FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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CONFESSIONI DI UN SISTEMISTA

Michele Andreoli




Si legge spesso sui giornali di codiddette "nuove" professioni; beh: quella del sistemista è una di queste.
Il dizionario Zingarelli, decima edizione, alla voce sistema riporta la seguente definizione: "pluralità di elementi materiali coordinati tra di loro in modo da formare un complesso organico razionale, soggetto a date regole". Nel nostro caso per "elementi materiali" bisogna intendere alcuni metri cubi di transistor, formanti l'Unità Centrale di un computer, e tutte le periferiche ad essa collegate.
In cosa consiste il lavoro del sistemista? A questa domanda si può rispondere in maniera lunga e in maniera breve. Io risponderò in maniera breve, perché scrivo nei ritagli di tempo che rubo qua e là, mentre aspetto che i nastri di backup si riarrotolino, e certamente non posso dilungarmi.
A differenza dell'utente vero e proprio, cioè dell'ingegnere o dell'informatico che sviluppa i programmi che poi la Macchina dovrà eseguire, il mio compito ufficiale consiste essenzialmente nel sorvegliare tutti questi metri cubi di materiale elettrico da cui sono circondato, attivare e disattivare le varie parti del "complesso organico" di cui dicevo poc'anzi e verificare periodicamente che il tutto funzioni in maniera accettabile.
Ho usato volutamente il termine ufficiale, per contrapporre questo mio tipo di attività ad un'altra, non meno essenziale di questa, e di cui parlerò tra poco.
La Macchina che mi è stata affidata (o a cui io sono stato affidato, pensatela come vi pare (nonostante l'alto grado di perfezione raggiunto dall'elettronica, ha ancora un certo numero di necessità fisiologiche che richiedono la presenza dell'uomo, e forse questa è una cosa che non è nota a tutti. Certo, il tipo di intervento necessario è spesso assai modesto e di scarso impegno ma, ciò non di meno, è bene sia eseguito con un certo grado di religiosità, affinché la pratica quotidiana non ne svilisca il significato.
Vi state senz'altro chiedendo se per un tale compito sia sufficiente la sola professionalità. Naturalmente no, la professionalità non basta: per un tale compito ci vuole uno talento speciale e io, a giudizio di chi mi designò per questo compito, lo possiedo. Come tutte le attitudini, questo talento ha più valore là dove ha maggiore effetto e cioè sull'utente avventizio, sull'appena-assunto, verso il quale io dirigo, istituzionalmente, la maggior parte dei miei sforzi e nel quale devo inculcare il rispetto per la Macchina e le sue delicate propaggini. Ma dell'utente, specie quello giovane e laureato, e della sua speciale psicologia, parlerò certamente più avanti in questo scritto.
Come é evidente da quanto già detto, la mia presenza in Sala Macchine non ha origine direttamente dalla mole delle mie conoscenze che, per quanto non richieste, pure sono notevoli. So bene che chiunque, dotato di capacità anche inferiori alle mie, può attivare una rete, fare salvataggi o disattivare la Macchina. Quel che è veramente importante è che l'insieme di tutto ciò resti privilegio di pochi, possibilmente di uno solo.
Ad uno sguardo superficiale, il profano, o il visitatore ignaro, che scorgesse dietro un terminale la mia faccia solitaria, mentre i miei occhi, ebbri di radiazione, scintillano come led luminosi, certamente penserebbe che la mia esistenza non è reale ma virtuale e che, in fin dei conti, la vita di tutti noi qua dentro ha un senso più limitato del normale.
Per lui, io sono soltanto una specie di mezzobusto fuori dello schermo invece che dentro lo schermo, la cui immobilità, fatta salva la leggera vibrazione dei miei gomiti e l'ondeggiare fremente delle mie spalle, tradisce l'inutilità pubblica del mio servizio. E per profano io intendo non soltanto chi vive fuori di qui e non ha mai avuto la ventura di sedersi davanti al terminale di un computer, ma anche tutti gli altri neòfiti che si aggirano tra queste stanze, spesso cercando me, ancora più spesso perché si sono persi tra gli insondabili meandri della Sala Macchine.
Volendo riassumere con poche parole la mia vita diurna, a tutto vantaggio del non-iniziato, potrei dire così: ogni mia azione è un'azione che coinvolge una tastiera è un video. Le tastiere sono in realtà parecchie e si trovano in differenti luoghi, ma per comodità possiamo riferirci ad esse come fosse una soltanto. Nessuna di queste azioni è realmente uguale all'altra ma ognuna di esse ha come fase terminale un processo in cui io batto una serie di tasti e dopo qualche secondo la Macchina mi risponde, scrivendo qualcosa sul video, in inglese.
Tra questi due momenti, tra quando io batto qualcosa e il Sistema mi risponde, sono racchiusi un certo numero di fatti su cui io stesso non ho le idee ben chiare, e pur tuttavia ciò non mi abbia mai impedito di svolgere bene il mio lavoro.
Naturalmente, non sempre tutto fila così liscio: la Macchina risponde talvolta per enigmi, come l'oracolo di Delo, anche se qui noi non li chiamiamo così. Al non-iniziato sarebbe ben difficile interpretare questi messaggi senza il mio aiuto. Non che io riesca ad interpretarli sempre, intendiamoci, ma è importante che il postulante di ciò non si accorga mai, pena la diminuzione della fiducia nei riguardi del Sistema.
Il lettore si chiederà senz'altro quale può essere il piacere che si può trarre da un lavoro che, apparentemente, ti rende più simile ad un'appendice della Macchina che ad un essere umano.
Se potessi rispondere con un paragone un pò irriverente, direi che io mi sento come un sacerdote. Il mio accesso ai favori del dio é da subordinato come qualsiasi altro, è vero, ma da subordinato speciale: nessuno può scavalcare me in questa corsa verso l'epicentro della Macchina, ma deve arrivarci (sempre che io voglia permetterlo) soltanto attraverso e per mezzo della mia persona.
Così come per i sacerdoti, il mio potere l'ho acquisito per delega. Semplicemente, gli altri hanno coralmente convenuto di rinunciare ad una parte delle loro potenzialità, in mio favore. Come i ministri del culto, io non ho né speciali attitudini per fare questo né speciali conoscenze, poiché ciò che io so è scritto su molti libri, il cui accesso è però notevolmente limitato.
Il mio potere è grande, dicevo, ma non è un potere usurpato, bensì concordato accuratamente. Affinché il lettore comprenda bene questo punto, ritorniamo ancora alla metafora del sacerdote.
Per il religioso, la verità è scritta nei libri sacri per cui la funzione del sacerdote e della gerarchia ecclesiastica in genere, non è incrementare la verità bensì regolamentarne l'accesso, evitando che possa giungere alla mente impreparata e impura.
Nel Medioevo questo implicava problemi enormi connessi sia alla riproduzione e alla conservazione di questa verità (il Verbo), sia alla corretta interpretazione della stessa; tutti compiti che non possono essere lasciati nelle mani del popolo, pena la più generale confusione.
Ecco dunque spiegata, in un certo senso, l'origine storica di una parte delle mie mansioni: la separazione tra questa stanza e le altre è così importante da necessitare di un guardiano e quel guardiano sono io.
Di tanto in tanto arrivano qui enormi casse di manuali, in un certo senso il nostro vangelo. Questo è l'unico mezzo lecito con cui la nostra verità può essere incrementata o, meglio, soggetta a revisione periodica.
Naturalmente, chiunque potrebbe prendere tra le sue mani uno di questi manuali incelofanati, leggerlo e comprenderlo.
Di tanto in tanto qualcuno di questi giovani gèni mi capita davanti, e allora ho occasione di poterli osservare a lungo, mentre con le due braccia mi tengo stretto ai due stipiti della porta; gesto col quale, più che non qualsiasi parola, io voglio mostrare loro fino a che punto è effimera la loro scienza se non è neppure capace di condurli al di là dell'entrata, verso il corpo principale della Macchina.
Non è di questo che si tratta: l'accesso a questa verità non è limitato per motivi intrinsechi, cioè inerenti alla sua difficile trasmissione. Anzi, dirò di più: vi sono qui dentro persone che hanno conoscenze sufficienti per riscriverli e migliorarli, questi benedetti manuali. Quanto più ciò corrisponde a verità tanto più dev'essere vigile la mia sorveglianza, affinché ciò non solo non avvenga mai, ma non venga neanche mai pensato.
Per fare ciò io dispongo, invero, di strumenti che qualsiasi Guardiano considerebbe assai limitati e c'è davvero da stupirsi se, nonostante ciò, bene o male siamo riusciti nel nostro compito.
Tutto quello che io posso fare è 1) limitare l'accesso a questi scaffali alle sole persone che ne conoscono l'esistenza 2) intraprendere ogni azione affinché il numero di costoro si mantenga il più basso possibile.
Per ottenere il primo effetto è sufficiente la mia nota scontrosità, il mio pessimo carattere, caratteristica innata ma che si è rivelata preziosa per il mio lavoro. Per quanto riguarda il secondo effetto basta dire che questa stanza, dato che la Macchina, ufficialmente, non è in grado di difendersi da sola, non si è mai distinta per la sua facile conquistabilità e io non ne ho migliorato le difese se non in qualche aspetto del tutto marginale.
Onde perfezionare la sua imprendibilità, abbiamo adottato una speciale schedatura per tutti i manuali la cui circolazione è considerata da sfavorire: sulla costola di ognuno di essi abbiamo apposto un adesivo con la dicitura System Reserved.
I manuali dotati di questa dicitura, fermo restando che ciò è considerata pur sempre una cosa sgradevole, circolano sotto la personale responsabilità del latore, il quale ne risponde con la sua vita, informaticamente intesa.
Mi rendo conto come tale situazione possa essere percepita come in totale contrasto alla consuetudine generalmente accettata nel mondo della libera scienza. Pur tuttavia, pensare che azioni simili possano limitare la circolazione di un manuale o, addirittura, assicurarne la pronta restituzione, è pura ingenuità.
So per esperienza quanto siano di scarsa efficacia precauzioni di questo tipo: ho ricevuto indietro manuali riservati anche il giorno dopo, se non oltre.
Certo: l'optimum sarebbe che questi manuali non fossero mai stati scritti ma a questa perfezione io stesso, che sono cosa umana, mi opporrei per vanità, perchè io stesso ricavo piacere nel consultarli.
Il lettore deve comprendere che non è nostra reale intenzione impedire l'accesso ai manuali. Se davvero il mio compito consistesse in ciò, io stesso, per quanto detto prima, mi ribellerei. Dico ciò in tutta serietà, conscio che il lettore è intrappolato in una contraddizione soltanto apparente. La nostra intenzione non è impedire ma limitare l'accesso agli stessi: la differenza non è quantitativa, ma qualitativa. Impedire l'accesso, se anche ciò fosse possibile, andrebbe contro il nostro stesso interesse, perchè renderebbe priva di significato l'intero sistema di conservazione degli stessi, giacchè allora sarebbero davvero inutili, dato che io stesso li consulto piuttosto raramente. Noi desideriamo che l'utente abbia chiara coscienza che il manuale di cui necessita esiste, che è qui, da qualche parte, e che potrebbe consultarlo, se solo riuscisse a scavalcarmi. La mia funzione ufficiosa consiste nello scongiurare l'insorgere di questa sua pretesa assurda e nel fare ciò io agisco per il suo bene, perchè so che la risposta ai suoi quesiti deve scaturire da se stesso, non da un manuale. Che ne sarebbe della Macchina se qualsiasi occhio indiscreto potesse impunemente scrutarne gli intimi recessi?
So molto bene che il lavoro di programmazione spinge spesso il neofita in uno stato in cui, al cospetto di ciò che sembrava impossibile ad accadere ed è accaduto, egli perde ogni fiducia nella Macchina fino a credere che la causa dei suoi guai risieda addirittura nel suo interno. Questo voler cercare nella Macchina la causa dei propri guai, invece che in se stessi, è il primo e principale effetto del nostro ignorare totalmente gl'intimi processi su cui è basato il suo funzionamento. Se quest'ignoranza potesse essere colmata semplicemente con la lettura di qualche manuale, sarei ben lieto di assecondare le manie consultatorie degli utenti: non mi opporrei.
Purtroppo ciò non è affatto vero, innanzitutto perchè i manuali stessi contengono una descrizione puramente fenomenologica della Macchina; essi sono spesso inutilmente verbosi e fuorvianti, mentre le informazioni più importanti vengono riportate sempre in carattere minore e in zone di testo poco visibili. In secondo luogo, io non credo si possa davvero descrivere in forma chiusa cosa avviene veramente nel suo interno.
Ciò nonostante, io non posso impedire che questi stati di disperazione di tanto in tanto si creino, però posso fare buona guardia affinchè il sofferente non oltrepassi questo varco nella ricerca insensata di risposte che non troverebbe, bensì torni al suo pacifico lavoro, con la mia benedizione.
La mia parola, per conservare questo suo effetto terapeutico, deve essere suffragato da un'autorità, non importa quanto fittizia: quest'autorità, checché se ne dica, sono i miei manuali. Affinchè questo mio potere duri nel tempo il grado di impenetrabilità di questa stanza deve mantenersi elevato; impenetrabilità che, in un certo senso, constituisce l'essenza ultima della sua razionalità, poichè convincersi che una soluzione esiste, da qualche parte, forse in un manuale, è come averla trovata. Mi dica, il lettore, se non è esattamente questo il compito del sacerdote? Quanto più è perfetta la sua azione di custode (e in genere lo è, perchè non custodisce nulla) tanto più ha valore la sua parola, anche in campi in cui egli è colui che ne sa meno di tutti. L'unica differenza che c'è tra me e il lui è questa: lui custodisce una verità speculativa, bisognosa di interpretazione, io custodisco una verità semplice, accessibile a qualsiasi intelletto. Ecco perchè io sono costretto a conservare con gelosia tutta la documentazione datami in corredo. E' un'azione compensativa necessaria a ricostruire artificialmente la barriera psicologica che sempre deve separare la conoscenza dalla folla dei postulanti.

Ciò detto, spero che il tizio che ha sottratto il Network Administrator Manual dagli scaffali, l'altro giorno, si faccia vivo quanto prima, perché di questo manuale possediamo una copia soltanto.



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