FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA STANZA

Rosa D'Angelo




Per un attimo sono tornata di là a raccogliere le mie cose, pensavo di avere poco da portare via, invece non sapevo nemmeno da dove cominciare. Quattro anni sono passati, la casa sulla collina, nella periferia anonima di una città troppo dispersiva, la finestra volta dove nasce il sole, nessuna aurora uguale all'altra per millequattrocentosessanta giorni di esistenza, mai come adesso ho bisogno di tempo per riflettere.

I miei pupazzi, compagni di sogni, giacciono sul letto in ordine preciso, anche in questo sono maniacale, non sarà difficile organizzare il trasloco, gli scatoloni di cartone sono ancora da costruire, ho tempo e voglio guardare ancora una volta la mia stanza.

Quelle sbarre bianche, proprio non le sopportavo, limitavano l'orizzonte dei miei pensieri, adoravo la domenica già solo per poter spalancare tutto e restare a letto a leggere il libro di turno posato sul comodino.

Avevo comprato la libreria in giunco per poter ordinare i volumi e le riviste, in realtà di ordine ce n'era ben poco vista la mole di cose accumulate. Il primo scaffale, in basso, l'avevo adibito a contenere i manuali di informatica e le fotocopie di gran parte dei lavori eseguiti, come se fosse importante testimoniare ciò che avevo realizzato di umanamente inutile. Il secondo scaffale, ad altezza d'uomo, mi serviva per comprendere due eventi inscindibili dal concetto di tempo: i libri, ultime fatiche degli autori contemporanei alternati ai grandi classici dell'Ottocento, e la musica sotto forma di circa cento cassette dalla musica rock a quella melodica. Il terzo ripiano, comodo perché in alto, lasciato volutamente per ultimo, conteneva tutto ciò che mi stava più a cuore, le riviste di viaggi: dai luoghi in cui ero stata a quelli che aspettavano il mio arrivo, c'era sempre un posto da poter vivere.

Dov'ero rimasta? Dove ho lasciato i miei pensieri?

Pian pianino ritorno in me, non è che poi in questa stanza ci sia stata molto, il mio tavolo di lavoro è stato quello del soggiorno, circondato dalla più moderna tecnologia, a sinistra il telefono, di fronte televisore e stereo a completare il "necessaire".

Adesso comincio a costruire i cartoni.

Apro l'armadio, troppo piccolo per contenere contemporaneamente il mio abbigliamento estivo ed invernale, mi giro ed il mio sguardo è attratto dal quadro sul lato opposto della parete, la stampa raffigura dei fiori con tonalità pastello e la scritta in inglese sembra senza senso, recita un "Evviva i fiori".

Tiro fuori le scatole, di nuovo fiori, sono di un celeste intenso e sono impressi lungo tutti i lati della stessa, apro il coperchio della prima, è quella dove riponevo la biancheria, asciugamani, lenzuola e pigiami, nessuna camicia da notte, le odio perché si tirano sempre su durante il sonno lasciando la mia pelle fredda.

Richiudo e la poso direttamente nel cartone, sembra il gioco delle "matrioske". Apro la seconda scatola a fiori, quella piccola, sono solo collant e calzini di cotone, ma è quasi vuota. Riverso il contenuto nel cartone nello spazio di lato lasciato vuoto dalla scatola precedente, e riutilizzo la scatola per metterci qualcos'altro.

Prendo l'ultima scatola, alzo il coperchio e nemmeno guardo il contenuto, è piena fino all'orlo, così com'è finisce nel cartone. C'è molto spazio laterale all'interno ma non so cosa infilarci per evitare che si gualcisca. Devo ricordarmi di mettere la canfora.

Forse la cosa più seccante è tirare giù le giacche ed i cappotti, li poggio sul letto ma poi tocca piegarli e non mi va tanto la cosa, lo farò dopo, intanto prendo le cose estive. Apro l'altra anta dell'armadio, porto giù le due scatole fiorate, questa volta i fiori sono rosa.

Apro la prima scatola dove ci sono tutte le T-shirt estive, richiudo e la sistemo nell'altro cartone, apro anche l'altra contenente gonne e vestitini a fiori, la rimetto sopra. Devo decidermi a prendere il nastro adesivo per imballare i cartoni, devo averlo lasciato da qualche parte.

Mi aveva detto: -Te ne devi andare.- e poi di seguito: -Ho preso degli scatoloni, sono da costruire e caricare, entro questa settimana devi trovarti un'altra sistemazione. Senza rancore, ma è meglio così.-

Soltanto adesso mi vengono in mente le parole di Andrea, è strano mi rimbombavano nel cervello ma non riuscivo ad esprimerle, ora le ripeto perché mi danno un senso di liberazione.

Devo cercare il nastro adesivo. Forse l'ho lasciato in soggiorno quando ho preparato il primo scatolone.

Le cose non andavano tanto bene tra noi, negli ultimi tempi mi rispondeva male, mi trattava con distacco e freddezza, diceva che non era mai stato innamorato di me, che stava con me tanto per non stare da solo ed ora che si era innamorato non aveva più bisogno di me, questa cosa mi aveva davvero dato fastidio.

E adesso mi toccava ricominciare daccapo.

Vado in cucina, il nastro adesivo è sul tavolo, lo prendo e ritorno nella mia stanza a sigillare i cartoni. Per le quattro dovrei essere pronta, viene Carlo a caricare la mia roba. Per un po' mi ospiterà lui ma devo cercare al più presto un'altra casa, ritornerò a vivere da sola.

Sento uno squillo, Carlo è già qui. Rispondo al citofono ma riattacco, cercano Andrea, gli ho detto di andare a farsi fottere.

Ho ancora tempo, sono le due, forse è il caso che mangi qualcosa. Apro il frigorifero, prendo uno yogurt alla ciliegia, lo scarto ed affondo con golosità il cucchiaino. Provo un gusto speciale nell'assaporare i pezzi di frutta già pronti, odio sbucciarla.

Ho ancora fame, prendo un pezzo di pane dal forno e lo addento. Apro di nuovo il frigo, ho sete e bevo direttamente dalla bottiglia.

Mi accorgo di avere la maglietta sporca, sarà il caso di cambiarla, ci sono delle macchie rosse. Torno nella mia stanza, indosso la felpa di casa e ricomincio ad infilare la roba nel cartone.

Stranamente Andrea era ripassato a casa alle 10, aveva dimenticato delle carte per lo studio. -Sei ancora a letto? Non ti avevo detto di fare i bagagli ed andartene?- con aria arrogante mi aveva così apostrofato dalla sua stanza, ma la voce mi giungeva chiara e nitida.

Anche questo è pronto, lo richiudo e lo trascino in soggiorno. Sono un po' a pezzi, in fondo è da stamattina che lavoro al mio trasloco, mi fanno male le braccia.

Mi ricordo di prendere anche tutte le boccette dal bagno: shampoo, bagnoschiuma, creme ed oli: le ripongo sul ripiano della lavatrice e vado in cucina a procurarmi un sacchetto di plastica. Apro il cassetto del mobile bianco, ma mi rendo conto che li ho già utilizzati tutti. Sono quelli a tenuta stagna che non lasciano scorrere nemmeno una goccia di liquido. Decido allora di metterli in uno di quelli per la spazzatura e starò attenta a richiuderlo.

Lascio il sacchetto sul tavolo, riapro la tapparella fino a su, finalmente entra il sole anche in cucina, spalanco la finestra, c'è un odore dolciastro, porto le mani al viso, annuso ma oltre al mio profumo non sento altro, è proprio la stanza che lo emana.

Ero sdraiata con le braccia lungo il corpo rilassate, avevo scostato le coperte con calma, mi ero tirata su e avevo stropicciato gli occhi. Avevo infilato le pantofole viola ed ero entrata in cucina. Sul tavolo c'erano ancora i piatti della sera precedente e sul lavello il tagliere per il pane. La lama del coltello così lucente aveva attirato la mia attenzione, era stato solo un attimo, poi le dita della mano destra ne stringevano l'impugnatura. In silenzio mi sono girata e sono entrata nella sua stanza da lavoro, era troppo intento a cercare qualcosa nel cassetto della scrivania, non si era accorto di me. Quando la punta è affondata senza incontrare particolari ostacoli nella schiena si è sentito un leggero lamento seguito da un respiro affannoso. Nemmeno un medico avrebbe saputo fare di meglio, gli avevo spaccato il cuore così come aveva fatto lui a me.

Il corpo si era accasciato sui miei piedi, ho provato a rigirarlo per vedere ancora una volta il suo viso che tanto avevo stretto fra le mie braccia. Aveva ancora gli occhi aperti come se volesse fissarmi, ma non c'era più vita nelle sue pupille. Dopo un primo sentimento di pietà, non ero certo una persona insensibile, fra le mie braccia stringevo la persona che avevo intensamente amato, avevo sentito dentro di me una forza spaventosa che mi spingeva ad agire con freddezza. Dovevo far sparire le tracce di ogni cosa e nascondere il cadavere. Avevo di nuovo qualcosa a cui pensare.

Mi aveva detto: -Te ne devi andare.- e poi di seguito: -Ho preso degli scatoloni, sono da costruire e caricare, entro questa settimana devi trovarti un'altra sistemazione. Senza rancore, ma è meglio così.-

Un piacere immenso avevo provato a spaccargli le ossa, avevo preso l'accetta dalla terrazza, quella che gli serviva per spezzare i tronchi del forno a legna e man mano che producevo pezzi di un certo spessore li imbustavo e sigillavo. Avevo montato il primo scatolone e avevo sistemato con ordine il corpo ridotto in pezzi, avevo lasciato per ultima solo la testa, mi faceva molta pena per cui avevo deciso di chiuderla in una busta a fiori. Poi mi sono tolta il pigiama e l'ho inserito lateralmente negli spazi lasciati vuoti, ho infilato anche l'accetta ed ho richiuso. Il nastro adesivo aveva sigillato per sempre la fonte dei miei problemi.

Adesso non provo più rancore, sono tranquilla.


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