LO SMASH

Eduardo Caianiello

Quell'estate me ne fuggii a Berlino.

Io scappo spesso. Per lo più evito di limitarmi alle fughe metaforiche: mantenendomi fedele al senso letterale del gesto, faccio i bagagli e parto.

Da piccolo pure, lo facevo. Però allora mi riacciuffavano subito perchè ai bambini non sono concesse le metafore e allora se ti allontani subito ti riacchiappano come se stessi scappando. In verità io mi facevo distrarre dalla gente: alla stazione, al supermercato, a piazza Navona a natale...e zack!, mio padre si rifaceva vivo quasi subito conducendomi per l'orecchio di turno al punto di partenza.

Invece poi sono diventato grande, e allora non è che mi facessi distrarre da nessuno: è che proprio ho cominciato a darmela a gambe. A Parigi, a Londra, una volta pure al Nord, lassù lassù dove fa sempre freddo, e ancora, dove fa sempre caldo. Poi torno che va meglio, a volte.

Così quella fu la volta di Berlino.

L'ironia fu che mio padre mi riempì di soldi, invece di tirarmi per un orecchio.

Era stato così contento e fiero di vedermi tenere una lezione in tedesco a quelli del mio corso (lui, mia madre e la nonna quel giorno erano venuti a godermisi e se ne stavano lì, nei tre posti più esterni e più in fondo, ad ascoltare senza capire un Referat sulla libertà in Platone che io esponevo ostacolato dall' emozione, che mi privava della saliva necessaria per arrotare le erre), che dopo l'esame aveva risposto con una esagerazione alla mia richiesta di fondi per una vacanza berlinese.

Lasciavo a Roma una relazione andata. Era tutto finito, da un pezzo. La nostra storia era un cadavere che noi continuavamo a far muovere come un fantoccio, senza chiederci a che scopo e senza nemmeno sospettare di che natura fossero le forze che ancora ci tenevano insieme.

Neanche me la ricordo, la mia ragazza in quel periodo, talmente era ormai assente dall' orizzonte delle cose che per me esistevano. Non mi ricordo se e come ci salutammo, non ho neanche una vaga idea di cosa facesse allora; studiava, ma lo dico per deduzione, perchè al mio ritorno si è laureata.

A me mancavano gli ultimi esami. Mi stavo per laureare in filosofia: una tesi platonica per il mio rigore cristallino che tanto entusiasmava i miei professori.

Insomma, un giorno di metà luglio presi il mio treno per Monaco, per poi proseguire, dopo qualche ora di attesa, verso Berlino.

Il mio soggiorno in quella città, durato più o meno un mese e mezzo (ritornai a Roma, irritato da tutta quella tedescheria, a fine agosto), ha visto l'apoteosi della mia capacità di sedurre e di sedurmi: fu uno scatenamento non regolato, e non tematizzato in ciò che poteva significare, della mia imperiosa necessità di ricevere a dosi massicce l' approvazione mia ed altrui, dove questo "altrui" indica in sostanza il mondo femminile, che durante quell'estate seppe offrire alla mia attitudine seduttiva una disponibilità ed un consenso così immediato ed unanime da rendermi incapace di distinguere, in quel complessivo venir amato, l' amore che a me proveniva dall' esterno da quello che invece producevo in proprio. Confusione che di fatto mi mantenne in una disposizione a metà tra il masturbatorio-immaginifico, ed un autentico rapporto con la realtà delle ragazze che mi trovavo a frequentare e sedurre. Del resto è facile immaginare come, se da un lato il mio narcisismo si nutriva dell' approvazione entusiasta che quelle donne mi riservavano, dall'altro questa si rivolgeva proprio a quei comportamenti che nascevano in larga misura da quanto mi piacevo. E' il banale circolo del pavoneggiarsi: seduzione diretta ad un tempo verso di sè e verso la femmina da conquistare.

Arrivai a Kreuzberg di mattina presto.

Chi conosce Berlino sa che quello è un quartiere che quando ancora c'era il muro si trovava più ad est dei quartieri di Berlino est che partono dalla porta di Brandeburgo seguendo la retta di Unter den Linden, perchè il muro faceva una esse, cosicchè non solo Berlino ovest già di per sè era città occidentale oltre cortina, ma al suo interno si ripeteva, con Kreuzberg, la stessa situazione: un quartiere-enclave in una città-enclave. E forse è questo che ha reso quella zona il quartiere alternativo della città: i locali più particolari e le persone più evidentemente fuori degli schemi.

Mi insediai entusiasta nel mio appartamento: un intero appartamento solo per me. Bellissimo, particolare, alternativo: berlinese, di Kreuzberg.

"Es stinkt". C'era puzza di roba di gatto, che rappresentava la mia unica incombenza non ordinariamente compresa nei contratti d'affitto. Poi dovevo pure badare alle piante, ma la loro presenza compensava la seccatura: la casa ne risultava abbellita e rinfrescata.

Il letto nella camera da letto era enorme, e come è ovvio io mi feci un punto d'onore (me lo riproposi nel momento stesso in cui entrai in quella camera, il cui unico senso mi sembrava risiedere nel suo potersi trasformare in alcova) di accogliervi la mia prima conquista in tempo di record.

La mia bicicletta, che mi doveva raggiungere da un giorno all'altro (Berlino è interamente coperta da una ciclabile), ancora non era arrivata.

Così, cominciai a girare per la città a piedi, da solo. Finchè, dopo due giorni di itinerari solitari, decisi che ne avevo abbastanza e mi proposi di sfruttare a pieno la mia proverbiale attitudine alla socializzazione.

Cioè tirai fuori la mia faccia tosta.

Sono un estroverso, anzi, sono spudoratamente estroverso: offro il mio mondo privato con la stessa perentorietà e disinvoltura con cui spingo gli altri a comunicarmi il loro, per lo più riuscendovi. E questa mia incontenibile capacità espressiva e di comunicazione, a Berlino trovò una manifestazione tanto potente e seduttiva, quanto inconsapevole dei propri moventi, e soprattutto dei propri stessi contenuti. Perchè se in quella vacanza io fui protagonista del sogno di qualsiasi dongiovanni, nel senso che ottenni i favori di ogni donna che cercai di conquistare (permettendomi anche il lusso di scartare quelle che non mi ispiravano, pur offrendomisi esse stesse a volte in maniera esplicita ), restavo io stesso attonito di fronte ad un tale eccesso di successo, e fui spinto, dalla sistematicità delle mie seduzioni, a credere che a quelle donne interessassero proprio le cose che dicevo, e che facevo con più contezza, non sospettando minimamente l'ovvio: che i nostri dialoghi avvenivano altrove e che io non stavo affatto comunicando quello che ero convinto di comunicare. Non che ora sappia tutto. Però quell'equivoco lo conosco, e sorrido (un po' a denti stretti) pensando a quello che Carole effettivamente ascoltò per ore mentre la mia ottusa coscienza di superficie pensava che fosse proprio il tema della Aufhebung hegeliana, intesa come valida proposta di traduzione filosofica del tema cristiano del perdono, ad attrarla talmente tanto da condurla fino alle mie labbra, disposte ad interrompere la loro logorrea solo se azzittite da quelle di lei (e così accadde, accadde veramente... e quella sera, quando accadde, sembrò quasi, per un momento, che il suo piccolo seno,ed il suo francese sussurrato, fossero la riprova e la conferma di tutti i miei teoremi seduttivi: con la Phänomenologie des Geistes si rimorchia.).

Ma andiamo per gradi.

Data l'urgenza di socializzazione in cui mi trovavo, non mi risultò difficile accodarmi ad una coppia di ragazzi, una italiana ed un tedesco, in cui mi imbattei sulla metro nel momento in cui lei, salernitana, cercava di esporre al berlinese una ricetta di cucina, mentre quegli la guardava sorridendo in un modo tra l'ebete ed il divertito.

Li intercettai spiegandogli la mia situazione, e così fui portato ad un barbecue in un lussuoso giardino di Neuköln.

La festa era di studenti francesi e tedeschi, situazione che calzava a pennello alla mia conoscenza di entrambe le lingue. Con quel gruppo avrei passato il mio tempo per i venti giorni seguenti, ed in quel gruppo avrei conosciuto Carole, ventenne bretone magra come una francese, e priva del ritegno sufficiente a farle contenere un sex appeal tanto impalpabile quanto dirompente.

Come è ovvio, la notai immediatamente.

Possedeva la rara capacità di risultare sexy anche dentro quel maglionaccio slabbrato marrone scuro, dolce vita sotto un chiodo sdrucito. Ma certe presenze non si riesce ad azzittirle sotto un errore di taglia o di abbinamento, così come a lei non riuscì certo di nascondere al mio olfatto di maschio in caccia il rapporto privilegiato che la univa, impercettibile ai cinque sensi ordinari di chi ci circondava, ad un brillante berlinese very smart, del quale, chissà perchè, non mi ricordo il nome.

Freud avrebbe ascritto Carole al novero di quelle donne-felino "importantissime per la vita amorosa del genere umano", che si conducono in una attitudine narcisistica che riesce ad attrarre gli uomini con una forza che si nutrirebbe (stando al viennese) della di loro completa estroversione libidica, e che li porterebbe ad appoggiarsi, invidiandolo, a quell'universo chiuso che essi intravedono dietro l'inaccessibilità dell'amata, cercandovi in sostanza, con l'accettarne i meccanismi, di condividerne il potenziale pacificatorio.

Invero, così non fu nel nostro caso. Quello tra me e Carole fu piuttosto un summit, un incontro al vertice di due perfetti narcisi, nel quale l'uno assunse l'altro come uno specchio della propria capacità seduttiva. Meccanismo elementare e comune, in effetti, che però può forse essere ulteriormente messo in chiaro se si aggiunge che la capacità di riflessione della altrui immagine che entrambi possiedevamo non era certo attitudine passiva, scaturente da una ammirazione monovalente della sua bellezza. No: in un gioco di reciproci rimandi logicamente inesauribile, la nostra disposizione a mutuamente ridarci una immagine blanditoria si nutriva, come di potenza attiva, del nostro stesso vanesio amore per noi stessi: io cominciai ad amare Carole perchè vidi nei suoi occhi il mio bel riflesso, dal quale trassi gli spunti e l' ispirazione per disegnare, col talento della mia vanità, il suo lusingatorio ritratto, in un circolo di talenti e moventi che si teneva in vita nel suo intrecciarsi e rispecchiarsi con uno schema che in lei aveva una identica struttura.

La amavo perchè amandola mi amavo nel sentire che mi amava per amare se stessa.

Così come lei mi amava perchè amandomi si amava nel sentire che la amavo per amare me stesso.

Ed in effetti in conclusione si trattava di una faccenda di tonalità, non restituibile nella logica di questi intrecci: ci attraevamo così tanto perchè entrambi sentivamo nelle atmosfere che nascevano nei nostri incontri la massima espressione e la più incondizionata legittimazione del comune inconfessato movente: il più frivolo, eccitante e gratificatorio amore per noi stessi.

La nostra comunione nelle motivazioni più profonde trovava inoltre una concreta visibiltà anche nelle rispettive vicende sentimentali e sociali: entrambi avevamo chi ci aspettava, a Rennes e a Roma; entrambi eravamo disponibilissimi a tradire quelle attese così mal riposte; entrambi eravamo il principale polo di attrazione sessuale per le persone che frequentavamo; ed entrambi, infine, distribuimmo in un susseguirsi ingovernabile di segnali tanto impercettibili quanto perentori e meraviglisamente eccitanti, la nostra reciproca e più sentita dichiarazione d'amore: Je m'aime... Ich auch...

Non ho in questo senso un ricordo più divertente. E tra la totalità dei miei ricordi, questo di quel corteggiamento sa offrirmi una dimensione di leggerezza così rinfrescante e tonificante, che dopo averlo conservato per anni dentro di me, ora mi entusiasma l'idea di offrirne i sapori che in modo più intimo si sono impressi nella mia anima, a chi è dei miei stessi gusti.

Con Carole si parlava francese e tedesco, un po' e un po'.

Trovo che una francese che parli male l'italiano sia qualcosa di straordinario (vox populi), ma anche il modo che Carole aveva di neutralizzare la lingua tedesca non era niente male; il "ch" di ich si trasformava così tranquillamente nel "ch" di chiffon che appariva chiaro che la ragazza non si preoccupava in alcun modo di una corretta pronuncia. Del resto, non sembrava in alcun modo preoccuparsi di nulla: non dava nessun segno di insicurezze, o nevrosi, o complessi di alcun tipo. Se ne navigava tra le persone di quella compagnia con un così scontato, e garantito, e permanente senso di sicurezza che risultava molto difficile poterlo scorgere con distinzione, visto che costituiva piuttosto l'orizzonte, entro cui le sue azioni si svolgevano, che non qualcosa di ad esse equiparabile.

Si andava a mangiare a mensa. Io arrivavo in bicicletta, e mi univo a chi già era lì. Ero stato accettato con molta cordialità, tanto che fin dall' inizio venni invitato alle diverse gite e visite e feste che venivano organizzate.

Si mangiava, si scherzava.

Io giravo con un quaderno, che posseggo tuttora: è preziosissimo, zeppo com'è di famiglie sinonimiche, interminabili collezioni di espressioni idiomatiche, gruppi di verbi uniti secondo ogni tipo di criterio ecc. Così parlavo e segnavo, e poi andavo a studiare. Passavo ore ed ore alla Stadtbibliothek ingurgitando verbi sopra verbi, e parole e prefissi (tutti i possibili usi di "durch", come prefisso verbale trennbar ed untrennbar, e come preposizione, con annesse eccezioni ed elenchi di verbi esemplificatori).

Dunque anche a mensa, mangiavo ed appuntavo. "Wie heisst es?...": brocca, vassoio, masticare boccone ingoiare senape...tutto, chiedevo tutto... io dovevo possedere la lingua, farla mia, sottoporla e sottometterla al mio invincibile potere di applicazione e concentrazione. La mia energia travalicava le mie capacità di dominarla e comprenderla: fino ad allora mi aveva portato tanti trenta e lode, tanta stima ammirata per le mie argomentazioni-ruspa...ora si stava soffermando sulle Praedicataergaenzungen e i prefissi separabili: perfetto, era un altro passo in avanti.

Così venne il momento in cui per la prima volta incontrai i suoi occhi dietro i suoi occhi. Mangiavamo allo stesso tavolo. Lei col suo solito maglione, il collo alto sfiorato dai capelli a caschetto, e quel suo modo di dissolvere in uno chiffon le asprezze della lingua.

Ci guardavamo. Non che ci fissassimo; comunque ci spiavamo.

Che anch'io la scrutassi non visto, come lei nascosto dietro il mio sguardo, me ne accorgo ora che vi ritorno col pensiero, che nel distacco del ricordo mi consente osservare entrambi i protagonisti di quella scena da una egual distanza, senza privilegiarne uno a scapito dell'altro.

Ma che da parte sua lei mi offrisse nei suoi occhi la sensualità dei chiaro scuri di una calza velata, di questo mi accorsi immediatamente (come è comprensibile, da una tale tempestività dipendendo la sopravvivenza della specie). Secondo la consueta subliminalità del comunicare quotidiano infatti, Carole continuava durante quel pranzo a negarmi nella banalità dei suoi modi ufficiali quello che in modo altrettanto manifesto (ma secondo altri codici di lettura) mi consentiva di vedere: e cioè che lei se ne stava lì, dietro se stessa appunto, ad osservare il nuovo venuto chiedendosi senza scomporsi che genere di maschio fosse, e se l'intuizione che ne stava avendo (ovvero che fosse in qualche senso speciale e dunque degno della sua attenzione), potesse rispondere a verità. Interrogatività che io coglievo ad esempio in quelle pause impercettibili che tipicamente contengono l'invito ad essere riempite con una qualche apprezzabile performance.

Così si mangiava, si parlava, ci si guardava, ci si spiava; e ancora, nei toni con cui si commentava la qualità dell'hamburger, ci si comunicava quel che si era visto nello spiarsi, con ciò reciprocamente indicandosi gli obiettivi per ulteriori spionistiche incursioni, che a loro volta influivano su respiri, movimenti ed argomenti, in un sistema di rimandi e retroazioni così sofisticato, delicato e divertente, che mi rapì completamente, nelle seguenti settimane.

Mentre dunque il Velo di Maya restava sapientemente calato, e l'Essere mi si offriva solo in un nascondimento, e l'Orizzonte Trascendentale di una relazione amorosa al primo vagito si illuminava del sole estivo di un dopopranzo berlinese, mentre tutto ciò dava a se stesso l'occasione subito abilmente sfruttata di accadere, noi finimmo il nostro pasto, ci alzammo, e ci salutammo, per aggiornarci al prossimo indeterminato incontro.

La Stadtbibliothek si trova di fronte alla Galleria di Arte Moderna. Me lo dovettero far notare: io per me avrei continuato a ripetere i miei verbi passeggiando scalzo sulla moquette di quelle sale, mormorando i miei salmi lessicali come un prete il suo breviario, senza neanche sospettare che dall'altra parte della strada veniva offerto tutto quel bendiddio pittorico.

Saputolo, andai a ripetere i miei verbi tra quei quadri. Ore intere di catene sinonimiche tra Picasso, Munch, Cezanne. Avrei continuato a coniugare anche nel Giorno del Giudizio. In verità un libro per rendere i miei esercizi più gradevoli e concreti me lo ero comprato: Gott als Geheimniss der Welt, (Dio mistero del mondo): seicento pagine di Teologia del Crocifisso, che però io non mi curai di aprire per seguire una elementare istanza metodologica: prima la teoria poi la pratica, prima il dovere, poi il piacere.

Vero è che le mie indagini di vocabolario servirono indirettamente anche ad aprirmi un altro fronte di di socializzazione. Mi servivo infatti di uno dei due volumi di un dizionario bilingue presente nella biblioteca, sì che mi venne in mente che l'altro tomo doveva venire usato da un tedesco, o, meglio, da una tedesca. Mi sedetti dunque a studiare accanto alla sezione dei Wörterbucher, gettando di continuo sguardi nel punto in cui lei prima o poi sarebbe comparsa.

Mareike si avvicinò biondissima allo scaffale che ormai da ore tenevo sotto controllo, ignara dell' esame a cui la stavo sottoponendo a pochi metri di distanza. Tedesca di Hamburg, rossetto di fuoco, mi offrì un viso perplesso, quando la avvicinai preceduto dal mio inappuntabile pretesto: "Immagino che possa interessarti conoscere un italiano...".

Prendemmo un tè insieme e fui così introdotto in un gruppo di studentesse (delle quali però nessuna destava il mio interesse in modo particolare).

Con loro bevvi innumerevoli becher di caffè, in innumerevoli mezze ore di inutili conversazioni. Ce ne stavamo di solito ai tavoli sotto il finestrone, dal quale Mareike contemplava con struggimento, nei giorni cupi, le sue brume amburghesi, mentre io mi deprimevo, costretto a tollerare là fuori il grigiore informe ed omogeneo di quella pioggerellina ignava: là dentro aggravato dai peli ostinati di tante ragazze sedute ai tavoli attigui.

Erano i pomeriggi in cui più rimpiangevo un cuore di panna sotto il sole rovente di un club mediterranée.

Con Carole ci si teneva d'occhio. Non che ci lanciassimo sguardi d'ammicco o vaghi segnali d'intesa. Piuttosto, col passar del tempo avvenne che ci sollevassimo impercettibilmente di qualche centimetro sopra le teste di chi ci circondava. La mia condizione di "esterno" mi forniva una individualità naturalmente più spiccata di quella degli altri appartenenti al gruppo, mentre lei possedeva una energia di carattere e di sensualità che nessuna delle altre ragazze neanche lontanamente condivideva. Così, si instaurò tra noi uno scambio che si nutriva essenzialmente di questa comune e consapevole appartenenza ad una dimensione separata. In più, lei percepiva distintamente l'attrazione di cui io ero generalmente oggetto nelle ragazze che frequentavo, così come a me risultava evidente quella che allo stesso modo lei provocava negli uomini che non finivano di girarle intorno. Entrambi privilegiati oggetti di desiderio per chi ci circondava, trovavamo proprio in ciò un ulteriore motivo per attrarci, aggiungendosi alla naturale desiderabilità del frutto più prelibato anche il suo essere ambito da tutti gli acquirenti.

Si procedeva insomma, osservandosi silenziosamente a distanza, isolati a coppia in un campo di forze generato, oltre che dalla reciproca attrazione, dall'altrui desiderio, e dalla comune voluttà di esserne gli oggetti prescelti.

Arrivò infine il momento in cui quella invisibile intesa assunse la concretezza di un appuntamento per noi soli. Da me una sera avvicinata, al tavolo di un locale all' aperto, fu lei a propormi di staccarci dal gruppo, il giorno dopo, per andare insieme a visitare non so quale museo che, come era prevedibile, mai vide la nostra presenza.

Si trattava di fatto di una duplice dichiarazione di preferenza. Da una lato infatti la francese mi anteponeva esplicitamente al resto della persone; dall'altro proponeva nell'implicito una alleanza proprio a me, che di quell'accolita non facevo istituzionalmente parte. Si creava così in quell'accordo un microgruppo, un asse Roma-Rennes con una autonomia ed un senso più radicale di un semplice distacco occasionale.

Ovviamente accettai, e mentre prendevamo accordi per il pomeriggio seguente (sarei andato a prenderla in bicicletta), sentivamo l'uno nel ventre dell'altra che ufficialmente si cominciava a giocare, e che sarebbe stata la partita tra le due prime teste di serie...

L' indomani c'era sole e sereno

Arrivai da lei verso le due. Carole scese e venne divertita verso di me. Osservai per la prima volta il suo passo insieme aggraziato e paperesco, tipico di chi danza (non le chiesi mai se così fosse in effetti). La guardavo divertito, anch'io come lei. Un po' sbilenco, un piede per terra e l'altro sul pedale, le sorridevo ostentando sicurezza, e perchè il momento, lo sapevo, non era ripetibile.

"Berlino" è una parola che dentro di me si riassume in uno stato d'animo ed in una manciata di momenti. Uno di questi è stata quella pedalata verso un museo mai visitato.

Spalle fragili e scoperte, Carole portava una camicetta bianca senza maniche. Sedeva in bilico sulla canna mentre percorrevamo lentamente una ciclabile ombreggiata dagli alberi che la costeggiavano. Si era su una amplissima curva deserta di persone. La brezza era tiepida. On bavardait de rien...

Davanti al museo v'era un ampio cortile a ghiaia, soleggiatissimo. Le due e mezza: la controra berlinese, estiva e vuota non meno degli agosti nostrani.

Proposi a Carole un caffè, così ci accomodammo sotto l'ombrellone di un bar dirimpetto all'edificio. Restammo lì fino alle otto. Sei ore, circa. Sei ore a cinguettare, in un variato arruffìo di piumaggi multicolori.

(Del resto, ero allenatissimo: anni passati nella mia facoltà: chiassosa voliera più che sobrio tempio del sapere, ove è dato godere di trilli fischi e gorgheggi che sfiatano via da gonfi petti piumosi, per viaggiare su costrutti bizzarri ed irriflessi, fatti d'Essere e Nulla, Forme e Materie, Estasi ed Ipostasi. Dove, ansioso, ognuno offre il suo canto. A che? E' ansia di sapere? O d'aver ragione? O forse di meglio fischiare? Perchè hai scelto proprio il trillo filosofico? Cosa mi vuoi dire, o cosa invece mi vuoi fare, tu che mi blocchi ad ogni argomentare? E tu invece, che incantato t'affascini rapito, cosa, nei miei logoi, hai percepito?)

Fischiai dunque, e mi arruffai per sei ore-baleno, sul trespolo delle mie elucubrazioni. Sì che seppi offrire in quella profusione instancabile di trillanti dimostrazioni (dalla Aporeticità del Molteplice alla Liceità del Tradimento Coniugale) una tale immagine di energia virile da riuscire infine a convincere veramente Carole che, sì, ero proprio quel maschio speciale che lei aveva intuito nei giorni precedenti. Il Nulla Assoluto infatti, che nella sua Assoluta Impensabilità mi aveva paralizzato in ore e giorni e mesi di platoniche esegesi, avrebbe subìto la mia implacabile vendetta di lì a poco, quando, grazie anche a Lui, le cosce di Carole avrebbero accolto me, da me a loro volta accolte, sulla ruvida moquette del mio appartamento di Kreuzberg, Berlino.

Insensibilmente, col passare dei giorni, Roma sbiadiva.

Berlino, e l'assenza in essa di qualsiasi occasione che potesse richiamarmi al contesto ed alla vita da cui ero fuggito, agivano in profondità, seguendo vie che non vedevo nè sentivo.

Quell'assenza mi liberava dai legacci che fino a prima di partire mi stringevano fin quasi a soffocarmi alle abitudini di sempre: la routine di una coppia senza senso, la vita di famiglia, i ritmi di Roma.

La nuova città dal canto suo offriva un contesto ed un quadro di riferimento a forze nuove che venivano liberandosi. Si andava così realizzando una forma di repentino ri-radicamento che mi rese in pochissimo tempo estraneo alle persone ed alla città da cui provenivo (cosa che sperimentai nel trauma del ritorno).

Così la vacanza trascorreva, dispiegandosi fuori del mio tempo, in un presente radioso che non chiedeva nulla, nè al passato, appena dietro l'angolo, nè ad un futuro, che si perdeva chissà dove, non riuscendo a divenire per la mia mente nulla di concreto e rappresentabile.

Nelle giornate che passavo con me stesso, le strade di Berlino, ampie e solari, si offrivano alle mie pedalate come senza attrito. Planavo su quella estate con ali tranquille, osservando il mondo che scorreva sotto di me, e sentendo dentro me stesso, pur senza piena consapevolezza, il senso grande e vivo della mia libertà, e della mia ariosa e appagante solitudine. Non ero di nessuno, volavo nel mio cielo giocando nelle volute dei miei corteggiamenti, solo per offrire correnti e spinte sempre più forti e sempre più potenti, alle mie evoluzioni.

Così, mentre nel silenzio di quelle altezze picchiavo, cabravo e viravo e planavo secondo i miei arbtrii e i miei umori, l' eccitazione della sfida tra me e Carole si avviava in entrambi a raggiungere il suo climax.

Ci vedevamo più spesso. Di fronte al di lei esplicito diniego avevo risposto senza scompormi che, ahimè, era stata solo questione di tempi, che il bel tedesco mi aveva preceduto solo per un accidente del destino...

Dovevo infatti ora scavalcare sia lui che il bretone: era più che evidente che il mestiere della francesina sarebbe stato quello di dire di no fino in fondo, fino all'ultimo minuto, fino all'ultimo sospiro. La partita voleva solo un vincitore: niente alleanze nè teneri cammini a mani intrecciate verso il primo bacio di suggello. Si trattava di univoca ed unilaterale opera di seduzione, di un maschio su una femmina che doveva obbedire ai dettami della specie, col selezionare l'esemplare più tenace e capace.

Il tedesco restò un po' attonito a guardare, quando lei cominciò a negarglisi con una definitività che è tipicamente femminile, e che tante volte sa far perdere l'equilibrio ai maschi che non sanno rassegnarvisi.

Le offrivo sicurezze.

La certezza è criterio di verità? Eserciti di epistemologi hanno versato fiumi di inchiostro per riempire intere biblioteche, alla ricerca di una risposta. Io, per me, dirò che così fu, con la mia francese.

Per colpire chiunque, basta in genere offrirgli un asserto obiettivamente inconclusivo col tono della più concludente certezza. L'effetto di disorientamento non deporrà ad ulteriore sfavore di quella inconclusività; al contrario, in quel contrasto la patente infondatezza di quella frase di contrabbando fornirà autorità a chi l'ha pronunciata con così tanta sicumera, dal momento che è proprio il richiamo all'autorità l'unico mezzo che possediamo per non concludere (mai ci permetteremmo...) che di fronte a noi abbiamo un emerito imbecille. E' una situazione questa che ovviamente non può verificarsi in vacuo. Salvo che non si sia compiutamente vittime di un pervasivo complesso di inferiorità, necessiteremo di messaggi di autorevolezza esterni alla singola truffaldina situazione: tal de' tali è un professore, tal de' tali parla bene (oh...come parla bene!...), tal de' tali (così credo che a sè dicesse la mia preda d'allora), compensa la trascurabile logica fragilità di ciò che mi propina con una tale dose di solida virilità che saprebbe certo sostenermi in qualsiasi naufragio argomentativo.

Condizione d'agio estremo: potevo dire quello che volevo. L'unico rischio che però correvo era in effetti che una volta affidata la mia interiore affidabilità alla rocciosità ideale non della mia logica ma dei miei attributi, quando quest'ultima fosse stata posta in dubbio anche il mio spirito avrebbe dovuto tacere.

Così, mimando come si suole i nostri futuri coiti letterali nella simbolicità di quelli presenti e letterari, io e Carole si scorrazzava per Berlino, lei in canna ed io a pedalare a gambe larghe, piuttosto instabili su quelle ciclabili, ma ben piantati nelle rispettive certezze ormonali.

Venne così infine il Momento.

Mi risolsi ad invitarla un giorno, per la sera dell' indomani: una spaghettata que toi et moi.

Il senso dell' offerta era di ovvia chiarezza. Lei mi rispose che mi avrebbe chiamato, per il si o il no, dopo ventiquattro ore.

In breve, alle sei del giorno dopo, fu oui.

Wie immer, la andai a prendere, ma stavolta ad una fermata della metro.

Non arrivò da dove m'aspettavo, nè lei vide, mentre arrivava, che io ero già lì.

Duplice ignoranza che fece sì che da parte mia io la vidi per un momento con occhi d'altri, mentre lei non per me ma per altri si muoveva. Avanzava sul marciapiede affollato con i suoi soliti papereschi passi di danza.

Nel complesso, un po' dark. Nero il chiodo aperto sul davanti, su un body scuro e scollato, e neri i pantaloni a staffa, che finivano tesi dentro le ballerine scure. Neri, infine, gli occhiali da sole.

Col suo modo consueto di non guardarsi attorno, perchè il mondo le era garantito, veniva verso di me senza vedermi, mentre io, che ora la osservavo, mi arrestavo in un incanto.

Guadagnato l'usuale nostro assetto di marcia, ci muovemmo verso casa mia, per giocarci agguerriti, la finale.

Sebbene astemio, avevo comperato due rossi focosi, per accompagnare il piccante dell' amatriciana, nell' impareggiabile originalità di tutta l'organizzazione.

Cucinavo con lei accanto, che si godeva la mia parainnanza così meravigliosamente italiana. Ribollivano gli spaghetti, svaporando in quel cucinotto nordico, dove il Maschio e la Femmina godevano nell'intimo dell' anima di specie (il loro ventre) quell' inarrestabile venir trasportati da giochi, schemi, rituali e canovacci, tanto più divertenti ed inebbrianti in quanto nati, nella loro stessa universalità ed apparente scontatezza, dalle viscere imperiose della loro animalità.

A tavola, le mescevo il rosso ad ogni rischio di fondo vuoto, ma certo non per ubriacarla, quanto per riprodurre con la massima fedeltà le premurose cure d'etichetta che distinguono l'uomo di mondo dal ragazzetto vacanziero. Lei ci credeva, mi credeva, sì che inebbriandomi io del vino che lei beveva la portavo, in quel giro di valzer senza respiro, alla definitiva ammissione di resa:"je crois que tu as trop d'experience...".

Anch'io bevetti, tuttavia: turandomi il naso dalla parte faringea trangugiai quella disgustosa bevanda, non certo per fornirmi un ulteriore (ed ormai non più richiesto) attestato di mondanità, bensì per inebriarmi, io si, quel tanto che mi bastasse per entrare con disinvoltura nelle finale fase di quella fase finale.

La tensione erotica viaggia su segnali non percettibili come tali, sì da poter essere sentita solo come un tertium, una atmosfera non riconducibile a coloro che vi stanno immersi. Non saprei quindi dire cosa e come avvenne, che io e Carole si cominciò (sì come suole) ad amoreggiare ancor prima di toccarci.

Finimmo così uno di fronte all'altra, ma senza il tavolo di mezzo...ognuno sulla sua sedia, mentre sguardi e parole e toni, e scariche d'ormoni, rimescolavano gli umori nostri in uno spazio d'anima e corpi fusi che in quel poco più d'un metro che ancor ci separava in materiale iato, altro non sentivamo che fenomenica parvenza.

"C'est inutile, je ne peux pas, je ne VEUX pas".

La perentorietà con cui Carole continuava a negarmisi nulla aveva del dapontesco "Vorrei e non vorrei...". Se il suo cuore fremeva, certo non tremava, determinato come era a costringere il suo seduttore a possederla fino all' ultimo no. Il mio doveva essere puro e vero e mascolino atto di potenza virile: se mi avesse offerto un cuore tremante di cerbiatta, già prima della cattura arreso, il gusto di godere della mia forza nel successivo amplesso si sarebbe diluito in un consenso ottenuto con la tenerezza della persuasione.

Così mi fissava. "C'est inutile...je pourrais bien faire comme ça...", e, ciò detto, si curvò verso di me in una carezza a due mani che, partendo dal mio viso, arrivò, dopo aver percorso intero il mio corpo, fino alle mie gambe. "...mais je ne le fais pas...". Fissa nei miei occhi, con i suoi occhi scuri, si ritrasse di nuovo al suo schienale.

Finimmo per terra.

Avevo tratto a me con veemenza la sua sedia, avevo afferrato quella pazzesca ventenne per la nuca, era seguito un avvinghiarsi violento, intrespoliti lei sulle mie gambe, io sulle sue. In un momento di pausa affannata lei aveva sospirato nel mio orecchio bagnato di saliva che "ce n'est que de l'attraction physique...". L'Apoteosi. La Mia Apoteosi. Il sogno autentico ed agognato di ogni vero spirito grande: che corpo ed anima cessino le loro trite ostilità e facciano un tutt'uno. Quel sogno fu nella mia risposta, offertale in un sussurro perentorio: "...t' es passé par ma tête...".

Per terra, dove cascammo in un tonfo non percepito, rotolammo l'uno nell'altra confusi...tentai di spogliarla della maglietta...ma era un body, e fui costretto dunque a dirigermi sotto la cintola ..."non..." Avanzavo senza curarmi dei suoi rifiuti, offertimi nel tono conosciuto della femmina che gode che il maschio non ne tenga conto... "Non.. non...non...".

Ormai avevo esplorato tutto il suo corpo, toccandone tutti i tasti, e ascoltandone i diversi suoni nelle modulazioni dei suoi sospiri e dei suoi dinieghi... "non...non...NON".

A dodici anni ero tutt'ossa. Se mi si guardava, sui campi da tennis dove passavo gran parte del mio tempo, si vedevano le mie gambette da trampoliere (così diceva mio padre) nelle scarpone da ginnastica tutte rosse di terra rossa, ed una racchetta più grande di me. Avevo talento, ma ero un autodidatta. Così, quando i miei mi fecero felice nel mandarmi ad un corso estivo in Abruzzo, io non potei entrare, data la rigidità delle sistemazioni iniziali, che nella categoria dei principianti. Invero, il mio maestro ci mise poco ad accorgersi che valevo più di quanto ero stato valutato. Così avanzai di grado. Continuavo però ad essere tra i piccoletti. Nel salone dove si mangiava c'era il tavolo di quelli forti, che non mi vedevano proprio. Poi ci fu il torneo. A me toccò proprio uno di loro, che il giorno prima della partita mi si avvicinò e sorridendo mi disse che mi avrebbe distrutto. Non è che mi scioccò: ne ero sicuro anch'io.

Cominciammo a giocare il nostro unico set a nove. Io giocai bene, tanto lo sapevo che avrei perso. C'era il pubblico: tutti gli altri allievi guardavano la partita da dietro la rete che cingeva il campo. Pian piano cominciarono a tifare per me, e cos' feci io. Andavo bene.

Arrivammo ad otto-sei per me. Quaranta-zero per me. Servivo io.

Ovviamente persi.

Mi fermai.

Carole mi guardò affannata, contenta di avere ulteriormente rimandato il momento della definitiva e non più metaforica penetrazione.

Le femmine generalmente non conoscono i meccanismi fisiologici di una cilecca.

Alcune (solo alcune) conoscono la ben nota faccenda (psicologica) dell' "ansia di prestazione" ecc., anche se in modo astratto. Ma non ce ne è una che sappia cosa avviene nel basso ventre del maschio che sperimenta in quel particolare modo la scissione tra le proprie velleità e quel qualcosa, che proprio non ne vuol sapere.

Si è che s'apre un canale solo in andata, senza che si conosca la stazione di partenza, e con un univoco segnale. Qualcosa comincia insomma ad agire nel ventre, qualcosa che non si conosce, ma del quale si sa aumentare (senza sapere come) la potenza, in un meccanismo di panico irreversibile, la cui azione si riassume nella chiara univocità di un comando ineludibile: RITIRATA

Come è ovvio, più la battaglia ha infuriato, più feroce è stato lo scontro, maggiore sara il caos della disfatta e della fuga.

Mi sedetti sulla sedia dalla quale si era precipitati sulla moquette della mia catastrofe.

Sapevo cosa era successo, sentivo cosa stava succedendo: si paralizzava ogni via d'accesso ematoso ai miei corpi cavernosi, sensazione che, concentrata nel basso ventre, si concretava nell'immagine terrifica di un completo rinsecchirsi ed introiettarsi dell' unico strumento a mia disposizione per vincere quel maledetto tie break.

Carole, da parte sua, non si stava rendendo conto di nulla.

Le mie truppe si disperdevano nel panico di una ritirata senza direzione, mentre lei nell'alzarsi, riallacciarsi, abbottonarsi, e ravviarsi capelli e contegno, pensava che fosse finito solo un round, quello prelusivo all'happy end di un amplesso così bene approntato.

Il fantasma di me stesso sperò invano, con tutte le sue forze evanescenti, che lei non facesse, no (...non...) proprio non facesse, quello che ovviamente fece.

Il Salone della Disfatta comunicava con l'Alcova dell'Umiliazione per una porta a doppia anta al centro della parete (il Muro del Pianto) che divideva quei due luoghi di dolore, così che io potei veder con distinzione cosa la francese ebbe l'ineffabile crudeltà di fare di fronte ai miei occhi in fuga: attraversò il salone, dirigendosi mollemente verso il letto, in quella camera attigua.

Con spudorata mancanza d'ogni pudore si curvò sul materasso, e ne saggiò, a dieci dita, la morbidezza. Cazzo.

Era così creativa, la mia Carole, la mia Crudelia Carole...

In un momento, col tempismo ed il talento della femmina di classe, dell'artista nata per far quello, aveva cambiato tono e stile di linguaggio.

Un simile gesto, provare un materasso, poco prima o in altro contesto avrebbe, nella sua aggressiva esplicitezza, massacrato i delicati equilibri del non detto.

La mia Carole invece, aveva nel suo sangue sentito e decretato che ora si poteva parlar chiaro: ma col giusto tono. Il suo passo molle e rilasciato, che l'aveva condotta sotto i miei occhi attoniti fino a quel materasso (è di tuo gradimento?, piccolo animale crudele?...), mi dichiarava una intimità ed una apertura così definitive da essere i veri attestati della mia finale vittoria, non, come ho detto, sul tremulo cuore di una vergine, che si dà al suo cavaliere nel celarglisi ancora in una espressione di pudore, bensì sull'eros già maturo della Donna che, infine, ti si offre in un invito: "Vien ici...".

L'ectoplasma del fu James Bond si recò alla cerimonia in forma di farsa del suo funerale mentre sotto la cintola già era avvenuta la sepoltura.

Ripenso a Carole...mentre mi aspettava accoglitiva e voluttuosa nella semioscurità di quella camera da letto.

Nulla sapeva. Nulla sapevo io...se non che di lì a poco avrei preso la più clamorosa batosta sessuale mai sperimentata. Ma, tant'è...in certe situazioni, invece che cercar di far qualcosa tirando fuori un ultimo guizzo di creatività, si subisce la propria nemesi con un rassegnato senso di fatalità.

Arrivai sul letto. Il mio corpo d'eunuco amoreggiava ora con Super-Woman, mentre la mia anima osservava da un po' più su quella penosa scena, senza provare, senza provare pena.

"Attend, attend..."

"Qu'est-ce que il se passe?...

Mi disavvinghiai mormorando la mia confessione: "Je n'y arrive pas...".

La confessione: sempre una gran cosa: fava gustosa per i due piccioni dello sfogo e del perdono.

In quel caso non ci fu nè l'uno nè l'altro. Nel comunicarle infatti che era moscio, di nulla mi stavo liberando, non raggiungevo nessuna dimensione più autentica di me stesso, dopo l' inganno del peccato. Semplicemente, non mi riusciva di scopare, cosa che aveva rappresentato lo scopo il senso ed il trofeo finale della partita che per quasi un mese io e quella francese avevamo giocato, eccitati proprio da quel suo inequivoco poter solo essere vinta o persa.

Dunque, non potevo chiedere, nè in alcun modo lei mi concesse, il suo perdono.

Carole mi guardò.

"Tu ne bandes pas?..."

Io lo sapevo, lo sapevo, avevo capito benissimo il senso di quel verbo maledetto, ripetuto in colonnine ed obelischi, e statuette e vibratori e slogan elettorali, dall'abisso dei millenni su cui galleggiamo senza saperlo.

Bander, vuol dire, che ce l' hai dritto.

Tuttavia, umiliato da una ammissione troppo repentina, la guardai con aria interrogativa "Quoi?...".

La mia piccola francese non mi diede una carezza. Non mi sospirò in un orecchio di non preoccuparmi, non mi trattò con tenera ironia; mi estromise bensì senza discussioni dal dominio di quei millenni che nei giorni di quel corteggiamento avevo voluto riassumere in sequele di erezioni filosofiche, ed insistenti (fino all'estremo) ripetizioni di sguardi pelvici ed inseminative pedalate.

Con aria incuriosita e perplessa la Crudeltà mi chiese, per cambiar terminologia, se fossi un impotente.

Ma non era quello il fondo.

Carole seppe farmici arrivare con una leggerezza ed una raffinatezza leggere come lama di rasoio. Non me lo schiacciò a colpi di clava, siamo nel duemila: me lo tagliò di netto.

Si, ma con perizia e cura.

Stavo ora sdraiato sul letto.

Volevo la mamma.

La mamma.

C'è poco da scherzare (son cose serie queste).

Gli animali si accoppiano con le loro stesse madri, le loro vere madri, perchè non avendo Madre (non esistendo ciè una cagna-Giocasta), non corrono alcun rischio di incappare in un incesto tragico. Noi maschietti dell'umana schiatta invece, non ci accoppiamo con le nostre madri, le nostre vere madri, perchè in esse sentiamo, con l'intera potenza del Simbolico, quella Mamma che simbolo è e simbolo deve (ai nostri amplessi comunque necessario) rimanere.

Così, Carole, se non ti fai un po' Mamma, se non accogli nella tua voce sensuale un po' di mammose tonalità, io come posso fare, dimmi, cosa mai farò per tirar fuori dalla sua ormai compiuta introflessione, sotterrata là in fondo nella mia inutile terra impaurita, la potenza del mio obelisco millenario?

Ma tu Carole, dolce francese dei miei sogni di viveur, tu nulla sai, di quello smash dei miei dodici anni, nell' ultima palla-match nell'incontro con quello forte, dopo che già due se ne erano volate via.

Sai tu Carole, cosa mai sia uno smash offerto su un vassoio d'oro dal tuo invincibile avversario, sulla Palla Decisiva?

Mi piombò dalle nuvole quel maledetto pallonetto, dopo che in un lungo-linea affilatissimo avevo costretto il mio nemico nella necessità di salvarsi alla bell'e meglio.

Risultato: quella palla dal cielo, moscia e piatta. Molle come quel tuo incedere verso il mio letto berlinese (era morbido, poi?).

Così, c'ero io con le mie gambe secche e timide, che guardavo quel lob senza senso, offertomi in balia delle mie decisioni.

C'era il pubblico in attesa, i ragazzetti che aspettavano l'esplosione di quella schiacciata.

C'era l'arbitro, pure, il Capo dei Capi che era venuto a vedere il piccoletto che se la vinceva su quello forte.

E c'era infine quella palla ottusa, che mi scendeva dal cielo come una manna.

Sai cosa è uno smash a fine partita, mia piccola Carole?

Io non ebbi il coraggio.

Giuro.

Io non schiacciai.

Dovevo esplodere e spaccare tutto il mondo e l'universo intero per distruggere quello forte, che mi aveva promesso di farmi secco. Avvicinai invece con timorosa cortesia la mia racchetta a quella palla, dopo averla fatta rimbalzare.

Le chiesi quello che in fondo in fondo il mio obelisco sgonfio avrebbe, dodici anni dopo, domandato a te, francesina delle mie masturbazioni successive.

Le chiesi di aiutarmi.

Le dissi pallina mia bella, io da solo non ce la faccio a mandarti di là. Pallina cara, ti offro con delicatezza il piatto della mia racchetta, per farti oltrepassare la rete. Di schiacciarti con la violenza di quelli forti non se ne parla: sono tutto un giacomo-giacomo. Vedi un po' tu, cosa puoi fare.

La pallina, gialla pelosa e muta, mi rispose picche, argomentando che in quella situazione, in cui mi si richiedeva uno smash esplosivo come il Big-Bang, uno smash eretto ed inseminante, violento e duro come il Maschio Primigenio, in quella situazione mi ci ero ficcato io, quindi veditela tu, éspéce d'inpuissant..

Mandai la palla in rete, più sgonfia di come era arrivata. Forse steccai.

Carole si stese a me accanto, pancia sotto.

Carole: aveva un sedere magnifico.

Più volte ho cominciato un flirt per questo motivo. Non così fu con lei, che comunque il didiedtro, ripeto, ce lo aveva straordinario. Me lo offriva in quel momento nello splendore della penombra. La sua rotondità ombrata rifletteva la luce notturna sulla stoffa tesa dei suoi pantaloni. Era così...tridimensionale, così morbido, promettente ed accoglitivo...

Nello smash fallito ormai io avevo perso la partita, e lo sapevamo entrambi. Si trattava solo di chiuderla ufficialmente.

"Vien sur moi...". Giuro. Mi disse così. Mi disse vieni su di me. Me lo disse in francese, a Berlino, di notte, nel mio appartamento, me lo disse mostrandomi il suo sedere favoloso.

Così feci.

Goffamente giacqui su di lei per qualche secondo, con la virilità di una fetta di prosciutto su un panino all'olio.

Goffamente tornai a stendermi accanto a lei.

E allora fu lei a rigirarsi, mettendosi a cavalcioni su di me, come quando la donna ti accoglie nel suo ventre, cavalcando il tuo.

"J'suis vachement éxcitée".

Fu, questa, l'ultima esplosione. La guardavo sospirare desiderando impossibili amplessi, da siderali abissi di impotenza.

Gioco-partita-incontro: ha vinto quello forte.

Fu una notte incredibile.

La accompagnai dopo poco alla Kumpelnest, birreria in di appunatamenti mondani.

Non seppi tollerare i suoi soliti ronzanti calabroni, goffi e crucchi di fronte al mio italiano saper fare, ma che però ora non potevo più arginare nella consapevolezza della mia superiorità.

Prima di ritirarmi, le stetti un po' accanto, mentre lei godeva, in muliebre patientia di quei corteggiamenti vani (questo lo sapevo: nessuno di quei vichinghi aveva nulla da sperare), ma anche della propria ostilità di Erinni.

Il Maschio che ora le stava accanto appoggiato alla sua bicicletta tanto per darsi un contegno, aveva tradito le sue più profonde ed ignote aspettative di Femmina.

Il bimbo voleva la mamma, la bimba il papà: ad averlo saputo, ci saremmo fatti una gran bella scopata.

Rientrai in casa sconvolto, ossessivamente fuori di me.

Avevo pedalato furiosamente per cercare di scaricare un'ansia feroce. Berlino sotto la luna di agosto mi aveva inseguito come uno spettro...

Chiusi la porta dietro di me, affannato dalla corsa e dalle scale. Continuavo a mormorarmi che quel disastro mai l'avrei ingoiato.

Mi stravaccai sul letto, fronte sudata ed occhi sgranati. Mi calai le braghe, e stetti per tutte le tre ore prima della prima alba, a contemplarmi una sfrontatissima erezione, che irrideva il suo padrone (?) fottuto nell'impotenza di offrirsi anche solo una parola di materno conforto. Neanche seppi risolvermi, troppo umiliante sarebbe stato, ad una autarchica soddisfazione.

Infine, mi addormentai.

La mia vicenda con Carole si concluse in sostanza quella sera. Nei pochi giorni che succedettero, prima della sua partenza, seppe (avendogliene io dato il modo) umiliarmi ulteriormente.

Invero, ci fu un finale recupero. Amoreggiammo su quel letto fatale poche ore prima della sua partenza. Ma nel Salone della Disfatta c'era altra gente, ostacolo decisivo per un vero accoppiamento, cosa che consentì alla equina rocciosità del mio animale di manifestarsi in tutta la sua potenza, a patta abbottonata: senza correre il rischio di dover smesciare.

Così, Carole partì. Partì in treno. Io la accompagnai alla stazione con in tasca una mazzetta di milioni, ed il passaporto (e le medicine per la mia emicrania, e il liquido per le lenti, e gli occhiali).

Ma non ci fu modo.

La Bretagna è terra di bretoni, il mio ragazzo è bretone, ergo tanti saluti.

Carole, Carole...i sillogismi più potenti sono quelli inconcludenti...

Ho cercato di farti mia come un logico possiede onnipotente le sue dimostrazioni.

Ho cercato quella sera di coniugare uomo e donna, di accoppiare femmina e maschio nella sintesi comprensibile di una analitica unità.

Ho creduto di poter arrivare ai tuoi femminei umori costruendo la mia erezione sulle premesse impaurite del cosmo aristotelico.

Si è piuttosto, che nell'universo aperto e interminato dell'animalità, certi uomini (certe donne) altro non sanno fare che sillogizzare, per darsi un credito di virilità.