FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SESSO, DROGA E TECNO MUSIC

Andrea Maghilucci




LUI & LUI


- Oh, sì, dai, mi piace tanto, più forte, i_in fretta, sì mi fai impazzire - mormorava Lara mentre Dario la penetrava con furia dandoci dentro con tutta l'anima; e le strizzava le tette, le torceva i lunghi capelli. Pareva indemoniato, tanta era la sua foga. Un lungo gemito accompagnò l'orgasmo di Lara. Dario venne poco dopo e i due separarono i loro corpi.
Si addormentarono. Quando Lara si risvegliò, Dario non era più accanto a lei. Si alzò allora dal letto. Nuda, raggiunse il salotto.
Sdraiato sul divano, vestito delle sole mutande, Dario guardava la tivù ed aveva un bicchiere in mano.
- Cosa bevi? - Gli chiese Lara indicando la bottiglia sul tavolino.
- Jack. L'ho trovato di là
- Ehi, mica ti sbronzerai di nuovo, eh?
- Cosa intendi dire?
- Dico che dovresti andarci piano con quella roba
- Ma smettila, per un whisketto
- Sì, sì, un Whisketto: intanto mi hanno detto che Giovedì sera eri ubriaco fradicio
- Chi te lo ha detto?
- Non ha importanza, chi
- E invece sì che ne ha, voglio saperlo!
- Simo, me lo ha detto: contento?
- Simo? Macheccazzo vuole quella dalla mia vita?
- Niente. E' una mia amica
- Hai ragione amore, scusa, scusa tanto - disse Dario deglutendo il Whisky tutto d'un fiato - vieni qui - e scese le gambe dal divano.
Lara si accomodò accanto a lui.
- La sai una cosa? - Le mormorò Dario accarezzandole una guancia.
- Cosa
- Ti amo tanto. Tu ti preoccupi per me, e questo è importante, mi fa piacere, sul serio. Scusa se tante volte non lo apprezzo abbastanza.
Lei sorrise e lo strinse a sé.
- Dio che bello, stare qui insieme. I tuoi dovrebbero andare al mare più spesso - osservò Dario. - Hai proprio ragione. Lo facciamo di nuovo?
- Sono stanco. Però, senti, ti fa proprio schifo prendermelo in bocca? Dai, solo più per questa volta, l'amore lo facciamo più tardi, non riesco adesso
Lara evitò lo sguardo di Dario e si mise a fissare invece la tivù, ma senza lontanamente focalizzare il mezzobusto che stava leggendo qualche cosa.
- Dai, solo più per questa volta - insistette lui - mi piace tanto, lo sai
La ragazza sorrise annuendo.
Dario calò le mutande. Il pene, già eretto, gli sbatté sullo stomaco. Lara, titubante, glielo prese in bocca ed iniziò a leccarlo. Lui la guidava tenendola per i capelli, e ad occhi chiusi, riverso sul divano, assaporava. Lara continuò a lungo, finché Dario improvvisamente le venne in bocca. La ragazza iniziò a sputare e a tossire - Me lo potevi dire, stronzo! - Lo accusò.
- Oh, amore, abbi pazienza, non me ne sono accorto, davvero, scusa, eppoi non pensavo di averne ancora tanto...
Lara andò in bagno e ritornò dopo qualche minuto - Di nuovo! - Esclamò vedendo che Dario si era versato un altro bicchiere di Whisky.
- L'ho annacquato - disse lui - ancora arrabbiata per prima?
Lara scosse il capo - figurati, non l'hai mica fatto apposta
- Già, mi sembrava di tenermi ancora - e buttò giù il Whisky.
- Vuoi qualche cosa da mangiare? - Chiese Lara.
- Buona idea
- Faccio un paio di panini, allora - propose Lara avviandosi verso la cucina.
Preparò i panini e ritornò in salotto, giusto in tempo per vedere Dario che ingollava un ennesimo bicchiere di Whisky.
- Adesso basta - disse la ragazza. Afferrò la bottiglia e la portò in cucina - sei proprio senza limiti, tu - lo accusò in seguito - non ti sai fermare. Dico, va bene un bicchierino, ma tu ti stai scolando tutta la bottiglia
- Esagerata - borbottò Dario.
Squillò il telefono.
Lara impallidì - saranno i miei! Non fare casino!
- Ma figurati
La ragazza rispose - sii? Chii? Ah, ciao. Eh. Sì, va bene, te lo passo
- Chi è?
- Maurizio. Dice che deve dirti una cosa. Ma come fa a sapere che sei qui?
- Chennesò, avrà provato - rispose Dario alzandosi.
Lara fece una smorfia di disappunto e gli porse la cornetta
- Sono Dario
- Hai finito? Gli altri sono arrivati
- COOOOSA? Ma com'è successo?
- E' successo che se me lo ciucci mi fai un piacere
- Ma sta bene?
- Benissimo: certe erezioni...
- Va bene, va bene, arrivo!
Dario riattaccò e poi si passò una mano tra i capelli con fare angosciato.
- Ma cosa è successo? - Gli chiese Lara.
- Sai Fulvio, quello di ***
- No, chi è?
- Già, tu non lo conosci. Comunque, erano in macchina lui e Maurizio, e sono usciti di strada
- Ahh! E come stanno?
- Maurizio bene, ma Fulvio è all'ospedale e sembra che non sia messo un gran che
Dario afferrò Lara per le spalle - devo andare, ma aspettami: torno qui appena posso
- Se vuoi vengo anch'io
- No, lascia. Maurizio, mi ha pregato di non portare nessuno. Sai, meglio che Fulvio abbia intorno solo gente che conosce
- Sì, sì, certo. Ma chi è 'sto qui? Io non l'ho mai sentito
- Ma, è uno che conoscevo già prima d'incontrarti. Un ragazzo buono come il pane. Capita sempre ai migliori, è proprio vero - affermò con enfasi.



ULTIMA PERA, SCALA B, SESTO PIANO,BRACCIO SX


Due siringhe usa e getta, una fiala, un pacchetto di stagnola. Ecco elencati gli attrezzi ch'erano disordinatamente posati sul davanzale di fronte ai due giovani. Certo, se a sostituire i suddetti attrezzi vi fossero stati un paio di vibratori borchiati, od un paio di flaconi di cianuro, la scelta dei nostri sarebbe stata molto meno usuale, almeno, nel secondo caso, ma anche piuttosto netta e coraggiosa: ma no. I due non conoscevano neppure lontanamente il significato della parola coraggio: proprio per questo motivo erano tossici.
Giorgio in passato era stato un ragazzo piuttosto attraente: sì perché adesso era magro da far pena a guardarlo, oltre ad essere sporco e trascurato; da qualche giorno infatti non faceva ritorno a casa (la riteneva un carcere. I suoi genitori lo rimproveravano, e non era carino da parte loro); di conseguenza, non si era più lavato: puzzava, e molto anche: aveva carenza, e molta anche.
L'altro giovane, Franco, non notava quell'effluvio, visto che nella sua mente ed in tutti i sensi che per lui comunicavano con l'esterno, vi era l'eroina: il colore dell'eroina, il sapore dell'eroina, l'odore dell'eroina, l'eroina a grumi o tagliata fina. Da poco aveva cominciato a bucarsi, Franco; tanto che non aveva ancora avuto la possibilità di provare l'ebbrezza della carenza.
I due si trovavano sul pianerottolo di un palazzo a sei piani edificato nel centro di Torino: si trovavano tra il quinto ed il sesto piano per la precisione, e Giorgio si dava da fare, tremando come un tarantolato, nel preparare le pere.
- Fammi un filtro - ordinò a Giorgio.
Questi spezzò il filtro di una sigaretta, ne strappo' una piccola porzione e ricavò così una pallottola.
Franco spezzò la fiala, vi versò all'interno la magica polverina, scaldò il tutto per qualche secondo (il liquido divenne nero); quindi spacchettò le due siringhe ed infilzata a turno negli aghi la pallina spugnosa, aspirò in esse tutto il contenuto della fiala. - Forza Franco: voliamo! - Esclamò Giorgio non senza essere abitato da un certo qual spirito epico-estetico: forse in quel momento si sentiva un mito del rock o del Jazz, o pensava di appartenere alla generazione beat, o addirittura ai poeti maledetti: ma no, era semplicemente in carenza.
I due arrotolarono le maniche e si prepararono al grande evento.
Tutto era silenzio: il sole tramontava dietro agli alti palazzi, le ciminiere sputavano merda, Nando e Mara stavano scopando, alla FIAT si cambiava turno, la madre di Giorgio si chiedeva dove fosse suo figlio, un colombo cacava su Vittorio Emanuele, il manicotto del radiatore di un'auto si staccava.
- Spero di riuscire a centrarmi la vena, cazzo! - Si augurò Franco.
- Guarda, io ho la valvolina: nessun problema - gli mostrò Giorgio con fierezza.
"Anch'io un giorno avrò la valvolina: Cristo, che comodità!" Pensò Franco.
Giù lo stantuffo e Giorgio si sentì meglio, molto meglio - cazzo chebbuona! - Esclamò con voce arrochita.
Anche Franco aveva tirato giù lo stantuffo, ma non era nelle condizioni di esternare alcun giudizio sulla qualità della roba: era invece scivolato a sedere sul pavimento, con la schiena contro la parete, gli occhi chiusi e la siringa ancora nel braccio.
Giorgio si avventò su di lui e prese a schiaffeggiarlo - Franco svegliati, svegliati! -: niente. Provò a risollevarlo: niente da fare.
"Meglio lasciarlo qui e sparire, sennò sono cazzi" pensò.
Rubò il portafoglio all'incosciente (sì, era dotato di una gran praticità), scese un tratto di scale, prese l'ascensore, tornò al piano terra e sbucò in strada.
"Povero stronzo, aveva pure offerto lui: 1960 e qualcosa - 1990" pensò Giorgio sogghignando tra sé all'idea di quel cinico epitaffio.
Guardò schifato nel portafoglio di Franco: cinquemila. Gli avrebbero comunque permesso il lusso di mangiare un panino e bere una birra.
Dopodiché naturalmente si sarebbe messo alla ricerca di una nuova pera.



IMENE PERENNE


Primi di giugno: nel deor del bar "Fefe", situato lungo la via centrale del paese. - Guarda, guarda in quel Porsche! - Esclamò uno degli avventori. - Chi c'era? - Chiese quello che era seduto al tavolo con lui.
- Francesca Rinaldi, ecco chi
- Ma no, quella gran fica bruna?
- Proprio lei. Fino ad un mese fa girava in bicicletta, e guarda adesso
- Cazzo, ce l'avessi io il Porsche per scarrozzarla...
- Hai detto giusto. Bada solo ai soldi, è quello che le interessa. - Si però sai le scopate
- Cristo, che scemo che sei: vuoi saperne una?
- Eh...
- Sarà un anno e mezzo fa, sì, più o meno un anno e mezzo
- Mhh...
- Mi raccomando, non lo dire a nessuno
- E che, ti sembro il tipo?
- D'accordo, allora, stammi a sentire: una sera ero al "Simposium"
- Sì
- T'incontro 'sta qui
- Chi?
- Ma come chi, Francesca Rinaldi, no!
- Ah, eh
- Ecco, a me l'aveva sempre tirato ovviamente: quel culo, quel culo mi ha sempre fatto impazzire
- Non parlarmene, vai
- Comunque io già qui sotto i portici, una sera, vedevo che mi guardava e mi ero detto: la prima volta che la incontro ci provo; e lì al "Simposium" avevo l'occasione. Lei ballava in centro pista e tutto intorno una marea di sfigati sbavava. Io mi metto appoggiato ad una piglia e inizio a guardarla. Lei a un certo punto mi vede e inizia a guardarmi pure lei. Mi avvicino, scosto due taralli e le faccio all'orecchio: posso offrirti da bere? Lei mi fa: molto volentieri, e mi segue. Oh, dovevi vedere gli altri, se avessero potuto mi avrebbero ucciso
- Minchia, lo immagino
- Già, spolpato. Arriviamo al bar, ordino da bere due Martini, e poi ce ne andiamo su di una poltroncina: oh, l'ho infarcita di palle! Le ho detto che ero entrato in aviazione, che mio padre viveva in America del Sud e avanti così
- Ma no. E lei l'ha bevuta?
- Tutto ha bevuto. Tant'è che era con un'amica, no, e io le ho detto: ma, senti, vieni giù con me che andiamo ancora a berci una birretta. E lei: occhei, va bene. Ce ne andiamo dalla discoteca e già in macchina io le facevo: ma, sai, mi piaci un casino, hai degli occhi fantastici, sei una ragazza intelligente: e lei a pavoneggiarsi e a ringraziare. Comunque, andiamo a pigliarci 'sta birra e lì al Pub giù altre balle che nemmeno più mi ricordo
- Che bastardo che sei
- Bastardo? Quella era partita! Ma stai a sentire: usciamo dal Pub e dopo un po' io devio in una stradina. Cosa fai? Mi chiede lei. Dai, baciamoci un po', guarda che magnifica serata, guarda la luna, le dico io. Lei sta muta e io parcheggio. Inizio a toccarla, a pomiciarla e questa è sempre più intrippata bene. Butto giù i sedili, le tocco la passera per un po' e lei viene. Inizio a svestirla e lei: no! no!, ma mentre si fa svestire. Cristo, la metto nuda e mi spoglio anch'io in fretta e furia. Glielo metto e pensa un po': era vergine!
- NOOooo...
- Sì ti dico, dalla testa ai piedi. Lo sverginata, capisci? E mi sono fatto la più bella scopata della mia vita. Ha delle tette che sono dure come le pietre, il culo è una storia allucinante; ma non si è lasciata prendere dietro. Alla fine mi ha fatto anche un pompino. Il giorno dopo te la incontro e le faccio: senti, è stata un'avventura. Capiscimi, ho la ragazza da tanto: e giù balle. Lei è scappata via, la ex verginella...
- Dio che porco che sei!
- Sì, è vero, sì!



PANCHINA CON VISTA


- Questo posto fa davvero schifo - affermò Luca con rabbia, strappando del fogliame dal larice che li sovrastava.
- E' la gente che fa schifo, il posto potrebbe anche non essere tanto male - tenne a precisare Nicola, incidendo, con un piccolo coltellino, la frase "gobbi di merda" lungo una delle strisce metalliche della panchina sulla quale erano seduti.
Paolo continuò a carezzare con la fiamma di un accendino il cubetto d'ascish che teneva nel palmo della mano.
- Sono tutti ruffiani, ecco cosa - continuò Luca - ventimila schifosi ruffiani che fanno le stesse cose da anni. Prendete Dario, Rubino, quella banda lì: trent'anni sulla pelle, quindici anni che tutti i santi sabati vanno allo stesso bar, si gonfiano come maiali e poi vanno a ballare negli stessi posti: macheccazzo di gente è?
- Fanno venire il vomito solo a guardarli - dichiarò Nicola.
- Già, dei veri cazzoni. Io la fine loro non la faccio. Ho vent'anni io, e non voglio passarne altri dieci in questo cesso. Appena ho risparmiato un po' di soldi parto e chi s'è visto s'è visto
- Prima devi trovarti un lavoro - osservò Paolo leccando la cartina e arrotolando lo spinello, ormai quasi completato.
Luca guardò l'amico di traverso - tranquillo che un lavoro lo trovo. Adesso è un periodo così, ma ho parlato con Gigi e mi ha detto che tra poco avrà bisogno di qualcuno con lui
- Che Gigi? - Chiese Nicola.
- Il carpentiere, Maurino, il fratello di Sandro
- Io accendo ragazzi: Bum! - esclamò Paolo.
- Bum!
- Bum!
Fecero eco gli altri due.
- Sapete dove mi piacerebbe andare? - Chiese Luca, e poi rispose senza attendere: - in Spagna, è una figata la Spagna. Passere, sole, fumo e fiumi di Cerveza. E poi là...là gente è calda, mica come qui, che a mezzanotte i bar chiudono, che non vedi più casino. Laggiù fino alla mattina c'è gente per le strade, che canta, fuma, si diverte. Che ne dite, senza aspettare tanto: quest'estate ce lo facciamo un viaggio in Spagna? Quindici giorni da tornare giù rovinati
- Si può fare - disse Nicola.
Franco non rispose: passò lo spinello a Luca, che intanto continuò a dire: - ci sono andati Michele e Silvio e gli altri lo scorso anno
- Sì è vero, - constatò Nicola - Mi ricordo: quando sono tornati sono stati delle merde per un mese: non riuscivano a riadattarsi. Una sera Mauro mi fa: io me ne torno su, qua mi sembra d'impazzire. Mi ha detto che avevano scopato come animali, che si gonfiavano dal mattino alla sera
- Sì perché le fiche laggiù è mica come qui: - s'infervorò Luca - che se la tirano da fare schifo, che sembra che ce l'abbiano d'oro; laggiù la mollano, perché sono passionali. Qui prima vogliono il codice fiscale e la partita iva: che poi, dico io, una come Laura Bosco che cos'ha da tirarsi? - E passò lo spinello a Nicola.
- E' vero è proprio un cesso - gli diede ragione questi.
- Ma sì! - Esclamò ancora Luca - la vedi girare con i suoi vestitini, che tra l'altro sono anche indecenti, che mi sembra la vamp di Hollywood, e poi è una cozza marcia, un vero aborto
- E fino a un anno fa faceva pompini a tutti - aggiunse Nicola - comunque, vedete, il punto non è neanche questo, perché bene o male, la scopata ogni tanto te la fai, proprio per toglierti lo sborro arretrato: sì perché tanto a me della donna fissa non me ne frega un cazzo, rompe solo i coglioni e io per un bel po' voglio ancora continuare a spassarmela. Il fatto tremendo è che qui non sei libero, che non c'è nessuno che si fa i cazzi propri. Non puoi fare una sega che c'è sempre quello che lo va a dire a questo e a quell'altro e il giorno dopo lo sanno già tutti: senza parlare degli sbirri poi...
- Uhhh, lascia solo perdere quei rompi coglioni - borbottò Luca con una smorfia.
- Magari, ma come si fa? - Ribatté Nicola - sono sempre tra le palle, perché non hanno mai un cazzo da fare. Per loro è carnevale tutto l'anno. Tieni, Paolo - e allungò lo spinello all'amico.
Paolo fece una nota e poi gettò il mozzicone per terra - è morta, ragazzi - dichiarò alzandosi in piedi.



SPARRING PARTNER


Mimmo si sistemò sull'unico sgabello libero antistante il bancone.
- Un Glen e coca - ordinò sfoggiando un raggiante sorriso alla bella barista. Lei annuì e prese a prepararglielo.
Mimmo sfilò dalla tasca il portafoglio e vi guardò all'interno: Cinquantamila.
"Dunque, ventimila per la discoteca," si mise a calcolare mentalmente " diecimila di benzina, mille lire per telefonare, cinquemila per una consumazione dentro alla discoteca... mi rimangono esattamente...quindici, no: quattordicimila. Sì perché le cicche le ho"
Rimise in tasca il portafoglio e, afferrato il pacchetto di sigarette che aveva in precedenza posato sul bancone, se ne infilò una tra le labbra ed accese. Prima di richiudere il pacchetto si mise a contarle premurandosi di non dare troppo nell'occhio.
"Due, quattro, sei..."
- Il tuo Glen e Coca - annunciò la barista.
- Grazie, cara - disse Mimmo - senti, c'è un telefono qui? - Le chiese.
- Sì, là in fondo: a destra. Ti do la linea.
Mimmo prese con sé il bicchiere e zigzagando tra i tavoli raggiunse il telefono a muro. Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un biglietto spiegazzato, dal quale lesse un numero telefonico che poi compose.
Quattro squilli ed all'altro capo risposero: era una voce matura e femminile.
- Buonasera, c'è Rosanna per cortesia? - Chiese Mimmo.
- Mi dispiace, non è neppure venuta a cena
"Cosa? Neppure venuta a cena? Troia!" - Ah, capisco, che peccato, e sa dirmi dov'è andata?
- No, so che era da un amica, ma non saprei dirti quale
- D'accordo la ringrazio, buonasera
- Devo dirle qualche cosa?
Mimmo non rispose e sbatté la cornetta sulla forcella.
"Dio, no, mi ha tirato un pacco tremendo, quella zoccola! Telefonami alle nove: sì alle nove, te le do io le nove, vacca!"
Ritornò al bancone e trovò lo sgabello occupato. Vi era seduto un ragazzino sedicenne o giù di lì.
- Smamma marmocchio, c'ero io qui - Gli ordinò Mimmo con voce cattiva.
Il ragazzino rimase per un attimo interdetto; poi, senza ribattere, scese dallo sgabello e si allontanò.
Mimmo tracannò ciò che restava del suo Glen coca e ne ordinò un altro.
Si guardò intorno. Gli sembravano tutti dei perfetti stronzi, compresa la bella barista.
Sentì una voce alla sua sinistra - Ma guarda chi c'è!
Si voltò ed in piedi accanto a lui vi era un tale dalla faccia nota, ma di cui non ricordava il nome
- Com'è, Mimmo? - S'informò il nuovo arrivato.
- Non c'è male, grazie
- Ti sei ripreso da quella sera?
- Quale sera? - s'informò Mimmo.
Il tale scoppiò a ridere - sono Federico, ci siamo conosciuti alla festa di Sara, ricordi? Sul terrazzino!
Mimmo gli assestò una sonora pacca sulla spalla - Ah, sì, scusa, sul terrazzino, certo, sei quello che ha smontato la ringhiera!
- Proprio io
- Già, già, sì, adesso ricordo: che trona, eh?
- Memorabile
"Eh, no. Anche questo idiota qui, no: è troppo" pensò Mimmo tirando giù il Glen e Coca - mi devi scusare, ma scappo. - tagliò corto - sono in ritardo marcio - disse poi alzandosi in piedi
- Una fichetta?
- Già, proprio così - affermò Mimmo ammiccando - buona serata, eh?
Pagò alla cassa le consumazioni e la telefonata ed uscì dal locale. Raggiunse la propria auto, una Uno granata e, mentre infilava le chiavi nella portiera, sentì qualcuno alle proprie spalle. Si voltò e subito ricevette un pugno in pieno volto, poi uno in pancia.
Stordito, alzò il capo, e vide quattro ragazzini.
- Allora, non mi fai più smammare? - Disse uno di essi, cattivo ed ansante, sferrando a Mimmo un calcio in un ginocchio.
- Ehi, ragazzi, dico, - rantolò Mimmo scivolando a terra - macheccazzo...



VIETATO PARLARE ALL'AUTISTA


Erano a bordo di un Peaugot duecentocinque.
Mirko al volante, Dodo al suo fianco, Luigi e Vanessa sui sedili posteriori.
Sfrecciavano lungo la superstrada alle due e quaranta del mattino di quel dodici Marzo millenovecentonovanta e qualcosa.
L'autoradio trasmetteva musica da discoteca. - Ragazzi, che ne dite di una bella pizza? - Propose Mirko superando il frastuono.
Dodo annuì, Luigi e Vanessa si guardarono.
- No, noi andiamo a casa - si allungò a specificare Luigi.
Mirko diede una leggera gomitata a Dodo.
- Ti sei divertita stasera? - Chiese intanto Luigi a Vanessa.
- Mbhe, non era un gran posto, eh - rispose lei - Comunque, tanto per cambiare...il DJ non era male però
- Hai ragione, ad un certo punto ha messo bella musica
Vanessa gli si avvicinò e lo baciò sul collo.
- E poi scusa ma che domande fai? - Gli chiese - sai quanto me ne frega della discoteca...- e gli strinse con una mano la coscia - il bello viene adesso
Luigi sorrise sornione.
- Li hai? - Gli chiese.
Lui si diede una pacca sulla fronte - No, merda, li ho dimenticati! Tu a casa tua non ne hai?
- Macché. Come facciamo?
- Lo tolgo
- E se non fai in tempo?
- Sì, dai, stai tranquilla
- Eh, tranquilla...
Luigi scoppiò a ridere.
- Chettiridi? - Chiese Vanessa sorridendo anch'ella, contagiata.
Lui le avvicinò il volto all'orecchio - sarebbe una buona occasione per farti prendere finalmente da dietro - le sussurrò.
Si guardarono.
- Ho paura che mi faccia male - ammise Vanessa.
- No, stai tranquilla. Farò piano
- Non è che lo hai fatto apposta a dimenticarli?
Luigi fece una smorfia di disappunto - Che stronza, mi credi così laido? Ammetto che è una cosa che mi rode, comunque. Hai presente con che culo te ne vai in giro tu?
Scoppiarono a ridere.
- Che avete tanto da ridere? - Chiese Dodo voltandosi a guardarli.
- Niente, mi ha raccontato una barzelletta - mentì Vanessa.
- Dilla anche a noi, Luigi - propose Dodo abbassando il volume dell'autoradio.
- Sì, ehm, dunque: - rimuginò Luigi - c'è un tale che entra in farmacia e fa al farmacista: mi scusi, ce l'ha venti chili di camomilla? Il farmacista lo guarda sbaccalito: scusi non è per farmi gli affari suoi, gli dice, ma cosa se ne fa di venti chili di camomilla? E l'altro, con gli occhi fuori dalle orbite: E A LEI CHE CAZZO GLIENE FREGAAAA!
Scoppiarono tutti a ridere.
- Ma chemminchia di barzelletta è? - Chiese Mirko ancora sogghignando.
- Allora ragazzi, ci venite o no a mangiare la pizza? - Chiese Dodo.
- No, davvero - ribadì Vanessa - io domani devo alzarmi presto, ho un esame tra una settimana
- Vieni almeno tu, no, Luigi?
- No, grazie, l'accompagno a casa e me ne vado a nanna pure io
- Sì a nanna - fece Mirko con una smorfia - raccontatecela giusta: voi andate a fare le porcherie - e scoppiò a ridere
- No, non è vero, ma se anche fosse? - Chiese Luigi un po' irritato
- Mbhe, se anche fosse - continuò Mirko - ce lo potreste tranquillamente dire, a me e a Dodo: anzi, se ci raccontate qualche particolare, non ci dispiace proprio - si mise poi a ridere, seguito a ruota da Dodo.
- Che stronzo che sei - inveì Vanessa.
- No, non è che sono stronzo - si difese Mirko - e che non vi capisco a voi coppiette d'innamorati. Siete in macchina con altra gente e attaccate a tubare, a pomiciare e non cagate più nessuno. Dico, la nottata la stiamo facendo insieme...
E a te chettifrega scusa? hai solo da non portarci in giro - lo sferzò acida Vanessa.
Mirko non rispose e dopo una smorfia d'imbarazzo gli s'infiammò il volto. Incazzato nero sorpassò in piena curva.



L'IMPROVVISATA


Sua madre lo svegliò.
- Telefono. E' per te - lo informò la donna dandogli pacche sulla spalla.
Enrico si contorse tra le lenzuola - Ma chi è? - Borbottò
- Un certo Marco
- Marco? E chiccazzo è? Digli che...che non riesci a svegliarmi
- Ma mi ha pregato di insistere. Dice che è im-por-tan-tis-simo
Enrico gemette e si passò le mani sul volto - e va bene, va bene, vengo
Si liberò delle coperte, scese le gambe dal letto e barcollò sino all'apparecchio, posto nel corridoio d'ingresso - pronto... - si annunciò, seccato, nella cornetta.
- Ciao Enrico, scusa se ti disturbo, sono Marco
- Marco chi?
- Marco Ferrero, no? Che è, non dirmi che ti sei già dimenticato di me?
- E come potrei, vecchio mio?
- Ah, ecco, sarà meglio. Ma quanto sarà che non ci vediamo?
- Mbho, un anno credo
- Già, già, proprio così
Seguì un breve silenzio.
- Allora, dimmi, come te la passi? - Chiese Marco Ferrero.
- Bene, bene, grazie.
- Cosa fai, studi?
- No, ho smesso, faccio il rappresentante
- Ah sì, e di cosa?
- Elettrodomestici
- Fantastico, davvero, un gran bel lavoro. Accidenti, rappresentante. Chissà quanti chilometri ti fai
- Più o meno, lavoro in zona
- Io invece studio sempre sai?
- Ah, sì?
- Proprio. Sono al secondo anno di Architettura
- Bene, mi fa piacere. Adesso dimmi, mi hai telefonato per qualcosa in particolare?
- Sì. Senti, sono dalle tue parti, sto andando in montagna. Mi farebbe proprio piacere, se tu venissi con me
- In montagna? Ti ringrazio molto per l'invito, ma purtroppo ho un impegno - E non puoi proprio?
- No, te l'ho detto, mi dispiace
- Ma cosa devi fare?
- Che cosa devo fare? bhe, devo andare da una ragazza
- E allora? qual è il problema? La porti con te e si va tutti e tre in montagna. Non mi sento mica in imbarazzo io, vai tranquillo! Com'è, fica?
- Sì, carina.
- Ah, maiale. Sei sempre stato un dritto con le donne, tu, eh? Dunque, facciamo così...
- S-ssì
- Vai a prendere la tua donzella, la porti lì a casa tua e poi io vi passo a prendere
- No senti, sei molto gentile, ma stai a sentire la situazione
- Vai, sputa
- Ecco, allora, questa è una a cui piacciono le cose intime, cioè, è un po' che cerchiamo di trovarci io e lei soli, capisci?
- Altroché
- Quindi non posso proprio
- Ho capito. Vuoi farti la mano in santa pace, eh?
- Amico mio, hai fatto centro. Un'altra volta ci sono al volo, contaci
- Senti, pensavo...
- Cosa?
- Non ce l'ha un'amica? Si fa una cosa in quattro, alla grande
- Marco, non si può fare. Se le propongo una cosa in quattro salta tutto: davvero
- Ma che tipa storta. Mi dispiace un casino, sai? Avevo proprio voglia di rivederti
- Anch'io, anch'io, ma che ci vuoi fare? Sarà per un'altra volta
- Già, un'altra volta. Vabbè, allora ti saluto
- Anch'io: in gamba eh?
- Anche tu, e dacci dentro
Dopo aver sbattuto la cornetta sulla forcella, Enrico emise un urlo animalesco.
Sua madre fece capolino nel corridoio - Che è successo? - Gli chiese preoccupata.
- Niente, assolutamente niente. Solo, una cosa
- Dimmi...
- Se ritelefona questo digli che sono partito, che me ne sono andato, magari nella Legione straniera - detto questo, s'incamminò nuovamente, barcollando, verso la propria camera.



ACQUA, FUOCHINO, FUOCO, FUOCHINO, ACQUA.


Cara Laura,
Eccomi a Palermo (da più di una settimana ormai). E' una città fantastica, sai? C'è sempre il sole e gente nelle strade. Mercati dappertutto. Ti spremono gli agrumi (arance, limoni e pompelmi) con una specie di forcella e ottengono così delle spremute straordinarie. Il mare è stupendo. Si va a Mondello, dove ci sono gli stabilimenti balneari ed è tutto un via vai di bagnanti giorno e notte. E poi ci sono dei ristoranti che fanno il pesce come non l'avevo mai mangiato, così buono. Ai semafori trovi gente che ti vende di tutto, dai fazzolettini agli ananas. Poi c'è un posto vicino al porto, dove c'è un Luna Park e decine di bancarelle che vendono sigarette di contrabbando. Pensa che sono andato da una di queste, e dopo aver comprato delle sigarette, visto che avevo solo un biglietto da cinquantamila ho chiesto al tizio - Ce l'ha il resto? - lui mi ha fatto un sorriso come per dire - Ma da dove arrivi? - E ha aperto il suo portafoglio: avrà avuto mezzo milione dentro. Probabilmente non vendeva solo sigarette.
Poi, un pomeriggio esco da un negozio e vedo un ragazzino che traffica vicino alla mia macchina. Tira qualcosa nel finestrino e apre la portiera posteriore. Allora mi metto a correre e urlare. Lui fa per ripartire con il motorino che aveva lì vicino ma non può, perché per sfasciare il vetro aveva tirato la candela. Allora io lo afferro per un braccio e lui mi fa - ti prego, non mi denunciare, lasciami andare - Io naturalmente ero incazzato nero e gli ho detto - Sì, col cavolo che ti lascio andare - e poi - ma cosa volevi rubare? - E lui - il registratore.
Hai capito? Quel tipo rischiava la galera per un Walkman e questo mi ha lasciato proprio di sasso. Ha cominciato a raccontarmi mille storie sui suoi, che erano disgraziati, che lo faceva per bisogno, che era già stato in galera. Poi mi dice - Senti, ti porto io da uno che ti fa il vetro a poco prezzo, ma non mi denunciare. A me a quel punto mi ha fatto pena. E mi ha detto ancora - però io non te lo posso pagare, lo capisci vero? Ma tu seguimi e io ti porto da questo mio amico. Io ho pensato, adesso se la squaglia nel traffico, durante il tragitto: ma ho lasciato correre e gli ho detto che andava bene.
E invece non è scappato. Mi ha portato da questo suo amico, che mi ha fatto davvero il vetro a poco prezzo. Prima di andarsene mi ha ringraziato mille volte e lì ho capito che era davvero un poveraccio. Certo, che poi questa gente finisce alla mafia. Però a dire la verità, la mafia proprio sembra che non ci sia. Cioè non è che vedi qualcosa di sospetto, che so io, che ti faccia pensare: quello secondo me lavora per la mafia o è un mafioso. Sì, ho visto sulla superstrada che porta a Punta Raisi una macchina stupenda, decappottabile, di quelle d'epoca, con tanto di autista e due tizi seduti dietro: sai, proprio come si vede nei film di Coppola. Ma come si può dire con certezza che quei due erano dei mafiosi?
Mi viene da pensare che siano più mafiosi i vari politici che ogni cinque minuti sfrecciano per le Vie di Palermo (non ho mai visto una città con tante corsie preferenziali), sulle loro auto blu scortati da due alfette a sirene spianate, una davanti e una dietro. Forse l'unica differenza tra loro e i tradizionali boss delle famiglie e che i politici possono permettersi di essere più appariscenti.
Ho chiesto a un amico di mio padre - ma la mafia dov'è, che non si vede? - E lui - Ma la mafia a noi cittadini normali mica ci tocca. La mafia ormai e nel grande giro della finanza - che cazzata che si è detto, eh?
Comunque, a parte questi grandi problemi, come ti dicevo, Palermo è una città magnifica e sento che mi ci ambienterò prestissimo, anzi ne sono già innamorato: come di te del resto. Mi manchi tanto e vorrei averti tra le mie braccia. Sogno di fare il bagno con te, nudi di notte, e poi girare per le vie di Palermo e farti vedere tutte le cose nuove che ogni giorno conosco.
Ti prego, raggiungimi qui, appena finito il tuo esame. Il posto per stare c'è e mio padre è d'accordissimo: vedrai, saranno giorni stupendi.
In ogni caso, spero che appena ricevuta questa mia ricambierai immediatamente e ti allego perciò il mio indirizzo. A presto.
Ti amo tanto.
Claudio.



LA BARACCA DI BRUNO


Lavoravo da qualche tempo in una birreria situata a Battino; un locale dov'erano una decina di panche e tavoli di legno lunghi e rettangolari, che i clienti nel corso del tempo si erano divertiti ad incidere con scritte di ogni genere. Sul soffitto, in coincidenza dei tavoli, pendevano piccoli lampadari di tessuto rosso, e le pareti erano tappezzate da poster raffiguranti rock star e divi del cinema.
La clientela non era certo delle migliori: giovani dai volti annoiati e con poche idee.
Le facce nuove capitavano di rado, e solitamente non facevano più ritorno. C'era, nell'aria fumosa di quel locale, la puzza dell'abitudine, che trasudata dalle pareti, era andata ad impregnare ogni cosa.
Più volte mi ero riproposta di cambiare aria, ma rimandavo sempre, forse contagiata dalla stessa noia che mi spingeva ad andarmene. Ero insomma in una condizione psichica altalenante, che mi rendeva facilmente irritabile; l'unica persona per cui provavo simpatia era Bruno, il padrone del locale, un uomo sulla cinquantina grasso e calvo.
- Sai, non so proprio perché non mi libero di questa baracca - mi diceva spesso Bruno - ma se lo facessi, poi me ne pentirei
La moglie di Bruno era morta tre anni prima, senza dargli figli, e quel locale era tutto ciò rimastogli.
Scoppiavano due o tre risse a settimana. Di solito litigavano per dei motivi talmente stupidi, che mi veniva voglia d'intervenire io stessa. Bruno ci aveva fatto il callo ormai: con estrema tranquillità, dopo aver fregato le mani sul grembiule, si avvicinava ai contendenti e diceva: - Va bene ragazzi, a picchiarsi, fuori di qui! - quelli obbedivano e si calmavano per un istante. Poi, appena Bruno aveva richiuso la porta, ricominciavano urli, insulti, pugni e schiaffi. Il vincitore ritornava più o meno ammaccato, ed iniziava a vantarsi della splendida impresa, buttandomi occhiate a significare: - Sono un maschio bella, un vero maschio
Ricevevo circa una decina di proposte a serata: non inviti a cena, o a ballare; cose molto più sbrigative. In quel periodo ebbi modo di sentire la descrizione di numerosi cazzi, e se tutti l'avessero avuto grosso come dicevano, quel paese sarebbe stato da guinnes dei primati.
Non che non ci fossero altre ragazze a ***, ma parevano evitare i loro compaesani come la peste; tranne Severina, naturalmente. Una ragazza sulla trentina, ossuta, dai lunghi capelli neri e lo sguardo triste. Si concedeva molto facilmente dopo qualche birra e spariva ogni sera con uno dei clienti, badando bene di non ripetersi troppo. Li trattava tutti come pezze da piedi e li insultava ferocemente quando allungavano le mani; e quello che insultava di più, sarebbe poi stato il compagno di quella sera.
- Mi fanno veramente schifo questi debosciati - mi confidò Severina.
- E perché non te ne vai? - Le chiesi io.
- Già, facile per te, che sei giovane e bella, ma io ho trent'anni ormai. E poi non saprei dove andare. Lo avevo trovato uno, ma mi è morto
Mi bruciò dentro. A trent'anni si sentiva una vecchia, da non crederci.
Chiesi a Bruno di Severina. Mi disse che la madre era alcolizzata e senza terra, ed il padre non si sapeva neppure chi fosse.
Chiudevamo il locale verso la mezzanotte. Bruno mi dava da dormire in casa sua. Lui guardava sempre la tivù fino a tardi e io, o gli facevo compagnia o leggevo i libri che prendevo nella vicina biblioteca di Verza.
Ogni tanto dicevo a Bruno: - Ti devi trovare una donna da sposare, ecco cosa -; ma lui si sentiva da buttare e scuoteva il capo. Non riusciva a liberarsi del fantasma della moglie, onnipresente tra le mura di quella casa.
Una sera ch'eravamo tornati dal lavoro allegri ed alticci, proposi a Bruno di fare l'amore con me. Lui mi guardò come se lo avessi insultato e se ne andò a dormire sbattendo la porta.
- Non devi concederti ad un vecchio - mi disse d'improvviso qualche giorno dopo - mai!
- Ma per me tu non sei vecchio, sei bello per me - gli dissi io.
- Non dire stronzate. Lo fai solo per compassione
Me ne andai un mattino ch'era fresco e si era all'inizio della primavera. Trovai un passaggio per la stazione di Verza da un tale con un furgoncino scassato.



PASSAGGIO ZOMBI


I quattro, in crocchio sull'ampio marciapiede, discutevano animatamente.
- Ah, certo, si capisce, ma è perché siete rovinati, non perché avete altro da fare - accusava Giampiero.
- Sì è così - ammise Lorenzo - io è un casino che non mi muovo più. Una volta giocavo ancora ogni tanto a calcio, ma adesso proprio...Ho fatto una partita a tennis tempo fa è ho avuto mal di schiena per una settimana
- E io uguale - disse Roberto - pensa se ce la faccio ad arrivare fin lassù in bicicletta: mi perdo i polmoni per strada, altroché
- A me, l'ultima volta che mi hanno fatto le lastre c'era una stecca di Marlboro qui - affermò Renato passandosi una mano sul torace - e una bottiglia di Jack qui
Tutti risero.
- Clinicamente gonfio, mi hanno detto - aggiunse.
- Sembra che vi vantiate di non riuscire a fare una gita in bicicletta - osservò Giampiero.
- Senti Gian, - gli disse Roberto mettendogli una mano sulla spalla - ti prego, non rompere più il cazzo con 'sta gita
- Già, l'unico sport che noi pratichiamo è la scopata - precisò Renato con un ghigno - stasera ti portiamo a donne e vedrai che domani non ti ricorderai neppure, della gita in bici
- Sarà, - fece Giampiero con una smorfia - ma di fiche tra le mani, e non mi escludo, è da un po' che non ne abbiamo
- Io ho scopato lunedì scorso - dichiarò Lorenzo.
Gli altri manifestarono con fischi e boati la loro incredulità.
- Embhè, checcazzo ci avete? Perché, credete che non sia vero? Si chiama Magda e non vi dico di più
- D'accordo, d'accordo, si scherzava... - si scusò Renato.
- Già, si scherzava, certo - ribadì serio Roberto, accendendosi una sigaretta - come facevamo a sapere che la tua mano adesso la chiami Magda?
Renato e Giampiero esplosero a ridere: Lorenzo per un attimo parve offeso, poi, contagiato, si mise a ridere pure lui.
- Al posto di dire tutte queste vaccate, cerchiamo di organizzare la serata - propose Giampiero.
- Si va a donne, punto a capo: e se non le troviamo gratis, ce ne andiamo al Night - disse Renato.
- Prima però una succulenta cena: che ne dite di Giorgetto? Lì facciamo tutto il casino che vogliamo e spendiamo poco - disse Lorenzo.
- Buona idea - si complimentò Renato - vi ricordate l'altra volta? - Chi è che si è messo a timbrare la tovaglia?
- Lui! - Fecero in coro Renato e Lorenzo indicando Roberto.
Questo li guardò di traverso - E' solo perché non mi lasciate portare la motosega: cattivi!
- Ahi, sbirro! - informò gli altri Lorenzo, indicando con il capo un giovane che si avvicinava loro.
- Salve figlioli! - Salutò il nuovo arrivato - come butta?
- Il solito - gli rispose Renato.
- Già, il solito - fece eco Roberto.
- E tu invece, Gran Maestro, come te la passi, eh? - Gli chiese Giampiero.
- In gran forma - rispose il Gran Maestro - che, ce l'avete una cicca?
- no, era l'ultima, siamo a secco - rispose Roberto per tutti.
- Avete visto che giornata del cazzo? Tra un po' viene giù la madonna e pure qualche santo - fu la previsione del Gran Maestro - avevo organizzato di andare al mare, ma mi è saltato il gancio
Giampiero scosse il capo e disse: - Un vero peccato, non è così ragazzi?
- Già proprio un peccato - lo appoggiò Renato - pensa che noi quattro avevamo organizzato di partire per l'India, ma la Egipt Air, con la quale avevamo prenotato, è andata del culo e adesso all'agenzia di viaggio vogliono centomila in più a testa per dirottarci su un'altra compagnia
- Ma non mi dire! - Esclamò il Gran Maestro - L'India, che figata, ragazzi! E adesso che farete?
- E adesso dobbiamo aspettare di avere i soldi, ciò vuol dire minimo una settimana - gli rispose Lorenzo. - Accidenti che scalogna! Sentite, quanto fa il volo in tutto?
- Sono quattrocento - sparò Roberto.
- Ehi, se riesco a trovarli, vengo anch'io, occhei? - Propose il Gran Maestro.
I quattro realizzarono un coro di approvazione. - Se entro lunedì trovi i soldi devi darli a me, intesi? - Si raccomandò Lorenzo.
- Va bene, d'accordo - disse il Gran Maestro - e stasera, cosa fate? - S'informò.
- Andiamo a casa, siamo troppo incazzati - gli rispose Giampiero con aria triste.
- Avessi un egiziano tra le mani, lo scuoio vivo - affermò Renato.
- Vabbè, vi capisco: rimaniamo intesi così. Ciao ragazzi, vi saluto - si congedò il Gran Maestro.
- Ma vi rendete conto quant'è coglione quello? - disse Roberto scuotendo il capo.
- Hanno perso lo stampo, per fortuna - sottolineò Giampiero - dai, andiamo a fare 'sta cena, muoviamoci! - esclamò poi battendo le mani.



SENTI CLAUDIA,


Prese in mano un libro, lo posò. Misurò a passi la stanza, si sedette sul letto.
Che fare? Telefonarle? Provare a passare a casa sua? O magari infilarle un biglietto nella buca delle lettere?
Si sentiva un perfetto idiota, ma non ci poteva fare nulla: l'amava, l'amava con tutto se stesso. Immaginò di esserle accanto, di mormorarle dolci parole, mentre lei gli si strusciava contro ad occhi chiusi; e gli diceva di amarlo, di essere tutta per lui.
E immaginò di essere con lei in campagna: si tenevano per mano. Lui le proponeva di sedersi all'ombra di un grande albero. Lei accettava ed annuiva con un sorriso; nell'erba fragrante la palpava e sentiva contro di lui quel corpo sodo e meraviglioso. E la spogliava con eccitante lentezza liberando tutta la magnifica nudità ch'ella possedeva, e facevano l'amore strofinati dall'aria fresca, immersi tra il profumo dei fiori.
Quando ritornò alla realtà, una profonda disperazione lo invase.
Doveva assolutamente trovare una soluzione o sarebbe impazzito: la voleva, voleva Claudia con tutta l'anima!
Non riusciva più a studiare, non gli interessavano più la musica e la televisione, e le altre ragazze, e gli amici: voleva Claudia, punto e basta.
Sarebbe andato da lei ed avrebbe suonato il citofono. Scendi un attimo? Devo parlarti, le avrebbe detto. Immaginò che lei, dopo qualche debole resistenza dovuta allo stupore, sarebbe poi scesa.
Cominciò a parlare ad alta voce figurandosela di fronte.
- Senti Claudia, scusa se ti disturbo...Ma no, ma cosa dico!
- Senti Claudia, tu sei una ragazza stupenda, ed io ti amo alla follia..."No, no, troppo immediato" pensò poi scuotendo il capo con una smorfia ed un sospiro.
Si ricompose.
- Senti Claudia, penso che io e te siamo fatti l'uno per l'altra eMhhh... - Senti Claudia, Mi chiamo Massimo e ti vedo ogni giorno all'uscita della scuola. Tu mi piaci molto e sarei veramente felice se accettassi un invito a cena. Conosco un ristorantino in collina dove si mangia divinamente, ed inoltre è possibile mangiare all'aperto, immersi in una splendida pace
Fu soddisfatto, di quell'esordio: corse alla scrivania e lo scrisse su di un foglio. Rilesse più volte quelle righe, e mentre i suoi occhi leggevano, egli si muoveva ed agitava le mani, come un attore alle prese con la parte da interpretare.
Cosa avrebbe risposto lei? Scartò immediatamente ogni ipotesi di rifiuto ed immaginò Claudia che sorrideva e gli diceva che sì, andava bene, ma quando? Direi sabato sera, rispondeva lui. Ti passerò a prendere alle otto. Claudia gli dava un bacio sulla guancia, annuendo, e poi scompariva.
Ma se avesse invece rifiutato? Avrebbe potuto dirgli no, sei molto gentile, ma questa settimana sono impegnata. Che avrebbe risposto lui, allora?
Si sedette nuovamente sul letto.
- Aspetterò mia cara, per te sarei disposto ad attendere in eterno
No, non funzionava, esagerato.
- Non c'è problema Claudia, ti lascio il mio numero di telefono. E quando sarai libera non avrai che da contattarmi
Sì, meglio.
E se gli avesse detto che non era interessata? O se avesse avuto un altro uomo, magari?
Cercò di scacciare quegli atroci pensieri, sentendo un nodo salirgli alla gola.
Non l'aveva mai vista in compagnia di un uomo, e questo lasciava notevoli speranze, ma era così bella, così magnificamente ben fatta...Sì forse aveva un altro. Il giovane si alzò agitato e rosso in viso, ebbro di rabbia e sconforto, mentre gli occhi gli si inumidivano.
Si passò una mano sul volto e scosse il capo con forza "Sei un codardo" si disse "sei uno schifoso cacasotto: devi provarci, devi farlo!" e quest'ultimo ammonimento pareva venirgli non da se stesso, bensì da un altro Massimo Liberti, più forte e coraggioso.
Sì, lo avrebbe fatto. Sarebbe andato da lei e l'avrebbe invitata.
Ma gli sembrò di aver fatto tutto troppo in fretta, di non aver riflettuto abbastanza a fondo sulle frasi che doveva dirle. Riprese in mano il foglio e lo rilesse con cura. Si alzò in piedi e si mise al centro della stanza assumendo un'espressione virile, fissando con lo sguardo un punto sulla parete.
- Senti Claudia,



REQUIEM PER ORGASMI


Era giunto a Ponte, e l'estremità del lago artificiale lo dimostrava.
Diede gas alla propria auto, affrontando con eccessiva velocità le curve aguzze della stretta strada montana che costeggiano il bacino. Improvvisamente gli apparvero le luci del paese, e si sentì sollevato.
Canticchiò una canzone che forse nemmeno esisteva e intanto si complimentò con se stesso.
Entrò nel paese, parcheggiò nella piccola piazza e s'incamminò verso il bar. Già dall'esterno del locale, vide Sonia curva sul Juke box.
Entrò nel bar e la prese alle spalle, coprendole il volto con le mani.
- Indovina un po' chi sono? - Le chiese cantilenando.
Lei si liberò dalla presa e si voltò a guardarlo: scoppiò a ridere - Ma cosa hai fatto? Sei tutto spettinato - gli disse.
- E' l'aria che ho preso a venire su - disse Ruben cercando di acconciarsi un poco.
- Sei in ritardo. Trovato traffico?
- No, no, tutt'altro, è che sono già partito, in ritardo. Anzi, ti dirò, ogni tanto mi auguravo d'incontrare qualche macchina, per non sentirmi sperduto tra le montagne
- Esagerato
- No, davvero. Avrò incontrato sì e no una decina di macchine, e tutti i paesini erano deserti, tranne uno, dove c'era un vecchio che per poco non ho messo sotto: camminava quasi in mezzo alla strada 'sto gonfio!
Lei sorrise, assunse un aria pensierosa, ed infine annuì - Sì e vero. Le scuole sono appena finite, il passo per la Francia è ancora chiuso e quindi è logico che ci sia poco: solo qualcuno di noi liguri avventurieri
- Mbhe, io sono venuto per te, e poteva anche essere tutto deserto
- Che caro...- gli disse sdolcinata Sonia, e gli diede un bacio.
- Beviamo qualcosa? - Propose Ruben.
- Buona idea, sediamoci
Si accomodarono ad un tavolino: il locale era semivuoto, tranne dei vecchi che giocavano a carte, ed una coppietta.
La barista, una donna sulla cinquantina piccola, secca, e dal volto mascolino, venne a servirli.
- Per me una media bionda - disse Ruben.
- Due - disse Sonia.
- Fuori fa abbastanza freddo - osservò Ruben.
- Già, c'è il vento - sottolineò Sonia - oggi però ha fatto sole tutto il giorno
- Ti vedo, sei abbronzata sai?
- Mhh, mhh, mi sono sdraiata in un prato per un bel po'
- Beata te. Io in ufficio per tutto il giorno invece, tra le malefiche scartoffie: e tanto per cambiare ho litigato con mio padre
- Ci litighi spesso?
- Sistematicamente direi
La barista portò loro le birre.
- Alla nostra - fece Ruben battendo il proprio bicchiere contro quello di Sonia.
- E' dall'altra sera che non penso che a te sai? Credo di essermi presa una cotta
Lui arrossì - anch'io ho pensato a te, e non vedevo l'ora che arrivasse questa sera - le confessò.
Si guardarono con un sorriso d'intesa.
- Senti, se ti va dopo possiamo andare nel camper. I miei sono andati a giocare a carte da degli amici di qui, e non torneranno fino a tardi - disse Sonia.
- Accidenti se mi va - rispose Ruben entusiasta.
- Bene. Laggiù staremo al caldo ed in tranquillità
- Andiamoci subito, dai!
Sonia scoppiò a ridere - ma finiamo le birre, almeno!
- No no andiamoci subito, dai - insistette Ruben - Ho una voglia di te che nemmeno te l'immagini - si alzò in piedi e dopo un istante d'esitazione, Sonia lo imitò.
Pagarono le birre ed uscirono dal locale. Ruben la strinse a sé e la baciò.
- Mi piaci, mi piaci tanto - le disse.
La prese a braccetto. Imboccarono la strada sterrata che porta al campeggio ed in silenzio camminarono tra i camper e le tende sino a giungere di fronte al camper di Sonia.
La giovane aprì la porta ed entrarono.
- Ruben, fai solo piano, eh! - si raccomandò - quelli qui vicino sono due rompicoglioni
Salirono nella cuccetta rialzata e vi si sdraiarono.
Si baciarono con foga mentre si liberavano dei vestiti. In breve tempo furono completamente nudi. Lui le baciò i seni a lungo e poi la penetrò cominciando a stantuffare con lentezza. Ansimavano sommessamente, avvinghiati in quello spazio limitato.
Poi, improvvisamente, la porta del camper si spalancò, la luce fu accesa. I due giovani rimasero immobili ed ancora uniti, mentre i genitori di Sonia, le bocche spalancate ed un'espressione incredula e terrorizzata sui volti, parevano due che guardano un treno merci venire loro incontro a tutta velocità.
L'uomo spinse la moglie fuori dal camper, ed ella si lasciò comandare come un automa.
Intanto Ruben era sceso dalla cuccetta ed era in piedi, ancora nudo, mentre Sonia si era sollevata a sedere - Pa-pà - riuscì a balbettare la ragazza.
Il padre, un uomo grande e grosso dal viso rotondo, assunse varie tonalità di paonazzo, prima di esplodere: - COPRITI BRUTTA PUTTANA! - urlò sollevando i pugni.
Ruben, bianco come un cencio, raccolse frettolosamente da terra i pantaloni e la camicia - senta, non è come crede... - disse con voce roca.
A queste parole il padre di Sonia rispose sgranando gli occhi, che quasi gli schizzarono dalle orbite, e lanciandosi verso Ruben.
Il ragazzo riuscì con un guizzo ad evitare la presa, e trovatosi alle spalle dell'aggressore ormai sbilanciato, ne approfittò per catapultarsi all'esterno del camper.
Qui scorse con la coda dell'occhio la madre di Sonia, che, seduta in terra piangeva con il capo tra le ginocchia.
Ruben prese a correre quanto più poteva, nudo nella notte, i pantaloni e la camicia svolazzanti tra le mani. Le luci nei camper vicini iniziarono ad accendersi, ed alcuni volti fecero capolino dalle finestrelle.
Il padre di Sonia inseguì Ruben, indirizzandogli tutti gli insulti italiani ed in dialetto ligure che conosceva, ma perse ben presto terreno, e Ruben, abbandonando la stradina e lanciandosi a correre nell'oscurità, in un prato, riuscì a far perdere le proprie tracce. S'infilò velocemente i pantaloni e la camicia. Imboccando una stretta viuzza che spezzava un gruppo di baite riuscì a ritornare alla macchina. Mise in moto e partì a razzo, i piedi infuocati e una gran paura. Poi esplose a ridere e non riusciva a fermarsi più.



DISCOLUCA


Luca Chiri sedeva su di una poltroncina ed osservava l'intenso via vai: una coppia di amiconi visibilmente molto sbronzi passò da quelle parti. Uno era alto e smilzo; l'altro di media statura, ben piantato. Si tenevano a braccetto ed erano intenti a cantare a squarciagola una canzone in dialetto piemontese che recitava: "...Lo hanno trovato al Valentino che si faceva fare un pompino da una puttana, lo hanno trovato dietro ad un cespuglio che si faceva ciucciare i coglioni da un cane da caccia..." e via di seguito.
I due, barcollando, si allontanarono distribuendo spintoni a destra e a manca.
Un coppietta si accomodò sulla poltroncina di fronte a lui. Lei aveva un bel viso, ma era troppo secca; lui, in giacca e cravatta, gli ricordò un venditore di elettrodomestici, di quelli che ti suonano il campanello con un sorriso idiota stampato sulla faccia. Si alzò in piedi e decise di andare al bar: aveva bisogno di qualcosa di forte, per farsi coraggio. Attese con le mani in tasca. Quando venne il suo turno ordinò un Gin Lemon ed ottenne dal cassiere un talloncino plastificato. Una muraglia di persone munite di cartellino s'indaffarava schiacciata contro il bancone nel tentativo di farsi servire. I più sollevavano i cartellini come una specie di tessera di riconoscimento, altri chiamavano e gesticolavano alla stregua di giocatori di borsa o di roulette.
Luca si aprì un varco e poggiò le mani sul bancone, come per aggrapparsi ad esso. Si ritrovò schiacciato tra due tali dalle anche ossute.
Cercò invano di farsi notare dai baristi; Poi il tizio alla sua destra venne servito, e Luca ne approfittò per infilare anche la sua ordinazione. Il barista prese il cartellino - Un Gin Lemon! - urlò Luca. Il barista annuì. Era fatta.
Poco dopo, ottenuto il Gin, con un sospiro di sollievo Luca si allontanò dal bancone.
La poltrona dove egli stava seduto in precedenza, era adesso occupata da un giovane occhialuto. Luca si avvicinò al bordo della pista da ballo ed iniziò a sorseggiare il Gin.
Una bella ragazza ballava in mezzo a quattro pretendenti assatanati, mostrando cosce tornite che sbucavano da una minigonna e seni tondi che gonfiavano una maglietta di cotone attillata.
Un tale saltava e si contorceva come un indemoniato: aveva i capelli legati sulla nuca per mezzo di un nastro di spugna fosforescente; indossava un giubbotto di pelle nera ed un paio di Jeans sulle cui tasche posteriori erano stampate due bandiere americane. Luca Tornò a girovagare. Incrociò un giovane scamiciato ed una zaffata di odore rancido gli sferzò le narici. S'infilò una sigaretta tra le labbra. Accese e notò una ragazza che lo guardava. Era seduta ad un tavolino in compagnia di altre due ragazze. Luca pensò per un attimo di raggiungerle e mettere in atto il piano che aveva in mente, ma poi cambiò idea e riprese il suo vagabondaggio.
Ad un altro tavolo si stava festeggiando un compleanno o qualcosa del genere. Avevano di fronte due bottiglie di spumante, dei flut smezzati e dei pasticcini; e un giovane elegante, in piedi, stava raccontando qualche aneddoto; gesticolava e guardava a turno i suoi ascoltatori, un gruppo di ragazzi e ragazze che, seduti, sghignazzavano dandosi gomitate.
Luca guardò la cabina del DJ. Era una specie di balconcino a semicerchio che si affacciava sulla pista da ballo. Dietro alla consolle, il DJ, un giovane dal viso ben fatto e con indosso una camicia a fiori dai vivaci colori, si dava da fare prendendo e posando dischi, spostando leve e spingendo bottoni.
Luca trovò una poltrona libera e si sedette. Era il momento. Lentamente, e senza curarsi di ciò che lo circondava, si levò scarpe, pantaloni, giacca, camicia e mutande.
Si alzò in piedi. Naturalmente si era creato il vuoto intorno a lui. Fece un paio di passi e venne agguantato da due colossi, mentre un terzo raccoglieva i suoi vestiti. Lo portarono in uno stanzino. Gli ordinarono di rivestirsi e poi lo riempirono di botte, premurandosi di non procurargli lividi. Uno dei tre buttafuori uscì dalla stanza annunciando: - e adesso chiamiamo i carabinieri
Luca guardò gli altri due - Ehi, scimmioni, - disse loro con un ghigno - guardate la mia pipì, com'è bella chiara!



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