FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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5 RACCONTI

Mixi Van der Noord




SORELLE DEL PECCATO

Che cos'è veramente il peccato?
Ho provato a rivolgere questa domanda alle mie sorelle, ma nessuna di loro ha saputo darmi risposta. "Non ci avevamo mai pensato prima d'ora," hanno dichiarato entrambe, quasi infastidite dalla necessità di riflettere su un argomento che, per certi versi, ci riguarda direttamente.
Perché il Peccato, quello con la "p" maiuscola, è entrato da tempo nelle nostre vite e le ha scosse in profondità, trasformando l'insoddisfazione degli ultimi anni in un completo appagamento. Non è rimasta alcuna traccia del nostro passato di ragazze semplici, cresciute in una famiglia operaia, tre sorelle qualunque da confondere nella massa, tre disgraziate che al massimo potevano aspirare ad un posto di commessa o di segretaria: oggi siamo diverse, la nostra unione ci ha dato la forza, il Peccato ha fatto sì che diventassimo tre donne realizzate nella professione e negli affetti. Merito di un'idea, una trovata originale la quale ha condotto me, Igina, la maggiore, e le mie sorelle Luana e Kitty ad un gradino tutt'altro che trascurabile sulla ripida scala verso il successo.
Viviamo felici grazie al Peccato, e nel Peccato abbiamo incontrato l'amore: Giuliano, il nostro compagno di piaceri, servo e padrone, maschio di razza del quale noi tre, di volta in volta, siamo le ardenti concubine.
***
Questa mattina mi sono alzata presto, ho fatto una doccia e mi sono vestita. Ho lasciato la mia stanza aggiustandomi il crocifisso sul petto, la mente rapita nel passare in rassegna gli appuntamenti della giornata. Anzitutto, la sveglia alle mie sorelle. "Ieri sera Giuliano non si è trattenuto a dormire da noi, dunque Luana e Kitty avranno potuto riposare in tutta calma": così pensavo questa mattina mentre mi dirigevo pigramente verso il loro giaciglio; così pensavo godendomi il silenzio dei vasti ambienti della nostra dimora, un silenzio denso e appiccicoso come la melassa, un'atmosfera di solida quiete interrotta soltanto dal rumore dei miei passi sull'impiantito. Ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo riguardo a quelle due bricconcelle, e non appena affacciatami al loro covo di passione sono stata investita dai flessuosi contorni della meraviglia. Kitty e Luana erano là, sul letto, avvinghiate ad un uomo di colore, un nero dalle doti fin troppo evidenti impegnato in un duplice, selvaggio corpo a corpo; erano là, Luana e Kitty, sballottate nel parossismo dell'amplesso, le carni sottoposte alla luce diurna in un chiaroscuro di muscoli guizzanti, le natiche i seni le labbra attraversate da fremiti di voluttà, gli occhi cerchiati e pesti per l'aver sottratto così tante energie al sonno e al riposo. Mi sono arrestata sulla soglia, i tre amanti mi hanno guardata con un sorriso; poi Kitty si è passata entrambe le mani tra i capelli, ha rovesciato la testa di lato e mi ha rivolto un invito affettuoso:
"Igina cara, vieni a divertirti anche tu, non sai quel che ti perdi, Sebastian è un portento!"
"Ma ragazze, non mi sembra il momento, tra meno di un'ora dobbiamo incontrarci con il conte Martini..."
"Suvvia, non farti pregare," ha dichiarato Luana accarezzandosi i morbidi fianchi, "basta poco per cominciare bene la giornata."
"D'accordo," ho risposto, "però sbrighiamoci, non possiamo tardare dal conte" e con uno scatto sono piombata sul letto, ho sollevato la nera veste, rimosso la mutandina in pizzo sangallo comprata in uno dei più lussuosi negozi del centro ed ho spalancato le porte del fortino all'assalto dell'invasore africano. Costui ha saputo maneggiarmi con cura, ha fatto di me quel che ha voluto, mi ha sollevata inarcata rigirata inseguendo strategie di conquista su territori inesplorati; affiancato da due gazzelle scatenate, ha lavorato il mio corpo come fosse pastafrolla tra le mani di un abile pasticcere, mi ha piegata al desiderio ed ha lasciato che il desiderio mi squassasse il cervello, la gola, le viscere; per un istante ho perduto coscienza di me, ho avuto l'impressione di essere una creatura fusa nel tempo, ed il tempo è diventato una lunga delizia stordente.
Terminato il servizio abbiamo congedato Sebastian autorizzandolo a servirsi della stanza da bagno per rinfrescare la sua nera possanza; quindi ci siamo disposte al rito della vestizione nell'intento di arrivare puntuali all'appuntamento con il conte Martini. Io per la verità ero già vestita, non ho avuto che da recuperare tra le lenzuola la mutandina in pizzo sangallo, l'ho indossata ed ho aiutato Luana e Kitty ad abbigliarsi nella coprente sobrietà di tonache cucite su misura, ho sistemato sulle loro teste il velo monacale, cintura con grani di rosario in vita e crocifisso sul petto; mi sono specchiata nel riflesso della finestra, abbiamo salutato Sebastian che usciva dal bagno nella sua bella baldanza, munito solo di un asciugamano intorno al collo, e veloci siamo uscite in giardino.
La vecchia 850 affittata per l'occasione non ne voleva sapere di mettersi in moto; oltretutto, essendo noi tre digiune per aver preferito sostituire il momento della colazione con altri sollazzi, ci sentivamo un buco nello stomaco, ed io in particolare, a forza di provare e riprovare con la chiave dell'accensione, avevo quasi perduto la sensibilità della mano destra. Luana, la più insofferente del gruppo, ha cominciato ad imprecare contro santi e madonne prorompendo in epiteti di una crudezza tale da mettere in imbarazzo uno scaricatore di porto, mentre Kitty, sconcertata da tanto ardire, ha reagito facendosi più volte il segno della croce.
Alla fine la macchina è partita, e lanciate a tutto gas ci siamo avventurate sulla provinciale n. 28 in direzione della villa del conte Martini, fiduciose nella favorevole conclusione dell'affare che avevamo in ballo con l'anziano gentiluomo.
***
Il pomeriggio è volato via a far spese nei negozi del centro: abbiamo comprato calze, giarrettiere, scarpe col tacco, un buffo cappellino pieno di lustrini, mousse di salmone ed altre specialità francesi, alcune bottiglie di champagne e una gigantesca torta al cioccolato; Kitty ha voluto una frusta in pelle nera, io un reggiseno con due nappe sui capezzoli, Luana un abitino bianco ricamato stile "prima comunione"; poi siamo rientrate a casa e ci siamo dedicate ai preparativi per la festa di stasera.
Adesso siamo qui, sedute a tavola con Giuliano, i bicchieri dal lungo stelo uniti nel brindisi augurale a quello che sarà il nostro terzo centro d'interessi: dopo Roma e Milano, non poteva mancare Firenze quale degna sede del Peccato. Il conte si è lasciato convincere senza fatica ed ha firmato l'atto di vendita di una grande autorimessa situata in ottima posizione, all'interno del perimetro urbano della città. Non ha avuto alcun dubbio in proposito, il vecchio conte Martini. Ci siamo presentate a lui travestite da Suore del Buon Uffizio, tre ingannevoli sorelle provenienti da un altrettanto ingannevole convento: in effetti, sorelle lo siamo davvero, anche se non suore, ma questo è un dettaglio secondario. Abbiamo detto al vecchio di voler comprare l'autorimessa per ricavarne un luogo di accoglienza a favore dell'infanzia abbandonata e lui, ansioso di acquistar fama di benefattore, ce l'ha ceduta per un tozzo di pane. Se lo avessimo informato delle nostre reali intenzioni, non avrebbe mai acconsentito a vendere; con un piccolo stratagemma, invece, abbiamo raggiunto lo scopo. Presto daremo il via ai lavori e Firenze, al pari di Roma e Milano, potrà godere del più originale punto d'intimità automobilistica esistente sul territorio nazionale: "Il Peccato. Drive-in dell'amore". Modestamente, l'idea d'impiantare una simile catena di drive-in è stata mia. Due anni fa abbiamo creato il primo di questi ambienti e, visto il successo ottenuto in pochi mesi, ne abbiamo aperto un secondo; il terzo sorgerà nel capannone che proprio stamani siamo riuscite ad ottenere dal conte Martini. Grazie al Peccato, le coppiette desiderose di scambiarsi effusioni non devono più appartarsi nelle stradine buie di periferia o in mezzo alla campagna; non devono più tappezzare i vetri dell'auto con pagine di giornale per evitare gli sguardi dei curiosi, né devono sottostare al rischio di beccarsi una multa per atti osceni in luogo pubblico. Igina, Luana e Kitty offrono agli amanti delle quattro ruote un locale capiente e discreto, nel quale si entra con la macchina per isolarsi in uno dei molti box dotati d'illuminazione, wc, musica a gettone, frigobar ed altre comodità; senza scendere dalla macchina, si può socializzare con il partner finché si vuole, pagando un'equa tariffa oraria al momento di andarsene.
Ecco dunque che cos'è per noi il Peccato, ed ecco come ci siamo arricchite grazie ad esso, sia economicamente che negli affetti: il drive-in milanese ci ha portato Giuliano, il nostro Giuliano, che da semplice cliente è diventato splendido oggetto delle nostre attenzioni. Con lui brindiamo adesso, sedute a tavola, levando i bicchieri a futuri successi e calando i vestiti per gustare ancora una volta l'impetuosa ondata dell'amore.


UN'APPARIZIONE ALLA GALLERIA DEGLI UFFIZI

Come ero solito fare ogni volta che ne sentivo il bisogno, quella mattina mi recai nel luogo da cui traevo l'ispirazione per i miei quadri.
Dipingevo ormai da anni, e in più di un'occasione la critica si era espressa favorevolmente riguardo alle mie opere: dicevano che avevo talento, che usavo il pennello in maniera originale, ma, sebbene avessi partecipato ad alcune mostre e avessi venduto un certo numero di tele, il successo, il vero successo, non lo avevo ancora conosciuto. Sapevo di essere solo uno dei tanti sperimentatori di quell'antica arte che aveva reso celebre la mia città, quell'arte i cui segreti più profondi, per quanto mi sforzassi, continuavano a sfuggirmi. Nei secoli Firenze aveva prodotto grandi maestri, e la sua tradizione pittorica si collocava tra le più importanti del mondo: era difficile dunque per un giovane artista riuscire ad affermarsi in un ambiente così fortemente segnato dall'eredità del passato, con la quale qualsiasi novità sembrava doversi confrontare. Per questo mi recavo spesso alla Galleria degli Uffizi, senza mai stancarmi di ammirare i capolavori che vi erano conservati, anzi passandoli ogni volta in rassegna, lentamente, minuziosamente, per rubare loro qualcosa, per assorbire la loro energia e riversarla nei dipinti che prendevano forma nel piccolo studio dove lavoravo, all'ultimo piano di un quattrocentesco palazzo nel centro di Firenze. Fra tutti i musei della città gli Uffizi rappresentavano la mia meta favorita: trascorrevo ore nelle sale affollate di visitatori, assorto in contemplazione, affascinato dalla silenziosa magia di forme e colori, e ogni volta, al momento di andarmene, mi ripromettevo di tornarci al più presto.
Quella mattina dunque, spinto da una strana agitazione, pagai il biglietto d'ingresso alla Galleria, salii il monumentale scalone adorno di sculture, attraversai il vestibolo ed entrai nel primo corridoio, alla sinistra del quale si aprono le sale di esposizione. La luce diurna proveniente dalle vetrate poste sul lato destro del grande ambiente diffondeva un'atmosfera di quiete luminosa, tenue e irreale: gruppi di turisti si muovevano a piccoli passi, parlando a bassa voce, sfogliando guide patinate alla ricerca di informazioni; un custode sul punto di addormentarsi si appoggiava pigramente allo schienale della sedia; le statue greche e romane disposte lungo le pareti splendevano di un biancore latteo, come se avessero perduto i segni del tempo e volessero riflettere la sensazione di inquietudine che mi accompagnava fin da quando ero uscito di casa. Tutto appariva diverso quella mattina, e dentro di me un presentimento che non sapevo decifrare si mescolava a un fastidioso senso di esitazione. Rimasi in disparte per qualche istante, incapace di cominciare il consueto giro di visita; poi mi avviai verso quella che era sempre stata l'opera da me preferita, la "Nascita di Venere" di Sandro Botticelli.
Una comitiva di turisti giapponesi occupava lo spazio disponibile di fronte al dipinto, mentre una signora dall'aria professionale dava spiegazioni unendo ai gesti della mano i suoni incomprensibili di quella lingua suggestiva; mi piazzai a un'estremità e tentai di concentrarmi sulla figura di Venere che nasce dalle acque del mare e giunge a riva su una conchiglia spinta dal soffio dei venti. Ma ben presto mi accorsi che mi rimaneva difficile dedicarmi allo studio del quadro: qualcosa mi distraeva rendendomi irrequieto, forse il gruppo di giapponesi, o forse qualcos'altro che non avevo ancora messo a fuoco. Gettai uno sguardo all'intorno per individuare la fonte del mio turbamento, tuttavia non notai niente di particolare; fu solo quando la guida giapponese si mosse di qualche passo che vidi una donna vestita in modo a dir poco bizzarro, immobile all'altra estremità del quadro, il volto orientato verso un piccolo dipinto appeso accanto alla "Venere" del Botticelli. Le persone che si frapponevano tra me e lei mi impedivano di poterla osservare comodamente; nonostante ciò, quell'apparizione non mancò di colpirmi. Sembrava una donna giovane, alta e magra, e il dettaglio più stravagante era rappresentato dal suo abbigliamento: un ampio, morbido velo giallo oro le copriva completamente la testa e il volto e anche l'abito, lungo fino ai piedi, era fatto di un tessuto simile, dello stesso colore e della stessa morbidezza vaporosa, almeno per quanto potevo distinguere dalla mia posizione. Desideroso di guardarla meglio, mi mossi verso di lei: in quel momento anche il gruppo di giapponesi si mosse per passare ad ammirare l'opera collocata sulla parete dietro le mie spalle, e io mi trovai bloccato da una folla sorridente, ignara della mia smania di raggiungere la misteriosa signora che nessuno tranne me sembrava aver notato. Quando finalmente riuscii a districarmi, era troppo tardi: la donna velata era scomparsa, non la si scorgeva in alcun angolo della sala. Mi precipitai a inseguirla nelle sale adiacenti, ma non ne trovai traccia: era svanita nel nulla.
Tornai a esaminare il piccolo quadro appeso accanto alla "Venere".
Non lo avevo mai visto in precedenza, ero del tutto sicuro che non ci fosse mai stato; probabilmente si trattava di una nuova acquisizione, o forse era stato ritrovato in uno dei magazzini del museo e giudicato degno di essere esposto accanto al famoso capolavoro; a parte simili congetture, comunque, la cosa sorprendente era che si trattava del ritratto di una donna identica a quella che pochi secondi prima vi stava davanti. Sì, non avevo dubbi, la donna appena allontanatasi somigliava fortemente al personaggio raffigurato su quella piccola tela, non fosse altro che per il velo giallo oro e le linee generali della fisionomia. Non si distinguevano bene i tratti del viso, al di sotto del velo spiccavano solamente lo scintillio degli occhi e la sagoma della bocca, eppure tutto l'insieme ricordava in maniera impressionante la figura femminile che avevo intravisto dietro la guida giapponese. Sbalordito, guardai la targhetta su cui erano riportate le informazioni relative al dipinto e mi accorsi che non era applicata sulla parete, come per le altre opere, bensì sul bordo inferiore della cornice:

Anonimo
"Ritratto di dama velata"
XV sec.

Era incredibile, non sapevo cosa pensare, e sul principio accettai la spiegazione più plausibile, quella cioè di aver avuto un'allucinazione: del resto quella mattina non ci stavo con la testa, l'immaginazione poteva benissimo avermi giocato un brutto scherzo. Un quadretto di dimensioni ridotte, non più grande di un album da disegno, che ritraeva una sconosciuta dama del XV secolo... e quella dama era apparsa proprio lì, davanti alla sua effigie fissata sulla tela, quasi avesse voluto accertarsi del fatto che dopo cinque secoli la sua storia non fosse stata dimenticata.
Rientrai a casa interrogandomi sull'insolito avvenimento di quella mattina; in pieno sole, sulla vecchia sedia a sdraio del terrazzo, accesi una sigaretta e chiusi gli occhi. Per il resto della giornata non potei far altro che pensare alla dama velata e al suo ritratto, senza riuscire a convincermi di essere stato vittima di un'allucinazione.
***
L'indomani tornai agli Uffizi.
Avevo trascorso la notte sognando la donna del quadro: eterea e impalpabile nel lungo abito giallo oro, si muoveva silenziosamente per i corridoi deserti del museo e io la osservavo avanzare verso di me; con i suoi passi morbidi che parevano non toccare il pavimento, si era avvicinata fin quasi a sfiorarmi, da sotto il velo aveva aperto le labbra per dirmi qualcosa, eppure dalla sua bocca non era uscita una sola parola.
Deciso a scoprire qualcosa di più sull'ambigua apparizione, tornai agli Uffizi e andai diretto alla sala del Botticelli. Come sempre, i visitatori erano numerosi. La maggior parte si accalcava nei pressi della "Venere", dunque dal fondo della sala non mi fu possibile individuare il quadretto che mi interessava. M'inoltrai fra le persone, sicuro di scorgerlo non appena fossi stato abbastanza vicino. Ma quando fui a ridosso della parete mi trattenni a stento dall'emettere un'esclamazione di stupore: il quadro non c'era più. Era sparito.
La constatazione di quella nuova stranezza mi colpì come una scarica elettrica. Tralasciando qualsiasi altro pensiero, la mia sola preoccupazione divenne quella di cercare uno dei custodi del museo. Lo trovai poco lontano, intento a parlare con una coppia di turisti americani. Senza aspettare che avesse terminato la conversazione, gli chiesi bruscamente:
"Dov'è finito il quadro della dama velata?"
"Prego?" rispose lui guardandomi con un'espressione a metà strada tra il seccato e l'incuriosito.
"Il ritratto, il ritratto della dama velata," insistetti gesticolando, "era là, su quella parete, accanto alla 'Venere' del Botticelli!"
"La prego di calmarsi, signore. Non so di cosa stia parlando, non c'è mai stato nessun ritratto di dama velata accanto alla 'Nascita di Venere', e per quanto mi risulta non esiste un quadro simile in tutta la Galleria."
"Ieri c'era, l'ho visto. Si trovava là, su quella parete!" gridai con rabbia, tentando di convincerlo.
"Abbassi la voce, altrimenti la faccio accompagnare all'uscita."
Accorgendomi che la coppia di turisti americani e lo stesso custode mi fissavano accigliati, rinunciai a chiedere ulteriori spiegazioni e mi allontanai in direzione della sala successiva.
Qui rivolsi occhiate nervose ai dipinti, nell'assurda speranza di rintracciare quello che mi interessava, o di cogliere, anche solo in un fugace barlume, l'inconfondibile modo di camminare della dama velata, quella donna misteriosa che ero certo di aver visto il giorno precedente e che mi figuravo fosse lì, nascosta in qualche punto della Galleria, oppure libera di muoversi a breve distanza, accanto alle statue romane o tra la massa dei turisti. Ma per quanto m'impegnassi nel perlustrare i sontuosi ambienti del museo, di lei non scorgevo alcun indizio, e tantomeno del piccolo quadro che la ritraeva. I capolavori dei maestri del passato si susseguivano l'uno dopo l'altro, dalla "Battaglia di San Romano" di Paolo Uccello all'"Annunciazione" di Leonardo da Vinci, dalla "Sacra Famiglia" di Michelangelo al "Bacco adolescente" di Caravaggio: per me era come se non esistessero, come se non avessero mai avuto alcuna importanza. Inseguivo un'idea fissa: l'opera di un anonimo pittore del XV secolo, una figura femminile avvolta in un velo giallo oro, qualcuno - o qualcosa - che sapevo esistere, e che si ostinava inesorabilmente a sfuggirmi.
Quando, stanco e irritato, scesi al piano inferiore per andarmene, mi fermai ad acquistare il catalogo del museo, un librone dalle molte pagine in cui si descrivevano in modo dettagliato le opere esposte. Scorsi attentamente l'indice degli artisti, poi quello dei titoli dei dipinti, infine sfogliai le illustrazioni: ancora una volta la risposta fu negativa. Il "Ritratto di dama velata" sembrava essersi materializzato soltanto nella mia fantasia.
***
Per alcuni giorni rifiutai di mettere piede agli Uffizi.
Andai invece alla Biblioteca Nazionale, il grande edificio situato sulla riva destra dell'Arno, e lì consultai i volumi di storia della pittura, animato dalla feroce volontà di trovare la conferma di quel che andavo ripetendomi ormai da una settimana, e cioè che un certo quadro esisteva veramente, che io non me l'ero sognato e che non ero mai stato così lucido come quella mattina in cui l'avevo visto appeso al muro nel più famoso museo della città. Con il trascorrere delle ore, leggendo e sfogliando decine di libri, passai in rassegna la totalità della produzione degli artisti del secolo XV; ogni volta che m'imbattevo in un ritratto femminile lo esaminavo minuziosamente, confrontandolo con quanto ricordavo della dama velata, ipotizzando le modifiche che potevano essere state apportate nelle epoche successive, come l'aggiunta del velo e il cambiamento di colore dell'abito, alterazioni che, trasformando l'immagine originaria, potevano aver spinto gli storici dell'arte ad attribuire l'opera a un pittore sconosciuto. Quella mi sembrava una soluzione attendibile, adatta a rendere conto del fatto che il quadro, come lo avevo visto io, non compariva nel catalogo degli Uffizi né sulle pagine dei libri che stavo consultando alla Biblioteca Nazionale: trattandosi di un rimaneggiamento, si era persa la sua lontana origine e il nome dell'artista che per primo lo aveva realizzato.
Mi sforzai a lungo di scoprire su quei libri un volto di donna che potesse adattarsi alla fisionomia della dama velata, e mi servii anche di un pezzetto di carta trasparente, di colore giallo, da applicare sulle illustrazioni allo scopo di simulare il velo; malgrado ciò il ritratto fatidico non si decideva a saltare fuori, e quando, in un solo caso, l'applicazione della carta colorata trasparente dette come risultato una vaga somiglianza con il volto indistinto che avevo in mente, ebbene, in quell'occasione mi accorsi che le misure del dipinto raffigurato sul libro non corrispondevano neanche in parte a quelle del quadretto apparso agli Uffizi.
Non mi restò che abbandonare la ricerca, tornarmene a casa e sprofondarmi nella sedia a sdraio del terrazzo, combattuto tra il desiderio di dimenticare e il bisogno di dare una spiegazione a quanto era accaduto. Da giorni non avevo più toccato né pennelli né colori; la tela alla quale stavo lavorando giaceva in un angolo, ancora allo stadio iniziale, e io non riuscivo a calarmi nello stato d'animo adatto per proseguirla. Prima dovevo risolvere l'enigma della dama velata, altrimenti non avrei potuto ricominciare a dipingere. Intuivo che in quel ritratto erano nascoste le risposte che cercavo, i segreti da tempo sfiorati e mai decifrati, la chiave capace di trasformare un giovane di trent'anni in un pittore di successo: ritrovarlo avrebbe significato superare il blocco e, ne ero certo, ripartire sulla strada della pittura guidato da una forza completamente nuova.
***
Il flusso di tensione che mi tormentava si interruppe non appena varcai l'ingresso degli Uffizi. Dopo un'assenza prolungata, quello era forse il momento buono per compiere l'ultimo tentativo.
Salendo lo scalone monumentale lottai per non lasciarmi distrarre dai molti interrogativi che mi si accalcavano nella mente, e ripensai ai particolari del dipinto a causa del quale avevo perso la tranquillità, l'autocontrollo e la fiducia nella mia attività artistica. Un richiamo ossessivo mi spingeva a intraprendere quell'ultima ricerca, e camminando mi ripetevo che non dovevo fallire.
Entrai nella prima sala con circospezione, quasi non volessi farmi notare dai visitatori che già vi si trovavano; detti una rapida occhiata alle pareti e passai alla sala successiva. Mi muovevo velocemente, temendo che soffermandomi troppo avrei offerto a qualcuno, compresi i custodi del museo, l'opportunità di rimuovere il quadro dalla sua collocazione; d'altra parte non potevo trascurare nessuna delle sale, poiché non era da escludere che l'opera - o anche la misteriosa presenza femminile - comparisse in uno qualsiasi degli spazi espositivi aperti al pubblico. Il tratto di parete accanto alla "Venere" del Botticelli, là dove avevo visto il dipinto, era libero e privo di ganci o di altri sostegni; dopo aver controllato altre sale senza imbattermi nell'oggetto della mia ricerca, tornai nel corridoio e mi affacciai all'ingresso dell'ambiente ottagonale che prende il nome di Tribuna. Anche là ogni cosa sembrava al suo posto: al centro, il tavolo con mosaici di pietre dure il cui perimetro di otto lati ripropone la pianta della sala; sulle pareti rivestite di tappezzeria rossa numerosi quadri e tutt'intorno, disposte in cerchio, alcune statue greche tra le più famose della Galleria. Mentre oltrepassavo la soglia della Tribuna, rovesciai la testa verso l'alto per ammirare lo splendido soffitto a forma di cupola decorato con centinaia di conchiglie di madreperla; quindi, sotto l'effetto di una strana sensazione, mi avviai verso il tavolo ottagonale. Non lo avevo ancora raggiunto quando mi voltai: a una distanza di pochi metri dietro di me, vicino alla porta d'ingresso, si trovava la donna vestita di giallo. Quella visione mi paralizzò: provai un brivido, sentii l'ansia salirmi nel petto, senza spostarmi di un millimetro la guardai nella maniera in cui si guarda un fantasma, e dovetti compiere uno sforzo notevole per spostare l'attenzione su ciò che lei stava osservando sulla parete. Il piccolo quadro che la ritraeva era ricomparso in quel preciso punto della Tribuna, accanto a un illustre compagno: il dipinto di Agnolo Bronzino raffigurante Eleonora di Toledo, sposa del Granduca di Toscana Cosimo I dei Medici. La signora in giallo stava ammirando il proprio ritratto, e come la volta precedente un morbido velo le copriva la testa e il volto.
Nell'istante in cui mi mossi verso di lei, si girò e mi fissò da sotto il velo, i suoi occhi indecifrabili simili a dardi di luce, le mani intrecciate tra le pieghe del vestito e un alone d'impassibilità che emanava dal suo corpo: mi fissò per un istante obbligandomi a fermarmi, e prima che potessi rendermene conto era già scivolata oltre la soglia della Tribuna.
Avevo giurato a me stesso che se l'avessi ritrovata non l'avrei lasciata fuggire di nuovo, così mi lanciai dietro di lei nel corridoio, correndo e assestando spintoni alle persone che inavvertitamente mi si ponevano davanti.
Era laggiù, all'angolo del primo corridoio con il secondo, e stava allontanandosi rapidamente. L'abito leggero, composto da veli sovrapposti, svolazzava creando l'immagine di una nuvola dorata sospinta dal vento. Correndo, cominciai a gridare per richiamare l'attenzione dei visitatori e dei custodi, in modo che tutti si accorgessero della donna velata e non fossi io l'unico testimone. Alcuni turisti, sollecitati dalla mia voce, si bloccarono per osservare l'inseguimento; custodi nei paraggi non ce n'erano, tuttavia non mi scoraggiai e accelerai la corsa. Più avanti, all'angolo del secondo con il terzo corridoio, lei si voltò verso di me pur continuando la fuga: era il gesto di chi, sentendosi l'inseguitore alle calcagna, tenta di rallentarne la marcia con il potere dello sguardo. Ma la luce ipnotica che pochi minuti prima, nella Tribuna, avevo creduto di scorgere in quegli occhi non ebbe alcuna presa su di me, con uno scatto raggiunsi la figura velata, l'afferrai per un braccio e la costrinsi a fermarsi. Lei oppose resistenza, cacciò un urlo cercando di liberarsi, nella colluttazione andammo a sbattere contro uno dei custodi del museo e finalmente riuscii a toglierle il velo che le nascondeva la faccia.
Quel momento tanto desiderato non avrebbe potuto riservarmi una maggiore sorpresa: guardandola, tra il frastuono delle voci del custode e delle altre persone che ci circondavano, riconobbi nella signora in giallo Angela, una ragazza che aveva frequentato con me l'Accademia di Belle Arti. Era lei, era Angela, la compagna dei corsi di pittura all'Accademia; Angela, una donna viva, vera, in carne e ossa, una vecchia amica che non incontravo da qualche anno.
"Sì, Roberto," mi disse dopo che ebbi pronunciato il suo nome, "sono proprio io. Complimenti, sei riuscito a rompermi le uova nel paniere. Quando ti ho visto qui per la prima volta, una settimana fa, ho fatto in modo di evitarti, sperando che la mia presenza non avesse attratto la tua attenzione. A quanto pare m'illudevo, perché tu non sei cambiato, sei sempre il solito curioso, aggressivo, ostinato rompiscatole che ho conosciuto all'Accademia di Belle Arti. Ho sbagliato a tornare agli Uffizi, avrei dovuto intuire che con te in giro rischiavo di farmi scoprire."
"Angela, cosa dici, non capisco..." risposi stringendo tra le mani il velo che fino ad allora mi aveva impedito di riconoscerla.
"Sono spiacente di dovervi interrompere, signori," disse d'un tratto il custode prendendomi per un braccio. "Potrete continuare la vostra conversazione al comando di polizia. Il mio collega ha già telefonato, saranno qui tra pochi minuti."
***
Così la mia avventura si concluse in un ufficio del centro, davanti a un paio di poliziotti impegnati a verbalizzare le confessioni mie e di Angela. Il nostro caso, grazie all'intervento delle forze dell'ordine e al rilievo datogli dai giornalisti, si guadagnò il primato della stravaganza tra gli avvenimenti cittadini degli ultimi tempi, e consacrò la "dama velata" agli onori della cronaca, contribuendo a spalancarle le porte del successo.
La messinscena che Angela aveva organizzato la trasformò istantaneamente in un personaggio capace di attrarre l'interesse dei critici d'arte e di altri ammiratori: lei, per la verità, non aveva immaginato simili sviluppi quando si era presa la briga di recarsi alla Galleria degli Uffizi combinata in quel modo bizzarro, con un piccolo quadro nascosto sotto le pieghe dell'abito, il suo autoritratto nelle vesti di dama del XV secolo, un dipinto uscito dal suo pennello allo scopo di mitigare, almeno in parte, le frustrazioni di una pittrice di talento a cui nessuno aveva ancora offerto una possibilità di affermazione. Come riferì al commissario, era stata lei ad appendere, di tanto in tanto, il "Ritratto di dama velata" in vari punti della Galleria, valendosi di uno speciale gancio autoreggente che non lasciava tracce sulla parete; riconosceva di aver agito in maniera illegale, contravvenendo alle norme che regolano la visita ai luoghi in cui si conservano opere d'arte, e proprio per questo avrebbe subito le conseguenze di una denuncia per affissione abusiva e deturpamento di pubblico museo. Tuttavia, il suo comportamento non era stato dettato da un intento criminale, bensì dall'aspirazione di vedere la propria opera esposta accanto ai meravigliosi capolavori del passato. Con quello stratagemma il piccolo autoritratto, nel dipingere il quale Angela aveva profuso tutte le sue energie, aveva potuto godere del privilegio di essere ammirato in uno dei più prestigiosi musei del mondo, ed anche se il vero nome dell'autrice, per ovvi motivi, non compariva sulla targhetta informativa, a lei restava la soddisfazione di sentir pronunciare un cenno di spiegazione sulla tecnica e lo stile dell'anonimo pittore da parte delle numerose guide che, con un gruppo di turisti al seguito, raccontano ogni giorno la grandezza e la storia dei dipinti conservati agli Uffizi.
Al processo che si tenne il mese successivo, Angela fu condannata soltanto al pagamento di una multa. In fin dei conti lei non aveva danneggiato nulla alla Galleria, né aveva rubato opere d'arte: al contrario, aveva aggiunto qualcosa di gradevole, un quadro affascinante seppure non autorizzato, e dunque i giudici furono clementi.
La vicenda, al di là dei risvolti giudiziari, ha catapultato la mia vecchia compagna di studi verso orizzonti di chiara fama. Tutti parlano di lei, delle sue capacità di artista, della sua sensibilità cromatica e del futuro che le si prospetta. Benché involontariamente, Angela ha trovato il sistema di ottenere quel che voleva: il successo come pittrice, e un'interminabile lista di richieste per le sue tele.
Oggi, a distanza di mesi, adesso che l'ex signora in giallo ha realizzato i suoi sogni di gloria, io non ho ancora ripreso a dipingere. Ho risolto l'enigma che mi tormentava, ho scoperto chi si celava dietro l'apparizione degli Uffizi, ma cosa mi resta di questa avventura se non un buffo ricordo? Dopo qualche intervista accanto alla vera diva, dopo qualche misero cenno sui giornali al fatto che anch'io dipingo, la critica mi ha dimenticato e sono tornato ad essere quello di prima. Non basta avere talento, ci vuole qualcosa di più per attirare su di sé la curiosità del pubblico. I recenti episodi me ne hanno dato conferma. E' per questo che sto meditando di dipingere un quadro adatto ad essere esposto accanto alle opere dei grandi maestri. Naturalmente, da questo punto di vista le gallerie di Firenze non potranno essere prese in considerazione. Ci sono comunque molte altre gallerie, basta saper scegliere. Forse conviene tentare alla Galleria dell'Accademia di Venezia, o forse è meglio orientarsi sulla Galleria Borghese di Roma...


LA BELLA ALLA FINESTRA

Quando Mirtilla Banchettino, da tutti conosciuta come la strega del Mulino Vecchio, seppe che al villaggio i coniugi Pagnotta cercavano una serva, prese la decisione che avrebbe cambiato la sua vita. Non poteva continuare a languire in quel tugurio invaso dalle erbacce, con il tetto sfondato e l'acqua corrente quando pioveva, senza un soldo in tasca e quotidianamente assillata dalla preoccupazione di riuscire a sbarcare il lunario. Nessuno si recava a chiedere i suoi servigi, i compaesani la sfuggivano come la peste, dicevano che portava iella, che era un demonio, una stregaccia capace di gettare il malocchio su chiunque le si avvicinasse; lei per la verità ancora non capiva come avesse fatto a guadagnarsi quella fama sinistra, ma di una cosa era certa: doveva trovare una soluzione ai suoi problemi pecuniari. Era una bella donna, piacente, con le curve al posto giusto, lunghi capelli rossi, un seno impetuoso e l'incarnato da regina. "Se racimolassi un po' di soldi, potrei andarmene da questo villaggio di rimbambiti, dove non succede mai niente d'interessante e tutti mi guardano in cagnesco," pensava Mirtilla mentre si spogliava davanti allo specchio, "non sono poi da buttare, se mi vedesse uno del settore di sicuro m'ingaggerebbe come indossatrice". Spinta dal desiderio di andarsene lontano per cercare il successo, Mirtilla decise di presentarsi ai coniugi Pagnotta. Correva voce che pagassero bene le loro serve, ma era anche risaputo che queste abbandonavano il servizio dopo pochi mesi esasperate dalle pesanti attenzioni di messer Quintilio, il padrone di casa. Per non correre rischi in quel senso e soprattutto per non farsi riconoscere quale strega del Mulino Vecchio, Mirtilla si valse di un convincente travestimento. Si mise una gobba fasulla, scarpe con tacchi di altezze differenti per fingersi storpia, una parruccaccia nera tutta infeltrita che neppure il balsamo più costoso sarebbe stato capace di districare; applicò sul volto un bitorzolo peloso ed un paio di folte sopracciglia, si avvolse in una veste lacera e polverosa e andò a bussare alla residenza dei due vitellozzi in questione.
"Toc toc!"
"Chi è?" domandò donna Sismonda, la vecchia bacucca moglie di messer Pagnotta, spalancando lo spioncino dell'uscio e cacciando fuori un naso di almeno mezzo chilo.
"Mi chiamo Gina, ho servito in case signorili, e sono qui per quel posto di lavoro," rispose Mirtilla presentandosi sotto falso nome.
"A giudicare dall'aspetto, mi sembri piuttosto sgangherata."
"Mi hanno detto che voi preferite donne poco appariscenti..."
"Entra," replicò donna Sismonda e subito aprì la porta.
Gina, alias Mirtilla, fu portata in cucina e messa alla prova nel lavare una valanga di piatti, preparare lo stufato e pulire il pavimento; quindi venne introdotta a messer Quintilio, il quale però la reputò troppo laida e menomata per prenderla a servizio (lui le serve le voleva belle e floride, mica era scemo), ma la moglie tanto insisté riguardo alle buone qualità della sua protetta, brava e svelta pur tra gli impedimenti della gobba e del piede zoppo, che alla fine il marito si convinse ad assumere Mirtilla in pianta stabile.
***
La vita presso i coniugi Pagnotta si rivelò ben presto dura e insidiosa per la povera Mirtilla.
Dura, in quanto donna Sismonda era di una severità fuori del comune e la faceva sgobbare come una mula; insidiosa, perché messer Quintilio, sebbene la serva lasciasse molto a desiderare dal punto di vista fisico, andava soggetto ai bollenti spiriti non meno di tre volte al giorno e in quelle occasioni si sfogava molestandola sul lavoro. Finalmente, al termine degli impegni quotidiani, dopo aver servito la cena e rassettato la cucina, la poveretta aveva licenza di ritirarsi nella sua stanza, un ambiente modesto ma ingentilito da una grande finestra che si apriva sul lato della casa volto a occidente, dove si snodava la strada maestra che conduceva al centro del villaggio. Ogni sera, nell'intimità di quella camera, protetta dalla porta chiusa a chiave, Mirtilla si spogliava del travestimento da sguattera e, incoraggiata dai tepori dell'estate, indossava i suoi indumenti preferiti, comprati di seconda mano al mercato delle pulci: la sottoveste ricamata, morbida come seta, e la vestaglia di zendado provvista di ampi "volants" che impreziosivano l'audace scollatura. Nel timore che qualcuno dei rari passanti potesse riconoscerla, si calava sul capo una voluminosa parrucca bionda, lucida e profumata, l'esatto contrario di quella usata durante il giorno; così combinata, resa ancor più bella dai raggi della luna, Mirtilla si affacciava alla finestra e vi restava qualche tempo a frescheggiare, distraendosi dalle proprie fatiche grazie alla fervida fantasia che la trasportava in terre esotiche e ridenti.
Ora, accadde che un affascinante gentiluomo, di ritorno da una delle sue passeggiate solitarie, si trovasse una sera a passare da quelle parti e, alzando gli occhi, notasse la bella alla finestra. Subito la celestiale visione catturò l'interesse del giovane signore, il quale giurò a se stesso che non se ne sarebbe andato di là se prima non avesse avuto il piacere d'incontrarsi in privato con la splendida dama affacciata alla finestra. Conosceva quella casa, sapeva che lì abitava messer Pagnotta, con il quale era in lite da anni per via di un appezzamento di terreno che l'altro intendeva comprare e che lui si rifiutava di vendergli; ma in un simile frangente si preoccupo' soltanto di appagare il suo sentimento verso la bella sconosciuta. Si rivolse a quest'ultima facendo sfoggio d'eloquenza, prodigandosi in elogi forbiti ed in poetici quanto cavallereschi approcci: tanto fece e tanto disse che alla fine Mirtilla, dopo aspra battaglia per tentare di allontanarlo, si vide costretta ad ammetterlo all'interno. Lesta scese la scala che conduceva alla porticina di servizio collocata sotto la finestra, accolse il gentiluomo e lo condusse nella propria camera. Qui, i due si presentarono: lui affermò di essere nientemeno che il conte Ivaldo del Trinceto, proprietario della sontuosa dimora che sorgeva dall'altra parte del villaggio, ed i cui terreni si spingevano fino al confine del podere appartenente a messer Pagnotta; lei, intendendo mantenere l'alone di mistero che la circondava, gli disse di chiamarsi Stella, e lo pregò di prometterle che non le avrebbe mai chiesto nulla circa chi fosse e cosa facesse in quella casa. Il conte Ivaldo, al pari delle altre genti dei dintorni, conosceva la strega del Mulino Vecchio, l'aveva intravista qualche volta giù in paese e nei pressi del Mulino stesso; ma, vuoi per la penombra che ammantava la camera, vuoi a causa del nuovo travestimento adottato da Mirtilla, non si sognò neanche di riconoscere nella divina creatura che gli stava di fronte la donna che nessuno voleva avvicinare. Rapito dalla di lei persona, fu lieto d'impegnarsi, di promettere e di giurare; poi, aspettandosi una ricompensa per quel gesto di grande nobiltà, cominciò ad allungare le mani sulla scollatura di Mirtilla. La dama reagì con eleganza e garbatamente si sottrasse alla bramosia del suo ospite, lo invitò a sedersi, aprì il baule dove conservava gli effetti personali, ne estrasse una bottiglia e disse:
"Mio caro, frenate i vostri ardori ed assaggiate un bicchierino di questo vinsanto preparato con le mie mani, sono certa che lo apprezzerete."
Il conte Ivaldo sorseggiò il liquore ed istantaneamente si trovò trasformato nello spirito e nei pensieri: divenne languido, frastornato, piacevolmente disposto ad arrendersi alla bella signora seduta a un palmo di distanza, la quale lo circondò di premure come se fosse stata l'amante che lui desiderava. Mirtilla lo vezzeggiò e gli disse di stendersi sul letto, il conte obbedì e cadde in un sonno profondo. Quando si risvegliò, dopo una ventina di minuti, si mostrò raggiante di gioia, convinto com'era di aver ottenuto dalla dama quell'intima soddisfazione che aveva agognato fin dal primo momento. Volendo ringraziare Stella, alias Mirtilla, per avergli concesso i propri favori, si sfilò dal dito un anello di grande valore e glielo donò a suggello dell'amore che provava per lei. Mirtilla accettò il dono dichiarandosi onorata di diventare l'amante segreta del conte. "Chissà che da questo gentiluomo ricco e focoso non possa ricavare dei vantaggi," pensò tra sé, "in fin dei conti basta il mio vinsanto ad ammansirlo, un bicchierino di quello e lui crede di aver saziato le sue brame su di me, poi mi regala gioielli e mi fa sentire una dea in terra. Non ho niente da rimetterci e tutto da guadagnarci, con qualche moina posso ammaliarlo come voglio".
I due concordarono di ritrovarsi ogni sera di nascosto per coltivare il loro amore. A tal proposito fu stabilito che, se Stella si metteva alla finestra abbigliata nella vestaglia di zendado, ciò significava che era libera di ricevere visite, e Ivaldo avrebbe potuto salire in camera servendosi della porticina lasciata aperta a quello scopo; se invece il conte, avvicinandosi alla casa, vedeva che Stella non era affacciata alla finestra, ciò voleva dire che era sopraggiunto qualche intralcio e dunque per quella volta avrebbero dovuto rinunciare ad incontrarsi.
***
Le settimane passavano, Mirtilla e il suo spasimante si frequentavano con regolarità, mentre messer Quintilio e donna Sismonda erano ben lontani dall'intuire cosa succedesse nottetempo nella stanza della loro serva brutta e gobba. Il conte Ivaldo, soggiogato dai poteri del vinsanto, schiacciava innocenti pisolini immaginando di godere delle grazie della sua amata, e quando si svegliava era pronto a ricompensare la suddetta con collane e bracciali, ori e argenti, documenti di cessione di palazzi e terreni.
Le cose procedevano a meraviglia per l'aspirante indossatrice, che continuava ad accumulare ricchezze e proprietà indossando i suoi estrosi travestimenti; ma ecco che una mattina l'imprevisto bussò alla porta. Nell'assumere le sembianze della sguattera, Mirtilla sbagliò a mettersi la gobba finta e dalla parte destra, dove l'aveva sempre portata, la trasferì inavvertitamente sulla sinistra. Scese giù in cucina per iniziare una nuova giornata di lavoro, e messer Quintilio notò che in lei c'era qualcosa di diverso.
"Gina, vieni qua, fatti un po' vedere," disse guardandola con occhio attento.
"Vi prego, messere," rispose Mirtilla pensando ai soliti istinti carnali del padrone, "non interrompetemi, ho molte faccende da sbrigare."
"Lascia stare le faccende. Piuttosto, mi sembra che stamani tu abbia qualcosa di strano sulla schiena, non saprei cosa, forse è il vestito che ti torna male..."
A quelle parole Mirtilla ebbe un accesso di panico temendo di aver omesso un dettaglio importante del travestimento, si tastò la gobba e si accorse che era a sinistra invece che a destra.
"Avete ragione, sono proprio una sbadata, ho dimenticato di togliermi la camicia da notte ed ora si è arricciata sotto al vestito," ribatté con disinvoltura tentando di soffiar fumo sulla curiosità del padrone. "Sarà meglio che torni in camera a sistemarmi," e procedendo di traverso in modo da non mostrare la schiena salì velocemente la scala che conduceva al piano superiore. Una volta recuperata la primitiva fisionomia, Mirtilla ricomparve in cucina e si mise al lavoro come se niente fosse stato. Ma ormai la frittata era fatta, e le viscide propaggini del sospetto cominciavano ad insinuarsi nella mente di messer Quintilio. Lì per lì questi non si confidò con la moglie a riguardo della stranezza anatomica della serva, tuttavia si ripromise d'indagare.
Venne la sera, donna Sismonda ed il consorte consumarono la cena serviti e riveriti dalla loro collaboratrice domestica, quindi se andarono a dormire. Mirtilla salì in camera, e secondo il solito prese ad agghindarsi per ricevere il conte Ivaldo. Ma nella stanza adiacente messer Quintilio la spiava e, via via che i falsi orpelli cadevano dal corpo della serva, sobbalzava per la sorpresa. Nella camera di Mirtilla, sulla parete, era appeso un quadro, un ritratto di dama velata raffigurante un'antenata dei Pagnotta: orbene, gli occhi del ritratto erano in realtà due tappi che si potevano rimuovere dal retro della tela, nella stanza adiacente, dove un rettangolo di muro in corrispondenza del quadro era stato asportato e sostituito con uno sportello. Aprendo lo sportello e rimuovendo i tappi, si aveva la possibilità di far coincidere i propri occhi con quelli del ritratto, riuscendo in tal modo a curiosare in quella che era sempre stata la stanza delle serve. L'invenzione era opera di messer Pagnotta, il quale, da guardone impenitente, l'aveva fatta realizzare al fine di spiare la malcapitata di turno nel momento in cui quella si spogliava per andare a letto. Da quando Mirtilla era stata assunta, messer Pagnotta non aveva mai usato tale stratagemma per violare l'intimità della sua serva, essendo questa troppo deforme per attirare su di sé gli sguardi famelici del padrone; ma, dopo quanto era successo quella mattina, l'uomo aveva deciso di vederci chiaro. Si può immaginare quale stupore lo colse allorché scoprì che Gina non era né gobba né storpia, bensì una bella donna dai lunghi capelli rossi, priva di bitorzoli pelosi e con un volto seducente, un volto che somigliava vagamente a quello della strega del Mulino Vecchio. "La strega in casa mia!", pensò messer Quintilio trattenendosi a stento dal prorompere in rumorose esclamazioni. A quella vista rimase sconcertato, ed ancora di più lo fu nel vedere Ivaldo del Trinceto, suo acerrimo nemico, accomodarsi nella camera della serva, amoreggiare con questa, bere dal bicchiere che lei gli aveva riempito, stendersi sul letto e addormentarsi mentre la strega lo vegliava con aria da furbona. La voglia d'irrompere nella stanza attigua per compiere una strage lo azzannò come un cane rabbioso, ma ancora una volta si trattenne per osservare la conclusione dell'incredibile vicenda. Non molto tempo dopo Ivaldo si risvegliò dai suoi sopori, abbracciò la compagna e le firmò l'atto di cessione di un piccolo podere situato ad alcune leghe di distanza dal villaggio. Messer Quintilio tornò a meravigliarsi nell'assistere al comportamento del conte, perché non capiva come questi potesse disfarsi dei suoi beni con tanta leggerezza, destinandoli addirittura a una strega; ma immediatamente gli sovvenne che la strega non appariva tale, essendosi mascherata con la parrucca bionda e la vestaglia svolazzante, e Ivaldo, da babbeo patentato, era caduto nel tranello. Gran parte in tutto ciò doveva averla la bevanda da lui ingurgitata, senza dubbio una pozione ipnotica capace di abbindolare il cervello della gente. Gli sfuggiva ancora un particolare, e cioè il motivo per cui quella manfrina si svolgesse proprio in casa sua, e quali fossero i fini ultimi della strega; tuttavia non se ne preoccupo' eccessivamente, poiché gli era venuta un'idea per ottenere dal conte Ivaldo quell'appezzamento di terreno confinante col suo podere che da lungo tempo aveva fatto nascere tra di loro una profonda inimicizia. Messer Quintilio decise che la sera seguente, senza far parola con la moglie, avrebbe aspettato che questa si fosse addormentata, poi con una scusa si sarebbe recato dalla strega per indurla a scendere in cantina, ve l'avrebbe rinchiusa e si sarebbe piazzato al suo posto travestito con i panni di lei, così da far bere al conte la pozione e convincerlo a cedergli il terreno. Soddisfatto della pensata, rimise i tappi agli occhi del ritratto, chiuse lo sportello e se ne andò a dormire lasciando Ivaldo del Trinceto in balìa della sua perdizione.
***
L'indomani Mirtilla, munita di due brocche di rame, fu mandata da donna Sismonda a prendere l'acqua alla fonte. Stava riempiendo il primo dei recipienti, quando un rumor di zoccoli annunciò l'arrivo d'un gruppo di cavalieri.
"Salute, buona donna, è una fortuna per noi trovarvi a questa fonte," disse il più maestoso tra essi, che era anche il più bello ed elegante. "Siamo di ritorno da una battuta di caccia nei boschi dei dintorni, ed abbiamo una tale sete che saremmo capaci di bere un fiume intero. Spero che vorrete permetterci di dissetarci alle vostre brocche."
"Senz'altro mio signore," rispose Mirtilla dolendosi tra sé per essere incappata in un incontro di quella levatura mentre si celava sotto le sembianze d'una serva gobba e storpia. "Ecco, prendete," proseguì porgendo la brocca al gentiluomo, "servitevi pure, e buon pro vi faccia."
A turno gli altri cavalieri ottennero di che placare la loro sete, ed infine il capo disse:
"Vi ringrazio a nome di tutti noi, e per darvi un segno tangibile della gratitudine mia e dei miei compagni, v'invito questa sera al castello che sorge sulla collina di ponente. Sarete mia ospite, e non avrete di che pentirvene."
"Signore, voi mi confondete, non so cosa rispondere, sono solo una povera serva e finora il mio aspetto non mi ha permesso di ottenere tal genere d'inviti..."
"Non preoccupatevi di questo, buona donna, il vostro aspetto non conta, per la vostra gentilezza voi mi siete più cara di una dama di grande bellezza. Dunque verrete? Vi do uno dei miei guanti come lasciapassare, basterà che lo mostriate alle guardie ed esse vi condurranno subito alla mia presenza. Se non avete il mezzo con cui venire, manderò una carrozza a prendervi."
"Oh, no, non è necessario," rispose Mirtilla sorridendo, "dispongo del mezzo adatto, e vi prometto che non mancherò."
"Addio allora, sarò lieto d'incontrarvi dopo il tramonto," concluse il misterioso cavaliere, e con gran rumore di zoccoli lui e i suoi compagni si rimisero in cammino.
Mirtilla rientrò a casa piena di contentezza, e visse il resto della giornata nella dolce atmosfera dell'attesa. Quando giunse l'ora di ritirarsi, augurò la buonanotte ai padroni, salì di sopra, entrò in camera e assicurò l'uscio a mandata doppia. Spogliatasi dei miseri cenci, ripescò in fondo al baule il vestito da festa, un capo semplice, di color giallo acceso, con le maniche increspate e la vita aderente, che pareva fatto apposta per mettere in risalto il suo fisico da modella. Non volle indossare alcuna parrucca, ma si acconciò i lunghi capelli rossi con nastri e fiori, si dette appena un'ombra di belletto intorno agli occhi e sulle labbra, si allacciò al collo un filo di perle donatole dal conte Ivaldo, afferrò la scopa appoggiata a un angolo e spalancò la finestra. Rubando un'ultima occhiata allo specchio salì sul davanzale, montò a cavallo della scopa e partì di gran carriera sfrecciando allegramente nel cielo notturno, intriso di odori delicati e di argentee sfumature, per raggiungere il castello che sorgeva sulla collina di ponente.
Nel frattempo messer Quintilio, accertatosi che la moglie dormisse della grossa, entrava in azione secondo quanto aveva stabilito. In punta di piedi per non svegliare la consorte andò alla porta della serva, bussò e attese risposta. Non sentendo nemmeno una mosca volare, rinnovò il sollecito, poi si risolse a sbirciare dal buco della serratura. Sembrava che all'interno non ci fosse anima viva... Messer Quintilio scese in fretta nel deposito degli attrezzi, prese il piè di porco, tornò alla porta e la forzò animato da un legittimo presentimento. Una volta all'interno della stanza ebbe modo di constatare che non c'era nessuno, solo la luna si scorgeva nel vano della finestra spalancata. "Possibile che se ne sia andata attraverso la finestra?", si domandò il nostro grattandosi la nuca, "Eh, già, quasi dimenticavo che quella è una strega...". La cosa comunque volgeva a suo vantaggio, quindi non si dilungò in inutili congetture ma servendosi ancora del piè di porco forzò il baule, dove si figurava che la strega tenesse riposti gli strumenti della sua arte. Trovò la bottiglia di vinsanto, che si guardò bene dall'assaggiare, il bicchiere, la parrucca bionda, la sottoveste ricamata e la vestaglia di zendado; indossò velocemente il travestimento, predispose la bottiglia e il bicchiere sul tavolo e pensando solo a gabbare il conte Ivaldo si affacciò alla finestra.
Trascorsero alcuni minuti, ma in strada del conte non v'era traccia. Messer Quintilio si sporse, controllò a destra e a sinistra, stremato si ritrasse restando davanti alla finestra: con un moto di stizza afferrò la tenda, l'asta che la reggeva si staccò dal muro e gli piombò pesantemente sulla testa. L'uomo cadde al suolo con un tonfo, tramortito, la parrucca fuori posto e la vestaglia aperta sulla sottoveste che gli fasciava l'immondo pancione; donna Sismonda, nell'udire quel fracasso, si svegliò di soprassalto, abbandonò il letto e corse nella camera della serva. La scena che le si presentò fu tale da spingerla a pizzicarsi di sua mano per verificare che non stesse sognando.
"Ah, questa poi!" ululò nel vedere il marito steso a terra e per giunta conciato in quella maniera, "Non avrei mai creduto che costui fosse capace di simili perversioni, che amasse travestirsi in privato con la parrucca e con quei panni da sciantosa. Un marito stimolato dalle tenere carni delle serve posso sopportarlo, ma questa inversione di tendenza è inaccettabile per una donna del mio stampo!"
Nel tentativo di riprendere fiato si sedette sulla sedia accanto al tavolo, vide la bottiglia di vinsanto e sentì il bisogno di assaggiarne un goccio. L'effetto del liquore fu immediato: donna Sismonda cadde vittima di appetiti inverecondi, dal profondo del suo essere un tumulto di passioni rimpiazzò il rigido contegno della donna d'ogni giorno, ubriaca di desiderio si avventò sul marito, lo spogliò degli indumenti di Mirtilla, simboli sfacciati di ardente voluttà, se li aggiustò addosso senza trascurare la parrucca, trascinò il corpaccione privo di sensi su un lato della stanza e, con l'intento di adescare qualche giovanotto di passaggio, si affacciò alla finestra. Il conte Ivaldo, che stava sopraggiungendo in quel momento, scorse la sagoma circondata dall'oscurità della notte e credendo di riconoscere in essa la sua bella, la chiamò e le chiese di scendere ad aprire la porticina di servizio. Donna Sismonda, lungi dal capire chi fosse in realtà quell'uomo, lo esaudì prontamente: al buio fece scattare la serratura della porticina, accolse il corteggiatore, lo condusse nella camera della serva e gli offrì un bicchierino di vinsanto allo scopo d'incitarlo al suo dovere.
"Mio gagliardo rubacuori, assaggiate un po' di questo liquore, anch'io l'ho gustato e subito un gran fuoco m'è scoppiato dentro, mi sento languida, frastornata, son disposta ad abbandonarmi con voi alle lusinghe del piacere..."
Ma il conte Ivaldo non era così rintronato da non accorgersi che colei che gli parlava nulla possedeva di affascinante tranne l'abbigliamento: guardandola meglio, si rese conto che trattavasi dell'anziana e brutta moglie di messer Pagnotta, il quale giaceva stordito e seminudo in disparte. Incapace di rintracciare una spiegazione plausibile per quella messinscena, contrariato per l'assenza della sua bella, si ribellò con asprezza:
"Scansatevi, vecchia pazza, ne ho abbastanza delle vostre smancerie, bevete un'altra dose di vinsanto e volate nel mondo dei sogni, almeno chiuderete quella boccaccia!" e strappatole il bicchiere di mano, le gettò in faccia il liquore portentoso. Sopraffatta da quell'ulteriore dose, donna Sismonda scivolò in un letargo da marmotta, accasciandosi sul letto.
Ivaldo prese ad aggirarsi per la camera in cerca di risposte ai molti interrogativi che gli affollavano la mente. Che fine aveva fatto Stella? Forse i padroni di casa avevano scoperto la loro tresca e avevano organizzato quella sceneggiata con l'intento di burlarsi di lui? Ma allora perché messer Pagnotta giaceva svenuto accanto alla parete? Oppure era stata la stessa Stella a prendersi gioco dei suoi sentimenti, valendosi di quella bevanda dagli effetti poco simpatici? Per quanto fosse difficile trovare una soluzione al rompicapo, il conte Ivaldo, esente dai condizionamenti del vinsanto, seppe trarre guadagno dalla situazione in cui si era cacciato. Avendo appurato le proprietà particolari del liquido contenuto nella bottiglia e vedendo che messer Quintilio era sul punto di rinvenire, riempì il bicchiere e glielo dette da bere, sorsata dopo sorsata. Quindi si procurò carta e penna, si sedette al tavolo e vergò diverse righe in chiara calligrafia.
Le conseguenze del vinsanto su messer Quintilio furono quanto di meglio il conte poteva aspettarsi per il buon esito del suo piano. L'omaccione in mutande si prestò volentieri a firmare la carta che l'altro gli porgeva, e vi appose il suo sigillo; poi si attaccò alla bottiglia e la prosciugò completamente. Da degno bove qual era, si stese anche lui sul letto accanto a quella muccona della moglie e si addormentò di colpo.
Il conte Ivaldo, ottenuto ciò che desiderava, si dileguò passando per la porticina di servizio, non senza salutare i coniugi con affetto:
"Buonanotte cari, sogni d'oro. Vedrete domani che legnata riceverete sulla testa!"
***
Mirtilla, ignara dei misfatti da lei causati, era frattanto giunta in prossimità del castello. Smontò dalla scopa, la nascose in un cespuglio e proseguì a piedi fino all'ingresso principale. Alle guardie mostrò il guanto che le aveva dato il cavaliere e queste la scortarono all'interno, nel salone dove si stava svolgendo il ballo di gala in onore d'un ospite illustre.
Laggiù, in posizione di privilegio, attorniato da nobili e signori, sedeva l'uomo di suo gusto, colui che con adorabile galanteria l'aveva invitata alla festa. Mirtilla avanzò dolcemente tra la folla, gli si avvicinò e gli rese omaggio con un inchino. Il cavaliere, turbato da quella magnifica apparizione, domandò alla giovane chi fosse, e perché non l'avesse notata in precedenza.
"Ma come, signore, non mi riconoscete? Sono colei che avete incontrato alla fonte, arrivo adesso obbedendo al vostro invito, e questo è il guanto che mi avete consegnato..."
A quelle parole il cavaliere la osservò con stupore, profondamente colpito nel trovarsi davanti, in luogo della donna brutta e gobba che lo aveva abbeverato quella mattina, uno splendido pezzo di figliola, leggiadra e seducente come una dama d'alto lignaggio. Alzandosi, prese Mirtilla per mano e la condusse in un salottino appartato, in modo da poter conversare con lei in piena tranquillità. Parlarono molto i due, e da ambo le parti si scoprirono i segreti abilmente celati fino a quel momento. Lei rivelò di essere una gentildonna depredata dei suoi averi e costretta a travestirsi da serva per guadagnarsi da vivere, salvando nel contempo la propria dignità; lui rivelò di essere il re, recatosi in incognito al villaggio per seguire certi affari di corte; entrambi si guardarono, la scintilla scoccò, e Mirtilla, con immensa soddisfazione, acconsentì a diventare l'amante del sovrano, il quale non poteva permettersi di sposarla perché già fornito di una moglie, la regina, non bella e tantomeno premurosa. La coppia si lanciò dunque in balli sfrenati: la quadriglia, il valzer della margherita e il tango della capinera, al termine dei quali, congedandosi dal re, da nobili e dignitari, Mirtilla fu accompagnata da uno stuolo di serve all'appartamento assegnatole per trascorrere la notte al castello. Il giorno seguente partì per la capitale al seguito del suo nuovo innamorato, e con lui visse felice e contenta. Pur rinunciando alla carriera d'indossatrice, si appagò nelle alte sfere della passione, e godette della possibilità d'indossare a piacimento abiti adeguati al suo rango di dama di corte e amica intima del re.
Non così bene andarono le cose per i coniugi Pagnotta, i quali ricevettero la visita delle guardie del conte Ivaldo: avendo messer Quintilio, sotto i fumi del vinsanto, firmato la cessione della casa e del podere al suo acerrimo nemico, dovette trasferirsi con la moglie al Mulino Vecchio, lasciato libero dalla strega, che si mormorava fosse scappata all'estero con gran dovizia di gioielli.
La povera donna Sismonda, priva delle rendite necessarie a pagarsi la serva, si vide obbligata a sgobbare come una mula, e le restò solamente la consolazione d'infilarsi, alla sera prima di andare a letto, una sottoveste ricamata ed una vestaglia di zendado.


UN SOGNO AL DI LA' DELLA NOTTE

Era lì, davanti a me, con l'aria di chi volesse interrogarmi. Un vigile urbano vestito di tutto punto, con l'uniforme, il casco e il fischietto d'argento. L'espressione sul suo volto non mi piacque granché, tuttavia mi tranquillizzai pensando che non avrebbe esitato a liberarmi.
Diamine, mi ero forse appisolata un momento sulla panchina di un parco pubblico e guarda cosa mi era capitato: qualche idiota mi aveva ammanettato la caviglia destra alla gamba della panchina, senza che io me ne fossi resa conto. Non capivo come era potuta accadere una cosa simile: un paio di lucenti manette metalliche mi assicuravano alla panchina, e questa era saldamente infissa al suolo con viti enormi, spaventose, a prova di bomba. Impossibile riuscire a sollevare la gamba della panchina per sfilare le manette, l'avevo capito dopo un quarto d'ora d'inutili contorcimenti; avevo dato l'assalto alla serratura delle manette armata di una forcina per capelli, fiduciosa nelle virtù occulte di tale strumento, spesso impiegato a simili scopi in molti dei romanzi che avevo letto: pretendere che funzionasse anche nel mio caso era davvero troppo, e infatti non aveva funzionato, come volevasi dimostrare. "Aiuto!" avevo strillato a squarciagola, ma con il calare del sole il parco sembrava essersi svuotato persino degli uccellini, si era levato un vento sinistro e non si scorgeva anima viva. Disperata, mi ero raccomandata ai santi e alle madonnine di cui custodivo le immagini in borsetta, estraendoli a uno a uno, ma era stato tutto inutile, sembrava proprio che mi dovessi rassegnare a passare la notte all'addiaccio.
Che razza di situazione...
Ancora un po' e sarei finita al manicomio, oppure sarei prima morta di paura.
Cos'altro potevo fare? Strillai di nuovo, mi strappai i capelli e mi morsi le mani, poi sollevai la testa e lo vidi in piedi davanti a me, impeccabile nella sua uniforme da vigile urbano, con tanto di casco e fischietto d'argento.
"Signor vigile," gli dissi alzandomi in piedi, la caviglia incatenata che già cominciava a farmi male, "finalmente è qui lei, guardi cosa mi hanno fatto!"
Ma quell'energumeno mi fissava con aria severa, sembrava volesse interrogarmi, e mi ricacciò a sedere sulla panchina spingendomi in malo modo. "Che faccia da schiaffi," pensai, "proprio a me doveva capitare l'ennesimo squilibrato in circolazione"; sconcertata, mi feci scudo con la borsetta, quindi gli rivolsi uno sguardo agguerrito, preparandomi a vendere cara la pelle. Lui si aggiustò la giacca e il nodo della cravatta, infine si decise a parlare.
"Cosa fa lei qui, seduta su questa panchina? Avanti, risponda, e badi di risultare convincente!"
"Questo è pazzo da legare," pensai mentre mi stringevo la borsetta al seno; lo studiai un momento, poi dissi:
"Secondo lei cosa starei facendo? Crede che mi diverta a restarmene qui seduta con la gamba incatenata?"
"E' proprio quel che penso," replicò lui con una smorfia. "Lei è soltanto una povera esibizionista, ha organizzato questa messinscena allo scopo di attirare la mia attenzione, ma io non mi lascio abbindolare, con tante donne malate di mente che s'incontrano per strada al giorno d'oggi, figuriamoci se ci casco!"
"Ma cosa dice?" trovai la forza di rispondere, "ha voglia di prendermi in giro? Non vede che mi hanno ammanettata a questa panchina e sto chiedendo aiuto? Devo essermi addormentata, e qualcuno mi ha combinata così senza che io me ne accorgessi! Mi liberi, la prego, la caviglia mi duole terribilmente!"
"Qualcuno le ha ammanettato la caviglia alla panchina? Ma via, non ci crederebbe neppure un bambino. Cosa cerca? Sesso occasionale da consumarsi di notte nei parchi pubblici insieme alle forze dell'ordine? Scommetto che ha qualche malattia venerea!"
"Questa poi..." dissi con un filo di voce, "lei ha preso un abbaglio, io non sono quella che... io non sono..."
"Eh, già, lo so bene che lei non è quella che cerco, no di certo! Sentiamo: come si chiama lei?"
"Eh? Io... Caterina Procacci, ma cosa c'entra?"
"Visto? Che le dicevo? Lei non è Scarlet Davis, dunque non ho motivo di restare qui a perdere tempo. Addio bambolona, si cerchi qualcun altro da circuire!"
Così il vigile urbano se ne andò, abbandonandomi nel buio della notte, crocifissa a una panchina pubblica, infreddolita e spaventata, ormai sicura del fatto che il peggio doveva ancora arrivare.
Passò un'ora, forse più; l'orologio mi si era fermato, e nessuno si mostrava nei paraggi. Ero fuori di me, ma silenziosa, mi sentivo scoppiare la rabbia dentro e mi affannavo a massaggiarmi la caviglia dolorante quando, d'un tratto, udii il latrato di un cane. Mi voltai ed era là, due occhi rossi come nei peggiori film dell'orrore: un cane nero, aggressivo e pulcioso, esalante fetori indescrivibili, una vera schifezza d'animale che subito si avvicinò abbaiando all'impazzata, scalpitando a destra e a sinistra in prossimità della panchina. "Ci siamo," pensai, "questo è venuto a darmi il colpo di grazia". Tentai di scacciarlo, ma inutilmente: continuava ad abbaiare e a saltellare, senza però aggredirmi direttamente, anzi mantenendosi a breve distanza.
"Pussa via, botolo ringhioso, tornatene all'inferno!" gli gridai scalciando con la gamba libera in direzione del suo muso, senza tuttavia riuscire a scacciarlo. Allora provai ad accattivarmelo, ma neanche quell'idea funzionò, e il cane continuò imperterrito ad abbaiare e sbavare per un tempo che sembrava non finire mai. "Se scampo a questa nottata di martirio posso considerarmi vaccinata per l'eternità," mi dissi tappandomi le orecchie, "speriamo almeno che questo fracasso richiami qualche buonanima intenzionata ad aiutarmi". Nessuno si presentò in mio soccorso ma fortunatamente, dopo un interminabile concerto, il cane se ne andò così com'era venuto.
Notai qualcosa per terra, qualcosa che luccicava appena alla fioca luce del lampione situato alla mia destra. Mi allungai sul suolo polveroso e raccolsi un dischetto di metallo rotondo simile in tutto e per tutto a una moneta. La luce del lampione era insufficiente per osservarlo, quindi estrassi l'accendino dalla borsa e vidi che era una medaglietta, molto probabilmente staccatasi dal collare di quel diabolico cane che mi aveva assordato le orecchie, oltre a logorarmi i nervi. Sì, era proprio una medaglietta, e fin qui niente di strano. La cosa strana era invece rappresentata dalla scritta che vi era incisa sopra: Scarlet Davis. Incredula, lessi e rilessi quel nome una decina di volte: Scarlet Davis. Non avevo dubbi, si trattava dello stesso nome pronunciato da quel pazzo del vigile urbano... Rinunciai per il momento a cercare una spiegazione, e gettai distrattamente la medaglietta dentro la borsa.
Sentivo le ossa diventare pezzi di ghiaccio, intorno a me il parco era immerso nel silenzio, nessun rumore eccetto il sibilare del vento; possibile che fossi costretta ad aspettare il mattino successivo per affrancarmi da quella maledetta panchina?
Stavo rialzandomi il bavero del giacchino quando udii dei passi provenire da destra. Una figura comparve sotto la luce del lampione, ed io la osservai perplessa.
Era una vecchia sporca e sgangherata, brutta da far paura, una barbona con indosso un cappottaccio rattoppato e scarpe acciabattate. Non era esattamente il tipo di nonnina nella quale aver fiducia, tuttavia, data la mia situazione, presi il coraggio a quattro mani e le chiesi aiuto.
"Signora! Signora, la prego, mi aiuti, mi hanno legata a questa panchina!"
La vecchia si fermò, mi guardò di traverso e disse:
"Vagabonda, lascia in pace le persone perbene e va' a importunare qualcun altro! Non ho tempo da perdere con te, ho un appuntamento con Scarlet Davis!" e con queste parole sparì dietro una siepe.
A quel punto caddi vittima di convulsioni isteriche, cominciai a gridare, ad agitarmi freneticamente roteando i pugni in tutte le direzioni, chiusi gli occhi e sentii un'improvvisa fitta alla testa, come quando ci si alza dal letto la mattina dopo una sbornia; rimasi stordita per un po', un minuto? un'ora? non saprei dire, con la confusione che mi rombava nel cervello... comunque dopo qualche tempo mi risvegliai, o almeno così mi parve, e guardandomi intorno vidi il parco pubblico inondato dalla luce del sole, con gli uccellini che cantavano e le mamme a passeggio circondate da bambini festosi: la notte era sparita, e con essa l'incubo che mi aveva attanagliata.
Era stato tutto un sogno?
Controllai la caviglia, e con gioia constatai che le manette erano scomparse. Nessun segno si vedeva sulla pelle, e non provavo la minima sensazione d'indolenzimento. Poi guardai l'orologio. Non era fermo, indicava le cinque del pomeriggio. Dunque mi ero addormentata, ed avevo sognato tutto. Mi alzai e m'incamminai velocemente verso l'uscita del parco. Non volevo più pensare, desideravo soltanto tornare a casa. Ma dopo pochi passi mi sentii chiamare da una voce maschile vagamente familiare.
"Signorina!"
La voce apparteneva a un distinto signore vestito in doppiopetto blu, cravatta di buon gusto e garofano all'occhiello. Assomigliava a qualcuno che conoscevo... sì, al vigile, al vigile pazzo... eppure non poteva essere lui, quello me l'ero sognato, non esisteva nella realtà. Lo osservai meglio prima di rispondere. No, non era lui: i modi, il portamento... completamente differenti. Tuttavia, quella vaga somiglianza...
Si presentò come il cavalier Fortini, produttore cinematografico alla ricerca di nuovi talenti. Mi raccontò che aveva in progetto di produrre un film, un colossal all'italiana con attori di richiamo, centinaia di comparse e scenari di grande effetto. Stava cercando un volto nuovo, una giovane attrice a cui assegnare il ruolo della protagonista, e io gli sembravo proprio la persona adatta. Mi propose un provino a Cinecittà, e continuò nella sua opera di convincimento sussurrandomi frasi amabili, da vero gentiluomo. Ne fui subito conquistata, e accettai senza neanche riflettere.
"Venga," mi disse, "ho la macchina all'uscita del parco. Ho già in mente lo pseudonimo per lei: cosa ne pensa di Scarlet Davis?"
Quel nome mi paralizzò. Mi misi a frugare nella borsa alla ricerca della medaglietta del cane, ma non la trovai, così pensai che non ci fosse mai stata. Trovai invece un cane nero ad attenderci accanto alla macchina, un animale a prima vista identico a quello che mi aveva abbaiato contro per buona parte della nottata. Ma questo era lindo e profumato, sembrava docile, tranquillo, e un'anziana signora elegantemente vestita lo teneva per il guinzaglio.
"Permetta che le presenti la contessa Velasca, mia collaboratrice," disse il mio pigmalione indicando l'anziana signora. Percepii ancora quella strana impressione, come se avessi già conosciuto la persona che mi stava davanti. La vecchia barbona incontrata durante la notte... No, macché barbona, era una signora di gran classe, molto gentile e dai modi raffinati. Non riuscivo a capire perché mi venissero in mente delle associazioni d'idee così sballate.
"Prego, cara, si accomodi," disse la contessa sorridendo, "finalmente siamo riusciti a trovarla. Lei è perfetta per il nostro film. Vedrà, sarà un grande successo. Il nome di Scarlet Davis diventerà presto famoso."
Non credevo ai miei occhi, tutto ciò era per me un sogno, un sogno meraviglioso dal quale non intendevo svegliarmi. Salii in macchina, la contessa e il cane si sistemarono sul sedile posteriore, il cavaliere si mise al volante e ci lanciammo nel traffico cittadino. Per me il futuro era appena cominciato.


LA BIMBA DI ROSSO VESTITA

In un piccolo villaggio sperduto nella campagna viveva una bimba, la più bella bimba che si fosse mai vista da quelle parti: la madre ne era fiera, e la nonna ancor di più. Poiché l'inverno si avvicinava, la buona nonnina le aveva cucito una mantellina rossa, con cappuccio, che la piccina indossava quando usciva di casa:
"Come sei carina, con la tua mantellina rossa!" le dicevano gli abitanti del villaggio, e lei sorrideva accennando un leggero inchino con la testa.
Un giorno che il cielo era bianco di neve, la bimba fu mandata in visita alla nonna:
"Vai a trovare la nonna, perché ho saputo che è a letto malata," disse la mamma preparando il cestino di vimini. "Portale questi biscotti d'avena, un vasetto di burro e la busta con i soldi della pensione che per lei ho riscosso all'ufficio postale. Ma stai attenta, segui sempre la strada maestra, e bada di non avventurarti nel bosco."
La bimba indossò la sua mantellina, sollevò il cappuccio per meglio proteggersi dai rigori della stagione, prese il cestino di vimini e uscì di casa salutando la mamma. Appena fu giunta ai confini del villaggio, imboccò la strada che costeggiava il bosco e, cammina cammina, s'imbatté in un brigante armato di pistola, il quale le chiese dove stesse andando.
"Vado a trovare la nonna," rispose la piccola, "perché è a letto malata."
"Abita lontano, la tua cara nonnina?"
"Oh, sì, laggiù, al vecchio mulino oltre il torrente," disse la bimba indicando con il dito.
"E dimmi, bella piccina, cosa porti in codesto cestino?" domandò il tipaccio accarezzando la pistola appesa alla cintura.
"Porto i biscotti d'avena, un vasetto di burro e la busta con i soldi della pensione che la mamma ha riscosso all'ufficio postale."
A quelle parole il brigante fu tentato di assalire la bimba per derubarla, ma sentendo le voci dei taglialegna provenire dal bosco ci ripensò e propose invece una gara.
"Vengo anch'io a trovare la nonna, ma passerò per il bosco, mentre tu passerai per la strada maestra, e vedremo chi arriverà per primo."
La bimba accettò ed entrambi si misero in cammino. Grazie ad una scorciatoia il brigante arrivò in breve tempo a destinazione, mentre la bimba, con le sue gambette piccoline, era ancora a metà della strada. Il brigante bussò al vecchio mulino ma non ottenne risposta; si affacciò a una finestra e vide che in casa non c'era nessuno. Sul davanzale trovò una chiave, la prese e con quella aprì la porta. Una volta all'interno, frugò negli armadi e nei cassetti senza però scoprire dove fossero nascosti i denari e gli oggetti di valore; allora si travestì con la camicia da notte della nonna, s'infilò la cuffietta ricamata ed entrò a letto coprendosi con le coperte.
Dopo un po' si sentì bussare alla porta:
"Toc toc!"
"Chi è?" domandò il brigante falsando la voce.
"La tua nipotina che è venuta a trovarti."
"Entra, piccina, la porta è aperta."
La bimba entrò, si avvicinò al letto e si sedette abbassando il cappuccio.
"Ma che bel fiocco hai sulla testa!" disse il brigante nascondendo parte del volto sotto le coperte.
"E' per tenere fermi i capelli," rispose la bimba.
"Ma che bella mantellina hai sulle spalle!"
"E' per proteggermi dal freddo."
"Ma che bel cestino hai sulle ginocchia!"
"E' per trasportare i doni che ti manda la mamma."
"E di quali doni si tratta?" chiese il brigante, che aveva già fatto conto di vedersi consegnare la busta con i soldi della pensione.
"Dei biscotti d'avena che ti piacciono tanto," rispose la bimba senza scomporsi.
"Ah, i biscotti... E cos'altro mi hai portato?"
"Un vasetto di ottimo burro."
"Ah, il burro... Ma dimmi, mia cara, non hai nient'altro per la tua vecchia nonna malata?"
"Un mazzolino di fiori che ho colto lungo la strada."
"Ah, il mazzolino... Suvvia, piccina, dovresti avere qualche altra cosa per me nel tuo cestino..."
"No, no, non ho più nulla," disse la bimba alzando le manine vuote.
"Insomma, ci dev'essere anche la busta con i soldi della pensione!" insistette il brigante, che cominciava a spazientirsi.
"Quella l'ho data alla mia vera nonna, che ho incontrato poco fa fuori della porta."
"Ora basta, mi hai proprio seccato!" esclamò il brigante gettando via le coperte e spianando la pistola contro la bimba. In quell'istante si udì una voce dal fondo della stanza:
"Vai, Fido, azzannalo!" e subito un feroce canelupo si avventò sul brigante mordendolo al braccio.
"Aiuto! Pietà!" strillò quest'ultimo lasciando cadere la pistola sul pavimento. La nonna si fece avanti, raccolse la pistola e con l'aiuto del suo bravo canelupo riuscì a mettere in fuga il tipaccio travestito, il quale si precipitò in strada inciampando nella camicia da notte, urlando e correndo per salvarsi la pelle. Poi la nonna richiamò il canelupo, e sia lei che la bimba terminarono di scacciare il brigante a sassate.
Il giorno seguente la bimba si recò al mercato, vendette la pistola e con il ricavato comprò una bambola per sé, una camicia da notte per la nonna, un osso per Fido e un bel po' di farina d'avena per la mamma.



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