FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PER TE SOLTANTO

Saverio Moonchild Costanzo




Sono viva perché sento la sabbia scorrere tra le mie dita
perché sento il sole riscaldarmi la pelle
e il vento spettinarmi i capelli.
Sono viva perché sento il mio cuore battere
e battere ancor di più quando accanto a me
ci sei tu.
Sono viva perché l 'amore si scioglie nei miei occhi
nel guardarti.

"Sono viva tratto da Gocce di rugiada di Sarah Neil"


Le ombre della notte svanirono nella stanza quando la luce del sole irruppe dalla finestra, attraverso le tende evanescenti.
Era una splendida mattina.
Una di quelle mattine d'autunno che nascono nel rosso infuocato e che stingono in un azzurro terso, tra soffici nuvole simili a paffute pecorelle di cotone che pascolano qua e là nel cielo.
Socchiudendo gli occhi Sarah intravide la figura del marito che spalancava le imposte. Si rigirò sul letto sbadigliando e mormorando "...ancora un po', per favore...".
John si voltò verso il letto e le sorrise. "Giù, dormigliona!". Senza sapere come, Sarah se lo ritrovò addosso. Lottò per divincolarsi ma lui la trattenne sotto il suo corpo robusto e le accostò le labbra all'orecchio. "Altrimenti so io come svegliarti...".
Lei spalancò gli occhi e lo guardò con una finta espressione terrorizzata. "Ora?", disse, "sei impaz...". Non la lasciò terminare e le tappo' la bocca con un bacio. Lei rimase interdetta per un attimo, poi s'abbandonò al bacio e l'abbracciò. Ma, improvvisamente, diede un colpo di reni e rotolò su se stessa, sfuggendo alla sua presa. Scappo', nuda, verso il bagno. "Faccio la doccia prima io!" gridò sparendo nella stanza attigua e richiudendo la porta appena in tempo per scampare al cuscino lanciatole dall'uomo.
John la sentì fischiettare contenta sotto la doccia; s'alzò e fece per sistemare gli indumenti lasciati in giro la sera prima. Ma si fermò quasi subito pensieroso. Poi un'espressione enigmatica apparve sul suo volto e spostò lo sguardo alla porta del bagno. Vi si diresse con passo felpato. Socchiuse la porta e silenziosamente scivolò dentro la stanza.
Pochi istanti dopo non si sentì più il canticchiare allegro della donna. Ci fu un rumore d'oggetti che cadono e s'udì lei che gridava: "... fermo! Che fai...", ma le parole le si strozzarono in gola e si trasformarono in un leggero ansimare che lentamente crebbe di intensità fino a trasformarsi in piccole grida sommesse.

La colazione fu gustosa e abbondante. John amava la colazione all'italiana con caffè, latte e tante brioche e biscotti. Sarah invece, mangiò pane burro e marmellata d'arance. Rosanna, la governante di origine italiana che avevano assunto da un paio di mesi, servì il tutto sorridendo, e quando terminarono iniziò immediatamente a riordinare. La sua solerzia era encomiabile e più volte Sarah si era chiesta come avevano potuto vivere prima senza di lei.
John salutò la moglie con un bacio e usci per recarsi in ufficio. Considerando anche il fatto che era abbondantemente in ritardo, Sarah non lo trattenne ulteriormente, anche se gli era sorto l'incontrollabile desiderio di dirgli quanto lo amava. Ma dal bacio che lui le lanciò prima di sparire nell'auto capì che lui lo sapeva.
Quando rientrò in casa si accorse che Rossana aveva osservato tutto con un velo di nostalgia steso sul viso segnato dalle rughe. La governante incrociò lo sguardo di Sarah e sospirò, sorridendo stentatamente.
"Cosa c'è, Rosy?", le chiese Sarah aiutandola a rassettare.
"Suo marito è un uomo meraviglioso, signora", disse la donna iniziando a lavare i piatti. Sarah la fissò in silenzio incuriosita. "Lo so", disse.
"Lei è una donna fortunata. Un uomo così bello, buono e ricco. Deve essere molto felice con lui." C'era una punta di invidia nella sua voce?
Sarah sorrise. "Lo sono", confermò. Girò intorno al tavolo e si portò accanto alla governante. Notò che stava insaponando con troppa energia un piatto. Forse con troppa energia. Alzò gli occhi sul volto di lei. Aveva un viso dai tratti delicati. Le guance paffute circondate da una chioma scura. I capelli tagliati corti sotto l'orecchio incorniciavano il viso segnato da tante piccole rughe intorno agli occhi chiari, piccoli e vivaci. Ma quegli occhi erano velati di tristezza.
"Perché sei così triste, Rosy?"
La governante si voltò verso la padrona interrompendo la sua opera. "Mi si legge così facilmente in faccia?"
"Si leggono molte cose nel viso e negli occhi della gente." rispose Sarah.
"La invidio un po', signora". Sarah non si arrabbiò per quella affermazione. Stimava troppo Rosanna per infastidirsi per così poco.
"L'invidia non è un buon sentimento" disse, mite.
"Lo so e me ne duole. Ma lei è una donna così felice. Ha un uomo meraviglioso che la adora, una splendida casa, degli amici sinceri. Nella mia vita io non ho avuto nulla di tutto ciò. E neppure avrei desiderato così tanto. Noi siamo gente semplice, signora. Mio padre era un agricoltore in Sicilia, mia madre lavorava in un'azienda artigianale che produceva scarpe. Mio padre non avrebbe voluto che mia madre lavorasse ma da solo non riusciva a portare avanti la famiglia quindi dovette fare buon viso a cattivo gioco. Si tirava avanti come si poteva, ma eravamo felici. Io avrei voluto soltanto che quella felicità continuasse anche dopo, avrei voluto sposare un brav'uomo e magari avere un appartamento vicino alla città. Io amavo la città. Era così viva..."
Sarah si appoggiò al bordo della credenza. Non era mai successo prima d'allora che Rosanna parlasse di se stessa, e lei non le aveva mai chiesto niente più di quanto era stato necessario per deciderli ad assumerla.
Questo improvviso sfogo la incuriosiva. E la commuoveva la passione con cui la donna parlava.
Rosanna riprese con voce bassa. "Invece incontrai Martin, il mio ex marito. Quello straniero alto e biondo, dall'accento inglese che lo rendeva talmente affascinante, mi stregò completamente. Io ero un'ingenua ragazza di paese e iniziai a sognare. E quando quel sogno divenne realtà e lui mi chiese di andar con lui in Inghilterra e poi di sposarlo accettai senza riserve". Sospirò di rassegnazione poi continuò. "Solo che lui non era il principe azzurro che avevo creduto. Era immischiato in affari illegali e spesso si trovava nei guai. Finì anche in prigione, più di una volta. Iniziò a bere e divenne violento. Neanche prima era stato uno stinco di santo ma dopo la vita per me divenne un inferno. Fin quando se ne andò e non tornò più. Da allora non ne ho più avuto notizie. Potrebbe anche esser morto, per quel che ne so". Tacque e, distrattamente, riprese a lavare un piatto che già aveva risciacquato. "... E forse sarebbe meglio che lo fosse", concluse.
Si voltò verso la padrona e Sarah vide che i suoi occhi verdi navigavano in un piccolo mare di lacrime appena accennate. Si sforzava di trattenere il dolore che quei ricordi le avevano provocato, ma esso si affacciava prepotentemente ai suoi occhi.
"Mi dispiace" disse Sarah. Non le venne in mente nient'altro. Rosanna annuì e tornò ad occuparsi dei piatti. "Ecco perché la invidio" mormorò. "Lei ha una bella vita e qualcuno che la ama. Io ho solo questi ricordi".
Sarah poggiò una mano su quella di lei. "Tu hai noi. Qui sei in famiglia, ormai." Rosanna si voltò e le lacrime traboccarono dai suoi occhi.
"Grazie..." mormorò.
Le due donne si abbracciarono.
Rosanna non lo sapeva ma Sarah si era già molto affezionata a lei perché, con i suoi vent'anni in più, le ricordava la madre che aveva perduto da piccola. E ora, dopo quello sfogo, la sentiva più vicina. Quasi come una vera madre, e questo la rendeva felice.
Ma Rosanna non sapeva tutto di lei, poiché Sarah non era sempre stata felice. La morte della madre, da bambina, le aveva dipinto sul viso un'espressione di profonda tristezza che solo l'incontro con John aveva cancellato. E sempre l'amore di John, già suo marito, aveva risollevato il suo spirito provato ancora dalla scomparsa del padre in un incidente aereo. E come aveva superato il profondo dolore per l'aborto al settimo mese del figlio che aspettavano tanto? Sempre grazie all'amore di John che, pur nel grande dolore proprio, aveva saputo darle momenti di insostituibile conforto.
E, infine, quando lei stessa era stata vittima di un incidente automobilistico, la sua lunga e dolorosa degenza in clinica e poi la ancora più lunga convalescenza sarebbero state insopportabili se non avesse avuto accanto il marito.
Tutti questi ricordi che, benché dolorosi, non la rattristavano più tanto perché le ricordavano l'amore di John, le fecero desiderare una passeggiata per il parco.
Il parco che circondava la casa era immenso. Oltre al lungo viale alberato, che conduceva all'ingresso principale della tenuta, due altri viali giravano intorno alla villa, fiancheggiati da una splendida siepe che i giardinieri mantenevano ordinata. Ogni tanto, ad intervalli regolari, la siepe verde era interrotta da cespugli di rose che in primavera davano fiori dai colori sgargianti. Sarah amava le margherite e John ne aveva fatto piantare un'intera aiuola. L'aiuola intera aveva la forma di una grande margherita bianca con il centro giallo. E Sarah poteva vederla dalla finestra della stanza da letto.
Tutto il parco era stato arricchito di cose belle da John, per farla felice.
Al centro del giardino c'era una grande fontana artistica. Si ergeva in mezzo al viale principale che si allargava intorno ad essa formando un piccola piazza rotonda. Raffigurava la scena culmine del romanzo "Il vecchio ed il mare" di Hemmingway. Raffigurava una barca che affondava ed il suo occupante che innalzava le mani al cielo in una disperata richiesta di aiuto. Era un'immagine molto drammatica e John non era stato d'accordo a farla costruire. Ma Sarah amava Hemmingway ed aveva insistito. John le aveva risposto categoricamente di no. L'indomani mattina, quando Sarah era uscita per la sua solita passeggiata mattutina era rimasta allibita trovandosi di fronte la fontana già costruita, proprio come l'aveva desiderata, anzi forse anche più bella. John non le aveva detto nulla quando le era passato accanto per recarsi in ufficio. Le aveva dato un bacio sbrigativo sulla guancia ed era salito in macchina. Ma quel bacio le era rimasto sulla guancia, come un leggero calore, per l'intera giornata e quando il marito era rientrato e si era lasciato andare sulla poltrona allentandosi il nodo della cravatta, lei le si rannicchiò sulle gambe come una bambina e non aveva smesso più di baciarlo finché non si addormentarono così, uno sull'altro, abbracciati, sulla poltrona.
Il giorno dopo si erano svegliati sotto una coperta di lana che Rosanna, premurosamente, aveva posto su di loro.
Quei ricordi le riempirono di gioia il cuore e sentì il desiderio di raccontare a qualcuno quanto fosse felice. Decise quindi di recarsi alla cappella di famiglia. Per farlo attraversò il viale che fiancheggiava la casa sulla destra e si inoltrò nel boschetto di pini che si estendeva a nord della villa. Ad un certo punto, lungo il sentiero che portava alla cappella, tra gli alti alberi dalle foglie aghiformi, incontrò le statue sorridenti dei sette nani. Passando accarezzò allegramente il berretto di Cucciolo e fece un gesto di rimprovero a Brontolo. Quindi giunse di fronte alla piccola chiesa.
La chiesetta, a stile, che sostituiva la vecchia cappella di famiglia prima all'interno del fabbricato, dedicata a S. Pietro, era un edificio di legno e mattoni, dalla classica forma a croce con una navata principale, separata dalle due navate secondarie da archi a tutto sesto sostenuti da sottili colonne culminanti in sobri capitelli.
L'esterno era semplice e forse l'interno lo era anche più. Niente affreschi se non quello che sovrastava l'altare, raffigurante degli angeli e San Pietro. Niente lampadari ricercati ma solo dei candelabri in legno lungo le pareti, capaci di illuminare la serie di panche che riempivano la corta navata principale. Dietro l'altare un bel crocifisso di legno scuro finemente cesellato la guardò entrare. Lei chinò lo sguardo e fece il segno della croce. Poi si andò ad inginocchiare su una panca in prima fila. Sarah si rifugiava spesso tra quelle mura, non tanto per pregare quanto per sentirsi più vicina ai misteri della vita che gli scienziati non riuscivano a risolvere e che i filosofi appena intuivano. In essa era tumulato il corpicino del figliolo perduto. Sarah assaporò a lungo la sensazione di pace che, sempre presente all'interno dei luoghi di culto, era ancora più percepibile in quella piccola costruzione immersa nel boschetto di pini.
Quando abbandonò la chiesetta, ripercorrendo il sentiero nel boschetto di pini, incontrò Hermann, l'inserviente che si occupava di tenere in ordine il parco, e lo salutò cordialmente con un gesto della mano. Lui ricambiò il saluto poi, come ricordandosi qualcosa, si fermò improvvisamente e corse verso di lei.
''Signora Neil", disse raggiungendola. "Mi scusi ma ho un problema gravissimo".
Sarah si accigliò. "Cos'è successo, Herry"
"La chiesetta..." disse l'uomo riprendendo fiato. Era un omaccione grande e grosso con lunghi e folti baffi che gli coprivano anche la bocca e parlava con un chiaro accento tedesco. "... è stata invasa!".
Lei lo guardò senza comprendere. "Invasa? E da chi?".
Lui alzò gli occhi al cielo. "Ma dagli scoiattoli!" esclamò come spazientito. "Gli scoiattoli, quelle bestiacce con la coda lunga e le orecchie a punta. Sono dappertutto e non riesco a capire da dove entrino".
Sarah lo fissò per un lungo momento e lui annuì con sguardo afflitto. Poi lei scoppiò a ridere. L'uomo parve perplesso. "C'è poco da ridere. Quelle bestiacce diaboliche sono furbe. Ho riempito la chiesa di trappole per topi con del cibo ma loro niente, non le hanno neanche degnate di uno sguardo".
"E cosa hai messo come esca in queste trappole?" chiese Sarah ancora ridendo.
"Quello che c'era scritto nelle istruzioni: formaggio!". Lei rise ancora più forte e lui parve offeso.
"Scusami Herry", fece lei contenendo le risate. "Non hai pensato che quelle trappole sono per i topi e i topi mangiano formaggio, mentre gli scoiattoli si nutrono d'altro".
Lui la fissò stupito. "E' vero!" mormorò. "Ma cosa mangiano gli scoiattoli?".
"Ghiande, penso" rispose la donna. Poi gli sorrise. "Ma lascia stare quelle creature dove sono" gli disse poggiandogli una mano sulla spalla. "A me piacciono e al Signore non disturberanno di certo". Lui annuì pensieroso, poi la salutò e si allontanò diretto verso la chiesetta, scuotendo la testa.
Lei sorrise guardandolo sparire tra gli alberi poi tornò sul viale che conduceva all'ingresso della casa.
Si fermò un attimo con Thomas, il giardiniere che le indicò una zona del parco che aveva, secondo lui, immediato bisogno del suo intervento. Sarah guardò il punto indicatole coprendosi gli occhi con la mano per proteggersi dal sole. Ma per quanto si sforzasse di guardare non notò nulla che non andasse nelle siepi e nelle aiuole. Ciò nonostante, avendo la massima fiducia nella competenza di Thomas, annuì e gli disse che poteva occuparsene subito. Thomas la rassicurò dicendole che avrebbe visto la differenza dopo il suo intervento, poi le consigliò di andare a salutare la vecchia Moll. Sarah aveva già pensato di farlo quindi accettò il consiglio e lo salutò.
Attraversò il grande viale principale, raggiungendo la fontana. Lì girò a sinistra ed imboccò un piccolo sentiero che la condusse ad una collinetta erbosa al centro della quale si ergeva, maestosa, un enorme e ombrosa quercia secolare. Sarah raggiunse i piedi dell'albero e poggiò una mano sulla ruvida corteccia del tronco. "Salve, Vecchia Moll" disse con gli occhi lucidi. Come le accadeva ogni volta che veniva a trovare il gigantesco albero, le vennero le lacrime agli occhi. Un po' per la soggezione che l'antichissima pianta le metteva addosso ma soprattutto per il significato che essa aveva per lei.
Quella pianta le era stata donata da suo marito John per il suo compleanno.
Era stato un regalo speciale, fatto in un periodo molto importante della sua vita. Quell'anno Sarah aspettava un bambino ma lo aveva perso al settimo mese di gravidanza. Per lei era stato uno shock terribile. Aveva perso la voglia di vivere, si era lasciata andare, mangiava poco ed era dimagrita spaventosamente. John le stava sempre accanto, quando il lavoro glielo permetteva. Aveva anche rinunciato a affari importanti pur di stare con la moglie nei momenti in cui la depressione la colpiva con maggiore intensità, nel timore che lei potesse fare qualche stupidaggine.
Un giorno Sarah ebbe una crisi isterica. John cercò vanamente di calmarla ma alla fine dovette schiaffeggiarla per riportarla alla ragione. Era la prima volta che colpiva sua moglie, e sarebbe stata anche l'ultima. Lei si era ritratta terrorizzata come un gattino spaventato. Gli occhi lucidi, la guancia rossa, si era accoccolata su una poltrona ed era rimasta a fissarlo a lungo, senza emettere un suono, con il labbro inferiore che tremava. Lui le si era avvicinato e aveva iniziato ad accarezzarle il viso ed i capelli. Dapprima Sarah lo aveva odiato. Ma il suo sguardo si era posato sugli occhi di lui e li aveva visti lucidi. E c'era tanto amore e tanta dolcezza in quegli occhi che l'odio si era sciolto come neve al sole ed era scivolato lungo le sue guance perdendosi poi nell'aria. Gli aveva gettato le braccia al collo ed era scoppiata in lacrime. Era stato un pianto liberatore che aveva lavato via mesi di sofferenza, rimorsi, rimpianti. Poi, quando non erano rimaste più lacrime ma solo singhiozzi e baci, lei gli aveva detto: "Anche se ha vissuto solo sette mesi lo ho amato più di me stessa."
Lui aveva annuito carezzandole la nuca. Lei teneva il viso appoggiato sulla sua spalla. "Vorrei qualcosa che durasse in eterno che mi ricordasse di lui. Qualcosa che rimarrà anche dopo che io e te non ci saremo più. Una vita eterna da donargli in cambio della sua così breve."
Lui aveva sospirato. Il dolore straziava anche il suo cuore. Ma rimase inflessibile. "Non c'è nulla di eterno in questo mondo. E' il nostro amore che rende le cose eterne. E il nostro amore renderà il ricordo di nostro figlio eterno"
Erano passati i giorni poi, il giorno del compleanno di Sarah, John le aveva preparato una festa meravigliosa, con tutti gli amici e i parenti più cari. Si erano divertiti tantissimo e Sarah era sembrata più serena. Aveva anche riacquistato un po' di colorito. Scoccata la mezzanotte John le aveva preso la mano e l'aveva condotta fuori, in giardino. Era una splendida notte di fine estate, quando ancora le serate sono calde ma non afose, quando la luna in cielo ogni tanto nasconde il viso dietro veli di nuvole che però spariscono presto lasciandola lassù, tra le stelle sue sorelle, a guidare i passi degli amanti. E come due fidanzati, marito e moglie avevano passeggiato mano nella mano tra le siepi e gli alberelli. Sarah si era fermata più volte a raccogliere dalle aiuole dei fiori i cui colori, sotto la luce candida della luna, sembravano tutti tendere al blu. Ne aveva già un bel mazzo quando, passo dopo passo, erano giunti al limitare della piccola collina. Sarah aveva gli occhi abbassati e si guardava la punta delle scarpe, ascoltando le parole del marito. Ma lui smise improvvisamente di parlare. Ci furono lunghi istanti di silenzio. Solo il suono del vento fresco della sera e lo stormire delle foglie disturbavano la quiete del parco. Ricordò di aver pensato che era meraviglioso il suono delle foglie degli alberi al vento. Poi un pensiero le era balenato nella mente: in quella parte del parco non c'erano alberi! Aveva alzato gli occhi e aveva visto l'ombra enorme della quercia e poi l'intera pianta, illuminata dalla luna piena. Il cuore le era balzato in gola e subito, come per magia, si era innamorata di quell'albero. John le guardava il volto, alla ricerca di un'espressione qualsiasi e ciò che vi lesse dipinse un sorriso di sollievo sulle sue labbra.
Sarah aveva allungato una mano e aveva percorso i pochi passi che la separavano dal tronco dell'albero. L'aveva sfiorato delicatamente, come timorosa che potesse sparire da un momento all'altro.
"Come..." aveva mormorato.
"E' la cosa più antica e più eterna che ho trovato." aveva detto John.
Lei aveva alzato gli occhi alla ricerca della cima dell'albero, ma era nascosta da una moltitudine di possenti rami intrecciati. "E' meravigliosa."
John la prese per le spalle e la condusse dall'altro lato della pianta. Poi le indicò un punto sulla corteccia. C'era una targhetta di metallo decorata con dei piccoli putti ed un'incisione. Sarah lesse a bassa voce: "Al nostro piccolo angioletto tornato in cielo troppo presto, firmato papà e mamma".
Sarah era scoppiata a piangere e John le aveva avvolto le braccia intorno alle spalle racchiudendola tutta nell'abbraccio. Lei aveva pianto per molto. Erano lacrime di dolore ma anche di felicità. E per tutto quel tempo lui era rimato in silenzio ma, nascosto dietro la moglie, anche il suo viso era rigato di lacrime. Pensava che solo la luna potesse vederlo piangere. Ma Sarah aveva sentito le sue lacrime bagnarle i capelli e si era resa conto di amarlo di un amore ancor più grande di quell'enorme quercia.
Sarah se ne stava molto tempo, nelle belle giornate d'estate, supina all'ombra del vecchio albero e i numerosi scoiattoli che l'abitavano si erano abituati a lei e le passeggiavano intorno, a volte le saltavano addosso, squittendo, per raccogliere dalle sue mani una ghianda o un biscotto.
Aveva dato all'albero anche un nome: "Vecchia Moll".
La "Vecchia Moll" sapeva certo a memoria le poesie che lei scriveva e recitava ad alta voce alla sua ombra.
Ed è quello che fece anche quella mattina. Scivolò a sedere in un punto ben preciso, tra due grandi radici che affioravano dal terreno e infilò una mano in un grande buco nel tronco. Ne estrasse un quaderno e una penna, si accomodò appoggiando la schiena sulla ruvida corteccia e iniziò a scrivere. Si sentiva ispirata. Scrisse una poesia di poche righe e la intitolò "Sono viva". Poi richiuse il quaderno e rimase a pensare.
Suo marito era convinto che avrebbe dovuto pubblicare le sue poesie ma Sarah non era dello stesso parere. Per lei erano solo degli sfoghi, dei pensieri che lei metteva per iscritto. Cose troppo personali per poter piacere ad altri. Ciò nonostante quello di diventare una poetessa affermata era sempre stato il suo sogno nel cassetto, sin da piccola. Aveva scritto centinaia di poesie, sin dall'età di tredici anni. E doveva ammettere che le ultime le sembravano piuttosto belle, anche rileggendole più volte. John ne andava pazzo. Le ripeteva sempre che era uno spreco di talento tenerle nascoste nel cavo di un albero dove gli unici che avrebbero potuto leggerle erano gli scoiattoli. Ma Sarah era stata irremovibile. Aveva risposto che, anche se fossero state meravigliose, un solo genio miliardario in famiglia bastava ed avanzava.
Con un sorriso riaprì il quaderno e scrisse quattro altri versi.

Passò tutta la mattina sotto la quercia a scrivere poesie e a guardare gli uccellini che si posavano sui rami e poi ripartivano, in un continuo via vai indaffarato.
Alcuni di essi facevano spola tra la quercia ed il boschetto di pini che si vedeva oltre la casa, altri andavano e venivano dal giardino, altri ancora si dirigevano oltre il muro di cinta e pochi istanti dopo rientravano nella tenuta, poco distante da dove erano usciti.
Sarah guardò l'alto muro di cinta che circondava il parco e la casa, ricoperto da un fitto rampicante. Era una muraglia alta almeno quattro metri, irta di punte di metallo per evitare che qualche malintenzionato potesse infiltrarsi in casa. La monotonia del muro era interrotta da colonne cilindriche levigate poste a distanza regolare l'una dall'altra.
Quel muro era il limite del mondo di Sarah.
Per ordine del medico e di suo marito era quello il limite massimo fino a dove poteva spingersi durante le sue passeggiate. Dopo l'incidente avuto con l'auto, un paio di mesi prima, le era stato proibito di allontanarsi ulteriormente e soprattutto di uscire dal parco perché le sue condizioni non erano ancora stabili. Sarah aveva riportato dopo l'incidente un grave trauma cranico che le aveva causato amnesia e uno stato confusionale che era durato settimane. Dicevano che era rimasta in coma per parecchi giorni ma lei non ricordava nulla dell'accaduto. Comunque John, e pure il medico, temevano una possibile ricaduta o, addirittura, una nuova amnesia. E per ciò doveva evitare di uscire e, peggio, di guidare.
Ciò non pesava molto a Sarah perché il marito non le faceva mancare nulla. Gli amici venivano a trovarla spesso e ancor più spesso le telefonavano o si incontravano via internet in un cybercafè o in qualche cybershop.
Sarah era serena. Non ricordava nulla dell'incidente e non le importava di ricordare. Eppure la vista degli uccelli che andavano e venivano oltre il muro di cinta le mise addosso una certa inquietudine. Per un attimo provò la sensazione che qualcosa di importante le era stato negato. Ripensò alle parole di Rosanna che diceva di amare la città. Anche a Sarah la città piaceva molto. Le strade piene di gente indaffarata, i negozi che esponevano ogni genere di mercanzia, i giganteschi palazzi degli uffici della City, le piazze affollate, i giardini pieni di bambini vocianti, le antiche chiese e i palazzi storici. Tutto ciò la riempiva di un fremito particolare e sentì, per un momento, il desiderio di immergersi nuovamente nella caotica vita della città. Poi si sovvenne delle premure con cui il marito la copriva, e pensò che, dopotutto, era solo questione di qualche settimana ancora. Poi, sicuramente, John l'avrebbe portata fuori a cena e quindi avrebbe accettato di lasciarla uscire, magari dapprima accompagnata da Rosanna o da Herman, fin che non si sarebbe sentito sicuro.
"Dopo tutto lo fanno per il mio bene" si disse.
Un uccellino che si era posato su un basso ramo sopra di lei si levò in volo cinguettando. Sarah lo seguì con lo sguardo finché non fu abbagliata dal sole, quasi allo zenith. Doveva essere quasi mezzogiorno, meglio tornare a casa. Voleva far trovare a John un buon pranzetto e poi farlo rilassare mezz'ora prima che tornasse in ufficio.
Ripose il quaderno di poesie dentro la cavità dell'albero e si rialzò. Ma invece di dirigersi direttamente verso casa deviò e passò per un vialetto che correva parallelamente al muro di cinta. Lo percorse lentamente, alzando ogni tanto lo sguardo verso la cima irta di punte. Finché non giunse davanti al cancello di ferro battuto che costituiva l'ingresso principale dell'intera tenuta. Diede un'occhiata fuori. Si vedeva un'ampia strada che si estendeva verso destra e verso sinistra e, di fronte, il muro della villa dei Murdock. Ogni tanto passava un'auto, da un senso o dall'altro. Sarah ebbe un altro fremito. Da quanto tempo non andavano a far visita ai Murdock?
Avrebbe voluto rivedere la villa dei suoi vicini. Era un edificio settecentesco interamente ristrutturato e rimesso a nuovo. Michael Murdock aveva raccolto oggetti antichi e quadri da collezionista. Il tutto però era stato sapientemente collocato dalla moglie Elise che aveva aggiunto, all'ottimo gusto del marito, un tocco di raffinatezza che aveva reso l'arredamento sobrio e confortevole. Quella villa, per Sarah, che amava gli oggetti classici e l'arte in genere, era un vero gioiello.
Con un sospiro la donna fece per tornare sui suoi passi quando un improvviso pensiero la bloccò. Ricordò che, a poco più di cento metri dall'ingresso del parco, c'era un piccolo chiosco che vendeva giornali e bibite. E altrettanto improvviso le venne il desiderio di bere qualcosa di gustoso. Rimase tentennante davanti al cancello. Ricordava chiaramente che il chiosco era molto vicino, avrebbe quasi potuto vederlo. Si avvicinò al cancello ma non riusciva a scorgerlo. C'era solo la strada che fiancheggiava il muro. Ma se fosse uscita avrebbe potuto raggiungerlo in pochi minuti, acquistare qualcosa da bere e magari qualche rivista e poi rientrare in casa in tutta fretta. Erano solo pochi metri. Cosa le sarebbe potuto accadere? Anche se si fosse sentita male il commesso del chiosco la conosceva e l'avrebbe ricondotta certamente a casa. E se invece avesse avuto un attacco di amnesia e avesse iniziato a girare senza meta? Rimase a pensarci su, incerta ma fortemente attratta dall'idea di varcare per un attimo quelle mura. Sapeva che si stava comportando da incosciente, ma in quel momento si sentiva molto bene e l'idea di essere, per un momento, di nuovo libera la inebriava. Si, avrebbe fatto così. Avrebbe raggiunto con una corsa il chiosco e avrebbe acquistato una bibita alle arance. Lo desiderava e non c'era motivo per non farlo. Anzi, sentì d'essersi comportata da bambina facendosi tanti problemi per una cosa così stupida.
Allungò una mano verso il chiavistello del cancello ed in quel momento sentì delle gocce d'acqua bagnarle il viso. Alzò gli occhi al cielo e si accorse, con stupore, che la giornata, fino a poco fa soleggiata, si era improvvisamente annuvolata e cominciava a piovere. Infatti da lì a poco la pioggia rinforzò notevolmente fino a trasformarsi in un vero acquazzone.
Doveva ritirarsi in fretta se non voleva inzupparsi come un pulcino. Ma esitò davanti al cancello. Sarah era sempre stata una ragazza cocciuta, forse a causa delle sue origini irlandesi ed odiava dover rinunciare a qualcosa. John le diceva sempre che aveva la testa più dura della statua di bronzo che avevano nella hall. Ed era vero: pioggia o non pioggia avrebbe comprato l'aranciata e la rivista. E, magari, una scatola di cioccolatini per suo marito.
Afferrò il chiavistello e fece per tirare quando il cielo fu squarciato da un violento fulmine che illuminò le nubi di uno spettrale bianco elettrico. Si scatenava un vero temporale, cosa piuttosto inusuale in quel periodo dell'anno. Tuttavia Sarah aveva preso una decisione e non voleva rinunciare. Era una questione di principio. Tirò con forza il chiavistello ma esso non cedette. Riprovò con entrambe le mani finché non lo sbloccò.
In quel momento Sarah vide, sotto la pioggia violenta, un uomo fissarla dall'altro lato della strada. Era basso e tarchiato, vestito di nero, con il capo coperto da un cappello a larghe falde. Teneva in bocca, lateralmente, una sigaretta e la fissava con sguardo torvo.
Un brivido di paura la percorse ed esitò. Chi era quell'uomo? E perché la fissava così intensamente e con tanto odio? Non ricordava di averlo mai visto. Poteva essere qualcuno che ce l'aveva con suo marito? John poteva essersi fatto dei nemici nel lavoro. O poteva essere un sequestratore. Sarah e John erano molto ricchi e parecchi potevano essere interessati a tale ricchezza.
Fece per richiudere il chiavistello quando ebbe uno scatto di esasperazione. Basta con queste paure! Afferrò il cancello e lo spalancò. L'uomo si mosse velocemente verso di lei. Le venne voglia di ritirarsi e sprangare il cancello invece fece un passo avanti per affrontarlo. Ma, non appena mise un piede fuori dal muro di cinta tutto iniziò a girarle intorno. Fu presa dalle vertigini e le parve di precipitare. La vista le si annebbiò ed ogni cosa divenne grigia al suo sguardo. Le sembrò di vedere come un film in bianco e nero. Indistintamente vide il viso dell'uomo nero deformarsi in modo assurdo, divenire privo di espressione, lucido come fosse fatto di plastica, poi trasformarsi in un intreccio di superfici poligonali ed infine dissolversi in minuscole particelle multicolori.
Disperatamente afferrò le sbarre del cancello ma non provò la sensazione di toccare il freddo metallo. Il cancello le parve solo un disegno tracciato con un intreccio di linee rette e circolari. Si guardò terrorizzata intorno. Cosa le stava accadendo? Non udiva più il rumore della pioggia ma solo una serie di rumori distorti. Tutto il paesaggio intorno si era trasformato in una serie di linee, come il progetto di un ingegnere tracciato sulla carta. Poi anche questo si dissolse, linea per linea fin quando non divenne tutto nero. Di un nero profondo, senza la benché minima luce.
Sono morta, pensò Sarah mentre il terrore le trascinava i pensieri come un fiume in piena. Morta!
Apparve una luce in alto. Un trattino luminoso lampeggiante. Rimase lì per un attimo poi, improvvisamente, una serie di scritte in sequenza scorse davanti ai suoi occhi.
"ERRORE DI SISTEMA"
"OVERFLOW NELLA FUNZIONE GET-NEW-LOCATION()"
"VALORE FUORI LIMITE"
"RIAVVIO SISTEMA SIMULATORE VITALE"
"ATTENDERE PREGO..."
L'ultima scritta rimase fissa per qualche istante poi Sarah si ritrovò a letto, nella sua stanza.

Era una splendida mattina.
Una di quelle mattine d'autunno che nascono nel rosso infuocato e che stingono in un azzurro terso, tra soffici nuvole simili a paffute pecorelle di cotone che pascolano qua e la nel cielo.
Le ombre della notte svanirono nella stanza quando la luce del sole irruppe dalla finestra, attraverso le tende evanescenti. Socchiudendo gli occhi Sarah intravide la figura del marito che spalancava le imposte.
Joh si voltò verso il letto e le sorrise. "Giù, dormigliona!". Senza sapere come Sarah se lo ritrovò addosso. Lui fece per dire qualcosa ma lei si liberò, si tirò a sedere e lo fissò.
"Cosa c'è?" le chiese il marito con voce dolce.
Lei esitò e rimase a fissarlo. Aveva gli occhi arrossati. Le labbra le tremavano.
"Che ti succede, Sarah? Sembri sconvolta."
"E' quello che dovrei chiederti io, John. Cosa mi succede?"
Lui la fissò; sul suo viso sfrecciò un'espressione di paura. "Che vuoi dire?"
Sarah si rannicchiò e si strinse le ginocchia al petto. Spostò lo sguardo su un punto lontano. "Ieri ho cercato di uscire in strada..."
"Ti avevo ordinato di non farlo...". La sua voce era carica d'ira. Lei si voltò di scatto e cercò i suoi occhi. Ma essi contraddicevano il tono della sua voce perché contenevano soltanto paura e dolore.
"John. Ti prego. Non mentirmi. Sai che ti leggo negli occhi e che ho studiato informatica a scuola. E' accaduta una cosa strana. Tutto si è dissolto e..."
"Lo so" la interruppe lui. "E' tutto registrato nel log file di sistema.
Sarah rimase a guardarlo e i suoi occhi divennero lucidi. Lui chinò il capo.
"Mi chiedevo quanto sarebbe durato" mormorò. "Era troppo bello per essere vero. Avevo studiato tutto nei minimi particolari. Mi avevano assicurato che sarebbe stato perfetto..."
Gli occhi di Sarah erano come un fiume ingrossato dalla pioggia, pronto a rompere gli argini. Fissava il marito non volendo quasi credere a ciò che udiva. Eppure migliaia di tasselli di un terribile puzzle stavano andando al loro posto da soli. Incominciava a comprendere la realtà, la sua realtà.
"Gli ingegneri ed i programmatori stavano completando tutto. Dovevano implementare solo il modulo Mondo Esterno. Ma non avevo il denaro necessario per farlo, subito. Sarebbe bastato un altro mese. Solo un altro mese e tutto sarebbe stato perfetto..." John piangeva. Era la prima volta che Sarah lo vedeva piangere liberamente. E questo la sconvolse forse ancor più della realtà che egli le stava rivelando.
"Spiegami tutto", mormorò lei con voce strozzata.
Lui esitò. "Amore mio", disse tirandola a se. "Non è meglio lasciare tutte le cose così come sono. Abbiamo la nostra vita. Tu sei meravigliosa ed io ti amo. Dimentica tutto e continua a vivere con me, così..."
Lei lo respinse bruscamente. "Spiegami tutto!" disse bruscamente.
Lui rimase in silenzio mentre i suoi occhi si asciugavano.
"Il giorno dell'incidente. E' iniziato tutto allora. Quando ti abbiamo tirato fuori dall'auto eri molto grave. I medici ti avevano data per spacciata" esitò, come se il ricordo rinnovasse un dolore troppo forte. "Del tuo corpo non era rimasto quasi più nulla. Neanche con i più avanzati sistemi di implantologia e bionica potevano salvarti. Io feci venire da Los Angeles il nostro amico Fred. Ti ricordi di lui? Fred è il più grande chirurgo di innesti bionici del mondo. Era la tua unica speranza. Egli effettuò tutte le connessioni cibernetiche che ti permisero di rimanere in vita e si occupo' di fornirti tutte le cure necessarie. Ho dovuto convocare i più grandi specialisti del settore. Biotecnici, programmatori, esperti di computer grafica. Un intero staff di scienziati si è occupato di te per mesi. Per tutto quel tempo ti abbiamo mantenuto in un coma artificiale per non farti accorgere di ciò che stava accadendo."
Il fiume negli occhi di Sarah era ormai in piena. Aveva inondato le sue guance rosee e grandi gocce di dolore abbandonando il suo viso sconvolto cadevano tra le lenzuola candide.
"E...che cosa stava accadendo" chiese tra le lacrime.
"Stavamo ricostruendo il tuo mondo."
Lei lo fissò. Nella sua mente l'ultimo pezzo del puzzle si incastrò e la verità emerse, dura e terribile. Ma non voleva ancora credere.
Suo marito allargò le braccia ad indicare la stanza. "Tutto questo... tutta la villa, il giardino ed il resto... sono tutte ricostruzioni al computer."
Sarah rimase a bocca aperta, quasi incapace anche di respirare. Lui le passo la mano sul viso e con il pollice le asciugò delicatamente le lacrime. "Ho ricostruito tutto nei minimi particolari. Ho dato colore al cielo, odore ai fiori, sapore ai cibi. Ho reso questa villa un paradiso e ho ridisegnato il tuo corpo come lo ricordavo, meraviglioso. Ho predisposto tutto perché tu potessi continuare la tua vita nel migliore dei modi..."
"E Rosanna, Hermann, Thomas..." chiese Sarah ancora piangendo.
"Entità virtuali simulate dal computer..."
Lei scoppiò ancora a piangere. "Oh, no, no..." mormorò. Ripensava alla dolce Rosy, al buffo Herry e al forte Tom e non poté credere che fossero solo delle riproduzioni artificiali.
"Volevo darti una vita che fosse degna di te. Volevo poter continuare a viverti accanto, baciarti, amarti. Con la realtà virtuale sono riuscito a farlo. Ma poi i fondi mi sono mancati. Avevo speso tutto quello che possedevo. Ciò nonostante il progetto non era completo. Ne ho venduto parte al governo per alcune sperimentazioni e ho costituito una società di sviluppo di ambienti virtuali. Ci commissionavano di simulare viaggi in vari luoghi del mondo e noi li programmavamo e poi io li implementavo nel tuo mondo. Riuscii a racimolare un buon capitale e così potei proseguire nel perfezionamento del tuo mondo. Mi mancava solo il modulo che permetteva di interfacciare il Mondo della Villa con i vari Mondi Esterni. Poi saresti stata libera..."
Lei rimase in silenzio per lunghi, strazianti, momenti.
"Tutti questi mesi... tutto questo tempo..." la sua voce era come l'eco lontano della voce gaia di un tempo. "Tutto questo tempo ho vissuto nel sogno di qualcun altro credendo che fosse la mia vita..."
"Ma era la tua vita. Era la nostra vita. Per me era questa la vera vita. Fuori di qui era solo un orribile incubo grigio. Il mio lavoro era solo un modo per accumulare il denaro necessario per mantenere in funzione questa vita. Tutto quello che desideravo, ogni giorno, era di poter rientrare al più presto per potermi immergere nuovamente in questo Mondo Virtuale per poterti rivedere e vivere con te tutti i meravigliosi momenti che abbiamo vissuto insieme..."
Lei ripensò al suo compleanno, alle feste, alla chiesetta nel bosco, a tutte le volte che avevano fatto l'amore tra i pini, alle volte che avevano fatto il bagno nudi in piscina, alle volte che avevano giocato a nascondino tra le siepi e i pomeriggi passati a guardare i fiori e le nuvole sdraiati sull'erba ai piedi della Vecchia Moll. Tutto un sogno. E suo marito aveva abbandonato il mondo reale e speso tutto, denaro e vita, per creare quel sogno per lei.
"Quanto devi avermi amato per fare questo per me..." mormorò.
Lui le prese il viso fra le mani. "E ancora ti amo Sarah. Ti amo più di me stesso. E voglio continuare così per tutto il tempo che mi resta da vivere..."
Lei scosse la testa tristemente. "Voglio vedere il mondo reale" disse decisa.
"Ma..."
"Lasciami vedere come sono veramente, ti prego" lo interruppe.
Lui la fissò negli occhi alla ricerca di un segno di incertezza, di qualcosa a cui appigliarsi per farle cambiare idea, ma vide solo una fredda determinazione. "Sei sempre stata una ragazza testarda".
Le lasciò il viso e in quell'istante tutto scomparve lasciando posto a un'oscurità impenetrabile.
Poi il cursore luminoso apparve in alto a sinistra ed una serie di scritte iniziarono a scorrere:
"SHUTDOWN SIMULATORE VITALE"
"ATTENDERE PREGO..."
E, dopo qualche istante:
"SIMULATORE VITALE VERSIONE 3.0 - COPYRIGHT VIRTUALSOFT - BY JOHN KIDMANN"
"DIGITARE LIFE-GO PER RIAVVIARE"
La scritta lampeggiò per qualche istante poi apparvero altre scritte:
"VISTA ESTERNA ATTIVATA"
"USO TELECAMERA NUMERO 3"
"ATTIVAZIONE..."
Apparvero le pareti verdi di una stanza, qualcosa tra la camera operatoria di un ospedale e un laboratorio elettronico. Le pareti erano piene di apparecchiature e di monitor con varie immagini della villa, del giardino e altre zone della tenuta. Volle guardarsi intorno e udì il rumore di un motorino che si attivava mentre la visuale si spostava nella direzione che lei aveva desiderato. Vide Dei tavoli con dei terminali sui quali scorrevano parecchie scritte. Poi vide suo marito.
Era sdraiato su una poltroncina simile a quella dei dentisti. Indossava un casco che gli copriva la parte superiore della testa dal quale si dipartivano decine di cavi elettrici. Era più vecchio di come avrebbe dovuto essere. Parecchie rughe si dipartivano dagli occhi chiusi e aveva i capelli grigi.. Il dolore e la tensione lo avevano invecchiato precocemente. Sarah ricordò l'uomo che aveva amato all'interno del Mondo Virtuale ed ebbe voglia di piangere. Ma nessuna lacrima le uscì dagli occhi. Guardò alla sua sinistra e vide una sfera trasparente illuminata. La sfera era appoggiata su un piedistallo e da essa si dipartivano numerose terminazioni elettriche, collegate a tre computer. Altre apparecchiature misteriose circondavano la sfera. Dentro di essa c'era un liquido semitrasparente e. immerso in quel liquido, un cervello.
Con orrore Sarah comprese che quella era lei.
O meglio ciò che restava di lei.
Volle urlare ma non sentì alcuna voce uscire dalle sue stesse labbra: ella non aveva labbra. Fu investita da un terrore indominabile e le sembrò di impazzire, poi tutto si dissolse e si ritrovò seduta sul letto, tra le braccia di John.
"Calmati, amore mio, calmati. E' tutto finito, tutto finito" le disse lui con voce profonda.
Urlò, potendo finalmente farlo. Lui la strinse a se cercando di tranquillizzarla. Ci vollero lunghi minuti prima che lei smettesse di tremare, poi, quando sembrava essersi addormentata, lui la baciò in fronte.
"E' tutto finito, tutto finito" mormorò.
Lei schiuse gli occhi; l'immensa tristezza che lui lesse in quegli occhi gli fermò il cuore.
"Si" mormorò lei. "E' tutto finito."
John fece per dire qualcosa ma lei lo trattenne ponendogli un dito sulle labbra. "Ti amo, John. Sei l'uomo più meraviglioso del mondo. E proprio perché ti amo non posso permettere che sprechi la tua vita sdraiato in una poltrona a sognare di amare una donna che non esiste più."
Rimase in silenzio. John avrebbe voluto dirle qualcosa ma le lacrime che scendevano copiose sul suo viso affogarono ogni sua parola.
"Addio John, amore mio" disse lei e chiuse gli occhi.
Lui urlò.
"SPEGNIMENTO SISTEMA DI SOSTENTAMENTO VITALE"
"ATTENZIONE, IL SUPPORTO VITALE STA PER ESSERE TERMINATO"
"AVETE 5 SECONDI PER RIATTIVARLO"
"4... 3... 2... 1..."
"Addio amore mio"
"SUPPORTO VITALE TERMINATO"



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