FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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STUDENTI E UNIVERSITA'

Carlo Gubitosa




Premessa

Perché è nato questo libro? Ottima domanda, grazie per avermelo chiesto. A dire il vero le ragioni precise di questo parto letterario non le ho ben chiare neanch'io.
Ultimamente la mia condizione di studente universitario è stata oggetto per me di numerose riflessioni, che puntualmente mi prendevano la mano fino ad arrivare al "chi siamo - da dove veniamo-qual è il nostro ruolo nell'universo".
Quindi direi che questo libro nasce in prima istanza per fare chiarezza a me stesso, per fare un po' il punto della situazione e perché sento che questi problemi mi accomunano a tanti altri ragazzi nelle mie stesse condizioni.
Un'altra considerazione che mi ha spinto a scrivere queste righe è stata questa: dopo 5 anni di elementari, 3 di medie, 5 di scuola superiore, 4 di università (totale: 17 anni di studio) penso di avere anch'io il diritto di dare il mio piccolo contributo allo scibile umano, pur con la grave pecca di non avere terminato il mio percorso universitario.
Comunque quello che scrivo non c'entra niente con i miei studi di ingegneria, anzi, dato il titolo del libro, mi trovo nella posizione più autorevole per parlare di questo argomento.
Sono ben conscio del limite di questo scritto, che è quello di non provenire da una persona "super partes", ma a me sembra che proprio in questo limite stia la sua ricchezza, che si tramuta in un aiuto per chi vede l'università da una prospettiva diversa (ad esempio da quella del genitore o del docente) a capire come in effetti viene vissuta la realtà universitaria da coloro che dovrebbero trarne beneficio.
Non so se questo libro verrà mai pubblicato, quindi è perfettamente inutile aggiungere i ringraziamenti che si trovano alla fine di ogni premessa che si rispetti. Spero di incontrare qualche editore che dimostri tanta pazzia nel pubblicarlo quanta ne ho avuta io nello scriverlo. Grazie per aver letto fin qui. Se avete deciso di interrompere non vi biasimerò.
CARLO GUBITOSA

SOMMARIO

CAPITOLO I _________________ PRIMI PASSI NEL MONDO DELL'UNIVERSITA'
CAPITOLO II ______ LA SITUAZIONE EMOTIVA E IL SENSO DI INADEGUATEZZA
CAPITOLO III _______________________ IL CLIMA CULTURALE UNIVERSITARIO
CAPITOLO IV ________________ L'UNIVERSITA' E IL DIRITTO ALLO STUDIO
CAPITOLO V _________________________________ GLI STUDENTI FUORISEDE
CAPITOLO VI _____ ENTROPIA E RENDIMENTO DELLA MACCHINA UNIVERSITARIA
CAPITOLO VII __________________________________ MA ALLORA, CHE FARE?

CAPITOLO I
PRIMI PASSI NEL MONDO DELL'UNIVERSITA'

"Divide et impera", dividi e regna. Con questa strategia i romani hanno sottomesso intere etnie, riuscendo a creare un sistema sociale che altrimenti sarebbe stato incontrollabile. è questo che avviene, anche se in scala molto più ridotta, all'interno di un'aula universitaria.
Prendete 400 persone che non si sono mai viste né conosciute, provenienti da ogni parte d'Italia, e mettetele in un'aula con pochi centimetri cubi di ossigeno a testa ad ascoltare una persona il cui fine ultimo non è quello di trasmettere conoscenza, ma quello di costituire un filtro a valle del quale sopravvive solo una ristretta élite di "illuminati", che grazie al loro spirito di sopportazione goderanno in futuro del diritto di occupare posti privilegiati all'interno della società.
Con questi semplici ingredienti avete appena ottenuto il luogo in cui io, insieme a tanta altra gente come me, mi reco per una promozione culturale e professionale della mia persona.
Dentro di me si fa strada sempre più prepotentemente il sospetto che tutto ciò sia solo un piccolo tassello di un mosaico ben più articolato (non si sa bene da chi), che ai disagi universitari aggiunge la sub-cultura televisiva, la priorità dell'apparire sull'essere, la spersonalizzazione dell'individuo con un unico scopo: rincretinire il maggior numero di persone possibili Gli anni dell'università dovrebbero essere anni di crescita globale della persona, non solo sul piano accademico e professionale, ma anche tramite letture non finalizzate ad esami, attività sportive, educazione alla sensibilità musicale ed artistica, rapporti profondi con le persone, viaggi, spettacoli teatrali, attività manuali, insomma tutto quanto permette all'individuo di esprimere e maturare se stesso e i suoi talenti, senza ridurre il tutto ad uno sviluppo monodimensionale, che è solo uno sviluppo fittizio, perché quello che atrofizza è molto di più di ciò che esalta.
Questi sembrano i soliti discorsi fatti da chi non ha tanta voglia di studiare, ma vi assicuro che non è tanto il tempo trascorso sui libri a pesarmi, quanto la consapevolezza che con un'altra organizzazione della cultura, avrei potuto con gli stessi sforzi realizzarmi molto di più e molto più in profondità.
Mi sono accorto di avere un po' divagato da quello che è il titolo del capitolo, ma penso in sostanza che tutte le migliaia di ragazzi che ogni anno sbattono la testa per la prima volta contro il muro dell'università abbiano il problema di dover giocare ad un gioco le cui regole non hanno le persone come fine, ma come mezzo per permettere al gioco di continuare a perpetuarsi sempre uguale e fedele a se stesso.
Vi posso assicurare che la facoltà di ingegneria non è una facoltà difficile in sé, contrariamente a quanto si dice, e questo non significa che io sia un genio o sia particolarmente portato.
Gli ostacoli più duri non sono tanto i concetti da comprendere, ma una organizzazione davvero poco intelligente della didattica.
Cito dal vocabolario: "didattica: l'arte e la tecnica di insegnare".
I nostri docenti dovrebbero essere degli artisti, dei tecnici dell'insegnamento, riuscire a farci penetrare con pochi esempi intelligenti e con strumenti efficaci nel cuore di una materia.
Purtroppo raramente ho incontrato professori che possedessero tali requisiti.

CAPITOLO II
LA SITUAZIONE EMOTIVA E IL SENSO DI INADEGUATEZZA

Quella dello studente è una situazione molto particolare dal punto di vista della stabilità emotiva.
La parola che descrive meglio tutto l'insieme di fenomeni che illustrerò tra poco è "inadeguatezza".
Ci si sente inadeguati, in difetto, mancanti, incompleti, inadatti, imperfetti, deficienti (nel senso di privi di qualcosa, ma anche nel senso di stupidi).
Tutto ciò non è sicuramente una valutazione oggettiva del valore della nostra persona, ma è la nostra immagine che ci viene rimandata indietro distorta dalla visione parziale dei nostri familiari, della nostra università, dei nostri colleghi e distorta perfino dalla nostra stessa coscienza.
Analizziamo punto per punto i vari fenomeni di "distorsione".
La famiglia, pur nella più totale buona fede, non può che dare delle valutazioni errate dell'impegno e degli sforzi profusi dai ragazzi, per il semplice fatto che le eventuali esperienze universitarie dei genitori si riferiscono ad un periodo in cui la preparazione pesava sulla riuscita di un esame in maniera più consistente di quanto non avvenga oggi.
Attualmente alla preparazione e alla buona conoscenza della materia si sono aggiunti altri fattori il cui peso è andato via via aumentando, e qui ritorniamo al discorso fatto precedentemente sull'organizzazione didattica. Infatti oggi l'università è molto diversa rispetto a quando ci sono andati i nostri genitori.
Si è ridotto drasticamente il rapporto tra il numero dei docenti e quello degli studenti, l'affluenza di massa ha imposto agli atenei delle politiche frenanti, soprattutto per i primi anni di corso, il che si traduce in una maggiore selettività a parità di preparazione rispetto alla situazione di qualche lustro fa.
Quando si racconta a casa di aver avuto a che fare con un professore "difficile" (nel gergo studentesco lo si definisce con altri epiteti), la credibilità di questo tipo di affermazioni è molto ridotta dalla mancanza di esperienza diretta in merito da parte di chi ascolta.
Di conseguenza l'immagine che abbiamo dell'immagine che hanno di noi i nostri genitori (scusate il bisticcio di parole) è sempre quella di una persona che cerca di sprecarsi il meno possibile, e sicuramente potrebbe fare di più.
In queste quattro parole (potresti fare di più) è racchiusa tutta la frustrazione di chi si sente amato ed accettato non per ciò che è, ma in funzione di quanto si avvicina a ciò che potrebbe essere, in funzione del numero di esami che riesce a dare.
Attenzione ai termini: ho detto chi si sente, non chi è amato, quindi dall'altra parte ci potrebbe essere anche l'amore più disinteressato e incondizionato (cosa che si spera ogni genitore provi nei confronti dei propri figli).
Perciò anche del bene che ci vogliono i nostri stessi genitori arriva a noi una visione distorta dalla nostra stessa coscienza che ci giudica in base a come ci sentiamo giudicati dalle altre persone, spesso prive della benché minima cognizione di causa.
Un'altra distorsione dell'immagine che abbiamo di noi stessi è causata dal confronto con i nostri colleghi.
Rispetto a chi è più avanti con gli esami o ha una media più alta o entrambe le cose ci si sente sempre in difetto, come se quella persona fosse necessariamente nel giusto e noi avessimo agito in maniera poco impegnata o irresponsabile.
Questa è una grande falsità ed è una delle strade più subdole attraverso le quali si fa strada la depressione, la scarsa considerazione di se stessi e il senso di inadeguatezza.
E' solo una questione di approccio al problema.
Se non ci fermiamo a guardare il libretto degli altri ma osserviamo le persone nella loro globalità, potremmo scoprire che quegli esami di differenza non sono stati ottenuti gratuitamente, ma a prezzo di sacrifici tanto più grandi quanto più alto sarà il numero di esami che ci separa dal nostro collega.
Si tratta di sacrifici, in termini di amicizie, di interessi extra universitari, sacrifici fisici, stress, tensione nervosa, a volte anche sacrifici della propria salute (calo della vista, necessità di cure ricostituenti o sovrappeso).
Queste persone hanno pagato un prezzo che va al di là dell'impegno di studio: hanno pagato con il proprio tempo, la propria salute, la propria vita.
In questa prospettiva, chi avrebbe il coraggio di biasimare coloro che hanno voluto dilazionare maggiormente nel tempo questo pagamento, a beneficio dello sviluppo di altre dimensioni della loro personalità?
Le attività extra universitarie non sono per definizione una perdita di tempo, un bighellonaggio o una deviazione da quella che è la direttrice principale della nostra vita.
"Tu sei lì per studiare" è una frase genitoriale standard che avrebbe fatto la fortuna di chiunque ne avesse richiesto i diritti d'autore.
A questa frase io rispondo di no, che non sono qui solo per studiare ma per crescere e sviluppare non solo la dimensione accademica e professionale, che rimane tuttavia un punto di riferimento importantissimo, ma anche la dimensione sociale, culturale, artistica, sportiva, musicale, affettiva, spirituale e potrei andare avanti all'infinito.
Quello che chiedo alla mia famiglia è che investa sulla mia persona per uno sviluppo a 360 gradi, che non atrofizzi o annichilisca parti di me importanti tanto quanto l'interesse per la scienza che mi ha spinto a studiare ingegneria.
"Signora, e suo figlio?", "Studia all'università, ha la media del ventotto.", "Ah, complimenti, è proprio un ragazzo in gamba."
Quello che avete appena letto è un dialogo non molto improbabile tra due madri.
Ciò che mi atterrisce ascoltando conversazioni del genere è che il figlio della signora potrebbe avere difficoltà ad integrarsi con gli altri, sentirsi solo, essere antipatico a chi lo circonda, sfogare nello studio le proprie frustrazioni, essere inetto, essere un ignorante in tutto ciò che non riguarda il suo corso di laurea e tuttavia continuerebbe ad essere un ragazzo in gamba!!!
Siamo arrivati al punto in cui per caratterizzare completamente una persona basta conoscere la media del suo libretto universitario!!!
Abbiamo brutalizzato la grandezza dell'animo umano esprimendo tramite un numero monodimensionale tutto l'universo di affetti, sentimenti, talenti, caratteristiche, sogni, progetti, idee, intenzioni, ricordi, capacità, interessi, competenze, sensibilità che contribuiscono a definire compiutamente una persona.
Siamo stati così superbi da voler comprimere in due cifre la scintilla di divino che è in ognuno di noi e di cui neanche noi stessi conosciamo fino in fondo le possibilità.
E ciò che è triste è che questo vero e proprio stupro di quel che abbiamo dentro è stato commesso proprio dal mondo accademico, dal mondo della cultura ufficiale, che dovrebbe essere la prima voce in difesa dell'espressione degli individui, delle loro intuizioni, della singolarità di ogni pensiero o idea. Il tradimento brucia di più proprio per questo.
Siamo stati allettati con promesse di conoscenza ed ampliamento dei nostri orizzonti e ci siamo trovati in un'arena dove ciò che conta davvero è uscire vincitori dalla sfida dell'università, poco importa se per farlo dovremo mutilarci dentro.
Siamo cresciuti con la convinzione che l'obiettivo dell'università fosse la diffusione e la trasmissione della cultura al maggior numero di persone possibili, e invece ci ritroviamo in un ambiente dove la centralità della persona è negata e si vive in maniera frustrante la centralità della struttura, di quell'organismo astratto, intangibile e al di sopra di tutti che è l'università.
Si trascorrono così cinque (molto spesso anche di più) anni quasi in apnea, reprimendo alcuni nostri aspetti per esaltarne altri al di là delle nostre possibilità, in attesa di una laurea con la quale fare finalmente ciò che ci pare.
Ma il concetto di libertà va ben oltre la semplice indipendenza economica. A proposito di indipendenza economica, mi sembra che questo sia un altro importante fattore che contribuisce a far sentire in difetto gli studenti, e che genera un senso di colpa dovuto alla sensazione che si riceva sempre qualcosa dalla nostra famiglia senza dare mai.
E' anche per questo che molti studenti, pur appartenendo a famiglie non particolarmente bisognose, svolgono di frequente lavori part-time, il cui beneficio più grande non è l'introito che ne deriva, ma il sollievo di avere pesato un po' meno sulla nostra famiglia in termini economici e il piacere di disporre di soldi propri nel senso più stretto della parola, cioè soldi guadagnati.
Gli studenti hanno dei riscontri dei loro sforzi che sono molto diradati nel tempo, ci si gioca interi mesi di impegno nelle poche ore necessarie a sostenere un esame, e fino ad allora non si è mai sicuri di aver effettivamente realizzato qualcosa.
In effetti tra il giorno prima di un esame e quello dopo non cambia niente nella persona, c'è solo una riga in più sul libretto, ma quella riga rappresenta l'equivalente universitario della busta paga, cioè qualcosa che ti dice: "ecco, in questo periodo ti sei impegnato ed hai raggiunto questo obiettivo", solo che la busta paga universitaria arriva ogni 3/4 mesi, cioè il tempo che intercorre tra una sessione d'esame e un'altra.
Se le aziende pagassero i loro dipendenti trimestralmente, come vi credete che si sentirebbero i lavoratori alla fine del trimestre, dopo novanta giorni di lavoro fatto senza beccare una lira?
Ecco allora un altro perché dei lavori part-time: offrono riscontri in tempi brevi e ti permettono di toccare con mano il frutto di ciò che hai realizzato.
Comunque nessun lavoretto saltuario può eliminare del tutto la sensazione di essere improduttivi ed il peso delle numerose spese che gli altri sostengono per noi.
per concludere il discorso sulle immagini distorte, voglio soffermarmi sulla fotografia fatta a noi dall'università, che ci viene messa in continuazione davanti agli occhi.
E' quella fotografia nella quale noi siamo ritratti come dei perfetti imbecilli che per quanti sforzi possano fare non raggiungeranno mai il grado di comprensione della materia che possiedono i professori.
Questo è il frutto dell'atteggiamento da "setta segreta" che caratterizza un certo tipo di insegnamento, con il quale argomenti semplici nella loro sostanza vengono resi concettualmente inaccessibili dalla forma con cui vengono presentati.
Sembra quasi che la casta dei docenti universitari nutra una gelosia ed una possessività morbosa nei confronti della conoscenza che possiede.
Questa gelosia è attestata anche dalla difficoltà estrema che si incontra di frequente nel reperire materiale bibliografico, esercizi risolti ed altro materiale di sussidio.
Un altro rito con il quale ti viene detto in sostanza che sei un perfetto imbecille è il test introduttivo per l'ingresso alla facoltà, che fortunatamente ai tempi in cui ho iniziato gli studi non precludeva la possibilità di iscriversi, qualunque fosse stato il suo esito.
Per una beffa curiosa, una domanda del mio test introduttivo me la sono ritrovata tal quale un anno dopo allo scritto di fisica I.
I casi sono due: o il professore è stato colto da un impeto di magnanimità oppure (e a mio avviso è l'ipotesi più probabile) l'obiettivo di quel test non era orientare, ma svolgere una azione deterrente contro coloro che si mostravano, a giudizio dei professori, così superbi da voler imparare cose nettamente al di fuori della loro portata.
E così ho trascorso i primi mesi da universitario con il sospetto di non essere poi così intelligente come credevo, anzi tutt'altro.
E purtroppo tanti ragazzi come me, venuta meno la fiducia in loro stessi, si sono persi per strada, schiacciati sotto le ruote di un carro affollatissimo che per andare avanti ha bisogno fisiologicamente che qualcuno si butti di sotto in maniera più o meno volontaria.

CAPITOLO III
IL CLIMA CULTURALE UNIVERSITARIO

Per "clima culturale universitario" intendo tutta una serie di messaggi e di valori che vanno al di là dei concetti spiegati a lezione e studiati per gli esami.
Questi messaggi, pur essendo meno esplicitati dall'università e poco avvertiti dagli studenti stessi, contribuiscono in ugual misura alla loro formazione, anzi il loro essere velati, nascosti, poco razionalizzati dai ragazzi li rende ancora più pericolosi, perché si rischia di assorbirli in maniera subliminale, senza farli propri con riflessioni o prese di posizione precise.
Mi riferisco alla cultura della prevaricazione, dell'ingiustizia, della sofferenza, e a tanti altri messaggi più o meno chiari che raggiungono tutti con un diverso grado di consapevolezza.
Il disvalore che permea e che fa da sottofondo a gran parte delle situazioni che si vivono all'università è la legge del più forte, che viene applicata a diversi livelli e in varie situazioni.
La legge del più forte, la selezione naturale, la lotta per la sopravvivenza e tante altre belle cose del genere non fanno parte esclusivamente dei romanzi di Salgari, Kipling o London, ma sono degli atteggiamenti e delle situazioni che vengono proposti quotidianamente a chi vive all'interno del mondo dell'università degli anni '90, quella stessa università che dovrebbe educare all'apertura mentale, all'universalità della scienza, alla tolleranza e alla collaborazione.
Cercherò di esprimere meglio questi concetti con degli esempi concreti. Ad attestare la validità della legge del più forte sono, in prima istanza, alcuni docenti tramite il loro comportamento che tende ad abusare di alcune prerogative che offre il ruolo che ricoprono.
Questi eccessi creano tra gli studenti e i docenti un clima di astio e di antagonismo misto alla frustrazione di chi sa che la ragione sta sempre e comunque dalla parte di chi deve metterti la firma sul libretto.
Avviene così che la possibilità di passare un esame non è la stessa indipendentemente dal professore, ma è a discrezione del docente agevolarti con degli esoneri parziali, fare un esame solo scritto, scritto e orale o anche due scritti, decidere il voto del tuo esame in base alla tua media piuttosto che alla tua preparazione o viceversa.
è sempre lasciata al professore la facoltà di diffondere le soluzioni dei suoi scritti precedenti oppure tenerli segreti e ricevere con riluttanza i ragazzi che chiedono spiegazioni, decidere di non riservare alcune ore alla settimana al ricevimento degli studenti, diffondere in segreteria un programma d'esame doppio rispetto agli argomenti svolti a lezione per penalizzare chi non segue il suo corso e tante altre cose del genere che messe tutte insieme formano questo messaggio, questo insegnamento, questa affermazione nascosta: "Io sono il professore, voi gli studenti. Io a mio tempo ho sofferto per godere adesso della possibilità di disporre di voi come più mi piace.
Se stringete un po' i denti e assecondate tutte le mie decisioni avrete fatto un passo in più verso quella che è (o diventerà presto a vostra insaputa) la vostra massima aspirazione, cioè ritagliare il vostro pezzettino di potere all'interno della società per avere anche voi un gruppettino di persone con le quali potrete fare il bello e il cattivo tempo."
L'antitesi di questo atteggiamento è rappresentata da un'altra categoria di docenti, gli appassionati, di cui per fortuna si incontra ancora qualche esemplare.
Il messaggio che questi insegnanti lasciano trasparire tra le righe dei libri è questo: "Venite, seguitemi, ho scoperto delle cose bellissime ed interessanti. Non vedete come tutto concorra a formare il grande edificio del sapere? In fondo studiare non è poi questa grande tortura, può dare anche soddisfazione e rendervi persone un po' migliori, più libere e più corrette nei rapporti con gli altri perché più consapevoli. Non è certamente una strada facile, ma vi aiuterò per quello che mi sarà possibile."
Vedete come pur istruendo allo stesso modo si può educare in maniera diversa?
Istruire = mettere dentro. Mettere dentro le persone concetti, teorie, formule è molto facile perché sono già pronte e uguali per tutti.
Educare = tirare fuori. è molto difficile tirare fuori dalle persone quello che di buono hanno dentro perché bisogna riuscire con gli stessi atteggiamenti a colpire la sensibilità di persone magari diversissime fra loro, interessandole e trasmettendo ciò che ha arricchito noi imparando le stesse cose.
Qualcuno potrà obiettare che sto andando troppo sul pedagogico e poco sul concreto. Allora se dobbiamo per eccesso di concretezza ammettere che il rapporto umano è un fattore secondario e trascurabile nell'istruzione universitaria, si potrebbero registrare delle videocassette per ogni esame e riempire le aule universitarie di giganteschi schermi televisivi sui quali ogni anno verrebbero ritrasmesse sempre le stesse lezioni.
Cosa differenzierebbe questo tipo di insegnamento da quello che impartivano ai loro discepoli i filosofi greci?
La differenza fondamentale non starebbe tanto nei secoli di cultura in più che abbiamo alle spalle, ma nel fatto che le videocassette trasmettono ciò che sanno, mentre un maestro nel rapporto con il suo allievo trasmette ciò che è.
E non è una trasmissione che avviene per mezzo di segnali elettrici, ma una trasmissione che tocca il cuore oltre che la mente, sempre nell'ipotesi che esista questo canale fatto di stima, di rispetto, di interessamento e cordialità reciproca.
Questi sembrano discorsi un po' fantascientifici per l'università di oggi, dove un docente ha a che fare con centinaia di allievi, ma io mi chiedo se, visto che i messaggi negativi e i disvalori vengono trasmessi senza particolari problemi, perché dovrebbero avere maggiore difficoltà a propagarsi atteggiamenti di correttezza, comprensione, rispetto, entusiasmo?
Ritorniamo al discorso sulla legge del più forte. Assodato che nella giungla universitaria gli animali più forti, i "predatori" sono i docenti, soffermiamoci su alcune bestie del serraglio che hanno più probabilità di sopravvivenza di altre. Mi riferisco ai rappresentanti degli studenti e alle persone che gravitano intorno alle associazioni studentesche.
Queste persone sono pur sempre gerarchicamente al di sotto dei docenti (le rappresentanze degli studenti hanno potere decisionale nullo e considerazione ancora minore da parte dei professori) ma riescono, come fa lo sciacallo che si nutre degli avanzi della tigre, ad avere privilegi maggiori rispetto ad altri studenti e ad estenderli ad un numero mai molto esteso di zecche che si attaccano alla pelle dello sciacallo come ultima propaggine di sfruttamento e risucchio delle risorse universitarie.
La tigre, una volta consumato il lauto pasto dei fondi destinati più o meno direttamente ai docenti (spese per convegni, aggiornamenti, abbonamenti a riviste, cancelleria, libri, elettricità per i computer, fotocopie, anni sabbatici, ricerche, ricerchine, progetti, progettini, bollette del telefono e tanto altro ancora) si concede il lusso di lasciare qualche ossicino da spolpare alle associazioni studentesche, le quali ringraziano devote e stupite di tanta abbondanza.
Infatti quelle che ai professori possono sembrare inezie per gli studenti sono privilegi di tutto rispetto: fondi più o meno ingenti (di cui mi riesce difficile comprendere l'utilizzo), spazi di studio riservati, conoscenza dei professori "che contano", chiavi di aule aulette salette stanze stanzini nei quali se entri per sbaglio e non sei uno dei "loro" vieni guardato come un uomo di colore capitato per sbaglio ad un raduno di naziskin.
Oltre agli scarti delle tigri esistono altre fonti di nutrimento per la iena e le zecche che si porta appresso. Una di queste, sicuramente tra le più importanti, è rappresentata dal sistema informativo interno che provvede alla circolazione di appunti, temi d'esame, consigli e trucchetti per passare gli esami con poco sforzo, esercizi, fotocopie, documentazioni varie, circolazione che avviene in maniera assolutamente impermeabile all'esterno, in maniera da favorire gli effetti della selezione naturale e penalizzare gli animali meno adatti alla sopravvivenza, quelli cioè che non sono riusciti ad inserirsi in un qualsiasi ecosistema universitario e devono fare affidamento unicamente sulle loro risorse.
Forse il paragone al mondo animale ha confuso un po' le idee, e chiedo scusa a tutte le tigri, iene e zecche che leggeranno queste righe per aver fatto dei paragoni un po' offensivi per loro.
Non ho affrontato l'argomento della politicizzazione imbecille di tutte queste varie associazioni e associazioncine, perché il discorso sarebbe troppo lungo e mi manca la documentazione in merito.
Posso solo riferire cose riferitemi a mia volta, e cioè leggende che narrano di una associazione che garantiva i suoi voti ad un candidato che avrebbe favoreggiato il professore che avrebbe promosso con facilità i ragazzi appartenenti a quella associazione, unendo tutti in una grande famiglia dove tutti si aiutano a vicenda.
Al di là degli intenti più o meno nobili che possono muovere le associazioni universitarie a sfondo politico, che spesso però non fanno altro che mera propaganda, penso che nella situazione in cui si trova attualmente il politecnico di Milano ci sia ben poco da fare politica.
Obiettivi come l'aumento del numero di appelli, la riorganizzazione della didattica, la diffusione del materiale bibliografico, eccetera sono così urgenti e sentiti da tutti da andare al di là di qualsiasi posizione politica. è stato demoralizzante alle elezioni studentesche di quest'anno vedere liste distinguersi l'una dall'altra unicamente per il simbolino (i programmi sembravano fatti col ciclostile) e pensare che quelle stesse forze avrebbero dato risultati maggiori se unite dalla stessa voglia di migliorare le condizioni di studio. Mi si tacci pure di qualunquismo e disimpegno politico, ma io continuerò a pensare che la ricostruzione da operare all'interno dell'università non sia più una ricostruzione ideologica, ma una ricostruzione strutturale e organizzativa.

CAPITOLO IV
L'UNIVERSITA' E IL DIRITTO ALLO STUDIO

Il diritto allo studio, così come il diritto al lavoro e alla salute, è affermato dallo stato in linea di principio, ma negato a molti nella sostanza dei fatti. è strano pensare che ci siano caserme in ogni angolo d'Italia ma pochissimi atenei al confronto. è quasi come se a qualcuno facesse comodo averci tutti marmittoni e ignoranti piuttosto che laureati e liberi pensatori.
Una politica di ampliamento delle sedi universitarie avrebbe come effetti, a mio avviso, la possibilità di preparare meglio i futuri professionisti e uomini di cultura del domani, con benefici che si allargherebbero a tutta la società. Infatti un maggior numero di sedi universitarie in Italia darebbe origine a nuovi posti di lavoro, permetterebbe di organizzare meglio gli atenei perché meno affollati, di poter portare avanti un discorso di cultura e qualifica professionale proprio dove ce n'è maggiormente bisogno, vale a dire nelle città più degradate socialmente e povere umanamente.
Ogni città avrebbe la sua specializzazione universitaria, il che le permetterebbe di coltivare tutta la storia, la cultura, la tradizione, il patrimonio umano e intellettuale che la caratterizzano.
Inoltre ci sarebbero più possibilità per i ragazzi di rimanere a studiare nelle loro città di origine senza perdere le loro radici, diventando le scintille da cui far partire la promozione umana e sociale del loro territorio. Invece nelle facoltà italiane la maggior parte degli studenti non sono originari del posto e sono costretti a dover cambiare pelle, adattandosi ai tempi, ai ritmi, alle abitudini e alla mentalità di un posto che non è il loro, ricominciando tutto daccapo: nuovi studi, nuovi amici, nuovo posto in cui vivere.
Il rischio è quello di far perdere a questi ragazzi ciò che li caratterizzava e distingueva come appartenenti alla loro città natale, perché la necessità di integrarsi nel nuovo ambiente porta ad eliminare inconsciamente tutto ciò che è in contrasto o che semplicemente si discosta dalle nuove persone e dalla nuova società in cui ci si va ad inserire.
Si perde così la grossa opportunità di arricchimento che deriva dal confronto tra persone con storie diverse alle spalle.
Ma gli impedimenti all'esercizio del diritto allo studio non sono solamente legati alla distanza tra il proprio luogo di origine e la propria sede universitaria, ma anche a tutta una serie di difficoltà economiche che questa distanza comporta.
Gli affitti degli appartamenti per studenti sono determinati nella più totale anarchia, il costo medio di un testo universitario si aggira intorno alle 40000 lire, per essere esonerato dal pagamento delle tasse universitarie bisogna appartenere a fasce di reddito incredibilmente basse, il costo della vita nelle città universitarie è di norma più alto che altrove. Tutto questo fa si che studiare all'università sia ormai un lusso, che diventa ancora maggiore nel caso in cui si sia costretti ad andare a studiare lontano dalla propria famiglia.
Ma se l'università di per sé è un lusso, esistono altri "optional" ancora più costosi che non tutti possono permettersi, come ad esempio pretendere che una struttura universitaria sia organizzata in maniera intelligente e finalizzata agli studenti. Questo avviene sicuramente in Bocconi, ma questo optional lo si paga molto salato. Per riassumere, non tutti hanno di fatto il diritto di studiare, tra quelli che ce l'hanno non tutti hanno il diritto di studiare in un posto organizzato in maniera funzionale, e tra quelli che studiano in un posto ben organizzato non tutti avranno il diritto di lavorare (purtroppo anche tra le fila dei laureati in Bocconi si annoverano casi di disoccupazione).
Si arriva così al punto in cui il seguire la via dello studio o imboccare la strada professionale non dipende più dalle attitudini individuali, ma è in larga misura condizionato dalle diverse condizioni di partenza. Abbiamo così penalizzato sia le persone più abbienti che quelle meno, creando molti studenti che si realizzerebbero e troverebbero più spazi per esprimersi lavorando, ed altrettanti lavoratori che porteranno con loro per tutta la vita interessi, curiosità e voglia di conoscenza che non troveranno mai sbocco, almeno non all'interno di una università.
Ormai è sempre più difficile fare delle scelte in base alla propria vocazione, piuttosto che in base al proprio stato, perché la paura per il futuro impone lo studio ai ragazzi che possono permetterselo, e la necessità per il presente obbliga a lavorare quelli che non possono studiare, trascurando i loro interessi culturali. In altre parole, mi sembra che molti ragazzi studino nonostante siano portati ad interessi di altro tipo.
Questa situazione secondo me è provocata in gran parte dalla mentalità del "sistemarsi", dalla paura di non trovare il "posto" di lavoro, dalla convinzione che una laurea sia condizione indispensabile per la miglior qualità della vita possibile.
Mi viene in mente la situazione di un amico che ha un talento naturale per gli strumenti musicali ed una grande abilità nel suonare la chitarra così come le tastiere, il basso e la batteria, insomma un uomo-orchestra. Ma la carriera musicale non è sicura e la scelta che questo ragazzo ha fatto insieme alla sua famiglia è stata quella di studiare veterinaria, cercando attraverso la laurea una maggiore sicurezza per il futuro. Non mi sento di formulare giudizi di merito su questa scelta, ma spesso mi chiedo che qualità avrebbe avuto la vita di questo ragazzo se fosse stato costretto dalla necessità di lavorare a fare il musicista. Avendo deviato da quella che secondo me era la strada a lui più congeniale, ma con maggiori imprevisti, il mio amico ha dovuto sceglierne un'altra più sicura, ma di certo più lunga e difficoltosa da percorrere per lui.
Si crea così una spirale che si auto esalta, nel senso che il lavoro diventa sempre più spersonalizzato e le competenze sempre più omogenee, creando una maggiore competitività nella ricerca di occupazione, rendendo più difficoltoso lavorare e spingendo di conseguenza un numero sempre più grande di ragazzi a laurearsi unicamente per avere maggiori opportunità lavorative.
Abbiamo così sempre più persone che sanno fare sempre meno cose diverse l'una dall'altra. Di questo stato di cose è causa anche la scarsità di centri di orientamento post-diploma, scuole para universitarie, corsi di formazione professionale, lauree brevi e tante altre cose che rappresenterebbero la "terza via" tra lavoro e università, permettendo a tutti di ritagliarsi su misura i propri spazi culturali e professionali. In sintesi mi sembra che molti talenti siano sprecati nelle aule universitarie, così come lo sono le menti di molti ragazzi che lavorano. Quello che non riesco proprio a condividere è la preoccupazione a volte esagerata di "sistemarsi" che spinge le persone a intraprendere carriere andando contro la propria natura o reprimendo perennemente desideri e aspirazioni di altro tipo, le quali darebbero loro, se assecondate, molte più soddisfazioni, anche dal punto di vista lavorativo, di quante non ne dia alla fine il famoso "pezzo di carta".

CAPITOLO V
GLI STUDENTI FUORISEDE

Visto che nel capitolo precedente ho messo in evidenza la situazione di alcune persone che vanno a studiare in una città che non è la loro, voglio sottolineare maggiormente le diverse situazioni in cui ci si può venire a trovare, che variano a seconda della distanza che separa questi ragazzi dalla città da cui provengono.

1) I "PENDOLARI"
Questa è, a mio avviso, la categoria più penalizzata. Il pendolare è uno studente che abita in una città troppo vicina alla sede universitaria per chiedere ai suoi genitori di andare a vivere fuori casa e allo stesso tempo troppo lontana per riuscire a dormire più di sei o sette ore per notte. è estremamente avvilente per il pendolare l'incontro alle prime luci dell'alba con i suoi coetanei che si muovono verso le loro case di ritorno dalla discoteca. Ho sempre stimato questi ragazzi pensando che al posto loro avrei preferito lavorare in una miniera a due passi da casa.

2) I "PENDOLARI SETTIMANALI"
I pendolari settimanali sono quei ragazzi che vivono nella città in cui studiano per cinque giorni alla settimana, e la loro città di origine è a distanza tale da permettere loro di trascorrere in famiglia i fine settimana. La penalizzazione non avviene in termini di ore di sonno perse, ma a causa dei loro continui spostamenti che non permettono di mettere radici stabili in nessuno dei due posti in cui si alterna la loro vita. Infatti all'università si conoscono nuovi amici che è impossibile vedere nei fine settimana, quando si ritrovano i vecchi amici lasciati a casa, con i quali però è stato impossibile mantenere i contatti nei cinque giorni precedenti. Questo ping-pong non si riflette solo sulle amicizie, ma anche sulle abitudini, sull'alimentazione ed altro ancora. Questo tipo di vita dissociata ai limiti della schizofrenia da alcuni è retto benissimo, ma resta il fatto che comunque non è di certo un buon esercizio di igiene mentale.

3) I FUORISEDE
Questa è la categoria alla quale appartengo io e che ritengo la meno penalizzata rispetto alle altre due. Il fuorisede è colui il quale è andato a studiare ad una distanza tale che le uniche possibilità per trascorrere dei periodi a casa con la sua famiglia sono Natale, Pasqua e le vacanze estive. è facilitato rispetto agli altri perché vive di solito a distanza non molto elevata dalla sua università, trascorre nella sede universitaria l'intera settimana, ma purtroppo ha messo una distanza molto grande tra sé e il suo passato, la sua città di origine, i suoi legami con amici, parenti ed eventuali partners. è in questa ottica che il termine "fuorisede" acquista uno spessore più ampio, se con "sede" indichiamo la sede degli affetti, della propria cultura sociale, delle radici, dei ricordi, dei luoghi della propria infanzia e giovinezza.

CAPITOLO VI
ENTROPIA, DISORDINE E RENDIMENTO DELLA MACCHINA UNIVERSITARIA.


Per comprendere il contenuto di questo paragrafo è necessario introdurre il concetto di entropia. L'entropia è una misura del disordine e della probabilità di trovarsi in un determinato stato. Qualunque sistema tende a raggiungere il valore massimo possibile per la sua entropia, cioè a trovarsi negli stati più probabili, che sono anche quelli più disordinati. Dal punto di vista dell'energia, un aumento di entropia significa che una parte dell'energia disponibile del sistema è stata degradata ad un livello di energia inferiore, cioè più disordinata. Questo degrado corrisponde ad uno spreco di energia, ad una quantità di energia non più disponibile. Il minimo dello spreco, cioè il massimo rendimento del sistema si ha quando l'entropia non aumenta, ma questo è un caso ideale. Nei casi reali, si cerca sempre di rendere minimo l'aumento di entropia, non potendolo annullare. Quindi un sistema è tanto migliore quanto più piccolo è il suo aumento di entropia (cioè la quantità di energia sprecata).
Cercherò di chiarire meglio questi concetti con un esempio. Consideriamo un mazzo di carte con tutte le carte ordinate per seme e per numero, a partire dall'asso di cuori fino ad arrivare al re di picche. Questo mazzo di carte possiede un determinato contenuto di energia, cioè l'energia mentale e fisica che è stata utilizzata da chi ha ordinato quel mazzo. Ora il mazzo viene mischiato. Dopo aver mischiato il mazzo gli stati più probabili del sistema (cioè gli stati a maggior entropia, quelli più disordinati) sono quelli in cui tutte le carte sono mischiate alla rinfusa, mentre lo stato iniziale (mazzo ordinato) è uno stato molto poco probabile, cioè a bassa entropia. Quindi il fatto che mischiando un mazzo ordinato questo tenda a stati diversi da quello iniziale è dovuto al fatto che lo stato iniziale è uno stato a bassa entropia da cui il sistema si allontana raggiungendo stati più disordinati. Nel mischiare il mazzo la sua energia iniziale (energia ordinata) è stata trasformata in energia disordinata, non più utilizzabile, quindi sprecata. Ciò che è stato sprecato è il lavoro di chi aveva ordinato il mazzo di carte, quindi nell'uso del nostro sistema (mazzo di carte) è stato introdotto uno spreco di energia, che dovremo cercare di minimizzare per conservare la maggior parte possibile dell'energia iniziale che possedeva il mazzo.
L'università è una macchina strutturata in modo che l'energia sprecata, il disordine, l'aumento di entropia siano massimi e non minimi come dovrebbe in realtà essere.
Consideriamo adesso il sistema universitario, che a mio parere è un sistema caratterizzato da un altissimo livello di entropia, cioè da sprechi immani e da un rendimento bassissimo.
Gli sprechi sono tutti quegli sforzi che non si traducono in un miglioramento del livello culturale o professionale della persona, ma sono sforzi fini a loro stessi, il che dà a volte agli studenti (non solo a quelli universitari) la sensazione che lo studio sia "fatica sprecata", vale a dire aumento del disordine, dell'entropia, dell'energia non più disponibile. Questa energia inutile è, a mio parere, impiegata in quella parte della preparazione diun esame che non fa crescere la persona nella comprensione di determinati fenomeni o concetti, ma la obbliga a memorizzare nozioni che dopo poco tempo non saranno più trattenute nella memoria.
Ogni corso di laurea ha le sue componenti mnemoniche, a mio avviso di scarsa utilità: i paradigmi di latino, le date storiche, le formule matematiche, le dimostrazioni di teoremi, e così via. Intendiamoci, non dico che le nozioni vadano buttate via in toto, ma dovrebbero diventare uno strumento per facilitare la comprensione di quello che io chiamo il "succo di un esame", cioè i concetti che entrano a far parte della memoria a lungo termine. Invece a volte il nozionismo esasperato rischia di sviare l'attenzione dello studente sui piccoli particolari, perdendo di vista la materia nella sua globalità e organicità, perdendo la cosiddetta "visione d'insieme" dell'esame.
Non rifiuto totalmente la memorizzazione (è impossibile ottenere un sistema che non aumenti, anche se di poco, la sua entropia), ma sono contrario al peso a volte eccessivo che ad essa viene dato.
Sono i professori stessi i primi a spiegare con fogli alla mano o a ricorrere alla consultazione di libri per venire in aiuto alla loro memoria. Addirittura, al termine di un esame, a volte la soluzione viene spiegata leggendo da fogli preparati in precedenza, quando pochi minuti prima quella stessa persona ha preteso da te di ricordare quelle cose a memoria senza darti il benché minimo aiuto. L'obiezione possibile sarebbe che il professore lo sforzo di memoria lo ha fatto a suo tempo ed è impossibile che si ricordi tutto. Ma allora, se già in partenza si sa che gran parte delle cose memorizzate sono destinate a svanire, perché non puntare tutto su ciò che il tempo non riesce a portare via alle persone? sto parlando della comprensione qualitativa dei fenomeni, della capacità di leggere un testo scientifico comprendendone i termini e i passaggi logici, della capacità di utilizzare i libri come strumenti per la ricerca di ciò che serve di volta in volta per affrontare i problemi, sia quelli legati agli esami, sia quelli che si presentano nella vita.
Il prodotto finito dell'università non dovrebbe essere una persona con la testa talmente zeppa di nozioni da non avere più posto per altro, ma una persona che ha in mano degli strumenti efficaci per comprendere ed analizzare al meglio tutte le informazioni che riceve.
A volte si ha l'impressione che l'università sia strutturata in previsione di una improvvisa sparizione di tutti i libri, i quaderni e le penne della terra, come se si dovesse sempre e comunque fare affidamento solo sulla propria memoria e rifiutare l'aiuto che ci può venire da ciò che è già stato messo nero su bianco.
Perché i professori pretendono da noi cose che noi non pretendiamo da loro, e cioè che vengano a lezione senza niente da leggere e spiegando esclusivamente cose che ricordano a memoria?
Proviamo a pensare all'università ideale come ad una macchina nella quale le materie prime introdotte sono dei giovani diplomati, pieni di energia, di entusiasmo e di voglia di realizzarsi nel settore che più si avvicina a loro, e il prodotto finito sono persone complete, mature intellettualmente e più sagge, con una cultura ed una impostazione mentale tale da permettere loro di affrontare i problemi legati all'occupazione che andranno a svolgere. I prodotti di scarto di questa macchina ideale sono minimi, vale a dire che l'energia non più disponibile perché dissipata nel processo di trasformazione da diplomato a laureato è la minima possibile, oppure, in altri termini, il disordine, lo spreco, l'aumento di entropia sono i più piccoli possibili. Questi prodotti di scarto minimi sono un tempo medio di laurea non molto elevato, le energie mentali necessarie per capire e far propri concetti che rimarranno per sempre e non sono destinati a sparire pochi giorni dopo l'esame, l'attenzione e la concentrazione necessari per mandare a memoria poche cose fondamentali, e non un pacco di nozioni inutili.
Invece andiamo a vedere cosa succede nella realtà dei fatti. I primi difetti sono presenti già nelle materie prime, rovinate da una scuola superiore che non è stata in grado per sua natura di trasmettere interesse ed entusiasmo nei confronti della conoscenza. Sulla scuola superiore si potrebbe scrivere un altro libro, quindi lascio cadere l'argomento. Le energie dissipate sono esageratemente alte rispetto a quelle strettamente necessarie. Mi riferisco alle immani energie mentali spese per memorizzare pagine e pagine di formule che invece ogni professore consulta di volta in volta sui testi più opportuni (è stato inventato anche il nome apposito di "testi di consultazione").
Accade così che del 100% di un esame almeno il 50% viene dimenticato nel periodo immediatamente successivo ad esso, e del rimanente 50% il 25% risulta utile alla comprensione degli esami successivi e di questo 25% all'incirca il 10% trova realmente applicazione una volta a contatto con una realtà lavorativa. Quindi salta agli occhi come il rendimento della macchina universitaria sia bassissimo, con una quantità esageratemente alta di energia sprecata. Senza accorgercene il fine dell'esame diventa il mezzo e viceversa, poiché lo studente, che dovrebbe essere l'obiettivo dell'esame e trarre da esso beneficio e crescita, si trova a diventare il mezzo per soddisfare alle esigenze dell'esame il cui superamento diventa l'unico fine. In altre parole lo studente fa del lavoro in più i cui benefici verranno sentiti solo dall'esame, ma i cui effetti svaniranno nel giro di poco tempo.
Consideriamo ora lo spreco di energia in termini di tempo. Al politecnico di Milano il tempo medio di laurea è di sette anni (sottolineo il fatto che si tratta di un tempo medio). Secondo me sette anni sono troppi per fornire ad una persona le basi culturali e professionali per entrare nel mondo del lavoro con un buon grado di competenza e specializzazione. Mettiamo che di anni ne bastino sei. Allora vuol dire che ad ognuna delle persone che si laureano è stato fatto perdere un anno di vita, che poteva essere recuperato con una mentalità ed una organizzazione diversa.
Quindi ogni ottanta persone laureate si sono sprecati ottanta anni di vita, circa la vita di un essere umano. Moltiplicando per tutte le persone che si laureano ogni anno (che non so quante siano) abbiamo una vaga idea della strage che compie ogni anno l'università in termini di anni di giovinezza, di tempo, di vita delle persone. Alla fine di questo ciclo produttivo, il prodotto che viene realizzato si discosta molto da quella immagine di persona culturalmente salda, saggia, serena ed equilibrata con la quale ho descritto il prodotto finito ideale, ma abbiamo persone stressate, costrette dal sistema universitario ad escludere gli ambiti culturali non universitari, piene di frustrazioni, di rancori, con la voglia di sputare tutti i bocconi amari che sono stati costretti ad ingoiare, persone rese più ciniche, meno fiduciose e piene di speranza, private in misura significativa della loro giovinezza interiore.
Queste persone hanno tratto dall'esperienza universitaria come unico insegnamento che la vita è fatta di sofferenza e privazioni per raggiungere ciò che si vuole e sono private della consapevolezza che se siamo su questa terra è per essere felici, esprimere al meglio la nostra personalità a beneficio degli altri, arricchire il mondo per essere arricchiti da esso, saper trovare il buono anche nelle situazioni più difficili.
Se lo stato nel creare l'università aveva come obiettivo la costruzione di una macchina che producesse il maggior numero possibile di uomini preparati ad essere la linfa intellettuale e professionale del Paese, ha commesso un errore di progettazione aggravato dal fatto che a commetterlo sono stati proprio uomini di cultura che dovrebbero ben conoscere i criteri di massimo rendimento di un sistema. Questo sempre ammettendo che lo scopo dell'università sia quello di cui sopra, altrimenti bisogna cominciare a chiederci quali siano le reali intenzionalità che stanno dietro al mondo universitario.

CAPITOLO VII
MA ALLORA, CHE FARE?

Dopo questa descrizione impietosa dell'università è spontaneo chiedersi se ha ancora senso rimanere al suo interno e se non sarebbe meglio per noi studiare all'estero in posti dove la cultura è organizzata in maniera diversa, o addirittura abbandonare gli studi universitari in quanto limitanti, dedicandosi ad una forma autodidattica di apprendimento.
Per ridimensionare leggermente la visione apocalittica del mondo universitario data finora, dirò che questo scritto voleva essere una analisi dei disagi universitari, e non una apologia del sistema accademico, quindi non sono stati contemplati gli aspetti positivi che tuttavia esistono all'interno dell'università.
Anche nelle cose peggiori, infatti, se si scava a fondo si riesce a trovare sempre una componente di bontà. Gli anni università sono una opportunità unica per allenare il nostro cervello a produrre elaborazioni sue e a non pensare per conto terzi, cosa che ormai, purtroppo, avviene sempre più di frequente.
Inoltre vivere in un ambiente in cui vige la legge del più forte può essere positivo se di questo si prende coscienza e si cerca di contrapporsi a questa mentalità imperante allenando se stessi a diventare persone eque, rispettose degli umili come dei potenti, prive di antagonismo o di voglia di prevaricazione nei confronti del prossimo.
La sensazione di debito nei confronti dei nostri genitori potrà essere di aiuto per stimolarci ad essere generosi con i nostri figli e a pareggiare grazie a loro quanto dato con quanto ricevuto, facendo loro capire che in questo modo noi non siamo in credito nei loro confronti ma in pareggio con chi ha provveduto per noi a suo tempo.
La consapevolezza che ad alcuni è economicamente negato l'accesso all'università e che quindi noi universitari godiamo di grossi privilegi può essere uno stimolo costante alla solidarietà umana e alla considerazione nei confronti di chi non gode dei nostri stessi privilegi, sempre andando in contrapposizione alla infracultura universitaria dell'"ognuno per sé", del cinismo e dell'ingiustizia.
In futuro la nostra posizione di laureati ci metterà in condizioni di applicare concretamente il concetto di solidarietà verso il prossimo in maniera molto più efficace di quanto potremmo fare rifiutando quel benessere economico che ci dà la possibilità di effettuare i nostri studi.
Per coloro che hanno dovuto cambiare casa a causa degli studi universitari il fatto di essere stati lontani dalla propria terra potrà essere una occasione per apprezzare maggiormente e valorizzare tutte le ricchezze umane, storiche e culturali che si è stati costretti ad abbandonare, eventualmente facendo ritorno a casa dopo la laurea con l'intenzione di contribuire attivamente allo sviluppo dei propri luoghi d'origine con ciò che si è imparato.
Insomma l'esperienza universitaria si allarga ben oltre ciò che viene studiato per gli esami, solo che per rendersene conto bisogna alzare per un attimo gli occhi dai libri e far spaziare lo sguardo tutto intorno a noi, in modo da riuscire a leggere e a interpretare in maniera per noi costruttiva tutto quello che ci capita.
I pensieri, le idee, le riflessioni sono forse i soli prodotti dell'uomo che il tempo non può rovinare, che rendono ogni individuo unico e irripetibile e che possono essere accolti da altri come semi per sviluppare degli altri pensieri, e così via, in una moltiplicazione esponenziale di conoscenza che nessun individuo potrà mai contenere interamente in sé, ma che è patrimonio comune e indivisibile di tutto il genere umano.
Abituiamo la nostra testa a ragionare, e allora saremo più liberi, liberi da tutte quelle cose inutili che vogliono pensare al posto nostro: la pubblicità, che ci impianta nella testa modelli completamente sbagliati di realtà; i giornali e la televisione, che ci abituano a mangiare fatti già interpretati, a leggere cibo già digerito da altri. Il pensiero ha proiettato Keplero nelle stelle ancora prima di Armstrong, e anche noi, se ci abituiamo a pensare, saremo più liberi, liberi di una libertà che non conosce catene, prigioni, strutture, conformismi, confini.
Cerchiamo in tutti i modi di volgere la situazione a nostro vantaggio e rispondiamo alla frustrazione e agli insuccessi con ottimismo e voglia di spremere da questi anni fino all'ultima goccia di esperienza che ci possono offrire. Non giudichiamo noi stessi in base al nostro libretto universitario e gli altri in base ai loro titoli accademici, ma autovalutiamoci usando come parametro la nostra capacità di riflettere, ragionare e dare delle interpretazioni durante tutti i giorni della nostra vita, non soltanto durante le due ore necessarie a sostenere un esame. Siamo abituati ad imparare e a sentirci in una posizione subalterna sin dalla prima elementare: rialziamoci, riprendiamo la nostra dignità di liberi pensatori, ritroviamo fiducia in noi stessi e, oltre ad avere l'umiltà di imparare qualcosa dagli altri, maturiamo la convinzione di avere anche noi idee valide e qualcosa da insegnare a chi ci circonda.



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