FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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STRUZZI A VAPORE: OPERA PROVVISORIA 21

Fabrizio Venerandi




Vaniloquio programmatico di su alcuni argomenti principali liberamente tratto da "21".


ATTO PRIMO
PARTE PRIMA

"Signori, signori, vediamo di fare silenzio!"
Il vecchio Maestro si accarezzò la barba mentre, dall'alto del suo scranno, dominava la grossa sala arredata grezzamente con pesanti panche di legno. Ai suoi piedi un grosso gatto si leccava le zampe voluttuoso.
Piccole finestre erano appese ai muri bianchi d'intonaco, e la luce faceva una lotta sottile con il silenzio.
Seduti sulle panche, bambini che giocavano con biglie di vetro nero, vecchi dallo sguardo di dieci mesi prima, e giovani adulti pronti ad essere trafitti dal tempo.
Una grassa signora vestita distrattamente di verde e rosso si alzò all'improvviso, e dominando un respiro affannoso iniziò ad urlare: "Ma non siamo sciocchi, signori non siamo sciocchi! Il silenzio non lo si fa! Al massimo possiamo smettere di fare rumore!". Evidentemente soddisfatta del suo ardire la donna si risedette gongolandosi, mentre il resto del pubblico applaudiva placidamente.
Il vecchio Mestro alzò un sopracciglio (uno dei deu) e l'aula ritornò ad essere silenziosa.
"D'accordo, d'accordo. Allora vediamo di evitare di produrre rumore" disse con tono accondiscendente.
Tutti finsero di concentrarsi inarcando le ciglia, per mostrare fatica.
Il silenzio divenne tangibile, tanto che tutti iniziarono a muovere le mani nell'aria, per potere finalmente toccarlo, e sentire che delicatezza avesse.
D'improvviso un ragazzo si alzò ed inizio a parlare, gesticolando animatamente. Era bellissimo, nero di capelli, con spalle magre, e con una veste purpurea. Il viso ricordava distintamente una gardenia, prima che venga bagnata dalla pioggia, prima che venga bagnata -ho detto- dalla pioggia.
"Signori, questo non può bastare. Dobbiamo fare silenzio anche dentro di noi. Mi accorgo con fastidio che alcuni di voi rumoreggiano voluttuosi nel proprio animo".
Tutti nella sala abbassarono gli occhi a terra, facendo finta di piangere e lacerandosi le vesti, da cui sgorgava sabbia e pietre assolate.
Una poetessa vestita di rosso scarlatto, dal volto di cera, si alzò a sua volta, ed iniziò a recitare:

"Io sento il suono
di uno sguardo distolto;
una risacca di sassi
mi spezza la gola.
Ed ecco l'atteso
schioccare del pianto."

La sala esplose in un applauso fragoroso e denso, mentre alcuni ragazzini iniziarono a compiere passi di danza. Una donna grassa vestita di rosso e verde, in maniera svogliata, tentò di fare la verticale, ma cadde a terra e si mise a ridere sguaiatamente, tanto che si orinò addosso.
"Almeno è calda" si mise a spiegare.
La poetessa nel frattempo aveva preso fuoco, e dalle due spalle erano nate due colombe, sporche di rosso, che materializzavano la testa da un punto all'altro, facendola sparire nel contempo.
"Un angioletto!" fece un bimbo indicando con il dito.
"Ma che dici sciocco!" fece di rimando la madre, dandogli uno sberlone. " E poi lo sai che non si indica mai con il dito" aggiunse severa.
Quando alcune ragazze avevano iniziato a spiegare una elaborata danza, il vecchio Maestro chiese di nuovo di fare silenzio.
Per la precisione, visto che abbiamo sottomano la documentazione originaria, disse: "Fate silenzio!"
Una grassa signora vestita distrattamente di verde e rosso si alzò all'improvviso, e dominando un respiro affannoso iniziò ad urlare: "Ma non siamo sciocchi, signori non siamo sciocchi! Il silenzio non lo si fa! Al massimo possiamo smettere di fare rumore!". Evidentemente soddisfatta del suo ardire la donna si risedette gongolandosi, mentre il resto del pubblico applaudiva placidamente.
Il vecchio Maestro allora disse con fare sardonico: "Signori, come vi ho già detto prima, a me non piace ripetermi".
Una enorme risata allora aleggiò nella sala, ma visto che tutti erano seri, non si capiva da dove venisse.
Un ragazzino, con una felpa verdeggiante, approfittò del silenzio che si era venuto a creare per annunciare pretestuoso: "Ehi raga, lo sentite il silenzio che si è venuto a creare?"
Tutti si misero a fischiare, ed una donna vestita senza armonia di verde e rosso gli urlò malamente: "Prima che lo distruggessi con il tuo vaniloquio potevamo sentirlo, ora non più! Sciocco, sciocco, sciocco: tre volte sciocco"
Il ragazzino, risentito fece di rimando: "Al massimo potevate non percepire i rumori. Il silenzio non lo si ascolta"
I fischi si fecero ancora più forti ed intensi.
"L'abbiamo già detto!" fecero da più parti.
A questo punto della narrazione il ragazzino si fece paonazzo in viso, tanto che molti, tra se e se pensarono: "Tra me e me: quel ragazzino si è fatto paonazzo in viso!".
"Basta, basta, basta, siete solo dei criticoni, e non sapete cosa vuol dire non riuscire a dormire di notte perché ogni dieci minuti una zanzara si avvicina all'orecchio e con il suo sibilare ti sveglia, non sapete cosa si prova a cadere dal motorino in un giorno di pioggia, e vedere i propri jeans che si arrossano di un fiotto lieve, non sapere quale è il gusto di una vomitata di whiskey la notte di capodanno a Budapest. Come una canzoncina!" disse d'un fiato.
I ragazzi a questo punto si erano presi mano nella mano, alzandole al cielo, e spostandole con lentezza a destra e sinistra, mentre alcuni tenevano fra le dita un accendino acceso.
Era un accendino immenso, almeno tre metri di diametro.
Il ragazzino comunque si era seduto, mentre un uomo vestito di un gessato grigio a questo punto -alzatosi- aveva preso un plico contenente alcuni fogli, che aveva iniziato a leggere a voce alta.
"Signori e signore. Spero di non incorrere in una vostra interruzione se mi permetto di esibirmi davanti ai vostri occhi in un monologo". A quel punto si interruppe per cogliere negli occhi degli ascoltatori eventuali interruzioni, ma visto che nessuno lo interrompeva, continuò.
"La mia storia è abbastanza breve: ho finito" fece risedendosi.
Da ogni dove si aprirono applausi, come se si tentasse di abbracciare il cielo, senza riuscirvi.
Solo, da un angolo si senti distintamente una domanda, che gelò la sala: "Ma non sarai mica di destra?"
Subito i bambini spaccarono le sedie, per improvvisare un piccolo fuocherello. Una neve fredda scendeva dal soffitto, e camminando per i corridoietti tra le sedie si rischiava di cadere per via di un sottile strato di ghiaccio.
Il signore, tremando visibilmente nel gessato grigio, rispose a bassa voce: "Io credo, se mi concedete, che parlare di classi sociali sia ingenuo, ed oramai antistorico. Se un tempo il termine classe sociale poteva avere un qualsivoglia significato, oramai vi è una tale omogeneità socioeconomica, da rendere il termine, ora non ricordo neppure╔ come si dice╔ ah si, classi sociali, del tutto obsoleto, e dimenticando. Ma potrete arrivare al mio ragionamento anche ragionando da soli. Quanti di voi non hanno un televisore? O quanti di voi non possono permettersi un automobile? Oppure una lavatrice? Viviamo bene e non dobbiamo lamentarci in nessun modo della pubblica amministrazione. Chiedete, dico, chiedete ai vostri nonni come si stava quando si stava male! Allora si che si conosceva la fame, e si passavano le acciughe sul pane per darvi il sapore, poi si rimettevano sott'olio per il giorno dopo! Ora -e così dicendo allargò le braccia, guardandosi attorno- si sta bene. Non ci manca niente!"
Una giovane dal fondo si era alzata a questa risposta. "Allora sei di destra?" chiese.
L'uomo in gessato si fece più agitato: "Destra, sinistra, queste definizioni, non esistono più, sono fittizie, placebi per la gente che ha bisogno di distinguere, di capire con immagini semplici╔"
La giovane lo interruppe. "Io sono la gente. Guardami. Sono bellissima, mutevole, cieca. Come vedi, non vedo. Ho i polpastrelli senza tatto. Il mio naso non sente più nessun odore. Le mie orecchie non odono più alcun respiro, neppure il più sottile, ed ho dimenticato il gusto del pane e del companatico. Ma conosco ancora bene quello della fame. Eppure ti sento, e ti vedo, e ti potrei anche toccare e capire che stai portando un gessato grigio. Perché ti temo, ed ho paura della violenza che puoi portarmi. Io sono la gente".
L'uomo in gessato grigio non sapeva cosa fare e si guardava attorno senza ricevere nient'altro che niente.
Poi, sbottando: "Cosa dovrei fare! Dovrei abbracciarti, o baciarti?"
La giovane si fece nera in volto: "E' troppo tardi. Non me lo avresti dovuto chiedere, l'avresti dovuto fare, e saresti diventato Dio" e così dicendo si risedette tra la folla.
"Beh, posso ancora farlo!" urlò sudaticcio l'uomo, e si spinse fino al punto dove stava la donna, spingendo e spintonando tutte le persone che d'improvviso si erano alzate in piedi, ma non riuscì più a trovarla, così mischiata alla gente, perché era simile a quasi tutte le ragazze presenti in aula.
Lo stesso uomo gessato, poco dopo si ritrovò a spingere rami, e non più persone, e poco dopo era perso in una foresta nel deserto. E continuava a cercare la gente.
"Che storia triste" fece un bimbo mettendosi a piangere.
La madre gli diede prontamente un ceffone.
"Perché??" fece il bimbo, portandosi le mani al volto.
"Stavi già piangendo. Almeno adesso hai una ragione vera per farlo" rispose la madre salomonica.
Un tipo vestito con una tuta viola si alzò in fondo all'aula ed alzò la mano.
Il vecchio Maestro si consultò con il gatto, poi chiese a voce alta: "Si?"
"Volevo chiedere se potevo dire una cosa" disse timidamente il tipo in tuta.
"Faccia pure, faccia pure" fece il Maestro con voce dolce.
"Posso dire una cosa?" chiese allora il tipo con la tuta.
"Si" rispose il Maestro un po' seccato.
"Bene" disse allora il tipo in tuta, risentendosi.
Tutti attendevano che iniziasse a parlare, ma dopo qualche minuto, il vecchio Maestro si fece portatore del pensiero comunitario.
"Cosa ci vuole dire allora? Stiamo aspettando!"
Il tipo con la tuta viola si alzò un poco stupito: "Dici a me?"
"Si, dico a lei. Non voleva dire qualche cosa?" fece il vecchio accarezzandosi la barba.
"Io no!" fece il tipo in tuta, lievemente indignato. "Volevo solo sapere se la potevo dire. Mi sembra comunque importante che tutti sappiano che io la avrei potuta dire".
"E' vero" fece il vecchio Maestro pensandoci attentamente "E' comunque interessante il sapere che la potevi dire."
Il tipo in tuta viola si risedette.
A quel punto una fatina si mise in piedi su di una sedia, ed iniziò un discorso apparentemente sconclusionato: "Mi voglio presentare, io sono la fantasia. Guarda: ho in tasca sette pietruzze di vetro, che ho trovato in riva al mare. Sei di queste pietre sono magiche, e se le lancio per terra mi mostrano il volto dell'uomo che -quando sarò grande- mi amerà, con tutte le sue idee e con il suo solo corpo. La settima è una normalissima pietra di vetro. Solo che non so quali siano le pietre magiche e quale no, così ogni volta che lancio le sette pietre assieme, le pietre mi mostrano un volto differente. La collana che tu vedi io porto al collo, è fatta con le lacrime di tutti gli amori che dovrò provare prima di trovare quello giusto. E sono lacrime bellissime, lucidissime, tristi".
"Che bello, che bello" fece una bimba battendo le mani. " E chi sposerai alla fine? Sarà un principe, od un valoroso eroe?" chiese con voce da bambina.
La fatina fece no-no con la testa chiudendo gli occhi: "Non so ancora chi sposerò, per via della pietra di vetro che ancora mi inganna. Ma so che sarà un uomo con un vestito gessato grigio, un uomo dal cuore nero, malvagio, che di notte sente l'odore del latte e si mangia i bambini che sprovveduti si alzano per andare al bagno senza accendere le luci".
La bambina stupitissima ed assai spaventata si era aggrappata alla mamma che, essendo al centro dell'attenzione, aveva evitato di tirarle uno sberlone. "E- e come mai vuoi sposare un uomo tanto cattivo?" chiese poi, con voce rotta dal pianto.
La fatina si mise a volare, avvicinandosi ad una delle finestre: "Perché se non diventasse mio sposo sarebbe tempesta e pianto per voi. I vostri denti si spezzerebbero per il troppo stridore, le vostre ossa si staccherebbero in taglienti schegge, e dalla pelle sudereste ruggine scura. E' destino che io debba tenerlo tra i miei piccoli seni, che gli canti dolci nenie per addormentarlo, che lo lasci esplodere nel mio letto, così che si dimentichi della vendetta che cova nei vostri confronti, perso nell'oblio del mio corpo".
Così dicendo, con un colpo d'ali, uscì dal salone.
Si sentì distintamente un ceffone rimbombare nella stanza, ed una voce dire: "Ma è un discorso sconclusionato!"
"Apparentemente" fece d'eco il vecchio Maestro, serio in volto.
"Vorrei sapere cosa ne pensa Ipigliohw" urlò ad un certo punto un vecchio.
"Ne terrò conto" fece di rimando Ipigliohw.
In quel mentre si senti bussare alla porta.
Nella sala scese d'improvviso un silenzio strano, al gusto di vaniglia.
Il silenzio strano, al gusto di vaniglia, prontamente risalì quando si sentì bussare di nuovo.
"Bisognerebbe aprire la porta!" urlò una donna grassa, vestita con scarsa considerazione di verde e rosso.
"Giusto, giusto" fecero d'intorno, da più parti.
Un vecchietto si alzò, minacciando con un bastone da passeggio: "E' una vergogna! Stanno bussando e nessuno apre! E' una vergogna!"
Da più parti si alzarono applausi di incoraggiamento, mentre il vecchio si risedeva rosso in volto.
Si senti bussare di nuovo.
Tutti si zittirono.
Una donna non resistette e si mise a piangere urlando. "Ma che uomini siete!! Non ce lo avete un cuore?? Non sentite che stanno bussando? Come potete non aprire la porta? Abbiate un minimo di dignità!"
A queste parole tutti si misero a fissare le punta dei propri piedi, per controllare che ci fossero ancora.
"I miei piedi! Dove sono i miei piedi?!" chiese un ragazzo guadagnando l'attenzione generale.
"Scherzavo" fece ridacchiando, e tutti si misero a prenderlo a sberloni sul collo.
Si senti bussare ancora.
Di nuovo ogni rumore smise di essere.
"E se aprissimo noi?" chiese timidamente un Rivoluzionario.
"Sarebbe un grave compromesso" rispose un Politicante.
Un uomo di Fede si alzò, con lo sguardo sereno. "La colpa non è nostra" disse lentamente "E che manca un portinaio!"
Da più parti si senti un sospiro di sollievo. "E' vero" molti dissero "Non c'è il portinaio!". "Non è colpa nostra!". "Mica tutti possono mettersi li ed aprire la porta: ci vuole una competenza!"
Si senti bussare di nuovo.
A quel punto tutti iniziarono ad urlare: "Portinaioooo!! Portinaiooo!!!"
Siccome il portinaio non sembrava arrivare, un uomo avvolto in un cappotto verde sbottò: "Non posso più resistere: aprirò io!". E prima che potesse essere fermato, afferrò la maniglia della porta, e la aprì. Ma siccome lui non voleva aprire la maniglia della porta, ma la porta stessa, afferrò la porta e la aprì.
Dietro la porta non c'era nessuno.
"Quindi c'è qualcuno" fece un bambino sospettoso.
"No -fece il tipo con il cappotto verde- fuori c'è il niente".
Fuori effettivamente c'era il niente.
Indescrivibile.
Inenarrabile.

"Chiuda che fa corrente" disse un vecchietto tossendo violentemente.
Il tipo con il cappotto verde usci, e richiuse la porta.

Il vecchio Maestro, attirò l'attenzione degli ascoltatori su di un uomo vestito in una tutina colorata, che stava in un angolo.
L'omino prese in mano tre palle da biliardo e chiese a voce sonante: "Pensate: cosa potrei farci con queste tre palle da biliardo?"
Dopo aver pronunciato la frase chiuse gli occhi per un secondo.
Poi li riaprì, ed era diventato di colpo vecchio e canuto, con profonde rughe sul volto, i capelli ispidi e bianchi, ed il corpo piegato in due.
"Che fine hanno fatto i vostri pensieri bambini? Dove avete messo i vostri sogni?" chiese rattristato.
Si avvicinò ad un uomo in cravatta: "Tu, tu volevi fare il disegnatore di fumetti, e tu, si tu la dietro, volevi fare la raccontatrice di favole, e tu, non ti nascondere, tu volevi fare il benzinaio. Io conosco tutti i vostri sogni. Ed i tuoi sogni? Come stanno i tuoi sogni? Li hai cambiati, modellati; nel cassetto dimenticati? Io ricordo; come vedi ve li ho portati. Sono i vostri sogni: ecco come stanno".
E così dicendo aprì la mano, ma in luogo delle tre palle di biliardo, caddero a terra tre palle da biliardo.
Quando la gente alzò lo sguardo per guardare il tipo in tuta, il tipo era sparito, e quando riabbassarono lo sguardo verso le tre bocce da biliardo, le tre bocce erano sparite.
Un bimbo che aveva eseguito il percorso opposto, guardando per primo il tipo, poi le bocce, poi ancora il tipo, venne escluso dal racconto, per esigenze di narrazione.
"Le classi sociali esistono"
La frase si sentì da sola.
Tutti lasciarono perdere il tipo e le sue bocce, sicuri che non lo avrebbero più ritrovato, e guardarono chi aveva pronunciato la frase, ed osservarono un vecchio anziano, avvolto in una tunica color cachi.
"Sono io che ho pronunciato la frase" diss'egli facendo un passo in avanti.
"Ora, ora voi mi vedete così allegro e titubante al contempo, ma un tempo io praticavo un mestiere triste ed emozionante al contempo, capace di suscitare pianto e riso al contempo. Ero, per dirla in breve, un aggiustatore di cassette della posta. Scorgo tra di voi, occhi che mi fissano curiosi, come se si chiedessero: "Che diamine di mestiere è l'aggiustatore di cassette per la posta?". Se invece di chiederlo a voi, lo aveste chiesto a me, ora avreste una risposta!" disse il vecchio anziano avvolto in una tunica color cachi, con fare ieratico.
"Che bel periodo ipotetico!" esclamò una ragazzina con le manine giunte ed uno sguardo sognante.
"Non se ne vedono più di periodi ipotetici così belli, sodi, sani!" fece di rimando un uomo in frac li vicino, schioccando la lingua.
"Atuffare, broda, sazio, goda, strazio" esclamò l'ottavo signore alla sua sinistra, un tizio dal naso grosso, e tutta l'aula esplose in risate.
"Signori, signori! Stiamo scivolando nel ridicolo!" fece irritato il vecchio Maestro.
Improvvisamente si sentì un forte tonfo, seguito da una grossa risata.
Tutti zittirono, guardandosi l'un l'altro in cagnesco, tanto che il gatto ai piedi del vecchio Maestro si nascose dietro lo scranno.
"Pensi, pensi -aggiunse una signora vestita di rosso e verde al contempo- che ieri ho sentito un giovincello dire: "Finisco di mangiare e poi andrò al cinema". Capite, andrò! Un bel sano futuro, che non ne sentivo così dal╔ mi pare fosse il cinquantasei. Che gusto!"
Intorno annuirono parlottando fra loro.
"Ehm╔" fece il vecchio anziano avvolto in una tunica color cachi, con fare familistico.
"Si?" chiesero all'intorno, interrompendo il fitto dialogare.
"Proprio nessuno mi vuole chiedere che diamine di mestiere è l'aggiustatore di cassette per la posta?" chiese il vecchio anziano avvolto in una tunica color cachi, con fare pandemico.
"Ah, già è vero!" fece la signora vestita di rosso e verde contemporaneamente.
"Io, io!" Fece un bimbo smettendo di smetterla di fare qualcosa. Ma troppo impegnato in questa sua occupazione, non fece tempo ad esprimere il suo ragionevole dubbio.
"Che diamine di mestiere è l'aggiustatore di cassette per la posta?" chiesero alcuni, da varie parti della sala.
"No! No! Voglio che me lo chiediate tutti assieme, a tempo!" fece il vecchio anziano avvolto in una tunica color cachi, con fare commutatorista.
"D'accordo, d'accordo" disse allora il vecchio Maestro
Un tipo con un giubbotto di jeans nero si alzò e battendo le mani, attrasse l'attenzione generale. "Okkei ragazzi, appena io dico tre, voi dovete dire in coro: "Che diamine di mestiere è l'aggiustatore di cassette per la posta?". Siete pronti? Quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, sedici, medici, quindici, enciclopedici, logaedici, ortopedici, arcadici, araldici, distici, fradici, antiofidici, causidici, maidici╔"
"No! Ora mi spieghi cosa c'entra il mais!" disse all'improvviso il vecchio anziano avvolto in una tunica color cachi, con fare indorifero.
"Ma╔ non saprei cosa rispondere╔" rispose basito il ragazzo in jeans nero.
Il vecchio anziano avvolto in una tunica color cachi si sedette a terra offeso, con fare rigente.
"Tre" disse sottovoce il vecchio Maestro, e tutte le persone contenute nell'aula, dissero d'un fiato: "Che diamine di mestiere è l'aggiustatore di cassette per la posta?"

MONOLOGO DEL VECCHIO ANZIANO AVVOLTO IN UNA TUNICA COLOR CACHI

Carissimi.
Voi ora vedete il mondo come è. Ed essendo persone ragionevolmente stupide, pensate che un tempo il mondo doveva essere più o meno come è adesso, con qualche comodità in più, con qualche vizio in meno.
Così - lasciatemi dire - non è.
Il mio mestiere, dicevo, è quello di aggiustare le cassette della posta.
Io giro per le strade della vostra città, per tutte le vie che sono segnate sul Tuttocittà, anche quelle che stanno nella periferia, anche quelle dove non ci va mai nessuno perché non c'è motivo di andarci.
Suono ai citofoni, e dico che sono il postino, oppure l'uomo delle pubblicità nelle cassette.
Entro nel portone e fisso tutte le cassette della posta.
Introduco le mie dita lunghe e sottili nelle cassette della posta, e leggo tutte le cose che le persone si dicono.
Poi rimetto tutto a posto, richiudo tutto, ed esco.
Tutto questo tutti i giorni.
Così imparo la gente che abita nelle case, conosco le cose che gli piacciono, intuisco quali sono le persone anziane e quali le giovani. Vedo persone sole, abbandonate dai figli, dallo stato, dalla pubblicità delle gite, e vedo ragazzine piene di entusiasmo, pronte ad aprire ogni finestra nei giorni di sole, ad aprire ogni ombrello nei giorni di pioggia.
Allora scrivo le lettere.
Capisco quali lettere aspettano le persone, da giorni, settimane, anni. E mi metto giù e le scrivo io. Sò imitare perfettamente la calligrafia di Tiziana, di Mario, della Banca Nazionale di Novara, di Isabella, di Benedetto, e dell'Amga.
Così le persone ricevono finalmente quello che desideravano da tempo, e sono felici. E non sono più sole.
Non chiedo niente in cambio.
E' il mio mestiere.

Ma ultimamente sono sempre più triste.
Un tempo pensavo che tutte le persone fossero uguali; tutti ugualmente tristi e soli.
Tutti ugualmente uguali.
Ora inizio a notare le differenze.
Mi basta guardare le cassette della posta.
Entro nelle villette delle zone residenziali, e vedo delle piccole cassette della posta. Sono poche, difficilmente più di dieci. Sono bellissime, profumano ancora di legno, e sono dipinte di tinte scure, con smalto per legno. Intarsiate con cure, hanno piccoli e semplici motivi incisi: fiori, oppure arabeschi. E' un piacere alla vista.
Diversamente quando mi trovo davanti alle ottantasette cassette della posta dei casermoni della zona popolare. Molte sono state forzate, e poi è stato dato fuoco alla posta. Altre hanno dovuto aggiungere un lucchetto, perché il primo era stato fatto saltare. In molte, vicino al nome, sono stati incisi insulti, ed altre volgarità. Le cassette sono bruttissime, in plastica, metallo, e vetro. E la maggior parte di quelle che sono state sfasciate, non sono più state riaggiustate. Pezzi di vetro sono ancora sparsi per terra, e molte sono ancora annerite dal fumo.

Può sembrare secondario, ma per questo sono sicuro che le classi sociali esistono.

"Bravo! Bravo!"
Da ogni parte la gente si asciugava le lacrime in grossi fazzolettoni colorati. Alcuni gli tiravano addosso delle rose, altri dei garofani. Il vecchio anziano avvolto in una tunica color cachi, afferrava i fiori, poi congiungeva le mani, e poi faceva un inchino, lentamente ritirandosi dietro il palcoscenico.
"E' di sinistra, si vede da come veste" fece una donna vestita con distrazione di rosso e verde.
"Ho come un presentimento" fece un signore alla sua destra, senza smettere di applaudire.
"Quale?" fece la donna vestita di rosso e verde, assieme.
"Che prima o poi, dovrò smettere di fare questo applauso" rispose il signore sempre applaudendo vigorosamente.
"Non ci vedo nulla di male!" fece la grassa donna vestita di verde e rosso.
"Si, ma╔ e se io non volessi smettere? Tutti gli altri smetterebbero, ed io resterei solo a continuare. Ed anche se tutti gli altri fino ad un secondo prima facevano la mia stessa cosa, applaudivano anche loro, nel momento in cui io restassi da solo ad applaudire, mi guarderebbero come se fossi un pazzo, od un idiota" aggiunse il tipo, sempre applaudendo.
La signora sembrava interdetta.
"Sono interdetta" fece lei, palesando quello che si poteva prima solo intuire.
Nel frattempo l'applauso iniziava a scemare.
"Vede, vede" fece il signore evidentemente agitato "ora tutti smetteranno, ed io resterò da solo ad applaudire! Cosa posso fare?"
"Abbia paura. E' l'unica cosa intelligente che le posso consigliare" fece la signora rossa e verde, un poco stizzita del comportamento del signore.
L'applauso finì di essere, e si udì solo il rumore dell'applauso del signore, che attirò l'attenzione generale.
"Sono una minoranza! Sono una minoranza!" si mise ad urlare come impazzito, sempre applaudendo, e correndo uscì dal salone.
Un ragazzo, di circa ventisette anni, si alzò, fece due passi avanti, e con due dita si indicò lo sterno.
"Ora, io spezzerò il mio sterno, e vi mostrerò come sono bello dentro" disse scandendo bene le parole.
"E perché mai?" chiese un bambino mentre non faceva nient'altro.
Il ragazzo mise la gamba destra davanti a se, poi inclinò la testa in avanti ed appoggiò il pugno chiuso della mano sinistra sulla fronte, chiudendo gli occhi. "Un triste destino mi perseguita" disse.
L'intera sala si era fatta silenziosa per ascoltare la sua voce.
Il ragazzo alzò la testa e fissando il soffitto, continuò il suo soliloquio: "Fin da giovane io desideravo un desiderio. Non proprio da giovane, ad essere precisi, ma da quasi giovane: sposarmi con una scrittrice"
"Ohhh!" fece il pubblico non pagante, a queste parole.
"Ad essere sinceri inizialmente volevo sposarmi con una lettrice. Infatti fin da piccolo scrivevo cose bellissime: racconti, poesie, saggi, ma soprattutto stronzate. In quest'ultimo tipo di componimenti ero un vero maestro, un virtuoso".
Il vecchio Maestro annuiva pensieroso.
Il ragazzo, per nulla disturbato dal pensiero del vecchio, continuò: "Quindi, essendo io lo scrittore, pensai che la mia donna dovesse essere una lettrice. Per compensazione!"
"Giusto, giusto!" dissero all'intorno.
"Anche io lo pensai, e feci in modo di innamorarmi di una ragazza che non sapesse scrivere niente di più intelligente del proprio nome. Poi le diedi da leggere le mie poesie╔ Ah! Mi si strugge il cuore al ricordo del terribile dialogo che avemmo in quel tempo di gioventù!"
Il ragazzo a queste parole, abbandonò il fare lirico con il quale accompagnava le sue esclamazioni, e timidamente chiese: "Posso fare un Flash Back?"
"A colori?" chiese la donna dalla veste rossa e verde distraibile.
"Eh no, purtroppo solo in bianco e nero╔" fece un poco dispiaciuto il ragazzo.
"Pff╔ e d'accordo, vediamoci questo Flash Back!" esclamò la donna vestita distrattamente di rosso distratto e verde distratto, sedendosi comodamente.
Si spensero le luci, ed iniziarono ad essere proiettate le immagini sullo schermo.

FLASH BACK DEL RAGAZZO DI CIRCA 26 ANNI

SOGGETTO E SCENEGGIATURA
DEL RAGAZZO DI CIRCA 26 ANNI

ATTORI PRINCIPALI
(IN ORDINE DI APPARIZIONE)
IL RAGAZZO DI CIRCA 26 ANNI
LA RAGAZZA DEL RAGAZZO DI CIRCA 26 ANNI

REGIA ED ASSISTENTE DI REGIA:
IL RAGAZZO DI CIRCA 26 ANNI

MONTAGGIO:
IL RAGAZZO DI CIRCA 26 ANNI

PRODUZIONE:
IL RAGAZZO DI CIRCA 26 ANNI © 1994

COLONNA SONORA:
NON C'E' COLONNA SONORA

"Hai letto le ultime cose che ho scritto?" chiesi io trepidante.
"Si! Sono molto belle!" fece lei con voce sognante.
"Si, si. D'accordo. E poi?" feci io, lievemente irato: era ovvio che fossero belle, le avevo scritte io.
"E poi╔ sono strane╔ divertenti! Posso copiarne una sul mio diario?" fece lei intimidita.
Senza neppure rispondere presi le mie poesie e la lasciai.

Vennero riaccese le luci nella sala, mentre la gente inizio a sgranocchiarsi le ossa, guardandosi attorno stupita di ritrovarsi ancora li.
Il ragazzo, frattanto, era risalito sul palcoscenico: "Vedete, vedete! Che triste destino mi attendeva! Belle, strane, divertenti! Questi tre aggettivi mi perseguitarono per il resto della mia vita, non lasciandomi mai solo! Viziose, viziose, si mangiavano i miei migliori guitti di immaginario, le mie esplosioni di acerbità e di acerbezza, e non mi lasciavano neppure il piacere di vedere il tovagliolo sporco, dopo il pasto. Cannibali!". Iniziò a piangere.
Poi visto che si vedeva che faceva finta, riprese in fretta: "Allora mi misi a cercare delle scrittrici, per potere consumare anche io il mio lauto banchetto. E trovai poetesse dai respiri sognanti, dai diari colorati, dalla penna fluente╔"
"E non fosti tu contento?" chiese incuriosito Ipigliohw.
"No! Le cose che scrivevano erano terribili! Parlavano di: amore; il tempo che passa; lui che non ha capito come sono veramente dentro e quindi non mi ha amato; l'amore di nuovo; il tempo passato; lui che stranamente non ha di nuovo capito come ero veramente dentro e quindi mi ha lasciato; il tempo che non si sa se passa o è già passato; l'amore che è sempre bellissimo parlarne. Oh, intendiamoci, ci mettevano tanta buona volontà: le note al margine per capire le citazioni, la bella grafia, le copertine colorate dei quaderni dove le scrivevano. Ma una -dico una- poesia sul tostapane, sulla caffettiera quando si brucia la gommina, sulla lavatrice al secondo risciacquo, potevano anche regalarmela!"
"Invece niente?" fecero i bambini, che oramai pendevano dalle sue labbra.
"Niente -fece lui- niente! La mia ricerca allora si fece spasmodica. Andavo in libreria e cercavo tutti i libri scritti da donne, poi ne calcolavo velocemente l'età, ne controllavo la nazionalità, in modo che non fosse poi impossibile il nostro incontro, ed infine leggendo il libro, sperando fosse di mio gradimento".
"E╔" chiesero tutti seguendo ogni parola del ragazzo.
"Niente! Nessun libro che fosse vagamente confrontabile con i miei racconti!" concluse il ragazzo piangendo.
"Che triste destino" ammise il vecchio Maestro, sprofondando lentamente nello scranno purpureo.
Un tipo dal vestito nero si alzò e lentamente disse: "Ricordatemi che dopo devo dire una cosa". E si risedette.
"E come hai risolto, come hai fatto a vivere senza amore?" chiese una ragazzina al ragazzo di circa 26 anni, facendo un passo verso di lui.
"Vivere senza amore? Beh -disse lui smettendo di piangere- non è proprio quello che ho fatto io".
"E come╔" iniziò a domandare la ragazzina pentendosi amaramente di aver fatto quel passo avanti.
"Eh, ho smesso di scrivere, e mi sono sposato con una panettiera" rispose il ragazzo sorridendo.
La sala esplose in un fragoroso: "Hurrà! Evviva! Hasta la victoria!" mentre buona parte dei presenti si congratulava con il ragazzo stringendogli la mano.
Pochi notarono la ragazza che aveva fatto le due domande, che lentamente si allontanava.
Un uomo di mezz'età si alzò allora dalla sedia e attirò verso di se l'attenzione generale, ingoiando alcune palline da golf. Quando fu matematicamente sicuro che tutte le persone presenti in sala lo stessero fissando, iniziò a parlare.
"Dunque. Bianco e n╔ coff cofff coff" disse.
Coff coff coff vuole dire che aveva iniziato a tossire convulsamente, diventando viola in viso, e piegatosi a terra aveva iniziato a sputare le palline da golf che prima aveva tanto incautamente ingoiato.
Poco dopo, si rialzò, ancora frastornato, e continuò a parlare: "ehh╔ dicevo╔ bianco e nero, bene e male, queste realtà non esistono in maniera assoluta siamo d'accordo?"
"No, scusa perché?" fece un tipo barbuto dal fondo della sala.
"A me piace il miele e penso sia dolcissimo, ma un'altra persona vomita verde, perdonate l'espressione, se lo assaggia. Io uccido un mio nemico perché è giusto, ma per un altra persona può essere ingiusto. Per il mio nemico per esempio, ha ha ha. Nessuno ride? Pazienza, la battuta era buona, tanto che ora me la segno, attendete un attimino╔ come diceva╔ per il mio nemico per esempio. Bene╔ tutto è quindi soggettivo, non esistono valori assoluti. La morale è una vittima incosciente della storia, diceva una canzoncina e quindi il problema è di come fare collimare le varie soggettività presenti negli individui, riuscendo a creare qualcosa che possa essere definita comunità. Ma vedo che c'è una domanda"
"Posso dissentire?" chiese il famoso biologo Ipigliohw.
"Ma certamente!" rispose l'uomo di mezz'età.
"Allora io dissento!" disse energicamente l'eminente biologo Ipigliohw, e si risedette sorridendo.
"Quindi l'amore come problema sociale! Sorrido quando sento accusare gli intellettuali che parlano solo d'amore, di essere di destra, di essere distaccati dalla realtà sociale! Ma ditemi cosa c'è di più sociale dell'amore? Direi che è il principio, il fulcro di ogni╔ ma vedo che c'è un'altra domanda!"
"Scusi se l'ho ancora interrotta╔" fece Ipigliohw
"Ma si figuri!" lo interruppe cortesemente l'uomo di mezz'età.
"Ci sono due cose che le volevo dire. La prima è "Cappadocia". La seconda cosa è una curiosità: ma lei non si sente già morto ad autodefinirsi uomo di mezz'età? E' chiaro che secondo tale definizione lei ha vissuto già metà della sua vita, e che quindi facendo due o tre brevi calcoli, lei può già sapere la data - mi conceda- della sua morte!" concluse Ipigliohw.
"Ma che cose tristi ci fanno vedere a pranzo!" esclamò una grassa signora vestita di rosso e verde in qualche modo.
Dal nulla sembrò apparire una principessa araba, che iniziò una danza lenta e triste.
Dopo alcuni passi si fermò e con voce distinta iniziò a parlare: "Io sono la sensualità. Sono una donna, oppure sono un uomo, oppure sono la sensualità. Ho una memoria antica e posso muovere il sangue che vi scorre nelle vene, come più mi piace. Posso rendervi stanchi tristi, posso tirarvi fuori dalla stanchezza, posso fare tremare uomini potenti e forti, solo perché hanno visto una ragazzina che li fissa con un certo tipo di ghiaccio dentro al loro fuoco. Posso buttarvi nella pazzia, nel delirio, posso farvi apparire uomini nel sonno, nella notte, e con le mie visioni posso farvi fare l'amore con donne che non dovreste neppure desiderare".
"Ma sei buona o cattiva" chiese un uomo dagli occhi lucidi.
La principessa araba lo guardò senza sorridere: "Sono una bestia, ma raffinatissima" concluse alzando la testa, e con due passi di danza uscì dalla stanza.
"Io mi chiedo come si ci potesse amare prima che inventassero il telefono" fece un ragazzino abbassando la cornetta.
Visto che quella sua semplice frase aveva attirato l'attenzione generale, il tipo continuò il discorso.
"No, dico, non capisco come si ci potesse amare prima che inventassero il telefono".
Lentamente tutti si avvicinarono al ragazzo scrocchiando le dita, e stringendole a pugno.
Il ragazzino iniziò a sudare ed indietreggiando esclamò: "No, ma non volevo dire niente! Solo non capisco come si ci potesse amare prima che inventassero il telefono. Ma non c'è un grosso ragionamento dietro, l'ho detto così per dire!"
Alcuni avevano spaccato delle sedie per usarne le gambe come mazza, altri avevano tirato fuori da sotto le giacche, grossi coltelli da cucina. Due o tre bambini tenevano in mano grossi ferri per lavorare la lana, che terminavano in brillanti punte.
E si avvicinavano sempre più al ragazzo, oramai ridotto ad uno straccio, ed accasciato contro il muro.
Disperato "Ma io semplicemente non capisco come si ci potesse amare prima che inventassero il telefono, niente di più, non mi sembra un dramm╔ un attimo!" esclamò.
Si rialzò sorridente pulendosi la giacca: "Ho capito come si può amarsi senza telefono, è che non ci pensavo!"
Tutti gli diedero delle amichevoli pacche sulle spalle e si risedettero, tranne alcuni che si ritrovarono con la sedia senza gambe.
"Non è facile amare" fece una ragazza dai capelli corti, biondicci.
Il pubblico si girò verso di lei ed iniziò tirarle contro delle monetine.
"Lo so che è ovvio, banale, idioti!" fece lei difendendosi con una sigaretta.
"Io amavo un tipo -continuò lei- ed era un tipo. Siamo stati assieme. Dopo un mese, beh, io ero uguale -e dico uguale- ad un mese prima, lui era uguale -e dico uguale- ad un mese prima. Niente era cambiato. Beh, raga, io non lo amavo più, e lui non mi amava più. Due più due, non fa sempre quattro. Se il 2+2= lo lasci li fermo a farsi violentare dal tempo, dopo un po' fa acqua da tutte le parti, oppure si fa da sé, oppure non fa più niente: rimane li scarico immobile senza riuscire a dare nessun risultato".
C'era un'impressionante assenza di rumore nella stanza, e tutti attendevano che la ragazza continuasse.
La ragazza si guardò attorno: "Beh, raga, io ho finito!"
"Buuhh, fiuuu, viaaa!" urlarono da più parti continuando a buttare monetine alla ragazza, che scornata si era riseduta.
Un bimbo vestito con una salopette gialla si alzò e disse ad alta voce: "VI PIACE LA MIA SALOPETTE GIALLA?"
A questa domanda tre bimbe vicino a lui si alzarono ed iniziarono a canticchiare questa allegra canzoncina: "Ci piace piace piace la tua saloooopeeeetteee gialla gialla giallaaaaa!"
"Grazie amici -fece il bimbo afferrando un microfono- io volevo avere una parte da protagonista per dire tre cose importanti. Posso? Ma si che posso! Mi rispondo da solo!:

LE TRE COSE IMPORTANTI CHE IL BAMBINO DALLA SALOPETTE GIALLA VOLEVA DIRE AL PUBBLICO DEL SALONE.

1­- Volete che io sia tra di voi?
2­- Non vi sembra molto più splendente la mia salopette gialla, che il sole che brilla nel cielo?
3­- Voglio ricordare all'uomo vestito di nero che voleva dire una cosa.

L'uomo vestito di nero ringraziò il bimbo vestito con una salopette gialla, e si schiarì la voce.
"Ma se non si vede╔" si chiese tra se e se una grassa donna che è vestita con colori che voi ben sapete.
"Una cosa!" disse l'uomo vestito di nero, e poi si risedette.
Allora, finalmente si alzò una donna di grande bellezza, tanto che molti in sala pensarono: "Mh".
"Ora vi racconterò una fiaba" disse, e la sua voce era sabbiosa e roca, ma nessun ginocchio si sarebbe ferito se qualcuno, giocando a pallone, fosse caduto nel suono delle sue parole.
"Posso avere anche io un titolo?" chiese garbatamente prima di incominciare.
"Certo, ovvio, naturale" risposero da più parti.

FAVOLA DELLA DONNA DALLA VOCE SABBIOSA E ROCA

"Accadde un tempo che una piccola bambina, Camilla, facesse la chierichetta, in una chiesa della periferia di una città di provincia. Era una bella bambina, bionda con i capelli a caschetto, ed aveva già otto anni.
I suoi genitori le volevano un mondo di bene, ma erano molto tristi, perché la loro bambina non parlava, era nata muta.
Il medico che la curava disse che non c'era nessuna malformazione fisica. La bambina non parlava perché non voleva parlare. Lui diceva che era "un blocco psicologico".
I genitori avevano provato in molti modi di farla parlare, ma non c'era stato verso. Camilla non parlava.
Temendo che potesse per questo restare esclusa dagli altri bambini, la facevano giocare il più possibile con i suoi compagni di scuola, ed avevano deciso di farle fare la chierichetta, perché conoscesse anche i bambini del catechismo.
La favola finisce così. Camilla non riacquistò mai più la parola, nonostante tutti i tentativi dei genitori".
La donna non si risedette ma fissò i suoi ascoltatori, forse aspettando una reazione.
"Non è una gran favola, ma almeno è logica!" disse l'eminente esponente della biologia Ipigliohw.
Un bambino che si era sdraiato a terra, poggiando la testa sulle mani, per ascoltare annuì pensieroso: "E' una gran bella favola. Se poi alla fine Camilla avesse riacquistato la voce, mi sarebbe spiaciuto molto. Sarebbe stato ingiusto. Poco onesto nei miei confronti" concluse.
"Posso farle vedere le mie foto delle vacanze che feci l'altranno, in riviera?" chiese una signora vestita distintamente di rosso e verde, ad un uomo seduto accanto a lei.
"Direi che non me ne potrebbe fregare di meno!" rispos'egli, seccato.
La donna dalla voce sabbiosa e roce frattanto, aveva fatto alcuni passi nella sala, fintanto che non aveva visto un ragazzo vestito alla marinara.
"Alzati" gli aveva detto, e lui subito aveva ubbidito.
La donna, velocemente, aveva preso il suo posto.
Il ragazzo vestito alla marinara che era evidentemente un poeta, iniziò a parlare: "Quando tutti guardano una cosa che attira l'attenzione, io non ci bado: osservo invece il viso di coloro che guardano, e ne studio i lineamenti, e ne indovino le idee. In questo modo, io non solo vedo anche la cosa in se, senza vederla, ma ne intuisco anche il suo significato sull'uomo. Per questo devo essere scrittore e poeta: è un destino".
Tutti gli ascoltatori inarcarono le ciglia, pensierosi, cercando di capire se la cosa detta dal ragazzo era una cosa profonda, oppure una sciocchezza.
Ma prima che si potesse giungere ad una soluzione, si spensero le luci!

Il buio divenne completo!
Perfino dalle finestre entrava una luce nera, soffocante a vedersi!
"Accidenti!" disse Qualcuno
"Chi ha spento la luce??" chiese Qualcuno.
"Che sia mancata la luce?" chiese Qualcuno.
"Con quello che si paga di bolletta!" disse Qualcuno.
"Non vedo, non vedo, è buio!" disse Qualcuno.
"Questo Qualcuno, vorrebbe smetterla di parlare da solo?" chiese irato Qualcun'Altro.
"Giusta, basta!" aggiunsero Altri Ancora
"Ma fatevi i fatti vostri! Mi stavo divertendo tanto!" rispose Qualcuno.
"Riaccendete la luce!" urlò Qualcun altro.
"Giusto, riaccendete!" urlarono Altri Ancora.
"Ma questi Altri Ancora, devono proprio parlare sempre assieme?" chiese Qualcuno con fare sospettoso.
"Ma insomma, com'è polemico" gli rispose una donna.
"Ma come possiamo sapere che lei è una donna, se è buio!" esclamò Qualcuno, dopo averci pensato un attimo.
"Mi dovete credere sulla parola" fece risoluta la donna.
"Si, giusto, sulla parola!" urlarono Altri Ancora.
Ci fu un attimo di silenzio.
"Ehi, ma siamo sicuri che la luce sia spenta?" chiese dopo un attimo di silenzio, Qualcun'Altro.
"Beh╔ mi sembra ovvio╔" rispose confuso Qualcuno.
"Potremmo╔ oddio, solo il pensare una cosa del genere mi viene la pelle d'oca!" esclamò Qualcun'Altro.
"Si, giusto, la pelle d'oca" urlarono Altri Ancora.
"Si, si, ma cosa??" tagliò corto Qualcuno.
"Potrebbe essere╔" iniziò Qualcun Altro.
"Si?" chiese Qualcuno.
"Non mi interrompa. Aspetto che ci sia un attimo di silenzio, per dare più forza alla cosa che devo dire!" sibilò sottovoce Qualcun'Altro a Qualcuno.
"Oh, mi scusi allora!" fece vivamente dispiaciuto Qualcuno.
"Si figuri, ma ora schhh! Facciamo silenzio" disse lentamente Qualcun'Altro.
Un Altra Donna vestita distrattamente di un Colore, e di un Altro Colore fece Un Rumore all'improvviso, e dominando un respiro affannoso iniziò ad urlare: "Ma non siamo sciocchi, signori non siamo sciocchi! Il silenzio non lo si fa! Al massimo possiamo smettere di fare rumore!". Evidentemente soddisfatta del suo ardire l'Altra Donna si risedette gongolandosi, mentre il resto del pubblico applaudiva placidamente.
Ci fu un attimo di panico.
"Ora?" chiese Qualcuno.
"No, no, dannazione, mi serve un attimo di silenzio!"
Ci fu un attimo di antracite.
"Questo?" chiese Qualcuno.
"Noo! Ho detto di silenzio!" rispose evidentemente irato Qualcun Altro.
Ci fu un attimo di litantrace.
Ci fu un attimo di torba.
Poi un attimo di stiaccino.
Ancora un attimo di stilosfera.
Infine un attimo di silenzio.
"Potremmo avere chiuso gli occhi tutti quanti nello stesso momento" disse Qualcun Altro, dopo un attimo di silenzio, un attimo di stilosfera, un attimo di stiaccino, un attimo di torba, un attimo di litantrace, un attimo di antracite, ed un attimo di panico.
"Giusto, tutti quanti potremmo avere chiuso gli occhi!" urlarono Altri Ancora.
"Una tesi affascinante -disse Qualcuno- ma è falsa, perché io ho le palpebre alzate!"
"E chi se ne frega. La mia idea è bella di per se stessa. Vivrà nella memoria collettiva, anche se fosse palesato che è del tutto falsa!" gli fece d'eco Qualcun'Altro.
"Si giusto, è bella di per se stessa!" urlarono Altri Ancora.
Ci fu un attimo di silenzio.
Poi un altro momento di silenzio.
Poi altri ancora.
Finché con un rumore sordo: si riaccesero le luci.
"Ohhh" fecero tutti, grattandosi le nocche delle dita contro le palpebre.
L'uomo di mezz'età si rialzò ed attirò l'attenzione generale indicando alcune palline da golf posate a terra. "Io dovrei ancora finire il discorso sul bene, il male e la comunità╔"
"Buuu, Viaaa, Se ne vadaaaa, Micheleeeee dove sei Micheleeee, Buffoneeee!" gli urlarono cattivi da più parti.
"Ma io penso sia un discorso che possa ancora interessare╔" tentò il signore di mezz'età, ma tutti oramai si erano adirati, e gli tiravano contro tutto quello che si trovavano sotto le mani: le gambe, le ginocchia ed i piedi.
In quel momento una ragazzina si alzò e chiamò sottovoce una sua amica. Le indicò una delle pareti della sala, e subito l'amica si mise appoggiata a quella parete, mentre lei si collocò poggiata alla parete opposta. Una ragazza era vestita di verde, l'altra di rosa, e -per aiutarvi nella comprensione del testo che segue- vi diremo che una si chiamava Donatella, e l'altra si chiamava Cristina.

DIALOGO TRA DONATELLA E CRISTINA

DONATELLA: Io penso che un romanzo sia un albero.
CRISTINA: Un albero dici?
DONATELLA: Si. Le morali che stanno dietro alla storia sono il tronco dell'albero, ed i personaggi sono i rami che si intrecciano tra di loro. Le cose che gli capitano sono le foglie.
CRISTINA: E' una teoria molto graziosa. Ma in tutto questo bel quadro dove sta l'autore?
DONATELLA: L'autore? L'autore sta nelle radici.
CRISTINA: E' molto bello, ma io non lo condivido.
DONATELLA: No? E come la pensi tu?
CRISTINA: Un romanzo, sono i frutti dell'albero. Solo i frutti, appena appena coperti dalle foglie. Dal gusto che ha il frutto, dal suo colore, tu intuisci come è fatto il tronco.
DONATELLA: Lo intuisci╔
CRISTINA: Si, ma non lo vedi mai. I saggi, sono il tronco. Senza ne rami, ne foglie, ne frutti. Grossi pali piantati per terra.
DONATELLA: Non ti piacciono i saggi eh?
CRISTINA: No preferisco gli stupidi.
DONATELLA: Sei sempre la solita sciocchina╔
SCIOCCHINA: Se io sono una sciocchina, tu sei una vanesia.
VANESIA: Vanesia a me?? Ma se sai a stento cosa vuole dire, ignorante!
IGNORANTE: Fai la furbetta, fai la furbetta, che prima o poi trovi qualcuna più furba di te╔.
FURBETTA: E chi dovrebbe essere più furba di me? Tu?!
PIU' FURBA DI FURBETTA?: Non ho detto questo, ma sei cosi╔
╔: Così come? Dimmi Cristina!
CRISTINA:╔così╔ mi sfugge il termine╔
╔: Dai, mi sento nuda senza il nome!
CRISTINA: Vabbè, Donatella lasciamo stare, facciamo la pace!
DONATELLA: Ma si, facciamo che ci vogliamo bene!
CRISTINA: Ti voglio bene!
DONATELLA: Anche io!
CRISTINA: Anche io cosa?
DONATELLA: Anche io mi voglio bene!
CRISTINA: E a me?
DONATELLA: E a te cosa?
CRISTINA: A me vuoi bene?
DONATELLA: Eh?
CRISTINA: Chiedevo se a me vuoi bene?
DONATELLA: Hai visto quante domande consecutive abbiamo fatto senza dare nessuna risposta?
CRISTINA: Intendi in questo dialogo che stiamo facendo?
DONATELLA: E in quale? In quello che faremo domani?
CRISTINA: Perché mi tratti sempre così male?
DONATELLA: E te lo chiedi anche?
CRISTINA: Non dovrei farlo?
DONATELLA: Secondo te?
CRISTINA: Te lo avrei chiesto, se avessi saputo la risposta?

"Basta! Basta!" fece un ragazzo alzandosi di colpo. Indossava un giubbotto di pelle castana e con uno scatto salì su di un tavolo.
"Io sono l'iniziatore di un nuovo movimento culturale e poetico!" annunciò ad alta voce.
"Bravo, bravo!" aggiunse poi applaudendosi.
Tirò fuori da sotto la giacca una decina di fogli, e chiese al vecchio Maestro: "Posso leggere il manifesto del mio nuovo movimento culturale e poetico?"
Il vecchio Maestro si guardò l'orologio. "E' lungo?" chiese poi.
Il ragazzo aveva buttato via nove dei dieci fogli che aveva in mano. "No, solo un foglio!" rispose sorridente.
"╔e gli altri nove che hai buttato via?" chiese un bimbo che si era acciambellato senza il buco ai suoi piedi.
"Erano delle fotocopie per gli amici" disse il ragazzo arrossendo un poco.
"Vado?" aggiunse.
"Vai pure!" fece il vecchio Maestro.

MANIFESTO DI UN NUOVO MOVIMENTO CULTURALE E POETICO

PUNTO UNO: ELIMINAZIONE DI TUTTI I PUNTI DUE, TRE ED OTTO, DAI MANIFESTI POETICI.
PUNTO QUATTRO: SICCOME LE PAROLE NON SONO UN REALE VEICOLO DELLE VERITA' CHE UNA PERSONA VUOLE ESPRIMERE, MA POSSONO ESSERE USATE PER CREARE IDEE NON ATTINENTI AL VERO, ED ADDIRITTURA POSSONO CREARE INCOMPRENSIONI TRA COLORO CHE COMUNICANO, CI SI PROPONE DI:
PUNTO QUATTRO PUNTO UNO: ELIMINAZIONE DALL'ALFABETO DI TUTTE LE LETTERE, TRANNE UNA. PER MOTIVI MERAMENTE ESTETICI E' STATA SCELTA LA LETTERA H.

"Finito" disse il ragazzo, richiudendo il foglio.
"Vogliamo fare una prova?" aggiunse con fare accondiscendente, guardandosi attorno.
"Si si, mi offro io!" esclamò un ragazzo benestante, vestito con un maglione dai colori tenui, ed un paio di pantaloni di tela.
"Bene, dateci il via" fece il ragazzo, mettendosi vicino al benestante.
"Pronti, posti╔ vi" disse il vecchio Maestro.
"Hhhhhh hh, hhhh hh" disse il ragazzo con fare naturale, ma fu subito interrotto dal vecchio Maestro.
"Falsa partenza, falsa partenza!" esclamò il vecchio Maestro. "Ragazzi dovete aspettare il via!" concluse.
I due ragazzi si sciolsero i muscoli, fecero alcuni esercizi per la respirazione, e di nuovo si misero l'uno di fronte all'altro.
"Pronti, posti╔ via!" urlò il vecchio Maestro.
"Hhhhhh hh, hhhh hh" disse il ragazzo con fare naturale.
"Hhhh. Hh hhh hhhh hhh hh hhh hhhh hhhhh, h hhhh hh hhhhh hhh hhhhh", rispose il benestante con calma, e fermezza.
"Hhhh?" chiese il ragazzo, alterandosi in volto.
"Hhhhh hhh hhh, h hhhh hhh hhhhh╔" iniziò il benestante, ma fu subito interrotto dal ragazzo, paonazzo in volto.
"Hhhh!! Hhh?! Hhhh, hhh hhhh hhh!!!" urlò visibilmente incollerito il ragazzo.
"Hhhhhh. hh hh hh hh" rispose sprezzante il benestante mettendosi a ridere.
"HHHHH?? Ma io ti ammazzo, maledetto!!" esclamò inaspettatamente il giovane, gettandosi al collo del benestante.
Si creò un terribile tafferuglio, e la gente subito si mise in cerchio per osservare meglio la lotta dei due individui.
Il ragazzo aveva preso il benestante per il collo ed ora tentava di strozzarlo, mentre il benestante stesso si era fatto paonazzo in volto, e tirava per i capelli il ragazzo che, a sua volta, tirava furiosi calci al benestante che, da parte sua, assestava solidi cazzotti nel basso ventre del ragazzo che -tutt'altro che inerme- dava furiose capocciate sul naso del benestante, che indomito tirava vigorosi sputi sul viso del ragazzo, il quale, per nulla piegato al volere del suo nemico, dentro di se pensava di ficcare le dita negli occhi di quel figliò di papà, il quale, irato per i pensieri vergognosi dell'antagonista, si immaginava di scorticare le dita dell'evanescente scrittore per ridicolizzarlo davanti a tutti i presenti nella sala, i quali si erano annoiati di questa ridicola pantomima, e si erano riseduti ordinatamente ai loro posti.
Visto che nessuno li guardava più, i due ragazzi si strinsero la mano, si diedero vicendevolmente un bacio sul collo, e si risedettero.
Un oratore allora si alzò, avvolto in una tunica azzurra come il cielo notturno a mezzogiorno, ed iniziò a declamare.
"Signori!╔e gentili signore -aggiunse con un sorriso professionale- ora, mi prenderò cura di leggere di fronte a voi, alcuni passi di opere dei maestri della narrativa mondiale!"
Una signora vestita in maniera elitaria di verde e rosso alzò la mano.
"Dica, dica, senza remore, senza remore" fece affabile il retore.
"Eh╔ volevo chiedere╔ non è che quello che ci sta per leggere╔ è╔ scusi l'audacia╔ cultura? Sà perché io la cultura non la reggo! Mi vengono tutti dei puntini rossi sulla schiena, e di notte faccio dei sogni╔" iniziò ansimando in maniera preoccupante.
"E' vero, è vero" fecero alcune persone da varie parti del salone.
"Pensi" aggiunse un signore vestito di iuta "che una volta vidi a teatro uno spettacolo culturale, e di notte mi sognai che mi ero trasformato in un salamotto, e che tutti volevano entrare nella mia stanza per vedermi trasformato in salamotto, ed io invece volevo bene alla mia famiglia, soprattutto a mia sorella, e volevo╔."
"D'acc, d'acc" tagliò corto l'oratore "h cap tut!"
Dette queste parole prese alcuni tomi, e li mise sul leggio che aveva davanti a se.
"Vedrò di non fare della cultura!" aggiunse spazientito, ed appoggiò tutto il suo peso sulla parte superiore del naso, e la parte superiore del naso sulle dita della mano sinistra messe a piramide.
Appena vi fu un silenzio sufficiente, prese uno dei tomi, e prese a declamare:
"NESSUNO SAPEVA RISPONDERE" esclamò ad alta voce.
Poi chiuse il libro, e sorridendo aggiunse: "E questo era Nicolaj Vasilievich Gogol: "Taras Bulba, quarto capitolo".
Come se si fossero date un appuntamento tutte le madri presenti in sala, presero in disparte i propri figli, ed iniziarono a prenderli a ceffoni, così che sembrò che tutta la sala risuonasse di un forte applauso.
L'oratore era evidentemente commosso.
"Grazie, grazie" disse lentamente alzando gli occhi al cielo.
"C'è qualcuno che vuole commentare il passo?" chiese poi all'improvviso, sorprendendo tutti nella sala, meno un ragazzino che alzò la mano, insieme a tutto il resto del corpo, tanto che senza volere si ritrovò in piedi.
Era vestito con un grembiulino nero, e subito si mise a parlare, con voce monotona e chiocca, come se stesse recitando a memoria.
"Oh, ma che bel brano che ci ha letto il nostro oratore. In questo piccolo pezzo di saggezza, noi possiamo attingere per ampliare il nostro limitato sapere, come un bimbo assetato che bevva dalle mani della mamma. "Nessuno" egli dice, e ben ha fatto il nostro oratore a fare una piccola pausa dopo questa parola, che da sola basterebbe a riempire il nostro animo di passione e terrore. "Nessuno" mi prendo io la briga di ripetere. Ecco che il nostro orizzonte viene annullato, una coltre nera ci offusca la vista. "Nessuno". L'arido prende il sopravvento. "Nessuno". Quale vago vagolare può essere giustificato? Perché dovremmo continuare a leggere la frase, se già da se la prima parola ci fa precipitare nell'abisso dei nostri pensieri? "Nessuno". E' come se noi si volesse salire una scala, ma nel momento che ci accingiamo a quest'impresa, ci si rende palese che il primo scalino manca. "Nessuno". Ma bisogna pur continuare. Ed ecco che il Nostro, l'Autore, ci prende ancora per mano. "Sapeva". In una sola parola ecco il tempo e lo spazio. "Sapeva". Che ricerca, che brama di conoscenza, dietro a questo termine! Ecco, davanti ai nostri occhi appare l'uomo, che dal fango si innalza, tramite la conoscenza, fino a voler toccare -mi si perdoni- l'infinito sapere del Divino Creatore. "Sapeva". Ma non è una visione asettica, lontana dalla realtà, dal contingente. C'è quel passato remoto che individua l'azione. Inchioda una astratta visione della conoscenza, in un qualcosa di preciso, di storico, di -ed è qui l'arte- prontamente narrativo. Ma attenzione: il Nostro, il Maestro, non si richiude nella sua torre d'avorio del bell'intelletto. Ha bisogno di un ritorno, di un eco del suo pensiero, di una dialettica, che non è già più dialogica. Ed ecco il coronamento di questo delizioso arabesco, ecco l'ultima pennellata a questo capolavoro del simmetrico, ecco la nota mancante che rende una serie di suoni un accordo tonale: "Rispondere". E davanti a tanto genio, anche la mia parola non può essere bastevole per continuare, visto poi che sono rimasto praticamente senza saliva".
"Oh, come si vede che ha studiato!" esclamò commossa una grassa donna li vicino, commentando con altre donnette che annuivano ammirate, posando la tazzina per il tea del pomeriggio.
Il ragazzino si era frattanto riseduto, e -non visto- si era messo a sghignazzare con alcuni suoi amichetti.
"Ma basta, basta con questa pagliacciata!" esclamò un tipo vestito da dissidente.
Spinse via l'oratore e prese a parlare animatamente.
"Basta, basta con questa pagliacciata! Ecco! Lo dico, e non ho certo paura di dirlo: Basta, basta con questa pagliacciata! Ah! Ora fate i finti tonti, fate orecchi da mercante, fate qualcos'altro che sia un modo di dire, eh? Ma mi dovrete ascoltare, volenti o nolenti! Basta, basta con questa pagliacciata!"
Dondolandosi sulle gambe, si aspettava qualche protesta, ma visto che l'auditorio era rimasto auditorio, prese di nuovo a parlare, questa volta urlando a voce più alta.
"Ma basta, basta, con questa pagliacciata!!"
Con gli occhi lucidi fissò ancora negli occhi il pubblico, che rimaneva in attesa.
"Insomma" fece lui dando in escandescenza "basta, basta, con questa pagliacciata!"
Una donna, vestita con mestizia di verde e rosso, si alzò e disse: "Scusi, ma non sa dire niente di più propositivo?"
Il tipo vestito da dissidente rimase basito.
"Ma╔no╔ io ho sempre fatto opposizione╔" balbettò tristemente.
Dalle finestre filtrò un raggio di luce che colpì il viso di un signore, che silenziosamente piangeva.
"Cosa le accade, signore?" chiese con falsa meraviglia il dissidente, per allontanare da se l'attenzione generale.
"Io- io -pigolò il signore- ho una storia triste, oh, triste, oh molto triste, dentro al mio cuore!"

LA TRISTE E SVENTURATA STORIA DELL'UOMO CHE PIANGEVA SILENZIOSAMENTE.

"Ce la dica, ce la dica" fece il dissidente risiedendosi elegantemente. "Le abbiamo dedicato anche un titolo" concluse indicando la scritta qua sopra.
"Dovete sapere -iniziò l'uomo, sempre piangendo- che io ero un uomo estremamente felice e buono. Mi alzavo, sorridevo, e la giornata mi sorrideva. Mi lavavo i denti e scoprivo che avevo dell'oro in bocca. Andavo nel mattino e vedevo il buongiorno. Ero un uomo oserei dire estremamente felice e buono╔"
"Ehm╔" commentò un bimbo che stava prendendo appunti sul suo quaderno di caccia.
"Si?" chiese l'uomo sempre piangendo.
"L'aveva già detto che era estremamente felice e buono!" puntualizzò il bimbo.
"Oh, me tapino, me sventurato, tu sei nel giusto, tu hai ragione, oh quant'è vero Iddio tu hai ragione e sei nel giusto. Ma nonostante questo accadde un giorno che mi trovai in casa da solo con mio fratello╔"
"Lei ha un fratello??" chiesero tutti sbalorditi.
"Oh si, non me lo ricordate, il mio povero fratello, ah si un fratello, il mio fratello!" riprese l'uomo. "E dunque ero in casa con mio fratello quando ad un certo punto, oh si ad un certo punto, e non ad un altro punto, si si, lode sempre al buon Signore, sentimmo suonare alla porta╔"
"ODDIO NO!" urlò una ragazza, ed alzatasi uscì di corsa dal salone. "Non voglio sapere chi era, non voglio sapere chi era!" urlava come disperata, essendolo.
"Oh che travaglio mi prende, io non volevo, io non volevo dare un così fitto turbamento nell'animo di quella fanciulla io che pensavo -forse non lo sapete- di essere un uomo estremamente felice e buono╔"
"Ad essere precisi, aveva già detto che era estremamente felice e buono!" ripuntualizzò il bimbo senza smettere di prendere appunti.
"Oh che musica dolce per le mie orecchie! Ah si che musica, che fonte fresca per la mia lingua assetata, che profumo spezziato per le mie narici! Oh si sono solo un povero peccatore, e tu sei nel giusto, alleluia, nel giusto!. Ma nonostante questo accadde che l'omino che entrò, era il tipo indicato dall'amga di controllare quanta acqua fosse stata consumata nel mio appartamento. Ed io ed il mio fratello lo facemmo entrare! Capite, lo facemmo entrare!!"
"E lui?" chiese il bimbo di cui sopra, visibilmente spaventato.
"Oh, non oso dire, non oso dire! Egli andò nel mio bagno, e controllati i contatori, scrisse l'esatto, e dico l'esatto, ammontare dell'acqua da me consumata!" riprese l'uomo sempre piangente.
"Beh, non mi sembra un dramma╔" disse il bambino conciliante.
"Ah, che il signore ti renda sempre piana e diritta la strada, quant'hai ragione, oh quanta ne hai! Non era di certo un dramma. Se non fosse che io distintamente, e dico distintamente, pensai tra me e me: "potrei offrigli un caffè". Oh, si che lo pensai!" continuò l'uomo in lacrime.
"Senza offesa, buon uomo" fece allora il bambino, con tono accondiscendente "questa mi sembra un'ottima intenzione!"
"Oh, quanta grazia nelle tue parole, che il Signore t'abbia sempre in gloria, alleluia, è vero quel che dici, e se è vero, quant'è vero! Ma io preso dalla fretta, non lo feci, non lo offrii. E dovete sapere che io pensavo di essere un uomo estremamente felice e buono╔"
L'uomo attese un attimo, ma vedendo che il bambino si era distratto, continuò la sua narrazione.
"Accadde, oh se accadde, che dopo qualche giorno mio fratello mi raccontò che, nel giorno in cui c'era stato il controllo dell'acqua, aveva incontrato l'omino giù nel portone che parlottava tra se e se. E diceva all'incirca questo: "Ma guarda che tempo dannato, e nessuno in questo maledetto caseggiato mi ha offerto un caffè!". Capite signori il dramma nel quale precipitai quando mio fratello mi rese manifesto questo accadimento, senza immaginare quali erano stati i miei pensieri al tempo della visita dell'omino dell'amga! Ed io pensavo di essere un uomo estremamente felice e buono╔" disse l'uomo piangendo. "E scusate se mi ripeto dicendo una cosa che ho già detto" aggiunse veloce anticipando l'obiezione del bambino.
"Però l'aveva già detto che era estremamente felice e buono!" esclamò il bimbo.
"Oh, piccolo bambino, che il Signore stenda su ti te la sua mano e ti raddrizzi le ossa della spina dorsale, ah si, se lo facesse, così che ti illuminasse la vista, e ti rendessi conto di come mi hai stracciato l'anima con le tue petulanti, oh se sono petulanti, interruzioni!" rispose con fare minaccioso l'uomo, sempre piangente.
Il bimbo chiuse il quaderno, ed intimorito si nascose dietro ad una sedia.
"Questa sua storia è decisamente triste" fece un giornalista, chiudendo il suo computer portatile "ma noi che insegnamento dobbiamo trarne?" chiese con fare professionale.
"Oh, che giusta domanda, eh si, quant'è giusta! La mia considerazione morale è che il Signore -mai troppo lodato, oh si, mai troppo lodato- ci mette costantemente alla prova, e ci dà sempre -oh si sempre, sempre sempre, continuamente, quant'è vero, quant'è vero- un segno manifesto del suo insegnamento. Sarebbe stato un caso troppo fortuito -eh si, troppo, oh troppo- che io avessi avuto una tale intenzione, e che mio fratello per caso -ma che caso, figurati, il caso- avesse ascoltato un tal monologo dell'omino dell'amga, se questo non fosse un segno del Signore, oh sempre sia!".
Il giornalista si aggiustò gli occhiali sul naso. "Un bel pensiero -disse- ma se lei avesse offerto il caffè alla persona, questa non avrebbe mai protestato della sua malevolenza, il segno del Signore non si sarebbe mai reso manifesto, e lei si sarebbe sempre roso nel dubbio, senza sapere se -offrendo il caffè all'omino dell'amga- lei avesse fatto una buona od una cattiva azione".
"Come si vede che è un giornalista. Senta come parla bene!" esclamò commossa una grassa donna li vicino, commentando con altre donnette che annuivano ammirate, posando la tazzina per il tea del pomeriggio.
L'uomo triste stava per replicare, quando una ragazza vestita da ragazza, esclamò: "Oh che triste storia, e me ne ricorda una capitata a me, ugualmente triste!".
"Ce la vuole raccontare?" chiese distintamente il vecchio Maestro che sembrava essersi appena svegliato da un sonno leggero.
"Oh no! Adesso no. Eventualmente più tardi!" disse la ragazzina, facendo la riverenza.
A queste parole, tre strani personaggi vestiti con una calzamaglia nera, si alzarono ed iniziarono a parlare, gesticolando vivacemente.
"Questo, signori, è Hong" disse uno dei tre, indicando uno dei tre.
"Questo, signori, è Hang" disse Hong, indicando uno dei tre.
"Questo signori, è Hung" disse Hang, indicando evidentemente Hung.
"E questa sera" disse Hung, facendo un passo avanti ed allargando le braccia.
"Ci esibiremo" disse Hang, battendo le mani ed unendo i piedi.
"In un breve pezzo" disse Hong, chiudendo gli occhi e tirandosi una sberla in faccia.
"Di teatro sperimentale!" esclamarono tutti e tre assieme, gesticolando a sproposito.
Di colpo si fecero seri.
"Titolo: "disse Hong, essendo serio in volto.
"TRITTICO DIDASCALICO" declamò Hung.
Fecero un breve inchino, ed Hang aggiunse prontamente: "Parte prima"
Di nuovo fecero un breve inchino.
E dopo un istante, Hong fece un passo avanti ed esclamò: "Respighi curvati!".
"Zannante di sangue" rispose Hang, coprendosi le mani con il volto.
"Te derma frusciante" aggiunse Hung, storcendo la bocca per il disgusto.
"Oooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooh!" urlò lentamente Hong, stringendo i pugni, fino a diventare paonazzo.
"D eln on aver tistu pito" terminò Hung fissando il soffitto.
"E io Clock, Clock, Clock" enunciò Hang battendo le mani.
"Tic Tic Tic Tic Tic Tic" fece Hung alzando ed abbassando la testa ritmicamente.
"Oppure" disse Hong sorridendo.
"Tac Tac Tac Tac Tac Tac" fece Hang abbassando ed alzando la testa ritmicamente.
"Comunque" disse Hong conciliativo.
"E io Clock, Clock, Clock" enunciò stavolta Hung, battendo le mani.
"E tu 6 a divertirti" urlò Hong mettendo le mani aperte appoggiate alle tempie.
"Invece" aggiunse Hang, unendo i polpastrelli delle due mani.
"Che ad annoiarti con me" concluse Hung toccandosi il petto.
"Ma!" riprese Hong.
"Cristalli Pupillei" disse Hang indicandosi gli occhi.
"Vermossi rossiastri" disse Hung, indicando la nuca.
"Sono tuoi!!" urlò con la bava alla bocca Hong.
"Ce li hai messi te!!" concluse sempre Hong, con la bava scesa fino al mento.
Dopo tutto questo, i tre guitti si zittirono di colpo, e di nuovo fecero l'inchino.
"Parte seconda" disse Hang, ripetendo con i suoi compari, l'inchino.
Hong, subito si mise a declamare ad alta voce, scandendo bene le parole, incrociando le braccia:
"Ricado nel ricado
film scheggia film
di tempo pellicola continua
è solo un modo di pensare
un airone dopobarba
un giro di"
"TA TA TA TA!" urlò d'improvviso Hang.
"Quattro quarti" sussurrò Hung.
"Sinistra" disse Hang, mentre Hong diceva: "Fronte", toccandosela, e Hung diceva "Destra".
"Retro!" dissero tutti e tre, girandosi di spalle.
"Fatto." disse Hong, rigirandosi verso il pubblico.
Anche i due compari si rigirarono, ed insieme fecero l'inchino.
"Parte terza" disse Hang.
Come di consueto, fecero l'inchino.
"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
"" disse Hong.
"" disse Hang.
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"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
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"Don" disse Hang.
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"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
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"" disse Hong.
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"" disse Hung.
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"" disse Hung.
"Toc" disse Hong.
"Don" disse Hang.
"Won" disse Hung.
"" disse Hong.
"" disse Hang.
"" disse Hung.
"" disse Hong.
"" disse Hang.
"" disse Hung.
"" disse Hong.
"" disse Hang.
"" disse Hung.
"" disse Hong.
"" disse Hang.
"" disse Hung.
"Toc" disse Hong.
Finalmente i tre tipi fecero un profondo inchino, e poi ancora uno.
Infine si risedettero.
"Vi è piaciuto?" chiese il vecchio Maestro con fare sibillino.
Un mormorio crebbe tra la gente, per poi scemare tra la gente.
Un signore anziano si alzò in piedi ed iniziò a parlare: "E questo sarebbe teatro? Dico, questo sarebbe teatro? Perché se questo è teatro, cosa è allora la sceneggiatura? Cosa è il regista? Cosa. Eh? Cosa servono attori bravi e capaci? Questo sarebbe il futuro del teatro?". Il vecchio scosse la testa con fare biblico.
"Tutta questa roba, di questi giovani, non è niente, è solo provocazione╔" mormorò tra se e se risedendosi.
"Tu cosa ci hai capito?" chiese sottovoce una ragazza bionda, al suo ragazzo, un tipo dalle spalle larghe.
"Ma vedi╔ -iniziò lui- secondo me è una metafora, no, eeeeeeh, perché, prima lui dice╔li╔ penso che parli di una donna, no, ma però è molto metaforico, mentre la seconda parte non l'ho capita, forse è un qualcosa, eeeeeeh, forse riferito al connubio tra╔ come dire╔ teatro, e cinema╔ il tempo╔ la pellicola╔ ma non╔ mentre la terza parte è il tempo che passa, finché╔la morte? Boh╔".
"Meno male che almeno hai le spalle larghe" fece la ragazza bionda mettendosi degli occhiali scuri.
"Io penso -disse un ragazzo vestito da universitario- che la prima parte parli dell'autore, che si lamenta con la donna che lui ama, che mentre lui è li che la ama, lei è in giro a divertirsi. Questo è abbastanza chiaro. La seconda parte è più complessa, e forse è un tentativo di dare quattro dimensioni alla voce, e la terza è una pulizia. Attraverso tre rumori primitivi, tre suoni ripetuti, si arriva al silenzio, alla purificazione".
Contento di quello che aveva creato, l'universitario si risedette.
"Quello che è peggio -sussurrò maligno un tipo li vicino- è che magari ci crede!"
Il vecchio Maestro, chiese la parola, e gliene portarono una.
"Perché -disse- vi ostinate a voler commentare? Io vi ho chiesto se vi piace, non se lo avete capito." disse lentamente. "Non si capisce un quadro, una sinfonia, una poesia. Al massimo si intuisce, oppure si bagna. Se proprio volete capire qualcosa, prendetevi una lista della spesa, o l'etichetta di un maglione, o gli ingredienti di uno iogurt! Ed anche in quel caso, avreste delle difficoltà╔" concluse accarezzandosi con voracità la barba.
"Comunque -aggiunse inaspettatamente- quest'opera di teatro sperimentale era veramente una schifezza".
Detto ciò si alzò di colpo ed esclamò all'improvviso: "Il mio gatto ha fatto la cacca!".
L'auditorio ammutolì, imbarazzato.
Il vecchio Maestro guardò severamente coloro che gli stavano davanti, e poi ridacchiando si risedette. "Scherzavo -aggiunse poi- volevo annunciare che il mio gatto voleva dire qualcosa".
Il gatto a queste parole, venne fuori da dietro lo scranno da dove si era nascosto, ed alzandosi sulle due zampe posteriori, iniziò a parlare, con un vago accento romano.
"Signori e Signore: per rispetto per le minoranze, che sono solite avere la esse e la erre moscia, pronuncerò le suddette lettere come se fossero la lettera effe, e la lettera vu. Spero con questo mio gesto, di sensibilizzare l'auditorio verso le persone che vivono in questa dimensione del drammatico, del quotidiano". Dall'auditorio partì un applauso scrosciante, tanto che tutti si ritrovarono bagnati.
Nel contempo il gatto aveva fatto segno ad un topo cieco, di venire fuori da un piccolo buco nel muro. Il topo era vestito in frac, e portava un paio di occhiali scuri. Si mise a pochi metri dal gatto, ed iniziò a far schioccare le dita ritmicamente.
Il gatto allora iniziò a parlare.
"Fignovi e fignove. Vovvei povtave la vostva attenzione fu di un pvoblema che affligge la tvibù afvicana dello Zindev. In effa tvibù pave che ogni anno vi fiano centinaia e centinaia di piccoli animaletti, detti "Fcolopendve dal piede uncinato", che vengono uccife, in modo fpietato ed ingiufto. Quefte piccole beftiole, pave che paffino la loro bveve vita a copulave in manieva ivvesponfabile e fuviofa. Vivono infatti appena mezz'ova, ma in quefta mezz'ova riefcono a pvoduvve qualcofa come feffantafettemilaquavantaquattvo uova di piccoli di Fcolopendva dal piede uncinato. Potete ben capive che tevvibile danno sia pev gli Zindeviani! Inizialmente gli Zindeviani tentavono di ufave le uova come delicato antipafto, ma alla tevza intofficazine movtale, intuivono che forfe evano velenofe. Nel fvattempo ci fu un colpo di stato che da folo pvoduffe più danno delle tve intofficazioni movtali. Ma fi fà quefte fono cofe che fuccedono fpeffo, fopvatutto in quefti stvani paesi lontani. Ma tovniamo alle novftve beftioline. Allova, dopo il colpo di ftato, si pvovò ad ufavle come paftoia per gli gnu, che è noto fi cibano di bacche velenofe come se foffe zucchevo filato, fcufate l'efpveffione. Ma alla fettima movia delle vacche, capivono che le uova di Fcolopendva dal piede uncinato evano tevvibilmente dannofe per le vacche. A caufa della movia, ci fu una tevvibile guevva con un villaggio limitvofo, che decimò i pofevi Zindeviani. Ma fi fà quefte fono cofe che fuccedono fpeffo. Dopo la guevva, fi ebbe la geniale idea di ufave le tevvibili uova, come tvappola velenofa pev i tvemendi alligatovi che infeftavano il gvoffo fiume che attvavervfava il villaggio. Alligatovi che fpeffe volte fi avventuvavano fino alle cafe pev mangiave i piccoli degli Zindeviani, ma che -dobbiamo dive- evano anche eftvemamente utili per davvi in pafto gli avvevfavi politici avvevfi al ve. Ma fi fà quefte fono cofe che fuccedono fpeffo. Incvedibilmente pevò le uova di Fcolopendva dal piede uncinato, non folo non avevano neffun effetto nocivo fugli ftomachi dei gvoffi alligatovi, ma fungevano da potentiffimo eccitante feffuale, tanto che in bveve gli alligatovi si vipvoduffero come conigli, ed a centinaia invafevo il villaggio maffacvandone gli abitanti. I pochi fcampati, ova si accanifcono contvo le poveve Fcolopendve dal piede uncinato che, povevette non ne poffono niente. Pev quefto ftò facendo una vaccovlta di fivme, pev pvotestave divettamente al pvesfidente, in modo che la nostva nazione pvenda una pofizione politica fovte e decifa su quefto delicatiffimo avgomento".
Dopo questo lunghissimo discorso il gatto si rimise sulle quattro zampe, mentre il topo smetteva di schioccare le dita, e lentamente rientrava nel buco infisso nella parete.
Dopo un attimo di imbarazzo da più parti, partirono urla di incoraggiamento.
"Bvavo, bvavo!" esclamò un vecchio entusiasta.
"Affolutamente fantaftico!" fece una donnetta vestita con una grossa gonna verde e rossa.
Il gatto, dopo aver guardato timoroso il vecchio Maestro, che gli diede un'occhiata di incoraggiamento, iniziò a passare tra la folla per raccogliere le firme.
Ma ecco che un bambino si alzò dalla sedia. Era un bambino che senza remore potremmo dire un bambino molto grasso, oppure "estremamente robusto" per non ferire la sensibilità della mamma. Egli si alzò, aggrottò le sopracciglia, assumendo uno sguardo ottuso ed irato, e di corsa si mosse verso il gatto.
Giunto che fu davanti al gatto, gli sussurrò all'orecchio: "Grassone e pallone gonfiato!".
E subito si allontanò, sempre di corsa.
"Ma io non sono grasso╔" fece il gatto stupito, accarezzandosi la pelle magra.
"Ma io si!" gli rispose il bimbo quasi piangendo, uscendo dalla stanza.
Approfittando del momento di sbigottimento del gatto, un uomo vestito di grigio si alzò ed iniziò a dire: "Tan ta ta tan, da da da! La lalla la lalla, du du du, shallala, dum, pereppepè, trallalalà, schock, bum!". E poi sorrise soddisfatto. Vedendo che d'intorno la sua esibizione non aveva procurato alcuna meraviglia, s'adombrò in viso, e si risedette decisamente offeso.
Il gatto non sapeva se proseguire nella raccolta di firme, o terminarla li, quando una bambina dagli occhi diacci si alzò, ed iniziò a declamare ad alta voce.
"ECCO IO SONO LA FIGLIA DEL SAGGIO, E POI IL DELIRIO, E POI IL RIMPIANTO, SE CHE VEDI PIANGO E POI SUDO E POI MEGLIO TRASUDO, E POI PIANO E POI LENTO E POI LENTAMENTE, E SI VEDO, E SI APRE, E SINGULTO SONANTE, E RIVEDO E RINASCO E RIASSUMO SOLTANTO, DI TERRA E DI SCHIUMA E SOLTANTO CONNESSA IO SUONO DANZANTE SENZ'ALTRO STRUMENTO DI RITMO ED ACCORDO CHE NON SIA PERPLESSO. COLTRI E POI╔ COLTRI╔ E POI╔ COLTRI".
Questa seconda esibizione sembrò impressionare ancor meno l'auditorio, che immediatamente esplose in un lungo applauso, per fortuna senza farsi male.
"Io faccio lo stesso sogno dall'età di due anni, ed ora ne ho sedici" disse alla fine dell'applauso una sedicenne, alzatasi in piedi.
"E╔ cosa sogni?" chiese l'eminente esponente della biologia Ipigliohw.
"Sogno che sono nella mia casa, seduta sul divano con mia zia e mia madre. Stiamo guardando la televisione, ma non la stiamo guardando. E sentiamo dei rumori dal piano di sopra, ma solo io sento i rumori. Rimango seduta con mia zia e mia madre, quando la porta si spalanca ed appare un mare di sangue, che però non è sangue. Allaga completamente la stanza, e noi siamo rossi, ma non sporchi di sangue, siamo proprio rossi".
"Ed è sempre lo stesso sogno?" chiese Ipiglioh interessato.
"Si, dall'età di due anni" rispose lei.
"Ed ora quanti anni hai?" chiese mellifluo Ipigliohw.
"Ventiquattro" rispose la sedicenne sospettosa.
"Vedi, ti ho guarito!" fece soddisfatto Ipigliohw. "Dall'età di sedici anni, non hai più avuto il sogno." concluse.
"Grazie, dottore!" rispose felice la sedicenne, risedendosi.
Il gatto era rimasto immobile con il foglio in mano, tentando disperatamente di carpire dallo sguardo del vecchio Maestro un insegnamento atto a fargli intendere cosa dovesse fare: se continuare a raccogliere firme, oppure piantarla li.
Ma ancora una voce si sentì nell'aula.
"Io penso ci possa essere" disse convinta una signora vestita interamente di nero: nera la maglia, nera la gonna, nere le calze, nere le scarpe.
"Che cosa?" chiese un sigaro sedutole accanto.
"Oh" fece lei indispettita. "Sono avvilita -continuò- non vede che sono alla ricerca di una rarefazione del suono? Togliere, togliere, è la parola d'ordine!"
"Mi scusi, mi scusi -fece il sigaro- non me ne ero avveduto!"
"Riproviamo" disse la donna con tono conciliante.
"D'accordo" rispose il sigaro, facendosi serio in volto.
"Io penso ci possa essere" ripetè la signora vestita in nero. Interamente in nero, intendo.
"Oltre" disse il sigaro, dopo averci pensato un attimo.
"Altro" riprese la signora in nero.
"Qua" disse il sigaro, dopo averci riflettuto in silenzio per cinque minuti buoni.
"Io" rispose prontamente la signora.
"Solo" fece il sigaro, con voce triste.
"Senza" disse a sua volta, la signora con la voce spezzata dal pianto.
"Suono" concluse il sigaro.
Il silenzio regnò sovrano nella sala per qualche minuto, quando si sentì distintamente la voce di una mamma che parlava con il suo bambino.
"Cos'è la cosa più buona e bella al mondo?" chiese infatti una mamma al suo bambino, che avrà avuto all'incirca nove anni.
"L'amore!" rispose il bambino sorridendo.
La madre sorrise a sua volta e gli mollò un terribile ceffone.
"Pensaci meglio: cos'è la cosa più buona e bella al mondo?" riprese la donna.
Il bimbo appariva ora leggermente timoroso: "Tu mammina che mi vuoi bene╔" esclamò il bambino, ricevendo come risposta un secondo sonante ceffone.
"Pensaci bene: cos'è la cosa più buona e bella al mondo?" chiese ancora la mamma, sempre sorridente.
Il bimbo, che ora aveva le guance ben rosse, si guardava attorno per avere un qualche suggerimento. "La pace nel mondo!" disse dopo qualche secondo, meritando un ceffone ancora più forte dei precedenti.
"Non essere falso: cos'è la cosa più buona e bella al mondo?" fece ancora implacabile la donna.
Il bimbo a questo punto ci pensò per un minuto buono, ed alla fine, poco convinto, disse: "La nutella?".
La madre gli diede ancora un ceffone, questa volta più conciliante.
"Su, su pensaci bene, che non sei stupido. Cos'è la cosa più buona e bella al mondo?"
Il bimbo si rimise a pensare, con le lacrime agli occhi, quando improvvisamente il suo viso si illuminò, e battendo le mani per la contentezza, esclamò: "Tu mamma, che mi dai la nutella!"
"Bravo, bravo il mio bambino" rispose teneramente la mamma, porgendogli un cucchiaio colmo di nutella.
Mentre tutto ciò accadeva, irrompeva in sala un ragazzotto che avrà avuto si e no diciotto anni, infatti ne aveva ventuno, e subito si precipitava su di un suo coetaneo che in un angolo stava lavando i piatti.
"Vieni con me alla retrospettiva su Cezanne!" disse quando l'ebbe raggiunto, ansimando per la lunga corsa.
"Non posso, devo finire di lavare i piatti" rispose lui placidamente.
"Ma scherzi? E' un evento che sconvolgerà il mondo! Sarà l'illuminazione!" esclamò l'altro lirico.
"Vorrà dire che lo leggerò poi nei libri di storia" concluse, sempre lavando i piatti.
Questa discussione aveva appena finito di interessare l'auditorio, quando ecco che dalla parte opposta vi fu un breve dialogo tra un inetto (che leggeva fumetti) ed una donna di difficili costumi.

BREVE DIALOGO TRA L'INETTO E LA DONNA DI DIFFICILI COSTUMI

"Lei è un inetto!" esplose la donna.
"Questo penso sia un dato di fatto" rispose tranquillo l'inetto continuando a leggere dei fumetti.
"Ah. Questa sua risposta mi spinge a rivalutarla" fece la donna, profondamente colpita.
"Faccia pure" rispose conciliante l'inetto, sempre leggendo.
La donna si concentrò per qualche secondo, poi eruppe in un: "L'ho rivalutata!"
"Gliene do atto" concluse l'inetto chiudendo la rivista a fumetti che aveva finito di leggere.

Il gatto a questo punto non sapeva più cosa fare, e quello che è peggio, non sapeva neppure cosa non fare.
Così rimaneva immobile, sempre con il foglio in mano.
Una donna si alzò allora in piedi. Era vestita di colori sgargianti, e portava vistosi orecchini di corallo.
"Ecco -disse- immaginatevi una donna. Porta una gonna con fiori rossi, dipinti su di un motivo grigio scuro, mentre la camicetta è quasi porpora".
"Che cattivo gusto" fece una donnetta li vicino a voce alta.
Ma la donna, senza fare caso all'interruzione, proseguette.
"Sorride, ed ha un bel viso".
"Molto bello?" chiese una ragazzina, accarezzandosi senza volere una guancia.
"Un bel viso -riprese la donna- per nulla rovinato dalle fossette dei suoi trentaquattro anni. E' in una piccola cucina bene arredata, piccola, ma graziosa".
"E' pulita bene? Anche dietro ai vasetti delle spezie?" chiese con fare curioso, una donna vestita di rosso e verde.
"E' molto pulita, in ogni sua parte, con estrema cura. Ma le cose che ci interessano di questa cucina sono il tavolo a cui la donna è poggiata, la finestra dietro al lavandino, da cui si vede un bellissimo cielo azzurro, ed una botola posta sul soffitto" rispose la donna.
"Una botola?" chiese una bambina incuriosita.
"Proprio così -riprese la donna- ed ecco che d'improvviso la botola si apre ed iniziano a cadere cenere, polvere, ed ossa bianche. A kili cadono dalla botola, sollevando nuvole scure che, velenose, ammorbano l'aria. Le ossa bianche rimbalzano sul tavolo, si spezzano, cadono nel lavandino, tra le posate. La polvere avvolge tutto in un cinereo sudario. Continua a cadere, a cadere, con un rumore terribile, roco, triste: sembra un fiume di roccia, un fiume di marmo, un fiume di lapide. Ma la donna, coperta anch'ella di grigio, continua a sorridere, fuori dai vetri scuri si intravede sempre un cielo azzurro, ed il tavolo è sempre li, appoggiato alla donna".
A queste parole, il silenzio si fece totale, tanto che quando due vecchi, sul fondo della sala, iniziarono a parlare tra di loro, il dialogo fu sentito distintamente da tutti.
"Ogni tanto io mi sento come una cassettiera" disse il primo.
"Una cassettiera?" chiese stupito l'altro.
"Si. Un vecchio mobile con grossi cassetti. Dentro ai cassetti c'è del ciarpame, insieme a pezzi di freschissimo burro. Di solito riesco a sopravvivere, ma ogni tanto, ogni tanto, m'accascio come un divano ferito, ed avrei bisogno di qualcuno che mi aprisse i cassetti e mi dicesse: "Ma che freschissimi pezzi di burro!" oppure "Ma cosa è tutto questo ciarpame! Buttiamo via, buttiamo via!". Ecco." terminò il primo.
"Non mi sembra un grosso problema" affermò l'altro. "Basta chiamare un amico e╔" tentò di continuare, ma fu interrotto dal primo.
"Fosse così semplice╔" esclamò infatti questi con tono rassegnato.
"Perché dice cosi?" chiese l'altro, con un leggero tono di rimprovero.
"Perché non mi basta che ci sia qualcuno che mi apra i cassetti. Non voglio mica la pietà di nessuno, io! Non creda. Voglio che ad aprire sia un qualcuno che sappia fare una bella cernita. Se mi affidassi ad un qualunque pietista, questi toglierebbe magari qualche bel pezzo di burro, scambiandolo per ciarpame, oppure tenterebbe di mettere la carta con i fiori all'interno dei cassetti, per plagiare i miei pensieri. Allora è meglio la solitudine!" esclamò il primo.
"Mi sembra che lei sia molto pretenzioso" sentenziò l'altro con voce dura.
"Dice? A me sembra solo di voler vivere!" concluse il vecchio.
Il gatto nel frattempo si era ritirato silenziosamente ai piedi del vecchio Maestro, e fissava sconsolato il foglio delle firme, pieno solo a metà.
Un uomo, che fino a quel punto era rimasto silenzioso in un angolo, si alzò ed iniziò a parlare con voce strascicata.
"Un giorno, le stesse ragazzine che adesso si arroventano per farmi perdere la testa, andranno in giro mascherate per un carnevale che non è più per loro. E per le strade di primavera, spirerà un vento dolcissimo e lieve, che non le toccherà per nulla, passandogli attorno. Ecco, pescheranno con reti senza maglie, e non raccoglieranno neppure una razza, quando da ragazzine, ne avevano a decine. Velieri di non essere più bambine si rimetteranno a chiedere il gelato, od a battere la manine, ora coperte di pelle stanca di creme. E pregate che al loro fianco ci sia un uomo, per non vederle affondare lentamente in questo mare del modernissimo".
A queste parole, un ragazzino con un desiderio latente impresso nel viso si alzò. "Sapete cosa mi ricordano questi ultimi discorsi che abbiamo sentito, decisamente più tristi dei precedenti?" chiese con fare profondo.
"Si!" gli risposero da più parti, e lui facendo l'offeso si risedette mettendosi a braccia conserte.
Immediatamente si alzarono due uomini. Ad onor del vero, e per permettervi una maggiore comprensione del testo, dobbiamo dirvi che erano due fratelli, quasi gemelli. Uno portava una maglietta gialla, a strisce rosse e blu, mentre il secondo portava sfortuna.
"Sei uno stupido!" disse quello con la maglietta gialla a strisce rosse e blu, riferendosi al fratello.
"Io sarei uno stupido?" chiese l'altro con fare nervoso.
"Si, tu. Sei uno stupido!" ribadì il primo.
"Beh, pensa a me che oltre ad essere stupido, ho anche un fratello stupido!" rispose allora l'altro.
"Ah. Allora in effetti sei messo molto peggio di me╔" si mise a riflettere il primo.
Rimasero a fissarsi, assorti, per qualche minuto in ordine sparso, poi si risedettero.
"Il problema è che i bambini oggiorno hanno tutto". A parlare era una grassa signora vestita con oculatezza di verde e rosso. "I genitori lavorano, non giocano mai con loro, e per sopperire alla mancanza di affetto li sommergono di regali!" concluse.
"L'ho già visto!" gli rispose subito una donna seduta li vicino. "L'hanno dato tre volte solo nell'ultimo anno!" protestò ancora. D'intorno ricevette consensi ed attestazioni di stima, ed unì le due mani, stringendole l'un l'altra, agitandole ad altezza viso, prima a sinistra, poi a destra.
La signora grassa allora ci ripensò un attimo, mordicchiandosi le nocche per il nervoso, poi riprese: "La città spersonalizza l'individuo. Viviamo in grossi casermoni popolari, e abbiamo perso il concetto di piazza, di paese, di comunità. Molte volte non conosciamo neppure chi abita due piani sotto il nostro!"
Anche questa volta si sentirono fischi di protesta da varie parti della sala.
"E' vecchissimo!!" urlò di nuovo la donna di prima.
"Io addirittura ce l'ho in videocassetta!" riprese un giovane agitando un pugno chiuso.
La signora iniziò a sudare, infastidita delle proteste, e subito riprese a parlare: "Viviamo in una civiltà che non ha il ricordo. Sappiamo in ogni momento che cosa sta succedendo in parti sperdute del mondo, ma non ci ricordiamo quali erano i titoli delle prime pagine dei quotidiani di tre mesi fa╔"
Questa volta la povera signora non poté finire neppure il discorso. Una selva di fischi si alzò lacerante, costringendola a sedere, piangente.
"Di questa ho perfino la locandina!" ruggì un ragazzotto vestito di nero.
Appena le urla di rabbia si furono placate, il vecchio Maestro iniziò a parlare, dubbioso di quanto stava succedendo. "Ma i concetti espressi dalla signora potevano essere giusti╔" disse acarezzandosi la barba con il pollice, l'indice ed il medio della mano destra.
"Si, ma le parole, le parole!" rispose subito un ragazzo scapigliato, ricevendo l'approvazione generale. "Se i concetti sono giusti, e dopo tanto tempo li sentiamo ripetere sempre con le stesse parole, vuol dire che solo le parole ad essere sbagliate!" concluse.
Il vecchio Maestro chiuse gli occhi, e poi li riaprì. Gli riusciva sempre questo trucco di aprire e chiudere gli occhi, e dentro di sé se ne compiaceva.
Per fortuna in quel mentre si alzò un uomo dal viso butterato.
Era un uomo, ed aveva un viso butterato.
E proprio in quel momento si era alzato.
"La religione, io penso, è l'oppio dei popoli!" esclamò grattandosi una guancia.
Una signora vestita egregiamente di rosso e nero, a queste parole si alzò, e chiese con voce aspra: "E la politica? Cosa è la politica allora?"
Il tipo butterato allargò le braccia: "La marijuana, mi sembra ovvio!" rispose.
D'improvviso, una donna, adombrata con un grezzo vestito di tela verde si alzò ed attirò l'attenzione generale.
"Signori e signore. Ho una storia, veloce ed educativa da raccontarvi!" disse battendo le mani.
"Ed è la storia del cane e della volpe, entrambi senza uva!" aggiunse strizzando l'occhio.
Ed aveva aggiunto questo, dopo aver battuto le mani.
E poi aveva strizzato l'occhio.
Il tipo dal viso butterato si rannuvolò e si sedette scornato.
Ed improvvisamente si era rannuvolato, essendo scornato.
E poi si era seduto.

LA STORIA DELLA VOLPE E DEL CANE, ENTRAMBI SENZA UVA.

"Dovete sapere che una amica delle mie, come direbbero gli inglesi, viveva in una casa╔" iniziò la signora con il grezzo vestito di tela verde.
"Beh, allora scusi se la interrompo!" esclamò allora il tipo dal viso butterato.
"Certo, che la scuso!" disse la donna dal vestito di grezza tela verde, con tono accondiscendente.
"Grazie╔" fece il tipo dal viso butterato, sorridendo blandamente, abbassando gli occhi a terra per la vergogna, ed arrossendo timidamente.
"In una casa, dicevo, che si trovava in campagna. Si chieda pure?" continuò la donna dal vestito grezzo di tela verde.
Il tipo dal viso butterato aveva infatti alzato la mano.
"Posso andare al bagno?" chiese con voce bambinesca.
"Certo, piccolo, puoi andare quando vuoi. Posso continuare?" chiese sorridendo la donna vestita di verde con una grezza tela.
"Oh, certo, certo" fece il tipo butterato in viso, allungando le braccia in avanti e muovendo le mani ritmicamente a destra e sinistra.
A questo bizzarro movimento delle mani, si unirono tutte le persone presenti della sala, alzandosi in piedi, d'improvviso.
E voglio dire che di colpo tutte le persone si erano alzate in piedi.
Prima, intendo, di allungare le mani in avanti, e di muovere le mani a destra e sinistra.
Cosa che effettivamente fecero dopo essersi alzate.
E subito l'uomo butterato in viso urlò: "Boogie!"
Al che tutto l'auditorio, gli fece d'eco, urlando "Boogie! Boogie!", iniziando a sculettare a destra e sinistra, a ritmo con il movimento delle mani.
Ancora una volta il tipo butterato in viso urlò: "Boogie", e di nuovo gli improvvisati ballerini, risposero con un sudato "Boogie! Boogie!".
A quel punto della narrazione, un uomo vestito con un impeccabile frac blu, si sedette ad un pianoforte rosa shocking, ed iniziò a suonare un frenetico Boogie!
Ma dopo qualche battuta, con enorme meraviglia, tutti si accorsero che l'uomo che stava suonando al pianoforte, in realtà faceva solo finta, essendo il pianoforte stesso, fasullo, di plastica.
Tutti smisero di ballare, e l'uomo stesso in frac blu, smise quella sua pantomima.
Allora si sentì distintamente che ila musica del Boogie, veniva da fuori le finestre.
E lentamente si allontanava.


FINE.

"Che gran bel finale" disse allora una grassa signora vestita in rosso e verde, piangendo in un fazzoletto ambrato.
"Sembrava un film, sembrava un film!" aggiunse un signore alla sua sinistra.
"Era╔ come dire╔ te lo ricordi╔ quello" iniziò la donna, rivolgendosi al signore.
"Come si intitolava?" chiese il signore con fare discreto.
"Eh. Se me lo ricordassi, te lo direi!" rispose la donna.
"Mi dica allora la trama!" fece il signore, un poco spazientito.
"Mh╔ era una storia d'amore!" esclamò la donna, come se si ricordasse all'improvviso.
Il signore stette in ascolto, ma visto che la donna non sembrava continuare, chiese dolcemente: "Si, una storia d'amore, e poi?"
"E poi cosa?" rispose indignata la donna. "Non vorrà mica che le racconti la trama! Se sapessi raccontare storie, li farei io i film, invece di guardarli!" concluse con fare nervoso.
Nel salone in breve era nata una certa agitazione.
"Cosa facciamo adesso?" chiese un ragazzo vestito interamente di nero.
"Mah. Potremmo uscire dal salone╔" gli rispose un signore attempato.
"E poi?" chiese una ragazzina mano ad un trentacinquenne.
"Poi?" si chiese il signore attempato. "Poi potremmo morire, oppure╔ rinascere, oppure peggio, non essere mai esistiti" concluse con fare tragico.
"Una partitina a ping pong, no?" gli chiese la ragazza con tono speranzoso.
"Neppure a parlarne" rispose risoluto l'uomo attempato, in questo caso risoluto. "Siamo troppi, e ci metteremmo troppo solo per arrivare ai quarti di finale".
"Una partitina a calcio?" chiese allora il trentacinquenne con voce roca, strizzando l'occhio.
"No, no, da escludere, ci mettiamo sempre troppo per fare le squadre, e poi litighiamo sempre per trovare i capitani╔" concluse il signore dallo sguardo pensieroso.
La ragazzina sembrava contrariata di tutti questi discorsi, ed improvvisamente stese il braccio destro avanti a se, con il palmo rivolto verso il basso.
"CHI VUOLE GIOCARE A NASCONDINO, METTA IL DITO QUI SOOOOOOTTO!" cantilenò a voce alta.
A quelle parole, tutti i ragazzi che erano all'intorno, misero il loro dito sotto la mano della ragazza, toccandolo con la punta.
Appena tutti si furono ammassati in questa scomoda posizione, la ragazza iniziò a sogghignare, e con terrore tutti si accorsero che il suo sorriso lacerava la pelle, ed arrivava fino alle orecchie, rivelando una serie di taglienti denti di pesce, che brillavano di luce bianca.
"OLIO" declamò, e subito la folla di ragazzini si mise ad urlare di paura, incapace di togliere il dito da sotto la mano.
"PEPE" continuò imperterrita la ragazza, ed ora aveva occhi neri come la pece, ed i ragazzi tremavano di paura.
"SALE" disse ancora, con voce stranamente stridula, mentre la gente fissava sbigottita quell'orrore, ricoperta di un sudore malaticcio.
"A C Q U A M I N E R A L E!!" urlò pazza di gioia maligna la ragazza, chiudendo il palmo a pugno, e afferrando il dito di un tipo vestito di bianco, che aveva tardato a togliere il dito da sotto la mano.
Tutti gli altri, infatti di colpo erano riusciti a liberare la punta del dito, ed ora erano stramazzati al suolo, ansimanti.
"Sei stato scelto tu!" disse la ragazza aprendo le fauci, e tirando il ragazzo bianco verso di se.
Il ragazzo bianco, muoveva le labbra, ma non riusciva a profferire parola, e fissava con occhi sgranati la ragazza. La quale, innaturalmente, spalancava la bocca in maniera sempre maggiore, fino a che, con uno scatto improvviso, si gettò sulla testa del ragazzo, ed iniziò ad ingoiarlo, mentre lui muoveva le braccia e le gambe in maniera scordinata, come impazzito.
Intorno tutti sembravano indecisi sul da farsi, finché il signore attempato si alzò ed esclamò: "Chiediamo al vecchio Maestro, cosa fare!"
"Giusto, giusto!" dissero tutti.
E continuarono a fissare la donna, che oramai aveva ingoiato in se tutto il busto del ragazzo.
"Il vecchio Maestro non c'è più!" esclamò allora d'improvviso un bambino, che aveva distolto lo sguardo dal triste spettacolo per vedere che ore fossero.
A queste parole tutti si voltarono verso lo scranno.
Era vero.
Il vecchio Maestro, con gatto connesso, non era più nella sala.
"Allora è proprio finita" fece una signora occhialuta.
"Beh" disse un ragazzino con un desiderio latente impresso nel viso "io avrei da dire ancora la frase che mi ricordavano i discorsi tristi fatti prima".
"Ed io" aggiunse una donna verde vestita di tela grezza "avrei da terminare la mia storia del cane e della volpe senza uva".
"Io poi" si alzò un uomo vestito da regista "avevo in animo di dire una cosa prima della fine╔" disse con fare deciso.
"Io poi╔ avevo detto che avrei voluto raccontare una storia triste" concluse una ragazza vestita da ragazza.
Il pubblico fissava attonito questi ultimi quattro personaggi, senza sapere cosa fare, quando si rialzò la ragazzina che se la intendeva con il trentacinquenne, ora tramutatasi in serpente, che subito disse: "Bene, allora ascoltiamo queste ultime quattro persone!".
Tutti annuirono tra se e se, e parlottando si risedettero. Poco dopo il silenzio era assoluto.

GLI ULTIMI QUATTRO PERSONAGGI

Il ragazzino con un desiderio latente impresso sul viso, a quel punto si alzò e si pulì la veste.
Poi si risedette.
"Ehm╔" fece allora la ragazzina che se la faceva con il trentacinquenne.
"Si?" chiese il ragazzino con un desiderio latente impresso nel viso.
"Aspettiamo lei╔" fece notare la ragazza, sempre parlando sottovoce.
"Oh scusate!" disse allora il ragazzino e si alzò. Tossicchiò per qualche minuto, affinché la sua voce fosse cristallina, ed infine declamò: "Ma perché dobbiamo rappresentare il dolore con una scena di dolore?".
Si guardò attorno, per vedere se qualcuno si voleva prendere la briga di rispondere, ed infine si risedette.
Dopo qualche secondo si alzò invece la donna vestita di verde, ma con una tela grezza, che si mise a parlare: "La mia amica, che viveva in questa casa di campagna, aveva un cane, un bassotto di pelo fulvo. Un giorno, la mia amica, stava stendendo dei panni, quand'ecco che si trova tra le gambe il suo bassotto, stranamente immobile. "Cos'hai, stai male?" fece la mia amica, preoccupata per la salute del cane, e così dicendo lo accarezzo, spostando il suo musino verso di lei. In quel momento lei si accorse che non era il suo cane. Era una faina, una volpe, arrivata chissà come dal bosco fino alla casa, ed ora la stava fissando con i suoi denti lucidi".
Detto questo, la donna si risedette, immersa nel silenzio a china nero del salone.
D'immediato si alzò il regista, che iniziò a parlare con fare nervoso.
"Signori, molti di voi mi conoscono, io sono un regista. Un regista di sinistra".
Detto questo si bloccò, e fissò negli occhi tutti gli ascoltatori, uno ad uno. Essendo gli occhi solo due, finì prestissimo e continuò il suo discorso.
"un giorno mi trovavo nel quartiere popolare di Santo Donato, dove sono stati costruiti degli immensi palazzoni, detti per la loro forma "dighe"╔"
"Le conosco, le conosco!" fece una anziana signora dai capelli neri, animandosi in volto.
"Bene -continuò il regista- io mi trovavo in quel posto per effettuare alcune riprese per un cortometraggio relativo all'architettura come linguaggio. Ero già stato in varie parti della città, ed ora filmavo quelle "dighe" dove vivevano ammassate centinaia di persone. Ed ecco che il giornalaio esce dalla sua edicola, e mi chiede cosa sto facendo. "Solo riprese per uno studio" rispondo vagamente. Mi secca terribilmente essere interrotto durante la mia creazione! Ma ecco che dalla "diga" iniziano ad uscire persone, e sento che altre ne chiamano dalle finestre, con i citofoni. In breve: mi ritrovo circondato di un nugolo di donnette e pensionati, che mi urlano di andare a vedere in che situazione erano costretti a vivere all'interno del palazzo! Cerco di spiegare che non sono un presentatore di qualche trasmissione televisiva, ma sto producendo un documento artistico: niente. Come parlare al vento. Conclusione: mi trovo costretto ad effettuare le riprese all'ora di pranzo, o di mattina all'alba, oppure al tramonto, poco prima dell'ora di cena. Le riprese vengono benissimo, ed il mio cortometraggio vince anche un premio per la regia ed il montaggio, ma io in un solo giorno, mi ritrovo ad essere diventato un regista di destra".
"In una sola frase?" chiese un bambino che stava prendendo appunti.
"L'artista di destra si preoccupa dell'architettura e del linguaggio, quello di sinistra di chi vive dentro l'architettura e di chi usa il linguaggio" concluse salomonico il regista risedendosi.
L'auditorio sembrava poco convinto di queste parole, tanto che uno disse tra se e se: "Io sono poco convinto di quelle parole", quando comunque si alzò la ragazza vestita da ragazza, che iniziò a parlare a bassa voce.
"Dovete sapere che tutte le mattine io prendo un cappuccino ed una brioches, e pago sempre con le monetine, per togliermele dal portafoglio. La sera prima cambio le banconote in monete, e la mattina pago con le monete. Questo mi sembra bellissimo. Una mattina stavo per pagare, e tiro fuori il portafoglio ed inizio a prendere le monete. Ma ecco che un anziano signore mi dice: "Signorina, le offro io la colazione". Ed infatti va alla cassa e paga per me. Io stupita ringrazio, ed esco. Torno l'indomani, e il cassiere mi dice che il signore anziano del giorno prima, è morto".
"Ohhhh" fece allora l'auditorio che seguiva le parole della ragazza, come un treno segue i binari.
"Si, si, proprio così " disse la ragazza, trattenendo a stento un viso triste.
"Io ci rimango malissimo -riprese- ed il cassiere incalza. "E lo sa perché ieri le ha offerto la colazione?" mi chiede ancora, ed io dico di no, e lui╔ ma ascoltate!" disse interrompendosi la ragazza vestita da ragazza.
Proveniente finestre infatti, si sentì in lontananza una musica, che lentamente si avvicinava.
Dopo qualche secondo, si comprese che era un frenetico Boogie, ed in breve il rumore della musica invase la stanza, mentre ognuno era rimasto seduto al suo posto in silenzio.
La musica aumentava crescentemente di volume, ed ancora, aumentò, finché non si fece così assordante, che tutti dovettero tapparsi le orecchie per il fastidio.
Ma ancora, la musica crebbe di volume, tanto che a nulla serviva tapparsi le orecchie: la musica andava oltre le mani, le dita ed entrava nelle orecchie.
"PERCHE' IL VECCHIO LE AVEVA OFFERTO LA COLAZIONE?" urlò allora il ragazzo che si trovava seduto accanto alla ragazza vestita da ragazza.
La ragazza sembrò aver capito la domanda, leggendo le labbra del ragazzo.
"FA LO STESSO: NON ERA UNA COSA COSI' IMPORTANTE!" rispose sempre urlando la ragazza vestita da ragazza, sorridendo leggermente.
E, finalmente, la musica cessò.



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