FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UNA STORIA VERA

Angelo Politi




Quando Anselmo si accorse, svegliandosi dall'anestesia, che invece dell'appendicite gli avevano segato una gamba ci rimase davvero male. E neanche tanto per la gamba, che lui molto bello non lo era mai stato, quanto per la sua innata precisione che non gli consentiva di apprezzare cose e situazioni così visibilmente dominate da uno scarso senso delle simmetrie.
Fece notare al medico le sue perplessità riguardo al suo operato, ma lo vide talmente avvilito e sinceramente dispiaciuto che non osò ferirlo oltre. Tanto il dubbio che più lo assillava aveva già ottenuto risposta da una delle infermiere: la gamba non c'era più verso di riattaccarla. Questo era sicuro. Ma Anselmo era conosciuto soprattutto per la sua bontà e sensibilità d'animo, così quando dovette tornare in ospedale non ebbe dubbi: si rivolse al medico che già lo aveva erroneamente mutilato in precedenza.
Questi, a sua volta, fu dapprima scosso poi felicemente turbato dalla scelta quantomeno coraggiosa di Anselmo, e per questo motivo affrontò l'intervento con una meticolosità ed un'attenzione tale da indurlo ad impiegare quasi cinque ore per amputargli l'altra gamba, intervento che normalmente non avrebbe necessitato più di due, due ore e mezza.
Immaginarsi, dunque, la sua costernazione quando gli riferirono che, in realtà, ad Anselmo doveva essere unicamente asportato un calcolo al rene. Il medico, benché preso dal panico, non volle, comunque, astenersi dalle sue responsabilità ed andò di persona a riferire l'inconveniente ad Anselmo ancora intorpidito dall'anestesia.
Anselmo stentava a credere alle parole del medico e, all'inizio, pensò si trattasse di uno scherzo con cui egli voleva porre fine all'errore del passato trattandolo in maniera arditamente grottesca. Ad Anselmo piacevano le persone coraggiose, lui stesso si reputava tale.
Certo è che quando allungò la mano per grattarsi la gamba, e non la trovò, gl'incominciarono a girare veramente le palle. Fu assalito da un dubbio. Alzò il lenzuolo di scatto, ma fortunatamente le sue palle si trovavano ancora lì. Belle grosse, semovibili e simmetriche com'erano sempre state. Loro, che erano ormai divenute l'ultimo baluardo del suo corpo.
"Senta dottore" gli disse Anselmo un po' scocciato "lei deve stare più attento nel suo lavoro. Se continua così rischia di perdere tutti i suoi pazienti o, comunque, di vederseli dimezzati". Ad Anselmo non mancava certo il senso dell'umorismo e la capacità di sdrammatizzare in ogni circostanza. Il dottore lo ringraziò sentitamente per la sua comprensione e gli promise che in futuro avrebbe avuto più giudizio. Anselmo lo salutò con una cordiale pacca sulla spalla, poi inforcò la sedia a rotelle e si diresse spedito verso casa.
Nei mesi successivi il medico andò più volte a casa di Anselmo a trovarlo e a tenergli compagnia, non per senso di colpa o, peggio, compassione, quanto perché gli piaceva davvero conversare con lui. Una sera portò anche un paio di bottiglie di Whiskey ed insieme presero una sbornia colossale durante la quale giocarono al dottore e al paziente e, così per ridere e ricordare i vecchi tempi, Anselmo si fece amputare entrambe le braccia. Si divertirono come matti per tutta la notte, poi si addormentarono l'uno accanto all'altro. Al mattino il medico mise Anselmo in una scatola e se lo portò a casa dal momento che viveva solo e un vero amico come compagno non poteva che fargli piacere. Senza contare che ora Anselmo non era più in grado di pensare a sé da solo e aveva abbastanza bisogno.
Il medico lo tenne con sé e lo accudì per quasi due anni, poi si fidanzò con una delle sue infermiere e lo regalò via.



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