FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SIPARI

J.M.




Sbucando dal piccolo portone sul silenzio di via S. Luca, il complesso architettonico di S. Celso appariva all'improvviso in direzione del corso.
Il groviglio di forme e volumi depositato dai secoli non aveva mai mancato di stupirlo, colmandolo di ammirazione. Quella sera però non ci fece caso.
Le spalle curve affondate nel soprabito, si diresse verso la luce dei lampioni sui viali. Traversò il piazzale di porta Ludovica e girò nel ridotto dietro via Teulié, dominato dall'urgenza di raggiungere il proprio letto.
La mattina del 29 dicembre Raimondo Dalcò si svegliò di pessimo umore.
Mentre il caffè diffondeva l'aroma denso per la stanza, si accostò alla finestra.
L'eco delle voci dei ragazzini che giocavano in fondo al cortile, risaliva i cinque piani fino all'appartamento. Era entrato in cucina assecondando il rituale del mattino e rigirava distratto lo zucchero nel tentativo di liberarsi da un residuo di inquietudine notturna. Invano. Le ombre del sogno lo assalivano interferendo coi gesti quotidiani e la mente sembrava incapace di lavarle via.
Con malessere ripensò all'episodio della sera prima senza riuscire a decifrarne il legame con la visita dei fantasmi impalliditi all'alba.
Si era presentato puntuale alle diciotto, come ogni giovedì, alla casa di riposo per anziani 'Il Sereno Presente'.
"Vedrà, l'avvocato si riprenderà presto... una persona così ammodo" Alla reception la donna aveva sorriso con sollecitudine mormorando il suo augurio e l'aveva guidato fino all'ascensore."Per di qua dottore, si accomodi, sulla destra troverà le indicazioni". In tre anni di routine settimanale era il primo cambiamento.La camera dello zio Emilio si trovava al piano terreno sul retro, con una luminosa porta finestra affacciata sul parco della villa.
Avevano passeggiato spesso tra le siepi di bosso e gli oleandri, discutendo animatamente dei molti argomenti che appassionavano la mente eclettica e curiosa dello zio.
Verso le otto, prima che Raimondo si congedasse, si sedevano d'abitudine al bar sorseggiando un aperitivo leggero davanti al camino.
Mentre l'ascensore lo portava al secondo piano, ripensava alla laconica comunicazione del medico che l'aveva raggiunto il giorno prima in ufficio.
L'avvocato aveva contratto un brutto raffreddore di testa e nella notte la temperatura era improvvisamente salita. Nel timore di complicazioni polmonari era stato trasferito di sopra dove sarebbe rimasto qualche giorno in osservazione. Varcò la soglia del corridoio semibuio, aggredito dall'odore di medicinali e disinfettanti. Linoleum azzurrato sotto le suole al posto del gemito confortevole del parquet del piano terra. Rabbrividì turbato di fronte all'inappellabile evidenza, si trovava nell'infermeria di un cronicario per anziani. Entrando nella camera, quasi non si accorse che gli ospiti erano due. Abituatosi alla penombra distinse vicino alla porta la sagoma di un volto raggrinzito affondato tra i cuscini e le lenzuola tirate sul mento. Nonostante l'aria surriscaldata, il paziente doveva avere freddo e il corpo si agitava sotto le coperte con sussulti intermittenti. Ai piedi del letto, dal lato del paravento che separava totalmente i due pazienti, c'era uno sgabello vuoto che Dalcò fissò oziosamente per un istante.
Poi si fece coraggio e si sedette, oltre la parete precaria, su un identico sedile, al capezzale dello zio Emilio. "Come vedi l'allegra compagnia non mi manca". Il volto del malato appariva pallido e stanco, ma il guizzo ironico nello sguardo tradiva una vivacità che tranquillizzò Raimondo. "Non ti devi affaticare zio, i pensieri impertinenti rallentano la guarigione, parola di primario si era curvato stringendogli la mano abbandonata sulle lenzuola cerca di riposare adesso sennò giovedì come faccio a batterti a scacchi con la coscienza tranquilla? Sei capace di dare la colpa ai postumi del raffreddore". Si sorrisero con affetto. In seguito l'avvocato si era addormentato.
Davanti allo specchio del bagno Raimondo si radeva con lunghe mosse meccaniche senza vedere il riflesso della propria immagine. Ricordava l'ultimo pensiero cosciente formulato sullo scomodo trespolo, prima di assopirsi a sua volta vinto dal caldo soffocante della cameretta. Zio Emilio che gli diceva di non mollare, zio Emilio che aveva gettato la sua scialuppa col denaro, le idee e la forza di chi crede che puoi farcela a ricominciare.
Quanti anni erano passati? Tanti, più di dieci. Ma scrutando il volto segnato del vecchio, aveva provato lo stesso impulso di gratitudine. Non poteva aver dormito per più di qualche minuto, abbastanza però per non sentire l'altro arrivare al capezzale del malato vicino. La voce arrochita si era insinuata d'improvviso nel dormiveglia. Pieno d'imbarazzo per quell'involontaria intrusione nell'intimità di due sconosciuti, tratteneva il respiro per non tradire la propria presenza. Era evidente che pensavano di essere soli.
Il suono del campanello lo fece sobbalzare e qualche goccia di sangue scivolò sulla guancia mescolandosi allo strato di crema punteggiato di minuscoli peli neri sull'orlo della lama. "Ah, sei tu, vieni Paolino entra, scusami solo un secondo che mi asciugo le mani, appoggiali pure di là da qualche parte". Il figlio dodicenne della portinaia, un ragazzotto rotondo con gli occhiali, si avviò in cucina col litro di latte e il giornale. Un fracasso forte di vetri infranti irruppe con violenza nel silenzio del piccolo appartamento. "Paolino cosa dia..."
"diomio dottore che disastro, il portacenere!" Il bimbetto era mortificato. Dalcò fissava impietrito le schegge sul pavimento. "Io, mi scusi... davvero non volevo.... non l'ho fatto a posta" la voce piagnucolosa e insistente lo riscosse dai suoi pensieri. "Non importa, non è niente, vai adesso" allungandogli un frettoloso buffetto sulla nuca lo sospinse fuori dalla porta. Si appoggiò con le spalle contro il legno massiccio e attese che il tremore gli passasse. In pochi minuti era sceso e ripercorreva veloce la strada della sera precedente. Il fragore della tempesta emotiva si stava placando ma non aveva ancora riacquistato la calma e la serenità necessarie. Il suo non era un piano preciso, troppo pochi gli elementi a disposizione. Che senso aveva ripresentarsi in via S. Luca?
Arrivato a qualche centinaio di metri dalla casa di riposo, si costrinse a entrare in una piccola pasticceria con due vetrine d'angolo e a ordinare seduto.
Era per via del maledetto portacenere naturalmente. Cadendo aveva fatto lo stesso rumore di quello schivato da Benaluca dieci anni prima, nel silenzio seguito alla sentenza di non colpevolezza pronunciata nell'aula di tribunale.
Inalando il profumo del cappuccino col viso affondato nella tazza, rivedeva lo sguardo beffardo dell'imputato che si allontanava a testa alta mostrandosi con arroganza ai flash dei fotografi e alle telecamere. Nel traffico indifferente che sporcava il cielo delle otto, la qualità delle immagini non aveva più i contorni grotteschi e deformati della notte, ma la dolorosa crudezza di una realtà sopita per troppo tempo. Perché quella visita notturna dopo tanti anni di silenzio?
Che rapporto c'era tra i brandelli di conversazione di cui si era impadronito come un ladro e quella storia antica, amara, ma definitivamente chiusa?
Allora, il suo, era stato un impulso incontrollato. Solo lo zio Emilio aveva intuitito cosa si celava dietro allo scatto violento. E Benaluca, sicuramente. Anche lui sapeva che non si trattava della frustrazione per la brillante carriera che sfumava. Niente a che vedere con l'orgoglio professionale ferito di un giovane e promettente funzionario di polizia. All'epoca, non si era preoccupato di smentire la valanga di ovvietà con cui i giornalisti avevano riempito le pagine di cronaca del processo. Non aveva neanche cercato di giustificarsi davanti ai rimproveri severi del giudice e alla ruvida strapazzata del superiore.
"Ispettore Dalcò, che cacchio ti è preso? Passiamo metà del nostro tempo a difenderci dal tiro incrociato di questi stronzi...la brutalità dei metodi della polizia, la mancanza di rispetto per i diritti dei cittadini, da custodi dell'ordine ci erigiamo a vendicatori...ma lo sai che se lo beccavi lo facevi secco? Abbassare le penne... sai quante saranno le indagini che ti andranno buche..? Se quell'accidenti di arma non è saltata fuori..."
Raimondo non aveva dato spiegazioni. Una settimana dopo, sul tavolo del commissario, c'era la sua lettera di dimissioni. Come lo zio Emilio aveva capito, era stata l'improvvisa visione di Tonio, il bambino trovato in lacrime vicino al corpo senza vita della madre. In fondo all'aula gremita, il figlio di Annamaria Rocchi e di padre sconosciuto, più o meno l'età di Paolino, se ne stava a testa bassa schiacciato dalla folla contro il gomito dell'assistente sociale. Alla lettura della sentenza, aveva alzato gli occhi. L'espressione incredula e frastornata gli era rimasta appiccicata intanto che lo portavano rapidamente fuori dall'aula.
Era la maschera tragica e ridicola del vinto, così come li immaginava da ragazzo, leggendo Dostoevskij. Nella confusione che era seguita, non aveva fatto in tempo a parlargli, prima che lo accompagnassero al nuovo indirizzo: un brefotrofio a una trentina di chilometri da Milano. No, Raimondo non si era pentito e aveva accolto di buon grado la mano che l'avvocato gli aveva teso, aiutandolo ad avviare l'impresa commerciale, alla quale aveva dedicato da allora tutte le sue energie umane e professionali. Un anno dopo, quando la piccola azienda aveva acquistato sufficiente solidità, una mattina di novembre si era presentato all'istituto per orfani. La nuova direttrice non aveva saputo dirgli come localizzare il carcere minorile dove lo avevano trasferito qualche mese prima, a seguito di una condotta che la scheda definiva socialmente inaccettabile. Il cappuccio si era raffreddato nella tazza e la schiuma aveva perso tutto il suo volume. Oltre i vetri i rumori attutiti delle auto, adesso molto più rade, si perdevano in lontananza.
.chiodo insopportabbile, davvero incredibbile dopo tanti anni... ma mi ascolti? so che non c'è più tanto tempo... è lì a casa, bisogna toglierlo in fretta... ah se facevo di testa mia, che cazzata fidarsi di quello... e anche di te
La voce si era spenta in un sussurro. Aveva sentito i passi allontanarsi sul corridoio e non si era mosso fino a quando il lamento meccanico dell'ascensore non l'aveva assicurato che il campo era libero. In punta di piedi si era fermato al fondo del letto in cui il vecchietto rantolava piano, come stremato da uno sforzo eccessivo. L'infermiera della sera prima lo accolse con la consueta cordialità: "Sta meglio sa, ha passato una notte tranquilla, ora riposa, ma se vuole salire..." "No, no, non voglio disturbarlo, e l'altro signore piuttosto?" chiese indifferente. "Ah il povero Fuseri. Era molto malato è deceduto stanotte verso le quattro. Abbiamo avvisato subito l'unico parente, non si fa vivo quasi mai, solo per pagare la retta nel tono della centralinista c'era una nota di biasimo ieri mattina però aveva chiamato dicendo che sarebbe passato in serata, ma io non l'ho visto. Ho finito il turno giusto cinque minuti dopo che lei è salito dall'avvocato. Aspetti un momento...
Mentre la donna si girava per rispondere al telefono, allungò lo sguardo sul registro aperto alla pagina del 29 dicembre. Accanto al nome e all'indirizzo sottolineati in rosso era annotata con cura l'ora del decesso. Aveva l'informazione che gli serviva. Con un cenno della mano si accomiatò e uscì in strada. Arrivato in ufficio avvisò la segretaria che non voleva essere disturbato e si chiuse nella sua stanza con una cartella di documenti. E così si era trattato delle accorate confessioni di un moribondo. Aveva colto da subito l'affanno, l'urgenza nella voce di chi si sentiva vicino alla morte. Chissà cos'era l'ossessione di cui non riusciva a liberarsi, quel chiodo piantato in testa da chissà quanto tempo, il peso doveva essere gravoso, no, aveva usato un'espressione ancora più forte che lui non risciva a ricordare...eppoi c'era qualcos'altro che continuava a sfuggirgli, che gli sembrava avesse a che fare con...niente, non riusciva a venirne fuori. In un caleidoscopio triste e molesto le immagini della donna col cranio sfondato accanto al bambino che piangeva continuavano a sovrapporsi alla risata di scherno del tribunale Insostenibbile caro ispettore.... Scacciò il grumo di sofferenza intriso di inutilità. Controllò sulle pagine gialle. Il nome della via, in un quartiere periferico della città che non conosceva, non gli diceva nulla. Verso le sei, sicuro che il piano fosse ormai deserto, si preparò ad andarsene.
Di fronte all'ascensore si bloccò tornando sui suoi passi. Non si sa mai, formulò mentalmente mentre i pulsanti dei piani si illuminavano nella discesa. Introdusse la chiavetta nell'accensione, tastando delicatamente il rigonfio nella tasca destra del cappotto e si infilò nel traffico della sera. Al principio non fu facile orientarsi. Schiere di palazzoni costruiti con materiali e colori bizzarri in omaggio all'architettura sguaiata dell'ultimo decennio costeggiavano viali anonimi e desolati come autostrade. Arrivò davanti a un supermercato al centro di un piazzale. Scheletrici alberelli delimitavano un'area a verde abbozzata e mai completata. La vide in fondo all'angolo destro dello slargo: aggrappata a una cascina fatiscente, era l'unica casa di ringhiera sopravvissuta alla foga demolitrice dei nuovi progetti urbanistici. Incollato al portello, il riquadro bordato di nero annunciava per il mattino seguente, l'ora della funzione nella vicina parrocchia di S.Gervaso. Entrò nell'androne deserto e si appiattì contro il muro oltre il vetro sporco della portineria.
"No, lei non può averlo conosciuto, non credo. Era venuto subito dopo la guerra, stava in un monolocale qui sopra, in fondo al corridoio al primo piano. Ma ormai sono diversi anni che viveva in una casa di riposo del centro, dapprima che lei e la signora si trasferissero qui. Una fortuna poveretto che sia saltato fuori quel parente del paese a pagargli la retta. Alla fine non ce la faceva nemmeno a fare queste poche scale.. la voce della portiera che parlava con un inquilino di spalle, arrivava chiara fino all'angolo in cui Raimondo si era nascosto... adesso è su che sta riordinando le sue cose, non che ci sia molto da fare... beh, qui c'è la sua posta, buona sera e buon appetito" Salì silenzioso la prima rampa di scale. Il cuore gli batteva forte, forse se si fosse fermato un istante di meno...adesso era troppo tardi. Troppo tardi per cosa? chiedeva ai gradini di pietra smangiata senza riuscire a rispondersi. Dall'arco del pianerottolo che si affacciava sul ballatoio, vide l'uomo della portineria traversare il cortile e scomparire nell'interno di fronte. La porta in fondo al corridoio era socchiusa, qualcuno si muoveva all'interno con un rumore strascicato di mobili spostati. La spalancò con un calcio, le braccia tese in avanti con l'arma puntata sulla figura accosciata al centro della stanza. L'altro mollò la piastrella divelta alzando di scatto lo sguardo."Lei ispettore, come minchia..." Sul volto sorpreso e invecchiato del delinquente galoppavano pensieri furiosi.
Che cazzata fidarsi del compare, eh sì che gli aveva giurato d'averlo buttato. Dieci anni tranquillo eppoi la telefonata tra capo e collo perché il vecchio stava tirando le cuoia... Fulmineo gli scagliò contro l'oggetto avvolto in un sacchetto di plastica cercando di guadagnare la porta. Raimondo si scansò sparando due colpi a bruciapelo in rapida successione. Lo vide stramazzare a terra mentre l'involucro rimbalzava con un tonfo ai suoi piedi. Si chinò per estrarre dal celophane il martello su cui erano ancora visibili secche macchie scure e alcuni capelli sottili. Togliendo il silenziatore all'arma prima di chiudersi piano la porta alle spalle, finalmente capì. In fondo era solo un problema di lingua, un gioco di prestigio semantico semplice come uno scambio di preposizioni: non aveva ascoltato le confessioni di un moribondo naturalmente. Ma quelle a un moribondo.Tornò in strada e guardò l'orologio. Non era passato neanche un quarto d'ora da quando aveva lasciato l'auto tra i rovi che infestavano la cascina. Guidò con calma seguendo il flusso del traffico cittadino fino a Piazza XXIV Maggio. All'altezza del semaforo di porta Ludovica seguendo un impulso improvviso mise la freccia a sinistra.
Sorretto da una quantità di cuscini, lo zio Emilio era seduto nel suo letto nella stanza a pian terreno."Ti stavo aspettando" gli disse togliendosi gli occhiali.
"Davvero?" Raimondo si lasciò cadere in una poltrona davanti a lui.
"Hai finalmente chiuso questa partita decennale". Non era una domanda, piuttosto un'affermazione. Gli occhi dell'avvocato fissavano con insistenza il rigonfio nella tasca del soprabito piegato sul bracciolo."Si ma tu come lo sai? chiese Raimondo con voce incolore."Vedi, non dormivo l'altra sera e l'ho riconosciuto subito. l'arroganza davanti alle telecamere... l'accusa è insostenibbile signor giudice, insostenibbile. Non l'ho più dimenticato, pensavo che anche tu avessi capito...un chiodo qui, insopportabbile, insopportabbile.




































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