FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SIMBIOSI Claudio Mauri A volte, quando lui non c'era, assente per lavoro, lei t

ardava ad alzarsi e si abbandonava al piacevole dormiveglia della mattina. Si sentiva più libera e rilassata, con una strana emozione nel cuore come quando da ragazza scopriva nella solitudine la parte segreta di se stessa. La casa silenziosa le dava un senso di riposo, la quiete delle cose era in una strana armonia con il mondo esterno, con il brusio indistinto e lontano che veniva dalle strade della città. I muri della stanza si aprivano al mondo, lo comprendevano in un abbraccio. Bastava poco a suscitare quella sensazione magica, forse perché era nata povera e la sua infanzia era stata riempita dall'alone magico delle cose che non aveva, dal desiderio di raggiungere un giorno ciò che non conosceva e le pareva favoloso. Nella vita aveva avuto successo, era arrivata a possedere tutto, ma a volte sentiva la nostalgia della mancanza, della libertà di non essere legati alle cose se non in un rapporto immaginario. Forse era libertà di non arrivare a nulla, il gioco della vita perso gioiosamente in se stesso. Gli scopi e soprattutto i successi erano stati un sottile veleno che aveva spezzato l'armonia. L'idea di salire una scala un gradino dopo l'altro e non arrivare mai.
Si alzava tardi, quando il sole era forte e profonde pennellate di luce entravano dalle persiane disegnando l'ambiente in chiaroscuro. Laura si avviava nuda verso lo specchio fino a quando un grande raggio di sole faceva splendere il suo corpo bianco e lunare, con una pioggia di capelli neri sulle spalle. In quei momenti era affascinata dalla visione di se stessa, di scoprirsi così bella nello specchio, disegnata di luci e di ombre. Era stupita di essere ancora giovane, di avere un corpo perfetto che sembrava recare l'impronta di una misteriosa benevolenza della natura, di un messaggio da portare nel mondo. Un tesoro troppo prezioso per un solo uomo, anche se famoso, per un destino arido anche se apparentemente brillante. Il suo corpo suggeriva potenzialità inespresse, era il disegno muto di un'armonia che la vita soffocava in limiti troppo stretti.
Guardarsi allo specchio era un gioco che faceva spesso da ragazza. Osservava l'espressione indecifrabile del suo viso che aveva nei tratti dolcezza di donna e anche durezza di uomo; a volte, nelle sue fantasie più segrete, immaginava di assumere le sembianze di un ragazzo per amare se stessa. Una notte aveva sognato di baciarsi e di sentirsi completa come non mai. Se fosse stata un uomo sarebbe stata capace di amarsi molto più profondamente di qualsiasi uomo reale. Gli uomini e le donne erano fatti per cercarsi ma per non intendersi, vivevano in mondi diversi troppo distanti e parziali. La completezza stava in un'unione impossibile, troppo perfetta.
Sempre guardandosi allo specchio Laura lasciò scivolare la mano sul corpo, indugiando sul seno, seguendo poi la lieve curva del ventre e risalendo ad accarezzarsi il viso, le guance morbide. Cercava di afferrare le sensazioni degli uomini che l'avevano accarezzata, che avevano avuto accesso alla sua intimità. L'anima di una donna può manifestarsi, oltre che nel profondo, anche sulla superficie dell'epidermide. Solo lei sapeva quanto una carezza era in grado di farla vibrare fin nell'intimo, perché l'anima non era scissa dal corpo e poteva rigenerarsi solo nel contatto con la vita. Il soffio dell'esistenza non poteva sorgere da un deserto arido, ma doveva venire dai boschi, da pianure brulicanti di vita. Gli uomini, già da tempo, avevano perso quel contatto; preferivano la fredda luce della ragione che vagava ormai in spazi vuoti senza alcun approdo. Le donne erano riuscite a conservare questo legame oscuro che le rendeva incomprensibili.
Dopo quegli attimi di contemplazione trasognata, Laura sentiva la morsa del tempo. Capiva che il miracolo del suo corpo giovane non sarebbe durato a lungo, perché la lenta legge del decadimento e della corruzione insidiava tutto. Allora si guardava con una consapevolezza nuova, con dolore, ma anche con inspiegabile desiderio di ferirsi, di vendicarsi di se stessa e dei suoi sogni.
Cercava di indovinare i punti dove il decadimento avrebbe attaccato la sua giovinezza: il seno, le gambe, l'addome. Era una sorta di ricognizione dolorosa che le creava una frustrazione insopportabile, ma anche il godimento di chi, non avendo oggetti su cui riversare le sue energie, le ritorce distruttivamente su se stesso, ama frustarsi a sangue, umiliarsi.
Grazie a lui era riuscita ad affermarsi come scrittrice. Come volevano le leggi della società, anche avendo le doti migliori, era quasi impossibile arrivare ai più alti livelli senza un potente padrino alle spalle. L'affermazione intellettuale era stata per lei anche una lotta preventiva contro il decadimento fisico, ma trasportare i suoi sentimenti più intimi nelle parole era stato un po' come tradirne l'inafferrabilità. Le parole erano nemiche delle donne perché portavano sempre a sbocchi previsti, a labirinti logici in cui trionfava la freddezza di pensiero costruita dall'uomo. La sua scrittura era cresciuta a spese dei sentimenti più profondi. Dopo l'entusiasmo dei primi successi aveva scoperto l'illusorietà di un gioco interminabile in cui si finiva per sentirsi estranei. La vita era misteriosa, a più piani, amava intrattenere con gli inganni e poi far cadere il velo per riproporre i suoi misteri in piani alti, sempre più inaccessibili. Quando era ragazza quella contemplazione allo specchio aveva il potere di portarla lontana. L'avvenire era una promessa indistinta e meravigliosa, una terra sconosciuta tutta da scoprire dove ogni cosa sarebbe stata possibile. Ora che nella vita concreta aveva vinto, quella contemplazione, dopo qualche attimo illusorio di ritorno all'indistinto, aveva il potere di riportarla alle crude leggi di una realtà estranea. Allora si sedeva sul letto e piangeva, rannicchiandosi in se stessa come una bambina sola e spaventata.

***

Le sembrava lontanissimo il giorno in cui era approdata nella capitale partendo da una piccola città di provincia. Era una giovane studentessa universitaria con la testa piena di grandi progetti. Voleva diventare scrittrice, affermarsi.
Aveva una piccola valigia piena di dattiloscritti. Con entusiasmo li spedì a tutti gli editori, ma i suoi lavori, puntualmente, uno ad uno, tornarono indietro accompagnati da frasi di circostanza. La delusione fu grande ma, a poco a poco, capì quale poteva essere la sua carta vincente. Quando lei si presentava personalmente le cose cambiavano. Si rese conto di avere una bellezza, un fascino fuori dal comune che riusciva a farle aprire molte porte. Gli uomini si mostravano fin troppo interessati perché la desideravano fisicamente. Riuscì ad entrare in un "salotto" che contava. Era un mondo intrigante e deludente, ma un crocevia obbligato per chi voleva arrivare. Doveva correggere la sua ingenuità con una buona dose di scaltrezza e di cinismo. Doveva spendersi bene, nel miglior modo possibile, trovare l'occasione giusta. Se quelle erano le leggi lei non si sarebbe tirata indietro, avrebbe accettato la sfida combattendo con le stesse armi che disprezzava. Non aveva scelte perché solo l'idea di tornare alla vita mediocre del suo paese la faceva impazzire.
La fortuna sembrò aiutarla a trovare l'uomo giusto, l'occasione vincente. Ad una cena conobbe un importante scrittore sessantenne, un uomo di successo, famosissimo e potente. Lui fu colpito dalla sua bellezza e cominciò a farle una corte discreta. Nonostante la grande differenza d'età, lei fu affascinata dai suoi modi, dalla sua personalità prorompente e vittoriosa. Credette d'esserne innamorata, di poter conciliare i sentimenti con il desiderio di successo, di fare una scelta insieme spontanea e calcolata.
Quando lui seppe che Laura scriveva le chiese di leggere alcuni suoi lavori. Dopo qualche giorno le disse che aveva un grande talento che però doveva essere coltivato. Aveva bisogno di consigli, qualcuno doveva aiutarla a trovare la strada per quel successo che sicuramente meritava. Lui, con discrezione ed astuzia, proponeva la sua tutela. Lei capì di essere una preda, una preda ambita che però voleva stare al gioco.
Una sera lui l'invitò a cena. Andarono lontano dalla città, in un'osteria di campagna che da un colle dominava una grande pianura. Mangiarono all'aperto affacciati su di un paesaggio stupendo che a poco a poco sfumò nel buio. Fu una serata magica in cui credette di toccare il punto più alto della felicità, nel momento in cui le cose stanno per realizzarsi e vivono in un alone indefinito e immateriale.
Lui la invitò a fare una passeggiata per un sentiero solitario che costeggiava il colle. Camminarono in silenzio e a un certo punto lui la fermò, l'abbracciò e cominciò a baciarle il collo. Lei lo lasciò fare. Guardò le luci lontane nella sera, afferrò il lieve gioco del vento sui suoi capelli e il vuoto amplificato di una strana solitudine che si espandeva nelle cose. Provò insieme eccitazione e un leggero senso di schifo. Aprirsi, lasciarsi profanare, accettare una dominazione astuta. Era scissa. Era nato un patto, un rapporto simbiotico. Lei aveva bisogno del suo potere per non essere annullata, lui della sua giovinezza per ritrovare il sapore di una vita che stava declinando, l'illusione di una seconda giovinezza, di una rinascita. Lui, padrone della situazione, non aveva fretta; anche se lei, sentendo il suo respiro eccitato, capiva che l'uomo desiderava il suo corpo giovane. Lei non riusciva a trattenere un leggero tremito e, guardando con gli occhi socchiusi le prime stelle che si erano accese lontano, le pareva che anch'esse tremassero. Poi preferì chiudere gli occhi per concentrarsi nel buio, nella profondità di se stessa. Lì tutto era immobile, quieto, come l'oceano che è solo agitato in superficie ma, nella profondità, non è turbato nemmeno dalla più terribile delle tempeste. C'era quasi un che di incestuoso nel loro abbraccio, qualcosa che andava al di là dei codici, di repellente e di esaltante. La sua vita era a una svolta ma, per un attimo, ebbe la sensazione di aver solo subito un destino prestabilito, forse l'idea di guidare da sola i suoi passi era stata un'illusione. Due lacrime cominciarono a scorrerle lungo le gote, perché sentiva il sapore forte della vita che nutriva ma che faceva anche male.

***

Dopo pochi mesi si sposarono e, dopo un anno, arrivò il successo, un successo meritato ma anche sapientemente costruito. Il suo primo libro si aggiudicò un importante premio letterario grazie alle amicizie e all'abile lavoro sotterraneo del marito. Il semplice fatto di sposarlo le aveva assicurata la fama, la pubblica curiosità, una quota sicura di vendite e di fotografie sui rotocalchi. Le interviste fioccavano. Le facevano domande che, dietro la loro apparente spregiudicatezza, erano banali, scontate come le risposte. Laura, nei primi tempi, si esaltava a stare davanti allo sguardo freddo delle telecamere, a sentire che milioni di occhi la accarezzavano con desiderio, curiosità o invidia. Ma soprattutto la esaltava mentire. Amava mentire come da sempre facevano gli uomini importanti, perché questa era la misura del successo. Aveva scritto un romanzo mettendoci il suo innegabile talento, ma anche seguendo consigli scaltri di politica editoriale. Era un romanzo con profondi risvolti sociali in cui però credeva solo a metà, in cui diceva tutto tranne un'importante verità: che la vita è una cosa sporca dove esistono soprattutto le vie traverse. Indicare purezza di vita e sentimenti significava mentire, costruire falsi decaloghi per gli ingenui. Credeva sempre in certi valori ma ormai non li pensava più realizzabili nel concreto, ma questo non lo diceva perché la legge del successo imponeva l'inganno, perché il pubblico voleva essere sedotto. Nel momento del trionfo una parte di se stessa sentiva la falsità di tutto:
di un libro che non era totalmente suo, di un successo propiziato da altre menti, di un'immagine che si modellava su stereotipi che il pubblico voleva. Al di là dell'ubriacatura del successo, si accorgeva che nel suo matrimonio c'era una nota falsa che via via si udiva sempre più distintamente. Agli inizi suo marito le era parso un uomo perfetto. Ma lui, il grande scrittore, era anche un grande egoista. Credeva talmente in se stesso, nella sua immagine, da voler anche essere generoso, amante perfetto. Lo ammirava sempre moltissimo ma, a poco a poco, il leggero senso di schifo che aveva provato all'inizio del loro rapporto si era amplificato. In realtà lui, dentro di sé, doveva sentirsi vecchio e non era vero che la letteratura, lo "spirito", lo aiutassero a sentirsi giovane. Erano tutte menzogne. Come un vampiro aveva bisogno della linfa vitale di una giovane donna. Più che a livello fisico amava possederla, sopraffarla, a livello psicologico. C'era nel suo comportamento una sottile morbosità e perversione, perché la sua sottigliezza intellettuale s'era come sessualizzata. Amava piccole e sofisticate sfumature per dominarla e riusciva a farlo concedendole in apparenza il massimo della libertà. La sua era una trama di ragno di bonomia tollerante, di superiorità psicologica. Certo della sua potenza nella società e nel mondo della cultura, le faceva intendere nei fatti, nel comportamento quotidiano, che senza di lui non sarebbe stata nessuno. Era una prigione dorata dalle pareti liscie da cui era impossibile evadere. Questo avveniva proprio nel momento in cui Laura si illudeva di aver raggiunto il massimo della libertà e della realizzazione.
Attorno a lei l'invidia degli altri, i falsi sorrisi, le false cortesie. Percepiva la voglia inconfessata di vederla cadere, di vederle fare un passo falso. Anche lei era caduta in questo gioco ed era terrorizzata dall'idea di perdere la sua posizione di privilegio. Aveva paura di perdere il fascino, la bellezza, di sottostare al continuo esame degli altri. Aveva creduto di trovare in quell'uomo il padre e l'amante, ma tutto ora viveva su di un piano falsato, anche la sua scrittura le era sfuggita di mano e riusciva a contraffarsi, a rendersi irriconoscibile. Cercando di cominciare un altro libro a poco a poco fu presa dalla convinzione di fare una cosa totalmente inutile per se stessa e per gli altri. Solo a tratti, quando il vuoto e la disillusione la tormentavano, irrompeva qualcosa di sconosciuto che lasciava un segno nella scrittura, dandole una forma imprevista che sembrava al di là delle sue possibilità. Era come una bufera, una forza infinitamente più grande di lei che la sollevava e la animava lasciandola poi nuovamente vuota. Il mentire era il solo modo di sentirsi viva, di ribellarsi. Fingere di stare alle regole del gioco per sovvertire. E poi? Poi non sapeva, l'importante era non rimanere fermi, procedere verso qualche direzione sconosciuta. Ma il cammino era oscuro, il mondo le appariva troppo complicato per essere capito. Anche se avesse tentato di dire la verità non ci sarebbe riuscita. Forse era la verità l'unico, inaccessibile privilegio.

***

La telefonata arrivò come un fulmine a ciel sereno: "Tua madre sta male. Vieni subito"! Laura, scossa fin nel profondo, partì immediatamente. Il marito non potè accompagnarla perché era all'estero per lavoro. Era tanto che non tornava nel piccolo paese di provincia da cui era partita; lo fece con un forte e inspiegabile senso di rimorso.
All'ospedale le dissero che non c'era più nulla da fare. Sarebbe stata questione di ore, al massimo di qualche giorno. Da quel momento Laura non volle staccarsi per un istante da sua madre.
La finestra dell'ospedale dava su un muro. Passò lunghe ore a guardarlo. Imparò a memoria le crepe, il disegno delle macchie d'umido e dei ciuffetti d'erba. Il sole, durante la giornata, lo toccava solo per un breve arco di tempo, ma era sufficiente per animare quel piccolo mondo dimesso. Laura contò le mosche, i passaggi veloci di qualche lucertola, studiò i percorsi pazienti delle formiche. I pochi metri da attraversare dovevano essere per quegli insetti come un lungo deserto. La vita era ostinata oltre ogni logica, anche su quel muro decrepito che non vedeva quasi mai la luce. Raramente appariva qualche farfalla e il suo volo sembrava un miracolo di colori e di vita. Non aveva nulla da attendere o altri progetti da coltivare. La vita era appesa a un filo come quei deboli transiti che da un momento all'altro si potevano spezzare. Cos'era il male che rodeva il mondo? Sembrava non avere né principio né fine. Era un dolore che pervadeva tutto, un mordere la carne viva, un lento esaurirsi di entusiasmi e buoni propositi. Non c'era una spiegazione concepibile ma solo un procedere guidati dall'istinto, illuminati a tratti da qualche incomprensibile affinità.
Non aveva voglia di vedere nessuno. Meglio contare le crepe e i ciuffetti d'erba che stare a sentire discorsi di visitatori frettolosi. Le ore erano interminabili, ma a volte, quando l'angoscia allentava la stretta, vi era qualche istante sublime. La mancanza di tutto apriva varchi inaspettati. Emozioni lontane dell'infanzia si amplificavano nello spazio come un tempo, quando la sua penna tracciava sul foglio, col pretesto di un tema, giochi imprevisti, prospettive strane al di fuori delle regole del gioco. Il futuro era terra d'avventura, un libro bianco da riempire. Una sera, nel bosco, aveva fatto un giuramento davanti a un grande albero e percepito le sue radici nella profondità della terra. Dalla sua chioma si sarebbe potuta levare una fiammata verso il cielo, congiungendo così due mondi lontani e opposti. Aveva intuito l'anello mancante, poi tutto a poco a poco le era sfuggito. Il passare degli anni l'aveva tradita, il lento inaridirsi interiore. La sua scrittura era divenuta uno strumento spuntato, un gergo della realtà meschina di ogni giorno.
Quando sua madre morì si sentì stroncata come se fosse avvenuto qualcosa di irreparabile nella sua vita. Si sentiva sola, senza più radici.

***

Laura ebbe un crollo. Fu colta da una profonda depressione nervosa da cui non riusciva a liberarsi. Si sentiva annullata. Suo marito era infinitamente lontano, la sua voce saggia e pacata non le era di nessun aiuto, quasi non l'udiva. Alcune mattine non aveva nemmeno la forza di alzarsi dal letto, di iniziare una nuova giornata. La luce fredda della città era insopportabile. Dormire, dimenticare, lasciarsi andare. Andò in cura da uno psicoanalista ma non ne trasse alcun giovamento.

Dopo molti mesi di sofferenza cercò di reagire. Le energie represse le si rivolgevano contro, erano un nucleo oscuro di potenzialità che cercavano uno sbocco. Se non riusciva a proiettarle all'esterno l'avrebbero distrutta. La vita era una pianta capace di assurde contorsioni per cercare la luce, lottando contro i rami degli altri alberi. Anche lei stava cercando disperatamente una via d'uscita. Aveva bisogno di una strategia di sopravvivenza, di ritrovare degli scopi, delle emozioni, di imparare a gustare nuovamente il sapore delle cose. Cercò un pretesto qualsiasi, un autoinganno per uscire dallo stallo. L'occasione le fu offerta da un giovane amante. Il marito, tacitamente, la lasciò fare perché sapeva che ormai lei, in quelle condizioni, aveva bisogno di una valvola di sfogo.
Conobbe Piero ad una festa. Era dinamico, effervescente, sicuro della sua bellezza e della sua vitalità. Il giorno dopo si incontrarono nuovamente e fecero l'amore. Laura visse con fervore i primi tempi della loro relazione poi si accorse che Piero era un vuoto che viveva attorno alle erezioni del suo organo genitale e le venne a noia. In ogni caso era riuscita ad uscire dal momento più buio della sua depressione. Capì anche che il suo anziano marito aveva previsto tutto. In fondo lui era un gradino sopra gli altri perché capiva tutti gli inganni, i codici, le trappole del mondo. Giocava un solitario con l'esistenza cercando di prolungarlo il più possibile, anche se sapeva che l'esito era scontato. Lei non riusciva a rassegnarsi a questa legge spietata.

***

Qualche giorno dopo la fine della relazione con Piero erano ad una cena con amici. Suo marito, come sempre, al centro dell'attenzione, padrone assoluto del campo. Tutti gravitavano attorno a lui come satelliti insignificanti. Anche lei, dopo quella ridicola e breve relazione, aveva un debito in più da pagare.
Anche quella sera tutto sembrava seguire il solito copione, il gioco previsto delle parti. Ma ad un certo punto accadde qualcosa di imprevisto. Suo marito smise di parlare e impallidì, cominciò a respirare a fatica come se stesse soffocando. Si alzò, fece barcollando pochi passi e cadde a terra. Stava male.
Tutti si precipitarono intorno a lui. Gli chiesero se voleva un bicchiere d'acqua. Lui fece un cenno negativo con la mano. Solo il guizzo disperato del suo istinto gli faceva inspirare penosamente l'aria con la bocca, cercava l'ossigeno in modo avido, doloroso. La sua vita s'era ridotta a quell'unico sforzo avvilente. Era come un animale solitario e ferito. "Chiamate un medico", riuscì a dire con un filo di voce. Laura lo vide come umiliato, improvvisamente indifeso.

***

Il marito di Laura si salvò a stento da un brutto infarto. Aspettava con ansia Laura ogni giorno in ospedale, si era improvvisamente attaccato a lei con una dipendenza quasi assoluta. Il destino aveva improvvisamente ribaltato le sorti del gioco. La sua sicurezza si era incrinata. Forse era terrorizzato da quel primo segnale, dalla cognizione del corridoio oscuro verso la morte che ognuno deve affrontare da solo. Il fatto di essere un grande e celebrato scrittore non gli serviva a nulla.
Solo dopo lungo tempo, quando il marito superò la fase critica, Laura potè concedersi un pomeriggio di riposo da regalare solo a se stessa. Tanto tempo libero le faceva paura, era un grande vuoto da riempire. La splendida giornata di sole le dava quasi un senso di agorafobia. Non riusciva ad abituarsi alla libertà. Era stata troppo tempo prigioniera di se stessa e degli altri. Si recò all'ippodromo. Da molti anni non andava in quel luogo. Non le interessavano le scommesse sui cavalli, voleva solo guardare la forza e l'eleganza di quegli splendidi animali. Alla prima corsa, con le grida di incitamento, Laura avvertì una sensazione di disagio, di malessere. Vedeva con una sensibilità prima sconosciuta. Qualcosa non andava ed era nel fanatismo degli occhi puntati, nell'accanimento degli scommettitori, nelle urla che non sapevano esprimere gioia ma solo tensione. Ebbe un senso di pena per gli animali, per quella stupenda energia imbrigliata. Ebbe pena per i presenti, per se stessa. Rivide tutta la sua vita. Avevano scommesso su di lei e sugli altri come su dei cavalli. Il primo che scriveva il libro più bello, il più veloce, il più efficiente, il più furbo. Cavallo uno, cavallo due, cavallo tre... via, via, sempre più veloci. Era una corsa insensata che portava sempre al punto di partenza, un gioco idiota in cui aveva sprecato la vita. Ogni cavallo valeva denaro e chi perdeva colpi veniva eliminato.
Un ricordo dell'infanzia le balenò nella mente. Gli avevano fatto la domanda stupida che si fa a tutti i bambini: "Cosa vuoi fare da grande"? Lei, sconcertando tutti, aveva risposto: "Fuggire"! Uscì dall'ippodromo perché non sopportava più quell'ambiente. Ora che era libera da qualsiasi sudditanza psicologica, che era ricca ed affermata, aveva lo stesso voglia di fuggire da se stessa, dal suo destino. Non le importava cercarsi un altro uomo.
I respiri eccitati sul collo, le false parole d'amore e di passione sussurrate all'orecchio ormai l'annoiavano. Avrebbe vissuto alla giornata senza avere uno scopo, senza chiedere nulla all'esistenza se non di essere in pace con se stessa. Non avrebbe seguito la strada di certe persone di "fede" ossessionate dalla pigra contabilità del dare e dell'avere: la breve parentesi della vita terrena come meditato calcolo per assicurarsi la beatitudine eterna. Troppo comodo, troppo facile. Una sublime forma di carrierismo, di calcolo delle convenienze. Meglio sporcarsi le mani con la vita senza sapere dove andare. Meglio naufragare per trovare forse un giorno, casualmente, qualche frammento divino. Il piccolo reperto di qualcosa di grandioso che un giorno era passato. Forse Dio era fuggito lasciando solo un eco che si rifrangeva in un universo vuoto, un'onda che finiva su una riva morta. O forse esisteva ancora una speranza, uno stretto sentiero da percorrere per riscoprire nuovamente la luce.
Lei avrebbe camminato in avanti senza pretese, cercando il meglio della vita. Forse questa era la libertà. Vivere le cose senza forzarle negli scopi, assaporarle per quello che sono senza cercarne la spiegazione a noi impossibi- le. La vita si sprigiona negli istanti e va afferrata immediatamente. Essere liberi di non arrivare a nulla se non a questo. Stare al crocevia tra il giorno e la notte, tra l'istinto e la ragione. Incarnare, vivendo, questa mediazione. Non occorrevano riconoscimenti o luci della ribalta, bastava vivere.




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