FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







SPERANZA

Davide Chiesa




Il vuoto del baratro sotto di lui pronto a inghiottirlo. Nelle mani e nelle braccia i muscoli urlanti contratti fino allo spasmo. Dalla mente oscura soltanto un istinto primordiale: tenersi avvinghiato ad ogni costo.
L'eco del grido lanciato cadendo frustava ancora l'aria rarefatta.
Una vampa di calore formicolante gli percorse tutto il corpo. Poi, a poco a poco, il terrore cieco si dissipo', lasciando adito al dolore. Le orecchie gli fischiavano, il cuore gli scoppiava nel petto; il dondolio del suo corpo appeso allo spuntone di roccia gli procurava fitte lancinanti alle braccia. E la gamba colpita penzolava inerte.
Svuotò i polmoni nell'aria fredda. La nuvola di fiato bianco lo avvolse e si disperse. Si sforzò di riprendere a respirare: gli riuscì affannosamente, prendendo generose boccate d'aria dall'erogatore.
I suoi polpastrelli scivolavano lentissimi sulla roccia gelata.
Sentì che le dita stavano gradatamente perdendo la presa. Per una frazione di secondo vide se stesso precipitare nel crepaccio. Con estenuante, inesorabile lentezza. In silenzio.
Con la forza della disperazione cercò di issarsi sullo spuntone. Perse la presa, scivolò, riuscì per miracolo ad aggrapparsi di nuovo. Tutto il peso del suo corpo si scaricò violentemente sui suoi arti superiori. Ritentò subito, in preda al panico, perché temeva che se avesse aspettato non ne avrebbe più avuto la forza, o il coraggio.
Una mossa. Un appiglio. Un'altra mossa. Ogni volta che restava appeso ad un braccio solo per attaccarsi più in alto con l'altro stringeva i denti per rimanere lucido, per non lasciarsi soverchiare dal dolore. Ogni volta gli sembrava di dover sollevare un peso maggiore.
Finalmente raggiunse la sommità dello spuntone. Giacque sulla roccia con le braccia completamente abbandonate, ad attendere che la vista ritornasse nitida, riprendendo fiato.
Appena ne fu in grado si alzò in piedi aggrappandosi alla parete di roccia brulla, appena spruzzata di neve qua e là, e guardò verso l'alto, attraverso la foschia azzurra del mattino.
Un salto di parecchi metri. Se la gravità fosse stata appena un poco maggiore...
Probabilmente quei due erano convinti che fosse precipitato.
Sperò di non sbagliarsi, e iniziò ad arrampicarsi lungo la parete. Non poteva perdere nemmeno un secondo.
La roccia grigio-bruna si innalzava sempre uguale, senza la minima traccia di vegetazione. La gamba ferita gli era terribilmente d'impiccio, doveva tirarsela dietro senza poterla sfruttare nemmeno come appoggio. Si fermò più volte a riposare, esausto. Fortunatamente la roccia offriva numerosi appigli abbastanza saldi, facilitando la scalata.
Si trasse cauto oltre il ciglio del burrone. Le sue ginocchia sprofondarono nella neve soffice e fresca. Vi mise anche le mani, che gli bruciavano; poi le infilò nelle tasche dell'uniforme per scaldarle. Dove le aveva appoggiate la neve si era macchiata di rosso.
Qualche passo alla sua destra erano ben visibili le sue impronte, frammiste a tratti a quelle dei due sirkeni. Finivano dritte nel burrone.
Il mezzo anfibio era scomparso. Guardò più lontano: fu invaso dall'orrore: il corpo di Ollende giaceva scompostamente nella neve, sopra le tracce lasciate dall'anfibio. Il dolore rischiò di sopraffarlo. Nemmeno venticinque anni. Al fronte da appena quattro mesi. Il miglior Vice che avesse mai avuto. Si trattenne con rabbia dall'avvicinarsi al corpo, nonostante desiderasse... Ma non c'era tempo. Non ce n'era mai, in quella maledetta guerra. Rabbrividì. Controllò il livello della piccola bombola collegata al suo respiratore. Era piena a metà: in quell'atmosfera d'azoto, quasi priva di ossigeno, era il suo bene più prezioso.
Si alzò con fatica, e iniziò a seguire le tracce dell'anfibio zoppicando. Si trascinava dietro la gamba, quasi inerte. L'avevano colpita appena di striscio, quando si era gettato di lato per scansare il raggio ustorio, ma per il dolore aveva perso l'equilibrio, scivolando e precipitando nel crepaccio.
La neve lo impacciava, rendendogli ancora più difficoltoso avanzare. La nebbiolina del mattino si stava diradando, sotto i pallidi raggi di un sole bianco.
Giunse al bordo della vallata. Attorno al luogo dell'atterraggio la neve sciolta dai propulsori aveva costituito, durante la notte, una scintillante piattaforma di ghiaccio. Scorse i due uomini camminare nei paraggi della navetta, e poi entrarvi.
Maledette truppe sirkene! Completamente inaffidabili. Non si lasciavano scappare un'occasione per filarsela col premio di arruolamento, ma il Comando ci cascava sempre. O forse, riflettè, non aveva altra scelta.
L'unica speranza che gli rimanesse era coglierli di sorpresa. Pensavano che fosse morto, dunque sicuramente non avevano preso precauzioni contro l'esterno: con ogni probabilità gli accessi alla navetta erano sbloccati... Non credeva che sarebbero partiti subito. La navetta decollò all'improvviso, accompagnata dalla fiammata e dal ben noto rombo.
Non riuscì a smettere di avanzare finché non giunse ai bordi della pozza bollente che la navetta aveva lasciato dietro di sé, nel ghiaccio. Si fermò e si accovacciò, dolorante. Guardava fisso davanti a sé, come ipnotizzato. Un filo fumoso di vapore caldo saliva dalla sua bocca nell'aria gelata.
Fissò a lungo la linea dell'orizzonte, in cui bianco e azzurro si fondevano. Ad un tratto comparve un puntino scuro, che veniva via via ingrandendosi. Dopo un minuto comprese che non poteva trattarsi della navetta, la forma era diversa.
Erano i soccorsi!, il pensiero esplose nel suo cervello. Dunque il messaggio radio era arrivato a destinazione, nonostante i due sirkeni avessero...
Udì un crepitio lieve. Impiegò alcuni attimi chiedendosi di cosa si trattasse, poi capì: l'ossigeno si stava esaurendo.
Quanto tempo avrebbero impiegato i soccorsi per individuarlo e raggiungerlo? Quasi sicuramente più di quanto poteva resistere.
Bè, pensò, meglio prepararsi: sarebbe stata una lenta agonia. Ma che modo stupido di morire! Per una guerra che non gli interessava, e che era stato costretto a combattere per più di vent'anni.
Ripensò ad Ollende. Alla sua mente pronta, ai suoi lunghi capelli biondi, alla sua voce gioiosa, al suo corpo attraente. A ciò che avrebbe voluto fare per lei, e a quante volte si era dato dello stupido veterano rimbambito, vecchio e innamorato. Che non si era mai fidato di nessuno, qualche volta nemmeno di se stesso.
Quando l'ossigeno finì stava ancora pensando a Ollende.
Si sfilò il respiratore, e lo depose insieme alla bomboletta nella neve, accanto a sé. Respirò a pieni polmoni, consapevole dell'inutilità di quel gesto. Poi scoppiò a ridere, fragorosamente; già sentiva il respiro diventargli più affannoso, ma non gliene importava nulla: continuò a ridere ancora, lasciandosi cadere supino, finché l'eco della sua risata, saturando l'aria, non lo zittì.
Macchie nere comparvero davanti ai suoi occhi allargandosi, mentre il respiro diventava sempre più veloce... Tutto nero. Freddo. Buio.

...Calda pressione morbida sulle labbra. Un soffio d'aria tiepida dentro di lui. Freddo sulle labbra. La pressione ricomparve sullo stomaco, lo fece espirare. Poi ritornò sulle labbra: di nuovo un flusso di aria tiepida. Stavolta espirò da solo. Un oggetto freddo gli venne appoggiato davanti alla bocca, e improvvisamente realizzò che doveva trattarsi di un erogatore.
Respirò avidamente.
L'erogatore gli fu tolto e ridato più volte. Alla quinta aprì gli occhi, e vide il bel volto di Ollende illuminarsi sopra di lui. Aveva le guance rigate di lacrime. – Oh, meno male! – sospirò la ragazza. – Io... Avevo paura che fosse troppo tardi. Ti senti meglio, ora?
– Sì... – farfugliò confuso – Come... hai fatto... a...
Ollende si asciugò le guance. – Oh, quelli. Bè, vedi... Non mi fidavo, di quei due. Mentre non mi vedevano ho preso una granata e una riserva di ossigeno. –, fece un paio di respiri, calmandosi, e gli passò di nuovo l'erogatore. – Poi, quando tu sei... Bè, si sono distratti, e io ho innescato la granata minacciando di farla esplodere se non mi avessero consegnato le armi. –; tirò su col naso. – Volevo tornare alla navetta, ma mi hanno colto di sorpresa e sono riusciti a scappare con l'anfibio. Mentre cercavo di seguirli sono scivolata e ho battuto la testa. Quando mi sono svegliata ho seguito le tracce, poi ho sentito la tua voce in lontananza, e infine ti ho trovato qui, svenuto. Come sei uscito dal crepaccio?
– Ho la pelle dura. –. Era finalmente riuscito a riprendersi un poco. Improvvisamente fece alcune rapide considerazioni. – Dov'è l'astronave di soccorso?
– Purtroppo è atterrata lontano, dovremo...
– Lontano, mhm? Molto bene.
– Eh?
La sua mente lavorava veloce, inarrestabile. Aveva già ben chiara la prima parte del piano. – Senti, possiamo introdurci di nascosto nella nave. Conosco il modo. –. La vide sgranare gli occhi. – Penseranno che siamo morti o finiti chissà dove, e torneranno all'ospedale base. Una volta lì ci travestiremo da civili, e ci allontaneremo dalle retrovie. Ascolta... Sono stufo di combattere e rischiare la pelle in questo buco di sistema solare. E' da parecchio che aspetto l'occasione buona per andarmene via. Questa, per me, potrebbe essere l'unica. E anche per te. Credevo fossi morta, quando ti ho vista priva di sensi nella neve, ne ero davvero convinto. Io... Lo so che sono vecchio, ma non riuscirei ad andarmene senza di te. Non potrei.
Ollende lo guardò per un po', esitante, con la bocca socchiusa. Sembrava stordita.
Trascorse qualche secondo, e una folata di vento gelido le scarmigliò i capelli. Poi si riprese, e disse: – D'accordo. Neanche a me va più questo schifo di guerra. Mi hanno mandata qui perché ho rifiutato le "attenzioni" di un alto ufficiale, ma forse è stata una fortuna. Vengo con te. –. Fece una pausa, e prese un respiro dall'erogatore. – Ah, senti, per quanto riguarda il fatto che sei vecchio...
– Sì?
Ollende si gettò di peso sopra di lui e lo baciò.
Mentre si abbandonava alla gioia del contatto con la giovane e morbida bocca di Ollende, le circondò i fianchi con le braccia, e guardò in alto attraverso i capelli di lei.
Lassù, oltre i confini del Corno, c'era un'intera galassia.
Presto si sarebbe lasciato alle spalle quella odiosa guerra, una stupida bega territoriale cui aveva dovuto dare in pasto gli anni migliori della sua vita. Finalmente gli veniva offerta l'occasione di rifarsi, e con accanto una donna fantastica.
Pensò alla vita meravigliosa che li aspettava: un veterano come lui non avrebbe incontrato difficoltà a farsi assumere in qualcuna delle Quindici Fazioni, e nel giro di poco tempo avrebbe guadagnato, assieme a Ollende, una posizione di rilievo.
Ah, quanto l'aveva sognato! Finalmente avrebbe potuto costruirsi una vita che realmente gli fosse congeniale, e nel solo vero scontro che ogni uomo sognava di affrontare: poderoso, totale, cui dedicarsi con ingegno e passione, e dove mettere a frutto tutto ciò che sapeva sull'arte della battaglia: la Grande Guerra Galattica.
Assaporò mentalmente quel nome: la Grande Guerra Galattica.
E lì sì, che ci sarebbe stato da combattere!



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.