FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SIGARETTE

Mara




Una volta le sigarette non avevano il filtro. E ti lasciavano sulle labbra sottili frammenti di carta e pezzetti di tabacco, che masticavi tra i denti, prolungandone il sapore. E i denti si ingiallivano. E ci voleva il dentifricio Pasta del Capitano per sbiancarli.
Una volta le sigarette avevano un odore forte, acre, da uomo. Un odore che riempiva la stanza, impregnava i vestiti, i cuscini, le tende e non andava via neppure ad aprire la finestra. E la notte sapeva di rancido e stantio.
Una volta le sigarette ti facevano venire le dita gialle e le dovevi strofinare col limone, ma ne restava sempre un po' attorno alle unghie dell'indice e il medio. E allora ci voleva la pietra pomice.
Una volta le sigarette si vendevano sciolte, a due e tre. E te le mettevano in sottili bustine di carta con le scritte. Se potevi comprarne un pacchetto da dieci ti sentivi ricco.
Una volta le sigarette erano un lusso e si spezzavano a metà per farle durare di più. E c'era chi fumava l'ultimo mozzicone con uno spillo per sfruttarlo tutto.
Una volta le sigarette avevano il loro portacenere. Piccolo, una bomboniera o un piattino, accuratamente lucidato e tenuto da conto, posato su ogni mobile. Era l'ultima riserva per le sere di magra. Si separavano i mozziconi dalla cenere, si aprivano, si mescolava accuratamente il tabacco e si faceva una nuova sigaretta con un pezzetto di carta di giornale. Oh! il sapore di quella sigaretta notturna, che ti consolava.
Una volta le sigarette erano importanti. Ti facevano sentire grande e libero. Le prime le fumavi di nascosto, in bagno e ti portavi dietro una mentina per non far sentire l'odore.
Una volta le sigarette erano un rito. Ci pensavi bene prima di accenderne una. Te le gustavi, le aspiravi profondamente, ne assorbivi l'odore e il sapore. Avevano i loro tempi stabiliti. Dopo pranzo sul balcone, prima di andare a letto o quando ti sentivi triste. Erano una compensazione.
Una volta le sigarette si tenevano dietro l'orecchio, se eri un operaio o un meccanico o un lavoratore. Se eri uno studente le tenevi in tasca ed erano sempre un poco vuote, schiacciate e mischiate a filamenti di stoffa. Gli impiegati avevano portasigarette di pelle o di metallo, piatti, con un elastico per tenerle ferme. Per i signori c'erano quelli d'argento o addirittura d'oro, arabescati o con le iniziali incise in un angolo. Si regalavano nelle ricorrenze importanti. Le attrici li avevano di platino e brillanti.
Una volta le sigarette comuni avevano nomi suggestivi, ma concreti come Africa o patriottici come Nazionali. C'erano poi le Macedonia, eleganti, schiacciate, profumate, le fumavano le persone raffinate, che portavano sciarpe bianche la sera e di giorno guanti di camoscio grigio. Le signore nei salotti fumavano le Sultana, ovali, lievemente colorate di rosa, celeste, lilla o giallo pallido e non avevano odore.
Una volta le sigarette si tenevano tra l'indice e il medio e si lasciavano consumare un po', con rispetto, tra una boccata e l'altra. C'era chi le teneva nella mano a coppa, tra l'indice e il pollice, voltate verso l'interno e capivi subito che era stato in guerra ed era abituato a nascondere la brace.
Una volta le sigarette si fumavano anche col bocchino. C'erano i bocchini da uomo, grossi, neri o tartaruga e ci si poteva inserire il filtro. E c'erano i bocchini da donna più sottili, bianchi o dorati, che a volte erano rientrabili. Tutti dopo un poco avevano un sapore ed un odore schifoso e si dovevano pulire con gli scovolini.
Una volta le sigarette si fumavano col naso in su, a guardare il fumo che saliva e si portava via i tuoi sogni o la stanchezza. O si modellavano allegri cerchi azzurrognoli a giocare nell'aria.
Una volta le sigarette erano la tua compagnia, nei momenti liberi, così pochi. Erano il tuo rifugio, nei momenti bui ti aiutavano a proiettarti in un futuro migliore.
Una volta......... le sigarette......... una volta.........



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