FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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TRIO

Emilio Capodeski




Lui e io siamo sempre stati molto uniti. Amici per la pelle fin dalla primissima infanzia, eravamo inseparabili: dove andavo io andava lui, quello che facevo io lo faceva anche lui, ciò che pensavo io lui lo pensava nel medesimo istante. Era stupefacente come filavamo d'amore e d'accordo. Io gli volevo un gran bene, lo ricoprivo di premure e di attenzioni, lo guidavo e lo proteggevo come se fosse un fratello minore, ed ero convinto che anche lui provasse un affetto sincero nei miei confronti. Il nostro era davvero un sodalizio indissolubile.
Poi arrivò lei. Fu allora che improvvisamente capii di essermi allevato una serpe in seno per tutto quel tempo. Mi fidavo completamente di lui e non l'avrei mai creduto capace di farmi quello che mi fece. Invece lui mi tradì, calpestò la nostra amicizia ed accadde l'irreparabile.
Lei era stupenda. Alta, bionda, prosperosa, sofisticata, elegante. Me ne innamorai a prima vista. Non potete immaginare quanto grandi furono la mia sorpresa e la mia felicità quando scoprii che ricambiava i miei sentimenti. Io infatti non ero che un modesto impiegato nella banca in cui lei quasi ogni giorno veniva a prelevare grosse somme di denaro dal conto inesauribile che i suoi genitori, inopinatamente deceduti qualche anno prima in un incidente d'auto, le avevano lasciato in eredità. Già, perché lei era, oltre tutto, molto ricca. Mi ero accorto che lei sceglieva sempre il mio sportello e che, mentre le consegnavo voluminosi fasci di banconote, mi guardava in un certo modo che mi faceva rimescolare tutto dentro, così un giorno osai chiederle timidamente se l'idea di uscire una sera insieme a me le sarebbe risultata completamente sgradita. Temevo che si offendesse, che mi considerasse uno sfacciato, che mi facesse una scenata lì davanti a tutti o che addirittura mi tirasse un ceffone, invece, inaspettatamente, accettò. Fu come se le porte del paradiso si spalancassero in quell'istante davanti a me. I giorni successivi furono meravigliosi, i più belli della mia vita. Ci vedevamo ogni sera: uscivamo, andavamo al ristorante, al cinema, a teatro. La sua compagnia era deliziosa: amava ridere e scherzare, senza risultare per questo frivola o superficiale, anzi la sua sensibilità, intelligenza e cultura non finivano mai di stupirmi e deliziarmi. Quando la riaccompagnavo a casa restavamo per ore sotto il portone a chiacchierare e spesso l'alba ci sorprendeva ancora immersi in qualche appassionata conversazione. Fu in una di quelle occasioni che la baciai per la prima volta. Era sbocciato un grande amore.
Dopo qualche settimana mi decisi ad invitarla a casa nostra, perché conoscesse anche lui. A quel tempo infatti abitavamo ancora insieme. Avevo titubato a lungo, chiedendomi se fosse il caso di farlo, se non fosse più prudente aspettare ancora. Lui era un tipo un po' particolare e temevo potesse non piacerle; in più era riservato e scontroso - io ero praticamente l'unica persona che frequentasse - e non potevo prevedere come si sarebbe comportato. Lei comunque sembrava così curiosa di conoscerlo che abbandonai ogni indugio. Ero anche ansioso di avere il suo parere su di lei. Il suo giudizio era molto importante per me e se non fossero andati d'accordo, se lei non fosse stata di suo gradimento, data la natura particolarmente intima dei nostri rapporti, mi sarebbe stato probabilmente difficile continuare a vederla. La nostra amicizia veniva per me prima di tutto, e pur di non causargli un dispiacere avrei fatto praticamente qualsiasi cosa. Ad ogni modo, gli avevo parlato molto di lei, della sua avvenenza e simpatia, e mi sembrava esserne rimasto favorevolmente colpito.
Quando finalmente li presentai, capii che mi ero preoccupato inutilmente. Si piacquero subito molto. Fin troppo. Lei gli fece un sacco di complimenti: "Quanto è carino, che aria simpatica, sono sicura che diventeremo buoni amici... ". Avreste dovuto vedere come lui si inorgoglì tutto. Baldanzoso e impettito, gonfiando il petto e facendo la ruota come un pavone, si mise a flirtare scherzosamente con lei. Io, da quell'ingenuo che ero, me ne rallegrai e ne fui sollevato. Come potevo immaginare che quello non era altro che il preludio di una tragedia?
La situazione prese ben presto una brutta piega. Ci incontravamo a casa nostra e lui era sempre presente. Del resto, non sapevo come dirgli che qualche volta avrei voluto anche stare solo con lei senza offenderlo e risultare sgarbato. Se sapeste com'era suscettibile e permaloso capireste quello che intendo dire. Così, durante quelle serate a tre, l'affiatamento tra lui e lei crebbe fino al punto che io cominciai a sentirmi trascurato. Come se la intendevano quei due! Erano talmente presi l'uno dall'altra che a me facevano a malapena caso. All'inizio non volevo crederci, ma presto dovetti fare i conti con il terribile sospetto, poi divenuto certezza, che lui stesse tentando di rubarmi la fidanzata. Tuttavia da principio non mi resi conto della effettiva gravità della situazione. Speravo ancora di poter risolvere tutto in modo da non essere costretto a scontrarmi apertamente con lui. Le dissi che sentivo l'esigenza di stare con lei da solo a solo e le chiesi di ricominciare a uscire senza di lui, come facevamo i primi tempi, ma lei replicò che no, senza di lui non sarebbe stato affatto divertente e se volevo continuare a vederla doveva assolutamente esserci anche lui.
Per quel che mi riguardava, io mi sarei anche adattato di buon grado all'idea di dividere con lui la donna che amavo. In fondo avevamo sempre diviso ogni cosa e potevamo ben provarci anche in questo caso. L'amore porta a fare questo e altro - come vedrete nel prosieguo di questa storia - e io, potendo evitarlo, non avevo alcuna intenzione di perderla. Il fatto era che lui non intendeva affatto dividerla con chicchessia, ma la voleva tutta per sé. Quanto a lei, ormai, se non mi mandava a quel paese era solo perché ciò le avrebbe reso più difficile continuare a spassarsela con lui, ma era lampante come di me non le sarebbe potuto importare di meno.
Arrivai così fino al punto di supplicarlo, in nome della nostra antica amicizia, di non portarmela via, di non privarmi dell'unica cosa veramente bella che fosse mai entrata nella mia arida vita di impiegato bancario. Mi inginocchiai, piansi, urlai, sbattei la testa contro il muro, mi spogliai di ogni residuo di dignità che mi fosse rimasto ma non ci fu nulla da fare, lui nemmeno mi ascoltava.
Iniziò un periodo tremendo. Lei veniva a trovarci, o meglio a trovarlo, quasi tutti i giorni. A me non riservava che un saluto frettoloso e distratto, poi era tutta per lui. Ogni bacio, ogni carezza erano destinate a lui e a me non restavano neppure le briciole. E questo sotto i miei occhi! La spudoratezza e il sadismo con cui mettevano in atto le sconcezze più ardite e fantasiose senza minimamente curarsi della mia presenza avevano dell'incredibile. Non trovo le parole per descrivere quali e quante furono le mie sofferenze. Ma a furia di tirarla, alla fine la corda si spezza. Una sera lui e io eravamo soli in casa, aspettando che lei arrivasse. Lui fremeva dall'impazienza, io provavo le pene dell'inferno. Guardandolo, tutto allegro ed eccitato al pensiero delle ore di voluttà che lo attendevano, venni travolto dalla gelosia e dall'invidia. Non c'era in lui nemmeno una traccia di imbarazzo, di rimorso, di senso di colpa per quello che mi stava facendo. Come poteva essere così disumano e amorale? Aveva forse dimenticato tutto quello che in passato avevo fatto per lui? Sentii che non sarei stato in grado di sopportare quel supplizio più a lungo. Poi colsi, o credetti di cogliere, nel suo atteggiamento un moto di scherno, come se stesse burlandosi di me. Fu troppo. La rabbia che avevo covato dentro per tanto tempo esplose d'un botto. Persi il controllo. Accecato dall'ira mi precipitai in cucina, afferrai un grosso coltello, mi avventai su di lui e vibrai un fendente con tutta la violenza di cui ero capace.
Quando lei aprì la porta dell'appartamento e vide ciò che era accaduto impallidì e il suo bel viso si contrasse in una smorfia di raccapriccio. Si gettò in lacrime sul corpo di lui, ormai ridotto a un mucchietto di carne floscia e senza vita immersa in un lago di sangue. Rimase a lungo accovacciata al suo fianco, singhiozzando e gemendo. Il suo volto, i suoi capelli, il vestito elegante che aveva indossato certo per compiacerlo si tinsero di rosso. Poi, con delicatezza e cautela infinite, raccolse il suo corpicino inerte, lo avvolse in un fazzoletto e lo depose nella borsetta. Se ne andò via senza degnarmi nemmeno di uno sguardo, nonostante anch'io giacessi sul pavimento stringendo tra le mani l'orrenda ferita - che mi ero procurato all'inguine recidendo una volta per tutte il legame che univa la carne di lui alla mia - da cui sgorgava copioso il nostro sangue.
Dopo essere stato dimesso dall'ospedale ripresi la mia solita vita. Certo, senza di lui ho talvolta l'impressione che mi manchi qualcosa di essenziale, e mi lascio invadere dalla nostalgia. Ma rimorsi, no. Non mi sono mai pentito del mio gesto. Del resto, come dice il proverbio: "meglio soli che male accompagnati".



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