FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'AMORE COME STATO CONFUSIONALE

Riccardo Colombini




Un bacio può rovinare una vita.

O. Wilde
















1. TUTTE LE NOTTI




Realtà virtuale: io che me ne sto tranquillo al bar della Misericordia a parlare con Valeria Cecchi, la fisioterapista con il seno siliconato. Discussione fredda e formale, c'è altra gente nel bar e non vogliamo certo che questi vagabondi comincino a pensare che tra me e lei c'è qualcosa. E che lei tradisca il suo fidanzato. Che poi è il dottore di turno, stamani. Ma qualcuno sta cominciando ad avere dei sospetti, lo so. Le voci corrono, la gente mormora. Valeria mi avvolge col suo sguardo languido e dolce, m'ipnotizza coi suoi occhi vispi e marroni. Del resto qualcosa c'è stato, tra noi. Appuntamenti clandestini di notte in viucce buie per imboscarci su qualche collina di Firenze e sbaciucchiarsi in auto e scopare al margine del bosco con l'assillo del mostro e dei guardoni.

Sorseggio il mio aperitivo. Tra un'ora il mio turno sarà finito - e un'altra giornata di noia e di naia trascorsa. Senonché la sirena prende a squillare; il che vuol dire che c'è un'emergenza e che un'ambulanza dovrà partire all'istante. Come tutto cambia.

Realtà che evolve: io me ne sto nient'affatto tranquillo in un angolo del bar, sto diventando piccolo e inutile, una persona qualunque, una trasparenza, un altro; spero proprio che nessuno faccia caso a me, al mio giacchetto arancione a bande fluorescenti e al mio distintivo da Soccorritore. Ma non ho scampo. Si capisce dall'espressione di sollievo dell'autista quando mi scova accanto al telefono, nell'angolo del bar, intento a far finta di telefonare.

"Presto, c'è un'emergenza!", grida, tutto preso nel suo ruolo.

"Perché devo venire io?"

"Ci sei solo te, gli altri obiettori son tutti fuori." Gli imboscati.

"Proprio io?"

"Dai, che è successo qualcosa di grave."

Ecco, all'ora di pranzo non mi ci voleva altro che prender visione di qualcosa di grave. Valeria mi allunga un sorriso che ha poco a che fare con l'amore e molto con la compassione, nonostante le sue labbra a ventosa.

Mi faccio coraggio e raggiungo l'ambulanza. L'autista, un tipino alto un metro e mezzo, si arrampica al posto di guida. Un volontario, Schizzo per gli amici, sale di dietro. Il dottore, che poi è il fidanzato della fisioterapista, sale davanti. Salgo davanti anch'io.

"Cosa è successo?", chiedo, così, mica per altro, tanto per saperlo.

"Niente, un incidente a un chilometro da qui. Uno che è uscito fuori strada.", risponde lui con piglio professionale. Avvertiamo tutti e tre un rumore sordo provenire da dietro. Mi volto, è Schizzo che è caduto e ha sbattuto contro la portiera posteriore. Lo osservo mentre cerca di rialzarsi. Gli occhi sono due spilli e benché faccia freddo è madido di sudore. Si è fatto una pera da poco, mi dico, non ci mancava che questo. Intanto l'autista ha azionato la sirena, ma il conto non mi torna, mi sembra di udirne due. Chiudo gli occhi e faccio gli scongiuri al semaforo rosso che oltrepassiamo sfrecciando oltre i cento all'ora e facendo il pelo agli automobilisti.

"Quelli della Pubblica Assistenza ci inseguono.", fa l'autista, contrariato.

"Vai più forte, non farti fregare!", grida Schizzo, scuote la testa, si stende sulla barella. Da un momento all'altro potremmo benissimo schiantarci contro un albero, un muro, un autotreno, qualunque cosa, e loro gridano e fanno le corse con un'altra ambulanza. Durante il pericolo, breve autoanalisi: non ho nessun controllo su ciò che mi circonda. Non c'è niente in tutto ciò che io abbia voluto. Non è questo, il mio habitat naturale. Ci sono per caso. Nella mia vita ho sempre avuto male al cuore alla vista del sangue e ogni volta che ho dovuto recarmi in un ospedale mi sono sempre stretto in una morsa le palle.

"Cazzo, ci fregano!", grida Schizzo da dietro. La Pubblica Assistenza tenta il sorpasso a sinistra sulla strada a due sole corsie e doppio senso di marcia. Noi la stringiamo di lato e le impediamo di passare. C'è mancato tanto così all'aggancio e al disastro.

"Sei un pazzo.", oso dire all'autista, l'aperitivo mandato giù in fretta mi raschia l'ugola.

"Deve ancora venire il giorno in cui una qualsiasi testadicazzo della Pubblica Assistenza mi supera su questa strada.", replica lui delirando.

Sul luogo dell'incidente ci sono sia i carabinieri che i vigili del fuoco. Noi, che avremmo dovuto essere i primi, siamo arrivati per ultimi. Vatti a fidare, quando fai un incidente. Intravedo la vettura distrutta oltre il guardrail divelto, tra un albero imbrattato di sangue e il muretto disintegrato di una villetta.

"Non dovrebbero costruire case cosi vicino alla strada.", fa Schizzo. Sociologia urbana.

"Eh, già.", concorda il dottore. A prima vista, e senza essere ancora scesi, si è sentito in dovere di confidarmi che sarà molto difficile trovare qualcosa che respiri dentro quel rompicapo di vetro, di rami e rottami. L'autista ha accostato l'ambulanza sul ciglio della strada, dietro la volante dei carabinieri. Avverto uno schianto e poi due o tre sussulti di assestamento, Schizzo cade ancora dalla barella.

"CHE CAZZO FAI!", urla un carabiniere.

"CHE CAZZO FA LUI!", replica l'autista. L'ambulanza che ci seguiva si è piazzata dietro di noi e nella frenata ci ha urtato spostandoci mezzo metro in avanti contro l'alfetta delle forze dell'ordine. Roba da matti. Salto giù dall'abitacolo soprattutto per far scendere il dottore, non per manie di protagonismo. Peraltro avrei dovuto cominciare a bere aperitivi alle otto, oggi, altroché.

"Era meglio se venivate direttamente con i carri.", ci dice un pompiere, depresso. Si riferiva ai carri funebri. Comincio a sentirmi un po' meno a mio agio non appena intravedo due corpi sanguinanti e senza vita incastrati tra le lamiere contorte.

"La donna sul sedile di destra ha la cassa toracica andata a puttane. C'è tutto l'intestino che penzola infuori.", spiega Schizzo, con lo stesso timbro di voce che potrebbe avere se parlasse del clima.

"Come fai a sapere che è una donna?", gli chiedo, dopo aver dato un'occhiata. Nel frattempo i carabinieri hanno preso a stilare il verbale, perciò immagino che ne avranno per tutto il pomeriggio. Dopo una breve contrattazione tra i due medici delle due ambulanze l'uomo al posto di guida viene assegnato a noi, agli altri tocca ciò che resta di quel corpo che per Schizzo è una donna. Fisionomista. Mi metto i guanti e procedo, lui fa quel che può, nel suo stato, cerca di darmi una mano. Gli autisti stanno litigando tra loro per la storia del tamponamento. Finito il mio lavoro faccio per risalire davanti, ma Schizzo mi blocca una spalla. "Vai dietro tu, per favore", mi fa, "Mi sento male con tutto quel sangue".

"Anch'io non mi sento tanto bene, con tutto quel sangue."

"Dai, su, non vedi che mi sono fatto.", fa un cenno agli occhi vitrei e allo scarso equilibrio. Abbozzo, salgo di dietro col morto. L'autista riparte a tutto gas e riavvia la sirena.

"Perché cazzo hai inserito la sirena?", gli chiedo da dietro.

"Cazzo ne so.", fa lui.

Prendo coraggio e mi metto a sedere su una poltroncina accanto al cadavere. Cerco di distrarmi pensando a qualcosa di allegro, ma non mi viene in mente nulla se non disastri, stragi, morti ammazzati, la guerra in Bosnia. Osservo la sagoma del cadavere sotto il lenzuolo siglato USL. Sento una vocina che mi incita a sollevarlo per vedere se resta qualcosa del volto. Questa vocina mi dice che devo, devo assolutamente sollevare il drappo. In fondo questo tipo qua potrei conoscerlo, potrebbe essere un amico, un parente, insomma, DEVO PROPRIO. Avverto squillare il telefono, due tre trilli. Mi chiedo, che cosa ci fa un telefono, nell'ambulanza? Alla fine sollevo il lenzuolo, tento di distinguere i tratti del viso dietro alle croste di sangue ormai coagulato.

Ad una buca del manto stradale l'automezzo sussulta, il volto del morto si flette verso di me e il sobbalzo gli fa dischiudere gli occhi. Sconforto. Io luilì lo conosco, lo conosco bene. Non è una faccia nuova, l'ho già rivisto da qualche parte. Lo riconosco, si. Angoscia. Un brivido mi attraversa le vertebre, la lama acuminata di una sciabola. Nessuno risponde al telefono e il mio cuore comincia ad ansimare: la salma martoriata, il cui viso parrebbe quasi guardarmi, dietro le tumefazioni, con un'espressione di stupore e complicità, è alta come me, è vestita come me, ha i capelli come me, mani piedi bocca e naso proprio come i miei. Divento un blocco di pietra, come lui. Spavento, orrore, terrore. Prendo a urlare: SONO MORTO!!! SONO MORTO!!! Il cuore mi balza in gola, il telefono aumenta ancora l'intensità dei trilli e io non ho scampo, mi si annebbia la vista, mi sento mancare, me ne vado, svengo, mi perdo, vengo meno. Tutt'intorno odo voci soffuse, ovattate, frasi atroci e insensate. Non lo sapevi?, borbotta il dottore, noi è tanto... Tanto cosa, jesus? Già, conferma Schizzo, volevamo dirtelo sai? Era per il tuo bene... Per il mio bene cosa? Ora lo sai, vedrai, da morto starai molto meglio, aggiunge benevolo l'autista. Finalmente la smetterai di scoparti Valeria, brutto pezzo di merda!, grida il dottore, tutto sommato soddisfatto per come è andata a finire.



Realtà e virtù reali: aprire gli occhi di scatto accorgendosi di stare urlando una richiesta di aiuto e di sentirsi morire. Fare tre respiri profondi per rallentare l'aritmia, essere sconvolto, pallido e sudato e ancora non riuscire a crederci, di essere in vita. Poi, breve ricognizione: si, sono in camera mia, non dentro un'ambulanza. Ad occhi aperti riesco a prendere abbastanza bene visione di ciò che mi circonda come saprebbe fare qualsiasi altro essere umano che non sia morto e non sia cieco. Le pareti sono rosa. Fuori c'è il sole e le ochette ai bordi della Mosella stanno starnazzando simpatiche, il telefono squilla amichevole sul comodino con il suo ritmo sincopato. Tutte le notti la solita storia. Mi guardo addosso. Bene, niente macchie di sangue, né sul corpo né sul lenzuolo, sono davvero ancora vivo e ringrazio di cuore dio Buddha allah e il fato per l'opportunità riconcessa. Tutte le notti.

Alzo il ricevitore. Un uomo all'altro capo pronuncia in inglese qualche frase sconnessa evidentemente con il preciso proposito di esasperare la mia condizione di stress.

"Ciao Max, come mai mi chiami a quest'ora?", gli dico, interrompo sul nascere la sua voglia di scazzo mattutino. Nessuna traccia di plasma, meno male, niente di niente di grave. Il cuore è tornato al suo tran tran, senza spasmi. Mi ci vuole un caffè. Max mi ha detto che ha bisogno di cambiare aria, di andarsene qualche giorno dall'Italia e che se non ho nulla in contrario verrebbe con Delco volentieri da me. Good idea, nothing against, gli ho detto dopo aver superato lo sconforto. Tutte le notti.

Sorseggio il caffè sul canapè e mi accendo la prima clope del giorno. Sono spossato, per vari motivi. Non ultimo per l'incubo avuto. Dopo il congedo ormai è già da un mese che ogni notte rientro in servizio, divento un militare onirico, mi riarruolano nel sonno. Fortuna che riesco a rimuovere tutto cinque minuti dopo il risveglio. Rimuovere, rimuovere. Dimentico ogni cosa.

Un'ampia boccata, sento il fumo raggiungere i polmoni, trattengo nicotina, poi espiro. Accendo la tivvù; do un'occhiata all'oroscopo, alle previsioni del tempo. Sole, nuvole e pioggia, in alterna cadenza. Non corri certo il rischio di sbagliare, così.










2. FAIRE LA BISE




Io al mondo credo ci siano due grandi forze contrapposte che si fronteggiano senza posa: Eros & Thanatos. Tendenza all'armonia, contro-tendenza rivolta al conflitto, all'anomia. Moto centripeto teso all'instaurazione dell'ordine, contro-movimento centrifugo volto a ricreare zizzania, disordine, kaos. La cosa sarebbe in sé anche priva di interesse, se non fosse che in mezzo a queste due forze ci sono io. Inoltre, in quanto micromondo, ovvero puntino marginale e inutile nella diaspora dell'universo ma che dal proprio punto di vista si considera, si vede, si vive come centro del proprio universo, io in fondo credo che anche dentro di me vi siano due grandi forze che si fronteggiano. L'istinto di vita e l'istinto di morte, di piacere e dispiacere, di sogno e realtà. Di gioia, di dolore e di noia. Il bene e il male, il più e il meno, il bianco e il nero.

Scarsa concentrazione. Starsene a studiare un esame in lingua inglese sulla storia economica e politica di paesi come Canada e Australia e poi pensare che la spunta Thanatos. Aver soprattutto voglia di prepararsi in anticipo per stasera.

Ho appena richiuso un libro in lingua inglese sulla storia economica e politica di Canada e Australia standomene seduto alla mia scrivania, si badi bene, nel mio appartamento in rue Chambière a Metz, in Mosella, Lorena, Francia, Unione Europea. Zizzania, disordine, caos. Non mi rammarico certo del fatto che, pur essendo italiano, sto studiando un esame d'inglese in Francia. Anzi, all'inizio avevo addirittura acquistato un vocabolario Anglais vs Français - ma poi la cosa si è fermata là; i dizionari non mi sono mai mancati.

Prepararsi in anticipo significa in sostanza mettersi a proprio agio sul canapè e versarsi qualcosa da bere. Relax. Non ho alcuna idea di cosa mi aspetta stasera, è il primo party a cui partecipo, da quando sono a Metz, è il mio ingresso in società - c'est l'entrée.

Dunque, high profile: abbrustolire sulla raclette qualche fettina di baguette e disporvi sopra generose tranches di saumon fumé. And why not? Uno schizzo di limone e una spruzzatina di prezzemolo tritato. No understatement. Poi, inserire una buona musica, modulare bene il volume, procurarsi una flûte e infine, e solo alla fine, stapparsi quella bottiglia di champagne che hai provveduto all'inizio, diciamo stamattina, a mettere nel frigorifero. Ricordatelo, Eros & Thanatos.

E voilà, eccomi qua: sul canapè del soggiorno a godermi l'attimo, una cosuccia che andrà tranquillamente avanti per un paio d'ore. L'appuntamento con Mélissa è previsto per le otto, otto e mezzo. Viene con un'amica. Assaporo il fine perlage del Mercier e il retrogusto che retroemerge dalla gola sul palato.

Mélissa Kimmel è la prima persona francese di sesso femminile che ho conosciuto da quando sono arrivato a Metz, venti giorni fa. Alla fine della cena, a casa sua, nell'euforia del momento, è salita sulla sedia, poi sul tavolo, e brandendo una bottiglia di Bordeaux - vuota, ovviamente - a mo' di microfono si è messa a mimare Vanessa Paradis mentre stavamo ascoltando Joe le taxi.

Fa l'insegnante di scuola. Immagino che tutti i bambini del mondo vorrebbero averci una maestrina così; e non solo loro. E' bionda, è alta, è attraente, e si veste in modo eccentrico pressoché tutto il tempo - salvo una volta al mese, in corrispondenza del ciclo, allorché perde un po' di verve. Lo so perché l'ho vista cambiare da così a così una settimana fa nel giro di un paio d'ore. Occhi azzurro cobalto e una sconsiderata voglia di essere al centro dell'attenzione. Per essere bella è bella. Ma a volte esagera. Su richiesta non ammetterebbe di essere meno charmante di Claudia Schiffer, che sovente cita a termine di paragone quando parla di sé, e cioè, tutto sommato, ogni volta che parla.

Mia madre è appena rientrata. Mi fa compagnia accettando una coppetta e un paio di crostini. Scambiamo qualche impressione sul più sul meno e sul tempo. Sole nuvole e pioggia si sono alternati a intervalli regolari di venti minuti. Lei si lamenta del fatto che non faccia altro che piovere, a Metz. Ne deduco che si sia persa gli sprazzi di sole e gli addensamenti di nuvole, che abbia colto soltanto l'ultima fase del fenomeno. La mia postazione alla scrivania, davanti alla vetrata, mi ha permesso una percezione più elaborata delle variazioni atmosferiche.

Alle otto e mezzo intravedo Mélissa dal terrazzo che suona il clacson, gesticola con il braccio per salutarmi. Le dico che scendiamo. In ascensore chiedo a Laura se conosce l'amica di Mélissa.

"Un tipo particolare", mi fa, "Silenziosa, non è che parli molto. Forse si dà qualche aria da intellettuale." Quando una persona non la convince mia madre tira sempre fuori questa storia dell'aria e dell'intelletto. Le chiedo se sia bella - vado al sodo.

"Non so se si può dire che è bella. Te l'ho detto, è particolare. Ecco, è un tipo." Esco dall'ascensore con un'infinità di dubbi. Spero almeno che non abbia qualche handicap fisico; che possegga tutti gli arti. Non voglio sòle.

"Ca va? ", fa Mélissa scendendo dall'auto. Momento delicato: mi sono ripromesso di non continuare a sbagliare nel Faire la Bise. E' una figura di merda restare lì perplesso con la mano tesa quando invece lei o una qualsiasi altra nuova amichetta francese si aspetterebbe anche e soprattutto due bacini amichevoli. Dunque: bacio sulla guancia destra, bacio sulla sinistra, sorrisetto di simpatia, niente strette di mani. Ok con Mélissa, ha funzionato, nessun errore. Laura fa il giro dell'auto e saluta l'amica che sta uscendo. La scorgo di spalle con la coda dell'occhio. Capelli biondi, chiodo strategico di pelle nera. Faccio il giro a mia volta; le sono a tre metri, la guardo. Occhi azzurri. Uno sguardo profondo che attacca e si difende al contempo. Le resisto - rilancio coi miei occhi verdi arrossati dal fumo e la mia mise decadente. Sono dark, stasera. Soprabito pantaloni scarpe camicia giacca e cravatta monocrome, sono vestito di nero.

"Enchanté, Riccardo. Ou Richard, si tu prefère." O anche Rick, per me è uguale. Poi, tendo la mano; che è proprio ciò che Non Dovevo Assolutamente Fare. Lei, stupita, osserva il gesto senza capire. Io ritiro indietro la mano colpevole, faccio finta di nulla.

"Moi, je suis Natasha. On fait la bise? "

Mi ha soffiato la gestione dell'attimo, subisco la bise, imbarazzato. Bacio a destra, bacio a sinistra, mani ferme, lei sorride. Mi avvolgo nel nero e mi avvio verso l'auto. Laura è già dentro che aspetta, vuole che guidi io.

"Vi veniamo dietro.", blatero, a causa dello champagne non so più bene in che lingua. Esco dal piazzale, mi accodo alla Renault di Mélissa. La prima cosa a cui penso svoltato l'angolo è alla polizia. Spero proprio di non essere fermato, cristo santo. Non mi ci vedo già a quest'ora a soffiare in un palloncino.



Mi sono avviato verso la meta con la mia nuova compagnia di bionde. Eccoci arrivati davanti al cancello di una scuola che più che una scuola sembra un tempio greco. Colonne romane, capitelli neoclassici. Abbiamo raggiunto Mouligny-Les-Metz, dove avrà luogo il party, in poco meno di mezz'ora e senza essere stati fermati dalla polizia, per fortuna. Dico per fortuna perché un posto di blocco l'abbiamo comunque evitato, tirando un bel sospiro e confidando appunto nella fortuna.

Sull'entrata un po' di gente che si muove qua e là, senza ressa. Going on, passiamo oltre. Ci infiltriamo, proseguendo lungo il corridoio sino alla biglietteria - un tavolino, una sedia, e una signorina che controlla gli inviti e riscuote. Il carnet prevede: menù self-service, hop, scelta di aperitivi, uhm, vino, birra, bella gente, ah, discoteca, oibò, musica varia, tanta allegria; è tutto dire. Oltrepassata la tenda blue velvet a siparietto ci ritroviamo nel salone. Sì, c'è gente, ma il posto è immenso, si respira, ti puoi muovere. In cima, un'ampia console dove due Dj traccheggiano cupi modulando un sottofondo New Age. In fondo, sessanta metri più in là, c'è il buffet. Dietro ancora, una rientranza nel muro ad arco conducente in una stanzina a forma di uovo che funge da bar: é là che c'è ressa. Ecco un gruppuscolo di robusti trentenni che non essendoci poi molte altre cose da fare brindano in circolo e ribrindano e fanno già schiamazzi nonostante sia ancora prestino per essere ubriachi. Mi congratulo con me. Non sapevo dove sarei finito, ma ho una certa esperienza e mi sono preparato in anticipo chez moi. Ora ho bisogno solo di qualche ritocco e trappoco sarò ri-pronto anch'io.

Il tavolo che ci spetta e che ci aspetta è proprio giusto accanto al bar. Scorgo Kathy, nonché Hélène e suo marito, Laurent, che ho conosciuto qualche notte fa in circostanze come al solito poco chiare.

Anche Kathy è bionda, alta, avvenente. Seducente, con i suoi capelli biondi e la sua pelle d'avorio e i suoi occhi chiari e verdi e rilucenti. Nell'occasione è venuta senza il fidanzato - un poliziotto - e si vede, la osservo da vicino mentre discute e fa la starlette nel bel mezzo del gruppetto di prima, aspetto che si accorga di me e non le tolgo gli occhi di dosso. Stasera è davvero in forma; è tanta: c'è tutta. Ecco, mi ha visto, mi fa un'istantanea con il suo sguardo fotografico, chiede scusa ai trentenni e si avvicina, nom de dieu, è il momento di fare la bise. Per precauzione nascondo le mani nelle tasche e umetto le labbra.

A dir la verità il tavolo doveva essere riservato, poi a quanto pare è saltato tutto e ognuno si è messo a sedere dove capitava. Al buffet si fa avanti Natasha e mi porge un piattino bianco e due posate di plastica. Merci beaucoup. Ragiono un buon quarto d'ora sulle possibili combinazioni di specialità da asporto. Lei lo ha intuito, che mi sento spaesato, fuori dal mio habitat. Ma qual è il mio habitat? Dove diavolo è andato a finire il mio habitat?

Kathy si avvicina di nuovo.

"Alors, ça va? ", mi chiede sorridendo.

"Oui, pas mal.", replico perplesso.

Curiosità femminile: ecco, dal punto di vista di Kathy io non sono me, ma un latin lover, un italiano vero, un frutto del paese del sole, una novità con un uccello enorme. Quando mi guarda così, chiedendomi cose tipo che cosa hai fatto di bello negli ultimi giorni e dove sei stato e se ti manca l'Italia, ho proprio l'impressione che stia valutando le mie abilità dentro un letto. Italians do it better. Faccio finta di nulla. Non è certo colpa mia, se il suo fidanzato è un poliziotto. Odio correre rischi. E poi una scopata non vale tanto.

Eccomi seduto per caso e per necessità ad una tavolata di venti persone, fortuna che nel giro di valzer di posti e di sedie alla fine Laura si è messa accanto a me. La mamma è sempre un buon riferimento, anche alla mia età. La musica è già meno New Age e già più seratina mondana. Mélissa e Natasha hanno trovato posto dalla parte opposta alla mia. Prendo a mangiare in silenzio, nonché a bere, ho la bottiglia a portata di mano - tanto qualcuno prima o poi si accorgerà di me, spero, fosse soltanto per come sono vestito, un corvo, un gufo, un lupo nero.

Natasha ogni tanto mi getta un'occhiata, mi scruta in linea d'aria, mi studia. Studiami bene, bambina: versione tipo particolare, tipo che non parla molto, tipo che ha tutto un passato alle spalle. Versione esistenzialista-dark.

"Che ne dici del posto?", fa Laura.

"Bell'ambientino, si."

"Sono tutti insegnanti."

"Ah, si?" Tutto sommato non me ne frega niente. "Simpatici.", aggiungo e glisso su una fettina di salame.

Preferisco essere assente. Assentarsi. Solo l'assenza è immaginabile. Non la presenza. Un atteggiamento di assenza suscita quantomeno curiosità. Ho concentrato lo sguardo su un puntino in fondo alla sala, un punto vivente, una persona seduta che mangia, brevi movimenti, ripetuti, costanti, lievemente irregolari, cerco di non distrarmi, di restare fisso nonostante le variazioni e la confusione, ecco: sto dando l'esatta impressione di essere assente per davvero, sovrappensiero, altrove, ovunque ma non qui.



Me ne sono restato fisso inerte al tavolo per un'ora intera mentre intorno a me tutto ha preso a fluttuare. Hanno abbassato il volume delle luci e alzato quello della musica; l'atmosfera si è riscaldata; la gente, tutti insegnanti, ha preso a gironzolare per gli stretti corridoi intorno alla pista come avranno fatto anche i loro alunni stamattina nel quarto d'ora di ricreazione; nemesi serale, inoltre c'è chi danza. Tunz tunz tunz. Technohouse. Così il mio tavolo, prima invivibile, si è fatto vivibile. Posso finalmente accavallare le gambe, fare cose maestose come appoggiare il gomito sulla sedia vuota qui accanto. La tendenza d'ora in poi sarà di ballare, gironzolare, tornare ai tavoli, ritornare a ballare.

Mi cade l'occhio sulla T-shirt di Natasha. Tre spille d'argento all'altezza di un seno appena accennato, impossibile da siliconare. Tre minuscole spille che viste da qui sembrano raffigurare tre minuscoli squali. Io e lei siamo probabilmente gli unici a non insegnare nulla qua dentro, e io non sono neppure un ex-studente. Anche lei è rimasta al tavolo, dall'altra parte. Non si è mossa molto. Se ne sta seduta ad osservare chi balla. Lei non si muove molto, e in generale non ha nessuna espressione particolare. Dico, non sorride e non è triste. Non partecipa, non è indifferente. Non è assente, ma non è certo presente. Mi chiedo se si annoia, standosene là tutta sola a non far nulla. Io quantomeno sorseggio una birra, cerco ancora di immaginare come e dove fosse il mio habitat, alle origini.

Mélissa sta ballando ad un lato della pista con un tipo più basso di lei di almeno venti centimetri. Laura è sparita da un po', mi ha detto che usciva fuori, che forse se ne andava a ballare da un'altra parte e che se non ci si rivedeva pazienza, un passaggio lo troverai. Mi accendo una Winston. Mi godo gli attimi prima che fuggano. Anche Natasha è sparita. Ormai sono solo, al tavolo. Distanti a sinistra due tipi parlottano tra loro; a destra, tre sedie vuote più in là, Hélène e Laurent si scambiano effusioni che presumo romantiche. Comincio a pensare che le mie quotazioni siano in ribasso e che non solletico più alcuna curiosità. Forse sono invecchiato e più nulla ormai è come prima. Mi sembra di essere diventato trasparente. Assente per davvero, non per posa.

Poi Natasha ricompare alle mie spalle, come una fata, accenna un sorriso e si siede con due 1664 tra le mani.

"Ca va? ", mi chiede, mi porge una birra.

"C'est bien oui. Et toi? "

"Oui, ça va.", dice senza entusiasmo. Le cade lo sguardo sul mio look da tipo tosto - tutto un passato, esistenzialismo e silenzio.

"Mi piace come sei vestito", mi fa, "Trovo che sei il più elegante della serata." Wow, le mie quotazioni riprendono quota in sordina proprio quando stavo già disperando.

"Ti annoi?", le chiedo.

"Io non mi annoio mai.", fa lei enigmatica. Le faccio un'altra domandina originale, genere che musica ascolti?, per rompere il ghiaccio della sua risposta sibillina.

"The Cure." Cosa? Si, ho capito bene, ascolta The Cure, miracolo. "E poi Sakamoto, David Sylvian, altre cose." Le dico che anch'io ho ascoltato a lungo i Cure.

"Parli bene in francese.", mi fa. Elegante e poliglotta, non c'è male, per uno che fino a poco fa era trasparente.

"No, non è vero, solo una coincidenza, una frase che in pratica si è pronunciata da sola.", dico modesto.

"Vuoi che parliamo in inglese?"

"It could be an idea.", rispondo al volo senza fiducia. Conversiamo in inglese sui Cure e sul cantante, Robert Smith. Lei dice che possiede tutto di loro, dischi, Cd, cassette e altro e che per lei Robert Smith è una specie di dio anzi di più. Le replico che li conosco molto bene anch'io e che soprattutto mi piacciono Faith e Pornography. Lei non ha preferenze particolari, ama tutto alla follia incondizionatamente. Ma capisco male anche l'inglese, nel frastuono di suoni e di voci che c'è. Ho preso a interromperla ogni tanto per farle ripetere la frase. Slowly, please. Allorché la conversazione degenera e io ormai pronuncio frasi in inglese che a metà si trasformano in francese e che terminano in italiano lei mi propone di andare a ballare. Signorina intraprendente. Prendiamo il largo in mezzo alla pista. Saluto Gérard, anche lui insegnante, un tipo bizzarro che ho conosciuto qualche sera fa a casa di Kathy e che non ha nulla dell'insegnante e molto di tutto il resto. Mi aveva colpito il fatto che fumasse Drum rollandosi ogni sigaretta manualmente. Dimostro a Natasha cosa so fare io quando ballo. Del resto non è stato facile passare dalle pose dark della metà degli Ottanta alle figure ipnotiche house dei primi Novanta - mi sono emancipato, almeno in questo.

Vai con i lenti. A gentile richiesta il Dj ha messo su un pezzo di Charles Aznavour. Quoi faire? Tendo le braccia, Natasha si accosta. La avvolgo ai fianchi. I nostri corpi in linea, gambe, bacino, addome. Ci sfioriamo prima dell'apoteosi: il secondo lento è Ti amo di Umberto Tozzi. Ho come l'impressione di star vivendo qualcosa di unico, di irripetibile; e che ci sia una svolta, che si chiuda un cerchio e che se ne apra un altro, che so, tipo il passaggio da un'adolescenza infinita ad una maturità intermittente. Sussurro svariati ti amo all'orecchio di Natasha seguendo il motivo della canzone. Lei sorride. Dopo altri due lenti riparte il battito house e la pista si riempie di nuovo. Sono le due. Dietro a un nuvolone di sostanze fumogene vedo profilarsi prima Mélissa poi Gérard.

"Venite fuori?", fa lei, "A prendere un po' d'aria? Qui non si respira più."

"Si, ottima idea.", fa Natasha.

Cambio di scena. Cinque minuti più tardi ci ritroviamo nell'auto di Gérard con tutti e quattro i finestrini rigorosamente chiusi, io sono dietro con Natasha, lui sta rollando una sigaretta non di solo tabacco al posto di guida, Mélissa gli è accanto e sta cercando un'emittente decente sull'autoradio. Alla faccia del bisogno di un po' d'aria. Avevo l'impressione che in Francia non fumassero hashish, ma ora mi ricredo. Loro sono soddisfatti del fatto che non ho rifiutato, che ho detto subito, uhm, oui; che fumavo anch'io. No problem. Ho consolidato quest'attitudine durante il servizio civile sulle ambulanze. Il servizio civile, e in generale quello militare, come dire, sono propedeutici al consumo di canapa indiana. Me ne sto dietro, quieto con Natasha, nella penombra. Resisto all'idea di allungare le mani.

"Vuoi provare un bacio?", fa lei al secondo giro prima di passarmi lo spinello.

"Quoi? " Non m'illudo più del dovuto.

"Attends.", dice lei; poi afferra lo spinello dalla parte del tizzone e se lo infila tra le labbra. Fatto da Natasha è una cosa chic e trasgressiva. Mi invita a porre le labbra sul filtro, le sono a un palmo di naso. Il fumo all'incontrario: lei soffia, l'aria passa dal filtro e mi arriva ai polmoni. E' fatta. Non vengo però sto andandomene.

"Voilà, c'est ça.", dice soddisfatta, le brillano gli occhi. Chissà che cosa mi era venuto in mente quando ha detto baiser. Le ero vicino, ad un palmo di naso, tra le labbra solo un aggeggio strano oblungo di medie dimensioni a forma di spinello: uno spinello, appunto. Resisto ancora alla tentazione di allungare le mani, di fare un movimento qualsiasi.

Intorno alle quattro Mélissa mi offre un passaggio per tornare a casa. Lasciamo Gérard ad un tavolo in compagnia di Kathy. Lei è piuttosto sbronza e potrebbe avere qualche idea a luci rosse per la testa. Mi chiedo se Gérard si renda conto dei rischi che corre. Facciamo un giro per la città a cercare un locale ancora aperto per un ultimo drink, ma è martedì, è tutto chiuso a quest'ora. Fa freddo. I vetri sono appannati dalla brina notturna. Le luci delle torri gotiche si stagliano alte su Metz per chi è sprovvisto di bussola o semplicemente si è perso, ha smarrito l'anima nella notte complice. Scendo dall'auto non appena arriviamo al mio residence. Fa ancora più freddo e ha ricominciato a spiovere. Mi avvolgo nell'impermeabile e faccio l'ultima bise, senza mani, ho preso confidenza. Saluto Mélissa, poi Natasha che è scesa per sedersi davanti.

"Ci rivediamo?", le chiedo.

"Peut-être.", fa lei.

Stupida, dico tra me risalendo le scale. Io so che ti rivedrò, me lo sento. Si, lo so. E' più che un'idea, è molto più di una semplice impressione.










3. SEI FIDANZATA?





Ho trascorso l'intera giornata a cazzeggiare come un ritardato mentale tra letto in camera e divano in sala. Mi sono alzato a mezzogiorno, ho mangiato qualcosa all'una, ho bevuto tutto il tempo acqua Vichy per disintossicarmi - crisi di coscienza dei giorni dopo: troppo alcol, cristo, troppe sigarette, troppi vizi, troppa perdizione, troppo lasciarsi andare, troppo cool, troppa decadenza, troppe cose, troppi troppo, purtroppo.

Anche un telefono che squilla in momenti così è off limits. Laura solleva il ricevitore. Beata lei, che presenza di spirito. Io non avrei risposto. Non ho voglia di parlare. Forse domani. Forse domani avrò voglia di parlare di nuovo con qualcuno. Dal tono della conversazione intuisco che si tratta di Mélissa.

Soltanto mezz'ora fa mia madre mi aveva proposto di andare a mangiare una pizza fuori - cioè di partecipare, di vivere - con Jackie, istruttore sovrappeso del Gym club Martin, una specie di Big Jim, e il suo stuolo di ninfette iperallenate. No, grazie, anche questo è troppo, meglio di no, non sto bene, meglio evitare. Laura si avvicina pericolosamente al divano e mi porge la cornetta.

"Cosa vuole Mélissa?", le chiedo.

"Non mi pare di averti detto chi è che ti vuole parlare.", risponde con un tono inquietante. Mi sollevo a mezz'asta, mi faccio coraggio. Ok, partecipazione.

"As-tu envie d'aller boir un coup ce soir? " , propone Natasha senza dilungarsi nei convenevoli. Dunque è ancora a Metz. Sorpresa. Io sono gonfio, perso, confuso, stanco, fuori fase, senza forma, privo d'energia, tremolante, pallido. Intravedo la giornata di recupero prospettatami in giornata tramontare repentina insieme ad un sole inesistente sulla linea storta del mio orizzonte mentale.

Da pianoterra suona Jackie, Laura risponde, mi chiede se penso di uscire, poi raccoglie la borsetta e se ne va. Ho un'oretta di tempo prima del rendez-vous. Non ho neppure cenato. Metto un Cd dei Portishead e mi stappo una birra, giusto per alzare un po' il tono.

Arrivo al luogo convenuto - un pub, tanto per cambiare - perfettamente puntuale e con ben tre Pelforth in corpo. Scorgo Mélissa, ma soprattutto scorgo Natasha, mi aspettano all'entrata. Ero sicuro che l'avrei rivista, ma non così presto, per la verità. C'è anche Philippe, il compagno di Mélissa. Ieri sera lei mi aveva confidato che lui non era venuto perché non gli piacciono le feste e odia i luoghi affollati. Si, si, raccontale a un altro. Anch'io ho visto in tivvù Titti il Canarino ma non per questo credo che tutti gli uccellini parlino.

Ci sediamo su sgabelli alti un metro schierati intorno a un tavolino rotondo sostenuto da una botte di legno di rovere. Nonostante la birra bevuta a casa il tono è sempre il solito, pas de chance, le mani tremano ancora, forse avrei dovuto declinare, restarmene tranquillo in casa a guardare la tivvù.

"Sai, siamo andati a mangiare un hamburger da McDonald", dice Mélissa, "L'idea era di andare al cinema, ma poiché Natasha voleva andare a vedere un film di Carpenter e io volevo vederne uno con Richard Gere alla fine per non scontentare né lei né me ci abbiamo rinunciato, al film." Mi chiedo se un discorso del genere ha davvero una ragione d'essere. Se sia ragionevole, se fila, se funziona davvero. Mi chiedo se Philippe ha potuto dire la sua sull'argomento, visto che è un cameraman.

"Non ho voglia di andare a vedere un film con Richard Gere e con Sharon Stone, stasera.", sentenzia perentoria Natasha.

"Devi sapere che lei è una cinefila", fa Mélissa, "Predilige il cinema d'essai e le V.O."

"Cosa sono le V.O?", chiedo.

"Oh, le versioni in lingua originale." Oh. Prendo a studiare la lista delle birre e ogni tanto guardo Natasha, la guardo spesso. Lei mi guarda, senza dire nulla.

Ancora non sono riuscito a trovare una posizione confortevole sul mio sgabello - vorrei essere nella testa di chi l'ha concepito per capire di cosa si tratta, se era solo stress, se era oberato dai debiti o se c'era di mezzo una donna; vorrei vederci più chiaro. Anche Mélissa ha problemi di equilibrio. Si sostiene la testa con un braccio. Mi sa tanto che potendo scegliere preferirebbe stravaccarsi su una comoda poltroncina del cinema Gaumont.

"Sai che oggi è il compleanno di Natasha?", dice Philippe.

"Vraiment? ", non so dire altro che singole parole; è crisi nera.

"Si, è il ventuno aprile", fa lei, "Sono nata lo stesso giorno in cui è nato Robert Smith." La coincidenza mi affascina. Al limite potrei cercare di trovare delle caratteristiche che li accomunino.

"Ma è anche lo stesso giorno in cui è nato Adolf Hitler.", dice ancora. In ogni caso sono convinto che non siano gli unici tre al mondo ad essere nati il ventuno aprile. Lascio perdere l'astrologia.

"Bisogna festeggiare, allora.", dico malcelando la preoccupazione per la scarsa forma e per un'altra serata che si prospetta senza fine. Mélissa ci mette al corrente che è stanca, che vuole andarsene a letto, che non ha alcuna intenzione di faire la fête anche stasera e che comunque se Philippe ne ha voglia LUI può restare, LEI non lo obbliga di certo a rientrare con lei.

"Quando ti sei alzata, stamattina?", le chiedo.

"A mezzogiorno."

"A quanto pare non è stato sufficiente."

"No, proprio no."

Philippe replica che resta con noi, che non ha problemi, che ieri sera ha dormito, che ha evitato di rovinarsi lo stomaco ingerendo liquidi che interagiscono con il cervello, lui che deplora le feste e che detesta i luoghi affollati. Prendiamo atto dell'improvviso calo di forma di Mélissa e la perdoniamo, le diamo il permesso di andarsene non appena avrà consumato il suo boccale.

Rimasti in tre ordiniamo due Guinness e un'Adelscott e ci spostiamo ad un tavolo convenzionale, con sedie abbordabili e ampie spalliere. Philippe ha cominciato a parlarci del suo lavoro, della partita di calcio che ha filmato ieri pomeriggio e della zuffa che c'è stata in tribuna e del montaggio che poi ha trasmesso a Canal Plus e che la sua ambizione è diventare un Metteur en scène, un giorno. Seguo le linee del viso di Natasha, con calma, mentre sorseggio la mia Guinness. La guardo, come si può guardare un quadro di Picasso, gli ologrammi di Mirò, uno spicchio di luna sul mare caldo di mezza estate. Il naso minuto, le labbra rosa di gommapiuma, gli occhioni azzurri. Così delicata, eterea, lontana. Un vortice ipnotico. La birra mi confessa entre-nous che un tipo come me sarebbe capacissimo di innamorarsi di un tipino come lei una di queste sere. Così magra. Il seno invisibile. Lei si è accorta che la sto guardando con insistenza. Le è sfuggito un colpo d'occhio complice, un lampo furtivo.

"Come vi siete conosciuti tu e Philippe?"

"Siamo amici di lunga data", risponde Natasha, "Ci siamo conosciuti quando lui studiava ancora a Nancy. Era una specie di maniaco che abbordava le ragazze ai semafori rossi."

"Cosa?"

"Stendiamo un velo.", dice Philippe, punto sul vivo.

"Si, senti. Avevo vent'anni ed ero arrivata da poco a Nancy. Prima abitavo a Poitiers. Insomma, una sera ero fuori con due amiche, stavamo facendo un giro in auto. L'amica di dietro diceva che c'era qualcuno che ci stava seguendo. Eh, magari è paranoica, pensavo. Poi ci siamo fermate ad un semaforo rosso, e questa macchina si accosta, e dentro c'era lui da solo. Ha abbassato il finestrino e ci ha chiesto, "Scusate, non sono di Nancy, sto cercando un locale che si chiama Be Happy, mi hanno detto che è da queste parti ma non riesco a trovarlo". Bene, abbiamo cercato di spiegargli cosa doveva fare. Ma lui niente, non conosceva le strade. Allora ci siamo offerte di accompagnarlo... Ed eccoci qua."

Mi è parsa una storiella simpatica solo perché è stata lei a raccontarla; se fosse stato qualcun altro è probabile che mi sarei addormentato o che avrei ordinato pieno d'angoscia ancora una birra.

"Ci siamo conosciuti prima che lui si mettesse con Mélissa."

"Da quanto tempo stai con Mélissa?"

"Quattro anni." E' proprio l'impressione che avevo avuto: che stessero insieme da almeno quattro anni; un'eternità.

"I primi tempi ero gelosa", fa lei, "Non che ci fosse stato qualcosa, tra me e lui, qualcosa, dico, di sentimentale." Ah, meno male. "Però era il mio amico preferito, capisci." Capisco? "E poi Mélissa è così estroversa, tutto il contrario di me."

Sarà per via delle sue labbra, per via dei suoi occhi, perché è francese, sarà per via di qualcosa ma ho la sensazione che ogni frase che esprime abbia importanza, sia una rivelazione, un raggio di luce chiara nella notte scura. Dovrei allarmarmi, visto che ha preso a raccontarmi cosa hanno fatto oggi, la passeggiata, il giro per negozi, chi c'era al Beverly Hills. Andiamo un po' più sul peso quando mi chiede se ero mai stato a Metz prima di ora. Oh, si, le dico un po' affranto, prima di tornare in Italia per fare il militare abitavo qui, conosco già il posto e qualcuno del posto mi conosce di già.

"Dove hai fatto il militare?"

"A Firenze."

"Che bello."

"Si, sulle ambulanze." Bello un cazzo. La guardo con intensità e le spiego che è stata una tragedia.

"E ti hanno chiamato lo stesso anche se vivevi a Metz?"

"Già. Non è che a loro interessi poi molto dove abiti cosa fai e chi sei."

Philippe ha la malaugurata idea di ordinare altre birre, offre lui. Io vorrei dirglielo, che forse era meglio lasciar perdere, che andava bene così, che non ho ancora mangiato, ma come fai? Anche a lui non è che interessi poi molto cosa hai fatto sinora, come stai e chi sei.

"Programmi per dopo?", chiede.

"In che senso?", dico.

"Si, avete intenzione di proseguire la serata da qualche parte?" Continuo a chiedermi in che senso.

"Tu non vieni?"

"Bah, no.", fa lui, "Da un lato vorrei, ma è già mezzanotte, domani alle otto devo partire per un servizio. E' meglio se andate voi due da soli. Tanto vale che rientro a vedere che fine ha fatto Mélissa."

Guardo Natasha, lei mi guarda, lieve imbarazzo. Poi Philippe prende a raccontarle della sera che abbiamo cenato a casa di Mélissa e che alla fine io e lui siamo usciti e ci siamo infilati al Kip's club. E che là dentro conosco tutti - pensa te a volte un'italiano che cosa è capace di combinati da queste parti - che è stato sorprendente, che dopo un anno Tonia, la direttrice d'orchestra al banco del bar, mi ha riconosciuto subito, neanche trenta secondi, nonostante sia ingrassato dieci chili.

"In realtà siamo andati al Kip's perché Richard mi aveva fatto una testa così su una certa Sondra.", dice a un certo punto.

"Eh, già.", sorrido, lascio cadere l'allusione, sorvolo su Sondra.

"Potremmo andarci io e te, stasera.", fa Natasha. Uno sviluppo del genere me lo prospettavo. Ti senti vittima del destino, di forze che si scatenano più grandi di te, che ti sovrastano, ti trascinano in un vortice caldo e tu non resisti, non esiti a entrare in circolo, a lasciarti trascinare nel flusso, benché magari poi alla fine ci sarà una fine e il vortice il circolo e il flusso scompariranno, lasciandoti tu da solo a trascinarti, a strascicarti inebetito in una sorta di quiete inquieta. Per adesso ho già capito che ormai non mangerò più nulla sino a domani e che continuerò a bere birra per sempre.

La Cattedrale Saint-Etienne svetta luminosa ma tetra sopra la scalinata vicino al Ponte della Prefettura, più alta di lei in cielo solo una luna spenta che traspare da una coltre di nubi transilvane. Atmosfere: non so se il fatto che stranamente stasera non faccia freddo sia dovuto alla temperatura, divenuta più mite, o alla mia capacità percettiva ormai saltata, prossima allo zero, déchirée. Philippe ci abbandona lungo la scalinata, rientra per dormire perché domani ha da alzarsi presto, rientra per vedere cosa sta combinando Mélissa. Titti il Canarino continua a stupirci con le sue insospettabili capacità dialettiche e apparentemente sembra che parli, e che tutti gli uccellini qui intorno sugli alberi parlino, conversino, dialoghino.

In piazza Saint-Jacques ci soffermiamo a guardare i manifesti davanti al cinema Gaumont.

"E' questo il film che non volevi vedere?"

"Si, l'idea non mi entusiasmava."

"Non ti piace Richard Gere?"

"Si, mi piace. Mi piaceva in American Gigolo, ad esempio. E' Sharon Stone che non mi piace." Questione di punti di vista. Io non sono d'accordo, ma lascio perdere.

"Hai visto Fino all'ultimo respiro?", le chiedo, vado sul romantico.

"Godard?"

"No, il remake di McBride, con Gere e la Caprinski."

"Oh, mais c'était une connerie." Mi sta dicendo che per lei era una stronzata, quel film. Vado su un romantico peso: "Non puoi dire così. L'ho visto almeno quindici volte" Un po' esagero. "Conosco a memoria ogni dialogo", bhé, esagero parecchio, sarà già tanto se mi ricordo del finale. "Almeno un paio di volte sono giunto anche a piangere e altre tre o quattro ho finito di vederlo da ubriaco fatto.", che poi in fondo erano le stesse volte che ho pianto.

"Non pensavo fosse un film su cui prenderci una sbronza."

Speravo mettesse in risalto l'altro aspetto, le lacrime versate.

"E' una storia d'amore genere Belli e Dannati. Non si può restare insensibili alla sequenza finale, quando il refrain del pianoforte prepara il tragico epilogo e lui sospira, Oh, babe, tu... Si, tu, tu mi fai restare... Uhm, SENZA RESPIRO."

Lei arrossisce. Una vampata di calore rosa sulle guance pallide. Non so come l'ha presa, d'altronde non so neppure se stavo semplicemente facendo una parodia del finale del film o se ho dichiarato apertamente il mio stato d'animo attuale; tutt'e due, mi sa.

"Credo che avrò bisogno di rivederlo. Ti confesso che non lo ricordo bene.", ammette, un'apertura di credito.

Musica dal sottosuolo. Suono il campanello davanti alla porta rossa del Kip's . Il buttafuori non tarda ad aprire, come mi vede mi saluta, mi tende la mano e ci invita ad entrare - è chiaro che anche lui si ricorda di me, di ciò che combinavo qua dentro l'anno scorso. Lasciamo al guardaroba gli impermeabili e la borsetta di Natasha. Scendiamo giù per le scale, raggiungiamo il banco del bar davanti ai divani rossi e al privé. Nessuna traccia di Sondra.

"Ca va, Richard? ", fa Tonia non appena mi vede. Le presento Natasha.

"Cosa prendete?"

"Un'Adelscott.", fa lei.

"Per me una Pelforth scura."

Il locale è semivuoto, giusto qualche gruppetto sparuto, tre tipi che discutono in fondo al banco con Martine, l'altra barista, qualcuno seduto tra i divani, una decina di persone che ballano. Seratina soft. Anche Natasha si guarda attorno. Poi dice: "Secondo me sei il più bello del locale."

"Quoi? "

"Sei il più bello qui dentro. Giuro." E' incredibile, le mie quotazioni sono al massimo. Sollevo la birra, le propongo di brindare. Lei ruota lo sgabello e tende il suo boccale.

"Bon anniversaire."

"Merci, Richard. Sono contenta di essere con te, stasera."

Osservo i riflessi di luce verde sui capelli flavi e sottili. Stato d'animo e tasso alcolico tipo mi sto davvero innamorando di te, bambina. Certo, festeggiare un compleanno con un'Adelscott e una Pelforth non è il top, ma questo è quanto, la forma è quella che è, stasera, i contenuti sono quelli che sono. Lei ruota ancora e mi fissa a lungo, come aspettandosi che le debba dire qualcosa. Procedo per esclusione.

"Sei fidanzata?", le chiedo.

Ecco, avevo proprio l'impressione che una domandina così delicata prima o poi gliel'avrei fatta. Mi guarda, sorseggia la birra, si accende una Lucky Strike.

"No", risponde, la serietà in persona, "Non ho un fidanzato."

Mi dico tra me diverse cosette che si confermano e smentiscono a vicenda, tutte riconducibili in ultima analisi ad un Atto di Fede e al suo esatto contrario, tipo: Ti credo, yes. Si, col cazzo che ci credo. Mando giù un lungo sorso e finisco la mia Pelforth - la mia capacità di ingestione rapida di bevande alcoliche migliora in modo esponenziale col passare delle ore notturne. A forza di bere birra mi è anche venuta una voglia più o meno prevedibile di provarci, di darle un bacio. Oh, si, solo un piccolo bacio, chérie, giusto per assaporare l'aroma dolce dell'Adelscott sulle tue labbra umide e rosa. Resisto alla tentazione.

"Che lavoro fai?", le chiedo.

"Lavoro in una libreria, a Nancy. Sono la responsabile del Rayon Jeunesse, mi occupo di letteratura per l'infanzia e di libri scolastici."

"Com'è questa libreria?"

"Credo che non puoi immaginare, è immensa. Quattro piani, libri, dischi, videocassette, giornali, riviste..."

"Ti piace quello che fai?"

"Moltissimo, ne sono entusiasta. J'adore mon job." In effetti può anche darsi che lei stia semplicemente trascorrendo una piacevole serata con un nuovo amico nei cui confronti provi appunto soltanto un sentimento di nuova amicizia. Deprimente conclusione.

"Hai voglia di ballare?", le chiedo; su, chérie, almeno proviamo a diventare un'affiatata coppia di ballerini. Ieri sera non eravamo poi male.

"Si.", fa lei, scende giù dallo sgabello. La prendo per mano.

Non c'è stato verso. In un'ora il Dj non ha mai messo un pezzo di musica lenta, uno slow, neanche una canzone di Eros Ramazzotti, solo house o revival, rap, samba, chachacha, mambo, let's twist again, discomusic. Se poi veniva passata una qualche canzone francese Natasha si sentiva in dovere di spiegarmene il contenuto e chi ne fosse l'autore. Il desiderio alla fine è scemato sulle note del ballo del qua qua versione oltralpe, la Danse du Canard. Il Dj è sceso in pista anche lui e ha preso a darci istruzioni su cosa dovevamo fare con le gambe e con le braccia per imitare una papera e tutti quanti ci siamo messi a fare quello che faceva lui, a quaqqueggiare. La DANSE DES CONNARDS.

Di darle un bacio, neanche il caso di provarci.




Notte senza lampi. Accompagno Natasha per le vie deserte e vuote, verso casa di Mélissa. Colpi d'occhio sulle vetrine in rue Serpenoise. Lei insiste nel dirmi che, se voglio, potrei andare benissimo verso casa mia, che non è necessario che l'accompagni; io replico che non se ne deve neppure parlare, non la mollo in giro da sola alle quattro di notte.

Proseguiamo in silenzio, accomunati dalla stanchezza e da una qualche malinconia - non da passione. Decido di abbandonarla al suo destino ad una ventina di metri dalla casa di Mélissa.

"Alors, bonne nuit.", le dico.

"Bonne nuit, Richard. Merci pour ce soir, c'était vraiment bien."

Facciamo la bise, bacetti sulle guance. Pelle morbida e calda. All'aria fresca della notte morente mi si sono schiarite le idee, non penso più di provarci, non ho alcuna voglia di un bacio folle, di lingue umide, di saliva, di un turbinio di emozioni improvvise - figuriamoci di uno schiaffo o di sentirmi dire, ma che fai? M'innamorerò un'altra volta. Preferisco rincasare, prima di morire di sonno e di fame.

"Domani torno a Nancy. Magari avremo modo di rivederci." Non riesco a capire se lo vuole davvero o se è soltanto una frase di circostanza. Ha lo sguardo di una sfinge, non arrivo a carpirne i segreti, a intuirne i pensieri.

"Oui, peut-être.", le dico, mi volto, mi allontano. Risalgo su verso il centro. Non so se essere deluso, non so se mi ero illuso di qualcosa. Venti metri più in là mi volto ancora e la cerco sul marciapiede, ma lei già non c'è più, ha girato l'angolo ed è sparita, laggiù, in fondo, nella notte quasi buia, ora.










4. QUESTA ASSENZA DI LUCE E DI SUONI





Non si dovrebbe guidare così. Le braccia rigide. Delco se ne sta contratto alla guida della sua Unofiat Turbodiesel senza neppure appoggiare le spalle allo schienale; Max si è seduto di dietro, sta cercando di far funzionare il Walkman collegato a due diffusori portatili. Fino a poco fa la discussione era incentrata sul motivo per cui non si riuscisse ad ascoltare neanche una nota. Poi c'è stato un giro di pile e ora Max ci riprova. Ogni tanto sembra quasi di sentire un po' di musica.

"Sei un figo, Rick, sei proprio un figo.", mi dice Delco con la sua erre ormai piemontese, benché sia nato a Siena. "Ho visto come ti sei sistemato, la camera che dà sul fiume, il ponte, i cigni, le oche. Le pareti rosa, lo studio nel giardino d'inverno... Sei un figo, sei davvero un figo. Io in Italia a Torino a lavorare in quel cazzo di banca con quella cazzo di gente e poi a sbattermi in quel cazzo di nebbia per tornare nel mio cazzo di monolocale ad una sola vetrata che si affaccia su altre vetrate di palazzi del cazzo del tutto identici al mio e tu qua a Metz in Francia, tranquillo, a fare jogging la mattina sul percorsino che costeggia il fiume. E' il massimo. Come hai fatto? Dovresti davvero spiegarmi come hai fatto a farcela." Breve pausa, lungo sospiro. "E lo studio? Stai studiando? Cosa stai studian-do?"

"Sto facendo inglese. E' l'ultimo, poi c'è la tesi."

"Hai già un argomento?" Domandina difficile, non nuova in questi ultimi tempi.

"Voglio fare una dissertazione sul creative writing." Sparo ad alta voce e con coraggio.

"Che cos'è?" Ignorante.

"Scrittura creativa, capisci? Come si scrive, come si fa un romanzo... Cioè, i punti di vista, l'intreccio, la storia, l'ellissi, l'uso del tempo, il tempo della storia, il tempo del discorso, l'io narratore, l'io narrato, i personaggi, una cosa così."

"Hai intenzione di passare un'altra diecina d'anni all'università, immagino.", sibila Max da dietro.

"E' interessante", dice Delco, "Ma a che ti serve? Cioè, dopo, a che ti serve?" Non ci ho ancora pensato. Mi riesce difficile immaginarmi in un ruolo sociale diverso da quello di studente fuori corso in Scienze Politiche con indirizzo sociologico.

"Gli serve a rimandare il più possibile il suo inserimento nel mondo del lavoro, immagino. Oh, è comunque una scelta, non ti biasimo.", risibila Max.

Delco sta sfrecciando a centosessanta sull'autostrada. Non conoscendone le doti di guida tengo d'occhio il contachilometri, sto seduto nel posto del morto, ché. Ai lati sfuma via la campagna ondulata della Lorena, i villaggi ripieni di scure e tetre villette dai tetti a punta, le mucche che pascolano annoiate sul verde denso e opaco di prati umidi, sotto un cielo grigiospento e crepuscolare. Dopo soli cinquanta chilometri le nuvole hanno preso il sopravvento sul sole, nessuna novità. Tutto come ieri, e come ieri l'altro, e come tutta la scorsa settimana. Alterne cadenze di calore, di grigio e di freddo. Il tempo ideale per dare di balta.

Max e Delco sono arrivati in auto alla stazione di Metz, dove ci eravamo dati appuntamento, ieri sera alle ventitre. Li ho sorpresi a passeggiare circospetti sull'entrata tra clochards putes e pedés, e loro due in giacca blu, cravatta e camicia bianca da perfetti impiegati italiani di banca.

"Ma tu fai bene", dice Delco, "Perlomeno non stai facendo l'errore che ho fatto io."

"Anch'io.", fa Max.

"Che errore?"

"Ma sì, la storia del posto fisso. La smania di trovare subito un lavoro dopo la laurea. Così ora mi ritrovo in banca in mezzo a delle facce del cazzo, con un direttore del cazzo che mette alla prova il mio cento dieci in economia facendomi battere a macchina lettere o spedendomi a fare acquisti in cartoleria o a svuotare cestini. Capisci?"

"Uhm, è la gavetta, no? Almeno guadagni due milioni al mese."

"Ci faccio un cazzo, Rick. Tra affitto, luce, telefono, mangiare e bere mi parte tutto, non ti dico se devo comprarmi un paio di scarpe. Siamo degli schiavi."

"Delco è depresso, Rick. Vede tutto nero, di questi tempi. Esattamente da quando si è lasciato con la sua ragazza. Oh, è solo un'ipotesi."

"Ti sei lasciato?"

"Si. Mi sono lasciato."

Cominciamo ad incontrare cartelli stradali indicanti Reims con più assiduità. Ormai manca poco. Ha preso a piovigginare. Stanotte avevamo solennemente concordato di ritrovarci al pezzo alle nove di stamani, per guadagnare tempo; deve esserci stato qualche problema perché soltanto alle undici siamo finalmente riusciti ad uscire di casa e intraprendere l'escursione programmata ieri sera. Un'ora intera è andata persa nel petit dejeuner e a raccontarsi cazzate. Poi ho pensato bene di rimettere in discussione tutto il programma e un'altra mezz'ora è partita. Il programma: andare a Reims e visitare le Caves. Obiezioni: Reims tutto sommato è lontana; e perché non un bel cambio d'itinerario all'ultimo momento; potremmo ad esempio andare a Strasbourg - ma anche Strasbourg è lontana - e allora; PERCHÉ NO A NANCY? Ho insistito su Nancy mettendone in risalto la prossimità, le qualità architettoniche, il Parco della Pepiniera, piazza Stanislao con i suoi arzigogoli d'oro sui cancelli e sui lampioni; l'intensa vita culturale, le grandi librerie. Rien de rien, non li ho convinti. Nancy è dietro l'angolo, mi ha detto Max, tanto vale andarci domani - lui se ne frega di Nancy e delle librerie; la sua ossessione è visitare le Caves e bere champagne.

"Perché ti sei lasciato?", chiedo. Provo un piacere pressoché fisico quando pongo domandine così.

"Sai da quanti anni ero fidanzato? Lo sai?"

"No, non lo so."

"Spara una cifra."

"...................." Non ne ho proprio idea. Il troppo è troppo anche quando è poco.

"Dodici, Rick, dodici anni. Ne avevo sedici quando mi sono messo con Angela. Non ne potevo più. Ora poi, facendo questo cazzo di lavoro. Passavo delle settimane del cazzo in banca e poi il venerdì sera rientravo a Siena e andavo da lei, a casa sua, dai suoi, non ti dico, che weekend del cazzo. A tavola, discorsi del cazzo. I giovani non han voglia di lavorare, ai miei tempi ci si rimboccava le maniche, ci vuole più ordine, tutti in galera, cazzate così. Da mangiare, sempre le solite cose. Da bere, vino del cazzo. Sono dei bottegai e si sentono parte di un'élite. Contadini arricchiti. Eppoi, ti dico la verità: ma chi se la scopava più, Angela!"

"Soprattutto è che poi ha conosciuto Vanessa.", interviene Max.

"Chi è Vanessa?" Un nome del genere solletica per forza la curiosità.

"Una tipa che sta a Torino", sospira Delco, "Mi ha fatto rinascere, stracazzo."






La Cattedrale di Reims è transennata per restauri. Pioviscola e tira vento. Delco ne commenta la maestosità e propone di entrare. Cartoline: impermeabili gialli, un nugolo di turisti che scattano fotografie, riprendono con la telecamera, avanzano, indietreggiano. Ci lasciamo prendere dal moto entropico e circumnavighiamo la cattedrale, dall'esterno. Delco ripropone di entrare, Max vuole prima passare dall'ufficio del turismo. Io ho fame e male alle scarpe. Cielo plumbeo. Giornataccia, per ora. Potremmo benissimo andare prima a mangiare qualcosa, visto che sono ormai le una passate, e poi eventualmente visitare la cattedrale. Lo faccio presente a Delco, ma lui continua a perorare la sua causa. Per ora riusciamo a deviare verso l'ufficio del turismo. Piove, entro dentro. Max chiede in inglese informazioni sugli orari di apertura delle Caves. Ma la segretaria allo sportello di certo non si ricorda delle vacanze trascorse in Inghilterra, per cui la storia dura un buon quarto d'ora e fanno fatica a comprendersi. Sfilo via da una bacheca un paio di dépliants e vado alla voce restaurants. Insisto nell'opera di persuasione su Delco. Sono già le una e trenta e sarebbe davvero molto ma molto meglio andare prima a mangiare qualcosa in un bel posticino e poi, ma solo poi, eventualmente, tornare qui sulla piazza e visitare questa cattedrale. Max approfitta di un telefono e fa una telefonatina alla fidanzata in Italia. I giochi delle coppie mi inteneriscono e mi spaventano allo stesso tempo. Tutto bene cara? Tutto bene, caro? Ok, palla lunga e pedalare.

Alle una e tre quarti siamo di nuovo fuori all'aria aperta, la pioggia sembra aver aumentato densità di caduta, ormai è categoricamente imperativo andare prima a mangiare qualcosa e poi solo poi fare il resto. Delco se ne fa una ragione. Ci infiltriamo a zig zag nel cuore della città, la Vieille Ville pulsante di traffico congestionato, di smog ad altezza d'uomo, di solitudini, di semafori rossi, ombrelli larghi, marciapiedi stretti, spiccioli di umanità vagante, di fretta, a zonzo per le vie.

Alle due e un quarto riesco finalmente a metterli d'accordo sulla scelta del ristorante facendoli entrare in un Maître-à-Kanter e soltanto grazie al fatto che il menu esposto sul leggio all'entrata ricopre tutto lo spettro dell'ingeribile. Entro sfinito nel locale strapieno. Arredo di lusso, gran sfoggio di ottoni, poltrone belle époque in velluto bordeaux, tavoli fiammanti di marmo nero intarsiato di sottili venature grigioperla.

Ci rinfranchiamo gli animi assaporando un kyr Royal come aperitivo; ho fatto presente che, qualora lo champagne non fosse stato di loro gusto, potevano sempre ordinare le variazioni sul tema, il kyr Imperial, il kyr Normal.

"Qual è la differenza?", ha chiesto Delco.

"No, niente. Al posto dello champagne c'è un riesling alsaziano nel primo caso, o un Blanc-des-Blancs frizzante nel secondo."

"E cioè?", fa lui.

"Si, un semplice vino frizzante bianco." No, va bene il kyr Royal , hanno detto tutti e due. Il cameriere stappa una bottiglia di Côte du Rhône. Io e Delco ci associamo nella scelta di una chocrute, Max opta per il pesce.

"Stasera vi voglio in forma, ragazzi. Lo sapete che penso a voi, è venuto fuori dal nulla un programmino niente male."

"Ah, si?", fa Max.

"Si, andiamo a vedere un concerto." Qui finiscono le spiegazioni. Max mi domanda chi è che suona, ci sta che si aspetti qualche star internazionale - siamo nel cuore dell'Europa. Rispondo che non ne ho la più pallida idea; ma che comunque va bene così.

"E dove lo fanno, il concerto?"

"Mah. Mi hanno detto che è in un posto che si chiama Falch. Ma non ho la minima idea di dove sia questo posto".

"Ottimo.", fa Delco.

"Perfetto, davvero.", fa Max, "E viene qualcuno con noi o andiamo da soli?"

"No, siamo in tanti." Trattengo in bocca il primo sorso di vino ricercandone l'aroma. Secco, con sentore di fragola. Corposo ma vivace. "Stasera alle otto abbiamo appuntamento a casa di Kathy. C'è anche Laura, Mélissa, altra gente, credo. Facciamo due chiacchiere, beviamo qualcosa e poi andiamo a Falch."

"Chi è Kathy?", chiede Delco. Il cameriere depone sulla tavola il vassoio con la chocrute. Carne, prosciutto lesso, wurstels, saucissons, pancetta, contorno di patate e crauti. Una delicatesse, insomma.

"Uhm, una mia amica, molto simpatica." Lui mi chiede se sia bella. "Uhm, non te lo saprei dire. E' bionda, alta, snella, occhi chiari, si, insomma, cose così.", rispondo.

"E Mélissa, è quella di cui mi hai parlato per telefono?", chiede Max.

"Oh, si, è lei. Lei gestisce tutto. E' lei che ha i contatti per il concerto di stasera, il proprietario del locale è un suo amico."

"E com'è?"

"Cosa, il locale?"

"No, Mélissa."

"Si, anche lei. Bionda alta snella, occhi chiari. Sono tutte così, qua."

La bottiglia è declinata con metodo e il vassoio della chocrute non è più quell'insieme disgustoso di carni ad alto tasso di colesterolo che mi era parso all'inizio. Mi accendo una Wiston, sorseggio, la fame è passata, sto bene; potrei giusto dire di sentirmi satollo.

"Hai qualche storia, con Mélissa?", chiede Max.

"No, cosa dici."

"E con Kathy?"

"No, no. Sono due amiche. E poi sono già fidanzate. Kathy sta con un poliziotto e Mélissa con un cameraman."

"E in generale?", fa ancora, ecco, generalizza.

"In generale cosa?"

"Si, dico, in generale. Hai qualche storia, no? Non è così? Ti vedo, sai. Ti vedo piuttosto rilassato. Sai cosa intendo dire.", si rivolge a Delco, "E quando Rick ha questo sguardo che sembra che sia altrove vuol dire che c'è qualche vittima nei paraggi."

La camminata leggera di un felino che si muove intorno a me nella penombra e che danza; i suoi passetti sospesi; il suo modo di porre i piedi al suolo con cautela, senza pressione. Quasi che la forza di gravità non abbia forza, su di lei.

"Ho conosciuto una gattina.", dico alla fine, svelo il mistero del mio sguardo che ogni tanto se ne va altrove. "Una gattina bionda con degli occhioni blu. Una gatta egiziana. Pensa che pesa solo trentotto chili."

"Ma è una piuma.", fa Max.

"Trentotto chili di dolcezza."

"Le fai male ad una così, tu."

"Vedi, lei è un tipo... Come dire, speciale."

Max è convinto che sia partito di testa. Mi dice che si vede che mi sono innamorato. Dice a Delco che lui mi conosce bene, che sono fatto così, ho questo di particolare, che mi innamoro, mi basta un solo bacio, a volte. Gli dico che esagera, che ci conosciamo appena, io e la gattina, ci siamo visti solo un paio di sere.

"E come si chiama?" Natasha, Max, il suo nome è Natasha. "Due sere e non te la sei scopata?", chiede ancora, ormai è un interrogatorio.

"Che domande. Certo che no."

"Visto, Delco? Si è innamorato.", conclude con amarezza. Il fatto che non me la sia scopata è per lui l'indizio risolutivo, guarda ancora Delco e scuote la testa. Per festeggiare la novità sigilliamo il pranzo con un calice di Dom.

Quando un paio d'ore fa ci siamo seduti a tavola avevamo l'intenzione di fare una cosa veloce, mangiare giusto un boccone per poi visitare la città. E difatti ora sono le quattro e un quarto, abbiamo speso una cifra assurda e siamo mezzi rintronati dal cibo, dal vino, dal kyr e dallo champagne. Tutto potremmo fare fuorché passeggiare per le strade o ritornare alla cattedrale. Delco lo sa. Fuori dal ristorante il tempo è ancora grigio e la pioggia continua a cadere sordida, snervante. Prendiamo l'auto. Max ha individuato sul dépliant la Cave più vicina rispetto a dove ci troviamo, quella del Mumm. Sbagliamo strade con inconsueta facilità, segno dell'abbiocco pomeridiano.

Giunti a destinazione mi è del tutto chiaro che Max - se anche soltanto pensava, novello bohémien, di assaporare il gusto rétro della Francia fin du siècle visitando una Cave - dovrà per forza ricredersi. Autobus di ogni genere e stazza, comunitari e non, stazionano ingombranti nell'intero piazzale antistante l'ingresso; sarà difficile trovare anche un parcheggio libero.

All'accueil un centinaio di turisti in fila per fare il biglietto; quelli che il biglietto l'hanno già fatto invece fluttuano da una parete all'altra della hall per ammirare le litografie storiche, i quadri, le carte geografiche della Champagne. Noi ormai ci siamo: siamo qui, ci siamo anche noi. C'è pure una nutrita comitiva di giapponesi che riprendono ogni spostamento d'aria con le telecamere. Fatto il biglietto rintraccio una poltrona sguarnita in un angolo del salone e mi siedo in attesa di prendere l'ascensore. Il pranzo e il tempo fiacco si fanno sentire. Tutt'intorno il brusio di uno sciame sterminato di turisti rivestiti di impermeabili gialli antipioggia.

In ascensore una hostess ci spiega che la discesa sarà di centoventi metri e che una volta laggiù la lunghezza della cantina supererà il chilometro. Siamo almeno cinquanta persone qui dentro, pigiati, incastrati, pressati come carne in scatola. Alla fine arriviamo. La mia idea è di stare il più possibile a contatto della guida. Così, giusto per farmi una cultura sullo champagne e per gustare ancora l'ottimo profumo che usa. Il più possibile, cioè cinque minuti, non intendo certo fare a spintoni tra la folla - siamo incanalati sotto le volte del sotterraneo come topi nel labirinto pavloviano. Dopo una ventina di metri abbandono la gentile accompagnatrice e riguadagno il fondo dove i margini di movimento sono più ampi. Libero di osservare senza alcuna spiegazione gli attrezzi per l'imbottigliamento succedutisi negli ultimi due secoli. Luci leggere, frescura, penombre, temperatura bassa, proprio quello che mi ci vuole per smaltire il pranzo. Max e Delco hanno retto più a lungo in cima alla fila, li perdo di vista - era fatale; lo sapevo che finiva così.

Dopo aver preso visione di quaranta milioni di bottiglie di Mumm giacenti nell'oscurità e nell'oblio me li ritrovo un'ora più tardi all'uscita.

"Dov'eri finito?", chiede Max.

"Ero in coda."

"Tutto bene?"

"Mai sentito meglio. Amo la quiete delle cantine. Quest'assenza di luce e di suoni."

Risaliti in superficie dalle profondità ci ritroviamo tutti al bar, noi, i giapponesi, gli altri. Prendono a circolare calici e bottiglie aperte, offerte gentilmente dall'organizzazione. Nella confusione riusciamo a berci in scioltezza una bottiglia intera di Mumm Reserve 1989 che Max aveva imboscato dietro ad un gran bel vaso di fiori finti.

Usciamo alla chetichella, stralunati, stanchi e mezzi ebbri. Sono le cinque e mezzo, per le otto dovremo essere a Metz e abbiamo da fare più di centosessanta chilometri.

Cielo coperto, illuminazione da esaurimento nervoso, aria umida e afosa che fa a pugni con la frescura della cantina. Ho imboccato l'autostrada dopo aver azzeccato il percorso attraverso la città giusto per puro caso. Mi chiedo se sarò capace di ricondurre la truppa a Metz. Loro si sono abbioccati sui sedili. Delco si è sdraiato di dietro e non mi farà granché compagnia, Max alterna qualche stentata battuta a momenti di torpore che prefigurano il sonno. Devo pensare a qualcosa. Mi chiedo se non sto per caso mettendo a repentaglio le loro vite mentre conduco la vettura a centosettanta sotto la pioggia sulla corsia di sorpasso, tenendo di mira la strada con un occhio solo e cercando di reagire ai colpi di sonno cambiando di continuo l'impugnatura del volante, sbuffando, girando e rigirando i bocchettoni dell'aria, espirando profondi respiri e inspirando.

Ci vorrebbe qualcosa a cui pensare. Qualcosa di emozionante per risvegliarmi; di stupendamente glaciale, per rinfrescarmi. Qualcosa, che so, di clamoroso, di invitante, di unico. Qualcosa? Un essere umano. Una persona. Una donna; per risvegliarmi, rinfrescarmi, tornare lucido. Forse un modo di camminare, di voltarsi, di salire in auto, di scendere, di parlare, di restare in silenzio, di sorridere, di guardare, di guardare, di guardare...

Lei che si volta e mi guarda e mi dice, seria - seria e d'un tratto rigida, cupa - mi dice che non è fidanzata; che è libera; e mi dice che le è piaciuto stare con me al Kip's in occasione del suo compleanno. Io che la guardo assorto, che vedo i suoi occhi brillare, poi spengersi, vedo la voce del verbo crederci che s'impone, ma traballa, si rovescia, sbaglia traiettoria, sbanda, si ribalta nel suo contrario; anche se ora all'improvviso vedo solo la strada, in realtà, e neppure tanto bene.










5. NOTTE OBLIQUA




Sono al limite sulla soglia. Sul bordo, sull'orlo, sul filo. Sulla lama oltre cui non vi è più un equilibrio e ogni reazione nervosa potrebbe rivolgermisi contro. Apro la porta d'ingresso e mi avventuro lungo il breve corridoio. L'idea che ha dominato i miei pensieri negli ultimi venti chilometri era di farmi una birretta non appena giunti a casa, prima di ripartire - non so bene poi per dove. Certo non c'è tempo per una doccia, né per un riposino.

In soggiorno, sorpresa. La tivvù sintonizzata su Mtv e sul canapè, in completo relax, con una 1664 davanti e una sigaretta tra le dita, un profilo di donna a cui mi ero ormai disabituato: Sabrina Argentieri.

"Come stai?", le dico tra il piacere e lo stupore.

"Bene, e te?" Scambiamo un abbraccio imbarazzato e due baci sulle guance. Le presento Max, poi Delco. Siamo arrivati a Metz in perfetto orario, alle otto in punto - non so come ho fatto, è inutile che me lo chieda, è andata bene. Laura è in camera.

"Tutto bene a Reims?", fa Sabrina.

"Si."

"Bene, si.", conferma Max.

"Benissimo, davvero.", aggiunge Delco.

Io e Sabrina non ci vediamo da più di un anno. Né ci siamo mai sentiti, in questo tempo. Reminescenze: notti bianche trascorse nel suo loft a filosofeggiare, notti di pioggia spese a vaneggiare sulla vita con una bottiglia di vino o champagne, con una grappa di mirabelle. Notti di luna racchiusa in una finestra obliqua, notti nere; notti intere passate a non baciarsi, a non toccarsi, a non darsi. Certi suoi sguardi, alcune mie frasi. Un gesto assente tra i vorrei ma non posso, i potrei ma non voglio, potresti ma non vorrai, vorrei ma non potrò. Notti buie d'incontro e di scontro tra verbi ausiliari che implodono.

Sfilo via una birretta dal frigorifero.

"Finalmente è finito, il tuo militare.", dice.

"Si, certo. Non le sue conseguenze.", replico, sguardo denso di commiserazione - ci tengo a far sapere a tutti che il servizio militare non solo è inutile, ma è anche dannoso; ecco un'altra di quelle esperienze che possono rovinare una vita.

Laura esce di camera e mi dice, en passant, che ormai credeva che non saremmo più arrivati, poi risponde al citofono, è Mélissa. "Siete pronti?", mi chiede. Vorrei chinare la testa, dirle di no, chiudere gli occhi e sparire. "Cinque minuti", le dico invece, "Il tempo di cambiare le pile e siamo pronti." Max si è già lavato e rivestito.

"Quanto ci avete messo a rientrare?", chiede Sabrina.

"Un'ora e mezzo. Pensa, centosettantaquattro chilometri in un'ora e mezzo. Io dormivo, non me ne sono neanche accorto.", fa lui. Raddrizzo le spalle e guardo Sabrina e le faccio intendere che sono un pilota, che la so lunga, non ci sono problemi con me, io vado forte, guido veloce, sfreccio via.

"Bonjour à tout-le-monde.", fa Mélissa non appena si affaccia in soggiorno. Ha due scarpe di tela con le zeppe di sughero al posto dei tacchi che la rendono ancora più alta del solito e indossa un completino J. P. Gaultier - giacca hippy senza maniche e pantaloni a zampa larga color buccia d'arancio a righe, con bande blu e verdi sparse un po' ovunque. Se voleva farsi notare da Max c'è riuscita, è già al centro delle sue attenzioni. Delco se ne resta a fissarla imbambolato, incapace di assumere una qualsiasi iniziativa motoria.

"Philippe non è venuto?", le chiedo.

"No, ha da lavorare al Republicaine stasera, è indietro coi montaggi", risponde convinta, "E poi lui non ama molto i luoghi affollati."

Si, ok, ho capito. Figuriamoci, ormai ho l'intenzione di aprire un serio confronto di opinioni con tutti gli uccellini della zona. Sabrina mi segue con gli occhi mentre scivolo via in bagno a prendere cura di me.

Avendo già trascorso la giornata con i miei simili avrei davvero voglia di fare due chiacchiere con le altre metà del cielo. Restiamo in sosta sullo stradello tra le scale del Moulin des Thérmes, la siepe e il parcheggio in attesa di risolvere il problema di come dividere il cielo in due. Ci pensa Laura: "Noi donne andiamo con l'auto di Mélissa, voi altri con quella di Delco." Thank you, mother. Salgo sulla Uno di Delco vittima, per l'ennesima volta, di una cospirazione rivolta al rinvio di ogni piacere, anche del semplice e innocuo piacere di un voyeur. Sabrina Argentieri, gonna aderente e nera che si apre sulle caviglie come un tulipano rovesciato. Mélissa Kimmel, una statua delle libertà biondo-kitsch. Thank you, mother. Con Laura l'intesa ormai è davvero assodata, in effetti ci capiamo o fraintendiamo al volo, senza più bisogno di parole. Delco si accoda alla Renault di Mélissa, è lei che sa dove abita Kathy. Stasera la giacca è di rigore: Max ne indossa una blu-marine sopra la camicia bianca e un foulard, Delco ne ha una di velluto marrone sopra una camicia a quadri che fa molto Marlboro country, campagna, equitazione, cavalli. Io? Nero-dark.

Max mi chiede che lavoro fa Mélissa. Gli dico che fa l'insegnante. Lui replica che per come si veste e si muove pensava lavorasse nel mondo della moda. Poi mi fa: "Certo me lo potevi dire, che era così figa. Almeno mi preparavo. E Kathy?" Mi chiede che lavoro fa e gli dico che fa l'insegnante, anche lei, e che anche Sabrina fa l'insegnante, e anche mia madre; l'unico a non fare niente di preciso d'altronde sono rimasto solo io, studente fuoricorso e fuoricorsa.

"Come ci si comporta in Francia quando una è fidanzata?", chiede Delco.

"Fai finta di nulla. E' un falso problema. Dico, finché sei socio di minoranza non è che hai grosse responsabilità, ci sei e non ci sei. Magari il problema sorge se sei tu il socio di maggioranza.", gli dico.

Ho fame. Ho un buco nello stomaco che si trasforma in voragine e all'orizzonte non prevedo un buon ristorante ma solo l'appartamento di Kathy dove il massimo che posso sperare è uno stuzzichino in compagnia dell'aperitivo; e neanche oltre l'orizzonte intravedo un ristorante, ma solo un viaggio in auto di almeno mezz'ora verso Falch, e io Falch non l'ho vista su nessuna cartina geografica, non ne ho mai sentito parlare, ad esempio non ho mai sentito dire cose tipo sai, c'è un concerto a Falch. Né che ci sia un buon ristorante.

In ascensore. Ecco, dopo la diaspora del cielo, la comunione. Stipati, pressati, incastrati. Risatine e sospiri e profumi e odori e ansia. Osservo silente il seno di Sabrina, sotto la scollatura del body nero, che si contrae seguendo il flusso e il deflusso d'aria nei polmoni.

Il soggiorno è caldo e accogliente. Kathy saluta gli ospiti e fa la conoscenza di Max & Delco - ci sono cascati, hanno teso la mano per la stretta di mano, Sabrina gli sta spiegando che non usa così, da queste parti, che in questi casi si fa la bise, si scambiano due bacetti. E' il mio turno, saluto Kathy e le sorrido, voilà, due bisous. Camicia di raso, pantaloni attillati e cintura spessa intorno alla vita; un metro e settantasei centimetri di curve flessuose, inebrianti, sinuose. Il fidanzato poliziotto non c'è, non c'è mai - però c'è Gérard. Si alza dal divano per i convenevoli tenendo ben saldo in mano un whisky on the rocks.

Siamo in ritardo. Il concerto pare che comincerà alle nove, e sono già le nove. Non c'è tempo. Kathy propone almeno di fare un bel brindisi in piedi e affida una bottiglia di Pommery a Gérard. Lui la stappa e riempie i calici. Brindiamo veloci - ormai anche bere è diventato stressante come un lavoro. Non faccio in tempo a inghiottire una patatina alla paprika che mi ritrovo già sospinto sull'uscio.

L'ascensore è quel che è, mi avvio giù per le scale con Gérard. Ho fame. Il mio stomaco è il cratere vuoto di un vulcano iperattivo che espelle acidi incandescenti, proprio il momento ideale per porsi qualche domandina struggente. Esiste davvero questo poliziotto? Mai visto. E che rapporti ci sono tra Gérard e Kathy? Come è andata a finire, l'altra notte? E perché lui ha un'espressione come quella di un orso sul miele non appena vede Mélissa? Perché lei fa degli occhietti come il miele davanti a un orso come vede Gérard? Sono solo amici anche loro? E Jasmine, sua moglie, che fine ha fatto? E i suoi due figli? Lo osservo saltare l'ultima rampa di scale, chioma folta e castana, grandi occhi blu, l'aria assente e stralunata, il fratellino giovane di Johnny Halliday. Cosa stai facendo, Gérard? Che cosa ci fai con tutte queste donne? Mi chiedo quanto potrò resistere ancora senza mangiare.

In viaggio verso l'ignoto seguendo l'auto di Gérard su per una stradina che si fa sempre più tortuosa e sempre meno transitata man mano che ci inerpichiamo sulle colline. Ho convinto Kathy a salire con me sulla vettura di Delco - lei sarebbe andata volentieri con Gérard, come le altre - accampando il pretesto che la sera del party a Mouligny-Les-Metz ci eravamo soltanto salutati.

Alla fine, ecco svelato il mistero di Falch : al semibuio di una semi-illuminazione stradale non riesco ad allineare più di una ventina di case sulla via centrale, che è l'unica via, mi pare. Si, i marciapiedi, le case ai lati e poi tutto finito, nient'altro, ancora campagna e sullo sfondo colline.

"Bel posticino.", dice Delco. Max mi guarda costernato, non parla, ma è come se parlasse. E' come se stesse chiedendomi dov'è che l'ho portato, dove siamo andati a rifinire, se era proprio necessario, se tutto ciò era evitabile.

Scendo dall'auto. Fa freddo. Ho fame. La questione del cibo è il centro propulsore di ogni mio interesse. Chiedo a Mélissa se nel locale si possa mangiare qualcosa.

"No, lì dentro no", fa lei, "Però là dietro si, guarda.", mi indica un furgone bianco semiaperto e illuminato al neon su cui troneggia la scritta a pennarello PIZZAS-KEBAB. Metto a fuoco per bene; tutto vero, non è un'allucinazione. C'è scritto pure MERGUEZ. Dentro il furgone c'è un tipo - se non lo trovavi qui potevi benissimo incontrarlo a Marrakesch - che sembra stia aspettando proprio noi. Mi avvicino diffidente e fiducioso al contempo. Da un lato, speravo in qualcosa di meglio. Dall'altro, al peggio non c'è mai fine. Da un altro ancora, ho una fame tale da essere disposto a mangiare qualsiasi cosa - salvo un panino ripieno di merda vera, sia chiaro. Laura prende nota delle preferenze e provvede a ordinare. Pizze improbabili, baguettes farcite di merguez e di mostarda. Non sarà una cena indimenticabile.

Sulla soglia del locale faccio caso all'insegna, LE CHAT NOIR, e ho l'impressione che anche la serata non sarà indimenticabile. Sospiro, apro la porta, mi affido alla buena suerte ed entro. Breve ricognizione: Mélissa forse pensava di essere in ritardo e che non avremmo trovato posto e che avremmo fatto la fila fuori. Invece siamo entrati subito, il posto è semivuoto e siamo chiaramente in anticipo, ma soprattutto fuori luogo. Eccoci a vedere un concerto in un circolino di metallari pesanti imbevuti di birra. Max cerca di far scivolare sotto la camicia il foulard, ma per la giacca tipo college non c'è niente da fare. Il barista saluta Mélissa, poi smuove tre quattro tavoli e ci sistema a sedere. Gioco d'anticipo e gli ordino una birra. Sedendomi, prendo coscienza del fatto che ormai vado verso la trentina e che non ho più l'età per infilarmi in queste situazioni, che dovrei fare più attenzione prima di accodarmi a chiunque, che qualche volta potrei davvero restarmene a casa da solo a guardare la tv. Sabrina si siede accanto a me. Restiamo vicini. Tutti e due vestiti di nero sembriamo proprio una bella coppietta dark di una certa età non pentitasi.

"Rick, dove siamo finiti?", fa Max, preoccupato. Laura e Mélissa tornano fuori per prendere le pizze. Beate loro. Sguscia via anche Gérard. Mi guardo in giro. Che gente. Che facce. Che tipi. Che cazzo, dove siamo finiti.

"Ti trovo ingrassato.", dice Sabrina.

"Ho preso dieci chili in un anno.", rispondo secco. Dove sono finito. Dov'è il mio habitat. Chi me l'ha fatto fare. Chissà se c'era un buon film stasera. Kathy è lontana, si è seduta tre posti più in là, le tiene compagnia Delco.

"Si, ti sei fatto paffuto."

"Merci, chérie."

Io lo so, che da un momento all'altro Sabrina potrebbe attaccarmi qualsiasi storia. Mi tengo concentrato per avere qualcosa di originale da replicare, nell'evenienza; non voglio deluderla - né illuderla. Ogni tanto entra un po' di gente, il numero aumenta, ma di donne ce ne sono poche. L'ambiente non consente né piccole distrazioni né eccessiva lucidità.

"Che impressione ti ha fatto, tornare a Metz?"

"Bene, mi trovo bene. Comunque dopo l'esperienza del militare credo che mi troverei bene in qualsiasi posto. Tu, piuttosto, dov'eri finita? Ormai è un mese che sono qui, pensavo di vederti prima."

"Potevi telefonare."

"L'ho fatto. Non ci sei mai." Bugia mostruosa.

"Hai ragione. Non ci sono mai, a casa. Però non sapevo che eri venuto."

"Laura non te l'ha detto?"

"No." Anche lei non scherza, sul piano delle menzogne.

Laura e Mélissa rientrano con una pila di scatole di cartone fumanti. Ormai dovremmo esserci anche con il concerto. Vedo due disperati imbracciare una chitarra e un basso e cominciare ad accordare. Gérard rientra or ora. Sorride, gli occhi rossi e lucidi, scorre lungo il tavolo e si siede accanto a Mélissa.

"Secondo me Gérard si è fatto una canna.", dico a Max.

"Dici che c'ha il fumo?" Faccio cenno di si con la testa. Dopo aver ascoltato un paio di pezzi lui risguscia fuori dal locale. Qualche minuto dopo esce fuori anche Mélissa.

"Si muovono bene", fa Max, "E' solo per fumare o c'è una storia, tra loro?"

"Non lo so.", rispondo. Ma di solito in questi casi non si viene messi subito al corrente. Quasi quasi mi alzo e vado fuori anch'io a prendere un po' d'aria. Mi dedico alla pizza - cioè a questa rotonda mistura calda che con una buona dose di coraggio se non di follia qualcuno è riuscito a definire pizza. Poi, visto che anche il concerto non è un granché decido di spostarmi al banco del bar e dedicarmi alle birre alla spina. Delco ha avuto la stessa idea, me lo ritrovo davanti in un angolo con un boccale in una mano e mezza baguette nell'altra. Merguez & Mostarda. Max arriva poco dopo.

"Allora, che mi dici di Vanessa?"

"Eh...", fa Delco.

"Su, mettimi al corrente."

"Bella storia, si. L'ho conosciuta un mese fa. Me l'ha presentata Max. Rick, non ti dico, scopiamo come matti, a Torino."

Ecco Max: "Te lo dico io, come è andata. Conosco questa tipa perché è venuta in banca da me a chiedere un piccolo prestito. Parlando vengo a sapere che abita vicino a casa mia, lei è carina, allora le dico che magari una di queste sere la chiamo per uscire a cena. Lei è disponibile, ci restiamo simpatici. Così una sera che sono in forma la chiamo e andiamo in un ristorante, mangiamo bene e beviamo molto, il conto ovviamente lo pago io. Lei mi racconta che si era appena lasciata col fidanzato e che aveva perso tempo, che voleva rifarsi, che lui non la scopava mai. E io penso, bene, ora ci sono qua io. Alle una la riaccompagno a casa, sai com'è, lei mi invita a salire su e bere ancora qualcosa. Eravamo tutti e due ben messi, con l'alcol. Tra un discorso e l'altro ci beviamo ancora una bottiglia di spumante. Poi prendo a toccarla, e lei ci sta. Ci baciamo, mi trascina in camera e mi spoglia. Rick, non ti dico, era vergine! O lo era, o lo era ritornata, non ti dico, ce l'aveva strettissima." Facciamo un brindisi con i boccali quasi per sottolineare il suo stupore e le sorprese che riserva la vita.

"E poi?", chiedo.

"E poi, nulla. Andiamo avanti a vederci e scopare per un mese. Giuro, io all'inizio pensavo di potermene anche innamorare, ma poi, che dire, non c'è stato lo scatto, non c'è stato il trasporto necessario. Invece c'è stato lo spostamento sul porno: lei aveva sempre voglia di scopare, era sempre bagnata, guarda, non sto esagerando, cominciava a bagnarsi non appena mi vedeva."

"E la tua ragazza?"

"Che ti fai, degli scrupoli? Comunque non c'è problema, lei studia, sta a Pisa, ci vediamo il fine settimana. Ti dicevo: piano piano entro nella logica del festino. Una sera invito Vanessa a casa mia e chiamo anche Delco. Mangiamo, beviamo, avevo anche un po' di fumo e così ci facciamo due canne. Poi a un certo punto ho tirato fuori il popper, abbiamo fatto qualche tiro ed è partita la storia: ce la siamo scopata insieme. Cioè, ti rendi conto?"

"Abbiamo fatto dei numeri incredibili, Rick", fa Delco, "Roba dell'altro mondo. Dovevi vederci, tutti e due, con i cazzi duri come il marmo, uno davanti e uno di dietro. E poi, che dirti, uno sopra di lei e uno sotto. Lui che glielo metteva dentro e io che glielo infilavo in bocca. Dio, una cosa incredibile. Io che me la inculo mentre lui si masturba e poi le viene addosso. Lui che la bacia in bocca mentre io gliela lecco. Lei che ce lo succhia e ci masturba a tutti e due. Ti rendi conto?"

"Secondo me Vanessa ora ci ama tutti e due. Cioè, ci ama tutti e due nello stesso modo in cui potrebbe essere innamorata di uno solo. Dico sul serio. Ora voglio proprio vedere come cazzo fa a tornare a vivere in modo normale una storia sentimentale.", fa Max.

"Ma ti rendi conto, Rick?" dice Delco, come se anche lui non se ne fosse ancora reso conto davvero.

Vado alla toilette. Entro dentro sperando che nessuno mi tenda un'imboscata. Riesco, incrocio il barista, gli dico di portare un altro tot di birre al tavolo.

Max si è messo a ballare con Sabrina. Delco è sparito dalla circolazione. Torno al tavolo. Laura e Kathy discutono tra loro. Il complessino prosegue nel suo delirio di note. Gérard si è sistemato tranquillo in fondo con Mélissa, si beve in tutta calma una birra e controlla la situazione. Chissà cosa vede. Luci intermittenti, cappa di fumo, aria viziata, sudore, caldo, kaos di gente che si agita e balla, che beve, che sballa, barcolla; qualcuno fa il pogo.

Me ne resto inerte qui al tavolo a fissare il mio boccale e le altre birre piene davanti alle sedie vuote. Sono assente anche stasera. Mi manca qualcosa. Di certo non una birra. Si, qualcosa. Un motivo, un interesse, un suono, un'ispirazione, una voce, un riflesso, un'idea, qualcosa, qualcuno. Forse non dovrei essere qui. Non ho neppure voglia di bere, sono gonfio, mi limito a guardare la mia birra; oppure è lei, che mi guarda. Che mi vede scivolare altrove, sgusciare via alla ricerca di un'ispirazione che non trovo, di un riflesso che non sono in grado di cogliere, di una voce che non mi è concesso ascoltare, stanotte.

Sabrina m'invita a lasciar perdere la malinconia e a darmi una mossa, a fare qualche altro movimento oltre che sollevare il boccale; tipo, perché non proponi a tutti quanti di andare a ballare da un'altra parte? Lei non ne può più di essere presa a spintoni dai metallari. Eseguo. Mélissa e Kathy dicono che vogliono restare. A Gérard non glielo chiedo neanche, ormai mi è chiaro che lui vuole restare con Mélissa e con Kathy.

Usciamo fuori all'aria aperta sotto la luce di una luna smorta e di un fiacco lampione, bene, è buio ma si respira, non ci sono più borchie in giro e quella musica bislacca è ormai un suono sfumato, un ricordino senza pretese. Delco dice che ha bevuto troppo, non se la sente di guidare.

"Non c'è problema, guido io.", fa Max. Non che lui non abbia bevuto.

"Sei sicuro che ce la fai?", chiede Sabrina.

In ogni caso nessuno di noi potrebbe dire in tutta sincerità di essere sobrio e di potersi permettere di guidare. Salgo davanti. Max mette in moto ed esce dal parcheggio.

"Chi è quello là?", mi chiede.

"Chi?"

"Quello là, là. Cos'è che ha in mano? Sollevo la testa, scorgo un tipo strano sul ciglio della strada, sta tagliando l'aria con un bastone fosforescente, mi chiedo se sia un pazzo o se è un'allucinazione, la mia.

"E' la polizia.", svela Sabrina lucidamente.

"Merda, la polizia.", fa Max; lo osservo con attenzione mentre rallenta. Ora capisco perché quel tipo agitava la paletta al neon di qua e di là. Faceva cenno di fermarsi. Max accosta e si ferma. "E' finita, Rick. Sono fottuto." Il poliziotto si avvicina al finestrino. "Già, è finita, Max", dico io, "Sei fottuto." Lo riosservo per bene. Non lo darebbe a bere a nessuno, di non aver bevuto.

"Etes-vous tous italiens? "

"Oui monsieur."

Il poliziotto si impossessa della patente di Max e se ne va verso la volante. Prende i dati, parlotta con un collega del posto di blocco, poi torna da noi. Non abbiamo certo trepidato, nell'attesa.

"Cos'è che ha in mano, stavolta?", chiede Max.

"Un palloncino."

"Merda.", fa lui. Il poliziotto si accosta di nuovo al finestrino.

"Avez vous bu ce soir? "

"Cosa ha detto?"

"Ti ha chiesto se hai bevuto."

Laura, che è la più sobria, scende dall'auto e spiega all'agente che eravamo ad una festa da amici di Falch e che si, in effetti, un paio di birre Max le ha bevute.

"On va voir, madame."

"Cosa ha detto?"

"Vuol vedere se hai bevuto." Il poliziotto lo invita a porre le labbra sul beccuccio del palloncino.

"Soffia piano, Max.", bisbiglia Delco da dietro. Tentativi disperati. Max segue il consiglio.

"Allez-y monsieur, c'est pas une flûte! "

"Cosa ha detto?"

"Che non è un flauto."

Il palloncino prende a gonfiarsi sul serio e con esso iniziano a profilarsi anche i provvedimenti a cui Max potrebbe essere soggetto: il ritiro della patente, le manette, l'arresto, il carcere, il sequestro del veicolo. Che triste epilogo. Noi altri che restiamo a fare l'autostop qui, al freddo e al buio, sul ciglio di una stradina deserta di un paesino di nome Falch.

Il poliziotto osserva i risultati.

"Vous avez bu plus que deux bières."

"Hai capito cosa ha detto?", chiedo.

"Si", fa lui, "Questa l'ho capita." Non sa più cosa dire, cosa fare, resta in silenzio in attesa del peggio. Trascorriamo un paio di minuti in questa condizione mentre il poliziotto torna alla volante. Poi si riaccosta e restituisce a Max la patente. Miracolo. Ci lascia partire.

"Cosa ha detto?", chiede Max.

"Ha detto che hai avuto un culo così a incontrare un tipo come lui stasera, e che ti conviene rientrare in fretta a casa.", gli spiego bonario.






Tunz tunz tunz. Seratina calda al Kip's club. In giro c'è di tutto, ti muovi con difficoltà, e se balli è facilissimo avere contatti fisici umani. Sulle note di Rythme is a dancer perdo ogni remora e mi getto nella mischia, mi ritaglio un piccolo spazio sul cubo. Ho chiesto a Sabrina se voleva danzare, ma lei per il momento preferisce sorseggiarsi il suo succo di frutta analcolico. L'unica che non era d'accordo a venire qui era proprio lei - è normale che Sabrina non sia mai d'accordo; per lei il Kip's è troppo generalista, ci puoi incontrare la tardona come il pédale, il militare della Legione Straniera di stanza a Metz come il gruppetto di eccitate ragazzine quindicenni; i tipi come me.

Danzo un paio di pezzi house, poi torno al nostro divano. Ho ordinato un cocktail Marylin a base di vodka gin e champagne. E' chiaro che a quest'ora qui non sono affatto in grado di prefigurarmi le condizioni psicofisiche che caratterizzeranno il giorno dopo; mi gioco il futuro; confido in possibilità di recupero immaginabili a quest'ora, ma illusorie domani. Anche Max si sta facendo un Marylin. Delco e Laura una semplice coca.

Torno a ballare; stavolta vengono tutti, anche Sabrina. Ci mettiamo in circolo, ma il gruppetto dura poco. Scivolo via, mi perdo a girovagare nei pressi del bar alla ricerca di facce note.

Proprio ora - che mi rendo conto che, in effetti, in un anno accadono tante cose, che tutto cambia, che la gente che c'era qui un anno fa oggi non c'è più - la vedo. L'allora diciannovenne francesina d'origine colombiana oggi ventenne dagli occhi verdi sulla pelle abbronzata e le labbra generose e un corpo stile dépliant sui Caraibi: Sondra. Mi faccio spazio tra i volti modellati dal trucco e le facce stralunate da notte tarda. Sondra, la ex-barista del Kip's. Ecco il vero motivo per cui l'anno scorso ero sempre qua dentro.

"Sondra!", esclamo. Lei si volta. Ho un sorriso da tiratardi, una faccia come tante, chissà perché ma finiamo per assomigliarci un po' tutti, a quest'ora. Mi guarda, cerca di mettermi a fuoco, sta sforzandosi di capire con chi ha a che fare, chi sono, se solo uno spaccone o qualcuno che conosce. Poi vedo che mi ha riconosciuto, la tensione iniziale è sparita, sorride e ruota lo sgabello verso di me, la coppa di champagne appoggiata leggera sul palmo disteso della mano semiaperta.

"Richard... Sei tu?", mi fa, "Sei tornato?"

Non c'è segno né di attesa né di indifferenza, è semplicemente stupita di rivedermi ora, così, stanotte, all'improvviso - mica sono Humphrey Bogart. Ci scambiamo due baci sulle guance lenti e ispirati, malinconici, direi. Ci raccontiamo tutto più o meno in un quarto d'ora. Lei mi dice che sono ormai diversi mesi che ha smesso di lavorare al Kip's, che è stata in vacanza in Colombia, che quest'anno si è fidanzata un paio di volte; le dico che ho pensato spesso a lei, soprattutto durante i miei primi mesi in Italia.

"Prendi qualcosa da bere?", mi chiede.

"Si", le dico, "Un gin tonic." A domande del genere ho la risposta automatica. Sondra richiama l'attenzione di Tonia con un semplice gesto. Si, tutto sommato un gin tonic è proprio quello che mi ci vuole, ora - se domani, cioè stamani, sul tardi, avrò una fitta dolorosa alla testa non avrò certo bisogno di andare lontano per scoprirne il mandante. Mi soffermo sulla linea delle sue labbra. La forma di un cuore disteso. Da cui escono, come vapori senza tono, le seguenti parole: "Sai, Richard... Sono incinta." L'ultima ristagna tra lei e me come per magia.

Così viene fuori che è incinta, che non sa chi ne sia il padre, che comunque il figlio vuole tenerselo. Ecco cosa c'è di diverso: un sorriso più dolce, già da mamma, si è sostituito al suo sguardo irrequieto da adolescente torbida che mi irretiva un anno fa.

Lei ha solo vent'anni. Sento il peso dei miei ventisette anni e della mia eterna incoscienza mentre finisco di bere il mio gin.



Alle quattro di mattina soltanto i tipi più tosti sono ancora in pista al Kip's; io, Max, qualche lupessa notturna accerchiata da branchi sparuti di lupetti famelici, lupi grigi, lupi neri ancora alla ricerca di sangue caldo e di carne saporita. Ci stiamo bevendo l'ennesimo drink alla solita postazione. Gli altri se ne sono andati, ci hanno abbandonato in questo vuoto d'aria ricolmo di anime perse, di perduti senz'anima e di fegati che si stanno smarrendo.

Dialoghiamo soprattutto del meno. Del nulla. Un nulla che è la sola cosa reale, qua dentro. Max mi dice che ha bevuto troppo e che si sente male - e che se ne vuole andare, non ne può più di bere. Io insisto, gli dico di resistere e di restare ancora e che il bello deve ancora venire. Mi sento in forma davvero, la mia sbronza è colossale; intravedo bellezze di divina natura anche laddove c'è soltanto una minigonna fuori misura.

Alla chiusura mi ritrovo a sedere sullo stesso sgabello dell'altra sera a chiacchierare con Tonia e Martine, le ho presentate a Max, qualche parola in francese riesce a pronunciarla anche lui, a quest'ora qui. Se ne sta seduto dove l'altra sera si era seduta Natasha e sta cercando di far capire a Martine di essersi innamorato di lei e di volersela sposare. Martine lo ascolta, lo asseconda con garbo. Non è certo la prima volta che le propongono una cosuccia da niente come questa, i clienti del Kip's. Tonia mi chiede come ho trovato Sondra. "In forma stupenda.", le dico. Poi mi chiede se so che è incinta, se me l'ha detto. Faccio cenno di si. Lei scuote un paio di volte la testa.

Max se ne sta seduto dove si era seduta Natasha, si, ma non è la stessa cosa.










6. HARD & PUNK




Qualcuno è riuscito a tirare fuori l'idea di uscire e andare a farsi una passeggiata soltanto alle quattro del pomeriggio e giusto perché là fuori un sole irresistibile faceva l'occhiolino dalla finestra quasi dicendo: vieni, bello, vieni fuori, vieni a vedere. Mai fidarsi del sole e del tempo, da queste parti. Le nuvole sono apparse a nostra insaputa non appena siamo scesi dall'ascensore e abbiamo aperto la porta d'ingresso, giù in basso. Si sono coagulate allorché, già meno tranquilli, passeggiavamo sul ponte Saint George. Sulla Quai d'Orsay, lungo il fiume, da cupo il cielo si è fatto nero. Un quarto d'ora di passeggiata già presagendo che qualcosa di grave sarebbe accaduto. Poi, tre minuti di corsa sotto una bufera di vento e di pioggia alla ricerca di un riparo, cioè una rientranza, una galleria, un sottopassaggio. Giacche fradice. E' chiaro che abbiamo fatto male ad uscire alle quattro. Davvero intempestivi.

Alle quattro e mezzo il cielo si riapre e le nuvole cedono il passo, poi si diradano. Il tempo e il clima sono ritornati pre-estivi. Fuoriusciamo dal cunicolo in cui eravamo finiti per ripararci - in buona compagnia: un paio di turisti sfigati come noi, e un paio di tizi che lì sotto ci vivono, più sfigati di noi - e riprendiamo a camminare facendo finta di ricominciare da capo.

L'idea di partenza era raggiungere il Plan d'Eau, sdraiarsi su un pratino, prendere il sole e leggersi un buon libro. Low profile. Solo, voglio proprio vedere dove lo troviamo ora un bel pratino su cui abbioccarci e darsi alla letteratura, dopo una tale scarica di pioggia.

"Perché non noleggiamo un pedalò e facciamo il giro del lago?", propone Delco.

"Magari una barca, tipo quella là.", dico.

"Non male un giro in barca a quest'ora.", fa Max.

Detto, fatto.

In barca guardiamo il panorama, tiriamo fuori qualche spicciolo di frase, qualche spicciolo di filosofia spicciola. Ai remi c'è Delco. Alta in lontananza svetta la cattedrale Saint-Etienne. Qui e là, spaiate nei dintorni, le torri gotiche di chiese e monasteri. Sulle sponde e sull'erba gente che frescheggia, temporeggia, cazzeggia. Preso il largo, ci lasciamo dolcemente cullare dalle onde e dai raggi di un sole caldo, in silenzio, un silenzio sordo proveniente da dovunque, non soltanto da noi. Andiamo alla deriva, dolcemente, verso un isolotto di verde erbetta geometrica. Silenzio silenzioso in giro, non si ode neppure uno starnazzo, anche le papere tergiversano indecise sul da farsi mentre una coppia di cigni ammutolisce perplessa. Me ne sto zitto, prendo il sole, mi riscaldo in silenzio mentre riguadagniamo la corrente. Ora ai remi c'è Max, vira verso il porticciolo; la crociera è terminata. Per tre quattro minuti il nostro problema è stato attraccare, c'era il rischio di scivolare da qualche parte. Acqua torbida, unta e melmosa. Poi il noleggiatore ci ha dato una mano assicurando con una corda la barca al molo. Bene, risiamo sulla terra ferma, abbiamo fatto pure qualche remata, insomma, ci siamo divertiti e accontentati anche noi.

Delco è affascinato da Metz. Dal rispetto per la natura, dall'ampiezza degli spazi verdi, dagli alberi, dai fiori, dai corsi d'acqua.

"Sai che Metz ha vinto il premio come città più verde d'Europa?", gli dico.

"No?"

"Giuro."

Proseguiamo per il centro. Sabrina ci aveva invitati a prendere un caffè a casa sua, ieri sera. Una giovane coppia sta litigando per strada davanti alla statua in onore ai caduti. La dea-madre che sorregge amorevole il corpo del figlio, l'Edipo-eroe ferito e morente. I due si litigano con violenza. Se ne dicono di cotte e di crude, immagino. Ecco il momento chiave, lui che imprecando attraversa la strada senza curarsi del traffico. Continua ad urlare e inveire dall'altro marciapiede. Lei se n'è rimasta da questa parte, sta raccogliendo gli oggetti che le sono caduti dallo zainetto. E' carina, capelli corti, molto dolce. Con lo zaino per terra. Piange a dirotto.

"Per di qua, ragazzi." Attraversiamo la strada sulle strisce non appena l'omino verde ci fa segno che si può passare. Più in là, si levano alti gli zampilli d'acqua della fontana in place Général De Gaulle.

"Dov'è che potremmo andare a mangiare qualcosa, stasera?", chiede Max.

"Cosa vuoi mangiare?"

"Mah, fai tu. Voglio stare bene, in un posto tosto. Tipo, ostriche, champagne.", dice lui.

"Sei sicuro?"

"Si, niente cali. Ho la carta, sono tranquillo."

"Possiamo andare da Flo. E' il posto migliore per il pesce, qui a Metz."

"Ok, allora dobbiamo andare da Flo.", concorda. Mi fermo ad una cabina per telefonare a Mélissa. Risponde la segreteria.

"C'era?"

"No, ma le ho lasciato detto di chiamarmi da Sabrina per metterci d'accordo per stasera."

Sono le sei. Siamo al portone del palazzo in cui abita Sabrina Argentieri, nei pressi della stazione. Una prostituta sta facendo il suo lavoro più in là, alla luce del giorno. Mulatta, lunghi capelli riccioli e neri, labbra rosse e carnose, una scollatura infinita sotto la giacchetta di perline, minigonna d'argento e tacchi vertiginosi. Un tipo strano le gironzola attorno con un bel sorriso ebete da allegria senza compromessi. Gironzola, incespica, mugugna. Ha un maglioncino infilato all'incontrario, i pantaloni più lunghi delle gambe, la cintola slacciata. Lei lo respinge ad ogni tentativo di approccio, lui indietreggia un attimo, contrariato, poi riprende a sorridere e torna all'attacco. Uno psicotico, senz'altro. Un disturbato, un minorato, un depravato, un ubriacone, insomma, uno così, come ce ne sono tanti.

Suono al campanello, Sabrina ci apre il portone. Scivoliamo dentro verso l'ascensore, lungo un corridoio buio.






Ho trovato la mia giusta sistemazione sul rialzo della moquette in fondo al salone. Un gradino provvidenziale. Dietro a me, un impianto hi-fi Pioneer e accanto, ben equidistanti, i due amplificatori. Qui davanti, tra i piedi, a portata di mano, una flûte. Là davanti, sul divano di destra, Sabrina in tenuta da jogging serie casalingo-sportiva ha assunto una posizione yoga; sul divano a sinistra Max e Delco in posizione standard orso Yoghi. All'inizio avevano provato a bere soltanto latte di soia come Sabrina, poi li ho convinti a farsi un kyr anche loro. Mi occupo della musica. Ho appena scovato una cassetta dei CCCP che le avevo prestato l'anno scorso. Ma è evidente che per lei la parola prestare debba essere scomparsa dal vocabolario. Oppure vedi alla voce regali.


"Non è affatto male occuparsi di prestiti", dice Sabrina, "Almeno hai modo di conoscere la realtà di piccole e medie aziende."

"Si, in un certo senso, si.", fa Max. Al kyr alterno ogni tanto un cetriolino piccante, una sigaretta, due noccioline - sempre di soia.

"Quanto guadagni?"

"Al momento un paio di milioni. Si, due milioni, due milioni e cento."

"Come inizio è una cifra interessante."

Interessante un cazzo, sembra dire Delco tra sé, senza voce. Ho già cercato di alzare il tono della discussione ma è stato inutile, paiono non prendermi sul serio, mi danno del disfattista. Con Sabrina è così; le ci vuole almeno un'ora, un'oretta e mezzo, prima di perdere quella sorta di acidità da piccole donne che crescono senza mai avere provato un orgasmo. In più è l'unica che sta insistendo con il latte di soia. Io me ne resto sulle mie. Silenzio e assenza. Ascolto i CCCP. Sorseggio il Blanc-des-Blancs illuminato di rosso dalla crema di mirtillo e aspetto solo il momento in cui comincerò a sentirmi meglio. Giornata tipo voglio proprio prenderla grossa per smaltire la leggera pezza da alcol che mi porto dietro oggi a causa della forte sbronza di stanotte. E' il circolo virtuoso del vizio. Né mi dimentico di fumare troppo.

Loro essenzialmente hanno continuato a chiacchierare tra loro sin quando non c'è stato più alcun argomento decente di cui parlare. Così sul più bello della mia assenza Sabrina mi chiede perché non dico nulla e come mai mi sono isolato qui in fondo, sul gradino della moquette, ad ascoltare in sterile silenzio musica alternativa. E' il mio turno, ok, vediamo se stavolta riesco ad alzare un po' il tono.

"Sono cambiato molto dall'anno scorso. Il militare è stato un'esperienza traumatica, Sabrina, non mi sono ancora riavuto. Comunque credo di non essere più lo stesso di prima." Dire una cosa così con la voce solista dei CCCP che canta NO, NON ORA, NON QUI, IN QUESTA PINGUE IMMANE FRANA... è il top dei tops, il mar Caspio della depressione. Sabrina stempera, mi chiede che cosa ho intenzione di fare diciamo da oggi in poi.

"Mah, ho appena ripreso a studiare un esame. Me ne manca solo uno."

"Che cosa dai?"

"Inglese. The last one." Poi mi chiede se ho già qualche idea sulla tesi, se sono già un bel pezzo avanti. Tutti quelli che conosco devono essersi messi d'accordo perché da un mese a questa parte non sento pormi altro che questioni e questionari genere senza via di uscita. Vorrei dire che ho già pronto un titolo e il resto, tipo Teoria e Pratica dell'Intrusione del Pene nella Vagina - Costi Reali e Benefici Immaginari, però faccio il serio e mi metto a dissertare giusto due minuti sul discutibile progetto di una tesi sul creative writing da trasformare, miracolo della Ragione Dialettica, in tesi. In realtà ciò che ho in mente di fare da ora in poi in senso stretto è, tanto per cominciare, finire la mia flûte, in secondo luogo, riempirla di nuovo, in prospettiva, bere e ribere, almeno sin quando non smetterò di sognarmi tutte le notti corpi divelti, parabrezza infranti, tumori, aids, handicappati violenti, corpi disossati, scheletri parlanti, Reparti Malattie Infettive, gente che muore per negligenza di dottori che pensano ad altro, alle infermiere, al proprio ego gigante.

Max sembra dare qualche cenno di ripresa dall'abbiocco pomeridiano. Si è alzato e sta versando la crème de cassis nei calici già semipieni di vino frizzante. Anche Sabrina ha deciso di farsi un kyr, miracolo. Ho girato la cassetta, è la volta dei Cure. Let's go to bed, Just one kiss, The lovecats. Il tono sale, menomale.

Gli argomenti psico-filosofico esistenziali vengono presi di petto intorno alle otto, allorché dal kyr si è passati, via materialismo dialettico, al porto Sandeman. Dopo qualche incertezza ho assestato il tiro della mia visione odierna delle cose su un piano nichilista. Riepilogo: il mondo è una merda; la verità non esiste; il capitale? Tre motti: produzione consumo & morte; la coerenza è un principio futile... Se si voleva essere davvero coerenti avremmo dovuto suicidarci tutti già da un pezzo, e via di questo passo. La gradazione alcolico-zuccherina dei kyr sinora ingeriti contribuisce la sua parte - è lampante. Sabrina si è adombrata il giusto, benché laureata in psicologia tende a pensare positivo. She thinks pink, I think punk. Mi fa, nervosetta, "Se il tuo approccio pessimista non è dovuto ad un istinto provocatorio innato che vuoi riversare contro di me, non ti pronostico un grande avvenire." Il guaio è che non mi sta prendendo in giro, è seria da far spavento. Max invece è sostanzialmente d'accordo sia con me che con lei. Delco è depresso - per vari motivi, in primis: il lavoro, la storia dell'ex-fidanzata, dodici anni di paranoia prima d'aver conosciuto Vanessa e il sesso in allegria; lui diciamo che pende dalla mia parte. Anche sul piano del bere, mi segue a ruota. Sabrina prosegue a rimproverarmi sino a perdersi dentro a un discorso in cui trovano spazio anche parole come archetipi e inconscio collettivo; poi conclude dichiarando di sentirsi per Tot & Tot ragioni fondamentalmente junghiana.

"A parte il fatto che stai parlando con un freudiano", le dico leggiadro, "In merito a tutto ciò credo che avresti bisogno di andarti a rileggere Reich." Pausa ansiosa. E' il momento di citare Wilheim Reich.

"Cioè?", fa Delco.

"E cioè, per farla breve, tutti i problemi si risolvono in punta di cappella." Mi chiedo se Wilheim sia davvero arrivato a tanto o se ce l'ho sospinto io sin là. Max sorseggia il kyr, ridacchia.

"Ma fammi il piacere, su.", sbuffa Sabrina.

Problemi sessuali irrisolti. A parte il periodo di scopate senza cerniera e la conoscenza di Lesbo in sé di cui amava spesso parlare; in genere a notte fonda. Le ultime notizie riservate me la danno a tre anni e zero intrusioni. No sex, parola di Laura. Tra donne queste cose capita spesso di dirsele. Tra uomini no, di solito si scopa spesso, anche quando non si scopa mai. Sabrina riprende a tormentarmi mettendo in rilievo come io abbia davvero una tremenda visione della vita e che certamente non mi si prospetta un grande futuro se continuerò a fare il coglione così.

"Dopo un anno intero trascorso a trasportare moribondi in barella il mio rapporto con il mondo si è assestato su un piano minimale. Per intendersi, da una parte Eros. Dall'altra, Thanatos.", le dico.

"Dovevi vedere com'era schizzato", fa Max, "Sempre a raccontarmi degli ultimi flash a base di litri di sangue."

"Certo, non deve essere stato facile.", fa lei. La morte e il dolore fanno paura. Rimuovere, rimuovere.

Ormai è già da due ore che Sabrina cerca di telefonare a Laura e trova sempre occupato. Mi ha proposto di tornare a casa mia per vedere che fine ha fatto. No cara, non sono in auto, sono a piedi, non è una buona idea. Poi va in camera a cambiarsi per la sera; si è decisa, finalmente. Mélissa ha chiamato poco fa per dirci che arriveranno intorno alle nove. Telefono da Flo per prenotare un tavolo.

"Volete del porto?", fa Delco.

"Versa, versa pure.", fa Max.

Il volume del Pioneer sembra essersi prodigiosamente aumentato da solo sulle note di A forest. In realtà è stato Max. Mi lancia un'occhiata e accenna un brindisi. Ce ne restiamo immobili ad ascoltare in silenzio gli ultimi versi. Poi diamo fondo al bicchiere.

All'improvviso mi fermo / ma ormai è troppo tardi

Mi sono perso nella foresta / sono solo.

Non c'è mai stata, quella ragazza / è sempre così

Io che corro verso il nulla / ancora

continuamente.

Ho fatto appena in tempo a dire a Sabrina quanto stia senz'altro meglio con il tailleur nero appena indossato - rispetto alla tutina da jogging di prima - che subito il telefono ha ripreso a suonare e lei, indifferente, mi è sfuggita via, ha alzato il ricevitore e risponde. Breve conversazione. Delco abbassa il volume. Non c'è mai stata, quella ragazza.

Lei ripone la cornetta. Torna da me.

"Era Laura."

"Allora?"

"Dice che si era addormentata e che aveva lasciato il telefono in talk ed è per questo che era sempre occupato. Ci raggiunge tra un quarto d'ora."

Bene ha fatto il sottoscritto a non avviarsi da nessuna parte. Visioni estemporanee. La bottiglia di porto che all'inizio era ancora sigillata è ormai tristemente declinata oltre la metà. Osservo l'omino sull'etichetta e scopro che in fondo ci somigliamo. Neri e dark. Mi centellino un'altra dose. Certo, non ho la mantellina, e non mi sono ancora avviato da nessuna parte - però ho un bell'impermeabile e la testa più o meno inclinata, come la sua. Mi manca solo un cappello alla Zorro e potrei davvero essere il suo gemello. Il gemello di una macchia.

"Natasha non l'hai invitata?", chiede Max.

"No. Sta a Nancy."

"Chi è Natasha?", chiede Sabrina. Nessuno mi aveva detto che questo era il momento giusto per cambiare argomento e andare sul personale.

"E' la sua nuova ragazza."

"Davvero?"

"No, è solo una ragazza che ho conosciuto. Niente più."

"Perché non l'hai invitata?", fa Sabrina.

"Te l'ho detto, l'ho appena conosciuta. E poi sta a Nancy."

"Che vuol dire, la potevi invitare lo stesso."

"Non ho neppure il suo numero di telefono."

"Tutte storie. Non l'hai chiamata perché hai paura della concorrenza.", fa Max.

"Almeno ce la facevi conoscere.", aggiunge Delco.

Quando alla fine l'intera comitiva è riuscita a riunirsi Sabrina ha pensato bene di stappare una bella bottiglia di Veuve Cliquot - ottimo anche come aperitivo, se non fosse che sono ormai tre ore che stiamo prendendo l'aperitivo. Non che mi faccia da parte, anzi, rispetto al porto è un passo indietro. Nell'euforia alcolica che si sta impossessando di me, del mio cervello, della ragione, degli impulsi, delle pulsioni, mi sorprendo a chiedermi perché. Perché, ad esempio, non abbia chiesto a Mélissa il numero di telefono di Natasha e non l'abbia chiamata. Certo, magari stasera non sarebbe venuta. Ma se però veniva? Almeno ci potevo provare. Perché non l'ho chiamata? Sento una vocina, sento una vocina... Perché non l'hai chiamata, Rick?




Cena da Flo. Per modo di dire. Credo di aver già abbondantemente ricoperto il mio fabbisogno quotidiano di calorie con l'apporto di kyr, porto, champagne, cetriolini piccanti, olivette e cacahouettes varie.

"Hai trovato ancora aperto per le sigarette?", chiede Laura non appena mi siedo.

"No, nada de nada."

"Qui le vendono.", sibila Philippe, una voce da fondo tavola che mi salva. Mi sono seduto ad uno dei soli due posti rimasti sguarniti, in cima a sinistra, verso il banco. Sabrina mi è accanto. Intravedo la trina del reggiseno che fa sueggiù attraverso una scollatura che vista da qui potrebbe sembrare obliqua; la mia testa è in bilico. Bene, potrò approfondire i discorsi deliranti che abbiamo cominciato prima. Nell'altro posto sguarnito di faccia al mio si siede Max e non è un caso. E' l'angolino degli ubriachi; qui accanto sospeso nel vuoto ci sovrasta un cesto d'argento contenente uno Chardonnay ancora vergine nel ghiaccio. La prima cosa che chiedo al cameriere non appena si fa vivo è un pacchetto di Winston. Alla fine, dopo i suoi vistosi dinieghi, ripiego sulle Marlboro.

"Bell'ambiente, alla stazione.", fa Max, vien d'arrivare e si sente già in dovere di aprire una parentesi.

"Hai visto?", fa Laura.

"Pensa che io ci abito praticamente davanti.", dice Sabrina. Ok, la fauna della stazione di Metz funziona sempre bene prima dell'antipasto. Anche Mélissa è d'accordo che a quest'ora qui La Gare orgoglio dei messini con l'ampia piazza fiorita, i lampioni elettronici e la torre allemanda sia popolata di personaggi irraccomandabili, ubriaconi, finocchi, puttane, lazzaroni, barboni, disperati e mascalzoni. Tutto ciò che non avreste mai voluto sapere e sentire e vedere sul margine, germogli marci e malati accanto al fiore della società moderna: la classe media. Ci ho fatto un salto prima con Max per cercare un pacchetto di Winston. Per quel che ne so benché fossimo in giacchetta non abbiamo avuto alcun problema - per via degli occhi vitrei e della falcata sciolta; sbronzi italiani formula export, apprezzati ovunque dopo la svalutazione della liretta.

"Io, di notte, quando rincaso, a volte, ho paura", continua Sabrina, "Hai visto, no? Davanti al portone è tutto un viavai di auto e prostitute in sosta momentanea. Una volta hanno fatto anche a pistolettate."

In linea di massima il discorso intorno alla fauna della stazione si smorza non appena arrivano in tavola i due Grands Plats Royals che avevano ordinato prima senza aspettarci. Alla vista dei tre piani di crostacei - in vetta un'aragosta - Max sospira di piacere, si rilassa e poi dice: "Ora sto bene. Ah, si, tutte le sere qua, capisci? Là in fondo, con un buon libro." Mi indica un tavolino defilato per tête-à-tête. Capisco, Max, capisco.

Dopo un primo brindisi alla chetichella ne facciamo un altro di alleggerimento. Non avendo fame, mi occupo soprattutto della sete. Bevo lentamente gustandomi gli aromi. I sentori, gli effluvi. Piccoli sorsetti. A forza di bere sono ormai arrivato a superare lo stato di ubriachezza, stasera - sono, come dire, iper-lucido. Comprendo tutto quanto alla perfezione o almeno mi sembra. Funeste reazioni chimio-neuronali. A volte lo fa. Ogni tanto mi sbuccio un gambero, risucchio una conchiglia, lotto con lo schiacciachele, così, giusto per fare qualche altra cosa, oltre che far numero.

"Non mangi nulla?", mi chiede Sabrina che evidentemente non si è accorta del mio stallo semi-allucinatorio. Prima di risponderle qualsiasi cosa la guardo a lungo. Vista da qui, da vicino, sotto la luce gialla e schietta del lampadario di cristalli, ha proprio due begli occhi, nitidi, lucidi, profondi - ha proprio due belle tette tonde, sode, palpabili.

"Voglio dimagrire." Ecco, si fa presto a dire voglio.

"Lo dici perché ieri ti ho detto che ti trovavo ingrassato?"

"No, no. E' che sono davvero troppo grasso."

"Ma cosa dici, hai giusto qualche chilo in più. Mica è grave."

"No, no, sono grassissimo, devo davvero dimagrire" Piccola pausa e breve sorso di vino. "Devo ancora dimagrire", insisto, "Ho perso un chilo e mezzo negli ultimi due giorni, ma devo perderne almeno una decina."

Max mi ascolta perplesso. Anche Mélissa e Philippe seguono quel che dico, forse perché è la prima volta che mi sentono fare un discorso apertamente in italiano. Forse li stupisce sentire che non sono dislettico, cosa che potrebbero qualche volta pensare quando parlo in francese. Sabrina - con lei c'è sempre il pericolo di scivolare da un'amabile conversazione tra amici ad una terapia di gruppo - giunge persino a impiegare il termine anoressia. Replico che, tutto sommato, l'anoressia sia una delle malattie più affascinanti che conosca; dopo l'aids, sia chiaro, dopo il cancro e l'epatite C e la sindrome delle vacche folli.

"In che senso?", fa lei.

"Bah...", sospiro, "Nel senso che è la nemesi della società del benessere. Non so se mi spiego, è come un boomerang. E questo a fronte del fatto che i due terzi della popolazione del pianeta sono a dieta forzata per mancanza di cibo. Non è indicativo?"

"Indicativo di cosa?", lei non generalizza, si mantiene ad un livello terapeutico di base. E' il limite della psicologia. Alla Psicologia Clinica ho sempre preferito i Voli Pindarici.

"E' indicativo del fallimento del totalitarismo democratico dell'Occidente.", fa Max, bella sparata. "E' la catarsi dell'individuo occidentale e dei valori dell'Europa, e al contempo è il sintomo di una crisi, di una lacerazione dell'insieme di principi su cui la nostra società si fonda."

Prendo appunti. Totalitarismo democratico, catarsi dell'individuo, lacerazione di principi. Tutto ciò, detto da lui che lavora in banca eccetera, è soprattutto indicativo dei conflitti interiori che vive in questo istante ad alto contenuto alcolico. Mi pare il momento giusto per mettere al corrente tutta la tavolata della mia esperienza personale sull'anoressia.

"Mi son fatto un viaggio in ambulanza, io, da Firenze a Milano, in compagnia di un'anoressica in fase terminale. Cioè, ormai che non mangiava più era un mese e mezzo; la tenevano in vita con un tubo nel naso. Lei pur avendo diciottanni sembrava che ne avesse dieci. Anoressica da sei anni. Me ne stavo dietro con lei per evitare che facesse casino, che so, che aprisse il portellone e si gettasse nel vuoto. Vi rendete conto? A un tipetto così la prima cosa che uno psicologo, un'assistente sociale, un dottore, un infermiere, lo stesso autista dell'ambulanza, sapeva chiedere, era, perché non mangi, carina? Dico, anoressica da sei anni e tu le chiedi perché non mangia. Immaginati la scena, Sabrina. Lei seduta sul sedile dove di regola avrei dovuto sedermi io, con la flebo attaccata a un gancio sul plafond, perché non voleva stare sdraiata sulla barella - mica sono malata, mi diceva. Io invece sdraiato sulla barella dove avrebbe dovuto sdraiarsi lei." Breve parentesi: "Tra l'altro non capirò mai perché sulle ambulanze ti devi sdraiare in direzione contraria al senso di marcia. Dico, quando sei su un'auto che fai, ami girarti all'indietro? Sali all'incontrario? Non capirò mai come faccia un ferito a raggiungere da vivo un ospedale su un'ambulanza" Ri-prendo fiato, altro sorso di vino. "E infatti è raro che succeda. Ma vi rendete conto? Lei che mi dice, mica sono malata. Cristo, stava scomparendo dal mondo.", mi accendo una sigaretta realmente preso dal mio monologo.

"E tu che facevi?", chiede Sabrina.

"Non potevo certo chiederle anch'io perché non mangi. Però in quattr'ore di viaggio due o tre frasi si dicono. La prima cosa che le ho chiesto è che gusto aveva la sbobina liquida con cui la nutrivano attraverso la sonda gastrica. E lei, dio, come faccio a saperlo, mica ho le papille gustative, nel naso. Poi dopo un paio d'ore le ho detto che mi era venuta una certa fame. Cristo santo che trip. Lei di fondo non mangiava per protesta contro i suoi genitori che si erano separati. Chiusura totale. Il rifiuto di loro, di sé, del proprio corpo, della vita, di tutto. Poi a un certo punto del viaggio mi ha anche chiesto se io mangiavo parecchio. No, non so se mi spiego. Lei negli ultimi sei anni aveva visto soltanto reparti psichiatrici in cui c'era gente nelle sue stesse condizioni se non peggio. E io le ho detto: sai, anch'io non mangio molto, però, almeno una volta al mese, un bel piatto di tortelli al ragù me lo faccio. E lei, no? Davvero? Anche tu non mangi molto? Certo, si, più o meno si, le dico. Tortelli al ragù."

"E che fine ha fatto, poi?", fa Delco.

"Noi l'abbiamo trasportata a Milano in un centro specializzato sull'anoressia. In confidenza però credo che, per come era messa, a questo punto sia morta."

"Cazzo.", sospira Max, svuota il bicchiere. Dal suo punto di vista le mie esperienze di Pronto Soccorso devono sembrare atroci.

"La morale di tutta questa storia è che non è poi così difficile dimagrire. Basta non mangiare.", concludo soddisfatto e mi riverso da bere.

Dopo il monologo sull'anoressia Sabrina mi segue passo passo mentre cerco di mangiare una Mousse de Saumon. Ogni volta che mi fermo, magari soltanto per bere, lei mi indica il piatto e mi sprona. "Che fai, non la finisci?", mi fa. Istanti d'istinto materno.

Alla fine della cena, davanti ad un Irish Coffee, parte la discussione su Letteratura & Dintorni. Max ci tratteggia la grandezza di Hemingway e questo è un chiaro segno che ormai, per me che lo conosco, bisognerebbe davvero fargli un esame del sangue per vedere se tutto è a posto. Sabrina fa presente a tutti, anche a Laura e Philippe e Mélissa che neanche partecipano e si fanno i fatti loro, che quella di Hemingway è solo spazzatura e che il grande cacciatore era solo un maschilista frocio che sublimava le dimensioni ridotte del pene andando a caccia di leoni. "Vai a rileggerti Fiesta.", dice a Max con un moto di stizza. Lei si è attestata dove l'ha portata il cuore, sulle scrittrici femministe. Passi per Erica Jong, ma quando prende a citare le scrittrici italiane ho un moto di stizza anch'io, siamo in piena Zona-Tamarre - neanche parlasse di Dacia Maraini. Le dico che, per riprendersi dalla noia di tutte quelle letture noiose il libro che fa al caso suo sarebbe Opus Pistorum di Henry Miller. Così, proprio mentre sto aspirando dalla cannuccia il fondo del mio Irish - la parte migliore - la conversazione degenera.




Alle due di notte, colpo di scena, ci ritroviamo tutti quanti nell'attico di Sabrina a ballare a luci spente sulla moquette del salone. Abbiamo stappato un'altra bottiglia di Veuve e brindato di nuovo.

Staziono confuso al tavolo di vetro e titanio finché non finisco il mio calice. Osservo Philippe e Mélissa che si scatenano sul ritmo di Zorbie la Mouche dei Negresses Vertes. Bella coppia - anche loro sostanzialmente ubriachi. Poi ballo con mia madre, facciamo il punto della situazione, lei tra un po' se ne andrà, e quando finisce il pezzo ballabile finisce anche il punto della situazione. M siedo al tavolo, mi riverso dello champagne. Parlo con Max, parlo con Delco, parlo con Philippe. Mi dice che questo salone gli piace. Confermo, è l'ideale per seratine così. Invito a ballare Mélissa, lui si versa da bere.

Allorché tutti gli altri decidono di andarsene perché sono stanchi mi sorprendo in preda ad uno stato di semi-incoscienza a ballare con Sabrina musica da night-club, ondeggiamo lievi e soprattutto ci stringiamo. Li salutiamo a voce, senza smettere, siamo anche sudati, un po' perché fa caldo un po' perché siamo caldi dentro. Continuiamo a ballare per non so più quanto tempo, faccio fatica a restare cosciente di ciò che sto facendo e che mi sta facendo e che le sto facendo - riassunto, di ciò che accade.






Ore sei di mattina. Photofinish: guardare le prime notizie in tivvù con un asciugamano avvolto intorno ai fianchi e un bicchiere di Veuve ancora in mano. Ore sette, petit dejeuner al Village in place Saint-Jacques. Un barista, anche lui vestito di nero, ci sta servendo due cafès crème. In sottofondo un pezzo dei Joy Division. Love will tear us apart. Visti così, dalla vetrina, stanchi e sfatti, con due pesche giganti sotto gli occhi semichiusi, sembreremmo davvero una coppia di amanti dark dopo una notte brava: dopo una notte hard e punk.










7. DIECI PICCOLI SQUALI








Aprire gli occhi, non aprirli mentre il telefono squilla. Rimanere così, scomposto in un non luogo da localizzare a piacere tra sonno rem, dormiveglia e veglia. Magari un po' perplesso, al tentativo di risalire la china di un gomitolo di lana che rotola e che si sfila mentre rotola; il vuoto d'aria di un aereo che vira, senza essere su alcun aereo ma vuoti sì, e senz'aria. Piccoli ricami di luce fioca traspirano dai ritagli esili e rettangolari di una persiana solo allentata, non serrata: una luce incolore che non fa luce e non fa buio; l'esatta prospettiva di un giorno che non si è fatto, stamani, che resta sospeso sopra una distesa di nubi inerti e incolori. Spiove pioggia leggera e inutile, proporzionata all'assenza di un qualsiasi stato d'animo.

E non aprire gli occhi, anche se volessi. Non poterli aprire. Una fitta lancinante programmata a intervalli regolari ogni tre battiti del cuore, che risale dalla gola all'occipite e lì s'infiamma, percuote, poi si attenua e scompare; altri tre battiti, e risale. Disperazione: ho inteso squillare il telefono almeno venti volte e non sono in grado neppure di schiudere gli occhi, figuriamoci se mi alzo e rispondo. Nessuna intenzione di farlo, per me può essere chicchessia, se ha qualcosa d'importante da dire lo dirà un'altra volta e comunque se lo vuole dire ora lo dirà a qualcun altro, certo non a me. Altri tre squilli poi l'ossessione si smorza, bene, il seccatore ha mollato, posso riassopirmi e tornare al mio incubo.

Peraltro odo un vociare indistinto. La voce impastata di un uomo che parla in inglese e ripete ogni tanto, what? Slowly please, I don't understand. Mi chiedo chi gliel'ha fatto fare di alzarsi e rispondere, a quest'uomo, non era il caso, pas d'urgence, non c'era alcuna necessità, non c'è niente che possa cambiare all'improvviso, di questi tempi, in mattinate così.

Sento la porta che si dischiude. Nella penombra intravedo un'ombra, un tronco umano maschile in boxer e T-shirt con una testa spettinata in cima rivolta verso terra.

"Rick, sei sveglio?", sussurra l'ombra, a voce bassa. Questo se si vuole restare oggettivi, perché a me pare stia urlando.

"No, Max, non sono sveglio.", voilà, questione chiusa.

"Rick.", insiste, ho sbagliato, questione riaperta. "C'è una fighetta al telefono che ti vuole."

"Chi è?" Curiosità: voglio proprio sapere chi è che ha il coraggio di telefonarmi a quest'ora, all'alba.

"Dai, sù. E' Natasha, dice che ti vuole parlare."

"Dille di richiamare più tardi."

"Dai Rick, ha detto che ti deve assolutamente parlare."

"Ascolta, Max, dille di richiamare più tardi, non ce la faccio. Non ce la faccio ora a parlare in francese, cerca di capirmi, Max, sto morendo."

"Vabbene, glielo dico." Max richiude la porta e torna al telefono. Questione richiusa. Tutto riè come prima. Sono salvo. Mi sotterro sotto il guanciale con il fermo proposito di sparire dal mondo.

Impossibile, odo ancora un fitto dialogo al telefono. Un pot-pourri anglo-italo-francese dall'insospettabile effetto acustico che mi raggiunge anche attraverso il guanciale. Non credo che raggiungeranno mai un'intesa, uno scambio di informazioni efficace. Poi, finalmente, il silenzio. Un cono di luce taglia in due la stanza filtrando di nuovo dalla porta ridischiusa. La voce dell'uomo-ombra: "Rick, Natasha mi ha detto che deve assolutamente parlarti ora, che non può aspettare e che è urgente. Mi dispiace Rick, ma ti devi alzare." Apro gli occhi. Una delle attività motorie più proibitive per un corpo umano, a volte. Ok, non ne posso più di questo viavai, devo porre un termine a questo flash mattutino. Mi sollevo. Ping pong, fitta alla testa.

"Ma chi te l'ha detto di rispondere, Max?"

"Rick, mi ringrazierai, un giorno. Lo so." Ti ringrazio subito invece, grazie, Max, grazie un cazzo e vaffanculo.

"Almeno potevi rispondere con il telefono portatile."

"Non so come funziona, Rick. Non sono a casa mia."

Niente da fare, la questione è più che mai aperta, non mi sono affatto salvato. Arrivo in soggiorno barcollando, mi lascio andare sulla moquette e sollevo il ricevitore; mi sfido a tirar fuori un qualsiasi discorso logico in francese nelle condizioni in cui mi trovo.

"Bonjour Richard, tu vas bien? ", fa Natasha, un tono di voce deciso e squillante.

"Bene come può star bene uno che è andato a dormire stamani alle otto e che ha dormito solo due ore.", spiego farfugliando.

"Mi dispiace di averti svegliato."

"Si, si." Si, si dice sempre così.

"Senti", mi fa, va al sodo, "Ho una proposta da farti."

"Quoi?"

"Oggi pomeriggio Mélissa viene a trovarmi a Nancy. Io oggi non lavoro. Mi farebbe piacere che tu venissi."

"Non ce la faccio, Natasha. Giuro, vorrei, ma ho bisogno di dormire. Sono giorni ormai che non metto insieme sei ore sei di sonno continuo." Non ci credo, non avrei mai creduto di arrivare a tanto, di poter rifiutare un'occasione del genere. Oltre a star male, ad aver voglia soltanto di un letto, mi sento sfigato e colpevole. Ogni volta che mi scorre davanti l'attimo propizio non sono mai pronto.

"Sù, Richard, fai uno sforzo", fa lei, "Tanto, senti, sono solo le undici. Dormi ancora un paio d'ore poi ti fai una doccia e ti riprendi, vedrai. E quando Mélissa passa da te sei di nuovo in forma." Io è tanto che mi sforzo nella mia vita e che faccio degli sforzi così, è tanto.

"E quando verrebbe Mélissa?"

"Alle due passa da te. Dai, vieni. Così puoi vedere dove abito, ti mostro la mia collezione dei Cure, te l'ho promesso."

Non è che in questo momento il luogo in cui abita e i dischi dei Cure che colleziona siano al centro dei miei interessi. Fuori spiove giù pioggia triste e permeabile. Solo un grigiore indistinto traspare dalle vetrate, un paesaggio spettrale del quale non avevo alcuna voglia di prendere atto. Dove sono le mie coperte, il mio guanciale, il mio materasso? Eccolo, ho trovato il mio habitat. Dov'è finito il mio incubo? Quella ragazza depressa con l'epatite che mi vomita addosso mentre la sollevo dal letto per adagiarla sulla barella? Cosa ci faccio io qui, sulla moquette, con il telefono in mano?

"Ok, Natasha, hai vinto. Però facciamo alle tre."

"Due e mezzo."

"Due e tre quarti. Ultima offerta." Piccola pausa. Rien ne va plus.

"Va bene", fa lei, "Avverto Mélissa di passarti a prendere alle due e tre quarti."

Ahimé, ho rinunciato ad una tranquilla giornata da trascorrere in posizione orizzontale. Les jeux sont faits. Svolto a testa bassa in camera con un misto di sensazioni in corpo, tutte riconducibili in ultima analisi ad una stanchezza recondita e ancestrale. Si potrebbe benissimo morire, in un momento così.

"Allora?", fa Max.

"Sarà una giornata impegnativa."

***

Mia madre mi guarda di traverso. Vuole intuire se ho già ristabilito il contatto tra cervello e realtà o se sono ancora fluttuante tra onde e mareggiate, tra sponde e dirupi. A poco serve aver ricorso al solito espediente, farmi la barba, per confondere le idee. Mi rado di rado.

Ho rifatto la mia apparizione nel mondo dei vivi intorno alle una e mezzo, dopo essermi sciacquato per una buona mezz'ora sotto la doccia. Loro tre - i vivi - sono già a tavola. Pranzo improvvisato: paté e insalata mista, cazzatelle varie. Non mi sarebbe dispiaciuto un brodino caldo, ma di piatti caldi per riassestare lo stomaco non ce ne sono, salvo una cosa bizzarra come degli ovetti di quaglia bolliti.

"Hai delle notevoli capacità di recupero, vedo.", dice Max.

"Non posso mollare. Devo essere in tiro, oggi." Mi affido a tecniche auto-motivazionali ultimo grido. In realtà da un momento all'altro potrei sprofondare nel pavimento.

"Non si direbbe che hai dormito solo un paio d'ore.", aggiunge Delco. Non hanno pietà, e io non ho scampo, mi siedo.

"Come è andato lo shopping?", chiedo o almeno ci provo. Laura ha stappato una bottiglia di champagne per fare un ultimo brindisi con i miei ospiti prima della loro partenza. Pensare che soltanto un'ora fa ho avuto qualche problema anche a mandar giù un semplice caffè.

"Li ho portati al centro Saint-Jacques.", risponde lei.

"Cosa avete preso?", chiedo ancora, domande di circostanza che non hanno alcun legame con la mia attività cerebrale - peraltro irrisoria.

"Qualche bottiglia di champagne, poi il Sauternes, la Mirabelle e la crema di mirtillo per fare i kyr.", risponde Max. Oh bravi. "Allora siete a posto.", dico senza convinzione.

Me li guardo tutti e due, me li vedo: l'idea di tornare in Italia oggi non è certo stata una buona idea. Partire oggi dopo pranzo e farsi seicento chilometri sotto questo cielo terso e con questo tempo ansiogeno. E poi ieri sera non hanno bevuto poco, e non hanno dormito molto. Non si può dire che abbiano l'aspetto di qualcuno appena uscito da un Fitness-center. Eccoli qui: barba lunga, pelle secca, pesche sotto gli occhi, camicia slacciata, postura ricurva, sbracati sulle sedie, stressati. Niente giacca dozzinale, niente cravatta impiegatizia.

"Siete davvero decisi a partire?" Altra domandina senza pretese.

"Si.", fa Max.

"Resterei volentieri ancora un paio di giorni, ma ormai è andata. La prossima volta ci organizziamo meglio.", fa Delco. Lui forse non lo sa, ma è difficile che ci sia una prossima volta per organizzare meglio le cose.

"Io vi sconsiglio di partire in un giornata come questa." "Ormai è andata così", conferma Max, "Domani devo essere in ufficio, ho un appuntamento importante." Lascio perdere, anch'io ho degli impegni gravosi nel pomeriggio nonché sul momento qualche grave difficoltà a inghiottire questa tranche di baguette spalmata con paté. Non va né su né giù, ristagna. Segnale inquietante. Ti rammenta in definitiva la difficoltà di compiere addirittura un semplice atto come mangiare - figuriamoci di vivere, di respirare, di agire, laurearsi, trovare un lavoro, essere puntuale agli appuntamenti.

Stazioniamo sull'ingresso un buon quarto d'ora per i convenevoli. "Allora, Laura, grazie di tutto, grazie per l'accoglienza, siamo stati veramente bene."

"Oh, non vi preoccupate. E poi, noi siamo qua. Quando avete voglia sapete come fare, una telefonata e venite.", fa lei ospitale. Sono le due e dieci. Max e Delco hanno raccolto i bagagli e le forze residue e si dileguano, partono per l'Italia, sotto una pioggerellina battente. Li osservo dalla finestra salire sulla Unofiat Turbodiesel sporca e grigia come il cielo, mettere in moto e scomparire venti metri più in là oltre la prima curva. Gli auguro ogni bene. Partire è un po' morire.

Osservo mia madre che dà fondo al suo calice di champagne e prende a sparecchiare la tavola. Mi chiedo come faccia ad essere sempre in forma. Avrà un segreto. Una medicina miracolosa. Degli esercizi yoga formidabili. Un codice genetico superiore al mio. Sarà per via del carattere, del segno zodiacale. Ha quarantanove anni ma sembra essere più giovane di me, più vitale. Come dire, mi surclassa alla grande. Si alza all'alba la mattina, sta fuori tutto il giorno a lavorare, a insegnare lingua italiana nelle scuole assegnatele dal Consolato; la sera quando rientra depone la ventiquattrore indossa una tuta imbraccia uno zaino e se ne va un paio d'ore in palestra torna mangia qualcosa e non di rado ha ancora l'energia sufficiente per uscire di nuovo e andare a ballare da qualche parte con le amiche o col fidanzato di turno e tutto questo senza tirare neppure un microgrammo di coca. Mi chiedo come fa, qual è il segreto, in che casa si trovi la luna che la sostiene. Difficile disfarsi del cordone, con un ombelico del genere.

***

Siamo arrivati a Nancy alle quattro del pomeriggio, sotto la pioggia e con un traffico da crisi di nervi finale. Lungo l'autostrada ho cercato di spiegarmi con Mélissa, di farle capire il senso di precarietà da mancanza di riposo che mi ha accompagnato sinora e che mi accompagnerà per tutta la giornata; e che non doveva far caso alle eventuali incomprensibili frasi che pronuncerò nonché alla maggiore percentuale di errori, agli improvvisi momenti di silenzio e di assenza. Lei ha compreso. Quando le ho detto che sono andato a letto stamattina alle otto ha compreso la situazione e ha promesso di non infierire, di non pretendere troppo da me.

Abbiamo trovato un parcheggio gratis a due passi da boulevard Saint-Jean. Siamo senza ombrello, ma questa è l'ultima delle preoccupazioni che ho; anzi, non posso aspettarmi che un gran bene dagli zampilli d'acqua piovana sui capelli e sul viso. Nonostante sia nuvoloso giornata classica da occhiali da sole. Lungo i marciapiedi c'è il caos. C'è la città che vive o ci prova, che cammina e si sposta, che pulsa e che freme e zampilla in una miriade di intrecci perlopiù senza senso, attività, movimenti, passi falsi, luci, colori, neon, quarzi, cristalli liquidi e solidi, flash, negozi, cinema, brasserie, uffici, bar, atelier, tecnologie, futuro.

I meno stressati - i più tranquilli, mi sembra - sono quelli rimasti fuori dall'ingranaggio; gli esclusi dal prezzo: seduti su marciapiedi e scalini barboni zingari e nullatenenti esplicano le loro attività quotidiane con grande dignità. Non vi sono rimpianti, non vi è autocommiserazione quando supplicano s'il vous plaît messieurs-dames, anzi, magari si può leggere una discreta onestà e una insospettabile fiducia nel prossimo dietro quelle frasette trascritte alla meglio sui ritagli di cartone che ti sbattono in faccia:

J'AI BESOIN DE MANGER; J'AI PERSONNE AU MONDE; JE VIENS DE LA BOSNIE; JE CHERCHE TRAVAUX; JE N' SAIS PLUS QUOI FAIRE; SANS FAMILLE SANS PLUS RIEN; S'IL VOUS PLAÎT AIDEZ-MOI; C'EST TROP TARD C'EST TROP TARD...

Ormai è chiaro che come ti distrai un attimo e ti volti a rispettare il prossimo ti accorgi che l'ultimo arrivato sei proprio tu e che non ti rispetta nessuno. Cosa aggiungere ancora? Il mondo è un cancro che si divora; il mondo si sgretola, si disfa, scivola, rotola via. Tutto sommato, era ora.

In boulevard Saint-Jean Mélissa mi indica la libreria in cui lavora Natasha. "E' davvero grande", le dico. E' come se la grandezza del posto aumentasse il valore del suo lavoro. "E lei, abita vicino o lontano da qui?"

"Oh, sta qui dietro." Venti metri ancora e svoltiamo in place Mengin, altri due passi e arriviamo a destinazione.

"Ecco, sta qui.", fa lei, poi suona.

A lato del portone un maghrebino di trentanni sotto una pensilina fa il gioco delle tre carte su una scatola di cartone, intorno a lui si è formato un capannello di gente varia e di ombrelli vari - c'è di tutto, in giro a quest'ora. Colpo d'occhio al campanello. Cognome incredibile. De Mendijo y Lopez. Siamo nel cuore di Nancy, nel bel mezzo della confusione.

"Sai, è un cognome spagnolo.", rivela Mélissa, senza aggiungere altro. Ma questa sì che è una novità. Sento filtrare la voce di Natasha dalla graticola di alluminio, una frase breve e squillante, poi sento lo scatto metallico del portone, ci ha aperto. Entriamo dentro lasciandoci dietro il viavai di gente lungo la piazza, il fragore di voci e il ronzio sordo delle auto e dei tram - nonché tutto ciò che era e che è stato: il passato che si rovesciava incompreso in un futuro senza gusto. Il presente è quasi niente, è un corridoio stretto e buio che ci conduce al cortile interno. Mi fa piacere che tutto si sia fatto tranquillo, non mi sembra quasi vero di essermi lasciato alle spalle facendo solo quindici metri tutto lo stress e il rumore della città che pulsa di vita senza ritegno come un cuore impazzito.

Salgo su a testa bassa per le scale a spirale economizzando il respiro. Scale di legno, fa molto décor. Quattro piani, Natasha sta all'ultimo. Al terzo mi fermo un istante prima dell'ultima rampa, do un'occhiata ai tetti circostanti, alle finestre qui e là, ai grattacieli di vetro che si stagliano in lontananza come una promessa, come un presagio. Raggiungo Mélissa davanti alla porta socchiusa. Ho come l'impressione che se varcherò questa soglia nulla più sarà come prima e che solo il semplice farlo comporterà tutta una serie di conseguenze ora come ora del tutto inimmaginabili. Quoi faire? Niente, seguo Mélissa e mi addentro. Colpo d'occhio: breve corridoio, a destra il bagno, a sinistra un armadio open-air e sopra ancora un paio di mensole stipate di scarpe; la moquette è di un colore che spazia dal grigio triste all'azzurro allegro, dipende dallo stato d'animo con cui la si guarda. Per Mélissa è azzurra davvero. Altri due passi e siamo nel soggiorno. Natasha se ne sta seduta a scrivere qualcosa su un tavolo verde e rotondo ricoperto da una tovaglia floreale. Ci vede, e si alza; mi vede; mi viene incontro.

"Come stai? Ti sei ripreso?" Accenna un sorriso di circostanza. Ci provo, ad essermi ripreso, le dico "Oui, pas mal, pour l'instant." Facciamo la bise. Infine, eccola: tutta racchiusa in un maglione girocollo di lana soffice e calda e un paio di jeans blu scoloriti, tenuti stretti alla vita da una cintola marrone con la fibbia d'argento. Una linea viola di trucco e il mascara sulle ciglia regalano una sfumatura di profonda e sensuale inquietudine ai diamanti che le hanno messo al posto degli occhi quando è nata. Scambio fuggente di bacetti sulle guance. C'è una qualche tensione tra noi, come se fossimo in balìa di pulsioni contraddittorie.

Il canapè è la mia salvezza: morbido, caldo, accogliente, il miraggio dell'oasi per il viandante provato dal deserto. Mi tolgo l'impermeabile, mi siedo. Ah, che sollievo. Scruto il territorio. Un televisore, un video recorder, un hi-fi Sony minimale. Quattro serie di ripiani incastonati nella rientranza del muro tra angolo e angolo. Libri, volumi, tomi, tascabili, letteratura, poesia, fotografia, dizio-nari. A destra, la cucina e una scala a chiocciola. Sopra, l'angolo notte: un bel lettone a due piazze adagiato sul sovrappalco, la couette, una fodera dagli arabeschi esotici.

Mélissa e Natasha hanno preso a parlare tra loro sotto voce; forse non vogliono farmi sapere quel che si dicono, forse la mia capacità di comprensione del francese invece di accrescersi sta regredendo. Brutto segno.

"Ti va un caffè?", fa Natasha, finalmente mi rivolge la parola. Ci penso su prima di rispondere. Non vorrei che la caffeina mi facesse qualche scherzetto, come una bella extrasistole o tre quarti d'ora di aritmia, di ansia e panico. Ciò che è peggio è che oltre ad essere nervoso sto anche crollando dal sonno. Lei ha caricato la caffettiera elettrica con un filtro di carta filigranata a forma d'imbuto. Perplessità. I Love The Moka. Alla fine rispondo oui e rialzo gli occhi. Tutto sommato non si è sistemata male, la jeune fille. L'appartamento è piccolo ma c'è tutto il necessario, il frigorifero, il forno a microonde, una piazza in più nel letto, insomma, credo che ami dormire comoda.

Bene, ho intuito l'argomento del discorso che Mélissa sta portando avanti da un buon quarto d'ora: la cena da Flo e l'after hours nell'attico di Sabrina.

"E poi quando sei tornata, a casa?", chiede Natasha.

"Verso le tre. Si, più o meno. Richard, che ore erano quando io e Philippe ce se siamo andati via, stanotte?"

Quoi? Lo chiede a me, non riesco a crederci, lo sta chiedendo proprio a me. Io in linea di massima non ci tengo affatto a far sapere a Natasha che ho trascorso la notte da Sabrina e perdipiù soli a fare quel che ci era venuto lì per lì in mente di fare, né voglio farle credere di avere già dei lavori sentimentali in corso.

"Ouais, c'était trois heures, plus ou moins...", borbotto con noncuranza. Lei mi guarda. Non dice nulla, mi osserva, mi fissa. Mélissa le sta giusto dicendo che sono stato l'unico a trattenermi ancora, dopo le tre.

"Insomma, devi esserti divertito, stanotte." Oh, mon dieu, bambina, cosa è, una battutina di spirito o un raptus di gelosia? Ci conosciamo da un minuto e già ti senti tradita?

Ha sistemato le tazze sul tavolino di vetro e si è messa in ginocchio sulla moquette di fronte a me, appoggiando i glutei sopra i talloni come una geisha. Ciò che mi colpisce di più è la calma che sembra animarla in ogni cosa che fa. Una lentezza che risulterebbe innaturale su chiunque ma che in lei appare assolutamente spontanea.

"Divertito. Non credo sia il termine giusto." Ho detto proprio così: je crois pas. Ora il mio problema è trovare invece un termine che sia giusto. Nelle condizioni in cui mi trovo sarebbe un'impresa impossibile anche se avessi a disposizione un dizionario di sinonimi. "Io non mi diverto mai, in genere.", dico alla fine. Ecco una frase che starebbe benissimo nel film Casablanca, ma non in questo film qui. Lei non mi pare affatto soddisfatta della risposta. Stiamo filmando al rallentatore, ogni scatto di umore è colto, ogni espressione è registrata. Quoi faire? Sorseggio il caffè, mi accendo una sigaretta. Mélissa si è seduta accanto a me e mi fissa con un tono di riprovazione, di condanna, come se fossi stato l'autore di uno stupro ieri notte da Sabrina, quasi che lei lo intuisse, ne fosse al corrente, sapesse perfettamente quali audaci contorsioni hanno avuto luogo su quella moquette.

Mi sono alzato e ho raggiunto Natasha allo scomparto Musica & Dischi. Mi sono accostato al suo corpo, mi sono ritrovato piacevolmente vicino alle sue labbra da cui emanano parole che non mi do pena di tradurre - sono baci sonori, le afferro al volo così come sono.

Dato il mio scarso senso di equilibrio odierno avverto dapprima una sensazione d'insicurezza, e poi un fremito freddo lungo la schiena. Odoro il suo respiro alla fragola e il profumo della pelle esaltato da Chamade di Guerlain. Mi sento in balia di un forte campo magnetico che mi attrae, mi respinge, mi sbalza, mi sospinge, mi riattrae.

Lei prende a mostrarmi con orgoglio la sua collezione di dischi dei Cure.

"C'est mon petit trésor.", rivela, in modo dolce e inatteso. Ne sono convinto. E non solo di questo. Sono ad esempio convinto che il profumo Chamade sulla sua pelle dia luogo a una miscela mortale per i miei sensi così sensibili e per la mia anima in pena d'amore e per il mio corpo che grida: prendimi, Natasha, prendimi, scuotimi, sbatacchiami, cullami - fa qualcosa.

Riesco a rimettermi in piedi, debout. Forse è il caffè a darmi una mano. Do un'occhiata ai libri. Cocteau, Mallarmé, Verlaine, Camus, Sartre, Rimbaud, Proust, Joyce, Allan Poe, Salinger, Easton Ellis, Barthes, Stephen King. Agli oggetti. Dieci piccoli squali di vetro e porcellana in fila su una mensola.

"J'adore les requins.", mi dice. Per dimostrarmi che la sua è molto più di una semplice predilezione mi sfila via da basso un paio di libri di fotografie sugli squali. Ho la netta impressione di avere scoperto un piccolo particolare della sua personalità pieno di significati. Solo, non so ancora quali.



Mélissa ha proposto di uscire e Natasha è d'accordo, ha bisogno di cinque minuti e poi è pronta. Io una cosa così la temevo. Lo sapevo che non avremmo potuto starcene a lungo qui dentro in santa pace, che prima o poi saremmo dovuti uscire a prender aria e camminare, e guardare le vetrine e camminare ed entrare nei negozi e guardare, e riguardare, e camminare ancora, sotto una pioggia stanca e senza uno spiraglio di sole o di luce e per quanto mi riguarda di forma e di starbene.

Pronti per uscire, bye bye canapè, bye bye relax. Scendo giù per le scale riflettendo sulla natura della mia depressione. D'origine endogena ed esogena. Calo di alcol nel sangue e meteoropatia ansiosa. Sulla depressione atmosferica non ho una grande influenza, eventualmente potrei intervenire sulla pressione arteriosa e rifarmi buon sangue.

Davanti al portone la folla di curiosi intorno al maghrebino è aumentata. Lui continua a maneggiare svelto le tre carte e a chiedere dove sia l'asso di picche. Un tipo gli dice che ha capito tutto e che sa dov'è la carta. La posta in gioco è cinquanta franchi, se vince ne guadagna il doppio. Si lecca i baffi e indica la carta. Il maghrebino la scopre. Dieci di cuori. That's all folks, avanti il prossimo.

Vado a fare shopping per negozi con Natasha e Mélissa, mi applico. Osservo i capi di abbigliamento e faccio qualche considerazione sulla qualità e sui prezzi. Poi mi presto a fare il modello per Mélissa, ha intenzione di acquistare una giacca per Philippe. Faccio di tutto. Le seguo passo passo, entro anch'io nei negozi, esprimo attenzione, partecipo, fingo di sembrare interessato, di essere uno che, Lui, va quasi tutti i giorni a fare un po' di shopping per sgranchirsi le gambe. Faccio di tutto per restare in piedi e non farmi sopraffare dalla pezza di stanchezza fame sete alcol e che altro che mi porto sulle spalle.

Verso le sette di sera ci fermiamo a bere qualcosa al Be Happy. Sono entrato dentro con lo stesso stato d'animo che può avere un ferito grave in un pronto soccorso. La mia salvezza è in una birra, ora. Uno stanzone lungo ottanta metri e largo almeno venti e alto quasi dieci, le pareti metà nere e metà grigie sono ravvivate qui e là da qualche dipinto murale surrealista, hip hop, Dalì, pop art, oplà. A sinistra il bancone e una serie di spine di birra che stavano aspettando solo qualcuno che avesse una gran sete - cioè me. Ci sediamo al primo tavolino libero che ci capita a tiro, tra una coppia di fidanzati, tre giovani neri sfigati della banlieue e due fighette universitarie.

"Cosa prendete?", chiede Natasha.

"Io una coca.", fa Mélissa.

Io non lo so. Prima voglio sapere che birre ci sono, non voglio fregature, mi voglio salvare per bene. La ragazza del banco ci raggiunge per l'ordinazione. Gonna di jeans con spacco a metà coscia e camicetta blu a pois bianchi aperta sul seno; trina del Wonderbra color cenere che fa capolino sulla spalla, capelli neri, occhi verdi, bocca a cuore, formosa, sexy. E' questa ragazza qui che mi raggiunge per chiedermi che cosa ho voglia di bere. STAND UP, ENJOY YOURSELF, DON'T WORRY, BE HAPPY!, c'è scritto sui sottoboccali di carta che ha distribuito sul tavolo. Le chiedo una John Martins' Special, Natasha ordina un'Adelscott.

Domande coraggiose. "Com'è che sei venuta a vivere a Nancy?"

"Come?"

"Si, ti ricordi? L'altra sera mi avevi detto che prima di venire a Nancy stavi a Poitiers."

"Hai una buona memoria..."

Mi guardo in giro nel locale. Il sesso dominante in effetti è quello maschile, qui dentro, per via di colei che spina, credo, non per la birra.

"Sai, avevo compiuto da poco diciotto anni, ero in crisi. Ero giù, pensavo che avrei dovuto fare qualcosa. Non avevo più voglia di stare a Poitiers, sempre la solita vita. Poi avevo qualche problema in famiglia. Allora sai cosa ho fatto?", mi guarda intensamente, "Bene, un giorno ho preso una bella carta geografica della Francia, l'ho distesa per terra, ho tirato fuori dalla tasca una monetina da un franco, l'ho lanciata per aria, e hop!, eccomi qua a Nancy."

Io sono un tipo fluido, ecco, non rigido. Non ho dei saldi valori morali da cui ricavare una stabile interpretazione del mondo, non ho il paraocchi, insomma, sono un tipo comprensivo - nella mia odierna visione del mondo, preserale, improntata alla tolleranza e alla comprensione degli altri, alla connivenza, non mi sorge nessuna domanda da farle riguardo a ciò che mi ha appena detto, né alcun minimo dubbio. D'altra parte, cosa c'è di più normale che tirare una monetina in aria per cambiare città, vita, abitudini, amicizie?

"E ti sei trovata bene qui?"

"Sai, io sono abbastanza testarda. Quando voglio una cosa faccio di tutto per averla. Sono fatta così. Magari tu, a vedermi così esile e piccola potresti pensare che sono un tipo fragile. Invece sono un tipo energico, sono determinata."

Sorseggio la birra. Mi chiedo se anch'io potrei definirmi come un tipo determinato, energico, che so, dinamico, motivato. Ambizioso. Di certo non oggi, non ora, non qui. Stasera mi calza meglio addosso un aggettivo come FRAGILE. Da non rovesciare, da maneggiare con cura.

"Di che segno sei?", le chiedo.

"Sono una Toro. E tu?"

Mi sfugge la letteratura sull'intesa tra il mio segno e il Toro.

"Uno Scorpione. Tu, Mélissa?"

"Cancro."

Non mi risale in mente nessuna signorina del Toro che abbia avuto qualche cosa a che fare con me.

"E' strano, no?", fa Natasha.

"Cosa?", chiede Mélissa. Lei esita a parlare. Manda giù un breve sorso della sua Adel. Sfila via dal pacchetto una Lucky Strike. Allungo il braccio e la faccio accendere. Cristo, dovrei vedermi. Altro che Humphrey Bogart. Soltanto dieci giorni fa non avrei mai pensato di potermi ritrovare a Nancy in una birreria in compagnia di un tipino come Natasha e di una tipetta come Mélissa.

"Si, è strano. Sai, tutte le storie che ho avuto."

"Quali storie?"

"Voglio dire, sai che tutti gli uomini che ho avuto erano dello Scorpione?" Finge di rivolgersi a Mélissa, ma è chiaro che la battuta è a mio uso e consumo. Bene, ora so con certezza che anche l'intesa tra Toro e Scorpione è possibile. E a quanto pare, sperimentata. Mélissa dice che è d'accordo, che è una storia strana. Natasha mi guarda con una luminosità nuova. Aria di sfide nell'aria.

"E cosa ne pensi, dello Scorpione?"

"E' un animaluccio del tutto particolare", risponde, "Sai, ha delle reazioni bizzarre, a volte. Se avverte un pericolo s'irrigidisce e rimane immobile, con le tenaglie all'insù, pronto a colpire per difendersi. Però è subdolo, il suo veleno è nella coda. E' alla coda che bisogna fare attenzione." Accosta la sigaretta alle labbra e tira una lunga boccata, poi espira seguendo con gli occhi i filamenti di fumo che risalgono su verso la lampada. "E' una bestiolina che d'altra parte non sopporta lo stress, e se può, fugge via volentieri. Con le sue gambettine sparisce via in qualche buco e non si fa più vedere, almeno fino a quando non sia cessato il pericolo."

"Interessante...", le dico. Linguaggi aulici. La seguo con lo sguardo penetrante di un etologo.

"Vero? Però ancor più interessante è il fatto che, se chiudi il buco della tana e non ci sono altre vie di uscita, lo scorpione impazzisce e si punge col suo stesso veleno. Si suicida. Tu comprends?"

Oui, oui, moi je comprends bien. Infatti catturo l'attenzione della barista con un gesto e le faccio cenno di portarmi un'altra birra. Se c'è una via d'entrata c'è sempre una via di uscita. Sospensioni dell'incredulità. Cara Natasha, se cercavi qualcuno con cui entrare nel vicolo buio e cieco, oltre la volta orale minacciosa, risalendo a perpendicolo la scala, non potevi sperare di meglio, non potevi osare di più, avrei voglia di scriverle in una lettera anonima.




Dopo aver girellato in auto una mezz'ora per le vie del centro alla ricerca di un posticino in cui mangiare qualcosa abbiamo alla fine deciso di proseguire il gioco di sguardi in una pizzeria italiana. Al tavolo, faccio una lunga dissertazione sulla scarsa qualità delle pizze mangiate all'estero e in particolare in Francia - tanto che ho convinto Natasha a prendere un piatto di tagliatelle; mentre Mélissa non si è lasciata influenzare, vuole ugualmente correre il rischio. Io ordino un piatto di tortellini à la crème, scelta che si rivelerà particolarmente indigesta. Nell'attesa ci siamo dedicati alla lettura dell'ultimo numero di Voici. Comincio a farmi un'idea sulla curiosità femminile. Storie tipo l'attrice Tizzy fotografata in atteggiamenti ambigui con l'ex-amante Kaio a Parigi mentre il marito Sam Pron è convalescente in ospedale; noto conduttore televisivo tradisce la moglie con la valletta del suo programma; Lady D continua a sputtanarsi; cantante rock si masturba in un parco; il neo-fidanzato della modella taldetali sorpreso a letto con l'ex-fidanzato, e via così, in deliri protratti. Godiamo su queste miserie - è la rivincita delle persone comuni. L'attenzione aumenta alla lettura degli oroscopi. Bando allo scetticismo. E' come se dovessi aspettarmi un segnale, un'indicazione; una cosa del genere Natasha si è sicuramente innamorata di te.

TORO: evitate gli eccessi di cibo. In previsione viaggi all'estero. Amore: periodo a rischio, prendete delle precauzioni. Lavoro: cambiamenti per i nati nella prima decade.

SCORPIONE: nervosismo, dormite di più. Prudenza a tavola, abolite alcolici tabacco e caffè e fate dello sport. Amore: per chi vive già in coppia, momenti di tenerezze, per i singles, avventure sbarazzine. Lavoro: state vivendo un periodo in cui l'attività professionale non è certo al centro dei vostri interessi.

CANCRO: amore, tempesta in arrivo.

Natasha è rimasta un po' delusa, mi pare, l'intensità dei suoi sguardi è scemata allorché è stata messa al corrente che mi aspetta una settimana di allegre avventure - in più non ha grossi margini di movimento, corre il rischio di restare incinta se non peggio. La previsione più rosea - o più nera, chi può dirlo - è per Mélissa.

"Non credo a questi oroscopi", dice Natasha, "Sono tutti uguali e non dicono niente di particolare."

"Già, se dipendesse da loro vivremmo una trentina di storie d'amore all'anno e cambieremmo una decina di occupazioni.", dico. Mai letto, ad esempio: disoccupazione in prospettiva, atteggiamenti suicidali, malattia incurabile a partire da giovedì, incidente mortale nel fine settimana.

I tortellini non sono gran cosa, più della metà restano nel piatto. Sorseggio il vino in pichet, mi accendo una Winston. Natasha mi chiede se gliene posso offrire una. Mélissa si scusa e va alla toilette. Aspettiamo il caffè, ci guardiamo - anzi, meglio, ci studiamo, come animaletti curiosi ci annusiamo l'uno e l'altra.

"Quanto tempo rimani a Metz?", mi chiede. Ecco una domanda chiave a cui non ho ancora trovato una risposta sistematica.

"Il tempo necessario.", le dico. Latin lover. Il tempo necessario per sapere due o tre cose di te, bambina.

"Cioè?"

"Penso di tornare in Italia in giugno, per dare un esame."

"E poi resti là?"

"Non lo so", confesso, "Dipende da tante cose."

"Ah.", fa lei, un gemito. Mélissa torna al tavolo e noi ricreiamo una certa distanza, come se ci fossimo annusati troppo. Paghiamo il conto e accompagniamo Natasha a casa, Mélissa le chiede se può prestarle un libro di Stephen King, lei dice si, volentieri, poi mi chiede se salgo sù con lei a prenderlo. Allarme, pericolo.

Le otto rampe di scale rappresentano l'ultimo sforzo da compiere stasera; credo, salvo sorprese. Le dico di andare avanti perché me la prenderò comoda. Ogni due rampe mi fermo e faccio due respiri profondi. Non voglio alterare il ritmo cardiaco, non voglio riscaldarmi, non ho assolutamente voglia di fare ginnastica. Vorrei arrivare in cima nelle stesse condizioni in cui sono partito da pianoterra. Illuso. Cosa non si fa per un libro.

Rientro in casa sua. Mi sembrano così calde, ora, queste pareti, così intime. Lei sfila via il libro da un ripiano.

"Mi dai il tuo numero di telefono?", le chiedo. Si volta, mi porge il libro, prende una stylo. Effetti speciali: l'inchiostro è dorato. Restiamo in silenzio a guardarci un istante, vittime imbarazzate di una tensione imprevista.

"Le voilà.", mi fa, mi passa un biglietto. Niente, mi sento stranamente ridicolo, non riesco a muovermi, non so cosa fare. Ci sta che con l'età che avanza stia ritornando timido. Mi limito a fare la bise. Invece di abbracciarla e infilarle la lingua in bocca le dico soltanto "A bientôt." e me ne vado, prendo giù per le scale senza più alcuna autostima.










8. PUÒ DARSI TANTE COSE








Pensare che soltanto un mese e mezzo fa in una mattinata come questa ci stava benissimo di entrare in un appartamento anonimo e di trovarsi davanti uno stupro due suicidi e un omicidio. Ci stava benissimo che in una mattinata come questa potesse arrivare al centralino della Misericordia una telefonatina del tipo,

PRESTO CORRETE MIA FIGLIA HA ACCOLTELLATO MIO MARITO DOPO CHE LUI L'HA STUPRATA DOPO CHE LUI PRIMA DI STUPRARE MIA FIGLIA SI È SCOLATO DUE BOTTIGLIE DI FRAGOLINO FATTO IN CASA - SAPETE, ABBIAMO L'ORTO SUL RETRO - DOPO CHE LEI PRIMA DI ESSERE STUPRATA HA INGHIOTTITO UN'INTERA BOCCETTA DI BARBITURICI NON POTENDONE PIÙ DI ESSERE STUPRATA E VIOLENTATA E SODOMIZZATA OGNI MATTINA IN MATTINATE COME QUESTA - DOPO CHE IO PRIMA DI CHIAMARE PROPRIO VOI CHE A QUANTO PARE SIETE LÀ APPOSTA E VI OCCUPATE DI QUESTE COSE SONO RIENTRATA IN CASA E HO VISTO TRACCE DI SANGUE E DI SPERMA E DI ESCREMENTI SULLE PARETI - E POI MIO MARITO ACCASCIATO AL SUOLO E AGONIZZANTE SENZA PIÙ I PANTALONI SENZA CAMICIA SENZA CANOTTIERA DI LANA UBRIACO IN UN LAGO DI SANGUE COLOR SANGUE E DI MERDA COLOR MERDA - E POI MIA FIGLIA SENZA LA GONNA SENZA MUTANDE SENZA DIAFRAMMA SVENUTA ANCHE LEI IN UN LAGO DI SANGUE E DI MERDA COLOR - E POI IO CHE ALLA VISTA DI MIO MARITO RIDOTTO IN QUESTO STATO E DI MIA FIGLIA RIDOTTA IN QUESTO STATO MI SON DETTA BASTA BASTA BASTA NON NE POSSO PIÙ NON CE LA FACCIO PIÙ MI TAGLIO LE VENE MI TAGLIO LA GOLA MI TAGLIO LE BRACCIA MI TAGLIO LA LINGUA NON NE POSSO PIÙ È TARDI È FINITA MI TAGLIO MI TAGLIO MI TAGLIO E COSÌ - ECCO SI - MI SON TAGLIATA LE VENE PRESTO PER L'AMOR DI DIO E DI GESÙ FATE PRESTO NOI SIAMO IN TRE FATE QUALCOSA FATE PRESTO FATE UN PO' VOI -

Invece, giornatina calma. Di quiete, di pace, di oblio. Mai dormito così bene. Sono finalmente riuscito a mettere insieme dieci ore di sonno continuo e mi sono svegliato fresco e riposato come una rosa. Tutto mi sembra come per incanto andare per il meglio, mi sento animato da energie positive, mi sento in forma e fuori c'è il sole. In cucina preparo la moka e do un'occhiata dalla finestra. Non c'è gran movimento in giro. Il Palazzo del Consiglio Regionale, austero e senza vita proprio qui davanti. Zona residenziale. Siepi, erbetta ordinata, composizioni floreali. Dietro un salice piangente tre barboni seduti su una panchina chiacchierano del più e del meno e ammazzano il tempo. Anche loro, mi pare, tranquilli, senza grosse preoccupazioni. Con le solite bottiglie di vino nei loro soliti sacchetti di plastica. Sono sempre lì, la mattina. Puntuali intorno alle nove come i rintocchi delle campane. Sempre gli stessi e con le stesse abitudini. Che poi per quanto ne so sono quelle di ritrovarsi lì alla panchina la mattina alle nove e bere vino tutto il giorno. Il salice piange per loro.

Chissà perché. Chissà da dove viene questa energia. Sarà la primavera, sarà la mossa del sangue. Mi sento in vena di fare; mi sento lucido, motivato. Da un mese a questa parte stanotte non ho avuto incubi, e credo di non aver neanche sognato. Un sonno profondo. Mai dormito così bene. Ho voglia di fare. Ho voglia di studiare, di uscire, di andare in palestra, di fare una passeggiata, fermarmi in un caffè, guardarmi intorno, sorridere e salutare la prima persona che incontrerò.

Aggiungo due gocce di latte al caffè e me ne torno in camera. Pongo un guanciale sopra l'altro, mi sdraio di nuovo. Sigaretta, caffè, e un'incredibile voglia di fare - di dire, fare, baciare, lettera, telefonare.



Come vanno le cose. In tutta la giornata non sono stato in grado di concludere nulla. Ho provato ad immergermi nella lingua inglese, ma è stato inutile, mi sembra impossibile immaginarmi a sostenere un esame tra un mese e mezzo. Non mi sono lasciato prendere dallo sconforto e sono uscito, sono andato in palestra. Là dentro ho resistito un'ora, e non ho fatto granché, ho gigioneggiato nella Jacuzzi. Poi, nessuna voglia di andare in centro. Niente. E' volato via, il tempo, se n'è andato così. Solo verso sera sono riuscito a darmi una risposta. Sono qui, con il telefono in una mano e un biglietto nell'altra e non mi sono ancora deciso se farlo. Eppure devo farlo. Non capisco il motivo di tanti scrupoli.

"Bonjour, Natasha.", dico piano, col cuore in gola. Come ci si riduce. Lei mi fa, "Oh, Richard..." Meno male, si ricorda di me, non ho avuto bisogno di dirle chi sono. Ormai il passo falso è stato fatto, me la gioco, vediamo se sono capace di dire qualcosa d'interessante.

"Ca va? " E' vero, si può fare di più. Le chiedo se ha passato una buona giornata. Lei mi fa, "Sì, una giornata stupenda." Bene. Le chiedo che cosa ha fatto di bello e lei mi dice che ha fatto un po' di tutto, si, insomma, è andata a lavoro, è rientrata, ha mangiato, è tornata a lavoro, è andata a fare spese, si è comprata un vestito nuovo, e poi è tornata ancora a casa, ha guardato la tivvù e quando ha squillato il telefono stava pensando proprio a me. Poi dice: "Sai, oggi ho trascorso un'ora intera nel rayon di letteratura italiana a sfogliare libri. Ma la tua lingua è troppo difficile."

"Vraiment? ", le dico.

"Sai, ad un certo punto è passata una mia collega e mi ha chiesto a cosa era dovuto tutto questo interesse per gli autori italiani."

"Tu cosa le hai detto?"

"Oh, rien. Non ho risposto. L'ho semplicemente guardata di traverso. E lei mi ha detto: "Eh, j'ai compris." E se ne è andata con uno strano sorriso."

"Cosa aveva capito?"

"Oh, non lo so. Secondo te? Secondo te a cosa è dovuto tutto questo mio nuovo interesse per gli autori italiani?"

Secondo me la tua collega ha capito che hai conosciuto un italiano e che al momento attuale non stai facendo altro che pensare a lui.

"Uhm, non lo so. Come faccio a saperlo?", le dico invece, glisso sulle allusioni. Parliamo ancora per una buona mezz'ora e ci auguriamo la buona notte, scambiandoci una generica intenzione di risentirci in settimana. Poi vado a letto. Ma non mi addormento. Mi sorprendo con lo sguardo perso nel vuoto di una parete rosa ad escogitare irrealizzabili piani d'azione per il mio immediato avvenire.




L'intenzione di risentirci genericamente durante la settimana si è rivelata per ciò che era. Un proposito inutile, una vana pretesa. Natasha mi ha chiamato, a sorpresa, intorno a mezzogiorno. Voleva sentire la mia voce e augurarmi una buona giornata. Voleva dirmi che, a quest'ora qui, si era imbambolata a guardare dalla finestra, senza far nulla. E si era stupita di ritrovarsi a sorridere pensando a me.

"In che senso, sorridevi?", le ho chiesto.

"In un senso che... Che è meglio che non ti dica."

Ci sono dei momenti in cui avverto un forte desiderio di spezzare le distanze, di anticipare i tempi, di precipitare. Del tutto inutile starsene qui a sfogliare senza memoria la situazione politica in Canada in lingua inglese. Mi perdo soprattutto nei buchi vuoti delle vocali, nelle curve stondate delle consonanti. Mi sto facendo prendere per mano dalle mie pulsioni. Già fatico a percepire nella sua interezza una singola parola, figuriamoci una frase. Essenzialmente attendo che si faccia sera, che il buio mi avvolga.

Non ho resistito all'idea. Le ho telefonato - più o meno a sorpresa - intorno alle undici.

"Scusami se ti chiamo a quest'ora. Ma non potevo andare a dormire senza prima sentire la tua voce."

"Tu puoi chiamarmi a qualsiasi ora, Richard.", mi ha detto.

Mi racconta per filo e per segno cosa ha fatto nella giornata. Più o meno quel che ha fatto ieri. Ma lei vive con trasporto la sequenza ripetuta dei gesti quotidiani. Man mano che parliamo, rompiamo gli indugi e diventiamo complici. Scivoliamo nell'intimità. Il telefono ci nasconde agli sguardi e all'imbarazzo; se da un lato ci fa sentire lontani, dall'altro ci avvicina. Ma restiamo sul virtuale. Negli interstizi di frasi pronunciate a metà e di allusioni più o meno velate le labbra s'incontrano in baci immaginati. Cresce il desiderio, aumentano le tentazioni.

"Adoro la tua voce roca, i tuoi occhi, la tua bocca.", mi sussurra con un giusto tono di voce sensuale, neanche fosse un telefono erotico. Io mi lascio prendere dalle pulsioni: "Ho voglia di vederti, Natasha. Una irresistibile voglia di vederti qui accanto a me; non solo sentirti parlare attraverso un filo nel buio della notte."

Mi perdo nel vortice caldo dei sensi. Nella voglia di toccare. Come vanno le cose. Sono a Metz da neanche un mese e mi ritrovo nel bel mezzo di un incendio di emozioni insoddisfatte, di piaceri rinviati. Saluti caldi, nel tentativo di ridurre le distanze.

"Je t'embrasse, chéri.", fa lei prima di chiudere.

"Moi aussi, Natasha. Un bisou.", le dico, dico all'immagine di lei che mi sta crescendo dentro.






Ancora un'altra sera attaccati al ricevitore. Lei mi aveva chiamato alle sette, ha detto Laura, e non mi ha trovato. L'ho richiamata alle nove e non c'era. Il fatto che non ci fosse mi ha turbato. Cristo santo, la conosco da un minuto e già mi sento tradito. L'ho chiamata di nuovo alle dieci e niente, ancora silenzio e interrogativi pesanti. Alle undici mi chiama lei. Salto su dal divano al primo squillo del telefono. Si, non mantengo le distanze, è vero, mi sto lasciando andare, mi sto facendo prendere la mano. Lei mi racconta, come ha già preso l'abitudine di fare, gli avvenimenti della sua giornata, ma nessun accenno alla sera. Poi mi dice che ieri notte dopo aver parlato al telefono non riusciva a dormire e che mi ha scritto una lettera, che se ha scritto cose compromettenti non dovevo farci caso, si trattava di un momento di debolezza.

"Vuoi dire che ciò che leggerò è falso?", le chiedo. No, fa lei, non voglio dire questo, voglio soltanto... Continuiamo a parlare per un'ora, il tempo vola ed è già mezzanotte e nel silenzio di casa sua odo rimbalzare sin qui il suono secco del citofono. Lei mi chiede scusa e si congeda da me, mi promette di richiamarmi al più presto, mi dice che non sa chi possa essere, a quest'ora, mi dice che, chiunque sia, come se ne sarà liberata mi richiamerà.

L'attesa non dura più di mezz'ora. Si giustifica senza che io le chieda giustificazioni, si trattava di un amico che aveva voglia di parlare con lei, di un tipo che passa un momento di depressione.

"Capisci?", mi fa.

"Oui, oui, moi je comprends très bien.", le dico cercando di non fare compagnia al suo amico e farmi prendere dalla depressione anch'io. Riprendiamo il gioco delle intenzioni intuite, delle frasi dette a metà, delle promesse nelle allusioni, delle speranze nelle promesse.

"Cosa pensi di fare questo fine settimana?", le chiedo. Finalmente, mi sono deciso.

"Sono assolutamente libera.", fa lei.

"Penso di organizzare una cena qui da me. Domani chiamo Mélissa e Philippe per sentire se vengono."

"Cucina italiana?"

"Bien sûr."

"Proposta accettata."

Strane sensazioni. Il suo tono di voce è cambiato. Sembra distante e cerca di respingere questa distanza sotto un mare di parole. Ci mettiamo d'accordo per venerdì sera. Lei consulta l'orario dei treni. Le prometto di passare a prenderla alla stazione. Aggiunge che in ogni caso non devo preoccuparmi per sistemarla per la notte, risolverà questo problema con Mélissa. Peccato. Non insisto con l'idea di farla dormire nel mio letto; le avevo detto che non avrei avuto problemi a dormire sul canapè. Poi mi dice che domani sera non sarà in casa e che non potrà chiamarmi, che rientrerà tardi.

"Allora ci vediamo venerdì.", le dico.

"Je t'embrasse très fort.", mi fa per salutarmi.

"Moi aussi Natasha.", le dico e mi sembra di baciarla davvero, potere dell'immaginazione, di averla stretta tra le mie braccia.

Un quarto d'ora più tardi sento il telefono squillare ancora, la nota costante e ripetuta di un clarinetto.

"Oh, Richard", fa lei, "Scusami se ti ho richiamato. Stavi già dormendo?"

"Non sono così veloce."

"Si, mi dispiace, ma dovevo assolutamente richiamarti."

"Pas de problème, Natasha. Non stavo dormendo."

"Si, Richard, devo assolutamente parlarti ora, altrimenti non mi do pace, non riuscirò ad addormentarmi." Silenzio. Eccomi qui in questo istante pronto ad aspettarmi di tutto, pronto a sentirmi dire qualunque cosa.

"Sai, sento che tra noi due sta nascendo qualcosa. Non so cosa, ma è qualcosa di bello. E allora devo assolutamente dirtelo; non voglio che tu venga a saperlo magari da altri, o in un altro modo."

Mi accendo una sigaretta. Così a quanto pare è il momento delle novità. Ma si. In fondo sono le sorprese a dare senso alla vita.

"Non voglio che ci sia alcuna ombra, tra noi due."

Una lunga boccata, poi espiro. Coraggio, chérie, svelami questo mistero, non lasciarmi al buio nell'ignoto, da solo nella foresta.

"Io non lo so", dice nervosa, "Non lo so cosa significhi tutto questo; cosa potremo fare; e se potremo fare qualcosa, insieme. So solo che è tutto il giorno che ti penso e questo non mi capita spesso quando conosco qualcuno. So solo che ti ho pensato tutto il giorno, e tutta la sera, e che ti sto pensando ancora e io non sono il tipo che si comporta così, non so cosa mi sta succedendo, ma è bello, è molto bello. Ho qui davanti a me le tue labbra, il tuo sorriso. I tuoi occhi. Si, i tuoi occhi che mi guardano..."

"Cosa stai cercando di dirmi, Natasha?"

Spero solo che tutto questo fumo non mi vada proprio ora di traverso.

"Voglio che non ci siano segreti, voglio che tu sappia tutto, perché sia così devo dirtelo. Ma non voglio perderti. Voglio dirtelo proprio perché tu mi interessi, perché ho bisogno di te; voglio che tra te e me tutto proceda senza zone d'ombra, in modo chiaro, sincero."

Stati d'animo da ultima spiaggia: chérie, non dire nulla. Non dire nulla che mi svegli, che mi desti dal sogno. Non dire nulla che ci separi di già. Non dire una sola parola che non sia d'amore.




Fuori dalla finestra le luci dense dei lampioni hanno combattuto e hanno perso un'improbabile battaglia contro la cupezza di un cielo senza luna né stelle, intriso in un velo di nubi senza capo né coda, senza niente.

Lei tace, ora. Sta cercando il tono giusto, sta cercando altre parole.

Parole come:

"Io non sapevo chi tu fossi. E se potevi interessarmi. Volevo solo conoscerti, ecco tutto. Quando me lo hai chiesto, al Kip's, ti giuro, avrei voluto dirtelo. Avrei voluto farti capire che tipo di storia sto vivendo. Ma mi è difficile. Ci vuole del tempo. Ho bisogno, di tempo. Ma non sapevo come fare, l'altra sera. So solo che stavo bene, e forse anche tu stavi bene, stavi bene con me. Non era una cosa che potevo dirti così, in due parole. Può darsi che avresti frainteso."

Può darsi tante cose. Può darsi che mi sarei sentito preso in giro. Può darsi che avrei pensato che tu fossi un tipo facile, se tu mi avessi detto che avevi un'altra storia, che stavi con un altro mentre bevevi la tua Adelscott con uno sconosciuto al Kip's. Si, tu avresti voluto dirmelo, l'ho capito. Anzi, eri quasi partita per dirmelo, e poi mi hai detto il contrario. Non sai neanche tu come sia potuto accadere.

Mi volto di lato in attesa di addormentarmi. Non sarà una cosa da nulla, dormire. Può darsi tante di quelle cose. Poi chiudo gli occhi. Nel buio, ho come l'impressione di scivolare in una condizione di ipnosi e di assenza. Ma si. In fondo solo le sorprese riescono a riempire di senso la vita.

Peccato però, che poi, ce ne siano altre che glielo tolgono. Altre, a cui è sempre facile abituarsi. Altre che sorprendono sempre di meno.










9. ECCO CHE MUOVE








Abbiamo fatto scena muta lungo tutto il tragitto in auto dalla stazione a qui; e anche in ascensore comunichiamo a gesti, un silenzio che pesa come un macigno tra imbarazzo e inquietudine, desiderio e incertezza. Ho un assoluto bisogno di bere qualcosa di forte, in mancanza di un'alternativa migliore.

In soggiorno: Natasha resta sorpresa dall'ambientino che le ho preparato - ho trascorso tutto il pomeriggio ad addobbare la sala con palloncini multiformi e nastrini rosa, gialli, blu, d'argento. Poi ho apparecchiato la tavola. A parte i piatti neri a forma di conchiglie e le candele blu, sono gli arabeschi dei sottopiatti a risaltare nella penombra - solo una luce fioca che allunga il suo cono caldo lungo una parete. Laura ha già provveduto ad accendere le candele e a mettere un po' di musica; così il colpo d'occhio e di udito è perfetto; ci mancava solo lei qui dentro per portare a termine il mio delirio pomeridiano.

"Sei tu che hai fatto tutto questo?" Ecco la prima frase intera che pronuncia da quando ci siamo incontrati, stasera. "Sei un folle.", aggiunge sorridendo. Tu est un fou.

Le offro da bere un kyr. Mi servo un Martini. Mi siedo sulla moquette e incrocio le gambe sotto il tavolino di vetro. Lei è sul divano, le gambe racchiuse dietro una jupe sbarazzina, il kyr tra pollice e medio, il mignolo all'insù.

"Ne avevo bisogno", mi dice dopo un primo sorso, "Sono un po' nervosa. E' la prima volta che vengo chez toi."




Il momento dell'aperitivo ha preso ad avere dei risvolti tragici negli ultimi tempi. Ci si raduna tutt'insieme attorno a un tavolo imbandito di stuzzichini e si brinda, un primo bicchiere; di solito un kyr - e sin qui ci siamo. Il problema è che la cosa va avanti nel migliore dei casi per almeno un'ora, mentre stasera dopo l'arrivo di Mélissa e di Philippe stiamo ormai sfiorando il paio d'ore tra una chiacchiera e l'altra, tra uno stuzzichino e un bicchiere. Certo, è un problema relativo se non hai nient'altro da fare, ti metti l'animo in pace, te ne resti tranquillo su un canapè e ti assumi tutte le responsabilità della sbronza che sta arrivando. Però se devi cucinare il discorso è diverso. Me li vedo. Tutti e quattro intenti a conversare allegri, alternando l'ennesimo aperitivo ai quadrettini di pancarrè, mentre faccio avanti e indietro tra soggiorno e cucina per controllare la cottura dei due tipi di pasta che mi era venuto in mente di preparare. Del resto l'idea della cena è stata mia, e pure quella di cucinare. Come se non bastasse ecco il telefono che squilla.

"Riccardo?", sento all'altro capo. Voce femminile che non riconosco. Dico di si aspettandomi di tutto.

"Ciao, Riccardo... Sono Valeria.", ok, ci siamo, ho fatto bene ad aspettarmi di tutto. Mi accendo una sigaretta e do fondo al Martini. Poi dico, "Come stai? Finalmente ti fai sentire. Pensavo ti fossi dimenticata di me..." Natasha si disinteressa di ciò che sta dicendo Philippe e mi scruta con occhi curiosi e taglienti. Forse eccedo un po' nelle proiezioni. Un baro al poker colto nel bel mezzo di un bluff dovrebbe sentirsi proprio così, come me ora. Ho modo per fortuna di sparire in cucina - grazie alla tecnologia moderna, al mio telefono senza fili.

"Non ho avuto il coraggio di chiamarti prima. Te ne sei andato così all'improvviso. Almeno potevi dirmelo che partivi, non farmelo sapere per vie traverse." Cosa mi tocca sentire. Cosa mi tocca dire: "Lo sai, stavo scoppiando a Firenze. Come ho avuto il congedo ho preso il primo treno e sono tornato quassù. Te lo avevo detto, tempo fa, che me ne sarei andato via. Poi, in fondo, che cosa mi rimproveri?"

Possessività femminile: non soltanto la signorina Valeria Cecchi era rimasta fidanzata con il dottore di giorno quando di notte invece si fidanzava con me, ma in più, ora, vorrebbe vincolarmi ai suoi tradimenti. Così fan tutte. Disinteressati della donna con cui fai l'amore e lei inevitabilmente ti amerà. Se poi addirittura sparisci dalla circolazione ti adorerà alla follia. Solo l'assenza crea dipendenza - toh, e questo è valido in tutti i casi.

Rimescolo la pasta. Lei aggiunge, "Mi manchi tantissimo. Quando pensi di tornare in Italia?" Con la coda dell'occhio intravedo Natasha alle mie spalle che mi guarda senza battere ciglio. E' la prima volta che viene a casa mia.

"Senti, Valeria. Si, mi dispiace, è che mi hai preso in un momento... Stavo uscendo, ho degli amici che mi aspettano, capisci? Facciamo così, ti richiamo io domani, ok?" Lampi di genio estemporanei.

"Riccardo", dice ancora, a volte odio il mio nome. "Ho bisogno di te, sto male così. Mi manchi troppo."

"Anche tu mi manchi." Mai detta tanto a bassa voce una frase del genere. Fine della conversazione. Natasha non c'è più, è tornata a sedersi sul divano. La pasta è ormai scotta. E io, se è vero che non sono sbronzo, ho delle ottime chances per diventarlo presto, visto come vanno le cose.







Lei sta mangiando poco, benché abbia fatto del mio meglio con gli spaghetti agli scampi e le farfalle al salmone. Se insisto mi dice, "Ma guardami, come sono fatta.", per farmi intendere che è esile, che non ha bisogno di abbuffarsi. In compenso ha voglia di bere - non la biasimo, non c'è problema.

"Domani, in occasione della fête du muguet, siete tutti invitati a pranzo da mia madre a Thionville.", fa Mélissa.

"Proprio domani? E proprio a pranzo?", le chiedo. Temo per la mia salute, per risvegli troppo bruschi dopo notti agitate.

"Eh, si, sei obbligato. Ci tiene a conoscervi."

"Guarda", mi dice in confidenza Philippe, "Ci abbiamo provato, a rimandare almeno alla sera. Ma niente da fare. Aurelie ha talmente insistito. E poi Mélissa le parla sempre di Laura, domani è il primo maggio; insomma, non c'è stato niente da fare."

Laura non ha problemi e accetta volentieri. Natasha sembra contenta di sapere che comunque domani potremo essere di nuovo insieme, a pranzo da qualche parte. Come prospettiva da vivere con lei non è esattamente ciò che vado immaginando. Ma è ancora venerdì sera, tutto è possibile. Anche credere che domani sarò in grado di essere presente, verso le una, da qualche parte, a fare numero intorno a una tavola.

Bene o male anche stasera riusciamo ad assistere allo show di Mélissa, improvvisi momenti di autoesaltazione alternati a vuoti d'aria e ad eccessi di stanchezza. Resta pur sempre più charmante di Claudia Schiffer. Philippe l'asseconda coi suoi modi gentili. Nei momenti in cui non sono invaso dallo sguardo stasera dolce e sensuale di Natasha mi chiedo quale sia stata la molla che è scattata quando si sono messi insieme, loro due - e se non si sia un po' sfilacciata, questa molla. Non si scambiano bacini, non si abbracciano, si sorridono magari, come due buoni amici. Non riesco davvero a immaginarmeli, dentro un letto mentre scopano.

Laura prende volentieri queste boccate d'aria di gioventù, siamo tutti under 30. Dedica un'attenzione particolare a Natasha come se fosse divenuta l'Eletta a qualche ruolo importante, la Candidata Numero Uno. Sorseggio, quieto e inquieto al contempo, mi sento come ci si sente in momenti così. Quando sei convinto che da un momento all'altro ti accadrà qualcosa di unico - e hai paura di non accorgertene, quando accadrà.

"Torniamo al Kip's, stasera?", mi chiede Natasha. Proposta indecente. Io non ce la faccio a tirarmi indietro, non ce la faccio a pensare alle conseguenze. Non riesco a dirmi: devi saperla controllare, questa cosa; devi saperti gestire, in fatto di donne. Piuttosto, mi perdo. Capisco tutto allorché, per caso, va a finire che nel muoverci ci sfioriamo le gambe e nessuno dei due si ritrae bensì restiamo così - resto così e mi chiedo qual è la natura del fremito caldo che mi sta ormai assalendo.







Seratina mondana al Kip's club, locale strapieno, Laura non è venuta con noi, ha preferito andare a ballare al 1900, discoteca ideale per una donna in carriera, separata e piacente. Ci facciamo trovare un divanetto libero nel privé. Tunz tunz tunz. Sento salirmi tutto l'alcol bevuto per colpa dell'house e dei fumogeni che si levano dalla pista da ballo, atmosfera ovattata. Philippe ordina un whisky, Mélissa un cocktail, io e Natasha prendiamo due birre.

Come tutto sia ineluttabile. Proprio nel momento in cui mi soffermo a pensare che noi quattro, messi così come siamo, potremmo benissimo dare a chiunque l'impressione che formiamo due coppie, ecco che io e Natasha diventiamo una coppia.

Philippe e Mélissa dicono che vanno a ballare. Io dico di no, che resto.

"No, più tardi.", fa Natasha.

Benché il locale sia pieno mi sembra che nessuno ci veda, che nessuno possa disturbare. Lei è accanto a me, sul divano. Le chiedo se vuole una sigaretta; poi, non so come, siamo così vicini, così a contatto, insomma, è stato un caso; è stata una necessità. La sua lingua nella mia per un'ora intera che dura un istante: ecco, questo è quanto; è ciò che è accaduto. Notte piena di lampi. Potrei passare il resto della mia vita a rifletterci sopra e non riuscirei a farmene una ragione.

Replay: le labbra sulle labbra, gustare l'alito di fragola, rotolare. Tendere la lingua in fuori e sfiorare i contorni interni della bocca. Il collo liscio come seta che scompare tra le mani.

Mélissa e Philippe hanno vissuto il passare del tempo in tutt'altro modo, rispetto a noi. Dopo un'ora e mezzo ci annunciano che rientrano, che va bene così, sono le tre e non c'è altro da aggiungere.

Alle cinque del mattino siamo rimasti noi due soli a ballare musica lenta nella pista buia e vuota. Il Dj ha assecondato il nostro amore nascente e ci ha tenuto la candela. Al banco del bar due o tre lupi solitari e qualche lupessa notturna continuano a dissetarsi e sembrano non aver ancora preso in considerazione la possibilità, sempre esistente, di mollare la presa e tornarsene indietro, nella tana.







Fuori all'aria aperta. Da ogni lato si leva un primo chiarore di luce, ci fa segno di andare a dormire. Siamo gli unici esseri umani che passeggiano a quest'ora in rue de Clercs. Sono l'unico che più che passeggiare barcolla, ogni tanto mi tengo in linea, per fortuna, ma non gliela do a bere. Mi sorregge tenendomi per un fianco. Visto che la cosa non mi dispiace affatto accentuo apposta le conseguenze delle mie bevute. Mi sorride mentre disinvolto le dico che l'amo guardando davanti per non inciampare, poi le chiedo di venire a dormire da me e lei dice che non può, ha lasciato la borsa nell'auto di Philippe, Mélissa le ha dato le chiavi di casa sua per rientrare.

"Perché non l'hai lasciata a casa mia, la borsa?"

"Questo me lo potevi dire quando siamo usciti da casa tua.", fa lei, innocente. Mi sembrava di averglielo detto, infatti. Insisto, le spiego che non sarei mai in grado di ritrovare la strada per tornare a casa, che è un suo dovere accompagnarmi da me, e poi restare a dormire, non vedo perché dovrebbe andarsene. Scivolo lungo il suo corpo sull'ingresso di una vetrina e le resto davanti, in ginocchio, stringendola ai fianchi e accostando la testa sulla pancia: "Vieni a dormire da me, Natasha. Sto morendo dalla voglia di dormire con te, di abbracciarti e baciarti e abbracciarti, e ribaciarti.", le sussurro implorante - il massimo che arrivo a fare. Pausa di silenzio. Od ora o mai più, mi dico.

"Ok.", fa lei, sintetica. Ok, mi dico, è fatta. "Ma prima passiamo da Mélissa, ho bisogno della mia borsa."

"Nessun problema."

Mi sollevo, riprendo a camminare in linea retta, senza sbandamenti.

Arrivati sotto casa di Mélissa lei sale e mi dice di aspettarla qui in basso, il tempo di una sigaretta. Alla fine della seconda comincio a pensare che mi sono sognato tutto, che in realtà si tratti di un bidone e che lei se ne sia già entrata dentro un letto e non ridiscenda più.

Mauvais esprit, avverto il suono sordo dei tacchi lungo le scale.

"Mélissa si è svegliata e voleva sapere cosa abbiamo fatto.", mi fa.

"A quest'ora?"

"Non la conosci? Lei è fatta così." Ci avviamo verso casa mia.

"Cosa ti ha detto?"

"Che c'è rimasta male, quando ci siamo baciati. E che un bacio così lungo era tanto che non lo vedeva, neanche al cinema", piccola pausa, "E poi mi ha detto che secondo lei tu sei completamente innamorato di me.", aggiunge quasi sicura di sé. Mi fermo e la fermo.

"E tu?", le intimo.

"No... In realtà lei pensa che con te sto solo giocando." Mi fissa un attimo, poi perde il suo sguardo provocatorio. Si alza in punta di piedi e mi bacia sulle labbra, se ne va, ripone i tacchi a terra.

"Sei meraviglioso.", mi fa. "E poi, sai anche cucinare." Già. Che cosa si può volere di più, da un uomo.

Sul ponte Saint-George una fioraia sta già allestendo il suo banco di mughetti. Ci ricordiamo entrambi che è il primo maggio.

"Ti rendi conto?", le dico, "Sono le sette di mattina e a mezzogiorno dovremo riessere di nuovo in piedi per andare a Thionville dalla madre di Mélissa." Tradisco un tono di angoscia. Lei mi lancia un'occhiata, non dice nulla, le è sufficiente guardarmi per mettermi al corrente che se ne rende conto perfettamente; che ne farebbe volentieri a meno.

"Aspettami un attimo.", mi fa.

"Cosa c'è?"

"Voglio prendere un mazzo di mughetti per Laura."

Siamo rientrati e invece di correre veloci e colpevoli a dormire ci concediamo il lusso di un caffè e di sorrisi complici da innamorati sulla moquette del soggiorno. Da fuori il sole ci illumina, sostiene i nostri visi pallidi segnati dalla fatica; fa quel che può. Laura ci sorprende in una situazione così.

"Ancora alzati?", mi fa. Cenno di assenso. A quest'ora un battito di ciglia conta più di mille parole; sorseggio il caffè ma non credo nei miracoli. Laura e Natasha si scambiano il bonjour e fanno la bise. Poi le porge il mazzolino di mughetti.

"C'est pour toi, Laura. Bonne fête.", le dice.

"Oh, merci, très sympa de ta part.", fa Laura. Poi Natasha scompare in bagno. Me la vedo ricomparire in camera poco dopo, dentro un paio di pantaloncini e una magliettina a maniche corte. Il suo pigiamino. E' il mio turno, vado in bagno per una doccia. Mi sento riavere sotto il forte gettito d'acqua gelata. Torno in camera. Lei ha abbassato del tutto la persiana, la intravedo appena sotto le coperte nell'oscurità. Mi sdraio accanto a lei.

"Ca va? ", le chiedo.

"Fa freddo, qui dentro.", mi fa. Scivola verso di me. Sento le sue gambe, il corpo che si accosta, la testa che si incunea sul petto e sulla spalla. Sorpresa. Ora è nuda. Non ha più la maglietta. Prendo ad accarezzarle i fianchi, lei sembra ritrarsi un attimo, ma è solo un'impressione. Mi avvicino pericolosamente. Le labbra sulle labbra, assaporo il suo respiro. Scendo giù con la mano e disegno cerchi sempre più stretti intorno alla linea leggera del seno. Eccoli, i capezzoli. Che si ergono ad un semplice accenno di pressione.

Le tolgo i pantaloncini. La bacio in bocca, sul mento, sul collo, scivolo giù, scivolo via sul suo corpo e le lecco l'addome, la mordo, cerco di farmi sentire nei brividi freddi.

Le sfilo le mutandine. Vedo che si agita, si irrigidisce, poi si distende un attimo, prima del prossimo scatto, nervoso e improvviso. Le sono sopra. Le allargo le gambe. Lei è leggera come una piuma. Ed è bagnata. Non c'è più tempo, non c'è più spazio, non c'è altro da fare se non colmare le nostre distanze, gli ultimi centimetri.

"Dovresti mettere un preservativo.", dice. Sensi di colpa. Mi sembra un po' tardi per un'idea del genere. Sento la punta lubrificarsi al contatto, l'erezione aumentare ancora. Nient'altro da fare, una leggera pressione. Chi se ne frega del preservativo. Il mio corpo è sul suo corpo ora e la mia bocca sulla sua bocca. Scopro con la lingua l'interno delle labbra, le gengive, i denti, poi fuori. Sulle labbra. Sul mento. Sul collo. Sull'orecchio. Seguendo le linee del viso. Le sollevo la schiena e faccio scorrere il guanciale sotto le spalle. Lei tende il collo all'indietro. La mordo sulla gola. La stringo ai glutei e la sollevo. Ecco la combinazione per entrare nel suo corpo, l'atto di forza per fare saltare ogni resistenza. Lei mi avvolge con le gambe sui lombari in una morsa a croce. Sudore. La mordo sul collo e sulle spalle. Saliva. Calore. Forzo le sue contrazioni. Fluidi che lubrificano. Lei è perduta ora, non controlla più nulla, ha paura di sentire male, ha paura di sentirsi bene.

"Oui oui viens viens viens.", dice, un sussurro teso e contratto, un gemito. Ansima. Tende il collo all'indietro, si contrae.

In questo preciso momento non perdo certo del tempo a pensare che, entrandole dentro, io stia in realtà entrando dentro un gioco più grande di me.










10. DEVI ESSERTI PERSO QUALCOSA








Me ne resto seduto su una comoda poltrona Louis XVI a fissare il mio aperitivo sul tavolino. Un calice di riesling. Non credevo di arrivare a tanto, rifiutare di fare il brindisi, lasciarmi andare così. Aurelie, la madre di Mélissa, mi ha accolto in casa sua con vero senso dell'ospitalità e io non sollevo neppure il bicchiere a mezz'asta. Me ne resto sulla poltrona. Natasha se ne sta semisdraiata sul divano sotto la finestra. Non osa dire una frase, una parola che sia una, una sillaba. Mélissa, a gambe incrociate sul tappeto persiano, armeggia con il telecomando, cambia di continuo canale e tace anche lei. Philippe gironzola in piedi, osserva contratto i quadri alle pareti, parla soltanto se viene espressamente interpellato.

Non sono neanche in grado di mangiare le pizzettine che accompagnano l'aperitivo. Eppure vorrei farlo. Farei qualsiasi cosa pur di riprendermi.

"Hanno fatto le ore piccole, ieri sera.", dice Aurelie indicando sua figlia e Philippe.

"Come loro.", fa Laura.

Loro sono io e Natasha. Mia madre ogni tanto mi passa davanti e mi prende in giro, mi chiede, come va? Non ce la faccio a reagire, subisco passivamente.

"A che ore siete andati a dormire?", chiede Aurelie. Philippe si distoglie dalla natura morta che stava osservando. Espressamente interpellato, risponde. "Alle quattro, quattro e mezzo. Si, più o meno."

Mélissa continua a cambiare canale, non trova nulla d'interessante. Ha lo sguardo sotto spirito, gli occhi di plastica azzurra e filamenti sanguigni dei capillari esplosi, un esperimento cromatico, un'aliena, la replicante bionda di Blade Runner.

"Almeno avete dormito un po' più di loro.", fa Laura. Oggi io non sono più lui, e Natasha non è più lei. Oggi noi siamo LORO.

"A che ore sono andati a letto?", chiede Aurelie. Una figura materna, imponente. Stamani si è preparata, per accoglierci. Si è truccata, ha tirato fuori l'abito buono per i giorni di festa. Ha tirato fuori i gioielli. E noi ci presentiamo in queste condizioni.

"Li ho incrociati stamattina alle sette e mezzo ancora svegli sulla moquette. Prendevano un caffè."

"C'est vrai? ", sibila Mélissa, una vocina fioca. Natasha annuisce muovendo la testa in modo impercettibile. Si gioca al risparmio.

Magari fosse finita a quell'ora. Mi sono addormentato alle dieci e risvegliato a mezzogiorno e un quarto. Svengo solo a pensarci. Troppa luce in questa casa, troppe vetrate. Troppo bella, questa giornata. Potrebbe succedermi una cosa da nulla come ridurmi in cenere da un istante all'altro. Il sole che illumina ogni anfratto del soggiorno è una condanna senza condizioni. Sto pagando tutto. Sto pagando caro ciò che amerei definire problemi d'insonnia.

Partecipo al pranzo per fare numero. Ci sono, fisicamente presente. Ma non ci sono davvero. No, io sono rimasto a letto. Ecco, mi volto sulla destra, allungo un braccio e trovo Natasha. La pelle calda. Oh, si, va meglio. Mi accosto ancora. Infilo la testa nell'incavo tra collo e spalla. Buio totale. Dormo, vado in letargo.

"Che ne direste di prendere posto a tavola?", propone invece Aurelie. Fine del letargo e del calore sulla pelle. Come mi alzo guardo in basso il tappeto sotto i piedi e ho le vertigini. Vado dritto filato a tavola. Mi siedo seguendo le indicazioni, tra Laura e Natasha, tra madre e amante.

E' proprio nei momenti in cui il disordine impera nella propria testa che si avverte il bisogno di trovare ordine almeno intorno a sé. Un po' di ordine, un po' di organizzazione. Un nesso logico che sappia ricollegare tra loro le cose - i quadri, le pareti, i tappeti, le sedie e questa tavola apparecchiata - in un tutto armonico come contraltare alla disarmonia del pensiero. Ebbene: seduto al tavolo qui nel soggiorno percepisco pienamente la sensazione del caos totale e la vittoria di Thanatos, la nemesi del mio micro-io nel suo rapporto con il mondo, l'assenza di un qualunque appiglio che mi permetta di mantenermi in sesto mentre tutto il resto, sia in me che fuori di me, vacilla smarrito.

"E tuo padre?", chiedo a Mélissa.

"No, non sta qui. Sai, sono separati da anni. Ora lui vive a Biarritz." Ah, bene. Contare sino a dieci. Mai dimenticarsi di contare sino a dieci prima di importunare la gente con domande idiote. Aurelie fa il giro del tavolo e sistema nei piatti dei vol-au-vent in salsa di frutti di mare e delle crevettes lessate. E dire che provo di tutto - sonno, nausea, arsura, crisi esistenziale - ma non fame.

"Su, mangia.", dice Natasha. Sono così spossato dai postumi che faccio fatica ad ingerire anche un semplice gambero bollito.

"L'unica cosa, è bersi un buon bicchiere di vino rosso, se si vuole tornare a vivere." , dice Philippe.

"Cosa?", fa Mélissa.

"Magari due. Si, dico, per uscire da questo stato di cose."

"Cosa te lo fa credere?", chiede Natasha.

"Dopo una serata come ieri il corpo è in crisi perché ha assunto troppo alcol. Lo sbalzo è forte. Ora è in astinenza. Non puoi lasciarlo così, a secco, tutt'a un tratto." A malincuore ammetto che potrebbe essere una soluzione. Solo l'assenza crea dipendenza.

"Mi hai convinto.", gli dico. Solleva la bottiglia e me la pone davanti semi-inclinata.

"Vado?", mi fa.

"Vai."

Bordeaux Carte Noire Reserve 1990 tredici gradi. Ne versa anche a Mélissa e a Natasha. Aurelie rifà il giro del tavolo, è la volta di una zuppa di pesce. Fumante, calda, un toccasana. Natasha mi sfiora con un piede, entriamo in contatto. Le accarezzo una coscia, lei sorride, mi fa miao coi suoi occhi da gattina siamese. Il pranzo prosegue. Filetti di carne alla brace, legumi lessi, patate arrosto, salse e mostarda. Philippe provvede a versare il vino nei bicchieri. Aveva ragione. Non fa passare la stanchezza ma attenua il senso di precarietà. Dolce numero uno: una crostata di pere fatta da Aurelie. Numero due, una torta di crema e fragole, fatta dal pasticciere; tre, un gelato di frutti di bosco e vaniglia. Prima del caffè un vassoio di biscotti specialità di Thionville. Solo io e Philippe continuiamo a mangiare, per senso del dovere, soprattutto. Natasha non si è fatta intimidire da Aurelie, dopo le patate ha opposto un costante diniego. Non vuole ingrassare. Piccolina, non corri alcun pericolo. Mélissa ha appoggiato il gomito sul tavolo e ha preso a sostenersi la testa con la mano. Ogni tanto chiude gli occhi e pare addormentarsi, poi ha un sussulto, li riapre e sembra chiedersi dove si trovi. Finisco di bere la seconda tazza di caffè. Laura è stata l'unica a comportarsi come si doveva, come un'ospite.

"Chi è che vuole una mirabelle?", chiede Aurelie. Momento di scelte importanti.

"Cosa pensi di fare?", fa Philippe.

"Cosa vuoi fare, la prendiamo, no? Ormai ci sei.", dico.

Il primo sorso mi assesta un bel diritto, la gola s'infiamma, scuoto la testa e ho i brividi per la scossa improvvisa. Il secondo sorso mi assesta un rovescio, la trachea prende fuoco e lo stomaco riparte. Il terzo e ultimo sorso mi manda knock-out, svuoto il bicchierino ed entro in una dimensione parallela. Sono già meno stanco.

"Buona, uhm, molto buona.", dico.

"Facciamo un altro giro?", propone Philippe.




Nel pomeriggio ci siamo spostati in piena campagna, nel bosco, a passeggiare lungo sentieri impervi, cosa che sembra facciano tutti il primo di maggio da queste parti. Io ero contro. Ho provato un quarto d'ora a farli desistere dall'idea. Preferivo andare a recuperare quella parte di me che sono convinto si sta ancora riposando nel letto. La mia aura, credo.

L'idea era di andare a raccogliere mughetti nel bosco. Originali. Almeno tre quarti della popolazione francese avrà avuto un'idea del genere durante la giornata. In un paio d'ore trascorse tra alberi e frasche non abbiamo scovato un solo mughetto. In compenso abbiamo trovato diversa gente a passeggio come noi. Famiglie, bambini, coppie irregolari imboscate, ciclisti. Mi dispiace per Philippe ma anche questo luogo è affollato.

Siamo soli. Laura ha preso a camminare per conto suo, Mélissa e Philippe fanno la coppietta regolare all'ombra dei rami pendenti. Ci hanno lasciato soli: apposta: dico, loro stanno pensando che avevamo bisogno di restare da soli.

Passeggiamo lenti nella frescura, nel verde. Lei non parla. Chissà se mi sente, che la sento. La sento nei suoi silenzi, ricolmi di cose gravi da non comunicare e di cosucce leggere da sussurrare e basta; foglie cadenti da rami non scossi. Sento la sua dolcezza ferita, la sfumatura greve di un tradimento, il sedimento profondo di un'angoscia di cui ignoro l'origine. Sta pensando di dovermi dire qualcosa, di dovermi dare una spiegazione, di spiegarmi le sue intenzioni. Ma non lo fa.

"Vorrei essere nel tuo letto, ora", mi dice. "Vorrei fare l'amore con te. E stringerti. Baciarti fino a domani sera quando dovrò ripartire."

Dopo essermi sorbito tutto il percorsino nel bosco, come se anch'io fossi davvero un tipo ecologico, riusciamo finalmente a riguadagnare la vettura. Ho anche sbagliato calzature oggi. Un dolore costante sui calcagni e sui mignoli. Scarpe nere, lucide, plantare di cuoio. Essenzialmente concepite per stare seduti. Che so, per accavallare le gambe, sorseggiare un bicchiere, fumarsi una sigaretta, discutere con qualcuno in un bistrot. Pazienza, ormai è andata. Sono le sei. Il sole cala a picco sulle linee di fondo dei prati. Saliamo in auto, Mélissa va davanti. Laura mette in moto e ci riporta a Metz. Ai lati della strada alcune mucche svogliate sventolano le orecchie e ci fanno l'occhiolino muggendo.








Ho abbassato con cura la persiana in camera per lasciare filtrare giusto qualche sottile lama di luce dai rettangoli in linea. Effetto penombra. Termosifoni accesi, fa caldo. Prima cosa, mi tolgo le scarpe. Bene. Mi tolgo la camicia. Benissimo. Mi slaccio i pantaloni e mi sdraio sul letto, così, demi-nature. Avverto già il ritorno della mia aura smarrita tra le piume della couette. Natasha entra in camera, ruota su se stessa e chiude a chiave la porta.

"Ca va mieux, maintenant? ", mi fa.

"Oui, ça va." Abbassa la testa, inarca le spalle e si sfila la T-shirt, la ripiega e la depone su un mobiletto. A volte i suoi movimenti sono impercettibili, così stentati che ho paura che possa fermarsi, che si blocchi all'improvviso e non riparta più, come la ballerina di un carillon scarico. Si toglie i jeans e resta in mutandine. Azzurre, con trine bianche sui bordi. Fa molto teen-ager. Mi perdo a contemplare le sue curve riflesse sulla parete dalla luce che filtra incerta attraverso le tapparelle. Lei non ha reggiseno. In realtà, non ha neanche un seno. Due tettine appena accennate, due capezzoli rosei e sporgenti.

"Tu est fatigué? ", mi chiede. Non si sa mai cosa dire. Una risposta di comodo potrebbe precludere ogni possibilità, una risposta sincera anche.

"Et toi? "

"Oui, moi aussi."

Si sdraia accanto a me, appoggia il mento sul mio petto e mi osserva, concentra l'attenzione su un punto immaginario che credo sia riposto all'altezza delle mie labbra. Intravedo l'intarsio dei pori sulla pelle chiara delle palpebre, un battito di ciglia ogni tanto. Il blu torbido e intenso dei suoi occhi, un oceano alla deriva. E' un supplizio, il vortice di una corrente, il richiamo della sirena. Le mani affondano sulla carne morbida.

"Non sei poi così stanco."

Malizia. Sorride e si scosta. La seguo, come se fossimo collegati da un elastico. E mi guarda. Non voglio che mi guardi mentre mi perdo sul suo corpo da fotomodella anoressica. Vediamo un po'. Alla ricerca di un punto erogeno. Sconfino con la lingua sui capezzoli turgidi. Vediamo se sopportano di essere mordicchiati, vediamo. Si, gli occhi socchiusi, il collo contratto, il respiro ansioso. Le dita che scivolano lievi e nervose dalle costole ai fianchi.

"Un bacio", le dico, "Dammi un bacio."

Le labbra. I capezzoli ruvidi serrati nella presa. Tra le dita. Rotolare nel buio. La lingua sui due steli rosa. Sulla carne rossa e viva. Sul prepuzio sporgente. Ecco, che muove; fluidifica; dilaga. Ecco che geme, si allunga, poi si ritrae. Ecco che vengo mentre tu gemi e non vieni ancora.




Abbiamo fatto l'amore per non so più quanto tempo e per quante volte. Ci siamo persi in questa stanza e non siamo mai riusciti a venirne a capo; più nulla intorno, il mondo, la gente, le cose, tutto imprevedibilmente scomparso. Ci siamo stati solo noi per tutto il sabato notte, per la domenica mattina e per il pomeriggio. Stiamo anche morendo di fame. Ci siamo consumati nel sudore, nei respiri concitati. Perduti per sempre in questa stanza rosa. Sto male, se non mangio almeno una mela potrei svenire. Scarsa ossigenazione al cervello ormai, resto sdraiato a fissare il soffitto, imbambolato. Natasha mi ha detto che vuole passare a salutare Mélissa prima di andarsene. Se ne va, torna a Nancy, non mi sembra possibile. Una settimana senza vedersi. Mélissa aveva telefonato un paio d'ore fa. Ci ha invitato per un aperitivo.

"Non potete sparire dal mondo così.", le aveva detto.

Non sarà semplice farsi una doccia e il resto e vestirsi e uscire. Eccola che torna dal bagno: è in forma, lei, non ha problemi; anzi, non l'avevo ancora vista così bella. Rossetto sulle labbra, mascara sulle ciglia, Chamade sul corpo. Si siede sul bordo del letto e si accende una sigaretta.

"Vuoi un caffè?", mi fa. Ha capito al volo il momento critico che sto attraversando.

"Dove credi di andare vestita così?", le dico.

"Perché?", mi chiede. Teme che voglia criticarla. La agguanto al volo, la prendo di forza e la sospingo su di me. Lei fa finta di resistermi e mi dice che le rovino il tailleur.

"E' colpa del tuo tailleur, infatti.", le dico. Non resisto, è colpa del suo tailleur attillato, le sta alla perfezione, guardando il suo corpo intravedo trasparire ancora delle possibilità. Resto fermo immobile su di lei a baciarla finché non dischiude le labbra per lasciare entrare la lingua e farmi fare quel che ho voglia di fare. La bocca calda, le labbra umide. Continuo a baciarla fin quando non dice: "Stop, Richard, c'est trop, tu m'excite." Poi, a maggior ragione, insisto a baciarla.

"Dobbiamo andare da Mélissa. Tra un'ora e mezzo ho il treno per Nancy.", mi fa.

"Non parlare.", replico senza permetterle di scostarsi. Se lo sente duro tra le cosce.

La slinguo sulla fossetta tra collo e spalla sfilandole via prima il corsetto del tailleur, poi la trina del reggiseno. Lei si è fatta più comprensiva, mi dice che più o meno abbiamo solo un quarto d'ora di tempo. Mi spinge, si dimena, mi rigira e mi sale sopra. Si toglie le mutandine e si arrotola la gonna sui fianchi. Addio vestitino attillato, per oggi l'hai avuta. Me lo prende in mano e se lo infila dentro seguendo il suo momento di ispirazione. L'afferro per i fianchi, poi ripongo le mani sul seno. Stiamo prendendo velocità - abbiamo solo un quarto d'ora. Ho inumidito di saliva le dita e ho preso a titillarle il clitoride. Le piace, sospira e geme. Vedo che vuole alzare il ritmo mentre aumenta la frequenza dei battiti. Ansima, scuote la testa, come se stesse per accadere qualcosa che la sconvolgerà, qualcosa che non può vedere né gestire. Bagno di sudore, perdiamo liquidi da tutte le parti. Sto perdendo le ultime energie. Lei mi artiglia con le unghie sulle schiena e prende a sussurrarmi all'orecchio, un bisbiglio, un suono velato, una parola ripetuta, un lamento, un grido, un urlo straziante: viens, viens, viens, viens, viens.

Perdo la testa; svanisce ogni pensiero. Fluttuo nel vuoto una manciata di secondi. Vedo che mi guarda mentre tendo la schiena e allungo il collo e ho gli occhi socchiusi e tutti i muscoli in tensione.

Viens viens viens. Una manciata di secondi.

Poi fa freddo, nella stanza. E' freddo il suo naso e la finestra è aperta.

"Ti amo, Natasha.", le dico.

Una folata di vento pare mettere sottosopra la casa e portarmi via ogni certezza.

Mi dice che dobbiamo fare in fretta e che siamo in ritardo. Le labbra hanno perso il rossetto ma si sono colorate di un rosa acceso, naturale, e si sono fatte più sporgenti.

Mi stendo sulla schiena, la testa sul guanciale, guardo il soffitto. Mi sento stanco e non mi sono ancora alzato dal letto. E mi chiedo che cosa diavolo sia ormai possibile inventare per farle avere un orgasmo.

"Guarda che cosa hai fatto al mio vestito.", mi fa. Si alza, se lo srotola, cerca di renderlo presentabile. Missione impossibile, chérie.

Alla fine siamo riusciti a mettere la testa fuori solo dopo il tramonto. Lungo la strada ci teniamo per mano come sembra che facciano tutte le coppie questa domenica; è la prima cosa che ha fatto non appena siamo usciti di casa, quella di prendermi la mano. Lei non parla, si volta e mi sorride di tanto in tanto. Le deve davvero piacere da morire tenermi per mano mentre passeggiamo. Una cosa normale, dovuta, irrinunciabile. Ma da quando le ho detto che non mi piaceva affatto andarcene a giro tenendosi per mano a lei piace ancor più, a volte penso che voglia uscire fuori con me solo per questo.

Sorprendiamo Mélissa in tenuta casalinga davanti alla tivvù mentre Philippe sta lavorando al computer.

"Ma dove siete stati, tutto il giorno?", ci chiede, "Vi ho chiamato a mezzogiorno e non ha risposto nessuno; poi alle due, e niente."

"Davvero?", le dico. Lei sembra soprattutto comprendere ciò che non dico, quel che a quanto pare non ha difficoltà a leggermi nel pensiero. Mi perdo a giocare coi due gatti di casa, uno soriano e uno blu, a vederlo vien voglia di credere che, se soltanto si mettesse un paio di stivali, potrebbe davvero essere LUI - certo, ora è scalzo.

"Tu veux une bière? ", propone Mélissa. Ecco, lo sapevo che finiva così.

Natasha e Mélissa parlano fitto tra loro e non sembra una conversazione distesa. Mélissa è preoccupata. Colgo frasi del tipo, "Cosa vuole da me?"; "Non puoi andare avanti così"; "Devi fare qualcosa". Doccia fredda. Parlano sottovoce e credono che non arrivo a comprendere solo per il fatto che sono straniero; ma ho come un sesto senso che entra in azione, quando il gioco si fa più duro. Intuiti aldilà della professione.

"E' tutto il giorno che chiama qui e che mi chiede dove sei.", capto al volo. Peccato, fine dei momenti magici. La vita è dura. Philippe viene a tenermi compagnia e si stappa una birra. Cerco di essere spontaneo, parliamo superficialmente un po' di tutto, ma tengo l'udito in tensione. Poi, nel bel mezzo di un silenzio precario rotto soltanto dalle fusa dei gatti, squilla il telefono. E non deve essere stata la prima volta oggi, a giudicare dalla faccia tesa di Mélissa che va a rispondere. Non credevo che venendo qua mi sarei ritrovato in questa situazione. Troppo tardi per rimpiangere qualcosa. Mi ritrovo costretto a restare in silenzio, dedicarmi alla mia birra, far finta di essere assente.

"Non ci sono.", ha detto Natasha.

"No. Ora ci sei. ", ha fatto Mélissa.

Natasha non mi dice nulla, non mi guarda; scivola via a testa bassa dietro Mélissa, nell'altra stanza. Qualche minuto e Mélissa torna. Ci guardiamo, momento penoso, voglio mantenere un alto profilo ed è per questo che non me ne vado; che do l'idea di aver compreso solo in minima parte ciò che sta accadendo - sono italiano, sono un estraneo, in fondo io poi cosa c'entro, non vi conosco più di tanto; non so neppure più dove sia finito il mio habitat. Ho intravisto Natasha attraverso la fessura della porta con il telefono all'orecchio; ombrosa faceva cenno di si con la testa e non parlava, assentiva in silenzio.

"Devo essermi perso qualcosa.", dico dopo un quarto d'ora incontrando lo sguardo di Mélissa nel vuoto dello schermo televisivo.

"Si", fa lei a bassa voce, "Credo che dovrò parlartene io, prima o poi. Visto che lei non l'ha fatto."

Bene. Tutto ciò era proprio quello che mi ci voleva per cominciare alla grande la prossima settimana. Quando dopo circa mezz'ora Natasha si rifà viva non c'è più molto spazio per piccoli sorrisi e per grandi baci; la nostra complicità è scemata nello sbalzo d'umore, riusciamo a malapena a guardarci negli occhi nonostante che io faccia di tutto - animo pio. Saluti imbarazzati in piedi in mezzo alla sala. Mélissa ha addirittura il coraggio di invitarmi sabato prossimo ad una festa di compleanno da una sua amica a Thionville. Lo dice anche a Natasha.

"Si", le dico, "Comunque ci risentiamo."

Prendiamo giù per le scale in silenzio, la osservo mentre mi precede, sembra piccola, esile, fragile, turbata, e credo che non voleva che finisse così, la giornata. Sulla strada, si volta e mi guarda con due occhi di ghiaccio che tradiscono un'angoscia profonda.

"Non mi accompagnare alla stazione", più che una richiesta, un'implorazione. "E' molto meglio se vado da sola.", aggiunge, e si guarda attorno, insicura, come se temesse qualcosa.

"Non so cosa dirti, Natasha.", le dico, mi sento escluso, messo fuori gioco, in panchina, e senza conoscere le regole. Poi, mi sembra di capire. E mi guardo attorno anch'io, alla ricerca disperata di una faccia ostile, di qualcuno, di un nemico che non so immaginare. Lei attraversa la strada, senza mai voltarsi, resto fermo a guardarla camminare lungo il boulevard sinché non diventa così piccola da confondersi in mezzo agli altri. Avevo una mezza intenzione di tornare a casa; ma poi, cosa dire? Ho sentito il bisogno di tirare qualche conclusione, da tutta questa storia. Ho continuato lungo una discesa e sono entrato al Dauphin - un altro pub; tanto per cambiare.










11. L'IDEA STESSA DEL CANDORE








Mi sono svegliato di cattivo umore come mi capita ogni lunedì da quando sono nato ma questa volta mi è chiaro che la causa non dipende soltanto dal giorno in sé né da una predisposizione naturale. Vorrei chiudermi a riccio nella tana, da buon scorpione. Fare cose come applicarmi, studiare, darci sotto con l'esame e non pensare ad altro. Il sole è una presenza inutile, poteva non esserci e come ogni altra cosa non avrebbe prodotto alcun effetto sul mio stato d'animo. Oggi me ne frego. Mi rinserro nella corazza, tengo le tenaglie ben tese e sventolo la coda; sono velenoso; ho voglia di ferire.

Mi soffermo sulle ultime linee della letterina che ho ricevuto stamani:

D'altronde scriverti un numero imprecisato di parole potrebbe significare porti un numero altrettanto imprecisato di domande. Ma il silenzio, così come il semplice fatto di attendere, pongono lo stesso degli interrogativi. E allora? Speri forse di trovare nelle mie parole un segno, un simbolo, una rivelazione? Per riassumere: Tu. Tardi. Presto. Noi. L'attesa. Il dopo. E' possibile. E' difficile. O no? Voilà pour cette nuit.

Poi la ripongo nella busta e ricomincio a leggere e a prendere appunti sulla situazione politica in Canada e in Australia. A mezzogiorno in punto suona il telefono, che ho saggiamente riposto a portata di mano sulla scrivania. Lo lascio squillare un po' prima di prendere la comunicazione e quando mi accorgo che si tratta di Max e non di chi mi aspettavo che fosse faccio finta di non esserci rimasto male. Lui mi sta chiamando dal suo ufficio prima della pausa pranzo. E mi dice che una volta non era così, ma poi quando ha visto che l'andazzo era quello e che tutti in banca fanno telefonate a sbafo a spese del contribuente è cambiato anche lui. Ci tiene a raccontarmi il viaggio di ritorno in Italia.

"Ho capito che non sarebbe stata una passeggiata quando, appena usciti da Metz e prima di entrare sull'autostrada, siamo stati fermati dalla polizia."

"No?"

"Si. E mica è stato facile. Hai visto, no, in che condizioni eravamo. Ci hanno chiesto i documenti e poi ci hanno perquisito la macchina."

"No?"

"Si. Figurati, quando hanno trovato le cartine ce l'hanno smontata per filo e per segno. Hanno rovistato dappertutto. Avevo il cuore a mille."

"Ma eri pulito, no?"

"Si, certo, che c'entra? E' il senso di colpa. Quando ce l'hai ce l'hai sempre. Insomma, un'ora è andata persa così. Inoltre pioveva. Poi siamo ripartiti e nonostante il traffico siamo arrivati in Svizzera senza problemi. Ci siamo fermati ad un autogrill per fare benzina e bere un caffè e una volta che Delco ha cercato di rimettere in moto l'auto, niente, silenzio, tutto finito. Non partiva più."

"No?"

"Si, giuro. Abbiamo valutato il da farsi. Un camionista ci ha offerto di darci una spinta e così siamo ripartiti, per fortuna. Ma mica è finita qui."

"No?"

"Si. Ormai erano le sette e cominciava a fare buio, Delco accende i fari e zero, né abbaglianti né anabbagglianti, funzionavano soltanto le luci di posizione."

"Cristo, questa si che è sfiga."

"Si. Soprattutto se ci aggiungi che dopo soltanto mezz'ora siamo stati fermati di nuovo, dalla polizia svizzera."

"No?"

"Si. Noi glielo spieghiamo, che era probabile che la batteria avesse qualche problema, ma loro niente, ci hanno detto che in quelle condizioni non potevamo proseguire sull'autostrada, che dovevamo uscire su una strada nazionale e che dovevamo trovare un officina e fare quello che c'era da fare."

"E che avete fatto?"

"No, niente, li abbiamo assecondati, siamo usciti su una strada nazionale e abbiamo proseguito per un po', poi siamo rientrati sull'autostrada."

"E come è andata a finire?"

"E' andata a finire che siamo arrivati a Torino alle due e mezzo di notte, Rick, ci siamo fatti mezza Svizzera e il tratto italiano sulla corsia d'emergenza a sessanta all'ora."

"Cristo, Max. Davvero, non vi si può lasciare soli un attimo."

"Già. Dodici ore di viaggio per fare seicento chilometri. Eravamo finiti. E io il giorno dopo alle nove dovevo anche essere in tiro, avevo un appuntamento in banca a cui non potevo mancare."

"Io comunque te l'avevo detto che non era il caso di partire."

"Già, lo so."

Scambiamo ancora un paio di battute. Lui mi chiede come procede la mia storia con Natasha e io gli chiedo come procedono i suoi giochini con Vanessa e lui mi fa, "Si, Rick, tutto a posto, nessuno scrupolo." Poi ci salutiamo.

Trascorro il resto della giornata a studiare e più continuo più mi rendo conto che dovrò darmi da fare sul serio se voglio sostenerlo, questo esame - dovrò davvero impegnarmi al massimo, se voglio chiuderla questa storia dell'università. Pensare che il primo anno li prendevamo in giro, quelli che ci davano l'idea di essere là da un'eternità.

Nel pomeriggio ho risposto una decina di volte al telefono; tutti cercavano Laura, niente per me. Poco fa ha chiamato anche Mélissa, mi ha chiesto come stavo, se avevo novità di Natasha, perché da ieri non si sono più risentite; le ho detto no, meno male, nessun'altra novità, anch'io da ieri non l'ho più risentita - però di fondo pure lei ha chiamato per parlare con Laura, così la conversazione tra noi è durata giusto cinque minuti.

All'ennesimo squillo del telefono posso ormai permettermi di procedere per esclusione prima di sollevare la cornetta. Si. Tutti quelli a cui poteva venire in mente di telefonare al mio numero oggi hanno già provveduto a farlo; a questo punto ci sono delle altissime probabilità che sia lei. Si, ne sono sicuro. Lascio squillare per una decina di volte, tanto per dare l'idea che sono molto indaffarato e che se rispondo è solo perché, pensa te a volte il caso, sono appena rientrato o passavo di là.

"Allô? ", dico, voce tenera e suadente.

"Ciao Riccardo, sono Valeria."

Niente da fare. Non si dovrebbe mai farsi delle illusioni, sperare in chissà mai che cosa.

"Oh, Valeria, mi fa piacere che mi hai chiamato.", le dico. Se si tratta di essere falsi tanto vale esserlo sino in fondo.

"Ho aspettato che tu mi richiamassi, in questi giorni. Ma poi mi sono detta, si, se aspetti che ti richiami lui, hai voglia ad aspettare.", dice con la sua parlata fiorentina che scivola via, sembra che sdruccioli sulle frasi.

"Si, scusami, Valeria. Mi era del tutto passato di mente."

"Ti conosco. Non hai bisogno di scuse."

Valeria Cecchi sul far della sera ha probabilmente pensato che era il momento giusto per telefonarmi e rammentarmi quei tre quattro concetti che già mi aveva illustrato l'ultima volta; che le manco, che da quando non ci sono più - alla Misericordia, con il mio giacchetto arancione fosforescente e la testa semi-inclinata per via delle nostre scorribande notturne - lei sta male, e la vita non ha più senso, e che sta prendendo seriamente in considerazione il fatto di lasciarsi con il fidanzato, perché quando è con lui pensa a me; e anche quando non è con lui pensa lo stesso a me, non a lui. "Meglio tardi che mai.", le dico, e non è certo il massimo della dolcezza.

"Tu, come stai?", mi fa, "Ti trovi bene a Metz?"

"Mah, si. E' solo un mese che sono qua però devo dirti che di cosucce ne sono accadute diverse."

"Non dirmi che ti sei già dimenticato di me.", mi dice imbronciata. Il senso della frase: non dirmi che hai già inzuppato il biscotto dentro un'altra tazzina. Oh, Valeria, non te lo dirò, stai tranquilla, ci mancherebbe altro.

"No. E come potrei dimenticarmi di te?", replico; la sincerità non è il mio forte. E comunque non potrei dimenticarmi di lei. Le sue labbra a ventosa. I suoi massaggi da fisioterapista per farmi passare il mal di schiena - e non solo quello. Il suo seno perfetto, che sta lì a dimostrare che la chirurgia estetica ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. Notti calde trascorse a palparle il culo, duro, sodo, senza cellulite, mentre lei mi sussurrava irrequieta che mi amava - ma il fatto di amarmi non le impediva certo di farmi sapere, ogni tanto, che la nostra storia doveva finire, che non se la sentiva di lasciare il dottore e abbandonare tutti i progetti che avevano fatto insieme per un tipo come me.

"Non ci baciamo neanche più.", aggiunge, "Cioè, lui vorrebbe. Sono io che non posso. Quando ci provo mi vieni in mente tu, mi vengono in mente le tue labbra morbide. Mi sembra di tradirti, quasi."

Lei vorrebbe sentirsi dire, al telefono, qualche cosa del tipo, sai, anche tu mi manchi moltissimo e pensavo di tornare in Italia e di venire a Firenze e di trovarmi un lavoro per poi finalmente poter passare tutto il tempo con te, sposarti, non lasciarti più, fare due o tre figli e vivere il resto della nostra vita insieme felici e infelici, contenti e scontenti.

"Non dovresti fare confusione. Ricordati che il socio di minoranza ero io.", le dico. Se questo vuol dire far chiarezza.

"Si, lo so. Almeno, lo sapevo. Ora non lo so più. Mi manchi troppo, Riccardo. Dio se mi manchi. Dio se mi sono innamorata di te."

Ho l'impressione che Cupido negli ultimi tempi scagli le sue frecce un po' a casaccio. E che dietro la sua aria fanciullesca e ingenua si diverta un mondo a creare scompiglio alla cieca.

Dico a Valeria che rientrerò in Italia verso la metà di giugno. Che forse allora potremo vederci. Lei mi sembra soddisfatta, mi dice che ci conta e che ci spera. Mi saluta lanciandomi un gran bacione e ripetendomi che le manco così tanto da non poterne più.

Forse è arrivato il momento di andare a prendere una boccata d'aria fuori; di entrare nel flusso delle vie del centro, visto che ormai mi sto occupando più del telefono che dello studio. Mi lavo, mi pettino, mi guardo allo specchio e non vedo me: vedo un socio di minoranza che possiede piccole quote azionarie un po' ovunque, ormai. Quante tazzine.


Me ne sono andato al cinema - da solo - a vedere Intersection, che, guarda, a volte, la vita, è proprio il film con Sharon Stone che Natasha non era voluta andare a vedere. Alla fine, all'uscita, io e Richard Gere siamo più o meno la stessa persona. Sono invaso da una profonda sensazione di dolore. Pensare che lui muore così come muore, in un incidente stradale interminabile filmato al ralenti proprio nel momento in cui aveva deciso di mettere ordine nella sua vita, di sposare l'amante e di separarsi dalla moglie.

Rientro a casa verso mezzanotte e sorprendo Laura appisolata sul divano davanti al televisore acceso. Si risveglia, socchiude gli occhi e mi saluta, mi chiede dove ero andato.

"Mi ha cercato nessuno?", le chiedo. "No.", fa lei. Proprio il caso di dire che non mi sono perduto niente.




Il martedì scorre via come se non esistesse e come se anch'io non esistessi. Trascorrere tutta la giornata a studiare inglese non è certo il massimo dell'autoaffermazione, isn't it? Almeno faccio progressi. Alle undici di sera ho perso la calma e in un momento di esaltazione ho sollevato la cornetta e telefonato a Natasha, ho sbracato. Niente da recriminare, comunque. Lei in casa non c'era, per cui non saprà mai che ho ceduto, che avevo qualcosa d'importante da dirle e non dirle.

Il mercoledì piove a dirotto, sembra che il cielo voglia rovesciarsi giù, a mezzogiorno è sempre buio pesto e può darsi che sia arrivato davvero il giorno dell'apocalisse. E' in un clima del genere che odo al telefono la voce di Natasha; dopo così tanto tempo, solo due giorni ma mi pare una vita.

"Tu vas bien? ", mi chiede gentile.

"Ouais, bien sûr. Hai visto che temporale?"

"Oh, si. Mi sono bagnata tutta. Dovresti vedermi."

"Dove sei?"

"Non so se dirtelo."

"Perché?"

"Non lo so." Si gioca al buio. Quando qualcosa mi sfugge divento all'improvviso leggiadro, mi pongo nella condizione mentale di un fatalista che si aspetta di tutto, che non si fa sorprendere da cose più grandi o più piccole di lui.

"Non sei in libreria?"

"Oh, no. Ho preso un giorno libero."

"Come mai?"

"Oggi non avevo voglia. E poi volevo andare dal parrucchiere. Sai, non so spiegarmelo, ma mi era venuta una voglia incredibile di cambiare taglio di capelli."

"E l'hai fatto?"

"Si."

"Insomma, mi vuoi dire dove sei?"

"Io te lo dico, però non ti arrabbiare."

"Dove sei?"

"Sono a Metz. Qui alla stazione. Ti chiamo da un telefono pubblico."

"No?"

"Oh, si. Avevo voglia di vederti. Se sei d'accordo prendo un taxi e vengo chez toi."

Dalla stazione a qui, in taxi, ci vogliono perlopiù dieci minuti. Io avevo previsto di non vedere nessuno stamattina e mi sono regolato di conseguenza. Le cose si sono sviluppate in modo strano, nelle ultime ore. Tanto da ritrovarmi vestito con una vestaglina a fiori che mi arriva giusto sopra i ginocchi e un paio di calzettoni per ovviare al freddo - effetti collaterali del tempo trascorso davanti alla scrivania a studiare inglese. Se lei mi vedesse in questo stato avrebbe tutte le ragioni di dubitare della mia salute mentale. Devo ancora lavarmi, dovrei farmi una doccia, la barba, vestirmi in un modo decente, insomma, non sono un bello spettacolo, il tempo non è dalla mia parte, dovrei darmi una mossa e non so neppure da dove cominciare.

Come sento suonare il campanello me ne esco dal bagno ancora bagnato e con un asciugamano nero avvolto intorno alla vita. Apro la porta senza remore, ormai è andata - per la vestaglia e per i ragionevoli dubbi tutto rinviato alla prossima volta. Ci guardiamo e scoppiamo a ridere; siamo entrambi bagnati fradici.

"Sembri appena uscito dalla doccia.", fa lei.

"Anche tu.", le dico. "Vieni, dammi l'impermeabile che lo mettiamo ad asciugare."

"Si."

Lei si sveste e me lo porge. Colpo d'occhio: più che un essere umano è un pacco dono, un ovetto di pasqua, un confetto, un bijou. Nella sua maglietta rosa spento e la sua minigonna nera, con il suo nuovo taglio di capelli a caschetto, un leccalecca in bocca e i suoi occhi più azzurri che mai. Si è avvicinata e mi ha stretto forte tra le sue braccia, mi si è incollata addosso.

"Mi fa sempre un certo effetto vederti.", le dico.

"Anche a me. Vedi, magari ti piacerebbe dirmi che a volte ti sembro un po' freddina, e invece ora ho il cuore a duemila. Il leccalecca mi serve per distrarmi.", mi fa, poi mi guarda dritto negli occhi e sospira.

"Richard..."

"Si?"

"Mi sei mancato."

Lascia scivolare le mani intorno al collo e poi giù, lungo la schiena. Mi bacia. Chiude gli occhi e m'infila la lingua in bocca. Harcèlement sexuel. L'impermeabile mi sfugge di mano. L'asciugamano che scivola per terra. Resto così; vittima incapace di sottrarsi alle sue pulsioni - non ci penso proprio. Io nudo come un verme. I capelli bagnati, rivoli d'acqua che colano dal viso, una linea di mascara sulle sue ciglia unite; e quel che è peggio, o meglio, è che ho già un'erezione e non ci siamo ancora spostati d'un metro dall'ingresso.

Ci baciamo ancora. Nelle pause tra un bacio e l'altro ci diciamo che ci siamo mancati. Lei mi dice che non riesce a capire come abbia potuto vivere tutto questo tempo, cioè solo due giorni, senza di me. Assento, sono d'accordo, le dico cose simili. Sorride. E ci baciamo.

Poi mi ha guardato in modo strano, tra sorpresa e conferma, non appena ha sentito duro e si è accorta che ho un'erezione e che non sto pensando ad altro. Ormai è un fatto acquisito. Tra me e la parte migliore di me non so quale dei due la senta di più. E' incredibile come questo confettino umano sia capace di eccitarmi.

"Ti piace il mio nuovo taglio?"

Non dico nulla. La guardo a lungo come se stessi valutando ogni cosa. Lei si fa impaziente. Vuole sentirsi dire qualcosa.

"Stai benissimo, così.", le dico.

Ci trasciniamo in camera a passetti brevi e ciechi. Dalla porta al letto seminiamo il suo filo di Arianna e le pietruzze di Pollicino; la sua giacca, la sua T-shirt, le sue scarpe, la sua minigonna che si slaccia un attimo prima di saltare nel buio. Ci gettiamo a peso morto sul letto senza cura di farsi male, ad occhi chiusi, con le lingue che si annodano. Rotoliamo su di noi. Fuori il fragore sordo della pioggia e il soffio freddo del vento ci allontanano da tutto quello che c'è, fuori.

Mi accarezza le spalle. Mi sfiora sui dorsali. Reazione erogena, la pelle che si increspa. Mi sollevo; mi giro: lei mi guarda silenziosa. Bacio in bocca. Scivolo sul letto. Mi tuffo a perpendicolo oltre il dirupo nel vuoto prima del mare. Prendo a leccarle il seno dai capezzoli in giù sino alle costole, sino all'addome in trazione. Scendo su un fianco. Torno sull'ombelico. In discesa sul bacino e sulle cosce, dall'esterno all'interno dell'inguine sinché non mi ritrovo con la lingua affilata ad un palmo dalla vagina umida. E' da due giorni che non facciamo l'amore. Lei non vuole che me ne stia quaggiù a leccargliela. Mi afferra per i capelli e cerca di tirarmi a sé.

"Dammi un bacio.", mi dice, "Qui. Sulla punta." Mi indica le labbra. Le scivolo su e raggiungo il punto indicato. Sento nel suo respiro l'aroma di ciliegia del leccalecca.

Lei si aggomitola su di me, mi volta, mi sale sopra e si sfila via le mutandine. Mi sistema un guanciale sotto la testa e mi guarda con occhi glaciali mentre procede a fare esattamente ciò che ho l'impressione avesse davvero in testa di fare da quando ha preso il treno stamattina a Nancy.

Se lo prende in mano e se lo accosta all'inguine e non cessa di guardarmi con un'aria di sfida. Sento la punta lubrificarsi, cado nella voragine. Lei se lo infila dentro e mi fissa, vuole cogliere il preciso istante in cui emetterò un gemito e stringerò i denti e chiuderò gli occhi e mi lascerò andare ai suoi movimenti lenti e irregolari.








Siamo riusciti a venirne a capo solo alle quattro di pomeriggio. Vabbene che lei mangi poco e che io voglia dimagrire, ma prima o poi doveva venirci in mente di andare a mangiare qualcosa da qualche parte. Eccoci rifiniti al centro Saint-Jacques, davanti a noi due improbabili birre cinesi e un risotto alla cantonese. L'unico posto aperto in cui poter mangiare ancora qualcosa di caldo a quest'ora è questo self-service di cibi orientali precotti. Tutt'intorno un flusso costante e continuo di gente in vena d'acquisti - si sono tutti infilati qua dentro, visto che fuori piove e grandina.

"Non credi di dovermi raccontare due o tre cose di te?", le chiedo ancora stravolto dai recenti avvenimenti. Sono combattuto tra la curiosità e la voglia di limitarmi al mio ruolo di socio di minoranza.

"Lo farò presto.", si limita a dirmi. "Dammi ancora un po' di tempo. Qualche giorno ancora. Ti dirò tutto.", aggiunge.

Ci siamo allineati al flusso e abbiamo preso a scorrere le vetrine mano nella mano, siamo saliti e ridiscesi di piano sulle scale mobili; abbiamo scorso le pile di libri alla Fnac e parlato di letteratura; visto che per le cose personali c'è stato un rinvio. Alle otto si è accorta di essere in ritardo e ha deciso di prendere un taxi per andare alla stazione; a piedi non ce l'avrebbe mai fatta. Così ci salutiamo in un attimo; ci eravamo distratti; siamo stati troppo bene per fare caso alla lancetta dell'orologio.

Mi avvio verso casa confuso tra la folla di ombrelli per le vie del centro. In place des Armes mi arrendo, inutile che vada di fretta, risono già bagnato fradicio. Mi fermo e do un'occhiata alla cattedrale Saint-Etienne, alle sue volte irrazionali. Chiudo gli occhi e alzo la testa al cielo, mi concentro sulle gocce di pioggia che mi scivolano copiose giù dalla fronte e sulle guance. E sento ancora l'eco di ciò che mi ha detto prima di voltarsi e salire sul taxi. JE T'AIME, RICHARD.










12. I TERMINI DEL PROBLEMA








Mi sono messo d'accordo con Mélissa ieri sera per la festa della sua amica a Thionville. Visto che non conosco nessuno avevo confermato la mia presenza solo quando ho saputo che Natasha sarebbe venuta. Credo che anche lei abbia fatto lo stesso. A Mélissa sono bastate un paio di telefonate. Certo avremmo potuto dircelo direttamente e metterci d'accordo anche tra noi.

"Perché non hai voluto che venissi a prenderti alla stazione?", le chiedo.

"Oh, così. Sapevo che tanto andavamo con l'auto di Mélissa, allora l'ho chiesto a lei. Senza stare a fare troppi giri, no?"

In ogni caso mi sono preparato in anticipo anche per questa festa. Non voglio sorprese che mi mettano in imbarazzo; dopo l'esperienza di Falch ho deciso di prendere le mie precauzioni, non mi posso fidare di Mélissa. Forse ne ho prese un po' troppe, però. Ho bevuto un numero imprecisabile di Picon-bière. Non vorrei essermi preparato troppo in anticipo.

Sull'autostrada Philippe ci racconta due o tre idee che gli sono venute per una sceneggiatura, lo ascoltiamo in silenzio e guardiamo la strada; Natasha si è appoggiata sulla mia spalla. Le accarezzo i capelli, il collo, e ogni tanto ci diamo un bacino - durante queste svolte chiudo gli occhi e penso a quanto sarebbe senz'altro meglio essere dentro a un letto, piuttosto che in un auto sotto a un diluvio di pioggia e di fari.

La festa si svolge in uno strano posto che assomiglia, anche questo, a una scuola. Ma ho una percezione un po' vaga di quel che mi circonda. Eccoci in un lungo prefabbricato a forma di tunnel illuminato al neon. Scorrendolo passiamo oltre la zona anime-perse, l'unica al buio, poi la zona socializzazione, dove presumo prima o poi ci toccherà ballare, la zona gole-arse, dove torniamo subito dopo aver preso visione dell'ultima zona, quella in cui ceneremo, forse. Qui non conosco - ancora - nessuno, e se da un lato è un male dall'altro è un bene, perché vuol dire che nessuno, da parte sua, ancora mi conosce. La luce al neon non contribuirà, immagino, a darmi una mano sul piano dell'equilibrio psichico e dell'esatta percezione delle cose.

Mi accosto spalle al muro accanto a una botticella di legno da cui sgorga sangria; ogni tanto mi scorre davanti qualche bambola bionda che mi offre uno stuzzichino porgendomi il vassoio di carta. Natasha mi ha seguito, provvedo a riempire di sangria due bicchieri di plastica e spero che Mélissa non si scordi di noi - è già sparita nella folla - che prima o poi ci presenti qualcuno; quantomeno la festeggiata.

Per la prima volta nella sua vita Natasha ha potuto finalmente vedermi indossare una camicia celeste e attillata - e non nera. Sono convinto che con un paio di chili di meno e un mese in più di palestra farei furore vestito così; mentre, per ora, cerco di trattenere la pancia. Lei si guarda attorno e osserva ad uno ad uno la rappresentanza maschile in circolazione; spero soltanto che anche qui non siano tutti insegnanti.

"Sei il più bello di tutti.", mi fa. Non so cosa dirle. Non è più la prima volta che me lo dice. Mi sembra che esageri, tutto sommato. Poi mi ridice, come altre volte, che le piace come mi vesto. Oddio, mi sta davvero facendo le fusa.

"Verrà un giorno che morirò dalla voglia di dirti che sei la più bella del mondo e tu non ci sarai.", le dico; frase interamente pescata dal bicchiere di sangria. Messo come sono e dove sono rischio quasi di farmi già prendere dalla malinconia.

"Oh, no.", fa lei. "Non andrà così."

Oh, si, cara, mi dico. Vedrai che andrà così.

Mélissa e Philippe si sono aggregati a comitive diametralmente opposte in questo lungo corridoio. A quanto pare riescono ad evitarsi con facilità. Che poi LEI non mi venga più a dire che LUI odia le feste e detesta i luoghi affollati. Comunque non c'è bisogno di Mélissa per inserirsi, l'aggregazione è automatica; ogni tanto qualcuno si fa avanti, si presenta, attacca bottone e si versa della sangria. Punto strategico. Vengo a conoscere la festeggiata in questo modo.

"Sei spagnolo?", mi chiede dopo che le ho detto il mio nome. Si fa presto a generalizzare.

"Je suis italien", le dico, "Et toi, qui tu est? "

"Isabelle. Quella che ha organizzato la festa." Prima gaffe della serata; sorseggio la sangria; le dico che è stata Mélissa a portarmi sin qui - non è colpa mia, non mi sono infiltrato; non sono uno scroccone; non gettarmi fuori - e le auguro buon compleanno.

Il numero di invitati è aumentato in modo esponenziale, cominciamo ad intasarci negli anfratti mentre scorriamo in sù e giù, e dopo esserci presentati ci raccontiamo del più e del meno come se ci fossimo sempre conosciuti. Tipo di festicciola a cui si sconsiglia di partecipare in coppia; se vai da solo hai qualche chance di rientrare in due; se vai in due non è impossibile che poi rientri da solo. E' impressionante come io riesca a socializzare molto meglio di Natasha con le rappresentanti del gentil sesso e come lei riesca a farlo decisamente meglio con il sesso meno gentile. Poi ci perdiamo, e va bene, mi ritrovo di nuovo a fare la guardia al barilotto e a sorseggiare un'altra sangria proprio con Isabelle. Segni particolari: bionda, minigonna inguinale, calze a rete e magliettina grunge a righe.

"Voglio davvero prenderla grossa, stasera.", mi dice. Mi pare il minimo che si possa fare, qua dentro. E poi se non lo fa lei, che compie gli anni. Sembrerebbe davvero disponibile a fare qualunque cosa. Basterebbe solo chiederglielo.



Non mi ricordo se sono riuscito a mangiare qualcosa. Ritengo di si. Se non altro per accompagnare quel che ricordo bene di aver bevuto. La prima parte della notte mi sono visto impegnato a ballare un po' di house - e poi polka, valzer e tango - con damigelle di cui sarà difficile ricordarmi il nome e la faccia domani; ogni tanto vedevo sfrecciarmi accanto Philippe in compagnia di chissacchì e mi è parso che anche lui vivesse una sorta di scissione spazio-temporale. In breve, c'era, si - ma non c'era davvero.

Pensavo che prima o poi mi sarei ritrovato a tu per tu con Natasha nella zona Penombra & Divanetti ma non è andata così, peccato; la prospettiva è svanita quando l'ho raggiunta ad un tavolo e ho ascoltato l'argomento di conversazione. Lei stava parlando con un tipo sui quarant'anni, o piuttosto era questo tipo che le stava dicendo qualcosa. Se ho ben capito lui abitava a Paris e faceva il fotografo ma si occupava anche di cinema; proprio mentre mi dico: C'EST PAS VRAI - no, non ci credo. Non è vero. Non credevo che fosse ancora possibile. Delle storie così e dei tipi così ancora in circolazione. Chi lo ha sciolto? - lui le propone di fargli da modella per qualche foto, e se avrà la stoffa e se sarà il caso la sosterrà nella carriera, perché conosce gente importante e Alain Delon è amico suo. C'è mancato soltanto che le dicesse di mostrarsi un po' gentile. Non ci ho visto più.

Ho pensato a quale atteggiamento assumere solo dopo, fuori, all'aria aperta, con Philippe che mi tratteneva chiedendomi cosa fosse successo.

"No, niente."

"Come, niente? Mélissa ha detto che hai rovesciato il bicchiere addosso a quel tipo e hai cominciato a insultarlo e non è successo niente?"

"Quello là è uno stronzo.", gli dico e faccio la mossa di rientrare dentro; lui mi riblocca e mi fa, "No, rientriamo dopo. Andiamo a fare un giro. Parliamone." Siamo due macchiette. Se io o lui avessimo una ventina di chili in più potremmo benissimo essere scambiati per Stanlio & Ollio - ma anche così siamo all'altezza, Tom & Jerry, Paperino e Gastone, Bugs Bunny e Duffy Duck.

Così mi sono fatto riconoscere. Sulla via di ritorno nell'auto nessuno scambia una parola. Io sono sbronzo, Natasha non parla e immagino che ce l'abbia con me; anche tra Mélissa e Philippe credo che sia successo qualcosa, guardano dritto davanti e non si dicono nulla per tutto il tragitto. Quando ci salutiamo Philippe ha il coraggio di dirmi, sottovoce: "Eh, alla prossima. E' stata comunque una bella serata." Ma non ci crede davvero; mi dà l'idea di pensare ad altre cose, di essere distratto - e nei suoi occhi non trovo serenità né qualche flebile lucina di gioia ma solo brevi accenni di tristezze improvvise.

Natasha scende dall'auto e mi segue, rientra con me in casa - prospettiva niente affatto scontata, poco fa. In ascensore non ci diciamo nulla, e poi in fondo messo come sono non credo di essere uno spettacolo piacevole. Poi ci provo, come siamo in soggiorno le chiedo se vuole bere ancora qualcosa.

"Si, volentieri.", risponde. Prendo due birre dal frigorifero. Mi metto a sedere sul divano accanto a lei.

"Scusami, per prima.", trovo la forza di dirle.

"No. Scusami tu."

"Come? Non ti sei offesa?"

"No. Avevi ragione tu. Quello era un cretino. Gliene ho dette di tutti i colori quando ha cercato di toccarmi, nella toilette."

"Nella toilette?"

"Si, mi aveva seguito."

"E perché non mi hai detto nulla?"

"Ti sei visto allo specchio?", mi fa, seria. "Sei talmente sbronzo. Chissà cosa poteva venirti in mente."

Immagini di tavoli e di sedie volanti.

Ci addormentiamo sdraiati sul divano, a luce spenta, ascoltando in sottofondo la musica di Mtv. Lei un attimo prima di chiudere gli occhi mi aveva chiesto come mai ho bevuto così tanto stasera. Le ho risposto senza rifletterci.

"Credo che sia perché c'è qualche problema, tra noi."

Poi ho chiuso anch'io gli occhi. In ogni caso sarebbe stato vano tentare di risolverli in un lampo alle cinque di mattina.








Giornata di sole imprevista. Nel primo pomeriggio abbiamo deciso di lasciarci trascinare dalla corrente della Mosella e risalire l'argine sino al Plan d'Eau. Atmosfera calma. Non siamo stati gli unici ad avere avuto un'idea del genere. La gente a giro di domenica è quella che è; una delle attività principali in cui s'intruppano regolarmente nel giorno di riposo è dare da mangiare pane secco di baguette alle papere - giornata di festa anche per loro. Noi li lasciamo fare e ci lasciamo fare, dal sole e dal suo calore. Dietro ad un paio di lenti verdi e scure controllo che è un piacere la situazione esterna e il mio equilibrio interno; sono di buon umore; sto bene. E la cosa è sospetta, viste le ore piccole e la grassa mattinata.

"Hai fame?", le chiedo.

"No, per niente. E tu?"

"No. Non lo so."

C'è da preoccuparsi. Ci riempiamo di noi, può darsi; abbiamo bevuto soltanto un caffè. Ora capisco perché è così magra. Sembra che sfugga ad ogni principio di dispersione del calore, lei si autoalimenta di sé, è un circuito chiuso che non produce entropia; si nutre dell'energia che ha e l'energia che ha si nutre di lei.

Ci appoggiamo ad una staccionata e osserviamo le papere che accorrono sul ciglio. Cascano male, perché siamo a dieta e a digiuno.

"Hai fatto caso che girano tutte in coppia?", mi fa. Sfodero un attimo d'attenzione assorta e pensosa.

"Sembrerebbe di si.", le dico. "Però. Quella là, ad esempio, nuota da sola." Lei si volta, segue l'indicazione del dito puntato.

"E quelle tre...", dico ancora, "Brutta storia, vero?" La guardo; è probabile che le sfugga l'espressione dei miei occhi per via degli occhiali. "E come la mettiamo col sesso?", aggiungo, "Per quel che ne so potrebbero essere tutte e tre delle maschiette. Tre paperi omosessuali."

"No, sono due femmine e un maschio. Vedi? Si riconoscono dai colori."

"Ah, meno male." Sospiro. "In fondo non è male la vita di un'oca." La guardo senza battere ciglio ma dalle mie labbra traspare comunque un sorriso velato. Lei mi cerca attraverso le lenti.

"E' inutile che tu scherzi su queste cose.", mi fa. "Io sto male davvero." Frase lancinante. Fine dell'ironia.

"Proseguiamo?", le chiedo. Fa cenno di si. Riprendiamo a camminare lentamente, lasciandoci cullare dai raggi caldi di un sole generoso, oggi.

"Perché?"

"Perché cosa?"

"Perché dici che stai male?"

Dobbiamo farci duecento metri e dieci minuti di silenzio prima che trovi la voglia, la forza, lo spirito e le parole per rispondermi.

"Non mi sentivo così, prima di conoscerti."

"Non dirmi che è colpa mia."

"No, non dico questo. Ma tutto era più tranquillo, prima."

"Cosa vuoi dire?"

"Voglio dire. Non è mica così semplice, sai. E comunque per me non è per niente facile. Tu non mi conosci. Non puoi sapere chi sono, cosa ho fatto e quel che sto vivendo."

"Se vuoi che non ci vediamo più non devi fare altro che dirmelo. Non ho nessuna intenzione di rovinarti la vita. Non ci penso neppure." Dio mio come riesco ad essere comprensivo, a volte.

"Non si tratta di questo..." Seguo le sue pause. I suoi silenzi. Che vogliono parlarmi e non riesco a intuire, non arrivo a carpirne il messaggio, cifrato tra le righe.

"Si tratta che sto troppo bene, con te. Ecco. E questo semplice fatto rimette tutto in gioco. Ormai sono... Diciamo che sono quattro anni che sto con questo tipo; e lui è un po' particolare. Ha bisogno di aiuto. Non posso mollarlo così, in un attimo."

"Che tipo è?", le chiedo, mosso soltanto da curiosità - o forse da un colpo di sole.

"No.", replica secca. "Tu non devi avere niente a che fare con lui. Siete due mondi che non voglio mischiare." Ok, ho compreso; lascio perdere. Rallento il passo davanti al noleggio di barche, sovrappensiero.

"Ti va di fare un giro?"

"Si.", fa lei. Ma credo che il fatto di salire su una barca non le faccia né caldo né freddo. Mi metto d'accordo con il noleggiatore. Una volta saliti impugno i remi alla meglio e comincio a vogare. Prendiamo il largo.

"Credi che sia sicura?", mi fa.

"Per i buchi che ha ci vorrà un'oretta, prima che affondi. E io ho pagato per mezz'ora, dunque puoi stare tranquilla."

Dopo aver preso confidenza si è sistemata sul bordo di prua e ha proteso il viso verso il sole, lasciandosi strapazzare i capelli dalla brezza del vento. La guardo mentre è così, ad occhi chiusi. La guardo e mi sembra bellissima. Ripongo i remi all'interno e lascio la barca in balìa di una leggera corrente, ci penserà lei a farci raggiungere il centro del lago. Mi sposto a poppa e cerco di adagiarmi in una posizione confortevole, cosa alquanto improbabile. Mi accendo una sigaretta. Mi godo il sole.

"Non devi stare male.", le dico. Lei si distoglie dai suoi pensieri, apre gli occhi e si volta. "Io non ti ho chiesto nulla.", dico ancora. "Se vuoi che le cose continuino così, non ho problemi. Se vuoi fare il doppio gioco, non ho problemi. Se ti piace l'idea di avere un amante latino qui a Metz per divertirti nei week-end, non ho problemi. Basta che tu me lo dica e posso essere come tu mi vuoi."

"Cosa vuoi dire?"

"Voglio dire che non ho nessun problema a fare il socio di minoranza, se è questo che vuoi. Ci sono abituato, comunque." Lei risolleva la testa; risocchiude gli occhi, si rilascia cullare dal vento, ma mi ascolta; eccome. "D'altra parte, la questione può diventare reciproca.", aggiungo. Tieni, prendilo il mio veleno.

"Cioè?"

"Si. Se vuoi possiamo continuare così. Senza troppi impegni. Ma senza legami." Getto la cicca in acqua e mi risiedo sulla traversina, imbocco i remi negli anelli. Forse pensava che volessi avvicinarmi a lei.

"Stiamo andando alla deriva.", le spiego. Si volta di nuovo, prende la borsetta e sfila dal pacchetto una Lucky Strike. Mi chiede d'accendere. Le do l'accendino e viro su me stesso per tornare a riva.

"Non è questo ciò che voglio.", dice tutto d'un fiato e proprio nel momento in cui non me l'aspettavo più, in cui cominciavo a pensare che le andasse bene a quel modo; nient'altro. Resto in silenzio. Dissimulo la mia soddisfazione facendo finta di pensare a remare. Giunti al molo fisso con una corda la barca al punto d'attracco - ho visto come si fa l'altra volta, imparo alla svelta - e salto sulla terraferma, poi le tendo la mano. Lei mi getta un colpo d'occhio, mi porge una mano mentre con l'altra si libera la fronte da un ciuffo di capelli. Le brillano gli occhi. Chissà cosa le frulla per la testa.

"Torniamo a casa?", mi chiede. Questa sì che è una buona idea. Il solo fatto che mi sono innamorato non vuol dire che ho smesso di detestare le domeniche del villaggio. Torniamo indietro calmi, sulla Quai d'Orsay, lei mi tiene per mano e mi sembra più aggressiva, meno triste. Si ferma e mi ferma per darmi un bacio.

"Devo dirti una cosa.", mi fa. Allarme, pericolo - occorre stare attenti, in certi momenti della vita.

"Dimmi."

"Ma non te la prendere a male, capito? Non lo dico per farti arrabbiare."

"Dimmi, dimmi." La sento su di me, mi è ad un palmo di naso e avverto il suo corpo appoggiarsi e scivolare sul mio.

"Punto primo: spero che tu non dicessi sul serio, prima in barca. Punto secondo: non vedo perché ci debba essere reciprocità.", fa determinata, poi sospira, "E punto terzo: IO TI AMO." Mi getta le braccia intorno al collo e mi bacia in bocca. Resisto solo un attimo, poi mi lascio baciare come vuole lei.



La prima cosa che le ho detto tornando indietro è che non ho alcuna intenzione di stare con lei solo per passare il tempo. Le ho detto che sento i brividi delle cose intense. Che voglio la passione, voglio una storia d'amore che mi faccia accapponare la pelle. I brividi, le pulsioni. Perdersi nel buio. Svanire in un orgasmo. Ecco, sono andato avanti un buon quarto d'ora a metterla al corrente delle mie idee in proposito. Ho scorto un lampo di complicità quando le ho detto: "No, tu non mi conosci ancora, siamo solo ai preliminari. Non lo sai che dentro di me c'è un'animale che si consuma e si dà sino in fondo, e che ha fame di carne."

L'idea della carne e della fame mi è senz'altro venuta pensando che ormai sono a digiuno da quasi un giorno, per ciò che riguarda le ingestioni solide.

Alle otto di sera la accompagno in auto alla stazione dopo averle fatto mangiare per la prima volta nella sua vita due spaghetti veloci in salsa piccante. Appena rientrati avevo avuto l'impressione che l'idea di mangiare finalmente qualcosa non fosse al centro dei suoi interessi. Ha cercato un paio di volte di farmi udire il suo richiamo, di risucchiarmi come per magia sul letto in camera. Ecco cosa le frullava per la testa.

Non che non volessi. Non ho certo anteposto al suo corpo un piatto di spaghetti. A dir la verità, stavo per cedere. Sarebbe stato sufficiente un altro sibilo avvolgente. Ma ho resistito, non ho ceduto alla tentazione.

E BRAVO STRONZO, mi dico ora che la vedo salire sul treno per Nancy sapendo che dovrò farne senza per un'altra settimana. Ma era necessario. Innanzitutto, cambiare tipo di approccio - mi sono detto. In seguito, bisognerà prima o poi trovarlo, un modo per farle provare un orgasmo.

"Je t'appelle demain.", mi grida dal finestrino allorché il treno parte. Forse un giorno, una notte, in un qualche abisso, mi ricorderò di questo suo nuovo sguardo radioso e caldo che è trasparso dal vetro - con un sentimento di perdita.










13. I TERMINI DEL PROBLEMA 2








Mercoledì sera intorno alle nove ho chiamato Natasha ma lei non ha risposto, non c'era, non mi aveva detto nulla e non sapevo dov'era. Assente. Allora ho chiamato Sabrina con l'idea di invitarla a cena da qualche parte. Lei prima mi ha parlato del suo lavoro, poi mi ha proposto di andare direttamente a casa sua, invece che al ristorante, perché è in fase di sperimentazione, cucina macrobiotica.

"No, cara. Benché come sai anch'io sono a dieta non è seratina di esperimenti, è meglio se usciamo."

Troppo rischioso, noi due soli a cercarsi intorno al tavolo di titanio tra luci trasparenti e soffuse. Ce ne siamo andati al Dolce Vita. Il tema della serata era se io fossi o meno innamorato di Natasha. Nessun accenno alla notte da brividi caldi, a quello che siamo stati capaci di lasciarci fare l'uno dall'altro. Deve aver avuto qualche rimorso. Rimuovere.

"Se pensi di amarla devi farti avanti. Devi affrontare la situazione", mi fa a metà pizza. "Devi dirglielo chiaramente."

"No, è troppo. Lei sta con questo tipo che non so neanche chi è e da quanto tempo sono insieme. Eppoi, ne ho le palle piene di questi doppi giochi. Già durante il militare ho avuto una storia del genere con una fisioterapista e ti assicuro, ci sono stati dei momenti piuttosto imbarazzanti. Come quando mi ritrovavo davanti il suo fidanzato, un dottore che lavorava lì, e tutti erano al corrente di tutto salvo lui, forse. Forse, capisci? Mica ne ero davvero sicuro, che lui non sapesse nulla."

"Il problema è in te, non in quel tipo. Se la ami la ami. Devi trarne le conseguenze. Eventualmente spetta a lei di scegliere chi escludere. Non devi escluderti da solo, dal gioco." Avevo l'impressione che i termini del problema non fossero proprio questi.

"L'hai chiamata stasera?", mi chiede in attesa del dessert. Del suo, io ho optato per un Irish Coffee. Dessert caffè e digestivo tutti assieme. Cannuccia per dare una patina d'ingenuità a questa manifesta mania d'ingerire sostanze alcoliche siano quel che siano e costi quel che costi - l'Irish comunque è un salasso qui a Metz, e anche altrove.

"Si, l'ho chiamata, certo. Ma non c'era."

"L'hai chiamata prima o dopo aver chiamato me?" Su, Sabrina, proprio tu, via. Non mi pare il caso di personalizzare la situazione, soprattutto dopo la tua attenta anamnesi dei fatti.

Disamina critica della psicoterapeuta:

1) Tu - cioè io - sei innamorato di lei;

2) Lei sta con un altro;

3) Però ti ha già detto che è una storia che sta per finire;

4) Anche lei sembra essersi innamorata di te;

5) Altri grossi problemi non paiono esserci;

6) Conclusione: godetevela & scopate.


"No, l'ho chiamata dopo. Volevo solo avvertirla che uscivo." Ciliegina di falsità sopra un dessert edulcorato. Le verso nel bicchiere quel che rimane di un riesling d'Alsazia, poi provvedo a risucchiare il mio Irish.

"E tu?", dico.

"Io cosa?"

"Si, voglio dire. Come vanno le cose, in tal senso?"

"Sai, di storie ne ho tante, di cose concrete poche. Ma tutto sommato in questo momento sto vivendo una situazione abbastanza simile alla tua."

E ti pareva.

"Cioè?"

"Si... Sai, alla mia età ormai di singles a disposizione non ce ne sono molti."

"Hai solo trentacinque anni."

"E ti sembrano pochi?"

"Per la verità non sono né pochi né molti. Dipende da tante cose."

"Si. Comunque non faccio altro che infilarmi in storie in cui siamo almeno in tre, e la mia parte è sempre quella del jolly. Persone sposate, gente che convive, figli... In questo periodo sto vivendo cose così."

"Sei innamorata?"

Mi guarda e tergiversa. Manda giù un sorso di riesling; si accende una sigaretta. Ha sospirato.

"Mi fai assaggiare il tuo Irish?", mi chiede. Lascio scivolare la coppa sino al suo piatto.

"E' molto forte?"

"No, vai tranquilla. Fa bene."

Tira dalla cannuccia, poi scuote la sigaretta nel portacenere.

"Diciamo di si. Diciamo che sono innamorata." Ahi, ha risposto, alla fine. Un lampo di tristezza nei suoi occhi solitamente vivaci e aggressivi.

"Me ne vuoi parlare?"

"Non c'è poi molto da dire. Ha un figlio di vent'anni. Mi ci trovo bene. Parliamo molto. Ha cinque anni più di me. Oltre ad un'ottima intesa direi che stiamo instaurando anche una bella amicizia."

"Sono contento per te."

"Grazie. Però resta il fatto che siamo in tre. E la posizione più precaria, chiaramente, è la mia."

"Se l'ami devi farti avanti, Sabrina. Non puoi escluderti da sola, dal gioco." Ecco come si fa a rivolgere una frittata.

"Sembra facile."

"Sono le tue parole."

"Già."

Approfitta del cameriere che sta sparecchiando il tavolo accanto per ordinargli una grappa di mirabelle.

"Prendi ancora qualcosa da bere?", mi chiede.

"Mah, non lo so. Forse dovresti fare un fax al mio fegato e chiederlo direttamente a lui."

Il cameriere si rifà vivo con una bottiglia intera e due bicchierini minuscoli. Dovremo stare attenti, dovremo saperci controllare. Non vorrei che ci lasciassimo prendere la mano ancora una volta.

"E come si chiama quest'uomo che è riuscito a farti perdere la testa?"

Lei mi guarda. Fa un tiro di sigaretta ed espira il fumo. Una lunga boccata, una nuvola densa.

"Paulette.", risponde. Ah. "Non ti ho mica detto che era un uomo.", aggiunge, come per scusarsi.

Alla fine della serata l'ho accompagnata verso casa perché il suo quartiere secondo lei si è fatto ormai infrequentabile dopo il tramonto. Davanti al portone mi ha invitato a salire per un ultimo drink o almeno per un caffè. Le dico che è tardi, che fa freddo, che devo farmi a piedi tutta la strada per rientrare; così riesco a glissare, sarà per un'altra volta. Lei mi parla della festa che ha in mente di fare tra un paio di settimane, che dovrei farlo sapere a Mélissa e a Philippe; che, se voglio, potrò portare Natasha, è curiosa di conoscerla.

Sotto la luce gialla dei lampioni di ghisa ci scambiamo due baci. L'intenzione era di fare la bise. Ma abbiamo sbagliato direzione. Ci siamo sfiorati le labbra, poi ho sentito il calore della lingua umida.

"Davvero non vuoi salire?", mi chiede. Resto in silenzio un attimo, indeciso sul da farsi.

"No, meglio di no."

Sarà per un'altra volta, forse, davvero, può darsi. Sull'altro marciapiede una puttana microvestita cerca riparo sotto una traversina del tram, saltella sui tacchi e non batte un chiodo. Mi volto, scivolo via nel buio come un gatto chiedendomi se valga davvero la pena avere questi impeti di fedeltà non corrisposti.

Rientrato nella tana la prima cosa che faccio è sollevare la cornetta e chiamare Natasha. E' mezzanotte, ormai.

"Dove sei stato, Richard?", risponde sospirando, "Ti ho chiamato, prima."

Me la vedo, avvolta nella couette con gli occhi ancora socchiusi che fa finta di dormire il sonno delle giuste. Qualcosa non quadra, una domanda del genere avevo in mente di farla io. Ma lascio perdere. Cerco di non reagire. Faccio finta di nulla. Faccio finta di tutto.










14. NESSUNA INTENZIONE DI BERE








Eccomi qua impomatato e animato dai migliori propositi di venerdì sera alla stazione, sulla voie trois, ad aspettare che arrivi il suo treno e che scenda per trascorrere il week-end insieme. Ad occhio e croce non sono il solo che attende una fidanzata più o meno ufficiale. E' impressionante cosa sia in grado di fare un uomo per una donna - oltre a tutto il resto anche andare a prenderla alla stazione.

La scorgo tra la folla che si avvia verso l'uscita. Cartolina d'amore: io e lei che ci avviamo l'uno verso l'altra e che ci scambiamo una miriade di bacini e ci abbracciamo stretti. Natasha stavolta ha avuto l'idea di portare un mazzo di rose rosse; "Sono per Laura.", dice. Mi sento in colpa ad essermi fatto trovare così, a mani vuote. Dove è finito il mio stile? Almeno un mazzolino, ci potevo pensare.

Cenettina intima a lume di candela. Non ho avuto neppure bisogno di chiedere a Laura di lasciarmi la casa libera. Da quando sono arrivato a Metz la incrocio di rado per le stanze, ha preso spesso ad uscire la sera e quando le chiedo con chi resta sul vago e sorvola sulla risposta - è già un buon passo avanti rispetto a mentire spudoratamente.

Ho messo come sottofondo un Cd dei Cranes. Abbandono Natasha sul canapè per seguire i risultati della mia arte culinaria. A parte i soliti crostini al salmone stasera ho deciso di farle sperimentare le mie penne al cartoccio; il tutto annaffiato da una buona bottiglia di Senez.

A tavola lei mi racconta che è un po' preoccupata per la storia tra Mélissa e Philippe, crede che le cose non vadano per il meglio. Le dico che qualche dubbio ce l'ho avuto anch'io. Non mi avevano certo dato l'impressione di una coppia felice quando li ho conosciuti. Poi smorziamo sulle interpretazioni delle love stories altrui per occuparci delle penne. Come il calice sta per finire le riverso dello champagne - ma di sicuro è al corrente del diabolico piano che sto tramando a sue spese.

"Come mai hai un cognome spagnolo?"

"E' una storia lunga."

"Si, non hai dei tratti somatici latini. A parte le labbra."

"Devi sapere che ti ritrovi davanti il frutto di una selezione genetica assolutamente azzardata. Tutto è cominciato dall'incontro tra un mio trisnonno spagnolo e la mia trisnonna vietnamita. Lui era un nobile avventuriero che navigava su un veliero nelle Indie Occidentali." Ah. "Non si è mai saputo con precisione che cosa facesse davvero da quelle parti; nella mia famiglia c'è chi sostiene che fosse un pirata, un anarchico, un folle, perdipiù messo al bando dalla corona spagnola. Però sappiamo di certo che ha lasciato le sue tracce in quel lembo di terra che oggi corrisponde al Vietnam. Poi nell'albero genealogico ci sono stati altri incroci. Mio padre è nato a Siviglia ma si è spostato in Francia, a Caen, sin dalla prima infanzia. Mia madre è nata in Francia, a Poitiers, ma i suoi genitori erano polacchi. E ti ho fatto un riassunto veloce."

"In effetti hai dei tratti orientali. Se tu non fossi bionda e non avessi la pelle bianca e gli occhi blu."

"Ho quattro sorelle e sono l'unica ad essere così. Loro hanno i capelli e gli occhi neri e sono continuamente abbronzate. Nessuno a prima vista penserebbe che siano nate in Francia. Solo i miei cromosomi si sono spinti così lontano."

"E tua madre?"

"No, neppure lei è bionda."

"Misteri della genetica."

"Già."

"E tuo padre e tua madre dove abitano ora, sono a Poitiers?"

"Eh, le cose non stanno proprio così."

"Cioè?"

"Si sono separati quando avevo sedici anni. Ora mia madre vive con un altro uomo e con tre delle mie sorelle, le più giovani, mentre la quarta è andata a vivere negli Stati Uniti." Disordini familiari che non mi sorprendono più; ne ho viste tante, in giro.

Lei mi parla della sua famiglia con un'aria di sufficienza, come se la cosa la sfiorasse solo da lontano, ma vedo che dietro l'apparenza è in difficoltà, mi sfugge con gli occhi come se attraverso di me prendessero forma altri fantasmi.

"E tuo padre, dov'è finito?" Insisto nell'interrogatorio. Lei tace. Sembra che se lo stia chiedendo anche lei.

"Oh, lui è una persona molto particolare."

"In che senso?"

Per un momento ho creduto che volesse parlarmene ma è stata un'impressione errata, è scivolata via dietro la scusa di andare alla toilette. Quando torna al tavolo allarga le gambe e si mette a cavalcioni su di me, mi propone di fare un brindisi e terminare lo champagne. Mi dice: "Abbiamo parlato abbastanza."

Accosta le labbra alle mie; mi sfiora - mi fiorisce addosso. Le mani mi glissano sulle cosce, oltrepassano gli orli della gonna e si avventurano aldilà sulla pelle morbida e calda. Perdo tempo nei preliminari. Nell'ordine: prima ci spostiamo sul canapè, poi sprofondiamo sulla moquette e solo molto tempo dopo ci ritroviamo nudi sul letto di camera. L'avvolgo di tenerezze, di polpastrelli leggeri che lambiscono le curve, di baci lenti in superficie, sul collo, sull'addome, sui fianchi. Non sembra essere proprio ciò che vuole.

Quando sente arrivarle al cervello un brivido più forte mi artiglia le unghie sulla schiena in una morsa felina, chiude gli occhi e fa una smorfia arricciata. Sta cercando qualcosa di diverso. Sta cercando di farmelo capire. E' come se ci cercassimo in un labirinto, lei che grida sono qui, sono qui, mi è vicino e non riesco a trovarla. Cerco l'ingresso, la chiave, la lettura. La sua eccitazione aumenta ogni volta che compio un gesto fisico, che la prendo di forza: come se mi dicesse si, vieni, è questa la soglia, cosa aspetti a saltare?

L'afferro per i fianchi e la rivolto sul materasso come una bambola inerte. Lei affonda il viso sul guanciale. Le mordo le spalle, la schiena. Affondo i denti sui dorsali, le stringo i glutei. La umetto di saliva sulle labbra rosa dello sfintere. Mi avvicino con la mano, con le dita rigide e tese. Sto per forzare tutto il meccanismo. Sto per andare oltre, per portarla altrove. Ma lei mi blocca; "No.", sbotta, un gemito secco. Non ancora. Risalgo lungo il suo corpo e accosto la bocca all'orecchio.

"Perché?", le chiedo. Lei sbuffa, si agita sentendoselo duro didietro.

"E' presto...", dice; non mi pare una buona giustificazione né un vero senso di colpa. Scivolo di quel poco che basta per entrarle dentro laddove è lecito. Ansima, lancia un grido. Resto stupito per quanto le piaccia essere posseduta in questo modo. Mi stimola ad essere violento, vuole che le faccia male; vedo che vuole sprofondare nella zona proibita, superare il confine, perdersi nell'ombra; vedo che lo vive molto di testa, soprattutto. Ecco la novità: lei, così tenera, così dolce. Lei, una Lolita - L'IDEA STESSA DEL CANDORE - che prova un godimento psichico enorme mentre me la scopo da dietro e le faccio male e non sto più a pensare su come la prendo, la prendo e basta, me la sbatto con forza martoriandole i fianchi e tormentandole le spalle con morsi da vampiro. Poi me ne vengo, un altro coito interrotto che zampilla triste sui glutei e sui lombari. Mollo la presa e mi riverso di lato.

Per quel che la concerne, neanche l'ombra di un orgasmo che non sia simulato.

Mi accendo una sigaretta. Lei pure. Restiamo assorti a guardare il soffitto al lume flebile dell'abat-jour. Resto immobile con lo sguardo idiota tipico dell'uomo che se n'è appena venuto. Sono molto meno motivato di prima ad accarezzarla e molto più di prima a psicoanalizzarla. A quale inconscio recesso dell'anima mi sto avvicinando? Dove mi sta risucchiando, questo vortice? Non so cosa dire. Non c'è molto spazio per parole mielose. Abbiamo scopato duro.

"Ca va pas, non? ", le dico. Primo passo. Mi ascolto mentre sto per tirare fuori quella storia che sinora mi ero sforzato di evitare di farle.

"Quoi? ", fa lei, assolutamente ignara di ciò che voglio intendere. Mi ci vuole del tempo per trovare le parole giuste.

"Il tuo modo di fare l'amore...", dico e resto sospeso sull'ultima sillaba.

"Il mio modo di fare l'amore cosa?", chiede insicura. Oh, si. Ormai è andata, ormai ci sono, ormai posso dirglielo.

"Il mio modo di fare l'amore cosa?", ripete e mi fissa curiosa senza intuire.

"Non hai mai un orgasmo.", le dico.

"Quoi?"

Ecco. Vorrei che in questo preciso momento Masters & Johnson passassero di qua come per incanto.

"Cosa vuoi dire?", chiede ancora.

"Voglio dire che ormai abbiamo fatto l'amore non so più quante volte e tu non sei mai venuta sul serio. Ti occupi solo del mio orgasmo, non del tuo. Quando ti vedo ansimare e accelerare il respiro e far finta di venire mi sembra di essere al cinema e di assistere a un film. E non ti racconto la trama..."

"Stai dicendo cose senza senso."

Ha interrotto la conversazione. Si è alzata, se ne è uscita di camera, si è rinchiusa in bagno. Bel modo di assumersi le proprie responsabilità. Aspetto un po', poi visto che non torna, che se la prende comoda e si fa addirittura una doccia - a quest'ora - mi alzo anch'io, vado in cucina, prendo una birra dal frigorifero e mi sposto sul canapè nel soggiorno. Sono le due di notte. Mtv coi suoi video-clip mi mette al corrente delle abitudini notturne dei più giovani in questi impercettibili anni Novanta. Dance & Trance. Questa musica funziona anche fuori da una discoteca. Eccomi qui che già scuoto il piedino e seguo il battito e non penso più a nulla. Tunz tunz tunz.

Sento la sua voce emanare da qualche parte nell'oscurità ma non colgo il senso della frase.

"J'ai pas compris.", le dico. Tunz tunz tunz. Lei si avvicina; grazie alla luce riflessa dallo schermo riesco a vederla, tutta racchiusa nel mio accappatoio che le va lungo. Riesco a sentirla.

"Ti ho detto: che cosa intendi, tu, per orgasmo?"








Sabato alle nove di sera eccoci che sbarchiamo sotto casa di Mélissa appesantiti da due borse contenenti peperoni cotti, insalata di riso e tre bottiglie di Chianti Gallo Nero - il nostro contributo enoculinario - per prender parte alla festa a tema che lei ha organizzato. Tema: l'Italia. Non mi chiedo di certo dov'è che è andata a cercare ispirazione. Non voglio responsabilità. La situazione è già grave di suo.

Natasha mi precede lungo il corridoio sino alla corte interna. M'invita a sollevare la testa. Dalle finestre dell'appartamento di Mélissa penzolano stinti e tristi dei lenzuoli rossobiancoverdi; ha fatto le cose sul serio, non c'è che dire - si è preparata. Ora mi aspetto di vedere un numero tot di persone abbigliate secondo il tema. Quanto a me, se anche avessi avuto l'intenzione di inventare qualcosa, che so, travestirmi da tirolese o mettermi una coppola e fare il mafioso, mi sarebbe passata via dalla testa sul tardo pomeriggio quando è stato combinato il guaio.

Prima o poi doveva succedere. Non si è mai abbastanza esperti. Se poi ti fai prendere dall'emozione è finita. Basta un attimo di distrazione, un solo momento di incertezza. Mi chiedo ancora dove ho sbagliato. Natasha mi tiene in pugno; da dopo il fattaccio non ci siamo più scambiati una parola, la interrogo con gli sguardi ma lei non mi prospetta soluzioni né scorciatoie, mi vuole tenere sul filo. C'è poco da sperare nella sua corsa veloce in bagno ad accovacciarsi sopra la manopola della doccia. Poco da sperare nel potere purificatorio dell'acqua fredda.

Saliamo le scale, entriamo in casa e cominciamo il giro dei saluti, non siamo né in anticipo né in ritardo, né primi né ultimi. Qui e là un po' tutti si sono vestiti tricolore, ma il vero significato della festa a tema è che stasera si mangeranno prelibatezze italiane - se si ha fiducia nelle capacità organizzative di Mélissa. Poca importanza se sulla destra dietro l'ingresso intravedo un bidone della nettezza alto un metro ripieno di sangria: ricordiamoci che è vietato vietare; che la coerenza è un principio futile e ogni regola conferma le eccezioni che la smentiscono.

La musica è già alta. Saluto Kathy che mi viene incontro. Mi sorprendo a farle un grande sorriso.

"Oh, ça va Richard!", esclama lei, a giudicare dal tono anche stasera è in forma - è tanta; anche stasera c'è tutta. Facciamo la bise. Lampo di gelo negli occhi di Natasha, rossore di gelosia.

"Non devi baciarlo in quel modo.", le dice; fanno finta di scherzare ma in realtà lei voleva delimitare il suo territorio - e il mio. Cristo santo sono in trappola. Effetti collaterali di un atto inconsulto, di un coito continuo. Si fa presto poi a dire, stasera non ho intenzione di bere. E come fai? Tutto congiura contro di te.

Prima riflessione - a mente lucida; è la prima di una breve serie, comunque. Queste feste sono davvero un'ottima occasione di socializzazione per me che vengo da lontano. In un quarto d'ora mi hanno già presentato una ventina di persone; ma anche se fossi un tipo che si alza presto la mattina e che fa molto sport sarebbe lo stesso impossibile ricordarsi a lungo dei loro nomi e dei loro volti. Andrà a finire che dopo esserci già presentati ci ripresenteremo ogni tanto di nuovo nel corso della serata; e c'è da giurarci anche nel corso delle prossime feste. Sono saturo di facce nuove. Uno perde il senso delle distinzioni, coglie solo le uniformità. Una continua successione di volti che si somigliano. Non è proprio così, in realtà la mia capacità di distinguere riemerge austera o indulgente allorché faccio o rifaccio la conoscenza di un volto femminile - di un bel vizino.

Arrivo in fondo alla sala, vicino al buffet. C'è meno ressa. Non avendo bevuto ancora niente mi trovo meglio qui. La ressa, un'amalgama di braccia e di bicchieri tesi, è andata creandosi intorno al bidone di sangria. Depreco la mania di bere dei giovani, quando sono sobrio. Kathy emerge dalle mie parti e mi allunga un bicchiere di vino rosso. Scambiamo due battute. E' bello vedere che tra tutti i maschi che gironzolano nella zona lei ha risalito la corrente per chiacchierare con me. Ma non ho margini di manovra; intravedo riemergere anche Natasha e muoversi nei paraggi - stasera a quanto pare segue l'istinto, e il suo istinto le sta dicendo di marcarmi stretto.

"Sei con il tuo fidanzato?"

"No. Sono venuta da sola, se è per questo.", risponde Kathy.

Se è per quello io purtroppo non sono venuto da solo. La vita è fatta così. Tu hai trascorso un anno intero ad implorare Sesamo di aprirti qualche porta e di farti entrare e poi all'improvviso lui ti dà ascolto e te le spalanca tutte; e tu devi scegliere, non puoi entrare e sortire da tutte le parti. Cioè, il problema è che magari, in alcune circostanze, in certi momenti - in certi stati d'animo incerti - potresti anche.

Un tipo vicino a noi ha preso a suonare la chitarra elettrica di Philippe; ora sì che il clima è ideale per sdare di testa e per bere di più: di là sentiamo la musica dell'impianto hi-fi e di qua il delirio Heavy Metal di questo tipo qui. Meno male che dopo dieci minuti qualcuno glielo dice di abbassare il volume; peccato però che il mio sistema nervoso abbia svoltato e che la mia velocità d'ingestione di bevande alcoliche si sia imposta sulla lentezza con cui sgranocchio crostini di dubbia identità italiana.

Ecco che spunta Gérard. Ci stringiamo la mano; e ci capiamo al volo, in fondo, condividiamo lo stesso stato d'animo. Ci unisce una specie di affinità, quantomeno oculare. Tutti e due con gli occhi arrossati.

Poi da ogni angolo spunta un po' chiunque. Compaiono anche Hélène e Laurent; coppia affiatata che vedo soltanto in occasione di feste. Si sprecano i saluti. Gérard mi mette al corrente che Hélène è incinta. Anche lei?, avrei voglia di dire. Dal fondo si avvicina una bionda - capelli lunghi e ricci, foulard hippy intorno al collo - e più si avvicina più ho l'impressione che venga verso di me; come se fosse attratta da qualcosa di irresistibile. Me ne resto così, perplesso, temo sia il peggio che il meglio. Potrebbe succedere di tutto. Le mie cattive azioni, i miei deliri, i rimorsi, i sensi di colpa se ne stanno tutti qui intorno in attesa di agguantarmi, pronti a tendermi l'imboscata finale.

Lei devia sull'ultimo metro e si accosta a Gérard. Scampato pericolo.

"Ti presento mia moglie.", fa lui. Ah. Finalmente. Non vedevo l'ora.

"Enchanté. Richard."

"Jasmine.", fa lei. Gérard ha smesso di sorridere ed è diventato serio tutto d'un colpo. Poiché non ho alcuna intenzione di vivermi le paranoie altrui faccio due passetti e mi discosto - stasera ho già le mie; mi bastano. Me ne resto per un po' appoggiato ad un termosifone a fare il Dark della Festa, poi Natasha mi raggiunge.

"Ca va? ", dice.

"Oui, pourquoi pas."

Adoro questi party senza senso, dove siamo tutti insieme ma in realtà ognuno va per conto suo; dove nonostante i sorrisi e l'allegria ognuno se ne resta solo dinanzi al suo abisso; dove i discorsi fatti e le parole pronunciate dipendono più dall'alcol che da chiare attività neuronali - e se ancora non è così lo sarà entro breve tempo.

In mezzo al salone c'è chi ha preso a ballare. La presenza scenica di Mélissa s'impone su tutte le altre e su tutti, in generale; è già al centro della pista e dell'attenzione, è la star della serata e non nutrivo alcun dubbio che lo sarebbe diventata presto; stasera poi che gioca in casa: tailleurino rosso fuoco disegnato al risparmio di stoffa, scarpe verdi a spillo di plastica lucida e foulard di seta bianca trasparente sulle spalle nude; nonché: mezzo chilo di mascara e almeno un etto di rossetto. L'ho già pensato, per essere bella è davvero bella. Ma c'è qualcosa in lei che non quadra, qualcosa che sfugge, come se tutto ciò che sta facendo e tutto quel che sta vivendo le producano un viscerale stato di insoddisfazione, una profonda inquietudine. Le diable au corps. Mentre sul corpo più o meno c'è già tutto quello che avrei potuto voler vedere di femminile in qualcuno per soddisfare le mie morbosità da guardone.

"Non mi piace il modo di guardarti di Kathy.", fa Natasha.

"Perché?"

"Me lo chiedi anche? Non ti leva gli occhi di dosso."

"E' solo un'amica."

"Credo che nei tuoi confronti lei stia provando un po' di tutto fuorché un sentimento di amicizia."

Cosa fare? Per farle passare il momento di gelosia la prendo tra le mie braccia - è da un po' di tempo che non eravamo così vicini, in verità. La stringo, le do un bacio. Poi le dico: "Ci sei solo tu, chérie."

Sembra che una frase così le sia di conforto. E' piacevole questa sensazione di dominio che esercito su di lei, stasera. Da un lato. Dall'altro è come se lei e la vita presunta che le sta nascendo dentro stessero appiccicandosi a me - e ciò, s'intuisce, è spiacevole. Esito tra far precipitare la situazione, divenir preda dell'angoscia, somatizzare visceralmente, e lievitare sulle cose in modo incosciente - che è sempre meglio dell'angoscia e degli effetti psicosomatici. Io padre. Tunz tunz tunz. Macché.

Ci siamo ritagliati uno spazio di vita su una morbida poltrona. Mi siedo e lei si siede su di me. Abbiamo preso a mangiare insalata di riso nei piatti di carta - e a bere vino da una delle tre bottiglie di Chianti che ho debitamente imboscato ed eletto a riserva personale. Ho visto le alternative presenti sui tavoli. Non è certo serata da Bordeaux Reserve. E anche in tal caso ci sarebbe da discutere. Natasha, ad esempio, non è prevenuta e non fa alcuna fatica ad apprezzare il vino italiano.

Comincio a sentirmi meglio, più a mio agio. Prime reazioni biochimiche nel sangue. Stringo Natasha tra le mie braccia e prendo a parlarle male di questo e di quella - in ogni caso qui ormai l'hanno capito che stiamo insieme, non ho margini per altre manovre, ci rinuncio, mi adatto all'idea che siamo una coppia. Anzi, un trio. Tunz tunz. Possibile che non ci sia una soluzione? Possibile che lei non abbia la cortesia di prospettarmi una via d'uscita? Eppure sino ad un attimo prima di venire, oggi pomeriggio, l'amavo perdutamente. Cosa è successo dopo? Perché mi sento come uno che, nel momento stesso in cui, per errore, ha smesso di gettare, ai quattro venti, il proprio seme, ha gettato, sempre al vento, il proprio avvenire?

Philippe ha preso a filmare con una telecamera professionale tutto ciò che accade, gironzola tenendosi sulle linee esterne e ad uno ad uno immortala tutti i partecipanti. Bene, questa volta non avrai bisogno di qualcuno che ti racconti per filo e per segno quel che sei stato capace di fare.

Invito Natasha a ballare. All'inizio danziamo in coppia, poi qualcuno se la porta via e io mi getto su Mélissa, oppure è lei che si getta su di me. Tunz tunz tunz. Mi schiocca un bacione sulla guancia per la gioia del mio volto pallido. Ora porto stampato in viso il segno del suo TM labiale. Tunz. Cerco di mantenere un profilo alto solo quando mi accorgo che sono sotto l'occhio vigile della telecamera, altrimenti è uno sbraco. Io padre. Ma no, no. Ho appena finito il militare. Guardate come ballo.

Ogni volta che Mélissa o qualcun altro pensa che sia arrivato il momento di cambiare Cd mi avvento sul mestolo e mi offro un bicchiere di sangria; poi riprendo a ballare. Questo moto discontinuo va avanti per un paio d'ore sinché al momento dei lenti Natasha non si rifà viva e mi sottrae alle grinfie di una bruna più alta di me. Ci concediamo una tenera danza cheek-to-cheek. C'è più libertà di movimento ora, c'è più spazio. Il bidone è pressoché vuoto e la sangria ha sortito i suoi effetti sui più sensibili. Kathy, seduta per terra con la schiena appoggiata alla parete, mi osserva da basso con qualche rimpianto. Qualcuno sui divani sta entrando in uno stato di semitorpore. Jasmine, anche lei per terra, sorseggia qualcosa dal suo bicchiere e cerca di non farsi distrarre più del dovuto da un tipo distrutto che sembra abbia molte cose da dirle. A ballare siamo rimasti ormai un decina. Vedo Mélissa che balla con Gérard. Philippe filma tutto.

Il passo spedito verso la cucina che ho alle tre alla ricerca di qualcosa da bere o di almeno una birra è un chiaro segno che la notte invece di ripiegarsi su se stessa ha deciso di appoggiarsi a me e di schiacciarmi. Non posso farci niente, non conosco l'origine di tutta quest'energia profusa invano.

In cucina per muoversi con disinvoltura ci vorrebbe il fendinebbia. Fumano tutti. Seduti attorno al tavolo i più grandi - gente sulla quarantina - rollano spinelli a ritmo di fabbrica e li immettono nel circuito di distribuzione. Senza averne avuto neanche il tempo mi ritrovo a pieno titolo nel circuito - ne divento un riferimento costante, una pedina essenziale. Me ne arrivano due allo stesso tempo, uno lo smisto subito, l'altro invece lo devo aver scambiato per una sigaretta. Ho trovato pure una delle ultime birrette a disposizione. Così mi arriva un colpo tra capo e collo nel giro di un quarto d'ora. La nebbia aumenta. Mi siedo anch'io intorno al tavolo, guarda caso proprio accanto a Gérard. Le affinità oculari sono al culmine. Lui il fendinebbia già ce l'ha, io mi oriento con il radar.

Un'ora dopo ci ritroviamo ancora tutti in circolo sulle sedie, impietriti; siamo diventati la nostra foto. Dopo essersi spremuti le meningi così a lungo qualcuno ha finalmente avuto il lampo di genio di mettersi a cucinare, in quantità industriale, pasta ai quattro formaggi - c'è stato solo un po' di smarrimento quando Mélissa si è accorta che di formaggi a disposizione ce n'erano solo due, camembert e grana padano; ma nessuno si è formalizzato, è andata male ugualmente. Pasta scotta e formaggi solidificati.

Ho capito che la festa era finita solo quando mi sono reso conto che stavo ballando da solo. Ormai eravamo rimasti più o meno in dieci, contando i cadaveri, quelli in coma e quelli rifiniti a vomitare in bagno. Mi sono acceso una sigaretta e mi sono chiesto dove diavolo era andata a finire Natasha. Mi sono sentito perduto, mi sono sentito all'improvviso solo - chiaro effetto paranoico dovuto al-l'hascish. Non c'era neppure più niente da bere. Era proprio finita.

Ho dato un'occhiata all'orologio. Ma quando mai. Non ce l'hai, un orologio. Poi qualcosa mi ha sfiorato la schiena, mi sono voltato. Eccola, è là.

"Tutto a posto?", mi chiede.

"Uhm. Non lo so." Cedo alle tentazioni e la bacio. O almeno ci provo. Lei mi sorregge, mi mantiene in piedi.

"Che ore sono?"

"Vuoi proprio saperlo?"

"Certo."

"Sono le sei e mezzo."

E' l'ultima cosa che mi ricorderò. Non saprò mai ad esempio come abbiamo fatto ad uscire da qui, a prendere l'auto e a rientrare a casa, a svestirsi, a centrare il letto e a fare ancora l'amore. Sono le sei e mezzo. Solo questa frase. Cristo santo però come vola, il tempo.








Come tutto sia relativo. Esempio: che nessuno - e uno a caso tra essi potrebbe essere mia madre - mi venga a dire che non sto facendo nulla e che sto buttando via il tempo; e che soprattutto dovrei pensare a studiare il mio esame. Perché mi sembra che, al contrario, io stia vivendo ad altissima velocità, oltre i miei limiti, in modo estremo. Mi sento quasi un eroe. Questione di punti di vista, è chiaro. Aprire gli occhi a quest'ora qui del pomeriggio per me è un atto di coraggio, un'azione temeraria che non ha niente da invidiare ad un paracadutista un attimo prima del lancio. E' come andare in avanscoperta sapendo di essere accerchiati e il semibuio della stanza è il semibuio di una foresta ostile. E io cosa faccio? Li apro, gli occhi, prima uno poi l'altro. Più che coraggio è un'azione suicida, il nemico - che ha assunto le sembianze di un essere umano gradevolmente sensuale come Natasha - mi avvista subito.

"Finalmente.", sussurra. Mi ci vuole del tempo a tradurre. E poi, finalmente cosa? "Ca va? ", mi chiede. E' una provocazione. Io mi vedo, che sto soffrendo come un matto per la sbronza non smaltita. Il cranio è un involucro di cartapesta che si appresta a implodere. Chiedo venia, chiedo perdono, fatemi tornare indietro, s'il vous plaît, agirò in tutt'altro modo, lo prometto, vi potete fidare.

"Ti ho portato la colazione.", dice ancora. "Jus d'orange e novalgina." Incrocio i suoi occhi, vorrei dirle "Grazie, chérie, sei la mia salvezza.", ma il suo sguardo mi trafigge, non ho scuse, sono nudo ora, lei può vedermi nella mia intierezza spezzata, smembrata, ridotta a brandelli.

"Che ore sono?", altro atto di estrema audacia verbale.

"Sono le quattro p.m." fa lei sibillina. Ha anche voglia di scherzare. Dio mio che situazione balorda. Dove vado ora a ritrovare la mia faccia perduta, il mio consueto charme?

Nella vasca da bagno, ecco dove. Questi sì che sono progetti concreti. Mi sollevo a mezz'asta e faccio finta che ogni gesto che sto per fare sia del tutto normale. Mi avvento sul bicchiere e mi scolo il succo d'arancia. Ottima mossa. Mi centellino una trentina di gocce di novalgina e prego perché entrino al più presto in azione. Dopo di che mi alzo. Il confine tra coraggio e follia è breve, me ne rendo conto muovendo i primi passi. La mia testa è un campetto di squash dove due sollevatori di pesi ipermotivati hanno deciso di giocarsi la partita dell'anno. Sento i colpi martellare sulla parete in rapida successione.

"Je prends une douce, chérie.", farfuglio a fatica. Entro in bagno e mi chiudo a chiave la porta. Eccomi da solo, a tu per tu con il mio stato comatoso.

Mi rifaccio vivo un'ora dopo in soggiorno. Natasha se ne sta seduta sul canapè, fuma una sigaretta e guarda la tivvù - ma come sono entrato nel suo campo visivo ha girato il collo e mi ha inquadrato in pieno.

"Ca va? ", le dico garbato scorrendole davanti e scomparendo svelto in cucina. Progressioni eccezionali. Niente più mal di testa, e riesco a stare in piedi senza ondeggiare, senza vertigini. Ardito mi preparo un caffè e mi scolo una mezza bottiglia di Vichy. Parola d'ordine: DISINTOSSICATI. Cosa vuol dire essere dinamici e motivati oltre ogni ragionevole dubbio.

"Hai mangiato?", esclamo a voce alta. Lei si alza e mi raggiunge in cucina.

"Oui ", risponde, "Ho mangiato una mela." Oh, Piccolina. "Vuoi che preparo qualcosa?", le chiedo.

"No", dice, "Non ho fame. E poi, dopo quel che ho mangiato ieri sera."

Ecco una cosa su cui ieri sera non ho esagerato, il mangiare. Non si può ingerire di tutto. Fuori dalla finestra il sole lancia dritte nei miei occhi le sue lame di fuoco caldo. Lui lo fa apposta. Ogni volta che trascorro la mattinata in mezzo ai fumi e tra i fantasmi del letto lui si arroga il diritto di sorgere maestoso in mia assenza e di calare arrogante proprio quando arrivo a mettere il naso fuori casa. Beviamo il caffè al tavolo di cucina, per ripicca mi siedo mostrando le spalle alla finestra. E poi che me ne faccio di un sole così stronzo quando ho davanti una luna che parla?

"Ti è passato il mal di testa?", mi chiede.

"Si. Sto meglio ora. Laura sei riuscita a vederla?"

"E' uscita intorno alle due", mi fa. Poi dice: "Non ti avevo mai visto ridotto così." Oh, cara luna, è anche vero che ci conosciamo da poco.

"Secondo me bevi un po' troppo.", aggiunge critica.

"Fosse solo quello."

"Cioè?"

"Abbiamo fumato di tutto ieri sera in cucina."

"Ah, si?"

"Non te ne sei accorta?"

"Qualcosa ho visto circolare, ma non credevo che fosse in cucina il centro di smistamento."

"Ormai è andata."

"Però resta il fatto che secondo me bevi troppo. Capisci cosa intendo dire? Mi chiedo come mai. Ogni volta che ci vediamo finisce così."

"Non drammatizzare.", mi giustifico, tutto è e resta relativo. "Stiamo inanellando una festa dietro l'altra, è normale che sia così. Dico, non siamo mica soci di un circolo Sani & Belli. Li hai visti, no, che tipi circolavano ieri sera." Non siamo mica boy-scout, vorrei dirle ancora, non siamo mica delle Giovani Marmotte.

"Il giorno dopo è una tragedia, comunque."

Lei insiste. Vuole davvero mettermi in minoranza, pormi di fronte alle mie responsabilità, schiacciarmi sotto il peso di sensi di colpa insostenibili. Il mio senso di colpa invece galleggia leggero e innocente a mezz'aria come una bolla di sapone soffiata da un fanciullo all'oscuro di tutto - o da un pazzo incosciente.

"Non sono stato violento né ho commesso atti osceni. Non ho violentato nessuno, mi pare."

"Lo dici tu." Una vampata di calore sulla fronte. Che mi sia perso qualcosa di fondamentale, stanotte?

"Cosa vuoi dire?" Indagine preoccupata. Gioco al buio.

"Non te lo ricordi?"

"Cosa?"

"Ciò che mi hai detto stamattina in camera. Ma soprattutto quel che mi hai fatto."

"Alcuna idea. Però da come parli mi sembri più infastidita da ciò che ti ho detto che da quel che ti ho fatto."

"Guarda qua.", mi fa. Si solleva le maniche della maglietta e mi mostra due gran bei lividi sulle spalle.

"E non sono i soli."

"Ti ho picchiata?", le chiedo. Si, ora il senso di colpa è comparso; ricordo solo frammenti di immagini, non ero certo capace d'intendere o di volere intendere.

"No. Mi hai scopata."

Le sue labbra serrate si sciolgono in un sorriso ambiguo, che mi fa pensare a tutto ma non a dei rimorsi.

"E non solo scopata..."

"Eravamo in due.", le dico, ripartizione democratica delle responsabilità.

"Tu valevi per tre, in ogni caso."

Dio mio mi sto chiedendo che cosa mai sia stato capace di fare stamattina nelle condizioni in cui ero, se mi sono perso qualcosa; da come mi guarda pare proprio di si.

Mi alzo. Vado a cercare in frigorifero quello che non c'è, qualcosa di gustoso e già pronto da mangiare all'istante.

"Davvero non hai fame? Potrei fare due spaghetti."

"No, te l'ho già detto."

Mollo la presa, ripiego anch'io su una mela. Male non può farmi.

Gli spaghetti sono riuscito a farli alle sette e mezzo allorché la mia fame è riuscita a imporsi anche sul suo inspiegabile senso di sazietà. E' stata una mossa avventata però, e ora ne sto pagando le conseguenze. L'ho accompagnata alla stazione per prendere al volo il solito treno ma siamo arrivati in ritardo e non ci sono scuse, il prossimo partirà tra due ore e Natasha non ha alcuna voglia di arrivare tardi né di restare qui e alzarsi alle sei per prendere quello di domani mattina. Così le ho proposto di accompagnarla a Nancy in auto - nel mio stato di equilibrio precario ecco un altro gesto di inenarrabile temerarietà. Usciti da Metz ed entrati sull'autostrada mi sono assestato sui cento all'ora non senza qualche difficoltà. Come vanno le cose. Soltanto cinque ore fa ero ancora a letto e ora mi ritrovo a dovermi fare un centinaio di chilometri allée - retour.

"Stanotte avrò qualche problema, a dormire.", dice all'improvviso.

"Perché?"

"Eh, funziona così quando hai una tempesta ormonale in corpo."

"Cosa vuoi dire?"

"In qualche modo bisogna risolverlo, il nostro problema. Non ho mica intenzione di trascorrere questo mese nell'attesa di qualche dolorosa novità."

Io sto guidando. Mi sto chiedendo cose tipo, è la macchina che va per conto suo o è il mio cervello che va per conto suo e ha l'impressione che invece sia la mac-china? - mi avvito in questi vicoli ciechi. Messo così, con un'attività cerebrale regredita alle funzioni di base, è chiaro che non ho ben afferrato ciò che mi ha detto. A meno che anche questa impressione costituisca l'avvitamento a spirale di un inconscio che trasloca le emozioni spiacevoli.

"Puoi spiegarti meglio?", le chiedo, ammetto l'ignoranza e la scarsa intuizione. Spero non se la prenda.

"Mai sentito parlare della pillola del giorno dopo?", fa lei.

"Vagamente."

"Bene. Dopo ieri pomeriggio e dopo stanotte credo che sia rimasta l'unica soluzione da adottare. A meno che tu non abbia in mente di dirmi che sei sterile."

"Dopo stanotte?", le chiedo, ma ho compreso. E' che non posso crederci, non ricordo nulla. E' probabile che dovrei mettermelo in testa, un preservativo. Errare è umano, ma perseverare è davvero diabolico.

"Già.", dice concisa. Lei lo sa che ora io so.

"Mi dispiace." Ho la sfrontatezza di dire, di chiedere scusa. Non so se lei aveva l'intenzione di procurarmi un tale stato d'animo, ma dopo una giornata così mi sento ormai un verme, ho perso la misura dei limiti; non controllo più un cazzo.

Arriviamo a Nancy, giriamo a vuoto nel traffico prima di ritrovarci vicino a dove abita. Lei non m'invita a casa sua e già questa semplice cosa mi ha fatto venir voglia di chiederle se posso salire, ma messo come sono e con la difficoltà di trovare anche un parcheggio ci rinuncio, non cedo all'idea di scendere dal mio abitacolo materno e metallico. Accosto la macchina al marciapiede, ci diamo un bacio; lei esce. Mi lancia un'occhiata dal vetro, i suoi occhi sembrano già dirmi che le manco, che detesta questi distacchi improvvisi di domenica sera; o cose del genere. Si volta, attraversa la strada e si allontana verso casa.

Riaccendo il motore. Sii contento, non sei già padre, almeno un problema è risolto - mi sorprendo a dirmi meschino. Hop, forza. Altri cinquanta chilometri e poi, vedrai, oggi è già domani, e domani è un altro giorno, e il sole sorgerà ancora.








Come ogni lunedì, crisi esistenziale subito dopo il caffè. Tu ti stai distraendo troppo, non ti assumi come dovuto le tue responsabilità, stai sprecando le occasioni, devi sostenere un esame e sei ancora ad un punto morto; e via così, con una propensione al masochismo sempre più chiara - facciamoci del male. Conseguenza: mi sono finalmente deciso a telefonare a Pisa all'Università per conoscere la data dell'ultimo fatidico esame. Aspetto dieci squilli prima che qualcuno sollevi la cornetta. Nulla è cambiato a Scienze Politiche. Le lentezze amministrative cominciano non appena componi il numero della segreteria. Il tipo che risponde mi mette al corrente che l'esame si svolgerà il 22 giugno a partire dalle nove e sarà ripartito in tre prove: writing, listening & speaking - cioè durerà tutta la giornata. Mi consola solo il fatto che è l'ultima volta che vivo questo tipo di esperienza, un esame universitario. La prossima sarà direttamente l'esame di laurea. Se mi chiedo, hai già un'idea sulla Tesi?, ecco che il mio cervello gira a vuoto e ogni pensiero rincorre il precedente senza entrare in contatto. Rimuovere, rimuovere. Non anticipare i tempi, tanto ormai è abissale il ritardo che hai accumulato. E' qui che subentra la crisi esistenziale: a forza di rimuovere rimuovere ho paura che alla fine non rimarrà nulla, di me, solo un involucro contenente un vuoto ripieno di promesse non mantenute. Dedico la giornata allo studio; verso sera sono stanco, ansioso e stressato per i troppi caffè. Non ho messo neppure un attimo il naso fuori casa. E mi dico che se continuo così fino alla fine del mese, ecco, forse allora avrò qualche possibilità di passare l'esame se non finisco alla neuro.

Intorno alle otto Laura rientra in casa, e non da sola - novità. Me lo sentivo, lo sapevo che prima o poi non avrebbe resistito a farmi conoscere il suo nuovo amico. Compaiono in sala sorridendo e apparentemente distesi; Lui, il prescelto dell'anno, certo non lo sa che non c'è molto da ridere, e che se fa qualche mossa azzardata si gioca il proseguo della loro relazione.

"Ti presento Alain.", mi dice. Stretta di mano. Alain ha i baffetti e ciò rafforza la mia convinzione che Laura ami sentire il pelo quando bacia. Loro hanno avuto l'idea di prendere un aperitivo prima di mangiare, così i miei propositi di mantenermi sobrio si rivelano per ciò che sono, sani ma vani - non posso essere scortese; bere aperitivi insieme rientra nei patti impliciti di convivenza. Dopo cena io e Alain dialoghiamo già allegramente della situazione politica francese, lui non disdegna di bere vino e io non disdegno di fargli compagnia e bere vino con lui; le mie opinioni sulla Francia si fanno sempre più raffinate via via che il tasso alcolico nel sangue subisce degli incrementi funzionali al discorso che sto portando avanti e indietro.

Alle undici squilla il telefono. Mi alzo e vado a rispondere - tanto lo so chi è, a quest'ora; è la mia luna bionda.

"Ca va? ", le chiedo.

"Non, ça va pas." Tono di voce triste. Campanelli d'allarme.

"Pourquoi?"

"Ho passato una giornata dura. Sai, per via della pillola. Tutto il giorno con il cuore in aritmia. E poi oggi ce l'avevano tutti con me."

"Tutti chi?"

"Tutti. In libreria, i clienti, il direttore, le colleghe. Tutti. Vorrei essere rimasta da te ieri e aver mandato al diavolo tutto."

"Cosa è successo?"

"Oh..."

"Su, dimmi. Qualcosa deve esserti successo per forza; non ti ho mai sentita così giù."

"Lui non mi lascia in pace, Richard."

"Cosa è successo?"

"Già ieri sera poco dopo essere rientrata ha suonato al citofono e mi ha detto che doveva assolutamente parlarmi."

"L'hai fatto salire?"

"No, no. Sono scesa giù, abbiamo fatto un giro in macchina. E' stato tutto il tempo a chiedermi dove ero stata, dove vado nei week-end, se ho un'altra storia, con chi, che dovevo dirglielo."

"E tu cosa gli hai detto?"

"Gli ho detto che non sono affari suoi e che io vado dove voglio e faccio quello che voglio."

"Perché non gliel'hai detto, che hai una storia con me?"

"No, è troppo presto."

"Come, troppo presto? Troppo presto per cosa?"

"E' troppo presto. Sai, lui è un tipo particolare..."

"Si, questo lo so. Me l'hai già detto, questo."

"Sul serio. Non è semplice spiegargli che mi sono innamorata di un altro." Io sarei l'altro. "Ce lo devo portare piano piano. Però ho già cominciato. Lo vedi anche tu. Il fine settimana vengo da te, non resto mica a sua disposizione."

"Cosa vuoi dire, a sua disposizione?"

"No, niente. Dico così. Ma devi sapere che è una persona fragile. Non ce la faccio a mollarlo in un sol colpo. Ho paura che faccia qualche pazzia."

"Cioè? E' un folle?"

"No, non dico questo. Ma a volte reagisce in modo irrazionale. E poi credo che mi ami davvero. Molto. Stasera sono andata a cena con lui e lui è stato tutto il tempo a dirmi che non dovevo lasciarlo, che non può vivere senza di me; e poi, che io non capisco il modo in cui siamo stati uniti, che sto commettendo uno sbaglio, che senza di lui presto mi renderò conto che starò male. Mi ha riempito di discorsi. Ha paura. E' diventato gentile e premuroso come non era mai stato."

"Perché, come era prima?"

"Si, lo so, faccio male a parlartene. Tu non c'entri niente con questa storia." Strano, perché invece pensavo proprio di essere una delle parti in causa. Si vede che mi sono sbagliato.

"Come, non c'entro niente? Ti rendi conto cosa mi stai dicendo?"

"No, scusami. Non voglio dire che non sei importante, per me. Sei importantissimo. Io ti amo. Questo mettitelo in testa. Amo te, non lui. Ciò che voglio dire è che non è giusto che tu debba correre dei rischi. E' molto meglio così. Tu non devi sapere nulla di lui e lui non deve sapere nulla di te."

"Correre dei rischi?"

"No, non ti preoccupare..."

"Io non mi preoccupo. Voglio solo capire di cosa stai parlando. Insomma, ormai mi sembra di esserci già dentro, a tutta questa storia. Dico, è vero, durante il week-end vieni a Metz e stiamo insieme e fai l'amore con me, però vedo che il resto della settimana non ti annoi. Ti chiamo e non ci sei, stasera ad esempio sei uscita a cena, poi, per il resto, non ho abbastanza informazioni. Che so, magari per non sentire la mia mancanza ti fai qualche sveltina in macchina."

"Non essere cattivo." Oh, dolcezza. Non sono io il lupo, e tu non sei cappuccetto rosso.

"Richard... Da quando ti ho conosciuto non ho più fatto l'amore con lui." Magra consolazione. Meglio che niente. E chissà poi se è vero. Eccola qua, la mia fiducia nel prossimo è andata in metastasi.

"Fai pure come vuoi, Natasha. Non c'è problema" le dico, "Se ti interessa continuare a tenere i piedi in due staffe, pazienza. Non sono geloso. Comunque vale il principio della reciprocità. Sono proprio curioso di vedere come va a finire tutta questa storia.", concludo. In realtà sto provando di tutto, rabbia, rancore, delusione, malessere, ma non curiosità.

"Richard, per favore, dammi solo ancora un po' di tempo. Dammi ancora qualche giorno."

"Ti do tutto il tempo che vuoi, amore mio. Non è certo il tempo, che mi manca.", le ho detto - anche se poi ho preso a pensare esattamente il contrario. E' proprio il tempo che mi manca. La vita in fondo è sempre e soltanto una questione di tempo e di mancanza di tempo.

Abbiamo parlato un'ora e mezza al telefono e non ho neppure avuto modo di salutare Alain - comunque non è questo il mio maggiore rammarico. Sono in preda allo sconforto. Ho l'impressione di essere stato troppo duro con lei, ho l'impressione di esserlo stato poco. Forse dovevo essere più comprensivo; forse dovrei esserlo meno. D'altra parte non posso pretendere che lei non avesse una vita sua prima che arrivassi a Metz - che magari fosse ancora vergine. Devo darle del tempo. Non è facile staccarsi da una persona, soprattutto dopo che hai passato degli anni con lei. Ecco. Cerchiamo di essere tolleranti. Se la ami è giusto essere pazienti, saper attendere, vedrai che presto tutto andrà per il meglio - mi dico; e mi sembra anche di crederci, a quel che mi dico. Però se scavi più in fondo, Rick, se vai più in profondità, il tuo atteggiamento bonario e distaccato si rivela privo di radici reali. Le tue pulsioni percorrono altre strade, i tuoi sentimenti sono meno prosaici. Sii sincero. Tu ti stai chiedendo chi è questa grande testa di cazzo che ti ha rovinato una giornata di merda già per conto suo.










15. LA STORIA DEL TEMPO








Caro diario. Non sussistono le condizioni per applicarsi con metodo. Difetto non solo nell'organizzazione del lavoro ma anche nelle motivazioni di base. Insomma, io ho sempre pensato che le cose mi sarebbero riuscite con uno sforzo irrisorio, che a differenza degli altri sarei stato capace di ottenere il massimo dei risultati con un minimo di applicazione.

Mi sbagliavo, evidentemente. E non solo per tutto ciò che ruota intorno alla triade studio-lavoro-inserimento sociale. Ma anche sul personale, sugli affetti, sui sentimenti. Mai che mi sia infilato in una storia candida dall'inizio alla fine - no, sempre complicazioni, terzi e quarti problemi in lista d'attesa.

Questa storia con Natasha non rappresenta dunque una novità. Ci ho preso l'abitudine; con la presunzione di essere il primo mi sono accorto, via via che il tempo passava, di arrivare sempre per un pelo secondo, o terzo; o ultimo. Ma ho paura di essermi arreso a quest'idea. E' il primo passo che ti allontana dalla giovinezza, il primo che ti rende l'idea d'invecchiare più accettabile. Quante occasioni sprecate, quante mancanze.

E dire che volevo solo un po' d'amore sincero.

Esco dall'Irish pub con uno stato d'animo da ultima spiaggia. Merito delle due Carlsberg appena ingerite in rapida successione, senz'ombra di dubbio. I baristi sono due veri irlandesi, questo in parte mi consola perché ho avuto modo di scambiare qualche battuta in inglese - così ho l'impressione di non gettare via del tutto il mio tempo. E' un peccato che l'Irish apra alle cinque di pomeriggio. Non ti lasciano il tempo di pensarci due volte, prima di entrare in un pub quando hai la luna storta. Poi quando riesci fuori si verifica l'impensabile: la luna è sempre storta, sì, ma ha cambiato inclinazione.

Vago un'oretta per le vie del centro senza una meta precisa finché non mi viene in mente, passando di là, di dare uno squillo al campanello di Mélissa. Magari non c'è, magari non è ancora rientrata da scuola.

"Allô? "

Invece c'è. Apre il portone e m'invita a salire. Prendo su per le scale. Facciamo la bise sull'ingresso, poi entro dentro. Il volume della musica è alto. Ne deduco che sta passando un eccellente periodo di forma. Ascoltare i Negresses Vertes a tutto gas alle sei di mercoledì - ci sta che senta già l'estate in arrivo. Mi offre una birra e non dico di no, figuriamoci, a volte pensasse che mi sento male se rifiuto. Mi siedo sul canapè.

"Philippe non c'è?"

"No, è ancora a lavoro."

"Lavora troppo."

"Già. Non fa altro.", mi dice. Non perdo certo del tempo a pensare che cosa intenda per altro. Parliamo del più e del meno, degli ultimi movimenti.

"Hai voglia di andare a bere qualcosa in place Saint-Jacques?", le propongo.

"Pourquoi pas.", fa lei.


Ci avviamo in place Saint-Jacques che è davvero ad un tiro di schioppo dalla sua abitazione. La piazza è gremita di tavolini e di sedie occupate da varia umanità senza grossi problemi di lavoro. In pratica si sono dati tutti quanti appuntamento qua a quest'ora, per approfittare di quel che resta di un caldo sole estivo. Ci sediamo davanti al Village, bar che conta un'affluenza più trendy degli altri. C'è anche un gruppo di dark gotici, sotto un ombrellone. Il volto pallido per il cerone e gli occhi ombrati da improbabili linee di mascara violaceo.

"Cosa prendi?"

"Un diabolau au menthe.", fa lei. Cristo santo, dio solo sa quante cose sia possibile bere in un bar. Mi chiedo da dove le vengano fuori idee del genere. Io prendo una Heineken alla spina. Nascosto dietro un paio di lenti scure non do a nessuno la possibilità d'intuire che non si tratta della prima birretta - figuriamoci se intuiscono che non sarà l'ultima. Continuiamo a chiacchierare del più e del meno. Ci giriamo attorno; lei forse non ha intenzione di essere chiara, io invece non voglio calare la maschera, sbracare e parlarle direttamente di due o tre cose che ho in testa; mi farebbe piacere che cominciasse lei. Ma il cerchio ha preso a stringersi come abbiamo iniziato a parlare di storie di vita vissute in coppia. Io le ho chiesto informazioni generali su Kathy; come mai è sempre sola e il suo fidanzato che fine ha fatto. Lei mi ha risposto che molto probabilmente le cose non vanno per il meglio tra loro due.

"Non sono i soli, di questi tempi.", mi sento parte in causa, in qualche modo.

"E' una delle cose più difficili, stare bene insieme.", fa lei. "Voglio dire: magari sono già quattro anni che convivi con una persona e ti sembra di volerle bene, tutto procede a meraviglia... Poi, un po' per curiosità, un po' per noia, ti accorgi che qualcun altro ti sta guardando con insistenza, tu ricambi e bum, le cose prendono a girare per un altro verso." E' chiaro che in qualche modo anche lei si senta parte in causa.

'Scusa, a chi ti riferisci?", le chiedo. Ci siamo di mezzo un po' in troppi, meglio essere più precisi, procedere per esclusione.

"A me.", risponde sincera. Sorseggia la sua menta.

"Cosa c'è di nuovo?"

"C'è che tra me e Philippe non funziona più. Ecco."

Per l'amor di dio. Di tutto mi sarei aspettato da parte sua meno che uno sfogo di primavera.

"Hai qualche storia con qualcuno?" le chiedo. La cosa non mi stupirebbe più del dovuto. Eventualmente credo che potrei anche indovinare chi sia.

"Si. Ma non lo dire a nessuno."

"Pas de problème, Mélissa. Ti puoi fidare. Mi dispiace soltanto per Philippe."

"Si, lo so. Lui non c'entra niente. E' colpa mia. Anzi, proprio perché lui è così perfetto, sempre gentile, sempre disponibile. Mi riempie di regali. Non lo so cosa mi è preso. Dico, è anche un bel ragazzo. Sarebbe il tipo ideale per gran parte delle ragazze che sono qui attorno."

"Ci sta che è proprio per questo che hai rivolto l'attenzione altrove. Credo che dopo quattro anni vissuti insieme il pericolo maggiore sia l'abitudine. E' difficile tenere in vita i motivi che vi hanno fatto incontrare. La passione iniziale, ad esempio." Ecco cosa vuol dire fare Scienze Politiche.

"Non c'è mai stata passione tra me e lui. E' questo il problema." Ahi. Povero Philippe. Non ho certo bisogno di andarmene a studiare il cielo, stanotte, per intuire qual bel quadro astrologico le stelle gli stiano preparando a sua insaputa. Riesco finalmente a cogliere l'attenzione del barista. Ordino un'altra Heineken.

"Prendi qualcosa?", le chiedo.

"Oui. Un picon bière." Buon passaggio, un salto triplo da fermi e senza mani.

"Con Natasha come va?", mi dice, "Avete già fissato la data per il matrimonio?", sorride, ma credo che tutto sommato non ci sia un cazzo da ridere.

"Se lo ha fatto lei di sicuro non mi ha avvertito. Spero almeno di comparire tra gli invitati.", le dico.

"In linea di massima ti vedo tra i favoriti.", mi fa.

"Perché, quanti siamo? Pensavo fossimo solo due."

"Dalle del tempo. Sulla distanza ne dovresti uscire bene."

Si devono essere messe d'accordo con questa storia del tempo. Io in realtà ogni tanto mi sorprendo a pensare che forse farei meglio ad uscire dalla circolazione, sparire, ricominciare da un'altra parte. Le false partenze producono solo degli arrivi falsati; meglio ripetere la prova, ripartire da zero.

"Tu lo conosci?" Eccomi dove volevo andare a parare. Non c'è neppure bisogno di spiegargli di chi parlo.

"No", nega, "L'ho visto solo una volta, e di sfuggita. Ma è un tipo che non mi piace."

"Perché?" Dammi qualche criterio di valutazione, Mélissa, non si può andare avanti così alla cieca. Lei sorseggia il suo picon e mi sembra ancora incerta sul da farsi, probabilmente non si sente autorizzata a parlare. Forse alla fine è proprio per questo che lo fa.

"Non capisco perché Natasha debba confondersi con un tipo di cinquant'anni sposato e con figli a carico.", dice d'un fiato.

Bene. Mi piace starmene qui seduto in piazza Saint-Jacques in mezzo ad un migliaio di persone a prendere il sole e a bere qualcosa. Non hai neppure il tempo di annoiarti, la gente che passa stimola la tua attenzione e il tuo senso estetico, in giro c'è di tutto, bianchi, neri, bionde, brune, terrestri, alieni.

"Non capisco come faccia a sopportarlo. E' un tipo geloso, pretenderebbe che lei fosse sempre disponibile quando lo vuole lui, e poi crede che regalandole un televisore o pagandole l'affitto di casa possa vantare dei diritti. "

Si, sto proprio bene. Si è levata anche una brezza di vento per cui pure su un piano climatico le cose sembrano procedere per il meglio. Si prospetta proprio una bella seratina.

"Io gliel'ho detto mille volte, di farla finita. Gliene ha combinate grosse. Una volta le ha addirittura sfasciato la casa. Capisci? E' un tipo così. Non so come abbia fatto a stare tutto questo tempo insieme a lui. E' da quando la conosco che mi dice che si frequentano."

"E tu non ci hai mai parlato?"

"No. Fino all'altro giorno. Io gliel'ho sempre detto a Natasha che non volevo averci niente a che fare con lui. E' tutta la loro storia che non mi piace. Non so neanche come abbia fatto ad avere il mio numero di telefono. Natasha mi ha giurato di non averglielo dato. Cioè, capisci che situazione?"

Si, si. Io capisco. Sino ad un certo punto riesco a capire più o meno tutto. Il bianco e il nero, il bene e il male. Il piacere e il dolore. Chissà perché ma anche le novità mi appaiono dopo un attimo come cose scontate. Forse sono cinico. Forse l'indifferenza è una virtù. E poi ho letto molti romanzi nella mia vita, sono attratto dagli intrecci originali. Un tot di sentimento un tot di passione un tot di sesso un tot di perversione un tot di morbosità un tot di violenza un tot di dolcezza un tot di tutto un tot.

"Ne hai parlato con lei ultimamente?", le chiedo.

"Senti, Richard. Io credo che Natasha ti voglia molto bene. Non l'ho mai vista così sorridente, così brillante. Io credo che in questo momento lei si stia sforzando di scrivere la parola fine sul suo passato. E penso che sia merito tuo. E poi quando ci parliamo al telefono lei mi chiede sempre di te, se ti ho visto, che cosa fai... Mi sa che sia gelosa; non si fida di quello che fai durante la settimana."

E fa bene a non fidarsi. Il suo passato. Mollo Mélissa intorno alle sette e mezzo, lei voleva rientrare per vedere se Philippe era tornato, io da parte mia l'obiettivo di essere messo al corrente delle ultime novità l'ho già raggiunto, non c'è bisogno d'insistere. Torno a casa con la falcata sciolta di uno che ha mandato giù ben cinque birre e grazie a ciò ha il morale alto nonostante l'evidenza delle cose. In casa sorprendo Laura e Alain sul canapè che parlano di questo e di quello e si bevono un aperitivo. Eccone almeno due il cui rapporto sembra girare per il verso giusto. Ma sono solo agli inizi, non fa testo il loro stato di grazia. Alain comunque mi pare che se la cavi piuttosto bene con il braccio e col bicchiere. Saluto tutti e mi stappo una birra per fargli compagnia - e per mantenere il morale in quota. Poi mi viene in mente di telefonare a Natasha, ho un'ottima ispirazione e avrei due o tre cosucce da dirle.

Ma lei non risponde, non c'è. Inutile che perda del tempo a chiedermi dove sia, o dove sia finita. Non ho certo l'imbarazzo della scelta.

"Chi hai chiamato?", fa Laura.

"Natasha. Perché?"

"Ti ha chiamato prima. Mi ha detto di dirti che stasera usciva." Almeno non mi ha dimenticato.

"Mangi con noi?"

"A dirti la verità non lo so."

Prendo l'agenda con la precisa intenzione di inventare qualcosa per fargliela pagare e dare una svolta alla serata. Faccio presto ad arrivare al numero di telefono di Sabrina Argentieri.

"Ciao bella. Programmi per stasera?"

"Ogni tanto chiami...", fa lei. Mi vuole far sentire in colpa.

"Almeno io chiamo. Tu non ti fai mai sentire."

"Hai già mangiato?"

"Ecco, volevo proprio parlarti di questo. Che ne dici di una pizza?"

"Senti, se vuoi venire da me sei ancora in tempo. Sono qui con due mie amiche. Però cucina macrobiotica." Ho paura che stavolta cederò ai suoi esperimenti gastro-enterologici.

"Le conosco?"

"No, non credo."

"Ma dici che sia il caso che vengo? Non è che state facendo qualcosa di particolare? Capisci cosa intendo?"

"Dai, stupido. Ti do mezz'ora di tempo. Poi cominciamo." Ok, butta bene. Proprio quello che ci voleva.

"Vado a mangiare fuori.", dico a Laura.

"Va bene.", mi fa. Non le pare vero di poter trascorrere una seratina tête-à-tête con il suo Alain. "Dove vai?", mi chiede.

Io è da una vita che mi pongo una domanda del genere. Dove vai, Rick? Dove stai andando? Fin dove arriverai?

Il guaio è che negli ultimi tempi mi sorprendo soprattutto a chiedermi dove sei stato sinora? E spesso riesco a darmi solo una risposta confusa, imprecisa, giocata sulle approssimazioni.









Ci stiamo chiedendo - io e tutte le componenti zuccherine che mi obnubilano il cervello - come faccia Paulette ad avere quarantanni visto che si veste e che ha un corpo come una fanciulla di venti. Minigonna di cuoio nero aperta davanti e un body attillato a scacchi. Un seno così è un'offesa al mio pudore non comune - e ho detto tutto. Spero almeno che ci sia il trucco, che appaia così denso e sodo per via di un soutien-gorge speciale, dell'ultimo prototipo del Wonderbra; altrimenti non c'è giustizia. Sabrina non mi aveva ancora fatto conoscere le sue amiche e aveva le sue ragioni, credo. Si, l'altra - Veronique - non è niente di speciale, se ne sta sulle sue e non dice nulla di particolarmente interessante, ma Paulette è davvero una sorpresa, ho fatto proprio bene a telefonare a Sabrina stasera.

Siamo qui sui divani da almeno un'ora a parlare dei grandi problemi del mondo senza alcuna intenzione di risolverli ma con il preciso proposito di mettere i puntini sulle I - di fare delle considerazioni puntuali. E' il massimo. Paulette è una psicologa freudiana, Sabrina è junghiana, Veronique lavora al Palazzo di Giustizia e io mi sono presentato come scienziato politico - conosco anche qualcuno che solo per il fatto di essersi laureato in legge si autoproclama giurista, non vedo perché io non debba fare altrettanto - anche se segretamente me ne resto attestato sulla mia linea gotica reichiana. E mi sfido a fare altrimenti, vista e considerata la presenza fisica di Paulette che non si ridimensiona neppure allorché mi accorgo della sua viva e pungente intelligenza; in ogni caso sin dal primo momento abbiamo preso a giocare in coppia contro le visioni integraliste di Sabrina e di Veronique. Sabrina probabilmente si chiederà come mai non sono mai d'accordo con lei e non condivido le sue posizioni - e in fin dei conti cosa sia davvero successo quella notte e perché abbiamo finito poi per fare l'amore. Paulette ribadisce che non si può e non si deve generalizzare la terapia, che ogni intervento psicoanalitico deve tener conto del concreto vissuto, dell'individuo in questione. Io concordo e se mi lasciassero parlare avrei anche qualcosa da aggiungere per sostenere le sue posizioni. Tengo pronto il mio discorso sulla complessità irriducibile dell'universo - si, comincerei umilmente dalle ipotesi sulla genesi, tanto per fornire una visione d'insieme. Ma è difficile cogliere qualche opportunità, Sabrina ha preso la parola e non la molla, vuole a tutti i costi dimostrare l'indimostrabile e ho paura che il suo tentativo andrà per le lunghe; per ora sta solo dimostrando di avere alzato un po' il gomito. E di mangiare non se ne parla proprio. Figurarsi se interrompiamo una conversazione del genere per passare a tavola. Mi dedico ai crostini e a mescolare la crema di mirtillo nelle flûtes. Lei deve avere una riserva di Veuve Cliquot da qualche parte, perché siamo già alla seconda bottiglia e anche l'ultima volta che sono passato da casa sua ne sono partite diverse. L'approccio di Veronique è invece più schematico, risente dei suoi studi giuridici, per lei è difficile non semplificare la complessità delle menti a due o tre chiavi di lettura chiare e onnicomprensive. Che non diventeremo mai dei grandi amici me ne rendo conto quando intervengo nella discussione suggerendo che anche nell'applicazione delle leggi occorrerebbe riferirsi al soggetto, e non all'oggetto; cioè all'uomo, non alla sua colpa.

"Così come per dei problemi psicologici non si può ridurre tutto all'omosessualità latente nel caso dei reati non si può comminare una sanzione soltanto secondo la gravità della fattispecie.", dico convinto benché sia una posizione difficilmente sostenibile più a lungo di un quarto d'ora.

"In questo modo facciamo un gran miscuglio e non approdiamo a nulla.", afferma tra le altre cose Veronique contestando i fondamenti del mio intervento. Paulette ha capito che sto parlando più che altro per dare aria alle mie corde vocali - per me è già eccezionale il fatto che non vengo considerato per ciò che sono, ovvero, dietro all'apparente immobilità, ubriaco, bensì vengo ascoltato con attenzione, come se sotto il fumo che spando ci fosse qualcosa da arrostire, dentro la forma un qualche profondo contenuto d'afferrare al volo.

Andiamo avanti a discutere, a bere e a mangiare pasticcini sino a quando Veronique e Paulette non mollano la spugna ammettendo di essere stanche e di non reggersi più in piedi - mai nessuno che lo dica chiaramente, di aver bevuto troppo e di essere sbronzo. Peccato, perché tutto sommato pensavo che non mi sarebbe dispiaciuto approfondire la conoscenza di Paulette; e se sto al gioco di sguardi credo che anche a Sabrina non sarebbe dispiaciuto approfondire qualcosa. Gira e rigira si finisce sempre qui o lì. Per ciò che mi riguarda non mi sento affatto stanco, benché non sia sicuro di potermi reggere in piedi. Mi alzo per salutarle.

"Ci sei alla festa di Sabrina?", mi chiede Paulette.

"Certo che ci sono." Sicuro che ci sarò.

"Bene. Allora ci rivediamo."

"Volentieri."

Facciamo la bise. Mi risiedo. Sabrina le accompagna alla porta. Poi sparisce in cucina e torna con una nuova bottiglia di Veuve in mano. Mette un Cd dei Cocteau Twins e viene a sedersi sul divano accanto a me.

"Certo tu sei proprio una puttana.", mi dice perentoria.

"Perché?"

"Dio mio. Da quando sei arrivato sei stato tutto il tempo a fare gli occhietti dolci a Paulette. E ogni volta che parlava facevi si con la testa neanche tu avessi un tic."

"Se è per questo, anche tu." le dico. Lei versa lo champagne nei calici. "Dimmi la verità. Non sarai per caso gelosa?".

"Stupido.", replica lapidaria. Mi porge il calice. Brindiamo. "Comunque è un tipo eccitante, Paulette.", aggiunge a denti stretti. Lascia scivolare il palmo della mano con noncuranza sulla mia gamba destra e mi fissa negli occhi con intensità. Mi chiede che cosa ho fatto di bello negli ultimi giorni. "Oh, niente di particolare, Sabrina." Comunque non credo che abbia davvero voglia di saperlo. Mi sa che sta ancora pensando a quanto sia eccitante Paulette. Risale sino al cavallo dei pantaloni e prende a sbottonarli senza fretta. Lo fa in un modo così indifferente che non sono niente affatto sicuro delle sue intenzioni.

"Con Natasha come va? Non l'ha ancora lasciato il fidanzato?"

Si lascia andare in ginocchio davanti a me continuando a guardarmi negli occhi e trova l'apertura dei boxer. Se lo infila in bocca senza darmi neppure il tempo di rispondere.










16. QUESTA SERA QUA








Niente da dire. Natasha stasera è riuscita davvero a cogliermi di sorpresa. Mi chiedo come ha fatto a sapere che ero qui. Deve aver parlato con Laura. La scorgo tra la folla, da sola, che viene proprio nella mia direzione, non sembra un caso che passi di qua. In un certo senso mi coglie in flagrante - meno male che non sto compiendo alcun reato. Me ne stavo qui tranquillo ad un tavolino del Village a bermi un aperitivo, un Picon bière, e ad osservare la fauna a passeggio in place Saint-Jacques prima dell'ora di cena. Eccola in avvicinamento: scarpe di tela con le trecce e il tacco alto e un vestitino corto e celeste. Non mi sembra particolarmente allegra, ma ormai da lei mi aspetto di tutto - sul piano dello stupore, quando si è passato un certo limite non ci si preoccupa più di nulla.

"Cosa stai facendo?", mi chiede fredda e nervosa.

"Potrei rivolgerti la stessa domanda.", le dico. "Sei sola?", l'ho visto che è sola; più che altro è una battuta di spirito - amara, ma pur sempre ironia.

"E tu, aspetti qualcuno?"

"Può darsi."

Lei non sembra essere in vena di risposte sospese o di giochini dialettici. Si siede accanto a me e ordina un kyr.

"E il tuo programma? E' saltato?", le chiedo.

"No.", fa lei. "Volevo solo vederti. Ormai ho preso l'abitudine di trascorrere i week-end con te. Ho passato una giornata d'inferno, oggi."

"Non è colpa mia."

Si, sono un po' acido. E nient'affatto contento di come vanno le cose. Lei ieri sera ha passato un'ora al telefono per dirmi che non sarebbe venuta questo fine settimana, che stasera aveva già previsto di andare ad un concerto allo Zenith a Nancy e quando le ho chiesto con chi andava prima ha cercato di sorvolare dicendomi con degli amici, poi ha ceduto, ha confessato la verità.

E io le ho detto, "Ok, nessun problema. Anzi, magari salutamelo, il tuo cinquantenne." E lì l'ho sentita smarrita. Chi te l'ha detto, come fai a saperlo, cos'altro sai. Le ho detto che ho i miei informatori, ma lei più o meno ha intuito chi fosse la fonte. Non c'era certo bisogno di andare lontano. Alla fine non è che poi ci siamo salutati come al solito.

"Tu cosa fai stasera?", mi chiede. La gelosia a senso unico è il massimo della vita.

"Non lo so di preciso. Ho un appuntamento qui con una mia amica."

"Chi?"

"Ti sembra una domanda da porre? Ti senti autorizzata a vantare qualche diritto su me?" Sorseggio il mio picon, accendo una sigaretta, mi godo il panorama.

"Smettila di essere cattivo", mi dice. "Ho preso il treno apposta per vederti. Volevo dirti che stasera la faccio finita. Che chiudo con lui. Costi quel che costi. Non ce la faccio a continuare così." Un'ampia e lenta boccata. Ho fatto bene oggi pomeriggio ad andare in palestra. Mi sento calmo, rilassato, presente.

"Volevo dirti che ti amo, Richard.", aggiunge, una quisquilia. Finisce il suo kyr e si accende una Lucky Strike. Tante volte nella mia vita mi sono sentito dire cose del genere, non mi impressiono più, non mi spaventano.

"Lo sai, anch'io ti amo. Anzi, potrei amarti.", le dico senza alcun coinvolgimento reale. Non è né il luogo giusto né l'ora adatta per radicali testimonianze d'affetto. E poi devo farmene ancora una ragione. Sia di quel che lei ha combinato negli ultimi quattro anni sia di quel che ha combinato Sabrina sul mio corpo l'altra notte. In fondo potrebbe anche esserci qualcosa che non va. Peccato che le cose siano andate così. Se soltanto ripenso a quando ci eravamo conosciuti, davvero, ero animato dai migliori propositi - ma ormai è tardi, mi dico.

"Ora devo andare alla stazione, ho un treno tra mezz'ora. A che ore pensi di rientrare a casa, stasera?"

"Non lo so." E come faccio a sapere una cosa del genere? Non faccio mai programmi in anticipo.

"Vorrei venire da te, dopo." Dopo cosa? E' il prima che mi entusiasma: tutto quello che ha in mente di fare - vorrei seguirla, pedinarla, vorrei finalmente scovarla insieme a questa presenza inquietante che ci separa.

"Te l'ho detto, non lo so quando rientro."

"Non ha importanza. Io conto di riessere a Metz intorno alle una. Vengo sotto casa tua e suono al campanello, una volta sola, per non disturbare Laura nel caso fosse in casa e stesse dormendo. Se ci sei mi apri, altrimenti andrò a dormire da Mélissa.", dice ancora, programmino un po' complicato ma niente male, in fondo. Si tratterà di vedere se ho intenzione di seguire le istruzioni. In questo momento non ne sono poi così convinto. Lei si alza. E' chiaro che va di fretta.

"Facciamo almeno la bise?", mi chiede.

"Se vuoi." Mi alzo anch'io, ci scambiamo due baci sulle guance.

Nonostante le apparenze non siamo mai stati così distanti l'uno dall'altro. Mi sento come se mi fossi messo l'animo in pace e avessi scritto la parola fine su tutta questa storia. All'improvviso non riesco a provare niente per lei, avverto solo un grande incommensurabile vuoto. Come tutto passa in fretta, anche quei sentimenti che credevi durassero se non tutta la vita almeno qualche mese; niente, tutto scema via, perde il suo vigore, si confonde nei toni opachi di un tramonto triste - chissà dove va a cercarle queste ispirazioni, il mio orgoglio ferito.




Si, sono un sentimentale. E' per questo che ora mi ritrovo nel mio letto da solo e non nel letto di Sabrina. Sono le una e trenta. In fondo spero che tutto ciò non sia inutile, che Natasha non sia stata puntuale e sia già passata da qui - che non sia già a casa di Mélissa. Me ne sto adagiato sul letto, quieto, pronto ad avvertire il benché minimo rumore nel silenzio della notte. Gli uccellini cinguettano; forse sono rimasti gli unici ad avere qualche cosa da dire. Ogni tanto qualche urlo alla luna lanciato da chissà chi qua dietro sul ponte Saint-George mi fa toccare con mano l'evidenza delle cose. Sbaglio, a volte, a personalizzare. L'abuso d'alcol è un problema sociale, alla stregua di tanti altri - disoccupazione, emarginazione, violenza, droga, povertà, ignoranza, sovrappopolamento, odi etnici, intolleranza, inquinamento, irreversibilità della recessione, manipolazione delle menti; breve memorandum. Sono qui da solo che mi fumo un'altra sigaretta. La mia testa spazia in questi spigolosi anfratti; se proprio non sarò autorizzato un giorno a dichiarare "Io l'avevo detto", potrò almeno consolarmi con il fatto che l'avevo pensato questa sera qua.

Squilla il citofono. Colpo d'occhio all'orologio: sono le due e un quarto. Alla faccia delle buone intenzioni, doveva venire verso l'una. Mi alzo dal letto e mi avvio per rispondere in assetto costante, non vado né di fretta né a rilento. Le apro il portone, lascio socchiusa la porta d'ingresso e me ne ritorno in camera, mi risdraio sul letto. Mi accendo ancora una sigaretta come sento nell'aria il rumore impercettibile dei suoi passetti. Lei si affaccia alla porta. Eccomi qua vestito di soli slip in posizione orizzontale. Sembro un ninfetto. Mi guarda e non dice nulla, resta ferma un attimo sull'entrata. Neanche un saluto. La guardo. Cerco d'intuire dove andremo a parare nella prossima mezz'ora. Poi attacca la borsetta ad un gancio dietro la porta e si mette a sedere ai piedi del letto.

Non ha ancora pronunciato una parola e già comincia a piangere. Sono davvero belli i suoi occhi così umidi.

"Come è stato il concerto?", le chiedo. Lei si avvicina e prende una sigaretta dal pacchetto sul comodino. Se l'accende, tira una boccata nervosa.

Si volta e mi dice: "E' finita, Richard. Ci siamo lasciati."

Non so cosa dirle. Lei ha passato le ultime settimane a dirmi che non dovevo immischiarmi in questa storia. E ora non so cosa dirle né cosa pensare. Forse dovrei essere contento, magari rallegrarmi con lei per la buona notizia. Forse dovrei sentirmi importante, il prescelto di primavera, l'eletto ad un ruolo ufficiale. Il socio di maggioranza, finalmente. In fin dei conti ha rinunciato a lui per stare con me. In ultima analisi potrebbe anche mentire, come faccio a saperlo, se le credo è per fiducia o per incoscienza - è comunque un cospicuo investimento.

"Perché piangi?", le chiedo.

"Perché non è stato facile. Non sai cosa ho dovuto passare, stanotte."

Mi sollevo e mi accosto alle sue spalle. La stringo forte.

"Vuoi parlarmene?"

"No.", risponde asciugandosi gli occhi. "Non voglio più pensarci."

Ci guardiamo dritti nelle pupille stringendosi le mani. Ho l'impressione che stiamo comunicando per telepatia. Io almeno mi faccio qualche idea su cosa le può passare per la testa in un momento così. Mi appare imbronciata, delusa, ferita, stanca. Lei può darsi si chieda se riesco a capirla. Le accarezzo il collo, le rimetto a posto i capelli. Ci sfioriamo la bocca. Resto sospeso sul labbro superiore. Osservo i suoi occhi chiudersi lentamente. Si lascia andare, si abbandona.

Mi chiedo se non mi sto assumendo un po' troppe responsabilità. Dico, mi pare che abbia cominciato a incidere, sulla sua vita. Sono davvero sicuro di quello che faccio? E lei, ne sarà ormai sicura? E' giusto avere colmato le distanze in un tempo così breve? Credo di amarla sul serio o sto solo giocando ancora? E se è così, è giusto farlo? E lei, cosa sta facendo, in realtà? Il suo corpo leggero e candido che si scioglie sul letto a mia completa disposizione. Le accarezzo le spalle, le braccia, l'addome. Le do un altro bacino. L'avvolgo con gesti che conosco a memoria e che non hanno nulla di spontaneo. E' tutto un'illu-sione. O è solo una questione di sesso?

Mi pare che stia cominciando ad incidere davvero, nella mia vita.

Stacco la spina. Si alzano le fiamme del peccato. Dammi un bacio, Natasha. Che è fredda, questa notte calda.










17. CON IL CUORE IN MANO








La prima grande novità di questa settimana di fine maggio è che Kathy si è suicidata. L'hanno riacciuffata per il collo quando ormai era riversa esanime sul pavimento del bagno con la bava alla bocca. Overdose di barbiturici. Me lo dice al telefono Mélissa lunedì sera. L'avevo chiamata semplicemente per salutarla, per chiederle come va e per invitarla a boire un coup se ne aveva voglia. Non ne ha voglia. Se ne stava con Philippe sul divano a guardare un film su TF1.

"Mi ha chiamato Christoph per dirmelo", mi fa. "Mi ha detto che è successo venerdì, l'hanno ricoverata alle una di notte, ora sta bene, ma è da tre giorni che non mangia nulla."

"Chi è Christoph?"

"Non lo conosci?"

"No."

"E' il suo ragazzo." Ah, il poliziotto. Allora esiste.

"Perché l'ha fatto?", le chiedo. Domanda idiota. Quando si arriva al punto di suicidarsi non sono certo i motivi che mancano. Basta cercarli a partire dal primo trauma infantile, passando attraverso le difficoltà di relazione coi genitori e d'inserimento nella società, facendo una sosta sulle contraddizioni tra il volere e l'avere, cercando di attraversare le sponde tra il dire e il fare, sino ad approdare all'ultimo irrilevante litigio di coppia o l'ultima gaffe sul luogo di lavoro, se non addirittura l'ultimo film violento visto in tivvù o lo smarrimento di fronte all'assenza di valori, di un Dio, di qualche punto di riferimento. Insomma, c'è solo da avventurarsi, in questi meandri.

"Eh, che tra Kathy e Christoph le cose non andassero per il meglio ormai lo sapevo da tempo", dice. "Senti, vuoi venire con me domani, a trovarla all'ospedale?"

Ma si, perché no, magari servisse a rincuorarla un istante.

"A che ora?"

"Ti passo a prendere quando torno da scuola. Diciamo verso le sei."

"Ok, ti aspetto."

Ci salutiamo. Abbasso la cornetta e vado addirittura in bagno a disturbare Laura nella vasca per annunciarle la mesta novella.

"Sai cosa?", le dico, "Kathy ha tentato il suicidio." Lei mi osserva con aria incredula.

"No?", fa sorpresa.

"Si."

"Davvero?

"Si, si."

"E come? Quando? Dove?"








Dopo l'esperienza di un anno maturata durante il militare come autista di ambulanze, Soccorritore, Barelliere, Assistente medico e altro non ho alcuna difficoltà a orientarmi di reparto in reparto e ho già capito dove dobbiamo andare. Mélissa mi viene dietro e mi chiede se c'ero già stato al Bon Secours, è stupita di come ho azzeccato le entrate e le uscite.

"Un giorno ti racconterò due o tre cosucce di me.", le dico.

Arriviamo alla porta in questione e bussiamo prima di entrare. Kathy se ne sta sdraiata sul letto in fondo alla stanza, davanti alla finestra. Il sole filtra dalle tendine. L'hanno sistemata ben benino. Ha due flebo attaccate al braccio destro, una soluzione fisiologica e un calmante, e una sonda su per il naso per alimentarla, visto che si rifiuta di mangiare o che non ne ha voglia. Mi dico che non è giusto sprecare un bel corpo così e un bel viso così. E' di un pallore cadaverico. Ma chi te l'ha fatto fare Kathy? Se mi telefonavi te lo potevo dare io qualche motivo per vivere. Flette lentamente il collo e ci inquadra. Abbozza un sorriso.

"Come stai, Kathy?", le chiede Mélissa.

"Uhm.", fa lei. Quantomeno vuole farci intendere di non sentirsi in forma. Facciamo la bise in mezzo ad aghi di siringhe e tubi trasparenti.

"Hai una sigaretta, Richard?", mi chiede.

"Non credo che sei nelle condizioni di fumare."

"Dai, non mettertici anche tu, adesso."

Le accendo una Wiston e gliela porgo. Lei tira una lunga boccata e chiude gli occhi per apprezzarla meglio.

"E' da venerdì che non fumo.", ci dice.

"Bene. Almeno a qualche cosa è servito il tuo gesto.", le dico per sdrammatizzare. Ma non vorrei aver sortito l'effetto contrario.

Ci tratteniamo per mezz'ora a tenerle compagnia, lei sembra tranquilla, dice che ha fatto una cazzata in un momento di depressione, che non aveva davvero l'intenzione di sparire dal mondo.

"Il peggio è passato.", aggiunge.

Vorrei dirle che anche il meglio dovrebbe essersene andato via da un pezzo, se è arrivata a smarrire il senso delle cose, ma lascio perdere. Non è compito mio farle la morale. E poi, quale senso? Quali cose?

"Che non ti venga più in mente di lasciarmi da solo in questa valle di lacrime.", le dico dopo il bacino, prima di andarmene. Usciamo dalla stanza e ci avventuriamo lungo i corridoi per trovare l'uscita.

"Davvero, dovrai spiegarmi come fai ad orientarti in questo labirinto.", dice Mélissa.

In auto ci guardiamo ogni tanto con un'aria da bambini stupìti dalle meraviglie e dagli orrori del mondo - Kathy che tenta il suicidio. Ma si può? Ad occhio e croce non mi sembrava certo un tipo depresso, né credo che vivesse delle problematiche esistenziali profonde. Poi da un momento all'altro senza un motivo apparente ha girato la chiavetta; voleva fermare il mondo, voleva scendere.

"Andiamo a bere un aperitivo in centro?'', propone Mélissa.

"Buona idea.", le dico.

Parcheggiata l'auto in place de la Republique camminiamo un quarto d'ora a vuoto prima di deciderci di entrare all' Atmosphere - ci siamo risentiti risucchiati dal battito dell'house e abbiamo avuto l'impressione che lì dentro ci fosse, è proprio il caso di dirlo, l'atmosfera giusta. Tunz tunz tunz. Così siamo entrati. Dietro il banco il barista spina birre e lava i bicchieri ballando e qui e là un po' ovunque giovani clienti ipervitaminizzati scuotono la testa seguendo il ritmo. Psichedelia. Ragazzine coi capelli lunghi alla B.B., tacchi alti e inguinali minigonne d'argento.

"Ci sediamo qui?"

"Ok."

Ordiniamo due picon Bière. Tunz tunz. Temo che tra non molto anch'io prenderò a scuotere la testa e a battere il piedino.

"Ma si può?", dico a Mélissa. "Dimmi te se si può suicidarsi così senza un motivo."

"Eh, proprio senza un motivo non direi, comunque.", fa lei.

"Cosa vuoi dire?"

"Si era messa un po' nei casini, negli ultimi giorni."

"Cioè?"

"Christoph martedì scorso era a lavoro e si è sentito male. Ha chiesto il pomeriggio libero ed è rientrato a casa e l'ha trovata a letto con un suo collega. Cioè con un altro poliziotto che lavora proprio nell'ufficio di Christoph. In pratica hanno la scrivania uno davanti all'altro."

"Non ci credo. Mi stai prendendo in giro."

"No. Tutto vero. E' stato lo stesso Christoph a raccontarmelo. E capisci, negli ultimi tempi il suo amico è mancato spesso dall'ufficio..."

"E lui che ha fatto?"

"Oh, lui ha reagito bene. Le ha detto di avvertirlo quando avessero finito e si è richiuso la porta dietro. Ma credo che il peggio sia stato che, di fronte allo scandalo che è esploso, il suo collega ha fatto dietrofront con Kathy."

"Spiegati meglio."

"Si. Lui le aveva promesso che avrebbe lasciato la moglie per mettersi con lei. Poi però, messo alle strette proprio da sua moglie, ha preferito restare con lei e lasciare Kathy. Così Kathy si è trovata in un colpo solo sputtanata con Christoph e senza più l'amante."

"E si è suicidata."

"Si."

Se non fosse per il tragico epilogo ci sarebbe solo da ridere. Il barista salta giù dal banco e ci porta i due Picon. Indossa un paio di pantaloni di pelle nera e una maglietta lucida aderente con un bel cerchio davanti che riproduce il segnale stradale di arresto. All'interno del cerchio il disegno di un preservativo e sopra il preservativo la frase STOP AIDS! - bene, a volte a qualcuno fosse passato di mente ci pensa lui a ricordarglielo. Mélissa prende il boccale e manda giù un primo lungo sorso. Poi si accende una sigaretta.

"Tutto sommato la comprendo.", mi fa.

"Comprendi cosa?"

"Si, ti ritrovi in una tale confusione mentale che fai fatica ad uscirne. Basta un attimo di angoscia e rischi di lasciarti andare così. Guarda me con Philippe. Ormai sono tre mesi che non facciamo più l'amore insieme. Lui vorrebbe, ma sono io che non ne ho voglia. I primi tempi bastava la scusa di un mal di testa o di un mal di pancia. Ma ora non mi preoccupo più neanche di inventargli una scusa. Gli dico semplicemente: no. E mi volto dall'altra parte."

"Cosa stai combinando Mélissa? E' dalla serata a Falch che non mi sembri più la stessa."

"Eh...", sospira. "E' proprio quella notte là che si è scatenato il finimondo. Sai, fino ad allora ci eravamo limitati a dei sorrisi o a degli sguardi languidi, ma non avevamo fatto ancora nulla."

"Fatto chi?" le chiedo anche se ormai un'idea precisa ce l'ho. La sua risposta è una pura formalità.

"Mi sono innamorata di Gérard.", confessa sincera. Le si sono illuminati gli occhi soltanto pronunciando il suo nome. Colpi di fulmine tra capo e collo. E' un periodo davvero a rischio per le storie di coppia. Occorre fare attenzione, Cupido o ha sdato di testa o ha perso la mira.

"E cosa pensi di fare, ora?"

"Non lo so, Richard. Non lo so proprio." Si dedica al boccale come se la soluzione del problema si trovasse lì dentro. Vorrei dirle: già cercata a lungo, tutto inutile, lì di sicuro non c'è. Magari ci fosse stata. Mélissa mi dice che anche Gérard è innamorato di lei, che non sanno cosa fare e come farlo, che lui ha una moglie e due figli - ma questo lo sapevo, come so già che ha dieci anni più di lei, e non mi sembra una cosa da niente, visto che la differenza tra le loro vite è scritta nei loro volti. Ho come l'impressione che stiano facendo un errore fatale - qualcosa che costerà caro.

"E con Natasha" mi fa, lo sguardo improvvisamente serio, direi quasi cupo. "Avete avuto dei problemi l'altra notte?"

"Di cosa stai parlando?", le chiedo. Lei se ne resta un istante tra le nuvole, come se avesse detto qualcosa che forse non era il caso di dire.

"E poi, di quale notte parli?" A quanto pare vengo tenuto all'oscuro ancora di qualche cosa.

"Si, sabato notte.", dice, cerca di sorvolare, ma è tardi.

"Mélissa. Io comincio ad essere stanco di questa storia con Natasha. Di tutti questi misteri. Per favore. Te lo chiedo con il cuore in mano. Se c'è qualcosa che non so, qualcosa che devo sapere, dimmela." Mi sembra quasi di vederlo, il mio cuore che pulsa impazzito sul palmo di una mano tremante e insanguinata.

"L'altra notte Philippe e il suo... Si, insomma, e quello là, sono quasi venuti alle mani. Lei si era fatta accompagnare da lui sino a Metz, ma lui voleva sapere da chi andava, allora è venuta da me. Non credo fosse il caso che venisse direttamente a casa tua. Quello è uno fuori di testa. Va a giro con una pistola, figurati. Mi ha fatto un mezzo interrogatorio al citofono, non ci credeva che Natasha volesse davvero venire da me."

"Bhé, non aveva tutti i torti."

"Si, ma non ci si comporta così. Quando è riuscita, poco dopo, la sua auto era ancora parcheggiata dietro casa e allora lei non ci ha più visto, hanno cominciato a litigare in strada, gli diceva di andarsene, che non ne poteva più di essere perseguitata. Lui le ha tirato uno schiaffo. Philippe è sceso giù dicendomi, "Io gli spacco la faccia a quello stronzo." Meno male che era sabato sera e a quell'ora c'era ancora gente in giro, sennò non so come sarebbe finita."

"Ma si può sapere chi cazzo è questo tipo?"

"Guarda, Natasha non me ne ha mai parlato. Giusto qualcosa così, di sfuggita. Si, so che è sposato, che ha dei figli, ma niente di più. Lei ha sempre separato la nostra amicizia da questa sua storia. Ad esempio, mai che ce l'abbia presentato o che siamo usciti insieme", mi fa, "E meno male."

"Ora capisco perché l'altra notte piangeva."

"Piangeva?"

"Piangeva, si. E poi mi ha detto che si erano lasciati."

Ci salutiamo abbondantemente dopo l'ora di cena. Mélissa non sembra affatto preoccupata di essere in ritardo, mi ha detto che non è grave, che tanto Philippe non rientra mai ad un'ora precisa, dipende dal lavoro che deve fare. Così mangiano insieme solo se si mettono d'accordo prima o quando le circostanze lo rendono possibile.

"Sei invitata ad una festa.", le dico mentre l'accompagno all'auto.

"Ah, si?"

"Si. Ti ricordi di Sabrina?"

"Certo che si." Per un attimo mi è sembrato che le fossero balenate negli occhi due o tre idee che hanno a che fare con me; ma probabilmente è stata solo una mia impressione - proietto su di lei qualche senso di colpa, che so.

"Fa una festa sabato sera e mi ha detto di invitarti. E di invitare anche Philippe."

"A lui glielo posso dire io.", mi fa. "E Natasha?"

"E' invitata anche lei. Ma a lei glielo devo dire io."

Quando rientro a casa la prima cosa che mi viene in mente di fare è di telefonare a Natasha e non so darmi un motivo preciso, sono confuso da tutto quel che è successo, da un lato non vorrei averla mai conosciuta, da un altro mi sorprendo spesso a dirmi che in fondo non ne sono innamorato e se invece credo che sia così è perché ho sempre avuto una predisposizione particolare ad autosuggestionarmi; però da tutti gli altri lati di questa spigolosa figura geometrica mi balzano in testa stati d'animo ossessivi e pulsioni inquietanti: ho bisogno di lei, dei suoi occhi, delle sue labbra, del suo corpo, della sua pelle di seta vellutata, dei suoi rumorosi silenzi.

"Richard.", mi dice, "Fa qualcosa. Non posso passare la serata su questa poltrona ad aspettare che il telefono squilli per sentire la tua voce. Non accendo neppure più la tivvù. Mi manchi troppo. E' snervante passare tutta la settimana in libreria prima di poterti vedere."

"Anche tu mi manchi."

Io mi ascolto quando dico certe cose. Mi ascolto e non ce la faccio, non riesco a prendermi sul serio. Lei mi racconta per filo e per segno cosa ha fatto oggi. E' preoccupata. Mi dice che la prossima settimana dovrà sostenere un'intervista per una televisione regionale sulla strategia di vendita di libri per l'infanzia, sui nuovi strumenti didattici.

"Allora potrò vederti in tivvù.", le dico.

"Già, tu scherzi. Io sono terrorizzata."

"Sono convinto che te la caverai alla grande. Anzi, credo che il tuo destino alla fine ti porterà spesso a familiarizzare con il tubo catodico. Sei perfetta per lo schermo. E poi, sei bellissima."

"Grazie, Richard.", mi dice, un gomitolo di tenerezza.

"Ti vedrei benissimo anche dentro a un film."

"Dici davvero?"

"Certo. A parte il fatto che ti vedrei benissimo dappertutto, ma questo non fa testo." Ecco, esagero, mi faccio prendere la mano. Sto quasi per dirle che la vedrei benissimo anche dentro a un romanzo, ma mi interrompe.

"C'è una grande novità per noi due", mi fa. "Da oggi non corro e non corri più alcun rischio."

"Cioè?" Pausa di silenzio. Lo fa apposta per aumentare la mia curiosità, credo.

"Ho cominciato a prendere la pillola.", dice soddisfatta.

"Questa si che è una notizia.", le dico.

Ha fatto tutto da sola. Non le ho chiesto niente. Lo fa per me. Non riesco a crederci. Si, ci riesco, ma non pensavo che tra le altre cose potessero esserci anche questi sviluppi. E' come se stessimo superando un ostacolo dopo l'altro, come se lei avesse rotto tutti gli indugi e mi avesse finalmente scelto - e facesse di tutto per portare a termine questo disegno. E io che quasi cominciavo a dirmi di voler vendere le poche quote che vantavo ora mi trovo a controllare tutto il pacchetto azionario. Dio che pioggia di responsabilità. Dio che onore, che onere.

"Venerdì sera ci sarebbe un'altra festa.", le dico - trovo il coraggio di farlo.

"Si?"

"Si, da un'amica di Laura." Non tutto il coraggio necessario, è evidente. "Cioè, la conosco piuttosto bene. Le ho parlato spesso di te e mi ha detto che ti vuole conoscere, se ne hai voglia. C'è anche Mélissa e Philippe."

"Come si chiama?"

"Sabrina." Altra pausa silenziosa. Ma lo sapevo. La vita non è tutta rose e fiori. Mi sento anche un po' meschino. Lei che arriva a prendere la pillola per fare l'amore con me e io che porto avanti come se nulla fosse i miei scaltri giochini.

"La conosci quanto bene?", mi chiede. Forza, animo, Rick. Fatti valere.

"Cosa dici. E' solo un'amica. Ci conosciamo da anni." Sul piano delle menzogne non ti sta dietro nessuno, a volte. Cosa ci puoi fare? Sono le cose che ogni tanto vanno per conto loro, tu ti ritrovi a seguirle senza neanche esserne cosciente - mi giustifico. Cosa pretende? Mi conosce solo da un mese e magari vorrebbe che fossi ancora vergine?

"Ok, d'accordo. Voglio proprio verificare questa vostra amicizia.", mi fa, quasi battagliera.

Ci salutiamo. Lei mi dice che mi richiamerà domani per dirmi quando sarà libera e quale treno potrà prendere, perché ha dello straordinario da fare. Mi dice che devono organizzare le scelte editoriali per il nuovo anno scolastico.

"E lo fate ora, alla fine di maggio?", le chiedo.

"Certo. Ci vorrà un mese. Poi è estate. Non c'è mica rimasto molto tempo."

E' mezzanotte e anche stasera ho saltato la cena. Sono stanco, ho voglia di dormire. Mi chiedo perché quando sono solo mi dimentico di mangiare. Spero che non sto dando di balta. Vado in bagno e mi peso sulla bilancia. Ca bouge. Ho perduto cinque chili in un mese - nonostante tutto l'alcol bevuto nello stesso periodo.

Mangio una mela. Venerdì c'è questa festa e ci sarà non sai neanche tu quanta gente, ci sarà Natasha, ci sarà Sabrina, ci sarà anche Paulette - lei te l'ha pure chiesto, se c'eri anche tu.

Mi alzo all'improvviso e prendo il telefono e richiamo Natasha. Lei mi chiede che cosa succede, perché l'ho chiamata ancora. Le dico che ho la casa infestata di fantasmi e che ho appena chiamato un Ghostbuster, che la situazione è quella che è. Lei sorride, e mi dice che i fantasmi sono tutti nella mia testa.

"Si, forse è vero. Forse sono solo nella mia testa", le dico. "Volevo solo dirti che ti amo, Natasha, che mi manchi, che vorrei che tu fossi qua con me o che io fossi là con te nel tuo letto.", le dico ancora, prima di farmene una ragione.










18. L'AMORE COME STATO CONFUSIONALE








Mettiti nei tuoi panni Rick, e chiediti se ti sei visto. Hai qualche idea di dove sei e di quel che stai facendo? Credi davvero che qualcuno attorno a te condivida le tue percezioni? Brusio di voci, suoni, colori e forme che parlano, danzano, scorrono e sembrano provenire dal nulla. Te li ritrovi davanti all'improvviso - il tuo campo visivo si è ridotto a una decina di metri, ma l'attico di Sabrina ne conta almeno duecento e il soggiorno, questo enorme salone, ne vale la metà - e cerchi di socializzare ma i tuoi discorsi si richiudono a riccio su se stessi, si parlano da soli, ormai, senza ascoltarsi.

Ti sei per caso chiesto come mai ti sei ridotto in questo stato?

Mi libero di queste vocine e mi riverso da bere. Seratina molto calda. Ho avuto qualche difficoltà solo all'inizio, quando mi ero ritrovato a essere il punto di fuga di tre sguardi diagonali provenienti da angoli diversi della sala. Quello di Sabrina, che ha già avuto modo di farmi sapere che, è vero, Natasha è molto bella, si, ma non è il mio tipo, e io non sono il suo tipo; quello di Paulette - ora non ho più una chiara visione delle cose, ma prima ho visto bene come è vestita: shorts da ciclista cortini color pastello e canottiera dello stesso colore, stivaletti da Lady Domina - e quello di Natasha, che mi guarda di tanto in tanto per vedere se riesco a mantenere una posizione verticale, un contegno, uno scampolo di dignità. Lo sapevo che sarebbe cominciata e finita così stasera. Già lo intuivo oggi pomeriggio intorno alle quattro quando mi sono stappato la prima Carlsberg. Mi ero detto: preparati in anticipo, Rick, perché stasera non sarà semplice muoversi con eleganza tra tutte le personcine che si aspettano qualcosa da te. E infatti. Eccomi nel bel mezzo di una festa a cui è intervenuta la crème di Metz, scrittori pelati, poetesse anoressiche, filosofi cartesiani, sociologi rock, psicologhe stralunate, pittori avanguardisti e insegnanti dark, infermiere ninfomani, cardiologi ansiosi. Eccomi qua altamente sbronzo e sulla via di andarmene di cervello. Mi riconfermo stasera più che mai come il più o il meno tosto; dipende dai valori di riferimento. Per ora ho già versato un bicchiere di vino sulla moquette e spaccato un calice - mi è sfuggito di mano, mica l'ho fatto apposta. L'unica che sembra continuare a prendermi per un verso giusto mi pare Paulette, gli altri no, ormai mi prendono per il verso sbagliato. Anche Natasha. Non riesco a vederla, ma so che da qualche parte in qualche angolo del salone lei mi scruta con occhietti taglienti e si sta chiedendo se valeva davvero la pena di cambiare tutta la sua vita - la garanzia dell'affitto del suo cinquantenne - per un tipo come me. Lei ci ha provato, poco fa, a farmi uscire da questo labirinto.

"Non ti sembra che stai bevendo un po' troppo?", mi ha detto con un tono di rimprovero.

"Si.", le ho risposto - un semplice suono monosillabico che non intendeva presagire alcuna buona intenzione per il proseguo, ma solo una constatazione.

Comunque non sono l'unico a seminare nei prati altrui. Qui e là quelli più determinati si danno da fare e cercano di portare a termine qualche trama diabolica concepita a spese di qualcun altro - anche Natasha, la mia Natasha, si sta rivelando uno dei bersagli più ambiti della serata.

Mi occupo dell'ennesimo bicchiere; dopo la gaffe di prima lo tengo ben stretto tra le mani e mi do pena di svuotarlo in breve tempo - non voglio replay, non voglio che Sabrina mi identifichi nello Sterminatore del suo servito di bicchieri. Poi però non so cosa farmene di una flûte vuota tra le mani e allora, nell'incertezza, quando passa qualcuno con una bottiglia protesa e un'occhiata complice non faccio altro che tendere il braccio e ricominciare il teatrino.

Philippe gironzola nei pressi del buffet e dopo essersi parsimoniosamente servito da mangiare in un piatto di plastica si preoccupa anche lui di bere abbastanza - cosa dire, sembra davvero che qui la preoccupazione maggiore sia quella di rimanere a secco. Ogni tanto faccio un salto in cucina a vedere se anche stasera prenderà vita qualcosa come un droga-party, ma è ancora presto, nessuno ha ancora intenzione di fare il grande passo e di dare una svolta a questa serata che si preannuncia lunga, troppo lunga per le mie capacità di resistenza. Ho paura che potrei battere ogni record, ho paura di scivolare da un momento all'altro in uno stato di torpore e incoscienza. Spero soltanto che nessuno qui attorno sia abbastanza lucido da prendere atto dei miei attuali problemi. Ogni tanto sento qualcuno discorrere del più o del meno, ma perlopiù ci limitiamo a restare seduti a guardare chi balla o a ballare guardando chi se ne resta seduto. Una bionda con un seno a balconcino che occhieggia dal generoso décolleté - tanto che ormai non parlo più a lei, ma alle sue tette, direttamente - ha deciso di tenermi un po' di compagnia e ha cominciato a pormi domande del tipo, cosa succede in Italia, che ci fai qui a Metz, lavori?, cosa hai intenzione di fare e altro.

"Vedi, in realtà sono uno scrittore.", le dico e non c'è dubbio che in questo momento potrei anche esserlo. "E credo che prima o poi questa seratina entrerà a far parte di un qualche racconto."

"Dici davvero?"

"E me lo chiedi? Già mi immagino il titolo."

"Cioè?"

"IO LI HO VISTI."

Lei mi guarda; immagino che si stia chiedendo chi mi ha sciolto stasera, da quale buco nero sia emersa questa nuova forma di vita. Vengo a scoprire che fa l'infermiera. Poi mi invita a ballare, accetto; mi alzo facendo leva sulle ultime risorse di equilibrio. Mentre cerchiamo di danzare insieme lei continua a pormi domande e io continuo ad affondare gli occhi nel suo seno.

"Come ti chiami?", mi chiede.

"Richard."

"Sei simpatico."

"Grazie. E tu?"

"Je m'appelle Chantal."

"Bene, molto piacere.", le dico. Finito il lento le dico che devo andarmene e che devo lasciarla, le chiedo scusa ma ho un bicchiere che mi aspetta, addio, Chantal, addio splendide tette, chissà se vi rivedrò ancora e se ballerò ancora con voi.

Visto l'andazzo qualcuno ha pensato di abbassare le luci e di creare un po' di atmosfera. Ora si che può succedere davvero di tutto - e tutto sommato anche nulla. Colpi di scena: Mélissa che balla con un filosofo e Natasha che balla con Philippe. Paulette che si avvicina, mi sorride ma non si siede, mi scorre via davanti e s'intrufola in cucina. Tutto scorre e tutti scorrono da un angolo all'altro del salone, mangiano, bevono, ballano, stanno seduti e si alzano. Si, LI STO VEDENDO DAVVERO. Quante energie, quante vite, quanti castelli di parole, quanti inganni. Sto vedendo Natasha e mi chiedo perché in fondo non abbia ancora deciso di raggiungermi e di marcarmi stretto dicendomi di smetterla di continuare a bere. Senz'altro ogni tanto mi getta un colpo d'occhio, mi controlla, ma non la sorprendo mai, quando la guardo è intenta a parlare o a ballare o a sorridere o a essere triste o a guardare da un'altra parte.

Mi chiedo che cosa ne sarà di me, di lei, di tutta questa storia. Mi chiedo che ore siano. Mi chiedo da quanto tempo siamo tutti qui a fare le solite cose. Cerco di ricordarmi quanto ho bevuto; e se ho mangiato qualcosa. Mi pongo ancora diverse domande. Mi chiedo, ad esempio, come farò a tornarmene a casa stanotte, e se qualche anima pia mi aiuterà, mi scorterà fino al mio domicilio. Poi tendo la mano al primo che passa con una bottiglia piena e mi faccio riversare da bere. Dio che organizzazione.

Nel buio vedo apparire due esseri umani biondi che paiono dirigersi proprio verso di me.

"Ca va Richard? ", fa Mélissa. E' pallida, è sbiancata. Chissà che cosa le è successo. E' cambiata da così a così nel giro di un paio d'ore.

"Oui, oui, ça va.", le dico. Non potrebbe andare né meglio né peggio.

"Senti, io e Natasha andiamo un attimo a casa mia."

"Come mai?" Loro due si guardano, esitano, Mélissa non sa se darmi una risposta.

"Mi sono venute le mestruazioni.", dice poi.

"Ah.", sibilo comprensivo come se nello stato in cui sono avessi davvero capito che ha bisogno di un assorbente e che debba andare a cercarselo proprio a casa sua.

"Torniamo subito.", dice Natasha.

"Vuoi che venga con voi?", le chiedo.

"No, non è necessario.", mi fa.

"Si, tanto torniamo subito.", conferma Mélissa, "Anche Philippe resta qui ad aspettarmi."

"Ok.", le dico, "Allora vi aspetterò anch'io." Le osservo mentre scendono giù per la scala a chiocciola sorridendo e apparentemente distese. A presto, amore mio. Mi accendo una sigaretta e riprendo a sorseggiare il mio bicchiere. Ecco Paulette che torna dalla cucina, mi risorride e mi riscorre di nuovo davanti, scivola via lungo un corridoio e s'infila in una camera. Qualcuno ha pensato di tornare indietro col tempo e ha messo un Cd dei New Order. Siamo in piena new-wave dark punk. Età media in sala trentacinque anni. Vedo Chantal che balla con uno e mi sa che gli sta ponendo anche a lui diverse domande. Come ti chiami, cosa fai, sei un tipo simpatico. Mi chiedo che fine abbia fatto Sabrina. Cristo santo, sono sparite tutte, mi hanno lasciato solo - rapida conversione verso una sbronza triste, crepuscolare. Chissà che ore sono. M'intrufolo anch'io in cucina e scorgo Philippe che fa un brindisi con due tipi.

"Sono le quattro, Richard.", mi dice. "Se cerchi Natasha, è andata un attimo a casa con Mélissa."

"Si, lo so già."

Esco di cucina e riprendo a imperversare in sala; il bicchiere semipieno è la mia bussola. Sono le quattro e io non sono davvero in grado di tornare lucido. Tanto vale andare sino in fondo a questo stato confuso di cose e di sensazioni. Chissà se barcollo, mi chiedo mentre scorro sulle linee esterne della pista da ballo. Nessuna intenzione di muovere i piedini, di dimenarmi. Mi limito a imperversare. Un pipistrello.

Non so come ci sia arrivato, ma eccomi qua, in questo lungo corridoio semibuio. Mi chiedo dove conduca. Ho perso il contatto con la realtà; ad esempio, sono in uno stato confusionale tale da non riuscire certo a ricordarmi che dietro me c'è gente che balla e che sino ad ora ero stato a una festa. Vivo in un presente essenziale, ridotto ai minimi termini, come in un sogno vago e offuscato. Non più una categoria di spazio, non più una dimensione di tempo. Solo io, la mia sigaretta, il mio bicchiere, un passo dietro l'altro sino a una porta. Nebbia fitta. Ormai sono solo. Giù, un altro sorso. Abbasso lo sguardo meccanicamente sino alla serratura.

"Apriti, Sesamo!", grido. Niente da fare. Non è questa, la parola magica.

Realtà ormai virtuale: vedere la mia mano che, all'insaputa dei miei impulsi nervosi, si allunga sino a impugnare la maniglia. Osservare come da lontano la porta che si dischiude. Eppure sono qui, mi ritrovo dentro, al buio. Avverto dei gemiti soffocati e cerco di mettere a fuoco la stanza, ma il cono di luce è tenue, intravedo soltanto un letto e qualcosa che si muove sotto le coperte. Poi sento l'infisso scricchiolare e la porta chiudersi. Buio totale. Smettila di fare l'idiota, Sesamo. Sento lo scatto della chiave nella serratura, una doppia mandata. E' finita, ho chiuso, sono perduto. Accosto il bicchiere e mi concedo l'ultimo sorso prima che accada qualunque cosa - che so, come minimo potrei aspettarmi una coltellata.

Avverto il calore di un respiro intorno al collo. Poi una sensazione di umido, di labbra. Vorrei voltarmi ma mi ritrovo bloccato da due braccia che mi stringono. Sento un corpo che s'incolla al mio. Questo corpo è nudo e ha un seno. E parla.

"Ssss...", mi fa. "Stai tranquillo." Sento una lingua che s'infila nell'orecchio e due mani leggere che prendono a sbottonarmi la camicia. E allo stesso tempo sento altre due mani che si occupano dei pantaloni. Resto così, col bicchiere in mano e con la cicca ormai spenta tra le dita. Un groviglio di mani inestricabile. Difficile raccapezzarsi. Unghie affilate che mi graffiano il torace, polpastrelli sudati che mi sfilano la camicia.

"A quanto pare era qui la festa.", dico perplesso.

"Ssss..."

Una lingua tesa e nervosa sulle mie labbra increspate. E poi dentro. A cercare la mia lingua. Sono nudo tra due corpi nudi, tra due bocche, tra due seni, tra due vagine umide e calde. Mi sento svanire le forze e tornare le forze, mi sento andarmene e rivenire. Mani che mi sfiorano dappertutto. Mi lascio andare nel vuoto e scivolo sul letto. Sono perduto, è finita, sono in loro possesso. Inutile accennare una reazione; sottrarsi alla morsa fatale. E perché mai.

"Era ora che tu venissi.", dice Paulette.

Le sfioro i capezzoli turgidi mentre lei continua a forzarmi i contorni delle labbra. Sabrina se lo prende tutto in bocca e me lo umetta di saliva. Poi scivola su di me, mi morde l'addome e risale la corrente, sento le sue labbra farsi spazio tra le mie e quelle di Paulette.

Si baciano. Si baciano tra loro e abbandonano la mia bocca. Si baciano in bocca e dappertutto, con vigore, sembrano potersi fondere l'una nell'altra e non riesco a darmi una risposta che sia una, solo domande su domande. Non pensavo di certo che Sabrina a questo punto mi potesse montare addosso, sulla testa, a gambe divaricate. Né potevo immaginare che mi immergesse come se nulla fosse la bocca nella sua fica. Sento i peli sul mento e i liquidi che sgorgano caldi sulle labbra. Tiro fuori la lingua. Sento sesso ovunque sulla pelle e nella stanza. Paulette discende sul mio corpo, si mette in posizione e sistema il proprio bacino ad un palmo dall'inguine, poi una lieve contrazione e le sono dentro - ha fatto tutto lei. Prende a scoparmi con tutto l'amore possibile; e anche con quello impossibile. Non pensavo di certo, stasera, di arrivare a tanto. Non sto facendo altro che assecondarle. Non posso fare altro che assecondarlo, questo brivido freddo che prende vita ai piedi e che risale su, in un baleno, come una frustata, sino alla sommità del cranio.

"Ti amo, Paulette.", sussurra Sabrina.

"Ssss...", fa lei.

Mi chiedo se tutto ciò che accade sia in grado di sorprendermi. Mi chiedo se stasera venendo qua con Natasha avrei mai potuto immaginare che poteva finire così. In questo modo. Ma non riesco a riordinare le cose. Non so se la situazione mi sia sfuggita di mano o se la mia mano abbia una larga capienza. Dio quanta confusione. Quanti gemiti, quanti liquidi, quanta saliva. I corpi caldi e sudati. I colpi ritmati e duri. Ecco che muove, fluidifica, dilaga. Ecco che batte, sbatte, si contrae. Eccomi che ansimo, eccole che gemono mentre si baciano sul mio corpo.

Sudore di corpi scatenati. Sapore di liquidi che sgorgano dalle cosce. Una cascata di liquidi che si disperde sulla mia faccia ogni volta che Sabrina contrae gli addominali. Paulette ricade su di me, come un avvoltoio sul mio corpo agonizzante, mi afferra per le costole e affonda i suoi artigli risucchiandomi la gola dal collo. Ecco che sto per andarmene, ecco che sto per venire. Potrei benissimo cominciare a sanguinare, in un momento così.






Chissà che ore sono, ora. Chissà se Natasha è tornata. Chissà se non vedendomi in sala abbia preso a ballare o se stia semplicemente cercandomi. Mi chiedo che cosa ne sarà di me, di lei, di tutta questa storia. Mi chiedo da quanto tempo siamo rimasti qui. Abbiamo dato un po' fuori di testa stasera, vero, Rick? Mi dico. Si, gioia, è così, ci siamo persi. Cerco di ricordarmi quanto ho bevuto; e se ho mangiato qualcosa. Mi pongo ancora diverse domande. Mi chiedo, ad esempio, come farò a tornare indietro stanotte, e se qualche anima pia mi aiuterà, mi scorterà sino a casa. Mi chiedo come andrà a finire tutta questa storia. Mi chiedo se c'è una via di scampo, se c'è almeno un modo di uscire da questo stato confusionale. Come farò ad andare avanti. Come farò a tornare indietro.



Oh, si. Se c'è stata una via d'entrata ci sarà pure una via di uscita. Potrei, ad esempio, ritessere tutto il filo dell'intreccio. E riconsiderare quel che è accaduto, e quel che dovrà necessariamente accadere, sia da un inizio che sia davvero un inizio, che da una fine che sia davvero una fine - ma, soprattutto, sotto una luce del tutto nuova:





















INDICE


  1. Tutte le notti
  2. Faire la Bise
  3. Sei fidanzata?
  4. Questa assenza di luci e di suoni
  5. Notte obliqua
  6. Hard & Punk
  7. Dieci piccoli squali
  8. Può darsi tante cose
  9. Ecco che muove
  10. Devi esserti perso qualcosa
  11. L'Idea Stessa del Candore
  12. I Termini del Problema
  13. I Termini del Problema 2
  14. Nessuna intenzione di bere
  15. La Storia del Tempo
  16. Questa sera qua
  17. Con il cuore in mano
  18. L'Amore Come Stato Confusionale



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