FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UNA STORIA D'AMORE

Gianfranco Giannini




Il treno percorreva con moto uniformemente vario la sua strada ferrata.
Il fenomeno dell'attrito volvente delle ruote sui binari impediva una maggiore accelerazione e poi grossi e pesanti freni congegnati a pressione ne variavano il moto. Il caratteristico fischio e lo sbuffio dei congegni motori si sperdevano lontano nel fitto delle tenebre.
Erano le tre antimeridiane.
Nel corridoio di una vettura di terza classe vi era un giovane sui ventitré anni, altezza normale, snello, non un Adone, occhi bigi e grandi, gran sopracciglia pelose, dal viso poco notevole, tutto sprofondato in meditazione. I suoi occhi fissavano l'orizzonte sperduto nell'oscurità; le ali della sua fantasia fendevano molto lontano le tenebre della notte.
Guardava, meditava, guardava ancora.
Il treno camminava rapidamente per raggiungere la stazione, l'oscurità si sfumava in lontananza mentre l'aurora avvermigliava gradatamente l'oriente fino a confondersi con le dorate saette del sole nascente.
Le ombre delle tenebre fuggivano via, inseguite dagli aurei fasci dell'astro diurno.
Circa le ore sette e mezza il treno raggiunse la stazione.
Il giovane, dal vestito fondo grigio-scuro, a capo scoperto, con capelli irti, scese con in mano una valigetta per dirigersi all'interno della stazione. Vi attese per qualche ora e nel frattempo, non sapendo come trascorrere il tempo in questa, per lui, eterna attesa (e lo si capiva bene poiché era spesso ticchioso), tirò fuor di tasca un giornaletto enigmistico, gran dilettante egli è, e si abbandonò nelle soluzioni enigmatiche.
Un treno si portò sul terzo binario: il giovane salì su una carrozza, prendendo posto vicino al finestrino.
Un fischio ed il treno partì, accelerando gradatamente il suo moto. Gli alberi, i monti, le pianure, all'occhio del viaggiatore si lasciano dietro lentamente in lontananza.
Di tanto in tanto il treno si fermava per prendere il corso lumachino al passaggio dei ponti in rovina.
La guerra macerò questo suolo.
Riccardo, il protagonista di cui si era finora taciuto il nome, affacciato allo sportello osservava il paesaggio martoriato della guerra.
Egli ignorava le rovine dei paesi, delle campagne, delle vie di comunicazione, conoscendo invece la vita del soldato e del soffrir tenebroso (il suo dolore lo si poteva leggere chiaramente sul viso).
Le ruote del treno vorticosamente descrivevano un'elicoide immaginaria lasciata dal terreno smosso dal suo passaggio.
Ogni tanto imboccava delle lunghe gallerie buie, illuminate solamente dai fari e dalle luci interne del treno.
Due ore dopo il treno giunse in una stazione.
Riccardo scese e si avviò all'uscita, diretto in città; attraversando vie in tutti i sensi, giunse alfine in un piazzale gremito di persone.

- "Scusi, signore! Mi sa indicare la via B***?" - chiese ad un passante.
- "Vi ci trovate già, eccola!" - gli rispose questi, indicandogli la via di fronte a lui.
- "Grazie" - di rimando Riccardo, e indi s'avviò.

Osservava i numeri della via e... 14, ancora avanti, 16... ancora, e... ed ecco il 18. Ci siamo.
Il ritmo del suo cuore accelerò. Chi vi abitava dentro? E qual era la mansione di Riccardo? A che scopo vi andava?
Nulla di straordinario. Voleva Riccardo conoscere un suo parente e relativa famiglia.
E perché allora forte forte gli batteva il cuore? Qualche scoperta? Tuttavia animo!
Era già sulla soglia della porta ritto e... guardava dentro.

- "Ohimè! quale rara beltà io vedo!" - disse Riccardo tra sé mentre il ritmo del suo cuore s'accelerò timorosamente.

Accanto ad un tavolo quadrato, rasente la parete, di fronte all'ingresso, vi era una fanciulla; una veste casalinga e nitida, una gonna bianca e camicetta rosea, cingevano il suo formoso corpo.
Un paio di pantofole nascondevano appena la parte metacarpica del piede; lunghi capelli ondulati castano-bruni toccavano le sue spalle tizianiche, bruno volto angelico completava l'immagine di una Venere spumeggiante, di un estratto di un dipinto raffaellico.
Riccardo rimase rapito nella contemplazione estatica, ed estasiato guardava questa fanciulla la cui castità si internava e si mescolava voluttuosamente nelle di lui vene e la di lei rara bellezza lo trafugava in un Eden di puro misticismo passionale.
E' una donna nata ad intimare nell'uomo la felicità terrena e a rimuovergli il dolore nel suo arduo ed amaro cammino.
A volte, e spesso, è nata anche per amareggiargli la vita e cimentarlo in un inferno di vani desideri.
Tuttavia Riccardo si fece animo e si rivolse verso la fanciulla.

- "Buongiorno! mi scusino, abita qui il signor G***?" - domandò con voce che credette poco udibile alle orecchie di lei e di una seconda donna che teneva in braccio un pargolo, seduta accanto al tavolo.

La fanciulla lo guardava semplicemente e senza dir nulla; fu l'altra donna che rispose.

- "Buongiorno a Lei, Il signor G*** abita proprio qui, ma non è in casa" -.
- "La sua signora moglie nemmeno? -.
- "Neanche! Attenda però qualche minuto che avvertirò mio marito.
Segga pure, nel frattempo, qui la sedia!" -
- "Grazie!" - rispose Riccardo un po' confuso.

Subito la donna invitò una ragazzetta ad avvertire suo marito.
Riccardo meditava in silenzio, e di tanto in tanto squadrava quel fulgido e soave modesto fior d'Italia, che, con occhiate lampanti, rimandava il suo sguardo.

- "Lei è la moglie di E***?" - rivolgendosi alla signora.
- "Si. Vi conoscete già?"
- "Purtroppo son trascorsi due anni, ma piuttosto, lavora?, e dove?"
- "E' impiegato al Municipio" -
- "Il pargoletto che lei stringe al seno è suo? Troppo grazioso e vispo" -
- "Si, è mio. Ha sette mesi e quando ne avrà di più... chissà quale grado giungerà la sua vivacità. E' tuttavia la nostra immensa gioia" -
- "Già. Un albero senza frutta consuma inutilmente il suolo. L'orgoglio della natura è il frutto. Infelici sono due coniugi senza prole" -

Parlavano del più e del meno. La fanciulla tuttavia non preferiva aprir bocca ad eccezione di qualche sguardo furtivo; si portava in cucina più d'una volta e sempre al solito posto ed in piedi; era dedita, ma confusamente, a dei lavori domestici.
Si trovava Riccardo di fronte ad una creatura che raramente la natura colma il gentil sesso di una beltà sì rara; sembrava ultraterrena, scesa dal cielo "quasi a miracol mostrar", per ridare all'uomo quelle immani e paradisiache felicità che Adamo perdette al momento del suo errore.
Riccardo sedeva da un quarto d'ora e, non credendo opportuno palesare ancora il suo nome, si sprofondava in meditazione e di quando in quando apriva bocca per ricostruire qualche frase.
Un rumore di passi gradatamente si accentuava ancor di più; un giovane sui ventidue anni s'avvicinò alla porta.
Riccardo lo riconobbe subito, sebbene due anni trascorsero dacché si incontrarono per la prima volta.
Anche questo giovane riconobbe in Riccardo suo cugino; si abbracciarono ed il giovane cominciò a parlare quasi commosso.

- "Oh! finalmente qui...in Patria. Come stai?" -
- "Ho superato con lenoso affanno ogni sorta di avversità, di pericoli letali, di barriere e... la lontananza. Ed eccomi ora nel patrio suolo in discreto stato di salute. E tu...come stai?" -
- "Sto benissimo; anche i miei familiari stanno bene, ed i tuoi?" -
- "Discretamente. Da due anni contavo di conoscere la tua famiglia, ma purtroppo dovetti allontanarmi dalla terra patria ché ben altri doveri mi attesero. Ed ora eccomi nuovamente qui... nella più palpabile realtà. Vissi sperando ed infine ho sperato... e bene" -
- "Purtroppo! Ci conoscemmo a Roma ben due anni or sono, eppure sembrava ieri: i giorni, i mesi e gli anni rapidamente si susseguono nel tempo che pare eterno. Della mia famiglia com'è ora non c'è che mia moglie e mia sorella, che mi permetto di presentarti." -
-"Lieto di fare la conoscenza della mia signora cugina!" - disse Riccardo stringendole la mano.
- "In quanto a Lei" - volgendosi alla sorella - "mio fior di cugina, ne son felicissimo di questo incontro" -
- "Veramente lieta" - di rimando la signora.
- "Io... io sono anche felicissima" - rispose la fanciulla, un po' confusa e rossa in volto.
- "Mi vogliate perdonare, mie graziosissime cugine, se finora non mi palesai a voi" -
- "Avevamo già compreso chi foste, poiché tra lei e suo fratello v'è poca differenza. A prima vista l'avevamo confuso per suo fratello, quasi un sosia direi." -

Via via si parlava ora sulle peripezie di Riccardo, ora sulle impressioni del dopoguerra, ora sulle condizioni rovinose che una guerra può apportare. Argomentavano anche del desiderio che reciprocamente s'aveva di conoscersi. Tita si nomava la bruna fanciulla e Maria la signora.
I genitori ed il resto componente la famiglia erano assenti.

- "Lavori? E dove? - domandò Riccardo al cugino.
- "Mi sono impiegato al Municipio... ma certo che lo stipendio è abbastanza minuscolo, tuttavia per non vagabondare e poi... la famiglia!!" -
- "Hai ragione. Ormai sei uscito dalla vita studentesca e devi pure applicare la pratica alla teoria della vita. Tuttavia non bisogna abbattersi.
Io dovrei addirittura esasperarmi, purtroppo spero... come sempre ho sperato con favorevole esito.
E i tuoi genitori? I tuoi fratelli dove si sono cacciati?" -
- "Il mio genitore ispeziona la sua piccola campagna e mia madre è andata presso i parenti. Due miei fratelli maggiori, sposati, hanno famiglia a parte; rimangono solo due, dei quali uno sta espletando il servizio di leva e l'altro, il minore, fa compagnia a papà. Con questa ragazzetta infine" - additandola -
"ha termine la prole" -
- "Ho gran desiderio di conoscer tutti. L'albero mi sembra abbastanza fruttifero" -
- "Riccardo, hai bisogno di lavarti, la caligine del treno e, se sei stanco, puoi approfittarne, perché io devo ritornare al lavoro fino alle ore 14" -
- "Grazie cugino. Stanco mi sento abbastanza ma rinfrescarmi il viso m'è d'obbligo, con quest'afa!... Va pure al tuo lavoro, ci vediamo al tuo ritorno" -

Ad uno ad uno, fra mezzodì e sera, Riccardo conobbe i componenti di tale famiglia.
Aveva obliato il penoso passato allorquando si vedeva entro quel determinato spazio cinto di reticolato e avvedersi continuamente fra le solite sagome macabre della prigionia.
Tutt'altra vita gli germogliava ivi; libertà adeguata ad un libero cittadino, brio e soprattutto qualcosa di più sublime, umano: fioriva lentamente ed intimamente un amor ideale e puro.
Primavera della vita. Sabato della giovinezza!
I giorni trascorrevano e Riccardo non aveva l'ardire di osare: avrebbe voluto palesare il suo sentimento verso la fanciulla ma il tempo propizio ed il luogo non si presentavano e poi non sarebbe riuscito che a pronunciare delle frasi inarticolate e senza senso (qualora ci si trova di fronte alla persona che si ama "ex toto corde").
Un afrodito desiderio s'incellulò nel suo materialismo, ma ciò gli si scemava allorquando i suoi occhi s'incontravano in quella vergine fanciulla e i di lei occhi non scintillavano che castità, candore di spirito; specchiavano il suo immacolato interiore pieno di soavità di zagara, di un dolce zeffiro orientale.
Tutta luce di vita che fluttuava nelle di lui vene, alimentandolo con la fiamma di Eros e refrigerandogli il calore sviluppatosi.
Dunque questo desiderio si tramutava in uno che non sa di mondano: amore casto, empirico, trasportato, direbbesi quasi paradisiaco.
Bastava uno sguardo di lei, pieno di tenerezza, che il suo spirito si riempiva di dolcezza, felicità, amor sublime.
Tutto maturava giorno per giorno, ora per ora, istante per istante; anche l'idillio spirituale più che terreno.
Riccardo trascorse tuttavia dieci giorni con una vampa entro l'essere suo alimentata da dieci vampe. Non aveva ancora osato smascherare il suo fervido sentimento ed ecco che finalmente risolve l'enigma in una tiepida serata di agosto, mentre nel firmamento tremolavano gli astri d'argento come a sorridergli della loro felicità finora mai sognata.
Questa era la sera, questa l'ora, questo l'ardire, questo il sereno cantuccio dell'Eden: l'iride che fugge le nuvolaglie della penitenza.
Pareva il cielo gioisse su Riccardo e la fanciulla, i quali stavano lì per lì a svelarsi i reciproci nobili sentimenti. Il tremolio delle stelle non era che un lieto sorridere; il satellite del nostro pianeta rischiarava il loro timore e gli illuminava la via più bella, più sublime, eterea: quella della felicità.
I loro cuori gioivano e nello stesso tempo palpitavano di una gioia incommensurabile; seduti l'un di fronte all'altro, occhi negli occhi, cuore nel cuore, labbra tremanti, il medesimo palpito, lo stesso ardente desiderio, una la fiamma, si guardavano senza far motto.
Riccardo, un po' tremante, ardì a dirle qualcosa di sussurrato nelle di lei orecchie.

- "Questa serata sembra davvero dedicata agli innamorati, non ti pare?" -
- "Già, soltanto per gli innamorati..." -
- "La parte dell'universo che rimane sopra le nostre teste è il solo testimone degli intimi segreti." -
- "E' vero" -
- "M'è d'uopo, Tita, che tolga la maschera al mio segreto. Ho da palesarti la mia gran brama..." -
- "Vorresti dire!?..." -
- "Voglio dire che se fin'oggi ho taciuto il segreto, ora più non posso restar muto: m'hai avvampato l'animo che ad ogni istante si raddoppia senza freno alcuno. Io ti amo.
Non dirmi nulla ancora; sì, ti amo, mio tesoro. Dacché ti vidi, per nessun istante cessai di amarti e sento che senza il tuo affermativo monosillabo sento venir meno la vita, la gioia di vivere.
Guardami negli occhi prima, indi rispondi alla mia dichiarazione, orsù! non tremare." -
- "Oh! finalmente m'hai empito il cuore di immensa gioia. Son felice, in questo istante, poiché anch'io ti amo. Fremevo che tu me lo dicessi.
T'amavo già prima che ti avessi conosciuto allorquando, dalla tua prigionia, scrivesti ai miei inviandomi quel "un separato pensiero a colei non conosciuta".
Da allora il mio cuore cominciò a battere d'amore che oggi si realizza nella realtà più tattile" -
- "Mia piccola Tita, m'hai ebbriato l'essere tutto; non v'è una sola cellula del mio corpo che non vibra come corda d'arpa Davidica, con le più dolci note e con idilliaca melodia. Ti parla il cuore? Vibrano le tue cellule? Di quale melodia?" -
- "Amor mio unico e sconfinato, sono le prime note, le prime ebbrezze, la sola passione, il primo boccio della mia tramontata fanciullezza.
Solo adesso mi sento una donna: ti amo con tutto il trasporto della mia tenera età; ma... ne son certa di essere al pari corrisposta? Non sarà un'illusione? O un sogno?
Tutta me stessa e l'animo soprattutto è parte di te; ti amo di un amor tenero e sincero, con l'ardore più vivo della mia fiamma, con la purezza del mio spirito."-
- "Anima della mia anima, hai cantato con sublime armonia l'inno più bello e più melodico ch'abbia mai penetrato nel midollo del mio animo. Non è illusione e neppure un sogno il tuo, come neanche il mio: è la realtà più palpabile ed ambedue siam desti.
Non senti che uno è il palpito dei nostri cuori? Vivi in me ed io in te" -

Gia! eran desti i loro cuori come lo era quella romantica sera: due cuori un sentimento, due vite una fiamma, due anime un porto di felicità, era il risultato della loro fusione.
Riccardo non aveva mai amato con trasporto, la fanciulla non s'era mai sentita dire: "T'amo" se non da lui, proprio sotto il manto cobaltico del firmamento di quella estatica sera.
Ricominciava la vita, si ridestava la parte sensitiva del loro essere, germogliava la primavera della vita; per la prima volta sorridevano le loro labbra di una felicità giammai finora gioita.
La vampa del loro amore diveniva giorno per giorno, ora per ora, attimo per attimo, sempre più intensa; ambedue erano timidi, talvolta, anziché aprir bocca, solo gli sguardi significativi trasmettevano i loro pensieri, i desideri e quanto conviene a due amanti.
Tuttavia le labbra di Riccardo non avevano ancora sigillate quelle della fanciulla.
Troppa penitenza, forse... ma fremeva con bramosa voglia.
Era nato fra loro due un forte amore, ma non aveva ancora fatto assaporare i primi suoi casti frutti: un bacio non se lo avevano ancor dato.
Troppa la vigilanza materna.
Ambedue fremevano, ma non osavano; anche l'opportunità del luogo e del tempo negava i loro desideri.

- "Animo! Bisogna attendere qualche giorno!" - diceva Riccardo tra sé, che aspramente lottava con la propria timidezza.

Così passavano i giorni, sempre con quell'ardente desiderio; ma tutto vano gli sembrava.
La fanciulla si trovava al suo primo enigma di donna, al primo incontro del suo cuore con un altro virile, e, sebbene l'amore era nato in lei in un modo così veemente, le mancava l'osare renderlo meramente sensuale almeno; tuttavia lei amava Riccardo (almeno lo specchio del suo interiore così rifletteva): si amavano senza poter sigillare il loro amore.
Per oltre una settimana l'andava così, ma Riccardo non desiderava il materialismo del coito innanzi l'usuale rito nuziale, bensì quello di un bacio, che è la prova più lampante e palpabile di un reciproco amore, di potersela stringere al petto per unificare i battiti dei due cuori.
E pensava egli, cercava il momento propizio e, solo quando, all'angolo della casa, vi si trovarono soli per breve tempo, in un afoso mattino di agosto, Riccardo osò.
Le loro labbra si muovevano con voluttà e tenerezza per comporre frasi, ma egli, non resistendo più all'impeto del calore e del fresco alito che la di lei bocca emanava, con la destra cinse l'esile vita, l'altra lentamente sprofondava nei capelli, il seno stretto al suo petto, e, con scatto fulmineo, avvicinò le sue labbra assetate a quelle di lei, quando, con altrettanto scatto, si scostò, ma non dalla stretta.
Povero Riccardo!... Non aveva ancora potuto ultimare il suo desiderio... ed animo ancora...
Con un secondo scatto poteva egli finalmente serrare le labbra di smeraldo e infondersi alla prova dell'amore.
Non fu un bacio lungo poiché ella indietreggiò dopo qualche istante la testa e, tutta avvampata e tremante, come colpita da vertigine, gli mormorò con un fil di voce.

- "Ugualmente ti voglio bene, ma vedi come tremo? Lasciami, ti scongiuro; i miei potrebbero esser qui da un momento all'altro!..." -

Riccardo cedette a queste parole; non fu però sconfitto: l'aveva baciata, aveva sentito salirgli su per le fibre sensitive il fuoco della voluttà, aveva ascoltato i battiti di quel cuore tenero e verde, aveva succhiato con avida sete la zagara del suo alito, odorato il giglio del suo candore; aveva assaporato lo smeraldo delle sue labbra che sanno di vita, dolcezza, che danno quella felicità terrena sia per l'istante che per le reminiscenze.

- "Ti voglio bene lo stesso" - gli aveva sussurrato tutta tremante e delirante di voluttà.
- "Vita della mia vita, un attimo di squilibrio voluttuoso m'hai fatto correre per gli organi sensuali; perdonami... tesoro, è la prima volta che vengono sigillate le mie labbra, per cui tremo. E poi... hai voglia di divenir stufo!... Ci siamo da poco conosciuti!... Quindi... il rossore!!" -

Aveva detto queste frasi che Riccardo le digerì a malincuore e, senza afferrare il significato di quelle tenere ed innocenti parole, tutto in sé romito, come se vilipeso, infilò la giacca ed uscì senza volgere uno sguardo o parola.
S'era allontanato dalla fanciulla per tutto il giorno, ma le belle forme dell'amata non gli si partivano d'innanzi al volto; invano cercava divagare il suo animo che continuamente sentiva tutta l'ebbrezza che quel candido giglio emanava: la soavità di lei s'era condensata nell'animo suo.
Non aveva tuttavia compreso il significato di quelle innocenti frasi, piene di dolcezza, e via via, v'andava studiando quel "ti voglio bene lo stesso" e "hai voglia di divenir stufo".
Erano queste parole piene di tenerezza, di timore ed innocenza.
Non voleva Riccardo in questo modo allontanarsi, no; il fuoco dell'insuccesso lo rendeva nervoso sebbene ebbro del medesimo.
Era anche la prima volta che sigillava con la più veemente passione le labbra di una sì deliziosa e bella creatura con a priori la sua verde età; e l'amava dunque, l'amava svisceratamente e felicemente gioiva il suo interiore. Per l'amore della fanciulla si sarebbe persino esposto alle più ardue e dure prove della vita, anche di un cammino che apportasse perversità, dolori, privatezza di agi, scoramento d'animo.
Ma la fanciulla l'amava in pari modo? Ecco l'enigma di una donna. Con celie, stuzzichi, lecite controversie, mutevole carattere poteva egli indagare l'animo di lei; infatti il di lei intimo specchiava amore.
Lo amava dunque e lo amava con trasporto.
Che coppia ideale!
Cupido ha ben saputo accoppiare due cuori tutta felicità e annodarli col più grande successo terreno ed etereo: con l'amore puro ed ineffimero, con la più iridescente passione.
Verso l'imbrunire, dopo aver trascorso una giornata in campagna, sempre meditando, fece ritorno alla di lei casa.
Non fu però solo nella campagna: il suo bel sembiante, il suo preponderante fascino che chiaro e distinto si sprigionava dalla sua persona, gli erano sempre innanzi, come fosse allucinato ed ipnotizzato.
E lei chissà come avrà trascorso la giornata, se sola, ovvero in pari modo accompagnata nelle sue faccende domestiche?
Tuttavia giunse a casa e trovò il suo tesoro con mezzo metro di broncio. E perché? Chi l'assecondava? Era un broncio di felicità?
Altro enigma.
Conciossiaché ella lo amava di un amore ancora più forte nonché armata di broncio soave.

- "Ciao, fanciulla del mio cuore vacillante" - prese a dire egli appena la vide.
- "Come hai trascorso la giornata? Io benone, anzi, molto mi sono divertito in campagna.
Là c'era tuo padre e... anche la frutta! Ma per te non c'è che un ba... Oh! nulla" -

Ella esitò; ma dopo qualche minuto che lo aveva squadrato biecamente con collerico tono incominciò.

- "Bravissimo! Era pure l'ora che rincasassi! Almeno m'avessi informata che ti saresti assentato per la giornata. Bravo! Non ti credevo così. Hai trovato in me qualcosa di offensivo? Cosa avresti voluto dire con quel "ba..."?" -
- "Nulla!" -
- "Perché vuoi mentirmi? Ti scongiuro, spiegami il motivo di questa assenza. Ti prego per tutto l'amore che ti porto od altrimenti si vede bene che non mi ami" -
- "Voglio dire che ancora mi sento adontato, poiché hai fatto languire la mia brama di stringerti fra le braccia ed assaporare il tuo smeraldo. Da stamane m'hai messo in un inferno; ciò vuol dire che di me ne fai oggetto di gingillo ovverosia disprezzi e vuoi allontanare il mio amore.
Ebbene, non voglio che ti disturbi tanto verso colui che non hai ancora amato e nemmai amerai.
Fra un giorno o due faccio ritorno al mio paese affinché la mia presenza non ti sia di fastidio o addirittura sorgente di odio.
Non cerco illuderti, né parimenti desidero essere illuso; se ti amo è perché sento il fuoco della passione ma non quella chimerica.
Cercavo quello che mai ho finora trovato: la felicità. Dunque il mio amore non ti dà felicità."-
- "Sommo tesoro dell'anima mia, perché parli in tal guisa? Perché travagli la mia felicità e corrompi la tua? No, non te ne andare così presto; non abbandonarmi nell'angoscia e nell'esasperazione. Per un bacio vuoi abbandonarmi? Sei crudele allora.
Vedermi stringere a te con un simile scatto ed improvvisamente sentirmi venir meno il respiro, temetti, te lo giuro, che mi dibattessi al suolo svenuta. E se fossero giunti i miei genitori lì per lì, cosa avrebbero pensato? Cerca di comprendere, anima mia adorata, e dimmi se ho torto.
A miglior tempo e luogo, dunque! E non abbatterti in collera con colei che ti dà per la vita la miglior parte di sé, ossia tutta se stessa materialmente e spiritualmente.
Promettimi amore ancora una volta e che hai compreso la mia indisposizione di stamane.
Credimi, ti amo più di me stessa e sorridi dunque al tuo amore. Non farmi quella faccia" -
- "Mio tesoro unico ed immenso, per la prima volta chiedo perdono e perdonami dunque.
Non intendo amareggiarti l'animo bensì ricostruirci una felicità mai sognata nella verde oasi della vita. Perdona quindi la mia indiscrezione e stringiamo le nostre mani per stringerci in miglior tempo e luogo in un amplesso e rifiorire quanto stamane si appassì." -
- "Non ho nulla da perdonarti, mio tesoro. Abbiamo un'intera vita innanzi a noi da far fiorire e fruttare" -

Ambedue si strinsero le mani per annodarsi al gran segno della pace ed iniettare l'un l'altro amore, amore ancor più forte.




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