FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA SORELLINA

Paolino solcia




I


-Mèrd, mèrd e mèrd!
-Che c'è, Adèle- chiede Paulette.
-Mèrd, mèrd e mèrd!
-Non essere volgare- la riprende Hélène.
-Mèrd, mèrd e mèrd!
-Possibile che quando sei nervosa parli in francese?- le fa notare Vanadé.
Adèle avrebbe sicuramente continuato nelle sue esclamazioni copronimiche, ma non ce n'era motivo. L'aveva detto tre volte tre, e non c'era nulla da aggiungere.
Aveva scartato il pacco trovato davanti alla porta, con un biglietto profumato che diceva: Ad Adèle.
-A me! mèrd.
-Via Adèle, non ti angosciare; sono solo dei quadri.
-Sgià, quel maledetissimò peintor che abìta nella mansard in fas a nù!
-Dio, Adèle, è mai possibile che non hai ancora imparato a parlare italiano? Sei quella che è da più tempo a Milano e ancora si sente il tuo fottuto accento di Paris!
-Non mi rompere, Vanadé; ho altri problemi che non quelli della pronuns! Intanto i tre quadri guardano mestamente Adèle, aspettando con una certa impazienza che venga decisa la loro sorte.
Intanto le tre sorelle guardano mestamente Adèle, aspettando con una certa impazienza che venga decisa la sorte dei quadri.
-Allez, allez; non pensiamosci più: un posto per un quadro lo si trova sempre.



II


La giornata era cominciata con un driin
-Il telefono- pensò Adèle
-Il campanello- pensò Paulette.
-Il coccodrillo -pensò Vanadé, che quando dormiva sragionava.
Hélène non pensò nulla perché usava i tappi per le orecchie.
Al secondo driin Adèle pensò alla sveglia, Paulette ancora al campanello, Hélène dormiva sempre e Vanadé era su un aereo pilotato da uno scimpanzé impazzito che perdeva quota sulle Ande.
Il terzo e definitivo driin premiò la coerenza di Paulette.
Quando aprì la porta, il postino le porse il telegramma. Ringraziò, chiuse a chiave e lanciò un urlo.
-La sveglia- pensò Hélène aprendo gli occhi.
Macché, un telegramma di mamma: "Care bambine, vi prego di accogliere con entusiasmo e curare con attenzione la vostra sorellina, che arriva con il treno di domenica. Ricordate l'educazione che vi ho dato!"
-Domenica??
-Già, c'è scritto così! Ma che cavolo di giorno è oggi?
-Giovedì- disse Hélène
-Jeudi- disse Adèle, che quando era nervosa parlava in francese.
-La vecchietta è stata buttata giù dall'autobus- disse Vanadé, ancora in preda ai suoi deliri onirici.
Hélène le malrovesciò un sonoro sciaff per svegliarla. Quando si svegliò e capì cos'era successo domandò ma che cavolo di anno è oggi?
-Millenovecentonovantatre- disse Paulette
-1993- disse invece Adèle per non far capire che era nervosa.
-Ma non è possibile, non è posssibile, non è poss...
Continuò così per un bel po'; le tre sorelle maggiori intanto si riunirono attorno alla macchina del caffé e discussero in modo adulto della questione.
-Bella inculata- sbottò Hélène- ora mi tocca dividere la stanza con Vanadé!
-Ma che te frega se parla nel sonno, tanto tu usi i tappi per le orecchie- la consolò Paulette.
-Fosse quello... il problema è la puzza dei piedi!
-Non fate le cretèn- sentenziò Adèle dall'alto della sua primogenitura -il problema è grav, se non pesgiò. La casa è un scesso, la cuscina è sossa, vestiti tutti an sgiro, mutonde dappertutto, ragnatele infinite, pionte morte, vetri lersci...
Lo sguardo sconsolato delle sorelle ricalcava la veridicità della situazione. -...ed ora il problèm del sciesso che non funsiona. Qui dobbiamo far assolutamont qualcosa. Ordine e pulisia. Non possiamo far arrivare la sorellina con la casa in questo stato. Potrebbe venirle un scioc!
-Non è possibile, non è poss...- continuava a dire Vanadé, finché Hélène non le mollò una seconda sberla per farla smettere.
-Bene, bene- continuò Adèle, che era fornita di una certa dote manageriale -andatevene fuori dalle balles tutte quante e vi sistemo la casa en sgiornata, tanto che la sorellina non noterà la differons tra questa e casa di mamma! -Ma se casa di mamma è un cesso peggio del nostro- esclamò Vanadé
Questa volta il ceffone le arrivò da Adèle.
-Non permetterti di dire queste cose su maman: ricordati che per questi tre giorni tu sei ancora la plus piccola.
-Già, in tutti i sensi- aggiunse velenosamente Hélène.
Stava già per scoppiare la solita lite tra le due quando il campanello della porta fece di nuovo udire il suo gorgheggìo.
Solo ora arrivarono i quadri.



III


-Merda, merda e merda- si dice tra sé e sé Adèle guardando i quadri (tra sé e sé ella parla correttamente italiano).
Da quando era arrivata a Milano, (scendendo una domenica dal treno e piazzate le sue valigie nella casa nella quale tutt'ora abita), Adèle si sentiva perseguitata dal pittore (della mansarda del palazzo di fronte).
Si sentiva spiata dalla luce gialla di quella finestra, che restava accesa tutta la notte, come per gettare un'ombra sui suoi sogni (nonostante il fatto che raramente una luce venga usata per fare ombra).
Quando era sotto la doccia, sentiva costantemente il rumore del pennello che slurgitava la tela (nonostante il fatto che tale rumore sia raramente udibile, dall'altra parte di una strada trafficata, con le finestre chiuse e -cosa non trascurabile- sotto lo scroscìo della doccia).
Si sentiva costantemente pedinata quando camminava nella stanza, mentre passava dal salotto alla cucina, dal bagno al terrazzo, dallo sgabuzzino alla soffitta. Si sentiva -dicevo- pedinata dai pensieri artistici del pittore (nonostante il fatto che raramente i pensieri possano pedinare qualcuno, tanto più che essi pensieri -benché artistici- sono di fattura spirituale e dunque non posseggono i piedi).
Insomma: Adèle avrebbe potuto cedere ad una crisi di nervi, avrebbe potuto crollare psichicamente e senza preavviso; avrebbe potuto rinchiudersi nel lettino di una psicologa in preda alle più dilanianti manie di persecuzione. Quello che salvò Adèle era il fatto che tutte quelle cose là erano vere.
La luce ombreggiava, il pennello slurgitava e i pensieri pedinavano.
La prova di ciò è il fatto che, dal secondo giorno in cui Adèle cominciò a sentir parlare italiano per le strade -capendoci ben poco, dal punto di vista del significato- lui, il pittore, le manda, di tanto in tanto (un giorno sì ed uno no), dei quadri. Quadri suoi.
Quadri che fa lui.
Insomma suoi quadri.
Lei, all'inizio, infilava le tele nei sacchi della pattumiera del cortiletto interno.
-Gli passerà- si diceva. Ma non passava.
I regali continuavano, e gli inquilini del palazzo si lamentavano per i sacchi della spazzatura che erano sempre pieni (nonostante il fatto che non puzzassero).
Adèle dovette cercare sempre nuovi anfratti in cui buttare le sue schifezze. Qualche volta li usava per tappare un buco nel muro; aveva scoperto che non erano l'ideale per lavare il pavimento, in quanto lasciavano giù il colore. Ci fece l'imbottitura dei materassi per tutta la famiglia, zerbini e suppellettili varii, tra cui un raffinato lampadario a goccie stile Louis catòrs.
-Gli passerà vedendomi invecchiare- si diceva Adèle, sperando in cuor suo di non invecchiare mai. Ma non passava; daltronde manco lei invecchiava. Da quando era sbarcata oltr'alpe, fresca diciottenne, ad oggi, maturata ventinovenne, Adèle era sempre rimasta identicamente la stessa, vale a dire bellissima.
Adèle è certamente la più bella delle sorelle. E bisognerà scusarci con lei per aver detto ciò solo adesso. Non che Adèle sia vanitosa, tuttaltro, ma, si sa, le donne preferiscono che certe cose sul loro conto vengano dette subito; soprattutto cose del tipo: "Adèle è certamente la più bella delle sorelle!" In virtù di tale innato privilegio, aveva ricevuto l'ennesimo pacco dono dalla mansarda di fronte.
-Oggi non ho proprio tempo di pensarci- pensa Adèle -c'è la sorellina.
L'arrivo della sorellina la mette in una trepida trepidazione; il suo istinto di sorella maggiore le dice che deve fare qualcosa, (ma non che cosa!) e quindi lei si sente di fare tutto. Era sempre stato così, anche le altre volte.
-La mesòn, la mesòn- si mette a urlare. Sistemare la casa le sembra la cosa più urgente. Soprattutto il bagno.
Non che fosse un cesso -cioé, per esserlo lo era- ma aveva un problema: il cesso, appunto.
Il galleggiante dell'acqua doveva essersi incastrato, e quindi c'era un continuo scroscìo. All'inizio andava anche bene, perché nessuno lo notava: Paulette è un po' svampita, Hélène usa tappi per le orecchie, Vanadé è sempre fuori e Adèle...
Adèle trovava che lo scroscìo del vater-closh cancellasse il rumore del pennello. All'inizio andava bene, ma poi; l'acqua corrente aumentò sempre più, lo scarico si otturò un paio di volte -con relativi allagamenti-, alcune guarnizioni cedettero e, cosa più importante, ogni tanto, nel bel mezzo di una seduta, arrivava un'onda anomala che anticipava il lavoro del bidé! Non era il caso di far arrivare la sorellina con queste prospettive. Adèle era previdente, nonché primogenita; si era preoccupata del problema e non voleva farsi cogliere impreparata. Da un due anni tiene il numero di telefono di un idraulico nel cassetto.
E` forse giunto il momento di usarlo?
Dopo che le sorelle sono filate, Adèle fa il numero
-Pronto l'idraulicò?
-No!
Nella fretta ha confuso il sei col senc.
Rìfa il numero ma aspetta che la cornetta si presenti per prima
-Buongiorno Tubi Tempestosi, idraulico a domicilio.
E` fatta!



IV


Uscita di casa, Hélène scende rumorosamente le scale per andare a scuola. Si ferma di colpo, come chi si ricorda all'improvviso di aver dimenticato qualcosa.
Effettivamente aveva dimenticato (...la confusione per la sorellina...). Torna in casa e prende uno stuzzicadenti.
Ridiscende rirumorosamente le scale, ed infigge lo stecchino nel campanello della porta del piano di sotto.
Questo comincia a spernacchiare graziosamente, ed andrà avanti così, fino a che l'abitante della casa con campanello non lo estrarrà dal suo incastro. Hélène compie questo gesto tutte le mattine.
Non che abbia problemi con il violoncellista del piano di sotto, la bell'Hélène; no! Semplicemente lo odia.
Quando, cinque anni fa, varcò il portone, lui era lì, che aspettava l'ascensore.
La guardò, lei lo guardò... le piacque.
Era sicuramente un uomo affascinante. Parlarono ininterrottamente per tutta la salita del mezzo elevatorio; lui purtroppo abitava solo al primo piano.
Tutto lasciava presagire una appassionante storia d'amore. Ma tutto finì lì, quando le dichiarò che suonava il violoncello.
Si domandò un poco, la giovane Hélène appena sbarcata in italia, cosa volesse dire tale parola, ma alla fine dovette accettare che si trattasse di un violoncelle.
Incassò male il colpo!
Il secondo giorno lui le citofona (non aveva il telefono) per dire che le avrebbe suonato Bach. Da quel giorno Hélène usa tappi per le orecchie. -Gli passerà- si diceva, ma non è passata; Hélène continua ad indossare tappi per le orecchie, quando è in casa.
A volte, ma solo a volte, in Agosto, quando non passa una macchina, i vicini sono in vacanza ed anche l'acqua nei tubi si ferma per il caldo, qualche piccola e timida vibrazione impercettibile riesce a varcare il poderoso sbarramento ceralico, facendo la sua timida comparsa sul delicato timpano dell'orecchio fine della filiforme Hélène.
Ma proprio un...bzz
In questi casi Hélène scende e spacca il violoncelle in testa al violoncelliste. Ma capita di rado.
Lui comunque ne deve avere una buona scorta!
A Hélène era venuta un po' la fobia per gli strumenti cordofoni. Almeno così la pensavano le sorelle, quando vedevano una gran forbiciona rossa da giardiniere che Hélène si teneva in borsetta. Ma nulla di preoccupante.

Hélène va a scuola tutte le mattine; compresi i sabati e le domeniche. Nessuno ne capisce il perché. Neanche Hélène, che semplicemente si dimentica che il sabato e la domenica non c'è scuola.
Quella linguaccia di vipera di Vanadé dice che è per il fatto che Hélène non tiene un'agenda su cui scrivere gli impegni. Ciò è vero solo in parte: la parte che riguarda l'agenda (che in effetti Hélène non ha).
Aveva disimparato fin da piccola a scrivere; pare sia arrivata solo al compito di riempire in bella calligrafia una pagina di quaderno con lettere b. La piccola Hélène disse girandosi verso la compagna di banco, una certa Silvie: -non gli sembra di esagerare? Gia ieri ci ha fatto fare la a e non è servito a niente.
La storia racconta che Silvie rispose <<non si dice "gli", ma "le": non le sembra di esagerare.>>
Hélène conficcò la sua matita nei luoghi astratti di Silvie e non scrisse mai più una parola.
All'università -poiché di ciò si tratta, benché Hélène e le sorelle continuino a chiamarla scuola- all'università Hélène è molto ammirata per le sue capacità di concentrazione e memorizzazione.
Alcune linguaccie di vipera di suoi compagni, giurano che Hélène dorma costantemente durante la lezione. Ciò è vero solo in parte.
Qualsiasi esame sostenuto e brillantemente superato da Hélène, dimostrerebbe chiaramente il contrario.
Sfortuna vuole che, in cinque anni, nessun esame era sbocciato sul libretto universitario di Hélène.
-Bé, checc'entra; non sono pronta, devo pur approfondire l'argomento! La sua permanente permanenza alle lezioni avrebbe potuto incutere qualche bramosa velleità nel buon docente signor Davidson (professor)?
Davidson (professor) regge la cattedra di Teoria dei Modelli Scientifici.
Tiene lezioni su argomenti attinenti.
Hélène frequenta le lezioni del Davidson (professor) e sta preparando l'esame di Teoria dei Modelli Scientifici (programma 93/94, lettere A-M); e questo è l'unico vero motivo per cui Hélène va a scuola tutte le mattine. Compreso i sabati e le domeniche (giorni nei quali nessuno ne capisce il perché).



V


Adèle compì i suoi diciott'anni su un treno che stava attraversando la frontiera. Armata di bagagli e raccomandazioni di mamma, se n'era andata da Paris, in cerca di una nuova vita. Non che fosse scappata, tutt'altro; la sua partenza era stata largamente acconsentita e favorevolmente appoggiata da mamma... forse troppo. Non che fosse stata buttata fuori di casa, ma quasi. Mamma era un tipo un po' strano, di una moralità impeccabile e dai sani sentimenti rigidamente onesti, nonché dominata da una profonda incrollabilità dei valori personali e di educazione filiare. Era quel che si dice una mamma intransigente, benché a volte dovesse svolgere il ruolo del padre (ma di quest'ultimo non si parlerà affatto; basti sapere -ed è l'unica cosa che conta- che egli era il padre di tutte e quattro loro, ed anche della sorellina che stava arrivando).
Mamma riassumeva la propria educazione filiare in due frasi, che ricorrevano quasi quotidianamente in casa. La seconda di queste frasi era che una figlia diventa donna solo quando se ne va di casa. Frase che tutte le mamme dicono, ma non tutte con la cinica intenzione di liberarsi, quanto prima, dell'ingombranza familiare.
Adèle si sentì in dovere di rispettare la veridicità della morale di mamma e partì.
Adèle divenne donna su un treno che stava attraversando la frontiera, più o meno all'ora del suo compleanno, con un uomo in divisa, bello, con dei baffi (anch'essi belli). Le sorelle erano coincidentalmente nate tutte allo stesso giorno, più o meno alla stessa ora, con una scadenza di tre anni tra ognuna di loro. Le malelingue affermano che ciò era dovuto al fatto che mamma elargiva i propri doveri coniugali un solo giorno ogni tre anni. Le benelingue, invece, che era lui che la possedeva un solo giorno ogni tre anni. Il parroco parlava di Spirito Santo, ma non era mai stato convincente.
Ogni tre anni si celebrava il rito della partenza da là e dell'arrivo a qua. Otto anni fa Adèle si era precipitata alla stazione per accogliere la fresca diciottenne Paulette, che sbarcava dal treno con bagagli e raccomandazioni di mamma. Si baciarono, si strinsero le mani, si guardarono con le lacrime agli occhi... e Paulette raccontò alla sorella di un uomo in divisa, distinto, con dei baffi (anch'essi distinti).
Cinque anni fa Adèle e Paulette si erano precipitate alla stazione per accogliere la fresca diciott'enne Hélène, che sbarcava dal treno con le sue cosine a posto. Si baciarono, si strinsero le mani, si guardarono con le lacrime agli occhi ed Hélène raccontò loro di un uomo in divisa, affascinante, con dei baffi (anch'essi affascinanti).
Due annifa, Adèle, Paulette ed Hélène si erano precipitate alla stazione per accogliere la fresca diciott'n Vanadé, che eccetera eccetera. Si baciarono, si strinsero le mani, si guardarono con le lacrime agli occhi. Purtroppo era andato in pensione il controllore con i baffi (anch'essi andati in pensione). Questo forse è il vero motivo per cui Vanadé è rimasta vergine.
Ora stava per arrivare la sorellina... che emozione; che bei momenti.
L'ultima volta che Adèle l'aveva vista, sulla banchina della stazione, la sorellina aveva sei anni. L'ultima volta che Paulette la baciò sulla banchina, ne aveva nove. L'ultima volta che Hélène la picchiò sulla banchina ne aveva dodici; l'ultima sigaretta che Vanadé fumò con lei, di nascosto, sulla banchina, dietro un cartellone pubblicitario, ne aveva quindici.
Nulla lasciava supporre che la sorellina dopo soli due anni ne avesse già diciotto
-In effetti ciò è strano- si dice tra sé e sé Adèle.
Perché la sorellina arriva con un anno di anticipo? aveva forse combinato un guaio? l'aveva combinato mamma un guaio? avevano dimenticato di cambiare il calendario l'anno scorso?
Tutti dubbi che ne manco sfiorarono la bell'Adèle.



VI


Uscita di casa, Paulette va al lavoro. Qual lavoro facesse mica si sa, perché Paulette è una persona molto discreta. Ad ogni modo è sicuramente quella con i piedi più in terra di tutte le sorelle.
-Per via della statura- aggiunge di solito quella lingua di vipera di Vanadé. Tutte le volte, per andare al lavoro, Paulette prende la metropolitana. Tutte le volte, nel prenderla, Paulette nota il non-particolare odore della metrò milanese. Tutte le volte si dice: "Toh, non ha quell'odore".
Da buona parisienne, Paulette ricorda ed insegue il caldo odore dolciastro della metrò che quella di Milano non ha.
Non si può dire che lei si intristisca per tale assenza, o per lo meno lei non ne ha mai fatto parola, perché è una persona discreta. Fatto sta che a furia di olfattare alla disperata ricerca di quell'odore, Paulette è riuscita a sviluppare notevolmente tale senso; cosa che l'ha portata a vivere in una dimensione sensoriale alquanto personale.
Paulette entra nel vagone, si siede sul sedile -se gentilmente qualcuno glielo offre- e comincia ad annusarsi in giro. Ovviamente con discrezione. Odora la colazione fatta dal bambino al suo fianco (cornfleix e latte zuccherato); la marca di ammorbidente dell'uomo con la cravatta bianca; il tempo che fa in superficie.
Prima di chiunque altro, Paulette sa sentire quando cambia il tempo, quando cambia la stagione, quando cambiano i sacchi della spazzatura.
Quali siano i pensieri che solcano i fiumi di odori di Paulette, nessuno lo sa; perché Paulette è una persona davvero discreta.
Lavorare alla Borsa era un ottimo modo di far fruttare il suo fiuto per gli affari. Quando parlava con un cliente era in grado di percepire una mappa dettagliata delle condizioni reali e delle abitudini del capitato. Il tipo di deodorante usato, quanto tempo fa aveva baciato la moglie, il tipo di sedili della sua macchina, se possedeva animali domestici. A volte anche la religione (per via dell'incenso). Fece velocemente carriera.
Paulette è una discreta amante; ci tiene a non essere scoperta dalla moglie dell'uomo che si porta a letto di volta in volta; non urla; entra ed esce in silenzio dalle camere d'albergo. Grazie a questa sua dote è molto ricercata dagli uomini d'affari, che prediligono le persone discrete, per raccontare -in pianti e singhiozzi- le loro vicissitudini umane, familiari ed economiche (che negli uomini d'affari sono un tutt'uno). Solo raramente Paulette usò perversamente tali confessioni, strappate alle lacrime, per estorcere ricatti. Anche grazie a ciò Paulette fece velocemente carriera.
Uscita dal metrò Paulette si blocca. Le sue narici hanno captato uno strano individuo.
L'individuo è un carretto dei gelati vecchio stampo, di quelli che c'erano una volta; guidato da un marinaio con la faccia di Gabin vecchio stampo, di quelli che c'erano una volta. Sopra il carretto a pedali ombreggia un grazioso para sole a bande azzurre e gialle, ed attorno ad esso orbitano due aleggianti gabbiani bianchi.
Tutto ciò avrebbe potuto essere un sogno -si sarebbe potuto dire-, se ciò non fosse la realtà.
Lui la guarda; lei annusa. Allora anche lui annusa.
Paulette ha un fremito, ma lo contiene nell'impermeabile, per discrezione. Sente emanare dal carretto uno strano odore insolito... totale -si potrebbe dire esagerando un po'.
Paulette è affascinata dal tizio in carretto.
Lui, il marinaio con la faccia di Gabin, lo sente. Le grida -Vuoi un tiro?- intendendo se vuole un passaggio e facendo capire che sul carretto c'è posto.
Alle sue parole un due persone, tre bambini ed un vigile si girano, guardano il vecchio, subito guardano la pollastra a cui erano rivolte le grida; aspettano per vedere se lei ci sta o no alle proposte del maiale.
Si sa: la gente pensa subito male, in una città piccola!
L'uomo e la donna capiscono di essere stati fraintesi, si intendono fra di loro e -discretamente- si defilano dalla folla; chi in una direzione chi in un'altra.
Paulette va al lavoro.
Ora sapete anche di che lavoro si tratta; ma il ricordo dell'odore del carretto del marinaio con la faccia di Gabin, non le esce dal petto, e la fa girar come fosse una trottola.



VII


Driin, gorgoglia il campanello.
Adèle avvicina l'occhio all'occhio di vetro della porta; guarda il ballatoio con un gesto consueto. Poiché è consuetudine che Adèle guardi. Sembra, a chi la conosce bene come una sorella, che Adèle non faccia altro che guardare. Adèle guarda -distrattamente, dice la lingua di vipera di Vanadé-, guarda tutto ciò che accade nel teatro del suo apparecchio visivo; ma non per cogliere le ragnatele del reale intessute tra i fili degli oggetti. Adèle non guarda per cogliere lo scorrere del tempo che si impressiona sulle cose. Adèle non guarda per cogliere fichi.
Insomma: Adèle non usa mai metafore quando guarda; semplicemente guarda i particolari particolari.
Non ne trae nessuna conclusione, solo un leggero stupore, un piccolo -Tiens!- nell'accorgersi che ciò che guarda c'è.


Se guarda la piccola scheggiatura sullo schienale della sedia, la vede, ed essa c'è. Che ci fosse perché lei la vede o viceversa è un problema che non ha mai sfiorato Adèle; e daltronde il viceversa è il problema di fondo della vita di tutti noi.
Se Adèle guarda la macchia di sugo sulla piastrella, c'è; se guarda il gioco di cenere composto nel posacenere, c'è; se guarda la scritta in filo rosso sulla tuta marroncina che staziona sul ballatoio, c'è.
L'idraulico pensa che sicuramente Adèle non c'è, visto il tempo trascorso dal suo primo scampanellamento.
Egli tituba ed esita sul fatto che sia lecito ad un idraulico di suonare due volte; poi proprio mentre è nel culmine della titubanza, sente il cllac della serratura e vede la porta aprirsi: Adèle c'è.
L'idraulico con la tuta marroncina con la scritta Tubi Tempestosi in filo rosso, si presenta
-Buongiorno signorinella, sono l'idraulico della Tubi Tempestosi.
-in filo rosso- aggiunge sottovoce Adèle
-Come?
-No niont; venga, le fasccio vedere il sciessò.
I due vanno nel malfamato luogo e l'idrico constata i danni -Eh signorinella, ne avrò per un paio di orette, con tutto 'sto casino... mi perdoni l'espressione.
Adèle gliela perdona: non aveva mai sospettato che orette fosse una brutta parola.
L'idraulico comincia a trafficare.



VIII


Nel mentre che l'idraulico traffica, Adèle, che ha rimesso tutta la casa a lucido, si sente di non saper che fare; tutto quell'ordine e quella pulizia le piace mica: ci toglie il gusto di guardare i particolari particolari.
Sembra tutto in ordine, sembra che tutto sta lì perché ne ha un buon motivo. Adèle è allergica a qualsiasi teleologia. E` ben questo che più le da fastidio nei quadri del pittore della mansarda; non c'erano particolari particolari in quelle tele: tutto sembrava essere messo lì apposta, non tanto per esserci, ma quanto essere-per. Non che Adèle ci capisca alcunché di Fenomenologia, solo che le piace guardare, e quelli lì, i quadri, non le piaccion mica, a guardarli. Che aggiungere?
Presa dunque dalla propria inattività, Adèle decide di esercitare il suo status sociale di primogenita; si arma di carta bianca e penna nera e si siede al tavolo sotto la finestra. Scrive
-cara mamma-
Adèle vorrebbe scrivere a mamma per salutarla, vedere come sta, come sta la nonna, se il gatto nero del vicino piscia ancora sulle piante del terrazzo, se il rapido delle 23.01 arriva ancora in ritardo, se il marciapiede ha ancora quella sbrecciatura là, se si vedono i rondinotti al primo volo, se le amiche si vedono ancora, se papà è ancora vivo (ma di lui non si parlerà affatto). Insomma, Adèle vorrebbe scrivere a mamma per sapere perché cazzo arriva la sorellina con un anno di anticipo, ma dallo squarcio della porta che dà sul corridoio, il suo sguardo si infila nel bagno; luogo ove l'idraulico sta ben trafficando.
Adèle guarda il numero quarantadue stampato sotto la suola delle scarpe -giacché il tubista sta sdraiato sotto il lavandino-; guarda il capello biondo che svolazza davanti alla tempia lievemente stempiata. Guarda con attenzione e meraviglia il puntino nero che si trova nell'azzurro iride dell'occhio sinistro.


Benché lontana alcuni metri, Adèle possiede una vista notevole. Per esempio riesce a vedere l'ombreggiatura dell'elastico delle mutande tutt'attorno al posteriore del riparatore idrico. Sebbene Adèle sia affascinata dalla presenza dei particolari particolari del nuovo venuto, ciò è vero solo in parte. Distratta da quell'attenzione, Adèle lascia sul foglio bianco le sole parole -cara mamma-
e ricomincia a distrarsi.



IX


Sebbene Paulette sia seduta da molto più tempo di lei, al tavolino del tichet-rèstorant e sebbene sia maggiore d'età, è Vanadé che comincia a parlare.
-Insomma, tu non ti rendi conto del disastro$. -Via, Vanadé non esagerare- cerca di minimizzare Paulette.
-Non cercare di minimizzare- risponde secca Vanadé.
-Non sto cercando di minimizzare- mente discretamente Paulette; -sto solo dicendo che non è poi un dramma, se arriva la sorellina.
-Con un anno d'anticipo? Ma io non sono ancora pronta; devo ancora fare delle cose!
Paulette si lascia scappare un deprecabile sorrisino, subito contenuto dalla sua discrezione.
-E non c'è proprio niente da ridere- urla Vanadé scoppiando in singhiozzi tra le mani della sorella.
Per via della pensione del controllore, Vanadé aveva perso il treno per diventare donna; e in due anni non era ancora riuscita a colmare tale lacuna. Non che fosse brutta, anzi; per esserlo, bella, lo è per davvero. Vanadé è sicuramente la più bella delle sorelle. E questo va detto subito, per non offendere la sua suscettibilità. Bella lo è, ma anche sfortunata.
-Oh Paulette, lo sai benissimo che io c'ho provato con tutte le mie forze, ma mica è colpa mia se tutti quelli che trovo sono ballerini, musicisti, poeti o sceneggiatori o burattinai o ceramisti o...
Paulette leva la mano per farla smettere. L'elenco avrebbe potuto essere pressocché infinito e, ahinoi, tremendamente vero. Tutti gli esseri di genere maschile che avevano approcciato la bella Vanadé, o che da lei erano stati approcciati, erano -chi più chi meno- artisti.
-Ah, ma io me ne fotto, sai che ti dico, Paulette, che io al prossimo che trovo... e tanti saluti.
Paulette leva una mano per darle un sonoro ceffone e, vistosamente adirata, le urla
-Non ti permettere di dire queste cose, che sei ancora la più piccola. Eppoi che modi sono: non ricordi cosa ci ha insegnato mamma?
Infatti, come già detto sopra, mamma riassumeva la propria educazione filiare in due frasi, che ricorrevano quasi quotidianamente in casa.
-E mi riferisco alla prima!- puntualizza Paulette.
L'argomento è chiuso. Vanadé tace, giochicchia col bicchiere. Vorrebbe tanto chiedere dei consigli a Paulette, ma sa che lei non parlerebbe, perché è discreta.
Paulette tace, giochicchia con le briciole di pane. Vorrebbe tanto dar dei consigli a Vanadé, ma non lo fa, perché è discreta.



X


Nel mentre che le sorelle giochicchiano, passa Hélène, sull'altro lato della strada.
Paulette e Vanadé non la vedono, o perlomeno fanno finta di non.
Hélèn gira l'angolo
-Uff...salva!
Le sorelle restano convinte che lei non le abbia viste.
La cosa non dovrebbe parer strana a chiunque conosca minimamente Hélène. Nel tempo libero (ossia tutte le ore del giorno e della notte in cui non è a lezione), Hélène vagola per la città, travestita con un finto infinito pensamento sulla vita ed il precipuo senso di essa. Questo può pensare chiunque minimamente la conosce; ma non è così.
Nessuna ontologica domanda esistenziale ha mai sfiorato l'innocenza di Hélène, che si limita a girare per strada senza nessun movente. Semplicemente cammina; nessuno sa se nel farlo, distrattamente, pensi.
Lei cammina sui bordi del marciapiede. Evita con perizia di calpestare la linea di congiunzione delle lastre; crede che la piccola frattura celi un misterioso abisso. Ma come sempre ciò è vero solo in parte.
Hélène cammina. Di quando in quando trova una freccia di gesso sul marciapiede.
Ah, potete stare sicuri che ce ne sono di infinite forme e sostanze. Filiformi frecce in gesso bianco, altre grassoccie in arancione; quelle rosse dell'enel e quelle gialle del gas (o viceversa, ma non è importante).
L'unica cosa davvero importante in una freccia, è la direzione; ed è ciò che più importa a Hélène.
E` convinta che la freccia di gesso sia un segno del Destino. Ma ciò è vero solo in parte: Hélène non crede nel destino. Hélène non crede in niente; non ha nessun valore morale od estetico; semplicemente ritiene sgradevoli alcune cose e ne cerca una correzione. Ma comunque, sicuramente Hélène non crede nel destino. Queste cose delle frecce, il destino, il segno. Tutte stronzate, per lei. E`, piuttosto, come chiedere un'informazione: dove vado? di là, di qua, indietro... nulla di più semplice... nulla di più innocente. Ed Hélène si sentiva perfettamente innocente, nei confronti della vita; non l'aveva mica fatto lei il mondo, quindi...
Hélène cammina e non pensa; cammina e basta. Di quando in quando, seguendo le frecce, infilandosi in qualche piazzetta nascosta, prendendo un vicolo di traverso, Hélène si imbatte in qualche musicista girovago.
Dopo aver scansato le occhiate delle sorelle, Hélène si imbatte in un chitarrista girovago.
Hélène ha un sobbalzo quando lo vede... saranno state le frecce?
Il chitarrista ha due sobbalzi quando la vede. Il primo sobbalzo è perché spera che Hélène gli dia dei soldi, il secondo che si innamori perdutamente di lui. Hélène si avvicina, mostrandosi buon partito per entrambi i sobbalzi. Lui suona, lei si avvicina.
Lei si avvicina, lui continua a suonare. Quando è molto, ma molto vicina e lui ha molto, ma molto suonato, Hélène infila la mano nella borsa e cava la forbiciona rossa.
D'un sol snap ne recide le sei corde.
Il chitarrista la guarda mentre, innocentemente, lei ancheggia verso casa.



XI


Driin, gorgheggia il telefono.
Adèle, seduta al tavolo sotto la finestra, risponde con calma.
-Pronto
-Buongiorno.
-Buongiorno a lei.
-Mi scusi... volevo chiederle se... se le era piaciuto il mio regalo... son quello che abita nella mansarda di fronte a lei...
Adèle ammutoliscce nello spazio di un fotone. In undici anni non aveva mai sentito la sua voce. Il maiale non c'aveva mai provato, prima di allora, a rivolgerle addirittura la parola.
Sembra ora che tutto il mondo ruoti attorno ad Adèle; come se qualcuno la prendesse e la rigirasse sotto e sopra.
Non aveva mai pensato seriamente, in un contesto estetico, alle possibilità emotive di quelle tele. Per la verità Adèle non aveva mai pensato un bel niente in un contesto estetico. E` trafitta dal raggio di questa impudìca, se non lubrìca domanda. Si sente offesa, oltraggiata, violentata dalla penetrazione telefonica del mostro della mansarda; fin lì, nella sua casa dolce casa. E` un girabuglìo di colori che si annebbiano nello sguardo di Adèle.
La cornetta trasmette un esitante e timido brusìo proveniente dalla mansarda, ove il povero pittore aspetta trepidante una risposta.
-E che ci dico?- pensa Adèle, che in fondo non gliene voleva.
Pensa che ti pensa, Adèle se ne sta zitta zitta e guarda fissa nel vuoto, come per trovare l'ispirazione caduta dal cielo.
-Allora, le è piaciuto, signorinella?- le domanda l'idraulico mentre si riabbottona i pantaloni.



XII


Mesta e pensosa Hélène sale lentamente le scale di casa. Si ferma davanti alla porta; infila lo stecchino e, sempre mesta pensosa, sale di un altro piano.
Entra in casa, si infila i tappi nelle orecchie e si dirige in cucina. Prende posto su una sedia, a fianco di Adèle che, mesta e pensosa è incollata davanti al tivì.
Quando rientra Vanadé, Paulette era già seduta davanti al tivì, mesta e pensosamente come tutte le altre sorelle. Zitte.
Vanadé ne avrebbe ben di cose da dire, anzi, non vede l'ora di poterle dire. Ma purtroppo non erano realmente successe e quindi tace e s'accula anch'ella davanti al tivì.
Il televisore era sicuramente l'elettrodomestico più frustrato della casa delle francesi. Uno spremi agrumi viene usato ben per spremere gli agrumi; un aspirapolvere viene usato ben per aspirare la polvere; un'affettatrice ben per affettare trici etc. Vero che il televisore non serve per visionartele, ma almeno lo si guardi, quando ci si è seduti davanti, lo si ascolti: lo si rispetti.
Nulla di tutto ciò avveniva nella casa delle francesi. Il tivì era una sorta di ombrello che si apriva in caso di ventilata ed inopportuna discussione. Farsi trovare fintamente interessate davanti ad un documentario sul comportamento sessuale dei pinguini inibisce chiunque altro a distrarti per chiedere dove sono i fiammiferi, o addirittura meno. Lasciarsi trasportare dal più appassionante sfrigolìo di un programma sintonizzato male era per le sorelle -qualunque ella fosse- un chiaro monito al silenzio ed al rispetto. Mostrarsi freddamente e cinicamente scioccati di fronte ad un servizio sulla politica estera del telegiornale era come dire: no, non ora, non vedi come sono scossa?
Eppure di tutto ciò che in suono ed immagine era elargito dalla macchina, nulla era recepito per davvero dalle franzesi; si lasciava che il tivì riempisse uno spazio che, fosse rimasto libero, avrebbe potuto ospitare stronzate di domande tipo: e la sorellina??
Per evitare traumi familiari, il tivì grida a squarciagola che le femmine del pinguino non apprezzano molto la fedeltà nei rapporti.
Quando il tivì sta acceso, e le quattro lo fissano con attenzione, potete scommetterci che c'è un bel problema in giro.
Un involontario brèk pubblicitario permette a Paulette di parlare, con tono distratto, come a chi non interessa quello che le verrà risposto.
-E` venuto l'idraulico?
-Ah, si- risponde con tono distratto Adèle, come a chi non interessa quello che le è stato chiesto; -si, ma non ha ancora finito perché ha trovato degli imprevisti. Torna domani.
-Domattina sto a casa io- dice Paulette con tono distratto, come a chi non interessa affatto quello che ha detto.
La giornata si spegne insieme al cllic del tivì.



XIII


Driin, fa il campanello nel bel mezzo della mattinata.
Paulette si era svegliata presto ed aveva fatto un'accurata toeletta, come tutti i venerdì, daltr'onde. Paulette è convinta fin da piccola che il modo migliore per avere un buon uìchend sia quello di farsi trovare puliti.
Nessuno sa se ciò è dovuto al fatto che la sua maestra delle elementari, controllava le unghie delle mani e le mutandine delle bambine, per vedere se erano pulite, prima delle lezioni. Se anche ciò fosse vero, comunque non spiega il perché Paulette faccia toeletta solo il venerdì. Potrebbe dirvi che questa è la sua piccola rivincita nei confronti della vecchia maestra, ma non lo farebbe mai, perché è una persona discreta. La discrezione è una dote assai strana, come l'umiltà e l'innocenza. Doti talmente fragili che non ci si può neppure vantare di avere, perché così facendo non le si avrebbero. Paulette questo lo sa, o forse no; comunque non dice mai di esser discreta per non peccare di presunzione. Lo è e basta.
Driin, fa la seconda volta il campanello. Paulette non ha bisogno di sbirciare dall'occhio magico della porta; ha già fiutato il dolciastro odore della canapa... l'idraulico.
-Buongiorno signorinella- fa il tizio della Tubi Tempestosi, con una malcelata smorfia di stupore.
-Buongiorno- fa Paulette, -io sono la sorella- aggiunge, per anticipare il tizio ed evitare che faccia domande per le quali potrebbe sentirsi imbarazzato.
Il tizio non si imbarazza; non è nel suo carattere e non fa parte del suo mestiere. Come chi sappia benissimo dove andare e cosa fare, si dirige seduta stante verso l'àmbito del suo lavoro, schivando i pensieri della bella Paulette.
O, se è per questo, bella lo è per davvero!
Paulette è indubbiamente la più bella delle sorelle; e questo va detto subito per non offendere la sua discrezione.
Andato lui all'àmbito del suo lavoro, Paulette lo segue col naso; lo sente aprire la valigetta; l'odore meccanico delle chiavi inglesi, del dragueur (un modo francese di dire pappagallo), del grasso... L'odore di calcare di cui sono impregnate le scarpe n. 42.
Paulette si lascia trasportare un attimo dall'inebriante sensazione di fiutare uno sconosciuto.
-E` un po'- crede -come guardare un paesaggio mai visto- si scusa tra sé e sé Paulette; -come toccare per la prima volta il torsolo nudo di un uomo-.
Nel pronunciarsi mentalmente quest'ultima frase Paulette si imbarazza assai, si vergogna ed arrossisce immanentemente da mane a piedi.
-Oggi fa ben caldo, eh!- dice ad alta voce, per farsi ben sentire dal tizio idrico.
Lui non la caga molto; è indaffarato con lo scroscìo. Paulette sente lo scroscìo, sente la canapa, sente che deve fare qualcosa per togliere o nascondere l'imbarazzo che sente.
Si siede al tavolo della sua stanza e prende carta bianca e penna nera. -Scrivo a mamma- dice, e comincia
-cara mamma-.
Paulette vorrebbe scrivere a mamma per sentire come sta, come sta la nonna, se la metrò ha sempre il suo odore, se il melograno che c'era sul tivì otto anni fa è appassito, se le camelie della signora di fronte profumano ancora, se ha cambiato il sacco della spazzatura, se si ostina a lasciare i filtri usati del caffé in giro, se la vecchia maestra è morta; se papà è vivo (ma di lui non si parlerà affatto).
Insomma, Paulette vorrebbe scrivere a mamma per sapere perché cazzo arriva la sorellina, ma dallo squarcio della porta che dà sul corridoio, Paulette sente arrivare un continuo e narcotizzante flusso di odori accattivanti: il dragueur (che in italiano secondo Paulette continua a voler dire pappagallo) che si avvita, sente il tizio che dallo scarico toglie maleodoranti manciate di capelli morti, che avevano fatto il loro nido nel gomito dei tubi. Sente l'odore del lucido da scarpe blù che -non più di un mese fa- il tizio idrico aveva manovrato sugli scarponi neri; sente il dolciastro della canapa che pervade le tubature. Paulette sente... sente anche (ma si vergogna a dirlo), sente anche il particolare profumo ittico che si nasconde sotto la cerniera. Arrossisce nuovamente, nonostante che il tizio idrico paia non accorgersi di nulla.
Paulette si ributta anima e corpo sul foglio bianco con su scritto -cara mamma-.
Anima e corpo; ma il naso le rimane anarchicamente attento agli eventi domestici.
E ricomincia ad arrossire.



XIV


Come tutte le mattine Hélène va a scuola, ed oggi è venerdì.
Infila lo stecchino nel campanello e scende per la strada.
Cammina con la sua leggerezza lungo l'abituale percorso che la porta a scuola; percorso che varia tutte le volte, a seconda dell'innocente istinto di cui è dotata.
Hélène ne è consapevole, della propria innocenza, ma cerca di non abusarne perché ha paura di perderla.
Sa benissimo che l'innocenza è un po' come la verginità: se la si perde la prima volta non la si ritrova più.
Tutto in lei traspare e trasluce di innocenza, soprattutto i vestiti.
Hélène si veste come un vol-au-vent, o almeno così crede che si debba tradurre il suo modo di vestire.
Predilige abiti chiari, larghi e svolazzanti, intarsiati di pizzo. Predilige larghi cappelli a tesa larga, di paglia, preferibilmente. Predilige soprattutto un ombrellino da sole bianco-pizzato, da tenere chiuso e fatto lievemente volteggiare con la mano destra, mentre la sinistra percorre, sfiorando distrattamente, tutte le superfici a portata di mano.
Ecco quello che predilige Hélène in fatto di vestiario. Ma sebbene innocente Hélène non è cretina e sa che tutti riderebbero di lei se andasse in giro conciata a quel modo. Ecco perché solitamente veste con dei giins, sciarpa di lana a striscie variopinte, maglione vermiglio e giacca di cuoio. E tale è vestita oggi mentre va a scuola.
Quando va a scuola Hélène non dà retta alle freccie che trova per strada, e ciò potrebbe sembrar strano a chi non conosce personalmente Hélène, soprattutto per via del fatto che è proprio att'orno all'università che c'è la massima concentrazione di indicazioni. Nessuno se ne è mai chiesto il perché, tanto meno Hélène, che si sente ancor più innocente di chiunque altro.

Hélène arriva in aula e si siede al suo solito posto, che cambia ogni giorno.

Quando arriva, Davidson (professor) è ancora lì.
Lo guarda con sguardo innocente; lui si lascia guardare.
Non è vanitoso il Davidson (professor) e neppure molto bello. Forse, con un adeguato esame radiografico si potrebbe certo scoprire qualche suo lato addirittura erogeno, ma nessuno l'aveva mai spinto fin sotto una macchina per i raggi ics.
Quando Hélène si siede, può cominciare la lezione. Questo è ciò che Davidson (professor) intende per "quarto d'ora accademico", nonostante a volte esso si prolunghi di una mezz'ora se non più. Davidson (professor) spiega i principi fondamentali del suo corso di insegnamento, e nel farlo si rivolge quasi costantemente a quella sua assidua studentessa che assorbe distrattamente le parole dalle sue labbra, senza tradurle meccanicamente in appunti.
L'insegnamento di Davidson (professor) è, come già detto, Teoria dei Modelli Scientifici, e la sua personale interpretazione di tale scienza impura era una sorta di fusione dialettica tra i principi di un sano falsificazionismo popperriano ed elementari considerazioni della vita di tutti i giorni. Questo di per sé esplica il fatto che Davidson (professor) non ha mai fatto carriera come scienziato di teorie dei modelli scientifici; come tutti sanno nulla è più incommensurabile della scienza e delle considerazioni elementari della vita di tutti i giorni.
Infatti, le vecchiette che vanno a fare la spesa al mercato del venerdì, se ne fottono della differenza tra una visione tolemaica ed una copernicana del mondo, nel mentre che comprano la frutta; e tanto meno accettano spiegazioni geofisiche che cominciano con frasi del tipo "Poniamo che la terra sia una patata...".
Le vecchiette sanno bene che il minestrone non si fa con la terra, ma con le patate; e tanto più bene sanno che non è la patata a girar attorno al sole. La spiegazione scientifica di questo fatto è assai semplice, se non addirittura complessa! Poniamo di convincere la vecchietta che è la terra che gira intorno al sole.
-Occhei- fa la vecchietta.
-Ed è altrettanto vero che le patate stanno sulla terra, benché siano un elemento a sé stante.
-Se vuole ce lo faccio il minestrone di terra- replica l'atea vecchietta. -Ed ora non resta che accettare che è vero che le patate girano intorno al sole, giacché se si accetta che T (la terra gira attorno al sole) è vera e che P (le patate stanno sulla terra) è vera, se ne deduce che allora Z (le patate girano intorno al sole) è vera.
-Me ne frega a me -replica la gnostica- io per me le patate stanno ferme nel minestrone e 'l sole fa quello che vuole.
-Ma come, non son forse vere T e P
-Oh bella; scoperta che l'è vera!
-E allora Z; Euclide è mica acqua!
-Ma no, bel tipin; podi dir che l'é vera T e sun minga bamba, lo vedi anca mì che l'è vera la P. Però, in tal caso, continui ad accettar minga la Zeta, in quanto falsa e culinariamente distruttibile.
-Ma buona donna: se lei accetta T e P allora accetta Z: questa è la logica!

-Ah, mi no, né. La T e la P, sì, ma mica mai la Zeta
-Ma deve!! Se accetta T e P, allora accetta Z.
-Uei giuinott, parla pian, che qui ci sta sotto un imbroglio. Io accetto di buon grado la Tì e la Pì, e l'ho anche già detto un bel po' di volte, né; ma non accetto che se accetto Tì e Pì allora accetto Zeta.
-Ma lei de-ve!!! Se accetta T e P allora deve accettare di accettare che se accetta T e P allora accetta Z.
-Ah no, vè... ma me lo fa apposta il difficile, però. Se accetto la Tì e la Pì, non devo mica accettare di dover accettare di accettare che se accetto la Tì e la Pì allora devo accettare la Seta.

Considerazioni di tal fattura il Davidson (professor) ne avea a bizzeffe sui suoi taccuini, e ne elargiva ai suoi studenti a pieni voti; senza che peraltro questi ne cogliessero il significato estremo. Si limitavano a ridere, quegli sciocchi... e forse anche voi.
Solo Hélène non rideva, ma restava impassibilmente assorta a sentire le dissertazioni. Quelle linguaccie di vipera dei suoi compagni di classe erano straconvinti che dormisse.
Davidson (professor) era certo che Hélène era l'unica a capirlo.
Sì, perché la presunta idiozia di Davidson (professor) celava una interpretazione profonda della spiegazione profonda dell'intelletto umano, il quale è per sua natura profondo.
Partendo da una pratica supposizione, secondo la quale solo le teorie che possono essere falsificate sono scientifiche, ed applicando il principio quotidiano rilevato, secondo il quale qualsiasi modello scientifico (tipo patata) è falsificabile da una vecchietta al mercato, se ne deduce che qualsiasi modello scientifico è scientifico. Ovvero che -Di qualsiasi spiegazione scientifica vera potrebbe essere vera l'esatto contrario.-
Questa era la frase conclusiva con la quale Davidson (professor) terminava i suoi corsi.
Ma capite? non si tratta di suicidio intellettuale da parte del Davidson (professor), che così facendo annulla e vanifica il proprio status sociale di inventore e verofalsificatore di modelli scientifici. No, tutt'altro.
Questo era, è e sarà, per il buon Davidson (professor) la prova e controprova che l'umano intelletto è la cosa più perfetta del mondo, poiché è in grado di produrre un numero infinito di modelli, tutti infinitamente e scientificamente veri. E tutto ciò malgrado il fatto che l'uomo è un essere finito, che finite sono le parole e finito le spazio disponibile su di un foglio bianco.
Anche l'ora è finita. Gli studenti scatapultano fuori.
Davidson (professor) riordina le sue poche carte; solo Hélène è rimasta seduta al suo posto, quasi frastornata, come chi si è appena svegliato.
Lui la guarda, lei sbatte gli occhi innocentemente, per metterlo a fuoco.
In preda ad un profondo coraggio, Davidson (professor) decide di rivolgerle la parola.
Si gonfia i polmoni, si stampa un sorriso sul naso e profferisce.
-Ma lei non prende mai appunti?
-No, ho disimparato fin da piccola.
Si guardano un po' tra l'imbarazzato e l'innocente, poi se ne vanno, ognuno per la sua strada.



XV


Sebbene Adèle sia seduta da più tempo di lei al tavolino esterno e soprattutto sebbene sia la sorella maggiore, è Vanadé che comincia a parlare.

-Insomma, tu non ti rendi conto del disastro.
-Via Vanadé, non esasgerare- cerca di sminuire Adèle.
-Non cercare di sminuire (che tra l'altro è grammaticamente scorretto!)- fa infuriata Vanadé.
-Non sto scercando di sminuire- mente Adèle, cercando di capire dove è grammaticalmente scorretto, -dico solo che ne fai una trasgedia.
-Ma è una tragedia, non capisci? Quella arriva ed io sono ancora... sono ancora...
-Eh, va biòn, non è colpa tua, sci hai provato; prima o après accadrà. -Prima o poi un corno. La fate facile voi altre: Hélène si fa sbattere da tutti i suoi compagni, Paulette dai colleghi e tu dai tuoi pazienti; ma io... io...
Mentre Vanadé scoppia in lacrime tra le mani della sorella, occorerà fare delle precisazioni sull'ultima frase da lei enunciata.
Infatti non era vero che Hélène andasse a letto con i suoi compagni di corso; quelli non la stimavano molto, per via delle dormite. Era invece molto ricercata dagli studenti che volevano dare l'esame del Davidson (professor) senza dover seguire le lezioni. In una sola serata + nottata Hélène delineava in sintesi il succo delle lezioni di un anno.
Anche per quel che riguarda Paulette, la sparata di Vanadé è esagerata; i suoi amanti sono clienti e giammai colleghi. Riguardo ad Adèle poi...
Adèle lavora in un negozio di ottica; era entrata come commessa, ma aveva subito fatto carriera; per necessità. Dapprima vendeva occhiali, ma non poteva sopportare che i clienti le domandassero costantemente il suo giudizio sulle montature, prima di fare la scelta. Era una cosa che la innervosiva. Passò quindi alle lenti a contatto, ma le cose non andarono meglio. Tutti, ma proprio tutti, le chiedevano se davvero stavano molto meglio così che non con gli occhiali. Sulle prime Adèle si innervosiva e rispondeva male -in francese- poi capì che bastava dire un candido "ma scertamònt!" per fare felice qualsiasi domandatore. Ma era una cosa insopportabile per i principi morali di Adèle, dei quali ne andava orgogliosa, ed in più ne era la primogenita. Alla fine decise di diplomarsi in optometria e diventò oculista.
Ora fa le visite di controllo e chiede ai pazienti di leggere le lettere sul tabellone: X Y Z W A M. E` finalmente serena col suo lavoro, che per lei ha un aspetto messianico. La gente guarda quelle lettere per quello che sono, cioé delle lettere, senza significati reconditi: particolari particolari e nullappiù.
Adèle è felice. Di tanto in tanto, tra la zeta e la vìdoppia, qualche paziente allunga la mano sotto il camice bianco di Adèle, la quale, sul lavoro, indossa solo quello. Adèle è felice del suo lavoro e si lascia fare; come uno zuccherino ai bimbi buoni.
Adèle soprassiede dal fornire tale delucidazione a Vanadé, e le molla piuttosto uno sganascione.
-Bada a come parli, che sei ancora la più petite.
-Sì sì, tutte che mi pestate, ma vorrei vedere voi che cavolo fareste; ed ora arriva anche quella là...
-Dai Vanadé- la consola Adèle come una sorella maggiore -Pasiensa, vedrai che prima o après trovi quello sgiusto.
-Prima o poi un corno, io voglio adesso, anzi no, prima. Oh, ma io me ne fotto, il primo ballerino che passa... e tanti saluti.
-Non lo dire nemmeno per jeu- si infuria Adèle -non ricordi cosa ci ha insegnato mamma?
Anche Adèle allude al fatto che mamma riassumeva la propria educazione filiare in due frasi, che ricorrevano quasi quotidianamente in casa.
-E mi riferisco alla prima, ovviamònt- puntualizza Adèle.
L'argomento è chiuso.
Vanadé giochicchia con le goccie di acqua sul tavolo. Adèle, che ha buon cuore, non le va di lasciare la sorella in stato di tristezza, e cerca di sollevarle il morale con la barzelletta del ballerino grasso che balla il con con...
Ma tutto ciò non riporta il sorriso alla sconsolata Vanadé.



XVI


Nel mentre che arrossisce, come l'avevamo lasciata, Paulette chiude gli occhi per cercare di non arrossire.
Chiude gli occhi e sogna. Ma non è che sogna proprio, perché mica sta dormendo. Si potrebbe quasi dire che sta sognando ad occhi aperti, ma non è proprio vero, perché gli occhi ce li ha chiusi.
Insomma Paulette sta sognando; si vede sdraiata su un prato, ai bordi di un fiume tempestoso. Sente il chiaro profumo dell'erba bagnata da gocce schizzate sulla terra ferma. E` avvoltolata in un sacco a pelo con un tizio sconosciuto -o per lo meno conosciuto da poco.
Poi vede comparire da una stradina che percorre l'argine del fiume, un carretto dei gelati vecchio stampo, di quelli che c'erano un tempo, guidato da un marinaio con la faccia da Gabin vecchio stampo, di quelli che c'erano un tempo. Paulette sogna ciò, ed arrossisce sempre più.
Arrossisce per il carretto, arrossisce per il marinaio con la faccia da Gabin; arrossisce pure per i due gabbiani che volteggiano sopra il carretto a pedali ed il suo pedalatore.
Il carretto si avvicina. Ora Paulette lo sente tantissimo. Cerca, nel sogno, di ricostruire l'architettura fatua degli odori che ombreggiano sotto il parasole a strisce azzurre e gialle che ombreggia sul carretto. Ansima, alla disperata ricerca di quegli odori; quell'ansimare identico a tutti i giorni, quando cerca in giro per Milano l'odore del metrò di Paris. Ma non è Paris, e nemmeno Milano. In questo momento si sente sull'argine di un fiume e fiuta disperatamente l'aria.
Si dimena non poco, la bella Paulette, come chi cerca con tutte le forze di agguantare qualcosa: un pesce che guizza, un attimo sfuggente, un attimo sguizzante, un pesce che puzza... Sente.
Paulette sente tutto; avrebbe una gran voglia di urlare, ma non lo farebbe mai e poi mai, per via della discrezione presa da piccola. Eppure avrebbe una gran voglia di urlare.
Sente il carretto che si avvicina lentamente lentamente; vede il bel sorriso del marinaio sorridente con la faccia di Gabin; sente un impeto di odori assalirle il corpo in un fremito.
-Sono contento che è venuta, Paulette- sente dirsi dalla serena voce del marinaio sereno con la faccia di Gabin che pedalava su un carretto dei gelati vecchio eccetera.
-Sono contento che è venuta, signorinella.
Paulette riapre gli occhi nel mentre che l'idraulico si riabbottona i pantaloni.
Paulette ha tutto il viso rosso, ma, tutto sommato, non lo si nota poi così tanto.



XVII


Quando cala, la sera, la trova quasi impreparata, la Hélène.
-Toh!, già buio- fa lei nel mentre che cammina. Continuando a viaggiar per freccie si trova ora in luogo sconosciuto; vede una persona lì, ma non è un musicista girovago (o per lo meno non in questo momento).

Si accinge, lui, ad attaccare manifesti per strada, con tanto di scopa e secchio per la colla.
Mentre il buio si strofina sul paesaggio, ella, quasi inosservatamente, inforca un paio di occhiali neri. L'attacchinaro se ne stupisce un po' ed a lei pregunta
-Che 'tte metti, 'i occhiali cor buio?-
-Sì- fa Hélène, -è per via dei manifesti, sai.
-Ecché, stai allergica?
-Un po' quasi. E` che non posso leggere; ho disimparato fin da piccola, ed ora devo riguardarmi.
-Se è pè questo, signorì, io ne manco ce li leggo.
Hélène annuisce col capo; aveva già sentito parlare di nevrosi degli operai sulla catena di montaggio (benché si immaginasse sempre la catena della bicicletta, nell'udire quest'espressione).
-Ma nòne- fa il tacchino, -non pè quello, signorì. E` che tutto ciò è irrazionale (e senza parlà di Hegel!), poiché, me segue?, chessono i manifesti?
-Chessono?- ripete Hélène.
-I manifesti sono dè messaggi. E quanti sono 'sti messaggi? -Quanti sono?- ripete Hélène.
-E che ce lo sai tu? Io no! I messaggi degli uomini sòttanti, pròvate a pensare alle possibili combinazioni tra le lettere. Uguale, dimme se sbaiio, a un numero di tutto rispetto. E se poi pensi alle combinazioni delle sillabe e delle frasi; e di poi moltiplicato per tutte le teste pensanti, più o meno, della terra intera, quanto fa?
-Quanto fa?- ripete Hélène.
-E che me 'o chiedi ammè? E invece, pensa a quanti sono i posti dove poter attaccarli, 'sti manifesti (compreso i posti abusivi, s'intende). Bé, a un certo punto finiscono, 'sti posti; o no?
-O no?- ripete Hélène.
-Eccérto che sì. 'O vedi, che non è mica reale 'sto lavoro? 'Un ce sarà mai posto abbastanza sulla terra, poiché i messaggi dell'uomo sono infiniti, mentre i luoghi su cui appenderli sono finiti. (E tacendo il fatto che l'uomo è esso stesso un essere finito).
Il tacchinaro rinuncia ad affrontare il conseguente tema einsteiniano, in quanto Hélène se n'è andata per la sua strada.



XVIII


Quando Adèle rientra a casa, trova Paulette seduta davanti al tivì.
Guarda la casa, guarda il bagno, guarda la mansarda.
Suona il campanello nella casa al piano di sotto e dopo qualche istante rientra Hélène, e trova Adèle e Paulette sedute imperterrite davanti al tivì. Si infila i tappi per le orecchie.
Quanto rientra Vanadé, trova Adèle, Paulette e Hélène inchiodate davanti al tivì. Oh, lei ne avrebe di cose da dire, anzi, non vedrebbe l'ora di poterle dire, ma purtroppo neanche oggi erano realmente successe. Dunque si siede anche lei ipnotizzata davanti al tivì.
Approfittando di un tempestivo Brécht pubblicitario, Hélèn chiede distrattamente, come a chi non interessa affatto quello che le verrà risposto:
-E` venuto l'idraulico?
Adèle sobbalza in modo distratto, come a chi non interessa affatto quello che ha sentito.
-Ah, sì- risponde Paulette con tono distratto, come a chi non interessa quello che le è stato chiesto, -ma non ha ancora finito, perché ha trovato degli imprevisti; torna domani mattina.
Adèle sobbalza distrattamente per la seconda volta.
-Domattina non c'è scuola; cisto io acasa- dice Hélène in modo distratto, come a chi non interessa affatto quello che ha detto.
Adèle e Paulette sobbalzano nel medesimo modo.
Vanadé è l'unica che non capisce ciò che è successo, perché è troppo presa dalle abitudini sessuali dei pinguini.
Il venerdì si spegne con il cllick del tivì.



XIX


Driin, sente Hélène fare al campanello; e già la cosa potrebbe stupire. Hélène si sente un po' agitata. E` abituata a svegliarsi sempre ad un certo orario, prendere una tazza di caffé sempre ad un certo orario, uscire da casa sempre ad un certo orario ed andare a scuola sempre ad un certo orario; ciò tutte le mattine, compreso il sabato e la domenica.
Questo sabato, invece, Hélène se ne sta in casa; dopo che le sorelle sono smammate, si è sdraiata pigramente sul letto della sua stanza ed ha acceso la radio.
Hélène ha una strana consuetudine, nell'ascoltare la radio; la sintonizza su programmi sintonizzati male, su frequenze vacue ed inesistenti, e se ne sta lì per ore ed ore, ad ascoltare il vanescente brusìo e sfrigolìo dell'apparecchio trasmittente.
A volte Hélène si ritrova addirittura affascinata da quella incongruente massa di suoni volitivi, di buzz e fuzz e piii che le arrivano nonostante il tappo nell'orecchia.
Hélène non sa, o forse non vuol sapere, che per molta gente questi strani gorgheggii elettro e domestici rappresentano la forma più pura e più astratta del mondo dei suoni. Hélène non lo sa; sicuramente non lo vuole sapere.
Preferisce starsene nella sua innocenza, sdraiata nel letto.
Sa benissimo che da un esiguo numero di persone, ciò che lei ausculta sovrappensieramente, è nomato Musica Elettronica. Sa altrettanto bene che c'è gente che abusa di quei buzz e fuzz e ccetera per comporre sinfonie, o cose del genere. Ma, come per tutto il resto di quel che riguarda Hélène, ciò è vero solo in parte.
Insomma, in fin dei conti non è lei che ha inventato né la radio né le sue frequenze fatue; quindi, è inoccente!
Poi, considerare quella roba suoni... addirittura musica... via, sembra di esagerare un pochetto!
-Quello che è certo è che sono vibrazioni acustiche del tutto involontarie e, sebbene causate da filamenti meccanici, non hanno, nella loro origine, nessun principio creatore o cosmogonico. Insomma: nient'altro che rumori, innocenti rumori che non servono innocentemente a nulla- conclude il suo esame di coscienza mattutino la bella Hélène.
Ah, se è per questo, bella lo è per davvero, la Hélène.
Hélène è sicuramente la più bella delle sorelle; e questo va detto subito, per non offendere la sua innocenza.

Hélène è ancora svaccata sul letto a sentire quella roba lì, quando sdriineggia per la seconda volta.
Hélène si sente turbata, eppure non è spaventata dall'inaspettato campanello. Aveva sentito il tizio scampanellatore fin dal portone, aprire la porta, aprire la porta dell'ascensore, schiacciare il bottone del secondo piano, riaprire la porta sul ballatoio, pulirsi i piedi sullo zerbino della porta di fronte alla loro e, perfino, darsi una sgrattonata ai marroni, prima di appoggiare l'indice al pulsante sonoro.
Poco prima del terzo driin Hélène apre la porta.
-Buongiorno signorinella- fa la tuta marroncina della Tubi Tempestosi, con una malcelata smorfia di stupore.
-Buongiorno- fa Hélène -io sono la sorella- aggiunge per non far pensare troppo l'idraulico, che con tale attività prettamente ostile al suo mestiere, potrebbe sciuparsi.
Ma il tizio idrico non si sciupa di un millimetro ed avanza di gran passo verso il proprio regno.
Hélène lo segue per un momento con la coda dell'orecchio; poi un lampo di terrore le attraversa l'anulare.
Ricorda di aver scordato d'infiggere lo stecchino al piano di sotto. Si precipita dunque a prendere uno stuzzicadenti e si sta precipitando al piano di sotto, quando un innocente pensiero la coglie sul fatto. -E se l'idraulico ci svaligia la casa, mette una bomba nel lavandino, mura vivo un gatto nella vasca?
Trasportata da tali simil dubbi, Hélène tralascia l'operazione stecchino e se ne torna buona buona a sdraiarsi nel letto, a sentire la radio; da lì può comodamente tenere sott'occhio il lestofante idrico. Sdraiata com'è, le viene un'idea candida: mandare una missiva a mamma. Se qualcuno può stupirsi del fatto che in codesto giorno Hélène abbia così tante idee in una volta sola, ciò è vero solo in parte.
Prende una cassetta audio, la infila nel girarrosto, schiaccia plei e record insieme ed incide le parole
-cara mamma-.
Hélène vorrebbe mandare una cassetta a mamma per sentire come sta, come sta la nonna, se l'inquilino del piano di sotto canta ancora sotto la doccia, se il vento sibila sotto i ponti della Senne, se c'è ancora il piccione sul davanzale che gorgheggia, come quel lunedì là, se papà è ancora vivo (ma di lui non si parlerà affatto).
Insomma Hélène vorrebbe spedire la cassetta per sapere perché cazzo arriva la sorellina, ma dei rumori inquietanti provenienti dal cesso la inquietano. Hélène tende l'orecchio, si toglie il tappo e sente il tizio idrico avvitare e svitare; sente gli arnesi del mestiere che si mettono in movimento; sente il filo della canapa che si abbarbica sulla vite del sifone; sente che -ancora una volta- l'idrico si gratta.
Per un attimo è colta da una titubante paura, esce dalla stanza e si avvicina alla porta. Vuole quasi uscire, scendere al piano di sotto ed attaccarsi al campanello. Ci pensa su un attimo poi scoppia a riderne al solo pensiero. Ci pensa e ci ripensa su un bel Po; arriva alla conclusione che mica l'ha chiamato lei l'idraulico, era stata Adèle, quindi lei, come al solito, è innocente.
Finalmente la quotidiana serenità di Hélène si riappropria del suo corpo. Se ne sta lì, in piedi, appoggiata al muro, a fianco della porta ed ascolta innocentemente i rumori prodotti dal lavoro idrico; il dolce scintillìo dell'acqua che sgorga dal rubinetto riparato; il vertiginoso impeto dello sciacquone che ribolle; il raffinato tintillìo della doccia che scende a fiotti regolari.
Inebriata da tali suoni involontari, Hélène se ne sta in piedi, a fianco della porta, con i suoi sensi spalancati e si lascia turbare con innocenza. Nella sua stanza rimangono le parole
-cara mamma-
che insolitamente occupano lo spazio vuoto di una cassetta audio.



XX


Sebbene sia sabato, Adèle e Paulette sono uscite insieme per andare al lavoro. Capitava spesso che uscissero insieme per andare al lavoro, ma mai di sabato; anche perché il laboratorio ottico era chiuso e pure l'ufficio di Paulette. Ma oggi le due sorelle devono ben recuperare il giorno di lavoro perso per badare all'idraulico in casa. O, sto fatto qui dell'idraulico rode assai, ad ambo e due, e c'avrebbero una gran voglia di parlare del fatto, in qualità e quantità. Ma non lo fanno.
Paulette, si capisce, non lo fa perché è discreta assai e soprattutto in merito a certi argomenti.
Per Adèle è una questione di lingua. Sebbene da undic'anni in Italia, non riesce a spadroneggiare il lessico, soprattutto se agitata; e l'argomento era assai agitante.
-Parlare in francese?- si chiede tra sé e sé Adèle. -Giammai- si risponde tra sé e sé; -sarebbe come ammettere che mi agita!
-E dovrei forse cominciare io?- si chiede tra sé e sé Paulette -proprio io che di queste cose non parlo mai, perché sono discreta? Giammai; e poi dovrei spiegare il fatto del marinaio con la faccia di Gabin.
-Bè, se è per questo -si risponde tra sé e sé Adèle, -io dovrei parlare della telefonata del pittore.
-Se è per questo- replica tra sé e sé Paulette -dovrei aggiungere che l'ho persino desiderato ad occhi aperti (anzi, chiusi), e questa non è certo discrezione!
-Sì però- prosegue Adèle tra sé e sé -per la prima volta 'sto pittore m'ha seriamente agitata, sebbene, come si può dire, suo malgrado...
-Ecco, infatti -ammise tra sé e sé Paulette; -suo malgrado; sì, perché in fondo c'entra molto più il tizio...
-Idrico?- chiede tra sé e sé Adèle
-Gia!- conferma tra sé e sé Paulette.
-E quello che sta più sui coglioni- continua tra sé e sé Adèle -è che Hélène se ne sia rimasta a casa da sola per aspettare l'idraulico!
-Già!- conferma di nuovo Paulette, ma questa volta ad alta voce.
Paulette arrossisce vistosamente, nel bel mezzo del metrò.
Adèle la guarda con aria un po' svampita. Nonostante il lungo dialogo non verbale, quel "già" era l'unico verbo intercorso tra le due viaggiatrici. La sorella avrebbe potuto interpretarlo come una conferma ai loro pensieri.
Il signore anziano con il vestito gessato ed il cappello di feltro adagiato sopra le ginocchia, che è seduto di fronte alle due francesi impalate di fronte all'uscita, lo interpreta come la triste constatazione che si è arrivati alla fermata.
Infatti le porte del vagone metropolitano si aprono con il solito rumore a soffietto. E` la fermata di Paulette.
Le sorelle si baciano fraternamente; la più giovane scende, mentre la primogenita viene portata via dal prosièguo della corsa.



XXI


Nel mentre che la corsa prosiegue, Adèle intuisce vagamente che il signore anziano con il vestito gessato ed il cappello di feltro adagiato sopra le ginocchia, è un maiale. O per lo meno avrebbe potuto diventarlo nel giro di breve.
Si scansa verso l'uscita e salta giù alla prima fermata. Ora è proprio agitata; anche per via del fatto che quella non è la sua, di fermata, ma una totalmente sconosciuta. Benché da undic'anni a Milano, Adèle ha girato ben poco.
Sui treni e nelle banchine in galleria è vietato fumare; un pittore sta aspettando il prossimo treno. Ha appoggiato alla parete le sue tele, una sopra l'altra e guarda la gente che cammina. Adèle cammina e lui la guarda. Lei si avvicina e lui tende la mano, le tocca il braccio.
-Adèle- fa il pittore.
Lei dapprima si spaventa, poi lo guarda e scopre che è quello della mansarda, allora si spaventa un pelo in più.
-Adèle, vorrei parlarle, l'altr'ieri al telefono, non mi ha risposto... Adèle indietreggia di qualche passo, infila una mano nella borsetta ed estrae la pistola (benché normalmente ne sia sprovvista). Prende la mira ed esplode un colpo secco.
La pallottola si conficca nel bel mezzo della fronte del primo quadro, trapassando da parte a parte tutti gli altri.
-E con questo antònd dire che la fasccenda è chiusa- dice Adèle al pittore esterrefatto.
Poi ancheggia serenamente verso l'uscita, lasciando cadere la pistola nel cestino dei rifiuti al suo fianco.



XXI


Nel mentre che Hélène se ne sta in piedi a fianco della porta, con i sensi spalancati e si lascia turbare con innocenza, come daltronde l'avevamo lasciata, suona il citofono.
Senza doversi spostare da dov'è, Hélène solleva la cornetta e sente dirsi:
-Buongiorno Hélène. Sono il violoncellista... ecco, è la prima volta in cinque anni che non infila lo stecchino nel mio campanello... ero quasi preoccupato; ma sta bene, Hélène?
-Oh...sì- fa Hélène
-Ma mi odia sempre?
-Sì, sì...- fa Hélène
-Ma le dà ancora così fastidio il mio Bach?
-Oh sì, ancora...- fa Hélène
-Ma vuol proprio dire che non ho proprio speranza e mi devo rassegnare?
-Oh sì, sì, sì sì sì sì- urla Hélène
-Ma le sembra il caso di urlare così tanto, signorinella- domanda l'idraulico nel mentre che si riabbotona i pantaloni.
Hélène lo guarda con innocenza.
-Bè, mica è colpa mia, sa?



XXIII


Quando Paulette sbocca dall'uscita della metrò arrossisce palesemente. Non che ciò fosse dovuto ancora alla gaff con la sorella, nel vagone, ma per ben altro motivo.
Lì davanti allo sbocco della metrò c'è infatti un carretto dei gelati vecchio stile, di quelli che c'erano una volta, con un parasole a bande azzurre e gialle e due gabbiani bianchi che ci svolazzano sopra; guidato da un marinaio con la faccia di Gabin vecchio stile, di quelli che c'erano una volta.
Paulette chiude gli occhi; annusa. Anche il vecchio marinaio usma. I due si usmano correntemente.
Lui, ben memore della figura di merda di due giorni fa, non le dice "vuoi un tiro?", ma le fa cenno con gli occhi di salire. Paulette arrossisce diniegando; squote brevemente la testa arrossendo. Poi soppesa il fortunato caso che quest'oggi è sabato di mattina.
Non la calca della folla assiepa i marciapiedi, ma solo pochi fanatici del giogghing.
Non il fiume tempestoso di autovetture sulle lingue di asfalto, ma solo autobus arancioni e qualche ciclettista.
In sostanza la strada è deserta; Paulette ed il marinaio gli unici abitanti della metropoli.
Grazie anche all'inspiegato fatto che nelle mattinate del sabato gli abitanti di Milano sono più buoni e più pazienti nel sopportare le stravaganze della gente, nessun passante nota -o fa finta di notare- la giovane signorina francese che si tiene la gonna attaccata alle caviglie, per non farla svolazzare, accovacciata sopra il carretto dei gelati.
Mentre che viaggiano si guardano negli occhi. Ogni tanto però lui fugge lo sguardo di lei e dà un'occhiata alla strada, tanto per non scentrarsi.
Lei, dalla sua tolda di comando guarda tutto di lui, lo annusa e sente un irresistibile profumo emanare dal carretto.
Lui la porta a casa sua, benché il termine sia un eufemismo; la casa è una catapecchia fatta di assi, ma è il suo regno.
La accompagna sul retro, dove si trova il laboratorio.
-Laboratorio?- si chiede Paulette arrossendo dal sospetto. -Sì, diciamo così- dice lui; -il posto dove mi diverto a creare le mie cose. Il verbo "creare" è ostile all'orecchio di Paulette; in tutti i pochi ventisei anni della sua vita Paulette ha cercato di starsene alla larga, ben memore dei consigli materni. Una volta scolasticizzata, Paulette ha deciso di trovare un lavoro ove tale verbo non dimori. Gli affari, infatti, sono come i lacci delle scarpe: si allacciano e si slacciano, non si creano. Nulla si crea e nulla si distrugge.
Non ha mai avuto, la Paulette, dei grandi amori, neanche piccoli o medi e solo pochi così-così, ma lei non vede come ciò possa centrar con questa storia.
Fatto sta che chiunque abbia a che fare col verbo "creare" la mette in agitazione, ed ora Paulette è agitata.
Il marinaio la introduce cortesemente nel laboratorio, fiocamente illuminato dalla grande vetrata che copre tutta una parete e che lascia filtrare la luce della strada.
In bell'ordine, su apposite mensoline fatte su misura, troneggiano una infinita varietà di statue e statuine, raffiguranti una infinita varietà di soggetti e qualche verbo.
Alberi, madonne aerei nudi di donna navi lune televisioni lavatrici ed utensili varii. Ognuna con il suo posto, la sua forma e soprattutto, nota Paulette, ognuna con il suo odore proprio.
Il marinaio è infatti una sorta di scultore olfattivo, un naïf del naso. Impasta erbe e fiori e cose simili con paglia e fango, e modella le proprie creature, rendendo forma plastica a ciò che prima era impalpabile.
Se ne gira tutto il giorno col suo carretto e raccatta in giro ogni cosa odorosa che incontra: l'odore del grasso del calzolaio, l'odore della pioggia sull'asfalto. l'odore del primo pomeriggio d'autunno. Mette tutto nell'ìncavo del suo carretto per i gelati e se ne torna al laboratorio, ad impastare e manipolare, per dare vita alle sue creature.
-Ho capito subito che lei non è una donna come tutte le altre- dice lui. Paulette arrossisce di pudore.
-Che lei è predestinata dal fato a cogliere a volo la fragranza degli odori- dice lui.
Paulette arrossisce di discrezione.
-Che lei insomma è la donna per la quale queste statue sono state create- dice lui.
Paulette arrossisce dalla rabbia.


-Quest'uomo che le parla davanti, ebbene, le porge il proprio cuore su un vassoio di mille profumi.
Paulette sarebbe addirittura commossa, se non fosse già furente.
Si sente imbrogliata ed infinocchiata, non riesce a farsene una ragione, del fatto che quel vecchio rimbambito vestito da marinaio sia quello che si dichiara di essere: un artista. E lei, suo malgrado, una musa ispiratrice. No, non riesce proprio a farsene una ragione. Per cercare di farsene una gli chiede:
-Ma le ha fatte proprio tutte per me?
-Sì- dice lui fingendo di non mentire.
-Peccato- avrebbe voluto dire Paulette, ma per discrezione se ne va tacendo.
Lui la lascia andare, sa che tornerà, e lei pure.



XXIV


Nel mentre dei buzz e fuzz che fa la radio, Hélène sente il driin che fa il telefono. Risponde.
Dall'altra parte del cavo il Davidson (professor) dice:
-Buongiorno signorina Hélène, son Davidson; professor Davidson.
Ci si potrebbe chiedere come abbia fatto il Davidson (professor) a trovare il numero di telefono di Hélène; se il coraggio che ha è suo o l'ha preso in prestito; quanti scatti è disposto a spendere per questa chiamata eccetera.
Ma Hélène si limita a rispondere
-Altrettanto.
Il Davidson (professor) comincia a raccontare.
Il Davidson (professor) è un docente universitario, ma non solo: è anche uno scienziato.
Il Davidson (professor) tiene corsi all'università, ma non solo: è anche uno scienziato.
Il Davidson (professor) legge molti saggi, libri scientifici e Diabolìk in bagno, ma non solo: è anche uno scienziato.
Tutti gli scienziati che si rispettano, rispettano ampiamente il tempo libero.
Non che considerino eticamente giusto tralasciare le umane fatiche dell'attività quotidiana. No, ma la statistica prova che il tempo libero è pieno di intuizioni che rasentano il genio. Prove daltronde non ne mancano.
E` infatti nel bel mentre di un bel bagno che l'Archimede ha scoperto che un corpo si immerge in un liquido fino a che il volume d'acqua spostata equivale al peso del corpo stesso (cioé galleggia, eureka). E il Newton scopre la forza di gravità guardando una mela e pensando alla luna.
E l'Heisenberg scopre che il delta di ics per il delta di pi è maggiore o uguale ad acca minuscolo sopra due volte pi-greco, che è uguale ad acca tagliata; cioé circa sei per dieci alla meno trentaquattro Giaul per Esse. Il tutto nel bel mezzo d'una passeggiata durante la notte.
E al Fermi che, pesca che ti ripesca le trote di Los Alamos, ci viene in mente di usare la paraffina come ammortizzatore di neutroni?
Dunque è consentito e lecito che uno scienziato, nel tempo libero, pensi.
Questo non è il caso del filosofo, per esempio, che invece pensa in ogni momento, se non ha nulla di meglio da fare, appunto.
Il pensiero che più occupa il tempo libero degli scienziati è l'annosa questione del perché mai, ad un certo punto, i dinosauri si sono estinti. E` strano, perché ci si potrebbe chiedere quanti piselli esistono al mondo o quante volte i cinesi guardano il cielo in una giornata; e invece no. Si pensa sempre ai dinosauri. E` quasi una fobia per gli scienziati, questa dei dino.
Su tale argomento le letterature si sprecano, ad anche un po' di cinema. Il più delle persone del mondo è convinto che, colui che trova la soluzione, verrà nominato imperatore delle galassie e forse anche peggio! Ma agli scienziati queste cose non importano mica; per loro vale la gloria di una scoperta scientifica.
Tralasciamo qui di elencare tutte le teorie emanate sulla soluzione del suddetto quesìto, tipo quella che l'attribuisce, la scomparsa, al troppo caldo, o troppo freddo, o senza più acqua o sommersi dai ghiacci sciolti, o da dinosaurofagìa degli umani, o suicidio collettivo perché si trovavano brutti.
-Ecco- conchiuse Davidson (professor) -ecco di che si tratta.
-Ma, veramente non ne capisco un gran ché- gli dice Hélène con innocenza. Dunque, ricapitolando: se tutti gli scienziati producono (prima o poi) e pubblicano (prima o poi) una teoria scientifica sull'estinzione dei dinosauri; e se, fra tutte le cose che è, il Davidson (professor), è anche uno scienziato.
-Allora, vede- balbuzia Davidson (professor) -sì, insomma io ho pubbl... cioè ho scrit... insomma, è uscito il mio libro con la mia teoria sui dinosauri.
Lo dice tuttodunfiato, come fosse una puzza.
Hélène comincia a capire, ma ciò è vero solo in parte.
-Un libro? lei? Libro... di quelli con le pagine?
-Sì sì, e ci sono pure le parole sopra.
-Da leggere?
-Sì, insomma... solo se lo vuole; ma non è molto noioso, e soprattutto. E si ferma lì, come uno che ha ingoiato una rana.
-So-prat-tu-tto?- chiede scandendo Hélène, perdendo un po' della sua naturale innocenza.
-Soprattutto- sfiata il Davidson (professor) -scrivere questo libro è stato un po' come scrivere un romanzo, un libro di avventura, e lei, dolce Hélène la protagonista principale.
Nel scriverlo mi sentivo un po' un poeta quatro e centesco e lei la mia musa ispiratrice. Ecco perché ho voluto dedicarglielo, e vorrei tanto regalargliene una copia: in omaggio, anzi, in dono. Mi sente?
Hélène non sente. D'un sol snap ne ha reciso la cornetta; ed il filo muto penzola lugubremente sopra il mutilato apparecchio telefonico.
-Bé, io con questo ho proprio finito, signorinella- fa l'idraulico mentre si chiude la cerniera della borsa degli attrezzi.
Hélène, innocentemente, nello stringergli la mano, gli lascia la cornetta del telefono.



XXV


Un uomo cammina per la strada. E` felice: si sente bello.
Non che lo sia realmente, ma quel giorno lo si sente proprio. L'aria, la luce, la camicia, fiori uccellini... insomma, senza tanti motivi, è felice.
-E perché non dovrei esserlo?- si chiede stupito tra sé e sé.
Dunque, lui cammina per la strada.
Vede davanti a sé un gran pezzo di figliola; la guarda, la osserva, la soppesa e si lascia percuotere dalla percezione del bello di tutte le sue cosine a posto.
-Straniera. Straniera che si è persa. Cerca la strada. Bel pezzo di straniera. Lei nel frattanto si ferma, si guarda e riguarda, si gira e rigira; come per cercare qualcosa. Lui le si avvicina, senza modificare la lenta velocità del suo passo, con un malcelato fare indifferente.
Lei esita, aspetta di essere raggiunta.
-Ecco- si dice lui -ora mi chiede la strada...

Lei non gli chiede la strada, ma in impeccabile silenzio aspetta di essere raggiunta, quindi anche lei si mette a camminare con mal celata lenta velocità. Per alcuni metri sono fianco a fianco.
Nel soppesarle il profilo, la sente respirare.
Lei, effettivamente, respira.
Anche lei sente il suo respiro di lui; lui soffre di una leggera asma. -Ecco- dice lui che continua a sentire una sorta di esitazione nella giovane al suo fianco- ecco, ora me la chiede, la strada.
Ma lei la strada non gliela chiede e molto lentamente lo supera.
Ora l'ha superato. Lui è quasi felice di averla davanti: non sopporta sentire qualcuno al suo fianco o dietro: è come sentire lo sguardo pesante di due occhi fosforescenti nel buio (leggeva molto Dylan Dog, per stare al passo dell'evoluzione quotidiana). Meglio averlo davanti, il nemico, dove basta un velato colpo d'occhio per poter saggiare le intenzioni. Tantoppiù che anche il colpo d'occhio vuole la sua parte, ed essa parte cade costantemente sulla natichevole andatura della pollastra.
-Ecco, ora mi chiede di andarci a letto, così in mezzo alla strada, me lo chiede- (leggeva molto Valentina, per stare al passo dell'evoluzione sessuale) -ora si gira e me lo chiede, così, sfacciatamente.
Ma la gallinella non è sfacciata, neppure si gira; continua ad avanzare, timidamente imperterrita, fino all'incrocio.
Lui decide di saggiare la di lei concupiscenza e, poco prima dell'incrocio, piega a sinistra, facendo ben intendere le sue intenzioni di svolta.
La maiala intende bene ed opera una virata a sinistra, con disinvolta nonscialans.
-Ci sta ci sta ci sta- trepida lui. -Niente da dire, un gran affarone!- e sorseggia sorridendo la mercanzia.
Arrivano ad un semaforo.
-Fa che sia rosso, fa che sia rosso fa che sia rosso.
E` rosso.
Lei si ferma educatamente al semaforo. Come una fiera lui le è addosso, la raggiunge, le copre il sole con la sua ombra, la avvolge col suo odore maschio.
In pratica si ferma ad un tre metri di distanza.
-Ora me lo chiede.
Ma lei non chiede, continua a guardarsi in giro, facendo finta di cercare la strada che ha perso.
-Ora me lo chiede.
Ma lei non chiede; arriva il verde e lei attraversa.
Lui non ha esitazioni (non più del solito, per lo meno), gira a sinistra. Lei va dritta.
-Ma come? non mi segue?
Lei non lo segue, come ho già detto prima, va dritta.
-Ma come- esclama lui non capacitandosene- non me ne capacito. Forse che le sia mancato il coraggio di chiedermelo? in fondo si vedeva che era giovane: una ventenne supperggiù. Forse che l'avrò intimorita col mio sorriso? forse che puzzo? forse che...- ed un profondo dubbio gli penetra i pensieri.
-E se fosse stata una straniera? straniera che si è persa? cercava la strada? Neanche a pensarle tutte le altre porcherie!
-Bello stronzo che sono: la bambina voleva chiedermi gentilmente una indicazione stradale, ma era timida. Ed io... avrei dovuto cercare di aiutarla, chiederle per primo "Hai bisogno di qualcosa?" No, non "di qualcosa", non va bene, potrebbe pensare che sono un porco. "Di aiuto?", ecco, sì, "hai bisogno di aiuto?"; e lei me l'avrebbe chiesto, dove cavolo era la via che non trovava.
Era certo che si trattasse di indicazione stradale. Tutti gli chiedono sempre le indicazioni stradali, nonostante il fatto che raramente sappia dare una risposta coerente. Malgrado ciò continuano a chiedergli indicazioni stradali. Anche se non è un indigeno; anche se si trova all'estero.
Gli capitò addirittura, poco tempo fa, a Berlino, che due ragazzi quasi calvi lo fermarono per strada chiedendogli "Saujud! Wo sind die Arschlöcher deinerselben rasse?", ma lui, benché non avesse ben capito il nome della via, diniegò gentilmente e con un sorriso si scusò dicendo che non era del posto. -Ecco, bello stronzo che sono: lei voleva chiedere la strada ed io vado addirittura a pensare che voglia farsi cuccare.
Uno stato di pentimento e costrizione lo assale.
Bisogna rimediare al torto fatto; si ricorda dell'oratorio, i fioretti e san Giovanni Bosco. Accellera il passo, piega verso la prima a destra; scavalca agilmente due transenne, dribbla una vecchietta con borse della spesa ed una senza. Vorrebbe accellerare ulteriormente il passo, mettersi a correre; ma sa che ciò lo farebbe sudare.
-Poi sarebbe davvero fastidioso incontrarla, sudato, magari non ci piaccio, se puzzo. Ma che dico? la strada... la strada. Devo dirle solo la strada. Arriva all'incrocio, fa per girare a destra, fa per mettersi a correre, fa per urlare e saltare, ma di tutto questo non ne fa un bel niente, perché rimane pietrificato di fronte a lei, sull'angolo, che gli sorride.
-Senta- fa lei -sa mica dov'è?...
Effettivamente lei voleva chiedergli la strada.



XXVI


Effettivamente Vanadé voleva farsi cuccare.
Lo stratagemma della straniera persa per Milano che chiede disperatamente la strada, funziona quasi sempre.
Si conoscono, chiaccherano, fanno amicizia. Seduti ad un tavolino del caffé, mentre degustano amichevolmente il frutto della torrefazione, sperano vicendevolmente di essere il primo ed unico amore della loro vita.
Si guardano fissi fissi come due semafori piantati ai lati dell'incrocio. Ogni tanto uno dei due diventa rosso mentre parla.
Lui è emozionato, intraprendente, entusiastico; Vanadé sente contrarre i muscoli delle gambe.



XXVII


-Dove stracazzo è finito il mio reggicalze di pizzo bianco?- sbotta Hélène, che nel mentre ha deciso di uscire.



XXVIII


Se è per questo, Vanadé lo trova scomodo assai, il reggicalze della sorella, ma daltronde sa che bisogna soffrire per ottenere qualcosa.
Il marchingegno sospensorio è ben stretto per Vanadé, che deve risistemarselo ad ogni pié sospinto. Questo è il vero motivo per cui si infila in ogni cesso di ogni bar che incontrano per strada, e non per fare pipì per l'emozione. Intanto parlano e parlano, e sperano sempre più vicendevolmente di essere il primo ed unico grande amore della loro vita.
Hanno fame e scoprono con ammirazione che è una buona ora per il pranzo. Decidono per un cinese.
Vanadé ed il tizio si accomodano al tavolo. Si guardano fissi fissi negli occhi come due semafori piantati ai lati dell'incrocio. Ogni tanto uno dei due ordina una portata.
Parlano e parlano, del tipo che fai? parigina? due anni a Milano? com'è che ancora ti perdi? e così di seguito. Sono già ad un buon numero di Saké.
Ad un certo bel punto, coerentemente alla domanda postagli, il tizio dice di essere un regista.
Vanadé sbigottisce, e d'un sol snap le si stacca il reggicalze.
Si guardano fissi fissi come due semafori piantati ai lati dell'incrocio. Ogni tanto lui le guarda le tette.
-Come sarebbe a dire regista?- chiede Vanadé.
-Ma sì, quello che fa i film.
-E tu ne hai fatti?
-Si.
A Vanadé parte l'elastico del reggipetto.
-Bè no- si corregge il tizio, evidentemente imbarazzato dalla reazione, -cioè... quasi.
-Come sarebbe a dire quasi?
-Bè, ho intenzione di farli; ho già pronta tutta la storia, ho già le scene in testa e...
-Dunque sei un artista?- lo interrompe Vanadé.
-Si... bè, no- si corregge imbarazzato il tizio, benché Vanadé non indossi né mutande né elastico.
-Cioè, quasi; sto per diventarlo.
-Bella inculata- si dice tra sé e sé Vanadé.
Il tizio invece continua a parlare; è convinto di essere il primo ed unico grande amore vicendevole della loro vita.
-Ha mai posato per un fotografo?- le chiede.
-Sì- risponde nervosa Vanadé -ma ha avuto problemi con la messa a fuoco.
Non sta lì a puntualizzare che ha dato fuoco alla camera oscura, con relativo proprietario annesso.
E lui parla, parla e la guarda fisso fisso come un eccetera. Lei ha la felicità che le sprizza dalle unghie dei piedi.
Le parla di teorie estetiche, matematica e teologia scandinava.
-Vede, vorrei fare un film nuovo, con immagini che facciano... sì, che facciano respirare, come Kandinsky, Bach...
-...le bombole d'ossigeno- aggiunge Vanadé.
Continua a parlare del film, dei colori, del suono, del tempo, dello spazio e sta concludendo la sua litania con una frase tipo:
-Perché l'arte... l'arte...
Vanadé lo afferra per il nodo della cravatta e se lo tira verso di sé piantandogli lo sguardo nel bel mezzo della faccia.
-Io, me ne fotto! Guardami, guarda le mie mani, il mio costato, le mie occhiaie. Io soffro; soffro d'amore e di mancanza. E tu mi rompi le palle con le tue stronzate.
-Ma...- tituba il tizio -ma anche io soffro, d'amore e di mancanza.
-Macché, tu no; tu sei un artista.
-E che c'entra?
-Ah, lo so bene io; voi artisti... voi fate solo finta di soffrire. E fate talmente finta che il finto dolore sia vero, che alla fine credete che per davvero, quello finto, è vero. Ah, ma io me ne fotto; la mamma me lo diceva sempre!
Poi ripianta gli occhi nel bel mezzo della faccia del tizio e gli sentenzia: -La mamma, ha sempre ragione!
Detto questo Vanadé rovescia il bollente brodo di gamberetti nel vano portabagagli dei calzoni del tizio.
Fatto questo ancheggia verso l'uscita.



XXIX


Uscita di casa, Hélène resta tanto nervosa quanto lo era prima.
Nel scendere le scale aveva piantato un chiodo bello grosso nel campanello al piano di sotto, ma ciò non era bastato a farle passare il nervoso. Ora cammina nervosamente per strade sconosciute.
Dove è andata a finire la naturale innocenza di Hélène? dove è finita la noncuranza filosofica di Hélène? dov'è finita l'infanzia di Hélène?
Tutte domande che Hélène non si pone, perché non sa dove sono andate a finire le risposte.
Ora vagola per strade sconosciute.
Ad un certo punto, come un improvviso squarcio di sereno in una notte tempestosa (benché fosse primo pomeriggio): una freccia, di gesso bianco, che le fa l'occhiolino. Hélène, la vede, la segue; si infila in un viottolo ciottolante. Sul fianco di una casa color ocra, un'altra freccia indica.
Hélène la segue.
Di freccia in freccia ad Hélène le si risolleva il morale, ed anche il reggipetto, che sussulta dietro i suoi innocenti sospiri.
Cammina e cammina, Hélène segue le frecce e le ritorna la vita sulle trecce. Gira qua, gira là, arriva in una piazzetta. Nessun musicista girovago, ma Hélène guarda con ammirazione un uomo di spalle, accovacciato a fianco al muro di una casa.
Hélène ha un sobbalzo al reggipetto. L'uomo no, per ovvi motivo e, tra l'altro, perché non la vede.
Lei si avvicina, lui continua a trafficare sull'intonaco del muro.
Quando Hélène è abbastanza dietro le sue spalle per vedere che il tizio sta tracciando una freccia col gesso bianco, Davidson (professor) si alza di scatto, spaventato, e la fissa negli occhi.
Guarda gli occhi di Hélène, poi guarda la freccia lasciata incompiuta sul muro. Gli casca il gesso dalla mano e dice, come per scusarsi:
-Non è escluso che si siano estinti (i dinosauri) a causa di una improvvisa perdita d'orientamento.
Eqquì finì la storia del Professor (davidson).



XXX


Vanadé, ancora infuriata, rientra a casa.
-Senta, dica a sua sorella che sta esagerando- le dice l'inquilino del piano di sotto, mentre con una tenaglia sta faticosamente cercando di estrarre il lungo chiodo dal suo campanello.
Vanadé se ne fotte, e glielo dice. Entra in casa, sbatte la porta e prende in mano la cornetta del telefono (quello intatto della sua stanza); fa il numero e il telefono dice:
-Pronto Tubi Tempestosi.
-L'idraulico?
-In persona.
-Senta, sono della casa delle francesi, deve venire subito.
-Ma ho finito giusto stamattina il lavoro.
Vanadé se ne fotte e dice:
-Me ne fotto.
Poi aggiunge con un po' più di gentilezza:
-Sì, ma il lavoro mica l'ha finito; s'è dimenticato una guarnizione.
-Ma lo sa che ore sono? Oggi è sabato, ed io per me, ho bello che finito di lavorare.
-Me ne fotto- ringhia Vanadé, che effettivamente lo faceva, -Lei viene qui, e anche subito; se no...-
Vanadé lascia che la minaccia cada nei meandri del filo aggrovigliato. Il tizio idrico, seppur a malincuore, ubbidisce.
Nel mentre che aspetta l'idrico, Vanadé è furiosa. Per calmarsi e lasciarsi aspettare, prende un foglio azzurro ed una penna verde.
Ha deciso di scrivere a mamma. Comincia
-cara mamma-
Vorrebbe scrivere a mamma per sapere come sta, come sta la nonna, se il vicino è ancora arrabbiato con lei per quella volta che gli ha incendiato l'appartamento, se la scuola è stata ricostruita dopo le sue bombe, se al gatto è ricresciuta la coda che gli aveva tagliato, se papà è ancora vivo (ma di lui non si parlerà affatto).
Insomma, Vanadé voleva scrivere a mamma per sapere perché cazzo la sorellina sta arrivando, ed io non sono ancora pronta!
Ma proprio in quel frattanto il campanello fa driin.
Vanadé va alla porta; fa entrare l'idraulico; lo fa accomodare, gli offre vino e cioccolatini.
Sul suo tavolo, sulla lettera, rimangono le solitarie parole
-cara mamma-.



XXXI


Dopo che, una alla volta, le sorelle sono rincasate, decidono di uscire tutte insieme e vanno a mangiarsi una pizza.
Non che il morale fosse alto, tra le sorelle, questo no; ma era un po' una festa di addio al celibato che dovevano concedersi. Da domani ci sarebbe stata una bambina tra loro, neanche maggiorennne; e loro -tutte loro- ne erano responsabili, come aveva insegnato mamma.
Nel mentre che mangiano la pizza arriva il postino che dà loro un telegramma. Non chiedetemi come ciò sia possibile; so che parrà strano assai, che un telegramma venga recapitato in pizzeria (benché essa pizzeria si trovi proprio sottocasa delle francesi), e per di più il sabato sera, ma è successo così; d'altronde nei romanzi capitano spesso fatti del genere.
Adèle, in quanto prima genita, scarta l'incarto e vede che è di mamma. -E` mamma- dice alle sorelle.
Comincia quindi a leggere ad alta voce.
"Care bambine; trovo strano che non mi abbiate ancora scritto per sapere il motivo del prematuro arrivo della sorellina, ma so che volete saperlo, e quindi. Ebbene, piccole mie, una notizia bellissima...."
Adèle si interrompe, sbianca un attimo e deglutisce rumorosamente. Paulette approfitta del momento di esitazione della sorella maggiore e, in quanto secondogenita le strappa il foglio di mano e prosegue la lettura.
"...una notizia bellissima: mi sono risposata. So che ciò vi lascerà un po' senza fiato, ma continuate a respirare, ve ne prego. Vostro patrigno è una persona squisita, bella, colta, affascinante. Parto domani per un viaggio di nozze intorno al mondo. Siccome non potevo portare la piccola con me, per ovvi motivi (e lasciarla sola con la nonna è rischioso), ho deciso di spedirvela. Comunque è già fin troppo sveglia. Volete sapere che mestiere fa il vostro patrigno? Ebbene è..."
Paulette si interrompe, sbianca un attimo e deglutisce rumorosamente. Hélène approfitta del momento di esitazione della sorella e, in quanto terzogenita, le strappa il foglio e, benché avesse disimparato fin da piccola, prosegue la lettura.
"...ebbene è un direttore d'orchestra! So che la cosa vi lascerà senza fiato, ma, respirate, è così. Si, lo so, è vero che io riassumevo la mia educazione filiare in due frasi che ricorrevano quasi quotidianamente in casa, e mi riferisco alla prima, la quale era: mai fidarsi degli artisti; meglio perderli che trovarli. Gli artisti si inventano cose e persone; contano un sacco di balle e vogliono farci credere che il mondo è diverso da quello che è. Ma soprattutto (ed era ben questa la cosa importante), che l'arte altro non è che una scusa per..."
Hélène si interrompe, sbianca un attimo e deglutisce rumorosamente. Vanadé approfitta del momento di esitazione della sorella e, in quanto quarto genita e capotavola, le strappa il foglio di mano e prosegue la lettura.
"...l'arte altro non è che una scusa per farsi amare. So che la cosa vi lascerà senza fiato, ma voi respirate un altro po', perché non è così. O meglio, forse sì forse no, o per meglio dire non lo so, e comunque: che c'entra?
Forse che un idraulico non ripara anch'egli il cesso sol per farsi amare??" Vanadé si interrompe, sbianca un attimo, deglutisce rumorosamente. La lettura finisce lì, poiché la lettera è finita.



XXXII


Le quattro sorelle se ne stanno zitte ed in silenzio nei loro affari; benché ognuna di loro lo pensi, nessuno dice
-Bella inculata.
Solo Hélène, si alza tranquilla, esce, sale velocemente le scale di casa ed entra nell'appartamento del violoncellista, senza suonare il campanello. Dalla finestra lo si sente urlare che non c'entra niente, non stava nemmeno suonando, poi lo schianto di un violoncello che va in frantumi.
Hélène rientra tranquilla in pizzeria e torna a starsene zitta ed in silenzio nei suoi affari.
Nel vederle lì, zitte zitte, il pizzaiuolo si avvicina per fare più o meno conoscienza.
-Piasciuta a pizz'?
Nessuno risponde.
-Bbbuona, eh?- insiste il baffuto.
Qualcuno, distrattamente, forse Paulette, per farlo smammare dice -uì, uì, buona.
Il baffo tende le bretelle, si dondeggia sulla punta dei piedi e declama -Eh, signurì, moddesctamente, nel far'a pizz', io, sò'n'artiscta!
Poco ci manca che lo infilano di traverso nel forno a legna, il pizzaiuolo, e ce lo lascian dentro tutta notte.



XXXIII


Uscite di pizzeria le quattro sorelle vagolano nella notte; non sanno dove stanno andando.
Adèle non conosce Milano, Paulette è discreta e non guarda il nome delle vie, Hélène non segue più le frecce di gesso e Vanadé... Vanadé...
Le tre sorelle la guardano con tristezza infinita; in fondo, in questa storia, è lei quella che ha sofferto di più, quella che ha rinuciato di più, quella che ha aspettato di più. La guardano, e Vanadé... Vanadé...
Le si fanno intorno, la baciano, le stringono le mani, la guardano con le lacrime agl'occhi, e Vanadé... Vanadé...
Cercano di consolarla per tutti i primi amori artistici declinati, in nome degli insegnamenti di mamma.
-Fosse questo, me ne fotto- fa Vanadé -mi son fatta sverginare 'sto pomeriggio.
Le sorelle la guardano con un certo stupore non lieve.
-Fosse questo; me ne fotto- conferma Vanadé -ma è 'sto esempio dell'idraulico che proprio non mi va giù.
Le sorelle vagolano nella notte; continuano a non sapere dove stanno andando. Apparentemente le guida Paulette, che forse qualcosa l'ha capita, sul dove sono.
Riconosce l'odore sentito da non molto tempo. Riconosce una traccia conosciuta.
Gira qua gira là si ritrovano davanti alla vetrata del laboratorio del marinaio con la faccia da Gabin che fa sculture con gli odori.
Le sorelle si siedono sul muretto di fronte.



XXXIV


-Vanadé vuoi fare un tiro anche tu?- chiede dopo un po' Paulette alla sorella
-Ah, non pas- si oppone Adèle -Vanadé è troppo piccola.
-Ma dai Adèle, cosa vuoi che le faccia un tiro; mica va in galera.
-Oh Hélène, non ti sci mettre anche tu.
-Eppoi- fa Paulette- non è più piccola.
-Bè, questo s'é vrai.
-E un tiro è un tiro; vorrai mica credere che per un tiro, una volta. si prende il vizio e non si finisce più.
-E in fondo, lo vedi anche tu Adèle, che non succede niente di brutto. -Anzi, poi si sta decisamente meglio.
Adèle sta per cedere alle pressioni di Paulette ed Hélène. Vanadé avrebbe per davvero voglia di farsi un bel tiro anche lei, ma, dato il momento, capisce che è il caso di rispettare le gerarchie, e aspetta impaziente il permesso della sorella maggiore, nonché primogenita.
-Eh... Adèle?- fa Paulette.
-Eh... Adèle?- fa Hélène
-E... sia!- s'arrende infine Adèle.
Vanadé, felice e raggiante, si china a cogliere un bel mattone e lo scaglia dritto dritto nella vetrata del laboratorio, mandando in frantumi l'ultimo vetro rimasto intatto. Il mattone trascina nella sua rovinosa caduta un'altra dozzina di statuine manufatte.



XXXV


Quando il treno entra in stazione Centrale, le sorelle non stanno più nella pelle per l'emozione.
Corrono lungo la banchina incontro al treno; agitano fazzoletti bianchi, cappelli di paglia, gonne di pizzo, calze di seta. Buttano gli occhi ai finestrini per vederla per prime.
La sorellina le vede, infila un dito nel libro che sta leggendo, per non perdere il segno.
Abbassa il finestrino, le guarda, le tocca, sorride loro, stringe le loro mani, si fa baciare; mentre che il treno ancor si sta movendo.
Il treno supera le sorelle, che ora devono riguadagnare di corsa lo spazio perduto sulla banchina.
La sorellina approfitta di quest'ultimo momento di intimità per leggere l'ultima pagina del libro che le ha fatto compagnia durante il viaggio.



XXXVI


-Ma guarda 'sto cucù, che per farsi amare scrive addirittura un libro- esclama Zazie chiudendo le pagine.
Poi scende ed abbraccia le quattro sorelle.




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