FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







TERESA

Fernando Guidi




Era lì, davanti a me, con l'aria di chi volesse interrogarmi, seduta sulla panchina, mentre i primi fiocchi di neve toccavano gli alberi spogli del parco pubblico.
Uno squarcio nelle nubi mi permette di guardare giù, dove ieri ho giocato la partita finale della mia vita, in quel luogo così complice di tante gioie e drammi umani.
Piccola, vestita di nero, il maglione di lei conferiva un'aria da grande all'esile figura contenuta negli abiti dimessi; nei suoi occhi leggevo parole di paura, il timore di essere aggredita, violata, come se quella fosse l'unica e naturale conseguenza per una fanciulla sperduta, indifesa, che veniva improvvisamente a trovarsi di nuovo sola di fronte ad un uomo, di fronte a me, sua guida per la vita.
Il suo visino timoroso di ragazza, affilato e sbiancato dal freddo, si volta lentamente nella speranza di cogliere un movimento, il sopraggiungere di un altro essere umano più rassicurante di quello che le stava di fronte, ma lo spazio si riempiva di uno sconfinato e deserto tappeto d'erba, chiazzato di bianco, dove un pettirosso saltellava, un'altalena stava immobile. Dall'altra parte c'era solo il rumore della cascata d'acqua che finiva nel laghetto circondato da betulle e canne lacustri mosse dal vento. Il tempo si era raggelato, fermo, immobile, mosso solo dal turbinio della neve che scendeva sempre più copiosa.
L'incubo che da tempo la perseguitava era di nuovo lì, nella figura dell'uomo di cui si era sempre fidata e che ora pareva tradirla. Uomo come tanti, confuso dall'amore morboso che ormai accompagna l'amicizia dei tempi moderni, specialmente quella tra adulti ed adolescenti. Rannicchiata su se stessa, immobile, cercava di occupare minor spazio possibile, strategicamente meglio difendibile, volgeva di nuovo intorno lo sguardo, ma lo scenario si era ancor più desolato: ombre calavano tra gli alberi dove il pettirosso si nascondeva, le chiazze di neve sul prato si allargavano, l'altalena rimaneva uno spettro appeso al ramo silvestre.
Cercavo di mettere a fuoco ciò che quella farfallina fuori stagione, tutta bianca e nera, aveva da dirmi, voleva comunicare al maschio, ritenuto padrone e guardiano dei sentimenti dell'universo intero.
Teresa, tu eri ciò che avevo sempre desiderato: la donna-bambina da coccolare, da accarezzare, da proteggere, da amare con tutta la forza e la sensibilità insita in me, nell'uomo in genere e che, troppo spesso, non ho saputo riconosce, costringendomi a vagare per tutta la vita fra maschi appagamenti, errori sentimentali, nel tentativo di riempire vuoti incolmabili. Di fronte a lei mi sono sentito grande ed allo stesso tempo vulnerabile, ma contento della possibilità di essere posseduto dalla femminilità che l'adolescenza sprigiona da tutte le parti del tuo corpo, acerbo ma provocante, dalle forme delineate dolcemente con tocco sapiente e appena intuibili sotto indumenti sempre abbondanti. Quel corpo mi aveva guidato verso un labirinto di sogni a tratti dolcissimi, altre volte terrificanti, dove, esacerbata, emergeva la frustrazione dell'impotenza di non saper amare se non con la ripetizione infinita dell'iniziazione liceale.
Teresa ebbe un sussulto, il parco sembrava risvegliarsi dal letargo magico in cui era entrato, le fronde stormivano, il pettirosso sfrecciava in cielo spaventato, un alito di vento muoveva l'altalena sollevando enormi spruzzi di neve.
Mi avvicinai, tesi la mano cercando di afferrarla.
Ma perché ora ti scosti, ritraendoti ancora di più? Perché sei così spaventata?
Quali conseguenze, questo gesto di possesso ti fa venire in mente?
Aprendo ancora di più i grandi occhioni amari, Teresa esclamò:
" Perché?..."
" Io..., ma..., - balbettai confuso, tornato drammaticamente alla realtà, ancora con la mano protesa - non so..., non voglio farti del male, non aver paura, cerco un contatto d'amore, un essere umano che mi capisca, che mi aiuti a capire cosa voglio... ".
Voglio, voglio, voglio..., la maschia parola possessiva risuonava con agghiacciante eco nel parco ormai deserto. Rabbrividendo, la piccola Teresa si nascose il viso tra le braccia, singhiozzando fra lo sfarfallio di neve che la circonda.
Ricordo quando la scoprii sola, seduta in mezzo agli altri compagni, silenziosa, colma dei suoi problemi, ed al mio richiamo mostrò i suoi grandi occhi, imploranti pietà al mondo intero. Io mi ero sentito improvvisamente fallito, impotente di aiutare un essere umano che non chiedeva altro che un po' di ascolto, di comprensione per i suoi accidenti, di una mano per sollevare quella coltre di ferocia accanita contro le donne, le fanciulle, le figlie, lasciate a crescere da sole, proprio dalle persone deputate ad educarle. Ho pensato cosa fare per ingraziarmi la benevolenza dei suoi occhi terrorizzati dalla vita, ho intercettato il suo grido di aiuto, ho pensato che finalmente potevo essere utile a qualcuno, e le tesi la mano. Lei però si è approfittata di me, consapevole della forza che la vita le ha dato. Mi ha portato dove lei voleva, attirandomi nei tranelli del suo corpo, lasciando dietro una scia di desideri inappagati, di promesse non fatte, di ammiccamenti perversi, di illusioni. Ero consapevole che non sarei riuscito più a vivere se lei non mi avesse dato la possibilità di amarla, di apprezzare la dolcezza della sua anima, la fierezza del suo corpo.
"Guardami. Metti i tuoi occhi dentro i miei e scopri la verità, e poi decidi se vuoi la mia vita o la mia morte ", implorai.
L'inverno ormai inoltrato, accentuava la luce gelida del freddo che invadeva il parco e bloccava ogni sperpero nella sopravvivenza dei suoi abitatori, tanto è preziosa ogni risorsa per giungere alla rinascita, verso la calda luce della primavera. Gli alberi stavano immobili, protetti dalla coltre di neve, aspettando il tepore che risveglia la linfa interiore per un altro grado di crescita che la natura ha loro riservato; il pettirosso si racchiuse nelle proprie piume, accumulando nuove energie per prossimi voli giulivi incontro alle rondini del sud, portatrici di luminosa speranza; l'immobile altalena ricordava il chiasso dei bambini ed aspettava lo spuntare dei fiori, per scaldare le giunture e riprendere il volo verso nuovi infantili orizzonti.
Come rinfrancata da quella linfa vitale che le scorreva intorno, Teresa si rianimava, si scuoteva di dosso i singhiozzi, riprendeva forza e si preparava a lottare fino alla risoluzione finale, consapevole che, dopo aver affrontato il conflitto generazionale con l'uomo che le stava di fronte, le complicazioni degli ultimi tempi, il culmine di tensioni laceranti che entrambi stavano toccando, uno di loro sarebbe dovuto soccombere e avrebbe dovuto cedere le armi all'amore più forte, a chi più profondamente aveva radicato nell'anima la purezza dell'incontro con l'altro e avrebbe avuto più voglia di vivere le sensazioni affettive verso l'esterno, anziché rivolgerle al proprio interno. Rialzando la testa ed asciugandosi le lacrime, Teresa distese con fierezza la sua terrea figura nel bianco sfondo del parco innevato, ergendosi sulla panchina come un'eroina ferita sul suo cavallo bianco, e mi apostrofò:
"Chi ti ha autorizzato ad entrare nella mia vita più intima, nel mio dolore, nella mia anima infangata, senza prima conoscermi a fondo e sapere ciò che io potevo e volevo ricevere da un uomo? Credevi di sapere tutto sulle donne, solo perché tua madre ti ha ossessionato fin da piccolo ed ha violato il tuo pensiero ingannandoti sul tipo di rapporto da tenere con l'altra parte del mondo, quella più sensibile, più esposta alla tempesta della vita, quella che ha sempre reagito ed ha, in fondo, deciso le sorti di ogni popolo e civiltà, tramite la propria influenza sull'uomo, la propria capacità di comprenderne lo stato d'animo, i bisogni più intimi e dare delle risposte cosmiche alle richieste più banali? Ti aspettavi che io cedessi alle tue voglie di uomo impotente di amare perché comunque sei sempre un uomo, un adulto che influenza la donna, l'adolescente che le sta di fronte e che esercita il suo potere tramite l'imponente ombra del corpo senz'anima che si ritrova, tramite la pretesa di possedere la verità sulle cose del mondo, che insegna immutate nei secoli, senza tener conto dell'evoluzione di chi le riceve, della grandezza di ogni anima, anche se donna. Ascolta o uomo virile! Niente è più grande dell'umiltà di questo piccolo fiocco di neve posato sul palmo della mia mano, che sa di finire appena incontra un altro elemento; ma quanto straordinario è il disegno che lo compone, quanto perfette le linee dei suoi cristalli e sfolgoranti di luce propria riflettono all'esterno il mistero che ognuno di loro, di noi, possediamo! Ascolta l'altro, abbi la pazienza di metterti di fronte ad un essere umano come tu sei e aspetta che ne esca un sussurro, un suono che tu stenterai, dapprima, a percepire, a riconoscere, ma poi proromperà nell'aria, nella tua anima e niente lo conterrà, se non il mondo intero, il mondo che ha bisogno di amore, come la donna, l'adolescente che sta di fronte a te e che non hai saputo ascoltare, sentire, preso dal tuo egoistico senso di affetto, dalla smania di riempirti, di ricaricarti risucchiando energia affettiva da tutti gli esseri viventi che contattavi, specialmente le donne, più ricche e cedevoli di questo sentimento che non l'uomo ingordo di oggi!".
Il gelo scendeva sulla vicina notte, l'ambiente circostante si riduceva a forme stilizzate, rattrappite dalle dure parole ascoltate, urlate dal profondo dolore dell'umanità femminile, che lasciavano senza speranza anche il nuovo giorno che di lì a poco sarebbe risorto, più freddo perché orbo di un rapporto di amore svanito, come la neve a primavera.
Teresa si alzò e se ne andò, tra svolazzi di fiocchi di neve, lasciandomi di ghiaccio. Quella figura, ora così imponente, si mosse quasi senza lasciare impronte sul prato ormai completamente innevato e mi salutò seccamente: "Ciao, prof.!!"
Il mio sguardo scorre per l'ultima volta su quel luogo così lontano e... ma è lei! Teresa che sta rientrando nel parco, forse per cercarmi! Va verso la panchina... aveva lasciato l'Invicta.
Nel mattino freddo ed immobile, il sole si affaccia sul parco di battaglia, inondando con stilettate di luce il pettirosso rinfrancato, la scintillante altalena, la solitaria panchina da dove dipartono grandi impronte che giungono fino al laghetto ghiacciato, il quale presenta un misterioso squarcio in superficie... assente il giorno prima.
Teresa se ne accorge e, lentamente, si avvicina...
Vorrei che almeno piangesse.




ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.