l'ombra di un veicolo, ne in un senso e ne tantomeno nell'altro.
Il caldo del pomeriggio, l'aumento dell'umidità e il calo improvviso del venticello che poche ore prima si insinuava nell'abitacolo dell'auto, facevano grondare di sudore Alex che, ogni tanto, cercava di asciugarselo con il dorso della mano destra.
Erano quasi le 14 quando Alex, a bordo della sua vecchia Ford, raggiunse i primi agglomerati urbani che precedevano l'ingresso in città.
Rallentò un poco e cercò, senza troppe speranze, qualche movimento tra le case ed i giardini che le circondavano. Ovviamente non ottenne risultato, quindi proseguì la sua marcia verso casa aumentando progressivamente la velocità.
Un quarto d'ora più tardi parcheggiò l'auto con il motore surriscaldato che dal cofano faceva già intravedere qualche ricciolo di fumo, sulla sinistra della carreggiata di fronte alla sua abitazione.
Spense il motore, chiuse gli occhi per un attimo e cercò con tutta la concentrazione di cui era capace al momento di rilassarsi per qualche attimo.
L'unica cosa che gli riuscì fu di sentire ancora più intensamente il battito scandito dal suo cuore amplificato ed assordante nella sua mente.
Riaprì gli occhi, respirò profondamente, aprì lo sportello e scese dall'auto grondante di sudore.
Ora il silenzio era totale, neppure il vento della mattinata gli teneva più compagnia.
Era come essere immersi a lungo nell'acqua del mare durante le vacanze estive, soli con i propri pensieri, con i sensi estesi al di fuori del corpo.
Richiuse violentemente la portiera della Ford e si rallegrò con un sorriso acido del fragore che causò con tale azione.
Camminò verso la casa forzando i passi sul selciato in modo da provocare più rumore possibile.
Il rumore e l'eco che ne derivava erano quasi assordanti al suo udito, enormemente in contrasto con il silenzio assoluto che lo circondava.
Arrivato alla porta d'ingresso le sue gambe ebbero un cedimento che lo fecero quasi inginocchiare sul primo dei tre gradini che portavano al piano terra.
Ebbe anche un capogiro e un vuoto allo stomaco per il quale boccheggiò alcuni secondi e dalla fronte scaturì all'improvviso abbondante sudore che gli fece provare una sgradevolissima sensazione.
Si appoggiò con una mano allo stipite della porta e con l'altra cercò a tentoni di recuperare le chiavi dalla tasca sinistra dei suoi jeans stinti.
Ci riuscì e poco dopo era nell'atrio dove, grazie anche alla penombra e all'ambiente un po' più fresco riuscì di nuovo a prendere fiato.
Non provò neppure a pronunciare il nome di sua moglie, tanto si era ormai disilluso del risultato che ne poteva ottenere.
Si avviò invece verso la cucina, dove riuscì, armeggiando con il rubinetto del lavello, a far scorrere dell'acqua fresca con la quale, usando le mani a coppa, si lavò energicamente il viso e bevve fin quasi a provocarsi un conato di vomito.
Ora sembrava andare un po' meglio.
Richiuse il rubinetto dell'acqua e, ancora bagnato fino ai capelli e con la barba intrisa e gocciolante, si avvio verso la scala che portava al piano superiore, alle camere da letto dove percepiva, qualcosa forse, avrebbe dato una risposta a qualcuno dei suoi molti perché.

Una volta raggiunto l'atrio del piano superiore, decise di indagare per prima la camera delle due bimbe più piccole.
<<Bimbe!!>> farfugliò. <<Avranno ormai entrambe superato la soglia dei vent'anni, maledizione!>> disse ad alta voce.
La cameretta gli si presentò tale e quale se la ricordava (in fin dei conti mancava da casa solamente da una quindicina di giorni).
Tutto era in un ordine quasi maniacale. I due letti affiancati con due bei copriletto fantasia stesi sopra gli fecero comunque provare un leggero brivido alla schiena.
Una foto sul comodino di sinistra attirò la sua attenzione, aggirò il primo letto e si piegò prendendola delicatamente per la cornice di madreperla.
Era la foto di Gaia (la più piccola) ed Erika, abbracciate e sorridenti approssimativamente all'età di dieci e dodici anni.
La fissò intensamente ancora per qualche istante, poi se la strinse al petto e soffocò a malapena un accenno di pianto da cui solamente una piccola lacrima riuscì a fuggire per scendere lentamente lungo la guancia ricoperta dai peli color arancione.
Posò ancora delicatamente la foto delle sue piccole sul comodino da cui l'aveva raccolta, si girò intorno alla piccola stanza senza cercare nulla in particolare.
Vide l'armadio dov'erano custoditi gelosamente gli abiti delle due bambine alla cui anta di destra era appeso, trattenuto da due pezzi di nastro adesivo, un poster del loro grande idolo Jovanotti.
Un lieve sorriso apparve sulle sue labbra al ricordo dei numerosi litigi con la sorella maggiore Debora in fatto di artisti musicali.
La figlia più grande, che doveva avere circa 27 anni in questo incubo che sembrava il futuro, già all'età di undici anni si comportava come una signorina ed aveva fior fiori di ragazzini che già le gironzolavano intorno.
Gli parve strano che questi ricordi gli arrivassero così da lontano benché mancasse solo da due settimane da casa. Era come se nel presunto passaggio temporale tra il 1997 ed ora anche la sua mente avesse incontrato un ostacolo e la sua memoria ne avesse risentito.
Ricordava invece, ancora molto lucidamente, la morte di sua madre come se il passato fosse di soli pochi giorni.
Strana sensazione davvero.
Uscì dalla stanza per entrare in quella subito di fronte:la camera da letto della sua primogenita.
Con immenso stupore scoprì che il letto e gli altri mobili che ricordava erano scomparsi per lasciare il posto ad una semplice scrivania con sopra riposti in bell'ordine un portapenne colorato, dei fogli protocollo, un notes a quadretti ed una piccola agenda/diario di quelle usate quasi sempre per la scuola.
Si avvicinò, spostò con una mano la piccola poltrona rossa munita di tre ruote di plastica dura e notò in un angolo della scrivania una foto un po' rovinata che lo ritraeva mezzo busto in tuta da ginnastica e con un'aria svagata, quasi stupida.
Non ricordava quella foto, ma senz'altro con quel groviglio che aveva per cervello era un particolare di poco conto.
Raccolse l'agenda che era legata con un nastro rosa in un fiocco laterale che sciolse rapidamente.
Al suo contatto provò una piccola scarica di energia statica nonostante la giornata molto umida.
Sulla prima pagina dell'agenda era vergato nello stile grafico inconfondibile di sua figlia:
" Debora Ferrari - Diario - 2 Gennaio 2012 ".
Oramai le date non lo sconvolgevano più di tanto, richiuse momentaneamente il diario della figlia e, uscendo dalla stanza da letto, si avviò verso la propria, in quella camera in cui aveva diviso 13 anni di amore con sua moglie Daphne.

Si sedette sul letto matrimoniale sopra un copriletto fantasia con al centro un disegno che ricordava vagamente un lago in cui era appena stato lanciato un sasso che dava vita ad una serie di cerchi concentrici nell'acqua color turchese.
Lo accarezzò andando a cercare con lo sguardo un quadretto appeso sulla parete a fianco della grande finestra che si affacciava sul giardino e su un piccolo rovo di rose rosse e bianche piantato molto tempo prima. Nella foto Lui e Daphne si baciavano teneramente durante il loro matrimonio e nel primo piano così nitido si poteva quasi percepire il tremore d'eccitazione di entrambi.
Si costrinse a concentrarsi sul diario della figlia più grande e non appena sfogliato, sino a raggiungere gli ultimi mesi dell'anno, il terrore che si era sopito per qualche momento, durante i ricordi piacevoli di pochi istanti prima, lo riavvolse come una coperta troppo a lungo stesa fuori ad asciugare durante il mese di Gennaio avvolta d'improvviso intorno alle spalle nude dopo un caldo bagno rilassante.

15 Novembre 2012

Dopo una settimana dalla scomparsa di mia sorella Erika a causa del morbo di Lissauer, ieri ci ha lasciato per sempre mio padre stroncato dalla stessa malattia dopo settimane di atroci sofferenze.
Mi manca. Tra quanto Gaia, mamma ed io li raggiungeremo?

Le ultime tremanti parole erano state per metà cancellate dalle lacrime versate da Debora durante quella penosa e assurda cronaca di morte.
<<Quindi io sarei morto!! Siamo tutti morti!>> pensò tra sé sollevando per un attimo lo sguardo lucido dal diario che teneva ora poggiato sulle ginocchia.
A quel punto si chiese se quello che stava accadendo era veramente reale oppure solamente un incubo così maledettamente anomalo da sembrare quasi fisico e palpabile.
Per quale strano scherzo della natura o di chissacchì si trovava in quel luogo familiare ma allo stesso tempo orrido ed infernale?
Era veramente ritornato a casa, seppur con un ritardo di quasi vent'anni o era stato chissà come proiettato in un'altra dimensione?
Nessuna risposta da lassù, la sua mente era ormai prossima al collasso e si difendeva automaticamente procurandogli delle fitte lancinanti alla testa.
Sfogliò ancora qualche pagina del diario.

4 Dicembre 2012

Mia sorella Gaia si è ammalata. Già è venuto a prenderla, come ha fatto con Erika e papà.
Ha la febbre molto alta e mia madre è dovuta stare via tutto il giorno per riuscire a procurarsi alcuni antibiotici per lenirle almeno un po'gli spasmi al sistema nervoso.
Sembra che alcuni nuovi chemioterapici venuti dalla capitale lo blocchino temporaneamente e sembra quasi che regredisca.
La febbre sparisce per tre o quattro giorni, ma poi nel 98% dei casi la ricaduta è certa con una sola conseguenza:la morte.
Alla tele dicono che una piccola percentuale dei malati riesce a guarire e dicono anche che ben presto saranno a disposizione nuovi farmaci di maggior efficacia.
Dicono di non uscire frequentemente di casa e in special modo di non riversarsi verso la capitale ormai intasata da migliaia di uomini e donne provenienti da tutto il paese presi dal panico in cerca di medicine e di ospedali specializzati.
La mamma però sta preparando le valigie. Gaia sta molto male e ormai i pochi medici rimasti in zona rispondono solo telefonicamente e gli ospedali più vicini hanno chiuso i battenti già da qualche mese.

24 Dicembre 2012

Mia sorella non ce l'ha fatta. E' spirata questo pomeriggio alle 15,30. Grazie ad alcuni psicofarmaci procurati al mercato nero dalla mamma, Gaia non ha sofferto molto negli ultimi giorni.
La mamma è molto stanca, ma è anche tanto tanto forte.
Io sono quasi rassegnata, ma la mamma vuole che mi prepari le mie cose, lo stretto necessario, perché vuole andarsene da qui. Dice che non lo vuole aspettare;dice che se vuole prenderci dovrà faticare parecchio.
Non sa ancora dove ci dovremo dirigere, ma è pronta ad andare in capo al mondo pur di portarmi via da questo posto di morte.

Le pagine successive erano in bianco e ciò presumeva che Debora aveva deciso di lasciare il suo diario in città. Chissà. Forse nella speranza che qualcuno, qualche forestiero potesse ritrovarlo in futuro e magari decidere di cercarle. Forse il suo papà era ancora vivo nella sua mente. Forse in qualche maniera misteriosa e magica sentiva che il suo papà poteva ancora salvarle.
La sua mente se ne stava andando a ruota libera, ma nel suo cuore una minuscola fiammella di speranza si era riaccesa quasi a sua insaputa.
Daphne e sua figlia Debora erano vive, sentiva i loro cuori battere nel suo, sentiva le loro grida, sentiva il loro richiamo.
Alex!!! Alex!!!!! Alex..... dai svegliati, su..... svegliati per Dio.
Si mise a sedere sul letto grondante di sudore e stentò a mettere a fuoco l'immagine di suo padre che lo aveva miracolosamente strappato all'incubo più terrificante e reale della sua vita.
Stava piangendo e tremando allo stesso tempo, il suo cuore batteva a 120-130 battiti al secondo e suo padre lo stava fissando impaurito con le labbra socchiuse e una mano a maltrattare la lunga barba bianca stile babbo natale.
<< Ahh figliolo>> disse rivolto al letto in cui Alex stava cercando di svegliarsi senza però riuscirci del tutto.
<<Neanche da piccolo ti avevo visto in preda a sogni così agitati, rilassati, ero venuto ad aiutarti a fare i bagagli visto che oggi hai deciso di ritornare a casa>>.

La mattinata era fresca e frizzante, erano le 8 quando si diede una bella rinfrescata in bagno.
Era ancora scombussolato e sconvolto quando scese di sotto per gustare la prima colazione che suo padre gli faceva trovare ormai da una dozzina di giorni, dopo i funerali della povera madre.
Più tardi, salutò con enorme nostalgia il suo vecchio, le immagini del misterioso incubo notturno stavano lentamente svanendo.
Salì in auto che erano quasi le 9, salutò ancora con un cenno della mano il vecchio padre che riuscì a strappargli la promessa di tornare al più presto a trovarlo insieme alla famiglia, specialmente con le sue adorate nipotine.
Partì con la voglia matta di riabbracciare al più presto moglie e figlie, nonostante tutto quel sogno gli aveva lasciato una sorta di timore, una paura che solamente ritornandoci sopra col pensiero gli faceva accapponare i peli sulle braccia.
Dopo qualche chilometro sentendosi solo in mezzo a quelle montagne imponenti, decise di accendere l'autoradio posta sotto al cruscotto.
Dopo un'accurata ricerca manuale (da quelle parti si riusciva sì e no a ricevere una o due stazioni in FM), si sintonizzò sul canale nazionale che stava trasmettendo il notiziario delle 9,30.
".... Ed è stato proprio oggi scoperto ed isolato in un laboratorio tedesco di Monaco il batterio che da qualche mese sta mietendo moltissime vittime tra gli animali di allevamento, tra cui mucche, pecore e conigli. I due biologi che hanno messo a punto il sistema per isolarlo e studiarlo lo hanno chiamato morbo di Lissauer....."

Per un attimo perse il controllo dell'auto che cercò di sbandare, ma subito riuscì a domarla.
Lungo la spina dorsale sentì una scarica ghiacciata di paura e non mancò molto che svuotasse la vescica nell'abitacolo.
Un centinaio di metri avanti gli si presentò il buco nero dell'ingresso dell'ultimo tunnel, quello più lungo, come fauci spalancate di un mostro preistorico.
Inghiottì a malapena un groppo alla gola, con una mano tremante azionò l'interruttore delle luci anabbaglianti, serrò con più forza le mani intorno al volante e accelerò in direzione della galleria.
Entrò nel tunnel a più di 80 Km all'ora, concentrato sulla guida, la sua mente formulava già decine di ipotesi ed interrogativi.
Ad un tratto rallentò, si rilassò con un ultimo brivido quasi impercettibile e sorrise.
<<In fin dei conti>> si disse a voce alta <<questo bacillo sembra aver preso di mira vacche e polli, e poi non sono per niente sicuro che il nome sia lo stesso di quello che ho sognato questa notte>>.
Proseguì lungo la galleria fischiettando con la radio che ormai emetteva solamente lunghe scariche statiche.
La paura che l'incubo si fosse avverato era quasi passata, ma Alex premette ancora una volta sull'acceleratore:voleva uscire dal quel buco nella montagna il più presto possibile e sentire il canto degli uccelli il più presto possibile e... perché no, fermarsi a bere una bella e fresca birra in compagnia di qualche camionista di passaggio all'osteria.........il più presto possibile.
FINE.




Errore. Il segnalibro non è definito.




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