FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SUL TRENO

Giuseppe Sansò




Per me viaggiare su un treno è un avvenimento emozionante ed ogni volta irripetibile, la possibilità di assistere ad uno spettacolo bellissimo e non videoregistrabile: chi potrebbe scambiare con le immagini dello schermo televisivo l'insieme dei sussulti che si provano su un vagone di seconda classe, e la particolare inquadratura limitata dal finestrino del treno e l'imprevedibilità della scena successiva nello spettacolo del mutevole panorama (o poter sbirciare il seguito affacciato pericolosamente fuori dal treno in corsa, con l'aria che ti scompiglia i capelli, gli occhi socchiusi ed il sogno di andare lontano che ti induce ad un intimo, privatissimo sorriso di contenuta gioia e lo stupore di osservare qualche altro misterioso, come te, proteso nel vento e intuire, con una sensazione di complicità, che sta provando il tuo stesso piacere, a differenza di quelli che sono comodamente seduti dentro). Ed ancora il curioso ed esotico sdoppiamento tra il dentro lo scompartimento ed i ~là fuori~ che si susseguono incessantemente ed il caso dei compagni di viaggio (qui si possono evitare le delusioni restando ore in piedi nel corridoio, poi più stanchi ma fantasticando, sbuffando, fantasticando). E poi viaggiare in treno è una promessa: in automobile si arriverà in un luogo in cui si continuerà a circolare, ad osservare, ad arrivare in automobile mentre col treno si verrà abbandonati, presi da un lieve e piacevole senso di panico, appiedati in una stazione, in un luogo qualunque, dove bisognerà arrangiarsi, andare a piedi, o cercare un mezzo e rimpiangere il rassicurante spazio dello scompartimento dove a tutto pensava qualcun altro: una locomotiva, un capotreno, i segnali rossi e gialli lungo gli interminabili binari e le piccole stazioni di paese che sfrecciavano veloci (come sono più svelte le piccole stazioni di paese, nel correre via) ma in cui un addetto in divisa grigia, inclinato per il vento e lo spostamento d'aria o deformato per effetto della velocità, saluta, sembra, con un gesto che dev'essere solo di approvazione al passaggio del convoglio. In treno si svolgono le storie più intense della fantasia, gli abbandoni più lascivi al mondo interiore, si organizzano i programmi più promettenti per il prossimo e lontano futuro: perché in treno si è fermi, come in ospedale per una forzata degenza, si è inattivi ed impotenti ad agire e perciò si progettano infinite attività tutte entusiasmanti e costruttive o posate e risolutive ma sempre richiedenti il tempo, la calma, l'energia, la pazienza, la comprensione e la tolleranza che ci sono private dalla vita quotidiana, prima del treno, prima dell'ospedale. E se i progetti, le fantasie, le congetture si esauriscono in un rivolo poco fertile, ancora il finestrino con le sue fluenti immagini. Alberi, case, strade parallele e filari di pioppi, fiumi, campi e depositi di rottami o solo macchie colorate, appena catturate dagli occhi, che sollecitano il pensiero: una sana alterazione della mente che tra i rapidi stimoli visivi è incapace di rendere esplicite le connessioni, i richiami, le analogie e le affinità che danno luogo alle idee. L'esercizio consiste nell'afferrare il trapezio giusto e poi abbandonarlo nell'occasione propizia per un lancio sempre più in alto, sempre più in alto e alla fine è come si avesse sognato. Ma non proprio. Per chi abita lungo la riviera anche l'inconsueta pianura è, in quel senso, ricca di sorprese: la nebbia fino a qualche metro di altezza, le tracce di aratura in fuga verso l'orizzonte (le onde marine sono quasi sempre parallele alla riva, incombenti e aggressive) la terra scura e pianeggiante e i confini dei fossi canali, quasi stagni d'acqua pigra e scura. O la neve bianca e immobile sconosciuta in quel periodo lungo la costa e le case vicino alla ferrovia che sanno del fumo di legna che esce dai loro camini, con dentro il tepore del cibo buono e il tesoro dei vini nelle cantine. Basta osservare, distogliere lo sguardo dal Corrieredellasera o dalla Settimanaenigmistica ed ecco un altro panorama, basta seguire l'istinto del neofita, cedere al richiamo della luce ed ecco la sorpresa: nella campagna, contro uno sfondo dipinto da commoventi scenografi, un uomo regge con la sinistra una sacca-grembiule (è ben ritto in piedi, lo copre uno sgualcito cappello) la destra è tesa, in quell'attimo, contro il cielo, ed il palmo è semiaperto nella semina. L'arco del gesto è quasi concluso e la mano non è ancora vuota, una copia dell'uomo si è fermata per sempre nella memoria. Quel dispensatore di cibo "nutritevi o zolle" sembra mormorare nell'aria umida e ferma di questo nebbioso paese. Ma è già lontano, non avremmo potuto chiedergli alcunché mentre il treno prosegue la sua corsa, indifferente. Così come indifferente sosta, il treno, nella calura del sud, purificato e quasi asettico per le lamiere che scottano, l'aria calda ed afosa che ne asciuga ogni anonima ricorsione di forme e graffiti, i finestrini aperti e una luce accecante che ricorda cori assordanti di grilli e cicale (mentre il tramonto non è malinconia, nostalgia del giorno come al nord, ma pausa, tregua in cui pensare, vivere, ritornare, parlarsi senza insofferenza, persino con l'umanità del sentimento di odio), inerte ed immobile nell'anonimo tratto di gialla campagna, in attesa del gesto benevolo ed accondiscendente di una misteriosa autorità. Ma il treno ~è il sud~, simbolo di una pasqua, per tanti, verso la terra promessa del lavoro, della fatica quotidiana dei pacchi legati con lo spago che arrivano sempre più radi, inattesi, fino al distacco definitivo e l'oblio, il treno di un esodo entro gli immaginari confini di una finta nazione che ancora attende, attende.
A tre o quattro anni fui trasportato con decorosi bagagli attraverso milleduecento chilometri ferrati di questo paese, ristorato dal ritmo cadenzato e tranquillizzante del treno: uno dei primi ricordi della mia infanzia è me stesso sonnacchioso, appoggiato alle valigie su un marciapiede della stazione Termini, dove era necessario cambiare convoglio, e l'intenso desiderio di uno scompartimento certo più comodo di quel provvisorio giaciglio. Una lunga notte ed i sogni, mia nonna e la sua rassegnazione e le immagini confuse con quelle di un altro viaggio sullo stesso tragitto, secondo episodio dell'esodo. Prefigurate? fuse insieme dal ricordo? Mia madre e le promesse della vita in città, le comodità di un appartamento, Genova la Superba. E l'alba azzurrina e fredda in attesa di un sole discreto con l'eco del treno disperso nella vastità del mare e, dunque, un quasi silenzio dopo il clangore notturno, il rumore di un sonno agitato. E' la Liguria. Ancora una piana fluviale e poi, gli uni a ridosso degli altri, i monti incombenti dell'appennino, giganti proni nell'atto di tuffarsi e risollevarsi dal mare nella storia paziente della Terra. Tra i due gesti la civiltà delle Riviere, i paesi, le case sul mare, i fronti pietrosi delle fasce coltivate ad olivo, le vigne, l'immensa fatica degli uomini per restare, radicati alla terra da un amore impossibile ed inenarrabile perché gli occhi, distolti dalle zolle e dai ciottoli, si alzano verso un'orizzonte infinito ed azzurro, dove è soltanto sogno e riposo e confusa passione. E subito conosci lo spasimo della mancanza, l'angoscia dell'improvvisa privazione. Il treno aggredisce la montagna superandola attraverso buie gallerie, gli occhi rimangono ciechi nell'attesa del cielo, l'aria combusta ti costringe dentro lo scompartimento ma il timore di perdere la breve parentesi di mare con la sua acqua profonda ed azzurra che si infrange sugli scogli fa indugiare gli occhi alla ricerca di un barlume, un chiarore premonitore lungo le oscure e minacciose pareti di pietra. Dieci, venti, cento squarci sorprendenti si rincorrono alla velocità del treno e, quando questo rallenta, la gioia di un balcone sul paradiso (e in realtà ti aspetta proprio un golfo con questo nome) e tra questi la grande e incredibile baia che ancora ricordo con tanta vividezza. Osservavo, in piedi, col permesso dell'adulto (mia madre, la nonna o uno zio?) che mi accompagnava quando improvvisamente apparve. Guardai con tanta intensità che il tempo del ricordo sembra ancora lunghissimo: la baia era popolata da una gran folla di uomini e donne, la maggior parte era distesa sulle rocce come a prendere il sole, o seduta a leggere o al riparo di ombrelloni che, come quegli uomini e quelle donne erano piccoli piccoli, forse non più alti del mio palmo di bambino, e tutti apparivano, nonostante la loro limitata altezza, felici, festosi e vocianti. Molti guardavano nella direzione del treno per nulla impauriti, anzi incuriositi e fiduciosi: forse per questo chiesi se fosse possibile raccoglierne qualcuno da portare a casa, ma senza ottenerne risposta. Ricordo proprio che mia madre (o la nonna o lo zio) non rispose affatto, come non avesse proprio sentito la domanda. Il rientro del treno in galleria mi produsse un dolore sconosciuto e incompreso. Come potevo riproporre la raccolta di quegli esserini dall'aria così domestica se non potevo dimostrarli? E pensare che se avessero ritenuto troppo fragili quelle vite di uomini, di donne, bambini, ne avevo visti due, ad una decina di metri dalla carrozza, di dimensioni più robuste e quindi forse utili oltre che per giocare anche per svolgere qualche lavoro. Alti metà di me, li ricordo perfettamente: uno spingeva una carriola mentre l'altro gli camminava accanto, entrambi sorridevano amabilmente guardando proprio in direzione del treno.
Per una casetta nelle vicinanze di Lerici percorro molte volte il tragitto da Genova a Spezia, spesso in treno, ed allora, per poter osservare dal finestrino nel tratto che attraversa le Cinque Terre, cerco uno scompartimento che abbia il corridoio rivolto al mare e quindi la libertà di affacciarmi. Appena inizia l'abbagliante avvicendarsi di luce e di buie gallerie, proprio in queste sgrano gli occhi per prevedere, attraverso un lieve bagliore, l'aprirsi della prossima baia. Sono sicuro, ma proprio sicuro, che un giorno rivedrò quegli omini, e quelle donne e quei bambini. Non li vorrò possedere, raccogliere, ormai ho imparato molte cose. Ma mi piaceva tanto quella loro gioia vociante, quel loro giocare col mare.



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