FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ARTE DI CHIAMARSI STEFANO

Ippo Condrio




1.
Quando nacque aveva tutto quello ci si aspetta da un neonato: due piedini piccoli, due manine piccole, una testa enorme tutta raggrinzita, con qualche ciuffo di capelli sulla cima, una voce appuntita e ruggente, tante cose da dire, pochi mezzi espressivi, un gran bisogno di liberarsi dei liquidi e poca voglia di cercare un posto acconcio per farlo.
Aveva anche due genitori, come di consueto, dei quali uno, la femmina, che lo guardava con un misto di stupore, soddisfazione e dolore, l'altro, il maschio, lo attendeva in sala d'aspetto fumando le consuete sigarette, come di consueto, nervosamente.
Aveva tutto, era il 1968, altri per lui avevano conquistato con la lotta diritti e libertà di cui lui avrebbe goduto nella sua vita, senza fare il minimo sforzo: gli asili avrebbero seguito tecniche educative più moderne, le scuole sarebbero state meno oppressive, nel lavoro avrebbe dovuto abbassare il capo e dire di sì meno volte di quello che altri, prima di lui, avevano fatto. Avrebbe avuto con le ragazze un rapporto più semplice, libero dagli antichi ruoli del maschio e della femmina, più difficile forse, ma certo più profondo. Certo avrebbe anche apprezzato maggiormente le gioie del sesso, senza inutili tabù, e più frequentemente. Non avrebbe mai dovuto lavorare i campi o usare per anni lo stesso paio di scarpe, ma anzi avrebbe acquistato ortaggi e scarpe in gran quantità nei grandi magazzini che da lì a qualche anno, sicuramente, sarebbero spuntati come fragole. E difficilmente qualche stupida malattia lo avrebbe ucciso, ma anzi, già era diventata regola questa e quella vaccinazione, e sul braccio presto si sarebbe trovate tatuate le stimmate della moderna sanità.
Aveva tutto, era il 1968. O meglio, aveva quasi tutto, perché gli mancava la cosa più importante: il nome.

"Lo chiameremo Alessandro, come il condottiero..." diceva la mamma, spuntando con gli occhi furbetti da un caschetto ben pettinato. "E sarà un furbo, sarà uno di quelli che si tirano sempre all'asciutto, anche quando piove!" "Alessandro?" ribatteva il padre "Ma che nome è? E' il nome di un arrogante! E' un nome che si dava quando ancora c'era bisogno di essere arroganti. Oggi è tutto cambiato: nel nuovo mondo sono molto più importanti i valori dell'aiuto reciproco, dell'onesta', della generosità. Che ne so...Marco per esempio..." "Ma no! Sei Impazzito? Quello è un nome da chiesa. Io voglio un nome laico, un nome nuovo..."
"E Alessandro sarebbe nuovo? Allora perché non Adamo?"
"Come il cantante?"
"Si quello della Valle dell'Eden. Ma lascia perdere. Io intendo dire che questa generazione, è una generazione diversa, nata da qualcosa di diverso... E quindi deve avere anche un nome diverso. Magari un nome antico, ma rigenerato, diverso dai nomi di venti trenta anni fa. Ma lo sai cosa c'era trent'anni fa? C'era il fascismo!"
"Non ho mica detto di chiamarlo Benito..." sbottò lei...
"Sì, no, ma anche Alessandro non è adatto. Ecco io sento che questa generazione si deve chiamare... si deve chiamare Stefano!
Ecco, ho trovato! Stefano. E poi sta bene: Stefano Rossini"
"Beh, non è malaccio, in effetti. Un po' umile..."
"Ma che umile... E' un nome moderno, non-violento, paritario, democratico, rivoluzionario, avventuroso, romantico, indifeso, tenero, gentile..."

"Et ego te baptizo in nome de patris et de filis et de spiriti sancti, cum nome de Stefano, et cum isto nomine tu rispondat aliquando quiqueduno te vocari..."
Il buon vecchio prevosto di periferia aveva sempre amato le occasioni in cui poteva far sfoggio del suo modernissimo latino.
Ma questa era l'unica fase in cui il suo rito di battesimo conservava un tantino di sacralità. Infatti, al grido di "Et cum aqua te aspergo!", scaricò un mestolo di acqua gelata sul capino del povero neo-Stefano, che assaggiò il liquido, notò che era salato, e proruppe in un grido. "Et de isto nomine te accompagnat sino quando mors non te colgat!". "Aaaaaaaahhhhhhhhh!"

2.
I genitori di Stefano De Marchi non erano propriamente ricchi.
Entrambi lavoravano in fabbrica, anche se in due fabbriche diverse e con mansioni diverse. Il padre era proprio in catena di montaggio, a fare il lavoro duro, per una ditta che produceva lana di vetro. La madre era una semi impiegata, e lavorava come apprendista segretaria per un'altra ditta che produceva miele.
Non erano ricchi, dicevo, ma nemmeno se la passavano male.
Entrambi avevano alle spalle una famiglia che aveva messo da parte qualcosa, e con il ritorno al creatore dei genitori di lei avevano già potuto togliersi qualche lusso. Infatti, nel periodo dal '68 al '71, nella loro casa era entrata una lunga sfilza di collaboratori domestici, una lavatrice, una lavapiatti, un frullatore, chiamato confidenzialmente "robot", un frigorifero con congelatore e molti altri che non sto qui ad elencare un po' per non annoiare il lettore, un po' perché sono a corto di idee.
Quando avevano messo al mondo il piccolo Stefano, che ora aveva due anni e mezzo ed era quindi nato nel sessantotto, venivano entrambi da un periodo di lotte politiche negli ambienti del lavoro. Il padre, addirittura, aveva avuto una piccola parentesi nei gruppi extraparlamentari, ma, come diceva lei, la madre, era sempre stato "troppo molle per essere un duro". Poi, quando lei era rimasta incinta, avevano deciso di mettere la testa a posto e di costruire un futuro ridente per loro stessi e per il piccolo. Molte conquiste erano già arrivate, molte cose erano cambiate. Era tempo di riposarsi.
Il padre però, di cui a questo punto non vi tacerò più il nome, Gavino, non aveva mai abbandonato i suoi ideali politici. Partecipava ancora con passione alle assemblee in fabbrica, leggeva sempre l'Unità e protestava sempre all'ora del telegiornale per la faziosità delle notizie. Ma in fabbrica lavorava bene, e tutto sommato i padroni erano contenti. A tal punto che un giorno Gavino scoprì di essere stato inserito nella lista di un corso di formazione professionale da svolgersi in America, cioè negli USA, tutto a spese della ditta.

"Eh no", diceva a Maria, la moglie, "Io non ci vò..." (era toscano) "proprio in America non ci vò, che poi magari non mi fanno nemmeno entrare perché c'ho la tessera del PCI! Ma lo sai che lì i comunisti li perseguitano?"
"Ma va!" rispondeva Maria "ma cosa vuoi che ti perseguitino a te... E poi ti manda la ditta. Figurati se vengono a sapere che sei comunista. E poi, scusa, è una grossa occasione per migliorare la tua posizione, guadagnare di più... Pensa anche a Stefano..."
"Eh no, io proprio non ci vò..."

Fatto sta che una settimana dopo si trovava all'aeroporto di Linate, a Milano, con una paura fottuta di volare e una paura fottuta di essere messo sulla sedie elettrica dagli Americani, come facevano con le streghe e gli indiani. Stava per imbarcarsi su un aereo diretto a New York. Con lui c'erano molti altri compagni di lavoro. Molti erano comunisti. Discutevano insieme sul comportamento da tenere. Ma non potevano mandarci in Russia? Pensarono in molti.

Al ritorno, dopo una settimana, Maria lo aspettava all'aeroporto. Teneva Stefano in braccio e guardava nervosamente l'uscita passeggeri. Era la prima volta che Gavino aveva fatto un viaggio così lungo da solo. Lei era preoccupata: l'aveva tradita? Le Americane, si sa, sono spregiudicate. Aveva sentito la sua mancanza?
Quando lo vide uscire ebbe un moto di improvvisa gioia, cercò con gli occhi il suo sguardo. Fece ciao con la mano. Anche Stefano aveva riconosciuto il padre e faceva ciao con la manina. Lui non si accorse subito di loro. Aveva lo sguardo come perso nel vuoto e un sorriso che si sarebbe detto ebete stampato sulle labbra. Finalmente li vide e li salutò.

"Sei strano" gli disse lei mentre tornavano a casa sulla loro millecento. "Sei stanco? E' successo qualcosa?"
"No, no!" Fischiettò lui.
"Ma dai, c'hai un sorriso e uno sguardo perso..."
"Sono folgorato."
"Sei che?" chiese lei.
"Sono folgorato. Sono stato folgorato sulla via del ritorno. Sull'aereo".
"Ma, Gavino, che ti è successo?"
"Folgorato, capisci? E' inutile parlarne adesso, a casa ti spiegherò."
Lei lo lasciò stare. Dentro aveva un sacco di dubbi, ma sperava che prima o poi Gavino le avrebbe spiegato.

Quando arrivarono a casa lui si sedette sul divano, posò la valigia e prese un fare circospetto, come se stesse aspettando che lei finisse di fare le sue cose e si sedesse accanto a lui ad ascoltarlo. Cosa che del resto non tardò ad avvenire, data la curiosità e la preoccupazione di Maria.
Quando lei si fu seduta lui cominciò.
"Ascoltami bene: io coltivo un campo. Ne tiro fuori del grano." Fece una pausa. Aveva sicuramente qualche asso nella manica.
"Beh?" interloquì lei.
"Diciamo che chiamiamo questa cosa 'primario'": lo chiamiamo 'settore primario'..."
"Vabbè, e allora?"
"Diciamo che adesso io ho coltivato il mio grano...ti ricordi, 'settore primario'..." lei fece cenno di sì con la testa.
"...bene! Adesso io prendo il mio grano e lo porto da questo qui che ha un mulino. Lui prende il grano e lo macina. Ne tira fuori la farina. Come lo chiamiamo?"
"Che ne so? Mugnaio?"
"No! Ti ricordi? Grano, 'settore primario'...questo lavora il grano, ne tira fuori la farina e noi lo chiamiamo... 'sett...'"
"Settore..."
"Sì...continua..."
"Settore secondario?"
"Brava. Ora, questo qui coltiva il grano, ne tira fuori della farina e si ritrova con il mulino pieno di farina che nessuno compra perché nessuno sa che il mulino produce questa buona farina."
"Scusa, ma a me che me ne frega?"
"Te ne frega, te ne frega...Ora, dato che questo mugnaio ha un sacco di farina che non riesce a vendere, sai che cosa fa?"
"La mangia lui."
"No!!! Che cosa fa il mugnaio con la farina?"
"E che ne so? E' un indovinello? La butta via."
"No, sai che cosa fa il mugnaio? Sai che cosa fa?"
"..."
"Si affida a una grossa agenzia di marketing, che spinge il suo prodotto nel mercato, lo promuove, lo fa conoscere, lo rende gradevole, 'Ah, la farina del mugnaio: farne senza è proprio un guaio!', in parole povere lo pubblicizza: E sai come si chiama questa terza cosa?"
Lei lo guardò con spavento: aveva gli occhi assetati di sangue.
"Sett... Settore..."
"Sì, dillo..."
Gavino faceva con le mani dei gesti da levatrice davanti alla bocca di lei.
"Avanti...dillo tutto..."
Lei emise un grido di dolore, ebbe una contrazione allo stomaco, un conato di vomito e poi finalmente urlò, con tutta la sua forza: "Settore terziario!!!"
"Sìììììììììììììììì!"

Sei mesi dopo era nata la De Marchi Progetto Nuovo Concetto, agenzia di pubblicità, una delle prime del settore. Dopo qualche anno era leader del mercato, suoi erano memorabili slogan come: "Grazie Candy" e "Perlana: passa parola". Stefano De Marchi cresceva nell'agiatezza.


3.
"Augusti Giorgio."
"Presente."
"Azzoni Franco."
"Presente."
"Dagli Occhi Anna."
"Presente."
"Galvani Francesca."
"Presente."
"Filonghi Stefano."
Pausa.
"Filonghi Stefano. Non c'è?"
Pausa.
"Possibile? Il primo giorno di scuola? Filonghi Stefano!"
"Sì...sono qui."
La voce che avete appena sentito è quella di Filonghi Stefano.
Una voce flebile, modesta. Una voce leggermente più acuta del normale, ma non troppo. Pronuncia le parole con indecisione.
"Beh? Perché non hai risposto subito? Stamattina non ti sei lavato le orecchie?"
"Sì signora maestra, le ho lavate..."
Risate.
"Era un modo di dire. Cerca di stare più attento quando faccio l'appello. Ivonelli Mario..."
"Presente."

E' una classe normale. Dodici bambine e dieci bambini. Le bambine hanno astucci di dimensioni stratosferiche, forniti di ogni cosa, gomme da cancellarci anche il peccato originale, pennarelli da dipingerci l'arcobaleno nel cielo, temperini che appuntirebbero anche i sassi. I bambini sono più carenti in fatto di cancelleria. In generale hanno il naso sporco, e provvedono tirando su rumorosamente. Approfittano della cronica mancanza di accessori per la scrittura per fare conoscenza con le bambine.
Chiedono gomme, ma in realtà cercano l'amore. Le bambine distribuiscono i loro oggetti più volentieri a quei bambini che abbiano prescelto come loro favoriti. Prestano matite, dietro alle quali nascondono sorrisi.

La scuola è una scuola speciale, precisamente una scuola sperimentale a tempo pieno. Dotata di un asino, dodici alveari, sette conigliere, un ettaro di orto e un enorme parco giochi, è un tipico parto dei rivoluzionari anni sessanta. I bambini, "attraverso il rapportarsi con la natura e gli animali che ci circondano, scoprono nuove metodologie di apprendimento che li aiutano nella ricerca del sé. Gli insegnanti accompagnano questo cammino indicando la via senza mai prevaricare la fantasia del bambino." (Circ. Min. 80654 07-12-67).

"Bene bambini. Voi sapete che in questa scuola ci sono tanti animaletti. Ora ognuno di voi prende i suoi fogli e le sue matite e ne disegna uno. Su, su, ognuno si scelga un animaletto."
Improvvisamente un nugolo di mani si stende verso i banchi vicini. Si odono voci di contrattazioni. "Mi presti una matita?" "Sì, ma tu dammi un foglio" "Non ti presto niente, perché mia mamma mi ha detto di non dare le cose a quei bambini che non hanno niente." "Ehi, tu che animaletto hai scelto?" "Mi fai copiare?" "Certo, ecco il foglio" "Ehi, ma non ciucciarti la mia penna!"
Improvvisamente si sente una voce. Sì, è quella voce: la voce di Stefano Filonghi.

"Signora maestra! Io non ho le matite!"
"Beh? Allora? Non vedi come fanno tutti? Fattele prestare dalla bambina di fianco a te."

Filonghi Stefano temeva quella risposta. Perché la bambina di fianco a lui è un gran pezzo di bambina. Perché ha dei capelli rossi che fanno venir voglia di giocare al dottore. Perché ha un astuccio con tutti i colori di un alba nel Tibet. Perché si chiama Paola Vosio e lui la ama.

"Mi presti una matita?"
"Sì, come la vuoi?"
"Rossa, se non ti serve."
"Rossa mi serve."
"Allora blu."
"Anche blu mi serve. Se vuoi te la posso dare grigia."

Era evidentemente destino che il suo primo asino lo disegnasse grigio.

4.
Stefano Landini era un artista. Indubbiamente. Quale fosse il campo nel quale esercitava questa sua qualità non ci è dato per il momento di sapere. Però era un artista. E aveva sempre un progetto per la testa.

"E tu Stefano? Che stai facendo in questo periodo...?"
"Mah, ho un progettino."
"Cioè?"
"Mah, una cosa che mi è venuta in mente, un po' multimediale..."
"Interessante. Di che si tratta?"
"Mah, una cosa tra il film e la scrittura, una storia ambientata nel mondo dei giovani..."
"Che storia?"
"Mah, due che si incontrano, nella società moderna, un ritratto dei nostri tempi, con i suoni, le parole..."

"Ehi Stefano! Che fai in questo periodo?"
"Mah, avrei un progettino, però per il momento sono un po' fermo..."
"Ma che progetto?"
"Mah, una cosa nuova, che mi è venuta in mente, ma non riesco ancora a definirne i contorni. Per il momento preferisco non parlarne."
"Ma proprio non puoi dire niente?"
"Ma sai, al momento sarebbe più facile dire che cosa non è piuttosto che cosa è."
"E che cosa non è?"
"Non è una cosa tradizionale. Non è vecchia. Non è monotematica. Non è monomediale. Non è noiosa. Insomma, non è la solita cosa."

"Ueilà, Stefano, che fai di bello?"
"Ma, non so, sono preso con una cosa che mi sa che è quella giusta."
"Ma dai! che cosa?"
"Ma, non so se parlartene..."
"Beh, senti, se non vuoi dirlo non importa..."
"Non saprei se..."
"No, lascia stare. Me lo dirai un'altra volta. Senti."

Stefano Landini aveva iniziato, in sequenza, le seguenti opere: stesura della sceneggiatura per un kolossal sulla guerra del Peloponneso. In greco, beninteso. Un romanzo sulla musica di Bach. Una serie di poesie fatte col computer. Un requiem per la guerra in Iraq. Una riscrittura dei Promessi Sposi senza l'uso della parola "Quel".




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