FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GLI UOMINI COL TACCUINO

Massimo Maraviglia




Fu una cerimonia commovente al punto giusto quella con la quale il signor De Angelis Luigi per gli amici Gino si accomiatò dalle persone che per trent'anni dalle otto del mattino alle quattordici orario continuato avevano apprezzato il suo buon cuore, la scrupolosità, l'eleganza discreta nel vestire, i modi garbati, la disponibilità a risolvere anche problemi non proprio suoi. Una stilografica dal pennino d'oro (l'aveva desiderata e mai ebbe il coraggio di comprarsela) ed una medaglia d'argento (sul cui retro c'era incisa la frase di rito: "A Gigino. Gli amici e i colleghi") suggellarono il periodo più lungo della sua esistenza. Di certo si chiese cos'altro gli restava da fare, altrettanto di certo risposta non si diede. Un pomeriggio uggioso al signor Gino di ritorno dall'edicola vien voglia di ordinare il suo studietto. Studietto... una scrivania che un tempo era stata di suo figlio ormai sposato e con figlio posta in un angolo del salotto ricavato spostando la poltrona e il tavolo rotondo che si usava solo quando c'erano gli ospiti cioè mai. L'avvio toccò al portariviste costipato di numeri di Oggi ed Europeo degli ultimi due anni, circa cento quotidiani che altrove non trovarono collocazione, cataloghi del Postal Market e cartoline da Praia, luogo in cui abitualmente sua cognata Marisa e consorte (grandi scrittori di cartoline) andavano a trascorrere le loro fantastiche vacanze. Riordinate le riviste in sequenza cronologica, passò alla biblioteca. Biblioteca: scaffale largo settanta centimetri profondo ventidue, a tre mensole posto sopra la scrivania in cui facevano bella mostra libri non letti fino alla fine tra i quali spiccavano per eleganza e prestigio quelli brossurati del Reader's Digest. Fu infine la volta dei cassetti della scrivania in cui soffocavano accatastate alla porco diavolo le bollette di casa, la montagna di buste-paga, le cambiali sbiadite che ancora trasmettevano un'oncia d'inquietudine sebbene fossero da tempo disinnescate... le locandine degli spettacoli amatoriali del cral, programmi di sala di serate di poesia del collega Giuseppe Scalizzo e centinaia di altre cose che più volte negli anni scivolati era riuscito a salvare dalle furie pulificatorie della moglie Anna... la copertina verde! L'inconfondibile copertina verde del taccuino dei suoi vent'anni spuntò impertinente dal cumulo delle macerie di ricordi obliterati... pensava di averlo perso già da millenni e invece eccolo riapparire sotto un mucchietto di foto scattate al mare, quelle con la moglie incinta e il primogenito sporco di sabbia mano nella mano con una amichetta... tenne per un po' quel taccuino tra le mani, con timore sfogliò le prime pagine leggendole di striscio con la paura di trovarci dentro qualche pezzetto di mondo che aveva voluto o dovuto dimenticare. Ed eccole lì le tracce del suo sogno sgonfio come un canotto lasciato in cabina e ritrovato l'anno seguente... l'inizio di un romanzo, schizzi a matita ormai insignificanti e le parole di una canzone... la guerra era finita e ciò che aveva dovuto mettere da parte per combattere tornava dalle pagine del quadernetto che avrebbe potuto finire nella pattumiera tante volte e invece era lì che si ripresentava a chiedere ragioni. Perché non dargliele? La guerra era finita ormai, ecco cosa doveva fare: trovare il modo per raccogliere ciò che della storia sua era rimasto irrisolto sospeso congelato sepolto nella polvere di trent'anni trascorsi non ricordava in che modo. Inaugurò la sua stilografica scrivendo le righe iniziali di una biografia proprio su quel taccuino sotto le prime righe del romanzo non scritto quarant'anni prima col desiderio istintivo di azzerare quel tempo e il suo vuoto... "Potrei dire che la mia storia cominciò il giorno in cui venni alla luce ma non sarebbe vero: essa comincia solo adesso che inizio a raccontarla..." Bella intuizione, bella... rilesse più volte si diede coraggio e proseguì... "per motivi che devo ancora scoprire, ci sono momenti in cui mi sembra di essere nato qualche giorno fa, qualche attimo fa anzi, e di non avere nessun passato né un futuro con tutte le conseguenze che la cosa comporta. Come se fossi cascato per sbaglio o per una improvvisa vibrazione da una mensoletta sulla quale mi trovavo riposto a mò di confettura situata chissà dove. Altre volte mi sembra di ripetere per l'ennesima volta un gesto, uno qualsiasi o una parola, una smorfia, come se avessi passato il mio tempo a fare tre o quattro cose sempre le stesse più o meno nello stesso modo ogni volta..." Rileggendo si accorse che la sua storia stava prendendo una piega inattesa, gli veniva da scrivere cose che non aveva mai prima d'allora pensato. Si pose da buon scrittore - almeno lui così immaginava che facessero i buoni scrittori - il problema di quale impronta dare al suo romanzo, introspettivo, realistico, fantastico o una via di mezzo... il riapparire di quel quadernetto lo aveva distolto da ogni voglia di riempire il tempo con gesti che sapevano di vacuo per ricondurlo in quella dimensione immaginifica e in qualche modo "eroica" nella quale aveva vissuto i primi anni della sua esistenza. Così lasciando le carte in un disordine di cui più niente gli importava si immerse nella sensuale idea di scrivere la storia... e quando iniziò a frugare nel passato per individuare quali eventi fossero oggetto degno di racconto non ne trovò nessuno. Non che non fossero accadute nella sua esistenza cose da raccontare, che diavolo, aveva persino attraversato una guerra!... il signor De Angelis non se ne era accorto intento com'era ad immaginarne altre che accadevano quando ne stava già immaginando altre ancora sicché la sua vita reale glissava sotterranea e parallela alla sua capacità di percepirla in maniera sfalsata. Così come in un film doppiato male la pista sonora scorre precedendo o seguendo di qualche istante le immagini dando al un aspetto posticcio... l'esistenza di Gino fu simile ad un film doppiato male. Bloccato con la penna a mezz'aria e con lo sguardo in campo lungo sui tetti affacciati alla finestra dello studietto scrutava i comignoli, le antenne delle televisioni, i piccioni, i panni stesi, cercando uno stimolo che alimentasse l'estro. Chiedeva alle nuvole ed alle massaie grassocce che si sbracciavano ai balconi in goffi minuetti con lenzuola da piegare e calzini da impiccare, un indirizzo da dare alla sua storia. Chiuse gli occhi e si chiese se fosse stato in grado di ricordare - era un gioco che faceva quando era ragazzino - nei minimi particolari quanto poc'anzi si era mostrato al suo sguardo. Poche cose ricordava ed ebbe modo di rimproverarsi la poca destrezza nell'osservare, la scarsa attenzione con cui era riuscito a nutrire il mondo che gli era intorno. Perché era così distratto? Non riusciva neanche a ricordare il colore della cravatta che aveva indosso. I suoi conoscenti erano tutti turgidi di ricordi, ogni occasione era buona per far sì che ognuno facesse deflagrare rumorosamente i suoi... lui non aveva niente da dire, eppure di cose gliene erano accadute ma dio buono proprio non le ricordava. Il fatto fino a quel momento non gli aveva procurato fastidio alcuno... passi che ai battesimi o ai banchetti nuziali o nelle feste di natale avesse zero da raccontare nel convivio di parenti e amici - non a caso era soprannominato Gigino il facondo proprio per il grazioso modo che aveva di proporre la sua assenza, il suo silenzio... adesso che intendeva scrivere un romanzo autobiografico, il vuoto di memoria lo avviliva. Non avrebbe potuto attingere alla sua fantasia rinsecchita, messa da parte molti anni prima: dava disturbo quando si cimentava nei ratei e nei risconti. Perso il filo di quella storia che non avrebbe potuto raccontare, pensando ad altro tracciava linee di un paesaggio... scarabocchiava automatica la matita, poi folgorato da un lampo d'intuizione si alzò con uno scatto inusitato e dritto si diresse al pianoforte. Da anni scordato. Il vecchio pianoforte della madre maestra di musica muto da anni conobbe la convulsione delle dita ignoranti ed artritiche di un ometto inquieto che cercavano simili a quelle dei bambini rompiscatole una improbabile melodia. Il desiderio cominciò a diluirsi, a dilatarsi con le note che seguendo una logica a lui ignota andavano ordinandosi sotto le sue orecchie incredule in una frase semplice e compiuta, solitaria... la ripetè più volte fin quando non ebbe la certezza che fosse degna di essere ascoltata da orecchie aliene. Chiamò la moglie (che dei suoi travagli interiori non mostrava il minimo sentore), timido e compiaciuto gliela eseguì. "Senti senti... ti piace?" "Ah la musica del sapone Blort" - fece con tono per dire: "e dunque?" non contenta iniziò a cantare: "Sapone Blort sapone Blort a tutti i microbi tu dai la mort!" Era oscena coi suoi fianchi in accenno di vibratile danza mentre usciva dal soggiorno continuando a canticchiare un motivetto che vagamente somigliava solo vagamente a quello eseguito poco prima dal signor Gino che dal suo canto non ricordava né l'esistenza di un sapone Blort né tampoco della sua musichina: avrebbe voluto dirglielo, difendersi da quell'implicita ma non per questo meno offensiva accusa di plagio - e poi plagio di cosa! del sapone Blort! - non ne ebbe il tempo, per questo si risolse irritato a chiudere il pianoforte con un gesto irrevocabile, mentre Anna dalla cucina ignara di quale effetto devastante avesse potuto avere la sua crassa innocenza nell'immaginario di quell'uomo fatto di larve d'intuizioni che cercavano disperatamente di divenire girini d'idee, continuava a canticchiare tra profluvi di cipolle e brodo di pollo il laido jngle: "Sapone Blort sapone Blort a tutti i microbi tu dai la mort!" "Scendo a fare due passi!" gridò con la vocina querula infilandosi la giacca pesante dimentico del fatto che era già quasi estate. "Quando torni?" "Mai più!" avrebbe voluto rispondere, ricordandosi di un suo zio che un giorno disse: "Vado a prendere le sigarette" e invece partì per l'America dalla quale non fece più ritorno. Lui questo non avrebbe potuto farlo perché non fumava (aveva smesso già da alcuni anni per via della pressione): come sempre rispose "Tra un poco... prendo il giornale e torno". Preferì scendere le scale a piedi per iniziare a riscattare i tanti anni di ascensore per dimostrarsi che vecchio non lo era del tutto e che una nuova vita poteva cominciare anche da lì variando le piccole e meccaniche abitudini quotidiane che avevano scandito la sua esistenza fino a quel momento. Cosa poteva cambiare a quel punto? Cos'altro gli restava da fare? Se lo chiese ancora una volta... pensò che avrebbe potuto con un computer avviare una cernita statistica sui dati della sua esistenza: quante ore passate a farsi la barba quanti quintali di latte consumato in un quinquennio quanti caffè quante paia di scarpe quante volte fatto l'amore quanta acqua bevuta quante volte bestemmiato (questo se lo ricordava: con grande pentimento tre volte e mezzo - mannaggia il padreterko la considerava bestemmia parziale -) quante volte fatta l'elemosina quante volte passato col rosso quante volte passato per stronzo quanti funerali battesimi matrimoni e prime comunioni quante aspirine quante parole scritte (poche) e quante non dette (molte) quanto pagato di telefono acqua luce e gas quanto speso per i figli quante foglie calpestate... l'associazione di idee era veloce e l'elenco si allargava a dismisura man mano che scendeva i gradini: ecco, questa era una buona idea, se non era in grado di fare un resoconto qualitativo della sua esistenza ne avrebbe potuto almeno fare uno quantitativo con l'ausilio di un computer... il suo entusiasmo si frenò davanti a due problemi: primo, non sapeva usare il computer, secondo, non poteva spendere soldi per comprarne uno: in che modo avrebbe giustificato la cosa a sua moglie? Alla fine dei gradini l'ipotesi di un lavoro statistico sulla sua esistenza veniva bocciata senza possibilità d'appello.
Fuori l'aria era bella e il sole forte tanto da procurargli un benessere sotto forma di piccolo fremito e con esso il desiderio di un gesto inconsueto se non addirittura folle che dapprima flebile d'improvviso esplose in voglia smodata assalendolo malefica e fascinosa... scappare di casa entrare nella prima agenzia di viaggi e prenotare un biglietto aereo senza ritorno e senza bagagli per le Bahamas (controllò a tale proposito di avere con sè il libretto degli assegni che naturalmente aveva lasciato nel comodino di casa); oppure comprare una pistola ad acqua farci dentro la pipì e iniziare a sparare all'impazzata sulla folla di un grande magazzino tutta formichina a fare scorte di sapone Blort e di acqua Drinkella; oppure abbassarsi i pantaloni e fare la cacca sul tavolino di un bar posto in mezzo alla strada facendo l'imitazione di Calindri e urlando cagando "Io bevo solo cinar! Bevo solo cinar!" fare andare il traffico in tilt e vedere i vigili urbani corrergli incontro per arrestarlo; oppure andare disinvoltamente incontro alla signora Giovanna - che abita al terzo piano e che in quel momento per sua sventura sta passando sul marciapiede di fronte - e dirle: "Signora che ne direbbe di farci una chiassosissima scopata?" con lo stesso tono in cui si direbbe "Signora ha visto che bella giornata?" oppure comprare venti pacchetti di gomme - quelle che normalmente compra per suo nipote - e mangiarsele tutte insieme e fare un pallone da guinnes che scoppiando gli coprirebbe tutta la faccia e conciato in quel modo presentarsi in banca e chiedere del direttore per aprire un nuovo conto e magari fargli qualche pernacchietto in faccia... spaventato dall'aver immaginato simili nefandezze, Gino si ravvide in un lampo e ritornò in sè chiedendo perdono non si sa bene a chi (a sè stesso a dio ai suoi cari chi può dirlo) dell'aver concepito tali pornografie che in capo a qualche minuto neanche ricordava più. De Angelis era diventato molto bravo a livellare emozioni voglie e dispiaceri per preservare quel sano equilibrio ottuso auspicabile prerogativa delle esistenze giuste. A quel punto dalla sua vita poteva sperare solo che un evento inatteso lo sbalzasse via dall'andamento monodico del tempo tanto era ben rassegnato al fatto che mai avrebbe avuto la forza necessaria a compiere un'azione deviante e rigeneratrice: mai la sua sfilacciata volontà sarebbe potuta essere una miccia adeguata ad un evento catarticamente esplosivo. Quanti pensieri stupidi da adolescente incompreso... "Che mi manca?" aveva avuto il kit completo per l'uomo che non deve chiedere mai dalla vita... una salute discreta - a parte la pressione ma quella chi è che non ce l'ha - un lavoro - noioso tuttavia accettabile - una moglie buona - per quanto buone possano essere le mogli - dei figli buoni - per quanto buoni possano essere i figli - una casa - è vero non acquistata che importanza ha? - degli amici - per la precisione uno: il collega/poeta Giuseppe Scalizzo - una macchina - una splendida 1400 superaccessoriata ed in ottime condizioni gommatissima 45.000 Km acquistata in usato garantito nell'89 perennemente in garage - e persino una specie di amante platonica - la signorina Ida dell'ufficio estero non bella ma pratica di inglese e per lui che amava molto i viaggi anche se non aveva viaggiato era molto importante. Cos'era quel malcontento che proprio adesso che l'esistenza era lì pronta per essere goduta ricominciava a perseguitarlo? L'ombra del pachidermico e fatuo sogno che lo aveva assillato in giovinezza riprendeva ad oscurare sotto parvenze d'uccello del malaugurio l'ultimo brano di vita che gli restava da compiere. Lo cacciò via - almeno momentaneamente - gridando forte dentro sè una frase che nella sua violenza espressiva risultò efficace: "Che cazzo mi manca? Niente. Basta organizzarsi." Preso da questo nuovo guizzo si spinse fino alla cartoleria Vitale, la più fornita del quartiere: fermo di fronte alla vetrina guardava con cupidigia l'enorme scatola di pastelli professionali... 64 colori acquerellabili in offerta speciale: solo 45.000 lire (si, e chi lo avrebbe spiegato alla moglie che gli servivano per disegnare visto oltretutto che non sapeva disegnare?). Optò per della creta che costava molto meno: 1 kg. 5.400 lire, pagò, controllò che lo scontrino fosse esatto (aveva terrore delle multe fiscali, ancora non aveva dimenticato la tremenda storia raccontatagli dall'amico/poeta Scalizzo che aveva avuto una cognata la quale uscendo dal parrucchiere senza ricevuta era stata vittima di una multa di 200.000 lire): era esatto e contento si avviò verso casa. Con la creta sporcò ovunque, non aveva molta destrezza nelle attività manuali, la moglie lo sgridò: "La pianti di fare il creativo?"... almeno a lui così sembrò di capire comunque non rispose; per un attimo si sentì incompreso e dunque dando credito ad un vecchio luogo comune si sentì genio; ne fu intimamente felice, durò poco. Si accorse che dalle sue mani uscivano fuori facce mostruose contratte in un ottuso dolore, gli piacquero, si disse che sarebbero potute essere l'espressione in creta dei sentimenti suoi più viscerali. Gli piacque quel pensiero ed il modo in cui lo aveva formulato: prese carta e penna per annotarselo quando lo aveva già dimenticato. Tuttavia si sentì nuovamente ispirato e proteso verso la poesia, scrisse dei versi con le mani sporche di creta. Scrisse versi sporchi più che altro sconcezze e turpitudini, lui che in tutta la sua esistenza aveva detto circa dieci parolacce e bestemmiato volte nel numero di tre e mezzo (padreterko si giustificava non è esattamente una bestemmia): era un rigurgito sublimato dei pensieri lerci che prima uscendo di casa lo avevano assalito. Rilesse i suoi versacci e dopo averli letti non ebbe pudore ad autodefinirsi un "neomaledetto", poi strappo' tutto, nonostante avesse una gran voglia di farli leggere alla moglie: voleva stupirla almeno una volta, il timore che le potesse far venire un colpo lo frenò. Quanto alle facce di creta, le guardò ancora per qualche istante infine le ficcò nel forno a microonde vicino al roast beef (nonostante le due cose avessero tempi di cottura diversi) dando modo alla starnazzona di rimproverarlo ancora una volta. Avrebbe voluto parlarle, spiegarle quanto gli stava accadendo, renderla partecipe della sua inquietudine... la pratica millenaria del silenzio cui era avvezzo lo poneva in condizione di non sapere da dove cominciare. Cosa avrebbe potuto spiegarle? Lui stesso non sapeva cosa gli stesse accadendo... forse era la tanto temuta arteriosclerosi che iniziava a conclamarsi (iniziava? Era già in atto da tempo; d'altronde il fatto che non ricordasse le cose non era forse un segno inequivocabile?) In ogni caso ciò che maggiormente lo seccava era il non essere preso sul serio. Sua moglie, magnifico esemplare di fenotipo femminile con radici ben impiantate nella terra, aveva regale attitudine nell'esercitare la più assoluta refrattarietà a tutto quanto non si mostrasse immediatamente tangibile e sperimentabile in laboratorio. Era sicuro che se le avesse detto che era inquieto, prima ancora che tentasse di spiegarle il motivo, la donna gli avrebbe preparato una camomilla lui l'avrebbe bevuta e la storia sarebbe finita lì. Volle provare lo stesso... "Non mi sento niente bene..." recitò entrando in cucina con tono drammatico-informativo studiatissimo. "Che ti senti?" fu la risposta automatica di sempre - il tono di Gino per quanto studiatissimo era quello di sempre: decise di non andare oltre e di tagliare corto: "Un mal di testa terribile" "E' l'influenza che corre. Prenditi un'aspirina" Sua moglie anche il cancro avrebbe curato con l'aspirina e probabilmente con esiti positivi: lei non dava confidenza alle malattie che trattava in maniera molto sbrigativa. Gino tentò un recupero: "No, non è influenza. Non è influenza, è qualche altra cosa..." Sua moglie già non lo udiva più intenta a rimestare in un cassetto. "Sono finite! Scendi a comprarle?" "Non voglio l'aspirina!" 'E tieniti il mal di testa!" In poche battute miseramente il suo conato di dialogo si era consumato. Un senso d'impotenza partendo dalla pancia lievitò leggero e irrefrenabile diffondendosi lungo il corpo fu per questo che decise di infilarsi nel letto. Provò a leggere un vecchio numero dell'Europeo, si ricordò alla ventesima pagina di averlo già letto quattro volte. Accese la televisione, non c'era nulla che lo potesse interessare. Spense la tele e pure la luce. Nel buio cercò di cacciare via dalla testa qualsiasi pensiero ed i pensieri cominciarono a fuggire via da soli... fuggendo, sembravano produrre un indecifrabile suono mai udito, simile al pianto di una foca commossa... harpsss...harpsss...harpsss... aumentava la frequenza la consistenza pure di quella vibrazione tanto da apparire lì lì per prendere una forma. Il cervello era in procinto di deflagrare, compresso dall'interno dalle membrane di quel suono che si stava materializzando. Si alzò per un estremo tentativo senza sapere di cosa, aprì la finestra ed urlò con tutta la forza che non aveva mai avuto... harpsss... le sue orecchie non udirono alcun suono, innanzi ai suoi occhi apparve indicibile ed imparagonabile la piccola disperazione che aveva preso forma... compiuta qualche piroetta intorno ai vasi di gerani, quel miracolo inutile scivolò via sulle teste degli ultimi passanti andanti via col giorno. Vide la luce antelucana e in un istante si riconobbe in tutte le cose, in quella nube vertiginosamente alta nel blu del cielo, nel profumo delle magnolie sul davanzale della finestra e nelle foglie e nella trama fibrillante del tessuto della tenda e per la strada e nei lampioni, sui tetti delle case circostanti e nel canto d'amore dei gatti, sulla scopa del netturbino, nella voce a squarciagola dell'ubriaco, tra l'odore del pane caldo e il cappello di un metronotte... ed era contento...
La signora Anna piangeva chiedendosi per quale motivo fosse accaduto all'improvviso, già pensando a quale vestito il suo Gino avrebbe dovuto indossare per l'ultimo - unico - suo viaggio.


"Addio caro ti saluto... ci penserò, ne parliamo al mio ritorno..." chiuse lo sportellino del microtac, lo infilò nella tasca interna della giacca e guardò l'orologio: mancavano ancora trenta minuti all'imbarco. A Vittorio Campus aspettare non piaceva. Ogni istante delle sue giornate aveva una funzione. Così anche le attese venivano riempite con qualcosa d'utile... di norma cinque ore a notte gli erano sufficienti per recuperare le energie ma da qualche tempo l'insonnia sciupava le poche ore di riposo che si concedeva, per questo motivo i suoi ritmi erano leggermente alterati. Bastava un attimo di calo di tensione durante il giorno che il suo organismo ne profittava per il recupero di risorse che notti inquiete gli stavano negando. Trenta minuti sono un'eternità per chi corre veloce lungo la propria strada, ma sono anche un tempo ragionevole per deporre le armi, quando si è stanchi, e chiudere gli occhi... su una sedia non comoda di una sala d'attesa dell'aeroporto. Trenta minuti... un lasso di tempo nel quale - dicevano le statistiche dell'anno precedente - la Campus SpA fatturava circa centodieci milioni di lire. L'azienda fondata da suo nonno nel retrobottega di un vecchio locale di periferia che nell'arco di tre generazioni si era trasformata in Società per Azioni quotata in borsa. Suo padre Alberto era morto quando lui non aveva neanche venti anni. Il fratello di Alberto, Francesco, alla morte del congiunto aveva rilevato la maggioranza delle quote aziendali, ma privo com'era di qualsiasi talento imprenditoriale, poco gli bastò per condurre l'azienda in capo a due anni sull'orlo del tracollo. Vittorio (allora appena ventiduenne) che dal padre aveva rubato le migliori informazioni genetiche riuscì a liquidare con la sua parte d'eredità le quote dello zio e a riportare l'azienda di famiglia verso orizzonti di gloria. Il tutto nell'arco di un lustro. Con la conduzione del giovane intraprendente il fatturato raddoppiò i primi cinque anni e negli anni a seguire mostrò un trend di crescita pari al 22,5% annuo: un miracolo vero e proprio che non conosceva crisi né battute d'arresto. Il segreto di Vittorio era una ricetta di ovvietà e visionarismo: grande intuito, una buona capacità di immaginazione grazie alla quale riusciva a vedere ciò che poteva accadere prima che accadesse, una razionale dose di audacia, fiducia nelle proprie intuizioni, un pizzico di culo e fiuto nello scegliere i migliori interlocutori. Acquistava quando gli altri restavano fermi in attesa che la crisi passasse, spendeva quando non aveva disponibilità e accumulava quando ne aveva. Un grande visionario Vittorio Campus: il business non era per lui che la materializzazione di ciò che riusciva con molto tempo in anticipo a focalizzare fin nei minimi dettagli... dei soldi poco o nulla gli importava, d'altronde il denaro per lui nato in una famiglia più che benestante, non fu problema su cui dover riflettere. Sapeva di avere accumulato una fortuna sufficiente a garantire futuro tranquillo a dei figli - che suo malgrado non aveva - a nipoti e pronipoti. La soglia dei sessant'anni magnificamente portati, qualche volta, lo aveva indotto a riflettere su chi sarebbe potuto essere l'erede di tanta fortuna ma era un pensiero su cui non si soffermava più di pochi secondi... la morte era lontana, nutriva indifferenza rispetto al problema. Talvolta aveva pensato di eleggere suoi eredi gli ospiti di un orfanotrofio. Non era uomo da buone azioni però aveva un debole per i bambini senza genitori, forse perché bambini non ne aveva avuti o perché orfano di madre lo era stato anche lui. La cosa che più faceva brillare i suoi occhi scuri da arabo era il vedere concretizzarsi le sue idee, degne del più acerbo e scanzonato imprenditore. Immaginava la possibilità di lanciare una nuova linea di abbigliamento ad esempio quella sportiva per fasce d'età non più giovanili? Ci lavorava circondandosi dei migliori talenti che il mercato gli potesse offrire pagandoli meglio di quanto non pagassero i suoi concorrenti realizzava l'idea e passava oltre. Sua l'idea di estendere l'uso del tre ruote ai teen ager mentre gli altri pensavano a rilanciare il prodotto nel mercato di riferimento tradizionale, sua quella dei motorecapiti express e dell'acqua di colonia per animali domestici, sua quella delle magliette coi quadri d'autore e i versi dei grandi poeti, sua quella dei bicchieri di plastica che si autoestinguono... sua quella della verdura lessa in barattolo, sua quella dei sughi aromatizzati e gli altri indietro a copiarlo. Creava un'azienda, il tempo di pilotarne il decollo e preso quota la vendeva ricavandone mediamente il triplo di quanto aveva investito all'inizio. Di norma una volta vendute queste aziende non avevano lunga vita, in parte perché spesso fondate su un'idea effimera - questo lui lo sapeva - in parte perché il suo estro nelle scelte di marketing avevano un'importanza determinante nella fortuna dell'azienda stessa. A lui ciò non importava. Lo gratificavano alcuni risvolti consequenziali della sua attività, gli piaceva ad esempio pensare che le sue idee potessero essere fonte di lavoro per altri, anche se non si poteva dire di lui che fosse un filantropo. Libero docente presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Milano imprenditore a tutto campo consulente di marketing tra i più quotati d'Europa cinque lingue parlate tre lauree conseguite studiando nei ritagli di tempo (in economia, conseguita a ventidue anni poi in scienze politiche a trenta ed infine in psicologia sebbene non ne avesse alcun bisogno: conosceva d'istinto tutte le più recondite dinamiche dell'animo umano), giornalista pubblicista (aveva scritto per qualche tempo di mercati internazionali sul Solar 12/24) pittore per hobby ed esperto di pittura settecentesca napoletana e di antiquariato settimo anno di conservatorio (violoncello) che aveva abbandonato alla morte del padre per dedicarsi di più all'azienda di famiglia. Unico rammarico: non aver fatto il musicista per professione ma non era detto che prima o poi non lo avrebbe fatto: "C'è tempo per tutto. Più cose si fanno e più cose si è portati a fare. Il tempo è una dimensione interiore" diceva qualche volta ai suo collaboratori che segnalavano disagio per i troppi compiti assegnati. Ad un individuo normale, per fare quello che Campus aveva realizzato, sarebbero state necessarie almeno sette vite, per lui che era un felino sette vite erano in dotazione. Un leone sotto le parvenze di un gatto. Di queste svariate non sapeva quante se l'era già giocate: un grande dolore, un incidente d'auto che lo aveva reso cieco per qualche tempo, un incendio che aveva distrutto buona parte del suo primo opificio quando era agli inizi, un repentino abbandono della città d'origine per un amore andato a male, un rapimento, un infarto e qualche altro evento di questo calibro lo avevano indotto già svariate volte a ricominciare daccapo la sua esistenza con nuovi occhi. E la vita cambiava, cambiava il modo di percepirla anche se al fondo sapeva di essere sempre lo stesso e che nulla poteva vincerlo definitivamente. Anche dopo il rapimento continuò ad ostinarsi nel non volere nessuna guardia del corpo. Pensava che nessuno dovesse mai rischiare per un altro neanche se pagato. Non poteva sopportare l'idea di essere seguito da ombre che per quanto silenziose e discrete gli avrebbero in ogni caso dato un'idea di restrizione di libertà... chi è libero non ha nulla da temere. Tuttavia a seguito il rapimento decise di acquistare un calibro 28 e di recarsi periodicamente al poligono. Quella pistola era divenuta l'abituale sgradita compagna dei suoi spostamenti. Non amava le armi: un'arma si porta per usarla e a lui l'idea di usarla non piaceva. Al di là di alcuni cambiamenti d'abitudine e dell'acquisizione di nuovi punti di vista, gli eventi della sua esistenza, seppure gravi, non lo avevano mai prostrato definitivamente. "Rialzarsi! Sempre!" era il grido di guerra col quale sapeva incitare chi era in difficoltà compreso sè stesso. Vittorio Campus insomma era un capo-guerriero, di quelli che si amano oppure si temono oppure entrambe le cose a un tempo. Per capire chi fosse bastava guardare il modo in cui i suoi collaboratori gli si rivolgevano: non servili e pronti solerti scrupolosi consapevoli che la loro fortuna era quella del loro capo e viceversa... Campus ascoltava le opinioni di tutti, dall'autista al direttore vendite, dalla segretaria al responsabile amministrativo, a tutti riconosceva la possibile paternità di un'idea da rubare: tutti godevano della considerazione attenta in cui il "capitano" coltivava le loro opinioni. Questa era una delle grandi capacità di Campus: motivare le persone, renderle necessarie, valorizzare al massimo le loro attitudini: intuiva - attento osservatore dell'animo - cosa poteva e cosa non doveva chiedere alle persone e da nessuno mai pretese più di quanto non potesse dare o essere. Ognuno dei suoi diveniva il tassello sapientemente scelto per costruire il grande mosaico in cui ciascuno occupava il proprio luogo deputato, da tutti riconosciuto. "I passeggeri del volo Roma/Londra delle 10,15 sono pregati di recarsi all'imbarco." La voce metallica lo scosse dal suo riposo. Si alzò, indossò il soprabito e prendendo la borsa si avviò verso la scala mobile. Mancavano quindici minuti alla partenza e Maurizio de Paulis ancora non si vedeva. Campus puntava lo sguardo lontano per vedere se almeno si facesse viva Lea... di lei nessuna notizia. Maurizio e Lea lo avrebbero raggiunto. Così fu. Il giovane de Paulis lo raggiunse trafelato... "C'era una fila da paura"; il suo passo nonostante veloce non stava dietro quello di Vittorio, posato, elegante, da felino. "E Lea?" chiese Vittorio "E' andata un attimo alla toilette." "Quella ragazza fa continuamente pipì. Dovrebbe farsi vedere da un medico". Trovarono Lea all'imbarco, sorridente. "Ma che hai fatto?" "Scusatemi ho avuto un piccolo contrattempo. Mi si sono sfilate le calze e ho dovuto cercarne un paio nuovo che non ho trovato. Guardate in che modo sono costretta a partire..." Con gesto grazioso mostrò le gambe. Belle. Un vile luogo comune vuole che una donna se è bella non può essere intelligente. Stupidaggini da manuale. La giovane Lea è bella e intelligente. Era una giovane laureata quando iniziò a lavorare con Campus per il quale non fu difficile innamorarsi della sua vivace intelligenza. Se non fosse stato per la differenza di età - 25 anni - magari l'avrebbe sposata (di amanti ne aveva già piene le tasche) anche se da moglie probabilmente sarebbe stata una catastrofe. Lea Maurizio e il capitano salgono le scalette dell'aereo. Visti da lontano i tre potrebbero dare l'idea di un padre molto giovanile - Vittorio nonostante l'età non ha un capello bianco e la sua pelle molto curata è quella di un quarantenne - e dei suoi due figli, tanto più che Maurizio somiglia al dottore in maniera sorprendente... stessi occhi, stesso colore di pelle, soprattutto stesse espressioni... per il passato qualcuno aveva malignato che fosse suo figlio naturale. Voci che non furono smentite né confermate, in fondo certe somiglianze talvolta si possono presentare tra persone che si frequentano da lungo tempo e questo era il caso di Vittorio che aveva voluto accanto a sè Maurizio come suo collaboratore di fiducia già da tre anni, da quando suo padre il dott. Gianluca de Paulis direttore commerciale tra i più stimati della Campus SpA nonché amico di Vittorio, era venuto a mancare all'affetto dei suoi cari. Obiettivo del viaggio: sondare da vicino la proposta avanzata dalla Advanced Chemicals Britain, industria inglese specializzata nella ricerca di fonti energetiche alternative. L'idea per gli inglesi era quella di affidare alla Campus il compito di sviluppare in paesi mediorientali il mercato di alcuni prodotti petrolchimici innovativi. Un'idea intrigante e pericolosa in quanto i prodotti in questione avrebbero generato nel caso in cui la penetrazione fosse avvenuta, uno sconvolgimento di scenario del mercato mondiale. Un'idea azzardata da fantascienza che non poteva non incuriosire e stimolare l'interesse di Vittorio: il settore di ricerca dell'azienda inglese stava mettendo a punto una sorta di petrolio sintetico che avrebbe potuto sostituire il greggio tradizionale in molte applicazioni. I responsabili commerciali di quell'azienda richiedevano l'intervento di Campus per una delicata operazione di intermediazione con i mercati mediorientali: si trattava di convincere gli arabi ad attivare un'operazione di riconversione dei loro impianti e aderire in qualità di partners attraverso la compartecipazione al progetto di ricerca e l'installazione di impianti di produzione sperimentali nelle aree geografiche che da sempre avevano fornito petrolio. Un'impresa folle, di quelle gradite da Campus che dal suo canto aveva avuto modo di approfondire in altre circostanze le sue conoscenze di quei mercati. Sapeva che l'impresa sarebbe stata pressoché impossibile ma il suo carma era quello di confrontarsi con situazioni sempre più complesse, ed era da tempo che non riusciva a trovarne visto che aveva maturato tali competenze professionali che ogni nuova impresa si trasformava in un gioco del quale facilmente si stufava. L'idea di coinvolgere gli arabi nella produzione di finto petrolio era per l'appunto quello che ci voleva per solleticare nuovamente l'ingegno: quali argomentazioni, quali prospettive invitanti avrebbe potuto individuare per portare a compimento un progetto così visionario? Ci avrebbe pensato al momento opportuno. Intanto prendeva posto in seconda fila mentre Lea e Maurizio riponevano i bagagli negli appositi scomparti. Benvenuti a bordo... la voce rassicurante di una giovane hostess commentava i movimenti ritmici delle colleghe che officiavano il rito delle norme di sicurezza: uscite d'emergenza giubbotti salvataggio maschera cintura... aveva imparato a distinguere i vari stili interpretativi delle hostessess in fase di somministrazione dati.... c'era il modello "burocrate", con movimenti brevi e squadrati, essenziali... il genere "glamour", con movimenti ampi armonici e persino sexy, il tipo "sobrio", con movimenti semplici e pregnanti, il soggetto "romantico" con movimenti imprecisi e appassionati... poi c'erano le sottocategorie: in ogni caso, dei viaggi in aereo, l'esibizione dell'hostess era l'unico momento degno di interesse. Il giornale, il break fast, la voce di Maurizio calato nella sua parte di junior manager parlante degli inglesi che di li a poco avrebbero incontrato... era sua abitudine - un'abitudine che gli aveva inculcato il capo - raccogliere prima di ogni incontro quante più informazioni possibili dalle fonti più disparate e farne un dettagliato resoconto al capitano che dal suo canto di questi resoconti non ne aveva alcun bisogno visto che era per dono caratteriale capace d'intuire con ottimo margine di approssimazione psicologia carattere istanze e modi di fare di tutti i suoi interlocutori: gli bastava sentirli un paio di volte al telefono guardare il loro biglietto da visita la cravatta che indossavano le mani e già aveva un numero sufficiente d'informazioni per poter avere un'idea ragionevolmente precisa di chi era la persona con cui aveva a che fare. Lea rileggeva le bozze della relazione introduttiva al bilancio annuale di una delle aziende del gruppo Campus; di tanto in tanto con una matita cancellava qualche parola, aggiungeva qualche virgola, sottoponeva al capo tra un sorso di succo di mela e una tartina quesiti del tipo "qui è meglio parlare di crescita o di sviluppo?... qui intendiamo ragionevole ottimismo oppure assoluta certezza? Altrimenti potremmo..." Vittorio la lasciava fare sicuro. Non aveva una gran voglia di ascoltare nessuno. Strano per lui. Fuori il tempo era bello. Temperatura esterna: -40° c; velocità di crociera: 850 Km. h. altezza di volo: 10.000 metri... la voce del comandante informava i suoi passeggeri. Un viaggio piacevole se fosse stato di buon umore. Qualcosa lo turbava. Un sentimento inusuale per lui che di norma era di buonumore. L'inquietudine di doversi confrontare di lì a poco con una scommessa fuori dal comune... a Vittorio non piaceva tirarsi indietro, per la prima volta gli venne da pensare: "Chi me lo ha fatto fare? Petrolio sintetico... che idea balzana." Per uno che non tornava indietro sulle azioni intraprese, un ripensamento aveva sapore sgradevole. Passato il tappeto di nuvole s'intravidero dal basso le luci dell'aeroporto. Lucetta rossa cinture di sicurezza... stavano per atterrare. "Ora siamo qui... andiamo fino in fondo" il rullio dei motori minaccioso aumentava. L'impatto del carrello con la pista d'atterraggio fu violento... Vittorio attese che gli altri passeggeri, slacciate le cinture di sicurezza, si alzassero, prendessero i loro bagagli e si avviassero verso l'uscita. Lea ripose le carte nella borsa da lavoro, Maurizio già s'era alzato e prendeva dagli scomparti la valigetta sua e di Vittorio. Vittorio immobile aspettava... le porte dell'aereo non si erano ancora aperte... uno sparo ed urla provennero dalla parte della coda. Lea e Maurizio d'istinto si nascosero dietro le poltroncine rannicchiandosi: "Che sta succedendo?" Vittorio non rispondeva... immobile con lo sguardo vitreo aspettava... un altro sparo. Urla di terrore poi grida in una lingua sconosciuta... Cinque uomini a volto scoperto dalla carnagione olivastra, armati di mitragliette a canna mozza si fecero largo lungo il corridoio dell'aereo... ecco l'inquietudine di Vittorio... calato in un deja vu sapeva cosa stava accadendo... sapeva che in fondo al corridoio c'era un uomo scuro vestito in doppiopetto marrone con una mitraglietta a tracolla... si voltò verso il fondo e lo vide... quando aveva già vissuto quell'incubo? La gente a spintoni veniva rigettata nuovamente sui sediolini. Le grida si affievolirono. Uno degli uomini continuava a gridare sit-down sit-down. Un altro al centro del corridoio teneva sotto tiro i passeggeri con la mitraglietta puntata. Fu il silenzio. Nel silenzio (Lea piangeva e insieme a lei altri passeggeri Maurizio cercava di proteggerla facendole da scudo col corpo) Vittorio cercava di ricordare il finale di quell'incubo già vissuto... l'uomo al centro del corridoio - forse il capo - gridò in un inglese stentato di stare calmi e seduti e nulla sarebbe successo. Spiegava che non volevano uccidere e non avrebbero ucciso nessuno se le autorità americane avessero concesso quello che loro chiedevano... Vittorio non aveva paura... d'altronde momenti violenti li aveva già vissuti in vita sua... aveva persino subito un rapimento... e nonostante questo, continuava ad ostinarsi a camminare senza guardie del corpo... non amava le guardie del corpo, non ammetteva che altri potessero rischiare la propria esistenza in vece sua... aveva la sua pistola... anche se mai la tirò fuori... si tira fuori per usarla... e lui la sapeva usare... un uomo anziano, un americano dai capelli bianchi una fila più avanti la sua continuava a pregare uno dei cinque uomini di non sparare, di non fare nulla di male... diceva di essere malato e che quella era l'ultima occasione che aveva per rivedere sua figlia che l'aspettava all'aeroporto... fuori chissà cosa stava accadendo... le trattative col consolato erano già iniziate... dall'oblò in lontananza videro ambulanze avvicinarsi... un'hostess meravigliosa nel suo ruolo sebbene terrorizzata continuava a dire state calmi, andrà tutto bene, non vogliono farci del male... il vecchietto implorava... lasciaci andare, ti prego, lasciaci andare... il giovane armato era nervoso, si vedeva, ed alle implorazioni del vecchio rispondeva gridando "stai zitto! devi stare zitto! Zitto o ti ammazzo!" il vecchietto continuava... "non ho paura di morire sono già vecchio, vorrei vedere mia figlia per l'ultima volta..." e dicendo questo si aggrappava incosciente del pericolo e grottesco alla canna della mitraglietta... il giovane era nervoso... "fermo! Non ti muovere..." il vecchietto si alzò... partì dalla mitraglietta una breve serie di colpi, volutamente o per sbaglio... Vittorio fino allora immobile estrasse veloce dalla giacca la sua pistola e fu un tutt'uno col premere il grilletto. Il terrorista preso alla sprovvista cadde colpito in pieno petto accasciandosi sul vecchio: Vittorio... che hai fatto!.. per la prima volta haiperso la testa... e chi perde la testa, lo hai sempre detto, è fottuto... l'altro terrorista alle sue spalle veloce lo colpì alla nuca. Ripresero le grida... sentì un gran calore, qualcosa di simile ad un orgasmo gli attraversò il corpo dalle punte dei capelli alle unghie degli alluci poi le grida si persero nel buio del sonno.


Gino circola freddoloso in un'aula silenziosa dai riflessi biancastri in cui file sterminate di vecchi banchi in legno si allungano a perdita d'occhio verso la profondità incommensurabile di un corridoio. Tenta di ricostruire quanto sia accaduto poco prima, a stento ricorda il suo nome, cerca di comprendere dove si trovi e perché. Snocciola una serie di ipotesi ricucendo alla meno peggio brandelli di ricordi che di tanto in tanto rigurgitano da parti oscure della memoria... è il tempo degli esami? Angosciato si rende conto di non avere con sè alcun dizionario e lui di latino di greco e di italiano non ricorda una parola. Ma se erano gli esami, gli altri compagni dov'erano? Era lui arrivato in anticipo oppure erano già andati tutti via perché il tempo era scaduto? Se almeno qualcuno gli desse qualche indicazione, non c'è nessuno... gira in lungo e in largo tra le file di banchi chiedendosi quale fosse il suo sperando di trovare un segno, qualsiasi cosa che possa ridare continuità alla memoria. La maggior parte dei banchi è vuota, di tanto in tanto su qualcuno intravede qualche oggetto... un anello di plastica, una feluca, un avanzo di pasta e fagioli ancora fumante - ha fame e non ha il coraggio di toccare nulla - più avanti un cestino di frutta di cera, una chiave con un nastrino rosa, un coltello da macellaio, un cappellino con la veletta, un paracadute, persino l'ancora di una nave vede e un'ala spezzata di aereo, un barattolo di vernice rossa, nel quale intinge un dito per sondarne la consistenza e poi mosso da un istinto primitivo traccia sulla superficie del banco alla sua destra un cuore trafitto da una freccia nel quale vorrebbe scrivere delle iniziali, non gliene viene nessuna... su quello stesso banco si accorge che con un temperino è stato inciso un altro cuore, simile al suo... Gino e Vanda per sempre 25 Maggio 1938, quel per sempre lo inquieta: Gino era lui o un altro Gino, di Gino ce ne sono tanti, lui stesso era stato tanti Gino o non era stato Gino... dal fondo non troppo distante intravede apparso dal niente un anziano signore con venerabile barbetta bianca capo calvo e occhi vispi che gli sorride furbetto... finalmente qualcuno! Va per avvicinarsi la figura svanisce al suo posto un berretto a sonagli. Se lo calza per vedere come gli sta e lo scampanellio fa da richiamo ad un nugolo di piccoli puttini grassottelli e col culo a panino, accessoriati di alucce e tubicini che dal fondo festosi avanzano danzando, suonando e cantando una filastrocca familiare... "Sapone Blort sapone Blort a tutti i microbi tu dai la mort!" Ridono festosi i puttini, sembra che vogliano coinvolgerlo: qualcuno di loro ha gli occhi cattivi. Disponendosi in cerchio intorno a lui continuano a canticchiare saltellando tra i banchi senza fare rumore... è infastidito quasi spaventato e non sa se tirarsene fuori o simulare indifferenza, quando alle sue spalle sente una voce familiare gridare "Silenzio! Andatevene in classe!" Altro che familiare! E' Peppino il bidello secco curvo con l'abito liso marrone di tutti i giorni. "Peppino!" a Gino viene spontaneo chiamarlo, il vecchio senza vederlo gli passa accanto e tira dritto con un cassino nella mano destra ed una tazzina di caffè fumante nell'altra. "Peppino!" lo chiama ancora "Peppino!" L'altro ormai distante ha udito e perciò si ferma di botto, lascia cadere la tazzina che nell'infrangersi fa il rumore di un grattacielo di cristallo che crolla. Tapparsi le orecchie a nulla serve: l'insopportabile clangore si perpetra nell'aria in una eco che non vuole avere fine. Peppino fermo di spalle capo chino osserva la piccola sciagura. Gino si dirige verso di lui, non raggiunge mai la meta... mai... persa ogni speranza e voglia, d'un botto si ritrova a pochi pollici dalle sue spalle. Gli si para davanti: "Peppino! Che..." non completa la frase... non è Peppino, è uno spaventapasseri... "Che ci fa qui lo spaventapasseri dello zio Giacchino?" e che ci faccia lui, lì, ancor meno lo sa né qualcuno all'orizzonte si intravede che gli possa dare una risposta... Gino da piccolo aveva paura degli spaventapasseri, zio gli spiegò che gli spaventapasseri devono spaventare gli uccelli non i bambini e per fargli vincere la paura gli aveva proposto di costruirne uno insieme a lui... due mazze incrociate, una vecchia giacca, una zucca, della paglia, dei vecchi pantaloni ed un cappello del nonno, assemblarono il tutto e fuori ne venne il mostro: "Hai visto? Questo lo hai fatto tu. Non puoi avere paura di una cosa che hai inventato tu. Ne sei convinto?" Ne era convinto... solo con gli anni - anche questo in quel momento ha dimenticato - scoprì che non c'è nulla di più temibile di ciò che si fa con le proprie mani. Ad ogni modo lo spaventapasseri in quel momento gli da un pizzico di tranquillità: finalmente qualche oggetto familiare in quel luogo che ancora non è riuscito a decifrare. Lo zio Giacchino... gli sarebbe piaciuto rivederlo, era morto e non ricordava più a quando risalissero le ultime notizie che aveva di lui e a pensarci bene non era sicuro che fosse morto. Il mostro non mostra alcuna intenzione di interloquire con lui, se lo lascia alle spalle e tira dritto alla ricerca di spiegazioni e indizi. Poggiando le mani tra due banchi laterali si dondola, si getta in avanti, passa ai due banchi successivi e così facendo - ma chi gliela da quella forza nelle braccia che aveva perso da tempo? - si ritrova davanti ad una porta semichiusa oltre la quale s'intuisce un altro ambiente. Indeciso se varcare quella soglia per vedere se c'è gente oppure stare buono in attesa che qualcuno giunga a dirgli cosa debba fare, passeggia nervoso davanti alla porta... dall'altra parte piccoli rumori metallici, voci confuse, alcune grida e all'improvviso il pianto di un neonato. La porta si spalanca e lascia strada ad una bella donna languida distesa su un triclinio platealmnete voluttuosa ingorda divorante enormi chicchi d'uva, sospinta da valletti in redingote e candida parrucca... comprese dove fosse: era a Cinecittà per fare il suo provino col grande Fellini. Quello di fare l'attore era stato il sogno della sua vita o meglio una delle parvenze che il suo ineffabile sogno spesso assumeva e adesso era finalmente lì in attesa di essere ricevuto. Dopo qualche istante da quella stessa porta sbucò una deliziosa signorina in minigonna a plissè scozzese calze bianche e capelli ramati occhiali tondi e reggiseno a balconcino... aveva dimenticato di indossare la camicetta ma questo a Gino non dispiacque: "E' qui per il provino?" "Si!" Rispose senza esitazione, e quella, senza camicetta: "Ha portato le sue foto?" "No. Le ho dimenticate" "Non importa. Vuole accomodarsi? Federico l'aspetta." "Federico? Chi Federico?" "Di Federico qui ce n'è uno... venga, si accomodi" E fu così che De Angelis si ritrovò nello studio del grande Federico. Molto diverso da come lo aveva immaginato... piccolo, qualche pianta, una minuscola scrivania sommersa da pennarelli, fogli, pastelli, fotografie... alcune delle quali erano attaccate su dei pannelli con delle punesse, tra le tante - per la precisione tra una boteriana culona ed un baffone dall'occhio strabico - intravide la sua... "allora Federico le mie foto già ce le ha! E com'è che ce le ha? Chi gliele ha mandate? Io? Non ricordo..." pensò tra sè guardandosi intorno per vedere dove fosse Federico. Federico non c'era. Dietro la sua poltrona vuota un manifesto a matita lo ritraeva con la sua archetipica sciarpa e l'immarcescibile cappello su di una nuvoletta. Si ricordò di avere già visto quel disegno qualche tempo prima su un giornale in occasione della morte di Federico. "Morte? Cavoli, Federico è morto, è vero!! E io con chi lo faccio il provino?!? Miseria truffaldina... proprio adesso che ero riuscito ad avere un appuntamento con lui..." Mentre si tribola sulla sedia contraddetto, Federico entra nello studiolo. " Luigino, finalmente ci vediamo!" "Maestro!" Gino salta sull'attenti... "Maestro... non mi chiamare così, non mi piace..." "Maestro, lei non era morto?" "Eh, morto, si fa presto a dire morto! Dicerie, se ne dicono tante sul mio conto, una in più una in meno, ci ho fatto l'abitudine. Piuttosto ascolta Luigino, io avrei intenzione di fare un filmettino che mi assilla da tanto di quel tempo che tu neanche te lo puoi immaginare... ho provato a scriverlo tante di quelle volte ma ogni volta al suo posto usciva fuori un altro film. Ecco, io penso che questo sia il momento buono per farlo nascere... hai preso già il caffè?" "No" "Ce lo facciamo portare..." manco finisce di dire la frase ed ecco che la porta si apre ed entra Peppino il bidello con la tazzina di caffè fumante "Peppino!" grida Gino "Grazie Peppinino..." fa il maestro senza scomporsi e Gino mentre Peppino esce senza dire una parola: "Quello è..." "Peppino, un brav'uomo, lavora con noi già da un bel po'... lo conosci?" "Era il bidello della mia scuola..." "Ti dicevo del filmettino" riprende il Fellino senza dare peso alla risposta di Gino "Dovrebbe intitolarsi Il Viaggio di G. Mastorna o qualcosa del genere... ti piace?" "Si" "Ti piace... bene sono contento. Fino a qualche tempo fa ho cercato l'attore protagonista ma sai, non è facile trovarlo, dovrebbe essere qualcuno diverso dagli attori che finora hanno lavorato con me... qualcuno che non sia Marcello, che io amo come sai ma che in questo caso non me la dice giusta, né tantomeno uno di quei caratteristi vedi questi per esempio (gli mostra delle foto: sono i compagni di scuola di Gino)... qualcuno che non sia un attore e che non voglia fare l'attore... ecco io penso che tu possa funzionare benissimo..." "Io?" "Tu. Luigino, tu sei Mastorna, sei esattamente lui!" "Ne siamo sicuri?" "Non ho dubbi. Accetti?" "Accetto" "Fiammettina..." il maestro chiama ed ecco la balconcina che arriva col contrattino ed una penna dal pennino d'oro... "Metta una firmetta qui e qui e qui e qui e qui..." Gino prende la penna ("questa penna mi è familiare... questa è la mia penna!") e firma che ne firma che ne firma che ne firma e mentre firma si accorge di qualcosa di raccapricciante... sta firmando delle cambiali! Alza la testa per dire "Ma..." e la frase resta spezzata in gola: dall'altra parte della scrivania non trova più il maestro Fellino ma quel fellone viscido di don Ciro Dragonciello, grasso brillantato e con l'anello al mignolo dall'unghia lunga che fa: "Ma?" "Ma... - riprende Gino - devo firmare queste cambiali?" "Scusatemi tanto... e io che faccio, vi dongo i soldi a vvuie e vvuie manco è cambiale me vulite firmà? Comunque non vi preoccupate, è una formalità, sappiamo che siete un galantuomo e ne potrebbo pure fare a meno, però sapete com'è, di questi tempi non si sa mai..." "Abbia pazienza non capisco, di quali soldi sta parlando?" ribatte De Angelis con voce alterata e l'unghione risponde: "Uh mamma mia questi sò nummeri! Scusate, sti sordi è bbulite o nun è bbulite? A vostra figlia l'ata spusà o non l'ata spusà? Vuie sito venuto qua a me cercà o piacere e io v'ho sto ffacenno..." il ricordo trasale: il matrimonio di sua figlia Brigida, il vestito da sposa le bomboniere la cerimonia gli abiti per la moglie e il figlio l'auto il fotografo il ristorante i fiori l'orchestrina il salotto e la cucina le partecipazioni... dove prenderà quel denaro? "E scusate tanto" fa l'unghione come se avesse letto nei pensieri di Gino "E io qua che ci sto a ffare? Jamme, mettite sti ffirme, pigliateve e sorde e gghiate a ffà e fatte vuoste..." E De Angelis Luigi firma che ne firma e firma che ne firma, intanto l'unghione fa scivolare le banconote tra le grasse dita, scandendole al suono di cratofaniche mignolate... "Ecco qua, a voi, auguri a vostra figlia, ci vediamo il mese prossimo, mi raccomando..." Gino prende le banconote e guardandole senza contare - non sa quante ne dovrebbero essere - si avvia non sa dove. Ancora tra i banchi... quanto tempo è passato? E ancora oggetti che compaiono, scompaiono e ricompaiono in altro luogo, adombrando la presenza di una mano ordinatrice che cerca di dare ad essi un ordine possibile senza trovarlo. Gino è seduto ad un banco, ha sparpagliato su di esso tutte le banconote, le ha poste in bell'ordine come fossero tarocchi... dentro non vi legge nulla. Desolato si guarda intorno e qualcosa su un banco più avanti attrae la sua attenzione: un quadernetto dalla copertina verde. Si alza per prenderlo, è un oggetto familiare... lo apre dopo averlo rivoltato tra le mani... legge "Potrei dire che la mia storia cominciò il giorno in cui venni alla luce, ma non sarebbe vero: essa comincia solo adesso che inizioa raccontarla..." Ancora il suo quaderno riappare per ricordargli qualcosa. Ma cosa? "Ha studiato abbastanza?" gli chiede un tizio apparso dal nulla, ricorda il suo professore d'italiano del liceo... "Cosa?" chiede timoroso De Angelis "Ciò di cui dovrà discutere qui... ha studiato?" "Non so di cosa stia parlando" "Ah - sospira il presunto professore - lo avevo intuito." Con fare severo e minaccioso si china su Gino: "Cosa intendi raccontare al colloquio?" "Quale colloquio?" "Giovanotto! Qui dovrai dare conto! Hai preso appunti?" "No..." "Male! Tutti dovrebbero prendere appunti! - poi alzando la voce in maniera insopportabile e rivolgendosi ad una folla inesistente - Tutti avreste dovuto prendere appunti! Cosa racconterete al colloquio!" "Scusi - fa Gino a voce bassa - non mi sono sbagliato... siamo qui per degli esami?" "Chiamali come ti pare esami colloquio confessione riflessione resoconto l'importante è essere pronti quando sarà l'appello! Profittate ancora di questi momenti per affinare la vostra materia, prima che venga il vostro turno!" Detto questo scorse via mani dietro la schiena e capo curvo meditativo, tra due ali di folla concretate dal vuoto. Qualcuno creduto non visto si affacciava ad una delle finestre che si susseguivano lungo le pareti del corridoio.


Vittorio si risveglia di soprassalto. Intorno è gran silenzio e nella sala d'attesa sembra che tutti siano già partiti, ognuno abbia preso il proprio aereo. E il suo? Dove si trova? Pensa ad uno sciopero... uno sciopero non può giustificare l'improvvisa sparizione di centinaia di individui. Prende la sua borsa e con passo leggero più che mai si avvia alla ricerca di un'anima buona che possa indicargli cosa sia successo. Il Duty Free è aperto, alla cassa non c'è nessuno né tantomeno al banco. Chiama: "C'è nessuno?": nessuno risponde. La sua voce produce una eco molto gradevole... riprova a chiamare per il gusto di riascoltare l'eco... "C'è nessuno?" L'acustica è fantastica, inizia a canticchiare a voce prima bassa poi più alta fino a toccare l'estensione di un tenore. Canta di gusto non è spaventato di essere lì da solo ed il piacere di quella situazione gli fa dimenticare di chiedersi il perché dell'improvvisa sparizione della gente. E visto che intorno non c'è nessuno, dagli scaffali del negozio prende il prendibile stecche di sigarette scatole di biscotti baciperugina bottiglie di liquori pezzi di cioccolata da 1 kg alle nocciole rullini fotografici anche se non ha macchina fotografica boccette di profumi che si diverte ad aprire e a spruzzare nell'aria... apre tutto, saggia e rimette a posto, con l'avidità - a lui del tutto inusuale - di un bambino in una pasticceria a totale disposizione. Si dirige al bar, si infila dietro il bancone, apre il frigo e prende una bottiglia di acqua tonica, ne beve un goccio, vede da lontano l'insegna dello sportello informazioni. Con passo felpato si dirige in quella direzione, non trova nessuno. Tira fuori il cellulare, chiama in ufficio, l'apparecchio non da segni di adesione. Lo ripone nella tasca interna della giacca e cantando vecchie romanze - era una cosa che non faceva da tempo - si dirige verso la grande vetrata: di aeroplani e piste neanche l'ombra. Al loro posto, un giardino...


Da ambo i lati del lungo corridoio le finestre affacciavano su un giardino dai confini insondabili. Sembrava che l'edificio di cui il corridoio dei banchi era una piccola parte, fosse per intero sospeso a mezz'aria sull'insondabile distesa di verde dato che almeno a vista non si scorgeva nessun pilastro che suggerisse il punto in cui la costruzione in tufo e marmo rosa trovasse contatto con la terra. Era difficile comprendere come a quel giardino si potesse accedere, cosa per la quale adgli avventori non restava che affacciarsi alle finestre e limitarsi a godere dall'alto, quel calore, quella luce e quel senso di benessere prossimo a quello delle domeniche di sole affacciati ad un balcone. La piacevolezza di quel panorama Gino la scoprì affacciandosi anch'egli, così come quando abitava al parco Montedonzelli e vide come allora i bambini calciare il pallone, le mamme coi carrozzini e qualche innamorato scambiarsi effusioni. Il susseguirsi irrazionale di situazioni, emozioni e personaggi, simile ad uno zapping fatto da da un'annoiata divinità, condusse De Angelis in uno stato beato di sospensione del giudizio: non si chiese cosa stesse accadendo né compì sforzo alcuno per cercare connessioni tra elementi privi di contiguità. L'unica cosa che desiderava in quel momento era fare due passi in quel giardino ma non sapeva in che modo arrivarci se non gettandosi dalla finestra, ipotesi inaccettabile. Una voce familiare lo colse di spalle: "Che facciamo, ci buttiamo?" Gino si voltò: era un ragazzo i cui tratti del volto gli ricordavano qualcuno che non sapeva più chi fosse... "No per carità... mi fa impressione, mi farei male..." fece sperando che l'altro non ci riprovasse "Guarda che è semplice... vuoi vedere che con un salto io sono giù e tu resti qui?" "Siamo abbastanza in alto... non credo che sia prudente..." non completò la frase che il ragazzo, dall'età apparente di vent'anni, era già saltato giù... lo vide scendere lentamente accompagnato da un paracadute invisibile. Giunto sul prato il ragazzo gridò dal basso: "Hai visto? E' più facile farle le cose che non pensare di farle... dai, buttati!" Gino che ebbe paura di tutto, persino di salire sulla scala per prendere le conserve in alto alla credenza, si fece coraggio... e via con un saltello atterrò leggero sul prato... "Hai visto che è facile? Basta non avere paura..." Era felice di aver superato se stesso. Un'emozione per lui sconosciuta, visto che tutta la sua storia fu una sequenza di atti inibiti dalla paura... paura di farsi male paura di far del male paura delle brutte figure paura di perdere paura di morire paura dei ladri paura di non riuscire paura di essere abbandonato paura delle responsabilità paure di tutti i generi avevano stretto in una morsa invincibile il povero Gino, che adesso si ritrovava a fare un salto nel vuoto... cosa gli stava capitando? Per non dimenticare le paure alle quali fu avvezzo chiese al suo occasionale compagno: "Si va bene. In che modo pensi che ritorneremo sopra? E se qui non si può stare?" "Come tornare ci pensiamo dopo. Se si può stare o meno lo scopriremo. D'altronde lo vedi qui ci sono altre persone e se ci sono loro possiamo starci noi..." Gino non era convinto: "Non sappiamo chi sono queste perone. Se hanno un permesso che noi non abbiamo?" "Il permesso? Se ci vuole ce lo inventiamo!" Ed ecco i due passeggiare per i sentieri del grande giardino. Il giovane tranquillo, De Angelis con fare circospetto, temendo che qualcuno lo potesse fermare e chiedergli di mostrare l'autorizzazione scritta. C'erano fontanelle ad ogni piè sospinto e vasche con i pesciolini e panchine nuove verniciate di fresco e lampioni art-dèco ed una cassa armonica in cui si stava esibendo in quel momento un'orchestra. Il giovane intraprendente disse a Gino: "Ti piace la musica?" "Certo che mi piace..." "Vieni ti faccio vedere una delle più belle attrazioni del posto..." prese Gino per la giacca e lo condusse in prossimità della Cassa Armonica: "La senti? E' l'Orchestra Infinita... mille e passa elementi in continua improvvisazione... danno l'idea di suonare insieme da sempre eppure provengono dai tempi e dai luoghi più disparati... il coro è costituito da monaci esperti in canto gregoriano e da bambini del coro dell'Antoniano più sei belle culone tre bianche e tre nere più il Quartetto Cetra... al primo violino c'è in questo momento Raffaele, al pianoforte George, alla chitarra elettrica Jimi ed alla tromba Miles, all'organo Johan ed alla glasarmonica Wolfgang, alla chitarra acustica Vinicious, alle percussioni Bob e alle pernacchie Totò... poi ci sono le voci soliste: in questo momento sono Maria, Janis, Vincenzo, Maurice, Vittorio, Mia... degli altri non ricordo il nome. Si tratta di una formazione/tipo che cambia continuamente. E' una Orchestra Stabile, da qui non si muove mai... si alternano gli elementi senza smettere di suonare, si divertono grifagnoli e la loro gioia è uno dei piaceri più gustosi di questo posto... loro hanno grazia..." Gino irrigidito nell'idea del dovere ricordò le parole del misterioso professore: "Costoro colloqui non ne devono fare?" "No. Sono esenti. Sono qui di diritto. Nessuno li rimanderebbe indietro. Loro l'innocenza non l'hanno persa. Sono dei graziati... non avrebbero nulla da dire o raccontare agli esami... ciò che hanno capito - se mai hanno capito - lo hanno già detto e null'altro devono aggiungere. Senti che cosa è la loro musica..." "E' bella. Non capisco di che genere si tratti." "E' musica al di sopra di ogni genere, impossibile da classificare. Senti la nota metallica e stridente della chitarra elettrica che trova il suo punto d'incontro con la morbidezza delle voci gregoriane e i campanelli tibetani scandire il ritmo insieme alle congas di quei due africani, come la leggerezza del tocco jazz del piano trova le sue empatie col canto solista di quel soprano... vedi, il segreto della bellezza di questa musica è nel non cercare limiti, si muove ovunque possa andare e non si nutre di pregiudizi non bada ai confini... è la bellezza di tutte le cose che non temono di non essere riconosciute... questa musica, Gino, sta parlando della libertà che tutti noi dovremo conquistare..." Gino era stupito dalla facondia di quel ragazzo e ancora più del fatto che costui il suo nome conoscesse: "Conosci il mio nome?" Il ragazzo rise "Gino De Angelis, possibile che non mi abbia ancora riconosciuto? Dai, fai uno sforzo..." "Mi dispiace, non ricordo chi sei, anche se la tua faccia mi ricorda quella di qualcuno..." "Gino, sono io. Il tuo amico Giuseppe Scalizzo!" "Vuoi scherzare? Scalizzo è una persona di sessant'anni morta qualche anno fa. Però ci somigli. Potresti essere suo nipote" "Sono proprio io in persona, altro che mio nipote." "Mi riesce difficile crederti." "Se ti spiego quello che di norma accade in questo posto mi crederai... qui ognuno assume l'aspetto di ciò che è stato realmente prima di arrivare qui... ci sono vecchi che una volta giunti hanno assunto le fattezze di quando avevano vent'anni o poco più e trentenni che appena sbarcati si sono trasformati in vecchi sdentati e claudicanti, c'è chi è venuto in un certo modo ed è rimasto identico. Ora perché questo accada non te lo so dire. Ad ogni modo credimi, sono Giuseppe Scalizzo. Se vuoi posso recitarti qualcuna delle mie poesie... te la ricordi quella dei due innamorati la notte di San Lorenzo?" "Si, vagamente..." "E quella delle fontane generose?" "Quella si, me la ricordo benissimo... davvero saresti Giuseppe Scalizzo?" "E te lo sto dicendo! Non avere più dubbi non ti stupire del mio aspetto né di quanto altro vedrai in questo posto..." "Peppino, che strano effetto mi fa vederti in questo modo, mi fai paura" "Paura? Ancora paura? La devi finire con tutte queste paure altrimenti qui non resisterai ancora per molto!" "Qui... non ho mica capito dove siamo...sembra il paradiso..." "Sembra, per certi versi lo è, ma quello vero è ancora molto molto lontano e chissà se lo raggiungeremo. Per me già così può starmi bene..." "Sempre che ci tengano qui... bisognerà prima superare gli esami... saranno difficili?" "Dipende da molte cose, credo... ad ogni modo, per ora godiamoci questa demo di paradiso..." Passeggiarono per qualche tempo tra i sentieri ben curati di quel parco che si diramavano verso altri luoghi a perdita d'occhio. Scalizzo chiese a De Angelis quale sistema avesse scelto per passare a quel livello, Gino fu vago, non ricordava nulla se non un grido dilaniante che stentò ad uscire dalla gola. Giuseppe gli raccontò delle infinite raccolte di poesie che in quel luogo aveva potuto indisturbato comporre. Gli disse che i suoi versi contrariamente a quanto era accaduto al primo livello, lì erano letti, compresi ed apprezzati, così d'altronde accadeva agli altri poeti... che avessero avuto fama o meno al livello precedente lì era cosa di alcuna importanza. Gli raccontò delle mille e una stanza del Palazzo che sospeso in aria si ergeva al centro del grande giardino. "Giuseppe - chiese ad un certo punto Gino - come è che conosci così bene questo posto?" "L'ho visualizzato molte volte. E' uno dei fenomeni locali: ci ritrovi ciò che hai saputo immaginare... ti faccio vedere una cosa divertentissima... hai detto che te la ricordi la poesia delle fontane generose, vero?" si avvicinò ad una delle tante fontanelle dai puttini di pietra: "Hai sete?" "No..." "Normale. Qui non si ha sete. Però si può bere ciò che si vuole. Cosa berresti in questo momento?" "Non so... un bicchiere di Solopaca magari..." "Perfetto. Avvicina la bocca al beccuccio del rubinetto." Gino bevve. "Com'è?" chiese soddisfatto Scalizzo "Eccellente... " e l'altro gasato: "Questo è niente... da queste fontane puoi bere quello che vuoi: Coca-Cola champagne delle migliori qualità e spumante da regalo aziendale chinotto caffè acqua tonica digestivo liquori nazionali ed esteri birra latte... non tutti insieme possibilmente altrimenti fa schifo... bevi bevi ancora..." "Mi ubriacherò... non ho mangiato..." "Stai tranquillo non ti farà niente. Questo è il bello: si può bere ciò che si vuole e nelle quantità più smodate senza accusare nessun malore. Vedi quel bambino due fontanelle più avanti? Sta bevendo Coca-Cola da giorni e giorni e chissà per quanto tempo ancora ne berrà senza che nulla di male gli accada. Certo, qualche rutto di tanto in tanto, ma è fisiologico... per il resto niente mal di pancia niente gonfiore di stomaco niente glicemia niente di niente." "Sei sicuro di quello che dici?" "Sicurissimo..." e così dicendo si avviò alla fontanella qualche metro più avanti, chinò il capo e bevve a fiotti fiumi di succo di frutta all'albicocca; Gino convinto riprese a bere quantità imbarazzanti di Solopaca... avrebbe continuato all'infinito se Scalizzo non avesse esclamato: "Guarda Gino! Una landasarsa!" "Una che?" "Una landasarsa!" "Dove?" "Ah che peccato... è già scappata. Le landasarse sono tutte così... se non le becchi in tempo le perdi!" "Che razza di insetti sono?" "Non sono insetti... - a questo punto Giuseppe prese il suo taccuino e con espressione da documentario scientifico lesse: "Le Landasarse vivono a tre millimetri oltre gli estremi lembi della realtà, alla quale a periodi irregolari si affacciano per fingere di esistere sul serio. Alcuni cultori di antiche leggende, al loro apparire goffamente si danno da fare per tentare di catturarle. E io fui uno di questi. Le landasarse lasciano fare, spesso fingono di essersi fatte acciuffare, ed è come perdersi (a detta dei superstiti) in un mare di brina borotalco e buonumore. Secondo i più insigni mateologi le landasarse sono commestibili e di qualità pregiata inoltre fanno bene al cuore al cervello ed alla pancia dal momento che producono allegria coraggio e desiderio. Ignota è la loro origine, tuttavia molte cose lasciano pensare che esse siano spuntate dalle tegole di una vecchia casa in collina, alle sette del mattino di un gennaio gentile e ciarliero. Sono legate per misteriose connessioni alla frutta (specie le primizie), ai raggi di luce che attraversando le serrande abbassate vanno a tagliare le oscurità delle stanze, alle finestre aperte con le tende solleticate dal vento, ai fogli scritti che volano via dalla scrivania e vanno a nascondersi sotto il letto, ai vasi dei gerani, ai fazzoletti da donna con una piccola cifra ricamata in un angolo, agli esercizi al pianoforte delle bambine irrequiete, ai colori antelucani, alle tartarughe poliglotte ed in genere, a ciò che non si riesce a dire. Le landasarse sono capaci di assumere le parvenze di una lunga frase, chiara e ben scandita, incomprensibile a chiunque voglia scriverla o impararla a memoria e fissarla per sempre. Edificano le loro dimore con polvere di gusci di pensiero mescolata a una sostanza la cui composizione è nota solo a loro. Hanno il raro dono dell'opportunità: conoscono i quando e i come e i dove per ogni circostanza e quando sbagliano lo fanno con grande grazia. Secondo alcune fonti le landasarse sono un unico essere capace di rinascere e di morire mille volte in mille modi diversi, pur restando lo stesso. Chiunque abbia la ventura di incontrarle sul proprio cammino, se vuole godere della loro presenza, deve rispettare due regole: non chiedere loro che ore sono e non guardarle troppo. Altrimenti spariscono, talvolta per sempre." Scalizzo ripose con cura il suo taccuino nella cintola dei pantaloni poi serio domandò: "Gino, tu hai mai incontrato una landasarsa?" "Credo di no..." "Neanche io..." "Cosa sarebbero?" "Non lo so..." "E da dove hai preso questa pagina?" "L'ho scritta io..." "Allora dovresti sapere cosa sono. Di norma si parla di cose che si conoscono, no?" "Non sempre. Fantasie Gino, fantasie... però sono convinto che una landesarsa l'incontrerò!" "Se è questo quello che vuoi te lo auguro..." A qualche passo da loro giungeva intanto un grosso autobus da gita scolastica. Un nugolo di ragazzini tra i dodici e i tredici anni fuoriuscì dal pullman vociando allegro e dilagando a macchia d'olio tutt'intorno. Alcuni corsero verso la fontana qualcun'altro verso un cespuglio per fare la pipì, altri, tolti i giubbotti e stesi sul prato, avviarono il tribale sbranamento di pantagruelici panini imbottiti con frittata melanzane cotolette ed ogni altro ben di dio. In coda ai ragazzini scesero tre donne - avevano tutta l'aria di essere delle professoresse - e per ultimo, camicia fuori dai pantaloni fradicia all'altezza dei reni, il grosso omone che era alla guida dell'autobus. Una delle tre donne, apparentemente la più anziana, iniziò a dare istruzioni: "Ragazzi per favore non vi allontanate... Cennamo posa quel pallone! Riviello lascia stare Cerbone! Miletti se non la finisci di ruttare in faccia a Martusciello ti sospendo! E tu Martusciello non c'è niente da ridere! Ruvo rimetti a posto quelle pietre che non sono tue... "Ma professoressa, sono reperti archeologici" "Peggio ancora! Posa che altrimenti ci arrestano." e l'altra professoressa: "Palladino e Rivellini finitela di abboffarvi come maiali! Vi verrà un'indigestione! D'Ammassa se ti scopro un'altra volta con una sigaretta in mano chiamo tuo padre e vediamo che succede! Cozzolino raccogli quei bicchieri di carta che hai buttato per terra. Cerchiamo di non farci conoscere pure qui. Ausiello togliti le dita dal naso e smettila di importunare Nunzia... Ah Signore che ci tengono questi ragazzi... no guarda Alessandra, questa è l'ultima volta che li porto in gita!" e l'altra collega: "Ci mancava solo che ci perdessimo... Salvatore! - Salvatore era l'autista - Salvatò scusate, avete idea di dove siamo capitati?" e Salvatore guardandosi intorno e grattandosi il cranio pelato e sudato: "Professoressa vi debbo dire la verità, no. Adesso domandiamo a quelle due persone..." e così dicendo si avviò con passo svelto verso De Angelis ed il suo amico Scalizzo che intanto continuavano a garganellare dalle rispettive fontanelle. "Buongiorno. Scusate tanto, sono l'autista del pullman. Abbiamo avuto un piccolo incidente durante il percorso e credo che ci siamo persi... gentilmente sapete dirmi dove ci troviamo e che strada dobbiamo fare per riprendere l'autostrada?" Gino sollevò il capo, si asciugò la bocca col fazzoletto e imbarazzato restò in silenzio: non sapeva come dire a quel brav'uomo che da lì con ragionevoli probabilità la strada per l'autostrada non l'avrebbe più ripresa. Scalizzo non potè fare a meno di scoppiare in una fragorosa risata con fuoriuscita di succo di frutta dal naso: "Vostro figlio non sta bene?" fece l'autista risentito. E Gino non sapendo cosa rispondere farfugliò: "Non è mio figlio... " "Questi giovani di oggi mancano di educazione. Voi siete di qui?" "Eh?" "Ho detto: siete di qui?" "Così su due piedi non le saprei rispondere..." l'autista iniziò a sospettare di avere incontrato due deficienti, Scalizzo tentò un recupero: "Senta mi scusi per prima ma la circostanza è buffa" "E che ci trovate di buffo giovanotto?" "Il fatto che lei da qui cerchi la strada per l'autostrada" "E questo per voi è buffo?!" "In questo contesto direi di si...." "Sentite, io non ci trovo niente da ridere... se poi mi volete sfottere..." "Non mi permetterei, mi creda" "No mi credevo..." "Le piace qui?" "Si mi piace. E con questo?" "Ma non sa dove si trova..." "No. Se lo saprei non starei qui a chiedervi dove siamo. Vi pare?" "Senta... - Scalizzo cercava di prendere tempo per trovare le parole giuste da dire a quell'uomo senza spaventarlo - ha detto che si chiama?" "Non l'ho detto. Comunque mi chiamo Giannone Salvatore." "Bene signor Giannone: ho il piacere di darle il benvenuto in Paradiso!" "Sentite io un'informazione vi ho chiesto. Se non me la volete dare, ditemelo che vado a cercare qualcun'altro" "Signor Giannone, lei è in Paradiso!" "Non metto in dubbio ma io vi ho chiesto un'altra cosa! Come cacchio si arriva da qui all'autostrada!?" Sarebbe riuscito Giuseppe a fargli capire che non era uno scherzo? L'uomo dava preoccupanti segni d'irritazione. Scalizzo provò con la maieutica: "Va bene signor Giannone. Le indicherò la strada per l'autostrada. Da dove sta venendo?" "Da Isernia" "Dove è diretto?" "A Riccione..." "Benissimo. Che strada ha fatto?" "La Trignina" "Bene. E poi?" "E poi niente... siamo entrati in una galleria, abbiamo sentito un botto spaventoso, urli, gridi, siamo usciti dal tunnel e ci siamo trovati qui... ci siamo persi" "Benissimo. E lei non ricorda cosa è successo?" "Per la verità no" "Faccia uno sforzo..." "No guardate già tengo male è capa" "Glielo dico io: signor Giannone il suo pullman ha evidentemente avuto un incidente di un certo rilievo... signor Giannone, l'incidente è stato fatale, altrimenti non sareste qui..." "Ma... ma...che state dicendo?" e Scalizzo: "L'incidente, fatale fu..." disse accompagnando la frase con un gesto delle dita che sottolineava il fu... "No, non è possibile... sto sognando, sto sognando... voi mi state dicendo che siamo morti?!?" "Morti, non esageriamo... vi siete trasferiti ad un livello successivo..." "Uh mamma mia siamo morti... e io adesso che faccio? Io ci ho moglie e figli..." "Stia tranquillo, rivedrà la sua famiglia..." "E adesso che si fa? Chi ce lo dice alle professoresse, ai ragazzi, che a Riccione non ci andiamo più! Quelli ci restano male!" Scalizzo rassicurante non seppe dire che: "Per le professoresse possiamo informarle noi, se crede" e Gino per dire la sua proseguì la frase: "Per i ragazzi non abbiate timore non dite loro niente e lasciateli giocare che qui sicuramente staranno meglio che a Riccione..." Salvatore l'autista si allontanò mormorando qualcosa dirigendosi verso il gruppetto delle insegnanti che poco da lì stavano consultando una cartina stradale. Da lontano, Gino e Giuseppe videro l'uomo a testa china che cercava le parole giuste per raccontare alle donne l'irraccontabile. Le insegnanti stettero ad ascoltarlo, una cominciò a gridare, un'altra svenne e un'altra ancora cercava di tirare altre informazioni dalla bocca del pover'uomo il quale continuava ad allargare le braccia e a girare intorno, costretto a verbalizzare un concetto troppo più grande delle parole a sua disposizione. Indicando De Angelis e Scalizzo versione giovanotto sembrava che dicesse: "Andate a chiederlo a quei due...". La più anziana delle insegnanti risoluta si mosse decisa verso i due... "Buongiorno signori. Ho idea che il troppo sole abbia fatto dar di volta il cervello al nostro autista. Potreste dirmi gentilmente dove ci troviamo?" "Signora - fece Scalizzo - è difficile crederlo ma ciò che il suo autista le ha riferito corrisponde grosso modo al vero..." "Insomma lei mi sta confermando che siamo morti!" ""Morti, non esageriamo... vi siete trasferiti al livello successivo..." "E va bene. Ci siamo trasferiti. Mi dica: saremmo in paradiso?" "Certamente signora. Lei è in paradiso." Gino gomitando il ragazzo a bassa voce: "Perché continui a dire che stiamo in paradiso, potresti creare attese inutili!" e l'altro, a parità di volume: "Per loro lo è: non potrebbero immaginare nulla di diverso... dovrei cimentarmi a raccontare cose che non capirebbero, meglio semplificare" "Siamo in Paradiso - ripeteva la professoressa accondiscendente - benissimo. Voi dunque sareste angeli?" "No signora, magari... siamo passeggeri come lei." "Ah passeggeri come me... Alessandra, Ornella!" la donna chiamò le colleghe. Ornella svenuta intanto si era ripresa con uno spruzzo d'acqua, Alessandra aiutava l'altra a rialzarsi. "Volete per favore venire qui un attimo?" Le due donne si avvicinarono verso il gruppo. "Ragazze - fece l'anziana - a quanto pare siamo in paradiso..." A guardarsi intorno, non era difficile crederlo: verde a profusione fiori policromatici di forme sconosciute farfalle grandi come aquiloni e aquiloni grandi come aeroplani e palloni colorati e uccelli di ogni specie che cinguettando facevano da controcanto all'Orchestra Infinita che intanto continuava a suonare nella Cassa Armonica color zafferano mentre un garbato venticello mescolava nell'aria suoni e profumi. Fontane di ogni forma e grandezza con puttini e senza zampillavano tutt'intorno e giovani ufficiali in alta uniforme trottavano leggeri sui loro cavalli... uno di questi sorrise alle donne porgendo un cenno di saluto. Guardandosi intorno, le donne si resero conto che in quel posto non era male. "E' molto bello qui - fece Ornella - ma io voglio tornare a casa. Tra due mesi dovrò sposarmi, non voglio rinunciare!" sull'ultima parola deflagrò in un pianto rumoroso e buffo. Scalizzo prendendola per mano cercò di rasserenarla: "Stia serena signorina: va tutto bene (questa frase da film americano gli piaceva moltissimo). Se vorrà, potrà presto rivedere il suo sposo... sarà lui a raggiungerla o altrimenti sarà lei a tornare da lui..." "E' possibile questo?" "E' possibile, prima si calmi: qualsiasi decisione deve essere presa con serenità. Si tranquillizzi poi deciderà sul da farsi..." Le parole sembrarono rassicurare la ragazza, la quale asciugandosi le lacrime si guardò intorno e con piccoli passi iniziò ad allontanarsi dal gruppo per cominciare ad esplorare lo spazio intorno. "Lei piange per il futuro sposo - disse Alessandra - e cosa dovrei fare io, che ho lasciato due figli a sbrigarsela da soli?" "Stia tranquilla per i suoi figli. Da questo livello partono spesso squadre di volontari che con discrezione tornano al precedente proprio per aiutare casi tipo il suo. Vedrete, ancora sessantacinque istanti e non vorrete più andare via." "Effettivamente qui è molto bello - commentò Patrizia, la più anziana - devo dire molto meglio di certi film... voi siete qui da molto tempo?" "Non glielo saprei dire. La cognizione del tempo l'abbiamo persa... se io vi chiedessi da quanto tempo siete qui, sapreste rispondermi?" "No... caspita è vero, da quanto tempo siamo qui?" "Chi può dirlo? D'altronde che importanza volete che abbia..." Patrizia e Alessandra già si stavano ambientando, Ornella vagava frignando fra gli alberi, si fermò ad una fontanella e bevve a frotte succo d'arancia al 100%. La conversazione scorreva fluida tra le nuove arrivate ed i due amici... De Angelis iniziò persino a provare un certo interesse per Patrizia (che nonostante i suoi mibili cinquant'anni conservava fresco il sorriso), interesse che gli sembrò ricambiato e non si sbagliava. Il gruppetto a passo lento iniziò senza accorgersene a passeggiare lungo i sentieri che si biforcano del Grande Giardino... "Senta - fece Patrizia a Gino col quale già si era instaurata una sorta d'intimità (lo si vedeva dalla distanza dei loro corpi mentre camminavano) - se è vero che siamo in paradiso, posso sperare che si possano visitare certi luoghi, incontrare persone famose..." De Angelis non sapeva cosa rispondere. Guardava il giovane amico invitandolo con lo sguardo ad intervenire nella conversazione credendo che ne sapesse qualcosa di più. E Scalizzo che in realtà nulla sapeva ma riusciva con convincente sicumera a parlare di cose che non conosceva, interveniva a dare spiegazioni: "Quali sarebbero i luoghi che vorrebbe visitare, signora?" "Mah, le dico la prima sciocchezza che mi viene in mente... mi piacerebbe vedere l'albero di pomi da cui Eva trasse la mela..." Non aveva finito di parlare che ecco a qualche metro da loro un grande e generoso albero di pomi (si trattava in realtà di un albero di mele vulgaris ma agli occhi della donna parvero senza dubbio pomi rossi enormi e con forma vagamente fallica) si stagliava fulgido innanzi ai loro occhi. "Eccola accontentata signora" - annunciò Giuseppe. Il gruppo si avvicinò all'albero sul quale c'era ben collocata a metà tronco una targa d'oro formato 25 x 25 sulla quale era incisa la frase: "Albero da cui Eva trasse la mela con cui corrompere Adamo." Un altro cartello non lontano da lì accanto informava: "Vietato toccare e scattare foto" "E' un albero identico agli altri!" commentò delusa Alessandra "Come si aspettava che fosse? - chiese Gino - "Non lo so, sinceramente sono tre grammi delusa..." "Fa un certo effetto sapere che tutto è cominciato da qui... ovviamente i frutti non si possono toccare, vero?" chiese Patrizia "Non per altro, sono pezzi da museo. Sotto il diretto controllo della Soprintendenza. Però se le piacciono i pomi d'Adamo, più innanzi ce n'è una piantagione intera, se ne possono mangiare quanti se ne vogliono." Scalizzo era informatissimo... in realtà bluffava ma con una tale sicurezza che quanto diceva realmente appariva. "Se è così andiamo, io sono ghiotta di pomi d'Adamo." Il gruppetto, Gino accanto a Patrizia e Alessandra accanto a Giuseppe, si avviò verso l'improbabile piantagione di pomi d'Adamo che puntuale si materializzò all'orizzonte. Patrizia, alla vista di tanto rosso luccicante, perse la testa: corse verso il campo e gridando e allargando le braccia si tuffò nel mare di fogliami di rami e di pomi e correndo qualche ramo le sollevò le vesti... Gino la guardava... la gioia che la donna mostrava nel raccogliere i frutti nella gonna ormai alzata per contenerli le dava un'aria così attraente che volentieri l'avrebbe rincorsa presa di spalle gettata a terra e baciata sul collo sulla bocca sul seno e sui fianchi e si sorprese a fantasticare cose così, che non lo emozionavano più da quando aveva vent'anni. Esausta e con le schiocche sulle guance, Patrizia si gettò a terra all'ombra di una quercia facendo cadere tutt'intorno i frutti raccolti. Giuseppe e Alessandra fianco a fianco dimentichi dei loro compagni s'allontanavano verso l'orizzonte dal quale si esibiva in replica speciale il baluginio del mare e l'arancione di un tramonto senza finale. Gino guardava Patrizia supina all'ombra felice e con gli occhi semichiusi addentare i pomi rossi e succosi... cercò un pizzico di coraggio, lo trovò, si diresse verso l'albero e si sedette accanto alla donna, senza parole, guardandola ed accettando un morso dal pomo che le offriva. Il venticello trasfondeva nell'aria profumi di terra bagnata di fiori di legno mescolandolo ai suoni leggeri di un'orchestrina da caffè viennese. Era quello davvero il paradiso? Non molto distante da lì il gruppo di ragazzi - Rivellini Palladino D'Ammassa Cozzolino e gli altri lasciati in piena libertà dalle loro insegnanti, congestionati e madidi di sudore continuavano la selvaggia caccia al pallone. Giannone l'autista sbracato disteso sull'erba prendeva il sole immobile gambe e braccia allargate indolente e privo di ogni reazione persino alle mosche che si posavano sul naso e sulla fronte. I ragazzi non erano stati avvisati di essere in paradiso. Aspettavano che qualcuno come al solito dicesse "ragazzi è ora di andare" oppure "ragazzi non sudate..." nessuno in quel posto avrebbe detto loro nulla di simile... avrebbero continuato a giocare nell'infinito. Quello era il loro paradiso.


Vittorio guardando dall'alto della vetrata vide il grande giardino con fontanelle ad ogni piè sospinto e le vasche con i pesciolini e le panchine nuove verniciate di fresco ed i lampioni art-dèco ed una cassa armonica color zafferano in cui si stava esibendo in quel momento un'orchestra fatta di mille e passa elementi provenienti dai tempi e dai luoghi più disparati... e intorno bambini vestiti per lo più alla marinara così come vestiva lui quando era piccolo. Da lontano intravide la figura di un prete allegro che con un fischietto tra le labbra correva su e giù per il prato arbitrando una partita di calcio... la sua sagoma gli ricordò quella del buon Don Crispino, il segaligno parroco folle della chiesa che frequentò quando era ragazzino. Guardando più attentamente la figura ne ebbe quasi la certezza: quella figura non somigliava al suo Don Crispino, era esattamente lui in persona. "Don Crispino!" Lo chiamò, da quella lontananza certo non poteva sentirlo... si guardò intorno per cercare la via attraverso cui accedere al giardino e non trovò di meglio che dirigersi verso le scale mobili (mobili per modo di dire visto che erano ferme) le scese a due alla volta e in quattro salti si ritrovò sull'erba del grande giardino ma Don Crispino non si vedeva più. L'aria gradevole della primavera lo avvolse. Non faceva caldo e neanche freddo, allentò il nodo della cravatta, poggiò la borsa per terra con su il suo paltò ed iniziò a vagare tra una folla allegra di persone. Il vento portava da poco lontano le note piacevoli di una musica di cui era difficile decifrare la melodia, ma che gli parve familiare. Pullman di ragazzi in gita scolastica, nursery con carrozzini ed ombrellini di seta, tavolini posti in pieno prato intorno ai quali erano seduti uomini e donne in abiti settecenteschi appena sfornati dal coro di un'opera di Mozart, sorseggiavano con gesti lenti invitanti bevande dal colore di frutta. Si guardava intorno cercando di capire dove si trovasse, non gli andava di chiedere informazioni: voleva scoprirlo. Attrasse la sua attenzione un teatrino di marionette che, poco distante da lui, aveva iniziato la rappresentazione per un piccola folla ordinata nelle sedie, silenziosa e affascinata dall'antico misterioso spettacolo dei pupi. Era da un millennio che non ne vedeva uno... dalle domeniche d'infanzia quando suo nonno - più di quanto non fece suo padre - lo conduceva nella villa comunale a cavalcare o a guardare gli spettacoli di saltimbanchi ambulanti. Calamitato, andò alla ricerca di un posto a sedere. Lo trovò. Si sciolse il nodo della cravatta, sbottonò il colletto - era quello un gesto che in pubblico non avrebbe fatto - stese di lungo le gambe, incrociò le braccia e perso nel piacere di quell'inspiegabile benessere che lo aveva pervaso, assistette con una faccia da pizzicotti a quella magica rappresentazione che sbucava dai suoi anni più lontani. Non seguiva le parole, non gli interessava la storia... erano i movimenti di quei pupazzi a stregarlo. Seduto accanto a lui c'era un giovane dai lunghi capelli neri ed una sahariana bianca. Con leggeri movimenti del capo, seguiva il ritmo ondeggiante delle marionette. Di tanto in tanto guardava Vittorio con l'espressione di chi volesse dire: "E' bello, vero?" e Vittorio annuendo col capo condivideva. "Mi piacciono moltissimo i burattini - fece il giovane sottovoce avvicinandosi al suo orecchio - Sono straordinari. Un ballerino, guardandoli attentamente, potrebbe apprendere molte cose." Vittorio apparve incuriosito da quella affermazione. Il giovane si sentì autorizzato ad approfondire il suo enunciato: "Vede, ogni movimento ha un centro di gravità. Basta conservare questo, che il resto viene da sè. Nelle marionette è molto semplice, perché il controllo avviene dall'alto. Ogni qualvolta che il centro di gravità è mosso in linea retta, le membra, senza nessuna fatica, descrivono linee curve armoniose. Ciò che più affascina in questi pupazzi, è che una scossa fortuita possa provocare una specie di movimento ritmico che in qualche modo è danza." L'affermazione lo incuriosiva. Chiese al suo interlocutore: "E secondo lei il marionettista è consapevole di ciò?" "Credo di no. Ciò non ha alcuna importanza, ai fini del movimento della marionetta. I movimenti che egli deve compiere sono semplici. Sono le risonanze che questi movimenti, puramente elementari e generati dall'alto hanno sulle membra delle marionette, ad essere complesse e delicate. Apparentemente casuali, in realtà determinate da precise leggi fisiche che il marionettista mette in moto inconsapevolmente. Anzi le dirò: se chi muove la marionetta fosse a conoscenza di queste leggi, chiamiamole di risonanza e le volesse applicare coscientemente per ottenere di proposito questo o quel movimento, non otterrebbe niente ed il suo fantoccio sarebbe privo di ogni grazia..." "Silenzio!" si ribellò un ragazzotto della fila davanti che era al suo quindicesimo gelato." Il giovane ipertricotico abbassò la voce e proseguì con le sue considerazioni: "Vede, la grazia è tutta lì, nell'incoscienza di quelle marionette ed in quella di chi le manovra!" Alle volte ci sono pensieri nella testa di un uomo che non trovano sbocco nelle parole restando intuizioni allo stato larvale fino a quando una luce esterna - magari una frase detta occasionalmente da qualcuno - non va ad illuminarli, a dar loro una forma compiuta. Era quello che stava accadendo a Vittorio in quel momento. Il giovane in sahariana dopo qualche istante di silenzio propose: "Saremmo dovuti essere tutti delle marionette... di quanta grazia in più avrebbe goduto la nostra esistenza..." comprese e condivise ciò che il giovane intendesse dire... "Certo - asserì Vittorio - la pesantezza di certe azioni che compiamo, dipende dal fatto che il baricentro della nostra vitalità è sbilanciato... quando il cuore l'addome e la testa non si ritrovano sullo stesso asse di equilibrio. Le marionette non hanno problemi di consapevolezza, di mettere a piombo sentimento ragione e istinto... sono innocenti, piegano le loro membra in maniera armonica e coordinata sollecitate da un unico impulso dinamico..." "Un tempo fummo tutti marionette..." Restarono in silenzio. Vittorio ripensava alle frasi scambiate con lo sconosciuto ed ebbe modo di meravigliarsi... cosa stava accadendo? Era normale ritrovarsi lì a dialogare di questioni dal sapore metafisico con qualcuno visto mai prima? Eppure appariva naturale. Il ragazzotto della fila avanti continuava a mangiare gelati, patatine e pop-corn senza soluzione di continuità. Intorno alla sua sedia era un macello di cartacce, briciole e macchie di cioccolato. Vittorio, sebbene non conoscesse quel ragazzino ingordo, se ne preoccupo': "Scusa bambino, tutti questi dolciumi non ti faranno male?" "Non credo" - rispose il grassottello continuando a riempirsi la bocca con munifiche manciate di pop-corn. " "Ha ragione - confermò il giovane in sahariana - non gli faranno male. E' uno dei misteri di questo posto. Si può fare ciò che si vuole senza il benché minimo nocumento" "E lei come lo sa?" "Esperienza personale. Ho danzato per un tempo interminabile senza stancarmi neanche per un istante. Ho visto vecchietti correre invasati dietro ad un pallone senza nessuno sforzo ed uomini e donne fare l'amore per tempi incalcolabili senza fermarsi per riprendere fiato. Il desiderio qui non soffre limiti di alcun genere... provi a fare qualcosa che si è impedito di fare perché pensava che le facesse male, provi e vedrà che ho ragione." Pensò a qualcosa che gli sarebbe piaciuto fare in maniera smodata, non gli venne in mente niente. Si limitò ad accendersi una sigaretta." "Lei fuma molto?" chiese il giovane "Un pacchetto circa..." "... le avrà dato qualche fastidio..." "Non mi sembra..." "Ad ogni modo qui può fumarsi una stecca di seguito che non le farà alcun male..." Non ci pensava neanche. Non perché avesse paura che la cosa potesse fargli male, quanto perché non ne aveva voglia. Scandagliando nei suoi desideri si accorse che li soddisfece tutti e senza limitazione. Lo spettacolo di marionette era terminato da tempo. Gli spettatori alcuni in coppia altri da soli altri ancora in gruppo si alzavano dirigendosi verso le più disparate direzioni. Vittorio seduto si guardava intorno. C'erano molte cose che destavano la sua attenzione. Aveva notato anzitutto che le persone circolanti in quei paraggi erano abbigliate con i più svariati indumenti. C'era chi indossava lunghi pastrani grigi chi pepli chi sfarzose giacche damascate con ampi colletti e ricciolute parrucche chi divise da cosacchi e chi vestaglie da camera in raso porpora e d'oro chi minigonne con lunghe calze di lana chi lunghe ed ampie gonne di panno chi costumi folcloristici e chi la tuta da ginnastica chi la muta da sommozzatore e chi abiti da madonna trecentesca chi l'armatura da cavaliere prima di un torneo chi un semplice lenzuolo chi pelli di montone... a guardarsi intorno c'era da credere di essere capitati nel pieno di una grande festa in maschera o nel giardino in cui in pausavano comparse e personaggi dei set di tutti i film del mondo da Ben Hur all'Ultimo Imperatore passando per Blade Runner e Barry Lyndon. Ancora più degno di attenzione era che a quella pluralità di abiti corrispondeva una gran varietà di gesti e lingue... ne riconobbe almeno cinque ma le altre gli erano sconosciute... inspiegabilmente, nonostante fossero estranei e incomprensibili, intendeva i sensi delle conversazioni. Notò che quelle persone, seppure comunicassero tra loro con linguaggi difformi, si comprendevano tra loro senza difficoltà... sembrava che la maledizione di babele lì fosse stata finalmente espiata. Il giovane condividendo le stesse riflessioni che in quel momento attraversavano la testa di Vittorio, disse riallacciandosi ad un discorso mai iniziato: "Quelle persone parlano lingue diverse eppure si capiscono ed io li capisco e presumo che lei li capisca..." annuì con un sorriso "... è straordinario - proseguì il giovane - prima mi capitava di non intendere neanche chi parlava la mia stessa lingua. Da quando sono qui mi sembra di conoscere tutti gli idiomi e i dialetti del mondo. Sono musica... non trova?" annuì ancora col capo. Non aveva voglia di parlare, solo di ascoltare, osservare. Come in una pittura cinquecentesca, quegli uomini e quelle donne variamente abbigliati componevano i loro gesti gli sguardi i passi in maniera armonica e relazionata... la benedizione di un vecchio rabbino era oscuramente legata alla corsa di una bambina che aveva lasciato scappare il suo aquilone e la stretta di mano tra due gentiluomini bilanciava in contrappunto visivo il passo incerto di due adolescenti impegnati nelle prime scaramucce amorose. Nell'osservare quell'armonia di movimenti casuali e ordinati a un tempo si ricordò di una frase lasciatagli in eredità dal suo insegnante di filosofia: "Non c'è foglia che cada senza che il suo peso non si senta, chissà quando e chissà in che modo, in altra parte recondita del mondo..." l'aria tersa di quel posto, il nitore della luce, sgombravano la via ai pensieri più ineffabili... rifletteva su quanto stava accadendo e nella serenità del godimento di quel luogo, lì a maniche rimboccate e senza la cravatta, mani incrociate dietro la nuca e gambe distese, trovò chiaro e lampante il motivo di quel fenomeno... non aveva voglia di verbalizzarlo ma il giovane accanto a lui inseritosi sull'onda dei suoi pensieri tradusse in parole una delle sue intuizioni senza forma... "E' esattamente così: tutte le lingue non sono che manifestazioni difformi di un unico bisogno... le differenze nascono nei contesti diversificati, una volta venute meno le diversificazioni dei contesti, emerge l'unità del bisogno primordiale nella sua integrità... qualcosa di simile accade alle marionette. La purezza dei loro movimenti nasce dalla loro inconsapevolezza, dall'assenza di volontà. Ho idea che qui accada lo stesso per le lingue. Il desiderio di comunicare tra queste persone è così puro e privo di funzionalità che le differenze apparenti non creano nessuna interferenza. Non crede che sia così?" Vittorio continuava a non parlare. Il giovane si alzò: "Bene, credo sia ora di andare. Mi scusi se l'ho annoiata..." Pur sapendo che il suo silenzio non sarebbe stato letto come segno di scortesia uscì dall'indolenza sua e rispose: "Non mi ha annoiato. Mi dica un'ultima cosa: dove siamo?" e l'altro: "Dove siamo? Ah... pensi che avrei voluto farle l'identica domanda!" "Andiamo bene!" risero in sincronia. Vittorio propose: "Può darsi in un'altra dimensione. Potrei essere ospite di un suo sogno oppure viceversa..." "O viceversa, può darsi" fece da eco l'altro. Rimasero per un tempo incalcolato in silenzio a scrutarsi l'uno con l'altro ognuno in attesa della battuta di congedo... spezzò la pausa il giovane: "Lei dove è diretto?" "A Londra" "Per lavoro?" "Ad essere sincero ne ho dimenticato il motivo e la cosa non mi preoccupa. Non ho nessuna voglia di andare via di qui." "Condivido. Sarà l'aria di questo posto che mette tanta di quella indolenza... si sta bene... mi è persino passato quel forte dolore al braccio venutomi all'improvviso. Adesso lo muovo senza problemi ed anche le gambe, il corpo mi risponde alla perfezione. Negli ultimi tempi era stanchezza e malumore, debolezza... dovetti persino rinunciare agli esercizi giornalieri. Questo per un danzatore è grave, guardi che cosa ho ritrovato!" Il giovane sollevò lentamente la gamba fino all'altezza del collo. Aiutandosi con una spinta elastica e repentina delle braccia, cominciò a roteare vorticosamente su una sola gamba facente da perno con l'altra sollevata. Rallentò la piroetta e trasformò i suoi gesti eleganti in quelli lentissimi di un felino in agguato per la sua preda. Da un cespuglio non molto distante provenivano singolari note di sax che nel loro casuale apparire facevano da contrappunto e commento ai movimenti del danzatore. A suonare era un nano che con passo dondolante sbucò dal cespuglio per dirigersi verso il ballerino. Andarono avanti per lungo tempo in quella performance estemporanea: le note dell'uno riempivano le pause dell'altro. Con movimenti ora rapidi e brevi ora ampi e regali il danzatore tesseva nello spazio case strade cavalli lampioni folle di soldati e montagne di pesci e di pani pantani fiumi aerostati e nuvole cappotti palazzi fiori cavalli e falò con le dita raccoglieva le note soprane del nano incastonandole negli spazi che il corpo interpretava. Vittorio non amava la danza ma i movimenti di quel ballerino ne varcavano i confini. Non c'era compiacimento nei suoi gesti né sforzo, soltanto il fluire naturale di un movimento puro, senza significato come la purezza stessa. Il fascio dinamico di gesti diradò, lentamente il danzatore ormai di spalle, seguito dal nano col suo sax, si allontanò verso un orizzonte dal quale salutava il baluginio argentino del mare e il lilla di un'alba che poteva non finire mai. Vittorio abbandonò il capo all'indietro sorretto dalle mani incrociate, chiuse gli occhi, sorrise ed era contento, non sapeva perché.

"Ah che bell'aria fresca, c'addore è malvarosa, e tu durmenno staje, 'ncopp'a 'sti fronne 'e rosa..." nel dormiveglia sentiva una voce nasale canticchiare... voce familiare... aprì gli occhi: "Don Crispino!" "Si, Don Crispino Don Crispino! - fece la figura segaligna naso aquilino ed abito da prete - Io sto aspettando ancora!" "Cosa?" "La macchina fotografica che mi avevi promesso. L'hai portata?" Preso di sprovvista non sapeva cosa rispondere. Non vedeva Don Crispino da cinquant'anni ed ora eccolo lì che gli chiedeva della macchina fotografica... quale macchina fotografica? Un lampo di memoria gli venne in aiuto: quella che aveva promesso cinquant'anni prima di portare in parrocchia per fare dei ritratti/ricordo... l'aveva promesso cinquant'anni prima! "Vittorio, ogni promessa è debito! Te lo sei dimenticato?" "Don Crispino che piacere rivedervi..." Quante ostie rubate quanti calci nel culo quante cose imparate. Don Crispino più che la preghiera aveva insegnato a lui e ai suoi coetanei l'arte sublime dell'immaginare. Nelle sue mani un fazzoletto sporco poteva diventare una colomba ed una sedia impagliata un cavallo con cui andare in battaglia, tappi di bottiglia divenivano monete d'oro e l'oro poteva diventare cacca. E se aveva imparato a guardare lontano lo doveva a quel pretaccio maledetto dai capelli a spazzola e gli occhi a palla di un bambino vispo. "La macchina fotografica, l'hai portata o no?" "L'ho dimenticata, mi dispiace..." disse non trovando risposta migliore. "Molto male. Meno male che Don Crispino conosce i suoi polli e ha provveduto diversamente... lo sapevo che te ne saresti dimenticato!" "Don Crispino mi dovete scusare non pensavo di trovarvi qui, poi mi state parlando di una promessa che ho fatto mezzo secolo fa!" "E che vuol dire, passino pure mille anni ma le promesse si devono mantenere! Hai capito?" "Ho capito, cinquant'anni fa..." "Cinquant'anni mille un giorno due secoli un eterno e mezzo a questo Livello non vogliono dire un fantastico niente! Vittorio, gli impegni presi si devono mantenere! Vieni che dobbiamo fare la foto..." Vittorio docile e senza intenzione di contraddirlo seguì Don Crispino che con passo lungo e svelto si avviava verso un gruppetto di improbabili calciatori. Quelli con maglietta gialla erano vecchietti dall'apparente età di settant'anni o su di li, quelli con maglietta rossa erano per lo più giovani già scavati in volto, senza capelli e sulle loro braccia e gambe c'erano molte lividure e qualche tatuaggio. Tutti indipendentemente dal loro aspetto apparivano allegri soddisfatti e zampettanti calciatori di serie A in pieno allenamento. Don Crispino fischietto tra le labbra attrasse la loro attenzione con un trillo perforante: tutti si fermarono: "Allora belli, facciamo le foto istituzionali. Prima la squadra dei Pensionados" Gli allegri vecchietti si disposero in posa, alcuni assumendo plastiche posture mettendo in mostra i loro flaccidi muscolotti, altri piazzandosi in campo inginocchiati e non mancò il solito goliarda fesso che faceva le corna dietro le spalle del vicino. Tutti con splendenti sdentatissimi sorrisi, facciotte contente ed una frenesia che impediva loro di stare fermi. Don Crispino li ammoniva: "Buoni, state buoni..." cacciando intanto dalla tasca della tunica una vecchia macchina fotografica a soffietto e passandola a Vittorio: "Tiè, fotografa. O hai dimenticato di come si fotografa?" Prese l'apparecchio, gli era familiare e con sua stessa meraviglia si accorse di saperlo usare. Da piccolo la fotografia era stata la sua grande passione ma era da tanto che non fotografava più. "Fermi!" fece Don Crispino e tutti i vecchietti fermi in posa a farsi fotografare. Clic. Fatto lo scatto, le elastiche cariatidi ripresero a zampettare qua e là palleggiando e litigando per chi dovesse andare a porta. Crispino nasale gridò: "E adesso per piacere la squadra dei Drughi!" I giovani dalle magliette rosse, più tranquilli dei loro avversari, con fare professionale assunsero la posa di rito. Clic. Il gruppo si sciolse, qualcuno subito riprese a scaldarsi i muscoli, qualcun'altro a palleggiare con una lattina in centrocampo. "Bene - fece il prete dopo due istanti - prendete le vostre posizioni..." con un fischio acutissimo diede il via alla partita e le due squadre iniziarono a gareggiare. Avviato il gioco, Crispino prese l'allievo sotto braccio e insieme andarono a sedere su una panchina posta poco distante da lì. "Non arbitra nessuno?" chiese Vittorio "Non c'è bisogno. Ognuno sa quello che deve fare. Qui si gioca per giocare, mica per vincere o perdere. Allora come va? Ti sei fatto grande..." "Eh si..." "Non mi racconti niente?" "Cosa devo raccontarvi, padre, è così incredibile..." "Che cosa è incredibile?" "Il fatto di rincontravi qui in questo posto che non so cosa sia, dopo mezzo secolo, e voi che mi chiedete di una macchina fotografica promessa cinquant'anni fa... non è normale questo." "Dipende. Da questo Livello lo è. Questo è il posto dei ritorni. Tutto ciò che si è detto promesso fatto sperato cercato perso dimenticato qui si ritrova. Anche l'ombrello..." e così dicendo tirò da sotto la panchina un vecchio ombrello dal manico di legno pregiato ed intarsiato che Vittorio riconobbe... era quello che aveva dimenticato un pomeriggio d'autunno alla fermata del filobus. "Anche le parole delle canzoni che abbiamo imparato e quelle delle poesie. Te la ricordi quella della recita del '35? Tu che gli astri intorno movi..." e l'altro proseguì: "...per le azzurre Vie del Cielo... non sapevo di ricordarmela. Non ricordavo di sapere fotografare." "Eri l'unico. Allora, la fotografia era un mestiere di pochi. Tu ne facesti un hobby. Al tuo quindicesimo compleanno tuo padre ti regalò una macchina simile a questa... eri un privilegiato. Un ricco! Hai avuto quello che volevi. Non fu così per tutti i tuoi amici. Stando a quello che leggemmo nei libri qui non avresti potuto mettere piede... è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago piuttosto che un ricco varchi la soglia dei Cieli... ma come vedi qui di cammelli che attraversano crune d'ago ce ne sono a bizzeffe, è una delle attrattive del luogo più spettacolari..." In effetti qualche metro più avanti si potevano ammirare allegri circensi che al suono della banda spingevano grassi cammelli per il culo cercando di farli entrare per la cruna di un ago ed inaspettatamente ci riuscivano tra gli applausi di una folla entusiasta. "Ci sono numeri altrettanto divertenti. Qui tutto è molto divertente. Guarda quei ragazzi..." i ragazzi altro non erano che i vecchietti e i tossicodipendenti che indisturbatamente continuavano a giocare una anarchica partita di calcio in cui non era chiaro nonostante il colore diverso delle magliette, chi fossero gli avversari e chi i compagni di squadra, visto che ognuno passava la palla all'altro senza soluzione di continuità talvolta toccandola con le mani talaltro con la bocca talvolta ancora trasformando la partita in un match di rugby o di pallavolo di tennis visto che qualcuno a un certo punto tirò fuori delle racchette. Di tanto in tanto qualcuno gridava "Goal!" e tutti via ad esultare. Don Crispino guardava compiaciuto la scena: "Sapessi da quanto tempo avevo in mente di mettere su due squadrette tipo queste ma al primo livello non mi era stato possibile. I vecchietti erano convinti di non potere più giocare perché qualcuno aveva detto loro che non ne avevano più la forza, i tossicodipendenti pensavano solo a bucarsi perché nessuno proponeva più loro di giocare e così non ne ho potuto fare niente. Qui è molto più facile." "E' incredibile... chi gli dà tutta questa vitalità?" "Se la danno da soli. E' la forza dell'immaginazione che riprende a pulsare. Peccato che non potrà durare a lungo..." "Perché?" "Perché l'immaginazione non basta. Ognuno di questi giovanotti dovrà a tempo debito affrontare il suo esame. E se quando avrebbe dovuto non ha studiato, avrà ben poco da raccontare..." "Don Crispino, non ditemi che ci sono ancora prove da affrontare!" "Eccome se non ce ne sono..." "Credevo di essere piombato in paradiso..." "Paradiso? Ah piccolo Vittorio, mi dispiace dover smentire ciò che io stesso ti insegnai ma il paradiso non esiste." "Ah no? Lo sospettavo" "D'altronde io non potevo saperlo..." "Se non siamo in paradiso, dove ci troviamo?" "Probabilmente in uno dei livelli successivi a quello che abbiamo conosciuto durante la nostra storia terrena. Siamo di passaggio. C'è chi si fermerà, chi tornerà indietro e chi andrà avanti. Io non so chi sono queste persone e che destino avranno, quello che mi interessa è soltanto cercare di contribuire al loro benessere anche se per un tempo limitato, indipendentemente da ciò che ognuno di loro è stato in passato ed ha appreso. Il mio è un obolo minuscolo... alle volte mi viene da pensare che faccia questo solo per sentirmi utile, e che queste persone senza la mia passione senza il mio desiderio di vederle contente non esisterebbero nemmeno, ma questo credo che non abbia importanza. Verrà il tempo dei conti anche per me, racconterò ciò che ho appreso, ciò in cui ho creduto, ciò che ho fatto e che non ho fatto e menti più lucide delle nostre sapranno valutare e stabilire in serenità ciò che sarà meglio per tutti." "Chi sarebbero queste menti più lucide delle nostre?" "Individui più evoluti di noi... santi o antiche divinità o extraterrestri... o semplicemente persone che si trovano in una fase più avanzata della ricerca." "Quale ricerca?" "Se lo sapessi sarei già oltre... con grande ingenuità al Primo Livello ho sperato che al successivo avrei trovato indizi determinanti per il raggiungimento della Verità Ultima e invece qui l'unica cosa di cui ci viene data esplicita notizia è il Regolamento Generale al quale ci si deve possibilmente attenere. Ne danno lettura ogni trentadue istanti per i nuovi arrivati. Non lo hai ancora ascoltato?" "No" "Lo ascolterai" Don Crispino si alzò, tolse via la tunica restando in calzoncini corti e canotta da ginnastica. Fisico asciutto ed agile con dei saltelli si avviò verso il gruppo dei calciatori. Con un fischio attrasse nuovamente la loro attenzione. Da seduto Vittorio guardava il prete impartire ai presenti istruzioni per alcuni esercizi ginnici ai quali tutti di buon grado si sottoponevano. Facce allegre sorridenti, lo sforzo fisico non produceva stanchezza né sudore... flessioni torsioni salti e sollevamenti... corpi devastati dal tempo dal dolore dal cattivo uso che se ne era fatto, ritrovavano nella grazia di quei movimenti l'armonia perduta. Peccato - pensò Vittorio - non fosse per sempre. Si alzò dalla panchina e senza salutare il maestro, sicuro che lo avrebbe rivisto, riprese a passeggiare per il grande giardino chiedendosi che senso e che valore dare alle parole di Don Crispino, cosa avrebbe raccontato a quei misteriosi esaminatori di cui il prete parlava, che fine avrebbe fatto. Erano pensieri che non gli destavano ansia alcuna. Stava bene in quel posto così come era stato bene in quello di prima.

Un uomo spaurito dalla carnagione olivastra camminava tra i cespugli, nascondendosi da bestia braccata. Vittorio alle sue spalle già da tre istanti ne aveva notato movimenti sospetti. Fermo, lo fissò per farlo voltare (aveva appreso questo gioco da ragazzino: puntava con lo sguardo alla nuca le persone e quelle passati trenta secondi si voltavano). Funzionò. Si guardarono. A Vittorio quella faccia parve familiare. All'altro, stando all'espressione del volto, idem. Fu il primo ad avvicinarsi, l'altro, fermo e seminascosto dietro un tronco aspettava. Si guardarono meglio in volto senza dire una parola... si puntarono reciprocamente il dito l'uno contro l'altro e in sincronia sbottarono: "Tu sei..." era l'uomo che Vittorio aveva ucciso in aereo. In un istante rivide la scena finale della sua esistenza... il vecchio americano lo sparo del mitra il colpo di pistola il grande calore il buio... "Tu sei quello che ho ucciso" "Tu sei quello che mi ha ucciso..." disse l'altro senza rancore, in tono di semplice constatazione di un fatto. "E il tuo compagno ha ucciso me..." "E il mio compagno ha ucciso te..." faceva da eco l'interlocutore. "Potevamo evitarlo, no? Bastava stare più calmi..." propose Vittorio, e l'altro: "Il vecchio mi ha fatto perdere il controllo dell'arma. Non volevo ucciderlo." "Neanche io volevo ucciderti... le cose sono andate diversamente." "E adesso?" "E adesso ciccia..." "Che sarà di noi? Dove siamo?" Il tono dell'uomo era angosciato, come se aspettasse una saetta sulla punta del naso da un momento all'altro. Viceversa Campus era tranquillissimo. L'abbronzato iniziò a profondersi in un raccapricciante lamento. Farfugliava cose che Vittorio non riusciva a distinguere. Sotto i suoi occhi esterrefatti cominciò a dileguarsi simile a un ologramma proiettato in una nuvola di fumo che dirada. Vittorio incuriosito guardava cercando di capire. Don Crispino giunto di spalle commentò: "Si sta dileguando. Diventerà pioggia. Te l'ho detto, non si sta qui per sempre. Certi non arrivano neppure al momento dell'esame. Si consumano prima. Su casi del genere - ne ho visti svariati - ho formulato una teoria..." pausa del prete che attendeva l'invito dell'altro ad esporla e siccome Vittorio non proferì parola Crispino attaccò lo stesso: "Te la spiego... sappiamo che ogni forma di esistenza non è che una manifestazione della materia. Le forme più elementari sono materia allo stato grezzo, pesante. Le forme più evolute sono materia raffinata e leggera. Tutto il percorso altro non è che un costante processo di raffinazione della materia, per realizzare il quale ci necessita l'immaginazione. Voglio dire: non puoi diventare qualcosa di diverso da quello che sei se non riesci ad immaginare che qualcosa di diverso da te può esserci. Giusto? Fila il discorso?" "Diciamo..." "Benissimo. Ora, diamo per pacifico che non tutti abbiano capacità di guardare oltre i confini dello stato di materia in cui si trovano. La presenza di individui privi di questa dote ha una sua ragione d'essere, voglio dire che così come esiste il combustibile per alimentare il fuoco, allo stesso modo esistono forme di materia che è bene che restino quali sono, altrimenti viene meno il nutrimento per le forme più evolute. Giusto? Fila il discorso?" "Non tanto..." "Benissimo. Chi non ha il dono dell'immaginazione ha funzione di nutrimento per quelle forme di coscienza che invece ce l'hanno. Quest'uomo che hai visto dileguarsi davanti ai tuoi occhi probabilmente apparteneva alla categoria "alimenti di prima necessità" a quegli individui che non si possono evolvere perché servono da punto di riferimento in negativo per quelli che la capacità evolutiva ce l'hanno. Conoscevi quest'uomo?" "No. So che l'ho ucciso." "Ah molto bene. L'hai ucciso. E come ti è venuto?" "Non volevo ucciderlo..." e a questo punto non potè fare a meno di raccontare a Don Crispino la dinamica dell'evento. Ascoltato il racconto, il prete commentò: "E' chiaro. Costui era qualcuno ossessionato, chiuso, imprigionato da un credo politico religioso non ha importanza. Un prigioniero. Non ha avuto il tempo di liberarsi dalle sue idee particolari con le quali ha identificato il senso di tutta la sua esistenza. Un caso tipico di individuo appartenente alla categoria "alimenti di prima necessità". Era evidente che non sarebbe durato a lungo." "E' terribile ciò che state dicendo... " "Terribile? No, non c'è niente di grave... costoro non soffrono della loro condizione, sono semplicemente proiettati a consumare la propria individualità nel giro di poche battute e basta. Sai chi è che soffre? Chi cerca di evolversi... passare da uno stato di prigionia ad una graduale libertà è un percorso che costa tonnellate di lavoro, non può essere da tutti. Questo non vuol dire che in via teorica non lo possano tentare tutti. Parliamoci con franchezza, Vittorino: è assai più semplice vivere da schiavi che da liberi. Le idee fisse e le cattive abitudini è molto più comodo conservarle che scrollarsele di dosso. Tendenzialmente siamo tutti pigri il che è equivale a dire siamo tutti schiavi." "Don Crispino, visto che stiamo parlando di certe cose, mi viene da chiedervi un parere circa una vecchia questione alla quale voi stesso a suo tempo non sapeste darmi una risposta... Abbiamo tutti le stesse possibilità almeno in partenza? E quale meccanismo regola la questione del destino e del libero arbitrio? Da questo livello la cosa è più comprensibile?" "Mamma mia quante domande... avrai modo di verificare se già non lo hai verificato che in questo posto il cervello può sciogliersi, i pensieri difficili, quelli che non emergono mai completamente perché non trovano né tempo né parole adatte per manifestarsi, qui trovano via d'uscita fregandosene del tempo e delle parole..." "Credo di capire di cosa stiate parlando. Mi è capitato qualcosa del genere giusto poco prima." "Benissimo. E' come se capissi tutto anche se non sai cosa. Qualcosa di simile a quello che ti sarà certamente accaduto al Primo Livello, negli stati di dormiveglia, quando la coscienza sopita lascia che la ragione profonda scorga le interconnessioni tra gli eventi e le cose che di norma nello stato di veglia non si riescono a vedere." "Esattamente..." "Ecco, io qui ho intuito il senso dei quesiti che mi poni. Ora dovrei verbalizzarteli e presumo che in quest'operazione qualcosa della verità che ho intuito - soggettiva, intendiamoci - possa calcificarsi tra gli interstizi delle parole. Ad ogni modo provo a risponderti..." Don Crispino si prese una pausa per ordinare i pensieri e setacciare le parole adatte e messosi sottobraccio all'allievo ritrovato, lentopede si avviò verso un laghetto sul quale vele multicolori scivolavano silenziose. Il prete guardava in alto farfugliando parole incomprensibili e lisciandosi il mento appuntito. Vittorio paziente aspettava la risposta. Giunsero ai bordi del lago. Il prete con occhi semichiusi cercando l'ispirazione sedette sull'erba ed altrettanto fece l'altro. Braccia incrociate sulle ginocchia, Crispino riprese: "Allora: libero arbitrio e destino. Secondo la mia intuizione, la faccenda è legata al discorso della coscienza. In che modo? Vediamo... Considera che all'inizio ogni individuo ha davanti a sè un numero illimitato di possibilità. Illimitato si fa per dire: già dalla nascita ogni soggetto muove i suoi passi tra vincoli dettati da congiunture familiari geografiche culturali epocali sociali e via discorrendo, comunque può esercitare se stesso in un ventaglio di possibilità accettabilmente ampio. Ora, l'individuo con una bassa tendenza allo sviluppo della coscienza procederà stocasticamente nel suo percorso cambiando continuamente direzione, scegliendo ciò che più in quel momento gli aggrada e soprattutto credendo che il ventaglio di possibilità che ha davanti abbia col passare del tempo sempre la stessa ampiezza. Alla fine del suo percorso, si ritroverà ad aver concatenato senza nessuna scelta progettuale una accozzaglia di eventi e di possibilità che non significano un bel niente. In certi casi tale accozzaglia di eventi potrebbe persino portarlo al successo al riconoscimento sociale o alla disgrazia. In ogni caso un individuo di questo genere penserà di essere stato la vittima o il prescelto per un destino. In realtà i destini non esistono se non a posteriori. Poi c'è l'individuo che sceglie consapevolmente, che per ragioni che ancora non mi sono chiare, possiede rispetto ad altri suoi simili una capacità maggiore di dare un senso alle proprie scelte ed agli eventi che ne conseguono. Il soggetto di questa specie si renderà presto conto che col procedere dei passi, il ventaglio di possibilità a sua disposizione tende a restringersi progressivamente fino a limitarsi ad una sola. Ciò non vuol dire che egli non sia libero: è libero di scegliere tra l'unica possibilità reale e le infinite altre, fittizie, che ha davanti. Le scelte di questo individuo in cui prevale il cosiddetto libero arbitrio, potranno condurlo al successo, al riconoscimento sociale, alla disgrazia e al fallimento esattamente come può accadere per l'individuo che ha mosso i suoi passi in maniera casuale. In questo senso libero arbitrio e destino sono la stessa cosa, presentano le stesse probabilità di successo o sconfitta. Ciò non ha alcuna importanza. Non è certo la sconfitta o il successo, valori peraltro opinabili effimeri ed ineffabili, a determinare la qualità di un percorso quanto piuttosto il grado di consapevolezza la capacità di lettura e d'interpretazione degli eventi e delle sue azioni che il soggetto ha esercitato durante il suo percorso. E' questo a fare la differenza, che non è di tipo morale, ben inteso: non c'è bene da una parte e male dall'altra, è una differenza soltanto operativa. E' chiaro che un individuo che ha esercitato maggiormente la sua capacità di lettura, il grado di lucidità, la responsabilità che ogni scelta comporta, ha dato un senso al suo percorso che l'individuo stocastico non è riuscito a dare. E' dunque più resistente ed ha maggiori probabilità di accedere ai livelli successivi fosse solo per il fatto che reputa le sue azioni dislocate su una linea di progressione che da qualche parte dovrà pur portare, a livelli successivi, per l'appunto, la cui esistenza con buone probabilità inizierà a presumere da un certo momento in poi del suo cammino. Volendo figurarci i due percorsi, diremmo che l'individuo a matrice "stocastica" si muove in senso orizzontale, quello a matrice "icastica" si muove in senso verticale. Ti piace questa teoria?" "Eccellente. Dovreste scrivere un libro." "Non c'è bisogno. E' già presente in uno dei libri non-scritti conservati nel Magazzino delle cose possibili. Ti consiglio di visitarlo, è un posto straordinario." "Sarebbe?" "Un deposito dal quale tutti possono attingere. Qualcosa a metà strada tra una sartoria teatrale, una biblioteca e un immenso laboratorio multitecnologico, dove sono conservati tutti gli abiti mai indossati le canzoni mai cantate i libri mai scritti le case mai costruite gli amori mai sbocciati le ricette mai sperimentate gli oggetti mai inventati i bambini mai nati i quadri mai dipinti le statue mai scolpite le parole mai dette le idee mai sviluppate e tutte le opere incompiute in genere. E' roba di pubblico dominio. Da qui si preleva il materiale che viene adoperato per la realizzazione concreta di tutti i prodotti dell'ingegno umano. Qualche saputello pensa di potersene impadronire, in realtà si può prendere solo in prestito e in ogni caso bisogna restituire, perché è roba di tutti. Ciò che gli ingegni producono non è di loro proprietà ma di chi ne fruisce. L'acqua il fuoco la terra e l'aria è di tutti. Allo stesso modo i libri le favole le canzoni le invenzioni e le manifestazioni dell'ingegno appartengono a tutti, non a chi le ha prodotte. Ti dirò di più: anche i figli sono di tutti, non solo dei genitori che li hanno generati. E' occasionale che ci sia chi scrive e chi legge... i ruoli prima o poi si invertono." Dicendo questo tolse via la canottiera e i pantaloncini: restò nudo e senza alcuna vergogna né pudore annunciò solenne: "E adesso, è l'ora del bagnetto!" si voltò, prese la rincorsa ed urlando, con un tuffo a cofanetto si fiondò nell'acqua del laghetto poco distante da lì: nell'impatto un nugolo di uccelli multicolori volò verso l'alto simulando un fuoco d'artificio. Vittorio rideva e pensava... "E se questo non è il paradiso, cos'altro può essere?"

Si stava bene in quel posto. Troppo bene. Da lontano osservava don Crispino nuotare a rana, spruzzarsi l'acqua in faccia coi vecchietti, tra ragazzini vivaci e fanciulle dalle tette orgogliose e puntute. Non aveva voglia di bagnarsi, gli piaceva contemplare quella scena, gli dava indescrivibile allegria. Guardava le barchette a vela. C'era chi con perizia riusciva a sfruttare i naturali flussi del vento dal quale si lasciava trasportare non avendo alcuna direzione prestabilita, chi tentava con sforzo di opporsi alle correnti d'aria, di controllarle per imprimere alla propria traiettoria una direzione voluta, chi infine incapace di cogliere il volere del vento, incapace ancor più di opporsi ad esso, restava fermo o sballottato da improvvisi colpi. Quelle vele volevano restituire le parole poco prima pronunciate da Don Crispino. Ci si può piegare al vento, tentarne il controllo, oppure non capirlo. E il segreto di ogni uomo è lì, nel modo in cui ha vissuto il suo dialogo col vento. Stranamente non gli venne da chiedersi lui che rapporto avesse avuto... in quel momento, la cosa più bella era sentire l'aria fresca sul volto e il gracidare di una rana, togliersi le scarpe e sentire l'umido dell'erba sotto i piedi, calpestarla... si rialzò e con passo saggiatore si diresse verso la panchina dove aveva lasciato la borsa e la giacca... giunto sul luogo, si accorse che non c'erano più né panca né borsa né giacca... pensò "non me ne frega niente..." felice di essersi liberato di quegli ultimi fardelli, dei documenti delle chiavi del telefono dell'agenda degli orari degli aerei tranquillo passeggiava per i prati, a naso in aria, guardando nel cielo alcune mongolfiere... fino ad inciampare in un ciccione disteso sull'erba, camicia sbottonata e fazzoletto sulla fronte...

"Mi scusi..." il ciccione sollevò le palpebre e con voce impastata chiese: "Che ore sono?" "Non lo so..." "Scusate, vi dispiace?..." disse l'omone tendendo la mano per farsi aiutare a rialzarsi da Vittorio il quale non gliela negò: "Mi sono addormentato... permettete: Giannone Salvatore." "Vittorio Campus. Molto lieto..." "Campus? Parente del dottor Campus presidente della Campus SpA?" "Non parente. Sono io in persona" "E Voi sareste il dottor Campus presidente della Campus SpA?" "Si. Qualcosa non va?" "Tu guarda a me che mi doveva capitare... se lo racconto a mio cognato Michele quello non mi crederà mai... Dottò, voi non sapete per me quale gioia incontrarvi. Dovete sapere caro Dottore che prima di comprarmi il pullman per le gite turistiche io ho lavorato per voi dal 1950 al 1960! Dieci anni! Sono stato uno dei vostri trasportatori... voi non vi potete ricordare di me... già allora eravamo più di millecinquecento impiegati..." Vittorio velocemente consultò l'archivio della sua memoria e con suo stesso stupore saltò fuori la scheda di Giannone Salvatore: "Si sbaglia signor Giannone, mi ricordo di lei..." "Veramente? Non è possibile... questo mi fa molto contento... Dottò che bella azienda la vostra, quanto l'ho rimpianta..." "Perché l'ha lasciata se si trovava così bene?" "Volevo mettermi in proprio... certo economicamente mi è convenuto però con voi si stava troppo bene... che piacere vedervi!" "Salvatore..." chiamò Patrizia sopraggiungendo da uno dei sentieri, leggermente discinta reduce da una battaglia amorosa... "Salvatore, dove sono i ragazzi?" "E non lo so professoressa, mi sono addormentato... professoressa vi voglio presentare il dottor Campus" "Incantato..." accennò un baciamano, e la donna: "Piacere mio..." "Professoressa - intervenne Giannone - avete capito che coincidenza? Siamo usciti a parenti col Dottore! Ho lavorato per lui per dieci anni..." "Lei per caso è il dottor Campus della Campus SpA?" chiese la donna. "Io. Non sapevo che la mia azienda fosse così famosa..." disse meravigliato l'uomo "Mio marito mi raccontò spesso di lei... ha collaborato con lei ad alcuni progetti..." "Chi è suo marito?" "l'ingegnere Aldo Freschi." "Freschi, certo che me lo ricordo: progettammo insieme la Stazione Sperimentale..." "Avete visto? - si inserì di nuovo Giannone -siete uscito a parente anche con la professoressa - che piacere, che piacere!" Gino provenendo dal fondo del viale osservava da lontano il gruppetto che animatamente chiacchierava. Riponendosi alla meglio la camicia nei calzoni e ridandosi una ravvivata con le mani ai capelli, si avvicinava... chi era quell'uomo che parlava con Patrizia e l'autista? Aveva tutta l'impressione di conoscerlo... nell'approssimarsi al gruppo ne ebbe la certezza, spontaneo d'un botto lo chiamò: "Campus!" Vittorio si voltò, guardava Gino con l'espressione di chi pensa: "Ti conosco ma non ricordo chi sei..." "Vittorio... sono De Angelis Luigi... Terza B" e Giannone: "Mò esce a parente pure col signor De Angelis! Stu dottore è 'na cosa fantastica!" Vittorio sorrise e tese la mano: "Gino De Angelis... come stai? Chi ti avrebbe riconosciuto?" "Sono cambiato molto?" "Direi di si..." "Tu non tanto... ti posso abbracciare?" "Certo..." fece l'altro non convinto. "Salvatore - disse Patrizia - vogliamo andare a cercare i ragazzi?" "Andiamo... signori, voi ci scusate se ci allontaniamo un momento..." L'autista e l'insegnate si allontanarono parlottando tra loro. Giannone era euforico: "Signò, voi avete capito che coincidenze? Chi vado ad incontrare? Il dottor Campus che ci ho lavorato per dieci anni! E pure vostro marito lo conosce! E pure quel signor De Angelis! Qua pare che tutti escono a parenti con tutti! Guardate che vi dico: se uno si mettesse con la testa e col pensiero potrebbe raggiungere tutte le persone del mondo..." "Che volete dire?" "Mi spiego meglio. Facciamo conto che io volessi parlare col dottor Campus e diciamo che non lo conosco di persona. Però conosco voi che conoscete vostro marito che conosce il dottor Campus... io tramite voi tramite vostro marito potevo arrivare a lui, e questo sistema lo si può fare sempre, magari facendo una catena più lunga, una più corta, tutti possono conoscere e parlare con tutti... non vi pare?" "E allora?" "E allora niente... mi fa piacere questa cosa, che bene o male siamo tutti parenti... signò, ecco dove stanno i ragazzini!" E dove potevano stare se non nell'acqua a giocare agli spruzzi con dei vecchietti delle belle fanciulle ed un tipo segaligno che continuava ad arbitrare improbabili partite di pallanuoto? "Adesso li vado a chiamare" - fece deciso Giannone - "No! - la donna lo fermò -Lasciateli giocare..." Patrizia guardava i suoi ragazzi, le loro facce, il loro sfrenarsi, quelle grida allegre che tante volte l'avevano irritata adesso l'emozionavano: "Salvatore, secondo voi, questo non è il Paradiso?"


Campus Vittorio e De Angelis Luigi amici non lo erano mai stati. Avevano frequentato le stesse scuole elementari e poi si erano ritrovati insieme al liceo, il caso li volle nella stessa classe. Entrambi abitavano con le rispettive famiglie in quartieri diversi a poche centinaia di metri l'uno dall'altro. In gioventù capitò persino che l'uno flirtasse con una ragazza la cui sorella era stata fidanzata dell'altro. Insomma, molte cose avrebbero lasciato pensare che il Caso volesse incrociare i destini di quei due uomini così diversi che di fatto nulla condivisero se non la esse finale nel cognome. De Angelis era abbastanza informato sulla esistenza di Vittorio - parte della quale era suo malgrado di dominio pubblico. Non si poteva dire viceversa: Campus non aveva mai posto l'attenzione sull'esistenza del silenzioso compagno del quarto banco del quale nulla o poco sapeva sebbene avessero passato tutte le elementari e gli ultimi tre anni di liceo insieme. Erano lì faccia a faccia imbarazzati, non sapendo nessuno dei due cosa dirsi, sentendo entrambi tuttavia l'obbligo di scambiarsi delle parole che non fossero i soliti convenevoli, visto che avevano trascorso insieme una parte importante della loro storia. Nessuno dei due sapeva da dove cominciare. Ci provò Campus: "E allora, come andiamo?" "Bene..." rispose l'altro. L'avvio non era dei migliori. Adesso la palla era al secondo. Tentò la carta dei ricordi: "Certo che ne è passato del tempo... tu non sei invecchiato." "Mi sono abbastanza curato. Ho tinto i capelli." "Stai bene." "Anche tu stai bene" "Beh insomma... sei qui da molto?" "No ma mi ci trovo bene." "Anch'io. E non hai incontrato nessun altro della nostra classe?" "No." "Neanch'io. Mi avrebbe fatto piacere rivedere qualcun'altro... te lo ricordi Rattazzi?" "Rattazzi? Figurati se non me lo ricordo... quello che aveva il fiato da poterci caricare gli accendisigari e i capelli all'olio d'oliva!" "Cazzo è vero - scoppiò a ridere Gino - ci stavi quando gli fu fatto lo scherzo dello svenimento con Laura della terza B?" "Ci stavo? Ma se l'organizzai io!" "Tu? Che bestia... non potrò mai dimenticare la faccia che fece quando Laura finse di svenirgli tra le braccia e tutti a gridare l'hai uccisa col tuo fiato letale! Mamma mia che disgraziati... voleva morire il poveretto... chissà Laura che fine ha fatto..." "Biologa. Sposò Raboni te lo ricordi?" "Raboni? Non lo sopportava neanche per posta!" "La mise incinta. Qualche mese dopo gli esami di maturità" "E Pecoraro?" "Sparì dalla circolazione. L'ho incontrato a Milano qualche anno fa. Dirigente del Ministero delle Finanze." "Figurati... e con Lamarca e Strazzullo ti sei più frequentato?" "Dopo la maturità ci rivedemmo ancora per qualche tempo... ci incontravamo il giovedì per giocare a poker. Ci siamo persi di vista. Lamarca fa l'anestesista..." "Questo lo sapevo, pensa che ha operato mia moglie... Strazzullo non so che fine abbia fatto..." "Avvocato. Molto bravo. Pensa che ha difeso Repoli in una causa" "Repoli? Il pazzo?" "Lui" "Che ha fatto?" "Storie di tangenti..." "Certe persone hanno scritto in faccia il destino cui vanno incontro. Ero sicuro che Repoli non avrebbe fatto nulla di buono" "Ti sbagli. Ha fatto molte cose buone ma non è stato sufficientemente accorto. Ha operato con leggerezza" "Cioè?" "Che dirti... la sete di denaro tira brutti scherzi... lascia intravedere miraggi meravigliosi, ti induce a sottovalutare le distanze e le proporzioni, ti fa perdere la misura dei valori e delle capacità. Pensa ad un assetato che si ritrova di fronte ad un frigorifero stracolmo di bevande, cosa fa? Le tracanna e muore d'indigestione. Metafore a parte le cose in breve sono andate così: Repoli il pazzo si iscrisse a Giurisprudenza. Fatti una decina di esami l'abbandonò perché nel frattempo aveva avviato assieme ad un amico un'attività di compravendita di frutta e ortaggi..." "Il padre faceva il fruttivendolo o ricordo male?" "Ricordi bene ma la sua attività non aveva nulla a che vedere con quella del buon Don Michele. Nel giro di alcuni anni Repoli era riuscito a creare la prima grande catena di produzione e distribuzione di frutta e ortaggi. Hai mai sentito parlare della Dall'Orto?" "Cavoli! Mia moglie era un'appassionata di prodotti Dall'Orto!" "Dietro la Dall'Orto c'era quel pazzo del tuo compagno Repoli..." "Fai sul serio?" "Garantito." "E chi lo avrebbe detto, Repoli imprenditore di successo... come ha fatto?" "Questo lo sa lui. Qualche malalingua dice che si sia invischiato nel riciclaggio di denaro sporco... usura soprattutto..." "E tu pensi che sia vero?" "Può darsi. In ogni caso, era riuscito a creare una delle più grandi aziende del settore. Dava lavoro a più di tremila dipendenti fissi oltre agli stagionali ed alle collaborazioni esterne... un'azienda eccellente che io stesso ebbi modo di visitare una volta." "E dunque?" "Con gli anni diversificò l'attività passando prima alla floricoltura in seguito ai prodotti dolciari ed infine dopo aver aperto una catena di negozi d'abbigliamento mise su un network. E lì le cose cominciarono ad andare male. Qualche investimento non ponderato bene, probabilmente intaccò interessi di personaggi con più chances di lui... pressanti controlli fiscali, cambi di alleanze all'interno della situazione politica che lo spiazzarono e indebolirono... vendette parte delle sue aziende, per altre dichiarò fallimento poi un giovane giudice solleticato dagli articoli di un giornalista di turno in cerca di scoop decise che fosse giunto il tempo di aprire un'istruttoria a suo carico e così vennero a galla le molte verità di un uomo che aveva ingaggiato con se stesso una scommessa per vincere la quale non sempre si servì di strade illuminate. E così Repoli Renato, oramai ricco anche se non famoso e neanche bello, si ritrovò nel giro di tre anni a rivedere il suo percorso fatto di corsa nell'arco di sei lustri" "Che fine ha fatto?" "Si è suicidato" "Questo mi dispiace..." "Anche a me..." De Angelis rimase in silenzio. Consumata la razione di tristezza dovuta alla memoria del compagno Repoli, voltò pagina: "Chissà che fine avranno fatto gli altri... Lucadamo, Vastola, Sarcinelli, Marchionne, Bottazzi, Esposito, Lavitola, Lattanzi, De Bono..." "Lucadamo è cancelliere, Vastola fa l'avvocato, Sarcinelli insegna lettere in un liceo, Marchionne non lo so, Bottazzi neanche, Esposito ha un negozio di articoli sportivi, Lavitola si è completamente dedicato al violino, Lattanzi è funzionario delle Poste, De Bono direttore commerciale alla AKaspitahl..." "Sei informatissimo, come mai?" "Li seguii quasi tutti nel corso degli anni... non li persi di vista... molti di loro in più di un'occasione mi cercarono... tu sei uno dei pochi dei quali persi notizie" "Io non ebbi grossi rapporti con i compagni di classe... mi sentii fuori dal gioco..." "Questo lo capimmo. Gino, a che cazzo pensavi quando Palumbo spiegava Hegel?" Gino rise di cuore: "Ah, si vedeva che ero distratto?" "Si vedeva? Eri perennemente altrove! Quali pensieri andavi inseguendo?" "Pensavo che nessuno se ne accorgesse del fatto che fossi distratto... ho creduto che nessuno mi si degnasse di attenzione." Sbagliasti. Il tuo stato di disagio lo intuirono tutti anche se nessuno ne comprese il motivo..." "Non lo capii io figuriamoci gli altri... mi stupisce e mi commuove quello che stai dicendo. Allora mi chiedo: perché nessuno mi rivolse la parola?" "Non desti modo. Davi l'idea di fregartene di tutto e di tutti." "Ah questa è buona. Pensa che io pensai di te e degli altri la stessa cosa. Sapessi quante volte mi avrebbe fatto piacere parlarvi e ci rinunciai perché non seppi che dirvi..." "Anche tu mi incuriosivi. Non mi avvicinai perché avvertivo il tuo disagio." "Potevamo essere amici... e se lo fossimo stati, la mia vita sarebbe stata diversa..." "E la mia..." "E sta bene. Le nostre vite computano tra le altre cose un'amicizia mancata." "Possiamo recuperare?" "Che vuoi recuperare, Gino... ogni cosa ha il suo tempo... non fummo amici e basta" "Ora possiamo esserlo, almeno provare..." Vittorio sorrise bonario e appoggiò il braccio sulla spalla di Gino, più basso di lui... " De Angelis... certe cose non si provano, nascono e basta. Che fanno due amici che non si vedono da tempo?" "Vanno al bar, prendono un caffè e si raccontano per sommi capi le vicissitudini degli anni in cui ci si era persi di vista... presumo." Presumi? E noi faremo di più! Hai voglia di mangiare qualcosa?" "Magari... non so se ci siano ristoranti da queste parti..." "Lo troveremo. Carino e ospitale con vista panoramica sul mare..." Detto fatto, Gino e Vittorio si ritrovano di fronte ad una trattoria all'aperto dall'aria invitante. Due camerieri identici tra loro servono con movimenti ben scanditi ai tavoli circostanti piatti di pasta e frutti di mare. Campus e De Angelis si siedono ad uno dei tavoli con bella vista sul mare. "Che prendi?" chiede Vittorio "Salsicce ed impepata di cozze. Tu?" "Dentice all'acquapazza." Manco il tempo di dirlo che il cameriere è già lì pronto al tavolo a servire quanto non ancora richiesto... un vero miracolo di solerzia. Gino con la forchetta infilza la salsiccia e la addenta compiaciuto: "Caspita, neppure a Milano sono così efficienti..." Vittorio con movimenti lenti e precisi spina il suo pesce. "Che hai fatto in questi anni?" "Niente di speciale - dice Gino - finito il liceo mi sono iscritto a Giurisprudenza. Avrei voluto studiare al conservatorio ma me lo hanno impedito. "Chi te lo ha impedito?" "I miei genitori. Dicevano che i musicisti fanno i morti di fame. Poi siccome non mi piaceva quello che facevo, ho interrotto gli studi... oggi è normale a quei tempi lo sai era una cosa inconcepibile se si considera che arrivare all'università era un traguardo straordinario, con quello che costava... non me ne fregava niente. Per riparare al dolore che ho dato ai miei genitori ho preso il diploma di ragioniere, ho fatto il concorso alla SME, l'ho vinto e mi sono impiegato. Trentacinque anni di servizio impeccabile. Certe volte mi sembrava di essere l'unico stronzo che lavorava... "Molto interessante... e la tua attività sentimentale?" "Spartana. Un paio di innamoramenti non corrisposti poi ho conosciuto mia moglie che a ventiquattro anni ho sposato." "Matrimonio felice?" "Felice... può essere un matrimonio felice? Riuscito, questo si... solido compatto realistico rassicurante ma felice, quanto può esserlo un pesce che entra nella nassa." "Figli?" "Due. Arturo e Brigida. Arturo ha studiato ingegneria elettronica, ha fatto il concorso all'Enel, lo ha vinto, si è sposato, ha avuto un bambino che ha chiamato indovina come?" "Luigino." "Bravissimo. E così ci siamo garantiti la perpetrazione del seme. Sarebbe stato meglio di no." "Perché?" "Non ebbi grande stima del mio seme. Avrei voluto che Arturo fosse stato una scavezzacollo, uno che magari mi scappava di casa con una compagnia di saltimbanchi, che avesse sposato una trapezista e che magari avesse chiamato il figlio, che ne so, Ulderico Rismondo Sacripante o qualcosa di simile... niente di questo... Arturo mi somiglia in maniera desolante e suo figlio Luigino peggio ancora..." "Non è bello che tu parli così di tuo figlio e di tuo nipote..." "Lo so, me ne vergogno..." "E Brigida?" "Insegna lettere alle scuole medie. E' sposata con un medico internista che non vale un piffero e che si da tante di quelle arie che in più di un'occasione lo avrei preso a schiaffoni. Hanno avuto una bambina che hanno chiamato indovina come?" "Come tua moglie." "Annamaria. Per l'appunto." "E non sei contento?" "Di cosa?" "Sono importanti gli affetti familiari..." "Non metto in dubbio ma non era quello che volevo per la mia avventura terrena." "Cosa avresti voluto?" "Non lo so, questo è stato il mio dramma... non l'ho capito... mi sono sentito perennemente oppresso da un desiderio incomprensibile al quale ad un certo punto della mia esistenza ho dovuto rinunciare per sopravvivere. Mi sono annoiato da morire. Per tutti gli anni della mia presenza eseguii sempre le stesse operazioni. Se tu mi chiedessi cosa ho combinato il giorno dodici dicembre 1952 io te lo saprei dire immediatamente, non perché ho una memoria ferrea, intendiamoci, ma perché quel giorno ho eseguito le stesse operazioni che ho eseguito il giorno prima ed il giorno successivo e i giorni a venire e così mi sono ritrovato alla fine che se avessi vissuto un'ora o mille anni sarebbe stata la stessa cosa... queste salsicce sono davvero buone. Ne mangerei ancora un paio" Detto fatto. Ecco il cameriere lì pronto con un altro piatto. Gino glielo strappa di mano e con un colpo secco infilza la quarta salsiccia, la addenta, con bocca piena prosegue: "Tu hai fatto cose belle..." "Insomma... ho cercato di non annoiarmi. Ho lavorato molto, come te..." "Ottenendo ben altri risultati..." "In che senso?" "In tutti i sensi. A parte ogni soddisfazione avrai fatto molti più soldi di me..." "Non so quanti soldi tu abbia fatto in ogni caso, credimi, pochi o molti non è questo che conta." "Si va bene, si dice così in realtà il denaro ti consente opportunità maggiori..." "Non dico di no ma ti assicuro che al di là di questo, quello che conta è la capacità di non annoiarsi e non credere che certe possibilità materiali ti salvaguardino dalla noia, anzi! Io non mi sono annoiato nemmeno quando non avevo una lira" "Non mi dire che sei stato povero... la tua famiglia aveva già dai tempi della nostra giovinezza consistenti patrimoni..." "La mia famiglia, non io. Io ho voluto costruirmi da solo. Senza contare che un incendio mandò in fumo la fabbrica lasciatami in eredità da mio padre ed io mi ritrovai sul lastrico da un giorno all'altro. Sapevo che sarebbe passato e non mi sono avvilito. Passa ogni cosa. Sapevo che in qualche modo avrei recuperato." "Ecco lo vedi? Non avevi più soldi però sapevi che li avresti riavuti. E' molto diverso il non averli ed essere consapevole che non li avrai mai." "A parte il fatto che tutto sta nel credere nelle cose migliori - dico credere e non sperare, che sono due cose diverse - te lo ripeto: avere pochi o molti soldi non conta una minchia. L'importante sono le idee e le passioni: con quelle si costruiscono le fortune e soprattutto con quelle si combatte la noia." "Forse hai ragione. In ogni caso penso che tu dalla vita abbia avuto tutto, io no." "Come fai a sapere quello che ho avuto" "E che ti è mancato?" "Dei figli per esempio. Potrei dirti che dal mio punto di vista sei tu ad avere avuto tutto ed io qualcosa in meno... le cose non stanno neanche così..." A questo punto il cameriere, giunto con una frizzante brocca d'acqua minerale e limone, intervenne: "Mi si scusi l'intromissione avrei qualcosa da dire. Anzitutto: che vino preferite?" "Solopaca per favore..." rispose Vittorio. L'altro aderì entusiasta. "Benissimo - commentò il cameriere. A parte questo volevo aggiungere una considerazione su quanto dicevate sette istanti prima. Vedete questa bilancia? (ne estrasse una da sotto un tavolo) Se noi ora mettessimo su di un piatto i motivi di dolore sofferenza gioia e godimento di uno di voi due e sul piatto opposto quelli dell'altro, l'ago resterebbe perfettamente al centro. Questo in virtù del fatto che ciascuno ha a disposizione la propria dotazione di motivi belli e brutti che è per natura identica per tutti anche se si manifesta in tempi e modalità diverse per ognuno. La reale differenza sta nell'uso che se ne fa. E con questo tolgo il disturbo. Buon appetito e buona digestione. Tra poco porto il vino." Gino e Vittorio rimasero per qualche istante perplessi, il secondo rise: "E' fantastico questo cameriere/filosofo. Dove li trovano personaggi così?" "Saranno indigeni..." L'intromissione del cameriere aveva spezzato, meglio così, quel discorso che stava assumendo una piega pesante e noiosa. E così tra un bicchiere di vino una salsiccia una confessione una barzelletta ed un ricordo, Gino De Angelis e Vittorio Campus scoprirono, al di là delle apparenti differenze e di quanto avessero potuto credere l'uno dell'altro, di avere una scorta di cose in comune tra cui la passione sfrenata per la cioccolata calda e per i quadri di Beyus, per la musica, per una certa Roberta di cui entrambi erano stati segretamente innamorati ai tempi del liceo, la pigra passione per il calcio, l'amore per Venezia e per il Solopaca, e soprattutto la voglia di perpetrare all'infinito quell'allegra familiarità del potersi raccontare senza motivo e senza pudore, per il semplice gusto di condividere qualcosa con qualcun'altro. Era un piccolo miracolo... via ogni tensione, ogni scadenza da rispettare ed ogni etichetta da giocare, bere, cantare, ridere ed essere contenti senza saperne il motivo, allo stesso modo in cui prima in altri luoghi erano stati in qualche modo vacanti nonostante ognuno a modo suo avesse ottenuto ciò che gli spettasse. "Gino... fosse questo il Paradiso?" chiese Vittorio buttando giù il fondo di un boccale e mentre l'altro sospirava cercando la risposta ecco che all'improvviso una voce gentile provenne da quell'altoparlante dal quale qualche istante prima venivano fuori vecchie canzoni di Chevalier e De Sica: "Signori e Signore... l'Arcangelo Heinrich tutore del Livello Secondo augura il benvenuto a tutti i naviganti. Desideriamo ricordarvi che l'attraversamento del presente Livello comporta la risoluzione di un riassunto scritto ed un colloquio orale relativi ai contenuti raccolti al Livello Primo Superiore. Vi preghiamo di osservare attentamente le regole di alloggiamento.
1 - E' fatto assoluto divieto di sporgersi dai bordi del presente livello per contattare individui del livello di provenienza. E' interdetto ogni mezzo di connessione con livelli sottostanti: medium, telefoni, radioregistratori, bicchierini, tavolini e quanto altro possa creare interferenze con gli abitanti dei Livelli Pesanti, anche se trattasi di parenti. 2- E' vietato giocare con lenzuola, catene e fiammelle, nascondersi negli specchi nonché fare uso improprio di effetti speciali 3 - E' vietato fornire notizie riguardanti il futuro a chiunque ne faccia richiesta attraverso mezzi illeciti come descritti al punto 1del presente regolamento
4 - In casi speciali e previa autorizzazione del Tutore-Pilota è consentito fornire numeri per vincite al lotto ad appartenenti del Primo Livello Superiore che ne facciano giustificata richiesta. La trasmissione è ammessa esclusivamente per via onirica.
5 - E' in ogni caso fatto assoluto divieto di interferire nell'andamento degli eventi che scandiscono le vite in essere al Livello Pesante 6 - E' consentito l'usufrutto di mele e di ogni altro genere di frutta, in deroga al comma c dell'articolo 1 del Regolamento Primo
7 - I trasgressori non saranno puniti. Si ricorda a tale proposito che al presente livello non sono previste punizioni né ammende per le trasgressioni, le quali tuttavia, determinano automaticamente conseguenze nefaste per il soggetto trasgressore
8 - E' consentito a chiunque ne faccia esplicita richiesta esercitare azione di volontariato in veste di tutore di individui appartenenti ai Livelli Pesanti; restano inderogabili in ogni caso le regole sopra menzionate circa l'obbligo di non-interferenza.
Il personale del servizio Accoglienza è a Vostra disposizione per ogni tipo di informazione e chiarimento. "

Dall'altoparlante De Sica riprese a cantare "Parlami d'amore Mariù". I due amici si guardarono in silenzio: ognuno aspettava che l'altro commentasse in qualche modo quanto aveva poco prima udito... nessuno dei due aveva un gran che da dire. Alle loro spalle, la voce dapprima udita dall'altoparlante si ripropose - questa volta dal vivo sotto fattezze di signorina buonasera: "Vogliate cortesemente accingervi ad occupare le vostre postazioni. Tra poco daremo inizio alla prova scritta" fatto il suo annuncio la donna sparisce e con lei il pergolato profumato sotto il quale sette istanti prima i due amici ritrovati erano a conversare la tovaglia a quadroni le vettovaglie il vino il tavolo le galline razzolanti e la vista del mare l'oste i solerti camerieri clonati e l'ultimo quarto della quarta salsiccia di Gino... al posto di tutto questo banchi e ancora banchi tra i quali i due compagni si ritrovarono a camminare facendosi largo tra una folla oceanica di individui spinti da un unico obiettivo: trovare un posto libero. Qualcuno dietro di loro, un demente, sbraitava "Prego biglietti, prego biglietti... andare più avanti, avanti c'è posto. Prego non affacciatevi alle finestre." I due amici, tra i borborigmi di un corteo di comparse avanzarono fin quando non trovarono due banchi liberi, non vicini e nemmeno troppo distanti, in ogni caso abbastanza lontani da non poter copiare l'uno dall'altro. Tutti trovarono la propria collocazione... Nel lungo corridoio le luci si abbassano mentre un faro di striscio e denso illumina la cattedra posta in fondo all'aula; il bisbiglio di colpo s'interrompe, tre colpi secchi di bacchetta ed una marcia trionfale attacca in cratofanica possenza. Due valletti dal volto incipriato escono da due porticine ai lati della cattedra. La musica si blocca per un attimo e i due forbiti efebi in coro annunciano: "Signori e signore, la Corta!" Entra in scena una donnina bassa grassoccia e malmessa, una mediocre maestra di provincia alle soglie della pensione dalla voce in linea con l'aspetto che informa con burocratica acribia: "Allora ragazzi potete cominciare la vostra prova scritta. Ognuno di voi descriva il senso che ha inteso dare alla propria esistenza al Primo Livello Superiore, usando il minor numero possibile di parole. Non sono ammesse citazioni. Qualcuno ha da fare domande? Se si lo faccia adesso o mai più." Un tipo magro alza la mano: "Quanto tempo abbiamo a disposizione?" "Quello che riterrete necessario. Altre domande? No? Prego procedere." Espletate le formalità di rito, la donna si alza per andare via. Riprende la marcia a suonare per tre istanti ancora poi trionfale chiosa, l'esagerato faro puntato sulla cattedra si spegne e in contrappunto si riaccendono le luci sulla lunga teoria di banchi. Riprende subitaneo il bisbiglio. Chi morsica la penna, chi dalle mutande tira fuori minuscoli temari chi pulisce gli occhiali chi maldestramente tenta di sbirciare sul foglio del compagno affianco e chi mastica gomme su gomme chi fa l'inventario dell'armamentario di cancelleria con cui è partito chi sfoglia il dizionario chi il libro dei morti e chi la grammatica sanscrita chi deciso ha già puntato la penna sul foglio e veloce traccia frasi che dopo niente cassa. Vittorio calmo scarabocchia caricature ai margini del banco, incurante dello svolgimento del compito. Gino guardandolo si ricordò che così faceva a scuola e la cosa gli procurò due grammi di simpatia: gli sembrò di essere tornato indietro nel tempo, quando tutte le carte erano ancora da giocare e dopo la scuola c'era una vita intera da mangiare. Vide Vittorio scrivere qualcosa. Un fulmine. Vittorio a scuola era capace di studiare di nascosto sotto al banco, una tecnica semplice e geniale che gli avevano sempre invidiato. A casa non studiava. In classe, mentre l'insegnante spiegava la nuova lezione, lui col libro nascosto leggeva quella da portare per quel giorno... finito di spiegare, l'insegnate interrogava e lui mai fu colto impreparato. Come facesse a leggere senza farsi beccare dando contemporaneamente l'impressione di seguire, era per Gino un mistero degno della più sincera ammirazione. De Angelis a casa studiava, non molto, ma studiava. La matematica non era il suo forte ed il greco neppure. La filosofia gli sarebbe andata a genio, se avesse capito a cosa serviva. Quanto all'italiano, scrivere gli piacque, meno leggere, in ogni caso non riuscì mai a prendere più della sufficienza: il suo insegnante di italiano di lui non ebbe grande stima. Lui per farsene una ragione pensava che Verdi era stato mal considerato al conservatorio ed era diventato quello che era diventato... Lo svolgimento del compito aspettava. Ancora il gelo del foglio bianco sul quale lasciare tracce della propria intelligenza... com'era la traccia? Si accorse di non essersela appuntata, poi ricordò: il senso da dare alla propria esistenza (più che ricordarla sentì una voce suggerire da dentro)... il senso... (la stessa voce aggiunse: "in poche parole")... in poche parole, è una parola! Possibile che la sua esistenza non avesse senso? C'era senz'altro, si trattava soltanto di individuarlo. Non era facile. Aveva bisogno di prendere spunto da qualcosa per iniziare. Tirò fuori il quadernetto dalla copertina verde, sottobanco frugò tra le righe e copiò: "Potrei dire che la mia storia cominciò il giorno in cui venni alla luce, ma non sarebbe vero: essa inizia solo adesso che voglio raccontarla..." Di quante e quali parole avrebbe avuto bisogno per raccontare una storia che in fondo altro non era fatta che di parole? De Angelis sapeva che quella prova non la avrebbe superata. Eppure non voleva rinunciarci, nel buio del suo cuore sapeva che la storia esisteva. Ci sono individui a cui il Caso ha riservato una sorta di vocazione larvale di cui l'individuo in questione ne percepisce la presenza e al contempo non ne ha le chiavi d'accesso né la forza ed il coraggio di scendere nelle profondità dove il talento inespresso si nasconde bestia impaurita e per questo pericolosa, ed è un tormento... è un tormento ospitare uno spirito nato per essere libero e che lo stesso Caso ha voluto gabbare rigettandolo nella gabbia dell'inesprimibile. Gino dava asilo ad uno di questi spiriti. Campus dal suo banco poteva vedere De Angelis con la faccia contratta nella smorfia di chi è nel pieno compimento di truculenti misfatti. Lo vedeva scrivere velocemente, interrompersi di botto, rileggere, cancellare, riscrivere, abbandonarsi in sguardi assenti. Provava due grammi di simpatia per quell'amico mancato e se avesse potuto lo avrebbe aiutato. Cosa che mai negli anni della scuola gli venne da pensare. L'idea di aiutare gli altri gli era estranea. Non rientrava nei suoi orizzonti morali. Aveva imparato presto dal padre che le leggi di natura erano le uniche che fosse necessario seguire. Il resto, paccottiglia. Aveva presto appreso che esistono i forti ed i deboli e che i primi si nutrono dei secondi. Che esistono sistemi autoregolamentativi all'interno della natura che non badano all'individuo di per sè ma al sistema nel suo complesso, che il diritto di natura è l'unico inviolabile e che il diritto di stato è la sovrastruttura inventata dai più forti per far credere ai più deboli che hanno pari opportunità e in realtà vero non è. Sapeva di appartenere per eredità genetica alla razza dei più forti, consapevolezza che per lui non costituì motivo di orgoglio o di vanto. Nel silenzio dell'aula - il bisbiglio si era affievolito - ognuno si immerse nei propri ricordi alla ricerca di un'idea, di una frase, di un centro tonale da cui poter partire per risolvere il tema assegnato. Così Vittorio, che nella miriade di considerazioni maturate nel corso della sua permanenza al Primo Livello Superiore, cercava quella fondamentale, il perno su cui ricostruire quella gerarchia di valori che sebbene lo avesse accompagnato, mai era da lui stata teorizzata. Pensò anzitutto alle donne... ne aveva avute molte ma ciò non fu per lui tema di vanto; sapeva che se in natura per ogni specie c'è un esubero di soggetti femminili rispetto ai maschili è per motivi tecnici: la donna nella riproduzione è impegnata per un tempo più lungo di quello in cui si trova impiegato l'uomo, ciò comporta che il soggetto maschile dalla natura è comandato a copulare con più soggetti femminili: "Io rispetto la natura..." diceva spesso ai suoi collaboratori e tutti sapevano che in quell'affermazione non c'era nulla di ecologico, pensavano che così dicesse perché era un gran paraluce, in realtà era sincero ma questo pochi lo capirono. A lui d'altro canto di essere creduto non gliene fregava un benamato nerbo. Al di là di ogni giudizio che i suoi comportamenti poterono suscitare, sapeva di avere sempre e soltanto amato. Un amore che si era concretato nell'aderire in pieno e senza condizionamenti alla vita del Livello che aveva lasciato, abbracciando ciò che essa le potesse offrire... le donne il benessere le esagerazioni dei sensi il rischio le passioni i dolori le responsabilità e quanto altro trovò sul suo cammino di uomo nella materia, merda compreso... quella non si può scansare... "Immagina la tua esistenza come una passeggiata in una città che non conosci bene... ti troverai perso nella folla dell'ora di punta al Centro, incontrerai qualcuno che conosci con cui ti saluterai e qualcun'altro magari non ti riconoscerà, attraverserai grandi piazze, lunghe e larghe strade a tre e più corsie, per sbadataggine potrai perderti e ritrovarti in vicoletti che non conducono da nessuna parte, magari pieni d'immondizia e topi, a tarda ora, tanto che non scorgerai nessuno a cui chiedere informazioni, scoprirai scorciatoie, ti fermerai ai semafori, perderai qualche autobus e qualche altro lo dovrai aspettare perché ritarda... potrai essere aggredito da un balordo oppure conoscere davanti alla bottega di un profumiere una fanciulla che non parla la tua lingua e che s'innamora di te, visitare musei, guardare l'esibizione di un saltimbanco, entrare in una bettola e mangiare da dio oppure cenare nel più bel ristorante del posto e farti servire la schifezza degli ossobuco... insomma quando attraversi un posto che non conosci, molte sono le cose che ti possono accadere e tu hai il dovere di accoglierle tutte e a tutte dare il benvenuto, anche alle meno piacevoli... non è difficile, basta capire che stai giocando e guardarti giocare... senza riserve, mai con distacco: devi sentirti dentro le cose altrimenti del viaggio non ricordi più niente e non c'è cosa più dannosa... chi dimentica perde un giro e torna al punto di partenza" Era questo il contenuto di una conversazione nata per caso un giorno a colazione col suo figlioccio Maurizio de Paulis. Non c'erano motivi particolari per cui dovesse ricordarla con tanto nitore ma in quel momento fu la prima cosa che gli venne in mente mentre pensava a come dovesse attaccare il suo riassunto. C'era qualche spunto interessante da sviluppare sebbene lì il nucleo del suo percorso non era lì né altrove. Sul foglio non volle che scrivere: "Io ho amato..." e null'altro aggiunse.

Le file di banchi si svuotano e si ripopolano senza soluzione di continuità. Qualcuno che è lì da tempo, non avendo nulla di personale da scrivere, copia sprazzi di frasi dai compagni che di volta in volta si succedono al proprio fianco. Come quell'uomo di mezza età dalla fluente capigliatura ed un ascot di cachemire al collo il quale con fare elegante e disinvolto da scopiazzator cortese di tanto in tanto allunga lo sguardo a dritta e a manca sui fogli dei suoi vicini, per poi con calma trascrivere le frasi catturate. Vittorio si alza e va a sedersi accanto a lui. Si sente autorizzato da un'ingiustificata familiarità a rivolgergli la parola: "Stai copiando..." "Lo so..." risponde l'altro continuando imperterrito nella sua opera "E' l'unica cosa che so fare..." "Mi consenti una curiosità?" "Anche trentadue..." "Cosa pensi che ne possa uscire fuori, se continui a copiare frasi a spilluzzichi dai compiti degli altri?" "Esce fuori la mia storia" "In virtù di quale alchimia?" "Di quella che regola la storia di tutti..." smette di copiare e col tono di chi sta per rivelare un grande segreto dice: "Ogni storia non è che il cumulo di sedimenti di altre storie..." poi secco afferra la moltitudine di fogli su cui ha appuntato quintali di frasi di contenuto e genere il più vario, li appallottola e li getta da una finestra alla sua destra. Si affaccia e Vittorio fa altrettanto. Vedono la palla di carta aprirsi e scomporsi in mille foglietti. Sotto un nugolo di ragazzini credendoli buoni/omaggio per qualcosa li raccolgono, li leggono, qualcuno ripiega accuratamente quello che gli è toccato per conservarlo nel portafogli qualcun'altro appena letto lo strappa e qualcun'altro più goliardico fa il gesto di pulirsi il sedere; una donnina anziana senza leggere cosa ci sia scritto raccoglie quelli caduti in terra per andarli a gettare in un cestino poco distante da lì, alza la testa verso la finestra e rivolgendosi allo scapigliato con tono di rimprovero esclama: "Asino!" "E adesso? - s'informa Vittorio - intendi ricominciare daccapo?" e l'altro tornando a sedere: "Non è la prima volta... hai qualche frase da regalarmi?" Campus fruga nelle tasche. Trova un astuccio di baci perugina rubato al bar dell'aeroporto. Glielo porge. "Tieni" L'altro glielo strappa di mano e con fare scimmiesco sbuccia fulmineo i tre cioccolatini gettandoseli in bocca contemporaneamente con le mani unte di cacao avido legge le frasi dei biglietti, prende la penna e frenetico le ricopia su un nuovo foglio, almeno così crede Vittorio. In realtà l'uomo ha appuntato la seguente frase: "Ho chiesto un'idea e mi hanno dato un bacio. Nel bacio ho trovato un'idea..." porge il foglio a Campus chiedendo un parere: "Ti piace?" "No ma va bene così..." per tagliare corto. Qualcuno poco distante da lì ha osservato la scena... "Ehi, psss..." Vittorio si sente chiamare alle spalle "Vuoi dare un occhiata a quello che ho scritto io?" L'uomo passa un foglio, Vittorio lo prende e legge: "Non ho mai odiato il nemico..." L'altro sollecita un commento: "Che te ne pare?" "Mi sembra che vada bene" risponde laconico Vittorio. "Questa per me è una frase molto importante - prosegue l'altro - è stato il senso di tutta la mia esistenza. Tieni presente che di nemici io ne ho avuti tanti... pensa che ho avuto più nemici che raffreddori in vita mia. Qualcuno ho dovuto farlo fuori. Mio malgrado perché la violenza non mi è piaciuta. Certe cose fanno parte del gioco..." Bastarono poche altre battute per fargli comprendere che il suo occasionale interlocutore era una carta di tressette. Si stupì del tanto parlare di questo tizio sapendo che alcune tipologie di individui (alle quali certamente apparteneva quell'uomo) di norma hanno poche parole da elargire. "Vedi amico mio, la violenza è una cosa da combattere con tutta la propria pazienza, è il modo di esprimersi dei deboli... ma eliminare un uomo, se lo fai per uno scopo preciso, non è violenza, è un'azione necessaria al compimento di un progetto. L'odio, l'amore, sono passioni momentanee che passano e tutte le azioni che si compiono sotto l'effetto delle passioni sono enormi sciocchezze di cui ci si pente. L'azione giusta è quella che compi per realizzare un progetto, quale che sia non importa... non credi?" Il tono dell'occasionale interlocutore era come di chi in qualche modo cercasse conferma ad una opinione che sentiva vacillare. "Non mi sono ancora presentato... mi chiamo Amilcare Lomasto " Vittorio strinse la mano che l'altro gli tendeva chiedendogli: "Come mai sei qui?" "Mi hanno ammazzato" rispose mostrando la nuca sulla quale era ancora ben visibile un foro da calibro 38... "Come si dice: morte violenta. Non ce l'ho con chi mi ha ucciso. Ce l'ho con me stesso che non ho fatto in tempo a correre ai ripari. Volevo uscirne fuori prima di arrivare dove sono arrivato e non ne sono stato capace. Quando sei in un gioco non ci esci più. Un'azione genera altre azioni ed è una catena logica che da un certo momento non riguarda più quello che vuoi e quello che non vuoi. Mi spiego? Ci sono strade che si diramano in continuazione, per cui si può tornare indietro al primo incrocio, si può fare retromarcia, si può rallentare, ci si può perdere e magari ritrovarsi al punto da cui si era partiti. Quando imbocchi un'autostrada, questo non può accadere: devi andare fino alla fine e pagare il tuo pedaggio. Dopo se vuoi puoi ritornare indietro. Prima devi pagare. Diciamo che io ho preso un'autostrada. Dovevo andare lontano. Strada facendo ho perso molte cose, non mi potevo fermare a raccattarle. Se ti fermi sei fottuto. Quando infatti mi sono fermato mi hanno fottuto." "Cosa dovevi raccattare di così importante che ti sei dovuto fermare?" "Mia figlia. Dovevo salvarla e non sono riuscito nemmeno a salvare me." Vittorio curioso degli affari altrui non lo era mai stato ma quel personaggio lo intrigava e volentieri gli avrebbe chiesto al di là delle metafore cosa realmente gli fosse accaduto, ma tacque. L'altro intuendo il desiderio del suo occasionale interlocutore proseguì nel suo monologo. Gli raccontò di una bambina bellissima dai riccioli biondi e gli occhi modello due fari, con la quale troppo poco tempo era riuscito a trascorrere. Qualche ora in giardino la domenica, sotto gli occhi vigili di tre gorilla prezzolati per vegliare sulla loro incolumità. Mai alle giostre, mai a passeggio per le strade del centro, mai una gita con gli amici. Si contavano sulla punta delle dita le volte in cui potè farla addormentare raccontandole una favola... fu più il tempo passato a sfuggire ai nemici che quello insieme alla famiglia a tavola. Tuttavia nulla le fece mancare. Martina - questo il nome della bambina - ebbe privilegi che le sue coetanee neanche osavano sognare, giocattoli incredibili e non solo a Natale e più in là nel tempo abiti straordinari, gioielli ed ogni altro ben di dio. Questo non bastò a colmarla... Amilcare a quel tempo ancora non sapeva che la serenità di un bambino è uno dei pochi beni che non si possono comprare. Giunse il tempo dei resoconti. Martina aveva oramai compiuto diciotto anni... pochi per comprendere le facce del mondo ma sufficienti per allontanarsi da quelle che non scendono giù. A Martina troppo pesava l'assenza di suo padre, l'impossibilità di raccontare alle sue amiche cosa facesse, d'altronde non lo sapeva. Amilcare sperò di essere ancora in tempo per potersi giocare la chance di offrire a sua figlia una esistenza "normale". Lasciò gli affari (una consistente fortuna accumulata nel tempo glielo consentiva) e volle cambiare strada, abitudini. Via i vecchi amici, via i gorilla, via da quella specie di bunker nella quale aveva imprigionato per lunghi anni la sua famiglia. Iniziò un nuovo capitolo ma non potè tirarlo per le lunghe, il passato non si può cancellare con un colpo di spugna. Mentre il futuro si può cancellare con un colpo di pistola. Come quello che cancellò quello di sua figlia... la ricevuta di ritorno di un conto che aveva dimenticato o non voluto saldare. La vendetta a nulla gli valse se non a perdere - tanto non gli importava più niente - anche la sua vita. Con un certo imbarazzo Vittorio si rese conto di essersi turbato al racconto dell'uomo. Era sufficientemente consapevole del fatto che in ogni individuo possono albergare l'uno accanto all'altro sani, comuni sentimenti e istinti nefandi senza soluzione di continuità. Il silenzio di Campus - il silenzio di certi uomini somiglia a un rimprovero - spinse Amilcare a proseguire l'occasionale confessione: "Vedi amico mio, si fa presto a dare dei giudizi. Quello è un criminale, quell'altro è un brav'uomo... questo fa bene, quest'altro fa male... in verità, la differenza tra un uomo onesto e un criminale a conti fatti e al di là delle apparenze è veramente poca cosa... Droga ne prendesti?" "Cocaina. Qualche volta e senza impegno" "Ti fregò?" "No" "Infatti. Non mi dai l'idea di uno che si è bevuto il cervello. Io con la droga ci ho lavorato per molti anni. La conosco bene. A me fa schifo però ci ho lavorato bene... tu penserai che è colpa mia se tanta gente è morta ma se ci rifletti le cose non stanno così. La droga la prende chi già sta male per conto suo. E se sta male non è certo per causa mia. Non ho inventato io la droga e né i motivi di chi la prende. Ho messo in contatto una domanda ed una offerta. Ho fatto un'opera di commercializzazione. Avrei potuto vendere qualsiasi altra cosa ma non sarebbe stato altrettanto rimunerativo. E' fuori legge? Vero. Ma perché? Perché deve esserci qualcuno che deve dire a qualcun'altro cosa deve e cosa non deve fare? Ognuno faccia quello che vuole e se non sceglie il meglio peggio per lui. La cosa più divertente sai quale è? Che se l'avessero legalizzata ci avrebbero fottuto alla grande. Fortunatamente per noi, questo non sarebbe potuto essere. La droga piaga che dilaga... se non ci fosse la droga, ci sarebbe qualche altra cosa buona per farsi del male per chi male si vuole fare. Ci sono individui che nascono per distruggersi, ebbene, lasciamo che si distruggano e che compilino il loro destino. Perché cercare di deviarli? Faccia ognuno quello che gli pare e vinca il migliore! Ho lavorato con la prostituzione per un po' di tempo. Considera che stiamo parlando del mestiere più vecchio del mondo e se esiste da che esiste l'uomo, vuol dire che funziona e che ha una ragione d'essere. Per quel che mi riguardava le ragazze venivano ottimamente trattate: ben remunerate, visite specialistiche settimanali e le più fortunate hanno persino trovato buoni partiti. Ora tu dimmi: cosa trovi di male in questo? La dignità della donna lesa? Che stronzata è questa! Ci sono donne con la vocazione della puttana. Non capisco perché altre donne debbano risentirsi di ciò. Ho lavorato col gioco d'azzardo e col contrabbando. Ma questi non li posso considerare dei reati... non ho fatto altro che ripetere in piccolo ciò che ogni Stato civile fa per conto suo. Ora tu mi dirai: lo Stato lo fa per incamerare beni che saranno di tutta la collettività. E io ti rispondo: secondo te i beni che ho accumulato con le mie attività non li ho messi a disposizione di una collettività? Piccola - nemmeno tanto - ma pur sempre una collettività. Non li ho messi in tasca... una volta che mi sono procurato quello che mi serviva, il resto l'ho restituito agli altri. Così come dice di fare lo Stato allo stesso modo ho fatto io, anzi meglio. Lo Stato chiede e non da niente e quello che ti da te lo fa pagare caro e amaro peggio dei cravattari. Chi cazzo è questo Stato? Dove sta? Perché avrei dovuto sottostare a leggi fatte da gente che certo non è meglio di me e che sta dove sta per curare i propri affari? Lo Stato siamo noi? Bene. Ognuno provveda a se nel modo in cui meglio reputa. Lo sai con i soldi che ho guadagnato cosa ho fatto? Beneficenza a strafottere e l'ho fatta col cuore, per non parlare di tutte le aziende nate coi soldi delle mie attività che oggi funzionano egregiamente e che producono ricchezza per sè e per gli altri. Ti suona esagerato se ti dicessi che io non sono stato altro che lo strumento per far sì che la morte di alcuni potesse dare la vita ad altri? Che ci piaccia o no le cose stanno così. D'altronde, la nascita e la morte degli individui sono eventi talmente grandiosi che nessun uomo se ne può arrogare la responsabilità morale. L'uomo è un tramite, un mezzo. E se ho ammazzato non mi sento di farmene una colpa. Non ho odiato il mio nemico. Come la vedi?" Vittorio rifletteva sulle parole di quel criminale. Nella sua immorale rigorosa logica era riuscito a dare una luce diversa alle peggiori nefandezze che per quanto ripugnante rivelava un lato di verità negato di indiscutibile peso. Ciò che lo intrigava di più era il fatto che quell'uomo, partendo da esperienze diverse dalle sue, aveva maturato dei principi e delle considerazioni molto prossime alle sue: era lui un criminale mancato o l'altro un uomo libero deviato? Sospeso in questa riflessione non ebbe il tempo di dare una risposta al suo occasionale interlocutore... "Amilcare Lomasto..." chiamò una voce dall'altoparlante "Presente!" "Si accomodi all'Aula Magna..." "Devo andare... Ti saluto." mentre stava per andare via, Campus gli chiese: "Amilcare... non hai paura degli esami?" "Io? No... ti sembrerà incredibile ma nonostante tutto, io non ho mai smesso di dialogare col mio amico Dio..." Senza null'altro aggiungere il criminale-filosofo si alzò canticchiando un vecchio motivetto di una canzone napoletana dirigendosi verso il fondo del corridoio. Vedendolo andare via, Vittorio, che con Dio non ricordava di avere dialogato, si domandò cosa un uomo così e Colui che Tutto può si potessero dire e in che modo il Padreterno al di là di ogni dottrina ed ogni congettura potesse salvarlo perdonarlo considerarlo... utilizzarlo in seguito. Aveva assistito al dialogo - di questo Campus se ne accorse dopo - un anziano in tunica color porpora stanziato un banco indietro, il quale di sua iniziativa intervenne: "Non deve scandalizzarsi per le parole di quell'uomo." "Non mi scandalizzo" - ribattè Vittorio, il porporato attribuendogli pensieri che non aveva, ritenne opportuno osservare: "Vedi figliolo, attraverso il sacramento del battesimo si appartiene alla comunità della Chiesa per sempre. Anche quando i peccati sono enormi, quando il contrasto tra l'esistenza e la fede sembrerebbe insanabile. C'è sempre la possibilità di un ritorno, di una prova d'appello per tutti. Per la Chiesa un figlio è un figlio anche se ha ammazzato suo padre. Ora, non possiamo che augurarci che quell'uomo si penta sinceramente. Che si presenti in confessionale e si accusi fino in fondo, mostri di volere cambiare condotta e di volere riparare per quanto possibile al male compiuto. Allora sarà salvo..." Salvo da cosa? Si chiedeva Vittorio... e ammesso che esista qualcosa da cui doversi salvare, basta così poco? Basta pentirsi? Lui uomo non indottrinato mal comprendeva il mistero della confessione. Gli riusciva difficile capire il funzionamento di quel meccanismo in virtù del quale azioni catalogate nell'inventario del male possono essere rimosse con un pentimento... cos'è il pentimento? Come può cancellare i gesti che abbiamo compiuto se questi costituiscono noi stessi... perdonare vorrebbe dire azzerare non solo le azioni ma l'individuo stesso che delle azioni che ha compiuto è fatto. Se è vero che esiste un grande progetto all'interno del quale ogni opzione individuale assume una funzione nella dinamica del progetto stesso, che senso ha perdonare? Equivale a dire: "Hai fatto quello che dovevi fare e per questo ti perdono..." chi ha fatto il proprio dovere non va perdonato, al più premiato... Perso nei suoi pensieri alla ricerca di qualcosa da farsi perdonare (che non trovava), si avviò lungo il corridoio lasciando che il porporato, intorno al quale intanto si era fatto un capannello di anziane donnine ed alcuni pensionati, continuasse ad elargire ulteriori verità sul mistero della confessione ed altre raccomandazioni di genere vario.


Era passato un tempo imprecisatamente percepito lungo senza che Gino fosse riuscito a scrivere un gran che di buono. Con lo sguardo cercò Vittorio per chiedergli aiuto... l'amico ritrovato non era più al suo posto. Si guardava intorno cercando qualcuno da puntare per attaccare bottone, un espediente per vincere l'ansia che lo stava per assalire. Nella carrellata di facce incrociate di tanto in tanto ne scorgeva alcune già viste alla televisione, qualcun'altra sulle pagine di un libro o di un giornale, qualcun'altra ancora per strada. Andando avanti nello screening la sensazione di familiarità aumentava, come se la più parte di quegli avventori fossero stati compagni per tratti dispersi della sua esistenza. "Giovanni!" gli venne spontaneo chiamare un tizio che seduto in un banco più avanti del suo accanto ad una donna sfogliava un album di vecchie foto in bianco e nero. "Io non conosco costui - rifletteva tra sè De Angelis - come faccio a sapere che si chiama Giovanni?..." il presunto Giovanni era un uomo dai baffi ordinati, i capelli brizzolati, l'occhio intelligente e la faccia interessante di chi la vita l'ha attraversata in pieno senza risparmiarsi e senza troppi calcoli. "Giovanni" continuava a chiamare Gino... la persona alzò il capo, guardò e con la mano accennò un piccolo saluto. Evidentemente l'uomo si chiamava davvero Giovanni. Gino doveva capire chi diavolo fosse... chi è Giovanni? chi è Giovanni? continuava a chiedersi avvicinandosi di più all'uomo. Era ad un passo da lui: "Credo di conoscerla..." "Può darsi..." rispose l'altro garbato "Dove ci siamo visti?" "Non saprei..." "Io ho abitato per molti anni al Parco Montedonzelli a Napoli..." "Io no. Abitavo a Palermo." "Non eravamo vicini di casa. Mi scusi. La confondo con qualcun'altro" "E di che cosa. Probabile che io sia il Giovanni che lei conosce." "E allora mi domando dove e quando l'ho conosciuta?" "In televisione" "Io non ho mai fatto televisione" "Io neanche. Ma hanno parlato di me spesso... il mio passaggio a questo livello ha fatto molto rumore... bum!" "Bum?" "Bum. Come fa la bomba quando scoppia?" "Bum" "Bum. Esatto..." De Angelis rimuginava... bum... che vuol dire? Ebbe un lampo d'intuizione... chiunque altro al suo posto avrebbe già capito con chi stava parlando. Si illuminò: "Dio mio... lei è..." "Si sono io. In persona. Non dico in carne ed ossa date le circostanze sarebbe eccessivo. Comunque sono io" "E' lei... lei non sa quanta ammirazione io provo per lei e quanto mi sia dispiaciuto quando è successo il fatto..." "Lo posso immaginare. E' dispiaciuto anche a me" "Quale fatto?" chiese un tizio intromettendosi nella conversazione, e Gino: "Quale fatto?! Lo sanno tutti! La bomba che è scoppiata!" "Ah - deluso l'intruso - fatti di guerra... non mi interessano. Sono pacifista" disse prendendo il foglio sul quale aveva disegnato enormi fiori e andandosi a sedere dodici banchi più avanti. "La secco se mi siedo qui?" "Prego..." "E' la sua signora?" chiese Gino riferendosi alla donna seduta accanto a Giovanni. "Non vuole parlare con nessuno. E' arrabbiata, lei qui non ci voleva venire!" "E lei?" "Dammi del tu... qual è il tuo nome?" " De Angelis Luigi, Gino per gli amici. E tu qui ci volevi venire?" "Scherzi? Avevo ancora un mare di cose da fare laggiù... hanno deciso diversamente e sia. D'altronde era in preventivo. Lo sapevo che finiva in quel modo. Io non mi sono arrabbiato più di tanto, lei poverina pensava di poter fare altre cose, di avere più tempo a disposizione. Mi ama e ha deciso di seguirmi." "E' apprezzabile. Pensa che io me ne sono andato e di mia moglie non ho più notizie... eppure siamo stati sposati per trent'anni..." "Non è la quantità di tempo che fa la qualità dei rapporti." "Certo è così..." seguì un'interruzione del dialogo. L'uomo coi baffi continuava a sfogliare l'album delle foto... Gino cercava argomenti di conversazione: "Hai fatto grandi cose e se ti avessero lasciato fare ne avresti fatte di ancora più grandi!" "Grandi cose? Non direi. Ho studiato, ho cercato di capire, di comprendere, di sapere, di valutare..." "E ti sembra poco quello che hai fatto?" "Non è stato sufficiente. Avrei voluto fare di più..." Gino, orgoglioso di darsi del tu con quell'uomo illustre, rincarò la dose: "Giovanni, tu hai cercato di combattere il male, per questo hai sacrificato la tua vita personale. Ora tu puoi dire quello che vuoi, per me e per tanti altri tu sei grande!" L'altro ascoltava con un sorrisetto tra l'imbarazzato e lo sconsolato, scuotendo il capo per dire lasciami perdere che è meglio. "Non credi di essere stato grande?" Giovanni tirò un sospiro, restò un attimo in silenzio ad ordinare le parole per afferrare un pensiero labile, poi attaccò: "Sai quale è la cosa più terribile? E' l'aver colto involontariamente alcune parti occultate di verità che buone o cattive che siano, presentano un'intoccabile necessità di esistere. Questa consapevolezza da una parte ti premia con un sentore ingiusto di superiorità e dall'altra ti punisce con la percezione dell'impossibilità ad agire. Però sai che devi agire. Quando capisci le ragioni altrui, combattere diventa molto più difficile. Il nemico non è più un nemico, è l'altra parte della tua verità. Quando andavo al liceo sono stato compagno di classe di un certo Franco Parola. Con Franco giocavamo spesso a ping-pong. Lui era bravissimo, mi batteva quasi sempre. Frequentavamo insieme la stessa parrocchia. Abbiamo fatto i chierichetti insieme l'uno accanto all'altro, abbiamo mangiato allo stesso refettorio, ci siamo scambiati dei libri, prestato soldi, sigarette. Una volta ci siamo persino innamorati della stessa donna. Franco è diventato un imprenditore edile ed io sono diventato un giudice. Poteva andare il contrario. Ci iscrivemmo insieme all'università, lui lasciò gli studi quando morì il padre per seguire l'azienda di famiglia. Poteva accadere che morisse il mio, di padre, in quel caso poteva accadere che sarei stato io ad abbandonare gli studi per dedicarmi ad altro. Ciò non accadde ed io giunto alla laurea tentai sia il concorso alla Banca d'Italia sia al Ministero delle Poste sia in Magistratura. Vinsi il terzo nonostante fosse il più difficile, con mio sommo stupore. Mi trasferii a Roma. Ho rivisto Franco Parola dopo vent'anni in un locale soffocante, surriscaldato, all'ultimo piano della Questura. Morivamo letteralmente dal caldo. Dai piani inferiori dove si trovavano gli appartamenti degli agenti, saliva la cacofonia della musica delle radio a tutto volume. Delle mosche anormali continuavano a molestarci e a nulla serviva asciugarci la fronte continuamente coi fazzoletti. Non parlammo di noi. Era un incontro di lavoro. Dovevo interrogarlo in quanto mi era stata affidata l'istruttoria del suo caso: Franco Parola, il mio compagno di ping-pong, era accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Procedo all'interrogatorio e, al termine gli dico: "Abbiamo giocato a ping-pong insieme" Il suo viso s'illuminò e mi rispose: "Le legnate che le ho dato!" Mi dava del lei, giustamente, la cosa mi diede fastidio. Ogni verità che si rispetti possiede almeno due facce. Si tratta di scegliere quale si vuole vedere. A volte non si sceglie. Se ne vede una sola e basta. Ed è una fortuna. Quando per circostanze che tu non hai voluto ti ritrovi a dover aprire tutti e due gli occhi e a vedere le cose da ambo i lati, la testa e la croce... lì devi scegliere una delle due e quella che non hai scelto non è detto che sia sbagliata o non esiste più... continua ad esserci, l'hai solo momentaneamente messa da parte. Io ho avuto la sventura - o fortuna, a seconda dei punti di vista - di vedere la testa e la croce. Ho scelto croce ma sapevo benissimo che testa aveva lo stesso peso di croce e che era una questione di probabilità... c'è un però: una volta che hai scelto devi giocare fino all'ultimo, altrimenti ti tieni la moneta in tasca e magari lì la dimentichi e non giochi. "Io la moneta credo di non averla tirata fuori..." commentò mortificato Gino e Giovanni pronto lo rinfrancò: "Hai fatto bene. Non si deve giocare per forza. Se non ne hai voglia o non sei portato per il gioco non fa niente. Si vive lo stesso." "Certo, mi sarebbe piaciuto giocare... è passato tanto tempo ed io non ho niente da ricordare, niente di cui potermi congratulare o rimproverare, niente da raccontare. Così non è bene. E' vero?" "Che dirti... ognuno di noi nasce con delle chances... c'è chi riesce a cogliere le peggiori, chi le migliori... a me è toccato di diventare una specie d'eroe... non era nelle mie intenzioni. Volevo soltanto fare il mio lavoro, rendermi utile, ma l'eroe non lo volevo fare. E ancor meno quelli che erano con me. Ad ogni modo è andata così..." "Tu hai fatto qualcosa di grande..." "Mah, chi può dirlo... non voglio sminuire quello che ho fatto, mi rendo conto di essere stato un punto di riferimento, per certi una speranza, per altri un impiccio da rimuovere... questo non è importante. Quello che ho fatto l'ho fatto e basta. Che sia stato importante per gli altri per la storia per il mondo sono cose che non mi interessano. Non ho lavorato per questo. Però, ti sembrerà strano, mi sono divertito. Anche quando ho avuto paura. E ho capito... Ho conosciuto uomini straordinari nella loro totale assenza di grazia, illuminati da logiche ineccepibili nelle quali ogni forma di aberrazione perdeva qualsiasi risvolto morale. Ho udito raccontare cose inenarrabili sorrette da un tale nitore di pensiero da farmi scorgere ragioni comprensibili dove la logica comune vede marcio, violenza e orrore... Capire le ragioni altrui quando sono quelle che stanno dalla parte del male è qualcosa di straordinario nella storia di un uomo. Se sono cresciuto lo devo a questo" "Posso chiederti che hai scritto sul tuo compito?" "Leggi..." Gino lesse. Sul foglio, con una grafia ordinata e asciutta c'era scritto: "Conobbi il male e l'ho capito".

Vittorio, non distante dal luogo in cui era Gino, muoveva i passi alla ricerca dell'amico o di qualcuno a cui affidare il compito suo laconico. Attraversando il ragnatelico dedalo di stanze diramantesi a partire dal corridoio dei banchi, raccoglieva tra gli astanti brandelli di discorsi, frammenti di racconti, alcune frasi fatte e facce più o meno note... tutti parlavano di tutto, tutti parlavano con tutti... fitti e frequenti erano i cenni di saluto a volte cordiali a volte affettuosi, formali, riverenti... ebbe la certezza che quella sensazione che lo pervadeva di conoscere più o meno tutti, era di tutti. E mentre si guardava intorno per vedere se riuscisse a scorgere quel fesso del suo amico Gino, qualcuno alle sue spalle gli puntò qualcosa... "Bum!" - si voltò di scatto... una figura giovane gli sorrideva... "Paura, eh? Allora, come andiamo?" fece cordiale tendendogli la mano. "Bene..." "Mi fa piacere. Qui d'altronde male non si può stare... bisogna farci l'abitudine, comprendere lo spirito del luogo e tutto fila liscio... qui ogni ricerca lecita viene esaudita... ti serve un'idea giusta? Vai nella Stanza delle Idee e la trovi. Una ragione persa? Vai all'Ufficio Ragioni Smarrite e la ritrovi! Che so, un desiderio irrisolto? Vai nella Stanza dei Desideri e in qualche scaffale sicuramente lo trovi! Ecco, vedi, non vorrei apparire prosaico quando dico che qui ci troviamo nel grande supermarket dell'emozione!" Vittorio ascoltava incuriosito e senza commentare, con un sorriso enigmatico semi sintetico appiccicato sulle labbra incerto se asserire o dissentire... cercava di capire quel personaggio spiritato dove volesse arrivare. "Qui tutto è concesso... anche al Primo Livello Superiore tutto è concesso, solo che non ce ne si rende conto! Qui puoi andare dove ti pare, prendere qualsiasi direzione, nessuno ti può fermare! Però attenzione, eh? Attenzione... si può andare ovunque, ma con un pizzico di cautela. Non ci sono punizioni, non ci sono inibizioni e soprattutto, non ci sono giustificazioni! Ognuno è responsabile di quello che fa! Sei già stato nella stanza degli Specchi?" "No..." "E in quella dei Destini Possibili?" "Neanche..." "Dei Sogni?" "Nemmeno..." "Nei Grandi Archivi?" "No." "Benissimo. La stanza dei Ricordi?" "Devo andarci?" "Direi di si. Devi andare ovunque, te l'ho detto. Ho idea che tu stia qui da poco. Se hai bisogno di qualche informazione puoi contare su di me." "Ci conterò. Quale è la stanza più vicina da qui?" "Quella che più ti aggrada." "Vogliamo visitare questa Stanza degli Specchi?" "Va bene. Ti faccio compagnia..." Detto fatto, Vittorio accanto al giovane sconosciuto si ritrovò - senza muovere un passo - nella Stanza degli Specchi.... cornici settecentesche, di radica, in ferro battuto, in legno intarsiato, di plastica bianca con lampadine attorno, di plexiglas, in porcellana con grappoli d'uva e uccellini... in quella stanza si ritrovavano, uno accanto all'altro, specchi di ogni epoca e grandezza... come raccolti da un collezionista folle che non ne aveva trascurato un tipo, nemmeno quello da borsetta per signorine, o quello dei barbieri o quelli ancora dei palazzi ultramoderni... davanti a questi specchi singoli individui erano concentrati nelle più disparate azioni, dalle banali alle demenziali, passando per le tragiche, le oscene e le inusuali. Chi si pettinava, chi si schiacciava un brufolo, chi si truccava accuratamente stendendo cerone sulla pelle, chi provava quantità industriali di occhiali e chi cappelli, chi un abito e chi una parrucca, chi si poneva di profilo contemplandosi la curva del naso lisciandosela con l'indice, chi sperimentava boccacce, chi si scrutava le tonsille e chi, di spalle, il culo, chi appannava la superficie col fiato per scriverci sopra col dito for ever e chi ci disegnava col rossetto maestosi falli in fulgida erezione, chi era fermo a contemplare un'espressione del viso e chi piangeva a dirotto, chi rideva sguaiato e chi fermo, immobile, si guardava negli occhi, chi timoroso si affacciava allo specchio e terrorizzato scappava, chi provava impraticabili posture del corpo chi col martello tentava di frantumarlo... il giovane spiritato mostrando la scena con gesto ampio del braccio disse: "Lo vedi quante cose si possono fare allo specchio?" "Anche molte altre..." aggiunse Vittorio. "Anche molte altre. Bravo. Ma nessuno fa quello che sarebbe più opportuno fare..." "Vale a dire?" "Guardarsi. Mica per piacersi o per denigrarsi, no, semplicemente per guardarsi. Guardarsi. Capisci questa parola?" "Guardarsi" ripetè l'altro, col tono per dire: ho capito. "Tu non ti guardi?" fece il giovane. "Io mi guardo..." rispose Vittorio avvicinandosi ad uno degli specchi, quello con la cornice in legno, semplice. Si specchiò... "Cosa vedi?" "Vedo Vittorio" "Ne sei certo? Guarda meglio" "Vedo Vittorio Campus..." "Quei capelli neri non sono i suoi..." "Quei capelli sono i suoi. Sono neri perché li ha tinti..." "Ecco, vedi? Sono finti!" "Chi se ne frega. Mi piacciono." "Ti piacciono... ingannano!" "Non volevo ingannare nessuno" "Sicuro?" "Sicuro" "Guardati ancora..." Guardandosi nuovamente allo specchio, vide il colore dei capelli sciogliersi sul viso... rigagnoli nerastri glielo solcavano portando via tracce di fondo tinta: in pochi istanti la sua faccia, con quel trucco che veniva giù, assunse un aspetto inquietante e grottesco, orrorifico... proprio come nel ritratto di Dorian Gray. L'occasionale cicerone, con un grammo di malizia provocava: "Non ti fa impressione? Vedi, il trucco si sta sciogliendo... questa è la tua vera faccia... hai le rughe e le borse sotto gli occhi ed una pelle giallastra per le troppe sigarette e la dentiera, lo senti, si sta scollando..." effettivamente la dentiera si era scollata. Senza dire una parola, la tolse via e la gettò per aria. Con la manica della giacca si asciugò il sudore e il fondo tinta ed il colore dei capelli che con esso veniva giù, si passò le mani sul volto, tolse via il residuo di trucco pulendosi le mani sui pantaloni e facendo questo gesto più volte, fino a quando, sul suo viso non ci fu più traccia di cerone... si guardava in silenzio allo specchio, si studiava... "Ecco, questa è la tua vera faccia..." Vittorio scoppiò un una fragorosa risata che fece saltare una vecchina poco distante da lui tutta intenta a darsi del mascara sui peli del naso. "E' vero, questo sono io... lo vedo bene..." lesse tutte le rughe del suo volto, scorrendoci sopra il dito come fanno i bambini sui loro libri di lettura... "Questa parla della casa che ho lasciato quando avevo sette anni... questa di un amico morto in un bombardamento, questa ancora è la tristezza di mia madre quando la sera mio padre tardava a tornare... questa è Giovanna, questa è Nilse... questa è molte donne raccolte insieme di cui non ricordo il nome... questa è la sera prima degli esami di maturità... questa è il giorno in cui sono partito per il militare... in questa ci sono i debitori e i creditori... si somigliano moltissimo... sono la stessa persona... questo è il giorno in cui conobbi Cico..." "Chi è Cico?" "Il cane che ho trovato una sera dietro una montagna d'immondizia... e questa dovrebbe essere la gita con gli amici nel '49... questa la prima fabbrica andata in fiamme... questa i progetti andati in fumo, mentre quest'accanto è i sogni materializzati... questa è l'ira di quando mi hanno derubato e questa la parola essiccata di quando ho taciuto... ad occhio e croce, credo che ci siano tutte... non manca niente... mi piace questa faccia." "Guardala - faceva l'altro provocatorio - senza trucco fa schifo!" "Mi piace senza trucco..." "Perché ti sei truccato?" "Per gioco" "Sei sicuro?" "Si. Sono contento. Mi piace questa faccia..." "Sono contento per te. Questi specchi non fanno a tutti lo stesso effetto... lo vedi quel tizio? Sta lì non si sa più da quando e ancora non ha capito che quella che vede è la sua immagine... pensa che sia quella del suo gemello... continua a dirgli che ha sbagliato tutto nella vita... se ci avviciniamo magari possiamo origliare... ti va?" Vittorio sorrise, si guardò ancora una volta nello specchio, ormai senza trucco, senza dentiera e coi capelli grigiastri arruffati, preso per un braccio dal suo occasionale accompagnatore andò verso il tizio davanti allo specchio... gli faceva ridere l'idea di mettersi ad origliare... strano posto quel posto, dove ti ritrovi a fare cose che non ti sei sognato di fare prima. Si nascosero dietro uno specchio... il tizio bassotto in doppiopetto e con una voce impostata sotto la quale traspariva una punta di volgarità, parlava animatamente al suo speculare, palesemente pensando di parlare a un altro: "Non hai capito? Allora te lo spiego daccapo. Per avere successo sulla faccia della terra devi capire bene in che direzione vanno le cose. Fare buon viso a cattivo gioco. Te lo vogliono mettere nel culo? E tu fai finta che te lo fai mettere nel culo. Non te lo vogliono mettere nel culo? E tu fai finta che non lo vuoi mettere nel culo. La vita, fratello caro, è simulazione a più non posso! Abbozza quando devi abbozzare e dagli addosso quando devi dare... sei incudine? Prendile! Sei martello? Dalle! Non c'è via di scampo: o sei incudine o sei martello. Oltre queste due ipotesi non c'è possibilità di scelta! Quindi, se mi permetti, è meglio fare il martello. Però te lo devi guatambiare... eh già, che ti credi, che uno piglia bello e buono e si fa martello? Col fischio! Tu devi imparare a fare lo cose nel momento giusto! Devi scrutare il tuo nemico per cercare il punto debole e colpirlo quando è arrivato il momento! Fratello caro, tu te ne vieni... Vuoi fare l'uomo libero? E fai l'uomo libero. Però ti fotti. L'uomo libero non esiste. Ricordatelo: o fai l'incudine o il martello... ti credi libero ma sei incudine, e pare pure che ci provi gusto... quando ti svegli da questo sonno! Ricordati... o incudine o martello..." il volgarotto in doppiopetto continuava a monologare ripetendo le stesse cose, Vittorio ed il suo accompagnatore si allontanarono "Sarà un bel ridere quando costui, svegliandosi dal sonno, si accorgerà che quello a cui parla non è il fratello incudine ma se stesso sedicente martello... tu cosa sei, incudine o martello?" "Presumo che qualcuno possa avermi scambiato per un martello... io non mi sento né questo né quello." "E sta bene! Dunque direi che il giro dovrebbe proseguire. Se preferisci posso farti compagnia. Se vuoi procedere da solo, fai pure, tanto la strada che porta alle altre stanze la troverai senza difficoltà. Cosa preferisci?" "Mi è indifferente..." "Via, - fece l'altro - un uomo determinato come te che dice mi è indifferente! Devi fare una scelta!" "Una scelta la fai quando hai un progetto da compiere, in questo momento non ne ho... non so tu chi sia..." "Io? Sono... il tuo spirito guida!" "Allora guidami - rispose Campus con tono risolutivo - " "Non ne hai bisogno. Procedi da solo. Io vado a guidare qualcun'altro, tu prosegui per dove vuoi" "Fantastico. Sono tutti così gli spiriti guida?" Il sedicente spirito-guida senza risposta di chiosa né salutare si diresse verso un muro e in omaggio alle migliori - o peggiori - ghost's storyes, lo attraversò. Vittorio per tre istanti restò indeciso sulla direzione da intraprendere, poi senza indugiare oltre attraversò la stanza degli Specchi cercando una porta d'uscita alternativa a quella dalla quale era entrato. Provò ad attraversare un muro, non ci fu niente da fare. Gli venne una gran voglia di fare una pipì, trovato un angolo, non visto, minse per un tempo cosmico... era bellissimo, pensò: "La vita è minzione..." dopo essenziale e rarefatto attraversò il muro profittando di una fessura.

Già da un bel po' Gino si era congedato da Giovanni. Ritornato al suo posto, cercava accaldato di portare a compimento il compito senza quagliare un gran che di buono. La cosa gli stava venendo a noia e, se non avesse temuto rimproveri, volentieri avrebbe rinunciato alla prova. Svogliato giocherellava con penna e calamaio, guardandosi intorno si chiedeva dove si fosse cacciato Vittorio. Mosso dallo stesso impulso che lo spingeva quando era ancora ragazzino ad abbandonare la sua scrivania per andare sotto casa a cercare gli amici, lesto si alzò dal banco e senza alcuna direzione prestabilita iniziò a girovagare per l'alveare di stanze e di meandri che partendo dal corridoio centrale tendeva a dipanarsi verso confini non valutabili. Per qualche istante restò indeciso sulla direzione da intraprendere. L'ansia lo assalì, pensò che se si fosse allontanato dal corridoio avrebbe perso la strada. Per questo si diresse verso una delle finestre: si affacciò con l'intenzione di guadagnare con un saltello - di saltare almeno non gli faceva più paura - l'accesso al Grande Giardino... con sommo panico, al posto del giardino di dodici istanti addietro vide una distesa d'acqua di un blu intenso ed inquietante, come l'oceano di notte. Una vertigine lo costrinse a ritornare indietro. Si guardò intorno alla ricerca di qualcuno con cui parlare... ulteriore stupore... spariti tutti... i banchi vuoti... lo stesso scenario di quando capitò in quel luogo per la prima volta. Da solo, in un labirinto in mezzo al mare... la dimensione ideale per farsi divorare in un istante dalla terrore. La paura svanì all'improvviso e una calma disarmata, estranea, infinita ne prese il posto... Gli vennero alla mente le parole di qualcuno che un giorno gli aveva raccontato del segreto della paura... "In fondo a ogni paura c'è il coraggio, ma devi andarci in fondo, altrimenti ti mangia. Ognuno trova la propria via d'uscita per evitare di scendere nei suoi inferi. Fortunato è chi, non trovando la strada alternativa, al fondo ci arriva per la forza delle cose" Così accadeva per De Angelis in quel momento... fortunato lui, che immergendosi nel terrore aveva trovato la serenità di chi non ha più nulla da perdere, la forza per incominciare... incominciare cosa? A cercare... cosa? "Che ne so..." pensava ormai tranquillo "...magari un posto diverso da questo. E visto che non so dove andare, prendo una direzione a casaccio, che tanto da qualche parte mi condurrà..." Prese il secondo corridoio a sinistra poi tirò dritto per un miglio, poi a sinistra ancora, poi a sinistra e infine a sinistra (per quella vecchia abitudine di fare sempre le stesse cose)... si ritrovò al punto di partenza... qualcosa, nella disposizione dei pochi oggetti che in quell'ambiente si potevano inventariare, era cambiato... il lampadario in cristalli, prima appeso al soffitto (dove di norma si collocano i lampadari) ora appariva spuntare dal pavimento, a mò di una fontana; i banchi erano ordinatamente disposti sotto il soffitto, incollati, le finestre capovolte. Si affacciò per verificare se quel ribaltamento di posizioni coinvolgesse anche l'esterno... la distesa d'acqua, adesso, era sulla sua testa. L'unica cosa che non cambiava, era un quadretto con la cornice in radica, posto al centro di una parete, in cui c'era incisa la frase "SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS" Immaginò che fosse latino, non aveva sufficienti cognizioni per poterne comprendere il significato... Sotto il quadretto, un leggio su cui in bella posta c'era un libro aperto. Lesse....otartne are elauq allad alleuq a aitanretla aticsùd atrop anu odnacrec ihccepS ilged aznats al òsrevartta, ertlo eraigudni aznes, oirottiV. Quello, latino non gli parve, ma lingua assai più complessa e ancor meno comprensibile... arabo, o sanscrito? Mentre cercava di comprendere, un soffio alle sue spalle lo costrinse a voltarsi: dietro di lui, un angelo dai lineamenti delicati fuggito via da un quadro di Piero della Francesca gli sorrideva tenendo tra le mani uno specchio... "Se vuoi capire, devi leggere qui dentro..." "Cosa devo capire?" L'angelo mise il suo specchio di fronte al libro: "Leggi..." Gino lesse: "Vittorio, senza indugiare oltre, attraversò la stanza degli Specchi cercando una porta d'uscita alternativa a quella dalla quale era entrato... cosa vuole dire?" e l'angelo: "Quello che c'è scritto" Non voleva fare la figura dell'imbecille, davvero non coglieva non tanto il significato della frase, quanto piuttosto quello di ciò che stava accadendo. Quale ermetico messaggio gli stava lanciando l'angelo? Così, per sollevarsi dall'imbarazzo, disse: "Guarda che coincidenza. Io ho un amico che si chiama Vittorio e lo stavo cercando... sa mica dirmi... sa mica dirmi... (non sapeva completare la frase, l'angelo tagliò corto)" "E' del tuo amico che in queste righe si parla..." "Ha scritto lui questa frase?" "No." "Lei?" "No." "E chi?" "Un addetto alla stesura di frasi..." "Capisco..." laconico fece Gino, continuando in realtà a non capire dove l'angelo intendesse arrivare. "Questa frase è un indizio. Ti sto dando l'opportunità di muovere i passi verso una direzione intenzionale. Cerchi il tuo amico?" "Certo!" "Allora, se qui si legge Vittorio, senza indugiare oltre, attraversò la stanza degli Specchi cercando una porta d'uscita alternativa a quella dalla quale era entrato. e tu cerchi Vittorio, cosa farai?" "Mi dirigo verso la Stanza degli Specchi!" "E cazzo - recitò l'angelo con la grazia che gli angeli sanno usare quando dicono cazzo - ci voleva tanto a capirlo?" "Sono un tipo riflessivo..." disse Gino con tono tra il dignitoso e il risentito "Vieni riflessivo, che ti accompagno..." fece l'essere di luce borbottando tra sè "altrimenti qui facciamo notte e la storia non va avanti..." L'angelo facendo strada ondulante nel suo mantello, canticchiava vecchi successi da catechismo; l'altro indietro, passo elastico, a malapena riusciva a seguirlo. Di tanto in tanto incrociavano stormi di angeli facenti strada ad altri passeggeri. Le opalescenti figure tra loro si scambiavano cordiali cenni di saluto, emulando quei conducenti di autobus che incrociandosi si fanno ciao; qualcuno usava il suo trombino tubicino a mò di clacson, qualcun altro più gasato volava più in alto a mantello spiegato emulando superman, accompagnato da nugoli di puttini rosa, grassottelli e ridanciani ed il numero di questi era segno d'importanza dell'angelo. Gino correndo di tanto in tanto formulava domande, molte di natura mistica (dove andiamo, da dove veniamo ed altre amenità del genere), le uniche cose che riuscì a strappare dalla bocca del radioso volatile con le ali color lilla furono che egli era uno spirito guida (molto si entusiasmò per la rivelazione, disse che se ne avesse avuto uno al Primo Livello Superiore le cose per lui sarebbero andate diversamente) e qualche informazione sulla Stanza degli Specchi, verso la quale si stavano dirigendo. L'angelo brusco frenò: "Ecco, siamo giunti... tira dritto per questo corridoio, in fondo troverai la stanza nella quale potresti rincontrare il tuo amico... ti saluto." "Grazie per la disponibilità... se avessi bisogno, posso considerarla un mio punto di riferimento?" "Io o qualche mio collega potremo darti tutte le delucidazioni che riterrai opportuno. Adesso vai, che altrimenti..." "Altrimenti?" "Vai che è tempo..." Gino s'incamminò, questa volta con passo lento, verso la piccola porticina in legno e cristallo satinato, bussò, non avendo risposta, timido la varcò... d'istinto si diresse verso uno specchio simile a quello che aveva nell'ingresso di casa sua. Dall'angelo aveva sentito dire che quella Stanza poteva procurare emozioni spiacevoli talvolta orrorifiche... si avvicinò con circospezione allo specchio scelto e molto indugiò prima di porsi innanzi ad esso... restò per tempo indefinito di fianco alla cornice, facendo capolino e nascondendosi dietro un angolo agli occhi di colui che non si vuole incontrare. Poi una spinta di spalle ed una voce... "Buttati!"... suo malgrado si ritrovò davanti allo specchio... gli occhi chiusi, cominciò ad aprirli piano come i bambini davanti a una sorpresa e sorpresa fu la sua quando, apertili, vide non il suo riflesso ma la figura di un giovane dai capelli biondi, occhi chiari e sguardo depresso. La stessa voce di quattro istanti addietro lo incalzò: "Lo riconosci?" Era una faccia familiare, non ricordava a chi appartenesse e soprattutto non capiva perché in quello specchio vedesse un altro e non se stesso... "Mi sembra di conoscerlo, non ricordo..." Lo specchio lo scimmiottava nei movimenti delle labbra. La voce sconosciuta incalzava: "Hai dimenticato tutto... persino chi eri!" Gino ebbe un barlume... si! Quella faccia riflessa era la sua di quando ebbe vent'anni e si sentì mangiato da un sogno insopprimibile di cui non conosceva il senso... "Sono io... è vero... non ricordavo di essere così..." "Sei proprio tu... cosa vedi in quella faccia?" "Non lo so... tristezza, forse... sono un bel ragazzo... chissà perché non me ne accorsi prima..." "Pensavi di essere un altro." "Probabile. Forse volevo essere..." "Cosa?" "Non lo so..." "Coraggio!" "Non lo so! Se avessi avuto qualcuno che mi avesse consigliato... parlavo poco e quello che gli altri dicevano raramente m'interessava, nessuno mi poteva aiutare... a capire..." "Cosa?" "Non lo so, è questo il punto..." "Ti voglio insegnare un trucchetto... non so quanto ti possa servire, cerca di ricordartelo, in futuro potrà tornarti utile... quando cerchi una risposta e non sai bene a quale domanda, prova a parlare col primo che incontri per strada. Anche se costui non è un grande interlocutore, non importa, ciò che conta è che tu imbastisca una conversazione... vedrai che nelle parole sue tu troverai di certo qualcosa che cercavi e se non troverai nelle sue, troverai nelle tue. A volte, nelle parole si trovano i pensieri. In alternativa a questo sistema, ti segnalo quello del mio amico Richard Livingstone: se cerchi una risposta, prendi un libro qualunque, aprilo a caso, punta con gli occhi chiusi su un rigo qualsiasi e lì troverai quello che cercavi... magari non sarà la risposta alla domanda per la quale cercavi, ti sarà utile lo stesso" "Se fosse davvero così facile trovare risposte, la mia esistenza si sarebbe svolta in altro modo..." "Hai dei rimpianti a quanto vedo... mi dispiace" "Sapessi a me... " A questo punto De Angelis si voltò per vedere a chi appartenesse la voce con cui fino a quel momento aveva dialogato, non vide nessuno, sentì apostrofarsi dal basso: "Ehi, sono qui!" guardò e vide un ometto non più alto di un metro, faccetta rubiconda e senza un pelo, con un saio da cappuccino: "Il monacello!" "Esatto - fece la bizzarra figura - Mi fa piacere il fatto che tu mi riconosca..." "Me ne sono andato per un'idea, lei corrisponde alla descrizione che me ne fece mia madre... non pensavo che esistesse davvero..." "E invece eccomi qui: ti dispiace?" "No, specie se mi da una mano ad uscire da questo labirinto..." "Vuoi che ti faccia da spirito guida?" "Magari... ne avevo incontrato uno, mi ha lasciato all'ingresso di questa stanza..." "Meglio così. Gli spiriti guida vanno cambiati con frequenza, altrimenti si corre il rischio di ripercorrere i loro stessi errori... uno solo può indicarti alcune cose, non le può sapere tutte. Mi consento una licenziosità: gli spiriti guida sono come le donne: bisogna frequentarne molte per poter apprendere un numero ragionevole di cose interessanti" "Non è che io ne abbia conosciute molte di donne... non parliamo di spiriti-guida... " "Come mai?" "Non sapevo dove trovarne..." "Di donne o di spiriti guida?" "Di entrambi" "Strano, l'universo ne è pieno" "A che livello?" "A tutti i livelli..." "Di donne lo sapevo... so la storia del rapporto di uno a sette uomo donna. Sarà pure una vecchia battuta, ma mi chiesi sovente chi fosse quell'imbroglione che si era rubato le altre sei donne che mi spettavano... che ci fosse un'abbondanza di spiriti-guida, questa mi giunge nuova. Dove sarebbero?" "Ovunque tu li possa cercare: nell'edicola sotto casa, al bar, al piano di sotto, in mezzo ai cespugli della villa comunale, dietro ogni angolo del tuo cammino, persino nelle confezioni di formaggini, se guardi con la dovuta attenzione..." Gino guardava con la faccia di chi non ha afferrato il concetto, il monacello si fece più esplicito: "Voglio dire che chiunque può essere per un altro, anche se per un istante, uno spirito -guida!" "Non ce n'è uno per ognuno?" "Per carità! Ognuno ha i suoi molteplici angeli. Uno solo mai ce la farebbe a sostenere la responsabilità di una vita altrui... a parte il fatto che si annoierebbe a morte, agli angeli piace condividere le proprie cose con gli altri compagni, si aiutano a vicenda nel seguire i loro sponsorizzati e questa, forse, è la vera differenza tra quelli che sono angeli e quelli che non lo sono ancora... è il loro senso comunitario, quella totale assenza di possesso che li rende più avanti degli altri esseri." "Ho idea che lei li conosca bene..." "Bene, insomma... li frequento talvolta, non posso dirmi un esperto." De Angelis restò per qualche istante in silenzio. Il monacello intanto aveva tirato fuori una scatolina d'argento dalla quale prese con le sue dita piccole e grassottelle un pizzichino di tabacco per portarselo alle nari... "Aheutchiuuu!" esplose uno starnuto pantagruelico che provocò lo sbandamento di una squadriglia di puttini transitanti in quel momento (qualcuno per lo spostamento d'aria si schiantò al muro emulando un palloncino pieno d'acqua) e fece riprendere Gino dal torpore nel quale i suoi pensieri lo avevano calato: "Peccato!" - fece d'un botto "Peccato cosa?" chiese il monacello asciugando col suo fazzoletto il liquido lattiginoso sulle pareti prodotto dallo scoppio dei puttini "Mi figuravo le cose in maniera diversa. Vede, io alla storia degli angeli o degli spiriti guida non ci ho creduto. Però mi sarebbe piaciuto averne uno infinitamente sapiente, intelligente, giusto e illuminato, impegnato con contratto di esclusiva a guidarmi nelle scelte" "Sarebbe troppo facile. Ammesso che esistano spiriti del genere, perché dovrebbero occuparsi della conduzione di vite altrui? Ognuno faccia la sua strada" "Ognuno faccia la sua strada... - fece da eco Gino - sapesse quante strade avrei potuto prendere e le ho lasciate perdere..." "Mi dispiace per te... ascolta: qui vicino c'è un posto - non so se ci sei già passato - che potrebbe fare al caso tuo... l'aula dei Destini Possibili... entri e ti prendi il gusto di fare ciò che avresti voluto e non hai potuto... vuoi che ci andiamo insieme?" "Non credo che mi possa essere utile... il fatto è che io non so che cosa avrei voluto fare. Cercavo chissà quale grande emozione e ho trovato l'ottundimento delle emozioni, anche delle più piccole... non sono stato fortunato nei miei incontri..." "Va bene, è andata come è andata, basta, seguimi dove ti ho detto, probabile che possa trovare qualcosa a cui non hai pensato..."

Vittorio vagava oramai da diciassette istanti alla ricerca di un'edicola dove poter comprare dei giornali. Non c'era motivo per pensare che in quel luogo non ce ne fossero. Qualcosa attrasse la sua attenzione, acuta e disinteressata: una vistosa insegna luminosa (sul modello di quelle che aveva visto a Las Vegas) che lampeggiando recitava: "Vero è ciò che si crede". "Venga, si accomodi - fece la voce gentile dell'uomo all'ingresso. Indossava una elegante livrea e sopra, a mò di spolverino, un camice bianco da medico - Venga ad ammirare le interessanti elaborazioni delle menti avanzate..." Cercava un'edicola Vittorio, ma le parole dell'insegna e quel "Menti avanzate" non lasciarono indifferente la sua curiosità: raccolse l'invito e varcò la soglia di quel locale. Gli venne incontro un anziano e distinto signore dalla lunga barba bianca, anch'egli in camice bianco e con un cappello da chef calzato in testa: "Il buon pensiero ti accompagni!" "Buongiorno. posso entrare?" "Deve! Venga, le faccio strada..." L'anziano signore, che presentandosi dichiarò il suo nome, Mosè, faceva da Cicerone: "Benvenuto nell'aula degli Effetti Speciali. Questo è il laboratorio nel quale squadre scelte di volontari appartenenti ai corsi avanzati si impegnano a sperimentare progetti di Alto Intelletto! Qui lavoriamo e trasformiamo miti, sogni, incubi, religioni, filosofie, tecnologie avanzatissime per il controllo della materia ai suoi livelli più elevati. Raccogliamo e curiamo, sviluppandoli, i residui fertili delle menti visionarie, creando un varco a ciò che gli spiriti meno evoluti ricacciano entro i confini dell'impossibile e dell'incredibile." A Vittorio, che continuava a guardarsi intorno, parve di essere in un laboratorio scientifico vero e riccamente attrezzato: su mensole sospese nel vuoto mantenute da fili imperscrutabili appesi non si intuiva dove, facevano mostra di sè, con tanto di cartellino esplicativo come in un museo naturale, le forme più disparate: una ruota di legno, un cavallino a dondolo, un orologio a cucù, ali di silfide, cappelli di gnomi, una vecchia radio, un unicorno, un lungo termometro, una gigantesca bottiglia di Coca-Cola, delle icone sacre di origine russa, un drago, un uroboros, statuine di gesso, un Macintosh Power PC 8100, un Giano Bifronte, l'Arca di Noè, la macchinetta del caffè, una croce, una squadra ed un compasso, Pippo Pluto e Paperino, un mostro di Lochness, un disco volante, un Dracula, un ombrello ed una macchina da cucire su di un tavolo operatorio, uno Jeti, un'Amazzone, un Dodo, un albero di iogurt, una befana ed un babbo natale, un ciuco volante, un bambino dai capelli verdi, una lampada di Aladino ed una alogena, un fantasma opzionato di lenzuolo e catene, un tubetto di penicillina, un tubo di baci perugina, un altare... un'antologia di oggetti, più o meno riconoscibili, posti l'uno accanto all'altro secondo una geometria precisissima la cui chiave però si stentava a comprendere. Il cicerone, intuendo ciò che Vittorio pensasse in quel momento, lo anticipo': "Non si deve meravigliare se trova messi insieme tanti oggetti così disparati. Qui cerchiamo di ridurre gradatamente il limite che al Primo Livello Superiore si pone tra possibile ed impossibile, fisico e metafisico, reale e fantastico, materiale e spirituale, scientifico ed utopistico... queste sono categorie antinomiche di nessun interesse, per ciò che ci riguarda in questa sede. Il nostro punto di vista è di altra natura: quello che valutiamo è il prodotto in sè della capacità immaginativa, non le sue possibili applicazioni. Non ci interessa se l'uroboros, per gli abitanti del Primo Livello Superiore, esista o meno: ci interessa il fatto che esso sia stato prodotto da una qualche mente. Non valutiamo il risvolto commerciale della Coca Cola ma è nostro interesse prendere atto del fatto che qualcuno ha immaginato qualcosa che prima non c'era e con la sua visione ha in qualche parte modificato lo stato delle cose. E' questa, se vuole, la chiave di lettura: non importano le applicazioni, ciò che conta è che esistono delle menti che, attraverso il loro lavorio, popolino e diversifichino la realtà. Resta inteso che per noi, realtà è cosa ben diversa da come la si intende al Primo Livello Superiore, dove esiste solo ciò che ha funzionalità e, in ultima analisi, presenza materiale allo stato greve. Uno dei nostri scopi è fornire agli individui del Primo Livello Superiore, pronti per poterli recepire, dei segnali indicatori per indirizzarli sulla strada che porta oltre i confini imposti dalle menti meno evolute. Cerchiamo di offrire loro nutrimento perché possano sviluppare la capacità di proliferare altre presenze, di accordare alla materia ulteriori possibilità di diversificazione. Ciò che conta nel percorso di un individuo è l'impegno che investe nel moltiplicare. Noi dal nostro canto, cerchiamo con piccoli espedienti di fornire spunti alle menti meno avvezze alla creazione... a noi piace pensare che ogni presenza possa diversificare se stessa attraverso la fertilità della propria unità, purtroppo, ci sono quelle destinate a consumarsi nella solitudine dell'individualità e questo ci rammarica." Tutt'intorno, intanto, spiriti di varia natura attendevano alle loro misteriose incombenze. "Venga, le voglio presentare i miei collaboratori. Lui è Leonardo..." un giovane dalla lunga barba a punta e grandi mani che con gesti pazienti ed aiutandosi con un cacciavite da orologiaio lavora ad un marchingegno simile alle ruote di un mulino. "... c'è Lazzaro..." un distinto signore di mezza età che soffia con una cannuccia enormi bolle di vetro "...Marconio..." un tipetto con una cuffietta in testa concentrato a regolare potenziometri di un apparecchio che ricordava una radio. "... George..." un omino coi baffi e dal sorriso vispo - sembra uscito da un vecchio film comico - che in cima ad una scala dipinge un sorriso ad una rubiconda luna. "...il Dottor Moscati..." un uomo dai capelli brizzolati ed occhiali rotondi, impegnato ad iniettare in provette di vetro liquidi multicolori. "Karl Raimund, Giovanna, Albert, William, Francesco, Jacques..." ognuno dei menzionati, sebbene concentrato nella propria mansione, alzava per un attimo il capo in un cortese cenno di saluto a Vittorio. Mosè intanto continuava nella sua carrellata: "... Jules, Federico, Noè, Raimondo, Jorge Louis... ce ne sarebbero molti altri, per ora impegnati in missioni esterne. Come vede, qui ognuno attende al suo progetto, ma è una piccola, piccolissima parte di ciò che si potrebbe fare..." Tra gli operatori di quel laboratorio, aveva riconosciuto più di sei visi noti... in alcuni di quelli aveva ritrovato i tratti di famosi scienziati, cineasti, medici, e c'erano persino dei santi! Ciò che ancora non capiva a fondo, era cosa potessero avere in comune individui così diversi tra loro per epoche, attitudini, professioni ed aree geografiche. Mosè, ancora una volta, intuendo il pensiero di Vittorio anticipo' la sua domanda: "Vede, tutti coloro che sono qui hanno creduto più degli altri e talvolta, proprio per questo, non sono stati creduti. Altri hanno dovuto tacere, altri ancora hanno tradotto ciò che hanno visto in azioni, che all'occhio cieco sono apparse miracoli. Questi uomini sono doni che il Progettista Capo manda di tanto in tanto ai livelli sottostanti con l'intenzione di scuotere le acque... sono torce incandescenti che vengono lanciate nel buio, con la speranza che possano fare luce se non per tutti, almeno per chi per capacità o magari per intuizione sa farle funzionare. Esaurita la loro missione, tornano di diritto al Livelli Superiori, dove continuano a portare avanti i loro progetti. Certo sarebbe molto più semplice se il nostro Supremo Dirigente decidesse di portare a compimento il suo progetto senza far sì che ognuno si affanni a cercare brancolando nel buio in una folle caccia notturna al tesoro... evidentemente ciò non è possibile. Però ogni tanto, ci si da una mano con questi individui/doni... è già molto, non le pare?" "E' così, evidentemente... eseguita la loro missione, cos'altro devono fare?" "Proseguire il lavoro avviato ai Livelli Superiori, con mezzi più avanzati e maggiore consapevolezza. Sa cosa accade passando oltre? Convergono le divergenze, i confini di ogni singolo individuo si perdono in quelle di altri e più si va avanti, meno si tiene in conto dove finisca il lavoro dell'uno e dove cominci quello dell'altro. Visti dal basso, le vocazioni ed i progetti di ognuno appaiono autonomi. Salendo, ci si rende conto che ogni intento individuale è il segmento di un disegno più vasto. Sembra una nozione da catechismo, invece è una questione di quantità d'informazioni. Ai livelli più bassi nessuno sa quello che fanno gli altri. Man mano che si sale, aumentano le interconnessioni, la capacità di memoria e di elaborazione dei dati. Chi va avanti continua a lavorare per chi resta indietro, o chi è ancora più avanti... d'altronde, avanti, dietro, prima o dopo, sono concetti a funzione esemplificativa. Da qui, i nostri volontari continuano a lanciare messaggi attraverso i sogni, le energie benefiche o quegli interventi che al Primo Livello Superiore chiamano "miracoli" non trovando un nome più appropriato. "Sono capitato nel Laboratorio dei Miracoli?" chiese Vittorio, e l'altro, sorridendo: "Li chiami pure così, se le piace. O "effetti speciali"... il contenuto non cambia. Qui si producono, per gli abitanti del Primo Livello, molteplici inviti - in chiave criptica talvolta - a credere, perché credere è importante, lo sa?" "Lo so. Tutto ciò che ho fatto, l'ho fatto perché credevo." "Sono contento per lei. Allora non le riuscirà difficile capire il senso della nostra mansione, non ci prenderà in giro se le dirò di quanta fatica ci costa, da qui, far lacrimare statuine di gesso o stampe in offset peraltro venute male, oppure trasformare con la sola forza della volontà, macchie di muffa in volti sacri, oppure talvolta guarire persone inguaribili - anche se l'inguaribile non esiste - o lanciare dischi volanti, o fermare terremoti ed acque e lava e frane di montagna, organizzare apparizioni di giovani volontarie... elargire qualche buona illuminazione sul genere di quella che ha portato alla nascita di internet tanto per dirne una... questo a noi costa, lo facciamo per dare qualche chance in più a chi non riesce a credere..." "Senta - lo interruppe Campus - la mia domanda le apparirà ingenua, ma mi chiedo: con gli strumenti che avete a disposizione, con le vostre avanzatissime tecnologie, perché non intervenite in maniera più massiccia per rimuovere alla radice i cosiddetti mali?" Mosè stette per cinque istanti in riflessione, poi disse: "I mali... i mali non esistono... quelli che al Primo Livello Superiore chiamano mali altro non sono che strumenti necessari all'evoluzione della specie... noi conosciamo da tempo immemorabile la cura del cancro ad esempio, conosciamo i sistemi per troncare gli infarti al loro apparire, sappiamo bene intervenire per bloccare alla radice ogni tipo di conflitto... potremmo con non molto sforzo inibire qualsiasi azione malvagia si manifesti al Primo Livello Superiore, dallo scippo al massacro di popolazioni intere... non è questo il nostro compito, non possiamo intervenire in maniera così radicale sui livelli inferiori... ogni individuo ha il suo inviolabile diritto al male, al dolore, alla facoltà di scegliere... noi siamo solo qualche miglio più avanti nel cammino, e come i padri rispetto ai figli, non possiamo che dare dei suggerimenti, ma in alcun modo impedire che si sbagli o che si soffra. Un amico più esperto può dire stai attento, ma non potrà impedire al più vulnerabile di rompersi la testa. Ciò che possiamo fare con i nostri interventi è soltanto suggerire di guardare oltre l'immediato, di credere... se tutti riuscissero a credere senza l'apporto di questi effetti speciali che tutto sommato sono buffi, non le pare? sarebbe meglio. Ci sono individui che riescono ad avanzare senza espedienti promozionali. Sono ancora pochi. Si, molti dicono di credere, per abitudine, per pigrizia, per timore... chi crede per davvero è per ora una minoranza. Se volessimo affidare solo a loro la responsabilità della realizzazione del Progetto/madre, i lavori si rallenterebbero in maniera insostenibile" Vittorio intuiva di cosa si stesse parlando, aveva bisogno di conferme: "Mi spieghi una cosa: di quale credo stiamo parlando? A cosa dobbiamo credere?" "A tutto. Alle parole degli altri, a un dio, alle nostre risorse e in genere a ciò che può farci bene. In linea di principio si può credere anche a ciò che fa male, ma non è un buon affare. Le cose crescono col credere in esse. Persino una bugia, detta cento volte con convinzione, può diventare una verità. Non si deve dare spazio nei nostri pensieri alle cose che possono fare male..." "Il male non è a sua volta un nutrimento?" "Certamente. Ma tra il coltivare cicuta e il coltivare pomodorini di collina è preferibile la seconda ipotesi... I nostri pensieri danno nutrimento alle cose apparentemente impossibili; quando queste, crescendo, si staccano da chi le ha generate, continuano a vivere entrando nell'orbite di altri e in quelle si amplificano e diviene difficile a quel punto intervenire per riassorbirle." A Vittorio parve lecito chiedere: "Mi resta da capire cosa fa bene e cosa fa male..." e l'altro, come se già tante volte si fosse trovato di fronte al quesito, pronto rispose: "Questo è un problema di tutti: uno degli elementi che determinano il passaggio ai livelli successivi è esattamente l'esercizio di discernimento di ciò che fa bene da ciò che fa male. Sembra facile distinguere le due cose, eppure non lo è. Tuttavia, ciò non impedisce che ognuno possa farsi una temporanea opinione a cui fare provvisoriamente riferimento per andare avanti, in attesa di ulteriori delucidazioni... per quel che mi riguarda, ricordo che all'inizio del mio percorso decisi che bene era ciò che univa e male ciò che separava. Dall'attuale punto di vista da cui guardo le cose questo criterio non vale più, però mi è servito per fare luce su un tratto di strada. Quanto a lei, immagino che si sia fatto un'opinione in merito..." immaginava male: non li aveva distinti. "Ad ogni modo, indipendentemente dalle sue convinzioni che qui vedrà rimesse in discussione, continui a credere, è questa la cosa più importante..." Nel congedarlo il vecchio cicerone domandò: "Ha già superato il suo colloquio?" "No." "Bene. Quando lo supererà, se dovesse decidere per una attività di volontariato, faccia un pensierino per la nostra struttura: abbiamo bisogno di operatori e lei è una persona giusta... in cantiere abbiamo un nuovo progetto di comunicazione globale che accorcerà le distanze tra noi e i livelli inferiori..." "La ringrazio - rispose Vittorio con un sorriso cordiale - anche se non so cosa le abbia suggerito l'idea che sia un soggetto adatto a lavorare qui..." "Ci bastano pochi indizi per comprendere chi abbiamo davanti, è una delle nostre piccole conquiste..." Vittorio strinse la mano dell'uomo poi si incamminò lungo un corridoio - uno dei tanti - che dalla Stanza dei Miracoli portava verso un imprevedibile altrove. Lungo le pareti ancora mensole dai confini incerti in aria sorrette dall'immaginazione sulle quali ben disposte vide ancora mongolfiere matrioske locomotive a vapore armature tappeti volanti macchine fotografiche automi settecenteschi ed un'altra teoria di oggetti non identificati, progetti allo stato larvale, già archiviati. Camminando ripensava alle parole del vecchio... credere... lui aveva creduto a tutto e a tutti, incondizionatamente e fino a prova contraria. L'assenza di pregiudizi che aveva caratterizzato la sua traversata al Primo Livello Superiore gli aveva consentito di spingere lo sguardo oltre ciò che l'occhio impigrito vede dandogli il propellente che serve alle idee per decollare. Certo era una questione di allenamento disciplina ed esercizio. Le idee, i sogni, vanno coltivati e questo lo si impara col tempo. Ripescava nei suoi seimilanovecentoventisei progetti e intenti che gli avevano abitato la mente in un passato non troppo lontano, inventariando quelli che avevano trovato compimento e i tanti altri che erano appassiti. Si chiese se nella stanza delle Cose mai nate di cui don Crispino gli aveva parlato ci fossero le sue. Non che le rimpiangesse... aveva intuito (o lo aveva letto una volta nei Li Ching) che l'uomo saggio è colui che sa arginarsi... Diceva sua nonna: "Chi troppo vuole nulla stringe..." La sua fortuna fu proprio quella di non avere voluto nulla. Ci fu nei suoi gesti una grandiosa assenza di desiderio, ogni sua azione fu dettata dal più schietto senso del gratuito. Ebbe modo di notare in più di una circostanza che le cose che si desiderano, inspiegabilmente sfuggono, quasi se temessero il peso del desiderio. Per questo la maggior parte delle sue azioni ebbero riuscita, perché le compiva "a freddo" con un grado di intenzionalità a dosaggio naturale, privo di ogni timore di fallimento. Il timore, il maledetto timore che fotte la maggior parte delle persone e delle loro azioni. Forse è quello il vero male... Il coraggio non si insegna ma gli sarebbe piaciuto mettere su una palestra per allenare i giovani all'arte superba dell'ardire. Lì avrebbe esordito le sue lezioni dicendo che il coraggio è disponibilità a perdere ciò che si possiede, tanto si perde solo ciò che non si possiede in totalità... mulinava e camminava lungo i corridoi, chiedendosi perché in quel posto non avessero creato una palestra di quel genere... ricordò le parole di qualcuno: "Tutto ciò che si pensa da qualche parte esiste..." e rispolverando il suo credo in quell'assioma (che d'altronde non ebbe modo di confutare) si mise alla ricerca di quella palestra, sicuro che da qualche parte l'avrebbe trovata...

De Angelis e il monacello, suo occasionale spirito-guida, giungevano intanto sulla soglia della stanza dei Destini Possibili. Aveva un portoncino anonimo, di quelli che trovi nelle palazzine di periferia. Sopra a mò d'insegna un pezzo di legno sul quale si leggeva: Non c'è foglia che cada senza che il suo tonfo, chissà in quale altro tempo e luogo, risuonerà. "Hai capito che vuole dire?" chiese il monacello "Penso di si. Anche se qualche esempio sarebbe utile per esplicare il concetto..." "Entra e cercalo... ora devo lasciarti." "Non entra lei?" "No, altrove posso essere più utile. Mi raccomando: osserva con molta attenzione, specie i dettagli..." "D'accordo. Io vado..." "Vai... luce ai passi tuoi!" De Angelis Varcò il portoncino. Una folla ondeggiante sciabordava nei pochi metri quadrati di una saletta d'attesa... sembrava che tutti gli ospiti di quel Livello si fossero d'un tratto concentrati in quel punto. Cercava tra la folla Vittorio caso mai fosse lì ma dell'amico nessuna traccia. Vide in un angolo nascosto una sedia liberarsi. Andò a sedersi, sfogliò tra le riviste che erano su un tavolino di cristallo, ne prese una qualsiasi, aprì una pagina a caso e lesse. C'era un articolo di un Alto Esperto di Mateologia... Ruotano intorno a ogni individuo una serie infinita di probabilità, di eventi che potrebbero accadere ma che non accadono perché devono lasciare spazio agli eventi che accadono realmente, concatenati tra loro secondo un criterio che a volte appare prestabilito data la sua perfezione, di causalità e non di casualità, al punto tale che variando un solo elemento della catena, anche il più insignificante, il susseguirsi degli eventi risulterebbe significativamente variato. La storia di ogni individuo è il dipanarsi di una serie di infinite variabili le cui combinazioni danno le infinite vite parallele e sottese alla nostra... chiuse il giornale ed iniziò a rimuginare su quel concetto lontano due galassie da quelli ai quali era avvezzo. Ripensava alle parole del fraticello... si può trovare qualcosa d'interessante per caso, basta aprire un libro a casaccio ed ecco che ritrovi delle risposte... risposte a cosa? Mah... era stanco, annoiato. Si guardava intorno per cercare qualcosa che potesse attrarre la sua attenzione, gettando l'orecchio qua e la alla ricerca occasionale di curiosità. Fu così che nell'attesa di entrare nella stanza dei Destini Possibili ebbe modo di sentire la storia di un certo Giacomo che da giovane avrebbe voluto fare lo scienziato e si era ritrovato a fare il medico condotto; di Michele che avrebbe voluto fare il medico e si era ritrovato a fare il tranviere; di Annalisa che voleva fare l'attrice e era diventata maestra, Carlo il cantante ed era diventato cassiere presso il Monte Pegni; Osvaldo aveva studiato per fare il veterinario ed era divenuto informatore scientifico; Marilena l'architetto ed era divenuta tossicodipendente con precedenti penali; Ugo l'avocato ed era divenuto terrorista... a guardarsi in giro, ci si rendeva conto di quanti infiniti desideri incompiuti avessero attraversato la storia del mondo che a sentire parlare quegli avventori si riduceva ad un fitto tessuto fatto di destini deragliati. Per questo l'anticamera di quella Stanza era così affollata. Quel posto gli era venuto a noia, era in procinto di andarsene quando giunse il suo turno. Una sorta di buttafuori, muscolosissimo, calvo con orecchino al naso ed anfibi ai piedi lo invitò ad entrare. Posò sul tavolino la rivista che aveva tra le mani e con passo incerto si addentrò nella Stanza vera e propria. Appena vi mise piede, vide disposte a scacchiera delle cabine oscure, simili a quelle dei sexy shop (così gliele aveva descritte un suo collega che era stato a Parigi in viaggio aziendale) in cui si vedono i filmini porno o quelle sotto le stazioni per fare le foto-tessera, all'interno delle quali ognuno poteva accomodarsi innanzi ad una sorta di moviola. Quella specie di orco con anfibi si rivelò più gentile di quanto si sarebbe detto a giudicare dall'aspetto. Con tono da guida turistica spiegò a Gino: "I comandi dell'apparecchiatura sono semplici: un unico bottone, si preme, la macchina va in moto ed esegue l'operazione che l'utente desidera. Vada più avanti che tra poco dovrebbe liberarsi una cabina..." Passando tra le file di box alla ricerca di quello libero, gettava l'occhio qua e la... in uno credette di individuare un giovanotto di sua conoscenza... si avvicinò e ne ebbe la conferma: era lui, Michele, il figlio del professore Romualdo coinquilino del primo piano... "Michele!" Il giovane si voltò "Signor De Angelis! Come sta?" "Io benino, tu che ci fai qui..." "Partenza anticipata... una pera andata a male..." "Una pera?!?" "Andata a male..." "Caspita, non pensavo che la frutta marcia potesse avere effetti così definitivi..." Gino sapeva di quale pera si parlasse, dato che nota gli era l'attività di tossicodipendente del giovanotto, per ottusa delicatezza stette al gioco di parole. "Che fai di bello?" "Niente, riguardo la mia pellicola per cercare di capirci qualcosa... mi hanno detto che si può intervenire inserendo dove ti pare delle variabili diverse da quelle poste in atto al Primo Livello Superiore... allora mi sono detto: proviamo, vediamo che accade cambiando qualche elemento... magari non serve, è per capire, visto che siamo qui, profittiamone, non le pare?" "Certo fai bene. Mi fai vedere come procedi?" "E che problema c'è! Si prenda uno sgabello e venga a mettersi accanto a me..." Provvide ed in silenzio iniziò ad osservare i movimenti sicuri di Michele intorno all'apparecchiatura. "Vediamo - fece il ragazzo - cominciamo nuovamente dall'inizio..." Premette il bottone e i frames scorsero velocissime sul monitor... non era un film né un estratto della storia reale di Michele, era la versione integrale degli eventi attraversati al Primo Livello Superiore, come se un invisibile operatore si fosse preso la briga di riprendere da tutti i punti e le angolazioni possibili i ventisei quasi ventisette anni della vita del giovane sin nei minimi dettagli, compreso tutte le volte che si era lavato i denti, allacciato le scarpe, portato a fare pipì il cane, comprato il giornale, caduto dal motorino, bucato, tutto tutto tutto. In frammenti d'istanti una sequela incontenibile di eventi piccoli medi e devianti scorsero davanti allo sguardo di Michele e del suo vicino Gino. E ad ogni passaggio il giovane commentava dicendo: "Che stronzo. Che stronzo. Scusi signor De Angelis sono uno stronzo." "Non ti devi scusare con me..." rispondeva imbarazzato. Rivista la sequenza una seconda volta, Michele decise di rimandare le immagini, con l'intento di intervenire in alcuni punti che reputò nodali. Giunse nuovamente sotto i suoi occhi il momento nel quale cambiò casa.. "Sa cosa faccio? Provo ad inserire la variabile indirizzo. Invece di trasferirci in Via Leopardi 12, proviamo a trasferirci in Piazza Cannelli e vediamo cosa succede..." Premette il bottone unico che in tempo reale attivò la variabile richiesta. La sequenza riprese a scorrere, questa volta in maniera diversa da come si era dipanata la prima volta. Adesso si vede Michele in un palazzo più moderno di quello in cui realmente abitò, un palazzo nel quale al terzo piano interno 25 abita la famiglia Verduzzi. E in quella casa abita Chiara Verduzzi, che Michele conosce alla fermata dell'autobus dove ogni mattina s'incontrano per andare a scuola. Chiara e Michele imbastiscono una storia di piccole passioni, violente ed innocenti. Poi Chiara lo lascia perché un mattino fa tardi, perde l'autobus delle 8,20 e prende quello delle 9.00, nel quale conosce un altro ragazzo di cui s'innamora (non quel mattino stesso, qualche tempo dopo). Ora Michele è solo e per dimenticare Chiara decide di partire via per qualche tempo e va a Berlino dove conosce fuori un caffè un giovane siciliano che lavora in un ristorante italiano. Invita Michele a prendere contatti con i proprietari del locale in cui lavora perché potrebbe per qualche tempo guadagnare bene e ritornare a casa ricco. Michele accetta la proposta di cameriere a cinque milioni al mese, sente nostalgia di casa e dopo due anni torna. Coi soldi guadagnati avvia un ristorantino. Gli affari vanno bene. Una sera nel locale entra Chiara col suo nuovo fidanzato ormai marito e per Michele è un tuffo inatteso in un passato non ancora fatto cenere. Trascorsi sei mesi chiude i battenti (Chiara non c'entra ovviamente) e coi soldi ricavati compra un piccolo appartamento nel Centro Storico. Va lì ad abitare da single... sulla strada che porta a casa sua c'è un'edicola davanti alla quale ogni giorno si ferma a sbirciare i titoli dei giornali. Un mattino, un titolo lo incuriosisce ed acquista il giornale. Tra gli annunci di quel giornale ne trova uno di un'azienda che cerca un giovane auto munito conoscenza lingua tedesca e attitudine al contatto col pubblico, da impiegare con mansioni di guida turistica. Michele che in quel momento non ha lavoro risponde all'inserzione. Viene assunto. In una delle escursioni ad Ischia conosce una ragazza di Monaco che guarda caso somiglia a Chiara ma è più giovane, è più gentile, più bionda e soprattutto non parla la sua lingua. Ha inizio una nuova storia d'amore che supera l'inverno, tra lunghi viaggi in treno e telefonate bilingue non troppo prolisse altrimenti l'Italtel si mangia ciò che Michele guadagna. Poi la nuova decisione: trasferirsi a Monaco e sposare Ulla (questo è il nome della giovane monegasca). Vita da emigrante all'inizio, l'esperienza precedente fa bruciare le tappe a Michele che tra un giro in discoteca ed una birra si ritrova direttore di sala in un grande ristorante italiano. Michele ed Ulla producono una figlia, Francesca.... giunti alla nascita di Francesca, Michele ferma la moviola e si ferma a riflettere. Gino, non capendo il perché dell'interruzione gli chiede: "C'è qualcosa che non va?" "Affatto. Va tutto bene." "Allora perché hai interrotto?" "Voglio provare ad inserire qualche altra variabile..." detto questo rimanda indietro le azioni fino ad una delle entrate in tabaccheria per acquistare le sigarette (inutile dire che la storia qui riportata per sommi capi, scorreva davanti agli occhi del ragazzo e di Gino in tutti i suoi dettagli più reconditi, compreso quelli apparentemente privi di significato)... inserisce la variabile "vincita al gioco". Nella storia possibile si vede Michele strofinare una cento lire su un biglietto gratta e vinci... una fontana, due fontane, tre fontane, quattro, cinque, sei, sette... gliene sarebbero bastate sette ma ne uscirono ancora altre due: aveva vinto cento milioni. Gioia non mostrata per timore che qualcuno gli potesse rubare il biglietto, partenza per Roma in auto per andare a riscuotere il premio al Ministero. Riscossi i cento milioni (intanto è passato un anno), decide di depositarli in banca e vincolarli. La somma gli procura un minimo di vitalizio che gli consente, grazie anche al fatto che ha già una casa, di poter vivere senza lavorare. Acquista il giornale e non guarda gli annunci che tanto non gli interessano... (dunque non leggerà quello che cercava un interprete/guida e per conseguenza diretta non conoscerà Ulla e Francesca non vedrà la luce) stare tanto tempo senza fare niente non è divertente. Dopo un anno svincola la somma e la reinveste insieme ad un amico per acquistare un camper ed adibirlo a discoteca mobile, con tanto di impianto stereo, parco luci e pedane smontabili. Michele ed il suo socio Ugo girano l'Europa in lungo e largo, ingaggiati per feste di piazza, private e per ogni occasione in cui è richiesta musica da ballare a buon prezzo. Passano gli anni e Michele comincia ad esserne stufo. Ed una notte, su una spiaggia di Rimini, smontate le strumentazioni si getta stanco sulla sabbia e guarda il cielo e pensa di volere cambiare registro... ha trentadue anni ed è annoiato ma non sa come svoltare. Continua a fare il suo lavoro, sempre con meno voglia, fino a quando una sera sul motel di un'autostrada qualsiasi legge negli occhi di Giovanna alla cassa qualcosa che non aveva mai visto prima. E da quel giorno due volte al giorno almeno, passa da lì per meglio conoscere Giovanna che è già fidanzata. Michele non si scompone. La vuole. Passa e ripassa ed è difficile approfondire quel rapporto in quel luogo di passaggio dove al più ci si può trattenere senza destare sospetti dieci minuti appena. Michele è testardo e dieci minuti oggi dieci minuti domani dieci minuti dopodomani totalizza un appuntamento con Giovanna. E poi due. E poi tre. E poi quattro. Fino a quando Giovanna lascia il suo ragazzo per mettersi con Michele pretendendo da lui la promessa di presentarsi l'indemani a suo padre per chiedergli la mano di lei o in alternativa scappare via il più lontano possibile. Michele, che tanto ha faticato e speso (specie in pedaggi d'autostrada) per avere Giovanna, non ha nulla in contrario nel conoscere il padre e chiedergli la mano della figlia. Michele sposa Giovanna in capo a tre mesi ed è una cerimonia molto tradizionale, con i parenti, la Chiesa e il ristorante sul mare ed il pranzo a base di pesce e il viva gli sposi e il bacio bacio e le foto con gli invitati ed i confetti ed il grande imbarazzo per ciò, per lui che mai avrebbe ipotizzato un passaggio del genere nella sua esistenza.... arrivati a questo punto, Michele interrompe nuovamente la sequenza degli eventi. Il signor De Angelis non può fare a meno di chiedergli: "Neanche così va bene?" "Certo che va bene. Va bene anche quella di prima. E a pensarci bene, va bene anche come realmente andarono le cose... va bene comunque. E' questo il problema. Vede signor De Angelis, basta cambiare una variabile che cambia tutto... apparentemente." "Non è vero. Cambia la sostanza." "Non credo. Io, inserito in altri possibili destini, sembro lo stesso... cambiano i nomi, le date, le circostanze, gli scenari, le congiunture, ma tutto ruota intorno allo stesso perno. Ed è il perno che non si può cambiare. Vede, nella loro ingannevole diversità, i destini sono tutti più o meno uguali... Si cresce, si fa qualcosa per sopravvivere e salvarsi da quella scontentezza che nemmeno sai da cosa dipende, si cerca l'amore, lo si trova, magari lo si perde, talvolta ci si riproduce, inevitabilmente si muore... così è per tutti, in tempi e modi diversi, ma così è per tutti..." Gino riflettendo sulle parole del ragazzo, si rese conto di quanto, al di là della differenza d'età e delle vite condotte, quel giovanotto non molto fortunato, in qualcosa che non riusciva a capire cosa fosse, gli somigliava... "Non le pare signor De Angelis? E' il perno che andrebbe cambiato. E quello non si può cambiare. Forse con grande sforzo lo si può migliorare, farlo funzionare al massimo delle possibilità... ecco, il punto è esattamente questo. Sa cosa le dico? Non mi va più di giocare con questo apparecchio. Però ringrazio chi lo ha inventato, mi ha dato l'opportunità di sciogliere un dubbio... pensavo che fossero gli eventi a fare gli individui, credevo di essere stato sfortunato e invece, giocando con questo marchingegno, mi rendo conto che è una questione di lettura, di far sì che il perno giri nel verso giusto... le circostanze, gli eventi, non c'entrano niente. Conta quello che riesci ad essere nelle cose. Le cose di per sè non hanno nessun significato..." Michele restò a lungo in silenzio, perso in quell'epifanica overdose di niente che non era neanche il Nulla, era il niente e basta. Si ricordò in ritardo di riprendere il ritmo del respiro, sollevò con scatto piccolo la testa: "Adesso vado. Spero di trovare la possibilità di sperimentare quello che ho capito... la saluto, buona fortuna signor De Angelis." "Ciao Michele. Fai tante belle cose. E stai su..." "Sto su..." fece il ragazzo alzandosi e stringendo la mano al suo vecchio conoscente "Lo sa cosa mi piacerebbe? Fare una partita di pallone come quando ero ragazzino. Se avessi giocato di più quando era il tempo avrei fatto funzionare meglio il perno. Ora vado. Arrivederci signor De Angelis" "Ciao... riguardati!" Adesso era solo nella cabina e ripensava alle parole di Michele. Lo aveva capito fino ad un certo punto poi lo aveva perso per strada... come sarebbe che le circostanze non c'entrano? Cosa vuole dire che le cose di per sè non sono niente? "Se avessi avuto altre opportunità, diverse da quelle che la vita mi ha riservato, le cose sarebbero andate in altro modo e io stesso sarei stato diverso da quello che sono!" pensava Gino, e per avere conferma a quanto pensasse, visto che Michele aveva lasciato la postazione libera, pigiò il bottone della moviola... le scene della sua traversata terrena iniziarono a scorrere... sembravano quelle di un altro ed ebbe il dubbio che ci fosse un errore di trasmissione. Guardando dei dettagli (il colore dell'abito di sua madre il giorno della prima comunione, lo scatolo di biscotti che lo facevano morire) si convinse che quei frames, per quanto non li ricordasse, appartenevano inconfutabilmente al suo film... la memoria gli funzionava male: ricordava particolari di nessuna rilievo e dimenticava ogni altra cosa che avrebbe potuto avere importanza. Sapeva di ciò, mai si chiese il perché. Le immagini scorrevano sotto i suoi occhi... non avendo avuto un desiderio concreto da realizzare, neanche in quel momento sapeva quale risvolto gli sarebbe piaciuto che la sua esistenza prendesse. Si limitò a cambiare a casaccio alcuni elementi insignificanti della concatenazione. Si fermò in maniera casuale ad un mattino di febbraio dei suoi diciassette anni in cui aveva compito in classe. Nella versione originale degli eventi il professore quel giorno giunge con dieci minuti di ritardo. Un ritardo che Gino scoprì, grazie alla possibilità che quel marchingegno dava di attivare dei link con le sequenze altrui correlate alla propria, essere dovuto al fatto che un bottone della giacca del professore si era scucito e la moglie dovette rammendarglielo. Provò ad inserire la variabile "il bottone non si scuce". Le concatenazioni ripartirono... il professore giunge puntuale, detta in tempo la versione e lui consegna dieci minuti prima... dieci minuti prima arriva fuori al teatro per acquistare il biglietto dello spettacolo di Petronilla & C., conosce un certo Ignazio, coetaneo anch'egli appassionato di Teatro col quale di lì a qualche tempo organizza una piccola compagnia amatoriale. Un sera va alle prove e prende il filobus delle 17, nel quale incontra un matto che gli racconta della terribile invasione di topi dalla quale la città è minacciata. Il racconto turba moltissimo Gino che, scendendo dal filobus, continua a pensare alle parole del matto e caso vuole che proprio mentre sta per attraversare la strada vede, sul marciapiede di fronte, un topo fuori scala e per la paura non attraversa e indugia sul da farsi e mentre sta decidendo, ecco che cade un cornicione dall'ultimo piano, che certamente, se lui non fosse stato lì, non lo avrebbe centrato in pieno... Pienamente immedesimato nelle scene che scorrevano sotto i suoi occhi mandò un urlo che fece sbucare qualcuno dalla propria cabina: "Tutto bene?" "Grazie, tutto bene..." rispose al premuroso di turno asciugandosi la fronte con un fazzolettino kleenex. Passato lo spavento, riflettè su quanto aveva visto dodici istanti prima... comprese che non era morto schiacciato modello scarafaggio da un pezzo di cornicione, perché in un mattino uggioso di febbraio al suo prof. di latino e greco si era scucito il bottone della giacca. Prese il suo taccuino ed annotò questa frase: "Alle volte una storia è legata ad un filo di cotone", lo ripose nella tasca interna della giacca, si alzò, si diede un'ordinatina ai calzoni e lasciò che un punk albino dalle spalle cubiche prendesse il posto suo nella cabina. Ancora una volta non sapeva dove muovere i suoi passi. Si guardò intorno, verso il fondo di uno dei corridoi intravide una luce azzurrognola intermittente e non avendo un'idea migliore, si diresse verso di essa per vedere cosa fosse...

L'intuizione di Vittorio era esatta. Attraversato un arioso salone dai luminescenti lampadari di cristallo in cui fanciulle in abito da sera duettavano coi loro cavalieri in smoking (alla mente gli venne il giorno dei diciotto anni di sua sorella Marta), si ritrovò - sera inoltrata - in un giardino incolto in cui abbondavano sterpi, vecchi busti lesionati e qualche lapide. Su una di queste, proprio accanto all'ingresso di una grotta, lesse "Memento Audere semper". Non era un posto invitante: il primo istinto, per chiunque, sarebbe stato di andare via da quel luogo il più presto possibile. Ma quella frase... non ci pensò due volte ad imboccare l'alveo cavernoso. Attraversò un budello stretto ed umido alla fine del quale si ritrovò in un ambiente più ampio, nelle viscere di una montagna, al di sopra del quale, molto e molto in alto si intravedeva un forello dal quale filtrava luce solare. Non era solo in quel posto. Molti individui, in tuta ginnica, affollavano lo spazio centrale aspettando istruzioni da un fresolone dotato di megafono che con fare da capovillaggio gridava in quel momento: "A nome del Gruppo Ricercatori del Progetto Antidolore io do il benvenuto nella nostra Palestra. Grazie per la fiducia accordataci nell'aderire alla nostra iniziativa: sapremo ricambiarla, grazie ancora. Vi abbiamo promesso che qui troverete la soluzione giusta per affrancarvi da ogni tipo di dolore? Ebbene manterremo le nostre promesse, a condizione che seguiate attentamente le nostre istruzioni. Vogliate anzitutto lasciare i vostri dati alla ricezione!" Tutti, in branco, si diressero verso una bianca minuscola scrivania da ambulatorio seduta alla quale c'era una giovane donna con caschetto ed occhialini rotondi addetta a raccogliere dati anagrafici e richieste degli avventori. Mosso da una curiosità che non gli apparteneva, anche Vittorio si avvicinò alla scrivania... vide che gli aderenti al progetto "Antidolore" lì riuniti si accalcavano per prendere un modulo da riempire. Anche lui ne prese uno. Era una sorta di questionario, con una serie di domande e di caselle da barrare che esordiva così: "Gentile Volontario. Se ha deciso di rispondere al nostro appello, vuole dire che ha molto sofferto e che non intende soffrire più. Noi possiamo aiutarla, se collaborerà fornendoci indicazioni sulla natura e le cause del suo dolore. Segnali con una x le risposte alle seguenti domande. Lei ha sofferto molto per:
- Perdita di un parente e/o di un caro (genitore, figlio, marito, amico/a, amante, cane, pesciolino rosso e/o altri animali).
- Perdita dei propri beni (incendio di dimora, devastazione di campi, errate valutazioni d'investimenti in borsa, furto dello stereo, violazione truculenta di proprietà a mezzo barbari e/o invasori compreso extraterrestri, violazione dei propri cari, smarrimento dell'accendino o di altro oggetto caro, ecc..) - Subita tortura (in guerra, in carcere, a scuola, in casa, in vacanza, al bar, ecc.)
- Sodomia (letterale e metaforica, compreso tamponamenti dell'auto)
- Restrizione della libertà (carcerazione preventiva, genitori e parenti
ingerenti, obblighi di leva e sociali, ecc.)
- Tradimenti e affini (da parte del compagno/a, amico/a, figli/a e/o congiunti e/o conoscenti)
- Perdita di uno o più facoltà vitali (vista, udito, voce, deambulazione, organi genitali ecc.)
- Altro (specificare)
Non gli veniva da barrare nessuna casella. Se lo avesse fatto si sarebbe sentito idiota. Tuttavia era incuriosito dalle istanze di quella multiforme umanità e soprattutto intendeva verificare le tecniche con le quali i Ricercatori avrebbero realizzato il loro piano antidolorifico. La soddisfazione alle sue curiosità non tardò a venire. Venne chiamato il primo aderente all'esperimento, tal Valerio De Santis, un ragazzo dai capelli lunghi e grandi occhi. Sulla sua scheda aveva barrato la casella: "Perdita di un parente e/o di un caro". Fu fatto accomodare da alcuni operatori in camice bianco su una sorta di sedia da barbiere collegata ad una complessa (tanto da apparire posticcia) apparecchiatura che qualcuno indicò ai presenti nomandola "Macchina delle Riminescenze" posta al centro dell'emiciclo in cui si svolgevano le dimostrazioni. Il dèpliant distribuito all'ingresso della caverna informava con enfasi che la macchina in questione consentiva la riproduzione fedele di qualsiasi tipo di scenario, azione, intreccio, personaggio voluto, rielaborando spezzoni di ricordi recuperati direttamente dalla memoria del soggetto/cavia. Bastava un qualsiasi elemento, anche il più insignificante, per dare modo agli operatori di ricostruire, sin nei minimi dettagli, il contesto in cui tale elemento si collocava. Dal colore di una tenda, ad esempio, si poteva ricostruire la finestra alla quale era appesa e dalla finestra le pareti e dalle pareti ai quadri ad essa appesi e dai quadri ai mobili e dai mobili alle persone che in quell'ambiente avevano vissuto e dalle persone ai loro pensieri e le loro voci e i loro movimenti. Il principio posto in atto era quello della specularità: se esiste una memoria del DNA, esiste un DNA della memoria, ricostruibile attraverso un piccolo segmento di essa. Valerio la cavia fu così sottoposto ad un piccolo prelievo di tessuti mnemonici dal quale, per interpolazione, i ricercatori in pochi istanti ricostruirono tutto il tessuto, nei suoi punti più sbiaditi o sfilacciati, relativo ad un momento preciso dell'esistenza di quel ragazzo. Quello nel quale, una notte, uscito da un bar, Valerio De Santis si metteva alla guida della sua moto. Dietro di lui, la sua bella Sonia. Settanta, Novanta, centodieci, centotrenta... l'ebbrezza della notte lungo le strade della costiera e il baluginio della luna, il vento caldo dell'estate e le braccia di Sonia strette ai fianchi... Valerio stava rivivendo la grandezza di quel momento... era quello il paradiso? Il paradiso non prevede macchie d'olio sull'asfalto. Ed eccone lì una, proprio in quella curva che tante volte aveva fatto, e al paradiso basta poco per diventare inferno. Vola via la moto e Valerio rotola rotola rotola... - quando finirà di rotolare - rotola rotola e, miracolosamente, contuso e sanguinante ai gomiti e alle ginocchia si ritrova a qualche metro più avanti, sull'erba. Si rialza, gira intorno per riprendere subito controllo del suo corpo, verificare che funzioni... Sonia dov'è? Cristo, Sonia è a dieci metri da lui distesa sul selciato e ancora non si è rialzata... Sonia! Sonia! Valerio corre per non raggiungerla mai... Sonia! Sonia! Sonia non risponde. Non respira più. Valerio nella notte grida Sonia e poi aiuto e da lontano qualche cane abbaia... un'auto si ferma per il soccorso non c'è più nulla da fare se non squarciare la gola con un pianto così forte da non riuscire ad esplodere. Vittorio, turbato da quell'inutile violenza grida "Basta! Fermate quella macchina! Tiratelo fuori!" Uno degli operatori blocca l'apparecchiatura mormorando: "Stia tranquillo, è sotto controllo" Valerio trema ed è sudato e nonostante la fiction sia stata arrestata, continua a piangere, rivivendo il clone di quel dolore lacerante e ottuso che si prova quando qualcuno muore. "Venga, si accomodi qui" fa il ricercatore Capo rivolgendosi al ragazzo invitandolo a sedere nuovamente. "Adesso cercheremo di immunizzarla dal suo dolore." Valerio continuava a piangere. "Ci spieghi esattamente da cosa dipende il suo dolore" e Valerio: "Lei è morta..." "Questo lo sappiamo. Lei ci deve spiegare perché soffre tanto per la morte della sua ragazza..." Campus guarda allibito la scena, pensando che quegli individui sono pazzi o imbecilli... che razza di domanda è questa! "E' morta - dice De Santis tra le lacrime - e non la rivedrò più" ed il ricercatore: "Questo è da verificare... la sua è una pura supposizione. E poi, ammesso che non la riveda più, cosa vuole che conti? Ne troverà un'altra, riprenderà il suo percorso con nuovi compagni di viaggio, il tempo lenirà il suo dolore e le emozioni, i sentimenti, la voglia di fare riprenderanno a scorrere a fiotti" "Lei è morta!" "Ho capito. E' una questione di tempo. Ora per azzerare il suo dolore non deve fare altro che anestetizzarlo. Lei sa che il tempo è un potente anestetico, basterà che ne prenda in dosi elevate. Mi spiego meglio: basterà che lei, ogni volta che si ritroverà innanzi a circostanze che le procureranno dolore, si proietti immediatamente lontano nel tempo, rispetto al momento che sta vivendo. Ricordi questa frase: non sarà sempre così. La ricordi ogni volta che dovrà attraversare un dolore. Più la userà, più i suoi dolori saranno brevi, fino a sparire del tutto. Deve imparare a dimenticare. Molto in fretta. Dimentichi e sarà salvo da ogni dolore. Per dimostrarle l'efficacia del sistema, le proporremo nuovamente alcuni episodi raccapriccianti della sua passione facendo il bis, se lo vuole, sulla morte di Sonia. Vuole?" Valerio fece di no col capo, il ricercatore, mosso dai suoi interessi scientifici, insistette: "Andiamo, le assicuro che ne vale la pena. Ancora un piccolo sforzo e lei sarà in grado di non provare mai più dolore." Il ragazzo a malapena si fece convincere. La macchina fu rimessa in moto e Valerio per la terza volta rivisse il dramma della sua esistenza. Provò a mettere in pratica l'espediente segnalatogli dal ricercatore e con sua grande meraviglia constatò che l'operazione non era difficile da compiersi... bastava proiettarsi molto in avanti rispetto a ciò che stava accadendo e l'evento cambiava connotato." Alla fine dell'esperimento Valerio ringraziò tutta l'èquipe dei ricercatori per averlo salvato dal virus del dolore, dal quale oramai si sentiva immunizzato: "Grazie di cuore per ciò che avete fatto per me." "Non devi ringraziarci. Siamo noi che ti dobbiamo molto, attraverso la tua esperienza siamo riusciti a progredire nei nostri studi. Ora, per mettere bene a punto quanto hai appreso, ti consigliamo di chiedere un ritorno al Livello di provenienza, dove potrai sperimentare sul campo quanto hai verificato oggi. Vedrai che la rimozione alla radice di ogni dolore, attraverso il sistema dell'obliterazione, ti consentirà di dedicarti con maggiore profitto ad altri aspetti più interessanti del Primo Livello Superiore." "Per esempio?" "Per esempio il controllo della materia. Devi acquisire la capacità di giostrare con gli aspetti materiali delle cose, questo è il senso del Primo Livello Superiore. Vai e buon lavoro." Valerio ringraziò ancora, poi con passo sicuro si diresse verso la Segreteria per chiedere un rimando d'ufficio al Livello di provenienza. Vittorio, che aveva assistito al colloquio, era sconcertato. Quella storia non gli era piaciuta. Si diresse verso il Ricercatore capo con l'intenzione di dirgli qualcosa, sebbene non sapesse cosa. L'altro, vedendolo arrivare, pensò che fosse uno dei volontari per l'esperimento. "Venga, si accomodi. Ha riempito il modulo?" "Non sono qui per questo - fece Vittorio sbrigativo - vorrei parlarle di quanto ho visto sedici istanti prima..." "Mi dica. Cosa le è parso?" "Mi sembra di capire che voi provvediate a fornire degli anestetizzanti per rimuovere il dolore." "Esatto. E' lo scopo della nostra ricerca." "Lei ha dato a quel ragazzo dei suggerimenti attraverso cui potrà evitare il dolore. Lo sa questo cosa significa?" "Esattamente. Sappiamo quello che facciamo." Campus ci diede dentro, credendo di non essere stato inteso: "Per mia esperienza diretta ho appreso che il dolore crea punti di non ritorno. Un dolore è un gradino su cui puntare il piede per tirare un passo avanti. Lei ha consigliato a quel ragazzo il sistema per rimuovere il dolore e per rendere disponibile tutte le sue energie al conseguimento del controllo della materia... lei non solo ha consigliato a quel ragazzo di ritornare indietro, lo ha anche condannato a non andare mai più avanti." "Esatto. Sappiamo benissimo quello che facciamo. Vede egregio signore, la materia del Primo Livello avrà pur bisogno di nutrimento, senza del quale non esisterebbe più. E senza un Primo Livello non ne esisterebbe un secondo, e senza un secondo un terzo e così all'infinito... alcuni di noi, pervenuti ai livelli successivi, hanno il compito di tenere in attivo i livelli precedenti, siamo i custodi della gerarchia. Non è detto che tutti debbano progredire. Se il dolore può far progredire, ben venga l'anestetico al dolore che contribuisce alla conservazione del livello più basso e per conseguenza diretta, alla conservazione dei livelli successivi dei quali è nutrimento." "Questo di cui lei parla è esattamente il male." "Il male, certo, non è che il principio costitutivo della gerarchia. Male è ciò che noi attuiamo affinché i livelli inferiori non progrediscano. Detto in sintesi, bene è ciò che serve a progredire, a determinare il passaggio a livelli successivi. Male è ciò che serve a conservare lo stato delle cose. Il nostro compito è quello di conservare con tutti i nostri mezzi a disposizione lo stato delle cose, affinché ciò che deve possa progredire. Suvvia ne prenda almeno atto, il male non è poi tanto male... Non ci guardi di cattivo occhio, non siamo che poveri diavoli... non dissimili da questa variegata umanità che si aggira qui intorno. A costoro noi daremo efficaci rimedi contro il dolore per restituirli al luogo di provenienza. Loro saranno contenti e altrettanto noi che abbiamo adempiuto al nostro compito... E adesso mi lasci lavorare. Ho tanti di quei casi da smaltire. Lei non rientra in questi, ho idea. Vada via di qui, più avanti troverà cose per lei più interessanti." Senza commenti da proporre, Vittorio voltò le spalle per allontanarsi da quella Palestra, dove folle bibliche di gente continuavano ad accalcarsi. I più fanatici indossavano magliette da jogging ed erano sudati. Nell'aria il tanfo del dolore e della paura. Ripercorrendo a ritroso il cunicolo che lo aveva portato in quella caverna puzzolente, Vittorio ripensava alle parole del povero diavolo. Anche lui, in alcune circostanze della sua passeggiata terrena, aveva talvolta adoperato degli anestetizzanti per il dolore, senza che nessuno glieli avesse suggeriti... ci era arrivato da solo. Innanzi alle situazioni di sofferenza, si era per lungo tempo salvaguardato in un modo o nell'altro, creandosi finte risposte, o, come suggeriva il diavolo, proiettandosi molto innanzi nel tempo. E venne il tempo in cui dovette fare a meno degli anestetici. Fu quando scoprì che Eleonora non era più con lui. Eleonora più che una donna era una estensione di sè stesso, l'incondizionato, il totale, la sintesi estrema di tutte le donne che aveva amato o creduto di amare. Senza grande sforzo, riportò alla memoria l'istante preciso in cui si accorse di non di non potere più sfuggire al dolore vorace che tentò di divorarlo quando Eleonora, in un dopo cena d'inverno con gli amici, serena lo informò: "Vittorio, c'è qualcosa che non va..." "Cosa non va?" "Non lo so. E' questo che non va. Se sapessi, risolverei..." Era di notte e si agitava inquieto nel letto. Le parole rimbombavano inarrestabili nel cervello, tanto che l'unica cosa da fare era cancellare rinnegare convincersi del fatto che costei nulla fu per lui e che come lei ne avrebbe incontrate mille altre, sicuramente migliori. Scattò qualcosa nel cervello... il dolore era puro e acuto tanto che nessun anestetico lo avrebbe potuto diluire. Decise - null'altro poteva fare - di darsi in pasto ad esso e alla sua grave ineludibile voracità, senza opporgli resistenza... fu il principio di una liberazione. Un punto di non-ritorno era stato scandito nel suo percorso. Non rinnegò Eleonora, né il suo amore senza fondo per lei, lasciò che il dolore attraversasse il corpo, vide l'alchemica mutazione del pensiero che si materializza in percezione corporea del sangue circolante, dei muscoli abbandonati e si traduce in energia vitale... conobbe la forza dell'uomo che non teme più di perdere, e seppe quanta protezione dia l'essere disarmati. Di Eleonora in breve non rimase che un piacevole ricordo, l'aroma di un amore e soprattutto la cognizione del dolore. Dalla notte in cui depose le sue armi, spazi nuovi si aprirono al suo modo di amare. Il punto di non ritorno. Aveva sperimentato che la paura del dolore è ciò che inibisce molte progressioni. Ripensando ad Eleonora, comprese di averla amata né più né meno di quanto avesse amato molte altre. Aveva creduto che tutte le donne incontrate fossero fotocopie l'una dell'altra, tutte fastidiosamente uguali. Col punto di non ritorno comprese che ad essere ripetitive non erano le donne ma il modo suo di amarle. Non tentò più di possederle. Ne godette molte altre, con la serena consapevolezza che nulla e nessuno si può possedere e che comunque vadano le cose, amare non è sinonimo di possedere. E nulla più pretese dalle donne che nella nuova cognizione dell'amore furono per lui buone compagne di viaggio, qualcuna per un tragitto di poche ore, qualcun'altra di qualche anno. Da tutte prese ciò che poteva prendere, diede quanto poteva dare - a volte denaro, a volte carezze a volte sicurezza a volte allegria e ad altre allergia- a nessuna chiese più di quanto non potesse dare. Era divenuto quello il suo modo di amare. Non precluse ad alcuna la possibilità di stargli accanto per sempre, nessuna riuscì a resistere a lungo. Dal loro punto di vista, Vittorio era un ineffabile egoista, qualcuno che non avrebbero potuto possedere. E siccome la più parte degli individui vive per possedere o per essere posseduti, Vittorio, che non poteva più né l'una né l'altra cosa, visse nel turbinio di eventi e di compagnie la parte migliore della sua esistenza in sostanziale solitudine (per quanto in apparenza si sarebbe detto il contrario). Non fu esattamente quello che avrebbe voluto e qualche volta provò nostalgia per quella primitiva inconsapevolezza delle cose, i punti di non-ritorno determinano l'impossibilità di rifare le cose già fatte. E più sono i punti di non-ritorno, meno sono i compagni di viaggio con cui condividere le proprie avventure. Per questo fu uomo non felice (la felicità è cosa degli innocenti), ma certamente degno della vita, perché con generosa strafottenza d'esploratore ne scrutò le sue irregolari profondità, trovando il coraggio che nutre altro coraggio. Aveva agito senza rimpianti e senza desideri, o quasi... Si chiese dove fosse la stanza delle Cose mai nate, per cercare il figlio che non aveva avuto...

"Gira la ruota e ciò che sta in alto si ritroverà in basso, ciò che era in basso salirà in alto, gira la ruota". La frase, scritta a caratteri da luna park cliketta azzurrognola nel suo squallore di luce al neon quale insegna all'entrata di una delle tante stanze. Sulla porta, per contrasto, una targa tipo notarile modello/base informava: "Archivio Smistamenti". Gino era deluso: da dove si trovava prima, quella luce lasciava immaginare almeno l'atterraggio di un ufo, e invece... Dell'Archivio Smistamenti aveva già sentito parlare altrove, non ricordava dove, sapeva che lì si potevano consultare le pratiche di tutte le persone che gli pareva, per verificare che fine avessero fatto. L'idea lo allettava. Bussò per educazione, visto che la porta era appannata e nessuno gli veniva ad aprire, entrò: "Permesso?" "Prego." rispose il vecchio in salvamaniche seduto alla piccola e malconcia scrivania di legno posta all'ingresso, senza alzare la testa e continuando a leggere il giornale. "Buongiorno. Chiedo scusa... vorrei un'informazione. Mi hanno detto che qui..." il vecchio non gli fece completare la frase; da un cassetto tirò fuori un foglio ingiallito e lo porse a Gino: "Qui c'è scritto tutto. Accomodatevi". Lesse: "Archivio Smistamenti. L'archivio è di pubblica consultazione. Per gli ospiti di questo livello è possibile ottenere informazioni riguardanti individui del Primo e del Secondo Livello e nello specifico:
1 - Esatta ubicazione dei soggetti al momento della consultazione dell'archivio 2 - Sotto quali fattezze proseguono il loro percorso.
L'opuscolo iinoltre informava che "sono a disposizioni dell'utente schedari nel numero di tre:
a - soggetti, con nomi per ordine alfabetico (fatta esclusione per i non ancora nati)
b - epoche (dal big bang all'attuale, in continuo aggiornamento)
c - settori d'interesse
Per ulteriori informazioni rivolgersi al portiere. Le chiavi d'emergenza per l'ascensore sono in possesso dei signori Lancia, Barbato e Susamielli. "Quale ascensore?" pensò Gino ed il vecchio alla scrivania, continuando a leggere il giornale, come se avesse sentito la domanda: "quella per salire lungo i cassetti dell'archivio..." "Nientemeno c'è bisogno dell'ascensore?" "Ha visto quante categorie sono?" "No..." "Legga!" continuò a leggere sul foglietto...: storici, poliziotti, rigattieri, ingegneri, parenti, amici, medici, elettricisti, metalmeccanici, ragionieri, casalinghe, ornitologi, falegnami, commercianti, fotografi, salumieri, politici, poeti, maghi, assassini, inventori, presentatori, attori, ballerini, cantanti, chefs, interpreti, autisti, veterinari, avvocati, impiegati, re, dittatori, vigili, poliziotti, netturbini, esploratori, sportivi, gnostici, tabaccai, insegnanti, miopi, ermafroditi, fanti, santi, pirati, mistici..." un elenco di proporzioni bibliche contenuto in quel foglietto, di come ciò fosse possibile non si dava spiegazione. A Gino venne la curiosità: quanto doveva essere grande l'archivio per contenere tutte quelle categorie? E soprattutto, dov'era? "Mi scusi - disse rivolgendosi al burbero usciere - dov'è l'archivio?" e l'altro, senza alzare la testa: "Dietro le sue spalle" Gino si voltò e vide una sottile torre di cassetti di cui non si si riusciva a scorgere la punta estrema... qualsiasi altra cosa, con quella base così ridotta e uno sviluppo in verticale così smodato, non si sarebbe potuta reggere in piedi, e invece quella cosa a dispetto di ogni legge di statica, silenziosa, austera ed ermetica si stagliava in alto verso il cielo, si sarebbe detto se cielo ci fosse stato, ma anche quello era talmente in alto da non vedersi. "Mi scusi - fece di nuovo Gino - ai cassetti più alti come ci si arriva?" e l'altro, vagamente scortese: "Come ci vuole arrivare?" "Non lo so, lo domando a lei..." "Volando?" "Volando?" ripetè Gino "Che volando! - fece l'altro - con l'ascensore, no?" "Ah, l'ascensore... e dov'è?" "Dove vuole che sia? Dietro i cassetti!" "Ah, dietro i cassetti..." Fece il giro intorno all'ardito totem, affondando i piedi nella sabbia della quale la superficie di quel luogo era coperta... "Mi scusi..." "Cosa c'è ancora?" "Non la vedo..." "Guardi meglio, deve essere lì" "Non c'è..." l'usciere, seccato, finalmente alzò il culo dalla sedia per andare a verificare: "L'avrà presa qualcuno... ascensoreeee..." gridò sgraziato; videro scorrere giù dall'alto una piccola piattaforma sospesa a nulla, con un puttino grassottello in costumino viola metallizzato e cappellino con visiera all'indietro che con movimenti porcini si esibiva in uno sconcio rap, chissà da quanto tempo: "Sono l'angiolino dal bottone veloce, mi calo i pantaloni e ti rivelo la luce, la luce e sai con che? Col sex a pil... il pengue a torcia elettricaaa, il pengue a torcia elettricaaa.." cantava il puttino felice, unica nota stonata nella greve austerità di quel posto. "Frangipane! grida l'usciere con fare bidellesco: "L'ascensore la devi lasciare stare! Vai a giocare da un'altra parte! Qua non si può stare e finiscila di dire sozzerie!" Il puttino, come se il fatto non fosse il suo, scende dalla pedanina-ascensore e continuando a canticchiare il suo sconcio rap, apre un cassetto dell'archivio e ci si infila dentro. De Angelis aveva assistito alla scena senza dire una parola, incuriosito riapre il cassetto in cui il putto si era infilato e lo vede continuare a canticchiare. "Mi scusi... può stare nel cassetto?" "No - risponde l'usciere - quante cose non sono al proprio posto... vogliamo formalizzarci per un puttino in un cassetto?" "No, era per chiedere..." l'altro era intanto andato a sedersi nuovamente. A guardarlo bene, Gino scorse in quella faccia i lineamenti di qualcuno che gli era familiare... altro che familiare, parente stretto era! Gli si avvicinò per vederlo meglio e con somma preoccupazione notò che il tizio presentava un'indubitabile somiglianza con suo cugino Poldo, orgoglio della famiglia nonché sua insopportabile pietra di paragone... "No, Poldo qui! No!" Poldo era stato in gioventù l'incubo di Gino. Poldo, il migliore allievo della Nunziatella, conosceva benissimo l'inglese ed era un ottimo schermidore. Ed aveva un sacco di corteggiatrici. In casa De Angelis non si parlava che di Poldo. Avevi avuto quattro in latino? "Poldo questi problemi non li ha mai dati! Poldo è uno che studia!" Ti innamoravi di una ragazza? "Poldo questi problemi non se li pone! Certo, esce con le ragazze, ma non se ne innamora! Frequenta, conosce, ma pensa soprattutto a fare quello che deve fare!" Ti andava di andare a giocare a pallone sul campetto dietro la sagrestia? "Fai come Poldo! Visto che ti piace tanto lo sport, frequenta il corso di scherma che ci trovi pure tante persone per bene, mica quei quattro scalzacani come quelli che frequenti tu!" Ti andava di andare a vedere l'avanspettacolo? "Quello è pure teatro? Guarda Poldo che si è messo da parte i soldi per comprare i biglietti al San Carlo!" Poldo di qui, Poldo di li... la voce della madre continuava a rimbombare nelle orecchie... un tormentone a puntate con repliche senza richiesta. Persino quando il liceo finì, la madre di Gino pretese che il figlio si iscrivesse insieme al cugino Poldo alla facoltà di giurisprudenza, con la speranza che i due potessero studiare insieme. Le cose, naturalmente, andarono in altro modo: inutile dire che nessuno dei due cugini aveva intenzione di studiare con l'altro. Poldo si laureò a soli ventidue anni, Gino preparò l'esame di diritto romano e poi decise di lasciare gli studi... del diritto non gliene era mai fregato un benamato priapo. Neanche a Poldo, in verità, ma lui era uno di quelli che hanno l'alto pregio di riuscire a fare magnificamente bene ogni cosa, specialmente quelle per le quali non nutrono passione alcuna. A Poldo non piaceva niente - mai una smorfia di entusiasmo il suo volto aveva lasciato trapelare - miracolosamente riusciva in tutto. A Gino piaceva la musica e la letteratura. Volentieri si sarebbe iscritto al Conservatorio, la madre - sebbene fosse una maestra di pianoforte - energicamente lo depistò: "I musicisti fanno la fame. Studiare la musica richiede un impegno che tu non sei in grado di sostenere. Meglio che studi legge." Neanche legge sarebbe stata sostenibile, la madre lo sapeva, ma confidava nella presenza/guida del nipote Poldo che, dal suo canto, considerava (non con tutti i torti) suo cugino uno scombinato da tenere alla larga. Ad ogni modo, Poldo aveva davanti a sè un glorioso futuro... sarebbe stato di sicuro un grande avvocato. Di fatto, divenne in capo a pochi anni dirigente dell'Ufficio Legale all'interno dell'Istituto di Previdenza Sociale. "Poldo, tu qui!" fece al vecchio in salvamaniche, nuovamente curvo alla laida scrivania intento a leggere il suo giornale ingiallito, e l'altro: "Prego?" "Sei Poldo, vero?" "No, non sono Poldo." Mentiva. Mentiva spudoratamente. Altroché se non è Poldo! Stesso naso a punta, stesse orecchie a sventola, stessi capelli biondicci (ormai color lanugine), stessa faccia grassottella e glabra (oramai scavata), stesse gambe dal ginocchio leggermente valgo... "Sei Poldo!" "Non sono Poldo, mi dispiace." "E va bene. Non sei Poldo. Però ci somigli moltissimo." Se lo scrutava attentamente. Scorse dietro l'orecchio un grosso neo di colore verde "Eh no! Il neo verde dietro l'orecchio, questo è troppo! Troppe le somiglianze!" Gino sbottò: "Tu sei Poldo! Sicuro che sei Poldo! Neghi l'evidenza dei fatti! Ti ho riconosciuto dal neo verde!" "D'accordo sono Poldo. E allora?" "Per quale motivo dicevi di non esserlo?" "Per non crearti troppe emozioni. Presumo che ne abbia già provate tante." "No, che emozioni... mi fa piacere vederti..." Poldo compunto e professionale accennò ad un sorriso di cortesia "Poldo, fatti abbracciare..." "Sono in servizio, è vietato abbracciare cose, persone o animali quando si è in servizio..." "Va bene non ti abbraccio, fatti almeno stringere la mano!" Poldo pigro gliela porse, l'altro caloroso, in maniera eccessiva forse, gliela strinse: "Che ci fai qui?" "Sono il responsabile dell'archivio... mi occupo della catalogazione delle schede anagrafiche di smistamento..." Una specie di segretario, insomma... cacchio, Poldo che fa il segretario in un archivio... Ti trovi bene qui?" "Bene - fece poco convinto - vitto e alloggio gratis, esenzione da ogni dovere di convocazione... niente esami, niente tasse da pagare, un posto tranquillo, sicuro... "E resterai qui per sempre?" "Se non mi trasferiscono..." "Ad un altro livello?" "No, ad un altro settore. Sono un effettivo. Ho messo la firma." "E sei contento?" "Ho raggiunto il massimo livello consentitomi, sono stimato e rispettato per quello che faccio, non vedo perché non dovrei esserlo." Dov'era finita tutta quella foga di andare lontano e fare tanta strada che il cugino aveva mostrato quando erano ancora al Primo Livello?" "Non è finita da nessuna parte! - disse Poldo seccato come se avesse letto nei pensieri dell'altro - Non l'ho mai avuta..." "Come - ribattè Gino per niente meravigliato del fenomeno - facevi tutte quelle cose, eri pieno di volitività, eri il migliore, non c'era cosa che non facessi in maniera eccelsa, tutto diretto a conquistare quei quindici o sedici imperi!" "Le cose le facevo dato che era mio dovere farle e mi piaceva farle bene, tutto qui... non ero diretto da nessuna parte" "Tutto qui?!? Mi hai contaminato un'esistenza con i tuoi esempi eccelsi, mia madre mi ha massacrato le palle per venti anni con i suoi Poldo qui e Poldo lì, e tu adesso mi dici... mi dici..." "Che ti dico?" "Mi dici che era uno scherzo?" "Cosa?" "Va bene, Poldo, lasciamo perdere. Hai ragione. Bella schifezza d'esempio che sei... un bluff sei, altroché! Non ero diretto da qualche parte... e a che pro ti sbattevi in quel modo?!?" "Chi si è sbattuto? Sei tu che ti stai sbattendo..." "Va bene Poldo, hai ragione. Scusa. Lo stronzo sono io." "Non so di che stia parlando..." "Neanche io, se è per questo. So solo che sto incazzato nero con te!" "Per quale motivo?" "Uno come te non può finire a fare il segretario in un posto che non si sa cosa sia..." "Intanto questo è l'Archivio Smistamenti..." "Si, in mezzo ad una specie di deserto..." "Non è un deserto questo..." "Ho detto una specie. E questa sabbia cos'è?" "Polvere di destini sbriciolati... rifiuti riciclabili" "Bella roba! Una discarica! E comunque non è la questione del posto, è quello che fai!" "Cosa c'è di male in quello che faccio?" "Niente Poldo, è il principio... tu non puoi finire a fare il segretario di un archivio! E' un peccato mortale! E soprattutto non posso sopportare l'idea che colui che mi è stato additato come nobile esempio da seguire, faccia una fine del genere!" "Che fine ho fatto?" "Poldo, si vede che qui specchi non ce ne sono... ti sei visto? Sei un poverocristo! Non sei nessuno!" "Gino, tu chi cazzo sei?" "Nessuno! Però almeno non ho fatto niente per diventare qualcuno!" disse questa frase urlando e Poldo, che ormai aveva perso la pazienza: "Cosa credi che abbia fatto io?!?" "Tutto il possibile!" "Appunto! Tutto ciò che mi è stato possibile fare, non per diventare qualcuno, come dici tu! Semplicemente era nelle mie possibilità fare delle cose, come d'altronde lo era nelle tue!" "Io non le ho fatte!" "Fatti tuoi!" "Certo, fatti miei... - rispose Gino calmandosi d'improvviso, avendo quest'ultima frase rivelato in lui un nuovo filo di ragionamento da percorrere - fatti miei... - poi, per giustificarsi, a testa bassa - io non le ho fatte perché credevo che ce ne fossero altre da fare... qualsiasi impresa richiedeva da me un impegno che non sapevo giustificare... a furia di cercare cose alla fine non ne ho fatta nessuna... però ho scoperto grandi segreti... " "Sarebbero?" "Fare due passi dopo mangiato così si digerisce meglio, stringere bene la macchinetta del caffè prima di metterla sul fuoco così il fornello non si sporca... non è molto, ma almeno mi ha distolto dal rincorrere ombre di desideri... contento non lo sono lo stesso... mi sono annoiato a morte..." a Poldo quella specie di confessione di suo cugino, gli provocò il ricordo di un affetto che non c'era stato: "Nessuno è contento, non sei l'unico... se uno riuscisse a contenersi... capire dove può arrivare e lì fermarsi... se non si capisce quali sono i propri orizzonti..." "Vuoi dire i propri limiti?" "...i propri orizzonti, suona meglio... allora non muovi i tuoi passi, non sai dove andare..." "Tu lo sapevi dove eri diretto!" "No, però sono andato lo stesso, in fondo, un posto vale l'altro, non credi?" "Non lo so, Poldo... in ogni caso scusami per prima, non volevo essere scortese..." "Neanche io. Scusami se non volevo che mi riconoscessi... cercavvo soltanto di evitare una discussione inutile..." si diedero nuovamente la mano e rimasero per un tempo indeterminato in silenzio, senza che nessuno dei due mollasse la presa, Poldo chiosò: "Posso fare qualcosa per te?" "Mi piacerebbe consultare l'archivio" "Chi ti interessa?" "Nessuno in particolare... vorrei curiosare..." "Fallo pure, anche se non so quanto possa esserti utile curiosare tra miliardi e miliardi di schede senza avere un obiettivo preciso..." "Non fa niente, è probabile che per caso possa trovare qualcosa d'interessante..." "Capita questo... che dirti? Fai come credi..." Gino si indirizzò verso l'ascensore, nuovamente sparito. Il puttino Frangipane profittando della distrazione di Poldo era saltato fuori dal cassetto in cui si era annidato e aveva ripreso a salire su e giù canticchiando le sue improponibili filastrocche. Poldo si alzò nuovamente, con un saltello leggero si sollevò di qualche metro, prese per le orecchie il puttino e con un calcetto lo spinse altrove. La pedanina atterrò e Gino vi montò sopra per avviare il suo stocastico saliscendi tra i cassetti dell'inesauribile archivio. Saliva, saliva la pedanina senza fermarsi. Non essendoci nessun bottone di comando, Gino si chiese leggermente preoccupato "Come cacchio si ferma questa cosa?" Non aveva finito di pensare la frase, che la pedanina si fermò. "E come si fa a rimetterla in moto?" manco a dirlo, la pedanina solerte riprese la sua salita verso l'infinito... Gino cominciava ad intuire: bastava pensare cosa s'intendesse fare e la pedanina immediatamente commutava il pensiero in comando... "E se è così, se io adesso penso: "fermati!" la pedanina dovrebbe fermarsi..." pensò "Fermati!" la pedanina non se ne fottette proprio, continuò a salire... Gino ritentò "Fermati, fermati!" e la pedanina iniziò a scendere... e fu un saliscendi che durò per un tempo sufficiente ad irritare, se non a spaventare il povero Gino che continuava a tentare di dare ordini telepatici alla pedanina. Non riuscendoci, provò con quelli verbali, prima fermi e decisi, poi urlati, disperati, e quando iniziò a gridare aiuto, ecco la pedanina fermarsi... riprovò col telepatico: "Sali!" e la pedanina iniziò a salire.... "Fermati!" e la pedanina si fermava... "Fai saliscendi!" e la pedanina faceva saliscendi... "Funziona! Funziona! Sali! Scendi! Vai a destra!" a destra non ci andava, e a sinistra, però era divertente lo stesso. E mentre Gino continuava a divertirsi scalmanato sulla pedanina, dimentico dello schedario, vide il Puttino Frangipane girargli attorno imitando alla perfezione un calabrone... "ZZZ ti diverti, eh? Ti diverti?" "Non c'è male..." faceva Gino... "...e il telecomando, non lo vuoi il telecomando?" domandava quella peste di puttino brandendo la pulsantiera ad un bottone... "Il telecomando? Per fare che?!" "Per far muovere l'ascensore!" "Per far muovere l'ascensore? Se lo sto muovendo io col pensiero!" "Col pensiero?!? Ah ah ah - rideva il putto costumino viola metallizzato - Strunzo! Sono io che ti sto facendo andare su e giù da un ora con questo coso!" "Tu?!? Brutta specie di bofonchio! Ora ti faccio vedere io!" e dicendo questo, Gino prese il volo per inseguire il mefistofelico rompicoglioni... e in volo lo inseguì fino a quando non riuscì ad acciuffarlo e a strappargli di mano il telecomando: "Ecco fatto!" esclamò soddisfatto Gino tirando un calcio al boffice insettone che iniziò a roteare nell'aria come una pallina cambiando continuamente direzione e ridendo a crepapelle. Contento di aver recuperato il telecomando, con una leggera virata delle braccia riprese il suo volo verso la pedanina... a quota duemila la consapevolezza lo fulminò: "Cazzo! - pensò con quella grazia con cui soltanto gli angeli sanno pensare cazzo - sto volando!" Fu una vertigine d'emozione ma durò pochissimo, perché subito dopo l'imbecille pensò: "Io non so volare! Non so volare!" e fu un tutt'uno col precipitare, in stallo, verso il basso. E meno male che c'era la sabbia ad attutire il colpo... Chiappe in terra indolenzite, con la pulsantiera chiamò l'ascensore, lungi da lui l'idea di riprovare a volare, convinto com'era di non esserne capace. "Fatto male?" chiese Poldo senza alzarsi dalla sua scrivania "Insomma... poteva andare peggio..." rispose l'altro claudicante mentre saliva sulla pedanina... "Io vado... spero di trovare qualcosa di interessante..." "Auguri..." fece Poldo. La pedanina ascese... lettera A... cercò di ricordare qualche conoscente il cui nome iniziasse per la A, non gli venne in mente nessuno... lettera B.... lo stesso... C.... idem... D.... non conosceva nessuno con la lettera D... E... neanche... F... effe effe... Francesca! Francesca Terracciano, terza C... aveva trecce bionde e naso all'insù, labbra di un certo spessore... non spettacolari ma gli piacevano... che sorte le toccò? Aprì il cassetto della lettera F e a piene mani iniziò a tirare fuori milioni di schede, alla ricerca di quella di Francesca Terracciano... come trovare un ago in un ago... c'erano almeno due milioni di Francesca, di cui quattromilacinquecentoventisette (se le contò tutte, non avendo di meglio da fare) si chiamavano Francesca Terracciano... "Così non troverai niente!" fece ridacchiando il puttino Frangipane tornato all'attacco "Ancora qui! Non hai niente di meglio da fare?" gli rispose irritato Gino, e quello: "Amico, stai calmo, sono qui per aiutarti. Volevo dirti che non è questo il sistema per consultare l'archivio..." "E quale sarebbe quello giusto?" "Ti devi concentrare sulla persona di cui intendi avere notizie e la scheda, da sola e senza che tu nulla faccia per scovarla, verrà a te..." "Qui ci sono quattromilacinquecentoventisette Francesca Terracciano.. come faccio a sapere quale è quella che mi interessa?" "Scegline una a caso concentrandoti sulla Francesca che ti interessa... " Gino seguì scrupolosamente le istruzioni... pensò, tirò una scheda a caso mentre le altre tornavano risucchiate nel cassetto in bell'ordine, la lesse... "Francesca Terracciano - Faenza, 11/12/1935 - Ischia, 14/10/1992... una breve nota biografica riassumeva esaustivamente tutti i passaggi salienti di quell'esistenza. Alcuni gli erano noti (sapeva ad esempio che Francesca era malata di epilessia e che a sedici anni aveva perso il padre) molte altre cose non le conosceva. Così ad esempio non poteva sapere che Francesca non era più già da tempo al Primo Livello Superiore e che la sua parte migliore (che non erano le trecce bionde né il naso all'insù, ma la capacità di vedere le cose dal loro lato nascosto) aveva trovato asilo in una stella nova della galassia Rank Xerox, dalla quale lanciava a ritmo di valzer pensieri benefici alle segretarie depresse e demotivate in cerca di nuovo lavoro. Ripose la scheda, volse col pensiero un sorriso a Francesca e rimise in moto la pedanina... G... H... I... avrebbe voluto leggerle tutte le schede, non c'era nessuno che lo interessasse in particolare modo, e così, a casaccio, affondava le mani negli schedari alla ricerca di notizie curiose su gente che non aveva conosciuto... era la stessa curiosità che lo spingeva a domandarsi, quando qualche volta andava al cimitero e si aggirava tra le lapidi, quali vite avessero condotto quelle facce che ebeti sorridono dalla foto su ceramica e che a stento, ormai, si conservano nella memoria di qualche affezionato. E lesse così, pescando in quell'oceano di schede che solo una pazienza divina aveva potuto ordinatamente disporre, le storie di Omar Azzabi esperto di architettura primitiva mediorientale ed inventore delle case di sale e fango, di Sadao Schuenluiw fabbro ferraio alla periferia di Fukuikofu che aveva impiegato un'intera vita per ricostruire in miniatura il suo paese usando stuzzicadenti e pezzetti di carta, di Emis Udukies sciamano e suonatore di tamburi nella tribù dei Torcopeides, capace di trasformarsi in ben ventuno animali diversi compreso in orsacchiotto di peluche, di Wolfgang Esposito cacciatore di cinghiali italo tedesco nella Foresta Nera che mise a punto un articolato sistema di richiamo sessuale per accalappiare le sue prede, di Nisbet Dangherlowffen, prostituta olandese coi buchi in servizio effettivo in un bordello di Manhattan che riuscì a mantenersi vergine e a restare incinta a sei mesi di distanza dall'ultimo rapporto, di Garibaldi Giuseppe omonimo cugino del più famoso Giuseppe Garibaldi, sarto a Casalnuovo, vittima di un rarissimo caso di autocombustione, di Wang Tsiu Yong, esperto di respirazione in un convento tibetano che col soffio riusciva a ridare vigore a ciò che lo aveva perso, di Jango Marcundos de la Cobellas Jallas, contrabbandiere di diamanti che uscito un giorno di senno regalò i suoi averi ad un servo per poi vocarsi allo studio delle erbe medicinali, di Joseph Pengue imprenditore Agricolo nel Connecticut che osservando il volo degli uccelli era in grado di prevedere l'andamento del raccolto da lì a cinque anni, di Boris Turgheroff poeta di strada sulla Prospettiva Nevskij inventore dell'archetto idraulico per contrabbasso (mai brevettato), di Aldo Varriale salumiere mecenate che spese metà delle sue fortune per acquistare quadri di pittori sconosciuti di grande talento, di Kurt Lewondermaineer mangiatore di fuoco errante convinto di essere discendente diretto di un accendisigari appartenuto a Churchill e di altri noumeni da baraccone dai nomi più o meno impronunziabili che nel silenzio della cronaca grigia, quella che non racconta nessuno, avevano fatto la storia del mondo non meno di quanto l'avessero fatta altri dai nomi più illustri e dalle esistenze più luminose... quante vite straordinarie, quanti eventi inverosimili erano raccolti in quelle fiches... circostanze curiose, incredibili, incresciose, importanti forse determinanti, erano sfuggite all'attenzione dei più... non trovò una scheda che non contenesse almeno un dato interessante... molte erano degne delle più febbricitanti fantasie, ed appartenevano ad individui sconosciuti... non potè fare a meno di chiedersi quale logica progettuale disponesse che individui mediocri potessero assurgere agli onori della ribalta e lasciasse nell'oscurità altri, che pure avrebbero avuto le loro carte da proporre... se quell'archivio potesse essere a disposizione delle persone al Primo Livello Superiore, pensò tra sè, sarebbe meglio per tutti, ma ogni cosa ha il suo tempo ed il suo posto. Vagato per un tempo interminabile lungo quel totem, si avviò nella discesa, pensando che la vita non è che passaggio d'informazioni, più ne hai, più diventi forte... Gino, distratto com'era e preso dal guardare sè stesso riflesso nel vuoto di un sogno, ne aveva raccolte veramente poche... peccato, pensava, sarebbe bastato poco più di niente per essere più attenti... in tante di quelle storie di nobili ignoti aveva ritrovato pezzi dimenticati della sua biografia, ed incredibilmente, scoprì linee sottili e impercettibili che riconducevano il suo percorso a quelli di individui lontani da lui nel tempo e nello spazio... che se avesse anche soltanto intravisto quando era al Primo Livello Superiore, gli avrebbero potuto dare, magari involontariamente, indicazioni preziose per agguantare il suo ineffabile sogno, o perlomeno, per non annoiarsi... benedisse tutti, indistintamente, e dimentico del dolorino all'anca procuratogli dalla caduta del volo bruscamente interrotto, scese dalla pedanina per avviarsi con passo pesante e incerto nella sabbia lungo un sentiero fatto di fagioli e pietruzze fatto da qualcuno che non voleva smarrirsi... dimenticandosi di salutare suo cugino Poldo.


Una bambina con un vestito a fiori, lunghi capelli legati in una treccia raccolta sulla nuca, con gesti pazienti e misurati, scanditi da un bel ritmo interiore e armonizzati in fa maggiore estraeva uno alla volta dal sacchettino che portava al collo pietruzze e fagiolini, riponendoli in terra a distanza irregolare l'uno dall'altro, a volere disegnare un sentiero...o una partitura musicale su un immaginario pentagramma.. doveva essere intenta nell'operazione già da molto, visto che la linea disegnata si perdeva a vista d'occhio. Vittorio erano già sedici istanti che muto la osservava, affascinato dall'armonica acribia con cui la bambina eseguiva quel compito assegnatogli chissà da chi... sasso dopo sasso, la piccola si ritrovò davanti ai suoi piedi... "Scusi, può spostarsi?" Vittorio fece qualche passo di lato, sentendosi di fronte a tanto garbo e serietà fuori posto. "Che stai facendo?" le chiese, e lei, continuando nella sua sacra missione: "Non si vede? Sto facendo una strada..." "Non si fanno mica così le strade..." "Io le so fare così..." "Allora va bene..." "Certo cha va bene..." "E... per chi è questa strada?" "Per me e per i miei amici..." "E i tuoi amici dove sono?" "Non li ho ancora trovati. Per questo faccio una strada, così loro trovano me..." "E chi sono i tuoi amici?" "Non lo so... non li ho ancora trovati..." "Ho capito. Vuoi dire che tutti quelli che passeranno per la strada che stai costruendo saranno tuoi amici?" "Si, può essere, lo spero..." "Se passo divento tuo amico?" "Se vuoi..." "E tu lo vuoi?" "Si si..." "E quelli che non passano per la tua strada non diventano tuoi amici?" "Si, anche loro possono diventare miei amici" "E allora a che serve la strada che stai facendo?" "Uffa uffa e quante domande che fai, chi sei, un gufo parlante?" Vittorio rise: "Scusa, non ti volevo disturbare..." "Non mi disturbi, fai troppe domande... accidenti! Ho finito i sassolini... ed anche i fagiolini... devo andare a trovarne altri..." disse così la bambina e con un saltello si diresse verso l'infinito "Aspetta! qual è il tuo nome?" "Mi chiamo Vanda..." "Vanda, è bello..." "Posso andare?" "Certo che puoi... aspetta!" "Che c'è ancora?" "Posso venire con te a cercare sassolini?" "In riva al mare?" "Si va bene... " "Tu non sei mica capace di trovare sassolini buoni!" "E chi te lo ha detto... mettimi almeno alla prova!" "Se non ci riesci?!" "Non c'è problema..." Si avviarono sulla sabbia; Vanda a piedi scalzi, Vittorio anche... si ricordò di avere lasciato le scarpe da qualche parte non ricordava dove e senza preoccuparsi più di tanto della cosa, si arrotolò i pantaloni. In un tempo relativamente breve giunsero in riva al mare. Vanda sguazzando nella battigia affondava di tanto in tanto le mani nell'acqua per afferrare qualche sassolino, lo analizzava per qualche istante poi decideva se rigettarlo in acqua oppure riporlo nel sacchetto che aveva al collo. Vittorio guardando sottecchi la bambina simulava i suoi modi. Vanda ogni tanto lo guardava con una leggera smorfia di disapprovazione, per dire: "Tanto lo so che vai a casaccio e che di sassolini non ne capisci niente." Vittorio si decise e per ogni sassolino prelevato chiedeva il parere dell'esperta... "Questo va bene?" la bambina lo scrutava un attimo e poi decisa dava il suo responso... "No..." oppure "Si, questo va bene..." fino a quando vinto da tanta sicumera, le chiese: "Mi dici come fai a decidere se sono o buoni o no?" Vanda longanime e con l'espressione di chi vuole dire: "Ora ti illumino..." gli rispose: "Guarda questo sassolino..." "L'ho guardato" "A cosa somiglia?" "Non lo so..." "Allora non è buono..." prendendone un altro: "E questo?" "Non lo so..." "Allora neanche questo è buono... e quest'altro?" "Non lo so..." "Allora sei tu che non sei buono..." "Non sono buono?" "E non vedi niente in questi sassolini! Sarai mica cieco... guarda questo per esempio..." "Che ha?" "E' buonissimo. Con questo ci puoi fare un occhio di elefante..." "Diavolo, non me n'ero accorto..." "Che fai, mi prendi in giro?" "Non oserei... e con questo, che ci possiamo fare?" "La faccia di un vigile col cappello, oppure un pezzo di mandolino o una pera..." "O il tetto di una chiesa..." "No, per fare questo ci vuole un altro sassolino... - cerca nell'acqua e repentina ne raccoglie uno - come questo qua! Però ci manca la parte di sotto..." Vittorio guarda nell'acqua, punta un sasso lo afferra e convinto fa: "Eccola qua!" "Bravo... vedo che stai imparando..." "Grazie... hai visto che ci riesco?" "Strano. Sei un grande. I grandi queste cose non riescono a farle..." "E chi te lo ha detto?" "Un mio amico aviatore... una volta gli si è rotto l'aereo ed è atterrato da queste parti... un mio amico principe lo ha conosciuto e me lo ha presentato... sa disegnare benissimo... gli è piaciuto talmente tanto questo posto, che si è messo a disegnare pecore insieme al mio amico e non è più voluto ripartire..." "E... che ti ha detto questo tuo amico?" "Che i grandi non capiscono niente..." "E secondo te è vero?" "Non lo so... non ho conosciuto molti adulti... oltre al mio amico che vola tu sei il primo..." Può essere che non hai conosciuto altre persone grandi? E i tuoi genitori?" "Non ho genitori..." "Questo mi dispiace..." "A me no. Non li ho avuti, non so cosa siano, perciò non può dispiacermi di non averne... tu sei un genitore?" "No, non lo sono..." "Allora siamo pari... io non sono una figlia e tu non sei un genitore!" "Mica tanto pari... a me dispiace non avere figli" "Perché?" "Perché è bello averne..." "Che ne sai se non li hai avuti!" "Piccolina, lo sai che sei troppo filosofa? Chi ti ha insegnato a fare questi ragionamenti?" "Nessuno... vuoi che diventi tua figlia?" "Mi figlia? Adesso?" "Quando vuoi..." "Adesso. Ti adotto." "Ok affare fatto." Vanda e Vittorio si strinsero la mano, la bambina lo guardò attentamente, poi precisò: "A guardarti bene, non potresti essere un papà... sei troppo vecchio..." "Trovi?" "Un poco. Però non fa niente. Puoi fare il nonno, se vuoi" "Va bene, fa lo stesso..." Coi sassolini raccolti s'incamminarono verso il tratto incompiuto di strada, la bambina avanti e l'allievo Campus dietro. Vanda riprese paziente la strada esattamente nel punto in cui l'aveva interrotta, in silenzio. L'uomo la guardava ammirato per la dedizione che profondeva in quell'operazione di dubbia utilità. "Che fai, non mi aiuti?" Vittorio sentitosi rimproverato prese con cura a stendere sassolini sulla sabbia, si vedeva, senza seguire nessuna logica interiore e la bambina se ne accorse, tanto che a un certo punto severa puntualizzò: "Non così, non così!" "E in che modo?" "Così..." "Così sto facendo, esattamente come fai tu!" "No guarda non ci siamo..." "Non colgo... sono troppo distanti l'uno dall'altro?" "No" "Troppo vicini?" "No" "Sono messi non perfettamente dritti, è questo che vuoi dire?" "No" "E allora cosa c'è che non va?" "Tu non stai costruendo una strada. Metti questi cosi così come ti viene, non stai pensando di costruire una strada..." "Che ne sai tu di quello che penso io?" "Si vede. Lo hai detto prima che le strade non si costruiscono così, non fa niente, non ti preoccupare, mica mi arrabbio..." "Meno male..." Esonerato dal compito, non gli rimase che sedersi sulla sabbia, gambe incrociate, ad osservare l'opera della bambina. Cercava un modo di distoglierla, qualcosa da proporle per comunicare con lei, non gli venne in mente che un classico: "Vogliamo fare un castello di sabbia?" con la speranza di suscitare l'entusiasmo della bambina, la speranza sua fu disattesa: "Un castello? A che serve?" "A che serve?... ad ospitare gli amici che troverai!" "Meglio di no... qualcuno potrebbe rimanere fuori... se il castello non ce la fa ad ospitarli tutti?" "Lo facciamo grandissimo, così siamo sicuri" "Grandissimo grandissimo potrebbe non bastare lo stesso... non sappiamo quanti amici incontreremo... e poi - alzando la voce - mi dici tu in che modo facciamo un castello grandissimo che non abbiamo una paletta?" Quell'alternarsi di oggettiva razionalità ed ineffabile logica interiore spiazzò Campus che non seppe cosa rispondere. "Insomma, non possiamo fare un castello... e cosa dobbiamo fare?" "Niente" "Avevamo detto che io ti prendevo come figlia e tu come papà..." "Come nonno..." "...va bene come nonno fa lo stesso..." "E allora?" "Mi piacerebbe poter fare qualcosa per te... i nonni fanno sempre qualcosa per i nipoti" "Cosa?" "Li portano alle giostre per esempio... regalano loro dei giocattoli o dei soldi a natale, li portano a passeggio in villa Comunale, insegnano loro ad andare in bici, raccontano delle favole..." "Comincia a raccontarmi una favola..." Toppato... non ne ricordava neanche una. Non gli restava che inventarsene qualcuna lì, all'impronta... "Allora... esisteva un posto non molto lontano da qui un grande campo di Campestrums.... " "Chi sono i Campestrums?" "Sono... degli essere lunghi lunghi e magri magri, capelli lunghi in genere biondi, barba lunga, naso lungo, mani lunghe, bocca lunga, occhi lunghi in genere azzurri..." "La voce è lunga?" "Anche la voce..." "Allora?" "Allora i Campestrums contenti ed orgogliosi di essere lunghi avevano costruito una città lunga, con strade sottili e lunghe, piazze lunghissime, alberi lunghi, case lunghe, dove ci si muoveva solo andando dall'alto verso il basso, da sopra a sotto e non c'era un piccolo spazio per andare di qua o di la... un giorno capitò nel villaggio dei Campestrums un Kikbiuk..." "Cos'è un Kikbiuk?" "Un essere largo largo e basso basso..." "E che faceva nel villaggio dei Campestrums?" "Cercava un posto per costruire la sua dimora..." "E i Campestrums?" "Lo lasciarono fare. Il Kikbiuk con la faccia larga larga, la pancia pure, le gambe e gli occhi larghi larghi ed anche la voce, cercò di adattarsi in una casa di un Campestrum generoso che gliela aveva prestata... ma la casa era troppo sottile e lui troppo largo e con fatica riusciva ad andare su e giù, lui che era nato per andare di qua e di là..." "E allora?" "E allora soffriva un poco, anche perché i Campestrums più sciocchi, ogni volta che lo vedevano, gli ridevano in faccia e gli dicevano: ah ah, non lo vedi quanto sei largo? Fin quando un bel giorno un Campestrum saggio gli disse: "Se vuoi avere vita più facile, dovresti cercare di essere meno largo e di diventare più lungo... e come si fa? chiese il Kikbiuk e il saggio gli consigliò di esercitarsi guardando i Campestrums in che modo si muovono, imparare i segreti delle loro mosse, provare ad imitarli per molto presto somigliare in tutto e per tutto ad un Campestrum. E il Kikbiuk, pur di non sentirsi più solo, iniziò a scrutare ogni movimento di Campestrum per carpirne i segreti, li guardava andare velocemente su e giù e piano piano iniziò ad imitarli... non passò molto tempo che il Kikbiuk era divenuto nell'aspetto pressoché identico ad un Campestrum, anche se nel cuore continuava ad essere un Kikbiuk. Dapprima fu contento di essersi tramutato in un Campestrum dato gli altri abitanti del villaggio lo avevano accettato, ma col passare del tempo cominciò ad essere infelice, perché ascoltava il suo cuore di Kikbiuk affaticato dal corpo di un Campestrum...." "E allora?" "E allora un giorno incontra un Campestrum, ancora più saggio del primo che gli dice: se ti senti infelice, devi soltanto fare una cosa: andartene da qui e cercare il posto che l'istinto ti dice di trovare, e il Kikbiuk inorridì al pensiero di rimanere solo e nervoso iniziò ad andare su e giù su e giù fin quando il Campestrum saggissimo gli fece notare che l'andare su e giù in quel modo senz'altro gli avrebbe fatto molto male e che quindi gli conveniva, a costo di restare da solo, di provare ad andare di qua e di là che era la cosa per la quale era nato. Il Kikbiuk si fece coraggio, abbandonò il villaggio dei Campestrums ed iniziò a vagare di qua e di là, dapprima triste perché era da solo, poi sempre più contento perché aveva ritrovato la sua forma di Kikbiuk, largo largo e paciocco paciocco." "E' finita la storia?" chiese la bambina "Secondo te?" sondò Vittorio "No, continua..." "E va bene, continua... - cercava di trarre nuove idee, non era tanto facile - un bel giorno il Kikbiuk, passeggiando di qua e di la incontra un altro Kikbiuk: i due si guardano, si scrutano, si studiano, poi contemporaneamente squillano di gioia e si abbracciano dicendo all'unisono: evviva! un altro Kikbiuk! e così i due cominciano ad andare insieme di qua e di la ed andando di qua e di la incontrano altri due Kikbiuk e diventano quattro, poi otto, poi sedici poi trentadue poi sessantaquattro poi centoventotto poi duecentocinquantasei..." "Poi ottantaquindici poi centoundiciventicinquetremilamille centodociciunmilione più uno..." "Brava, esatto!... ed erano tutti Kikbiuk che erano andati via da villaggi di Campestrums e ognuno di loro credeva di essere l'unico Kikbiuk al mondo e quando si accorsero di essere in tanti decisero di fondare una città di Kikbiuk, fatta a loro immagine e somiglianza, con strade larghe larghe e corte corte, piazze larghissime e basse basse, palazzi larghi e alti quanto uno scalino ed erano orgogliosi della loro città che così fatta permetteva loro di andare di qua e di la quanto a loro piacesse, alla faccia dei Campestrums che sapevano andare solo su e giù. Un giorno capita nella loro città un Campestrum che credeva di essere l'unico Campestrum al mondo. Chiese ospitalità ed i Kikbiuk, generosi, gliela diedero. Il Campestrum occupo' una casa larga larga che tuttavia lo faceva soffrire dato che non sapeva andare bene di qua e di la, ma su e giù e quella casa non glielo permetteva, e ancor di più soffriva perché tra i Kikbiuk ve ne erano alcuni ignorantelli che ogni volta che lo incontravano su uno dei loro sentieri brevi e grassottelli gli ridevano in faccia dicendogli: ah ah non lo vedi quanto sei lungo? Ed un Kikbiuk saggio gli disse un giorno: se vuoi avere vita migliore, devi fare in modo di somigliare di più a noi Kikbiuk, vedrai, non è difficile, basta impegnarsi un pochino ed il Campestrum al quale l'intelligenza e lo spirito d'osservazione non mancava, riuscì in poco tempo ad assumere le fattezze di un Kikbiuk e visse bene accetto da tutti, col passare del tempo..." "Si sentì triste - continuò la bambina - " "Esatto..." "E' la stessa storia raccontata due volte: quello che capita al Kikbiuk capita al Campestrum... "Hai capito perfettamente..." "E allora?" "E allora cosa?" "Finale della storia?" "Non lo so - fece Campus la cui vena mitopoietica si era esaurita d'un botto - non me lo ricordo più..." "Te lo dico io... un bel giorno un Campestrum femmina si innamora di un Kikbiuk maschio, si sposano e fanno dei figli che si chiamano kikpestrum e cambiuk, che sono lunghi lunghi e larghi larghi e che sanno andare su e giù di qua e di la e non devono soffrire per somigliare a qualcuno che tanto già somigliano a tutti. Ti piace?" "Eccellente. Non poteva finire meglio..." "Adesso - disse la bambina interrompendo la sua operazione - ti dico un segreto: io sono una kikpestrum!" "Ed io un cambiuk! rispose l'uomo" "Già lo sapevo..." "Come facevi a saperlo?" "Se non lo eri, non mi potevi raccontare questa storia e io non potevo ascoltarla" "E già..." "Adesso tu devi andare - disse la bambina seria - ti stanno cercando" "Chi?" "I tuoi amici..." "Cosa ne sai che mi stanno cercando?" "Se non ci fosse nessuno che ti cerca, sarebbe terribile. Ognuno deve avere qualcuno che lo cerca" "E tu?" "Io devo completare il sentiero... tu il tuo lo hai già fatto..." "Quando?" "Non te lo ricordi?" "Non so, forse con un piccolo sforzo potrei ricordarmelo... però sentimi bene: noi due facciamo un patto. Se ci rincontriamo in un posto diverso da questo, anche se avremo una faccia diversa, facciamo che ci riconosciamo?" La bambina accarezzò il vecchio Campus: "Non ti devi preoccupare, i cambiuk e i kikpestrum si riconoscono tra loro, hanno un distintivo che subito si vede..." "Va bene così. Vedrai ancora il tuo amico aviatore?" "Si, credo..." "E allora diglielo: ci sono grandi che sanno fare le cose dei piccoli" "Ed anche i piccoli che sanno essere grandi, no?" "Brava, sei grande... "E tu sei piccolo... " "E grazie... allora che faccio, vado?" "Vai, ma non mi buttare per aria i sassolini per piacere! - fece leggermente contrariata la bambina vedendo che Vittorio con gesto goffo da attore americano si era sollevato e andava a passo lungo in avanti guardando indietro col braccio sollevato a mò di addio ci rivedremo in paradiso "Guarda questo... - pensò la bambina - ora mi tocca rifare questo pezzo" e intanto l'uomo da lontano continuava a salutare, Vanda ormai già non lo vedeva più.

Avendo letto quella strisciolina di sassolini e fagiolini quale provvidenziale indicazione sulla direzione da intraprendere e sentendosi come Pollicino perso nel bosco anzi peggio, nel deserto, Gino seppure stanco e con le scarpe piene di sabbia - l'idea di potersele togliere non lo sfiorò per un istante - si era deciso a prendere per buono quel sentiero e di andare fino dove lo conduceva visto che da qualche parte doveva pur andare e niente di meglio aveva da intraprendere. Quella strada non voleva finire tanto che ad un certo punto s'insinuò in lui l'idea che il cammino intrapreso non conducesse da nessuna parte. D'un tratto cammelli all'orizzonte... predoni del deserto? Macché, circensi col loro spettacolo itinerante "Attraverso la cruna dell'ago". Con un salto li raggiunse... "Salve!" "Buongiorno a Lei" rispose quello che sembrava il capocomico "Abbia pazienza... per andare..." "Dove?" chiese il circense, e Gino: "Per andare... dove devo andare, per dove devo andare?" e l'altro: "Per dove le pare..." "Grazie" "Ci mancherebbe. Buon proseguimento..." la carovana si allontanò di qualche metro, Gino immobile in mezzo al deserto, si guardava intorno con lo sguardo perso. Il capocomico, anima buona, tornò indietro col suo elegante cammello a quadretti: "Mi dica una cosa... lei dove intende andare?" "Non lo so..." "Avevo intuito bene... faccia una cosa: tiri dritto contando fino a cento, troverà un'oasi di fronte e lei, si tratta di un miraggio, naturalmente, non si preoccupi: ci troverà ciò di cui può avere bisogno... in alternativa può accodarsi a noi. Sa cavalcare?" "Cammelli?" "Questo abbiamo..." "No grazie, preferisco fare due passi... ha detto dritto contando fino a cento?" "Esatto..." "Ci provo... grazie ancora..." "Dovere... tra nomadi è d'uopo darsi una mano..." il capocomico si allontanò, De Angelis fece una piroetta da ballerina e leggiadro quanto Nurejev nel fiore dei suoi anni corse dritto avanti a sè con gli occhi semichiusi... sbang! Un palo, austero e solitario tipo quelli dell'alta tensione, fulgido si ergeva davanti al suo frontone violaceo per la botta... da dove fosse uscito non se lo chiese (abituato ad essere distratto pensò che fosse lì da sempre e che semplicemente non lo aveva visto prima), nonostante il leggero dolore ebbe la prontezza di spirito di leggere il cartello (cartello: un pezzo di cartone ondulato formato. 20 x 30 cm. circa scribacchiato alla meno peggio con pennarello rosso indelebile) che diceva: "Se vuoi, puoi..." Una frase del genere al Primo Livello sarebbe apparsa come uno dei tanti luoghi comuni che ingombrano i pensieri quotidiani, ma lì, al Secondo Livello, al bernoccoluto parve verbo divino. Pervaso da un entusiasmo fatto di niente, colto da un conato di volitività indisciplinata attaccò a zampettare intorno al palo, convinto che di li a poco qualcosa di eccezionale sarebbe accaduto... un lampo di memoria, ricordò... "Se vuoi, puoi..." La mitica frase di zio Giacchino, la sua formula magica! "Zio! Dove sei? Esci fuori!" "Ahi!" fece una voce provenire dalla sabbia, Gino vide una mano fuoriuscire da un mucchietto d'arena: "Mi hai pestato!" e dopo la mano un braccio un torace, una gamba... zio Giacchino sbuca dalla sabbia! Lo zio Giacchino doveva essere da lì da molto tempo, d'altronde famosi erano i suoi bagni di sabbia per i reumatismi di cui diceva di soffrire (in realtà non soffriva di niente, simulava spesso qualche malessere per solidarietà con sua moglie che era sempre malata) "Zio Giacchino! Chi sperava di rivederti più!" Ahi Ginetto, mi hai pestato la mano... ti togli queste maledette scarpe che tanto non ti servono a niente?" "E me le tolgo si, quello che vuoi, zio! Porca miseria che cosa meravigliosa, lo zio Giacchino nel deserto! Da quanto tempo sei qui?" "Eh, da molto..." "A fare?" "Approfondimenti... vieni che ti faccio vedere..." a qualche metro da loro un buco profondissimo. Zio Giacchino si chinò, ci guardò dentro, orgoglioso informò: "Questo l'ho fatto io, con le mie mani e senza l'aiuto di nessuna paletta..." "A che pro?" "Ho cercato una scorciatoia... guarda, guarda dentro che c'è..." Gino si chinò, guardò nel buco e non vide niente... "Bello... non vedo niente... cosa ci dovrebbe essere?" "Quello che avresti voluto fare... lì dentro ci sono i Desideri non Realizzati di ognuno di noi" Guardò meglio e non vide un gran ché: una fioca luce azzurrognola illuminava un vecchio pianoforte simile a quello di sua madre, qualche libro e pochi altri oggetti di non rilevante interesse. Suppose che cose suggestive le avrebbe trovate guardando in profondità, magari con l'ausilio di una torcia sarebbe potuto scendere giù, non ne era invogliato e se mai ne avesse avuto un briciolo d'intenzione, questa gli passò completamente quando lo zio gli disse: "Vedi questo buco? Conduce in una delle stanze più orrorifiche che ci possano essere qui." Immaginò nel fondo di quel buio la presenza di terribili mostri a diciotto teste, draghi alti otto metri, zombie, ballerine in tulle bianco spiaccicate sull'asfalto, branchi di topi e di rapaci in picchiata, pipistrelli, bare semiautomatiche, cervelli in sottaceto e quant'altro di più granguignolesco potesse elaborare una mente che col terrore aveva avuto contatto attraverso i film di Bava e Dario Argento, che vide la notte a casa quando non aveva sonno. Zio Giacchino, intuendo la tipologia di orrori che il nipote potesse partorire, specificò la sua affermazione: "Questo è un cunicolo che porta ad una stanza pericolosa. Bisognerebbe pensarci su due volte prima di entrarci. C'è gente che ne è uscita dilaniata... lì gli alibi falsi crollano come pastafrolla stantia. Tutti i finti problemi vengono miseramente smascherati" "Capisco..." fece Gino, che in realtà non aveva capito un bel niente. "Ti faccio un esempio. Prendiamo la storia di tuo padre. Come ben sai, da giovane aveva una propensione per la musica, tant'è che per due anni studiò al Conservatorio, dove tra l'altro conobbe tua madre. Decise di abbandonare tutto: diceva di avere incontrato un'insegnante con cui non riusciva ad andare d'accordo, che non aveva nessun talento, che non gli avrebbe potuto trasmettere nulla. L'aver interrotto gli studi - diceva lui - gli impedì di procurarsi una buona preparazione tecnica. Tuttavia non abbandonò la musica. Per alcuni anni suonò il piano sulle navi da crociera. Tua madre disse che non l'avrebbe sposato se non si fosse trovato un altro mestiere, più sicuro e che non lo tenesse lontano da casa per tanti mesi." "Questa storia la so anche io..." "Sai pure che tuo padre smise di fare il musicista "ambulante", diceva tua madre denigrandolo, per impiegarsi presso l'ufficio anagrafe del Comune. Forse non lo sai, ma lui, a sua moglie, questa cosa non l'ha perdonata. Era convinto di avere bruciato una carriera per causa di qualcun'altro, nello specifico di tua madre e andando più a monte, per causa di quell'insegnante che ebbe il demerito di non averlo capito, e ad entrambi attribuiva la causa di tutta la sua infelicità." "Questo mi dispiace..." "Non ti devi dispiacere. Ora ti racconto il resto della storia che tu non puoi conoscere visto che sei qui da poco tempo. Quando tuo padre venne da queste parti, la prima cose che fece fu quella di entrare nella Stanza delle Cose Perdute e Desiderate..." "Da questo cunicolo?" "No, ci arrivò da un'altra strada, ma questo non importa. In ogni caso entrò in quella stanza credendo di poter ritrovare la carriera mai compiuta e con essa la felicità sottrattagli, a suo dire, da altri. Bene. Nella stanza trovò un maestro straordinario che gli consentì di riprendere e portare a compimento gli studi interrotti. Tuo padre non era contento lo stesso. Gli fu concesso, su sua esplicita richiesta, di poter suonare da solista nella Grande Orchestra Infinita... pensa che Verdi per un paio di volte l'ha diretta personalmente, non solo lui, molti altri... Gerswin ebbe modo di complimentarsi con tuo padre in più di una occasione, insomma, riconoscimenti non gliene mancarono: era riuscito a portare a compimento il suo destino negato, nel modo migliore in cui si potesse desiderare... eppure, continuò ad essere infelice. Quando tutti i suoi desideri giunsero al loro punto di massima saturazione che oltre non si poteva andare, lui comprese la terribile ed inevitabile verità... la sua felicità non c'entrava niente né col maestro che non lo aveva capito, né con tua madre che gli aveva precedentemente impedito di continuare a fare il musicista, né con nessun altro... la causa della sua infelicità era soltanto lui..." "Per quale motivo doveva essere così infelice!" "Gino mio, essere infelici è la cosa più facile del mondo. La felicità costa molto, è più semplice rinunciarci, creandosi degli alibi e se possibile, dando la causa della posticcia irraggiungibilità agli altri. Pensa che Leopardi in questa stanza ha preso certe mazzate..." "E di mio padre che notizie hai?" "Ha seguito un iter di routine... in sede di orale, esposte le sue ragioni, ha chiesto una prova d'appello e lo hanno rispedito al Livello di provenienza. Gli hanno accordato fiducia: l'esperienza della stanza dei Desideri Irrisolti lo ha reso pronto ad affrontare nuovamente la prova del Primo Livello... ora non mi chiedere sotto quali parvenze si sia cimentato perché non lo so, se vuoi puoi informarti all'ufficio Trasmigrazioni, non credo che la cosa ti possa interessare più di tanto." "Esiste un Ufficio Trasmigrazioni?" "Con il movimento che c'è, è il minimo... sai che caos altrimenti?" "E' consultabile?" "Full time. Informazioni in tempo reale sul traffico delle anime, come le chiamano al Primo Livello." "Non sono informazioni riservate queste?" "Riservate? Qui non esistono informazioni né riservate né segrete... non ce ne sarebbe motivo. I segreti sono armi, e qui le armi non servono, nessuno deve combattere nessuno. Tutto alla portata di tutti. Qui vige un sistema di diffusione democratica dell'informazione che alcuni di noi in servizio volontario presso il laboratorio degli Effetti Speciali stanno cercando di instaurare anche al Primo Livello, ci vorrà un bel po' di tempo" "Ah si? E in che modo?" "Troppo lungo da spiegare e non so se ci sia il tempo... " "Devi andare?" "Io no, tu si... sei pronto per il colloquio?" "Che pronto... non sono riuscito a completare il compito scritto..." "Questo non ha importanza... in ogni caso ti converrebbe seguire qualche seminario fatto per bene: ti consiglio quello dell'Arcangelo Heinrich, dice sempre le stesse cose ma sono utili e puntuali... tra poco dovrebbe esserci il prossimo turno... fà una cosa: buttati per questo cunicolo che arrivi in pochissimo..." "Ma..." "Niente ma, vai e non ti preoccupare!" e così dicendo lo zio Giacchino spinse con forza il nipote giù per il cunicolo da lui scavato nella sabbia, dandogli qualche piedata in testa. Dapprima stretto, il foro passati sette istanti si allargò ad imbuto e al De Angelis venne in mente la tradizionale iconografia dell'Inferno... al fondo dell'imbuto il diavolone a tre teste, poi riflettè sul fatto che dall'imbuto c'era entrato dalla parte più stretta, quella nella quale, stando ai libri, avrebbe dovuto esserci il mostro e che quindi, con ogni probabilità, il peggio era già passato. Però non potè fare a meno di domandarsi: "Questo cunicolo non doveva condurre alla Stanza dei Desideri Irrisolti?"


Sotto i piedi di Vittorio la sabbia andava diradandosi per lasciare spazio ad un pavimento a mosaico, piccole piastrelline raffiguranti una cosmogonia. Il suono del mare si andava stemperando in un brusio di voci...un nugolo nutrito di persone, tra le quali qualche faccia conosciuta, prendeva posto tra file di sedie. Pensò ad un altro spettacolo di burattini, sebbene lo scenario non fosse più quello di prima. Davanti alle sedie non un teatrino, ma una cattedra austera e bassa. Mosso da una disinteressata curiosità anch'egli prese posto. Vocio fatto d'ineffabili fonemi intorno, qualcuno prendeva appunti sul proprio taccuino... la solita voce da un megafono annunciò: "Signori e signore tra pochi istanti avrà inizio il seminario dibattito introduttivo tenuto dal maestro Arcangelo Heinrich. E' consigliata la partecipazione. Vogliate cortesemente prendere posto. Si prega di non scattare foto, di non chiedere autografi e di non fare puzzate. Grazie." Scivolati pochi istanti appare maestro Arcangelo Heinrich, bello nel suo cappotto in lana di cammello ed i capelli lunghi colore argento, sexy quanto un docente di filologia romanza lo sa essere, con la sua borsa vissuta di ottima fattura in pelle di coccodrillo lacroste. S'interrompe il vocio... colpetto di tosse, il maestro si siede e insieme a lui i suoi tre assistenti, fotocopie venute sbiadite della sua luminosa persona. Getta via il mozzicone di toscanello, tira fuori dalla borsa un taccuino sulla cui copertina sono raffigurate scene erotiche di dinosauri in amore, lo apre, lo richiude e parte emulando un intercity, senza preavviso... "E' bene anzitutto chiarire un equivoco in cui alcuni di voi durante il periodo di soggiorno al Primo Livello saranno caduti direi per eccesso di zelo. Quando si parla di eternità si parla ovviamente di qualcosa che non si conosce, sarebbe il caso di non parlare di cose che non si conoscono ma questo è un altro problema che potremo affrontare in altra sede ora, dicevo, sappiamo di non conoscere nella sua sostanza l'eternità. Non conoscendola, non possiamo neanche osare di sperare di provare di tentare a fare qualcosa per accedere ad essa. né tampoco, i nostri Superiori potrebbero pretendere - tanto è che non lo pretendono - un nostro intervento sul piano eterno, visto che non siamo in grado di immaginarlo. Chi di voi è in grado di immaginarlo?" Qualche imbecille alzò la mano e l'Arcangelo Heinrich fece finta di non vederlo, per dargli il tempo di ravvedersi dal fesso gesto... "Nessuno. Ma la destinazione della nostra esistenza al Livello dal quale state provenendo, ebbene, quella si, la possiamo scoprire! Dirò di più: i nostri superiori a buon diritto si auspicano che ognuno di noi la scopra e la porti a compimento. Tutte quelle riflessioni sulla nostra destinazione ulteriore, voglio dire sulla nostra collocazione nell'eterno sono amenità da filosofi... cosa volete che importi capire se il godimento della felicità (così proponeva l'amico Epicuro che oggi è a sua insaputa divenuto concime per pomodori), o il raggiungimento della perfezione (questo credeva il buon Leibnitz che oggi, senza che nulla abbia fatto perché ciò non accadesse ha assunto la funzione di liquido per lenti a contatto) o ancora l'adempimento dell'arido dovere (come tristemente proponeva il caro Emanuele che oggi, immemore di ogni critica alla ragione pura o impura che sia, svolge la sua prova d'appello sotto le parvenze di croupier in una bisca clandestina a Chinatown) dicevo cosa volete che importi sapere se questi siano o meno il fine ultimo dell'uomo... volendo parlare al di fuori di ogni metafora, per onestà intellettuale ed a costo di deludere qualcuno di voi, ho il dovere di informarvi che non esistono fini ultimi. Nessun fine può essere ultimo ma sempre e soltanto penultimo... l'infinito dovrà pur stemperarsi da qualche parte" Intorno si cominciava a sentire qualche bisbiglio, Vittorio silenzioso in un angolo della penultima fila, ascoltava di buon grado; trovava le parole del relatore convincenti, familiari. Non aveva riflettuto sui massimi sistemi, lungi da lui ogni pensiero che potesse avere ad oggetto l'eternità o cose del genere, eppure, ove gli fosse capitato, sarebbe da solo giunto alle conclusioni che in quel momento indicava il relatore. Senza compiacersi, pensava a tutte le volte in cui aveva agito senza cercare di dare un senso alle cose che faceva: "...le ho fatte e basta, per il gusto di farle, per piacere, anche quando mi erano sgradite... per compiere un progetto terreno e senza alcun interesse verso l'infinito... non ho avuto una morale o una fede, mai ho confidato in un credo preconfezionato... e non per questo mi sento incompiuto... ho fatto quello che potevo fare... direi senza nessuno sforzo, con naturalezza..." Non tutti erano attraversati da pensieri analoghi. Profittando di un attimo di pausa - tutta teatrale, carica di non detti - del maestro Heinrich, una distinta e bella signora in pelliccia s'intrufolò di prepotenza in quel silenzio ben pesato: "Senta, abbia pazienza, non voglio mettere in discussione la sua autorità e la bontà di quanto dice, tuttavia le assicuro che al Primo Livello, gente di tutto rispetto ci ha parlato e invitato con grande trasporto a confidare in una eternità, fornendoci delle indicazioni molto accurate circa la prassi da porre in atto per potere ragionevolmente aspirare ad una vita eterna... o sbaglio? (la donna cercava il consenso di altri presenti, un nugolo di mormorii si sollevò nella sala, si sentì incoraggiata a proseguire) "Voglio dire, ci hanno insegnato che esistono dei precetti, delle deontologie, delle teleologie, esiste una fede in un mondo migliore, esiste il bene ed il male e i modi per aderire all'uno e scartare l'altro. Non posso e non voglio credere che il sacrificio sopportato nel cercare di aderire al bene non venga non dico premiato, almeno riconosciuto con una vita eterna! Lei lo sa quanta beneficenza produce la gente all'anno? Sa quanto è costato a molti di noi comportarsi per bene, resistere alla tentazione di uccidere, rubare o tradire pensando alle incrinature dei rapporti che ne sarebbero conseguite con l'eterno? Evidentemente no, altrimenti ora non si permetterebbe di dire corbellerie del genere... c'è gente che lì, al Primo Livello, come lo chiama lei, ha sopportato le peggiori infamie, sostenuta dal pensiero di una vita migliore, dall'idea che la loro esistenza avrebbe avuto una giustificazione rispetto all'eterno!" Le ultime parole la bella donna le disse con la voce tremante. L'Arcangelo Heinrich ascoltò in silenzio, con un leggero ma non irriverente sorriso sulle labbra... attese che il brusio terminasse per rispondere alla donna: "Gentile anima, quello che dici è vero e giusto. Sappiamo che molti individui, al Primo Livello, sopportano le peggiori condizioni sperando in una vita futura migliore... di questi, in verità, ne abbiamo stima pari a quella che serbiamo per gli hamburger e i filetti di merluzzo... di altri, da qui, sentiamo le preghiere e qualche volta, quando il vento tira a prua, arriva persino il tanfo del loro dolore e la cosa non ci piace, volentieri vorremmo per costoro intervenire ma non possiamo, ci è interdetto, salvo qualche raro caso in cui, con qualche piccolo effetto speciale, cerchiamo di procurare un sollievo.... ma questo è un altro discorso. Ben venga la speranza dell'eterno se serve ad alleviare il dolore di chi altrimenti non lo sa curare, ben venga... ma che nessuno osi pensare che la sopportazione del dolore dia diritto all'eterno! Questa è una grave, grave idiozia. Vede anima gentile, che ci sia qualcuno di gran lunga più evoluto di noi, che ci sia una vita eterna, una ricompensa per la virtù, un castigo per il vizio, sono tutte cose di trascurabile importanza, delle quali possiamo fare a meno, dobbiamo farne a meno, il nostro Superiore Ultimo sa bene che queste sono cose che non ci è dato intendere..." "E dei comandamenti, dei sacramenti, dei precetti, cosa ci dice di queste cose?" incalzò alterato un altro distinto signore "Li rispetti. Se troverà i motivi per doverli rispettare. Li lasci perdere, se crede che siano obblighi inspiegabili... in ogni caso, rimuova l'idea che dal rispetto o meno di questi dipenda la sua condizione eterna... sarebbe troppo semplice e l'eterno è cosa complessa... l'eterno non è eterno... l'eterno è soltanto un istante... ci siamo addentrati in un discorso che, temo, si possa ingarbugliare ulteriormente. Per concludere questo mio breve intervento, vorrei invitarvi a riflettere su questa frase: "adempi il tuo dovere!" "E quale sarebbe il nostro dovere?" fece un giovane camionista tutto muscoli e con la canotta ancora sporca di sangue del viaggio di ritorno "Ognuno ha il suo. Ognuno è tenuto a capire quale sia e a portarlo a compimento, con tutte le forze che avrà a disposizione, con tutti i mezzi che riterrà più idonei. Non occupatevi di eterno, trascurereste l'istante. Lasciate che la vita vi dia il brivido della sua durata. Raccogliete a piene mani tutto mentre errate, scegliete, sciogliete ed intrecciate, date volume, senza indugiare troppo, popolate il vuoto di colori e sfumature. Generosamente. Il resto verrà da solo. Ed ora, vi auguro buon proseguimento..." Detto questo, l'arcangelo Heinrich prese la borsa e con passo sexy da docente di filologia romanza si allontanò lungo uno dei corridoi. Qualcuno, block notes alla mano, lo seguì per chiedergli ulteriori delucidazioni e lui, senza fermarsi dava risposte laconiche e poco esaustive, almeno così appariva guardando le facce di chi lo tampinava con la speranza di farsi affidare fuori scena qualche esoterico segreto di cui potersi vantare. Tra la folla frusciante come alla fine di un'assemblea condominiale, Vittorio passeggiava raccogliendo qua e la sprazzi di conversazioni: "E' inconcepibile... qui si corre il rischio di diventare, dopo una vita vissuta all'insegna del sacrificio e della speranza, cibo per gatti! A saperlo me ne vedevo bene!" e qualcun altro: "Ho fatto bene io a non credere a certe stronzate..." "Io comunque mi sono divertito come un pazzo..." "Io non ho capito niente, che ha detto?" La giovane donna che trentadue istanti prima era intervenuta continuava veemente il suo ragionamento, davanti ad un capannello di cani sciolti incuriositi dall'accorato tono con cui promuoveva i suoi argomenti. Gino, giunto lì in ritardo a lezione ultimata (scendendo giù per il cunicolo dello zio Giacchino era rimasto impigliato col bavero nel becco di una lavatrice a sonagli di nome Ursula, rifiuto di uno scrittore di favole per bambini) attratto dal nugolo di persone si avvicinò e non potè fare a meno di notare - data la sua andatura carponi dovuta al fatto che era fuoriuscito da un foro, a guisa di topo - le caviglie della donna sulle quali indugiò con lo sguardo più del dovuto, per capire se fossero di suo gradimento. Erano di suo gradimento. Ed anche quello che c'era sopra le due caviglie: due gambe tostissime cariche di promesse graziosamente insaccate in collant satinati. Risvegliato nei sensi dal fulmineo accendersi della passione consumata un tempo non troppo lontano con Patrizia nel campo dei pomi d'Adamo, gli sembrò naturale avvicinarsi carponi alla donna, stendersi per terra e guardargli sotto la gonna. Anche agli altri sembrò la cosa naturale, visto che nessuno spese una parola. La giovane donna, sentendosi osservata dal di sotto, guardò in basso, vide De Angelis Luigi interamente supino che con scientifica devozione valutava i suoi attributi. "Scusi, che fa?" "Secondo lei?" "Sta verificando il colore delle mie mutandine" "Esattamente." "Abbia pazienza, me lo poteva chiedere, cosa fa lì in terra, si alzi, glielo dico io, anzi gliele faccio vedere..." Gino si alzò, la donna si sfilò le calze, poi le mutandine, con graziosa naturalezza e senza scorie di provocazione: "Ecco, sono rosa... desidera sapere altro?" A quel punto, molti iniziarono a sciogliere il capannello, ognuno prendendo la sua direzione, non essendo più interessati alla discussione della donna, qualcuno ebbe di che lamentarsi: "Uffa, sempre le solite cose... qui si vedono sempre le stesse cose..." De Angelis prese le mutandine dalle mani della gentile signora, le ponderò oculatamente... "Va bene, e il contenuto?" "Di un certo interesse..." "Vorrei approfondire... mi permette?" "Cosa desidera che le risponda?" "Si, naturalmente..." "E invece no!" esplose la donna cambiando repentinamente tono e infilando le mutandine con un gesto veloce sulla testa dell'uomo il quale intimorito ebbe da ribadire sorpreso: "Scusi, perché fa così? Potrebbe essere l'ultima occasione per approfondire la nostra conoscenza... suvvia, emozioniamoci un poco!" "La smetta, è ridicolo! Si rende conto di quello che dice?" "E lei si rende conto di quello che ha fatto?" "Che ho fatto?" "Si è tolta le mutandine e me le ha mostrate! Anzi, me le ha infilate in testa! Ed io che pensavo di essere quasi in paradiso! Era pertanto che mi ero permesso di proporle un approfondimento. Altrove, non avrei ardito tanto... sono un gentiluomo, io!" "Senti gentiluomo, fanno centomila." "Ah beh, se è una questione di prezzo poteva dirlo prima, non pensavo... si paga?" "Fanno centomila. Prendere o lasciare..." "Ho capito, centomila. Lascio. Così non mi emoziona. Non ho il portafogli. Mi tolga una curiosità: cosa se ne fa qui dei soldi?" "Fatti i cazzi tuoi!" sbraitò la donna con voce repentinamente mutata in quella di un orco invasato ubriaco di vics vaporub, poi si girò, si alzò la gonna e nell'abbassarsi scaricò un peto violentissimo e reboante al gusto frutti di bosco che provocò il decollo della bella fattasi d'improvviso immonda bestia dalle cosce pelose con vibrazioni tutt'intorno. Gino allibito verbo non proferì. Un ragazzino grassoccio e con la manine unte di patatine fritte che passava di lì per caso in quel momento gli tirò la giacchetta: "Non ci fare caso. Fa sempre così. Prima si trasforma in bonazza, interviene rompendo le scatole al maestro Arcangelo Heinrich, sobilla i presenti, attende che qualcuno guardi sotto la sua gonna e poi... paf! Chiede soldi. Ci prova con tutti..." "Chi?" fece stralunato Gino, e il ragazzetto: "Stralofot, è il cugino sfortunato di Belzebù. Si diverte a fare questi scherzi. Non è cattivo, è scemo, tanto che non lo hanno voluto neanche all'inferno..." "L'inferno? Non esiste l'inferno..." "E chi te lo ha detto? Esiste eccome, ed anche il Paradiso e il Purgatorio" "E dov'è?" "E io che ne so!" "E chi ti ha detto che esistono?" "Don Mario, il mio professore di religione... vuoi una patatina?" "No grazie..." "Ciao allora..." "Ciao... salutami don Mario" "Lo conosci?" "No, salutamelo lo stesso..." Di nuovo solo si guardava intorno alla ricerca di una faccia amica, di un informazione sul da farsi, di un segnale d'indicazione sulla strada di intraprendere, il pizzicore della stanchezza aveva cominciato a farsi strada nelle ossa e volentieri, se non avesse temuto il passaggio di una locomotiva - non c'erano binari, ma visto che in quel luogo tutto poteva succedere, non si sa mai - volentieri si sarebbe steso per terra, esattamente nel punto in cui si trovava, rannicchiato e fatto un lungo sonno. Una voce alle sue spalle lo richiamò dal torpore nel quale aveva ricominciato a calarsi... "Che ci fai con delle mutande in testa?" Gino si voltò e vide un vecchio sdentato e coi capelli bianchi arruffati... "Vittorio! - non gli volle molto per riconoscerlo - cosa ti è successo? Sei diventato vecchio..." "Ho cambiato look. Ho lasciato i vecchi trucchi e sono tornato ad uno stato di nature... Tu piuttosto, dove ti eri cacciato?" "Sarebbe troppo lungo raccontarlo... vorrei arrivare ad una conclusione... non reggo più a stare in questo posto, sono stanco, vorrei addormentarmi e non dovermi risvegliare più... speravo di trovare qualche verità e mi ritrovo con un pugno di emozioni vacue e le idee ancora più confuse..." "Dai - disse Vittorio - è divertente stare qui... ho visto cose dell'altro mondo! E' il caso di dirlo..." "Sapessi io..." Passeggiando nel dedalo di sentieri che si dipanava tra un interno ed un esterno senza soluzione di continuità, Vittorio e Gino di buon grado - più l'uno che l'altro, in verità - si raccontarono le loro reciproche esperienze e partendo da queste disegnarono sè stessi e nel fitto rimando di pensieri e sensazioni i due amici ritrovati si scoprirono simili, tanto che l'uno più non sapeva se stesse raccontando cose sue o dell'altro, le parole s'intrecciavano le emozioni pure e ad un ricordo dell'uno se ne sovrapponeva uno dell'altro e più non si sapeva di chi fosse... "Certo - raccontava Gino - di informazioni ne ho raccolte, dovrei farne dei riassunti ma non ho capacità di sintesi... è tutta roba che in sede di esame non mi servirà a niente, lo so già, oltretutto temo che tra poco avrò dimenticato interamente ogni cosa... almeno si sapesse il funzionamento di questi esami, ci si potrebbe fare un'idea sul come regolarsi..." "Senti - dice Campus - ho sentito parlare di un Ufficio Registro degli Atti, dove si possono consultare materiali documentari..." Era proprio così. Fatti centodue passi, i due compagni si ritrovarono innanzi all'ingresso di un cinema-teatro, si sarebbe detto, se l'insegna luminosa non avesse segnalato: "Ufficio Registro degli Atti". Un maschera in redingote color porpora li invitò ad entrare: "Prego signori, s'accomodassero!" A chi ne avesse voglia, in quel posto era consentito assistere al colloquio orale di altri passeggeri. Tutti i documenti erano conservati su supporti magneto-ottici a tecnologia avanzatissima (giga e giga e giga di memoria in una superficie non più grande di un bottone di camicia). Chiunque si poteva accomodare, scegliere da un ampio menù - servito dalla stessa maschera - la registrazione di un colloquio, avviarne la proiezione su uno schermo in cinemascope, affondarsi in una delle comode poltrone color rosso porpora, ed assistere gratis allo spettacolo. Era la stanza preferita dagli intellettuali mossi da un interesse talvolta scientifico talaltro morboso verso le motivazioni di coloro che li avevano preceduti. C'erano i filologi, che avidi consumavano nel buio della sala quei documenti divorati dal desiderio di impadronirsi delle ragioni nascoste della Storia, a loro volta componenti un'altra Storia sconosciuta e vera, chi ancora tentava di scorgere le oscure perversioni di ogni ideologia che genera violenza. Per i musicisti, l'intento era quello di trovare, in quei documenti, la traccia del segreto che aveva nutrito le grandi opere e così per i pittori e gli scrittori meno fortunati a cui il Caso non aveva concesso forme compiute alle loro intuizioni sebbene ne fossero degne. Qualcun'altro, lungi dai massimi sistemi, chiedeva in visione i colloqui dei parenti, del padre, della madre, di chi li aveva preceduti, con la speranza di trovare in essi quelle verità che il pudore generato da una troppa intimità aveva lasciato inespresse, esacerbate nel silenzio. Era quello il posto in cui i figli comprendevano, talvolta con emozione e stupore, le ragioni dei padri e viceversa, gli studenti quelle dei loro maestri e viceversa, i mariti quelli delle mogli e viceversa, il nemico quella del nemico e viceversa... nel comprendere le ragioni, qualcuno si rammaricava di non essere riuscito prima a guardare le cose da un punto di vista diverso dall'angolo acuto in cui aveva esercitato il proprio, chiedendosi quali forme di prosciutti avesse avuto sugli occhi tanto da non fargli intendere le dimensioni dei pensieri e dei sentimenti nella loro completezza. E c'era chi si sentiva stupido per l'essersi arrabbiato per una parola che a suo tempo gli sembrò fuori posto o per una cosa che non gli parve fatta nel modo giusto. C'era pure chi, riguardando quei documenti era contento, perché vi ritrovava cose che già conosceva ed amava. Poi c'erano i furbi, che in quei testi cercavano indizi e informazioni per andare bene al colloquio, emulando quegli studenti che vanno ad assistere gli esami dei colleghi per verificare quali sono le domande che cadono con maggiore frequenza. Poveri! Non sapevano che la verità, scritta in uno dei libri non scritti, dice che l'esperienza altrui, a nulla serve, neanche quella dei padri per i propri figli. I due amici sederono su due delle poltroncine e qualcuno offrì loro del pop-corn, poi, a casaccio scelsero dal menù un nome: Massimo dei Rossi, attore incompleto. Costui, informava la scheda introduttiva, per il suo colloquio finale aveva scelto di interpretare un suo monologo inedito, visto che quella - a suo dire - sarebbe stata l'ultima occasione per renderlo edito. Il filmato partì. Una didascalia informava che il documento era opzionato con sottotitoli alla pagina 1.442.536.656.5.745.678. (tanto, chi se li andava a leggere? I sordi? Neanche, visto che in quel posto i sordi riprendevano ad udire). Abito nero e polo grigia, lunghi capelli raccolti a coda ed immancabile orecchino: Massimo dei Rossi, con passi che scandivano un immaginario palcoscenico, respirò profondamente due volte, chiuse per un attimo gli occhi (un primo piano eccellente lo ritraeva concentrato nell'espressione mistica dell'attore in avviamento macchina), poi attaccò: "Oggi è Martedì. Il martedì è un buon giorno per intraprendere un'azione di guerra. D'altronde, tutti i giorni sono buoni per intraprendere azioni di guerra. La mattina, la mattina è quella che parla prima di ogni altra cosa, e se stai attento, già nei piccoli primi segni che incontri al risveglio puoi leggere il decorso della giornata, ogni giorno non è altro che il risveglio di una malattia di fronte alla quale non c'è da fare che combattere per farla passare. Anzitutto, bisogna fare attenzione a mettere giù il piede giusto: se per primo poggi a terra il sinistro con ogni probabilità troverai la macchinetta del caffè ancora sporca del giorno precedente, ed ancora più probabilmente comincerà a piovere non appena uscirai dalla fortezza. Non ci è dato sapere in che modo queste tre cose possano essere intimamente connesse tra loro, ma tant'è. Per evitare questi piccoli seccanti inconvenienti del giorno che esordisce, la prima cosa da fare è svegliarsi col piede giusto. Conviene, se per caso o per sbaglio sia stato posto per primo a terra il sinistro, ripetere l'operazione di levata, facendo molta attenzione a far sì che il piede destro si poggi prima con la punta e successivamente con il resto della pianta, di modo che la sgradevolezza del freddo del pavimento (durante l'inverno) o del caldo umidiccio (durante l'estate) non investa con troppa violenza la propria persona visto che a questo già provvede il suono dell'allarme. Meglio ancora sarebbe premunirsi la sera prima e avere cura a che le pantofole vengano collocate in disposizione che agevoli il loro ritrovamento automatico da parte del piede, operazione che tuttavia conviene fare nel caso in cui non ci sia nello stanzone qualche camerata che possa per distrazione spostarle altrove... non c'è nulla di più anatemico del non trovare le pantofole al proprio posto... Dopo aver posto il piede destro è opportuno per completare la prima fase del risveglio preparatorio alla guerra, poggiare a terra il sinistro, sempre che non lo si sia già perduto in qualche battaglia. Prima ancora di chiamare in causa i piedi, sarà opportuno, per attutire almeno in parte l'impatto col giorno che aggredisce e incalza, elencare in sequenza naturale i numeri da uno a trenta. Un'operazione semplice che consente di guadagnare qualche attimo sul nemico e riprendere gradatamente il filo interrotto del giorno prima per riorganizzare sommariamente la strategia d'attacco. Posto che si sia effettuata la prima e la seconda operazione in maniera appropriata, la fase successiva prevede una eliminazione degli umori negativi accumulati durante la pausa del sonno. Accompagnare l'atto d'evacuazione con ulteriore operazione di conta servirà a quantificare attendibilmente la quantità di umori negativi accumulati durante la notte. Sarà utile effettuare un raffronto tra la conta del giorno nuovo e quella dei giorni precedenti. Un valido stratega stabilirà, al fine di reperire il maggior numero possibile di segni, un codice di riferimento per l'individuazione dell'impronta che la nuova battaglia avrà. Esempio: un'evacuazione che dura da 1 a 30 potrà essere considerata di carattere neutrale. Da 31 a 50 positiva o negativa a seconda degli eventi che simultaneamente appariranno all'atto dell'evacuazione. Un canto d'uccello che coincide col numero 40 potrà essere considerato di auspicio positivo. Non altrettanto si potrà dire di un suono repellente (una radio che gracchia un vecchio successo del festival, per esempio) che si manifesta in coincidenza del numero sessanta. E' facile farsi influenzare da questi primi segni, tuttavia una mente ragionevole e razionale ne aspetterà ancora altri prima di stabilire se la battaglia di quel giorno sarà vinta, persa o rimandata. Aspetterà ad esempio di giungere nelle cucine per verificare lo stato dell'ordigno da caffè: se è pulito, è lecito supporre che qualcosa di buono ci aspetta. Se è ancora sporco, bisogna effettuare la prova di forza. Se l'operazione di svitaggio si svolge senza grandi difficoltà, vuole dire che i piccoli inconvenienti che si incontreranno sul campo potranno essere superati con un minimo sforzo. Se lo sforzo per lo svitaggio è consistente, i contrattempi che con ogni probabilità caratterizzeranno la battaglia di quel giorno, saranno alquanto impegnativi. Se l'ordigno non si svita, è meglio tornare alla branda e simulare che il giorno arrivi il giorno seguente a meno che non ci si prepari serenamente ad affrontare la sconfitta che ci aspetta. Se - cosa da non augurare neanche al nemico, visto che ogni cosa che si augura agli altri, quando si è in guerra torna indietro, nel bene quanto nel male - dicevo se la macchinetta è insidiosamente ancora piena in parte del caffè del giorno prima, è un evento inatteso e ributtante, in certi casi persino luttuoso, che ci aspetta da qualche parte del giorno. A cominciare dallo stesso caffè che finirà sul pigiama o sulla maglia intima cambiata il giorno prima o nella migliore delle ipotesi, sul fornello. In quest'ultimo caso, tuttavia, l'evento va letto in maniera non preoccupante: un colpo di strofinaccio laverà via l'onta senza lasciare traccia. Una battaglia di media impegnatività inizia con un ordigno ancora sporco e che si svita abbastanza facilmente. E' una facilità di cui non ci si può fidare! Bisogna fare attenzione a tre momenti estremamente delicati nella preparazione del liquido nerastro: primo, è determinante che la scura polvere umidiccia vada rimossa con cura e senza spargimento di tracce: che non si faccia cadere sul pavimento, altrimenti bisognerà imbracare la scopa e rimuovere ogni sedimento, operazione che potrebbe togliere tempo prezioso allo svolgimento della battaglia propriamente detta. Secondo: fare attenzione a inserire nella cartuccia sottostante l'acqua in quantità adeguata prima di pressare nel filtro il caffè. Terzo, puntare bene le orecchie e gli occhi, non distrarsi e non farsi cogliere impreparati dal fischio di fuoriuscita che se non bloccato in tempo, determina lo sconfinamento della bevanda al di fuori di orizzonti che non gli spettano, con conseguente invasione di un campo - quello del fornello - che va tenuto immacolato: ogni macchia provocata, corrisponde ad un momento pericoloso nel resto della giornata. L'attenzione che si deve porre a fini antidebordativi, non faccia dimenticare la necessità di predisporre le uno o più tazze - a seconda dei compagni di camerata - nelle quali verrà riversata la dose che ad ognuno tocca, con il relativo quantitativo di zucchero che in via preventiva, con un cucchiaio di taglio piccolo, sarà opportuno riporre nelle suddette. Posto che l'operazione si sia svolta senza grandi difficoltà, si giunge infine al mescolamento, che ricordiamo, è opportuno effettuare con una rotazione dell'oggetto di metallo di piccolo calibro, per dodici volte, numero magico e propiziatorio che col suo esoterico potere consentirà - almeno in parte - di attutire le conseguenze negative di operazioni precedentemente svolte in maniera non corretta.
Una volta somministrata alla propria persona e a quella dei propri compagni di squadriglia la bevanda antigelo, si può passare in rassegna velocemente il proprio apparato corporeo per avviare le operazioni di quotidiana manutenzione: strigliaggio deodoraggio abbigliaggio, poi penna chiavi portafoglio telefono sigarette accendino e fazzoletto: ripeto penna chiavi portafoglio telefono sigarette accendino e fazzoletto, una sequenza che può facilmente essere ricordata con la formula pechiapotesiacfa. E dopo la pechiapotesiacfa, subitaneamente via per le scale e poi per la strada e poi per l'autostrada e poi ancora per le scale e per gli androni e per le scuole e per i piccioni e per i camioncioni di quelli belli belli a gasolio coi filtri sporchi e tra una goccia e l'altra di porcheria di suoni di clacson fischietti e tuoni e radiogiornali, semafori rossi chi ti vende e chi ti vuole comprare e il dare e avere i ratei e i risconti gli ammortamenti le sale d'attesa i postdatati i cibi precotti l'orario dei voli il cambio dell'olio la benza la pinza del dentista la samba du dolor e il franco tirator la musica classica del telefono in attesa si passa si passa da una postazione all'altra e puntualmente proprio mentre si sta per dire questa volta non ritento, ho vinto! Ecco che hai dimenticato che cosa hai vinto. Cos'era che si doveva vincere? Un telo da bagno? No! Una nuova teiera? Neanche forse. Una settimana col viaggio turisanda no alpitour No? Ahi ahi che mal... un'automobile tutta nuova da farsi rubare, una promozione, un abito da sposa con dentro la sposa... non mi ricordo, diavolo, non me lo ricordo! E domani dovrò ricominciare... Oggi è Mercoledì. Il mercoledì è un buon giorno per intraprendere un'azione di guerra. D'altronde, tutti i giorni sono buoni per intraprendere azioni di guerra. La mattina, la mattina è quella che parla prima di ogni altra cosa, e se stai attento, già nei piccoli primi segni che incontri al risveglio puoi leggere il corso della giornata per capire quanto sarà diversa da quella che l'ha preceduta. Tutto il decorso, ogni giorno non è altro che il risveglio di una malattia di fronte alla quale non c'è altro da fare che combattere per farla passare. Poi una mattina non senti l'allarme suonare, al suo posto voci che da lontano gridano è finita! E' finita! C'è chi piange chi stringe la mano ad un altro chi si abbraccia e si bacia con trasporto singhiozzando sulla spalla di un altro... condoglianze, condoglianze. Condoglianze? L'allarme non è ancora suonato e pensi "questa volta gioco d'anticipo", salto e passo dritto all'obiettivo, salto i pasti passo ai semafori brucio gli appuntamenti smetto di fumare riprendo a nuotare sospendo la battaglia e vado a ritirare il premio. Quale premio? Quello che in qualche modo mi sarò meritato. Condoglianze, condoglianze... ancora?! Che vuole dire? L'allarme non è suonato? E allora? La guerra è finita! Non vedi quanta gente si stringe la mano e si abbraccia e si bacia con trasporto singhiozzando sulla spalla di un altro... condoglianze, condoglianze. La guerra è finita. Per me è finita? No, andiamo cauti con queste affermazioni. Cosa vuole dire è finita? Ho ancora una bolletta da pagare, quattro piante da annaffiare, un certo numero di individui a me cari da crescere, educare, avviare, mezzo studio ancora da arredare tre amici da cui farmi perdonare, un espresso da spedire ed un quadro da completare, una radio da aggiustare un sacchetto della spazzatura da gettare... mi porto dietro un elenco biblico di operazioni che devo ancora compiere. Cosa mi venite a raccontare, cosa racconterò al mio capitano! E ai miei soldati? Si perderanno senza una guida.
Luigi Pacchione detto Cicco. E' lei?
In persona
Nato a?
Ischia. Il 14 Maggio del 1950. Anno pari. Non bisestile. Numero fortunato il 5. Segno Toro scarpe 43 statura morale media tendente al basso. Brachilineo con leggera tendenza all'obesità.
Non ci interessa questo. Professione?
Studente
Ancora?
Per vocazione. Ciò che ho fatto l'ho fatto con l'intento dello studioso
Cosa ha fatto?
Per sommi capi?
Per ora si
Dunque per sommi capi... ho molto combattuto
Per un ideale?
Non direi
Per cosa?
Era appunto questo che cercavo di dire poc'anzi, che spesso si combatte senza sapere esattamente per cosa...
Automunito?
Si
Patentato?
Naturalmente
Possiede orologi?
Uno. Marca Zenith anno di costruzione 1970. Provai a venderlo in un momento di bisogno, tuttavia non ci riuscii
Non importa. Aspirazioni?
Nessuna in particolare. Da giovane avrei voluto fare il maestro di Sapere Infinito, avrei dovuto studiare per molti anni e ho fatto tre anni in uno.
Amori?
Molti: il tennis, lo sci d'acqua, la nutella, le pappardelle ed i film dell'orrore
Non questi. Quelli veri
Questi sono veri
Grado d'istruzione?
Medio tendente al medio
Malattie infantili?
Orecchioni, scarlattina, mania di emulazione dei supereroi e crisi di priapismo, che ancora oggi di tanto in tanto tornano ad assillarmi Servizio militare?
Assolto
Confessioni?
Assolto
Sport?
Salto. Con l'asta e senza
Letture preferite?
La gazzetta dello Sport, i libri di Musil e gli avvisi condominiali Letture eclettiche
Direi di si. Per mantenermi in forma
Alimenti preferiti?
Olio du coeur, naturalmente
Naturalmente. Ha subito furti?
Si. Un motorino, dei pattini, un pedalino e un'oca
Professione?
Terapista della riabilitazione
Poc'anzi ha detto studente. Si contraddice...
Apparentemente... per vivere ho svolto la professione di podologo.
Specializzato in occhi di pernice su piedi taglia 43
Signor Pacchiani, le sue risposte sono prive di qualsiasi coerenza. Lei ha detto un otre di menzogne. Dalle sue risposte emerge chiaro un dato: lei non esiste, non è mai esistito se non nella fantasia avvizzita di uno scrittore di terz'ordine!
Mi scusi... credo di non capire
Pacchiani, lei è un mostro di inutilità!
Abbia pazienza: torniamo un attimo indietro: oggi è mercoledì e l'allarme non è suonato..; credevo che la guerra fosse finita, stavo rallegrandomi di questo, quando mi ritrovo di fronte una voce non bene identificata che inizia a farmi domande, insulse, che non si capisce dove vogliano arrivare! Se vogliamo giocare giochiamo, se dobbiamo fare sul serio, inizi lei a spiegarmi chi è e cosa vuole da me!"

Gino era affascinato dall'abilità con cui l'attore De Rossi gestiva da solo il dialogo-monologo, Vittorio meno. Fece anzi notare al suo amico che qualcuno della commissione, ripreso in campo lungo, sbadigliava mostrando l'ugola. E intanto Dei Rossi procedeva imperterrito nella sua performance:

"Pacchione è un personaggio odioso per i suoi precedenti ma per la parte che ha, consapevolmente o no, recitato. Dal momento del suo arresto e per l'intera durata del processo, Pacchione ha voluto interpretare la maschera del povero uomo, un piagnone che cerca di salvarsi fingendosi più ignorante e sciocco di quanto non sia. Certe sue sceneggiate, certe lacrime, certe inverosimili esclamazioni, perfino l'uso di una lingua antiquata e rustica legata al dialetto, insomma il suo comportamento era chiaramente centrato sull'intenzione di convincere la corte che in nessun caso un personaggio così poteva essere "il mostro", se non altro per inadeguatezza: "Un pover'uomo che la mattina si alza per andare a lavorare e per portare i soldi a casa, non ha il tempo neanche di farsi per bene la barba... Che dovevo fare?
Signor Pacchione, comprendiamo la sua angoscia. Ci dica: qual è la cosa che l'ha ferito di più in questo processo?
La falsità della gente e le impertinenze del pubblico ministero E qual è la cosa che più le ha allargato il cuore?
I miei amici e tutti quelli che mi hanno creduto quando ho detto le bugie. Mi hanno detto "ce la faremo". E Dio mi aiuta in questo.
I suoi parenti la difendono dall'accusa di essere il mostro, ma hanno terrore di lei. Non si sente in colpa nei loro confronti?
Non mi sento in colpa, ci siamo perdonati e un giorno capiranno di più. Io poveretto sono violento ma ho un cuore grande.
Se verrà assolto, cosa crederà di fare?
Mi occuperò degli handicappati e vorrò bene a chi mi ha voluto male Chi le ha voluto più male?
La giustizia. Gli inquirenti e la gente falsa alla quale non vorrò male. Dio punirà tutti questi. Io provo tanta compassione per la giustizia, e ad essa auguro che possa trovare dei veri mostri e non un povero disgraziato come me. Io non odio nessuno, sono cristiano e vorrei augurare a chi mi ha fatto del male quello che è stato fatto a me. I mostri non sempre sono quelli accusati ma anche quelli che accusano.
Dov'è finito quell'omaccione che attaccava briga per un nonnulla? Che ne è del padre padrone che rubava le caramelle ai figli, che costringeva tutti a schifosissime prestazioni sessuali, persino il forno a microonde e l'orsacchiotto di peluche, che terrorizzava i vicini con peti reboanti? Svanito nel nulla, esorcizzato dalle preghiere, purificato dalla fede. Questa è la figura oggi del Pacchione. Un cristiano che ammette poche colpe e si batte poco il petto, che promette il suo perdono a tutti coloro che gli hanno fatto il male.
Certo è un disgraziato schiacciato da un ingranaggio più grande di lui...
Dimmi chi sei, Dio Cane, dimmi chi sei!
Io mi rimetto alle vostre coscienze. Ho detto tutto nei memoriali e compagnia bella. Ho lavorato tanto e senza fare molte storie. Credetemi, la verità verrà fuori!
E intanto, si fruga nel taschino della giacca, estrae il suo santino, lo mostra ai giudici
Lo prego giorno e notte che vi faccia scoprire la verità. Gesù è mio fratello. Io ho voluto bene a tutti, non ho fatto questo male. Ho detto la verità. Sono innocente. Abbia pazienza signor presidente. Ho il cuore infranto..."

L'attore Dei Rossi aveva raggiunto un livello di pathos da apprezzabilissimo filodrammatico che entusiasmò Gino il quale ebbe persino un attimo di commozione, tanto che commentò: "Vedi, questo è un individuo ripugnante, eppure è così umano..." Vittorio dal suo canto iniziava ad annoiarsi di tanta finzione: il teatro gli era parso qualcosa di superfluo e vagamente ridicolo: che bisogno c'è di emulare la vita quando essa già di per sè è così emozionante e magnificamente teatrale? Queste considerazioni se le tenne per sè. Si limitò a dire: "Vediamo come va a finire..." Campus intendeva l'esame, De Angelis il monologo.. Lunga pausa sofferta dell'attore, in ginocchio testa inchinata, un silenzio puntellato di un pianto posticcio di discreta fattura. Poi si solleva e pienamente calato nella convinzione della bontà della sua esibizione, accenna ad un inchino davanti alle facce sbadiglione della commissione.
"Molto bene signor dei Rossi - fece una voce provenire dal campo lungo - ha altro da aggiungere?" "Ho detto tutto con questo mio monologo..." "Molto bene. Mi consenta una domanda di cultura generale..." Dei Rossi non se l'aspettava una domanda del genere... "Quanto costa un litro di latte?" Contrariato, l'attore reagì come ad una provocazione: "Scusi, cosa c'entra il latte con il mio monologo?" "Molto bene. qual è il tasso d'interesse medio per un prestito personale?" "Abbia pazienza, non capisco la domanda..." "Molto bene. Ha mai fatto reclamo all'Azienda Municipalizzata Acquedotto per una bolletta troppo esosa?" "Non lo ricordo e in ogni caso continuo a non capire: che razza di domande sono queste?" "Molto bene." "Molto bene cosa?!" "Molto bene. Può andare." "Dove?" "Dove le pare. Ma non avanti né qui. Torni da dove è venuto. Ha lasciato molte cose per strada. Le vada a raccogliere, altrimenti resta senza viveri per il viaggio, che è lungo. Vada... di chi è la volta?"

Il filmato s'interruppe. Gino commentò: "Non sono strani questi esami?" "Strani rispetto a cosa?" "Rispetto a come me li figuravo..." "Non lo so, può darsi..." "Vittorio, il nostro turno quando arriva?" "Quando verrà il momento..." "Bravo. E non ti senti inquieto?" "Davanti a ciò che non puoi scegliere devi stare tranquillo." Le luci nella sala di proiezione s'accesero piene e un grande megafono trasparente posto al centro del soffitto annunciò: "E' ora la volta di Luigi De Angelis detto Gino. Prego accomodarsi all'Aula Magna". De Angelis sentì il cuore in gola. Come quando dovette affrontare gli esami di maturità. Vittorio lo guardava con un sorriso amichevole e un velo canzonatorio: "Che sarà, mica hai paura!" "Dovrei negarlo? Se fosse ancora possibile..." "No, devi stare tranquillo. I giochi sono fatti. Quello che sai, sai. Non puoi fare altro." "E' esattamente questo che mi preoccupa... basterà?" "E' inutile che ora te lo chieda. Devi andare e basta. Non resta altro da fare..." L'amico non sapeva essere rassicurante, però le sue parole bastarono a far decelerare i battiti cardiaci di Gino, che nel silenzio asettico della sala di proiezione deserta, avevano rimbombato per qualche istante in maniera insopportabile. Dalla tenda di velluto porpora apparve uno steward dalla divisa lilla che con passo sicuro si diresse verso De Angelis sprofondato nella sua poltroncina: "Allora, vogliamo andare?" "Non possiamo rimandare?" fece timido e ridicolo. "Non possiamo. Se vuole, con lei può venire il suo amico..." poi indirizzandosi all'altro: "Lei deve sostenere il colloquio?" "Presumo di si..." "Allora venga anche lei... andiamo?" I tre si avviarono lungo un corridoio che in profondità tendeva a restringersi ed all'estremità del quale s'intravedeva una luce forte non accecante. Lungo le pareti del corridoio erano distribuite finestre dalle più varie forge, alcune aperte, altre semi appannate, altre ancora sbarrate. Gino tentava di essere colloquiale: "La luce che vediamo là è quella di cui parlano alcune persone che hanno vissuto un'esperienza di premorte in stato comatoso..." Vittorio non commentava, attratto dalle finestre, alle quali di tanto in tanto si affacciava. Gino domandava: "Che vedi?" Vittorio non rispondeva. Lo steward dalla divisa lilla non dava loro alcuna fretta. Gino, mosso dalla curiosità, si affacciò. E vide. Vide il giardino della sua casa d'infanzia e sua madre che tagliava i pomodori. E ricordò. Ricordò il sapore di quei pomodori sul pane, con l'olio d'oliva e il sale. E rivide la nonna col grembiule che gli asciugava il naso... le cadute e le sbucciature delle ginocchia, vide la tavola imbandita la domenica, il temperino del padre e i suoi gesti minuziosi e precisi per scolpire una barchetta in un ramo di ciliegio, e vide i mandorli della primavera e la terra bagnata e profumata del campetto dietro la sagrestia dove il pomeriggio si andava a giocare con Pepp'o scienziato, Giuvanne c'a chitarra, Michele 'o sghembo, Gennaro 'o pappavallo e gli altri. E ricordò di quanto costasse poco essere contenti. Vide sè stesso in divisa partire per Roma e la caserma, le lenzuola ruvide, i canti notturni per le strade deserte e l'odore delle magnolie nell'estate inoltrata, nei pressi di Piazza del Popolo, il vino annacquato ed i merluzzi fritti nella cantina di Campo dei Fiori, assieme ad Arturo di Cosenza che non aveva una lira e che ne inventava di mille colori per fare qualche soldo da inviare ai fratelli... i grandi amici, quelli che si dicono per sempre, persi di vista ed ora rieccoli di nuovo lì, ad abbracciarsi prima di congedarsi, scambiarsi indirizzi che a niente serviranno se non a far meglio fronte alla durezza di ogni addio. E ricordò di quanto fosse felice e neanche lo sapesse. Vide Anna la sera della festa di San Procolo, sul lungomare e le pannocchie alla carbonella, la folla, i lupini e i menelik, gli abiti lisi ed eleganti dei vecchietti col bastone e le barbe ben curate, le signore coi sorbetti al limone ed Anna che appare e scompare tra la folla fluttuante e le grida e le corse dei bambini e i fuochi a mare e le lampare e che coraggio che ci vuole per avvicinare Anna, com'è bella Anna, con la gonna plissettata a fiori e lo scialle di lana bordò ed i capelli lunghi tirati all'indietro a coda di cavallo... com'è noiosa sua sorella Marisa gelosa che continua a dire "dobbiamo andare, dobbiamo andare, nostro padre ci aspetta...". Vide gli invitati e il brindisi a calici incrociati e il crocifisso in capo al letto, i conti, i bronci i ragù, Anna a letto con il mal di stomaco e di Arturo il primogenito, il primo bagnetto, la cabina al lido del sole, la sabbia che scotta e lo scopone sotto l'ombrellone e intanto Arturo cresce e nasce pure Brigida... sente le vocine di Brigida e di Arturo che in un attimo sono già voci, non più soltanto figli, ma compagni, giudici, padri e madri a loro volta, e li vede allontanarsi e gli viene voglia di abbracciarli e di fermarli e dire non andate via, restate ancora, vede il novantesimo minuto alla domenica in televisione, le briciole sulla tovaglia, e l'aria indolente dei tardi meriggi d'autunno col raggio dell'ultimo sole che si poggia sulla faccetta di Luigino figlio di Arturo che è ormai cresciuto, non fa più i capricci e continua a giocare coi mattoncini colorati che Babbo Natale gli ha regalato. E ricorda. Di quando scopriva in Luigino Arturo e Arturo in sè stesso, la contentezza di non dovere lavorare, la voglia di ricominciare... perché è finito così presto? Stringeva i denti per fermare lo straripamento di un pianto oceanico: "Avessi almeno avuto il tempo di accorgermi di essere stato contento... vi prego, datemi modo di ritornare!" Lo steward poggiò una mano sugli occhi di Gino: "Non ora. Adesso è il tempo per restare soli." Gino solo lo era in quel momento come non lo fu mai. Lo steward camminava verso il fondo del corridoio. Vittorio, ancora affacciato alla finestra, guardava sorridendo. Con grande naturalezza, senza nessuna sofferenza, si tirò indietro, chiuse i battenti di una delle tante finestre alle quali si era affacciato: "Allora, ci siamo?"

Varcano l'arco della Grande Aula. La luce è forte. Più di quanto non apparisse dal fondo del corridoio. L'aura azzurrognola e diffusa non lascia intuire i contorni dell'ambiente. Lo steward si congeda: "A voi la parola..." Campus e De Angelis si guardano intorno, a stento s'intravedono sagome di porte lungo le pareti circolari. Dall'alto appare lento in solenne discesa - accompagnato da uno squillo di trombe - un disco fatto forse di plexiglas, di nuvole e di un metallo sconosciuto. Silenziosamente, scende all'altezza delle teste dei due compagni. Dal fondo della sala, un venerando vecchio dall'età indefinita, lunga barba bianca ed un saio color caffellatte (un monaco cappuccino, si disse Campus), seguito da altri uomini in tute ginniche, freschi e profumati appena usciti dalla doccia, si avvicina al disco che, attraverso un incomprensibile effetto speciale, germina come rami, ai suoi lati, delle sedie. Il vecchio e i suoi assistenti prendono posto intorno all'oggetto non identificato fattosi tavola rotonda, in silenzio, ben sapendo quale sia il posto di ciascuno. Gino col cuore in gola sussurra strabiliato: "E' Dio... Vittorio, è Dio!" Vittorio non risponde. Guarda la scena aspettando di capire chi siano quelle persone e che cosa stia per accadere. Gino con voce tremante continua a dire: "Dio, Dio in persona..." Il vecchio, accomodatosi, invita con un gesto garbato i due amici a prendere posto, accanto a loro, intorno alla tavola. Sorride scuotendo il capo. Campus avanza senza indecisione, lento e si siede al tavolo. De Angelis inquieto avanza continuando a dire: "Dio mi invita alla sua tavola... allora non sono tanto una merda..." Il vecchio, come se avesse ascoltato, commenta: "Tu non sei una merda. E io non sono Dio. Anche se gli somiglio. Anche tu gli somigli. Tutti noi in qualche modo gli somigliamo. Vieni a sedere e parliamo." Obbedisce. Siede accanto a Vittorio. Un uomo porta del vino e dei bicchieri. Li distribusce a tutti mentre il vecchio, ad uno ad uno mesce. Bevono. "In vino veritas... siamo qui per dirci la verità, e il vino è il modo migliore per incominciare. Allora, che intuizioni abbiamo coltivato al Primo Livello?" chiede il venerando. De Angelis e Campus non rispondono. Danno l'impressione di quegli alunni che, interrogati, non hanno studiato oppure hanno dimenticato oppure non sanno da dove cominciare. Il vecchio manifesta i modi di chi non ha nessuna fretta e per un tempo che sembra loro interminabile, non sollecita risposta. Poi per diluire il silenzio chiede: "Luigi De Angelis detto Gino e Vittorio Campus... siete amici?" "Si" risponde il primo deciso. L'altro precisa: "Abbiamo fatto le scuole insieme, amici non lo eravamo. Ci siamo ritrovati qui..." "... e abbiamo scoperto di avere un mucchio di cose in comune..." "Bene. Avete la facoltà di colloquiare con noi. Procediamo con ordine? E sia." A questo punto, uno dei giovani assistenti allungando a dismisura il braccio di gomma, apre il fascicolo fuori formato posto su un leggio al centro del tavolo. Si alza e legge: "Dal Libro Mastro del Primo Livello Superiore, pagina 1.442.536.656.5.745.678. Luigi De Angelis detto Gino. Nasce a Fragneto Monforte nel 1925 da Umberto e Carmela Ciaramella... mostra sin dai primi anni della sua infanzia una forte propensione verso il nulla..." il vecchio interrompe: "Va bene va bene, entriamo subito nel merito. Durata dell'ultimo passaggio concesso?" e l'altro: "Sessantuno anni, quarantacinque giorni, quattordici ore, ventisei minuti e trentadue secondi." Bene. Livelli di opzione?" "Dodici di base più tremilaseicento varianti per ognuna di esse." "Bene. Adoperati?" "Nessuno, a quanto risulta..." "Nessuno? Bene." De Angelis in silenzio assiste al dialogo, cercando di comprendere di cosa si stia parlando. Vittorio ascolta dando l'impressione di intendere perfettamente. Per questo sottovoce Gino gli chiede: "Che sono i livelli di opzione?" "Le possibilità di scelta che hai avuto, credo. Sentiamo." L'assistente riprende la lettura della scheda tecnica di quell'esistenza: "Motivo occasionale dell'ultimo trapasso: embolia cerebrale. Causa reale: noia." Noia? Bene." commenta il Vecchio. "Numeri di rinvii effettuati al Primo Livello Superiore: quattro. Primo passaggio: 1335-1364 sotto fattezze di ciabattino. Motivo occasionale del trapasso: calcio di un cavallo. Causa reale: Noia." "Ancora? Bene." "Secondo passaggio: 1567-1601 sotto fattezze di mercante. Motivo occasionale del trapasso: morte violenta ad opera di predoni. Causa reale: Noia." Gino sottovoce chiede ancora all'amico: "Che sono i passaggi?" "Probabilmente le vite precedenti che hai affrontato. Ascolta." il giovane prosegue: "Terzo passaggio: 1745-1799 sotto fattezze di cantore eunuco. Motivo occasionale del trapasso: tisi..." "Causa reale: Noia." lo anticipa il vecchio. "Esatto." conferma l'assistente. "Recidivo - annota il saggio - Luigi De Angelis, tu sei un recidivo. Bene. Hai avuto quattro prove d'appello e le hai utilizzate tutte allo stesso modo. Che vogliamo fare?" Gino mortificato non sa cosa rispondere: "Io... io non sapevo nulla di questo... non ricordavo di avere vissuto tante vite..." "Questo è normale - disse il vecchio - sono cose che non si possono ricordare. Chi ricorda non ha bisogno del rinvio... Gino, tu sei un brav'uomo, perché non sei riuscito a superare te stesso? Possibile che dopo tanti tentativi non abbia compreso che l'unica cosa che dovevi fare era quella di non farti prendere dalla noia?" "No..." "Bene. Vogliamo parlare di te?" "Non saprei da dove cominciare..." "Comincia da un punto qualsiasi..." La verità, tutta la verità e nient'altro che la verità..." precisa un altro assistente con fare da avvocato di telefilm americani. "E sia... - Gino attacca - Ho trascorso la prima parte della mia esistenza a racimolare grandi frasi, ipotizzare situazioni di vita tanto esemplari, da potere un giorno essere degne di assurgere a letteratura. Ho consumato l'infanzia, l'adolescenza e buona parte della giovinezza a pronosticare i mille possibili risvolti che la mia permanenza sulla terra avrebbe potuto assumere, nessuno escluso, in uno sconclusionato turbinio di potenziali esistenze, sottraendo in questo modo la mia presenza allo scorrere delle cose quotidiane. Non di rado, quando sentivo venire meno il mio potere immaginativo, sentivo di essere affetto da una terribile forma di... " "Cronorrea?" suggerisce il vecchio "Esatto - ripete De Angelis senza sapere il significato della parola ma intuendola esatta - cronorrea, che mi avrebbe ben presto portato alla vecchiaia senza che nulla di importante, nel corso del tempo, potesse accadere. Non che nella mia visione del mondo accadesse qualcosa di speciale, anzi: era nelle sfumature di certe frasi, nell'irripetibilità di situazioni minimali, nell'esecuzione perfetta di un gesto abituale... era in questo e non in altro - che io ritrovavo la mia vita prossima a qualcosa di straordinario e inimitabile. All'urgenza di concretezza cui più volte i miei parenti mi richiamarono, rispondevo con una violenta autoreclusione nella carlinga del mio sogno ineffabile. Man mano che progredii negli anni - quelli reali, non quelli che lasciavo scorrere velocissimi nella mia febbrile attività immaginativa - constatai che il mio sogno aveva qualche difetto di fabbricazione, stentava a decollare. Troppo grosso e soprattutto ali piccoline. Il mio sogno somigliava a una gallina. Fu proprio nell'epoca in cui le mie coetanee iniziavano a sbocciare e ad elargire generosamente le loro primizie, che io per tre giorni e tre notti rimasi a contemplare il sogno per afferrarne i contorni: i miei genitori, non conoscendo l'entità e la natura dello sforzo, constatarono solo che il loro figliuolo era da tre giorni chiuso in camera, disteso sul letto affetto da influenza. Fu chiamato il medico che guardò le tonsille, auscultò le spalle e ribaltò le palpebre senza scorgervi nulla di rilevante e soprattutto senza minimamente sospettare che dietro quella lingua leggermente ingrossata, c'era un sogno che stava assumendo la consistenza del mostro di Lockness. Per dire qualcosa di terribile, di molto plausibile e al contempo poco credibile tranne che dai creduloni. Il fatto è che non mi resi ben conto di costa stesse realmente accadendo. Abbia pazienza, sto cercando di prendere tempo aspettando che mi vengano le parole giuste per meglio far comprendere ciò che nella realtà dei fatti accadde..." "Prego, ha il tempo che vuole..." "La superficiale lettura che da poco avevo compiuto di Cartesio, mi diede lo spunto per affrontare adeguatamente l'animale sconosciuto che si stava nutrendo del mio tempo migliore. Intuii che un modo razionale per affrontarlo sarebbe stato quello di scomporlo in unità elementari, in tanti piccoli sogni, di modo che ognuno di essi, forte della leggerezza di cui non godeva quando faceva parte di un unico organismo, potesse prendere la strada della concretazione. Alla quindicimillesima volta che mi posi la domanda: "Cosa Vuoi?" "Cosa Vuoi?" "Esatto, cos'è che vuoi... sfibrato, rinunciai all'unica risposta plausibile che mi venisse in mente... "niente", per cercarne qualcuna che mi aiutasse, gradatamente, a smantellare l'enorme sogno da cui ero afflitto, perché l'opera di scontornamento, destrutturazione e recupero su di un piano di fattibilità potesse essere eseguita. Fu così che presi nota su un taccuino di uno spropositato elenco di cose cui fino ad allora non avevo pensato. O non avevo creduto di pensare, il che è lo stesso... una penna stilografica con pennino d'oro, una faccia di bronzo, una voce da tenore, un piede meno piatto, un piatto di maccheroni, una macchina sportiva, un sorriso solare, una luna nel pozzo, un pazzo da ascoltare senza temere, un viaggio in India ed un soggiorno a Gabicce, un sigaro, un kilo di cioccolatini nudi ed impudichi, dei lombrichi ed un microscopio, il decalogo del saper vivere, una novena, un otto volante, un setter, un seiko, una cinquina, un quaderno, una terzina, un binario, un monouso sanitario... avrei potuto continuare all'infinito il mio elenco di possibili desideri, all'infinito, quando squillò il telefono..." "Poteva continuare..." "Squillò il telefono..." "Ecco..." Gino resta in silenzio senza proseguire il suo racconto, il venerabile ne profitta per una considerazione: "Bene. Noto che in questo elenco di desideri non vi è alcuna gerarchia, o sbaglio?" "Affatto" "Direi che trattasi di un'accozzaglia di elementi accumulati secondo banali associazioni estemporanee di pensiero..." "Infatti. La gerarchia non c'è. Il lungo elenco, lo ripeto, rappresentava il misero tentativo di dare una faccia anche se momentanea a quel sentimento indecifrabile che d'estate, sotto le stelle di San Lorenzo, mi aveva lasciato tante volte impreparato. Ogni volta che tentavo di tradurlo in parole, fuggiva, per ripresentarsi talvolta appena percettibile sotto le parvenze di una vaga inspiegabile inquietudine. Vedevo l'ombra di un oggetto stupefacente nascosto, ed ogni volta che tentavo di svelarlo, l'ineffabile sensazione assumeva parvenze inadeguate, così come quando dietro le meravigliose ombre cinesi ti accorgi che ci sono mani non particolarmente belle in goffe posture e dietro il profilo di un cigno c'è un braccio e una mano che accennano ad un gesto volgare..." "E' normale. Ecco perché la maggior parte di voi tende a non tradurre in realtà le sue aspirazioni. Ognuno preferisce lasciarle vagare nella rassicurante galassia delle utopie... potrebbe essere imbarazzante, pericoloso, se all'improvviso accadesse che ciò che per tutta la vita si è desiderato, si realizzasse. " "Bravo. E' vero. Pensi a quel poveretto che per tutta la sequenza dei suoi Venerdì ha giocato la schedina e una bella domenica scopre di aver vinto cinque miliardi. O al fervido credente che una sera tornando a casa incontra Dio in carne ed ossa, esattamente quel dio che aveva tante volte desiderato da piccolo guardando le illustrazioni nel libro di lettura o negli affreschi della sagrestia... Dio che si presenta e dice: eccomi sono qui... vede, il desiderio di cui le parlo, mi scusi se sembro ripetermi, non è un desiderio vero e proprio, piuttosto un conato di desiderio. Vuole un esempio? Pensi ad uno che ha il fiatone senza aver fatto alcuno sforzo e senza soffrire d'asma. Direi che in me crebbe un'innata propensione al gesto inutile che fin da piccolo mostrai, come tutti i bambini d'altronde, ma che a differenza degli altri bambini non smisi d'indossare neanche quando fui - almeno nell'aspetto - un uomo. La propensione istintiva verso il gesto superfluo divenne con l'età della ragione una vera e propria poetica che cercai di tradurre in frasi del tipo: "Fai qualsiasi cosa, purché non abbia un fine. Ogni fine è una fine, il fine uccide i mezzi..." ed altro ciarpame letterario del genere. Frasi che segnai sul mio taccuino e che, trascorso qualche tempo, nel rileggerle, persero quel vago alone di fascino che in origine ebbero. La frequentazione della poesia incrementò il gusto perverso per il gesto inutile, per l'effetto senza causa. La poesia è un gesto che gode della purezza delle cose superflue, simile a certe malattie che spuntano all'improvviso e non sai per quale motivo ti siano venute e allora si fanno mille e mille ipotesi che a nulla valgono... alla fine, l'unica verità inconfutabile è che i fenomeni accadono perché devono accadere." "Questa è una tautologia da fatalista, vada avanti" "Che dirle... delle cose fui attratto dagli aspetti marginali, quelli che una mente sanamente informata al funzionalismo delle azioni, scarta automaticamente perché non producono risultato. Devo dire che l'aver vissuto alcuni anni affetto da cronorrea mi è servito a fare scorta di rivelazioni, inutili seppure interessanti." "Quali? Faccia un esempio" "Per esempio ho scoperto che la fortuna di questo o quell'individuo dipende in buona parte dal grado di immedesimazione che si profonde nell'esecuzione del ruolo scelto o affidato che sia. Ho capito che per potersi immedesimare adeguatamente è necessario non essere possibilisti, bisogna credere irrevocabilmente - e dunque far credere - che si stia facendo esattamente ciò per cui si è nati e che null'altro si sarebbe potuto fare. E' una menzogna, perché le vocazioni vere sono poche, sono doni - o croci talvolta - che il signor Dio affida soltanto ad un numero esiguo di addetti, quanto agli altri, sospetto che lasci grande libertà di scelta. Siamo tutti talenti eclettici, sostanze sottili o grossolane in grado di adeguarsi a qualsiasi contenitore. Compresi molto presto che qualsiasi cosa avessi fatto non ne avrei ottenuto il giusto riconoscimento, perché mai sarei riuscito ad immedesimarmi nel ruolo scelto. Da questa considerazione ho ricavato una teoria secondo la quale, due sono le attitudini che si possono tenere nei riguardi dell'esistenza: una è quella di colui che riesce a materializzare una piena ed incondizionata adesione al proprio ruolo. E' l'atteggiamento di chi ha - o si è felicemente convinto di avere - una vocazione. E che questa sia vera o finta, poco importa, l'importante è persistere. Anche una bugia, detta cento volte, alla fine diviene verità..." A questa frase Vittorio ebbe un piccolo sussulto: dove l'aveva già sentita? Da Gino, forse, in altre circostanze... l'amico continuava impassibile l'esposizione del suo assioma: "L'altra è l'attitudine a vivere la propria attività - qualsiasi essa sia - ben distinta dalla propria individualità, della quale è in qualche modo parziale espressione, certamente non sostanza. In fin dei conti, le due attitudini sono speculari l'una all'altra: se nella prima l'uomo finge di credere, nella seconda l'uomo crede di fingere. Devo dire inoltre che l'ozio mi ha insegnato a guardare le cose del mondo da un'angolazione privilegiata, dalla quale ogni piccolo dettaglio può assumere la sua significanza. Attraverso la messa in scena, la vita si riscatta ed assume un senso di compiutezza, una progettualità la cui decodifica è privilegio di chi si è avvicinato alla vita senza un desiderio preciso. Pensi ad esempio al vestirsi la mattina. Per un uomo ragionevole c'è un tempo preciso, diciamo intorno ai dodici minuti nodo alla cravatta e ai lacci compreso, per vestirsi. La scelta della camicia e dei pantaloni da abbinare è un'operazione che l'uomo con cinque grammi di gusto svolge in maniera naturale e automatica, pensando che la cosa non avrà alcuna implicazione sul resto della giornata. E invece, scegliere una camicia azzurra e non arancione, non è la stessa cosa! Quel colore, a nostra insaputa, genererà delle conseguenze incontrollabili, persino fatali talvolta! Allora due i casi, anzi tre: non rendersi mai conto di quanto sia importante la cravatta che scegli la mattina, oppure rendersene conto, e a questo punto due le soluzioni: o cedere di fronte alla difficoltà di poter prevedere l'immensa casistica di possibilità determinate dalla scelta di questo o quell'indumento, ovvero optare per un controllo graduale sulle conseguenze che il gesto di scegliere cosa indossare - apparentemente innocuo - può determinare. L'uomo saggio dovrebbe distinguere la cravatta da combattimento da quella di difesa, il pedalino da conferenza stampa rispetto a quello da visita al museo. Preso di per sè, ciascuno di noi non vale un gran che. Sono gli elmi le alabarde le corone i guidoni gli orpelli le martingale i cappottoni che fanno la differenza. Certo non solo quelli, è ovvio. Sto parlando d'immagine in quanto strutturazione di un contenuto. Nulla esiste se non le si da forma. Nulla esiste se non ha un verbo attraverso cui vivere e per converso, ogni verbo contiene in sè qualcosa che esiste. Anche il verbo inventato racchiude in sè una verità. Capirà bene quanto fosse stato difficile, per un uomo invasato da questi pensieri, cercare di distinguere per bene ciò che fosse vero da ciò che fosse falso. Intendiamoci: nella prassi è facile distinguere un semaforo da un babbo natale, è nel sentimento che diviene più complesso il discernimento. Nel sentimento, ciò che esiste è troppo vicino a ciò che non esiste, ciò che è falso somiglia troppo a ciò che è vero. Vuole un esempio? Prendiamo un argomento a caso: l'amore. Quante persone possono dire con franchezza suprema se hanno amato o meno questa o quella cosa o persona? Quante?" "Moltissime" disse pronto uno degli assistenti. A questo punto Vittorio, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, intervenne: "Moltissime. E' vero. Tuttavia andando bene a scandagliare nel profondo di queste anime salde e sane, di certo si troveranno le screpolature nelle quali si vanno ad insediare una miriade di pensieri informi di natura virale, una sorta di batteri come quelli che si insinuano negli interstizi dei denti e formano la placca dentale, che ad occhio nudo non si vedono e che col passare del tempo formano una patina che incupisce anche la più splendida delle convinzioni, comincia a farla ammalare, sebbene apparentemente nulla sia cambiato, simile a una carie interna, che si scopre solo quando è in stato avanzato. Molti di noi non hanno il coraggio di guardare il sentimento nella sua totale crudezza. Fanno una scelta. Utile e morale, in virtù della quale si sceglie quale parte del proprio sentire privilegiare e rafforzare e quale rimuovere, sopprimere, negare. Sta di fatto che nulla si può rimuovere e negare per sempre. Si può al più nascondere, prima o poi ritorna a galla. E così l'uomo che ha amato non può negare di non aver potuto amare altrove e chi ha lavorato non può rimuovere del tutto il rimpianto per il tempo sottratto al divertimento e chi si è divertito non può sopprimere il rimorso di aver gettato il proprio tempo senza aver lavorato per qualcosa d'importante da realizzare. Perché ogni scelta altro non è che la sintesi di infinite rinunce. E' vero è vero: è prerogativa dell'uomo saggio il sapersi contenere, capire quali sono i propri confini ed entro essi muoversi... e per il povero insavio? Come la mettiamo nome? Quali certezze proteggerà quell'anima in pena che per circostanze della vita, per indole, per caso, per bacco non ha ancora avuto modo di strutturare la sua gerarchia di valori cui fare riferimento per attuare le sue scelte? eh? Come farà? Graziosamente, potrà attaccarsi ad un tram e fare il giro della città, guardarsi intorno e scegliere di volta in volta il bello e il brutto, l'utile e l'inutile, il buono e il cattivo, senza peraltro rendersi conto di quale sia l'uno e quale l'altro. Perché le antinomie nascono dai punti di vista. E se il punto di vista non c'è, non c'è nessuna distinzione. Lode all'indistinto! Evviva ciò che non separa! E' nella non-separazione la nostra ultima possibilità di salvezza. Un delirio lei dice? Un volgare bisogno di assoluto? Può darsi, può darsi. Oppure è la serena accettazione dell'idea che il male è soltanto uno dei principi costitutivi dell'universo. Chi non ammette il male come tale ingaggia furioso ribellioni al suo risguardo naturale o a quello sociale, uccide per spegnere il male, distrugge per distruggere il male, alla radice, si dice. E' precisamente questo ciò che meglio serve ai piani del male, che dal suo canto, per sua natura pigra ed eremitica, ridurrebbe tutta la sua attività ad una pura, semplice azione difensiva dei suoi molto ristretti confini. Per combattere il male abbiamo progettato ed attuato ogni specie di soluzioni finali, veri o inventati, di qualsiasi natura: il veleno per gli insetti che devastano i raccolti, gli antibiotici per il mal di gola, le ideologie a difesa del vuoto, le religioni per giustificare l'incomprensibile, i potenti mezzi per annullare le distanze, le sanzioni e le punizioni per garantire l'ordine... e la guerra, mi perdoni, cos'è se non un tentativo di rimediare al male. Forse che chi combatte non è fermamente convinto di essere nel giusto e di essere stato invvestito dal sacro compito di sopprimere un male? Si fa guerra sempre per una causa più o meno santa e rispettabile... ma le cause non convergono ed ecco che entrano tra loro in collisione e con loro chi le sostiene. Male non è la guerra, quanto le cause in sè. Anche questo è un modo parziale di vedere le cose... la verità è che la guerra piace, è una leccornia che risveglia gli appetiti più insalubri che nello stato di norma ognuno tiene ben sedati, ma che si risvegliano non appena l'odore ferroso del sangue comincia a farsi sentire. Ho udito raccontare storie inenarrabili di uomini miti e buoni che le circostanze hanno condotto in prossimità della follia del mondo, risucchiati negli scenari più efferati e nelle azioni più ferali, senza peraltro essere dei mostri. Come lo spiega questo se non secondo un principio di empatia che pone in risonanza soggetti e circostanze solo apparentemente distanti e separati tra loro? Quando tutto è finito, si torna alla normalità e molti di questi miti e buoni conservano nel cuore quel sentore di eccezionale che la vita ha loro riservato. Senza complessi di colpa alcuna. Perché sto dicendo questo?" "Ne ha sentito il bisogno..." giustificò il Vecchio, e Vittorio: "Mi scusi, non volevo intervenire..." "Non deve scusarsi... mi dica: lei uccise?" "Si. L'amico del terrorista che uccise me. E' una storia che conoscerete già..." "Vuole commentarla?" "Non saprei. Non avrei voluto, ovviamente. Nessuno uccide per il puro gusto di farlo, a parte i malati, naturalmente, ma chi è malato non fa testo. La casistica dei motivi per i quali si uccide, a conti fatti, è scarna. Si può perdere la testa, è capitato a me, oppure in circostanze normali si uccide per salvaguardare i propri appetiti. E' quello che accade tra gli animali. Uccidono per nutrirsi. Tra gli uomini accade lo stesso. Apparentemente non è così, al fondo, ogni assassinio è lo strumento adoperato da chi non conosce altre strategie per salvaguardarsi..." "E lei, Gino, ha ucciso?" "Si. Milleduecentoventi mosche, seimilacinquecentoquindici zanzare, otto scarafaggi ed un gattino. Quest'ultimo involontariamente in una notte di nebbia. Altro non ricordo." "Null'altro? Suoi simili ad esempio..." "Almeno che io sappia. No, non mi sembra... non me ne faccio in ogni caso un vanto. Che non abbia ucciso è semplice casualità. Non se ne presentò l'occasione." "Se ne fosse presentata avrebbe ucciso?" "Cosa vuole che le risponda... dovrei figurarmi una circostanza perfettamente definita in tutti i suoi dettagli con me immerso dentro: è troppo per la mia fantasia che non è più avvezza a lavorare." "Faccia uno sforzo" "A cosa serve?" "Stiamo raccogliendo indizi" "Non sarò mica un indagato?" "Faccia uno sforzo." "Faccio uno sforzo. Posso permettermi di azzardare una mia opinione? Non aggiunge nulla a quanto ho già detto, ma... " "Ma?" "Ascolti e riferisca ai suoi superiori. Io ho capito una cosa molto importante." "Sarebbe?" "Ci sono eventi, nella vita degli uomini, talmente straordinari nella loro apparente dozzinalità, che nessun uomo può arrogarsene il merito o la colpa. Mi riferisco alla nascita ed alla morte degli individui. Nessun uomo savio dovrebbe arrogarsi il merito di aver messo al mondo una nuova vita o la colpa di averne eliminata qualcuna." A questo punto Vittorio non ebbe più dubbi: per una misteriosa circostanza, le esperienze raccolte durante il suo tragitto in quel Livello, erano divenute per invisibile trasfusione patrimonio di Gino. Il Venerabile commentò l'ultima affermazione di De Angelis: "Secondo la sua opinione non dovrebbero esistere dunque né padri né assassini." "Certo che esistono, dico che sono privi di ogni responsabilità. Al di fuori di quelle che la prassi morale tende ad attribuire loro. Lo dica questo ai suoi superiori. Lo dica lo dica... anzi, prenda nota che ne ho un'altra ancora più bella..." "l'ascolto" "Ci sono uomini che credono di agire... di forgiare il loro destino! E non sono altro che strumenti per forgiare il destino di altri uomini! Quale individualità, quale desiderio di affermarsi muove costoro, grandiosi nel saper distinguere il confine che corre tra loro e ciò che loro non è. Ben diversa la strada degli uomini che non distinguono i confini perché non li hanno, che sono a un tempo mare e legno e luce ed erba, insetto ed aeroplano, madia tuono fiore e merendina per bambini, pubblicità progresso frattura pregressa, norcino trattore ed angelo in un presepe... sono questi individui che non cercano differenze e che si nutrono di similitudini, non sono pecore e neanche leoni, non sono carne né pesce, ma una deliziosa marmellata di tutte queste cose messe insieme. A pensarci bene, una marmellata così confezionata fa schifo, spero che abbia capito cosa intendessi dire..." "Ha letto pagine del figliolo Nietzsche?" "Poco e male, come d'altronde molte altre cose. Perché?" "Ci è parsa una citazione. " "Lo sarà. Citazione. Siamo tutti delle citazioni. Il mondo altro non è che un rutilante groviglio di citazioni. Ogni discorso non è che il cumulo di sedimenti di altri discorsi. Ogni storia è il riassunto di altre storie. Ogni sentiero si biforca e porta ad altri sentieri che a loro volta si biforcano e prima o poi si ricongiungono. Tutto si ripete. Passa. Si ripete. E così all'infinito...ito...ito... ho freddo. Ho molto freddo. Non si può chiudere qualche porta?" Entra una donna di età indefinita. Ha una lunga barba ed è vestita di bianco. Poggia un plaid sulle spalle di Gino e gli porge una tazza di brodo fumante. "Grazie. Non doveva disturbarsi." "Va meglio?" "Grazie..." "Continui..." "L'infinito iniziò a darmi delle noie. Intuii una possibilità di crescita nella frequentazione del finito. Le donne. Le donne hanno la meravigliosa vocazione di dare senso al compiuto. Iniziai a prendere lezioni da loro." "Dettagli. Ci dica cosa apprese dalle donne" "La misurazione dei passi. Il calcolo dell'energie disponibili. La lettura in chiave realistica dell'orologio. La scansione ritmica dell'azione. La messa a fuoco dei problemi e la relativa messa a punto delle risoluzioni. Il valore oggettivo delle cose, il gusto medio dell'opinione, il prezzo dei generi di prima necessità, il costo ragionevole del piacere e del dolore, i discorsi di senso compiuto, l'uso appropriato ed efficace delle frasi preconfezionate, i cibi surgelati, la necessità dell'informazione, la celebrazione delle festività, il gioco delle parti, la qualità e la quantità delle cose necessarie alla soddisfazione dei bisogni primari, indotti e misti. Alla fine del mio tirocinio avevo sotto controllo tutti gli strumenti necessari alla configurazione dell'uomo "di qualità", tranne uno..." "Quale?" "La voglia di adoperarli. Non per pigrizia, soltanto che non avevo ancora avuto il tempo di strutturare la mia gerarchia di valori. Anche se per un certo tempo, durante la giovinezza, ne presi in prestito una..." "Funzionava?" "Perfettamente. Bastava non chiedersi a cosa potesse servire, se fosse giusta o meno... L'applicazione fedele di un modello di riferimento, senza l'inquinamento che può produrre un desiderio o un conato di giudizio, produce uno stato di grazia indescrivibile... fui uomo alquanto fortunato, in questo senso." "Può chiarirmi meglio questo concetto?" "Ci provo. Credo che la vita non si comprenda quando si è accecati dal proprio desiderio. Il desiderio preme, gonfia, accelera o rallenta i tempi, crea tensioni che sfociano nell'aritmia, nella perdita del sincronismo, della battuta. Senza desiderio tutto è più fluido. Si sceglie e si agisce in un sol colpo, perché non c'è paura di perdere o sbagliare. Guardo mio nipote giocare ai videogiochi: quand'è che perde colpi? Quando si accanisce per superare il proprio record... il desiderio provoca un irrigidimento che cristallizza e frantuma il ritmo naturale. Un cuore non batte per desiderio, ma semplicemente perché è nella sua natura. Ha notato che il desiderio sessuale fa accelerare il respiro? Questo la dice lunga sulla natura dei desideri! Ingannano! Lasciano vedere cose che non esistono! Creano attese che il più delle volte non possono essere soddisfatte e dunque conducono ai rancori, ai malcontenti, nei casi peggiori persino alle vendette. Questo è sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni. Guardi quanta gente odia altra gente perché non ha dato risposta ai desideri dagli uni negli altri riposti...il desiderio separa! Il desiderio porta all'arroganza, all'idiozia, in ultima analisi alla dissoluzione." "Da quanto ha dichiarato sinora possiamo dedurre che la sua vita si è svolta in piena assenza di una dominante, di un'idea guida, di un'aspirazione o di qualsiasi cosa che ad un desiderio potesse somigliare..." "Non è esatto. Un bel sedere è ancora un bel sedere, una musica ben fatta o una giornata di sole forte da passare sulla spiaggia sono ancora degli ottimi argomenti, al di là dell'immediata attrattiva, la spinta maggiore l'ho sentita verso un punto zero perfettamente al centro, in equilibrio tra l'attrazione da desiderio che è cugina della forza di gravità, ed il disinteresse più disinteressato. Si badi bene: non è un punto medio, ma esattamente un punto in cui le forze opposte tra loro si neutralizzano come in un bilico." "A parte queste divagazioni sui massimi sistemi gradiremmo avere da lei una dettagliata descrizione dei fatti." "I fatti. Giusto. Sono quelli che contano. Almeno così si dice. (prende il taccuino dal quale legge) Dicevo che... alla fine del mio tirocinio avevo sotto controllo tutti gli strumenti necessari alla configurazione dell'uomo di qualità, tranne uno... di cui ho già spiegato. Non avevo ancora strutturato una gerarchia di valori, in compenso nel frattempo avevo finalmente acquisito una ammirevole - almeno ai miei occhi - capacità di scegliere i nemici. Da un indistinto sentimento di fratellanza che mi condusse benevolente verso ogni sorta di individuo, meschino o straordinario che fosse - erano d'altronde queste distinzioni non alla portata della mia capacità di lettura delle cose - passai gradatamente ad un riconoscimento, nei miei simili, del giusto e dell'ingiusto, del bello e del brutto, del rosso e del nero, del forte e del debole. Era il primo passo verso la maturità. Distinguere valori opposti non innescava automaticamente l'opzione per l'uno o per l'atro. Ciò che era giusto da un certo punto di vista - sarà questa una considerazione che le apparirà banale dall'alto della sua visione, per noi gente al Primo Livello Superiore Superiore era un vero guaio - non appariva altrettanto da un altro punto di vista... la violenza del nero, vista dalla parte del nero, non è violenza ma naturale risposta alla violenza del rosso e viceversa... andando a monte, cercando di individuare le cause prime delle cose, non andava meglio... vedevo al fondo tutte le cose somigliarsi in maniera insopportabile. Mi resi conto che per formulare opinioni dovevo necessariamente negare l'esistenza di più punti di vista. Il resto sarebbe venuto automaticamente. Decisi e puntai sul rosso, consapevole del fatto che il nero aveva le stesse lecite probabilità di esistenza." "Può dirci esattamente cosa puntò sul rosso?" "Tutto quello che avevo in quel momento. Sapevo che era un gioco. Avevo vent'anni e quand'anche avessi perso, avrei potuto recuperare. Ammesso che vi fosse qualcosa da perdere. Puntai le mie possibilità di apprendere, il desiderio di accomunarmi ad altri, di ammirare qualcuno che aveva puntato più forte di me, e di godere certe gioie in cui i sensi e lo spirito erano esattamente la stessa cosa... puntai sul piacere di credere in qualche idea e nel sapere di poterla condividere con altri... naturalmente, non era tanto l'idea che mi stuzzicava quanto piuttosto il fatto di potermene nutrire insieme ad altri. Era quella la vita, un piacere per il quale seppi sostenere - nel senso di sopportare - chi cercava di convincermi che quelle idee erano sbagliate - e chi se ne fregava... erano un bel pretesto per vivere. Poi accadde che per quelle idee qualcuno si era giocato la vita... qualcuno faceva sul serio... ne aveva fatto strumento di potere, mezzo per produrre denaro, e qualcuno aveva persino ucciso...c'era qualcosa che non andava... io volevo... volevo solo..." "Cosa?" "Non lo so, glielo ripeto, non lo so davvero.... Io non so se ogni cosa abbia davvero il suo posto e se ci sia un posto per ogni cosa. Mi hanno insegnato - o almeno hanno tentato di insegnarmi - ad essere ordinato, poi ho cominciato a sospettare che la storia dei posti e delle cose non fosse vera o che quantomeno fosse confutabile, dal momento che ho trovato cose fuori posto e posti che non hanno cose, per un po' di tempo ho simulato la ribellione, anche se in realtà per me andava bene che ci fossero cose fuori posto o posti senza cose: amai il disordine. Venne il tempo in cui credetti che vi fosse un unico posto per tutte le cose, magari il mio corpo, poi mi accorsi che non c'entravano tutte e abbandonai l'idea." "L'abbandonò, è un peccato. Non era sulla cattiva strada..." "Non avevo una guida..." "Avrebbe voluto un angelo custode?" "Le sembrerà infantile, ma mi sarebbe piaciuto... devo schernirmi per questo?" "Non è il caso... bene - fece il Gran Venerando - vogliamo parlare del suo compito?" "Il mio compito? - in pieno tremore panico Gino, sentendo di avere detto con una certa audacia prossima all'arroganza più di quanto avrebbe voluto, frenetico si frugò nelle tasche alla ricerca del foglio sul quale avrebbe dovuto svolgere la traccia e non trovandolo, tirò fuori dai pantaloni il suo taccuino verde: "Ecco, ho un problema... il compito non sono riuscito a completarlo, avevo preso degli appunti, niente di interessante, credo, vuole che legga lo stesso?" "Se vuole..." "Allora... - lesse dal taccuino - Potrei dire che la mia storia cominciò il giorno in cui venni alla luce, ma non sarebbe vero: essa inizia solo adesso che voglio raccontarla..." "Va bene, è un buon inizio, perché non lo ha sviluppato?" "Non trovai le parole adatte..." "Credo sia un falso problema... una storia non è fatta di parole, quelle vengono a seguire, prima verrebbero le cose e ci sembra di capire che lei non ne abbia collezionate molte..." "Di cose ne ho fatte, è che non le ricordo..." "Le reputò di poca importanza..." "Forse..." "O questa sua smemoratezza è la manifestazione di una generosità che l'ha indotta ad agire d'impulso, senza dare troppo spazio alla riflessione che ingenera l'ordine, le gerarchie dei valori, l'affezione verso ciò che si fa... il suo talento migliore si esprimerebbe proprio in questo suo dimenticare... parlo di generosità, ma potrebbe essere prodigalità, lei cosa ne dice?" "Cosa vuole che le dica... non lo so, so in compenso che mi sono annoiato a morte e per questo molte cose mi sono sfuggite... non sa quanto mi piacerebbe, in questo momento, ricordare una poesia da recitare a memoria..." "E lei, Campus, cosa ha da dirci?" "Non molto, quello che avevo da dire l'ha già detto il mio amico..." "Ha svolto il suo compito?" "Credo di si..." dalla tasca dei pantaloni Vittorio estrasse un foglietto bianco: "Ecco, è qui..." porse il biglietto ad un altro degli assistenti che lo lesse: "Io ho amato..." "E' certo di quello che ha scritto?" "Si se mi è concessa la sicurezza..." "Le è concessa... ha altro da aggiungere? "Una nota a margine, una frase che non ho saputo dove collocare: Siamo soli quando ci è impossibile conoscere i particolari delle vite altrui..." "E lei li vorrebbe conoscere?" "Vorrei essere un anopluro per nascondermi nel maglione di un barbone e vederlo vivere, oppure pelo in ogni orecchio o lentina a contatto, non so, qualcosa di piccolo, discreto, prossimo all'invisibile posto in posizione privilegiata per sentire il palpito di tutte le vite che non ho conosciuto..." "Non le pare troppo?" "E' moltissimo, mi accontenterei della metà o di un quarto, di un decimo di una parte millesimale..." "Già va meglio... E lei, De Angelis, cosa vorrebbe?" "Qualsiasi cosa Signore, purché mi aiuti a non annoiarmi più... ho già fatto la parte dell'imbecille..." "Non si esprima in questo modo, non le fa bene. Lei ha un pizzico di talento, va aiutato... in che modo lo vedremo. Per ora è tutto. Vi chiedo per l'ultima volta: avete altro da aggiungere?" I due amici ritrovati all'unisono risposero: "No..." "E allora... luce ai passi vostri, andate pure..." "Dove?" "Dove vi pare" "Scusi - fece Gino preoccupato - qual è l'esito dell'esame?" "Quale esame?" "Quello al quale ci avete sottoposto..." "Abbiamo soltanto colloquiato..." "E quali sono le vostre conclusioni su quello che abbiamo detto?" "Nessuna. Non abbiamo necessità di trarre conclusioni, oltretutto sarebbe prematuro. Ognuno ha bisogno di molti modi, molti mondi, molti eventi, molto tempo per manifestarsi... ciò che avete fatto non può rientrare nella sfera di nessun giudizio serio." "Scusi, non è questo il giorno del giudizio?" "Per favore, smettiamola con questo equivoco" "E quand'è che verrà?" "Mai ragazzi miei, ogni istante che passa è tempo di giudizio, si tratta di coglierlo al volo... e siete voi che dovete coglierlo, se proprio ci tenete. Il resto, è mancia." "Sono di nuovo allo sbaraglio... - mormorò Gino - non so che strada prendere..." Il Venerando suggerì: "Prendi una strada qualsiasi e tira dritto, conserva del cuore la memoria e dimentica tutto il resto, vai fin dove potrai spingerti e non ti risparmiare. Ed ora è tempo che andiate..." Tutt'intorno alle pareti dell'aula circolare c'erano porte, molte porte, infinite e tutte diverse, anche se all'apparenza alcune tra loro si somigliavano. Nel silenzio puro e dominante della stanza la voce querula di De Angelis Luigi echeggiò: "Mi scusi, l'uscita?" "Gliel'ho già detto, ne prenda una qualsiasi" Gino non ricordava che già glielo avessero detto, non ribadì. Guardava l'amico in silenzio per dire: "che porta imbocchiamo?" e Vittorio, per nulla turbato dalla necessità di scegliere, faceva spallucce guardandosi intorno, poi disse: "Se sono tutte uguali prendiamone una a caso... tu vai di là io di qua, ci rivediamo fuori e vediamo chi fa prima." "E se ci perdiamo nuovamente di vista?" "Non preoccuparti, questa volta sarò io a cercarti e ti troverò. Siamo o non siamo amici?" "Tu che dici?" "Io dico di si. Ci somigliamo, ci ritroveremo" "Dici che ci somigliamo?" "Altroché. Siamo la stessa persona... quasi. Vai tranquillo, ci rivediamo fuori di qui." "Vado?" "Vai..." "Io vado..." il vecchio con la barba, stufo di assistere a quel duetto patetico, intervenne: "E andate! Ci sono altri che attendono udienza! Forza, fuori di qui!" "Ci ha cacciati - fece Gino - dobbiamo andare... prendo quella porta. Tu?" "Vediamo... lo sai che anche io ho un taccuino?" "Ah si?" "Mentre parlavi credevo che leggessi dal mio... " "No, era il mio" "Lo so Gino... a presto." "A presto.." Si strinsero la mano, De Angelis con passo pesante si avviò verso una delle porte e la imboccò. Campus fece altrettanto in altra direzione. Il primo si ritrovò in una toeletta dalle tappezzerie damascate. Qualcuno dalle grandi ali e con un cappotto in lana di cammello voltato all'orinatoio mingeva. D'istinto, Gino andò al lavandino e si gettò dell'acqua sul volto, dapprima lentamente poi più velocemente mosso da un desiderio imperioso di lavarsi, di farsi la barba, di preprararsi in fretta come se d'un tratto si fosse ricordato di un appuntamento a cui non poteva fare tardi. Alle sue spalle sentì la voce di qualcuno che gli diceva: "Giovanotto, mi raccomando... stai attento a ciò che desidererai a vent'anni, perché a trenta l'otterrai... ma questo dovresti già saperlo. Buon viaggio." Vide nello specchio l'immagine riflessa dell'Arcangelo Heinrich, le ultime parole si confusero con altri suoni di cui non era chiara la provenienza... grida di donna, la voce decisa di qualcuno che incitava: "Forza, ancora poco e ci siamo, spinga più forte..." acqua, tanta acqua, poi un bagliore... la liberazione di un nuovo respiro.

Vittorio si ritrovò nel laboratorio dei miracoli... Mosè cordiale gli venne incontro: "Allora, viene a lavorare con noi?" "Grazie, preferirei fare qualche altra cosa..." "Per esempio?" "Conosce Marc Chagall?" "Sicuro. E' uno dei nostri collaboratori esterni!" "Ecco, vorrei volare insieme a lui in uno dei suoi quadri..." "Potrebbe fare di più..." "Vorrei avere un figlio..." "Per questo temo che non ci sia più tempo, però se vuole, in un certo senso potrebbe adottarne quanti ne vuole... c'è qualcuno a cui le piacerebbe dare una mano?" Si ricordò della promessa fatta a Gino: "Si, ma l'ho perso di vista..." "Questo non è un problema, vada, lo troverà guidato dal suo istinto..." "Dove devo andare?" "Non deve farmi questa domanda, vada e basta!" "Come vado?" "Come vuole! Ha detto di volere volare, e ci vada in volo!" "Posso volare?" "Chi glielo impedisce?" Campus convinto pensò: "Posso volare" scoccò un leggero saltello, un secondo più alto e un terzo ancora più su, spalancò le braccia, piroettò, spinse la testa in avanti, due colpi di gambe bene assestati ed eccolo in quota, diretto verso una destinazione qualsiasi...

In una delle tante culle di un nido qualsiasi, in una clinica qualsiasi di una città qualsiasi posta in un posto del mondo qualsiasi, un papà qualsiasi orgoglioso e straordinario nel suo essere un qualsiasi, fa smorfie e sorrisi dietro un vetro ad un Luigino qualsiasi di appena qualche ora. Pensa: questo diventerà un dottore, lo so già, e troverà le cure per l'inguaribile male. Alle sue spalle, un angelo dai capelli brizzolati e gli occhi scuri da arabo felice di essere tornato e di avere imparato da poco a volare, guarda il bambino con lo stesso l'entusiasmo del padre e pensa: "Questa volta studieremo insieme..."

Io guardo la scena ed anche se non ricordo quando e se sia mai stato padre, angelo, Luigino o altro, penso che in qualche modo la loro storia è legata alla mia e questo pensiero risuonando nella cassa armonica del desiderio che in parte ha trovato le parole fa rumore, tanto che l'angelo si volta e mi domanda: "Lei adesso cosa farà?" ed io non so rispondergli, ancor meno quando mi chiede: "E gli altri personaggi di questa storia che destino avranno?" Posso ricordargli che sono solo "...un addetto alla stesura di frasi, ho cercato di riordinare un pugno di idee e frammenti di storie raccolte ovunque, restituire ad esse dei nomi e delle forme e sotto il peso di questi qualche tassello ha perso la sua lucentezza, ricomponendoli molti li ho smarriti per strada... è il destino di ciò che è compiuto. Va bene così, per ora... ritroveremo i frammenti delle storie perse, sul nostro cammino o su cammini paralleli al nostro e se non saranno essi, certamente altri che ad essi si ricondurranno. L'importante è riconoscere i propri compagni di viaggio e con loro scambiarsi informazioni, indizi, tracce d'intuizioni ed indirizzi. Il mondo è un'ardita architettura di anacoluti, visto troppo da vicino, in campo lungo le frasi ritornano, le parentesi si richiudono e si aprono altre parentesi, tutto ritorna, persino il tempo, checché se ne dica... bisogna andare... arrivederci. E mi raccomando Gino... fà che non si annoi. Fà che non si annoi. "Farò del mio meglio..." "Ne sono certo... farò anch'io lo stesso".



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