FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







LE PAROLE DI UNO SCONOSCIUTO

Silvio Castelletti




"Il Poeta è un Fingitore, finge così completamente che arriva a fingere che sia dolore il dolore che davvero sente."

Fernando Pessoa

"... e cosa hai fatto, oggi? Sei stata al lavoro?"
"Cosa ho fatto oggi: sì, sono stata al lavoro."
"Hai già pranzato? Cosa hai mangiato?"
"Pollo con peperoni."
"Ah."
"Ecco, questo è tutto quello che abbiamo da dirci: cosa hai mangiato, cosa hai fatto, cosa fai. Ecco, dopo sette anni, ecco tutto..."
"Già. Dopo sette anni di amore."
"Amore?!".

Il treno espresso scivolò in una stazione della riviera; non saprei dire quale: si assomigliano tutte, le stazioni, lungo questa linea. Panchine vuote e vasi di viole del pensiero, i soliti due polferrini che chiacchierano col netturbino o con la puttana di colore, mentre le amiche sono rintanate nel bar a ridere di paura e di lontananza; come sfondo a tutto questo aiuole ordinate che sembrano verniciate con la plastica e foglie secche schiacciate tra la notte e le rotaie lucide.
Il vetro del finestrino vibrò al sussulto dei freni, scuotendomi dal sonno. S'era fatto buio. Le lampadine gialle illuminavano poco e male lo scompartimento vuoto dove mi ero sistemato, il corpo mezzo allungato sulla poltroncina di plastica marrone, un braccio disteso lungo una gamba, l'altro piegato per sostenere la testa. E il pensiero di Lucia: Lucia, il fine e la fine del viaggio, e della mia fantasia.
Diedi un'occhiata svogliata attraverso il vetro mezz'appannato del finestrino. Quando voltai di nuovo lo sguardo verso l'interno, non ero più solo. Una donna senza valigia si era accomodata all'angolo diagonalmente opposto al mio. Portava con sé solo un astuccio lucido e nero, e un libro di poesie, credo, cui rivolse presto tutta la propria attenzione. Una donna di classe, una donna elegante: la riconobbi subito. Dopo nove anni aveva conservato lo stesso aspetto di quando la incontrai per la prima volta in quell'aula sovraffollata, al secondo anno di Università. Mi bastò un'occhiata e ritrovai gli stessi particolari, quei piccoli movimenti involontari, quei punti e quei segni di anima e di carne su cui avevo tracciato le linee imperfette della perfetta immagine che Cristina era stata per me. E anche se da allora molte cose erano cambiate in me, dimenticate o rimosse, mi sentii completamente come quel giorno all'Università, in quell'aula piena di gente e dove c'era solo lei. E il motivo della mia presenza sul treno doveva essere molto più importante di questo inaspettato incontro. Mentre pensavo a questo, cercavo ancora, in un altro angolo del cervello, corrispondenze nel mio disegno di allora tra Cristina e quella donna che era adesso davanti a me e che, forse, non mi aveva ancora riconosciuto. Provai a ritornare al presente, coi piedi per terra, come mi aveva mille volte suggerito, chiesto, urlato, ordinato o implorato, Lucia. Era solo per questo che mi ero messo in viaggio, per il presente, il mio presente con Lucia, per lei e per il rapporto che stavamo distruggendo o che ci stava distruggendo.
Da una tasca della giacca presi una rivista che, di tanto in tanto, pubblica qualcosa di mio. L'apersi alla mia pagina e finsi di leggere con interesse. Non sapevo proprio cosa fare, a parte quel gioco a incastro con la memoria: pezzo su pezzo, le belle cose andate si adagiavano su quelle che credevo di avere cancellato, quelle dolorose, che invece erano rimaste sempre lì, in caotico silenzio, dentro un astuccio nero e lucido della mia mente.
Il treno si mosse all'improvviso, agitando l'aria densa della piccola stazione ferroviaria con un sibilo prolungato.
Cristina era a metà del libro.

"Di quale amore parli? L'unico amore che mi pare tu conosca è quello per la letteratura. Non sei normale. Tu e la tua mania del Grande Scrittore."
"Quello che ho scritto, l'ho scritto con te nel pensiero. Come una carezza tra la materia grigia e il plesso solare, o l'anima.
--> Se / io / ho scritto qualcosa / se / qualcosa / ho detto- / è colpa / degli occhi di cielo / degli occhi / della mia / amata. <-- Questo era Vladimir Majakovskij... "
"Perché non parli come un comune mortale? Perché non la smetti di confondere il tuo narcisismo con quello che io, realmente, sono? Sono tutte scuse, non te ne accorgi.
Ma ora basta. Non abbiamo più nulla da dirci, e non ci saranno più parole.... "
"Aspetta, non riattaccare, Lucia!".

Erano trascorsi almeno dieci minuti dal mio incontro fortuito con Cristina. Lei non alzava la testa dal libro. Io non sapevo da che parte cominciare. Così, un po' imbarazzato, mi alzai e uscii dallo scompartimento. -->Permesso, grazie <--, e niente, solo due gambe spostate per far passare questo che chi se ne frega dove va; io, sconosciuto, andavo a specchiarmi senza farmi vedere, in fondo al vagone. Oltre lo specchio erano i soliti occhi chiari, i soliti capelli con la riga da una parte, tutti e neri, la solita pelle liscia e senza una ruga come quella di un bambino. Il solito me stesso con nove anni di più, tutto qui. Gli abiti, forse gli abiti, mi conferivano quest'aria seriosa, così diversa dal ventenne in maglione e jeans che era sempre pronto a scherzare e a ridere e ad affrontare le cose in altro modo. -->Bambino e in altro modo<--: c'è poco da scherzare con parole come queste, ti rivoluzionano la vita come potrebbe una cecità improvvisa e permanente. Continuando a non vedere, tornai come sconfitto davanti allo scompartimento senza decidermi a entrare. Cristina continuava imperturbabile a leggere il suo libro. La mia rivista era rimasta sulla poltrona sotto una manica del mio impermeabile bianco. Era aperta proprio, volutamente, alla pagina che ospitava il mio racconto dal fitzgeraldiano titolo "Storia dei Tempi del Rock", il tempo mio e di Cristina, in altri termini. Nemmeno a farlo apposta. A farlo apposta.
Mi accesi una sigaretta mentre osservavo, riflesso sullo schermo nero del finestrino del corridoio, quel volto immutato ed immutabile, assorto e incantato dalle parole di un poeta, le parole di uno sconosciuto. Fu forse per un altro scossone più forte degli altri, non ricordo, che Cristina alzò di scatto lo sguardo verso di me, verso il vetro nero. E sorrise. Signore! Mi sorrise.
"Posso dare un'occhiata alla sua rivista?" Mi chiese senza attendere che mi voltassi per rispondere. L'entusiasmo che per un istante avevo provato si congelò in un mezzo sorriso e in una parola asettica:
"Prego."
Le pupille di Cristina si erano contratte al guardarmi, come se una forte luce la stesse abbagliando, o stesse cercando di mettere a fuoco un'immagine lontana. Quindi ripose il libro nell'astuccio e cominciò la lettura. Non c'era niente nel racconto che potesse far trasparire qualcosa di personale, nulla a proposito della mia storia d'amore con chi, in quel momento, stava leggendo. L'unica cosa che avrebbe (a questo punto) potuto farmi riconoscere era il mio nome, stampato subito dopo il titolo. Pure, Cristina non si scompose. Solo verso la fine della pagina corrucciò la fronte, voltò la pagina così rapidamente che si sentì lo schiocco della carta che si piegava, ma quello che, immagino, cercava non c'era: il racconto era finito, nella pagina seguente c'era un disegno ed era l'ultima.
Il treno rallentò.
Cristina scosse la testa, forse delusa, e mi restituì la rivista evitando di guardarmi. E senza guardarmi si alzò e raccolse l'astuccio nero. Stavo per rientrare quando lei si mosse.
Il treno si fermò.
Nella breve cornice tra il corridoio e lo scompartimento le mie pupille si incrociarono con le sue, contratte e acuminate come la punta di uno spillo. Fu un gioco d'iridi, così mi sembrò. Fu uno scambio, un lungo dialogo inespresso in un tempo senza tempo. Non una parola, non un sorriso, solo un rapido movimento di ciglia. Qualcosa che mi era sfuggito, in quell'inseguirsi di ricordi, ritornava a completare il quadro. Un quadro. E come tale immobile nell'impressione di dinamica plasticità. Non si trattò di una sensazione, mi era tutto chiaro. Tutto quello che avevo visto era perfettamente chiaro.
Cristina scese dal treno ed io rimasi nuovamente solo.
Mi affacciai al finestrino e osservai la scena che mi aspettavo di vedere: un uomo alto e dall'aspetto soddisfatto aveva preso Cristina sottobraccio, l'aveva baciata e le aveva bisbigliato, felice, qualcosa nell'orecchio. Lei aveva riso di cuore.
Il treno riprese la sua corsa, ma io ero rimasto fermo.
In tutti quegli anni, non mi ero mai mosso.


"... il fatto è che noi ci comportiamo esattamente come due sconosciuti, e... pronto? Mi senti?"
"Scusa, mi ero distratto un attimo, hai detto qualcosa che mi ha dato un'idea per un racconto e allora... "
"Proprio quello che stavo dicendo."
"Cosa, ma cosa stavi dicendo?
Cosa...?"
"Credi ancora di avere --> qualcosa <-- da dirmi? E' finita, tutto qui."
"No, un momento. Non puoi liquidare tutto in questo modo. Credo che dovremmo vederci, risolvere la faccenda a quattr'occhi."
"Va bene, quando pensi di stare qui?"
"Non so. C'è un treno fra un'ora. Prendo quello."






ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.