FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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TESTAMENTO POSTUMO

Rita Stilli




Ed anche questo
giorno, dopo la dolce
agonia di uno
struggente tramonto,
scompare nel passato.
Ed un nuovo ieri, sta
iniziando a
trascorrere...
Rimango seduto su
questa panchina, a
guardare quel luogo ed
irraggiungibile il
viale, là, davanti al
mio sguardo offuscato.
Riesco ancora a leggere
nel cuore degli altri,
non più nel mio.
Sarà la presbiopia. O
miopia? Non mi intendo
molto di queste cose. E
poi, forse è più
lontano ciò che è
dentro di noi...
Ma ecco, che già i
miei pensieri si stanno
accaval- lando.
Sembrano voler fare a
gara per giungere
primi.
Con il risultato di
rovinarsi uno addosso
all'altro. Fe-
rendosi, ogni volta. Ed
a me, non rimane che
cercare di rimarginare
quelle ferite.
Dopotutto, Non mi resta
molto da fare... Anche
se, Non posso
lamentarmi.
La cura delle
lacerazioni, mi
risolleva, almeno per
un poco, dalla
ineguagliabile fatica
di chi non ha più
niente da dire, da
essere.
Non che prima, io sia
stato molto,
intendiamoci.
Ma insomma, qualcuno
che almeno fingesse di
ascoltare le mie
parole, forse c'era. O
no? Ma adesso,
nemmeno io, riesco più
ad ascoltarmi. E
taccio. Ed i
pensieri, approfittano
del mio silenzio, mi
assalgono con il loro,
molto più straziante
del mio.
Ma irresistibile.
Ed infatti, io non
resisto. Mi arrendo,
ogni volta.
La leggera nebbia che
offusca i miei occhi,
sembra avvolgermi in un
abbraccio soffocante,
ma allo stesso tempo
struggente.
Ed io, per non cadere,
mi lascio trascinare,
senza porre resistenza.
Guardo là, davanti a
me, ma quel viale,
quella strada, sono
confusi, indistinti.
Una lacrima, ogni
tanto, si ferma fra le
ciglia, ed accende,
all'improvviso, una
luce vivida. E tutto si
fa chiaro, trasparente,
intangibile. Le mani si
congiungono sul mio
bastone di legno. E
stringono, stringono,
come a volerlo
spezzare. Ma lui, il
bastone, non si rompe.
E' troppo abituato a
sorreggere il peso
insostenibile dell'
assenza di un uomo...
Già, perché io non ci
sono più. Esisto
ancora, ma non sono
più!
Forse, quando morirò,
ricomincerò ad
esserci, o almeno, ad
essere stato. Due date,
una croce,
racconteranno il
riassunto breve,
frettoloso, del mio
passaggio sulle strade
della vita.
E sarà anche troppo.
Le fermate, non
interessano nessuno.
Eppure, io, ad ogni
sosta, ho lasciato un
segno, un fregio, come
ad indicarne o
cancellarne, il
signifi- cato.
Insignificante. Ma
reale. Già, come lo è
ogni tramonto. Ogni
alba. Che trovano
soltanto un attimo di
protagonismo,
nell'immobilità di un
quadro, o
nell'eternità di una
poesia. Ma per il
pittore, per il poeta,
ogni tramonto, ogni
alba, sono uguali.
Potranno cangiare i
colori, e loro
cambieranno le loro
tinte, le loro
parole...
E così per il mondo:
ogni giorno che nasce e
che muore, è e sarà
sempre uguale ad un
altro, un susseguirsi
naturale, logico e
scontato del
trascorrere del tempo.
ma ognuno di noi, anzi
di voi, io, lo ripeto,
non faccio più parte
dei presenti, dovrebbe
salutare ogni giorno,
il nuovo giorno.
Perché voi non lo
conoscete, non è lo
stesso di ieri. E
domani, non lo
incontrerete più.
Ed alla sera, ogni
sera, dovrete dirgli
addio.
E guai, a quel giorno
antico, che non se ne
andrà, a quella notte
nuova, che non vorrà
portarselo via. Tutto
sarebbe concluso. Senza
che niente, fosse
iniziato. Come me, che
sono stato una giornata
trascorsa, dimenticata,
e forse rifiutata. Ma
non sempre può
splendere il sole.
Anche la pioggia,
colora un'immagine,
bagna una parola, E
dopo, il sole, non si
sporcherà, in quella
pozzanghera.
Lascerà che ad
insudiciarsi siano i
vostri passi
frettolosi, sicuri,
alteri ed indifferenti.
E voi, imprecherete
soltanto. E cambierete
il vostro percorso. Ma
quella pozzanghera
sarà sempre là, anche
quando l'ultima goccia,
sarà dimenticata.
La ricorderete sì, ma
quando la sete sarà
troppa, ed il ricordo
di quell'ultima
goccia, non basterà a
spegnere l'arsura...
Oh, che mi sto
illudendo. Povera
pozzanghera! Povero me.
Sss... Qualcuno mi sta
chiamando. Devo andare.
Dopo, dopo,
continueremo. Adesso
nasconde- tevi,
pensieri. Non fatevi
scorgere. Non sanno
della vostra esistenza.
Vi credano già morti,
voi! Sepolti e
dimenticati. Credono
che mi abbiate
preceduto.
Altrimenti... Ma dopo,
dopo...
...Ho cenato. Pane e
latte. La tazza era
grande, eppure il latte
si è versato lo
stesso. Mi hanno
rimproverato, con
crudele dolcezza.
L'ultimo sorso di latte
era troppo amaro da
mandare giù! Non ce
l'ho fatta. Hanno
insistito, me lo hanno
versato con la forza.
Il latte è uscito,
colava dalla mia bocca
vuota.
Sembravo un bambino,
hanno detto. E
ridevano. Anche gli
"altri assenti", come
me, intendo dire. Anche
loro, hanno riso.
Un bambino, già. E'
così che dicono tutti.
Come anch'io dicevo,
quando facevo parte dei
presenti. Ma
allora, non sapevo cosa
significasse essere
assente, e non
ricordavo ancora,
quella sosta chiamata
infanzia. Adesso
ricordo tutto, e posso
dire che era molto
diversa!
Se versavo il latte o
qualcosa d'altro,
venivo davvero
rimproverato! Senza
dolcezza. Il rimprovero
stesso, aveva il
profumo ed il sapore
del miele. Ed il
sorriso negli occhi di
mia madre, raccontava
soltanto il domani.
La mia mano nella sua,
il cucchiaio alla
bocca. "Ecco, si fa
così". Ogni giorno,
una goccia in meno di
latte, si versava.
Stavo imparando.
Iniziava il mio
passato.
Oh, non fatemi ridere.
Non ditemi che sono
tornato come ero in
quei giorni! La mano di
nessuno, adesso, si
posa sulla mia, per
insegnarmi. Ho imparato
tutto. Sapevo anche
bere, senza versare
nemmeno una goccia di
latte. Incredibile,
vero?
E adesso, una mano,
ogni tanto mi forza a
bere. Nessun sorriso,
nessun rimprovero vero.
Solo qualche
imprecazione.
Ma è giusto. Sono
noioso, testardo,
incapace. E le mie
mani, tremano. E verso
il latte. Ma
soprattutto, domani, a
cadere sarà una goccia
di più. Ed allora,
lasciatemi piangere.
Fingete di non vedere
le mie lacrime. Voi
sapete perché.
Sopportate. Non
odiatemi, non odiate il
vostro domani. Che
forse sarà diverso dal
mio.
Ve l'ho detto, no?
Ogni giorno è un nuovo
sconosciuto. Ogni
tramonto, una diversa
conclusione. Ma sapete
una cosa? Adesso è
sera, ma non ancora
notte. Ed io ho paura.
I miei sogni saranno
soli, ed io non ho
voglia di far loro
compagnia. Me ne starò
qui, sdraiato, ad
aspettare. Vorrei
uscire fuori, sedermi
su quella panchina,
assaporare il sapore
dell'aria, ascoltare il
battito eterno della
notte. Ma non si può.
Non vogliono. Dicono
che devo stare a letto,
che alla mia età fa
bene dormire, riposare.
Ed allora rassegna-
moci. Non sarà per
molto, dopotutto...
Le coperte pesano, il
lenzuolo scotta. Il
cuscino sembra di
pietra. Mi rigiro e
rigiro nel letto. E
dentro me stesso. Non
riesco a venirne fuori.
Qualcuno, più in là,
sta tossendo. Si
accende una luce. Alzo
la testa per guardare.
Ah, si. E' lui. Ogni
sera il solito rituale.
Apre il cassetto del
comodino, prende
qualcosa, rimane
qualche minuto a
guardare, poi si volta,
spegne la luce. Io so
che sta piangendo. Con
una fotografia sotto il
cuscino. Quel cuscino
che deve essere molto
più granitico del mio.
La pietra si può
scalfire, incidere,
graffiare. Anche
facendosi male. Ma sul
niente, sull'immagine
del niente che è
rimasto di ciò che
era, è inutile
tracciare segni.
Domani, domani gli
chiederò di mostrarmi
quella foto.
Chissà, forse, almeno
raccontare, si può,
anche il niente!
Adesso, nella fuga,
interminabile corsia,
risuona il silenzio
assoluto.
Nel buio, i miei si
sforzano di cercare un
bagliore, un segno
della notte. Dalla
grande finestra chiusa,
non entra nemmeno un
raggio di luna. Forse
stanotte non c'è. O
forse, le hanno detto
di non farsi vedere da
noi. Anche la luna,
potrebbe farci male,
chissà...
Ma intanto, io ho
paura. Del buio.
Allora è vero. Sono
solo un bambino che non
diventerà mai vecchio.
Perché lo è già.
Soltanto questa è la
differenza. Ma la
paura, adesso lo
ricordo, è la stessa.
L'intensità non è
cambiata., solo il suo
interminabile
prolungarsi. Prima,
bastava una parola, un
raggio di luna, ed i
sogni scacciavano il
terrore. Adesso...
Adesso... Solo
angoscia.
Devo alzarmi, devo
farlo. Dov'è il mio
bastone? Ah, eccolo
qui. Le pantofole, dove
sono? Oddio, non riesco
a trovarle. Non
importa. E' bello
camminare a piedi nudi.
Mi trascino lungo la
corsia. La mia mano si
posa sulle sponde dei
letti. Da ognuno mi
giunse un sospiro, un
lamento, un colpo di
tosse, un singhiozzo.
Mi sbagliavo. Il
silenzio non può
sopraffare l'eco del
dolore.
Fuori, fuori. Devo
correre fuori.
Mi trascino. Le gambe
dolgono. Accolgo il
tormento fisico con un
saluto di benvenuto
sincero. E' l'unico, a
tenermi compagnia, a
non lasciarmi solo, a
raccontare me stesso.
Perché non ascoltarlo?
Ecco, sono fuori. C'è
la luna! Lo sapevo, ne
ero certo! E c'è la
notte, la sua
immobilità.
Mi siedo sulla mia
panchina e mi lascio
avvolgere dalla
voluttà dell'effimero.
La notte sembra eterna.
Forse è per questo che
spaventa. E affascina.
Ma io, adesso, non ho
più paura.
Perché ne ho avuta?
Non avrei dovuto. Io,
non sono più.
Dunque, perché temere?
Sì, invece. E' la
mancanza assoluta di
niente, che mi stringe
l'anima, che attanaglia
la mia mente,
stritolando i pensieri,
i sentimenti e... e...
sì, i ricordi.
Il ricordo di quando il
niente non esisteva. Ed
al suo posto, c'ero io!
Mi ha rubato il posto
nel mondo. Ma non nella
vita.
A voi, però, lascio
credere contrario. Vi
va meglio, così, vero?
Ma adesso,
nell'immobilità di
questa notte rubata,
posso spostarmi,
camminare, volare,
perfino.
Poso il mio bastone.
"Rimani lì, tu. Non mi
servi, in questo
momento. C'è la mia
ombra, adesso, a farmi
da sostegno. E la luna,
ad illuminare i miei
passi".
Ecco qui, i miei
occhiali. Era tanto che
non li mettevo. Non
c'era niente che
valesse la pena di
mettere a fuoco, nessun
contorno da delineare.
Adesso, invece, ho
deciso di rileggere,
anzi di leggere, alcuni
passi del mio cammino.
Del mio esserci stato.
Non li conosco. Un
giorno li scrissi, fino
a quel giorno. Ma ad
ogni passo, cancellavo
il precedente. La
pagina sembrava vuota.
Adesso, anche la mia
firma, sta scomparendo.
Presto, bisogna fare
presto. Chiudere il
libro, impedire alle
parole di uscire. Prima
di una data, l'ultima!
Oh, che fatica. Nemmeno
con gli occhiali riesco
a leggere bene.
Forse, mi sono
allontanato ancora di
più, da me stesso. E
non esiste lente al
mondo, in grado di
sopperire a questa
miopia.
O presbiopia. Non lo
so. Forse sono davvero
così troppo vicino a
ciò che sono, per
distinguere bene i miei
lineamenti? Eppure, non
mi sembra di
riconoscermi. Guardiamo
meglio. Ecco, qualcosa
adesso...
Forse... Sì, sì... La
fisionomia del tempo si
sta facendo più
chiara, più limpida.
La nebbia si sta
diradando.
Quel viale non è più
irraggiungibile.
M'incam-
mino, appoggiato alla
mia ombra.
La notte, alle mie
spalle, sta finendo. Io
non me ne accorgo.
Là, davanti a me, un
barlume, un riflesso.
Forse sta nascendo un
nuovo giorno. "Sono
molto felice di
conoscerti. Buongiorno,
mattino. No, non
venirmi incontro...
lascia che sia io a
raggiungerti. Guarda,
ci riesco. C'è la mia
ombra... Oh, non c'è
più.
Sono solo. Anche lei mi
ha abbandonato. Ha
seguito la notte, si è
lasciata rapire
dall'ultimo raggio di
luna. Dov'è il mio
bastone? Ah, già. E'
rimasto laggiù. Non
posso tornare indietro,
non ce la faccio.
Continuo ad andare
avanti. E' molto più
facile.
Ormai, il nuovo giorno
mi conosce. Io, ancora,
non conosco lui.
Stasera, forse, ve lo
racconterò. Se la
notte, me lo
permetterà.
Chissà?!... Sta
piovendo.
Una pozzanghera
davanti a me. La guardo
attentamente. Ho sete.
Vorrei chinarmi a bere.
Perché non alzare il
viso in alto, perché
non bagnarsi e spegnere
l'arsura, con la
pioggia?
Perché anche il cielo,
mi verserei addosso!
Ho deciso, mi chino.
Mi sdraio per terra. La
mano nella pozzanghera,
il palmo che gocciola
si porta verso la
bocca.
E' limpida, è pura
quest'acqua. Ed io non
ho più sete.
Non ne avrò mai
più...



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