FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SERVIZIO CIVILE OSSIA BARELLIERI DELLA CROCE DI GESU' CRISTO DOMINATORE DELL'ORBE

TERRACQUEO
Massimiliano 'Belfagor' Griner




Michele aveva prestato servizio civile nella L.O.F.A.C. (Lega Organizzata Fanatici Anti Caccia), ma il primo giorno di servizio, che per caso coincideva con l'apertura della caccia, Michele aveva dovuto seguire i membri della L.O.F.A.C. nella Operazione Annuale di Disturbo - nome in codice O.A.D.
La L.O.F.A.C. aveva quattordicimila sostenitori, che ogni anno sborsavano centododici mila lire di iscrizione, oltre a risorse pubbliche non indifferenti, e Grimaldi, il responsabile nazionale, ci teneva a fare una certa figura.
Grimaldi era il tipo di manager da quattro soldi che concepiva il potere con l'avere una segretaria ventiquattrenne inginocchiata sotto la scrivania (questa non è mia, è di Thomas Pynchon!).
Il giorno di apertura della caccia, ogni sezione regionale della L.O.F.A.C. organizzava un raduno di simpatizzanti nelle campagne, con tanto di tamburi, fischietti, etc. Michele era stato avvertito: non sarebbe stata una manifestazione pacifica.
Erano le sei del mattino, e una ventina di simpatizzanti della L.O.F.A.C. si erano radunati in un'area semidisboscata segnalata come zona ad alta densità di cacciatori. Il compito era chiaro: fare casino. Spaventare i passeri superstiti. Fini, il responsabile locale - non era parente del leader di Alleanza- di mestiere faceva il tecnico del suono. Combinazione aveva con sé un mediocre stereo di una sconosciuta marca ungherese collegato alla batteria del Fiorino della L.O.F.A.C. a cui aveva connesso due vetusti amplificatori di 2000 Watt che sembravano due frigoriferi FIAT degli anni '60. Si era procurato una cassetta su cui erano incisi, tra molti altri, i seguenti suoni:
- esplosione della atomica di Alamogordo;
- le due 357 magnum dei fratelli Savi al poligono della Polizia di Stato di Bologna (fonte: laboratorio fonologico SISDE);
- temporale su Port-au-Prince;
- ovazioni ricevute da Pavarotti nel suo concerto a Central Park;
- un armadio pieno di carabattole che si apre determinando la rovinosa caduta di quanto contenuto, compresa una boccia da Bowling;

Michele, che era appassionato di Heavy Metal, aveva regalato a Fini un nastro contenente alcuni brani dei Kreator, e Fini lo aveva accettato volentieri. Lo avrebbe immesso nell'aria vibratile a forza 10 subito dopo il suo nastro. Fini srotolò una gigantesca prolunga di circa cento metri di filo che partiva dallo stereo ungherese e chiese ai commilitoni di allontanarsi con lui prudentemente dal Fiorino.
"Siete pronti?" - domandò non appena si trovarono a distanza di sicurezza. "Occorrono gli occhialini affumicati?" chiese Michele.
"Fà un po' tu". Fini premette un tasto, solo quando vide che tutti i suoi Fanatici avevano infilato entrambi gli anulari nelle orecchie.
Si udì lo stesso boato registrato a Trinità il 16 luglio 1945. Mentre le due 357 aprivano simultaneamente il fuoco sui bersagli rapidi raffiguranti un negro, i simpatizzanti della L.O.F.A.C. videro stormi di uccelli prendere il volo, branchi di lupi e di orsi, di cinghiali e di scoiattoli cercare rifugio altrove. I ragazzi erano deliziati da quello spettacolo così multicolore, così odoroso di selvatico, così rappresentativo della bellezza e dell'importanza della diversità biologica.
Michele, l'unico obiettore, e quindi coscritto, in mezzo a tanti volontari, non poté fare a meno di commuoversi, mentre il temporale tropicale riceveva le ovazioni sconsiderate, eccessive, di Central Park.
"Uhei, stronzi, che cosa state facendo!".
I membri del L.O.F.A.C. si voltarono e videro una schiera altrettanto numerosa di cacciatori alle loro spalle. A parlare era stato Giangiulio Taberna, nella vita perito chimico all'Ansaldo, di domenica cacciatore fanatico. Non c'era sera del fine settimana, durante la stagione venatoria, che non tornasse a casa con gli abiti macchiati di sangue di fagiano e il carniere pieno.
"Stronzi a chi!" rispose, non domandò, Fini, mentre nella landa si diffondevano le note selvagge e inselvatichenti dei Kreator. Lo scontro fisico si preannunciava duro e inevitabile, e Michele si pentiva di non aver portato con sé un legaccio per i capelli. Li aveva lunghi fino alle scapole, e qualche cacciatore avrebbe potuto afferrarlo per l'acconciatura e suonargliele come un punchingball. Michele ricordò a se stesso che era una cintura arancione di judò. Sarebbe servito a qualcosa se avessero sparato a sale?
Dopo la rissa di quel giorno, che non risparmiò Michele - il cui saldo tra botte prese e botte date era comunque in leggero attivo - il nostro si era mobilitato per farsi trasferire, via da quel covo di fanatici, in qualsiasi altro posto, purché altrove. Mobilitò il padre. Mobilitò lo zio maggiore. Scrisse lettere, inviò fax, accese candele profumate. Dopo due settimane Fini gli fece sapere che era desiderato in ufficio. Ufficio! la sezione milanese - niente a che vedere con quelle romana, dove c'era la mitica segretaria e il solarium - era uno scantinato a cui si accedeva dal cortile di una casa di ringhiera, un tavolo, tre sedie, manifesti e magliette contro la caccia, e un computer a transistor. Sulla parete c'era un grosso poster della omologa lega tedesca: Ihre Entscheidung Zehlt! diceva una scritta svolazzante intorno a uccelletti ben disegnati.
Casualmente in città c'era Grimaldi in persona. Lo fece sedere e con freddezza gli comunicò che il Ministero della Difesa aveva accolto la sua richiesta.
Incompatibilità climatica.
"Posso fare a pugni per un ideale, signor Grimaldi - si scusò Michele - ma la lotta contro la caccia non fa affatto per me".
"Non devi giustificarti Michele, ti posso capire. Non tutti possono essere contagiati dalla nostra passione".
Questa era la storia che Michele aveva appena finito di raccontare a Emilio e a Pierpaolo. Alla guida dell'ambulanza della Croce di Gesù Cristo Dominatore stava Pierpaolo, al centro Emilio, appoggiato al finestrino Michele.
"Dì - aveva chiesto Pierpaolo un giorno a Emilio - ti sei mai chiesto perché la scritta ambulanza è all'incontrario?" - " semplice, una sciocchezza: quando la gente vede arrivare dietro di sé un furgone con la sirena spiegata potrebbe pensare sia quello della posta con un carico di grana, e quindi non si leverebbe con solerzia. Hai capito, adesso?"
"Capito. Adesso rispondimi a questa domanda: esiste l'anima?" - "Che razza di domande mi fai Pierpaolo? che ne so". "Non studi filosofia?" - "Dimmi tu, piuttosto, perché ti chiami Pierpaolo?"
"Non lo so" - "Quando sei nato?" - "Il 5 novembre del 1975".
Michele, Emilio e Pierpaolo non erano mai d'accordo su cosa ascoltare all'autoradio. A Pierpaolo piaceva la disco, Michele ascoltava solo Heavy Metal, Emilio aveva gusti diversificati, ma si manteneva nel genere classico: quando ricevevano una chiamata urgente, gli piaceva ascoltare le note della cavalcata delle Valchirie, o Libiam nei lieti calici dalla Traviata. Si sentiva un po' come il maggiore cazzone dell'aeronautica degli Stati Uniti che massacrava Viet-Cong al suono di Wagner in quel vecchio film americano. Con la sola differenza che lui stava alla guida, quando Pierpaolo gliela cedeva, di un vecchio furgone FIAT con le insegne fiammeggianti in rosso vermiglione della Croce di Gesù Cristo Dominatore dell'Orbe terracqueo, e non di un elicottero dell'aviazione degli Stati Uniti.
La prima volta che uscirono tutti e tre insieme fu durante una partita di coppa. Michelangelo Cornacutti, un anziano tranviere in pensione, doveva aver avuto un attacco cardiaco proprio nell'istante in cui la sua squadra aveva messo in rete. Cornacutti, che stava già un po' meglio, sapeva che prima o poi gli doveva succedere, ma quanto avrebbe preferito tra le braccia di una massaggiatrice tailandese, anziché nella sua poltrona, davanti alla televisione, un qualsiasi, freddo e nebbioso mercoledì sera! La figlia chiamò l'ambulanza, e il caso volle che toccasse ai nostri. Emilio aveva studiato filosofia, e sapeva a malapena disinfettarsi senza rovesciare la bottiglia dell'acqua ossigenata, mentre Pierpaolo faceva lo spaccapietre a Piedimulera, Piemonte: una professione ancora ricercata e apprezzata, all'alba del terzo millennio, almeno dalle sue parti. Michele, che aveva studiato chimica all'ITIS e che alla facoltà di chimica industriale, presto interrotta, aveva rimediato qualche robusto e sudato trenta in esami di analisi matematica, sembrava quello più vicino alle cose della medicina e del corpo umano. Così almeno sostenevano i suoi colleghi, felici di poter mandare avanti Michele nelle situazioni più difficili. Con Cornacutti non fu poi tanto difficile, se non che Emilio dedusse dai gracchii della radio di volare di filato in via Gneo Pompeo, mentre Carnacutti abitava in via Pompeo Mariani, all'altro capo della città, il che fece perdere ai nostri circa quarantadue minuti.
I veri guai vennero qualche giorno dopo, quando l'autista di un autobus li chiamò chiedendo di venire con urgenza. Quando arrivarono, videro una folla di gente in attesa che passasse un'altra vettura. L'autobus era vuoto. Sulla porta anteriore stava l'autista, che li ringraziò e indicò un tale accasciato in fondo alla vettura. Era chiaro come l'albume di un uovo che si trattava di un tossico. I nostri si guardarono negli occhi, indecisi sul da farsi. "Cosa state aspettando, fate qualcosa!" - "Calma conducente, calma! ci lasci pensare". Emilio si voltò verso Pierpaolo "Guarda un po' se c'è scritto qualcosa sul manualetto che ci hanno dato". Pierpaolo corse nella tasca portaoggetti della portiera e da un ammasso di carte di caramelle e mozziconi di sigarette trasse il Manuale. Risultò che si trattava di un vecchio manuale ad uso delle ostetriche pubblicato dalla Minerva Medica nel 1946. "Che cazzo ce ne facciamo di quest'affare!" - "E che ne so, tu mi hai chiesto di prenderlo!". Michele era l'unico a conservare un certo aplomb: "Calma ragazzi, calma! è un tossico, tutto qui, adesso andiamo lì insieme, gli tocchiamo la spalla, lo svegliamo, gli diciamo di scendere, quello alza il culo, se ne va con le sue gambe e noi siamo a posto".
Mentre l'autista e alcuni passeggeri incuriositi li guardavano, i nostri si avvicinarono con lentezza al tossico. Costui era un individuo di età apparente tra i trenta e i quaranta, raccolto in posizione fetale, con la testa tra le ginocchia, avvolto da un eskimo sudicio. Michele lo toccò dentro con la punta dell'indice destro. Quello non fece una piega. Michele provò una seconda volta, ma anche il secondo tentativo andò a buca.
"Cazzo, cazzo, cazzo, e doveva essere una cosa facile, vero?" urla Pierpaolo con la solita vocetta isterica. "Calma, adesso proviamo con più energia, aspetta solo un attimo, cristo!". Michele afferra per il bavero il tossico e tira: "Ahhh!" Ecco che appare, accompagnato dall'urlo di Pierpaolo, il volto cadaverico di un tossico barbuto, con un filo di vomito che gli cola dalle labbra spalancate, irrigidite.
Sulla strada del ritorno stettero in silenzio a lungo. Carabinieri e carro funebre erano venuti a dar loro il cambio. "Posso accendere la radio?" domandò Pierpaolo, senza ricevere risposta. Mentre la disco si diffondeva nell'abitacolo, Michele si accendeva una Lucky Strike, "l'atto periodico dovuto al suo vizio", come lo chiamava.
La settimana successiva, un altro passettino verso l'abisso. Pierpaolo stava tirandosi una sega seduto sul water closet dell'ambulatorio, aiutandosi con l'ausilio dell'ultimo numero di "Animalità". Di solito guardava solo le figure, e saltava il testo: spesso oltretutto le pagine erano tranciate dalla taglierina in modo approssimativo, e parte del testo veniva tagliato via, dissuadendo il lettore persino dal cominciare la lettura.
Questa volta però qualcosa non funzionava, continuava a distrarsi, a tette e culi e cazzi si sovrapponeva il volto del tossico sul bus, e così non senza riluttanza iniziò a leggere un articolo che accompagnava il servizio fotografico. Raccontava di un tale che era all'ospedale - in effetti la prima foto mostrava un ragazzone bruno con delle bende qui e là sdraiato su un letto d'ospedale - dove conosceva un'altra paziente, una bionda boccoluta, anche lei con qualche benda posticcia nei punti giusti. In effetti nella stessa foto c'era una ragazza coi capelli ossigenati, al capo del letto, che lanciava uno sguardo ammirato verso la patta del giovane. Pierpaolo pensò che dovesse trattarsi del reparto traumatologico di un qualche ospedale di lusso. Per il resto le foto erano abbastanza eloquenti: il testo descriveva una scopata a là martello pneumatico, interrotta da una infermiera offesa, che ben presto però - qualche frazione di secondo - si ammorbidiva e si gettava nella mischia. Si sentì bussare alla porta. "Pierpaolo, alza il culo! c'è una chiama" -
Quando Pierpaolo uscì dalla ritirata per segofili e fumatori, Emilio notò qualcosa nella rivista di Pierpaolo che gli sembrava familiare. Gli chiese di mostrargliela. "Ma questo l'ho scritto io!" - "Tu?". "Certo, l'ho scritto io. Una volta scrivevo testi per loro". "Allora è tutto inventato!"
"Tutto vero, caro Pierpaolo, tutto vero. Certo, qualche particolare l'ho cambiato, ma la sostanza - beh, muoviamo le chiappe adesso, ne riparleremo".
Michele era già a bordo e scaldava il motore irrorando ritmicamente le camere a scoppio del vecchio FIAT di benzina pagata dai contribuenti. La chiamata veniva dalla tangenziale est. Pare ci fosse stato un piccolo incidente.
Circa mezz'ora prima, nell'aria perfidamente gelida della sera, Leandro Leandri, un tossico marcio di ventinove anni, aveva salutato gli amici del bar con lo stesso gesto dei bambini, che tengono ferma la mano e muovono veloci le ditina come ciglia di batteri. "Dove vai, pirla?", gli gridò un tale che lo vedeva allontanarsi pericolosamente verso l'ingresso della tangenziale. Ma Leandro, che si era sparato una excalibur dritta nel sistema circolatorio, un misto di ero e coca, non sentiva più nessuna voce. Camminava su un circuito automobilistico fatto tutto per lui, cosparso di petali di viole e cavolfiori rosa olezzanti di arancio e tamarindo. Nell'aria c'era una musica carezzevole, come le dita lisce di una donna che ti scorrono sul mento ben rasato, e un dolce tepore gli riscaldava tutti i pori, uno per uno.
Difficile dire cosa sentì il radiatore della Volvo 740 quando urtò le cellule intossicate del corpo proprio di Leandro alla velocità di novantatré chilometri orari, là al quarto chilometro della tangenziale est - giacché Leandro dal canto suo non poté sentire niente, crediamo. Chi avesse potuto disporre di una moviola, avrebbe visto Leandro rapito in volo come un cherubino trionfante dall'impatto con la svedese, precipitare poi dolcemente, senza fretta, sul mare della tranquillità dell'asfalto brumale, e la sua scatola cranica assumere istantaneamente una configurazione quasi perfettamente bidimensionale, da tridimensionale che era, sotto la ruota anteriore sinistra di un Lupetto FIAT. Michele accostò l'ambulanza al ciglio della strada e il primo scendere fu Pierpaolo. Sul posto erano già arrivati i carabinieri, che avevano coperto penosamente il corpo di Leandri con un lenzuolo. Emilio vide una Volvo 740 accostata al ciglio della strada, e appoggiato al fianco un uomo che si teneva il volto coperto con le mani. Emilio notò che al polso aveva un grosso rolex, lasciato scoperto dal gesto di disperazione. All'interno della vettura, sedeva una ragazza con una faccia che ve la raccomando. Più bianca del lenzuolo di Leandro, che pure aveva preso nel frattempo un po' di colorito. Il telefonino cellulare, appeso al suo supporto, suonava con insistenza, ma né l'uomo dal rolex né la ragazza parevano voler rispondere.
"Lei è il padre della vittima?" domandò Pierpaolo, senza essere sotto l'effetto della marijuana, e senza peraltro ottenere risposta, all'uomo dal rolex. "Ma che cazzo dici, sei uscito di cotenna?". Emilio non poteva capire Pierpaolo. "Orca l'oca!", il grido, più di rabbia che di stupore interruppe i due. Michele era scivolato per terra a gambe levate. "Cazzo c'è per terra, è viscido!". E intanto si avvicina un netturbino - persino i netturbini li avevano preceduti - e butta segatura per terra con manciate generose. "Cosa sta facendo, scusi?" domandò Emilio intuendo qualcosa. "Pulisco, non vedi? c'è cervello dappertutto.
Lo fate voi, se no?".
Emilio aveva una certa reverenza per il cervello umano. Da quando aveva iniziato la sua tesi di laurea, il mistero di quella polpetta viscida e grigiastra in cui era rinchiuso un intero universo non gli dava tregua. Mentre Michele si rialzava da terra e malediceva il giorno in cui aveva depositato la domanda come obiettore di coscienza, Emilio guardava con commozione e reverenza quei pezzetti di materia cerebrale sparsi sull'asfalto, illuminati dalla luce gialla del lampione e dalle sirene dei carabinieri. Purtroppo, quando il netturbino finì di cospargere la segatura, Emilio non poté fare a meno di deporre i suoi interrogativi metafisici, a causa di una immagine balzana che gli era venuta in mente: quei pezzetti di cervello cosparsi di segatura gli avevano improvvisamente ricordato la cervella impanata che sua madre cucinava ogni tanto, e questa immagine gli fece pensare con nostalgia a casa, dove c'era il suo 486, e il cesso dall'asse asettica dove sedersi a leggere "Linea d'ombra".



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