FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SFUMATURE METROPOLITANE

Stefano Boninsegna



I Papaveri.

Mi svegliai in una camera d'albergo.

Nei lunghi attimi che precedono il risveglio ebbi l'impressione di trovarmi nel mio letto, a casa.

I ricordi lentamente riaffioravano, mentre la realtà prendeva forma. Ero investito da una forte luce bianca proveniente dalla mia destra, di fianco al letto. Galleggiavo ancora nel vuoto, c'era solo la luce... E il calore. Era molto caldo. Strane idee mi svolazzavano nella mente mescolandosi a una certa ilarità sorda, impalpabile. Mi girai su un fianco e mi resi conto di essere nudo. Dall'altra parte del letto c'era una donna, anche lei nuda, bionda, la pelle chiarissima leggermente abbronzata: stava dormendo. Sentivo il suo respiro pesante e regolare. Sembrava serena. La osservavo. Osservavo le sue lunghe ciglia, il naso perfetto, gli zigomi alti, il seno, le gambe snelle e i piedi piccoli rispetto al corpo. Si mosse tra le pieghe delle coperte. La luce del mattino, sempre più forte, la stava svegliando.

"Che ore sono?" pensai.

Buttai l'occhio al comodino: un orologio digitale con grandi numeri grigi mi mostrava le 6:30.

"E' presto..."

Istintivamente abbracciai quel corpo magnifico e lei sembrò quasi riaddormentarsi, con la testa appoggiata sul mio collo. Aveva la pelle profumata, leggermente sudata. Le baciai i capelli dorati e mi alzai per aprire un poco la portafinestra.

La luce era abbagliante.

Sbloccando la maniglia, le ante, spostate dall'aria, si aprirono verso di me: il mio corpo sudato fu investito da una folata di vento tiepido e le tende bianche, leggere, cominciarono ad accarezzarmi. Sentivo il profumo della salsedine e i primi suoni del lungomare che si svegliava; il bagliore del mattino mi feriva gli occhi ma riuscivo ad avvertire la presenza del mare davanti a me e il mormorio delle onde che si infrangevano, luccicanti, sulla spiaggia ancora deserta...

Avvertii il suo sguardo passare sulla sagoma del mio corpo, tra le tende che svolazzavano. La carezza dell'aria l'aveva svegliata del tutto: con un movimento del braccio mi accennò di tornare a letto. Mi sdraiai accanto a lei: il mattino e la sua vicinanza mi eccitarono. Il mio pene eretto le si era adagiato tra le gambe e spingeva sul suo pube morbido e peloso cercando di alzarsi di più, ma lei lo teneva saldamente tra le gambe e sorridendomi mi abbracciò forte. Accarezzava i miei folti capelli neri. Le stavo baciando il collo e poi la pelle sopra il seno, i capezzoli rosati e poi di nuovo la bocca carnosa. Cominciò a muovere il bacino. Sentivo il glande scoperto e turgido strofinare contro le pieghe dei glutei, mi stava bagnando, poi lei si mosse liberandomi dalla sua presa e permettendomi di distendermi interamente su di lei.

"Dammelo! Lo voglio!" Il tono della sua voce era imperioso e sensuale.

Me lo presi in mano e lentamente affondai in lei finché i nostri corpi non si unirono perfettamente assorbiti l'uno dall'altro. Lei era già bagnata e morbida. Mi sentivo risucchiato. Ci muovemmo per lunghi, interminabili attimi finché, tra i gemiti, ci donammo tutto il nostro amore annullandoci in un'unica entità spirituale. Continuammo a baciarci, ancora uniti, assaporando quegli estremi attimi irripetibili di piacere. La brezza ci accarezzava con mani di velluto. Ci staccammo. Per un secondo incrociammo gli sguardi. Lei appoggiò la testa sul mio petto e chiuse gli occhi.

Giacemmo, pigri, esausti, ancora un poco, poi mi alzai per farmi una doccia calda. Quando uscii dal bagno lei era ancora sdraiata, abbracciata al cuscino sotto la sua testa, con le coperte bianche tra le gambe leggermente piegate e gli occhi bene aperti che mi guardavano come quelli di un gatto. I lunghi capelli dorati attorno al viso splendente.

Mi avvicinai al letto. Sorridevo.

"Buongiorno".

"Buongiorno", la sua voce era ancora piena di sonno, "Sei tutto profumato. Come un bambino."

I suoi occhi, azzurri come il ghiaccio, mandavano lampi gelidi.

"Non è ora che ti alzi?".

"Perché mai? Che ore sono?", e appoggiò una mano sulla mia coscia, accarezzandomi lenta.

Il quadrante dell'orologio indicava le 7:30.

"Io devo andare. Torno in città".

"Allora è meglio che tu ti vesta!" disse con sarcasmo.

Non riuscivamo a staccarci. La stavo di nuovo baciando ed ero sceso fino al suo sesso morbido. Si accarezzava. Mi accarezzava la testa, il collo, la schiena.

Aveva un sapore buonissimo, misto al mio che colava da dentro di lei. Godeva ed accarezzava la mia testa spingendola giù, quasi dovessi entrare tutto in lei. Mi rialzai, seduto sul letto; lei sollevò le sue gambe sulle mie spalle; mi accarezzava le cosce, i polpacci, mi baciava i piedi, poi mi tirò verso se stessa premendo con le mani i miei glutei. Ero contro di lei, dentro di lei. Venni. Venni e mi sembrò di perdere conoscenza.

Ci rotolammo sul letto e per noi il Paradiso e l'Inferno furono la stessa cosa. Gli occhi come laghi di piacere. Ci sdraiammo vicini, a pancia in su, tenendoci per mano: i battiti sincronici dei nostri cuori si stavano quietando.

Eravamo felici.

"Riusciremo mai a staccarci?", mi sussurrò.

Non risposi, ma speravo proprio di no.

Il Destino può fare dei brutti scherzi, ma noi continuiamo sempre ad immaginare il Futuro migliore del Presente.

Stavo per uscire dalla camera, sperando in cuor mio di rivederla, quando lei mi fermò.

"Se mi lasciasse il suo indirizzo..."

Mi porse un assegno. Lo presi in mano e lessi la cifra: era spropositata. Pensai ad uno scherzo e glielo restituii sorridendo, ma lei, seria, me lo infilò in tasca, dicendo:

"Questo è per te, ma è troppo poco: tu sei stupendo, impagabile".

Mi salutò e mi accompagnò alla porta della stanza che, dopo l'ultimo bacio, si richiuse alle mie spalle.

Camera nà 530.

Ero allibito. Non sapevo più cosa fare, cosa pensare. Una ferita sanguinante mi si era aperta squarciandomi il petto. In ascensore controllai la cifra.

"Merda! E' veramente tanto!"

Per qualche secondo rimasi paralizzato, immobile, mentre mille pensieri affollavano il mio cervello percorrendolo alla velocità della luce. Mi sentivo un gigolo. Pensai anche di riportarle indietro l'assegno. Fui assalito da una sorta di nausea.

"Troverò mai l'amore?"

Quei soldi pesavano tonnellate.

"Peggio per lei! Io non avrei mai sborsato una tale cifra. Evidentemente ne ha molti di più!"

Mi sentii anche appagato.

"Però... che gran stronza!"

La cabina scendeva silenziosa quei tredici piani.

Quando l'ascensore si spalancò sulla hall avvertii un certo disagio: il barista ed il portiere si voltarono, uno dopo l'altro, osservandomi. Sperai che non mi chiedessero nulla e, con lo sguardo basso, uscii all'aperto.


Finalmente all'aperto.


Fuori dell'albergo, l'azzurro del cielo incombeva sulla mia testa, accecante, facendomi sentire colpevole ed il Sole, oltre l'orizzonte disegnato dal mare, come la Luna aveva posato il suo sguardo, benevola, su di noi ed aveva ascoltato, pensosa, il canto della nostra passione, così lui, come un grande occhio di fuoco, mi osservava rassegnato, quasi aspettando che io proferissi parola, ma ormai cosa avrei potuto raccontargli... I gabbiani volavano sull'acqua alla ricerca di prede.

Camminando sul lungomare, mi sembrava che il mio aspetto, se non lo controllavo, stesse assumendo la volgarità della prostituta. Sul viale camminava ancora qualche travestito e qualche puttana smontava dal lavoro.

"Hei, bello, hai da accendere?"

"No..., mi dispiace..."

"E se qualcuno mi scambia per uno di loro? Forse devo stare attento a come cammino, perché quelle persone camminano in modo strano...", questi ed altri pensieri assurdi mi balenavano nella testa...

"Possedere tanti soldi... Non mi è mai capitato. Che mi sia venduto al Diavolo?"

Si spensero le luci del lungomare.

"Sarà un segno del Destino... E poi non ho neanche fatto del sesso sicuro... Sarà meglio non pensarci. Eppure... Forse quest'assegno è il biglietto d'ingresso per l'Inferno. " Lo riguardai.

"E' un normale assegno di una banca straniera. E se non posso incassarlo in Italia?! Ma che problemi mi sto mettendo? All'Inferno non ho mai creduto, semplicemente oggi deve essere la mia giornata fortunata! Il mattino ha l'oro in bocca! Avrei dovuto alzarmi più spesso al mattino presto, visto che in venticinque anni non ho mai guadagnato una cifra simile."

Pensai subito a cosa avrei potuto comprarmi.

Lo specchio di una vetrina rifletteva la mia immagine: mi vedevo bellissimo e le poche ragazze mattiniere, incrociandomi, sorridevano.

"Forse sto impazzendo, oppure ho bevuto troppo!"

In effetti la sera prima mi ero un po' ubriacato con dei buonissimi cocktail e avvertivo ancora i postumi della sbronza. Ero come ovattato. Entrai in un bar deserto per fare colazione, quindi salii sulla mia macchina. Il rumore del motore e gli zuccheri in circolo mi distesero i nervi.

Guidando pensavo a come impiegare tutti quei soldi...

"Intanto devo metterli sul mio conto, poi si vedrà..." parlottai tra me e me.


Svoltai per l'autostrada.


Quello era stato l'unico avvenimento degno di nota di tutta un'estate abbastanza squallida in cui qualcosa doveva pure succedere. Mi fermai al casello deserto.

L'orologio analogico del cruscotto segnava le 8:30.

Preso il biglietto, cominciai a correre veloce sul nastro nero diritto d'asfalto. L'aria era fresca. Chiusi i finestrini per non udire il rombo della velocità. La campagna grandissima e assolata mi circondava, il mare azzurro dietro le spalle e un'ombra lunga davanti ai miei passi rotolanti a 130 all'ora.

In mezzo alla pianura, tra i campi, scorgevo macchie rosse di papaveri, appena sbocciati, orgogliosi della loro bellezza esposta allo sguardo cinico del Sole amico del Vento: poveri! Non sanno che la Luna, certo, non li potrà ammirare.

Di quella splendida donna e della nostra travolgente, torrida passione non mi era rimasto nulla se non il ricordo, chissà...

Sentivo che dovevo tornare nel mio appartamento, in città: dovevo tornare a casa, altrimenti sarei impazzito.

Ero di nuovo solo.

Solo con me stesso e con la mia bellezza che sembrava sempre più isolarmi, cacciandomi giù e giù in un pozzo oscuro di ipocrisia ed invidia.

Solo, ad affrontare ancora una volta il mondo.


La vista dei primi palazzi della periferia della città mi donò un immediato benessere. Stavo assorbendo energia. Ero eccitato all'idea di varcare di nuovo la soglia del mio appartamento, di sentire il profumo delle mie cose, di sdraiarmi sul mio divano, di potere accendere il mio televisore, insomma, di vivere nuovamente nel mio mondo.

Finalmente ero a casa.

Felice.

"Si. Adesso posso ricominciare tutto daccapo".


Sfumature Metropolitane.

"Gnosci te ipse". (Socrate)

Quel pomeriggio pareva proprio che il Destino ci avesse voluto regalare una delle giornate più belle dell'anno: l'aria era pulita, profumata e il cielo era di un azzurro intenso. Il tramonto giocava con mille colori e mille sfumature. Era tutto così incredibilmente bello... Ho sempre passeggiato per le città, osservando le facciate, i tetti, i nomi dei vicoli più bui ed angusti, le diverse prospettive, i monumenti famosi di questo inimitabile paese che è l'Italia.


Quel pomeriggio avevo un appuntamento con una ragazza, una mia cara amica, Susan, che, come al solito, era in ritardo, costringendomi ad attenderla al freddo, davanti alla fontana della piazza.

Ci eravamo sentiti per telefono, alcuni giorni prima, e lei mi aveva chiesto se per caso non mi sarebbe andato di farmi una passeggiata, lei ed io, dopo il lavoro, nel fine settimana.

Ci eravamo accordati per il venerdì.

Mi sentivo a disagio, solo, in mezzo alla piazza, appoggiato alla fontana. Senza contare che era un gran freddo, lì, immobile vicino all'acqua.. Osservavo le persone, tra la folla ondeggiante, cercando di scorgere qualche volto familiare.

"Che incredibile varietà.", pensai.

Cominciavo a seccarmi. Quanto odio i ritardatari! Ero intirizzito dal freddo ed ormai rassegnato a dover aspettare almeno altri quindici minuti, quando una figura flessuosa, elegante, con passo tranquillo, si mosse dalla strada verso di me.

Non era Susan..., o si?

Indossava un cappotto bianco, corto e aderente, bordato di pelo grigio; le gambe erano scoperte, con calze velate, scure; i tacchi alti, a spillo. I capelli erano nascosti da un foulard bianco. Portava un paio di grandi occhiali da sole con delle lenti scurissime. No. Non era lei, ma era l'ultima persona che avrei voluto incontrare in quel preciso istante. Era Andrea. Il problema era che Susan non la sopportava: credo che non si parlassero più da tempo. Udivo i suoi passi.

"Rick! Sei proprio tu! Cosa ci fai qui impalato? Non mi dire che per una volta sei tu ad aspettare qualcuno! Sarebbe un evento eccezionale! Sei sempre l'ultimo!" La voce era suadente, calda. Si tolse gli occhiali da sole, con un movimento lento. Sorrideva. Era splendida, gli occhi come due perle nere, la pelle bianchissima.

"Ebbene si! Sto aspettando una persona."

"Mm... E si può sapere chi è?"

"Certo. E' Susan."

Andrea non sembrò per nulla turbata.

"Ah, Susan. Allora è per lei che aspetti. Fareste una coppia perfetta: tutti e due sempre in ritardo! Comunque adesso non posso proprio fermarmi. Ho un importante appuntamento di lavoro con un gallerista. Devo scappare. Salutami Susan e tu fatti sentire ogni tanto, OK?"

"Va bene. Domani ti telefono. Ciao."

Ci salutammo con un bacio. Un bacio sulla guancia, casto, ma non proprio da amici. Non era mai successo. Andrea ed io non eravamo mai stati amici, veramente: ci siamo sempre frequentati molto poco. Eppure quel bacio era carico di tensione. Andrea portava il suo solito profumo. Era calda. Per un attimo ebbi l'impressione che sarei potuto scappare via con lei. No. Non poteva essere. Ci staccammo ed Andrea si allontanò sorridente, con passo deciso, verso l'altro lato della piazza. Pochi secondi per essere nuovamente inghiottita dalla folla.


Una signora anziana chiedeva l'elemosina, un'altra, sui gradini della chiesa, vendeva chicchi di grano per i piccioni, la musica di un organetto si spandeva nell'aria gelida.


"Rick! Sono qui!" Feci un salto. Era Susan, più allegra che mai.

"Susan! Stavo per andarmene. Pensavo che ti fossi dimenticata. Aspetto da quaranta minuti!"

"O, povero. Sarai congelato. Scusami, sono la solita ritardataria, ma sono uscita dal lavoro un po' più tardi del solito, poi sono passata da casa, giusto per sistemarmi e quando sono scesa non era tardi, ma l'autobus non arrivava mai, l'ho aspettato per venti minuti, non ti dico l'ansia. Speravo che anche tu fossi in ritardo..."

"Va bene, va bene, lasciamo perdere. Tu piuttosto come stai? Mi sembri in forma."

"Si. E tu?"

"Anch'io, se non fosse che ho sempre da fare. Non vedo l'ora di prendermi un bel periodo di vacanza, al caldo."

"A chi lo dici! Ma è meglio non pensarci... Io non guardo più nemmeno le vetrine delle agenzie per non stare male: una rabbia a vedere tutti quei modelli in costume sulle spiagge tropicali!"

"Non me ne parlare! Che ne dici di farci una bella vacanza quest'estate? Ci andiamo assieme e pensiamo solo a divertirci!"

"Mm, mica una cattiva idea. Si può fare. Ripensiamoci questa primavera, quando escono i nuovi programmi di viaggio."


Conoscevo Susan dall'ultimo anno di Università, eravamo coetanei e, spesso, come quel pomeriggio d'autunno, ci trovavamo a camminare, chiacchierando, per le vie del centro storico. Amavamo osservare. Osservare la gente, i negozi, i palazzi,... Vivevamo entrambi soli, avevamo lasciato presto le nostre famiglie. Ci facevamo compagnia. Lavoravamo in due grandi studi d'architettura; stavamo decollando, le nostre quotazioni salivano; eravamo considerati due ottimi professionisti, nonostante le invidie e le incomprensioni da parte dei colleghi di lavoro e dei nostri familiari.

Entrambi avevamo avuto dei problemi in famiglia che ci avevano portato a cambiare aria molto presto. Appena ce lo potemmo permettere, finiti gli studi e cominciato a lavoricchiare, andammo a vivere da soli e, successivamente, riuscimmo anche a comprarci un appartamento. Sia io che Susan avevamo dovuto fare dei sacrifici: spesso, per guadagnare abbastanza, lavoravamo anche di notte, nelle discoteche. Inoltre posavamo come modelli e venivamo chiamati a molte sfilate di moda.


Quel pomeriggio l'avevamo tenuto libero per noi due. Passeggiavamo chiacchierando già da una ventina di minuti. L'orologio del Comune aveva appena battuto cinque rintocchi.


"Certo che noi Italiani siamo fortunati a possedere delle città così antiche. Tu cosa ne pensi?" mi chiese Susan con aria tra il trasognato e il preoccupato.

"Si, siamo fortunati, ma dovremmo fare attenzione anche al resto della città: intendo dire a ciò che resta fuori dal centro storico. Altrimenti cosa mai riusciremo a lasciare noi ai posteri?"


Un turista, forse americano, doveva aver ascoltato la nostra conversazione perché, materializzandosi di fronte a noi, molto seriamente ci fermò e ci disse:

"Scusate se vi disturbo. Credo di aver udito la vostra conversazione... Posso darvi un consiglio?"

Era un signore alto, con i capelli azzurri, vestito sportivamente. L'aspetto era quello di un uomo saggio. Parlava assai bene l'italiano, nonostante la marcata inflessione inglese: un fatto inusuale per uno straniero. Sembrava possedere una grande cultura. Portava una tracolla voluminosa.

"Ma certo. Ci dica!"

"Anche se l'uso sconsiderato della tecnologia ha abbruttito molti luoghi un tempo ameni e creato ambienti così poco umani, voi Italiani possedete ancora tanta storia e tanta cultura e le vostre opere d'arte, lasciatevi in dono dai vostri avi, sono sempre qui a ricordarvelo, instancabili, sottovoce. La statua sporca di smog, la facciata marmorea sfregiata dalla vernice, il cielo della via storica coperto da ragnatele di fili e la strada sconnessa spalmata di catrame stanno lì, immobili, sempre disponibili, come i buoni maestri, ad una spiegazione in più e osservano, sarcastici, chi, strillante, correndo dietro al Tempo con le tasche e le borse gonfie di tecnica ma miseramente vuote di Cultura e Umanità, non riesce a scorgere la loro bellezza." Il signore dai capelli azzurri fece una pausa e raccolse un'espressione vivace. Sembrava che si fosse tolto un peso dalle spalle. Poi continuò:

"Ricordatevi sempre quello che vi ho detto, anche se non siete d'accordo con me. Credo che voi due siate ragazzi speciali. E' stato un piacere conoscervi. Buona fortuna!"

Avrei voluto parlargli ancora... Chiedergli come si chiamava... Dove abitava... Ma il signore con i capelli azzurri si voltò deciso e riprese a camminare. Eravamo entrambi increduli e paralizzati. Io e Susan ci guardammo negli occhi ma subito la vita della città ci travolse.

"Per un attimo mi è sembrato che il tempo si fosse fermato... Ma dove è finito? Lo vedi, Rick? Che sia quello laggiù in fondo?"

"No, non mi sembra lui... Portava un giubbotto grigio... e poi mi sembrava più alto... "

"Si, hai ragione. Non è lui. Ci è accaduto proprio un fatto molto strano, singolare... "

"Già. Però mi è sembrato di buon auspicio: ci ha augurato buona fortuna." parlavo a Susan sorridendo, ma ero stato assalito da una sorta di inquietudine, di ansia. Quell'uomo era stato così enigmatico.

"Perché mai avrà scelto noi per esprimere il suo pensiero? E da quanto tempo stava ascoltando i nostri discorsi? Non mi pareva che fossimo seguiti da qualcuno... "

"Nella confusione... Non ce ne saremo accorti... "

"Sarà così..."

Simultaneamente, voltandoci l'uno verso l'altra, ci guardammo negli occhi: non eravamo per niente convinti!


Camminammo vicini ancora per qualche minuto. La temperatura era calata velocemente in mattinata, nel giro di due, tre ore e un vento gelido proveniente da est sembrava preannunciare una precoce nevicata di inizio novembre. Fino a due settimane prima sembrava di essere in primavera.


"L'Autunno è una strana stagione", pensai, "tutto cambia e si trasforma ad una velocità incredibile eppure, sempre, con grande armonia; anche se precede l'arrivo dell'Inverno, ci regala i colori più caldi e cangianti dell'anno".


"Rick, ti va di andare a bere qualcosa di caldo?" mi chiese Susan tremolante, tra le mie braccia, affondando la testa nel suo giaccone nero bordato di pelliccia grigia.

"Stavo per proportelo. Sono congelato! Anzi, non mi sento più i piedi! Perché non andiamo da B., così ci possiamo sedere e parlare con comodo?"

"OK! Ti seguo!"

Ci incamminammo. I vortici fruscianti delle foglie secche accompagnavano i nostri passi frettolosi. Il profumo delle castagne arrosto si spandeva sotto i portici. Era venerdì pomeriggio e le strade brulicavano di gente, nonostante il tempo rigido. Udivo la musica di un organo: forse stavano suonando nella Cattedrale. Pochi minuti ed arrivammo di fronte all'insegna psichedelica di B.


Il locale lo conoscevamo entrambi. Era un pub con i tavolini sul retro, mentre sul davanti funzionava come un bar all'italiana dove si consumava in piedi. Appena entrati fummo investiti da un piacevole calore profumato del caffè appena preparato e della vaniglia delle paste dolci. L'ambiente era luminoso ed accogliente. Dall'interno, una grande vetrata disegnata con motivi floreali permetteva di osservare la vita pulsante della città. Ci sedemmo a un tavolino rettangolare, chiuso su tre lati da comodi divanetti rossi, di fianco alla vetrata, così da poter parlare comodamente, uno di fronte all'altra, e nello stesso tempo poter osservare ciò che accadeva all'esterno. Ci spogliammo dei nostri giacconi pesanti, appendendoli al guardaroba. Susan si sfilò i guanti bianchi, di camoscio, posandoli sul tavolo e appoggiò la borsa sul divanetto, di fianco a lei. Indossava un abito nero a tubino, aderente, con il collo alto.

"Mi ricordi Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany. Ti manca solo il cappello... E un poco di scollatura in più...". Non era proprio vero, o almeno era vero solo per quanto riguardava l'abbigliamento: per il resto l'immagine era diversissima.

"A si? Adoro quel film, quel personaggio... Per certi versi mi assomiglia. Se tu fossi come George Peppard..."

"Ti piacerebbe... In effetti... Ma capita anche a te di immedesimarti nei personaggi dei film?"

"Certo. Penso succeda a tutti. In fondo chi non è un po' attore? Nella nostra professione, poi, a contatto con tanta gente, l'immagine è così importante che penso sia inevitabile recitare qualche personaggio. Ma si, credo che molte persone siano leggermente schizofreniche, con più personalità, almeno esteriormente, o forse no...? Mm, che discorso difficile... Tu in chi ti sei mai immedesimato...?" mi chiese Susan curiosa.

"Ti dirò... Generalmente mi immedesimo nei personaggi che ai più sembrano strani, nelle personalità complesse, nei pazzi, spesso nei cattivi. I buoni sono così noiosi..."

"Tutto ciò è molto intrigante... Tu, in effetti, per certi versi sei strano, complicato. Non mi hai mai raccontato nulla della tua vita, o meglio nulla di veramente importante. Dai, svelami qualcosa di piccante..."

Appoggiandosi allo schienale imbottito del divanetto, Susan si passò una mano tra i lunghi capelli castani, lucidi portandoseli indietro e facendoli ricadere morbidamente: ora la fronte alta e le sopracciglia ben disegnate, sottili erano in gran parte scoperte esaltando la bellezza dei suoi occhi. Occhi grandi, bruni, luminosi, profondi. Era veramente una donna bellissima.

"Quale vita vuoi conoscere? Ne possiedo tutta una serie!"

"Ecco, vedi, sei sempre il solito: quando si parla di te metti il coperchio e liquidi i discorsi con una risata sarcastica. Chissà cosa mi nascondi..."

"Sapessi..." Susan sembrava aver lasciato ogni speranza di capire perché cominciò a rilassarsi, aiutata dall'ambiente accogliente.

"Come si sta bene qui, Rick. Hai avuto proprio una buona idea, poi a quest'ora c'è poca gente e di sicuro non ci cacceranno tra mezz'ora e potrai raccontarmi tutto."

"Tutto? Tutto cosa?"

"Tutta la tua vita. La tua vera vita. Quella che nessuno conosce."

La luce era soffusa e la musica dance invadeva l'ambiente rallegrandolo. Credo che entrambi fummo pervasi da una grande sensazione di piacere. I nostri corpi, vicinissimi tra loro, emanavano energia e calore. Susan era bellissima. Mi sembrò quasi che fosse concentrata nell'intento di proiettare all'esterno il meglio di sé. Si passò le mani tra i capelli per spostarli dagli occhi e mi lanciò un'occhiata terribile, da togliere il respiro: sprigionava una luce simultaneamente fredda e calda. Un battito lento di ciglia trasformò quello sguardo in un sorriso caloroso, pieno di dolcezza e di buoni sentimenti.

"Ma cosa mi stavi chiedendo prima di entrare...?", le chiesi distrattamente, senza più incrociare il suo sguardo, leggendo la lista delle bevande.

"Guarda che ti conosco, ormai. Se cerchi di non rispondere alla mia domanda ti sbagli di grosso. Oggi mi sento una detective! Allora, raccontami qualcosa della tua vita: cosa facevi prima che ti conoscessi?"

Alzai la testa perplesso ed esaurito dalla sua insistenza. Misi a fuoco Susan e l'ambiente che ci circondava. Oltre a noi, seduti ai tavolini, c'erano soltanto altri quattro clienti. Dovevamo impressionarli, perché ci fissavano con insistenza. Forse era per come eravamo vestiti, di nero,... Entrambi, ogni tanto, ricambiavamo qualche occhiata. Era divertente.

I gigli dorati della carta da parati ci sorridevano complici.

"Ma guarda che curiosa. Cosa vuoi che facessi... Hai già deciso cosa ordinare?"

"Sì! E tu?" mi rispose, secca ma divertita.

Non sapevo, o meglio, non volevo risponderle. Non ho mai gradito raccontare la mia vita a qualcuno, non so neanche io per quale ragione, so solo che mi reca un grande fastidio dover affrontare quell'argomento, e per giunta in quel modo così rozzo, diretto. Susan era una ragazza sensibile, ma a volte si dimostrava un pachiderma, come quando decise di raccontare alla sua migliore amica, Andrea, che aveva sorpreso il suo ragazzo con un'altra (immagino i modi): quella poveretta per poco non andò giù di testa e, a distanza di tre anni, capita che in piena notte telefoni a qualche amico perché l'accompagni a vedere le raffinerie di petrolio sulla costa. E' da quella volta che quasi non si parlano più!

"Allora, mi racconti la tua vita privata?"

"Ecco, vedi? L'hai detto tu stessa! Quella è la mia vita privata, perché mai dovrei renderla pubblica?"

"Quante storie! Tu sai tutto di me!" Era terribilmente insistente, non tanto per le sue domande, ma piuttosto per il suo modo di fare, per l'energia che emanava dal suo sguardo tagliente. Sembrava così sicura di se stessa...

Mi salvò il cameriere che si avvicinava per l'ordinazione. Era un bel ragazzo ma non particolarmente elegante; era abbastanza ordinario: sono i tipi che hanno più successo con le donne perché non le spaventano, ma le rassicurano. Colsi Susan fulminarlo con un'occhiata maliziosa.

"Cosa volete ordinare?" ci domandò titubante. Susan lo fissava senza alcun ritegno.

"Tu hai già deciso, Susan?"

"Si, io prendo un tè alla rosa, col latte."

"Mm, che romantica... Io invece un tè, sempre con il latte."

"Un tè normale?"

"Si, normale. Grazie."

"OK. Vado e torno!"

Appena il ragazzo si fu allontanato riprendemmo il discorso.

"Senti, cara Susan, perché non lasci perdere le tue indagini stupide e non smetti di fissare quel povero ragazzo? A proposito, hai rivisto Andrea?"

"Cerca pure di cambiare discorso... E poi non lo sto fissando, è solo che lo conosco di vista, non gli ho mai parlato: è un cliente fisso del C. e credo che faccia coppia fissa con un uomo sulla cinquantina; quando sono assieme sembrano felici."

"Ma guarda. Non avrei mai detto che fosse gay..."

"Mai fidarsi delle apparenze. Qual è il proverbio...? L'abito non fa il monaco?"

"Già..."

"Ma lo conosci pure tu? Ti fissava in modo strano..."

"A si? Non mi è sembrato. Sarà stata una tua impressione."

"Allora gli sei piaciuto!"

"Può darsi."

"Perché non te lo fai? Le esperienze fanno crescere..."

"Lasciamo perdere, va. Ma non stavamo parlando di Andrea?"

"Come sei interessato alla vita di quella ragazza! Ho sempre pensato che ti intrigasse. Magari siete fatti l'uno per l'altra e non ve ne siete mai accorti..."

"Può essere. Che male ci sarebbe?"

"Andrea è un mostro e tu sei troppo buono per lei. Tra di voi non funzionerebbe mai."

"E tu che ne sai?"

"La conosco da quando frequentavamo il liceo. La conosco bene e so che non potrebbe mai funzionare tra voi due."

"Allora mi fido, se lo dici tu..."

"Ma se tu vuoi sognare, ti lascio sognare, non dico più niente. Poi voi vi frequentate così poco... Ma se vuoi sognare, fa pure." Era insopportabilmente acida.

"Tu per caso hai già smesso di sognare? Mi dispiace. Davvero."

La conversazione stava scadendo. Non la tolleravo più! Il cameriere di prima arrivò con i due tè. Susan capì di aver esagerato e cambiò tono, cercando di essere meno aggressiva.

"L'ho rivista, sai. Ma non te l'ho detto perché mi sentivo un po' rincoglionita. Ero furiosa."

"Ma cosa è successo?"

"Mi ha telefonato a metà settembre, quella stronza, nel pieno della notte, facendomi fare un salto nel letto. Ne ho dette di tutti i colori, ho bestemmiato come una turca al punto che lei ha messo giù."

"Ma sei matta!? Poveretta! Aveva bisogno di parlare...! Le avrai spezzato il cuore. "

"Come sei premuroso... E invece no! Subito dopo mi sono venuti i sensi di colpa, così l'ho richiamata e mi sono lasciata convincere ad andare alle raffinerie."

"Ma non mi dire. Tu che in piena notte salti giù dal letto per uscire di casa... Con Andrea!" Ero stupefatto e mi venne veramente da ridere.

"C'è poco da ridere. Per tutto il tragitto si è lamentata della sua vita. Uno strazio. Poi, arrivate a R., si è messa a straparlare: sembrava una matta. Era estasiata. Diceva che si trovava di fronte all'Inferno di Dante, con tutte quelle fiammelle e quelle luci gialle che parevano di zolfo e ha cominciato a piangere dicendo che si era comportata male con me e poi ha cominciato a ridere e si è messa in testa di andare ad un after hour. Era isterica. Ma ci pensi? Io non capivo niente dal sonno e lei voleva andare a ballare! A raccontarlo quasi non ci credo."

"In effetti sembra una storia assurda, ma sapevo che faceva delle cose del genere e lo sapevi pure tu. Non si è più ripresa da quella volta..."

"Lo so, ma cosa ci posso fare? Mi ero anche interrogata dopo quello che era accaduto, ma insomma, io sono lesbica, cosa vuoi che ci capisca dei rapporti etero. Poi certe cose mi sembrano così assurde... Come ci si può non accorgere che l'uomo con cui fai coppia fissa da più di tre anni in realtà ha una relazione con un'altra donna, contemporaneamente. E' veramente assurdo. Bisogna essere proprio perse. Secondo me lei lo sapeva benissimo e aspettava soltanto che qualcuno glielo dicesse: quel qualcuno sono stata io e ci ho pure rimesso! Ma non è finita! Siamo andate in disco e lì lei ha adocchiato un tipo sulla trentina: hanno ballato tutto il tempo mentre io ero furente dalla noia e dal sonno. Quando poi le ho detto che sarei tornata a casa perché quel mattino dovevo essere in ufficio lei mi ha risposto che non ero un'amica, che non l'avevo aiutata quando stava male e che era colpa mia se era ancora zitella. E, non contenta, stavo cercando di impedire la sua nuova relazione con quello sconosciuto. Figurati! Le avrei strappato i capelli!", mentre raccontava, Susan era rossa paonazza dalla rabbia, "Così io me ne sono tornata a casa da sola entrando in ufficio con un aspetto che sembravo appena uscita da una bettola e due giorni fa ho saputo da un collega che la stronza si è messa con quel tipo e da allora stanno assieme! Ti rendi conto!? Mi ha usata e buttata nel bidone della spazzatura. Così! Come se niente fosse..."

"In effetti non è stata tenera nei tuoi confronti. Non pensavo che covasse tanto rancore, anche se sapevo che tra voi due non correva certo buon sangue. Ma se ha trovato la persona che fa per lei... Ma sei sicura delle informazioni che ti ha fornito il tuo collega? Lui come lo ha saputo?"

"Non lo so... Sono amici... Credo si siano sentiti per telefono."

Susan stava riprendendo il suo aspetto di sempre. I suoi occhi erano splendidi, incorniciati da folte e lunghe ciglia che lei valorizzava col trucco nero. Sorseggiava il suo tè.

Tra noi prese corpo un lieve imbarazzo, non so perché. La ragazza che sedeva di fronte a me era enigmatica. Avvertii una certa irritazione, qualcosa di epidermico che non presagiva nulla di buono. Sarei scappato. Susan doveva aver avvertito la stessa sensazione perché esordì con delle parole che mi colpirono profondamente:

"Sai Rick, devo proprio dirtelo. Sono alcuni giorni che ci penso. Con te io sto bene, sento di poter parlare liberamente. Credo che tu sia il mio migliore amico. E' difficile che nasca un'amicizia sincera tra un ragazzo e una ragazza, spesso sorgono dei malintesi... Capita che uno dei due sia in realtà innamorato dell'altro ed allora quella non è amicizia. Quando l'amore e l'amicizia si confondono tra loro creano un sentimento misto, sottilmente perverso, spesso pericoloso per entrambi: si instaurano rapporti di forza incontrollabili, perché in realtà sconosciuti. Il fatto che io sia lesbica probabilmente aiuta la nostra amicizia. Fondamentalmente io sono un po' donna ed un po' uomo e la mia parte maschile credo che si sposi bene con il tuo essere uomo. Oppure è la tua parte femminile che si sposa bene con la mia metà di donna! Sei sicuro di essere etero?"

Trasalii. Ero abituato a delle discussioni franche ma questo era troppo!

"Sbaglio o, velatamente, mi hai dato dell'omosessuale?"

Susan era gentilissima.

"Non offenderti. In ognuno di noi c'è una parte maschile e una femminile. L'importante è esserne consapevoli. Non c'è nulla di male. Ti credevo più aperto."

Mi allontanai dal tavolo, appoggiandomi allo schienale del divanetto. Il tè mi aveva scaldato. Sentii una vampata di calore sprigionarsi lentamente dal centro del mio corpo fino alle estremità più remote. Sinceramente non sapevo più cosa pensare, cosa poter dire.

"Te l'ha mai detto nessuno che quando ti arrabbi diventi nero? Fai paura. Però sei sempre affascinante."

"Credo proprio che tu sia un po' pazza." Cercavo a tutti i costi di mantenere il controllo della situazione, di non farmi travolgere dai sentimenti.

"Forse. Ma tu non hai mai avuto delle esperienze omosessuali?"

"Mai!"

"Vuoi farmi credere che non hai mai provato niente stando vicino ad altri uomini?"

"Ma che domande fai!? Il solo pensiero mi disgusta!"

"Davvero?! Strano... " Susan era visibilmente perplessa e sembrava anche piuttosto scossa. Per un istante abbassò gli occhi.

Mi sentii in colpa: per lei l'omosessualità era la normalità ed io ne parlavo come di una malattia. Come avevo potuto essere così rude... Avevo colpito la sua sensibilità. Come avrei potuto farmi perdonare? Che stupido...


Susan era quel tipo di ragazza che alcuni potrebbero definire sprecata. Infatti era molto bella, i capelli color miele, il viso dai tratti regolari, gli occhi ben disegnati; anche il fisico era ben fatto e non senza forme per la sua altezza. Amava valorizzare le sue doti naturali con l'abbigliamento, sempre elegante, lineare. Raccontava di avere avuto delle brutte esperienze con gli uomini, da ragazza, e di aver capito che il vero amore lei lo avrebbe trovato solo in una donna. Spesso però era sola e in coppia la si vedeva solo con delle ragazze altrettanto belle che conosceva in discoteca o altrove. Non dava mai l'impressione di voler imitare in qualche maniera le coppie etero. Con le sue amanti, almeno esteriormente, aveva un rapporto da amica ad amica. Ricordo quando la conobbi, in un locale notturno: fu amicizia a prima vista. Si. Tra noi si era cementata una bella amicizia: ci raccontavamo tutto, come fossimo fratelli. Ci univa un grande amore per l'arte, l'architettura, le città che visitavamo, la cultura e il pensiero in generale. Ma quello che più ci univa era l'amore quasi maniacale per la vita metropolitana e la nostra casa.


Un giorno trovai in un cassetto del mio studio una delle lettere che io ed un'altra ragazza usavamo scriverci regolarmente, alcuni anni addietro. Cercavo di comunicarle alcune sensazioni che provavo e alcuni fatti della mia vita. Quel testo, una bozza, che sembrava tanto un'autobiografia, quella ragazza non lo ricevette mai: le lettere andrebbero scritte e spedite, mai aspettare, altrimenti si rischia di non inviarle più. Ma probabilmente gli eventi dovevano seguire quel corso.


Cara Elisabetta,

in questa lettera vorrei parlarti delle nostre città e del nostro adorato nido che te ed io amiamo tanto.

Io ho sempre vissuto in appartamenti, prima con i miei genitori, poi con amici, quindi da solo.

La prima casa che ricordo era quella dove i miei genitori andarono ad abitare appena si sposarono. Era un appartamento in affitto piuttosto spazioso, con un grande corridoio dove da piccolo potevo correre, anche con il triciclo. Sono tanti i ricordi legati a quel periodo della mia vita...

All'età di cinque anni mia mamma e mio papà decisero di comprarsi un appartamento nuovo tutto loro, in modo da non dovere più pagare il canone di locazione che cominciava ad essere elevato. Così ci trasferimmo in periferia in un quartiere residenziale nuovissimo, con palazzoni e grandi spazi verdi, alberati, dove io e le mie sorelle giocavamo tutto il tempo che ci rimaneva dopo i compiti della scuola.

E' quella la casa che ricordo meglio.

Ma la mia casa è tutta un'altra cosa. Quando finii il liceo e decisi di continuare gli studi a F., subito i miei genitori si opposero al fatto che potessi andare ad abitare in un'altra città, a cento chilometri di distanza da loro, così fui costretto ad andare avanti e indietro. All'inizio fare il pendolare non mi pesava più di tanto, forse perché avevo ancora le energie dell'adolescenza, forse perché si trattava di qualcosa di nuovo, non lo so, fatto sta che per due anni mi ritrovai ad essere uno studente fuori sede che quasi tutte le mattine si svegliava per prendere il suo treno. In quel periodo cominciai a conoscere il mondo delle stazioni, dei pendolari, con tutti i problemi e l'emarginazione che si portano dietro. Allora il mio piccolo mondo, a poco a poco, si trasformò in un universo colorato, con le sue luci e le sue ombre, ma grande, sempre più grande. Imparai a nuotare in quell'immensità.

Successivamente convinsi i miei genitori a darmi i soldi necessari per pagare l'affitto di un appartamento a F. da dividere con alcuni amici, in attesa di potermi permettere un appartamentino tutto mio.

Possedere una casa propria è un'emozione enorme, difficile da spiegare. Non è la casa dove sei nato o quella dove vivi con gli amici e neppure quella dove ti trasferisci quando ti sposi: è la casa dove puoi esprimere tutto te stesso, tutta la tua personalità, dove puoi stare da solo senza essere giudicato un emarginato o un pazzo, un maniaco (e in Italia è facile essere giudicati tali), dove puoi invitare chi credi, i tuoi amici, la tua ragazza, chiunque. Insomma, nella tua casa puoi costruire il tuo mondo e dare libero sfogo alla tua vita e ai tuoi desideri. Non importa che tu l'abbia comprata o che tu l'abbia solo affittata, basta che sia tua, nel senso che la abiti tu. E' come se le tue energie si espandessero fino a impregnare e circondare tutti gli ambienti e tutti gli oggetti. Anche visitando le case di amici mi accorgo sempre che essi hanno lasciato una parte di loro negli ambienti: è una sensazione che non deriva solo dall'arredamento o dai profumi, ma anche da qualcosa di intangibile, da una qualche energia che riempie lo spazio e si concentra nelle cose.

Ti sarà capitato di toccare un qualche oggetto e di avvertire un'energia o, meglio, una sensazione che difficilmente si riesce a spiegare e successivamente di venire a conoscenza che quell'oggetto era stato comprato ad un mercatino dell'usato oppure era stato donato a qualcuno per qualche ricorrenza particolare, o era legato a fatti importanti della vita di una persona: lo stesso avviene per la casa. Generalmente, la stessa qualità di energia si avverte emanare dalla persona che abita quegli ambienti. Credo che lo spirito della casa coincida con chi la abita (e forse questo potrebbe collegarsi con le apparizioni dei fantasmi nei castelli...) e la sommatoria di tutte queste energie dà luogo al genius loci della città.

Come avrai capito le scienze che si occupano di fenomeni paranormali mi interessano assai.

Capita di entrare in luoghi particolarmente spogli ed ugualmente sentire una forte energia: in questi casi, probabilmente, la persona che abita quel luogo è spiritualmente forte.

Cerco sempre di personalizzare gli ambienti in cui vivo. Per me non è difficile poiché studio architettura da molti anni e provo persino piacere nell'arredare una stanza: è come se le dessi vita.

Non importa spendere tanti soldi, basta dipingere le pareti con un colore di proprio gradimento, dosare bene la luce, scegliere dei mobili che esprimano la propria personalità e posizionarli con fantasia ed il gioco è fatto; successivamente sarà il tempo a fare il resto, con tutti gli avvenimenti belli e brutti che si porta dietro.

Per tutti i motivi elencati, non capisco proprio chi dice di amare la vita in albergo, in giro per il mondo, o chi vive per l'eternità con i propri genitori (oddio che incubo!!!).

Quando sono a casa io sono IO!

Tornando dal lavoro, sia che provenga dal mio ufficio, sia che torni da un viaggio, la prima cosa che faccio è appoggiare la mia roba nell'ingresso, di fianco alla porta, e sdraiarmi sul divano in mezzo alla sala, poi vado al bagno, mi guardo allo specchio e dopo poco sono sotto la doccia. In questo modo mi riapproprio del mio spazio vitale ed è sempre una nuova emozione, una scarica di adrenalina, un brivido lungo la schiena.

Allora rivedo le mie cose e ritrovo me stesso. Ancora in accappatoio, mi preparo qualcosa da bere e guardo, spesso immerso nel buio, le luci della città che penetrano all'interno seguite dai rumori, dai suoni, dalle voci, anche dal cinguettio degli uccelli e allora penso: "Esisto". Sono uno spirito cittadino. In genere riesco ad allontanarmi dalla città solo per dei brevi periodi, durante le vacanze, per lavoro o per andare a trovare parenti o amici: in quei giorni sto benissimo e riesco ad amare quei luoghi diversi, naturali, unici, fortemente, con tutto il mio corpo e la mia mente, ma prima o poi devo tornare in città. E' qui che posso aspettarmi una telefonata nel cuore della notte da parte di un amico o di un'amica che ha bisogno di conforto, è qui che posso uscire a qualsiasi ora per cercare un porto sicuro dove scaricare la tensione, le preoccupazioni, o semplicemente per ricrearmi, svagarmi, incontrare altre persone e, se lo desidero, socializzare. C'è chi dice che la città è violenta, sporca, caotica e per questo la detesta: semplicemente non la capisce, perché la città è di chi la abita.


La lettera continuava trasformandosi in un'autobiografia un po' troppo sincera per i miei gusti...

Su questi e altri argomenti Susan ed io andavamo d'accordo. Avevamo amici comuni e spesso ci si soffermava sul significato della casa e della vita metropolitana: tutti eravamo concordi, naturalmente con le dovute differenze, sul fatto che nessuno avrebbe mai abbandonato la città.


"Susan, a che stai pensando?"

"Meditavo che ormai è ora di andare e non ho voglia di stare in casa da sola, questa sera: mi sento strana, inquieta... Ti va di venire a casa con me? Ordiniamo una pizza e poi chiamiamo qualcuno per passare la serata. Domani non bisogna andare a lavorare. E' sabato."

L'idea non mi allettava più di tanto.

"Si può fare. Ma sei sicura di volerlo veramente? Non ti disturbo?"

"Ma figurati. Non ti avrei invitato, altrimenti."

"Va bene, però volevo farmi una doccia. Potrei raggiungerti tra due ore, verso le nove..."

"Fattela da me la doccia. Guarda che il bagno ce l'ho anch'io! Non sono una selvaggia!"

"Chi pensa una cosa simile? E comunque non è la stessa cosa... Da me c'è tutto quello che occorre."

Il tono della mia voce doveva essere stato sgradevole perché Susan cambiò immediatamente espressione e divenne cupa, allora cercai di correggermi e le dissi che ero d'accordo: sarei andato a casa sua. Non potevo nascondere a me stesso che ero attirato dall'idea di trovarmi nella sua casa, soli, lei ed io; sapevo che era lesbica ma era pur sempre una donna, per di più molto attraente, il problema semmai era che si trattava di un'amica.

"Perché non chiamiamo Andrea?" mi chiese allegramente.

"Ma se solo mezzora fa mi hai detto di essere furiosa con lei..."

"Si, ma penso che potrebbe essere divertente... Ummm, hai ragione! Non è una buona idea! Non vorrei che dopo si litigasse... "

"Esatto. Lasciamo perdere. Credo sia meglio."

Susan era arrivata in centro con l'autobus così avrei dovuto darle un passaggio in macchina. Non sono abituato a spostarmi con i mezzi pubblici se non sono costretto. Pagammo il conto ed uscimmo all'aperto.


Era già buio. In quel periodo dell'anno le giornate si accorciavano rapidamente. Le luci della città gettavano bagliori dorati: tutto luccicava. L'aria era umida, la temperatura era aumentata rapidamente e il cielo si era coperto di pesanti nuvole che parevano di zolfo.


Un lampo illuminò le strade e un'esplosione squarciò l'aria.


Poi la musica della banda... Pareva quella del film "Amarcord", anzi, era proprio quella.

Ci guardammo attorno. La gente sorrideva. Un'allegra atmosfera agrodolce, felliniana si mischiava a quella solenne, antica dei palazzi e dei monumenti.


Una seconda esplosione ci rivelò ciò che stava effettivamente accadendo: sopra i tetti, uno stupendo fiore di fuoco fucsia illuminava il cielo. Erano fuochi artificiali! Coloratissimi.

"Rick, per un attimo mi era sembrata una bomba."

"Uh. Anche a me..."

Ci fu una pausa... poi continuai:

"Fermiamoci a guardarli... Da questa posizione si possono osservare abbastanza bene. Ti va?"

"Si. Ma perché li fanno?"

"Credo che inaugurino qualcosa di importante, ma non ricordo cosa..."

"Sei il solito sbadato!"

Susan ora parlava con aria divertita mentre sulle nostre teste nascevano mille figure coloratissime, luccicanti. I bagliori illuminavano le facciate brune dei palazzi e quella bianca della cattedrale. Gli strumenti della banda brillavano. L'ultimo botto fu, come sempre accade, il più spettacolare e fragoroso di tutti. L'aria fredda sulla faccia ci faceva lacrimare gli occhi costringendoci a socchiuderli. La polvere delle esplosioni si fondeva con le nuvole. Susan ammirava i fuochi come una bambina.

"Che splendore. Il cielo sembrava un albero di Natale", pensai.

L'odore dello zolfo cominciava a spandersi nell'aria, assieme a quello della pioggia in arrivo.

"Sembra che arrivi un temporale. Sarà meglio sbrigarsi se non ci vogliamo bagnare, che ne dici, Susan?

"Hai ragione. Andiamo."

Ci dirigemmo verso il parcheggio situato ai margini del centro storico osservando le vetrine dei negozi sotto le volte dei portici. Avevamo gli stessi gusti: ci soffermavamo solo davanti alle vetrine che esponevano abiti scuri, neri e con le tonalità del grigio, oppure dai colori sgargianti, elettrici; ma eravamo attirati anche dai gioielli, da quelli più costosi, che naturalmente non potevamo permetterci.

Mi sembrò, per un istante, di passeggiare con la mia fidanzata: entrambi alti, slanciati, eleganti, una gran bella coppia... Ero assorto in quel pensiero assurdo quando la voce calda di Susan reclamò la mia attenzione. Mi voltai rapidamente verso di lei e incrociai il suo sguardo: era limpido e conturbante.

"Guarda che splendido abito. Se avessi i soldi qui con me lo comprerei all'istante, non ti piace?"

Era un abito corto, nero e lucido, sembrava confezionato con della plastica e rifletteva dei magnifici riflessi argentati, perlati.

"E' splendido. Immagino che ti starebbe benissimo. Non hai la carta di credito?"

"L'ho dimenticata a casa..."

"Se vuoi posso imprestarti il denaro che ti serve, poi me lo rendi quando siamo a casa oppure un altro giorno."

L'offerta era sincera. Vedevo i suoi occhi brillare, alla vista di quell'abito, un po' come l'aquila che avvista la sua preda. Ma era anche così infantile: ricordava un bambino davanti ad un bell'oggetto che catalizza la sua attenzione.

"Veramente mi impresteresti quella cifra? Ti prometto che appena arrivati a casa te li rendo."

"Non ne dubito. Adesso però è meglio che tu entri, se non vuoi che il negozio chiuda. Sono quasi le sette e mezza."

Entrammo. L'ambiente era elegante e moderno, un po' high-tech, un po' night club. Una commessa, gentile ma decisa, indicò a Susan dove provare il vestito.

Fu lunghissima ad uscire dal camerino.

Lei ed io eravamo gli unici clienti. Chiesi se potevo guardare un paio di pantaloni. Mentre osservavo i capi mi resi conto che l'attenzione di tutti, delle commesse, dei commessi e perfino della gente che osservava le vetrine si era spostata su un punto in particolare: Susan era uscita dal camerino. Era splendida. Pareva un angelo nero, una perla di rara bellezza. Quel vestito era stato cucito apposta per lei. Accortasi del successo, sembrò imbarazzarsi e cominciò a sorridere.

"Finalmente sei uscita! Pensavamo che ti fossi addormentata! Comunque sei splendida. Ti consiglio di prenderlo."

"Tu dici? Non mi fa volgare?"

La commessa le tolse subito ogni dubbio mentre Susan si dava un'ultima occhiata allo specchio.

Ero accanto a lei, leggermente più indietro. Le nostre figure riflesse si fondevano in un'immagine straordinariamente armonica. Una strana sensazione mi percorse tutto il corpo.

"Va bene. Lo prendo. Naturalmente paghi tu!" mi disse scherzando.

Mentre si cambiava pagai il conto.

Fuori dal negozio Susan era felice. Ci dirigemmo veloci verso l'auto.


Dopo quella camminata, affondare nel sedile dell'auto fu una gran gioia. Il motore si avviò silenzioso, con un sibilo leggero. I getti d'aria calda accarezzavano i nostri visi intirizziti dal freddo. Le luci verdi del cruscotto e quelle di cortesia ci circondavano: sembravamo due astronauti su un disco volante.

Susan abitava in periferia. Stavamo attraversando il traffico della sera con la radio sintonizzata su un'emittente che, quotidianamente, trasmetteva un programma tenuto da un andrologo famoso che trattava in diretta problemi di sesso, prendendo spunto dalle telefonate che riceveva in studio. Susan sembrava molto interessata, mentre io, guidando, ero più attento al traffico cittadino. Si discorreva tra noi del più e del meno finché...

"Tu ti masturbi?", mi chiese Susan come se niente fosse. Allo stesso modo avrebbe potuto domandarmi se volevo una gomma da masticare o se mi ricordavo la strada per casa sua.

Esitai a risponderle.

"Sai cosa significa, vero?"

"Ma che razza di domande... Per chi mi hai preso? Non ho mica dieci anni. Certo che lo so. Perché lo vuoi sapere?"

"Te lo chiedo perché voi uomini siete molto più esperti di noi donne. Voi cominciate fin da piccoli, poi continuate anche con i vostri amici... Non è vero? Mi sono sempre chiesta se per voi fosse come fare l'amore..."

"Si, hai ragione. Per un ragazzo è una cosa molto normale, direi quasi una routine, non so se mi spiego..."

"Si, si."

"E comunque ti posso assicurare che ci sono donne per niente bloccate o inesperte sulla masturbazione. Ho conosciuto delle ragazze che erano molto più disinibite della maggioranza degli uomini che io conosco."

"Può darsi..., ma l'amore?"

"In quanto all'amore,..., non è proprio come fare l'amore con una donna, anzi, è tutta un'altra cosa; sicuramente può rivelarsi meno impegnativo..., psicologicamente: fondamentalmente credo che si faccia l'amore con se stessi. O no?"

"Non lo so, è probabile... Ma forse per una donna è diverso. Devo pensarci un po' su. E poi io mi sono sempre messa un sacco di problemi. Tuttora, ogni tanto, vengo ancora assalita dai sensi di colpa. Chissà perché..."

"In genere sono i genitori, le mamme, che ti mettono dei problemi. Ecco, credo che le madri non capiscano proprio questa cosa della masturbazione, almeno per i figli maschi. Pensa che io, quando cominciai veramente, sugli undici, dodici anni, mi sentivo così in colpa che, dopo averlo fatto, dovevo dire delle preghiere. Sarò stato stupido! Pensa come dovevo essere confuso... Ma questo credo fosse dovuto anche al fatto che io non ho mai avuto un vero amico, uno con cui parlare, con cui dividere le prime esperienze dell'adolescenza. Non ho mai saputo cosa effettivamente significhi farsi coraggio l'un l'altro. Credo che per me ciò sia stato ed è tuttora un'enorme mancanza."

"Guarda che non è poi così raro. Voglio dire che capita a molti di trovarsi soli nella vita, senza amici..."

"Si, ma è doloroso. L'amicizia vera dev'essere meravigliosa. Io non l'ho mai incontrata, o non mi sono mai accorto di averla incontrata. L'amicizia vera è tra due ragazzi o tra due ragazze: quella tra un ragazzo e una ragazza è una cosa diversa."

Susan sembrava essere rimasta colpita dalle mie parole ed io sentivo che lei mi stava capendo. Comprendeva la mia situazione. Ne ero sicuro, sentivo che eravamo uniti da una forte energia, ma lei non disse più nulla.

Correvamo lungo un viale molto largo, a più corsie, illuminato da forti luci gialle e gli occhi di Susan erano grandi e lucidi. Sembrava un animale. Aveva un che di belluino o forse di satanico che mi spaventava. Emanava una grande sicurezza. Ad un certo punto, fermi ad un semaforo, con un movimento veloce e preciso, cambia stazione e si sintonizza su una radio che trasmette musica dance. Alza molto il volume: i bassi entrano nel cuore. Sembrava su di giri. Più di una volta l'avevo vista così, durante le nostre notti in discoteca, ma quella sera c'era qualcosa di diverso. Avvertii la sensazione di essere rimasto avviluppato in una tela che lei, come un ragno, tesseva chissà da quanto tempo. Non vedevo la fine. La sua mente era chiusa, sfuggevole.

Nello specchietto retrovisore osservai la vettura che ci seguiva e, per un attimo, vidi i miei occhi riflessi e mi accorsi che anch'io possedevo il suo stesso sguardo, occhi grandi, lucidi, quasi da bambino: lo sapevo bene ma quella volta ne fui sorpreso. E' uno sguardo tipico di alcune persone e fa sempre un certo effetto, al punto da lasciare stordito anche chi lo possiede.

Svoltai a sinistra e ci ritrovammo sotto il palazzo di Susan. Potevo tornare a casa mia inventandomi una scusa qualsiasi, invece decisi di salire.

Susan mi porse il suo braccio perché lo prendessi sotto al mio.

"Così, se qualche vicina rompiballe si accorge di noi, crederà che mi sia fatta l'amante e andrà a dirlo a tutti e finalmente mi lasceranno in pace!", mi disse ridendo serenamente.

"Se non mi scambiano per una donna!", ribattei divertito, "Guarda che è già capitato."

"Posso immaginare. Sei così carino!"

Quell'apprezzamento soddisfò la mia vanità. Non mi rendevo conto di quello che sarebbe potuto accadere, o, forse, cercavo di non pensarci, sperando, in cuor mio, chissà, che qualcosa accadesse veramente. Entrambi cercavamo il piacere e la serenità. Il piacere era la nostra religione, o semplicemente ci faceva dimenticare di essere soli; la serenità il nostro obiettivo mai raggiunto. Ma lo volevamo raggiungere?

Attraversando un grande giardino alberato, sentii subito il profumo stimolante dei pini. L'atrio era grande e ben illuminato: ricordava la hall di un albergo, con gli specchi, i tappeti rossi... Ci si sarebbe aspettati di vedere spuntare fuori, da un momento all'altro, il portiere.

"Prendiamo l'ascensore.", mi disse Susan decisa.

"Lo spero bene. Salire fino all'ultimo piano non è molto comodo!"

L'ascensore doveva essere stato sostituito da poco tempo: profumava ancora di oli lubrificanti e materiali nuovi; era lo stesso odore penetrante che si respira sulle automobili appena acquistate. le porte scorrevoli si aprirono e si richiusero dietro di noi, silenziose. I piani scorrevano.

Bip. Bip. Bip.

Uno dopo l'altro si accendevano e si spegnevano i numeri del pannello, accompagnati da un bip ovattato.

Bip. Bip. Bip.

L'aria condizionata e le luci soffuse rendevano la cabina asetticamente attraente.

Bip. Bip.

La decelerazione e un suono prolungato, diverso dai precedenti, ci avvertì che eravamo arrivati a destinazione.

Biiip.

Nono piano.

Le porte si riaprirono silenziose.

L'appartamento era il numero diciotto.

Susan aveva fatto montare un portone blindato a codice. Mi sembrò una misura di sicurezza esagerata per un'abitazione. Non ricordo quale sequenza numerica stesse componendo, né, sinceramente, tentai di leggerla, però rimasi sorpreso da tanta tecnologia in una normale abitazione: sembrava di entrare in una cassaforte. Susan sembrò leggermi nel pensiero:

"Ho sostituito la porta tre settimane fa dopo che erano quasi riusciti ad entrare rompendo la serratura. Fortunatamente, la mia vicina di casa ha sentito dei rumori ed ha chiamato la polizia che è riuscita ad arrestare i ladri. Ti sembrerà strano, ma mi è rimasta la paura che, una volta fuori di prigione (e si sa che i topi d'appartamento appena pizzicati sono già a piede libero), riproveranno ad entrare nel mio appartamento... Ti sembrerò ansiosa..."

"No... Ma credo che non dovresti pensarci troppo. Magari vanno dalla tua vicina che ha chiamato la polizia!" Susan cominciò a ridere.

"Speriamo...., però, poveretta..." Continuava a ridacchiare tra sé e sé.

Di colpo la porta si chiuse alle nostre spalle con un tonfo sordo. Un led verde, penso per l'apertura, si accese sul quadro posto a sinistra.


L'ambiente era caldo: evidentemente il timer del riscaldamento era già scattato da una mezz'ora. Susan accese le luci della grande sala unita a quello che doveva essere un ingresso piuttosto ampio: aveva fatto delle modifiche così che l'appartamento, costruito una trentina d'anni prima, aveva acquistato un aspetto moderno. Riponemmo i nostri giacconi in un armadio a muro, mimetizzato con le pareti color crema. La vista della città illuminata, attraverso le grandi vetrate della terrazza, era mozzafiato. Una porta scorrevole dava su un bel terrazzo contornato da piante verdi. Si intravedeva anche un tavolino bianco che Susan probabilmente utilizzava nella bella stagione. L'interno era sobrio e lineare, arredato con buon gusto. Alcuni oggetti, che in quel contesto sembravano d'epoca, rendevano l'ambiente più caldo: un puf colorato, alcuni cuscini di lana fatti a mano, un quadro col suo ritratto realizzato da un amico pittore, un cestino portaoggetti di legno, un orologio a cucù veramente stonato con tutto il resto... Il giusto grado di disordine completava la scena assicurando che la casa era abitata. Il pavimento doveva essere stato in gran parte rialzato così da creare una cavea, un buco quadrato sistemato di sbieco rispetto alle pareti della sala, dove era alloggiato il salotto. Il cuore dell'ambiente era creato da questo gruppo incassato formato dal televisore panoramico di ultima generazione, collegato all'impianto stereo, corredato dall'immancabile videoregistratore, dai divani rosa e da un tavolino quadrato, basso, che finiva poco sopra il livello della linea del pavimento rialzato, cosparso di riviste e boccette colorate di smalti per le unghie; da quella posizione si godeva della visuale sulla città senza che gli abitanti dei palazzi vicini potessero osservarti. Il pavimento era completamente di legno chiaro.

Lo strofinio di qualcosa di peloso nei pressi delle mie caviglie e un miagolio mi avvertirono che era arrivato il suo gatto, Pericle. E' un gatto normale, grigio, uno di quelli che si possono incontrare per strada. Susan lo chiamava "il mio gatto da guardia".

"Pericle, micione. Vieni dalla tua Susan che adesso ti dà da mangiare."

Sentire una persona parlare ad un animale mi ha sempre fatto un certo effetto. Mi sembra così stupido... Però Pericle è un gatto dal musino simpatico e penso di piacergli perché viene sempre da me a cercare le coccole.

Non mi sentivo a disagio in quell'appartamento. Era così simile al mio, seppure più femminile...

"Susan, che ne dici di ordinare le pizze? Così arrivano verso le nove e mezza."

"OK, Rick. Ti va ti telefonare tu in pizzeria? Dovrebbe esserci un numero sulla mia agenda. E' nel cassetto sotto al telefono. Io vado un attimo al bagno, se non ti dispiace..."

Mi diressi verso il telefono accorgendomi che dell'apparecchio era rimasta solo la base. Chissà dov'era il ricevitore...

"Susan!", le urlai dal salotto, "Dove hai messo il telefono?"

"Sapessi..."

"Non fare la scema. Non c'è veramente. Qui vedo solo la base."

"Prova a guardare in camera da letto, in fondo al corridoio."

Passai attraverso un corridoio lungo e pieno di luce proveniente da un controsoffitto luminoso. Udii il tipico soffio di un computer provenire dallo studio. Diedi un'occhiata: i led verdi del calcolatore erano tutti accesi. Sapevo che Susan navigava in Internet e manteneva una fitta corrispondenza attraverso la rete. Allacciava rapporti con chiunque, in ogni angolo del mondo; a volte stava alzata fino a notte fonda per comunicare con chissà chi. Diceva di sentirsi un'esploratrice. Penso che la cosa la eccitasse non poco.

Entrai in camera da letto. Accesi la luce. Il letto non era stato rifatto - evidentemente era uscita di fretta quel mattino - e le lenzuola erano di seta bianca, piegate in morbide volute barocche luccicanti. Mi sembrò di scorgere il ricevitore tra le pieghe delle coperte, afferrai deciso l'oggetto: trasalii.

Mi accorsi di non aver certo impugnato un telefono! Restai lì per qualche secondo con quel coso in mano.

"Non hai mai visto un pisello? E dire che tu dovresti esserci abituato!"

Feci un salto. Susan era dietro di me: era uscita dal bagno e mi aveva scoperto.

"Da quanto tempo si trovava lì alle mie spalle?" pensai. Cercai di mantenere un certo contegno. Lei sorrideva.

"Mi hai fatto prendere un bello spavento. Credi che si possa fare una telefonata con questo?"

"Spiritoso. Non trovi che sia fatto bene? Guarda che mi è costato un occhio."

"Si, è fatto bene, ma ti assicuro che gli originali sono molto meglio."

"A si? Il tuo com'è?"

"Stupendo!"

"Ti ringrazio per l'informazione. Però bisognerebbe fare un confronto! Vorrà dire che un giorno ne proverò uno vero. Spero di non rimanere delusa!"

"A, bè, il rischio c'è sempre... "

Cominciammo a ridere e, abbracciati come due amiconi, girammo per casa alla ricerca dell'apparecchio. Era rimasto sul tavolino della sala da pranzo, coperto dalle riviste.

Mentre aspettavamo le nostre due pizze ci rilassammo sul divano chiacchierando e guardando la televisione: il notiziario, un cartone animato, alcuni video musicali via satellite...

"Certo che sei proprio una porca!" le dissi a bruciapelo.

"Bè, che c'è? Una notte non sapevo cosa fare, mi annoiavo, ed ero terribilmente libidinosa. Mica potevo chiamare un gigolo! Così sono uscita in auto e mi sono recata in un sexy shop di periferia. Non ne avevo mai visto uno. C'erano delle fatte cose... Ma poi cosa mi sto a giustificare. Oltretutto con te che non sei certamente un santo. Non hai mai usato una bambola gonfiabile? Sai di quelle belle, piene di buchi...?"

"Si, una l'ho provata. Mi era costata un patrimonio e si è bucata subito! Avevo pensato di portarla indietro!"

"Miseria! Cosa ci hai fatto con quella poveretta? L'avrai strapazzata tutta! Cosa fai tu alle donne...?" Era sarcastica, divertente, un capolavoro di malizia.

"Fai pure dello spirito! Ci penso ancora adesso. Ero così ansioso di provarla..."

"E non ti sei vergognato come un ladro quando l'hai comprata?"

"Merda! Di più! Avrei voluto uscire dal negozio strisciando dentro un cunicolo. Pensa che il ragazzo del negozio mi voleva vendere la bambola già gonfia... Mi immagini ad uscire dal negozio con quella cosa sottobraccio? Avrei voluto essere inghiottito dalla terra. Mi sembrava che tutti mi guardassero. Non è successo anche a te?"

"Eccome se mi è successo! Quel cafone del negoziante si era messo in testa di farmi vedere tutti i tipi di vibratore in commercio. E parlava fortissimo! Oddio, non voglio più pensarci! Noi due non siamo fatti per certe cose. Meglio la carne fresca!"

Quest'ultima frase la pronunciò in un modo tale che non trattenni una risata.

Mi alzai dal divano per guardare fuori, attraverso i vetri. Un vento impetuoso scuoteva gli alberi; il traffico cittadino andava assottigliandosi e la città stava assumendo i contorni della Notte. Cadevano i primi goccioloni di pioggia.

La Notte è strana. Vellutata, nera, luccicante, profumata, umida. Assorbe e trasforma tutto quanto. Il mondo notturno non è quello scaldato dal Sole: le creature che lo abitano sono diverse, sofisticate, misteriose, straordinariamente leggere. Se incontri uno spirito della notte, questo ti si manifesta subito, immediatamente, per quello che è, e ti senti assorbito da lui. Non puoi farci nulla. L'essenza della notte è unica, solo se le appartieni la comprendi.

Susan si avvicinò agli interruttori e abbassò le luci. Da bianco, quasi abbagliante, l'ambiente acquistò le sfumature dell'ambra e le grandi vetrate sembrarono fondere, perdere consistenza, lasciando penetrare all'interno, lentamente, il buio di quella notte che si preannunciava piena di energia, enigmatica... Mi voltai verso Susan che intanto si era avvicinata alle mie spalle.

Un lampo le illuminò di azzurro il volto.

Sorrideva.

Immediato arrivò il tuono, forte e secco.

"Ti piace l'odore dell'incenso?" Susan teneva in mano una bacchetta.

"Molto. Ne hai?"

"Si. L'ho comprato ieri. E' incenso all'essenza d'oppio. Grande!" e mi mostrò la bacchetta.

"Dai, proviamolo!"

"Ti fidi? E se fosse oppio vero?"

"Vorrà dire che ci divertiremo di più..."

"Mm, ti sconquasserei tutto!"

Era proprio pazza. Accese il bastoncino. Le osservavo le mani, perfette e delicate, le unghie ben tenute e laccate con uno smalto trasparente, perlato.

Dopo poco eravamo immersi in un'atmosfera dolciastra. Fui tentato di aprire la finestra. Susan sembrava su di giri, un po' ubriaca.

Suonò il ragazzo che ci portava la cena.

Andò ad aprire.

Alla porta si presentò un tipo molto rozzo. Sentii una sua battuta che non capii e una risposta dal tono poco gentile.

Pochi secondi e Susan apparve con le due scatole in mano.

"Quanto che ci hai messo. Gli hai dato la mancia?"

"Altro che mancia. Si meritava un calcio nel culo quello stronzo!"

"Cosa ti ha detto?"

"Non sono affari tuoi!"

Susan sapeva essere molto dura. Sembrava possedere due facce, forse diverse facce... Accidenti! Era così complicata! Era così simile a me... Subito riprese il suo solito tono di voce allegro e cominciammo a mangiare di gusto, seduti per terra, con le pizze sul tavolino. Erano squisite. Dopo una bottiglia e mezza di vino eravamo già ubriachi. Una nebbia leggera invadeva l'ambiente.

"Dimmi", mi disse Susan, "Ti sei mai innamorato?"

Mi girava talmente la testa che avrei potuto risponderle qualsiasi cosa.

"Si, credo di si." Sorridevo. Avvertii un brivido di freddo.

"Ma perché ridi? Si può sapere cosa ho detto che non va?"

"Ho la risarola. Scusa... Cosa stavamo dicendo?"

"Ti ho chiesto se ti sei mai innamorato."

"Ti ho detto di si."

"Era bella?"

"Stupenda. Anzi, neanche tanto... E tu? Ti sei mai innamorata?"

"Si, una volta."

"Era un uomo o una donna?" Dopo un momento di esitazione Susan iniziò a ridere come una pazza, poi mi prese per un braccio e mi rivoltò per terra: conosceva la lotta.

"Aiuto! Qualcuno mi salvi! Aiuto!"

"Si fanno certe domande a una signora? Si fanno? Si o no? Non strillare stronzo!"

"Stronzo a chi?"

"A te, mio bel piccolo Rick!"

"Se mi parli così mi eccito..."

"Mm, adesso dimmelo. Ti sei mai innamorato di un uomo?" Susan era tornata seria ed aveva lasciato la presa. Mi ricomposi. Lei mi osservava con occhi furbi. Cercai di mandarle un'occhiata tagliente, con la coda dell'occhio.

"Perché ti interessa tanto saperlo?"

"Così. Diciamo per una statistica."

"Si. La statistica della portinaia."

"Dai, apriti. Io te l'ho pur detto che sono lesbica."

"Sai che roba... Lo sanno tutti... Tu non mi hai detto di chi ti sei innamorata!"

"E' vero, ma ora che importanza ha? E poi, se anche te lo dicessi, per te cosa cambierebbe? Niente. Adesso parla tu!"

"Si! Ho avuto delle relazioni omosessuali"

"Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo,... Ah, ah, ah,..."

"Fa tanto ridere?"

"No, no, continua..."

"La prima volta è stato per curiosità. Risposi ad un annuncio, pensa un po'... Le volte successive è stato il caso a farci incontrare, ero in viaggio... Ma penso che in fondo si sia trattato di profonde amicizie. Parlavamo molto, ci raccontavamo tutto, come fossimo fratelli, anzi, più che fratelli. Uno l'ho frequentato per un mese. Gli altri per pochi giorni. Mi hanno lasciato molto... Ho capito qual è la differenza tra l'amore che si può provare per una donna e quello che si può provare per un uomo. La differenza è abissale. Sai, in quei momenti non ho mai smesso di amare le donne. Forse ho cercato di mettermi alla prova..., oppure ho cercato quelle esperienze che mi sono mancate da adolescente... Ho capito che nessun uomo avrebbe mai potuto sostituire una donna: l'uomo nella donna trova il suo completamento, fisico e psicologico... Non so se mi spiego..." Susan mi ascoltava seria.

"Ti stai spiegando benissimo."

"Ho conosciuto dei ragazzi gay, veramente gay, e mi sono reso conto che loro, con il loro partner, formano una coppia vera, si giurano amore eterno... Io no, anche se in quei momenti, per pochi attimi, ho amato veramente. E poi scappavo. Scappavo, da quegli incontri, con la nausea, col rimorso, forse provo ancora vergogna, ma non mi sentivo meno uomo, anzi, credo di aver meglio compreso il significato dell'essere uomo. Anche loro non erano omosessuali: tutti e tre portano avanti tre splendide relazioni con tre splendide donne.

"Però! Non ti pensavo così esperto. Ma ti capisco... Siamo tutti ambivalenti..."

"Sai, con una donna un uomo parla, ma non le dice mai tutto, veramente tutto, perché sa che lei è diversa e forse certi lati del suo carattere non potrebbe comprenderli fino in fondo, anche se voi ne siete convinte, nascerebbero dei malintesi... Invece con un amico del suo stesso sesso l'uomo si confida. Per me andare a letto con quei tre ragazzi è stato come ritrovare me stesso. Come una seduta psicanalitica... "

"Ma hai anche provato piacere? Piacere fisico?"

"Bè, si... Certo... Ci siamo divertiti. E ti dirò, se tornassi indietro credo che rifarei tutto. Tutto quanto."

"Tu non ti sei mai innamorato dei tuoi partner. Sei sicuro che lo stesso valga per loro? Non li avrai fatti soffrire, magari senza accorgertene...?"

"Non mi è sembrato. Non credo... Ci raccontavamo tutto."

"Ma forse è per questo che fai così fatica a legare stabilmente con una ragazza: delle donne non ti fidi, sei sospettoso, con noi non ti apri completamente come hai fatto con i ragazzi. Forse sbagli. Chi ti assicura che una donna non riuscirebbe a capirti finché non gliene dai neppure l'occasione?"

"Forse hai ragione, ma me lo dice il mio istinto..."

"Ma con i ragazzi ti sei aperto proprio del tutto?"

"Si. Sentivo che non mi avrebbero mai tradito. Io non li avrei traditi. Ora siamo amici ma non ci frequentiamo più e non sveleremo mai il nostro segreto. E' bello poter dividere dei bei ricordi con qualcuno...", Susan mi guardava perplessa, "Però, ripensandoci, non erano veri amici: gli amici non chiedono sesso! E' stata una via di mezzo tra l'amicizia e l'amore, purtroppo non era né l'una né l'altro."

"Mm... E' probabile. Riallacceresti dei rapporti omosessuali?"

"No... Non credo... Ma non si può mai dire. L'occasione fa l'uomo ladro."

"Già. E le donne? So che sono state tante. Che sono tante. Che fine fanno tutte?"

"Svaniscono nel nulla."

"Cosa significa nel nulla? Le fai fuori?"

"In un certo senso si potrebbe anche dire così. Le dimentico. Forse non ho mai trovato la donna giusta, l'amico giusto,..."

"Cosa vuoi dire? Non mi sembri solo..., conosci una moltitudine di gente diversa..."

"Si, ma che importanza può avere? Si possono possedere mille amici di nome e nessuno di fatto. Non è una banalità."

"E i ragazzi? Svaniti nel nulla anche loro?"

"Si. Ma adesso non pensare che io sia un mostro. E' logico che i ricordi rimangono, altrimenti a cosa servono le esperienze? Non viviamo nel vuoto: quello che siamo lo dobbiamo anche all'ambiente in cui abbiamo vissuto ed in cui viviamo. Però non amo rimanere legato al passato. Si è costretti a convivere con i ricordi ma per sopravvivere bisogna imparare ad essere pratici. Credo che tu questo lo sappia meglio di me."

"Certo. Siamo veramente molto simili. Ascoltare le tue parole è stato un poco come conversare, confessarmi con me stessa... Grazie per avermi fatto partecipe di tutto questo. Ma perché non hai mai raccontato a nessuno questi tuoi pensieri?"

"Perché quando ti scopri diventi vulnerabile. Gli amici che sanno troppo sono pericolosi, specialmente se non ti capiscono fino in fondo, se non sono veri amici. Possono distruggerti. E' per questo che ad una certa età si lascia la famiglia... E' per questo che si troncano i rapporti di amicizia... Per proteggere se stessi, per non essere scoperti con le mani nel sacco. Per essere liberi: non accetterò mai un'amicizia che limiti la mia libertà; io non limiterei mai la libertà di un'altra persona. E' difficile trovare un vero amico, uno che in cambio non ti chieda nulla, una persona leale, di cui ti puoi fidare come di te stesso..."

"Non credi che dovremmo cominciare a cercare la Felicità? Magari guardandoci attorno, vicino a noi, più vicino di quanto possiamo immaginare. Credi che la troveremo? Troveremo l'amore vero? Oppure cercheremo per sempre... Sai, a volte mi sembra che noi due, come tanti altri, siamo troppo coerenti con i nostri principi, forse dovremmo imparare ad essere più elastici: non vorrei che, convinti che sia giusto essere sempre liberi di fare tutto ciò che desideriamo, poi perdiamo di vista un mondo di altre cose,... o forse abbiamo la possibilità di vedere tanto, di fare tante esperienze in piena libertà che, senza rendercene conto, ci troviamo confusi e spiazzati, perché ormai siamo troppo diversi dalla maggioranza delle persone che ci circondano. Insomma, non sarà che viviamo in una tribù destinata all'isolamento?"

"Non credo. Cercare e trovare una propria identità, anche uscendo dal gruppo, non mi sembra negativo; però può essere difficile, proprio perché si è diversi ed il rischio è l'isolamento. Ma la diversità va vissuta positivamente, senza paura di perdersi, rimanendo in contatto con gli altri: non credo che l'essere diversi, con una propria identità, significhi automaticamente trasformarsi in persone monodimensionali, tutte d'un pezzo, chiuse in se stesse o nella loro tribù, penso piuttosto che i lati del nostro carattere e del nostro intelletto si debbano sfumare verso l'esterno, in modo da raggiungere un equilibrio interiore nel movimento incessante di ciò che ci circonda. Si tratta di un equilibrio instabile, ma pur sempre un equilibrio."

"Ma così nessuno ti conoscerà mai del tutto, a fondo, intimamente."

"Certamente, ma non è un grosso problema. Come diceva la Signora Ponza: "Io sono colei che mi si crede."

"Mi piace parlare con te. Mi dai sicurezza, sei sempre così calmo... Ti voglio bene."

Mi baciò su una guancia. Susan piangeva, però mi sembrava felice. Tra i fumi dell'alcool era difficile spiegarsi bene, ma noi ci eravamo capiti: in tutta quella confusione avevamo trovato il nostro filo rosso e solo noi potevamo tenerlo tra le dita, non più aggrovigliato.


Stava piovendo a dirotto. Da tempo non arrivava un temporale di quella violenza. L'acqua batteva fragorosamente contro i vetri e il vento soffiava forte, piegando i pini. I tuoni, assordanti, coprivano la musica che stavamo ascoltando a volume basso. L'alcool ottenebrava le nostre menti. Susan accese un altro bastoncino di incenso.

Suonarono nuovamente alla porta.

"Chi può essere a quest'ora? Avevi invitato qualcuno, Susan?"

"No, che io ricordi... Vado a vedere." Si alzò barcollando.

"Chi è?"

"C'è un pacco per la signorina Susan."

"Lo porti su. Nono piano."

"Un pacco a quest'ora... Sarà di un ammiratore segreto..."

"Può darsi, caro il mio Rick, può darsi..."

Sentii il tonfo della porta che si richiudeva. Susan tornò al tavolino.

"Vediamo cosa mi mandano..." Era un pacco piccolo, quasi una busta. Lo aprì velocemente. Sembrava contenere delle fotografie. Si, erano proprio fotografie. Susan non parlava più. Era paralizzata. Mormorò qualcosa tra sé e sé, del tipo: "Sono troppo belle..".

"Che c'è, Susan? Qualcosa non va?"

"Giudica tu stesso." E mi porse le foto che teneva in mano.

Le guardavo incredulo, una dopo l'altra. C'eravamo Susan ed io, fotografati quel pomeriggio, mentre camminavamo per le vie del centro storico, addirittura dentro il pub!

"Chi può essere stato? Non ce ne siamo accorti".

Non ne ho idea. Qualcuno che ci conosce bene o che ci segue da tempo: come poteva sapere che ci saremmo incontrati? Guarda! Mancano solo le foto del turista. Che sia stato lui?" Calò il silenzio. Fui scosso da un brivido. Cosa stava succedendo? Poi Susan si mise a ridere.

"Rick, siamo venuti bene! Dividiamocele. Io tengo queste tre, tu quali vuoi?" La sua ilarità mi sembrò veramente fuori luogo.

"Lasciamo perdere. Le riguarderò più tardi. Ora non so cosa pensare..."

"E' meglio berci su! Che ne dici di finire in bellezza? Tiro fuori dal frigo la vodka. E' bianca, gelata. Va giù che è un piacere." Con la sua allegria Susan aveva riscaldato nuovamente l'atmosfera.

"Sei un'alcolizzata!"

"Ma dai. Vado a prenderla."

Si alzò appoggiando una mano, calda, sulla mia coscia. Prima di toglierla mi lanciò un'occhiata spaventosa ma straordinariamente eccitante. Io la ricambiai allo stesso modo. Ci scolammo quasi tutta la bottiglia di liquore. Sembrava alcool puro. Non capivamo più niente. Ridevamo come stupidi. Eravamo fuori di testa. C'eravamo anche spogliati facendo un gioco scemo e pagando con i vestiti. Eravamo rimasti solo con la maglieria intima.

Tutto d'un tratto ci fu un lampo, un tuono e andò via la luce.


Di colpo ci trovammo al buio. Un buio totale. Un buio che inghiottiva l'intera città: all'esterno tutto era spento, come un albero di Natale cui venga staccata la spina.


"Mi piace quando parte la corrente, Rick!" il tono della sua voce era profondo ed eccitato. La brace del bastoncino d'incenso sembrava una piccola torcia rossa. Gli occhi si stavano abituando al buio. Accendemmo una candela che Susan teneva a portata di mano su una scansia. La piazzammo sul tavolino, al centro. La fiamma tremolante illuminava sinistramente i nostri volti stravolti dall'alcool. Ridevamo.

Mi sentivo leggero, galleggiare nel vuoto. Ad un certo punto, mi sembrò che tutta la stanza prendesse a girare: nulla stava più fermo, tranne la fiamma. Io e Susan giravamo vorticosamente attorno alla candela. Guardavo il suo viso; i suoi occhi mi fissavano, lucidi, enormi, spaventosi, riflettendo la mia immagine. Volevo scappare, volevo che finisse tutto. Cosa mi stava succedendo... era l'alcool... l'incenso... avevo paura. Sentii la sua voce rimbombare nelle mie orecchie. Era insopportabile. Faceva male ai timpani.

"E adesso veniamo a noi due. In vino veritas!" Stava di fronte a me e mi teneva le mani con le sue. Un girotondo satanico.

"Cos'hai detto?" La voce mi usciva a stento, con l'eco, come se stessi parlando dal fondo di un pozzo profondissimo.

Mi guardava con i suoi occhi da diavolo. Aveva preso il controllo della situazione. Ero perduto. Stavamo per terra, uno di fronte all'altra. Ora lei mi stringeva la vita con le gambe. Le toccavo le cosce. Vedevo il suo seno e il suo viso, una gran confusione nella testa...

"Andrea mi ha detto che tu e lei avete avuto una relazione. Non credi di avere esagerato? Vi amate?"

"Che dici? Io non amo nessuno, sono solo."

"Dimmelo! Tu e Andrea avete una relazione!"

La sua voce era assordante.

"Chi ti ha messo in testa una cosa del genere?"

"Quando siamo state alle raffinerie Andrea mi ha raccontato tutto. Non negare. Io vi sono amica."

Susan iniziò a piangere senza staccare il suo sguardo di fuoco dal mio viso. Cosa stava succedendo? Mi venne da piangere...

"Io e Andrea siamo usciti assieme... Poco tempo fa..."

"Quando, maledetti? Quando?" Urlava.

"Non lo so... Agosto... Ferragosto... Eravamo soli in città e ci siamo visti per caso e poi avremmo voluto dirtelo ma tu eri sempre così negativa nei suoi confronti che non ne abbiamo avuto il coraggio se solo capissi non volevamo ferirti abbiamo sempre pensato che le cose si potessero aggiustare al meglio credimi..."

"Schifosi. Siete due schifosi." Ora il suo tono era sommesso e duro. Ero sdraiato. Lei sopra di me. Le sue lacrime gocciolavano calde sul mio torace e sul mio viso.

"Ma non ci amiamo."

"E' qui che ti sbagli, bello. Voi due non lo sapete, anzi, tu non lo sai, ma vi amate. Lo so. L'ho capito dal primo momento che vi vidi assieme. Siete destinati ad amarvi: siete anime gemelle."

"Ma che dici..."

"Mi avete usata per i vostri porci comodi. Non vi sareste mai incontrati senza il mio aiuto. Conosco Andrea da quando ero al liceo. Noi due abbiamo diviso tutto. Ma mi ha sempre ferita... Non ha mai capito quello che provavo per lei perché è una donna insensibile."

"Non è vero. Ti vuole bene."

"Stai zitto e ascolta!" Urlò. Poi di nuovo sommessa, quasi sottovoce disse:

"Devi sapere che l'amicizia è un sentimento forte, fortissimo. Capita che procuri delle sorprese a chi la incontra. L'amicizia è molto simile all'amore e può essere altrettanto intensa. Anzi, l'amicizia è molto più forte dell'amore e quando la spezzi si trasforma in odio profondo. Io vi sono stata amica. E per questo vi ho amato entrambi. E per questo non ho mai trovato l'amore: ho consumato questi miei anni nel perseguimento di un sentimento mai veramente corrisposto. Voi siete come tutti gli altri. Due esempi di egoismo perfetto. Tu mi dici di essere solo e lei pure e poi... Vi siete presi tutto ed ora completate l'opera unendovi alle mie spalle, senza dirmelo. Siete stati falsi come due amanti fedifraghi. Sai con chi ho usato quell'arnese che hai trovato tra le coperte? Con Andrea! Con la tua amata Andrea! Ieri notte!"

Non sapevo più cosa fare. Stavo assistendo alla follia. Perché mi confessava quei suoi sentimenti? Perché aveva scelto quel sistema? Quali erano le sue intenzioni? Ed io perché le avevo detto di essere solo? Eppure tra i fumi dell'alcool non mi sembrava che fosse una bugia; forse eravamo tutti e tre soli... No, non poteva essere... I pensieri si sovrapponevano, troppo veloci per fermarli. Mille lingue colorate saettavano nel buio. Lo spazio si era dilatato, annullato. Ci trovavamo in un'altra dimensione, in un vortice, in un buco nero...

Ci stringevamo forte. Cominciammo a baciarci. Eravamo a terra, nudi. Bruciavamo di passione e ci aggrappavamo l'uno all'altra: noi stessi eravamo le nostre ancore di salvezza. In quei momenti fummo puro spirito. Ci unimmo perfettamente, totalmente. In quei momenti fu amore, amore vero... E passione. Asciugammo le nostre lacrime e, uno accanto all'altra, ci abbracciammo.


Restammo così, immobili, per lungo tempo e mai mi sentii meglio in vita mia. A poco a poco ritornammo in superficie. Cominciavamo a scorgere i contorni dell'ambiente, il corpo stava riprendendo il sopravvento sullo spirito. Avevo paura di perderla. Nudi ed abbracciati, ci baciavamo delicatamente, osservando la notte fradicia e lucida attraverso le vetrate grondanti d'acqua.


Ecco.

In quel momento ci svelammo per quello che eravamo: eravamo creature della Notte. Portavamo il colore della notte, indossavamo il suo profumo. Così, uniti l'uno con l'altra, sprigionavamo energia, un'energia azzurra, delicata, incredibile. Non avevamo bisogno di immaginare distese d'erba, campi fioriti, cieli azzurri, perché tutto stava lì, dentro di noi e allora dinanzi a noi. Nell'attimo che occorre al fulmine per scoccare comprendemmo ogni cosa.

Quella notte la passai a casa di Susan. Ore e ore a fare l'amore senza parlare tra quelle coperte di seta, ancora intrise del profumo di Andrea, credendo di impazzire, finché Orfeo celato non ci accolse tra le sue braccia.


Mi risvegliai che era già sera. La sera del giorno dopo. La testa dolorante. Avvertii il forte bisogno di bere dell'acqua e di pisciare. Non mi trovavo a casa mia. Ero solo nel letto.

Mi alzai.

La testa... Facevo fatica a reggermi in piedi. Non vedevo i miei vestiti, solo una gran luce, una gran confusione. Non trovai nulla con cui coprirmi.

Barcollando raggiunsi il bagno. Fui costretto a sedermi.

Ero ovattato, i sensi non rispondevano a dovere. Capii di aver bevuto troppo: il sapore della sbronza saliva nauseante. Mi alzai per bere. L'acqua scendeva fresca dalla bocca lungo la gola fino allo stomaco. Alzai lo sguardo e vidi la mia immagine riflessa nello specchio sistemato sopra al lavandino.

"Che disastro. Ho un aspetto orrendo." pensai e mi lavai il viso.

Attesi alcuni minuti, poi, lentamente, feci un giro di perlustrazione. Ero a casa di Susan. Mi aspettavo di vederla apparire da un momento all'altro.

Entrai nella sala.

La grande portafinestra era spalancata. La richiusi infreddolito. Che disastro! Vidi i miei vestiti sparsi per terra. Mi misi a sedere sul divano, senza appoggiarmi allo schienale, la testa tra le mani.

"Ma cosa è accaduto...?"

Stavo quasi per riaddormentarmi quando una voce gentile mi salutò:

"Buongiorno. Hai fatto una bella dormita, Rick?"

Rimasi di stucco.

"Andrea! Cosa ci fai tu qui?" Davanti ai miei occhi si era materializzata la figura di Andrea, sorridente, bellissima. Era vestita di rosso..., i capelli neri, lunghi e lisci che le incorniciavano il viso bianchissimo... Stavo già meglio... Mi coprii come potevo con un cuscino, lentamente.

"Questa domanda dovrei fartela io..."

"Non saprei cosa risponderti. Cosa ci faccio qui?"

"Questa mattina Susan mi ha telefonato per avvertirmi che tu ti trovavi qui da lei. Mi ha pregato di venire perché diceva che ne avresti avuto bisogno. Aveva ragione!"

"E lei? Dov'è?"

"E' partita. Aveva prenotato da tempo un volo per Londra. Non ha voluto dirmi quale fosse la destinazione finale. Mi ha solo chiesto di prendermi cura di te e di chiudere bene la casa."

Non ci credevo... Che incubo...

"Ma non ti ha raccontato niente?" Andrea sembrava così comprensiva.

"No. Ha detto che mi avresti raccontato tutto tu."

"Veramente non ho nulla da raccontarti... Non ricordo più nulla... Forse tra poco..."

Andrea sparì in cucina e tornò con una tazza di caffè fumante.

"Tieni. Ti farà bene."

"Grazie. Sei un angelo." Si mise a sedere di fianco a me, leggermente piegata, con le braccia appoggiate sulle gambe. Era così gentile che cominciavo a sentirmi in colpa.

"Qualsiasi cosa sia successa ti prego di perdonarmi. Non ti dico che non sia stato nella mia volontà, né di dimenticare, ti chiedo solamente di perdonarmi." Mi veniva da piangere. Una fortissima depressione si stava impadronendo di me.

"Non devo perdonarti proprio nulla. Bevi il caffè. Gli zuccheri ti faranno stare meglio." Mi diede un bacio sulla guancia.

Quando avevo ricevuto un altro bacio come quello...?

Poi mi abbracciò.

"Perché fai tutto questo per me?"

"Cerco di aiutarti. Devi aver fatto una brutta esperienza..."

"E' probabile. L'ultima immagine che ricordo è quella del mio viso impressa sugli occhi di Susan... Anzi, mi specchio nei suoi occhi... Cosa significherà?" Sentii Andrea irrigidirsi.

"Cosa succede? Qualcosa non va?"

"No... Niente... E' che anch'io ho un ricordo di quel genere, sempre con Susan. Anch'io mi sono ritrovata qui dentro anche se non proprio nelle tue stesse condizioni. Sei sicuro di non ricordare nient'altro?"

"No, a parte il fatto evidente che devo aver fatto l'amore con qualcuno, con Susan immagino..." Guardai Andrea con un po' di vergogna.

"Non ci vuol molto a capirlo." Andrea sorrideva, sembrava comprendere la situazione.

"Ma perché Susan ha chiamato proprio te?"

"Non ne ho idea. Ma è stato meglio così. Credo."

"Si, hai ragione. Sono felice di vederti e che tu sia qui, vicino a me."

"Susan ha lasciato un pacchetto per noi due. C'è scritto sopra di aprirlo solo quando saremmo stati insieme."

"Allora apriamolo"

"Vado a prenderlo."

Con un colpo di forbici, Andrea tagliò lo spago e tolse il coperchio. Sopra ad un biglietto c'erano tre ciocche di capelli unite in una treccia. Cominciò a leggere, seduta accanto a me:


Cara Andrea, Caro Rick,

Quando leggerete questo biglietto io sarò già lontana. Mi sono presa la mia vendetta personale. Ora voi due siete liberi. Ho conservato per me alcune nostre foto che Andrea avrebbe dovuto scattarci venerdì pomeriggio. Non so se o quando tornerò: è molto probabile che passeranno alcuni anni prima che ci rivedremo e allora saremo tutti più maturi, diversi. Ho disposto che un'agenzia si occupi dell'appartamento per affittarlo. Non cercatemi. Sarebbe inutile. Dimenticavo: le ciocche intrecciate di capelli sono le nostre. Spero di non avervi rovinato troppo le pettinature! Buona fortuna.

In una notte senza luna,

Susan.


Eravamo scioccati. Furono attimi di silenzio. Non riuscivamo a capire.

"Ma allora le foto le hai fatte tu..."

"Si e no... O, che vergogna. Scusami. Susan mi aveva chiesto di seguirvi per fotografarvi... Era così insistente che le avevo detto di si. Diceva di volerti fare una sorpresa, una specie di regalo. Poi ho avuto quell'impegno col gallerista, ma sinceramente non mi andava proprio di seguire te e lei, non mi piaceva l'idea e non ne avevo neppure voglia, ma le avevo dato la mia parola, così ho incaricato un mio amico fotografo, un americano che vive qui in Italia già da molti anni: è bravissimo e nessuno di voi due lo ha mai visto. Vuole sempre conoscere ciò che fotografa, i suoi soggetti: immagino che vi avrà parlato... E avrà scattato delle foto splendide. Le hai viste?"

"Si. Sono belle."

In quel momento capii. I ricordi riaffioravano dalla mia mente. Capii il pomeriggio passato con Susan, il turista americano, ed il regalo di Susan.

Susan ci aveva salutato, così come lei sapeva fare, ma prima di partire aveva voluto regolare i conti in sospeso, prendendosi una rivincita perfida sulle uniche due persone che lei avesse mai veramente amato, le uniche due persone dalle quali avrebbe voluto essere capita, almeno un poco. Noi non avevamo saputo donarle nemmeno un'amicizia vera, presi come eravamo da noi stessi, chiusi nel nostro egocentrismo. ora capivo. Provai una grande, immensa vergogna.

Da sola, autonomamente, aveva deciso di spezzare le catene che ci legavano. Lei forse era finalmente libera. E noi?


"Andrea, credi che Susan ci abbia perdonato?"

"Perdonato cosa? Ti sembra sia stato un bel comportamento il suo? Se noi siamo stati egoisti lei lo è stata altrettanto e con gli interessi. Comunque si, credo che, dal suo punto di vista, ci abbia perdonato. Ora tutti e tre dobbiamo vivere la nostra vita che, bella o brutta che sia, sarà sempre la nostra vita. Susan se ne è andata per ricominciare tutto daccapo: noi due dovremmo fare lo stesso."


"Se ne è andata..."


"Rick, raccogli i tuoi vestiti ed andiamocene. Non sopporto più questo posto."

"Si. Faccio in un attimo."


Prima che la porta si richiudesse per sempre alle nostre spalle demmo un'ultima occhiata all'appartamento: in quel luogo avevamo vissuto entrambi qualcosa di misterioso, un'esperienza straordinaria. Entrambi eravamo coscienti che una parte importante di quella splendida ragazza che era Susan era penetrata profondamente nelle nostre anime.

La porta si chiuse con il suo tonfo sordo.

In ascensore nessuno dei due aprì bocca.


Bip. Bip. Bip. Bip. Bip. Bip. Bip. Bip. Biiip.


Fuori, all'aperto, respirammo l'aria fresca, pulita dal temporale della notte precedente.

Il cielo del tramonto era di uno splendido colore azzurro; assomigliava all'alba. Venere e un sottile spicchio di Luna preannunciavano l'arrivo di una meravigliosa notte stellata. Una leggera brezza ci accarezzava il volto, facendo ondeggiare i lunghi capelli di Andrea. Era bellissima, raggiante.

"Nonostante tutto, mi sento leggero. E' come se mi fossi liberato di un peso tremendo. Oggi sento di poter affrontare la vita più positivamente."

"Anch'io provo la stessa sensazione. Ti va di venire a casa da me questa sera?"

"Si, volentieri."


Ci abbracciammo.


Camminavamo lungo il vialone alberato accompagnati dal rumore dei nostri passi. I palazzi sembravano enormi astronavi illuminate. Si accesero le luci dei lampioni. Una coppia di signori anziani, incrociandoci, ci sorrise, salutandoci. Contraccambiammo. In quel momento tutto era così perfetto che poteva sembrare un sogno. Invece era la realtà. Andrea appoggiò la testa contro la mia spalla. Era calda, profumata.

"Domani sarà una giornata splendida..." sussurrai tra me e me.

"Si. Abbiamo bisogno di vedere il Sole."

"Ti voglio bene, Andrea."

"Anch'io. Ti voglio bene anch'io."


Né io ne Andrea rivedemmo più Susan.


A volte, durante alcune notti particolari, profumate, cerco di immaginarla e la vedo camminare, ondeggiante nel buio, sotto le mille luci della città, i lunghi capelli castani mossi dal vento, dentro al suo vestito nero.


Non ricordo più il suo viso...


Stanchezza.

Era un giorno come tanti altri, anzi, ancora più squallido di tutti quegli altri che lo avevano noiosamente preceduto.

Era pomeriggio, circa le cinque.

Stavo tornando a casa dopo due ore di lezione, la solita lezione ripetitiva per i soliti studenti che capiscono a stento meno della metà della metà.

L'aria era umida, fastidiosa, come spesso capita, in primavera, nelle città attraversate da un grande fiume. La luce del sole era velata da nubi alte, tuttavia il riverbero era forte, accecante. Le strade inondate di luce accoglievano rivoli di gente, di turisti, che non di rado si incontravano formando veri e propri fiumi di persone, di corpi ondeggianti ed io mi trovavo a camminare per quel mondo in movimento, tra occhiate, sorrisi, domande, risposte, urla, strusci, toccamenti, cucci e spintoni.

Le scolaresche erano di gran lunga le più noiose, ma anche le più colorite.

Quel pomeriggio ero stanco, mi girava la testa perché non avevo potuto fare la mia solita merenda. Mi sentivo un po' a disagio, come quando non si è tutti in serie o si esce di casa dopo un'influenza che ti ha costretto a letto per giorni.

Inoltre avevo caldo, tutto vestito di nero... Avevo proprio voglia di chiudermi la porta di casa dietro le spalle.

Mi sembrava che la gente mi fissasse: non che mi dispiaccia, anzi, ma quel pomeriggio mi infastidiva quel modo provinciale di scrutare le persone, così irrispettoso, violento... Sì, proprio violento! Senza ritegno. Perché si può osservare una persona in maniera più discreta, mentre ci sono persone che proprio ti fissano, neanche fossi poi così strano...

Insomma, quel pomeriggio c'era proprio qualcosa che non andava per il verso giusto.


Chiavi, apro, porta, corridoio, scale, chiavi, apro, porta, chiudo, slam!


Mi guardo allo specchio: che disastro! due occhiaie mai viste!

Gli altri dovevano essere ancora a lezione. Già! Gli altri. Sì, perché vivevo con altri tre ragazzi, studenti come me.

Uno di loro sembrava ragionare con la testa di sua mamma, un altro parlava solo di sport, un altro si svegliava alle sei del mattino per guardare i cartoni animati e regolarmente (o, dico, non c'era una mattina che no, una mattina che no) svegliava anche il sottoscritto. Per un breve periodo c'era stato anche un quarto ragazzo che parlava pochissimo e quando sputava fuori qualche vocabolo lo faceva nel suo dialetto incomprensibile che quando non capivo mi fissava muto come stesse osservando un quadro di Picasso.

Così quel giorno, non vedendoli, mi ero subito rincuorato, se non fosse stato che mentre mangiavo delle patatine fritte avvertii un terribile senso di caghetta. Cazzo! Dovetti correre in bagno. Odio la caghetta! Quella sera andavo in giro per casa con una bottiglia di acqua minerale sottobraccio per la paura che avevo di disidratarmi.

A parte quello spiacevole inconveniente tutto procedeva come al solito: ero seduto in salotto a guardare la televisione. La depressione che non se ne andava, anzi peggiorava. Mi veniva da piangere, ma non mi uscivano le lacrime, così decisi di togliermi le lenti a contatto: non c'era niente da fare, neppure una lacrima.

Mi sciacquai il viso.

Avrei voluto piangere forte, come un bambino.

Sentii la porta aprirsi e sbattere. Era arrivato uno dei rompicoglioni. Non lo vidi e mi infilai immediatamente in camera, indossai degli abiti più comodi e mi sdraiai sul letto.

Era stupendo. Mi stirai più che potevo.

Guardavo il soffitto bianco, altissimo. Non mi diceva niente, o forse troppo. Mi alzai pigramente per cercare nel cassetto della scrivania gli spinelli: ne accesi uno ed osservai le prime volute di fumo bianco.

Ero nuovamente sdraiato a pancia in su.

Stetti immobile finché non sentii il profumo dell'erba, sempre più intenso, ed il fumo scendere nei miei polmoni. Respiravo fino in fondo quell'aroma antico, magico. Mi stavo rilassando. Cominciai ad accarezzarmi il corpo, con una mano il torace e con l'altra le cosce pelose, le chiappe fresche, le palle umide, il cazzo semiduro, già duro... Mi stavo eccitando... Pensai di spogliarmi ma faceva ancora freddo e poi non mi andava di fare quella fatica. Chissà poi se il riscaldamento era acceso visto che quegli stronzi lo spegnevano sempre! Ma ormai stavo meglio e non mi sarei più spostato da lì.

Dopo pochi minuti un'ondata densa di sonno mi assalì e mi ci persi in quel lago torbido, denso sovrastato da quelle nuvole lente e leggere. La mia mente viaggiava in una dimensione spazio-tempo diversa dal solito, dove tutto era confuso, in movimento: mi pareva di scorgere mille figure, tante figure geometriche bianche ed ombreggiate che correvano attorno al mio corpo immobile, sospeso, tutto il resto bianco, fumoso. Mi sembrava di trovarmi nell'occhio di un vortice, stretto, come in una gabbia, da pareti invisibili.

Quello era ciò che provavo in quel periodo della mia vita: la sensazione di essere fermo, di non potermi muovere per intraprendere la mia missione nel mondo, di non potermi esprimere.

Bloccato.

Certamente!

Era quell'idea, cioè quella di non potermi rivelare, a pesare sul mio petto; giorno dopo giorno il mio corpo diventava sempre più pesante ed impotente. Ero bello, bellissimo, armonico, ma l'energia aveva preso a scorrere al mio interno in maniera malsana: qualcosa non funzionava più a dovere e non sapevo come risolvere il problema.

Lentamente mi stavo svuotando di me stesso.


Per un certo tempo ho pensato che mi mancasse l'indipendenza economica, ma non sono il tipo che va a cercarsi un lavoro come lavapiatti se non ne sono costretto, dovrei proprio essere disperato, messo alle strette. Per finire così tanto valeva continuare nei miei studi, che ho sempre amato, aspettando qualcosa di buono, ma continuando ad essere mantenuto dai miei genitori. Purtroppo quel qualcosa di buono non arrivava mai ed io mi sentivo esplodere. Avevo la netta sensazione, in quei momenti, che avrei potuto intraprendere qualcosa di grande e lucroso, o almeno divertente.

E certi giorni mi sentivo così male...

Ero sicuro di valere tanto, tantissimo, non mi mancava l'autostima e soprattutto l'ambizione, tuttavia qualcosa di intangibile mi bloccava.

In un periodo della mia vita sono stato insicuro. Non avevo fiducia in me stesso perché ero stato sistematicamente schiacciato da tutte le persone che mi circondavano, fin da piccolo. Credo che questo sia il destino dei bambini molto intelligenti e vitali quando finiscono a vivere in famiglie chiuse e tradizionali, con la paura della diversità, ed in società che non esaltano ed aiutano il singolo in quanto persona dotata di certe qualità, ma che puntano tutto, troppo, sul gruppo. Si sa che in questi ambienti i geni sono perduti, anzi, vengono considerati persone anormali (con questo non voglio dire che sono un genio).

L'idea della normalità, tra tutte le idee malsane in circolazione, è sicuramente la peggiore.

L'idea della normalità ghettizza ed isola chi non le si uniforma. Per questo io mi sento di poter urlare a voce bassa:

"Io sono anormale! Viva gli anormali!".

Ed è qui che comincia il casino!?


Mentre il fumo si insinuava su per le mie narici, nel mio cervello, tra i miei neuroni, qualcosa cambiava, per l'ennesima volta, in me stesso: stavo reagendo alla depressione e per alcuni brevi attimi la mia mente smise di pensare.


Silenzio...


Mi sentivo leggero. Credevo di potermi vedere dentro e osservare come del cristallo emanare dal suo interno una luce bianca, limpida, pura: era come se stessi guardando nascere un diamante..., no..., era ancora più bello...

Imprigionato nel mio corpo c'era qualcosa di prezioso, tenuto saldamente fermo da una grande energia.


Quando mi risvegliai lessi sulla mia sveglia digitale le sette e quarantacinque: erano passati circa tre quarti d'ora.

Mi sentivo meglio, anche se un po' rallentato. Mi alzai, la testa fra le mani, per recarmi in cucina. Un bicchiere d'acqua fresca scivolò giù nello stomaco.

Il sole stava già calando, ma non c'era un tramonto colorato, semplicemente il grigio chiaro che via via scuriva.

Avvertii il bisogno della notte, per dormire o per vivere ancora.

Spalancai la finestra della camera per far entrare aria pulita e far uscire l'odore dell'erba.

Respirai a pieni polmoni quella brezza mediterranea mischiata al profumo dei fiori del giardino di sotto.

Lì, da solo, provai ancora la gioia di vivere, di andare avanti, come sempre.

Ero ottimista, sapevo che ce l'avrei fatta, in qualsiasi modo.

Finalmente sentii le lacrime calde sgorgare dai miei occhi e bagnare il mio viso, eppure mi sembrava che sgorgassero dalla mia anima.

Voltai le spalle al cielo: non voglio che qualcuno mi veda piangere.

Col dorso della mano mi asciugai le lacrime e richiusi la finestra.


Quella notte, aspettando l'estate ormai vicina, dormii come un bambino.


Voglio una città che sogni.

Stavo viaggiando. Ero in treno. Una giornata un po' grigia un po' luminosa di fine inverno.


Prima di arrivare a destinazione mi addormentai per alcuni minuti, credo, e sognai due signori sorridenti discorrere tra loro di una città splendida, sempre all'avanguardia, piena di slancio e di fantasia, tollerante e gentile, un faro della cultura e dell'immaginazione, abitata dai più illustri e stravaganti inventori, dagli artisti, dagli scrittori più fini, dai migliori insegnanti, amministrata da persone coltissime e sensibili, dove gli industriali erano ammirati dal mondo intero e i cittadini famosi per i loro costumi raffinati, dove ognuno aveva un'opportunità, dove il nuovo conviveva con l'antico, una città enorme che richiamava sempre più gente, una città pulita, dove le persone vivevano bene, in belle case immerse nel verde e in armonia.


Un forte scossone mi svegliò all'improvviso. Scesi alla stazione della mia città, un edificio irrazionale ma accogliente e, ottimista, pensai che si sarebbero potute migliorare tante cose, poi salii sul mio autobus stracolmo di gente - dopo che lo avevo aspettato al freddo per più di trenta minuti, nel caos gioioso e vivo delle metropoli - e vidi una signora anziana che non riusciva ad arrampicarvisi per entrare, vidi i senzatetto, un'industria fumosa che produceva chissà quale anticaglia, il centro storico sporco, un monumento mezzo restaurato, passammo di fianco all'Università cadente a pezzi, a un comunista di destra e a un fascista di sinistra, per alcuni secondi sentii solo il rombo assordante di un aereo che ci volava sulla testa, vidi i fantasmi delle corsie preferenziali, ricordai un cardinale oscurantista, un commerciante prepotente, un riccastro volgare, un giovane rozzo, uno scrittore sciocco e settario, una soubrette-intellettuale smutandata, il tutto condito con abbondante ipocrisia. Oddio!

L'autobus, nella sua corsa barcollante, prese in pieno una voragine che si trovava nel bel mezzo della strada inclinandosi paurosamente, tra il disappunto della massa pigiata, poi, nel vuoto di una piazza sgangherata ma pedonalizzata, osservai, per puro caso, il sindaco in pelliccia salire sulla sua (nostra?) auto blu, poi scendere e risalire, ripensarci, e riscendere e risalire di nuovo, chissà perché...: seppi più tardi che aveva appena deciso che il riscaldamento doveva restare spento in tutta la città per consumare meno combustibile e far vedere che si era cittadini civili: quella sera ci fu un black-out generale per il sovraccarico delle linee elettriche dovuto all'uso delle stufette.


Nonostante tutto si avvertiva un'atmosfera vivace, ma allora perché avevo tanta voglia di scappare?


A tutti voi, lettori, un'abbraccio forte forte. Grazie. Ciao a tutti, Stefano.





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