FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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TERRA ROSSA

Roberto Ferrucci




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Fabula Reprint - n. 1
Milano, maggio 1996

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INDICE:

1. Campo da tennis
2. Giornale radio
3. Chattanooga
4. Posta area
5. Rue d'Alésia
6. Beaubourg
7. Foto di viaggio
8. Donnay Allwood

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a Paola P.




Il mio gioco d'attesa costringe
l'avversario a correre dei rischi.
Quando lo fa, il calcolo
delle probabilità gioca a mio favore.

Björn Borg




1. Campo di tennis


Ilana mi stava seduta accanto silenziosa. La sua posizione - mano sinistra sotto il mento, gambe accavallate, corpo inclinato in avanti - faceva mancare solo pochi centimetri a un nostro eventuale e chissà se fortuito contatto.
Per riuscire a occupare casualmente quella poltroncina, ero stato costretto a un percorso complicato da pause e accelerazioni. A lungo avevo controllato i suoi spostamenti da lontano, i suoi scambi di battute con qualche amica. Intanto qualcuno mi superava, altri restavano indietro, tutti comunque diretti verso le sedie sotto il porticato. Finiscono sempre così le domeniche in casa di amici, prima ci si sparpaglia in giro per ore, poi ci si raccoglie intorno come per contarsi, come per dire:"Ecco, siamo stati qui, ma adesso è proprio ora di andare".
Appena seduto ho guardato Ilana girando soltanto gli occhi verso di lei, nascosto dietro i miei occhiali scuri. L'ho fatto in seguito un altro paio di volte, mentre lei ascoltava uno di nome Dario raccontare come aveva trascorso l'estate. Era stato lui poco prima a presentarmi Ilana. Lo conoscevo poco e non potevo prevedere che, appena uditi i nostri nomi, avrebbe sottolineato, ridendo, l'originalità del nome Ilana, la banalità di Antonio. Lei è sembrata non dargli retta e ha detto:"Molto lieta", ha allungato la mano e io gliel'ho stretta cercando, nel frattempo, un'inclinazione delle labbra che potesse sembrare almeno un tentativo di sintonia al suo sorriso, assillato com'ero dal pensiero fisso di quella distinzione sui nostri nomi, dell'influenza che avrebbe potuto avere sull'intero corso di una possibile conoscenza. Soltanto quando le nostre mani si staccarono quel pensiero fisso cominciò ad affievolirsi anche se, lo sapevo, avrebbe mantenuto intatte le proprie incognite.
Restammo così ancora qualche secondo, fermi uno di fronte all'altra e fu soltanto allora che la guardai con insistenza negli occhi e che mi accorsi di un particolare che ne sottolineava ancor più la lucentezza. A pochi millimetri dall'iride dell'occhio sinistro, sulla sclera perfettamente bianca, vi era una piccola chiazza pigmentata di colore bruno. Così, mentre ancora la guardavo negli occhi, ho pensato che, come il neo sul lato sinistro della bocca di Marilyn Monroe o quello sulla guancia destra di Liz Taylor, questa donna aveva un neo dentro lo sguardo. Una minuscola, innocua macchia scura che si stagliava nitida sul bianco della sclera, che esaltava il chiarore e la lucentezza delle iridi e che avrebbe potuto assorbirmi nella sua traiettoria chissà ancora per quanto se qualcuno, da dentro la villa, non l'avesse chiamata.
Dalla posizione dove sono adesso - appoggiato di schiena alla rete di recinzione, le mani in tasca - vedo Ilana seminascosta dalla bianca colonna d'angolo del porticato riflettersi però intera sulla vetrata scura del soggiorno e non so se preferirla così, sfumata di grigio, quasi inconsistente. Gli altri sono semidistesi su poltroncine di tela azzurra, li guardo muovere a turno la labbra, fare gesti d'accompagnamento con le mani, sorseggiare liquidi scuri da bicchieri forse di cristallo. Qualche altro scompare invece del tutto entrando ormai a far parte dell'altro lato della villa, quello che si affaccia sulla collina.
Fino a qualche minuto fa stavo anch'io seduto là in fondo, accanto a un'Ilana ancora tutta intera, leggermente girato con la poltroncina verso il lato aperto del porticato. Non erano ancora stati distribuiti i bicchieri e, in silenzio come gli altri, fingevo di ascoltare le voci di chi era di turno a parlare: voci roche e limpide, maschili e femminili, voci di cui mi limitavo a isolare soltanto i diversi timbri, semplici rumori di fondo del mio guardare. Decisi di alzarmi dopo avere sentito Dario esclamare:"Avreste dovuto vedere la faccia di quella bionda quando vide il mio Range Rover". Era stato lui a suggerire di raccontare ognuno un episodio estivo."Per dimenticare questo caldo afoso", aveva aggiunto. All'inizio ho cercato qualcosa da dire per farlo desistere e invece non ho aperto bocca.
Dopo Dario sarebbe toccato a me che già da un pezzo, però, lì dal porticato, non riuscivo a staccare gli occhi - pause per Ilana a parte - dal centro del giardino, da quella piatta superficie leggermente soprelevata che interrompe, in perfetta simmetria, il regolare procedere del verde. Allora ho spinto indietro la poltroncina, chiesto scusa troppo piano a Ilana che non ha risposto, mi sono alzato e ho percorso lentamente i pochi metri che mi separavano dal campo di tennis.
Poi, davanti al recinto verde e ruggine, ho sfilato la mano dalla tasca, ho spinto in avanti il cancelletto d'entrata, ascoltato il suo cigolìo vibrante, e sono entrato qualche metro più in là di dove sto adesso. Mi sono fermato in una posizione un poco spostata a sinistra e ho guardato di fronte a me, in direzione della traccia dove un tempo stava il seggiolone dell'arbitro, accennando un inchino di saluto, poi ho seguito i bordi laterali per qualche metro, oltrepassandoli poco più avanti, all'altezza della linea orizzontale del servizio. Procedevo piano, esitante, attento a non calcare troppo i tacchi delle scarpe nella superficie smossa dalla quale spuntavano dei sottili fili verdi. Li ho sfiorati con la punta della scarpa, poi mi sono piegato in avanti e ne ho strappato uno che è venuto via con uno"stack" un po' strozzato. L'ho guardato da vicino per definirne la precisa tonalità del verde e mi sono chiesto come può crescere dell'erba sulla terra rossa.
Ho proseguito rigirando fra pollice e indice quel filo verde e sono arrivato qui, dove sono adesso, appoggiato alla rete di recinzione di fondocampo, la destra in tasca a giocherellare una specie di doppio con il resto - quattro monete da cinquanta - del giornale di oggi.
L'ultima partita su questo campo, sei anni fa più o meno, sono stato proprio io a giocarla, e a perderla, piuttosto nettamente. Sono state, ho sostenuto a lungo, le due racchette in legno con cui ho giocato a tradirmi, in particolare la disabitudine alla vecchia Maxima Torneo di mio padre con la quale, dopo appena tre games, ho sostituito la mia Donnay Allwood cui era saltata una corda. Fabbricata in Belgio, il modello Allwood era di colore nero, con due linee ad arcobaleno - giallo e arancione - nella parte inferiore dell'ovale. Più sotto, due piccoli quadrilateri dalla forma quasi trapezoidale, viola e rosso. Il telaio, rafforzato da uno strato di fibra vulcanizzata, era composto da tre diversi tipi di legno provenienti dalle foreste belghe: acero, faggio e frassino. La cordatura era in materiale sintetico e quel giorno, dopo la rottura, dimenticai di toglierla per intero, come si dovrebbe sempre fare. Il risultato di tale distrazione, in aggiunta alla netta sconfitta, fu l'imbarcamento del telaio che divenne così inservibile. Adesso la Donnay Allwood, uscita di produzione da una decina d'anni, sta in un angolo della mia stanza, in attesa di essere appesa alla parete. Tra non molto, ne sono sicuro, le racchette in legno (e la mia in particolare) saranno considerate pezzi da collezione.
Dopo quell'ultima partita il campo è stato abbandonato a se stesso e si è lentamente disfatto, quasi avesse rifiutato di seguire l'evoluzione del tennis che, in pochi anni, è avanzata come prima non aveva fatto per decenni. Racchette dall'ovale più ampio e dallo spessore maggiorato costruite in carbonio, grafite, ceramica, hanno sostituito il legno grazie al loro miglior adattamento a un gioco diventato sempre più potente, aggressivo. Gli stessi campi privati, poi, si costruiscono oggi con materiali sintetici che non richiedono alcuna manutenzione ma una differente preparazione tecnica e atletica da parte dei giocatori. Io non mi sono mai abituato al sintetico: scambi troppo veloci, superfici troppo dure. Meglio la terra rossa, composta di argilla cotta, triturata mista a sabbia di pietra silicea, il cui colore rosso è dato da una sostanza vegetale, la polvere di mattone, anche se questa dove sono adesso, se qualcuno mi chiedesse di definirla, sarebbe difficile chiamarla ancora terra rossa.
Ho fatto qualche passo in avanti e ora, fermo immobile sulla linea di fondocampo, è come se fossi pronto a dare inizio a un invisibile match. Con il servizio a mia disposizione.
Dalla villa li ho visti guardarmi per qualche secondo e risintonizzare subito dopo l'attenzione sulle conversazioni interrotte. Qualcuno però deve avere notato la staticità della mia posizione, lo sguardo fisso verso l'altra parte del campo, quasi stessi cercando la giusta concentrazione prima di cominciare il gioco.

Mentre lo guardavo attendere il servizio dell'avversario, cercavo di intuire (o forse solo indovinare) se la sua risposta sarebbe stata di dritto o di rovescio, se avrebbe cercato subito il punto con un lungolinea o un incrociato, oppure tirato un colpo di attesa, seguito da un altro, un altro e un altro ancora fino all'errore, inevitabile, dell'avversario. I movimenti che gli vidi fare in quel momento erano gli stessi di sempre: qualche passo avanti e indietro vicino alla linea di fondo, riequilibrare inutilmente con le dita l'assetto della cordatura tesa a trentasei chilogrammi, soffiare sul palmo della mano destra, chinarsi nella solita posizione un po' ingobbita, oscillare lateralmente un paio di volte accompagnando il corpo alla racchetta. La parte finale di queste operazioni riguardava il movimento dello sguardo prima in alto, verso l'avversario, poi in basso, quasi a decidere dove sarebbe andata a rimbalzare la pallina. L'ultimo movimento, anche questa volta, fu in realtà un non-movimento: l'essere completamente immobile, ma solo per un istante, nell'attimo in cui l'avversario colpiva la pallina.
Piazzato giusto alla convergenza fra il North stand e l'East stand del campo numero 1 di Wimbledon, non era facile inquadrare dentro l'obiettivo della mia Kodak entrambi i giocatori, perciò le tre pose che mi erano rimaste le scattai soltanto quando Björn Borg aveva il turno di due giochi sul lato sud del campo. Pressato dalla folla, avevo il lato sinistro parzialmente coperto da una colonna della tettoia e poco avanti a me, sulla destra, una ragazza in impermeabile giallo mi nascondeva un'ulteriore porzione di visuale. Soltanto in una foto si riusciva a vedere anche Brian Teacher che scendeva a rete dopo il servizio mentre Borg rispondeva con un rovescio a due mani. In tutte, invece, erano visibili alcuni dettagli della ragazza sulla quale ero costretto ad appoggiarmi quando dovevo scattare: due volte una ciocca dei suoi capelli, nella terza l'ombra ravvicinata del suo impermeabile giallo.
L'ultimo scatto lo riservai al servizio che prevedevo essere quello del punto conclusivo, quello che poi avrebbe portato Borg a vincere 6-4, 5-7, 6-4, 7-5 dopo due ore e ventinove minuti di un incontro che vinse attaccando più del solito, costretto dall'avversario a non basare tutta la sua forza sull'attesa.
Lo vidi dentro al mirino avvicinarsi al centro della linea di fondocampo, battere nel frattempo la pallina con la racchetta per tre volte sull'erba, fermarsi avanzando di poco il piede sinistro rispetto al destro, far rimbalzare una volta la pallina con la mano e guardare verso Teacher solo un attimo prima di incominciare il movimento.
Riuscii appena a percepire il clic della Kodak contemporaneamente all'applauso che accompagnò Borg ai quarti di finale e la ragazza davanti a me esclamare qualcosa di incomprensibile. Avevo ancora la macchina in posizione, mentre lei si girava per dirmi - in un inglese molto più chiaro e sciolto del mio - che era svedese e se fossi stato così gentile da spedirle le foto di questo incontro.
Avrei potuto fotografarle un occhio, ma la pellicola era proprio finita.
Disse anche:"Dicono giochi come una macchina, che sia un robot. Io invece il suo tennis lo trovo rassicurante".

Qualcuno mi sta chiamando dalla villa. Faccio per voltarmi e sento una voce chiedermi se voglio qualcosa da bere. è una voce femminile. Mi giro e vedo Ilana in piedi appena fuori dal porticato, ma non sono sicuro sia stata lei a parlare. Allora smetto il mio doppio con le quattro monete da cinquanta in tasca e le rispondo lo stesso facendo segno di no con la mano, improvvisando anche un altro gesto che vorrebbe significare che va bene così."Grazie", dico poi. Resto fermo in questa posizione ancora un po', il tempo di aspettare che la sua attenzione verso di me cali fino ad annullarsi del tutto.
Quando si è girata e riseduta, decido di abbandonare il fondo del campo e di avvicinarmi alla rete che lo divide. Ne viene fuori una discesa a rete scombinata, quasi al rallentatore, ma pur sempre simile a un'azione d'attacco, a quel difficile tentativo di chiudere presto il punto. Poi, giunto nella zona che i manuali indicano come la migliore per il gioco sottorete, mi torna in mente un vecchio sketch televisivo con Jacques Tati che, nelle vesti di Monsieur Hulot, mimava, in giacca e cravatta e senza racchetta né pallina, una partita a tennis perfettamente silenziosa. Mi divertì molto vederla e così anch'io adesso, qui, sottorete, penso di mettermi a mimare qualche volèe. Prima una volèe di dritto, allungandomi quasi in tuffo sulla destra: un colpo molto potente sia che decidessi di incrociarlo, sia di tirarlo lungolinea. Poi - gettandomi ancora per recuperare un tentativo di passante dell'avversario - una volèe di rovescio: grazie a una particolare inclinazione del polso, verrà fuori un colpo di precisione, smorzato, che andrà a spegnersi quasi senza rimbalzare appena oltrepassata la rete.
Portata a termine l'azione - durante la quale, fermo immobile, ho sempre tenuto le mani in tasca - sfioro con un dito il nastro bianco ora ingrigito della rete. I paletti ancora un po' verdi la sorreggono per miracolo; le maglie, in nylon scuro, sono strappate in più punti: degli squarci molto ampi, attraverso i quali entrerebbero nell'altra metà del campo anche i colpi dalle traiettorie più basse. Come le mie volèe di prima, se davvero le avessi tirate.

Le chiesi perché trovasse il gioco di Borg rassicurante. Non rispose subito e mentre infilavo la Kodak nella custodia, pensai all'allegria consapevole dei suoi gesti, alla divertita disinvoltura con cui mi aveva chiesto le foto: non aveva certo la mia età, tre o quattro anni di più, forse. Stavamo avanzando lentamente tra la folla che veniva in senso contrario. Le avevo proposto di andare a vedere il match fra John McEnroe e Tim Gulliksson, già iniziato al campo numero 2.
Solo quando raggiungemmo l'uscita sud-ovest dello stadio, lei decise di rispondere alla mia domanda.
"Hai presente i quadri di Mondrian?" mi disse nello stesso inglese limpido di prima. Fui colto di sorpresa ma feci di sì con la testa e credo che oggi la ragazza svedese perdonerebbe quella bugia di adolescente."Oppure anche certi quadri di Rothko", continuò. Questa volta pensai fosse meglio replicare in qualche modo, prima che avesse il tempo di mettermi ancor più in difficoltà. Ma lei aggiunse subito:"Ecco, il suo gioco mi dà le stesse sensazioni di quei quadri. Non saprei spiegarlo diversamente". Io non dissi nulla. Continuavo a camminare mezzo passo dietro lei, pensando a quanto curioso fosse l'inglese, soprattutto in questo caso che a parlarlo erano due stranieri, esclusi dalle più sottili sfumature della lingua. Così mi ritrovavo a darle inevitabilmente del tu, mentre in italiano, o in un'ipotetica traduzione simultanea, ignara di ciò che sarebbe accaduto in seguito, avrei senz'altro usato il lei.
I miei pensieri e il nostro percorso furono interrotti dalla manica bianca di un gelataio che ci mise in mano due coni panna-cioccolato. Ai nostri sguardi stupiti replicò infervorato che ieri sera aveva scommesso una bella somma sulla sconfitta di McEnroe e che ora voleva festeggiare regalando in giro ciò che gli era rimasto nel frigo.
"Sono contenta", disse lei scartando il gelato,"quel moccioso non riesco proprio a sopportarlo. Ha solo un mucchio di talento".

La terra rossa è diventata arida polvere color sabbia, le mie scarpe ne sono ricoperte, stanno passando dal nero a una tinta beige scuro. Abbandono la rete di metà campo, torno indietro e, all'altezza della linea orizzontale del servizio, qualcosa fa inciampare il mio piede di ritorno. Soltanto adesso mi accorgo che in alcuni punti le linee di plastica che delimitano lo spazio di gioco sono sollevate dal suolo. I chiodini che le fissavano al terreno sono storti e arrugginiti e tutti allineati allo stesso livello, come se fossero scattati insieme verso l'alto a un comando prestabilito. Continuo a guardarli e mi accorgo anche di non essermi mai interessato alla procedura per la manutenzione di un campo di terra rossa: questo loro sollevarsi, penso allora, potrebbe essere stata l'ultima operazione del vecchio custode, se mai c'è stato un custode, qui. Ma potrebbe trattarsi anche di pioggia e gelo invernali, concludo mentre vado ad appoggiarmi di schiena alla rete di recinzione del campo.
Un campo, certo, in uno stato di totale abbandono ma che offre ancora, immaginandolo visto dall'alto, la possibilità di raccontare il suo complicato disegno.
"Let's play gentlemen. Mr. Borg to serve".
Sei scomparti quadrangolari formati da nove linee bianche. Un rettangolo di rettangoli dal colore, in questo caso, rosso mattone. Le coordinate orizzontali e verticali non si incrociano mai e compongono zone diverse di estensione: due rettangoli affiancati al centro e un altro posto orizzontalmente sopra ciascuna delle due estremità. Completano il tracciato del rettangolo principale i due corridoi utilizzati per il doppio che corrono lungo i lati verticali del campo. Arrivato a questo punto decido che è meglio non prendere in considerazione la rete di corda che durante le partite divide il terreno di gioco: il profilo bianco del nastro visto dall'alto potrebbe sembrare un'altra cesura, più sottile delle altre, che porterebbe a dieci il numero delle figure scombinando così tutta la visione immaginata, complicandola troppo e mettendo ancor più a dura prova le mie scarse nozioni geometriche.
"Game to Borg. One-love first set".

Ci aggiravamo silenziosi fra i campi minori quando dissi:"Una volta ho visto in TV un servizio su Borg. Le immagini al rallentatore del rovescio a due mani avevano come sottofondo The Great Gig In The Sky dei Pink Floyd. Per me il suo tennis è come quella musica". Lei fece di sì con la testa ma non disse nulla.
Tutti gli incontri più importanti erano ormai terminati e, quasi accarezzando dentro la tasca della giacca il biglietto verde che il bagarino mi aveva venduto a cinque sterline, ancora stentavo a credere di essere riuscito a entrare lì dentro con tanta facilità: è quasi impossibile venire a Wimbledon senza prenotare i posti con mesi di anticipo. Se poi mi giravo a guardare la ragazza svedese, lo stupore diventava quasi euforia. Avrei voluto dirle che era la prima volta che venivo a Wimbledon, che ero riuscito a entrare al Campo Centrale, il famoso Centre Court, dove avevo visto giocare Billie Jean King contro Hana Mandlikova e poi Jimmy Connors contro l'inglese Mark Cox, fino a quando non avevo sentito il coro"Adriano-Adriano" arrivare dal campo numero 3 dove Panatta stava incominciando, contro lo statunitense Sandy Mayer, la più bella partita da lui mai giocata sull'erba di Wimbledon. Le avrei detto poi che gli ultimi due set di quell'incontro ero stato costretto a vederli dal terrazzo esterno del Campo Centrale perché dopo uno splendido punto di rovescio in tuffo di Panatta - che riuscii a fotografare - il mio vicino, uno studente romano credo, aveva gioito a tal punto che ero stato cortesemente trascinato fuori dal campo da un solerte signore in divisa sbucato dal nulla. Non mi era sembrato il caso di fare discussioni, così non dissi niente né a quel signore né, adesso, alla ragazza svedese. Chissà se lo conosceva, lei, il nostro Adriano, il solo giocatore al mondo che sia riuscito a battere Borg - due volte - al Roland Garros di Parigi.
Feci in modo di arrivare al campo numero 4 dove si stava svolgendo un incontro di doppio femminile che avevo segnato con un asterisco sul programma acquistato all'entrata. Vi giocava l'americana Linda Siegel che qualche giorno prima era finita sulle prime pagine dei quotidiani popolari con tanto di foto per lo scandalo provocato da una spallina scivolata giù durante un match fino a scoprirle il seno. Quando fummo lì davanti mi vergognai un po' di averci portato anche la ragazza svedese e mi misi a guardare distrattamente gli scambi, pronto ad andarmene non appena lei si fosse mossa. Fu invece imbarazzante, a un certo punto, sentirla dire:"Oggi gioca con la maglietta, tutta questa gente rimarrà delusa".

Quando giocavo non sempre riuscivo a ribattere con precisione ed efficacia quella lanuginosa pallina da tennis che spesso sbucava nei miei pressi troppo veloce. Gli errori arrivavano inevitabili soprattutto quando tentavo di effettuare il rovescio a due mani.
Per ottenere una buona esecuzione del colpo avrei dovuto impugnare la racchetta con la destra, come per un normale rovescio con impugnatura orientale a una sola mano. Posare, quindi, la sinistra più avanti sul manico e, con un movimento leggermente curvo, arretrare la racchetta sulla linea delle ginocchia, accostata al fianco, i polsi girati verso il basso. Avrei dovuto inclinarla sotto il loro livello, per potenziare lo slancio verso l'alto del piatto corde e aumentare la quantità di rotazione in avanti del colpo. Tutto questo - trattandosi di un colpo che non mi veniva spontaneo - era più innaturale di un rovescio classico: già a questo punto, a metà dell'esecuzione, avevo ogni volta scordato qualche passaggio fondamentale. E non era finita, mancava ancora tutta la parte conclusiva del colpo: racchetta in avanti, top spin particolarmente potente, spalla destra perpendicolare alla rete, poi parallela a essa, e, infine, la Donnay avrebbe dovuto trovarsi esattamente sessanta centimetri sopra la mia testa
Un meccanismo perfetto che nelle mie mani si inceppava sempre. Anche adesso che l'ho mimato sul serio - niente mani in tasca, stavolta - dopo essermi sincerato che Ilana fosse girata da un'altra parte.
"Game and first set to Borg, six-four".

Tutto è verde nell'intera gamma di gradazioni al The All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon. I campi, le strutture, le divise degli addetti ai lavori. L'impermeabile giallo della ragazza svedese era una variante che forse qualcuno lì dentro poteva considerare trasgressiva e che io, durante la nostra passeggiata, immaginavo invece come una specie di segnale in movimento. Segnale, però, non riuscivo ancora a capire di che cosa.
A pochi passi dall'entrata del museo ci fermò un uomo sulla quarantina, i capelli brizzolati, con una grande borsa di tela a tracolla."Volete delle racchette?", ci disse. Io lo guardai senza avere ben capito."Le racchette dei campioni", insistette e lei chiese se potevamo vederle. Aveva due Wilson T2000 in acciaio temperato appartenute a Jimmy Connors; tre Wilson Chris Evert Autograph in frassino bianco, leggero e adatto - così disse l'uomo brizzolato - al gioco femminile; e poi tre Donnay Allwood dall'impugnatura di 4 5/8 il cui rivestimento in cuoio fairway era allungato rispetto al normale per poter effettuare il rovescio a due mani.
"Sono originali", disse lui."Ma queste Donnay hanno corde sintetiche", replicò la ragazza e lui rispose che erano quelle di Borg cui era saltata la cordatura durante gli incontri dei giorni scorsi e che, per il prezzo a cui le vendeva, non poteva certo usare il costoso budello animale. Gli chiesi quanto volesse per una Donnay.
"Quarantacinque sterline", rispose e mentre me la consegnava completa di fodero aggiunse che Borg l'aveva usata nell'incontro di apertura dei Championships contro Tom Gorman:"3-6, 6-4, 7-5, 6-1", precisai io guardandolo dritto negli occhi.
Non disse torneo, ma proprio The Championships, i campionati, come affettuosamente, e non senza una certa presunzione, lo chiamano gli inglesi. Sapevo che lei era convinta fossi stato truffato, l'avevo notato - o almeno così mi era sembrato - da come aveva guardato l'uomo delle racchette fin dal primo momento. E invece disse:"Questo è davvero un giorno fortunato per te". Ma quello a cui stavo pensando era che non sapevo ancora nulla di lei, nemmeno il nome. Provai allora a chiederle qualcosa.
Lo feci in modo indiretto, cercando di arrivare a quel che volevo attraverso percorsi brevi e secondari, dicendole, fra l'altro, che non potevamo rinunciare alle tradizionali fragole con panna, specialità del buffet che sta dietro al museo.
Non ottenni gran che con il mio metodo. Seppi che si chiamava Ingrid, che era nata a Båstad ("Sai", disse,"dove ogni mese di luglio, una settimana dopo Wimbledon, si giocano gli Internazionali di Svezia"), e che lavorava a Londra da due anni. Le sue frasi uscivano a frammenti, forse reticenti, o imbarazzate, non capivo bene. Di me non volle sapere niente. Poi, mentre ci alzavamo dalle sedie bianche del buffet, disse:"Da qualche mese ho trovato un appartamento non lontano da qui, in Somerset Road".

Gli altri devono avere incominciato un gioco, uno di quelli che si fanno quando si è in tanti, hanno tutti un foglio e una penna in mano. Questa volta nessuno mi ha chiamato. Allora ho attraversato il campo, guardato ancora il disegno che forma e, appoggiato al paletto quasi verde della rete di corda, ho iniziato un gioco tutto mio.
Dopo un breve sforzo, le uniche lettere chiare e distinguibili che riesco a isolare con facilità dalle linee bianche sono la T, la L e l'iniziale del nome della ragazza svedese. La trovo dentro a tutte le linee del campo, posso spostarla, allungarla, metterla anche in posizione orizzontale, abusando della sua comunque inflessibile geometricità di segmento di una retta. Posso poi togliere di mezzo la rete, cancellare pezzi di righe, rivoltare il campo in senso longitudinale e ritrovarla sempre dappertutto: la I lunga e raddoppiata dei corridoi, più ampia, accogliente e ospitale perché si utilizza quando si gioca il doppio; e la I secca e spezzata del servizio centrale, corta e sfuggente perché quando la pallina cade veloce lì vicino il colpo è sempre vincente. Se poi giro il campo in senso latitudinale ecco allora quattro I della stessa misura: le due più interne sono chiamate a formare (con due segmenti dei corridoi e, quindi, altre due I però orizzontali) un quadrilatero, recinto di potenza per i servizi dei giocatori; le due I esterne, invece, più pacifiche e lontane, delimitano i confini del gioco fatto di scambi più spesso difensivi.
Alla fine, mentre cerco di rimettere tutto in ordine, mi accorgo che da oggi potrebbe esserci una I diversa, meno lontana nello spazio e nel tempo, il segmento di una nuova possibile storia di nome Ilana.
"Game set and match to Borg. Borg wins three
sets to one: 6-4, 5-7, 6-4, 7-5".

Disse ancora qualcosa su Borg mentre lasciavamo lo stadio. Parlò del suo modo atipico di giocare, di come era riuscito a rendere vincente questa atipicità smentendo tutti i manuali e i più grandi tecnici del mondo."Dicevano che con quel tipo di gioco non avrebbe mai potuto vincere sull'erba di Wimbledon. Bene, eccoli serviti", aggiunse con decisione. Quell'anno, infatti, Borg, con il suo rovescio a due mani e le sue sghembe volèe, avrebbe vinto il quarto dei suoi cinque titoli consecutivi a Wimbledon. Ingrid era attratta dal suo ruolo di tennista freddo e sovvertitore:"I colpi ripetuti all'infinito", disse,"l'attesa dell'errore dell'avversario, l'atteggiamento in campo, il suo stare in quel reticolo di righe bianche che si moltiplicano di giorno in giorno: nonostante tutto sempre perfettamente solo". Ci fu una pausa, qualche passo in silenzio, poi aggiunse:"Non ti pare?".
A casa di Ingrid non trovai poi così banale mettermi a cucinare degli spaghetti che aveva lì chissà da quanto tempo. Fu difficile trovare una pentola adatta, erano tutte troppo basse, poi Ingrid mi suggerì di usare la pentola a pressione senza la copertura. Anche per il condimento ci furono dei problemi e dopo una breve rassegna di varie possibilità, decidemmo per un insipido e stinto ragù liofilizzato. La mancanza di uno scolapasta, poi, mi riportò alla mente una frase del mio primo e unico maestro di tennis. Avevo undici anni. Mio padre non aveva ancora finito di salutarmi che quello disse:"Vediamo come tieni la racchetta, giovanotto". L'istinto me la fece impugnare in un modo del tutto incompatibile con il gioco del tennis:"Non è uno scolapasta!", disse ridendo e con un tono che mi risultò sgradevole. A ogni modo fu così che utilizzai per la prima volta la mia nuova Donnay Allwood.
Durante i miei preparativi per la cena, e più tardi, a tavola, non potei fare a meno di pensare che quella era la prima volta che cucinavo per qualcuno.
Più tardi, sul divano, esaminammo attentamente la racchetta alla ricerca di piccoli segni che potessero confermarci la sua effettiva appartenenza a Björn Borg. Quello più vistoso riguardava il rivestimento in cuoio dell'impugnatura - 10 pollici in tutto, 25 centimetri circa - che la fabbrica belga utilizzava soltanto per i modelli destinati al giocatore svedese. Fu proprio lì che trovammo delle tracce in grado confermare l'utilizzazione dell'attrezzo nell'incontro di apertura dei Championships o, quanto meno, il fatto che Borg l'avesse davvero usata, anche soltanto in allenamento. Si trattava di piccole abrasioni della superficie marrone, provocate certamente dal nastro telato bianco con il quale lo svedese proteggeva le dita della mano destra e parte del palmo della sinistra.
Dopo aver appoggiato, soddisfatti della nostra scoperta, la Donnay sul tavolino, lei accese una sigaretta e io, mentre mi passava il pacchetto, decisi di dirle che per la prima volta, quella sera, avevo cucinato per qualcuno. Non so se fu a causa della vicinanza o per spontanea sincerità che lei allora mi guardò dritto negli occhi; certo è che in quel preciso momento - prima che tutto si dilatasse fino a un contatto completo - credo di avere visto nei suoi occhi ciò che io avevo provato pensando"questa è la prima volta che cucino per qualcuno".
Stavo fumando anche il mattino dopo, appoggiato allo stipite della porta della stanza da letto mentre lei ancora dormiva. Tenevo la sigaretta leggermente spostata verso il basso e guardavo in direzione di una prospettiva ben definita comprendente, in sequenza, il fumo della sigaretta, il letto, il poster del Museum of Modern Art di New York: Composizione con rosso e nero, di Piet Mondrian.
Da quella posizione guardavo la traballante striscia grigia distendersi compatta, come un lenzuolo in movimento, sopra al seno di Ingrid, che io stesso, inavvertitamente, avevo lasciato scoperto mentre mi alzavo. Poi, quando quel velo sottile si smarrì nella cenere, mi bastò spostare gli occhi a sinistra per seguire con lo sguardo un lungo rettangolo, questa volta di luce, che entrava dalla finestra. Da poco aveva raggiunto l'altezza dove io lo aspettavo e, dopo averlo visto fare una specie di slalom fra le tende giallo ocra, lo guardai tagliare trasversalmente la stanza da letto, in un percorso che lo portò a inquadrare solo per me l'espressione che, quel mattino, c'era nel sonno di Ingrid.

Dal porticato giungono i rumori di sedie spostate, di voci confuse. Mi piego sulle ginocchia, raccolgo un pezzo di terra rossa che si sgretola fra le mani come fosse sabbia, e la faccio scivolare sulla brace della sigaretta ormai quasi al filtro. Guardo la brace spegnersi con uno sfrigolio un po' sordo, poi mi tiro su, la lancio in alto con la sinistra e - come un Monsieur Hulot decisamente più basso - improvviso una volèe alta di rovescio, una Veronica. Ritornato a una posizione statica, le mani in tasca, penso che mi piacerebbe poter calcolare la quantità d'aria che ho spostato effettuando quel movimento. Di destro, intanto, scalcio il mozzicone che dritto, incurante della mia volèe, era piombato ai miei piedi.
Il brusio proveniente dal porticato si frammenta sempre più, dividendosi in suoni che vanno a occupare spazi differenti. C'è un via vai quasi frenetico fra il porticato e l'interno dell'abitazione. Io non vi faccio molto caso e mi accorgo invece di avere compiuto per intero il giro del campo. è come se fossi passato dalla parte dello sfidante a quella dello sfidato: l'unico modo per non perdere mai, penso, e sorrido abbassando la testa. Quando raggiungo il cancelletto mi volto per un ultimo sguardo a quel che rimane di un campo di tennis. Il colpo d'occhio complessivo è proprio quello di un manto erboso che si stia sostituendo alla terra rossa e penso allora per l'ultima volta a un sobborgo di Londra e a una giornata trascorsa laggiù grazie a un biglietto verde numero 827.
Dalla villa i rumori hanno assunto adesso un'identità definita, si sono spostati uno a uno verso il piazzale d'entrata, dove sono parcheggiate le automobili.
Sono ancora voltato verso l'ex rettangolo di gioco quando sento qualcuno gridarmi che è tardi, che è ora di andare. Allora mi ravvio i capelli, mi giro e, guardando in basso, spero sia Ilana, adesso, a vedermi affrettare i movimenti, abbottonare la giacca, richiudere il cancelletto alle mie spalle e da lì, con le mani in tasca, andare verso di lei.




2. Giornale radio


Da più di un anno, ormai, qualcosa mi impedisce il risveglio spontaneo, quello che, grazie a certi automatismi interni, ci fa aprire gli occhi ogni giorno alla stessa ora, o quello casuale, provocato da un rumore improvviso, da una telefonata inaspettata, da una voce sulle scale. Il mio sonno, in altre parole, ha involontariamente trovato, all'inizio della mattina, un suo ostacolo esterno, una compagnia non del tutto gradita.

Ho sempre avuto un rapporto difficile con le sveglie. Ogni volta in cui mi sono trovato costretto a usarne una, ho passato la notte in bianco. Non c'è un motivo preciso. Forse non sopporto l'idea del sonno accompagnato e poi bruscamente interrotto da un orologio. Ne ho avuti di ogni tipo. A cominciare dalla sveglia svizzera che i miei comperarono a Berna nel 1959, durante il loro viaggio di nozze, e la cui suoneria assomigliava al campanello d'allarme degli ascensori. Fu la prima che usai. Una volta soltanto. I miei molto di più, ma adesso chissà dov'è finita. Oppure quella scatola di plastica grigia, una delle prime sveglie elettroniche a batteria: la Odo Electronic lic.ato, made in France, con i puntini delle ore fosforescenti come le lancette, che aveva regolato il sonno di mia madre lungo tutti i miei anni di scuola suonando - con un"bzzz" prolungato - alle 7 di ogni mattina dal lunedì al sabato. Poi alle 7 e 10 mia madre veniva a svegliarmi. Così il funzionamento della Odo mi arrivava di riflesso. Sono passato quindi - e mi sono fermato lì - alle sveglie al quarzo, silenziose e precise: una Quarz Casio MA-3, made in Japan, con ben quattro tipi di suoneria, due normali - una più, una meno ritmata - e due motivi musicali, la Sonata K 545 di Mozart e la colonna sonora del film La Stangata, quello con Paul Newman e Robert Redford. L'ho regolata una volta che dovevo partire per Parigi, ma la spensi qualche ora prima che La Stangata si abbattesse su di me e gli altri inquilini del palazzo. Attualmente l'ho sostituita con un orologio da polso Tiqua che mio padre mi regalò per il mio ventesimo compleanno. Ha quattro funzioni: sveglia, timer - che, oltre ai piloti d'aereo, immagino possa servire soltanto ai terroristi - cronometro, e un altro fuso orario. Sta sopra al comodino e, grazie alla lampadina interna, lo uso per vedere l'ora durante la notte. La sveglia è ancora regolata per le 5 del mattino del 10 agosto di tre anni fa, quando non la feci suonare e l'aereo per tornare dalla Grecia lo presi lo stesso. A causa della differenza di qualche centimetro sul mappamondo, ogni volta che lo guardo so che in realtà quel 5 qui in Italia è come se fosse un 4 e allora - guardandolo - fatico a ricollegare quel numero al mio viaggio vecchio ormai di tre anni. L'unica immagine che mi torna in mente è quella di me che chiedo all'impiegata dell'agenzia di Hydra a che ora partirà l'aliscafo per Atene, nient'altro. A lungo ho ignorato la funzione del fuso orario, almeno fino a due anni fa, da quando, cioè, mi indica con precisione l'orario di San Paolo in Brasile. Quattro ore in meno. Spesso mi capita di controllarlo, di far coincidere perfettamente anche i secondi, quasi a cercare, in quella precisione, i movimenti di qualcuno che conosco e che - non sono mai riuscito a spiegarmelo - ha scelto di vivere laggiù. Al polso porto adesso un Chronographe Suisse Ancre 17 rubis con lancette e numeri d'oro. è un orologio degli anni '30 che apparteneva a mio nonno paterno. Ogni mattina devo caricarlo e riportarlo avanti di quei tre minuti che perde la notte lontano dal mio polso. Molti usano la radiosveglia, qualche amico me l'ha pure consigliata, ma io non ho mai voluto provarla. Quale futuro può avere una giornata incominciata con un'intervista ad Andreotti o una canzone di Iglesias? Eppure, da più di un anno, è proprio il giornale radio delle 8 a svegliarmi la mattina.

A voler essere precisi, dato l'argomento orologi, la radio si accende in concomitanza del segnale orario delle 8. Io però mi sveglio a seconda del tono di voce dei giornalisti che si avvicendano al microfono. Così può anche succedere che qualche mattina io riesca a passarla indenne e non mi accorga proprio di nulla. Soltanto le notizie veramente importanti riescono sempre a svegliarmi, probabilmente perché il tono di voce del giornalista diventa in quel momento più solenne e deciso, spesso drammatico. La radio si spegne poi verso le 8 e 45, dopo avere dato voce anche a qualche spot pubblicitario.

Non so quale sia la marca di questa radio, non ne conosco né le dimensioni né il colore, tantomeno il funzionamento che le permette di accendersi alle 8 in punto di ogni mattina. Posso soltanto dire che il suo volume mi giunge attenuato, filtrato. è la radiosveglia del mio vicino di casa.

Non posso definirlo il vicino della porta accanto, soltanto le nostre stanze da letto sono divise dal muro, ma i rispettivi appartamenti si raggiungono da differenti entrate e rampe di scale. Così non ho mai corso il rischio di trovarmelo di fronte uscendo di casa o entrandone, né ho mai cercato di incontrarlo. Quel che so di lui sono frammenti di pettegolezzi raccolti dal panettiere, dall'alimentarista, dal tabaccaio. Ma sono notizie scarne, perché appena intuisco che si sta parlando di lui mi tuffo fischiettando a guardare tra gli scaffali di pasta, di vino, di biscotti. Oppure esco subito, senza salutare né avere comperato nulla. Da quanto ho capito, ha una Fiat Uno blu e la barba. Poi anche - ne sono sicuro ma non l'ho sentito da nessuno - un cappotto, almeno un paio di giacche, un impermeabile, scarpe estive e invernali. Occhiali forse sì, forse no. Per informazioni più dettagliate sul colore del cappotto e il modello delle scarpe da lui preferite sarebbe comunque sufficiente rivolgersi all'anziana signora del quinto piano.

Lui di me, invece, dovrebbe sapere molto di più. Possiedo infatti un radioregistratore (FM, SW, MW) e un piccolo televisore a colori. Il primo mi permette di sentire le radio private e di ascoltare la mia musica preferita, anche se, a essere sincero, non ho delle preferenze definite, precise, forse il rock, ma anche certo pop e, perché no, la classica ma non la lirica. Il televisore mi serve per vedere il telegiornale, qualche buon film e gli avvenimenti sportivi. E poi ho il telefono. Questo gli ha dato modo di sentire quotidianamente la mia voce e sapere che mi chiamo Antonio. Non molto di più credo, vista la mia reticenza nei confronti della cornetta e non soltanto di quella. Forse ha potuto intuire, dal modo come parlo, dal tono della mia voce, che all'altro capo dell'apparecchio c'è da qualche tempo una donna.

Una mattina ha potuto sentire le mie parole di questa telefonata. Squilli cinque, più o meno. Mi stavo lavando.
"Pronto?".
"...".
"Sono io. Chi altri vorresti?".
"...".
"Lo sai che sto benissimo da solo. Comunque non c'è male, a parte il dentifricio che mi scricchiola in bocca. E tu?".
"...".
"E la febbre?".
"...".
"Sono un buon antibiotico allora".
"...".
"Certo".
"...".
"Come ieri, e il vestito nero che avevi quel giorno. E se non ti truccassi?".
"...".
"Grazie. A dopo".
Il rumore sordo della cornetta riagganciata non può averlo sentito perché il telefono è portatile e basta spostare un tasto bianco per chiudere la comunicazione. A volte mi domando quale idea si sia fatto di Ilana. Lei non è mai stata qui, però ci telefoniamo ogni giorno.

è difficile immaginare il lavoro del mio vicino. Non ha orari regolari, anche se credo che spesso la mattina la sua radio parli al vuoto della stanza e a me che il più delle volte non vorrei. Dicono sia insegnante. è probabile, infatti mi sembra manchi più al mattino che al pomeriggio. Ma non posso dirlo con certezza, dato che la mattina sono quasi sempre in casa ed esco verso sera. Certo che lui, attraverso i ripetuti rumori e qualche telefonata, deve avere raccolto numerosi indizi su di me, sulle mie abitudini, su ciò che faccio. Se questo fosse un gioco - e chi può dire che non lo sia? - lui partirebbe nettamente favorito.

A volte, nel tardo pomeriggio, prima di uscire, mi capita di ritrovarmi disteso sul letto, al buio, con le cuffie del walkman sugli orecchi. In quei momenti il fatto che tutto quello che sta avvenendo al di là della parete mi sfugga, fa sì che spesso io sia indeciso se proseguire l'ascolto musicale o se restare concentrato sui rumori. Poi scelgo la musica, lasciando al caso ogni indizio ulteriore che, se troppo chiaro, potrebbe farmi scoprire un vicino di casa qualunque, noioso come soltanto certi vicini di casa sanno essere.

La sua presenza si è sempre manifestata attraverso i rumori: la chiave che entra nella serratura, gli oggetti spostati, le porte dell'armadio, il cigolio del letto e, soprattutto d'inverno, i colpi di tosse.

Ogni volta che mi affaccio alla finestra per fumare una sigaretta so che lui potrebbe in quel momento fare altrettanto. Apro lentamente le imposte e guardo subito in avanti per non vedermelo lì accanto, sulla destra, dove comunque lui non c'è mai. Forse non fuma o, peggio, lo fa in casa. Da qui si vedono due palazzi affiancati, uno verde e l'altro marrone. Al centro, più indietro di almeno trenta metri, in mezzo all'apertura lasciata dai due palazzi, c'è una scuola elementare con un ampio prato davanti. La mia finestra è la punta di questo triangolo isoscele. Lui, affacciandosi, ha invece una visuale più spostata verso destra e certamente non vede quel salice che sta subito dietro al palazzo verde.

Una notte sono rientrato molto tardi. Mi capita, a volte. Sbottonavo la camicia dopo avere slacciato la cravatta e sentii una donna di là dal muro dire ad alta voce che sì, grazie, avrebbe volentieri bevuto qualcosa. Lui stava in un'altra parte dell'appartamento e non sentii le sue parole. Mi liberai in fretta - io di solito lentissimo - dei vestiti. Afferrai il walkman e vi infilai la prima cassetta che mi capitò in mano, una musica forte quanto bastava per coprire, a giusto volume, ogni rumore esterno. Eppure avrei probabilmente sentito soltanto dei gemiti, dei sussurri, il cigolio del letto. Accompagnato da quelle note mi chiedevo quali ulteriori cambiamenti avrebbe portato un tale cambiamento già di per sé enorme. Mi ero abituato a questo vicino silenzioso del quale conoscevo soltanto i movimenti nella stanza, i colpi di tosse, il rumore dei passi. In rapporto a questi elementi sonori io avevo calcolato con precisione ogni fonte di rumore, di segnali che a mia volta potevo offrirgli: lavorare sempre alle stesse ore, ascoltare un determinato genere di musica a seconda degli orari, la mia voce al telefono sempre più attenta al vicino in ascolto che all'interlocutore dall'altra parte del filo. Persino parlando con Ilana mi tenevo sotto controllo. Oppure con quel falegname che un giorno venne a portarmi gli scaffali nuovi per la libreria e con il quale feci del mio meglio per non far trasparire indizi precisi sulla mia vita. Soltanto quando, dopo un paio d'ore di equilibrismi linguistici, il falegname se ne andò, mi accorsi che di là non c'era nessuno. Adesso questa donna scombinava tutto. Ogni cosa sarebbe stata più chiara. In poche ore avrei scoperto gran parte degli aspetti del mio vicino. Il gioco sarebbe finito. Mi addormentai su Sister Moon di Sting, e l'indomani mattina quella voce femminile era sparita. Nè la sentii più.

Ero al cinema con Ilana, ai posti 21 e 22 della prima fila centrale giù in platea. Discutemmo un po' prima di sederci. Entrambi preferiamo i numeri dispari e uno di noi due doveva per forza cedere. Decidemmo per un tempo a testa e quando, poco dopo, sullo schermo, l'angelo Cassiel è accanto al narratore nella biblioteca, Ilana mi disse che forse, arrivati a questo punto, avremmo anche potuto vivere insieme. Disse proprio così. Non ne avevamo mai parlato prima d'ora e non capivo a quale punto si riferisse.

Da quel momento il film di Wenders divenne soltanto il punto d'appoggio del mio stupore. Ritornai a vederlo qualche giorno dopo, da solo.

Intanto, lì, accanto a lei, pensavo a noi due insieme dentro al nostro appartamento nuovo. Vedevo già il suo piumino a fantasie rosa e bianche su sfondo nero appeso accanto al mio cappotto grigio scuro e noi due affacciati di sera alla finestra a fumare mentre io con la mano sinistra le indico un posto laggiù in fondo e poi mi giro, le tolgo la Philip Morris dalle labbra e la bacio. Dopo alcune sequenze di rinnovata attenzione per il film cominciai a pensare anche ai nuovi vicini di casa, magari nient'affatto silenziosi o, peggio, addirittura nostri conoscenti dopo solo poche settimane. Immaginai le mie giornate dentro a un appartamento del centro dove quotidianamente qualcuno sempre diverso viene a farci visita e interrompe il mio lavoro per fare quattro chiacchiere insieme o per imparare a giocare a backgammon, per ascoltare un disco o per invitarci su da loro a bere qualcosa perché fa più fresco in estate o perché fa più caldo in inverno, e scoprire così di avere scelto l'appartamento più malandato del condominio. Qualche metro di pellicola un po' a colori, un po' in bianco e nero di Wenders e già avevo nostalgia del mio silenzioso vicino di casa. Però io amo Ilana. Me ne resi conto una notte, quasi all'alba, in casa di amici. Dormiva appoggiata al bracciolo di una poltrona nera in pelle, le mani a cuscino, i capelli scomposti a coprire per metà il viso, il rossetto mezzo consumato. Io, a pochi centimetri, ne ascoltavo il respiro. Rubai a lungo quell'immagine. Fu così che mi accorsi di amarla davvero e, quando Solveig Dommartin dice all'ex angelo Bruno Ganz:"Deciditi", le dissi che avremmo potuto provare ma che bisognava trovare un alloggio adatto. Scelsi apposta quel momento per parlare: la mia decisione mi sembrava altrettanto importante. Poi, sui titoli di coda, lei mi disse grazie e mi baciò. Ma avrei dovuto essere io a farlo.

Quando fummo fuori, mentre Ilana elencava le varie possibilità di sistemazione, mi chiesi che ne avrei fatto di quel muto vicino che da più di un anno regolava i miei risvegli, i miei movimenti, la mia musica preferita e più o meno tutta la mia giornata trascorsa in casa. Fra qualche giorno - Ilana sa essere decisa e svelta - lui avrebbe sentito qualche ora di trambusto e poi più nulla. E mentre mi vedevo sistemare le mie cose nel nuovo appartamento cercando di armonizzarle a quelle di Ilana, pensavo a lui che in quello stesso istante avrebbe già cominciato ad abituarsi a una nuova voce, a un altro gusto musicale e a dei rumori completamente diversi dai miei. Questa volta, poi, dopo un breve periodo di tempo, sarebbe pure riuscito a conoscere il nuovo inquilino, magari a diventarne amico. Appoggiato al palo della fermata dell'autobus stavo giocando con una ciocca di capelli di Ilana quando lei si accorse che i miei pensieri non seguivano le sue parole, ma non mi disse nulla e arrivò il suo 10 a riportarla a casa.

Il mio 2 passò qualche minuto più tardi e lungo tutto il tragitto ne fui l'unico passeggero. A impedirmi di pensare alla mia novità si occupo' il transistor del conducente che trasmetteva le interviste di non so quale dopo partita di una squadra di basket locale. è strano come i giocatori di pallacanestro, soprattutto i pivot, abbiano le voci molto simili fra loro. Quando entrai nella mia stanza mi appoggiai alla libreria e guardai il muro che mi divide dal vicino. All'altezza dei miei occhi c'era il vecchio buco lasciato da un chiodo che da anni non riesco mai a coprire. I poster che gli stanno attorno servono a nascondere altri buchi molto più ampi. Non sono mai riuscito a trovare una misura che mi permettesse di farli sparire tutti. Mentre gli altri fori seguono una loro simmetria ideale, questo qui, spostato a destra, scappa verso il basso."Chissà cosa potevo averci appeso laggiù", dissi fra me e me. Dovevo essermi talmente abituato alla presenza di quel buco che quella notte mi sembrò di vederlo per la prima volta dopo anni. Da quel momento lo lasciai in eredità all'inquilino che mi avrebbe sostituito. Con tutti gli altri in omaggio, sicuro però che, chiunque egli fosse stato, non ci si sarebbe affezionato quanto me. Ma non era esattamente a questo che stavo pensando mentre fissavo quel puntino nero sulla parete bianca. Stavo in realtà cercando un modo per congedarmi degnamente dal mio vicino. Di solito, in occasioni del genere, si lascia una pianta, un disco, un libro. Un ricordo insomma. Anche questa volta però non avevo nessuna intenzione di parlarci insieme o di vederlo. C'era invece adesso in me il desiderio di sapere qualcosa di più su di lui. Era la prima volta che pensavo di non lasciare tutto in mano al caso. Decisi allora di mettere in atto da subito un esercizio alquanto complicato e - a ripensarci oggi - davvero bizzarro, che già da un po' mi frullava per la testa. Ero convinto che attraverso i rumori provenienti dall'altra parte della parete ci fosse la possibilità di riuscire a ricostruire mentalmente l'arredamento scelto dal mio vicino. Se avessi prestato più attenzione ai soliti rumori, se li avessi isolati e ripetuti un paio di volte nella mia mente, ero certo che sarei riuscito a immaginarmi la sua stanza, il modo in cui era posizionato il letto, da quale parte stava l'armadio, se c'era o no un tappeto. Soltanto qualche ora di concentrazione e sarei stato in grado - non avevo alcun dubbio - di disegnare su un foglio la piantina della sua camera. Mi distesi sul letto e, al buio, incominciai ad ascoltare.

Ci fu qualche minuto di silenzio, e mentre mettevo a fuoco delle tende bianche in terital, un armadio in tek e, sopra al comodino, la copertina rosa del romanzo di un semiologo piemontese, mi addormentai.

Il mattino seguente mi svegliai con il sommario del giornale radio. Rimasi a lungo a guardare il soffitto e ascoltai attentamente soltanto le notizie sportive. Mats Wilander aveva battuto Ivan Lendl nella finale degli Open degli Stati Uniti a Flushing Meadow e io sognavo ancora che Borg, ormai trentaduenne, ritornasse di nuovo a metterli tutti in riga come ai bei tempi. La serata precedente me l'ero da tempo organizzata per vedere quell'incontro in televisione, ma Ilana aveva voluto a tutti i costi che mantenessi la promessa di accompagnarla al cinema e oggi conoscevo il motivo di quell'insistenza. Naturalmente non ripensai più all'idea assurda della notte scorsa e quando mi sembrò che il vicino non fosse più nella sua stanza mi alzai, mentre la sua radiosveglia passava uno spot della Sony che nella versione televisiva mi piaceva molto. Mi lavai, feci colazione e, inzuppando questa volta una comunissima fetta biscottata spalmata di miele dentro al tè, mi venne un'idea che, a torto, giudicai più semplice della precedente. Non volevo essere disturbato durante la sua messa in atto, perciò mi misi a trafficare con la segreteria telefonica che avevo comperato da più di una settimana ma non avevo ancora collegato al telefono. Mi ci volle mezz'ora prima di farla funzionare. Registrai un generico messaggio adatto a qualsiasi tipo di chiamata, mi chiesi se nel nuovo appartamento Ilana e io avremmo magari registrato un messaggio a due voci, poi presi un foglio bianco e lo infilai nella macchina da scrivere.

Caro vicino,
da più di un anno (quasi uno e mezzo a dire il vero) mi sveglio alla sua stessa ora, nella stessa maniera che lei ha scelto per sé. Ho faticato molto a trovare la capacità di adeguarmi a questa situazione.
Nel frattempo, ho imparato a decifrare ogni suo rumore e a interpretare le sue abitudini. Di lei so soltanto questo o poco più. Non l'ho mai vista, né lei, credo, ha mai visto me.
Volevo in qualche modo avvertirla (chiedendomi comunque se ciò potrà interessarla) che fra qualche giorno lascerò questo appartamento e allora non sarà più - finalmente, potrei dire - il suo giornale radio a svegliarmi, anche se non so ancora da cosa o da chi verrà sostituito.
Per quel che la riguarda, lei non sarà più costretto a condividere le mie giornate in casa, i miei gusti musicali e i miei colloqui telefonici. Mi auguro però lei possa immaginare le varie possibilità di sostituzione del sottoscritto. Potrebbe arrivarle accanto un aspirante violinista oppure uno scultore, ma queste, per sua fortuna, sono professioni assai rare. Potrebbero invece incominciare dei lunghissimi lavori di restauro, viste le condizioni in cui questo appartamento è ridotto.
Insomma, mi piacerebbe farle capire che non sa che cosa sta perdendo.

Mi fermai. Non sapevo come continuare e non ero convinto del tono che avevo usato. Accesi una sigaretta, andai alla finestra e mi sembrò di compiere quello che nel calcio si chiama un salvataggio in corner. Gli alunni della scuola elementare dovevano essere nell'intervallo. Alcuni si rincorrevano per il prato svanendo lievemente dietro al fumo che usciva dalla brace della sigaretta. Nell'attimo di permanenza all'interno di quella cornice offuscata sembrava si muovessero come dentro il flash-back di un film francese di cui non ricordavo il titolo. Suonò il telefono, rientrai e al secondo squillo partì il messaggio. Era Ilana. Alzai il volume della segreteria:"Non commento questa novità dato che mi lasci solo pochi secondi. Comunque ne ho una anch'io: ti invito a pranzo per presentarti Ginevra, la mia nuova gatta grigia. Ti aspetto. Un bacione". Sorrisi, come sempre facevo quando Ilana mi diceva:"Un bacione". Provo ogni volta a immaginarmelo questo grandissimo bacio, solo che lo faccio pensando non all'intensità - perché credo che a questo lei si riferisca - ma alle dimensioni, al bacio come oggetto, perciò a metri e centimetri di qualcosa di straordinario, che però non esiste. Poi, dopo aver pensato per un attimo al menu, ricominciai a scrivere.

Ecco. Spero lei sia di là in questo momento, perché le ho finalmente regalato la voce di Ilana. Già, è così che si chiama se non l'avesse capito (bel nome, no?). è per lei che me ne vado e devo ammettere che ne sono felice, nonostante Ginevra. Ma, vede, sarà difficile cambiare dei meccanismi che ormai funzionavano perfettamente da tanto tempo. Lei, i suoi rumori, la sua radiosveglia, eravate l'aspetto fondamentale di questo complesso sistema di organizzazione. Anzi, per me, professionista della pigrizia, siete stati come un necessario regolatore. Da solo non ci sarei mai riuscito e di questo non posso che ringraziarla sentitamente.
Prima ho scritto che lei non sa cosa sta perdendo. Anch'io, credo, rischio di perdere qualcosa di irrecuperabile andandomene da qui o, forse, sono le incognite che mi aspettano a farmelo pensare.
Soltanto adesso, caro vicino, mi accorgo di averla annoiata forse troppo durante quest'ultimo anno e mezzo. Ora ci mancava anche questa lettera. Non mi resta allora che salutarla e, che strano, non posso neanche dirle arrivederci. Comunque auguri e, soprattutto, buona permanenza fra queste mura.

Il suo ex vicino.

Tolsi il foglio dal carrello. Rilessi attentamente, ritoccai alcune sviste, pensai di firmare con le mie iniziali, ma non lo feci. Poi, con molta cura, lo piegai due volte, facendone combaciare gli angoli. Scelsi una busta normale, di quelle bianche quasi quadrate e vi infilai la lettera. Accanto alla scrivania, in un angolo polveroso, c'era la mia vecchia racchetta da tennis. La pulii con uno straccio e levai la custodia nera dove, sopra a tre strisce orizzontali arancione- giallo-arancione, stava scritto"DONNAY" in bianco. Più su, nello stesso colore e semicircolare,"Allwood". Guardai fuori dalla finestra e non vidi nessuno; nessuno che potesse assistere a ciò che stavo per fare. Dal cassetto in fondo alla scrivania, tra vecchie fotografie e rullini non ancora sviluppati, tirai fuori il nastro biadesivo e ne applicai una striscia sul bordo esterno dell'ovale, all'altezza, più o meno, di dove si dovrebbe colpire la pallina secondo i manuali. Vi appoggiai la lettera attento a non premerla troppo sul nastro. Poi aprii la finestra, impugnai la Donnay e, senza preoccuparmi troppo della presenza del mio vicino oppure di qualche involontario spettatore, mi sporsi subito verso destra, aggrappandomi con la mano sinistra al ferro arrugginito che serve a stendere il bucato. Mi allungai il più possibile verso la sua finestra e quando riuscii a far entrare la lettera per metà dentro la fessura della struttura metallica inferiore della controfinestra, ruotai il polso a destra e tirai con forza la racchetta verso l'alto. L'operazione mi riuscì più facile di quanto avessi previsto, anche se un pezzetto di busta rimase attaccato al nastro biadesivo. Ebbi la sensazione che qualcuno mi avesse visto, rientrai e, in bagno, mi lavai le mani per togliere dalla sinistra le tracce di ruggine che vi erano rimaste. Chinato sul lavandino, l'acqua sul viso, mi guardai allo specchio nell'atteggiamento di un centometrista pronto ai blocchi di partenza. Nei miei occhi vidi lo sguardo di chi ha già fatto una falsa partenza e non potrà più, adesso, cogliere di sorpresa gli avversari. Ritornai nella mia stanza e sostituii il nastro biadesivo alla racchetta, aprii la finestra, mi sporsi il più possibile verso destra e ripetei esattamente la stessa operazione di prima, con l'unica differenza di girare il polso al contrario, verso sinistra, per fare in questo modo uscire la lettera dalla fessura della controfinestra. Quando la ebbi tra le mani dopo averla staccata con attenzione dal bordo della racchetta, la ripiegai più volte e la trasformai subito in tanti rettangolini di dimensioni uguali che finirono dentro al cestino senza nemmeno sparpagliarsi. Le mani questa volta le sfregai sui pantaloni, cambiai gli occhiali da miope con quelli da sole, indossai la giacca e uscii domandandomi cosa c'entrasse Ginevra, insieme alle sue banche e al suo monumento all'acqua, con il nome di un gatto.

Seguirono un paio di giorni di attesa durante i quali tutto proseguì come al solito. Poi, l'altro ieri, lo squillo del telefono verso le quattro del pomeriggio. E lui di là, a sentire, di nuovo, soltanto la mia parte di conversazione. Nessun regalo questa volta.
"Pronto?"
"...".
"Di già?... Ma non sono introvabili?".
"...".
"No... No, anzi".
"...".
"Sì... Si, è una bella zona...".
"...".
"Sì... Sì, va bene".
"...".
"Sì... Sì... Ciao...".
Non pensavo di avere una reazione tale di stupore, di perplessità. Sentivo il bisogno di guadagnare tempo, di fare un po' di melina, come l'Olanda di Johann Cruijff ai mondiali di calcio del '74. Avrei allora passato ripetutamente la palla all'indietro facendo il difficile con Ilana sulla posizione dell'appartamento: se fosse stato sulla strada avrei potuto dire che lo preferivo sul retro, oppure viceversa, insistendo poi dell'assoluta necessità da parte mia del rumore del traffico per lavorare, per concentrarmi, e se lei a questo punto mi avesse schiaffeggiato ne avrebbe avuto tutte le ragioni. Invece, non mi restava che calciare il pallone in tribuna e riporre il telefono sul suo supporto che si dovrebbe chiamare base centrale ma che mi fa venire in mente un film di fantascienza e perciò non la nomino mai.

Poi, ieri mattina, da ultimo, un episodio del tutto nuovo, verso le dieci e mezzo.

Fino a quel momento non avevo mai sentito la voce del mio vicino. Deve essersi procurato un registratore a cassetta - anche questo, come la radiosveglia, di pessima qualità - ho distinto chiaramente il rumore dei tasti - riavvolgimento, play, stop - premuti ripetutamente dalle sue dita. Ha ascoltato due o tre volte un vecchio - ma bellissimo - disco di Leonard Cohen, canticchiandoci sopra. L'interesse a questo genere di musica potrebbe confermare l'ipotesi - mia e di alcune casalinghe del vicinato - che egli abbia qualche anno più di me. Almeno tre o quattro, direi. La sua voce, comunque, non ha nulla di particolare: una voce maschile. Che canticchia, fra l'altro. Però una voce che ha cominciato a farsi sentire, a scoprirsi.

Il nuovo appartamento è molto bello. Un vero affare. Al terzo piano di un condominio lungo uno dei principali quartieri della città. Si affaccia sulla strada, ma il rumore giunge attutito. Due stanze, un ampio salone, cucina, bagno, magazzino e una stanza più piccola che diventerà il nostro studio. Ilana ha suggerito di mettere le scrivanie una di fronte all'altra e io, bruscamente, ho risposto di no, senza però dirle che con lei davanti non sarei mai riuscito a fare nulla. L'ho vista allora abbassare gli occhi e uscire sul terrazzo, dove l'ho raggiunta e l'avrei abbracciata, se non ci fosse stato uno che mi sembrava ci guardasse dal palazzo di fronte.

Nella mia vecchia casa, invece, mi sono appena alzato dalla scrivania che con quella di Ilana vedremo di sistemare e mi appoggio alla parete che divide questa stanza da quella del vicino. Guardo di fronte a me la libreria e la scrivania sempre in disordine e guai a metterla a posto, non ritroverei più nulla. Alla mia destra l'armadio, a sinistra il letto e poco sopra, sul muro, la traccia nera di quel vecchio chiodo. Più su ancora, il poster del film Paris, Texas, con Nastassja Kinski, bionda, che sta lì a ricordarmi qualcuno. Sotto alla finestra il mobiletto con la macchina da scrivere e la poltrona ingombrante ma indispensabile in alcuni momenti. Tra poco sarà qui Piero con il suo furgoncino e insieme a Ilana cominceremo a svuotare tutto. Compresa la cucina e il bagno già semivuoti. Il nuovo appartamento è certamente più grande di questo buco, ma dovrò per forza rinunciare a qualcosa, magari alle riviste, per far entrare anche le cose di Ilana. Il vero problema sono i libri. Dovremo sicuramente far sparire tutti i titoli doppi, e sono molti. Forse litigheremo. Oppure no, ci divertiremo e alla fine saremo costretti ad affittare un garage nelle vicinanze soltanto per loro. Poi mi giro verso la parete, appoggio l'orecchio e sto ad ascoltare fino a che non sento un rumore come di scarpe spostate da qui a lì e allora alzo la mano stretta a pugno e, con forza, batto tre volte sul muro. Intanto suona il campanello. Mi affaccio: Ilana e Piero e un mucchio di scatoloni vuoti mi guardano dal basso.

Più tardi, quando l'appartamento sarà finalmente vuoto e avremo già fatto un paio di viaggi avanti e indietro e gli altri saranno giù ad aspettarmi, io, dopo un ultimo sguardo alla mia stanza, mi accorgerò di qualcosa di bianco sul davanzale della finestra. Una busta non incollata che aprirò tremando leggermente. Dentro, una carta ruvida e una calligrafia larga, inclinata verso destra, tracciata con un pennino di media misura e inchiostro color seppia. Leggerò la data di oggi e poi, al centro del foglio, queste poche parole:
Mi dispiace che Lei se ne vada.




3. Chattanooga


Erano settimane che mi preparavo ad assistere all'eclissi di luna di questa notte e avevo pensato di aspettarla in un luogo meno affollato di questo, più buio. Ecco perché ho fatto di tutto per trovare un posto appartato, il più esterno possibile e con la luna qui a fianco, a mia completa disposizione, ancora piena e ben visibile fra i rami di due alberi che non so riconoscere ma che potrebbero essere dei pini marittimi. Sono poche le poltroncine di vimini sparpagliate qui attorno, in questa specie di piazzola sollevata rispetto al resto della discoteca.

Per arrivare a occuparne una ho dovuto organizzare un vero e proprio piano d'azione. Prima mi muovevo a caso su e giù, ma quelle che si liberavano erano sempre al di fuori della mia portata. Soltanto un paio di volte ho tentato di raggiungerne una, ma sono sempre stato preceduto da qualcuno che sbucava all'improvviso. Così, per evitare di giocare involontariamente a una stravagante versione dei quattro cantoni, mi sono appostato alle spalle di quella dove sono seduto adesso.

L'attesa è stata talmente lunga che per non desistere ho immaginato di fare la posta non alla poltroncina, ma alla sua occupante, una ragazza mora, capelli lunghi, che per tutto il tempo non ho mai potuto vedere in viso e che quando si è alzata, preso dalla soddisfazione e dalla frenesia di sedermi, ho completamente scordato di guardare.

La poltroncina è accostata a un muretto bianco non molto alto che circonda una pista da ballo in questo momento affollatissima, attraversata da fasci di luce multicolori e invasa dalle note di una musica ripetitiva e assordante che qui, per fortuna, arriva attutita di qualche decibel. è una musica martellante, dal ritmo monotono e inebetente, la chiamano - ho letto da qualche parte - Acid Tracks, derivazione della House Music, composta utilizzando apparecchiature elettroniche, ma dal ritmo ancora più insistente, quasi paranoico:"psichedelico", l'ha definito qualcuno. La conseguenza di questi ritmi sono i giochi di luce assillanti quanto la musica, creati dalle luci stroboscopiche che, alternando ad altissima velocità il loro bianco insostenibile al buio più completo, trasformano il ballo in allucinate evoluzioni al rallentatore. Mi piacerebbe vedere l'effetto di queste luci su Ilana, ma da qui, nonostante il vestito rosso che indossa questa sera, è impossibile distinguerla, spostata, insieme agli altri che sono venuti con noi, al lato opposto a questo.

La luna dovrebbe incominciare a essere mangiata dal cono d'ombra della terra alle 2 e 23, oscurarsi completamente alle 4 e 20, poi proseguire il suo cammino verso l'orizzonte dove, ancora in parte oscurata, tramonterà alle 6 e 20. Manca poco all'una. Pur avendo tutto il tempo e gli elementi per farlo, non oso calcolare quanti dischi dovranno ancora passare fra le mani del disc jockey, girare sui piatti e percuotere i miei timpani, prima di poter assistere al lento svilupparsi dell'eclissi che ho tutte le intenzioni di guardare per intero.

Il mio programma per questa sera prevedeva che Ilana e io uscissimo di casa verso l'una e mezzo per raggiungere - possibilmente in campagna - un luogo molto aperto e illuminato esclusivamente dalla luna. Lì, saremmo scesi dalla macchina, ci saremmo distesi sull'erba e, in silenzio o chiacchierando, avremmo assistito alle varie fasi dell'oscuramento fino al buio assoluto.

Mi ha elencato i nomi di chi sarebbe venuto con noi in discoteca proprio nel momento in cui, davanti alla finestra, controllavo l'attuale posizione della luna e tentavo di valutare dove si sarebbe trovata alle 2 e 23 di questa notte."Sei un orso!", ha esclamato dopo avere aspettato una replica che non poteva arrivare dato che non avevo sentito nulla. Appoggiato al davanzale stavo per dirle che in svedese orso si dice björn, ma non riuscivo a immaginare come l'avrebbe presa e dissi invece che mi sarei aggiunto a loro molto volentieri. Mi bastava che la discoteca fosse all'aperto. Questo scombinava un poco il loro progetto, ma, dopo qualche telefonata, fui accontentato.

Dell'osservazione che avrei voluto farle rimase comunque una piccola eco dentro di me, così accompagnai la giacca verde, la camicia e i pantaloni bianchi alle mie vecchie scarpe da tennis, bianche anch'esse e con una specie di"Y" dorata disegnata in orizzontale sui lati.

Ora le loro suole in gomma naturale sono appoggiate sul bordo del muretto bianco che ho di fronte. Con la poltroncina mi bilancio un po' all'indietro e continuo a guardare nella direzione dove dovrebbe essere Ilana senza però riuscire a vederla. Nel frattempo accanto a me, sopra al muretto, è salita una ragazza dai lunghi capelli biondi che indossa un corto, aderente e scollatissimo vestito nero.

Più che al ritmo della musica, ha incominciato a ballare seguendo quello delle luci stroboscopiche, agitandosi con un furore che, per quanto ne so, poco ha a che fare con il ballo. Con il braccio sinistro si regge a una delle colonne scure della tettoia che ricopre la pista, con il destro, invece, tenta di bilanciare in qualche modo il suo precario equilibrio. Le gambe, lunghissime, sono quasi ferme, perpendicolari al muretto, bloccate in fondo da un paio di scarpe nere dagli altissimi tacchi a spillo. A muoversi seguendo un ritmo frenetico è soltanto la parte superiore del corpo, soprattutto la testa che si sposta da una parte all'altra a una tale velocità che non capisco come le riesca di stare in piedi. Nonostante ciò, ogni suo movimento nasconde in sé una certa grazia. Deve trattarsi di una ballerina del locale, una di quelle che chiamano Hostess o PR.

Il viso riesco a vederlo soltanto di profilo e mi ricorda qualcuno, ma non riesco ancora a capire chi. Il corpo è completamente bagnato, liscio al posarsi delle luci sulla sua pelle. Quando il disc jockey passa a un disco ancora più movimentato lei riesce ad aumentare l'aggraziato scuotersi della sua figura al punto che da un momento all'altro mi aspetto di vederla arrancare prima di precipitare giù (perciò sono pronto ad alzarmi di scatto, gettarmi verso di lei, afferrarle una mano, salvarla). I suoi capelli ondeggiano nel vuoto in un movimento unico che soltanto una ripresa al rallentatore potrebbe tradurre nel suo percorso reale: alto basso, destra sinistra.

è nello slancio più violento fatto per voltarsi verso di me che alcune gocce si staccano dalla sua chioma bionda e mi raggiungono sul viso, rigandomi una lente degli occhiali. Lei si è fermata e mi sta guardando mentre io seguo invece il tragitto della goccia che lentamente scende fino a fermarsi sul bordo tartaruga dei miei occhiali. La traccia umida lasciata durante il suo percorso ha falsato la mia visione e quando chiudo l'altro l'occhio - quello della lente rimasta intatta - vedo allora il corpo della ballerina trasformarsi in qualcosa di indefinito, in una figura astratta. E ancora più astratta diventa quando tolgo gli occhiali per pulirli ed è come se avessi improvvisamente staccato l'antenna del televisore, magari acceso su MTV durante un video qualunque.

Li sto ancora pulendo con il fazzoletto mentre la intravedo sedersi sul muretto bianco, accanto alle mie scarpe da tennis. Riattacco l'antenna ed è come se Steffi Graf - la tennista tedesca - si fosse seduta qui, sudatissima, davanti a me, al cambio di campo di un match qualsiasi. Con la voce ansante mi chiede una sigaretta ma io non capisco e faccio segno di ripetere. Quando lo fa, le porgo il pacchetto aperto delle mie Gauloises Blondes."Non sono troppo forti?", mi chiede."Non credo", rispondo io. è proprio uguale alla Steffi Graf di quella foto che ho visto - e conservato - su un numero di Vanity Fair: vestito Norma Kamali, scarpe Genny, orologio Baume & Mercier. Non so se questo vestito o le sue scarpe rispondano a quei nomi; di certo, questa"Steffi" non ha un Baume & Mercier ma un più comune e meno caro Swatch di cui comunque non so riconoscere il modello. La guardo accavallare le gambe, lunghe e bellissime come quelle della campionessa tedesca. Mi domando di quanti centimetri - decimetri, addirittura - mi superi in altezza. Il vestito nero è ormai disegnato sulla sua pelle sempre più lucida. La parte inferiore, per via del movimento appena compiuto, si è alzata ancora, mentre la superiore non può abbassarsi più di così senza crearle, altrimenti, un inevitabile imbarazzo.

Altro genere di imbarazzo è invece quello che in questo momento mi fa stare in silenzio a seguire con la mano il ritmo della canzone che c'è su adesso. Dovrebbe intitolarsi Moments in Soul dato che sono queste le parole più ripetute in una specie di ritornello. Lei si accorge di come sto seguendo questo motivo, butta fuori una boccata di fumo e mi dice che il gruppo che la canta si chiama B.J. & The Big Family:"Ti piace?"."Sì", rispondo. Allora lei comincia a dire che si tratta di un gruppo italiano e a parlare di Italian House, di melodia mediterranea, di cose che avevo letto anch'io in una rivista musicale.

Non ho voglia, e non sarei nemmeno in grado, di portare avanti una conversazione di questo tipo, allora tiro giù le scarpe dal muretto, fingo di urtare involontariamente il suo ginocchio, mi scuso e, mentre mi riallaccio la sinistra, lei mi chiede se gioco a tennis. Deve avere notato le ombre di terra rossa ancora ben visibili attorno ai bordi della suola."Non più", rispondo, e adesso dovrei farle io quella stessa domanda. Invece, decido di approfittare dell'opportunità che mi sono procurato, perciò continuo:"Queste scarpe sono il modello più prestigioso della linea Tennis Diadora Björn Borg ed è stato creato grazie ai suggerimenti del campione svedese", e contemporaneamente a queste mie parole, alzo una scarpa e le indico l'autografo di Borg riprodotto in nero dentro la"Y" dorata. Lei mi guarda con un'aria stupita ma attenta, allora insisto:"Il nome di questo modello è Björn Borg Elite, sono rifinite a mano, la tomaia è in morbido canguro naturale, il rinforzo in punta dà maggiore consistenza e stabilità a tutta la scarpa. La suola in gomma assicura a un tempo ottima aderenza e lunga durata della calzatura. Infatti le ho da sette anni e, come puoi vedere, sono ancora in buone condizioni". E se lei fosse davvero Steffi Graf, adesso replicherebbe parlandomi delle sue Adidas Torsion Graf Competition in pelle.

Mentre illustravo le qualità delle mie scarpe da tennis ho avuto il tempo di guardarla bene e da vicino: occhi scuri dal taglio stretto e leggermente allungato come la forma delle sopracciglia, naso un po' pronunciato come quello della sua sosia che io -Êchissà perché - ho sempre trovato seducente. Nessun segno di trucco. Anche la muscolatura appena accennata lungo tutto il corpo le dà l'armonia e l'eleganza nei movimenti che è tipica della tennista tedesca.

Aspetto chissà quale replica al mio discorso e invece la sento chiedermi soltanto perché non ballo."Non posso", dico io."Ho subito un infortunio al ginocchio"."Mi dispiace", fa lei,"com'è successo?". Non pensavo volesse precisazioni, perciò improvviso:"Nell'ultima partita del torneo...", e mi interrompe:"Allora giochi davvero a tennis"."No, a scacchi. Stavo alzandomi dal tavolo e ho sbattuto contro lo spigolo". Lei mi guarda storto e io mi rendo conto di avere esagerato. Continua a fumare la sigaretta che le ho offerto e si volta a guardare la gente che balla. Sento di dover dire qualcosa per riequilibrare la conversazione, per farle capire che, in fondo, non ce l'ho con lei. Deve avere pensato di trovarsi di fronte al solito snob che non sopporta chi va in discoteca, che si sente superiore a loro per il solo fatto di non andarci mai.

A causa del movimento compiuto per voltarsi e della posizione scomoda in cui si trova - il busto girato quasi completamente rispetto alla parte inferiore del corpo - la scollatura è scesa giù fino a scoprire il seno. Forse non se n'è accorta e per un attimo ho la tentazione di dirglielo.

Tolgo le scarpe dal muretto e mi piego in avanti, verso di lei."Questa è una notte magica, lo sapevi?", le dico d'improvviso. So di non essere partito troppo bene, potrebbe sembrare un tentativo per arrivare a chissà quale proposta, ma sono sicuro di potermela cavare senza problemi. Anche lei si piega in avanti e adesso i nostri visi sono molto vicini."In che senso?", mi chiede guardandomi da sotto in su con quei suoi occhi così scuri. Ecco, adesso, dopo un sguardo simile - non ho mai visto Steffi Graf guardare qualcuno in questo modo, forse soltanto una volta, appena vinta una finale a Wimbledon, mentre un primo piano la riprendeva con gli occhi rivolti verso le tribune - dopo uno sguardo simile, dicevo, per non cedere a"Steffi", devo per forza tentare, adesso, di essere scientifico."Questa notte la luna si oscurerà completamente sopra la testa di un miliardo di persone", dico. E proseguo:"Dagli Stati Uniti all'Italia il cono d'ombra della terra comincerà a coprire fra poco più di un'ora il disco giallo della luna. Saranno allora le 2 e 23 precise e alle 4 e 20 ci sarà il punto di massimo oscuramento. Sai, a Los Angeles hanno organizzato molte feste dedicate alla luna e messo a disposizione della gente numerosi strumenti per osservare il fenomeno. Lì le eclissi complete sono rarissime, l'ultima risale addirittura al 5 febbraio 1841 e la prossima - figurati - si verificherà il 25 giugno 2020".

"Steffi" ha spento la sigaretta schiacciandola sul muretto. Mi ha guardato con attenzione mentre parlavo. Dice:"Quando hai detto magica credevo ti riferissi alle stelle cadenti, queste sono le notti migliori per vederle". Mi è vicinissima, basterebbe soltanto allungare le labbra, labbra - le sue - che adesso, accennando un sorriso, formano ai lati della bocca delle piccole parentesi proprio come su quella foto della campionessa tedesca. Ma io, invece di allungare le mie, le dico che non si tratta di stelle:"Sai, quelle tracce luminose che vediamo attraversare il cielo per non più di un secondo sono meteore e nulla hanno a che fare con le stelle".

Forse si aspettava che le allungassi davvero le mie labbra o forse stava per farlo lei. Fatto sta che adesso si è tirata un poco più indietro, irraggiungibile, forse seccata o almeno delusa. Io comunque continuo:"Sono grani di polvere che bruciano per attrito quando penetrano a grande velocità nell'atmosfera superiore della terra. Noi non vediamo il grano di polvere ma piuttosto la traccia di gas caldo che esso produce, bruciando completamente a un'altezza di circa 100 chilometri". Per essere il più esauriente possibile dovrei continuare ancora dicendo che la pioggia di meteore che si vede in questo periodo nelle notti più serene è quella delle Perseidi e che si possono vedere decine di meteore all'ora, addirittura 60 se l'osservatore si trovasse esattamente sotto il radiante, sulla verticale perfetta. Ma non faccio che ripeterlo a me stesso mentre lei mi fissa con uno sguardo sottile, rallentato dalle luci stroboscopiche e mi sussurra - per quanto è possibile sussurrare in una discoteca - delle parole che, vista la mia disquisizione astronomica, mi colgono di sorpresa:"Immagino sia proprio impossibile farti venire giù a ballare", - e magari chiedere al disc jockey di mettere un lento da ballare stretti stretti, vorrei aggiungere io -."Potrei giocarmi la carriera", replico invece toccandomi il ginocchio. Ridiamo insieme, poi mi chiede se sono qui con qualcuno e io le dico di Ilana e di tutti gli altri. Al posto di Ilana ho però detto fidanzata.

"Steffi" ha ancora sulla bocca quel sorriso chiuso fra parentesi, isolato dentro a quella zona protetta dove prima, pur invitato, ho scelto di non entrare. Inclina la testa e dice:"Il lavoro mi chiama. Ti ringrazio per tutte le informazioni, anche se io continuerò a esprimere un desiderio per ogni stella cadente che vedrò. Cercherò comunque di non perdermi l'eclissi". Poi si alza, mi bacia sulla guancia e scende giù a sparire tra la folla.

Di Ilana nessuna traccia. Potrei utilizzare la consumazione cui ho diritto ma mi dispiacerebbe perdere questa posizione, questa poltroncina così comoda.

Poi, invece, sono al banco del bar e, nonostante la mia disabitudine agli alcolici ma annichilito dalla trasparenza del body della ragazza che mi sta a fianco, ordino con sicurezza un gin-tonic, dal quale non staccherò gli occhi fino a che non l'avrò terminato. E l'ho terminato forse troppo in fretta pur di fuggire al più presto da questa situazione.

Inutile tentare di recuperare la posizione ormai irrimediabilmente perduta, perciò mi immetto in uno dei due corridoi sovrapposti che circondano la pista da ballo. Pista che si raggiunge percorrendo l'anello inferiore, mentre quello superiore porta a delle piazzole di sosta del tipo di quella dove mi trovavo prima. Sono corridoi molto stretti, con dei muretti bianchi ai lati che li fanno sembrare delle vere e proprie piste di bob. è difficile avanzare dentro a questi cunicoli pieni di gente e all'improvviso, mentre seguo involontariamente un flusso che mi sta portando chissà dove, sento una forza esterna spingermi all'indietro per alcuni secondi, al termine dei quali vengo letteralmente espulso verso l'alto, a sinistra, nell'altro anello. Qui qualcuno mi travolge in direzione opposta e mi getta ancora più in su, in una specie di salotto all'aperto dove c'è soltanto una coppia che si bacia defilata sulla destra e, al centro, uno schermo che sta mandando immagini di video musicali senza sonoro.

Ho scelto la posizione più lontana rispetto alla coppia praticamente distesa sul divano là in fondo e trovo strano che nessun altro abbia approfittato di quello dove mi sto sedendo adesso. Sullo schermo c'è un video di Lisa Stansfield. Mi pare di averlo incrociato qualche volta durante i miei blob personali messi insieme da una lieve e ripetuta pressione del pollice sui tasti del telecomando. Il titolo dovrebbe essere Time to make you mine e guardo le prime immagini con attenzione assoluta sia perché Lisa Stansfield lo merita e il video pure, sia perché non voglio incrociare le azioni di quei due laggiù che comunque non dimostrano alcun interesse nei miei confronti, neanche il minimo disagio. Il video è incominciato da poco ed è un peccato non poter sentire la voce avvolgente di Lisa Stansfield, anche se lei lì nuda fra le foglie basta e avanza. Aspetto ancora un paio di primi piani del suo viso (salterei dentro lo schermo quando - sguardo verdazzurro dal basso in alto - alza il sopracciglio ammiccando) e appoggio la testa all'indietro lanciando ancora un'occhiata a quella coppia sul divano là in fondo.

Poi chiudo gli occhi che sono però inspiegabilmente aperti quando vedo"Steffi" venirmi incontro e sedermisi accanto. Non mi dice nulla e incomincia a muovere la sua mano - la sinistra credo, anche se Steffi Graf non è mancina - lungo il mio corpo. Senza rendermene conto siamo anche noi distesi sul divano proprio come quei due. Penso di dover fare qualcosa, di reagire, ma non mi riesce di compiere il minimo movimento, se non quelli che lei mi suggerisce a gesti. Poi la sento sussurrare in tedesco qualcosa che non capisco, ma che provoca un lungo bacio. Dopo quello che mi sembra essere stato uno sguardo ravvicinato, ci spostiamo entrambi verso il senso desiderato, anche se è lei - che ha vinto il sorteggio prima del match, scegliendo di servire - a compiere il movimento più lungo in senso antiorario.

A ogni sollecitazione proveniente da quel versante cerco di rispondere con precisione e, dalle sue reazioni, mi sembra di riuscirci con efficacia, senza rischiare azioni fuori della mia portata. Ogni tanto apro gli occhi e guardo verso quei due laggiù in fondo chiedendomi come facciano ad anticipare ogni volta i nostri movimenti. Chissà perché mi viene in mente un incontro di doppio e, anche se non ci sono le racchette e nemmeno il campo ma soltanto le mie Diadora e quasi Steffi Graf, penso che con una compagna così potrei vincere dappertutto, su tutte le superfici, compresa quella di questo divano. Quando Steffi mi prende per mano e mi trascina da qualche parte deve esserci una luce strana perché il suo vestito nero di prima ha adesso il colore rosso di quello di Ilana.

Il getto non è forte e l'acqua esce tiepida. Per un attimo sono convinto di avere sfilato via dal corpo di Steffi la maglietta, il gonnellino da tennis Adidas e, prima delle carezze, di avere mimato anche un rovescio a due mani con la sua Dunlop Max 200G Classic. Sulla parete di mattonelle azzurre dove sono appoggiato manca il gancio per appendere il telefono della doccia. è lei a manovrarlo con la stessa efficacia e precisione con cui la sua Dunlop scarica servizi, dritti, rovesci e volèe sul campo delle sue avversarie, ma lo abbandona quando una mia carezza la fa sussultare e il tonfo sullo smalto bianco della vasca lo sento come se arrivasse da profondità molto lontane.

è quando mi attira con più forza verso di lei che mi sembra non sia alta come pensavo ma solo qualche centimetro meno di me, proprio come Ilana. Durante l'abbraccio, poi, è stato sorprendente vedere oltre le sue spalle una mezza luna e delle stelle come se fossero dipinte fosforescenti sulla parete scura di questo strano bagno, ma non è solo per questo motivo che, ogni tanto, ho la sensazione di essere all'aperto.

Adesso invece è il corpo bagnato di Lisa Stansfield che sto abbracciando ma non mi preoccupo affatto del cambiamento. Pur nella penombra ne riconosco il neo sullo zigomo sinistro, gli occhi chiarissimi, i capelli neri. Con la sua voce avvolgente mi sta sussurrando qualcosa tipo:"I've dreamed your fingers touch me a thousand times" e non mi sembra vero e la bacio. L'acqua sulla pelle di lei provoca, nonostante l'oscurità, una lucentezza in alcuni punti più chiara. Scendendo verso il basso una di queste zone è oscurata al centro da una nera ombra triangolare, lanuginosa al tatto, sulla quale, dopo averla come isolata rispetto a tutto il resto, credo di essermi soffermato a lungo, con un palleggio da fondocampo lento ma inesorabile. Ogni tanto, poi, guardo là in fondo, a controllare il gioco molto più scarso - soprattutto da un punto di vista tattico - dell'altra coppia sul divano.

Divano esattamente uguale a quello dove sono disteso adesso, quando, bagnato e confuso, riapro gli occhi ricordando soltanto Steffi Graf che, salutando il pubblico, si allontana da qui e per qualche metro, vestita da tennis, ha la borsa delle racchette sulla spalla e un asciugamano attorno al collo, poi, poco più in là, indossa invece un vestito decisamente rosso, uguale a quello di Ilana. Sullo schermo intanto il video di Lisa Stansfield sta finendo e mi chiedo quante volte lo ripetano anche se il successivo non è uguale ma Desire degli U2 che guardo fino alla fine.

Sono già le 2 e 10. In piedi sul muretto bianco che circonda la pista cerco di individuare Ilana. Penso sia meglio utilizzare un metodo preciso, così parto dalla mia sinistra con l'intenzione di non lasciarmi sfuggire neanche un centimetro quadrato di quello spazio, occupanti - soprattutto - compresi. Sposto gli occhi sopra capigliature, visi, vestiti, travestiti, donne, uomini e Ilana, là in fondo, a destra. Alzo il braccio e lo agito per richiamare la sua attenzione e di me si accorge uno che le sta a non meno di una ventina di metri di distanza. Si ferma, mi guarda e io non so che fare, ma non posso però perdere l'occasione e gli faccio cenno di chiamarla. Lui non capisce subito e io devo ripetere gesticolando in maniera più chiara, poi fa qualche passo, batte la spalla a una che non so chi sia e gli indica me che adesso potrei essere colpito da una scarpa o dal pugno di un eventuale fidanzato geloso. Faccio di no con la mano e indico un po' più in là, a destra:"Quella con il vestito rosso", vorrei gridare.

Intanto mi appoggio anch'io a una delle colonne nere e penso che è proprio buffo guardare questi due mai visti prima che insieme se ne vanno a chiamarmi Ilana, facendosi largo a fatica tra la gente.

Quando le arrivano accanto, lui, prima di sbagliare di nuovo, mi indica se è proprio questa l'Ilana che voglio:"E quale sennò", mi sussurro io mentre gli faccio OK con la mano. Tutti e due mi fanno un cenno del tipo"missione compiuta" e se ne tornano sui propri passi.

Ilana si è fermata e girata verso di me. è bellissima, lì, immobile, l'unica ferma in mezzo a quel caos, a questo frastuono. Aspetto che ci sia una sequenza di luce sufficientemente chiara e con la mano sinistra le indico l'uscita, poi con entrambe muovo su e giù un invisibile volante, quindi le mostro l'orologio e poi, con l'indice alzato, la luna. Nel frattempo anche Stefania e Piero si sono fermati, mi salutano. Ilana fa sì con la testa, poi li guarda, alza le spalle e ricominciano a ballare.

Cerco"Steffi Graf" che naturalmente è lì, stretta nel suo vestito nero, in piedi sul muretto, che ha senz'altro visto la scena e sorriso al mio buffo gesticolare. Vista da qui le mancano soltanto un completo Adidas e una racchetta Dunlop e sarebbe proprio perfetta. Lei mi indica la luna, io le mando un bacio e mimo un rovescio a due mani che si conclude sopra la mia testa, la mano aperta in segno di saluto e che basterebbe muovessi in un certo modo per farle capire di venire con me.

Il parcheggio è buio, terra di conquista per i topi d'auto, mi viene da pensare, e ho il timore che mi scambino proprio per un ladro mentre sto entrando nella Ritmo di Ilana. In tal caso sarebbe complicato, credo, dimostrare a chiunque che io non so guidare, che non ho la patente e che l'autoradio è nel guardaroba della discoteca.

Mi siedo e davanti ai miei occhi si accende l'insegna luminosa - verde elettrico - del nome della discoteca che però è soltanto rovesciato -"AGOONATTAHC" - sullo specchietto retrovisore. Ma è di buio che ho bisogno, lo sposto un poco ed è un innocuo pezzo di cielo nero che ora si sta riflettendo sulla sua superficie.

Ancora qualche piccolo accorgimento e finalmente riesco a ottenere una oscurità quasi perfetta. Poi controllo che tutto sia a posto, come se stessi partendo per un lungo viaggio. Tiro giù il sedile di guida, mi distendo e aspetto che la luna, qui, sul finestrino di sinistra, cominci a oscurarsi fino a sparire.




4. Posta aerea


In cuffia ho Maria di David Sylvian, l'ellepì è Secrets Of The Beehive, uno dei miei preferiti. Il filo attraversa quasi per intero la stanza, tagliandola un po' in diagonale da sinistra verso destra. Ilana lo ha già scavalcato una volta e adesso la guardo compiere la stessa azione in senso contrario.
Eravamo sul terrazzo, poco fa, a fumare. Sul corrimano, in bilico nel vuoto, il mio pacchetto azzurro di Gauloises Blondes, il suo bianco e marrone di Philip Morris e il posacenere di vetro in mezzo ai due pacchetti. Io guardavo giù nella strada vuota (solo uno che cercava di mettere in moto una 127 bianca, arrugginita qua e là, che si è affacciato fuori dal finestrino in cerca di una spinta che mai sarei sceso a dargli). Lei, invece, guardava l'interno della stanza quando ha detto:"Bisognerebbe fare un po' di ordine". Non capii subito quale genere di ordine intendesse. Mi sembrava infatti stesse guardando verso il tavolino di vetro dove c'era la lettera che mi è arrivata stamattina e che lei ha ritirato dalla cassetta della posta (nel frattempo, dopo avermi guardato dal finestrino, la faccia all'insù, quello della 127 era riuscito a partire grazie alla spinta che con l'indice avevo dato all'altezza, credo, della targa).
Non me la sentivo di leggere quella lettera in presenza di Ilana. Meno ancora l'avrei fatto quando lei si fosse trovata in un'altra stanza, correndo il rischio che, raggiungendomi all'improvviso, potesse sorprendere chissà quale espressione sul mio volto, espressione che si sarebbe poi tramutata, alzando gli occhi verso i suoi, in un fatale imbarazzo.
Lei è rientrata in casa, ma non l'ho seguita subito (si sentiva ancora la 127 allontanarsi a causa del rumore traballante della marmitta che speravo non essere stato io a danneggiare, con la forte spinta del mio indice destro).
Il disco l'ho scelto quando ho sentito l'aspirapolvere acceso in qualche altra stanza dell'appartamento. Sto aspettando che inizi il telegiornale per vedere i gol della semifinale di Coppa dei Campioni che il Milan ieri ha stravinto a San Siro contro il Real Madrid per 5 a 0. Non è stata certo una buona idea da parte di Stefania e Piero quella di festeggiare il loro anniversario di matrimonio proprio ieri sera, con due giorni di ritardo. Al ristorante sono riuscito a carpire le informazioni sul risultato ascoltando quello che il cameriere riferiva a un cliente vicino al nostro tavolo. Credo di essere riuscito a mascherare bene sia il disappunto per il perduto appuntamento televisivo, sia la gioia per i cinque gol dei rossoneri; certamente molto meglio, comunque, della mia attuale incertezza nei confronti di Ilana e di questa lettera. Lasciarla lì sopra al tavolino fingendo di non vederla o trattandola con sufficienza come se fosse la réclame di un detersivo, sta creando una evidente situazione di insofferenza tra Ilana e me, tra me e la lettera stessa.
Ho estratto il vinile tondo dalla custodia di cartone, ho alzato il coperchio trasparente del nostro Akai, premuto qualche tasto dell'amplificatore che ha acceso delle luci verdi e rosse, e ho accompagnato il pick-up all'inizio della terza canzone del lato A, quella che desideravo sentire. Poi ho fatto a gara con il pick-up per vedere se riuscivo a mettermi seduto in poltrona prima che la puntina di diamante incontrasse il solco inciso. Nonostante il cavo delle cuffie si fosse impigliato sull'angolo del tavolino di vetro, ero perfettamente seduto, le gambe accavallate, quando l'organo di Ryuichi Sakamoto ha introdotto le parole di David Sylvian:"Climb the stairs/And step into my dreamhouse".
Adesso sto guardando Ilana mettere di là del filo la gamba sinistra, quasi sorrido e vorrei dirle con quale agilità e disinvoltura sta scavalcando Sylvian, Sakamoto, gli altri musicisti e lo Chateau Miraval di Le Val, dove questa canzone è stata registrata. Poi porta al di là della musica anche la gamba destra senza guardare il filo - ma neanche me - e sparisce fuori dalla stanza.
Ritorna poco dopo con in mano il quadro che abbiamo comperato qualche giorno fa da un nostro amico pittore, si intitola Dader Make e misura 60 centimetri per 60. è un quadro astratto che dal rosso carminio giù in basso sale fino all'arancione. è attraversato da sfumature scure, da tre linee di luce bianca - due orizzontali e una diagonale che da destra scende giù verso sinistra - ed è dipinto con lacche nitroalcoliche che gli danno squarci di altissima fluorescenza. A me è piaciuto subito per l'ambiguità del tessuto cromatico: potrebbe sembrare dipinto su vetro e invece è solo vernice su tela. Ma c'è dell'altro: sembra proprio la scomposizione di un campo di tennis.
Ilana sta facendo delle prove sul come e dove appenderlo. Lei vorrebbe incorniciarlo con un sottile bordo nero, io vorrei lasciarlo così: puri segnali di luce a gradazione rossa e al massimo dell'ambiguità. Adesso che lo sta guardando da vicino vedo il suo viso specchiarsi sulle parti più scure del quadro e ne intuisco gli occhi in convergenza di una delle linee bianche e penso"luce su luce". Poi la vedo salire su una sedia (questa volta è con il mignolo che la spingo su in alto), tenere con le mani il quadro appoggiato alla parete e muovere la bocca rivolta a me che ho nei timpani la voce di David Sylvian che dice a Maria:"Stringimi/Finché il peggio non sarà passato". Deve avermi chiesto come sta il quadro e io le rispondo:"è rovesciato". Il rosso scuro è infatti rivolto verso l'alto, ma si tratta di un problema che ancora non siamo riusciti a risolvere: per lei è questo il verso giusto. Prima o poi (intanto lei scende con il viso un po' imbronciato e io, nonostante ciò, la sostengo con il medio fin quando non tocca terra) dovrò decidermi a chiamare il nostro amico pittore per chiedergli chi dei due ha ragione. Ilana esce portando via il quadro, lo infilerà dentro al grande sacchetto di plastica che si è procurata e lo metterà a fianco dell'armadio in camera da letto. Nel frattempo mi chiedo invece quando troverò il coraggio di chiederle ancora una volta il consenso per appendere la mia vecchia racchetta da tennis a una delle pareti di casa; l'ultima volta che l'ho fatto sono quasi riuscito a convincerla della"necessità storica" di tale operazione e dovrei perciò insistere. A ogni modo, quella di oggi non mi sembra la giornata adatta e, rimandando la nuova richiesta a data da destinarsi, lascio che i miei occhi si chiudano per cercare un po' di buio, e non soltanto quello.
Li riapro più tardi, contemporaneamente a uno"sprack" strisciato dentro la mia testa e vedo Ilana staccare la mano dal pick-up e cambiare disco sul piatto. Penso alle conseguenze dell'impatto fra la puntina di diamante e il vinile, mentre lei sposta il jack delle cuffie in maniera tale che sia possibile anche l'ascolto esterno e sento subito Claudio Baglioni - lei ha sempre preferito la musica italiana, quella dei cantautori soprattutto - cantare con la sua voce roca:"Io/starò con te/sia insieme a te/sia senza te/tu/tu mai sarai/né senza me/né insieme a me". Ilana, guardando verso la finestra, ha canticchiato soltanto queste parole e non il seguito della canzone. Mi sono chiesto allora se lo abbia fatto apposta, se abbia voluto in questo modo dirmi qualcosa. Ha scelto con cura quella canzone, cercandola con il pick-up proprio come avevo fatto io poco prima sul disco di David Sylvian. Mi resta questo sospetto fino al termine della canzone e anche oltre, fino a che Ilana non toglie il disco, si siede sulla poltrona accanto alla mia e accende la televisione per il telegiornale.
Per qualche secondo non riesco a spiegarmi il sonoro così ovattato finché non mi rendo conto di avere le cuffie ancora sugli orecchi. Sto pensando di toglierle quando, all'apparire sullo schermo del primo piano di una faccia che mi sembra di conoscere, provo un piccolo sussulto. Sulla sovrimpressione in basso c'è scritto"Pubblico Ministero di Milano". è biondo e mi sembra stia parlando di un pentito e di qualcosa successo sedici anni fa. Assomiglia vagamente a Jean-Paul Belmondo ma senza la simpatia e l'ironia del volto dell'attore francese, ha un paio di Ray-Ban a goccia, modello marines, con le lenti quasi a specchio e la camicia aperta sul petto. Lo guardo con attenzione e stupore e allora è improvvisamente facile vedermi lì, come se ci fossi anch'io adesso sullo schermo, con uno identico a lui alle mie spalle, in una città che non è la mia.

Riesco ad appoggiare con facilità le mani sul tetto dell'Alfetta bianca, il marciapiede dove mi trovo mi alza di almeno dieci centimetri dal livello stradale. In questo modo la posizione è meno innaturale di quella che finora avevo visto assumere soltanto al cinema. Meno imbarazzante anche. è come se uno si appoggiasse lì affaticato dal caldo d'agosto a guardare in una posizione strana ma riposante i passanti sull'altro lato della strada. Inoltre, il tetto dell'auto è pulito, non dà fastidio toccarlo. Mi dà fastidio invece questo qui in borghese che con un braccialetto brasiliano di stoffa uguale al mio al polso sinistro mi sta palpando lungo tutto il corpo alla ricerca di chissà quali ordigni.
Avevo appena sollevato il cornetto dal vassoio, dello zucchero vanigliato mi era finito sui pantaloni, quello mi si è avvicinato e mi ha detto:"Documenti", mostrandomi per non più di due secondi un tesserino che, per me che lo vedevo oggi per la prima volta, poteva essere quello dell'autobus o di un qualsiasi cineclub di periferia. Cerco di guardarlo in faccia sconcertato ma non ci riesco e abbasso gli occhi. Quando li rialzo lo vedo fare la stessa cosa con tutti i maschi seduti ai tavolini del bar. Oltre a me, il più giovane avrà almeno sessant'anni. Tiro fuori la carta d'identità e non mi accorgo di una fotografia che cade di fianco alla sedia. Lui ritorna, mi prende il documento dalle mani e mi dice:"Guarda là", indicando per terra. Io raccolgo la foto e lo sento dire:"Niente male la bionda", e poi:"Vieni verso la macchina, forza". Vorrei chiedergli perché, ma sono troppo confuso e allora mi alzo e gli dico:"Senz'altro".
L'ho seguito fin qui, dove sto con le braccia stese sopra la macchina e lui ha incominciato subito a palparmi, poi mi svuota le tasche, il portafoglio, il portadocumenti. Guarda tutto, scontrini di mesi fa, biglietti d'autobus, e ancora quella foto di Maria che chissà da quanto tempo stava lì dentro e non mi ricordavo più di avere. La guarda più a lungo di tutto il resto ma questa volta senza nessun commento e la rimette dentro facendogli piegare un angolo e allora vorrei dirgli"attento" ma anche questa volta me ne sto zitto. Accanto a me il suo collega sta facendo la stessa cosa con due vecchi che non riesco proprio a immaginare cosa potrebbero nascondere sotto alle sgualcite canottiere bianche che indossano credo per tutto il giorno durante l'estate. Ma questa operazione parallela ha qualche cosa di diverso rispetto alla mia, segue un suo registro particolare, è come se stesse accadendo da un'altra parte, lontano da qui, quasi in un'altra dimensione. O, forse, su un altro canale del telecomando e, da un momento all'altro, mi aspetto di sentire qualcuno, magari il regista, dirci che va bene così, che è buona la prima, che possiamo tornare a casa.
Invece non arriva nessuno e lui mi fa cenno di girarmi, rimetto tutto in tasca ma si tiene la carta d'identità. Poi, senza dire nulla, mi afferra il braccio destro, mi tira su le maniche di giacca e camicia insieme e mi chiede se mi drogo. Potrei dirgli che lo può vedere da sé, ma faccio di no con la testa e vorrei chiedergli cosa sarebbe successo se per caso avessi fatto ieri le analisi del sangue. Intanto lui mi guarda anche l'altro braccio e io vedo la cameriera sulla porta della pasticceria che mi sta guardando: da tre mattine vengo qui soltanto per lei, il tè è pessimo e penso che per fortuna domani riparto. Mollandomi il braccio sinistro mi dice:"Perché tremi?". Rispondo che una cosa del genere - vorrei dire"umiliazione" - non mi era mai successa e lui, trascrivendo su un'agenda tutti i dati del mio documento, replica che in una città così grande controlli come questo sono una cosa normale.
è quando mi chiede il motivo per cui mi trovo qui e io gli invento di un'inchiesta per un giornale che lui comincia a darmi del lei, a dirmi che dovevo dirglielo subito e che:"Cosa vuole, in una città come questa, lei capirà...", ma io non capisco e adesso vorrei trascinarlo davanti a un telefono e chiamare Maria in Brasile per fargli sentire che lei non è solo"niente male la bionda", quindi fargli pagare tutti i gettoni della telefonata (tanti perché io avrei approfittato per salutarla e chiederle come stava) e trascinarlo ancora per un braccio davanti alla cameriera, fargli dire chi sono, che cosa faccio e che questa sera avrebbe potuto uscire tranquilla a cena con me. Invece riprendo la carta d'identità che lui sorridendo mi porge. Dico:"Capisco, si figuri", ricambio il saluto, auguro buon lavoro e, cercando di assumere un atteggiamento distaccato e sereno, mi risiedo al mio tavolo dove un'ape sta cercando di liberarsi dall'appiccicoso abbraccio della marmellata che esce da una delle estremità del cornetto ancora intatto. Sento l'immancabile sgommata dell'Alfetta bianca che riparte, guardo l'agonizzante agitarsi dell'ape, prendo il cucchiaino dalla tazza del tè ormai freddo e spingo l'insetto dentro al cornetto fino a che non lo vedo sparire del tutto. Poi ripiego il giornale, lascio i soldi sul tavolo, guardo la bella cameriera servire qualcuno più in là e"chissà se lo riciclano", penso andandomene.

è come se lo sentissi ancora il ronzio impotente di quell'ape semi affogata nella marmellata, ma si tratta, invece, del rumore di fondo dell'amplificatore ancora acceso. Ilana si accorge che sto guardando in quella direzione, si alza, va a spegnerlo ed esce dal soggiorno (io, con la mano aperta, abbraccio per intero il suo corpo e l'accompagno fino poco oltre la porta). Intanto aspetto che cominci il notiziario sportivo in coda al telegiornale.
C'è la pubblicità e, tolte le cuffie, ho in mano la busta piena di francobolli di posta aerea Brasil Correios. Esco sul terrazzo. Stampato in azzurro, in alto, accanto ai francobolli, si legge Agância Paulistana de Viagens e Turismo LTDA. Più sotto, scritto a mano - l'inconfondibile scrittura calcata e larga di Maria -"Ao Senhor" cui segue il mio nome. Rigiro la busta tra le mani, ripenso alla canzone di Baglioni scelta poco fa da Ilana, e non ricordo se Paco De Lucia, che suona la chitarra in quel pezzo, è spagnolo oppure brasiliano. Sto ancora facendo degli strani paragoni sui nomi di"Chico" (Chico Buarque de Hollanda, brasiliano) e"Paco" (Paco De Lucia, appunto, che potrebbe -"Paco e Chico", perché no - esserlo benissimo anch'egli), quando sento la presenza di Ilana alle mie spalle. Mi giro, la vedo guardare la busta e dirmi:"Domani porto il quadro dal corniciaio". Cerco di sentire se la pubblicità è finita e non so se dopocena dovrò prima telefonare al mio amico pittore o leggere la lettera insieme a Ilana e far così cadere ogni minimo sospetto ormai diventato reciproco.
Quando rientro butto la lettera sopra al tavolino, sullo schermo c'è capitan Baresi che abbraccia i compagni a fine partita, poi un'intervista all'allenatore Sacchi e nulla più. I gol se li è visti il divano e a questo punto non mi resta che il telegiornale della notte. Allungo le gambe sopra al tavolino e, rassegnato, cambio più volte canale costruendomi un blob niente male. Ilana, ancora una volta, arriva da dietro e mi chiede se andiamo fuori a cena. Io non le rispondo e la sento così vicina che allungo una mano all'indietro per toccarla, accarezzarla. Ma subito il rumore dei suoi passi è già lontano, diretto verso un'altra stanza.
E il mio braccio se ne resta lì, bloccato a mezz'aria, la mano aperta, in un insensato eppure estremo tentativo di accarezzare quello spazio, il vuoto da lei riempito fino a un attimo fa.




5. Rue d'Alèsia


Apro Libèration e comincio dalle ultime pagine, come da sempre sono abituato a fare la mattina con i quotidiani. Lo sfoglio dapprima distrattamente, con la coda dell'occhio, infatti, continuo a guardare in direzione del finestrino della porta che divide questa carrozza del mètro da quella successiva dove c'è Ilana. Programmi televisivi, teatro, musica, poi l'attenzione è al massimo quando arrivo alle pagine sportive. Intanto, la carrozza ha uno scarto improvviso e devo attaccarmi da qualche parte anche se sono appoggiato proprio alla porta - non oltrepassabile se non dagli addetti della R.A.T.P. - che mi divide da Ilana.
Mi guarda un po' storto la signora con l'impermeabile grigio alla cui manica sinistra mi sono aggrappato per non cadere. Alle mie scuse in perfetto francese ha risposto passandosi l'altra mano sul punto dove le mie dita avevano fatto presa lasciando, pare, chissà quali macchie. Quelle stesse dita che, guardandola dritta negli occhi, ho sfregato sui miei pantaloni con evidente esagerazione e una leggera smorfia del viso. A quel punto, sbuffando, la signora si è voltata di scatto e non mi ha più guardato per tutto il resto del viaggio.
Ritornato con la schiena a contatto della liscia e rigida superficie di prima, riapro il giornale. A sinistra un titolo a caratteri cubitali mi provoca una grande gioia e un piccolo rimorso:"CHAMPION MILAN!", c'è scritto a tutta pagina, con i rossoneri vincitori della Coppa dei Campioni ieri sera al Nou Camp di Barcellona contro la Steaua Bucarest per 4 a 0. Mentre si giocava la partita, noi eravamo nel vagone letto - io girato verso il finestrino, lei verso la porta - dell'Eurocity Rialto (Treno 222) e le doppiette di Gullit e Van Basten, che qui descrivono come dei capolavori assoluti, riuscirò a vederle chissà quando. A destra il titolo riguarda il tennis, gli Internazionali del Roland Garros qui a Parigi e se ancora ci fosse Borg sarei già in coda, lì davanti al tempio della terra rossa, in attesa di un biglietto per la finale. Però il titolo non parla del passato ma è comunque divertente:"LECONTE FAIT PAN-PAN A BOUM-BOUM BECKER", e il tennista francese è, a sorpresa, nei quarti di finale del torneo. Scorro velocemente e a salti le due pagine, poi in un'altra più indietro leggo che il Festival del Cinema di Cannes lo ha vinto un giovane regista americano di ventisei anni. Il suo film parla di sesso e di bugie e penso a quale anno fuori corso ero iscritto quando ventisei anni li avevo io e a che punto era allora il mio rapporto con il sesso. Con le bugie, invece, il rapporto è stato ed è tuttora di grande complicità. Più sotto c'è un'intervista a Nanni Moretti che per titolo ha una frase tratta da un suo film:"Continuiamo così. Facciamoci del male", che se fosse in italiano, applicherei immediatamente al vetro che ho alle spalle, lasciando sotto una piccola apertura per vedere la faccia che farebbe Ilana. Ma è una frase che le ripeto spesso, una specie di motto, di tormentone che credo lei ormai non sopporti più.
A ogni pagina che giro mi volto verso il vetro un po' scuro della porta e Ilana è ancora lì ma sempre di spalle. Nelle pagine centrali di Libèration ci sono le liste dei candidati per il primo turno delle elezioni legislative. Sono divisi per circoscrizioni e sembra l'ordine di partenza diviso per categorie di una qualsiasi gara di sci di provincia. Vado subito a guardare i nomi dei candidati di Marsiglia e cerco di intuire chi potrebbe fermare l'inquietante figura del guercio razzista Jean-Marie Le Pen, ma non sono così aggiornato per riuscirci. Prima o poi, penso però, qualcuno dovrà fare qualcosa per sbarrargli la strada. Poi arrivo alla pagina dove ci sono i Messages che prima ho letto - traducendoli spero in un buon italiano - a Ilana.

BONJOUR, ti scrivo un sorriso per osare (continua...).

L'ho letto a voce alta mentre lei beveva il primo sorso del suo cappuccino. Torno sempre volentieri a Parigi, ma questa volta ho dovuto insistere a lungo con Ilana per arrivare qui. Una sera, mentre eravamo davanti alla televisione, dissi che avremmo potuto finalmente concederci un viaggio. Lo feci con un tono interrogativo e non aggiunsi la destinazione che avevo in mente. Lei rispose subito:"Francoforte". Lo disse con molta decisione. Fui colto dallo stupore ma tacqui.
Dopo due giorni, una breve discussione e la sua temporanea candidatura per Berlino, abbiamo prenotato la carrozza letto e il solito albergo in Boulevard Montparnasse. Non me la sono sentita di spostare anche la data di partenza e vedere così la finale di Coppa dei Campioni."A Parigi il mètro è più bello e funzionale che a Francoforte" le avevo detto, esaurito ogni altro argomento, per convincerla."Certo", replicò, ma non sorrise, come pensavo fosse inevitabile, alla mia acuta osservazione. Poi, da quando siamo partiti, non ha più parlato se non per ordinare al ristorante -"Un consommè, eau minérale, ca suffit", ha detto lei -, ringraziare il doganiere che ci restituiva i passaporti -"Pas de quoi", ha detto lui -, chiedermi da quale parte del letto volessi dormire -"La solita", ho detto io -.
Così, mentre uscivamo dall'albergo, ho pensato che dovevo fare qualcosa per risolvere questa situazione di cui non mi sentivo però completamente responsabile (mi ero ormai rassegnato, intanto, a non trovare un perché della sua preferenza per Francoforte). A pochi passi dalla stazione di Châtelet-Les Halles ho comperato Libèration - lei Marie Claire edizione francese - e al Cafè Rimbaud ho cominciato a scegliere alcuni messaggi e a leggerglieli.
Dopo averle letto di quel sorriso scritto, l'ho guardata appoggiare la tazzina sul piattino, sollevare con una mano il croissant, con l'altra aprire Marie Claire sulla pagina dell'oroscopo. Niente più. Mi sono concentrato allora sul mio tè al limone, sul croissant gemello al suo e sono andato alla ricerca di un altro message magari più incisivo, più sorprendente. Ho avuto un tuffo al cuore quando ne ho visto uno che incominciava con il mio nome.

ANTONIO. Troppi fraintendimenti. Ci sono delle cose che devi sapere. Ti supplico di venire questa sera o domani sera al Cafè Francophone (Centre Wallonie), rue Quincampoix alle 17.00. Ti aspetterò. Oppure telefona per un altro appuntamento. Senza te non c'è più nulla. Sto male. S'il vit.

Lei ha alzato il viso, mi ha guardato - la tazzina in mano, a metà strada fra il tavolino e la sua bocca - e ha fatto di no con la testa, come a compatire un cretino. Sapevo che non mi avrebbe creduto e avrei voluto farle vedere che era tutto vero, che c'è un Antonio qui a Parigi che ha più o meno i miei stessi guai, e farle vedere anche il modo in cui Sylvie si era firmata, come se volesse far continuare a vivere quell'amore. Ma lei ha messo giù il suo cappuccino e ha ripreso a sfogliare Marie Claire che anche nell'edizione italiana ha lo stesso nome, forse perché se l'avessero tradotto sarebbe sembrata la rubrica di una suora di clausura su Famiglia Cristiana. Antonio, invece, qualcuno lo chiama così anche a Parigi. Avevamo ormai finito la colazione e aspettavo che fosse lei ad alzarsi e io, poi, a pagare. Nessun programma per la mattinata.

DER BLOND GEWORDENEN SCHONER Dir sei Selbslost leise das Zeichen da. Seinen Schatten wirsst aufs Heute. Das alte Jahr, das hart vorbei. Ist. dn dunkler Ferne winken Leute. Dir. Du bleibst aber unerreichbar nah.

è stata davvero una buona coincidenza trovare un messaggio in tedesco. Non ne ho capito il significato ma ho voluto leggerlo ugualmente, sperando che il fatto di averne scelto uno - l'unico, del resto, presente sulle pagine odierne - nella lingua straniera che lei conosce meglio, potesse sbloccare in qualche modo la situazione. Avrei voluto chiederle di tradurlo, ma me ne sono stato zitto mentre Ilana non ha battuto ciglio nemmeno di fronte alla mia buffissima pronuncia: si è alzata e lo stesso ho fatto io.
Sulla scala mobile che ci portava nel sottosuolo parigino di Les Halles lei mi stava davanti. Io, alle sue spalle, potevo parlarle proprio all'altezza dell'orecchio destro. Libèration era piegato sulla pagina dei Petites Annonces e grazie al suo piccolo formato riuscivo a tenerla agevolmente con la mano sinistra, il gomito destro, invece, lo appoggiavo al corrimano nero della scala mobile. Ho scelto un messaggio che potesse toccarla in qualche modo.

CHIUNQUE TU SIA, come sempre, la mia porta è socchiusa. Solo che questa volta, per finire con questo gioco, sei tu che dovrai contattarmi, visto che sei tu a credere di sapere chi io sia. Fleur-Lueur.

L'ho quasi sussurrato, anche perché non volevo che qualcuno degli altri occupanti la scala mobile potesse sentirmi. Ma evidentemente l'ho detto così piano che neanche Ilana ha dato la sensazione di aver sentito.
Sul tapis roulant abbiamo ripetuto la stessa formazione della scala mobile, lei davanti, io dietro. Non so perché, ma appena iniziato il percorso ho pensato che se qualcuno avesse potuto vedere - di fianco e in successione - queste due situazioni in movimento, avrebbe forse detto che quello lì dietro - io - era finalmente sceso dal suo piedistallo. Adesso non c'era nessuno nei nostri paraggi, anche se di tanto in tanto, sul tapis roulant parallelo, qualcuno ci passava accanto in direzione contraria. Potevo finalmente parlarle ad alta voce, lasciando a chi fosse passato dall'altra parte soltanto dei frammenti del futuro messaggio:"Linea... seduta...appoggiata...accanto...bianco...58".

DOMENICA SCORSA ore 13.30, linea Clignancourt-Orlèans. Eravate seduta su uno strapuntino, appoggiata a quello accanto e leggevate Libèration. Io sono sceso alla stazione Les Halles. Vestito di grigio scuro, una cartella bianca sotto al braccio. Chiamatemi. Jean-Francois, al 43.48.53.58.

Avevo deciso di tradurre letteralmente la prima persona plurale, la forma di cortesia con il"voi". Lei già si stava voltando per correggermi, per dirmi che nella traduzione in italiano avrei dovuto usare il lei; ma io ero pronto a replicare, a dirle che la forma di cortesia con il voi assume a volte un aspetto più credibile, più sincero. Invece, la sua è stata soltanto un'occhiata neutra, indefinibile e io non ho detto nulla.
Scendemmo ancora più giù e, forse condizionati dal message di prima, ci avviammo anche noi a prendere la linea Clignancourt-Orlèans che ci venne annunciata da quel tipico spostamento d'aria quasi tiepida che il mètro in arrivo provoca dentro alle gallerie. Fu necessario correre. Scattai con molto ritardo e Ilana mi precedeva di almeno una ventina di metri. Si fermò a guardarmi appena superata la sbarra del controllo biglietti.
Non so se fu a causa della corsa che mi falsava l'immagine, ma mentre correvo mi è sembrato che lei mi guardasse in un modo diverso da prima. Da come la testa era piegata sulla spalla e da una certa inclinazione del suo sguardo, potrei dire che in quel momento vi era in lei, nel suo volto, una singolare e inattesa traccia di tenerezza. Da quella particolare posizione, poi, deve avermi visto che la guardavo, che la fissavo nonostante avessi assunto un passo prima un po' indeciso, poi più veloce e, infine, di corsa. Adesso, a distanza di qualche minuto, mi domando se anche Ilana, nel momento stesso in cui ho creduto di intuire della tenerezza nei suoi occhi, ha visto passare qualcosa sul mio viso, se davvero in quel preciso momento qualcosa di assolutamente intimo - qui, nei sotterranei di Parigi - è passato dal suo sguardo al mio, dal mio al suo.
Una rampa di scale più giù, il mètro doveva essere già fermo e con le porte aperte. Decisi allora di ignorare la vidimazione del mio biglietto, di prendere una breve rincorsa più veloce della mia attuale andatura e di saltare la sbarra, guadagnando in questa maniera qualche secondo prezioso e concludendo la mia prestazione atletica proprio di fronte a Ilana. Stavo perfezionando gli ultimi dettagli del mio piano quando incontrai lo sguardo del controllore fermo a pochi metri da lei. Sembrava avesse letto le mie intenzioni e fosse lì ad aspettarmi, così tirai fuori dalla tasca interna della giacca il portafoglio, presi il biglietto, lo infilai nella apposita fessura e aspettai che uscisse dall'altra estremità al di là della sbarra che, nel frattempo, era scattata.
Ilana era già sparita e io sono entrato proprio un attimo prima del segnale sonoro di chiusura delle porte. Poi mi sono girato sperando che anche lei fosse salita, ma non c'era. Allora ho guardato fuori, ma il cartellone pubblicitario con un grande pacchetto delle mie Gauloises Blondes blu oltremare - davanti al quale la sua giacca bianca avrebbe dovuto risaltare come una sigaretta mezza fuori da offrire a qualcuno - l'ho visto scivolare via nitido, senza nessun ostacolo visivo fra il suo blu oltremare e il mio sguardo.
Mi sono preoccupato un poco fino a quando non mi sono avvicinato al vetro leggermente scuro della porta divisoria e l'ho vista darmi le spalle dalla carrozza accanto. Ho avuto l'impressione che non fosse per nulla interessata a dove fossi finito, ma ho sperato lo stesso che in qualche modo avesse potuto controllare o prevedere la mia posizione.
Sulla pagina dei Petites Annonces di Libèration torno a leggere quelli nella colonna dei Messages. Oggi sono davvero tanti, introdotti dal disegno di un telefono che squilla con decisione, e - mi chiedo - chissà per quanti di questi suonerà nelle prossime ore, con quella tonalità che a volte ci sembra di riconoscere quando sentiamo che è proprio questa la telefonata che aspettavamo. Fra i primi ce n'è uno che balza agli occhi come se si trattasse di un errore di stampa (un 6 al posto di un 8), ma quando ricordo di averlo visto anche nell'edizione di ieri, distrattamente sfogliata la notte scorsa in treno, penso invece all'autrice del messaggio, a cosa possa voler dire portarsi dentro per quasi trent'anni il desiderio struggente di rivedere una persona.

HUBERT, l'estate 1963 eri in vacanza nello châlet vicino a Chamonix (versante nord-ovest). Tu facevi delle ascensioni con tuo fratello maggiore, l'amico americano Alan, ecc. Contatta o fai sapere di te a Gusta, l'olandese. G.V. Woerden, Botanienstraat, 5, 2628 ED Delft.

Quando finisco di leggerlo penso però che tutti, prima o poi, proviamo il desiderio di rivedere persone perdute nel tempo, viste e conosciute magari soltanto per poche ore. Sono desideri che a volte si accendono improvvisi, come se il ricordo di quella precisa persona avesse vagato per anni nelle periferie poco illuminate dei nostri pensieri e improvvisamente uscisse da quelle zone d'ombra per andare a toccare una corda particolare che, pur avendo un suono per ognuno diverso, credo che, per tutti, si chiami nostalgia.
Come adesso, che il mètro si ferma a Saint-Sulpice, e sento il segnale di chiusura delle porte, contemporaneamente al desiderio di comunicare con Ilana, magari soltanto a gesti. Allora mi giro, faccio per battere con la mano sul vetro - non mi importa se si volteranno tutti a guardarmi - e, mentre la mano è già alzata, la vedo parlare con uno biondo, alto, che ha una copia del Frankfurter Allgemeine ripiegata sotto il braccio. Immagino stiano parlando in tedesco ma non posso proprio immaginare, invece, che cosa si stanno dicendo. è lei a parlare più spesso e con sequenze di parole molto lunghe. Lui sembra replicare con assensi accompagnati dal tipico"ja, ja", allungato nella seconda vocale. è la prima volta che qui a Parigi la vedo parlare: in una lingua diversa e senza poterla sentire.
Non so se è per reazione istintiva, o per via di un meccanismo innescato dal prossimo message, oppure a causa di una serie di coincidenze interne ed esterne a me stesso, che un nuovo sentimento di nostalgia - nostalgia con una gradazione diversa: nostalgia di un'assenza reale o di una presenza immaginaria - si prende gioco di me fino a farmi, nonostante tutto, sorridere.

HAREM (1^ parte). Proprio come l'eroina, ci troviamo imbarcati nella storia grottesca, di questo povero tizio"Sua Altezza", dentro al guazzabuglio d'un povero amore, di potere, di grane e di donne. Figura di un ricco turista che arriva scoppiettante in una terra sacra, buttando tutto all'aria."Primo piano" sulla meravigliosa macchina che fende l'aria (?) (!!!). Veramente povero l'insieme della realizzazione per un soggetto tale. Fortunatamente, Nastassja Kinski era là ma in un modo più estraneo rispetto a tutto il resto.

Mi domando quale sia il senso di questo messaggio, quale mistero porti con sé: tentativo di recensione, messaggio in codice o chissà che altro. Uno dei risultati che comunque riesce a ottenere - almeno in questo momento - è quello di mettere in moto il mio videoregistratore interno che va subito a selezionare una sequenza di questo film di Arthur Joffè; quella dove Ben Kingsley, lo sceicco che ha rapito Nastassja Kinski dopo averla fatta seguire e fotografare per lungo tempo, le dice:"Sembravi così sola in quelle foto. E non c'era altro modo. Non potevo rischiare di diventare un altro dei tuoi estranei". E lei risponde:"Io ero sola. Ma ho passato tante ore felici stando da sola".
Ilana sta ancora parlando con il tedesco mentre vado a selezionare un'altra sequenza, quella finale di Paris, Texas, dove una Nastassja Kinski biondo platino e"prostituta oftalmica", ascolta, attraverso un telefono, Harry Dean Stanton raccontarle una storia - la loro storia - al di là di uno specchio senza foglia: lui la vede e parla, lei si vede e ascolta. è un lungo, silenzioso, rabbrividente primo piano di lei che lentamente si riconosce nelle parole fuori campo del suo ex compagno. Poi, alla frase:"Vivevano in un camper", il rimmel prima si inumidisce, e poco dopo annerisce le lacrime che non capirò mai come un'attrice riesce a procurarsi artificialmente, ma queste, sono sicuro, erano vere. Da lì comincerà un nervoso tormentarsi i capelli con le mani, gli occhi diventeranno sempre più scuri, la bocca e la fronte si piegheranno in un'angoscia sempre più intensa però distaccata e comunque seducente. Come durante quell'intervista che ho visto in televisione, dove le sue mani non stanno mai ferme passando di continuo fra i lunghi capelli e ogni tocco è una pettinatura diversa. Ciuffo prima a destra e poi a sinistra; riga in mezzo con capelli dietro gli orecchi; coda tutta da un lato e poi dall'altro, fino ad attorcigliarli fra le dita in modo tale che - per un attimo - stanno tutti su, come l'asciugamano che ci si attorciglia in testa dopo lo shampoo. Certe espressioni del viso, poi, le guardo fotogramma per fotogramma, ignorando la linea bianca di disturbo che attraversa lo schermo, evidenziando, invece, i movimenti del viso e delle mani, cercando di isolarli uno a uno in una specie di sottrazione rallentata - il disegnarsi sempre diverso delle labbra, la direzione che assume via via lo sguardo, gli spostamenti delle mani - che poi tornano a sommarsi e a farsi azione non appena premo di nuovo il tasto del"play". Poi ripasso anche alcune frasi di quell'intervista, come:"Quel film ha dato molto spazio dentro di me", oppure:"L'abitudine è terribile, rende le persone ciniche". Frasi che ha detto in un italiano misto, nella pronuncia, di francese e di romano: la b raddoppiata di terribile, la c scivolata di ciniche. C'è un gesto, poi, quando dice di volersi occupare di regia teatrale, che rivedo volentieri: il braccio destro che si muove nell'aria, come ad afferrare con la mano quel desiderio che sta passando di là proprio in quel momento. E, infine, quando l'intervistatore le dice che la conclusione spetta a lei, mi piace vederla tacere a lungo e poi dire:"Anche il silenzio è importante delle volte".
Mi sono forse lasciato prendere la mano, sono andato troppo in là, a sfiorare riflessioni da periodici di costume, o forse no, un piccolo omaggio. Un omaggio alla sua rassomiglianza a Maria. Non so. Comunque spengo il mio videoregistratore interno non prima di avere fatto riavvolgere la cassetta in modo che la conservazione di quelle immagini si mantenga nitida il più a lungo possibile, ignorando per il momento - data la mia cittadinanza - quell'assurda legge inglese che vuole le registrazioni dei programmi televisivi cancellate entro 28 giorni. Ma questo riguarda le registrazioni vere e non la mia memoria, il mio ricordo.
Chissà, mi chiedo, se la memoria ha davvero un sistema di riavvolgimento per far mantenere nitido il ricordo il più a lungo possibile. E mi verrebbe da chiedermi qualcosa a proposito di una legge come quella inglese anche per la memoria. Potrei pensare a qualche nostro vecchiardo ministro magari piuttosto ingobbito che una mattina si sveglia e propone una legge simile che già soltanto per i programmi televisivi è una pura follia. Però lascio perdere, non me ne importa nulla, non rispetterei mai una legge tale: né per i programmi, né, è ovvio, per la mia memoria.
Ora vorrei invece che il conducente del mètro abbassasse le luci qui dentro, vorrei battere sul vetro scuro che mi divide dall'altra carrozza e vedere Ilana avvicinarsi e poi i nostri volti prima sfiorarsi e poi confondersi, grazie alle rifrazioni, in una specie di dissolvenza esistenziale. A quel punto potrei incominciare a raccontarle una storia muovendo soltanto le labbra, in una specie di playback silenzioso, ma non troverei - credo - niente di così forte, di così coinvolgente da dirle.
E poi non so neanche se lei mi avrebbe guardato, l'ho fissata di continuo mentre pensavo alla scena di Paris, Texas, a uno specchio senza foglia, a Nastassja Kinski, a una storia che in ogni caso non è la nostra: lei ha continuato a parlare con il tedesco che però a un certo punto - Saint Placide - è sceso, ma non si è mai girata dalla mia parte, nemmeno per un istante. Allora sono io adesso a girarmi verso l'interno della carrozza ed è come se il conducente rialzasse sul serio proprio in questo momento le luci abbassate poco fa per Ilana e me. Intanto, però, sento il bisogno di riprendere contatto con quello che mi circonda. Mi concentro sul rumore della corsa del mètro come ad aspettarmi il"TATA-TATAN" del treno sulle rotaie, senza ricordare che questa è una vettura con pneumatici che corre quasi silenziosa su una via guidata, una specie di"VZZZ" sussurrato.
Poi ritorno sul giornale e guardo a caso qui e là le pagine dei Petites Annonces fino a quando mi fermo sulla tabella di fondo pagina dove ci sono le modalità e le tariffe necessarie per far pubblicare gli annunci. Cerco i dati riguardanti i Messages. Se volessi farne leggere uno a Ilana dovrei redigere il mio testo senza superare il massimo di 60 parole, allegare un assegno compilato all'ordine della SNPC e inviarlo poi insieme al testo a Libèration-Annonces, 11 rue Bèranger, 75154 Paris Cèdex 03. Il mio annuncio apparirebbe due o tre giorni dopo il suo arrivo. Per informazioni avrei inoltre la possibilità di chiamare il 42.76.17.47 oppure il 42.76.17.45 dalle 9.30 alle 19.30. Volendo potrei anche usare il servizio Petites Annonces che Libèration mette a disposizione su Minitel componendo il 3615 codice LIBE, rubrica annunci. Considerando che noi ci fermeremo a Parigi per cinque giorni, potrei decidere di farlo apparire per due giorni consecutivi spendendo in tutto 410 franchi: non mi sembra un cifra esagerata. Prendo allora la mia stilografica dalla tasca interna della giacca, mi appoggio con la schiena alla porta sul cui vetro prima avevo desiderato bussare, e sul bordo inferiore del giornale incomincio a scrivere in un francese spero corretto:

BJÖRN BORG, naturalmente. Poi Gullit, Leconte, Nanni Moretti. Le Pen no! E Nastassja Kinski, soprattutto. (Francoforte?) Linea Clignancourt-Orlèans. Vi guardavo dal vetro della carrozza accanto ma mai in viso. Poi siete scesa - credo - a Montparnasse e non so se anch'io oppure ho proseguito fino ad Alèsia soltanto perché mi piaceva il nome. Ma mi piacerebbe rivedervi e - forse - amarvi. A.

Ho fatto attenzione al numero delle parole. Sono giusto 60 ma non so se devo contare anche preposizioni, congiunzioni, punti e virgole. Stiamo per fermarci a Montparnasse e mi viene in mente che lei non capisce bene il francese. Rimetto il cappuccio alla penna, la penna nella tasca interna della giacca, Libèration in quella esterna a sinistra.
Il mètro rallenta, mi stacco dalla porta cui sono stato appoggiato per tutto il viaggio, penso che potrei far pubblicare il message in italiano o in tedesco, e poi mi giro per guardare se Ilana è ancora lì, di spalle, oppure già sparita.




6. Beaubourg


Anche se sono passate da poco le due del pomeriggio, il piazzale di fronte al Beaubourg - o, se si preferisce, Centre Georges Pompidou - è pieno di gente, come al solito. Mi sono fermato all'edicola all'angolo fra rue Rambuteau e rue St. Martin a comperare l'ultima edizione dell'Equipe e il numero speciale di Tennis de France dedicato al Roland Garros. Davanti all'atelier Brancusi ci sono dei ragazzi che recitano e mi fermo a guardarli. C'è molta gente attorno e non riesco a sentire cosa sta dicendo la ragazza seduta sul cubo bianco che con la mano destra accarezza i capelli del giovane biondo seduto per terra di fronte a lei. L'ipotetico palco è occupato soltanto dai due attori e dal cubo. Mi piacerebbe restare ancora un po' per vedere se qualcun altro entra in scena, magari un altro cubo di diverso colore per il giovane attore in posizione scomoda, ma sono scomodo anch'io e, dispiaciuto, me ne vado.
Quando arrivo quasi al centro del piazzale indietreggio di qualche passo e alzo la testa. Ogni volta che ci ritorno dopo tanto tempo ho bisogno di guardarlo nella sua interezza e ogni volta resto sorpreso da questo enorme parallelepipedo di vetro e acciaio lungo 166 metri, largo 60, alto 42. E ancor più sorprendente è pensare che in questo preciso momento lì dentro possano esserci 5 o 6 mila persone di tutte le età e di ogni razza. Con un po' più di pazienza, credo, avrei potuto immaginare di ripartirli lungo tutti i sei piani, compreso quello sotterraneo e contare con esattezza, poi, quanti stanno salendo in questo momento sulle rampe del serpentone delle scale mobili esterne.
Entro.
Prima di dare atto al mio progetto (sedermi nella sala di musica, scegliere non so quale disco, infilare le cuffie e leggermi cosa sta accadendo nel torneo), decido di fare un giro per i piani. Comincio dalla libreria a pianterreno, ricavata da una specie di breve corridoio sempre intasato di gente e divisa in due corsie dal banco dei cataloghi di tutte le mostre organizzate al Centre dalla sua inaugurazione a oggi. Gli volto le spalle mentre sfoglio un romanzo che si intitola Longue vue, cannocchiale. A una trentina di centimetri dalla mia spalla destra fa bella mostra il catalogo di un'esposizione tenutasi al quinto piano dal 5 novembre 1983 al 23 gennaio 1984. Era lì anche l'anno scorso, quando avevo pensato di spedirlo in Brasile a Maria. Ci penso per un attimo anche adesso, potrei comperarlo e darglielo fra poco: alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto sulla lettera.
Al banco delle informazioni prendo il programma della settimana e leggo le notizie riguardanti le attività permanenti del Centre. Deve esserci una fantasiosa èquipe addetta esclusivamente alla stesura degli slogan che cambiano ogni volta. Quello oggi più divertente riguarda la Bibliothèque publique d'information. Dice:"Per tutti e gratuitamente, una enciclopedia del tempo presente attraverso il libro, l'immagine e i mezzi più moderni della comunicazione". Me lo leggo con il tono di un venditore di libri a domicilio e sorrido.
Salto la sezione dibattiti e cinema, oggi scadenti, e mi soffermo sui concerti e gli spettacoli. Concerti, niente. Alla Petite salle, invece, primo piano sotterraneo, alle 17 Les Comèdiens de l'Orangeries mettono in scena Un amour tratto dal romanzo di Dino Buzzati. Scelgo di salire al quarto piano dove il Musée d'art moderne offre:"una prestigiosa collezione, delle grandi esposizioni temporanee. L'arte contemporanea in tutti i suoi stadi, conferenze, incontri fra i creatori e il pubblico. Animazione, formazione pedagogica".
Intanto, sulla prima rampa delle scale mobili mi chiedo se è stato giusto tradurre ètats con stadi.
Il museo occupa uno spazio di 17.200 metri quadrati. Tutte le volte che ci sono stato, non sono mai riuscito a compiere il percorso netto, a visitarlo tutto. E oggi non ho proprio voglia di riprovarci: faccio un giro, mi fermo un po' più a lungo solo davanti a un Mondrian, scendo giù.
Fu quando Alice stava cantando Spleen di Eric Satie e io stavo leggendo Tennis de France, che mi sentii battere sul braccio. (Avevo scelto Mèlodie passagère cantato da una italiana forse per riequilibrare in qualche modo il fatto di trovarmi a Parigi). Tolsi la cuffia e in un francese americanizzato una giovane donna, che adesso so chiamarsi Kim, mi chiese se poteva dare un'occhiata a L'Equipe che tenevo appoggiata sulle ginocchia. La guardai trascrivere i risultati del torneo di tennis su quello che doveva essere il programma ufficiale e, alla vista di quel documento, non riuscii a trattenermi dal domandarle come mai ne fosse in possesso.
Così, ora, mentre al bar del quinto piano mi sta parlando dei tornei che ha seguito quest'anno, so che è americana, che è laureata in francese, che lavora per una ditta di abbigliamento sportivo e che non ne può più di sentirsi chiamare"Basinger" da amici, conoscenti, colleghi - e per un pelo anche da me se avesse ritardato di un attimo questo avvertimento. Intanto spero continui a parlare, che non mi chieda nulla. Non ho voglia di dirle perché sono qui, di raccontarle di Ilana rimasta in albergo a fare finta di dormire. Ma non ho nemmeno voglia di mentire.
"Oggi mi sono presa una giornata di libertà", mi dice,"anche se non avrei potuto".
Dalla rampa più alta delle scale mobili guardo Parigi. Lei mi sta accanto, un gradino più giù.
Assurdo che la chiamino Basinger: ha dei lunghi e mossi capelli neri, gli occhi scuri e - devo proprio dirlo - un seno che anche la Basinger nemmeno si sogna.
La scala scende lentamente quando lei a un certo punto dice:"Il mio albergo è laggiù", e a me sembra stia indicando la Tour Eiffel ma non le chiedo precisazioni e poco dopo - dopo un arrivederci poco probabile e un:"Se decide di venire al Roland Garros, passi al nostro stand. Io sono sempre lì" - la guardo sparire fuori.
Pensando ai giornali rimasti sul tavolo del bar, mi appoggio a una balaustra metallica e mi abbandono a controllare i movimenti lenti degli occupanti in questo momento la zona che riesco a vedere. Il ritmo frenetico della capitale rallenta vistosamente dentro a questa enorme scatola di vetro. Ognuno qui dentro è disposto a calcolare con calma la perdita - se di perdita si tratta - del proprio tempo. A questo proposito un mio amico parigino, Jean, anni fa, ha inventato con il suo stentato italiano una personale teoria scherzando sul nome dell'architetto autore del progetto del Centre. Una sera egli mi si avvicinò con l'atteggiamento di chi vuole confessare una straordinaria scoperta. Sottovoce - pur essendo soli -Êmi disse:"J'ai compris: la gente si aggira piano piano a ogni piano progettato da Renzo Piano". A queste parole avrei voluto far seguire"e qualcuno suona il piano al primo piano", ma ebbi il buonsenso di tacere. Eppure è vero che quando si entra qui dentro è come se si entrasse in una dimensione diversa, tutto rallenta e non so proprio se per perdere del tempo o per perdersi, come sto cercando di fare io oggi. Anche se tra un po' ritroverò qualcuno.
Abbandono tali riflessioni e mi giro intorno alla ricerca di un telefono. Ne trovo uno libero vicino alla libreria e in albergo mi dicono che Ilana è uscita nel primo pomeriggio e ancora non è rientrata."Sola?", chiedo stupidamente."Sola", mi risponde il portiere.
Torno su al quarto piano, al museo d'arte moderna e ho un obiettivo preciso: il quadro che Ilana più desiderava vedere. Non ci vado subito, seguo il percorso delle sale con un passo molto lento ma che non si sofferma davanti a nessun dipinto. Quello che ho scelto di guardare è uno di quelli da far scendere dall'alto premendo un bottone: schedario metallico semovente, l'hanno chiamato. Mi piace vedere il pannello venire giù piano dall'alto con il quadro in mezzo. Inclino la testa per non perdere neanche un centimetro del percorso, premo il tasto che mette in moto il pannello e invece di Le râve di Matisse vedo al centro un cartello con scritto che il quadro è momentaneamente esposto in un'altra città francese.
A pianterreno entro in libreria e nell'espositore delle cartoline trovo la riproduzione del manifesto ufficiale del torneo degli Open di Francia del 1981, quello dipinto da Arroyo: la capigliatura bionda di Borg vista da dietro. Scrivo:"Kim (pas Basinger)", poi:"autour de la tour Eiffel", il nome della ditta per cui lavora e, infine, l'indirizzo del Roland Garros, in Avenue Gordon Bennet. Accanto, sullo spazio riservato al messaggio, scrivo solo il mio nome e nient'altro, prendo un francobollo dal portafoglio, pago, vado fuori, ma dopo pochi secondi la cassiera mi vede rientrare come una scheggia, dirigermi sicuro verso le cartoline, prendere il Matisse in tournée che spedisco a Ilana, a casa nostra, scrivendo:"Eccolo qui, l'originale è a Lione. Che si fa?". Altro francobollo, la commessa, forse preoccupata, mi chiede se serve altro, no, saluto e nell'atrio, mi viene voglia di cercare subito una buca delle lettere.
Esco.
Ne trovo una poco lontano, in rue St.-Martin, dove al numero 61, una legatoria, compero della carta da lettera e un taccuino forse per Ilana.
Poco più in là passo accanto alla fontana, mi fermo davanti alla scultura rossonera di Calder e, sincerandomi che nessuno mi stia guardando, alzo il pugno come fa Van Basten dopo ogni suo gol. Quando arrivo di fronte all'atelier Brancusi i due giovani attori stanno recitando più o meno la stessa scena di qualche ora prima. La ragazza è seduta sul cubo bianco - che poteva voler essere una pietra - e, chinata leggermente in avanti, parla a bassa voce. Il giovane attore seduto per terra accanto a lei la sta ascoltando con un'espressione tesa, la sua mano destra stringe la sinistra di lei. Da qui ho una visione più chiara di quella di prima anche se ancora non mi riesce di distinguere bene il dialogo. Quello che mi era sembrato un palco altro non è che un telone marrone non molto grande, quadrato, che contiene i due attori, la falsa pietra bianca e, prima non c'era o non l'avevo vista, una scatola viola dalla quale esce un foglio completamente bianco. Non sembra essere lì per raccogliere denaro, ma proprio come parte dell'arredamento scenografico. Non sento niente e mi giro verso il Centre.
Entro.
Appena varcata la soglia, mi giro di scatto, come avevo fatto prima, verso l'indicatore luminoso che, posto a mezza via fra entrata e uscita, registra - addizionando e sottraendo - il numero esatto dei visitatori all'interno della costruzione; se il numero dovesse superare una certa cifra, per motivi di sicurezza sarebbero bloccate temporaneamente le entrate. Fin dalla prima volta che sono stato qui, quel tabellone luminoso mi ha subito sedotto. Ho passato intere mezze ore a guardare l'ininterrotto va e vieni di gente, registrato da quel su e giù di numeri. Ma ciò che più mi piaceva fare era riuscire a isolare il visitatore numero X, vedere cioè entrare qualcuno e poter pensare"quello è il visitatore numero - che ne so - 4631". Quando mi riuscì, un pomeriggio di qualche anno fa - si trattava di un signore sulla quarantina sicuramente parigino: soltanto loro, in pieno inverno, se ne vanno in giro in giacca e tutt'al più una sciarpa - quando mi riuscì, dicevo, provai subito il desiderio di vedere me stesso come unità precisa sommata a un gruppo.
Mi resi conto che avevo a disposizione due possibilità: la prima, quella che definii"d'impatto", mi avrebbe costretto a una lunga serie di tentativi dalle diverse modalità e da ripetere in successione: entrata controllata aspettando il momento giusto, entrata di corsa, entrata di schiena per avere subito la vista dell'indicatore; la seconda, che definii"soft", fu quella per cui optai, lasciava più spazio al caso e avrebbe certamente dato meno nell'occhio: bisognava, a ogni entrata, voltarsi subito. Un'unica possibilità per ogni visita.
Così durante tutti i miei brevi soggiorni parigini tentai di portare al successo il mio esperimento senza, però, riuscirci mai. Fino a oggi. Fino a quando, un momento fa, ho deciso di passare alla possibilità numero uno.
Infilo nella tasca dell'impermeabile il pacchetto con la carta da lettera e il taccuino forse per Ilana e mi avvio.
Esco.
A pochi metri dall'entrata mi fermo. Aspetto un momento di vuoto sia da questa parte, sia, per quanto posso vedere da qui, dalla parte dell'uscita. Ecco, quando il momento mi sembra arrivato mi metto in moto con un passo deciso.
Entro.
Subito giro la testa verso l'indicatore, che proprio in quel momento diminuisce di qualche unità: un gruppo di studenti è uscito più o meno contemporaneamente alla mia entrata.
Esco.
Cambio posizione di partenza. Mi fermo questa volta a una trentina di metri dal parallelepipedo trasparente: probabilmente l'entrare di scatto senza poter tenere sotto diretto controllo visivo l'uscita mi impedisce di prevenire sorprese come quella di poco fa. Da questa distanza riesco a vedere abbastanza bene anche chi sta per andarsene dal Centre, così adesso parto con una specie di rincorsa controllata tenendo d'occhio il flusso d'entrata e, molto meglio di prima, quello in uscita. Cerco di cadenzare il mio passo al ritmo di quei due flussi e negli ultimi metri accelero fin quasi a correre.
Entro.
E lo faccio proprio quando, secondo i miei calcoli, dovrei essere il solo a passare fra le cellule fotoelettriche dell'indicatore. Mi giro e questa volta i numeri stanno aumentando di tre unità, quei tre qui dietro di me che devono essere entrati arrivando lateralmente rispetto al mio percorso, invisibili al mio sguardo tenuto fisso sulle due porte. Certo, mi basterebbe sottrarre un 3 al numero attuale, ma non sarebbe lo stesso. Io il mio numero voglio vederlo.
L'occhiata torva di un sorvegliante mi consiglia un breve intervallo, forse non ha gradito il fatto di avermi visto uscire dall'entrata. (A proposito, cosa segna l'indicatore nel momento in cui esco dall'entrata?). Mi avvio senza indugi verso la libreria dove passo veloce davanti alla cassiera. è lei adesso a guardarmi in modo strano. In effetti è già la quarta volta, nel giro di qualche ora, che mi vede entrare qui dentro. Prendo un libro qualsiasi da uno scaffale, un romanzo di spie scritto da due giovani autori italiani, e in perfetta linea con la storia che ho in mano, la guardo da sopra le pagine. Mi sta proprio lanciando una di quelle occhiate che non ti scordi: che mi abbia preso per uno che sta cercando il modo di portarsi via qualche libro nonostante il sofisticato sistema di allarme? Nella speranza non mi consideri così sciocco, opto per un suo più probabile e per me lusinghiero sospetto di corteggiamento da parte di uno dei tanti clienti. Convinto di ciò continuo a guardarla da sopra le pagine, questa volta senza cercare di nascondermi, ma addirittura pensando di giocare di sopracciglio. Per fortuna uno deve pagare, lei si distrae, e io, fuori dalla libreria, lascio l'impermeabile appoggiato a una balaustra.
Esco.
C'è un piccolo gruppo di studenti qui sul piazzale che sta per entrare. Procedono quasi in fila indiana e io decido di mettermi in mezzo a loro. A pochi metri dall'entrata mi giro di schiena e dispongo gli occhi già in direzione dell'indicatore.
Entriamo.
Non faccio caso allo stupore dei ragazzi e guardo subito le cifre che - non ne posso davvero più - stanno girando come nel display di un distributore di benzina. Faccio dietrofront e mi dirigo verso la stessa porta. Ricapitolando per intero il mio progetto mi accorgo che rimane soltanto un'ultima possibilità. Sono tutto sudato, stanco e mi chiedo se non sia il caso di richiamare in albergo per sentire di Ilana.
Esco.
Ormai è buio, controllo con attenzione entrata e uscita. Sarà per via dell'ora quasi prossima alla cena, ma mi sembra che adesso sia meno la gente che va su e giù da queste parti. Mi guardo intorno: non c' è dubbio, finalmente è arrivato il momento giusto, allora comincio a correre all'indietro in direzione della porta, ma più che una corsa viene fuori una serie di buffi saltelli.
Entro.
Sbatto contro qualcosa e l'indicatore, eh sì, mi sembra proprio si sia fermato a un numero preciso che vedo male o mi illudo di vedere. Le due braccia che mi bloccano sembrano avere anche una voce che mi sta chiedendo se c'è qualcosa che non va."Funziona davvero perfettamente quel coso", rispondo io. Mi giro e vedo il sorvegliante di prima con una espressione un po' preoccupata. Ha tutta l'aria di uno con l'intenzione di farmi passare dei guai. Allora cerco di mettermi in ordine e gli parlo di cellule fotoelettriche, di cronometri, di sensori e, sperando di essere credibile, di mio cugino Alberto Tomba."Ah, Tombà, le champion du ski", dice l'uomo. Già, proprio lui:"Mon cusin", sottolineo. E con un sorriso, non so se di compatimento o di compiacimento, mi lascia andare a prendere l'impermeabile.
Sono sfinito, lo infilo e mi siedo per terra. Alle 21 di oggi, a Parigi, nella hall del Centre Pompidou, ha scritto Maria sulla lettera. Manca davvero poco e allora me ne sto lì, a guardare la porta, ad aspettare di vederla entrare. A fissarmi nella mente, adesso che sta varcando la soglia, il suo numero sull'indicatore: 4162.




7. Foto di viaggio


Anche se la stanza è al buio già da mezz'ora, non è stato poi così difficile spostarmi dalla poltrona dov'ero seduto a quella - uguale - che mi stava di fronte. L'unica sorgente di luce potrebbe essere - adesso - quella verde proveniente dallo stereo acceso, dai LED che vanno avanti e indietro a rincorrere l'intensità della musica, la voce del cantante. Ma nemmeno le rare sortite di qualche nota più alta dal verde della normalità al rosso della distorsione, li fanno sembrare più luminosi di due striature fosforescenti, del tutto incapaci di illuminare ciò che resta qui dentro.
Fino a qualche minuto fa - nel buio - ho guardato a lungo davanti a me, in direzione della poltrona in pelle nera sulla cui superficie cercavo di intuire quei segni che avevo individuato, di sfuggita, prima di sentire il clic dell'interruttore della lampada. Prima del buio. Nella breve panoramica sulla stanza che ho compiuto - le mani in tasca - subito dopo essermi staccato dalla finestra e poco prima di avere spento la luce, li avevo un po' trascurati, soffermandomi con maggiore intensità sulla posizione di quella poltrona rispetto all'altra che io avevo occupato per l'intera serata. Soltanto quando fu buio, e la musica iniziata già da qualche minuto, ho capito che quelle impronte - nonostante fossero fatte di vuoto, nonostante manifestassero un'assenza - ho capito che erano il più prezioso e definitivo segno lasciato qui da Ilana: l'ultima traccia del suo corpo in questa casa.
Se avessi riacceso la luce, ho pensato, avrei potuto guardare con più attenzione quelle impronte: quella più marcata e rotonda del sedile, quella meno intensa e oblunga dello schienale, le due più o meno accennate dei braccioli. Attraverso le differenti profondità avrei potuto ricostruire la posizione esatta che Ilana aveva assunto durante l'intera serata. Grazie a quelle impronte, sarei forse stato in grado di richiamare più nitide nella mia memoria le immagini dei suoi spostamenti anche più minimi, fino ad arrivare - sommando frammenti su frammenti - a rivedere anche le diverse espressioni assunte via via dal suo volto.
Conclusi però che il movimento finale del suo alzarsi - così struggente, così definitivo - avrebbe sfalsato tutte le mie immagini, e che, comunque sicuro del fallimento di tale operazione, preferivo restare al buio. è stato in quel momento che ho deciso di alzarmi. Ho aggirato il tavolino di vetro a piccoli passi laterali, sono arrivato nei pressi della poltrona di Ilana, ho allungato lentamente le braccia in avanti. Ma invece di risistemarmi - come davanti a un invisibile specchio - nella stessa posizione in cui stavo poco prima là di fronte, ho sfiorato con la mano sinistra la forma del suo corpo scavata al negativo sulla poltrona.
Ho incominciato dallo schienale, con la punta delle dita ho seguito l'impronta lasciata dall'inarcato dorso di Ilana - come se stessi facendo il negativo di una carezza - e sono sceso giù, sfiorando fino in basso le curve da lei impresse sulla poltrona. Poi, quasi in ginocchio, ho pensato però che la liscezza di quella superficie scura non avesse nulla della levigata schiena di Ilana, della pelle che diventa sempre più morbida man mano si scende verso la sua dolce curvatura rivolta all'esterno. Ora, seduto in questa nuova posizione, ho la sensazione di avere salvato almeno qualcosa di lei, un suo frammento o, forse, di essere entrato in contatto con il suo corpo ancora un'ultima volta.
Non è passata neanche un'ora da quando, accompagnandoli alla porta, avevo inutilmente cercato fra i loro sorrisi un cedimento, un segno nei loro volti che mi dimostrasse quanto anche loro, soprattutto Ilana, stessero in realtà soffrendo quel congedo. Appoggiato di fianco allo stipite della porta, l'ho guardata scegliere insieme a Piero la strada migliore da prendere per arrivare fino a casa di Stefania. Indossava, con la solita disinvoltura, un vestito nero a piccoli pois bianchi chiuso sul davanti da quattro bottoni a forma di perla. ("è uguale a quello che mi aveva fatto mia nonna quando ero al liceo", mi aveva detto davanti alla vetrina prima che glielo regalassi). I nostri:"Ciao, a presto", nascondevano nell'intonazione - la mia, almeno - un"chissà quando" più probabile e imperdonabile. Poi li ho salutati cercando di dare a ognuno di loro la giusta intensità che desideravo restasse di quel preciso momento. Un lungo abbraccio a Stefania con l'augurio di rivederla presto; una forte stretta di mano a Piero con la certezza - con lui, almeno - di un prossimo incontro. Un silenzioso bacio, invece, a Ilana, che poi ho guardato di spalle scendere la prima rampa di scale. La borsa a sacco nera con l'interno azzurro oscillava sulla spalla sinistra mentre la mano destra scivolava sul corrimano e la manica sembrava formare come un'ala con il resto del vestito. Durante la discesa non si è mai voltata a guardarmi, e non lo ha fatto nemmeno lungo i primi tre gradini della rampa successiva, quando, dopo avere girato, le sarebbe bastato alzare gli occhi per vedermi lì, le mani in tasca e il passo aperto, pronto a rientrare.
Ero andato alla finestra subito dopo aver chiuso la porta e attraversato la stanza, in tempo per vederli, già tre piani più giù, entrare nella vecchia A112 bianca di Piero. Un cenno con la mano guardato da nessuno, il tempo di passarmela fra i capelli e l'auto aveva già voltato a sinistra; poi la mano destra verso la tasca e anche la scia di luce tracciata dai fanalini posteriori era già stata assorbita dall'asfalto nero della strada.
Nella stanza erano rimasti i segni della serata trascorsa insieme, segni che adesso, dentro al buio, riesco - anche questi - soltanto a intuire. Prima, alla luce, avevo impiegato qualche secondo a metterli bene a fuoco dopo essermi staccato dalla finestra. Il voltarmi di scatto mi aveva provocato un leggero capogiro. Poi, al dissolversi di quella foschia visiva, è stato facile focalizzare la tavola parzialmente sparecchiata da Stefania e, poco più in là, le poltrone nere accostate al tavolino di vetro, i bicchieri ancora con una striscia di liquore sul fondo, il posacenere di vetro con le cicche delle Philip Morris fumate da Ilana.
Anche se non posso vederle, so di averle lì di fronte, sopra al tavolino, dentro al posacenere. Hanno, anche al buio, ombre di rossetto attorno al filtro bianco e poco fa, alla luce della lampada nera, ho cercato di dedurne la successione misurando a vista l'intensità decrescente del colore: la prima - rosso vermiglio - fumata poco prima dell'aperitivo; la seconda - rosso - la cui cenere è finita tra le pagine di un libro che poco dopo sfogliava; l'ultima - ombre rosse, quasi rosa - forse ancora calda, spenta poco prima di uscire.
Accanto al posacenere c'è l'unica fotografia rimasta di quelle portate da Piero, scattate l'estate scorsa. A un certo punto qualcuno, non ricordo chi, mi aveva chiesto se volevo almeno tenere l'unica dove erano riusciti a sorprendermi di schiena e io ho fatto no con la testa.
La fotografia, che prima di spegnere la luce avevo guardato per un po', è uno scarto. Stavano per farla a pezzi e qualcuno, non ricordo chi, mi aveva accusato di esserne il maldestro autore. Negando senza convinzione l'avevo salvata dalla distruzione e posata più o meno dov'è adesso. Avevo cercato di capirne storia e contenuto, prima di scegliere Sting come unico rumore di fondo.
è una foto molto scura, scattata forse per errore di notte all'interno dell'abitacolo di un'automobile. Il flash ha funzionato, ma tutto quello che appare in primo piano è sfocato. Il volante, in realtà nero, ha uno strano colore grigioverde causato forse dall'improvvisa luce artificiale. Da come è girato si intuisce che l'auto è stata fermata accostando verso destra. Si intravedono il contachilometri e l'indicatore della temperatura dell'acqua. L'orologio, invece, è nascosto da un raggio del volante."Peccato", avevo mormorato nel buio. Attraverso l'ora, pensai, qualcuno - certo, non io - avrebbe potuto scoprire qualcosa. Uno come l'ispettore Derrick, magari. Avevo poi cercato l'eventuale oggetto messo a fuoco che non era neanche quel pezzo di tergicristallo, sempre grigioverde e in realtà nero, dietro al cruscotto, al di là del parabrezza. Sembrava che l'involontario fotografo - no, non potevo proprio essere stato io - tentando di fermare qualcosa che stava lì fuori nel nero della notte, l'avesse invece mancato di qualche centimetro. Mi ritrovai allora con gli occhi fuori dalla cornice della fotografia, come per cercare dentro questa stanza quel qualcosa che subito volli individuare nel bicchiere di Ilana, con quelle tracce di rossetto e le invisibili impronte digitali che guardai attentamente finché non dissi a voce alta:"Potrei anche non lavarlo più", cui feci seguire un attimo di vuoto e poi una risata forte, con lo stesso tono della frase appena pronunciata.
Quando tornai sulla foto fu chiaro che si trattava del cruscotto della Ritmo 60 grigio metallizzato di Ilana. Seminascosti, dietro al volante, si distinguono i suoi occhiali da sole con la montatura dorata comperati durante quella vacanza. Poco più in là, il piccolo orsacchiotto bianco che le avevano portato insieme a una coppa gelato, dentro la quale Björn - così subito l'avevo chiamato - si arrampicava goffamente lungo il versante occidentale di una cannuccia che io avevo espressamente chiesto fosse rossonera. Dietro al raggio del volante, infine, una pallina da tennis di spugna gialla.

La strada era stretta e con molte curve. Guardavo Ilana guidare con sicurezza e seguire la A112 di Piero fino a quando le era possibile. Fino a quando, cioè, lo si immaginava azionare con la mano sinistra la levetta che fa pulsare la lampadina posteriore arancione di sinistra e lo si vedeva spostare l'auto - attraverso un leggero movimento del volante - verso quella direzione. Fra noi restavano così numerose vetture che Ilana avrebbe poi risalito una a una, tornando con calma alla formazione originaria: A112 bianca davanti, Ritmo 60 grigio metallizzato subito dietro.
Al primo ricongiungimento Ilana si voltò verso di me, mi guardò, sorrise e accennò all'equipaggio che ci precedeva. Io finsi di non capire, mi chinai e aprii il portacassette. Tirai fuori un nastro dei Police e lo infilai nella bocca dell'autoradio. Ci volle qualche secondo prima di sentire le note di Wrapped around your finger uscire dalle casse laterali, e fu tirando indietro la mano che sfiorai la destra di Ilana che stava appoggiata sulla leva del cambio, pronta a inserire la quarta. Uno sguardo reciproco, forse di scusa o di compiacimento, fece seguito a quel contatto fortuito. Uno sguardo lungo pochi metri di asfalto e che fui io a interrompere per primo spostando di lato gli occhi, verso la strada. Poi, voltandomi del tutto, cominciai a tamburellare la canzone sul cruscotto grigionero - grigioverde nella foto - guardando dritto davanti a me.

Sposto il braccio all'indietro, sopra la testa e, trovato l'interruttore della lampada, accendo la luce. Con le palpebre strette per il fastidio faccio qualche passo in direzione della parete di fronte, dove, sotto al quadro del nostro amico pittore che Ilana ha appena fatto incorniciare, è sistemato il mobile in vetro dello stereo. Premo qualche tasto in successione mentre giro il disco finito già da qualche minuto e aspetto che inizi la musica del lato B. Il suono di un basso fa da introduzione alla voce di Sting. Ritorno sui miei passi e sono davanti al tavolino quando vengo raggiunto dalle prime parole della canzone. Ancora in piedi mi chino a prendere la foto, la guardo, poi, con un movimento secco del polso, la lancio poco più in là, a sbattere contro la bottiglia di un liquore francese accanto al quale la vedo ricadere rovesciata. Torno alla poltrona. Con la mano destra tocco la fossetta che si è formata sul rivestimento del bracciolo. Adesso le nostre impronte si sono mischiate e il peso del mio corpo ha allargato e approfondito lo spazio lasciato da quello di Ilana. Ancora non riesco a capire se in questo modo, attraverso questa sovrapposizione atemporale, mi sono avvicinato ancor più a lei oppure, come passando il piede sopra al segno lasciato dalla pallina sulla terra rossa, ho soltanto contribuito a far sparire più in fretta le ultime tracce di un probabile addio. Mi lascio cadere sulla poltrona e allungo lo stesso braccio di prima: impercettibile movimento dell'indice:"clic", ed è ancora buio.

Continuai a lungo a guardare dritto davanti a me. Tratti di asfalto sconnesso si sostituivano ad altri più uniformi ma privi di mezzeria. Scorrevano disuguali sotto ai miei occhi e ai pneumatici della Ritmo. Appena li vedevo sapevo di averli irrimediabilmente alle spalle. E così era una continua passerella di paesaggi prima grigi, poi azzurri, spesso verdi, a volte gialli. Seduto sul sedile di destra assistevo a tutto questo, e proprio quando pensai"sedile di destra", mi resi conto di avere viaggiato da sempre in quella sola posizione. La pigrizia mi ha sempre tenuto lontano dall'esame di guida e mi ha così precluso la possibilità di vedere da sinistra i panorami dei miei viaggi. Fu attraversando un paese dal nome impronunciabile che riuscii a trovare l'unica soluzione possibile per godere della stessa prospettiva concessa al guidatore. Avrei dovuto viaggiare su di un'auto costruita in Gran Bretagna lungo le strade di un qualsiasi altro paese. Chiunque avrebbe scelto l'esame di guida, certo, e immaginando Ilana al volante di una Triumph Mk3 rossa con me finalmente seduto a sinistra, trattenni un sorriso. Non volevo farmi sentire o vedere da lei che stava invece guidando una comunissima Fiat con me seduto accanto. A destra, naturalmente. Non avevo voglia di stare lì a motivare il mio sorriso. Alzai il volume: Message in a bottle cantata da Sting, versione dal vivo.
Poco dopo Ilana mi disse che voleva fare un bagno e mise la freccia a sinistra, imboccando una stradina che portava alla spiaggia. Io le indicai l'A112 bianca e lei disse:"Ci aspetteranno in albergo". Mentre ci toglievamo i vestiti le ripetei più volte che sarebbe stato divertente scambiare qualche palleggio a tennis in riva al mare. Fu un'insistenza molto lunga ma, alla fine, proficua.
Il bagnasciuga era ampio e non molto affollato. Io impugnavo una racchetta da tennis in plastica nera, di dimensioni più piccole di una normale. Lei stava qualche metro avanti, di fronte a me, con l'altra racchetta nella mano sinistra. Abbronzatissima nel suo costume verde, era pronta a rincorrere anche i colpi più difficili, soprattutto adesso che aveva spostato la racchetta nella mano destra. Nessun altro si affannava in giochi da spiaggia. Il caldo umido sconsigliava ogni minimo movimento. La maggior parte dei bagnanti cercava refrigerio in acqua, altri erano riparati sotto agli ombrelloni, altri ancora riempivano il bar subito dietro l'ultima fila delle sdraio. Noi invece non risentivamo affatto dell'impedimento atmosferico, inoltre lo strato di spiaggia umida offerto dalla bassa marea consentiva a entrambi di palleggiare al meglio. Soltanto un paio di volte mi sfuggì uno stentato rovescio a due mani, con pallina prima fra gli ombrelloni e poi in mare. Errori che lei accompagnò con altrettanti sorrisi.
Il primo colpo di rovescio a due mani la scavalcò di almeno un paio di metri. Lei neanche tentò di alzare la racchetta e ne seguì la traiettoria ruotando il viso all'indietro. è stato quando si è allontanata verso gli ombrelloni per recuperare la pallina che ho avuto la possibilità di guardarla come al rallentatore. L'ho vista allora avvicinarsi al bambino biondo che aveva raccolto la pallina; l'ho vista piegarsi sulle ginocchia; l'ho vista accarezzargli i capelli; l'ho vista sorridere; l'ho vista dirgli qualcosa. Non ho sentito cosa. In quel preciso momento avrei voluto premere la pausa del videocomando, avrei voluto rivedere tutta la scena ancora più rallentata e, infine, fermarla lì, nel momento in cui, sorridendo, gli accarezzava i capelli. Poi Ilana si è rialzata ed è venuta verso di me. Quando è stata più o meno alla mia altezza, io ho fatto di sì con la testa, l'ho aggirata e ci siamo scambiati le posizioni come se si fosse trattato del cambio di campo in un vero match. Considerai che da qui - con il sole negli occhi - avrei avuto un'immagine distorta del mio ultimo rovescio a due mani: sarebbe stata nera e non gialla la pallina che avrei guardato scavalcare un'Ilana ancora più abbronzata e con un costume tutt'altro che verde. Un mutamento cromatico e di prospettiva che avrebbe lasciato però intatta la pessima esecuzione del colpo. La pallina nel frattempo mi stava arrivando di nuovo addosso. La colpii d'istinto. Ricominciammo.

La brace della sigaretta è una nuova fonte di luce all'interno della stanza, ma nemmeno quando aspiro più a lungo il rosso in punta alla sigaretta riesce a illuminare qualcosa lì dentro. C'è un attimo di vuoto, lo stacco fra una canzone e un'altra, che dura il tempo di scrollare un po' di cenere e farla arrivare sul pavimento. La canzone intera - Roxane - durerà invece fino al filtro.
Anche durante il viaggio dell'estate scorsa avevo aspettato che la sigaretta arrivasse al filtro prima di scattare una foto a Ilana che poi - mi ha detto Piero - non è stata stampata. Ho potuto vederne il negativo, dove il viso di Ilana, inquadrato in primo piano e di profilo, è un'ombra dal chiaro uniforme. Attraverso una lente dei suoi occhiali da sole si intuiscono sullo sfondo delle altre ombre più piccole, bloccate nel frammento di un movimento. Se la foto fosse stata stampata, si sarebbero visti - quasi come li stava vedendo lei in quel preciso momento - dei bambini nell'atto di giocare a pallone di fronte a una chiesa. è l'unica foto che ho scattato a Ilana - forse l'unica che ho scattato in assoluto - e ho fatto in modo che non se ne accorgesse. Mi sarebbe piaciuto che l'avesse vista d'improvviso, senza aspettarselo. Speravo succedesse questa sera e io avrei cercato di rubare ogni sua reazione a quella visione, anche la più minima, invisibile. Invece, soltanto un negativo quasi indecifrabile che ho guardato in silenzio e che Piero ha riportato con sé.
Finita la canzone mi chino in avanti, rovescio un bicchiere, lo rialzo e riesco finalmente a raggiungere il posacenere. Lo avvicino a me, spengo il mozzicone vicino a quelli di Ilana e con cura lo affianco poi a essi, come a baciarla - in differita - ancora un'ultima volta.

In quel tennis da spiaggia la pallina era una sfera di spugna color giallo limone. Attraversava leggera l'aria mutando direzione a ogni scambio. La guardavo coprire tutte le traiettorie offerte dallo spazio che ci divideva. Da lei a me, da me a lei. Fu in uno di questi scambi che sentii il desiderio di sostituirmi alla pallina, di percorrere il tragitto che mi avrebbe portato fino a lei, questa volta in un cambio di campo unico, definitivo. Il colpo che accompagnò questo pensiero - l'altro rovescio a due mani - fu molto più potente degli altri. La vidi indietreggiare, tuffarsi sulla sabbia e gettare la racchetta in direzione della pallina irraggiungibile. Era ancora a terra quando, con un tono sconsolato, dissi:"Eh, se avessi qui la mia Donnay Allwood...", senza però farmi sentire da lei.
A volte eravamo costretti a interrompere il palleggio a causa di alcuni bagnanti che, uscendo dall'acqua, sceglievano di passare proprio attraverso quello spazio per raggiungere l'ombrellone sotto al quale qualcuno forse li attendeva con gli accappatoi già pronti. Uno di questi si era fermato quasi sulla riva, si era seduto nell'acqua e aveva cominciato a commentare con sorrisi e leggeri applausi i colpi di lei. è rimasto lì qualche minuto, poi si è alzato scegliendo anche lui di passare in mezzo. Quando fu alla nostra altezza l'ho visto girarsi verso di lei, sorriderle e portarsi subito dopo la mano sull'orecchio sinistro, dove la pallina gialla, umida e ricoperta di sabbia l'aveva colpito con forza. Senza più sorridere ha guardato allora verso di me che avevo già la mano alzata in segno di scusa e, sulle labbra, un sorriso volontariamente esagerato. Mentre si allontanava è stata Ilana ad accennare un leggero applauso nei miei confronti battendo la mano sinistra sul piatto corde della racchetta.
Terminammo più o meno un'ora dopo. Il sole era ormai sceso. L'aria, finalmente, rinfrescava. Come due corretti giocatori, ci stringemmo la mano sorridendo, poi lei si avviò verso il mare, io alla ricerca di una doccia.
In macchina ce ne restammo fermi lì il tempo di una canzone, stesi sui sedili, gli occhi chiusi, ad ascoltare per intero Tea in the Sahara e forse Ilana avrebbe voluto che ci sentissimo come Kit e Port, i protagonisti del romanzo di Bowles, perduti in mezzo al deserto a cercarci. Io, invece - avevamo una macchina, un itinerario preciso, delle prenotazioni e due amici in nostra attesa - non potevo che pensare alle nostre eventuali rassomiglianze a Debra Winger e John Malkovich, i protagonisti del film: Ilana per la bellezza, io, naturalmente, soltanto per la stempiatura.
Rialzammo i sedili e mentre lei girava la chiave per l'accensione, io girai il tasto dell'autoradio da cui uscirono subito le note di Sinchronicity. Rientrati in strada, lei si mise a fischiettarlo mentre io, guardando il contachilometri, avrei voluto che Ilana, adesso che era ripartita, avesse fermato fra poco l'acceleratore nello spazio vuoto, non numerato dei 90 km/h. In questo modo la lancetta sarebbe stata perfettamente al centro del quadrante. Anzi, speravo che lei, ora fra gli 80 e i 90, arrivata a quella velocità, la mantenesse poi per qualche attimo ancora. Mancavano infatti pochi millimetri alla lancetta dei minuti per raggiungere e coprire quella più corta sul vuoto fra l'1 e il 2 del mezzogiorno. Quando ciò fosse avvenuto, i due quadranti del cruscotto avrebbero entrambi indicato il loro punto centrale."Un punto perfetto", pensai, ma un punto comunque troppo breve, quasi impercettibile. In attesa dell'evento, non staccavo gli occhi dai due quadranti, soprattutto da quello più a destra, dalla lancetta rossa dei secondi che si muoveva a scatti e che si trovò nella sua perfetta verticale proprio quando l'altra lancetta a fianco, quella bianca del contachilometri, ebbe un brusco crollo verso 80 e poi ancora più giù a causa di una curva verso sinistra che Ilana impostò - come al solito - alla perfezione. Eravamo ancora bagnati. Il vetro del finestrino di guida era abbassato del tutto e i suoi capelli si muovevano compatti nell'aria che entrava. Guardai a lungo un ciuffo di capelli svolazzare e assumere lentamente una voluminosità più aerea, ma lo feci - non volevo che lei se ne accorgesse - in modo indiretto, guardando quei capelli specchiarsi dentro al cristallo del deflettore.
Davanti a noi si era formata una piccola colonna: una Golf bianca, una Zastava blu e un vecchio camion un po' rosso e molto arrugginito che rallentava la nostra corsa. Io fissavo la Golf, cercando di sommare i numeri della targa che seguivano le lettere ZG. Speravo ne uscisse uno dei miei numeri fortunati. Ero arrivato al terz'ultimo, un 3, quando Ilana spostò in basso la levetta della freccia e uscì dalla colonna, verso sinistra. Io, che avevo già perduto il mio conto, guardai il rettilineo opposto completamente libero davanti a noi e vidi un centinaio di metri più avanti l'inconfondibile posteriore di una vecchia Peugeot 304 cabriolet color bronzo metallizzato. Cercavo di indovinare in quanti secondi saremmo riusciti a raggiungerla quando sentii Ilana urlare. Soltanto allora mi accorsi della Zastava blu che stava uscendo dalla sua linea ideale all'altezza della nostra ruota anteriore destra. Ci fu uno stridìo di pneumatici bloccati sull'asfalto, ne immaginai le strisce nere zigzaganti e intanto mi tenevo aggrappato al cruscotto grigionero - grigioverde nella foto - tenendo le braccia larghe, rigide e ben tese. Di sbieco vidi Ilana girare il volante tutto a sinistra mentre adesso sentivo la macchina tendere sempre più a inclinarsi verso destra, come attratta da una grossa calamita. Davanti, invece, improvvisamente enorme, un albero stava venendoci addosso.
Il colpo non molto forte fu accompagnato da un rumore sordo. Ero ancora aggrappato ai bordi del cruscotto, mi staccai e mi girai verso Ilana che già mi stava guardando e che scoppiò a ridere dicendo:"Ma che imbecille", rivolta, speravo, al conducente della Zastava. Scesi e vidi la Ritmo appoggiata con il paraurti grigio scuro a un guardrail dello stesso colore. Neanche una botta. L'albero, un platano, si era fermato un paio di metri più indietro e dava la netta impressione di non essersi mai mosso di lì.
Sting cantava Every breath you take quando ci fermammo di fronte all'albergo. La macchina di Piero non c'era, però notai la Peugeot 304 Cabriolet che prima avremmo dovuto raggiungere. Stavo aprendo la porta per andare subito a guardarla da vicino quando Ilana mi toccò il braccio dicendomi di aspettare."Voglio sentire la canzone fino alla fine", aggiunse. Io allora presi di mira un vecchio seduto a un tavolo un po' in ombra del bar dell'albergo e con un grande bicchiere di birra davanti a sé. Lo guardai durante tutta la durata della canzone. Anche il vecchio mi sembrò fare lo stesso. Poi, dopo l'ultima nota - un"you" molto lungo - Ilana fece uscire la cassetta e mentre la infilava nel taschino della camicetta, mi tolse gli occhiali scuri e mi baciò con un bacio che io, allora, feci durare il più a lungo possibile. Fu tra le sue labbra che mi resi conto che quel vecchio era soltanto un manifesto pubblicitario.

Dalla poltrona guardo le striscioline verdi dello stereo andare avanti e indietro fino a quando si spengono con l'ultima nota - un"you" molto lungo - dell'ultima canzone di Sting. Poi guardo anche il nero rimasto a segnare il vuoto di suoni e di luce e quello nuovo che da questa sera si è aggiunto qui dentro. Resto fermo immobile il tempo durante il quale avrei potuto ascoltare l'intera facciata di un long playing e mi alzo. Riaccendo la luce, mi giro a guardare la poltrona e mi accorgo - non c'è più alcun dubbio - che le impronte sulla superficie scura sono ormai soltanto mie.
Con forza passo allora la mano sul rivestimento del sedile, dello schienale e dei braccioli. Ne viene fuori un movimento quasi frenetico ma efficace e alla fine l'intera superficie della poltrona è completamente liscia, pareggiata. Vuoto il posacenere nella pattumiera, metto i bicchieri dentro la lavastoviglie e poi prendo la foto e vado verso la scrivania.
Continuo a guardarla mentre cerco qualcosa nel portapenne. Il retro della fotografia è lucido con una scritta - Agfacolor papier - ripetuta più volte e color grigio chiaro. Riesco a trovare un pennarello nero di quelli indelebili e, con il cappuccio fra le labbra, scrivo"FIAT RITMO 60" in perfetto stampatello però un po' storto. Aspetto che l'inchiostro si asciughi, e nel frattempo apro l'ultimo cassetto della scrivania dove, fra un attimo, riporrò anche questa fotografia, lì, sopra a tante altre accumulate negli anni, in mezzo a decine di negativi mai stampati, di rullini mai sviluppati.




8. Donnay Allwood


Neanche adesso che sono tornato indietro a comperare La Gazzetta dello Sport - ed era da tempo che non lo facevo, l'ultima volta fu in occasione dello scudetto al Milan nel 1988 - l'edicolante ha mutato la sua solita espressione. Mi ha dato il resto e salutato. D'altronde per lui è una consuetudine vendere ogni mattina a questo cliente due o tre quotidiani e, spesso, qualche settimanale o mensile e vederlo avviarsi poi verso il bar con i giornali sottobraccio. Me lo ha visto fare poco fa - con Repubblica, Corriere, Manifesto, Espresso, Panorama, Esquire e Vanity Fair stretti fra braccio sinistro e torace - e, certamente, anche adesso che, con una sola copia dalle pagine rosa, lo sento guardarmi ritornare al bar, dove sopra a un tavolino c'è - intatta - la mia colazione.
Quello che credevo l'edicolante avrebbe dovuto notare è invece l'assenza - che si prolunga ormai da parecchi giorni - di qualcosa da sotto il mio braccio destro. Braccio, infatti, che tutte le mattine, libero dai giornali, era occupato dal sinistro di Ilana. Scendevamo sempre insieme per la colazione e al bar, in attesa del mio tè, del suo cappuccino e dei nostri cornetti, ci scambiavamo i giornali spesso commentando le notizie. Anche il barista sembra non essersi accorto di nulla, e non so se da parte sua è davvero così o soltanto discrezione. Sono sicuro, comunque, che una di queste mattine dopo avermi detto che mi porterà subito il solito (tè al limone, due cornetti alla marmellata, un bicchiere di acqua minerale), insieme al vassoio arriverà per forza anche la domanda:"E la signorina?". L'unico ad aver intuito che non siamo sposati.
Eppure ero convinto che sarebbe arrivato oggi quel momento, quello delle domande imbarazzanti, a cui non si vorrebbe mai rispondere. Credevo fosse evidente che oggi Ilana - fra poco, poco più di un'ora - sarebbe venuta a prendere la sua roba per uscire poi definitivamente da quell'appartamento che lei stessa aveva trovato, scelto,voluto che io occupassi insieme a lei.
"Saresti così gentile da preparare le mie cose? Passerei a prenderle mercoledì mattina. Grazie", avevo trovato registrato sulla segreteria telefonica l'altra sera. L'ho riascoltato più volte quel messaggio: il tono secco ma allo stesso tempo gentile; le parole essenziali, precise - niente"bacioni" questa volta -, quasi fossero state scelte in anticipo, scritte su un foglio e lette durante la telefonata. E il"grazie", staccato dal resto della frase, aggiunto all'ultimo momento, dopo una pausa che avrebbe potuto, e forse voluto, portare con sé ancora altre parole, magari diverse, contrarie alle precedenti.
Adesso, lassù al terzo piano, ci sono quattro borse da viaggio sopra al letto e un paio di scatoloni pieni di libri vicino alla porta d'entrata: tutto quello che di lei c'era dentro al nostro appartamento (ho finto soltanto di dimenticare dentro a un armadietto una boccetta quasi vuota di profumo Senso che io stesso le avevo regalato). Accanto agli scatoloni dei libri ho appoggiato anche il quadro del nostro amico pittore: la decisione presa da Ilana di farlo incorniciare con un sottile bordo nero e di rovesciarlo rispetto a come lo volevo io, dà al quadro una profondità di luce ulteriore, inaspettata."è giusto che lo tenga lei", mi sono detto mentre lo staccavo dal muro.
Quando ho finito di riempire l'ultima borsa, poco fa, ho pensato che non ce l'avrei fatta a starmene lì, ad aspettare il suo arrivo e la sua inevitabile e ormai definitiva partenza. Le ho scritto un biglietto che ho incastrato fra i manici di una delle borse da viaggio ("Spero di non avere dimenticato nulla. Un abbraccio. A."), e me ne sono uscito deciso a non rientrare fino a quando non fossi stato sicuro del suo avvenuto passaggio. In quella stessa borsa da viaggio - in pelle scamosciata verde mare con rinforzi di cuoio e uno stemma al centro raffigurante un veliero a vele spiegate, che proprio lei mi aveva regalato - avevo raccolto quelli che sapevo essere per Ilana gli oggetti più cari. Non è stato facile metterli via quasi senza guardarli, fingere che si trattasse di cose qualsiasi, di non averli mai visti prima d'ora.
Poi, quando una ventina di minuti fa mi sono seduto per la prima volta qui al bar, ho rovesciato sul tavolino la mia pila di giornali che comunque non avevo nessuna voglia di leggere e ho incominciato a guardare ripetutamente l'orologio, il mio vecchio cronografo svizzero, l'unica cosa - fino a poco fa - che questa mattina fosse in grado di attirare la mia attenzione. Tutte quelle pagine mi sarebbero servite soltanto a stordirmi, a far passare più in fretta il tempo che avrei dovuto trascorrere lì dentro. Per questo ho scelto di sfogliare anzitutto proprio le riviste, attratto, è naturale, dal maggior numero di fotografie. C'è voluto qualche tempo, quindi, prima di arrivare ai quotidiani, prima di leggere la notizia che mi ha spinto a ritornare all'edicola e che ha dato un sapore ancora più amaro e allo stesso tempo sconvolgente a questo mercoledì mattina.
Era appena arrivato il vassoio della colazione, gli ho messo accanto uno dei quotidiani, preso in mano il bicchiere di acqua minerale e neanche il tempo di avvicinarlo alle labbra che già avevo letto:"L'ex tennista Borg tenta il suicidio", titolo a due colonne in prima pagina. Più sotto, la fotografia di Björn Borg mentre esce dall'ospedale avvolto in una coperta grigia - in realtà azzurra, leggerò poi - con delle foglie di quercia disegnate in bianco.
Ho rimesso giù il bicchiere e cercato una posizione che non esiste spostandomi di continuo sulla sedia. Soltanto arrivato a pagina 9, interamente dedicata a quella notizia cui ancora stentavo a credere, sono riuscito in qualche modo a sistemarmi. Ho letto allora di un probabile litigio con la sua compagna, di una porta sbattuta, di una nervosa (ma io, al posto del cronista, avrei scritto disperata) passeggiata notturna per le strade di Milano e, infine, ritornato a casa, di un cocktail micidiale fatto di whisky e di sessanta compresse di Roipnol. Quindi il panico della sua compagna, il ricovero in ospedale, la lavanda gastrica e poi la fuga dai giornalisti e dai fotografi verso chissà dove. Ho letto subito anche gli altri giornali (tutti le stesse cose, tutti gli stessi commenti banali e pieni di moralismo), mi sono alzato e sono corso a comperare La Gazzetta dello Sport.
Bevo almeno il bicchiere di acqua minerale. Anche sulla Gazzetta niente più di ciò che già ho letto sugli altri giornali, a parte due foto diverse, scattate entrambe fuori dal pronto soccorso dell'ospedale, una è sempre quella con la coperta scattata però da una posizione diversa; nell'altra lo si vede invece a bordo di un taxi, avvolto non più nella coperta, ma dentro a un montgomery che immagino blu.
Riammucchio i giornali sopra la sedia che ho davanti e che Ilana da qualche mattina sta lasciando vuota, allungo le gambe e guardo quell'ammasso di carta che doveva servirmi soltanto a far passare il tempo. Per un po' me ne sto lì come incantato, vuoto, ma dopo un attimo è tutto un susseguirsi di rovesci a due mani, di trofei sollevati in alto, di un pomeriggio a Wimbledon, di domande sul perché, per quale motivo proprio lui.
Ma in fondo no, non mi interessa e non sarebbe giusto chiedergli il perché. Però se anch'io fossi stato in qualche modo lì - nello stesso modo in cui, quando lo vedevo giocare, ero lì insieme a lui, sul campo a cercare di capire dove piazzare la pallina, dove indirizzare il prossimo lungolinea o la risposta al servizio - se, dicevo, fossi stato davvero dentro a quell'appartamento, non so cosa avrei potuto fare. Forse, avrei potuto soltanto guardare.

Lo avrei visto allora prendere la bottiglia di whisky dal mobile bar e le scatole di Roipnol dal cassetto dei medicinali, poi, seduto a tavola, lo avrei visto leggere il foglio illustrativo dove sarebbe immediatamente corso a leggere le precauzioni d'uso e gli effetti collaterali. Anche in questo caso, come quando giocava a tennis, tutto avrebbe dovuto essere predisposto alla perfezione, con una preparazione meticolosa. Perciò, leggere attentamente quelle righe gli avrebbe consentito di comportarsi senza alcuna possibilità di errore nella maniera meno indicata possibile, ma certo più appropriata per la sua decisione.
Sa che per prima cosa subirà probabilmente una insufficienza respiratoria, ma si tratterà, immagina, soltanto di pochi secondi, qualche riga più giù infatti c'è scritto che, come per ogni altro farmaco psicotropo, i pazienti devono astenersi dal consumo di bevande alcooliche essendo imprevedibili le reazioni individuali. Chissà quali reazioni potrà avere su di lui, sul più grande giocatore di tennis di tutti i tempi, come ha deciso qualche mese fa una giuria di ex campioni della racchetta riunitasi a Parigi. Lo vedo guardare - credo per curiosità o per calcolo - anche la posologia: per un adulto le dosi variano da 0,5 a 1 mg da prendere la sera prima di coricarsi. In caso di"insonnia ribelle" 2 mg sempre la sera prima di andare a letto."Per la mia insonnia", deve essersi detto,"dovrebbero bastarne 20 di mg".
Forse il suicidio non lascia molto spazio alla razionalità, alla lucidità, al calcolo, o forse sì. In ogni caso credo che lui, in una situazione del genere, non possa che essersi comportato così, o, almeno, così io vorrei si fosse comportato.
Prende in mano la scatola. La fissa a lungo. è bianca e rosso mattone, quel rosso che lui conosce così bene, quel rosso - quello di Parigi soprattutto - sul quale era assolutamente imbattibile ("Scusami se ti ho portato via un game", gli disse Corrado Barazzutti stringendogli la mano al termine della semifinale - 6-0, 6-1, 6-0 - del 1978). Quel rosso che ha contraddistinto gran parte della sua carriera, un rosso perfettamente uguale al rosso di questa piccola scatola di cartone. Il rosso della terra rossa.
Le due confezioni contengono ognuna trenta compresse da 2 mg ciascuna, ogni compressa ha un segno di frattura crociato. Lui le estrae dalla scatola e non può non accorgersi di come quel segno inciso sulla loro superficie ricordi gli incroci delle linee di un campo di tennis, quelle linee che lui sapeva colpire con precisione e potenza nei momenti più importanti e delicati di un match. Comincia a estrarre le compresse e a spezzarne alcune lungo l'asse verticale, altre lungo l'asse orizzontale, come se si trattasse di alternare dei colpi lungolinea a degli altri incrociati. E lo avrei visto compiere questa operazione senza nemmeno un tentativo d'attacco, sfiancando da fondocampo, come spesso gli riusciva, qualunque avversario, si trattasse di Connors o di McEnroe, oppure dei suoi amici Gerulaitis e Vilas.

Chissà cosa starà pensando, ora, il barista, nel vedermi così, fermo in una posizione rilassata, allungato sulla sedia, gambe incrociate e mani in tasca, lo sguardo perduto in direzione di una sedia vuota. E chissà se Ilana ha già letto questa notizia, se l'ha sentita alla radio.
Se fosse stata qui, al posto di questi giornali, seduta sulla sedia di fronte a me, l'avremmo commentata insieme, ne avremmo discusso, anche se io avrei faticato ad accettare il suo giudizio che sarebbe stato certamente drastico, duro, privo di ogni possibilità di appello. Le avrei allora parlato del Borg atleta, del suo metodo di allenamento, del modo in cui, a un certo punto della sua carriera, dopo avere perso numerose partite contro Jimmy Connors, fosse riuscito a mettere a punto il suo gioco rispetto a quello dell'americano e a non perdere più nemmeno un match contro di lui. Oppure di come avesse trovato, all'interno di un gioco assolutamente inadatto per la superficie in erba, tutta una serie di schemi particolari e, con quelli, la chiave per vincere cinque volte di fila là dove nessuno avrebbe mai pensato di vederlo vincere: a Wimbledon. Le avrei detto poi che, comunque, il suicidio, la decisione di togliersi la vita merita rispetto, anche se spesso resta un gesto apparentemente inspiegabile. E qui, forse, lei mi avrebbe detto:"Sciocchezze!", con un tono categorico che mi avrebbe impedito ogni replica.
O forse no, forse mi avrebbe dato ragione e avrebbe arricchito di altre acute osservazioni la mia frase.
"Quali di queste due reazioni, allora?", mi domando a voce quasi alta, rischiando di insospettire il barista. Questo dubbio, sorto così improvvisamente, è come un doppio fallo commesso in un momento cruciale del match più importante della mia carriera. è come avere sbagliato tattica di gioco fin dall'inizio dell'incontro e non avere più la possibilità di rimediare. ("Ma nel tennis un incontro è vinto o perso solo dopo la fine dell'ultimo scambio, dopo la conquista o la perdita dell'ultimo punto", mi sussurro per consolarmi).
Certo è che se Ilana fosse stata invece completamente d'accordo con il mio modo di immaginarmi lì, a casa di Borg, ad assistere al suo tentativo di suicidio, mi avrebbe suggerito che non avrei potuto starmene soltanto a guardare:"In circostanze del genere", mi avrebbe detto,"bisognerebbe anche saper ascoltare".

Lo avrei visto allora interrompere la sequenza di dritti e di rovesci a due mani indirizzati all'incrocio delle linee delle compresse e - con il rammarico di capire fin da subito che le sue parole non sarebbero state dirette a me - mi sarei aspettato di sentirlo dire:
"Anche quei due colpi incrociati di McEnroe erano rimbalzati nei pressi dell'incrocio fra le righe laterali e quella di fondocampo, solo che erano finiti abbondantemente fuori. Era un giorno di inizio settembre del 1981, durante l'ultima finale di un torneo del Grand Slam che ho giocato, l'ultima possibilità che avevo di vincere finalmente l'unico importante torneo che non ho mai vinto: gli Open degli Stati Uniti a Flushing Meadow.
Siamo nel quarto set, il punteggio è 4-6, 6-2, 6-4, 5-3 a suo favore, ma 0-15 per me in questo nono game. In quello precedente sono riuscito ad annullare due match point e adesso ho la possibilità di portarmi teoricamente in parità sul 5 a 4, con il servizio a mio favore e poi chiudere magari al tie break questo set e andare al quinto, quello decisivo. Lui ha già compiuto un doppio fallo per cui mi trovo 0-15 e ho tutte le possibilità - e la volontà - di recuperare e di portarlo al quinto set.
è lui al servizio: tutti i mancini mi mettono in difficoltà servendo largo a destra sul mio rovescio a due mani e costringendomi a uscire dal campo. è esattamente quello che lui fa in questo momento. A quel servizio di Mac, rispondo con un rovescio attraverso il quale tento a mia volta di metterlo in difficoltà, ma lo faccio senza convinzione dato che il suo colpo è uscito di almeno una decina di centimetri. Aspetto la chiamata del giudice di linea o, in subordine, del giudice di sedia, ma non si sente nulla e il mio passante viene intercettato da una volèe di rovescio per me imprendibile, indirizzata all'angolo opposto, all'altro incrocio tra la linea di fondo e il lungolinea che, per mia fortuna, finisce fuori in maniera ancora più netta del colpo precedente. Ma, inspiegabilmente, anche qui nessuna chiamata, nessuno grida 'out', soltanto quelli del pubblico lo fanno, alcuni fischiano, protestano (e forse - almeno questa volta, per la prima volta - avrei dovuto farlo anch'io). Sembrano tutti dalla mia parte nonostante sia lui l'americano. Io me ne sto in disparte, lontano, quasi appoggiato al telone blu di fondocampo. Mac si china a legarsi la scarpa destra e io lo guardo per un attimo, poi guardo l'arbitro e, molto più a lungo, le corde della mia racchetta che tento di spostare con le dita. Quando le proteste del pubblico si placano fino al silenzio, l'arbitro annuncia il 15 pari e qualcuno ricomincia a fischiare. Sarebbe stato 0-30, e se adesso fossi andato 5 a 4, nel game successivo, con il servizio a mio favore, l'avrei prima raggiunto e poi di certo portato al quinto set. E al quinto set è sempre stato difficile battermi. Avrei vinto, ne sono sicuro. Invece siamo 15 pari, mi sento deluso e, anche se nessuno da fuori potrebbe accorgersene, ho perduto la concentrazione necessaria per continuare, per cercare di salvare questo match. Mac serve una prima palla di servizio in rete e poi una seconda abbastanza debole sul dritto che però sbaglio malamente buttandolo in corridoio: 30-15. Il servizio seguente è una prima potentissima sul mio rovescio alla quale rispondo ancora male: 40-15. Un altro doppio match point a suo favore e sento che questa volta non posso più farcela a rimediare. Lui sbaglia il primo servizio e il secondo è di nuovo debole, controllabile, ma nonostante ciò rispondo con un rovescio che va fuori di più di un metro. Per la terza volta consecutiva gli Open degli Stati Uniti vanno a lui, per la quarta volta io li perdo in finale. Due ore e ventinove minuti di gioco: 4-6, 6-2, 6-4, 6-3. Fu quella sera che cominciai a pensare di ritirarmi. Sentivo che sarebbe stato sempre più difficile vincere, non avevo più voglia di allenarmi tutti i giorni per ore e ore, mattina e pomeriggio. Però, se l'arbitro avesse chiamato 'out' uno di quei due colpi...".

Il barista mi domanda se i cornetti hanno qualcosa che non va. Li guardo e mi accorgo di averne mangiato soltanto la metà di uno. Gli dico di no e lo riprendo in mano mentre vorrei parlare almeno con lui di questa notizia, commentarla insieme. Faccio per richiamarlo indietro, ma mi torna in mente che questo è l'unico barista al mondo a non interessarsi di sport. Un giorno gli chiesi che ne pensasse della vittoria del Milan nella finale di Coppa Intercontinentale e mi rispose che a lui del Milan non importava nulla. Lo immaginai juventino o, peggio, interista e glielo dissi. Mi zittì dicendo:"Non capisco nulla di sport, mi dispiace". Anche a me dispiace, questa mattina. Quella volta, invece, cominciò a parlare insieme a Ilana mentre io leggevo i giornali e, a distanza di pochi secondi, il nostro barista riusciva a battere un altro record mondiale: l'unico barista al mondo ad avere letto America di Kafka. L'aveva finito proprio la sera prima e discusse a lungo con Ilana su Karl Rossmann, gli adolescenti, Praga e gli Stati Uniti. Poi sentii lei citare anche Salinger e Beckett e lui dire:"Li leggerò senz'altro".
Finisco a fatica il cornetto. Per distrarmi, per lasciare un po' di spazio a questo succedersi di immagini, di pensieri, di ossessioni, potrei chiedere al barista se ha seguito davvero i suggerimenti di Ilana, sapere come ha trovato i romanzi di Salinger e Beckett. Ma oggi proprio non è giornata, e il rischio di cadere in una discussione del tipo:"La figura dell'adolescente in letteratura. Holden e Murphy: discordanze e analogie", mi fa subito scartare l'idea.
Non mi resta che l'immaginaria conversazione con Ilana, i suoi suggerimenti a proposito della mia intrusione in casa Borg. Ma se davvero lei adesso fosse qui, se si sedesse in questo momento qui davanti e la situazione restasse invariata rispettando fedelmente tutti gli avvenimenti di questi ultimi giorni, quelli fra noi due e quello letto stamattina sui giornali, non so proprio come sarebbe andata avanti la nostra discussione su questo tentato suicidio. L'unica certezza è che in entrambe le situazioni - qui di fronte a lei e lì a cercare di fermarlo - avrei dovuto a un certo punto dire qualcosa, avrei dovuto per forza parlare anch'io. E allora non avrei fatto altro che raccontare a Ilana - seduta qui, di fronte a me - quello che avrei provato a dire a Björn Borg.

"Lui, Ilana, avrebbe ricominciato a bere, questa volta direttamente dalla bottiglia per inghiottire i primi frammenti delle compresse. Non so se sarebbe servito a qualcosa, ma se davvero fossi stato lì, avrei cominciato a parlargli di lui.
Avrei dovuto confessargli di non avere mai perduto un suo match in televisione, nemmeno il giorno prima dell'esame di maturità, quando vinse a Wimbledon per la quinta volta consecutiva dopo cinque lunghissimi set contro McEnroe, durati tre ore e cinquantaquattro minuti, tempo che strappai al ripasso delle materie d'esame. Anche le sue interviste rappresentavano per me un appuntamento irrinunciabile, delle sue risposte ammiravo soprattutto due aspetti: la laconicità e l'impassibilità.
Sarebbe stato invece più difficile - sai - spiegargli il motivo per cui anch'io, quando lui si è ritirato, ho a poco a poco smesso di giocare. E ancor più impacciato, quasi reticente, sarei stato nel confessargli qualcosa che neanche tu, Ilana, hai mai saputo. Qualcosa che avevo scelto di fare per andarmene, per girare il mondo, per fuggire con discrezione da chissà che cosa. Subito dopo il suo ritiro, diventai arbitro di tennis, e cercai di farlo nel migliore dei modi. Ero molto giovane e proprio in quegli anni l'arbitraggio nel tennis diventava professionistico. A un certo punto mi fu proposto di fare un corso di qualche mese a Wimbledon e poi incominciare subito la carriera. Abbandonare tutto e via, un globe-trotter in giro per il mondo, ma, certo, un globe-trotter del tutto diverso dagli on the road degli anni sessanta. Una scorciatoia, insomma, un modo per non scontentare nessuno. Me stesso, in particolare.
Sai Ilana, gli avrei raccontato di come cambia la visione e l'interpretazione del gioco, delle traiettorie, delle tattiche, guardando dall'alto un incontro di tennis, avendo in qualche modo in mano tutto il dipanarsi di numeri, tensioni, ansie, stanchezze, psicologie che fanno parte della piccola storia di un confronto fra due giocatori. Ma nel giro di poche settimane vi rinunciai. Rinunciai ad andarmene e l'alibi fu di non sopportare il pensiero che scegliere l'arbitraggio - secondo alcuni - significava avere fallito come agonista. Però lo sai anche tu: dell'aspetto agonistico a me non è mai importato molto. Fu soltanto insicurezza, forse vera e propria paura di andare.
Avrei potuto discuterne con lui e non so se mi avrebbe risposto, se mi avrebbe dato retta.
Ma soprattutto avrei dovuto farlo con te.
E di altre cose saresti venuta a conoscenza se fossi stata davvero qui, al posto di questi giornali, ad ascoltare la mia immaginaria conversazione con Borg.
Intanto di quella giornata trascorsa a Wimbledon e in particolare di Ingrid, una ragazza svedese conosciuta al campo numero 1. Avresti capito il motivo principale del mio amore per Mondrian, del mio attaccamento a quella vecchia racchetta che tu non volevi io appendessi a una delle pareti di casa (e ora potrò farlo tranquillamente, vero?). Al resoconto di quella giornata avresti replicato - ne sono sicuro - sorridendo con tenerezza e, davanti a quel sorriso, mi sarei fermato. E lo avrei fatto solo per conservare quel movimento delle tue labbra nel modo più geloso possibile. Non avrei allora completato il mio racconto"inglese"; ti avrei detto tutto, ma non di quella cena che cucinai per lei. Sarebbe rimasto un segreto soltanto mio l'aver cucinato per Ingrid la prima e unica volta nella mia vita. Non sono più riuscito a farlo per nessun altro. Neanche per te Ilana, lo so.
A questo punto avrei detto a Borg di quella frase che Ingrid pronunciò mentre camminavamo fra i campi di Wimbledon, quando parlò della sua"solitudine perfetta" in mezzo a tutto quel moltiplicarsi di linee bianche, punto di riferimento irrinunciabile per un gioco come il suo. Gli avrei forse chiesto cosa ne pensasse di questa osservazione e di tutte quelle linee che per anni sono state la sua stessa quotidiana compagnia, attorno alle quali è riuscito a inventare geometrie sempre nuove, sempre più efficaci, fino a quando, a un certo punto, immagino le abbia viste confondersi, intrecciarsi fra loro fino alla nausea, fino a dover dire basta.
E di Maria? Sì, avrei dovuto parlare anche di lei, e per cercare di descriverla gli avrei detto della sua rassomiglianza con la Kinski bionda di Paris, Texas, soprattutto quella del filmino super 8 che si vede a metà del film. Poi, dopo avere premesso che non si è mai interessata di sport - proprio come il nostro barista, Ilana - avrei detto di come avesse capito che il mio non era puro fanatismo, che non era soltanto passione per un atleta piuttosto che per un altro. Avrei allora ripetuto le parole che lei mi disse un giorno mentre eravamo nel giardino della scuola. Parole che seguirono un mio tentativo di spiegarle il significato che per me aveva il gioco di Borg:"Certo", disse,"anche quello è un modo di stare al mondo". Lì per lì non prestai molta attenzione a queste parole, anzi, a dire il vero mi sembrò un commento ironico da parte sua. Soltanto in seguito, molto tempo dopo, quella frase divenne per me davvero preziosa.
Come quella che mi ha detto l'altro giorno al telefono. Sì Ilana, l'ho chiamata, e adesso non ho più il coraggio di buttare via le due schede telefoniche che ho usato. è inspiegabile, lo so, ma sono convinto che nella banda magnetica marrone che conta alla rovescia gli scatti in lire, rimanga registrato sempre qualcosa delle conversazioni effettuate. Ci deve pur essere un modo per tirarle fuori, e se solo potessi, e se tu lo volessi, quella telefonata te la farei risentire per intero, Ilana, parola per parola. Compresa quella frase finale, che lei ha pronunciato dentro le ultime duecento lire e che, indirettamente, era rivolta solo a te.
A te Ilana, di cui, infine, avrei parlato con lui. Gli avrei detto del tuo sguardo particolare, di quello strano neo vicino all'iride dell'occhio sinistro e del nostro primo appuntamento, durante il quale avevo un po' di timore a parlare di quella macchia bruna. Soltanto alla fine della cena fosti tu a dire qualcosa in proposito - ricordi, Ilana? - e io allora ti raccontai di quelle dame francesi del seicento che venivano chiamate La Passionée, La Baiseuse, L'Effrontèe, La Discréte, a seconda di dove portavano i finti nei di taffetà nero. Però non ti dissi che per me, da quel momento, tu saresti stata L'E'tincelante, la scintillante, la brillante. Non te l'ho detto mai, neanche quando, qualche tempo fa, ti ho sentita dire che volevi informarti se con un intervento al laser fosse possibile rimuovere quella piccola macchia pigmentata.
Ma neanche adesso lo sto dicendo a te, o a Borg, ma soltanto a me stesso o a questa pila di giornali che mi sta davanti, sulla sedia che era tua. Un monologo, dunque, questa mia immaginaria conversazione insieme a Borg. Monologo il cui risultato è che le Roipnol Borg le ha davvero inghiottite, e che nella sedia qui davanti di te non c'è più alcuna traccia".

Ora che tutto è finito non ho più voglia di star qui. Raccolgo i giornali, guardo la sedia vuota, pago, saluto ed esco. Mi avvio lentamente a perdere questa volta all'esterno il maggior tempo possibile. Prendo la direzione opposta rispetto a quella di casa e non sono passati neanche cinque minuti quando sento un lungo stridìo di pneumatici e immediatamente dopo il suono prolungato di un clacson, forse due.
Il mio dietro-front, pur se improvviso, sarebbe stato considerato perfetto da un qualsiasi sottufficiale dell'esercito. Poi, quasi mi metto a correre verso casa e mi chiedo perché ho accettato che Piero mi prendesse l'appuntamento in autoscuola per questo pomeriggio; ma è stato senz'altro meglio così piuttosto che sentirlo continuare - sarcastico - a chiedermi come avrei fatto adesso senza più autista.
Proseguo veloce lungo il mio nuovo percorso, ripasso davanti all'edicola, urto qualcuno fermo a guardare i giornali e penso che quando entrerò nel nostro appartamento dovrò fare tutto molto in fretta, tutto dovrà essere a posto prima che lei arrivi.
Svolto l'angolo, attraverso col rosso, sento un altro stridìo di pneumatici e quasi contemporaneamente l'insulto che mi merito, poi, quando sarò dentro casa, andrò alla scrivania, prenderò la mia Donnay Allwood e la pulirò con cura.
Apro il portone, l'ascensore non è lì, allora salgo i gradini tre alla volta e quando avrò pulito la racchetta le rimetterò il fodero, la guarderò come se fosse l'ultima volta e, dopo avere fatto a pezzi il biglietto incastrato fra i manici, la infilerò tra i suoi oggetti più cari, dentro alla borsa verde mare che sta sopra al letto.
Nel frattempo infilo invece la chiave sbagliata nella serratura, provo a riprendere fiato, a cercare quella giusta - forse le dirò di non farsi togliere quel neo con il laser,"o mia E'tincelante" - e già mi vedo seduto lì, con le mani in tasca e il respiro ancora affannato, sopra al letto, accanto alle borse, non chiedermi niente, non pensare più a niente, aspettare soltanto che arrivi Ilana.



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