FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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NELLA PELLE DEL SERPENTE

I Luis Depraved



Alla cara Giovanna.

Edizione Stampata dall'Autore a Cagliari

il 12 Aprile 1993

Capitolo Primo: La rimpatriata

Il vecchio amico

-"Ebbene si, non ho voluto dirglielo. Non avevo nessun elemento per giustificare un mio intervento. Non ti pare? "-

Alberto, non molto convinto, annuì con un lievissimo cenno del capo. Ed io continuai:

- "Devi ammettere che la tua prima lettera, dopo un totale silenzio durato un'eternità, probabilmente l'hai scritta solo per chiedermi se ero ancora in buoni rapporti con lui. Non poteva certamente trattarsi di una semplice curiosità. Quando nella seconda, che seguì a breve, mi annunciasti la tua venuta - accennandomi a possibili piaceri personali che avresti potuto chiedergli - non me la sono più sentita di andare avanti. Ho preferito lasciar perdere. Credimi, è stata una decisione saggia. Non ha mai chiesto di te e mai sottinteso al periodo trascorso assieme a noi alla 'macchia'. Tu sai che lasciammo la Sardegna quasi contemporaneamente; lui per aver vinto il concorso in magistratura ed io per la cattedra universitaria. Beh, da allora ci siamo visti solo poche volte." -

Mi interruppe con un ampio gesto della mano e mi fissò con un sorriso scettico. Poi dopo qualche minuto:

- "Ma è possibile che quando vi siete incontrati non abbiate mai parlato del periodo trascorso assieme!" -

- "Vedi, gli risposi, una spiegazione di ciò potrei dartela, anche se si tratta di una interpretazione affatto personale: Luigi forse ha rimosso da tempo quegli avvenimenti e li vive ora come cose estranee. Ha raggiunto le vette più alte della sua carriera e non è più il caro amico del tempo della 'resistenza'. Sarebbe giusto dire che oggi somiglia piuttosto a Dio onnipotente. Quando ci siamo incontrati - ed è stato prevalentemente per ragioni professionali - ha sempre sviato il discorso. A parer mio non dev'essere nemmeno tanto interessato all'epilogo della nostra storia. Forse la giudica un tantino polverosa e non molto adatta alla sua attuale posizione."-

Alberto - giocherellando con delle molliche di pane tenute tra il pollice e l'indice - ascoltava con aria perplessa e leggermente contrariata. Non lo vedevo da quasi trent'anni. Non sapevo dove fosse andato a finire in tutto quel tempo e cosa avesse fatto dopo la nostra commilitanza. Era molto cambiato da allora. Il suo viso segnato dalle rughe, ma ancora giovanile, indicava una vita trascorsa per lo più all'aria aperta; e i suoi abiti, seppure di taglio e foggia perfetti, tradivano una certa trasandatezza, abituale solo fra le persone costrette a lunghi viaggi.

Avevamo da poco finito un pranzo di rimembranze e ciascuno di noi aveva già abbondantemente raccontato le sue vicissitudini dal momento della separazione ad oggi. Quando accennò brevemente a Luigi i nostri discorsi avevano già spaziato in tutti i campi con una dovizia enorme di particolari, ma senza mai dilungarci troppo sul periodo trascorso alla macchia. Senza dubbio l'interessamento di Alberto tendeva a scoprire la valutazione della propria immagine nell'amico magistrato. Non comprendevo questa sua ostinazione. La sua curiosità mi faceva pensare ad un preciso disegno, senza tuttavia riuscire a comprenderne il senso. Le vicende di quel tempo - non certamente lieto - erano state patrimonio di entrambi e quindi nessuno sentiva il desiderio di comunicarlo all'altro.

Ma Alberto insisteva:

-" Quelle esperienze furono eccezionali e non credo che le abbia potute dimenticare. Non sembra strano anche a te che non si sia mai interessato all'epilogo della vicenda? D'altro canto non vedo nessun male a rinfrescargli un poco la memoria."-

- "Vedi Alberto solo di rado mi sono provato a riprendere questi discorsi. Beh, non ci crederai, non sono mai riuscito a stimolare in lui il benché minimo interesse. Con Luigi posso parlare solamente delle sue cose, e sopratutto di quello strano microcosmo che lo circonda: piccoli grandi avvenimenti di cronaca nera, piccoli grandi uomini del suo entourage, piccole grandi relazioni fatte all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Oramai vive la vita in una nuova dimensione, molto lontana da quella dei comuni mortali. Se per caso tento di introdurre un argomento diverso da quello che lui ha in mente, mi fissa per un attimo e mi stringe la mano: gli spiace, ma non può più trattenersi. Ha sempre da fare tantissime cose. In fondo, lo ribadisco, nemmeno io ho poi tanto desiderio di riprendere con lui questo discorso. Forse è meglio, per tante ragioni, lasciare questo disgraziato periodo accucciato fra le cose rimosse dalla nostra coscienza. Tutto sommato forse ha ragione lui".-

Eravamo stati bene tutta la sera, ma ora - da quando avevamo tirato in ballo Luigi - avevo la sensazione che non avesse più voglia di ascoltarmi. Perciò non mi meravigliai più di tanto quando a metà del discorso si alzò dalla sedia e un poco incerto sulle gambe, disse:

-"Caro Giulio, scusa; mi piacerebbe tanto stare ancora con te , ma mi sento la testa un pò pesante. Forse ho bevuto più del solito per festeggiare il nostro incontro. Evidentemente a questo vinello gagliardo non ero più abituato. Sarà bene che torni subito in albergo. Domattina dovrò ripartire e vorrei essere in forma."-

Prima di lasciarci - per chissà quanti altri anni, o forse per sempre - ci abbracciammo affettuosamente e gli augurai un buon viaggio di ritorno in Colombia.

Era una di quelle sere d'inverno che il sole, prima di tramontare, tinge le nuvole di un vago colore tra il fucsia ed il turchino, e l'aria - assolutamente ferma - si carica dei gas di scarico del mezzo milione di autovetture che circolano nelle strade intasate della città.

Che strano, parlare di cose tanto lontane, lontanissime, con una persona ricomparsa dal nulla dopo trent'anni. Sarà stato l'effetto di qualche bicchiere di troppo, ma certamente quella sensazione era legata all'aver ritrovato non un amico, ma qualcosa somigliante ad un reperto archeologico rimasto sepolto per chissà quanto tempo.

Anche guardando un oggetto antico, si ha l'impressione di rivivere passo dopo passo le sue vicende lontane; tuttavia senza accorgecene adeguiamo queste sensazioni al nostro atteggiamento personale ed a quel momento particolare. Ognuna prende una sua tinta originale carica di una patina emotiva, che lentamente emerge dai nostri ricordi, permeati di sensazioni che poco hanno in comune con la realtà. A questo punto tutto questo materiale diventa paradossalmente vivo ed il tempo passato riaffiora vorticosamente trasferendoci in una nuova dimensione.

Mi distesi sul lettino dello studio e lasciai che la mente vagasse liberamente a rincorrere quelle sensazioni che via via si tramutavano in ricordi e i ricordi in immagini.

L'inverno del 44: la separazione

Quando ci separammo da Luigi - in quel lontano novembre del '44 - faceva un freddo cane. Camminavamo tutti e tre, lui, Alberto ed io, lungo la strada ferrata - che conduceva ad un paesino - con l'intento preciso di passare il fronte tedesco che si era attestato sulla linea gotica. Avevamo deciso di rientrare in Sardegna ad ogni costo. Sarebbe stata più agevole la Bologna-Firenze, ma il susseguirsi dei bombardamenti americani l'avevano resa impraticabile. Per due volte avevamo dovuto abbandonare il convoglio ferroviario da Rimini a Bologna, ed avevamo percorso a piedi una trentina di chilometri.

Il commiato, dopo quasi un anno di commilitanza alla macchia, per sfuggire alla ricerca dei tedeschi, non fu molto commovente. Luigi, alto e magro, camminava a stento, con un andamento da carboni ardenti, per le bolle che gli tormentavano i piedi.

Ad un certo punto ruppe un silenzio che durava da qualche ora, e disse:

- "Non ce la faccio più! Ho fame." -

Da quasi tre giorni non toccavamo cibo. Il solo nutrimento ingerito era stato qualche fungo raccolto in un boschetto di corbezzoli e mangiato crudo, ahimè, il giorno prima. Senza nessuna perifrasi, e nessuna meraviglia da parte nostra, disse ancora:

- " Per me il viaggio è finito. Appena trovo un casolare chiederò ospitalità e se sarà necessario mi sposerò una contadinella che mi assicuri il pane quotidiano e qualche pollo ruspante." -

Abbandonò i binari - unica via percorribile a piedi - e si diresse verso la collina, ove un gruppo di tozzi camini fumavano in altrettanti casolari immersi in un rado boschetto di lecci e di castagni. Lo vedemmo scomparire nell'oscurità del rapido crepuscolo come in una mesta dissolvenza. Ma nessuno di noi due battè ciglio né fece qualcosa per dissuaderlo.

Seppi al rientro che lui in definitiva era stato il più fortunato. Aveva trovato proprio in uno di quei casolari un contadino che gli aveva fatto attraversare le linee nemiche, camminando sulle colline, a qualche passo dall'Aurelia.

Alberto ed io proseguimmo sui binari cercando sempre le traversine di legno per non massacrarci i piedi coi sassi appuntiti della massicciata. Arrivammo in paese dopo la mezzanotte. Il coprifuoco, decretato dai tedeschi con ordinanze affisse ai muri, non consentiva di circolare oltre le ventidue e prima delle sei.

Un cane si mise ad abbaiare furiosamente alla periferia del paese e altri lo seguirono più lontano. Da un uscio - improvvisamente aperto - trapelò per qualche secondo una debole lama di luce. Nel buio profondo erano appena visibili i contorni delle case più vicine.

Solo quando fu accanto a noi ci accorgemmo di aver un compagno di viaggio. Uscito poco prima da quella porta, ci camminava vicino, ma senza parlare. Fu Alberto a rompere il silenzio. Gli chiese se sapeva dove si potesse andare per trascorrere la notte al coperto e mangiare un boccone con una modica spesa.

Il nostro occasionale compagno rispose con una vocina flebile e aggraziata:

- "Vi chiedo scusa se mi sono unita a voi. Di questi tempi non è prudente circolare da sole di notte." -

Il compagno si era rivelato una giovane donna. Era stata costretta ad infrangere le leggi del coprifuoco per assistere una parente anziana indisposta. Ci pregò di parlare piano per non attirare l'attenzione di qualche militare di ronda. L'unica locanda era stata requisita, ma, se gradivamo, ci avrebbe ospitato lei fino all'indomani. Suo marito era stato preso dai tedeschi ed avviato ad un campo di lavoro in Germania. Da quasi sette mesi lei viveva sola con due bambini, di uno e quattro anni, in un monolocale, nella parte alta del paese.

Dovemmo seguire delle vie tortuose per evitare di essere scoperti; talvolta passando carponi lungo la muraglia del castello. In cima al colle, un gruppo di persone, al nostro apparire, se la diede a gambe. Naturalmente la paura fu reciproca. Cercammo di essere più cauti e frugammo con più accortezza il buio denso in cui eravamo immersi e che poteva nascondere pericolose insidie, probabili in ogni angolo della strada.

L'ospitalità di Lucia

La casa della donna era al piano terra. Misera, ma pulita come è costume delle contadine toscane. In una grande stanza c'era un letto matrimoniale in ferro, ed un lettino in legno con due bambini addormentati profondamente. Nemmeno il nostro vociare li destò.

Ora la donna, a casa sua, era completamente a suo agio. Era una ragazza sui venticinque anni, graziosa e ben formata, con lunghi capelli castano chiari raccolti in una treccia a crocchia. La sua timidezza e la sua paura erano del tutto scomparse. Si offrì di cucinare qualcosa per la cena e si scusò per la scarsezza del cibo.

Ci preparò due uova al tegamino ed alcune fette di pane che divorammo in pochi minuti. Acquietati i morsi della fame, si presentava l'arduo problema di interpretare i reali desideri della donna, senza fare delle gaffe irrimediabili. Era mancata la possibilità di un'intesa preliminare fra noi due. Ma una cosa ci accomunava sicuramente: da parecchio tempo eravamo entrambi in astinenza sessuale e l'occasione si presentava ghiotta.

D'altro canto era logico pensare che quella donna - che con tanta gentilezza ci aveva ospitato - non potesse avere molte occasioni in un paesino come quello. Naturalmente io queste cose le pensavo soltanto, e la fantasia non andava oltre il desiderio di farle. Per mio conto - rigidamente educato al sano principio del nono comandamento - ero lontanissimo dal crederle realmente attuabili. Tuttavia il fatto che in quel monolocale ci fosse un solo letto disponibile, mentre noi eravamo in tre, lasciava aperta ogni speranza.

Dopo esserci trattenuti a chiacchierare del più e del meno, seduti intorno al tavolo, Alberto ruppe il silenzio che oramai si era fatto imbarazzante.

-"Cara signora, lei si è già disturbata abbastanza e non vorremmo apparire maleducati approfittando oltre della sua gentilezza. E' oramai molto tardi; vada pure a dormire. Noi ci riposeremo su queste sedie e sul tavolo. Dopo quanto abbiamo sopportato in questi ultimi giorni, per noi è già una fortuna dormire al coperto."-

La donna arrossì, ma non si arrese. Abbassò lo sguardo e disse confusa:

-"Vedano, il letto è abbastanza grande... Se gradiscono, potremo dormirci tutti e tre."-

E quasi con stizza si avvicinò al lettone, tolse il copriletto buono e sprimacciò i cuscini con gesti nervosi.

A questo punto compresi che i giochi erano fatti: se continuavamo a fare complimenti facevamo la figura degli stupidi. Attendemmo qualche minuto per dar modo a Lucia - questo era il nome della donna - di sciogliersi i lunghi capelli e di infilarsi a letto. Poi Alberto - dopo avermi lanciato uno sguardo d'intesa - spense la luce. Ci spogliammo alla svelta buttando i vestiti qua e là e ci infilammo nel lettone, uno da una parte e l'altro dall'altra.

Un gradevole profumo di donna, di lavanda e di biancheria pulita, mi diede la sensazione di uno stato di grazia rarissimo, che da molto tempo desideravo sperimentare. Era difficile avere occasioni del genere alla mia età. I miei amplessi giovanili solitamente avvenivano secondo un rituale ripetuto sempre con costante monotonia: posizione eretta e frontale, mutandine appena sollevate all'altezza dell'inguine, gambe leggermente divaricate, conseguente impossibilità di penetrazione totale. Ora si trattava di ben altro. Ero immerso sotto quelle lenzuola, e non soltanto avevo vicina una donna meravigliosa, ma sentivo il calore e l'odore della sua pelle tutta nuda. Quell'odore inconfondibile di latte, di sudore e di tutti quegli umori acri, ma gradevoli, che preparano mirabilmente ad una deliziosa avventura.

Nel mio caso però tanta poesia era turbata dalla presenza invadente di Alberto e sopratutto dalla sua intraprendenza.

Mentre io mi dedicavo a godimenti sentimentali del tutto platonici, mi accorsi che lui, al contrario, si era già dato da fare. Non tardarono ad entrare in piena attività. La donna cominciò a mugolare in una specie di vocalizzo gutturale simile a un gemito. Mi sentivo coinvolto , ma un poco spiazzato e pentito di non aver preso per primo l'iniziativa. Oramai dovevo stare al gioco e tenermi in disparte. Dopo pochi minuti quel gemito ansante si fece più acuto, rimase sospeso per un attimo, poi terminò in un lungo mugolio frenetico e sbavante.

Per qualche minuto sentii solo il respiro regolare dei due bimbi che dormivano accanto a noi nel loro lettino. Poi la donna scavalcò leggermente Alberto, che aveva occupato la parte centrale del letto, e venne ad accosciarsi pesantemente su di me.

Nonostante fossi ormai assolutamente preparato, non gradii molto quel suo gesto di prevaricazione mascolina. La presi per le spalle e dolcemente la misi in posizione supina. Mi baciò lungamente prima di offrirsi. Sembrava quasi volesse continuare ancora quanto aveva iniziato con Alberto. Mi teneva stretto al collo e a gambe unite strofinava contro di me il suo grembo arcuandosi e sollevandolo con movimenti lenti e rotatori. Sebbene la sua grinta si dimostrasse sempre più invadente non mi sentii di contrariarla.

Non mi ci volle molto ad entrare in sintonia. Provavo un immenso piacere ad assecondarla anche se da parte mia non riuscivo a prenderla per il verso giusto. Ma d'un tratto, finalmente, si avvinghiò con le sue lunghe gambe attorno a me e si affondò dolcemente. Quel calore umido, quei suoi baci appassionati, quei suoi gridolini intermittenti, quell'aiutare con le sue anche la penetrazione fino in fondo, non tardarono a farmi raggiungere l'orgasmo. La strinsi tanto da farle male. Qualche secondo dopo godette anche lei, ma si tenne stretta a me ancora per qualche minuto, baciandomi profondamente. Poi si alzò dal letto con una mano fra le gambe e si diresse verso uno sgabuzzino poco distante. Dalla tenda semiaperta, mentre si lavava, vidi che si accarezzava teneramente. Teneva gli occhi socchiusi ed in quella posizione il suo corpo fremeva con brevi sussulti, mentre la sua mano sinistra sfiorava delicatamente i capezzoli turgidi come l'apice d'un limone acerbo.

Quando tornò a letto si tuffò sotto le coperte dalla parte di Alberto e si allungò verso i suoi piedi. Sentivo che si dimenava sollevando e abbassando lentamente la testa. Allungai la mano verso di lei per accarezzarla , ma ben presto la ritrassi: ero incappato in qualcosa di turgido all'altezza della sua bocca.

Quell'onesta madre di famiglia finalmente poteva permettersi il lusso di fare certe cose che forse il marito non le aveva mai consentito. Ma era tutto normale. Ella dolcemente riprese la mano e se la portò sul seno. La collaborazione era dunque gradita! Ripresi le circolari peregrinazioni sulla sua pelle vellutata, quasi totalmente priva della benché minima peluria. Le accarezzai il grembo che s'era fatto nuovamente caldo e umido. Sentivo che godeva con un debole gemito a bocca piena. Allora tuffai anche la testa sotto le coperte e raggiunsi con la bocca i suoi glutei spalancati. Ricordai in quell'attimo alcune esperienze di amori ancillari della mia infanzia e la predilezione per quel tipo di bacio. Era stata una domestica ad insegnarmelo.

Sprofondai la lingua e cercai il punto giusto, quello un pochino sporgente e turgido. Cominciai a lavorarlo con strette mosse circolari, mentre lei si accompagnava dolcemente con le anche e talvolta invertiva il movimento, prendendo un nuovo ritmo, talvolta più lento, talvolta più veloce.

Alberto, accortosi del mio intervento, si mise in moto convulsamente. Fu così che non tardò a dare il suo personale contributo che ella diligentemente e semplicemente ingoiò.

A questo punto io e lei sbucammo dalla trapunta e, alla luce fioca della toilette illuminata, ci guardammo in viso come due ragazzini che hanno appena scoperto un piacevole gioco e che desiderano continuarlo.

Alberto, per ora spiazzato, aveva preferito girarsi dall'altra parte e faceva finta di dormire.

Totalmente disinibita, lei stava supina al di sopra delle coperte con le gambe generosamente divaricate. Alla fioca luce che usciva dallo sgabuzzino, ora potevo liberamente ammirare la sua statuaria bellezza. Nonostante la sua posizione d'attesa non avesse nulla di pudico, tuttavia la cosa mi parve del tutto naturale. Mi chinai pensando le facesse piacere di farsi penetrare, ma lei mi prese dolcemente la testa fra le mani e la portò ancora sul suo grembo. Voleva continuare il gioco.

Ripresi da dove avevo lasciato, ma con più lentezza e delicatezza, curando di più i particolari, attento di stare il più possibile all'unisono coi suoi movimenti. In un primo tempo fui distratto dal sapore-odore del sapone dozzinale, usato poco prima per lavarsi; poi non ci feci più caso e godetti a lungo nel sentirla fremere.

I suoi orgasmi si ripeterono a brevi intervalli con gridolini appena percepibili. Ma ormai avevo nuovamente raggiunto una tensione insopportabile. Divincolai la testa dalle sue mani e le feci assumere una posizione prona, leggermente sollevata sulle ginocchia. Nonostante l'infatuazione del momento, non avevo dimenticato ciò che poco prima aveva ingoiato voluttuosamente da Alberto e volevo evitare il contatto diretto con la sua bocca.

Facemmo all'amore per oltre mezzora mutando ogni tanto la posizione. Ebbi un primo orgasmo , ma dopo una breve pausa volli continuare.

Ci rotolammo sulle coperte. E dimenticando ogni precauzione la baciai a lungo sulla bocca. Anche lei dimenticò di non gridare per non svegliare i figli che le dormivano accanto nel loro lettino. Fu così che nel momento del nostro più intenso trasporto il figlioletto di un anno si mise a piangere a gran voce.

Ella scattò come una molla, facendomi quasi ruzzolare per terra, e si precipitò a prendere il bambino. Lo prese tra le braccia e se lo attaccò al seno. Il più grande dormiva ancora profondamente. Il piccolo cominciò a succhiare e lei lentamente, senza staccarselo dalla mammella, si rinfilò sotto le lenzuola accanto ad Alberto che era il più vicino alla culla.

Anche se poco prima il piccolo mi aveva interrotto sul più bello, ad onor del vero non gli serbavo rancore. Quella scenetta di maternità affettuosa aveva completamente fugato ogni residuo di foga sessuale riportandomi in un'atmosfera di familiare tenerezza. Naturalmente vista la piega degli eventi mi rimisi a letto col normale pensiero di prender sonno.

Ma dopo poco Alberto riprese a muoversi e ad agitarsi. Riavutosi dopo il lungo intervallo ristoratore, aveva ricominciato a darsi da fare mentre lei - girata dalla mia parte - dava la mammella al piccolo. Ben presto la poppata diventò più avida e rumorosa e ad essa si aggiunsero gli inconfondibili gridolini di lei. Sembrava che madre e figlio - complice Alberto - si trasmettessero qualcosa di sempre più piacevole che aumentava di intensità con il passar del tempo. Ogni tanto l'ansimare era più acuto del solito. Il piccolo, già con qualche dentino, forse le mordeva il capezzolo. Ma si direbbe che questo le procurasse un maggiore piacere.

Vedevo nella penombra il suo volto contratto e madido di sudore. Serrava le labbra e chiudeva gli occhi con una smorfia aggraziata. Vedevo anche il volto del bambino che talvolta si aggrappava più tenacemente al suo seno. Gustava un latte fuori dal normale: forse più nutriente e certamente più dolce. Ad un certo punto Lucia smise la cantilena, si asciugò con un lembo del lenzuolo il sudore del volto poi staccatasi repentinamente da Alberto - che ancora si dimenava - gli disse con voce dolce , ma ferma:

-"Scusami... devo girarmi per dare al piccolo l'altra mammella."-

Detto fatto. Prese il bambino e lo girò verso Alberto che rimase annichilito. Sistemò il piccolo all'altra sua mammella turgida e si strofinò coi suoi glutei sodi contro di me che ormai non speravo più di averla.

Ripresi il contatto con lena. Ricominciarono i gridolini proprio come se non avesse mai smesso ed il piccolo ricominciò a sonorizzare la sua poppata ingurgitando il buon latte di quella donna sana e prosperosa.

Quando giungemmo all'orgasmo forse avvenne contemporaneamente per tutti e tre. Sarà ridicolo, ma in quel momento assieme al gemito della madre mi parve di udire anche un lieve mugolio del piccolo. Mi domandai se il piacere di lei non si fosse trasferito empaticamente anche sul figlio. La risposta me la diede lui stesso, il bambino: perfettamente appagato, dall'altra parte del letto mi sorrideva.

All'alba ci svegliammo mezzo intontiti. Mi sembrava di essermi messo a letto qualche minuto prima. In effetti avevo preso sonno soltanto alle tre del mattino. Nonostante tutto mi sentivo euforico e leggero come una piuma, disposto a cavalcare il mondo.

La donna si svegliò di buon ora per non destare sospetti nei vicini di casa. Ci preparò due fette di pane col lardo di maiale, e lei si finì una scodella di minestra lasciata dalla sera prima.

Con evidente fretta si appressò all'uscio per guardare se la strada fosse sgombra, poi con ostentata calma, dopo averci baciato castamente sulle guance, disse:

-"Chissà loro cosa penseranno di me. Mi credano è la prima volta che tradisco mio marito. Buon viaggio e buona fortuna!"-

Un brutto incontro

Ci avviammo infreddoliti per un viottolo di campagna che saliva su per la collina. Il sole doveva essersi già levato da un pezzo se alcuni nembi, su nel cielo ad oriente, avevano i contorni d'oro fuso. Ma noi, a ridosso del muraglione di un'erta roccia, non lo vedevamo ed anzi sentivamo sotto i nostri piedi lo sfrido della brina sull'erba gelata.

Avevamo già quasi raggiunto la sommità del colle quando davanti a noi scorgemmo una pattuglia di militari armati fino ai denti. Erano dieci S.S. tedesche. Uno di loro portava a spalle una mitragliatrice pesante e altri otto erano armati di fucile mitragliatore e pistola. Tutti avevano a tracolla, messe in croce, delle cartuccere per mitragliatrice pesante ed alla cintola vari caricatori per le mitragliette. Ci passarono vicini ostentando indifferenza, quasi non ci avessero visti. Il comportamento di questi militari, in questo frangente, mi lasciò un poco perplesso e dissi a bassa voce:

-"Forse non è il caso di fidarci troppo"-

Alberto, sovra pensiero, forse interpretando ciò come un segnale d'allarme imminente, si mise a correre precipitosamente. Immediatamente dal gruppo partì una raffica che sollevò accanto a noi una striscia di polvere. Ci buttammo a terra e lì rimanemmo fino a quando il gruppo non ci raggiunse. La raffica era solo di avvertimento ed aveva ottenuto il suo scopo. Sentimmo distintamente il capopattuglia dire ai suoi commilitoni:

- "Actung! Partisanen"-.

Fortunatamente non avevamo armi. Era rimasto tutto al Capanno, alla macchia. Purtroppo però non avevamo nemmeno il lasciapassare, che serviva a dimostrare la mancanza di obbligo di arruolamento nelle milizie repubblichine. A tutti gli effetti eravamo degli irregolari, dei fuori legge, passibili di tutte quelle pene lette e rilette nei manifesti affissi ovunque dai nazisti: arresto immediato, internamento in un campo di concentramento, deportazione in un campo di lavoro tedesco. Se poi quanto urlato dal capo pattuglia fosse stato condiviso da tutto il gruppo, potevamo anche essere passati per le armi sul posto.

Nessuno di noi due azzardò sollevare lo sguardo dalla terra, mai vista così vicina. Le goccioline della brina gelata mascheravano l'erba dandole un colore grigiastro; erano diventati grigi anche i numerosi fiorellini gialli dell'acetosella; col capo chino parevano quasi imitarci. Sentimmo presto i passi pesanti dei militari sfiorarci le orecchie e molti di quei fiorellini gialli finirono sotto i loro stivaletti chiodati, imbottiti di bombe col manico.

Il capo pattuglia ci fece alzare e ci ispezionò minuziosamente per accertarsi che non portassimo armi. Poi estrasse una carta topografica e la mostrò a me che mi trovavo più vicino a lui. In uno strano italiano appena decifrabile mi chiese se conoscevo bene quella zona. Risposi che eravamo solo di passaggio e tentavamo di raggiungere le nostre famiglie. Ma lui non capiva; ostinato, parlava quasi gridando e teneva la mappa davanti ai miei occhi tanto vicina da renderne impossibile la lettura. Probabilmente voleva sapere se conoscevo una località su cui puntava il dito, dicendo prevalentemente in tedesco cose incomprensibili. Pensavo si riferissero ad informazioni su bande armate partigiane, poichè questo nome veniva pronunciato spesso e con un tono di voce perentorio. Nel mentre i suoi commilitoni si erano schierati attorno a noi in semicerchio ed il militare con la mitragliatrice aveva diligentemente e con calma posizionato e caricato la sua arma tenendola puntata verso di noi. Cercai di dirgli, più con i gesti che con le parole, che non conoscevamo quella zona e non sapevamo nulla di partigiani o di bande armate. Facevo con le mani e col capo grandi gesti di diniego mentre col pugno mi battevo il petto per cercare di dar credito a quanto non riuscivo a dire. A questo punto Alberto, che fino a quel momento si era tenuto fuori dal discorso, si avvicinò al capopattuglia e gli disse:

- "Wir fahren nach Livorno" -

Finalmente il tedesco si rischiarò in viso e, sentendo parlare la sua lingua, rimase dapprima interdetto, poi, allentando quel suo feroce cipiglio, rivolse la sua attenzione su Alberto e disse:

-"Können Sie mir auf dieser Karte zeigen, wo ich mich befinde?"- (Può indicarmi su questa mappa dove mi trovo ora?).

E Alberto senza perdersi d'animo:

-"Ist es möglich Schreibzeug zu aben?"- (Mi dà il necessario per scrivere?)

- "Der Bleistift ?" (Una matita?)

- "Ja, bitte" - (Si, prego)

Ancora una volta vidi il volto del soldato schiarirsi e distendersi. Prese una matita e gli presentò la mappa che poco prima urlando teneva davanti al mio viso.

Vidi che Alberto tracciò una croce e la mostrò al militare. Il capopattuglia, dopo aver attentamente studiato per qualche minuto la posizione indicatagli, ripiegò il foglio e, evidentemente soddisfatto, lo conservò accuratamente. Dopo avere calorosamente ringraziato, si rivolse ai suoi commilitoni e diede l'ordine di smobilitare e di rimettersi in marcia.

Appena si furono allontanati Alberto mi disse che le cose si stavano complicando quando il capopattuglia mi chiese dove eravamo diretti ed il mio gesticolare sembrava fargli comprendere che non volessimo collaborare. Ci fu detto poi che l'avevamo scampata bella. Si trattava infatti di squadre, fedelissime a Hitler, costituite da gruppi speciali addestrati per dar la caccia ai partigiani.

L'onorevole Cerquetti

Era da poco passata la mezzanotte ed io stavo ancora vestito, sdraiato sul lettino dello studio, immerso in questi ricordi della giovinezza, quando il telefono sul comodino squillò. Era Alberto.

-"Caro Giulio, possiamo vederci domattina? Scusa l'ora tarda , ma prima di ripartire vorrei parlarti ancora."-

Cosa aveva da dirmi che non mi avesse già detto durante l'incontro della sera? L'indomani alle nove avrei dovuto avere una seduta d'analisi con un cliente importante. Non potevo assolutamente rimandare. Si trattava di un uomo politico con incarichi pubblici di alto prestigio, affetto da una fastidiosa nevrosi. Frequentava lo studio oramai già da più di un anno e, sopratutto in quest'ultimo periodo, era peggiorato a causa di un grave lutto familiare. Impossibile rimandare.

-"Senti Alberto sarei ben felice di rivederti se riuscissi a conciliare anche un pressante impegno che avevo già fissato per la prima mattinata. Ti vien bene se ci troviamo al ristorante in piazza verso mezzogiorno?"-

Non gli andava bene. Il suo aereo partiva alle undici e aerei nella giornata non ce n'erano altri. Nessuna possibilità di spostare la prenotazione per i giorni successivi

_ "D'accordo; allora se la cosa è tanto urgente vieni a casa alle otto... Pensi di farcela in un'ora? Si t'aspetto... Ma bada sii puntuale. Mi sarebbe veramente impossibile trattenermi di più. Ti auguro la buona notte. A domani."-

La telefonata mi aveva bruscamente riportato alla realtà; ma nonostante l'ora tarda non mi andava di dormire. L'onorevole Cerquetti aveva occupato ora tutto lo spazio lasciato libero da Alberto e il solo fatto di aver per un attimo barattato nella mente il suo appuntamento mi fece ripercorrere alcune tappe della sua analisi. Di solito, dopo aver riletto gli appunti, fedelmente registrati, ripassavo mentalmente le analisi prima che il paziente si stendesse sul lettino. Ma questa volta il tutto prendeva una forma particolare. Proprio come se il paziente si fosse affacciato di prepotenza, scalzando le altre immagini: età, cinquant'anni; scolarità, laurea in leggi; sintomi iniziali, frequenti crisi depressive con saltuarie manifestazioni di eiaculazione precoce; diagnosi provvisoria, nevrosi d'ansia.

L'onorevole venne per le prima volta da me quando un amico comune ci presentò in occasione di una conferenza dell'UNICEF. Mentre il relatore - anch'egli nostro amico - dal podio illustrava il degrado infantile del terzo mondo, lui seduto accanto a me si informava della mia attività. Lo faceva con circospezione e con quella astuzia propria dei politici - di solito costretti ai posti di prima fila - di riuscire a fare mille cose senza destare il minimo sospetto di disattenzione. Talvolta si addormentano, ma nessuno se ne accorge. Non avvezzo a questi trucchi ero in verità un poco imbarazzato e sconcertato di essere costretto a rispondere storcendo la bocca alle sue domande insistenti, senza potermi girare verso di lui. Tuttavia la sua insistenza nel voler sapere in cosa consistesse una seduta psicanalitica mi convinse che non avrebbe tardato a sdraiarsi sul lettino dello studio.

Per un anno frequentò assiduamente le mie sedute, a suo dire, con notevole giovamento. Come spesso capita in queste circostanze, il transfert aveva giocato un ruolo importantissimo; e l'onorevole, dopo essere stato per un certo tempo ostile, ora dimostrava nei miei confronti un profondo ed affettuoso trasporto dovuto certamente ad una componente omosessuale della sua personalità nevrotica. Fu uno dei suoi primi sogni, quelli più significativi per l'interpretazione psicologica, a darmi la prima traccia da seguire. Quando me lo raccontò mi confessò di essere stato titubante a lungo prima di confidarmelo.

Come tutti i pazienti alle prime sedute, anche lui credeva che non sarebbe servito a niente raccontarmi quell'accozzaglia di scene senza capo nè coda. Ma anche a lui, come da manuale, capitò di raccontare tutto di filato, come un torrente che si butta giù dalla montagna dopo aver fatto tracimare un tranquillo laghetto. Sdraiato sul lettino, parlava ad occhi semichiusi quasi volesse rivivere il sogno. Raccontava:

-"Mi trovavo in una stanza simile alla camera da letto della mia infanzia. Stessi mobili, stesse suppellettili, ma un letto molto più grande del vero letto, con un baldacchino come quelli antichi, con delle tende penzolanti giù dal soffitto a grandi pieghe. Il tessuto era grezzo e pesante come se fosse fatto di sacchi di iuta . Sul davanti formava un'apertura innaturale. Le sue pieghe infatti anziché cadere normalmente, allargandosi alla base, rimanevano molto aperte al centro, come se qualcuno le tenesse divaricate."-

A quel punto si fermò un attimo, sollevò leggermente la testa per osservarmi, poi continuò:

-"L'effetto di quel baldacchino era opprimente. Volevo attraversarlo per entrare nel letto , ma appena fatto qualche passo mi sentivo trattenuto da qualcosa di indefinito. Come se, una volta arrivato a lambirlo, rimanessi invischiato da una sostanza molle e resistente allo stesso tempo. Ad un certo punto entrò dalla porta una donna con una lunga camicia bianca. Senza nessuna difficoltà ella attraversò quel pesante tendaggio e si buttò sul letto supina. Da questa posizione mi tendeva le braccia fino quasi a sfiorarmi. Ebbi molta paura e mi ritrassi cercando di raggiungere la porta. Ma non riuscivo a camminare. Stavo librato a mezzaria nella stanza e come Superman attraversavo porte e finestre aperte finché mi ritrovai di fronte ad un passaggio chiuso sul quale andai a cozzare violentemente. La porta non cedette ed anzi si comportò come se fosse di gomma respingendomi mollemente. Andai rimbalzando avanti e indietro per un poco.

Poi mi ritrovai all'aperto. Era una campagna sconosciuta con molte piante di frutta. Credo fosse un agrumoto. Su un albero notai un grosso serpente arrotolato ad un ramo. Mi avvicinai e lo toccai con la punta delle dita. Era molliccio e sembrava anche lui fatto di gomma, riempito d'aria a metà. Ma ad un certo punto, come se avesse ricevuto il supplemento d'aria mancante, si inturgidì e si avventò verso di me minaccioso. Feci un balzo all'indietro e mi ritrovai nella stanzetta di prima. Questa volta però l'arredamento era mutato. Niente baldacchino, nessuna tenda; soltanto il lettino ed i mobili a me noti. Una cosa soltanto era fuori dall'usuale: un piccolo cavallo a dondolo, tanto desiderato nella mia infanzia , ma mai posseduto. Il cavallino pur stando nel suo dondolo muoveva autonomamente le zampe come se volesse iniziare un trotto che non avrebbe mai potuto intraprendere. Volevo cavalcarlo, ma appena ci provavo mi trovavo a mia volta montato da lui, come avveniva da ragazzi al gioco della cavallina. Il suo peso man mano diveniva insopportabile; tanto da togliermi il respiro e da farmi reagire, per liberarmi, con un violento strattone. Mi svegliai; o meglio fu mia moglie a svegliarmi preoccupata per lo strano modo di agitarmi durante il sonno."-

Parlò per tutta la seduta accompagnandosi con grandi gesti delle braccia e quando lo interruppi, per comunicargli che l'ora era scaduta già da qualche minuto , si dimostrò visibilmente contrariato.

Alberto è in difficoltà.

La mattina seguente fu Alberto a buttarmi giù dal letto con una grande scampanellata al citofono. Erano appena le sette e mezzo. Aveva anticipato i tempi del nostro appuntamento.

Con la mente ancora annebbiata dal sonno e con gli occhi semichiusi, andai ad aprirgli la porta e attesi nello studio. Lo trovai fresco e riposato senza alcun segno visibile della bisboccia del giorno prima. Ci abbracciammo battendoci reciprocamente le mani sulle spalle, come eravamo soliti fare da ragazzi.

-"Scusami Giulio se ti ho fatto fare questa levataccia. Sono venuto prima di...."-

Non lo lasciai proseguire e dissi:

-"Bando ai convenevoli. Dimmi piuttosto cosa ti è successo ieri notte per spingerti a prendere questa decisione."-

Alberto si scurò leggermente in viso ed aggrottò le sopracciglie. Non era un suo atteggiamento abituale. Eravamo seduti l'uno di fronte all'altro e il mio amico mostrava un impaccio ed una sofferenza che non gli avevo mai conosciuto. Si torceva nervosamente le mani facendo scricchiolare le giunture delle falangi e la sua fronte mostrava una lieve sudorazione. La nostra amicizia era stata fra le più leali ed affettuose sopratutto nel lungo periodo trascorso alla macchia. Ieri durante il nostro incontro al ristorante ce lo confermammo raccontandoci, senza l'ombra di sviolinature, di aver avuto entrambi sempre viva la stima dell'altro. Ora francamente lo trovavo diverso da come lo ricordavo e da come l'avevo visto il giorno prima. Mentre ieri il suo fisico, nonostante i suoi cinquanta tre anni, mi era sembrato ancora molto aitante ed il suo volto ancora giovanile, oggi lo vedevo molto invecchiato e senza più quella baldanza e disinvoltura che aveva dimostrato quando mi aveva raccontato la sua interessante storia.

-"Carissimo Giulio non potevo partire senza farti partecipe di quanto ha ridotto la mia esistenza ad un incubo. Ho un bisogno disperato di aiuto. Tu sei stato il migliore amico e solo a te potevo ..."-

Lo squillo del telefono sulla scrivania lo interruppe e mi levai per rispondere.

"Pronto? Si... Sono il prof. Tirelli... Mi dica... Cerca il Sig. Giunti? Si... E' qui accanto a me... D'accordo; glielo passo."-

Porsi il ricevitore ad Alberto che per qualche attimo stette solo a sentire. Al telefono era una donna e dalla voce mi era sembrata di mezza età. La telefonata si protrasse per qualche minuto ed il mio amico mostrava vieppiù segni di disappunto e quasi di collera. Mi ero allontanato dalla scrivania e non riuscivo ad afferrare molto del discorso. Iniziava le frasi senza completarle e spesso annuiva o dissentiva con dei borbottii smozzicati.

-" Va bene... Non muoverti dall'albergo... No; non ce la farai... Sarò lì fra qualche minuto... No; ti ho detto di non muoverti... La mia presenza?... No. Non è il caso di allarmarti. Sarò presto costì. Ciao."-

Rimise a posto il telefono e fu di nuovo da me, ma non si sedette. Con l'aria visibilmente contrariata disse:

- "Carissimo, sembra proprio una congiura... Debbo raggiungere l'albergo immediatamente... Dovevo dirti e spiegarti molte cose , ma ora non ne ho il tempo. Sarà per un'altra volta..."-

Ci abbracciammo, senza batterci le mani sulle spalle, e senza dire altro uscì frettolosamente chiudendosi dietro la porta dello studio e lasciandomi intontito e stralunato.

Erano già le nove e l'onorevole Cerquetti si incontrò in anticamera con Alberto che aveva aperto la porta per uscire. Si affacciò timidamente per cominciare la seduta e mi salutò con il solito mezzo inchino formale. Quando si sdraiò sul lettino stette per qualche minuto in silenzio poi riferì tutti i discorsi fatti quella mattina con sua moglie e raccontò minuziosamente quelle che lui chiamava le sue fisime. Fu una seduta scialba e pesante. Gli comunicai che l'ora era scaduta con molto sollievo.

Mi accorsi di non avere avuto il tempo di farmi la barba. Mentre mi radevo mi venne in mente l'effetto rinforzo degli 'atti interrotti' della Zeigarnick. La sua teoria poteva essere pienamente convalidata dalla attuale esperienza personale. Pensavo che questa volta l'effetto del rinforzo dovuto agli 'atti interrotti' avrebbe funzionato ancora. Accidenti! Non riuscivo a cancellare dalla mente Alberto neppure pensando che la sera mi sarei incontrato con Marisa e per prendere sonno non avrei avuto bisogno di contare le pecore: una pecora, due pecore, tre pecore...

* * *

Capitolo Secondo: Il Capanno.

Ideologie all'addiaccio

I nostri lunghi giorni alla macchia, spesso trascorsi all'addiaccio, erano pieni di discorsi su una nuova prospettiva politica. Per noi si trattava di una novità assoluta. Per vent'anni avevamo conosciuto e studiato nei testi scolastici soltanto il fascismo e la dittatura di Mussolini. Da qualche tempo - grazie alle sorti della guerra ed agli esempi delle zone già liberate - si era rafforzata la convinzione che presto il potere politico sarebbe passato ad un sistema democratico, dando vita ad un pluralismo di partiti. Questa si stava delineando oramai come ipotesi concreta. Finita la guerra ci saremmo dovuti confrontare tutti con libere elezioni mettendo in chiaro le nostre istanze ideologiche . Alberto era già orientato da un pezzo, Luigi ed io meno.

A suo dire la trasformazione da fervente giovane fascista in acceso comunista avvenne dopo alcune letture di Proudhon (La creazione dell'ordine nell'umanità), di Marx (Il Capitale), di Essad Bey (Lenin) e di Trotskj (Storia della rivoluzione russa); ma fu sopratutto dopo la commilitanza con un suo compagno d'armi, un certo Dal Lago di origine iugoslava, che egli subì un vero e metodico indottrinamento. Sapeva tutto sulla rivoluzione bolscevica ed era affascinato dalla personalità di Lenin.

-"Vedi, mi diceva, noi siamo proprio nelle loro stesse condizioni; come quando Kamenev, Zinovijev e Lenin con la sua Krupskaja, quasi impazziti dalla fame, si riunivano con gli abiti laceri di fuoriusciti appena tollerati, sulle rive del lago di Zurigo a meditare sulle sorti della loro patria".-

Quando Alberto parlava di queste cose i suoi occhi, un poco a mandorla simili a quelli di Lenin, si socchiudevano facendosi sempre più sottili, quasi ad impedire l'interferire della realtà nel vagare della sua fantasia o forse per immedesimarsi meglio in quella situazione storica da lui considerata molto simile alla nostra.

- " Sono convinto, continuava, che per riunificare l'Italia noi dovremo prendere esempio da questi grandi politici. Quando il venticinque luglio del '43 fu arrestato Mussolini avremmo dovuto fare esattamente come fece Lenin dopo aver avuto la notizia dell'abdicazione dello Zar e dell'arresto del governo in carica."

"Anche noi avremmo dovuto prendere il potere subito e disarmare i tedeschi. Ma i nostri capi antifascisti non si comportarono come Lenin, che pur di prendere il fatidico treno che dalla Svizzera lo riportava libero nella sua Russia, compose amichevolmente, anche se temporaneamente, le differenti correnti ideologiche che frantumavano il folto gruppo degli esiliati. Egli, con quell'accozzaglia di persone dalle ideologie, temperamenti, e culture diverse, riusci a creare una forza d'urto che gli consentì di entrare proficuamente in azione fin dal momento in cui, a Pietroburgo, con Stalin, Zinoviev e Kamenev, salì la gradinata del palazzo della Kscessinskaja e riuscì ad accentrare il potere nelle sue mani. Anche qualcuno dei nostri politici, fuoriusciti o no, avrebbe dovuto fare lo stesso. Ma noi siamo un popolo di individualisti incalliti. Se oggi ci troviamo nella merda è certamente per l'operato di chi doveva capire che in un frangente rivoluzionario, come quello che si presentava allora, l'unica cosa da fare fosse quella di riunire l'esercito e di cacciare i tedeschi." -

Luigi ed io stavamo ad ascoltare più per compiacenza che per convinzione. Stavamo seduti dietro al Capanno che ci serviva da rifugio, mentre gli altri compagni si dedicavano chi a pulire le armi e chi a leggere, sdraiato sulla branda di frasche. Lui continuava:

- "Il periodo fra l'otto e il diciotto settembre del '43 poteva essere prezioso, se utilizzato da chi allora aveva le redini del governo. I tedeschi erano sbandati e molti di loro cedevano spontaneamente le armi ai soldati italiani. In quel frangente nessun politico italiano é stato all'altezza della situazione, mi spiace dirlo, nemmeno fra quei fuoriusciti comunisti che avevano patito un così lungo esilio. Ma, come al solito, noi italiani abbiamo preferito privilegiare lo scontro tra di noi anziché quello con il nemico ex alleato che occupava il nostro paese."-

Le sue riflessioni non mi convincevano del tutto ed espressi il mio parere:

-"Caro Alberto, non dimenticare, che dopo l'otto settembre l'esercito italiano era più sbandato di quello tedesco e non certo per la mancanza di una guida. Fu per questo che i tedeschi ebbero il sopravvento. Ricordo che mi trovavo a Rimini quando ci fu il fatidico discorso dell'armistizio ed ebbi modo di assistere a delle scene paradossali.

Vestivo abiti borghesi, gli stessi che porto ora, perchè godevo di una licenza di convalescenza. Lo stesso giorno che Badoglio lesse il suo proclama alla radio, vidi alcuni militari in divisa, in servizio di ronda di fronte al Grande Hotel, gettare le loro armi in mare lanciandole dalla spiaggia come si fa col martello dalla pedana di uno stadio. Nel vicino aeroporto vidi avieri saccheggiare le dispense e rotolare grandi forme di parmigiano lungo la pista d'atterraggio per farle poi sparire ai confini del campo. Nel giro di poche ore dall'annuncio dell'armistizio gran parte dei militari di stanza nella città disertò le caserme e si diresse alla stazione per affollare quei pochi treni che ancora circolavano. Fu un 'tutti a casa' messo in atto in primo luogo da molti ufficiali ormai stufi della guerra. Abbandonarono i loro soldati a sè stessi e le caserme al saccheggio di coloro che cercavano in tutti i modi di rifornirsi di quelle cose presenti ormai solo in quei magazzini, con la complicità degli stessi militari. Ma tu pensa: il caffè, naturalmente vero caffè, lo zucchero, la pasta, i legumi, il parmigiano, la farina bianca erano ricomparsi in giro come d'incanto. Qualunque mezzo di trasporto o recipiente era idoneo per trasportare tutto quel ben di Dio. Come si poteva, in una baraonda simile, intervenire razionalmente? Secondo me nemmeno il tuo Lenin sarebbe venuto a capo di nulla in una situazione simile."

"A parer mio l'armistizio si sarebbe dovuto dichiarare con un diverso criterio. Ma questo dipendeva sostanzialmente dagli americani che al contrario pretesero il disarmo immediato dell'esercito italiano. Più tardi tentarono di ricucire lo strappo, ma fu troppo tardi. Oramai i tedeschi avevano preso saldamente in mano la situazione. Le conseguenze di ciò le subimmo noi, presi tra due fuochi da nord e da sud. Eh si, anche da sud. Non mi venire a parlare di liberatori. Gli americani ci stanno sfruttando cinicamente mandandoci a morire con la catena al piede. In fondo non si fidano poi tanto di noi. E non hanno tutti i torti. Hai dimenticato quello che successe a Cassino ai militari italiani che scelsero di combattere contro i tedeschi? Beh, se vuoi un parere personale sono stufo degli uni e degli altri."-

Luigi ci stava a sentire senza parlare. Era seduto su un sasso e teneva a tracolla il suo fedele mitragliatore con la canna rivolta verso terra. Ad un tratto volse la testa verso di noi che sedevamo accosciati sull'erba l'uno accanto all'altro e disse:

-"Un intervento energico dei nostri politici non poteva cambiare di molto la situazione disastrosa in cui è precipitata l'Italia dopo l'armistizio. Giulio dice bene. Concordo con lui su molte cose, sopratutto sugli americani. Li ritengo molto infantili e immaturi. Vogliono che li aiutiamo e contemporaneamente ci negano la possibilità di aiutarli come vorremmo, per accelerare la fine di questo nostro calvario."-

Parlava molto lentamente, come sua abitudine, mentre con un coltellaccio a serramanico faceva la punta ad un ramoscello che poi usava per fare strani geroglifici su un tratto di terreno ricoperto da una polvere rossiccia.

-"Del resto, continuò, non era difficile essere presi dall'euforia la sera dell'armistizio. Nonostante a me piaccia il quieto vivere e sia solitamente alieno dal rincorrere le farfalle, tuttavia quella sera ho sentito un prepotente desiderio di stare in mezzo agli altri che urlavano di gioia. Mi piaceva sentire ciò che dicevano: il ritorno in famiglia, la fidanzata, la mamma, il lavoro, la moglie, i figli. Ognuno parlava di cose diverse, ma tutti parlavano di cose vere che anch'io sentivo profondamente e che forse tenevo dentro chissà da quanto tempo senza avere il coraggio di esprimerle. Sono tutt'altro che un cinico e questa gente mi commoveva. Sapete voi perché prima d'ora non eravamo abituati ad esprimere a voce alta questi sentimenti? Ve lo dico io: non certo perchè la gente fosse oppressa dell'incubo della guerra. L'abitudine ad essere governati da un dittatore ci ha portato tutti ad una assuefazione e ad un conformismo totale. Culturalmente e materialmente bisognava accettare, ciò che ci veniva offerto con molta parsimonia, senza porci tante domande. Confessiamocelo. L'<<ipse dixit>> diventava alibi ed allo stesso tempo speranza: faceva tacere ogni iniziativa di rivolta e tutti continuavano a covare dentro di loro i desideri, anche quelli che ritenevano meno attuabili, riguardanti per l'appunto la possibilità che prima o poi le cose potessero cambiare e tutti fossero in grado di vivere liberi da ogni interferenza politica e ideologica. Era fantastico vedere un'umanità senza più freni e inibizioni che si abbracciava e baciava per festeggiare un avvenimento che in definitiva poi condannava più della metà degli italiani." -

Distolse nuovamente lo sguardo dai geroglifici e ci guardò in viso. La notte saliva dalla montagna e la penombra del vespro illuminava ancora il suo viso scarno accentuandone la sporgenza degli zigomi e l'incavo delle sue occhiaie.

-"Non sono però d'accordo nel giudicare tutti coloro che si approfittarono di beni militari come dei ladri o dei malfattori. Non mi verrete a dire adesso che le vostre armi le avete avute rilasciando regolare ricevuta. Questo mitra e le relative munizioni li ho presi da una caserma di carabinieri e la scorta di scatolette di carne, che in quell'occasione ho 'trovato' negli armadi della dispensa, mi è servita per sopravvivere una settimana, prima di incontrare voi e gli altri compagni".-

Per sommi capi tutti conoscevamo la storia di Luigi; ma nessuno l'aveva mai udita dalla sua viva voce. Questa volta, pur senza enfasi, fu prodigo di particolari. Riprendendo i suoi geroglifici, Luigi cominciò a raccontare.

Era un suo tratto temperamentale quello di fare le cose senza esserne richiesto. Ma il suo discorso in questi casi risultava appiccicato e lento, e somigliava a un monologo tra i denti, o meglio un ricordo a voce alta condotto soltanto per sè. Simile a quella folata di oscurità che andava avvolgendo il Capanno e che man mano lo isolava da noi.

Il viaggio per Ancona

Una settimana dopo l'armistizio, Luigi era stato tagliato fuori da ogni possibilità di aiuto concreto. La caserma del quarto reggimento carristi di stanza a Bologna, dove era in forza, era stata occupata dai tedeschi tre giorni dopo ed i suoi compagni in gran parte deportati in Germania. Si era salvato per miracolo fuggendo attraverso una galleria che passava sotto la massicciata della ferrovia che costeggiava la caserma. Aveva camminato per diverse ore, sotto un tremendo temporale lungo il fiume Savena, fino a S.Ruffillo.

I tedeschi si erano presentati al corpo di guardia in non più di una ventina. Erano armati con armi leggere. Sulle prime il capoposto pensò volessero consegnarsi e diede il via libera al drappello che si diresse alla palazzina del Comando dove alloggiava il colonnello comandante. Fu un vero e proprio colpo di mano. Presero in ostaggio gli ufficiali e occuparono l'armeria e i capannoni dove erano alloggiati una cinquantina di carri armati: L.6 leggeri, M.42 con cannoni da 47/40, semoventi con obici da 75/18 ed una decina di autoblindo. Erano le due pomeridiane del 13 settembre quando disarmarono il corpo di guardia, unica difesa armata della caserma. Tutti i soldati, in prevalenza allievi del corso ufficiali, furono radunati nel campo sportivo e, con gli stessi camion del reggimento, trasportati in una lunga colonna sulla strada per Milano. Si seppe soltanto a guerra finita che molti furono avviati ai campi di lavoro in Germania ed altri, in verità una minoranza, si lasciarono arruolare nella milizia della Repubblica Sociale. Luigi si trovò così a vagare nella periferia di Bologna per alcuni giorni bussando a qualche casolare di contadini per aver di che sfamarsi.

Si teneva prudentemente lontano dalla città anche se la sua cautela era forse eccessiva. Dopo quell'episodio i tedeschi per un certo tempo si mostrarono accomodanti con la popolazione civile e fu così che egli riuscì a prendere un treno. Non potendo tornare in Sardegna, ormai in mano degli Alleati, cercò di raggiungere Ancona dove risiedevano alcuni suoi parenti.

Si recò alla stazione di Bologna attraversando vie poco frequentate parallele alla via Nazionale. Con sua grande meraviglia vide i treni in perfetta efficienza e nelle pensiline un gran traffico di gente. Il personale delle ferrovie era tutto italiano. Solo il capostazione era un militare tedesco. Pochissimi i drappelli armati.

Mischiato alla folla, girellava tra le sale d'aspetto, in attesa del suo treno, quando si sentì toccare ad una spalla. Era Maria Musolesi una sartina che lo veniva spesso a trovare in caserma. Una cara ragazza senza molte pretese, ma abbastanza disponibile. Furono tante le belle giornate trascorse con lei e sopratutto gli incontri sotto i portici del Pavaglione durante l'oscuramento. Era diventata una consuetudine quella di mettersi a ridosso delle colonne e fare all'amore tranquillamente, mentre la gente passava accanto facendo finta di non vederli. Quelle pochissime lampadine azzurrate, per l'oscuramento antiaereo, a mala pena segnavano i contorni confusi dei muri.

Una sera Maria mentre faceva all'amore con lui - forse più sensibile perché in attesa delle sue cose - al momento dell'orgasmo si lasciò sfuggire un gemito sonoro, immediatamente captato da una signora che le passava accanto. Ella si chinò su di lei premurosa pensando a qualche malore improvviso. Ma presto si rese conto della reale situazione e si allontanò in gran fretta borbottando anatemi contro la gioventù moderna scostumata e senza pudore.

Contrariamente a quanto avveniva appena qualche giorno prima la stazione era gremita da persone in abiti borghesi e con molti bagagli. Di recente i bombardamenti avevano spaventato la popolazione che cercava scampo sfollando nei paesini della provincia. Il lungo fischio del treno per Rimini-Ancona per un attimo lacerò l'aria e presto il convoglio s'arrestò con grande rumore di ferraglia, sotto la pensilina. Era in perfetto orario.

Maria non era a conoscenza di quanto era accaduto a lui ed al suo reggimento. Accompagnava una zia a Budrio per fare delle provviste di derrate caserecce, diventate introvabili in città. Solo allora Luigi si rese conto che i tedeschi avevano operato nella più assoluta segretezza senza far trapelare nulla fra la popolazione. Non c'era il tempo per raccontare tutte le peripezie ed il pericolo corso. Oramai il treno stava per ripartire e disse solo che sarebbe tornato presto , ma non sapeva quando. Dal finestrino si salutarono con una stretta di mano, per via della zia; ma lei gliela tenne stretta, seguendolo per un poco, finchè il convoglio non oltrepassò la banchina.

Il Convoglio militare.

Il treno era affollatissimo, sopratutto di donne e di anziani. Nello scompartimento c'era un giovane della sua età in abiti civili molto più grandi della sua taglia e una famigliola di contadini, con valigioni in similpelle, legati con lo spago. La sua attenzione fu attirata da un gruppo di quattro ragazzini, tra i cinque e i dodici anni - probabilmente figli dei contadini - che tenevano in mano delle merendine, avvolte in carta straccia. Lui era da più di due giorni che non mangiava. Si sedette accanto al giovane e gli chiese dove fosse diretto. Intavolarono così una conversazione seguita attentamente dai più piccoli che, tenendo sempre le loro merende come un trofeo, sembravano vivamente interessati al loro discorso. Mauro, così si chiamava il giovane, era un carabiniere di un paesino accanto a Rimini, in servizio di leva a Casalecchio, vicino a Bologna, fino a qualche giorno prima. Aveva abbandonato la caserma ed ora cercava di rientrare a casa.

Fuori dal finestrino i campi, correndo in direzione opposta a quella del treno, offrivano lo squallido spettacolo dell'abbandono e, in molti luoghi, della feroce distruzione causata dalla guerra.

Alla stazione di Imola il convoglio fece manovra e si situò, lateralmente, in un binario di sosta. Aspettarono lì per circa un'ora e una pattuglia di militari tedeschi fu schierata sulle banchine per impedìre che i viaggiatori scendessero dal treno. Non poterono nemmeno comprare una gassosa o bere un pò d'acqua fresca dalla fontanella. Il caldo torrido di un'estate ormai alla fine rendeva quello scompartimento invivibile e pieno di odori: alcuni sgraditi di umanità scarsamente avvezza all'acqua e sapone ed altri graditi di frittata di cipolle contenuta in quei pacchetti unti, tenuti dai ragazzini.

Ad un certo punto videro passare, nella loro stessa direzione di marcia, un convoglio militare carico di carri armati e di armi pesanti di vario tipo accuratamente mimetizzati con reti variegate. Sembrava non finisse mai, tanto era lungo. Preceduto da un locomotore-staffetta era seguito da un carro speciale, entrambi armati con due mitragliere antiaeree a due canne da venti millimetri. Era trainato da due grosse locomotive e doveva trattarsi certamente di qualche trasporto urgentissimo. Era una cosa fuori dal normale perchè, quando ciò capitava questo tipo di convogli venivano fatti circolare soltanto la notte.

Nessuno si dimostrò entusiasta di quello spettacolo. La gente guardava e qualcuno commentò a voce alta:

-"Bene, si stanno ritirando". -

Solo Luigi e Mauro sapevano che i tedeschi avevano tutt'altre intenzioni. Il carabiniere, cercò di spiegare ai più ottimisti che i tedeschi erano diventati nostri nemici e che non avevano nessuna intenzione di lasciare l'Italia. Si erano tutti accalcati nel corridoio pigiandosi come sardine per guardare quel trasporto militare. Il padre dei ragazzini, che si era unito a loro, entrò in polemica e rivolto a Mauro disse:

-" Non è giusto offendere l'alleato tedesco, ho le orecchie buone, caro il mio giovanotto. Ho sentito anch'io quello che hai detto poco fa. Se fosse per me, gente come te la spedirei a Gaeta."-

Naturalmente si riferiva alle prigioni dove si scontano i peggiori reati militari. E continuò:

-" Una cosa era il fascismo che ha commesso tanti errori ed ha portato l'Italia in guerra, un'altra cosa sono i tedeschi che hanno sempre e fedelmente combattuto al nostro fianco." -

Ben presto anche gli altri, ma sopratutto le altre, parteciparono alla discussione che stava per sfociare in rissa. Stavano tutte dalla parte di Mauro. Una donna di mezza età, inveiva contro il gruppo conservatore affermando di essere una madre con due figli dispersi sul fronte russo:

-" Mi hanno raccontato alcuni reduci del paese, che i tedeschi, durante la ritirata, hanno sequestrato i loro camion coi quali tentavano di raggiungere le retrovie. Per impadronirsi dei mezzi attaccarono gli italiani, con le armi in pugno, scatenando una vera e propria battaglia. Quando cessò la carneficina, lasciarono a terra tutti i nostri soldati, compresi quelli feriti che morirono dissanguati. Ai miei figlioli deve essere capitata la stessa sorte. Io non so più nulla di loro da diversi mesi, da quando mi hanno comunicato che sono dispersi. Ma certamente me li hanno ammazzati loro. Che Domineddio stramaledica i tedeschi."

Oramai il treno aveva ripreso da un pezzo la marcia, ma la discussione non si era placata. Luigi ed il suo compagno di viaggio rientrarono nello scompartimento con l'intenzione di schiacciare un sonnellino e lasciarono il capofamiglia accapigliarsi con un'altra donna che gli diceva:

- "Lo so; tu fai il commercio con loro. Ti conosco, sai. Senza di loro come faresti a fare il mercato nero? Quando verranno gli americani non lo potrai più fare... Magari ti metteranno in galera." -

Chiusero la porta dietro di loro e cercarono i loro posti. Ma durante la loro breve assenza i quattro ragazzi, tre maschi e una femmina, ne avevano approfittato per imbandire su tutto il sedile una poco frugale mensa a base di pollo arrosto, prosciutto, pane bianco, frittata di cipolle e uova sode in una specie di pic nic improvvisato. Avevano così occupato anche i loro due posti e nemmeno vedendoli rientrare pensarono di cederli. Luigi stava per uscire nuovamente, ma il carabiniere lo trattenne e, senza mezzi termini, disse al gruppo di tornare ai loro posti. Sulle prime la ragazza, la maggiore dei quattro, ubbidì; ma il fratello la tirò per un braccio e la fece risedere. Senza nemmeno rispondere continuarono a trangugiare quella grazia di Dio, buttando dal finestrino coscie di pollo, ancora ben fornite di polpa e tutto il lardo del prosciutto.

Luigi, ancora digiuno, non resistette. Convinse il carabiniere, ormai disposto a passare alle vie di fatto, e barattò la loro disponibilità con un poco di pane, due uova e la parte grassa del prosciutto; con l'intesa di riavere i posti quando avessero finito di ingozzarsi. Divisero quel poco di cibo e solo a Faenza riuscirono a bere un poco d'acqua dalla fontanella della stazione. I ragazzi intanto avevano ritirato dai sedili le loro masserizie e cosi poterono finalmente sedersi. Dormirono profondamente e parecchio se non si accorsero che il treno aveva percorso diverse decine di chilometri. Furono svegliati di soprassalto, da una frenata brusca. Mancava poco alla prossima stazione e già nell'aria si sentiva l'odore del mare poco distante. Sulle prime pensarono ad una incursione aerea e si precipitarono ai finestrini, ma al di là di una larga curva, a mezzo chilometro, si presentò uno spettacolo apocalittico. Il convoglio militare che li aveva preceduti era davanti a loro semidistrutto. Molti carri ferroviari si erano ribaltati giù nella breve scarpata ed alcuni ardevano ancora. Una ventina di militari tedeschi giacevano inermi ai bordi della massicciata chiazzata qua e là da pozze di sangue.I superstiti si davano da fare per soccorrere i feriti che trasportavano in tutta fretta sulla strada statale per avviarli con mezzi di fortuna verso gli ospedali più vicini.

Se per i due il primo istinto fu di precipitarsi a soccorrere i bisognosi di aiuto, quando seppero che il treno era stato fatto saltare con diverse potentissime cariche di dinamite, e non da un bombardamento aereo alleato come essi pensavano, ritennero meglio defilarsi alla chetichella tagliando giù per i campi.

L'incontro coi partigiani

Mauro era pratico dei luoghi perchè i suoi vivevano in un cascinale a pochi chilometri dal paese. Percorsero diverse strade di campagna ed alla periferia dell'abitato Luigi fece la mossa di accomiatarsi per proseguire ormai da solo la sua strada. Ma il suo compagno gli chiese un favore: lo pregò di dire al maresciallo dei carabinieri del suo paese quanto gli era capitato a Bologna. Solo così avrebbe potuto convincerlo di non avere disertato. Si diressero verso un caseggiato isolato, ad un centinaio di metri dalle prime case, dove un'insegna indicava la caserma dei Carabinieri Reali.

Entrarono dalla porta semiaperta. I locali erano deserti. Nella rastrelliera, al posto di guardia, stavano ben allineati alcuni moschetti 91, alcuni fucili mitragliatori ed alcuni sciaboloni d'ordinanza. Sulle scrivanie, sparsi qua e là, fascicoli, timbri, moduli, stampati di ogni genere ed un portacenere con una cicca ancora fumante. Non tardarono a rendersi conto che il locale era stato appena abbandonato dai militari, probabilmente dopo l'attentato al treno, per evitare ritorsioni da parte dei tedeschi.

Memore di quanto accaduto a Bologna, Luigi stavolta non volle farsi cogliere alla sprovvista e, d'intesa col suo compagno, portò via le armi dalla caserma. Fuori era già buio. L'oscuramento consentiva di occultare agevolmente in un anfratto roccioso, non lontano dalla caserma , fucili e mitragliatori assieme ad alcune casse di munizioni. Avrebbero chiarito ogni cosa ai carabinieri dopo passata l'emergenza.

In paese doveva essersi diffusa la certezza che per gli italiani la guerra era finita. Nessuno quindi si preoccupava più di nascondere la luce che filtrava abbondante da alcune finestre del centro.

Entrarono in una tabaccheria e seppero dal gestore, parente del carabiniere, di alcuni militari fuggiti dal Capoluogo dopo l'armistizio che stavano organizzando alla macchia un gruppo di resistenza per combattere i tedeschi. Pur non dicendolo esplicitamente fece anche capire che l'attentato forse era opera loro.

L'uomo li ospitò per la notte e Luigi e Mauro ebbero modo di rifocillarsi con un ottimo minestrone di verdure e con dello squisito zampone, innaffiati con qualche bicchiere di Sangiovese. Al mattino i due si incamminarono a piedi verso il cascinale di Mauro distante circa tre chilometri. Più si avvicinava al cascinale e più il carabiniere diventava euforico. Saltellava e cantava canzoni nel dialetto romagnolo. Luigi lo era meno. Vedeva allontanari sempre di più la possibilità di proseguire per Ancona. I tedeschi ora rastrellavano tutti gli uomini che non fossero in possesso di documenti validi. Impossibile viaggiare sui treni senza un loro lasciapassare.

Ad un certo punto furono raggiunti da un giovane in bicicletta. Chiese loro chi dei due fosse il parente del tabaccaio. Mauro non lo conosceva, tuttavia, dietro un suo gentile invito, acconsentì ad appartarsi con lui. Parlottarono per qualche minuto e ben presto anche Luigi fu chiamato ad unirsi a loro. Seppero che il tabaccaio li aveva segnalati, al gruppo autore dell'attentato, come militari sbandati. Disse di loro che erano persone di cui ci si poteva fidare e che disponevano di alcune armi automatiche e di molte munizioni. Anche il tabaccaio nonostante fosse invalido di guerra, apparteneva a quel folto gruppo di italiani che si ribellavano alla prepotenza tedesca e aiutava i militari sbandati ad organizzarsi. Povero tabaccaio. Diversi mesi più tardi, fu deportato in Germania e non se ne seppe più nulla. Il segretario locale della sezione del Fascio, un tizio soprannominato Balilla, lo aveva denunciato alle S.S. Ma non molto più tardi anche lui fece una brutta fine per mano dei partigiani.

Il carabiniere ospitò Luigi dai suoi per qualche giorno e subito dopo presero la strada della montagna per unirsi al gruppo.

Il Capanno.

Ora Luigi aveva finito il racconto ed aveva ripreso a tracciare i suoi geroglifici sul terreno.

Più nessuno di noi tre parlava. Con molta probabilità anche gli altri che ci stavano a sentire - in prevalenza meridionali - continuavano un loro discorso muto che si era allontanato dall'argomento di poco prima, e vagava malinconicamente in una terra lontana, dove il tepore dell'autunno era privo di brume. La sera era umida e fredda, e alcuni cirri vagavano a mezza costa inserendosi tra i tornanti della strada che conduceva al paese.

Stavamo, tra le montagne lontani almeno venti chilometri da ogni centro abitato. Avevamo trovato il luogo ideale per defilarci dall'insidia tedesca e dei fascisti. Si trattava di un macchione selvaggio abitato solo da Giustino, un anziano pastore dall'età indefinibile che teneva con sè un centinaio di capre.

Mi trovavo lassù da poco tempo e quando incontrai Luigi e Alberto fu come essere tornato nella mia città. Parlammo subito nel nostro dialetto campidanese e ci parve di aver superato d'un balzo le centinaia di miglia di mare che ci dividevano dalla Sardegna.

A dire il vero la nostra conoscenza da ragazzi non fu nè prolungata nè assidua. Alberto l'avevo incontrato a Cagliari, talvolta assieme ad amici comuni, mentre con Luigi ci si vedeva ogni tanto in darsena. Avevamo entrambi la passione della barca a vela; e questo sport ci accomunava nelle rare occasioni agonistiche. Frequentavamo due scuole diverse, lui il liceo classico, io il liceo scientifico. Abitavamo in rioni distanti. Tuttavia il ritrovarci così lontani dalla nostra città e sopratutto in queste circostanze fece nascere una solidarietà ed una cooperazione fraterna che si cementò più tardi in un'esperienza travagliata e avventurosa.

Giustino, il pastore, da tempo immemorabile si era staccato dalla società civile e soltanto in circostanze eccezionali scendeva in paese. Ci aveva aiutato moltissimo a risolvere - sopratutto inizialmente - tutti quei problemi legati alla sopravvivenza, sconosciuti ai ragazzi di città. Per prima cosa ci insegnò come si costruisce una capanna di veri carbonai. Riuscimmo a realizzare il Capanno in soli tre giorni. A molti vennero i calli alle mani adoperando il pennato per abbattere piante di corbezzolo e di lecci e usando il succhiello per alloggiare le zeppe fra tronco e tronco. Nessuno aveva mai usato quegli arnesi e le nostre operazioni, talvolta maldestre, richiedevano spesso l'intervento di Giustino. Oltre ad insegnarci ad adoperarli, il brav'uomo interveniva a curare i nostri frequenti infortuni sul lavoro, utilizzando una sua personale medicina d'urgenza.

Imparai così che una larga cinta di cuoio, solitamente usata per tenere su i pantaloni, poteva servire anche da ottimo antisettico e da cicatrizzante. Era sufficiente raschiare dalla sua parte interna, con un coltello affilato, un po' di quel materiale e metterlo sulla ferita badando prima di lavare la stessa con dell'urina appena emessa dall'infortunato. Agli scettici Giustino raccontava di aver appreso quelle cose dagli arabi durante la guerra libica.

Un giorno capitò a Mauro di avere bisogno delle cure di Giustino per disinfettare - si fa per dire - una piccola ferita al pollice destro. Il pastore non si fece pregare. Si lavò accuratamente le mani, si slacciò dai calzoni quella sua larga cinta, già servita per tantissimi interventi, la poggiò su una panca e con il suo coltello a serramanico affilatissimo si accinse a raschiarne un poco di materiale. Si rivolse quindi all'infortunato e disse:

- " Bene; adesso tocca a te. Devi toglierti dalle braghe l'uccello e devi pisciarti la ferita. Ma, mi raccomando, prima un poco per terra, poi, soltanto dopo, sulla ferita."-

Questa operazione, fatta con naturalezza quando dobbiamo soddisfare il bisogno impellente di vuotare la vescica, diventava una cosa complicata per il nostro uomo che - dopo aver slacciato due bottoni della brachetta - si attardava a frugare tra le mutande senza riuscire a tirarla fuori; tanto da sollecitare l'intervento ironico del vecchio:

-E ché, tu hai bisogno d'aiuto?"-

La risposta dell'infortunato fu impacciata , ma pronta:

- "Gli è che non lo trovo" -

Il freddo intenso, l'essere costretto a usare la mano sinistra e quella messa in scena gli avevano giocato un brutto scherzo: il pistolino gli si era ritirato tra le pieghe dei mutandoni militari e non aveva nessuna intenzione di farsi trovare. Così il pastore, questa volta con voce paterna, gli disse:

-"Va bene; ho capito: hai bisogno d'aiuto"-

Finì di sbottonargli gli altri due bottoni e vi infilò la sua mano dopo essersela scaldata per un poco con l'alito. Cercò - ma senza fretta - soffermandosi certamente più del necessario se, quando glielo tirò fuori, il pistolino si era sufficientemente rinfrancato. Alberto che era accanto a lui gli disse:

- "Adesso muoviti; è ora che piloti tu. Il doppio comando è finito." -

Nella nostra capanna, per quanto grande, non esistevano separazioni; tutti i presenti assistevano alla medicazione; e mentre alcuni non badavano assolutamente all'operazione, altri intorno lo incitavano con un prolungato "psc..." emesso in coro. Ma il nostro uomo, sempre più inibito, se ne stava lì con l'uccello in mano, rosso in viso, senza riuscire a fare nemmeno una goccia di urina su quel dito sanguinante.

Alberto, come al solito provocante, si avvicinò e con mossa rapida gli pisciò abbondantemente il dito. Mauro non ritrasse la mano; anzi - quasi con riconoscenza - la mise a fuoco e la rigirò in modo che la ferita ne fosse completamente investita.

Il pastore non disse una parola. Guardò prima l'uno poi l'altro; fece una smorfia di disappunto, infine - molto serio - si mise a grattare il cuoio dalla sua cinta. Ne prelevò un pizzico e lo distribuì sulla piccola ferita tenendolo pressato per un poco con l'indice della sua mano pelosa. Era visibilmente contrariato. Probabilmente era stata la prima volta che aveva derogato dal sacrosanto principio che l'urina dovesse essere emessa solo dall'infortunato.

Il telegrafista e il Micio

Franco, aviere-radiotelegrafista, da qualche tempo tentava di convincere il tenente Mario a fargli recuperare una ricetrasmittente dall'areoporto di Rimini. Sarebbe servita a metterci in contatto col Micio (Movimento e Informazione delle Colonne Italiane Operative).

Si trattava di un'organizzazione clandestina che teneva i contatti con gli Alleati e coordinava le operazioni di disturbo e di sabotaggio. L'impresa presentava molti rischi. I tedeschi avevano oramai preso pieno possesso del campo ed il Capo non se la sentiva di assumersi questa responsabilità.

Ma finalmente - confortato dalla adesione entusiasta di tutti i ragazzi - cedette. Franco volle condurre l'azione da solo. Chiunque l'avesse accompagnato sarebbe stato solo un impiccio.

Lasciò il Capanno nottetempo e si recò da Martino, un suo collega aviere in forza al 16deg. Stormo da Caccia, in servizio attivo con la Repubblica Sociale. Quando i tedeschi occuparono il campo non se l'era sentita di andarsene. Meridionale d'origine, si era sposato con una ragazza di Mercatino, un piccolo centro ai piedi del monte Titano, e lì viveva coi parenti della moglie e con due figlioletti.

Martino lo ricevette con entusiasmo - anche se abbastanza imbarazzato per non aver disertato anche lui. La sua fu una scelta obbligata per via della famiglia. Se fosse stato scapolo sarebbe andato anche lui alla macchia.

Presero quello strano trenino a vapore che congiungeva Mercatino con Rimini ed entrambi si avviarono verso il campo d'aviazione situato a mezza strada. Durante il breve tragitto i due concertarono il piano d'azione. Entrambi conoscevano perfettamente la struttura, la disposizione dei locali e l'ubicazione dei posti di guardia e delle sentinelle.

Il punto più vulnerabile era certamente quello a fine pista ove erano situati i dispositivi per l'illuminazione degli atterraggi notturni. La rete di recinzione, in quel punto, era stata parzialmente divelta da un recente bombardamento, ed era facile portare fuori le apparecchiature.

Si divisero i compiti. Martino, essendo autorizzato ad entrare dal posto di guardia, avrebbe avuto buon gioco a portarsi via dal magazzeno-stralcio - di cui aveva il deposito fiduciario - ciò che gli serviva. I tedeschi non avrebbero fatto mai alcun controllo su del materiale dichiarato oramai in disuso. Franco si sarebbe diretto, per una stradina esterna al campo, verso l'altra estremità della pista, dove avrebbe atteso il compagno. Tutto fu progettato nel migliore dei modi e fu addirittura possibile includere nel trasporto anche una grossa pesante batteria per alimentare le apparecchiature.

Martino si presentò all'ingresso e i tedeschi di guardia gli controllarono i documenti e lo fecero passare. Il campo a quell'ora era quasi deserto. Non molto lontano dalla fureria c'era un triciclo per la pulizia dei viali. Martino ci montò su e lo portò dietro al magazzeno. Poi apri la porta del deposito, si accertò che nessuno passasse in quel momento e se la richiuse immediatamente dietro. La cosa non era stata predisposta prima e gli occorse del tempo per individuare ciò che doveva prelevare. Mise tutto dentro un sacco e con qualche fatica gli fece scavalcare il muretto. Poi - richiusa la finestrina e la porta e girando dietro al caseggiato - caricò tutto sul triciclo e con calma si diresse verso il limite sud della pista. Era tranquillo. Aveva tutta l'aria di portare della mondezza alla discarica situata oltre la pista. Aiutato dall'amico, fecero passare il triciclo nella stradina esterna e, pedalando a turno, si diressero verso la stazioncina.

Quando giunsero presso il treno, risero di gusto. Si abbracciarono e Martino gli augurò buona fortuna. Franco caricò il suo prezioso bottino sul trenino e la notte stessa fu in grado di riprendere la strada per la montagna con un cavallo che l'amico era riuscito a procurargli.

Fu accolto con entusiasmo e lo portammo in trionfo fino alla baracca del Comando. Ci rendevamo perfettamente conto che le apparecchiature che aveva portato rappresentavano forse la soluzione di gran parte dei nostri problemi e sopratutto ci consentivano di comunicare con quel mondo che a noi interessava contattare.

Ce la mise tutta per sintonizzarsi con il Micio . Per qualche tempo stemmo tutti incollati accanto a lui per seguirlo mentre rimetteva in sesto gli apparecchi. Le batterie erano perfette, ma la ricetrasmittente aveva dei condensatori inservibili. Secondo lui si trattava di cosa da poco. Tuttavia fu necessaria un'altra spedizione per procurare i pezzi di ricambio che questa volta arrivarono in gran copia, costituendo un doppione di scorta di tutti i componenti elettronici più importanti.

Quando dalla cuffia udimmo il brusio della ricezione di messaggi, saltammo tutti freneticamente, come ragazzini all'ora di ricreazione. Il Micio trasmetteva da una località molto più a sud della nostra e si riceveva chiaro e forte. Erano messaggi circolari senza indirizzo preciso ed erano riferiti a raccomandazioni generiche di comportamento utili per ostacolare le operazioni dell'esercito tedesco e ai dati della sintonia che venivano ripetuti in continuazione per consentire la comunicazione diretta.

Franco faceva ogni sforzo possibile per collegarsi anche in trasmissione oltre che in ricezione. Ripeteva in continuazione l'appello:

-"Siamo il gruppo del tenente Mario e trasmettiamo su lunghezza d'onda di 50 metri pari a 5,9 Megahertz, se siete in ascolto rispondeteci. Passo e chiudo." -

Ed ecco finalmente, dopo molti tentativi, la risposta:

- "Pronto. Qui Micio. Vi sentiamo forte e chiaro. Attenzione siete molto scoperti. Non date più nessuna indicazione particolareggiata e limitate le vostre comunicazioni all'essenziale. Non rimanete molto sulla stessa frequenza. Presto vi forniremo il codice. Così potrete comunicarci le coordinate. Noi siamo in ascolto ventiquattr'ore su ventiquattro. Non c'è bisogno di prendere nessun appuntamento , ma sono preferibili le ore notturne. Passo e chiudo." -

Finalmente avevamo un interlocutore a cui affidarci e da cui avere qualche direttiva coerente.

Rispondemmo subito:

- " Pronto... Pronto... Anche noi vi riceviamo forte e chiaro. Siamo quasi allo stremo. Abbiamo pochi viveri, poche armi, poche munizioni e tanto freddo... Ma in compenso abbiamo il morale alle stelle, disposti a tutto pur di cacciare i tedeschi e i fascisti dal nostro Paese. A risentirci presto. Passo e chiudo". -

Il tenente Mario e Cecilia.

La fervente risposta al Micio l'aveva voluta dare direttamente lui, il tenente Mario; il capo eletto democraticamente da tutti noi.

Nel nostro gruppo c'erano pochi ufficiali e la scolarità era prevalentemente a livello elementare. Nessuno di noi aveva chiesto a Mario se ufficiale lui lo fosse realmente.

Lo chiamammo così da subito: da quando si formò il gruppo dopo l'otto settembre che fu costituito in maggior parte da avieri, da una decina di militari dell'esercito e qualche marinaio.

Le armerie delle caserme, vuotatesi subito dopo l'annuncio dell'armistizio, furono l'oggetto dei suoi colpi di mano che conduceva velocemente e in modo incruento. Purtroppo, dopo appena qualche giorno, i militari tedeschi ripresero il sopravvento e fu impossibile proseguire su quella linea. Pensò allora di sfruttare il vantaggio del possesso di esplosivi per sabotare la linea ferroviaria che aveva a portata di mano e distava dal Capanno poche decine di chilometri. Cominciò facendo crollare qualche viadotto di scarsa importanza. Poi fece il gran colpo con un convoglio militare, favorito in gran parte da una serie di circostanze fortunate. Era lui il primo ad ammetterlo. Molto spesso diceva:

- "E' stato solo un colpo di fortuna. Vi dico io perché l'azione é riuscita: soltanto per cinque buoni motivi. Primo: il mio amico tabaccaio mi ha dato la possibilità di sapere di un movimento sospetto di sorveglianza da parte delle truppe tedesche, svolte sulla tratta ferroviaria : ciò era il segno che qualche convoglio importante doveva passare da lì dopo non molto. Secondo: disponevamo, nei pressi, di una certa quantità di dinamite. Terzo: il convoglio, cosa rarissima, è passato in perfetto orario rispetto alla comunicazione avuta dalla nostra postazione. Quarto: la staffetta armata, che precedeva il treno di circa quattro minuti, non si è accorta di nulla passando nel punto in cui erano state piazzate le cariche. Quinto: il caso volle che le cariche esplodessero proprio sotto un vagone carico di munizioni. " -

Ma questo non era tutto vero. Senza la sua abnegazione e sopratutto il suo coraggio l'azione non sarebbe riuscita. L'attentato ebbe come conseguenza una caccia spietata da parte dei tedeschi che per diverse settimane setacciarono la zona con carri leggeri ed autoblinde ritorcendo la loro rabbia impotente sulle popolazioni e i contadini dei cascinali, anche quelli molto lontani dal luogo dell'esplosione. Questo fatto contribuì a creare in lui un grave complesso di colpa. Spesso ci diceva:

- "Per quanto la guerra sia sporca - e si sa bene che la morte del nemico rappresenta la nostra vittoria - mi rammarica il fatto di essere stato la causa di sventura per tanti innocenti che nulla avevano a che fare con essa. Riuscirò mai a sapere quanti bambini o quante donne e vecchi sono stati coinvolti da me in questa vicenda?

Non valeva rispondergli che oramai tutti eravamo in guerra. Anche quei vecchi e bambini di cui lui parlava. Tuttavia la sua convinzione era che a tutto ciò dovesse pur esserci un limite. Secondo lui anche una guerra poteva avere le sue regole ed essere condotta lealmente.

Ma il tenente Mario aveva anche una storia sentimentale. Era il solo che poteva permettersi questo lusso. Uno slogan, inventato dai ragazzi, esorcizzava ogni desiderio o invidia: <<"Le donne non abbondano alla macchia; e se ce n'è una se la prende il Capo.">>

Giustino l'anziano pastore aveva una nipote, Cecilia, che ogni settimana gli portava le provviste dal paese a dorso di mulo. Era una ragazza di diciannove anni con le lentiggini ed i capelli fulvi. Aveva un corpicino aggraziato ed una vocina dolce di adolescente. Dimostrava certamente molto meno della sua età. Galeotto fu il fatto che, ignara di tutto, in uno dei suoi viaggi aveva scoperto, con sua grande meraviglia, che suo nonno era in compagnia di uno stuolo di bei giovanotti. Sulle prime il vecchio si stizzi della sua sfrontatezza nel trattare i ragazzi, poi pian piano si rassegnò e la lasciò fare senza più rimproverarla. Ben presto ci accorgemmo della sua scelta definitiva: non aveva più voglia di scherzare con noi. L'ape regina aveva adottato la tattica di volare più in alto possibile, per distanziare definitivamente quella moltitudine inconcludente di fuchi, che null'altro potevano offrirle se non baruffe e gelosie. Aveva favorito quello che poteva garantirle una relazione tranquilla e protetta pur essendo costretta a frequentare un centinaio di persone. Diventò ufficialmente la donna del Capo.

Veniva su al Capanno con frequenze sempre più ravvicinate. Anche due o tre volte la settimana. Era diventata la nostra postina e confidente ed ormai nel gruppo aveva assunto il ruolo che le competeva. Era rispettata da tutti e nessuno osava azzardare su lei la benché minima confidenza. Trascorreva il tempo prevalentemente con Mario e spesso si appartavano per fare all'amore lontano dal Capanno.

Quando appariva giù dal sentiero col muletto che portava in sella una bisaccia stracolma di mille cose, chiunque di noi la vedesse per primo, correva ad avvertirlo e lui amorevolmente le andava incontro e l'abbracciava e baciava con grande effusione in presenza di tutti. Poi si allontanavano per i viottoli che si inerpicavano verso la sorgente e sparivano; mentre il mulo proseguiva il suo cammino verso di noi, per abbeverarsi nell'acqua limpida della vasca, scavata nella roccia di fronte alla capanna del pastore. Talvolta passavano delle ore prima che ritornassero.

Noi intanto scaricavamo il mulo e cercavamo di mettere ordine in tutte quelle cose, utili e meno utili, portate da Cecilia. Un giorno vi trovammo anche dei bigodini. Fu l'occasione ottima per sfottere Tarcisio, il barbiere , che da qualche tempo si appartava sempre più spesso con Vittorio, il cuoco della compagnia.

Quando stava al Capanno, Cecilia, da brava donna di casa, provvedeva a rammendarci qualche pedalino, ormai ridotto ad un unico buco, e a governare il nonno diventato col tempo sempre più scorbutico e trascurato.

Da qualche settimana lo sostituiva spesso anche al pascolo delle capre. Ma gli animali erano tanti e non ce l'avrebbe mai fatta a governarli tutti se Mario non le avesse assegnato una scorta che a turno ognuno di noi effettuava disciplinatamente. Era questa l'occasione per stare un poco con lei a discorrere. Parlava con noi come avrebbe fatto con dei fratelli: senza nessuna malizia.

Ci raccontava della sua infanzia vissuta in una casa misera e angusta e di tutte le peripezie affrontate durante le incursioni compiute in paese dai tedeschi in occasione dell'attentato al treno. I suoi racconti erano sempre di un realismo sconcertante. Ci descrisse - con una lucidità da fare invidia ad un reporter - quanto era accaduto ai suoi quando i militari si presentarono armati nelle loro misere case.

Per tre giorni consecutivi, i tedeschi imperversarono nelle campagne compiendo atti vandalici e rappresaglie. Diedero fuoco a tutto il fieno faticosamente raccolto nella stagione calda e uccisero una gran quantità di animali. Pretendevano che i paesani denunciassero i responsabili dell'attentato, ma nessuno parlò, mai.

Un giorno capitò a me di accompagnarla e mentre stavamo su una roccia per controllare che le capre non si allontanassero, le chiesi a bruciapelo se fosse stata capace di resistere a delle torture senza denunciarci. Visibilmente sconcertata sollevò di scatto quella sua chioma fulva e mi fissò negli occhi con uno sguardo di sfida:

-"Tu mi stai prendendo in giro; vero? Sono convinta che tu sai perfettamente cosa sarei capace di fare."-

E mentre parlava, prese un grosso spillo che fermava il fazzolettone che teneva al collo e, senza smettere di fissarmi, se lo conficcò nel palmo della mano.

Era uno spillo abbastanza grosso e quando se lo tolse con uno strappo, molte gocce di sangue caddero sul tufo bianco della montagna. I muscoli del suo viso non ebbero una contrazione. Si chinò su quel sangue e lo ricoperse con una manciata di terra. Questo voleva dire che la dimostrazione era finita e non ne doveva rimanere nessuna traccia. Mi guardò ancora in viso e disse:

-"La Cecilia, ricordatelo bene, è capace di morire prima di tradire".-

Facemmo subito la pace e lei mi promise che del fatto non ne avrebbe fatto parola con Mario.

* * *

Capitolo Terzo: Il Rag. Guglielmo Persicetti.

Lisa, Marta e Guglielmo.

Avevo già conosciuto il tenente Mario sul bagnasciuga della meravigliosa spiaggia di Rimini alla fine dell'agosto del '43. Si chiamava allora Guglielmo Persicetti, aveva ventisette anni, era contabile in una banca di Bergamo ed era stato richiamato sotto le armi in cavalleria leggera. Un leggero vento di levante increspava appena l'acqua e, nonostante la guerra, il mare pullulava di tanta umanità tutta nuda che, come d'incanto, sembrava essersi scrollata di dosso tutti quegli orpelli militari di cui l'entro terra e le strade cittadine facevano bella mostra.

Mi trovavo a Rimini in licenza di convalescenza, dopo una brutta ferita al piede destro, causata da una scheggia di granata. Quel giorno avevo deciso di fare il primo bagno della stagione e me ne stavo coi piedi nel bagnasciuga.

Lui remava su un pattìno a pochi metri dalla riva e sul sedile di fronte aveva due strepitose ragazze. Nonostante fosse alto e muscoloso, remava un poco fiacco e le ragazze mi fissavano sfacciatamente. Guardavo le ragazze, ma vedevo anche il loro accompagnatore che, nonostante la mia intrusione, mi sembrava abbastanza conciliante. Ne ero certo; il suo vero interesse forse si limitava ad una sola delle due bellissime ragazze. Mi feci coraggio e attaccai bottone con la meno alta, in quel momento più vicina a me. Intuivo fosse la più disponibile.

Le chiesi se era del posto e lei con un sorriso rispose di no: era lì solo per una breve vacanza. Incoraggiato da questa disponibilità, arrivammo senza indugio alle presentazioni. Il loro compagno mi disse di essere attualmente in forza al 6deg. Cavalleggeri di Pisa e di essere a Rimini ospite di un parente. Loro erano studentesse. Lisa, la meno alta, frequentava a Torino la quarta classe del liceo artistico; l'altra, Marta, di origine calabrese, ma residente a Bologna, frequentava la terza del liceo classico; entrambe erano alloggiate in una pensione del lungomare ed occupavano la stessa camera.

Dissi di avere appena finito il corso di ufficiale pilota ed ero in attesa di essere trasferito in un reparto combattente. Mi invitarono a salire sul pattìno e per una mezzora diedi sfoggio delle mie capacità di voga e della dimestichezza col mare. Rimanemmo assieme tutta la mattina e quando mi congedai promisi di rifarmi vivo nel pomeriggio al Continental.

Era questa una sala da ballo di second'ordine, ma abbastanza decorosa. Tutti furono entusiasti della scelta. Ma all'appuntamento venne soltanto Lisa. L'amica aveva preferito andare al cinema per vedere 'Una romantica avventura' in compagnia di Guglielmo.

Ballammo per un poco, avvinghiati l'uno all'altro come due valve di cozza. Ballavamo soltanto in quattro quarti, trasformando anche i ritmi più scatenati dell'orchestrina in languidi e strascicati tanghi. Lei si strusciava dolcemente col suo grembo contro il mio, tenendo il capo leggermente all'indietro ed offrendo ai miei occhi avidi la sua scollatura a calice, che mostrava, a distanza ravvicinata, il suo petto turgido, scoperto fin quasi ai capezzoli. Sin dall'inizio della serata, mi ero convinto della sua disponibilità.

Il programma probabilmente contemplava solo pochissime varianti. Il fatto che lei fosse venuta sola e l'amica fosse impegnata per oltre due ore, lasciando libera la stanza dell'albergo, significava, un totale via libera ad una serata di sogno, a letto, nella sua stanza.

Tuttavia il suo comportamento non mi risultava completamente decifrabile. Mentre alcuni suoi segnali sembravano connotare una ragazza calda e spregiudicata, altri invece parevano esprimere, con gran disappunto, un modo di fare ancora acerbo e ingenuo. Prima di impegnarmi in proposte azzardate cercai di sondare meglio la sua personalità e col pretesto del caldo, la invitai fuori nel grande viale alberato del lungomare. Cercammo un posticino appartato in un giardinetto accanto ad una fontanella e ci sedemmo l'uno vicino all'altro. Le fioche lampade azzurrate per l'oscuramento antiaereo avrebbero favorito una maggior intimità e così avrei finalmente risolto il dilemma. Fu Lisa a prendere la parola e lo fece in modo disinibito:

-"Vedi, ora vorrei baciarti e lo farei volentieri. Mi sei piaciuto da appena ti ho visto; ma non so come si fa. Tu non ci crederai , non ho mai baciato un uomo sulla bocca."-

Credendola una finta per adescarmi - come il boxare all'aria del pugile prima del gong - mi chinai su di lei e le sfiorai la bocca con le labbra. Non era un bacio; era un invito; speravo che, in quella posizione, si attaccasse a me e sprofondasse la sua lingua con la stessa passione dimostrata nello strusciarsi di poco prima. Ma niente accadde. Rimasi così qualche attimo, poi spazientito la strinsi e affondai la lingua nella sua bocca semichiusa.

Ci mancò poco che me la mordesse. Un tantino scoraggiato dalla sua freddezza, desistetti da un nuovo tentativo. Mi alzai e le dissi:

- "Senti cara Lisa, forse è meglio per entrambi che ti riaccompagni alla tua pensione. Sono stato uno sprovveduto, e ti chiedo scusa". -

Ma lei non sembrava dimostrare molta frustrazione per quanto era accaduto. Anzi sembrava quasi più spavalda di prima.

- "Ma cosa pensi mai; credi forse che non sappia cosa si prova anche se non ho fatto mai all'amore con un uomo? Potrei raccontarti qualcosa che sicuramente ti convincerebbe del contrario. Ma ho vergogna! Se ti raccontassi la verità mi giudicheresti male. Forse penseresti che sono una pervertita".-

Solo un'altra volta mi era capitato di avere a che fare con una ragazza veramente ingenua ed avevo rischiato di sposarla. Nonostante mi ritenessi un ragazzo spregiudicato, non avevo fino ad allora mai abusato di un imene integro; ed ora mi veniva in mente che forse anche Lisa era vergine. Lei si accorse del mio imbarazzo e, dopo avermi guardato maliziosamente, incalzò:

- " Bene. Se tu continui a tenermi il broncio, allora te lo dico! Ho fatto all'amore con un pesce." -

Al mio gesto spazientito e di protesta lei replicò:

-"Si, un pesce; un pesce vivo"-

Dopo questo suo insistere credetti di essere di fronte ad una mitomane e per chiudere definitivamente l'argomento le dissi:

-"Va bene! Hai fatto l'amore con un pesce vivo, ma adesso andiamo a casa. Si è fatto tardi".-

Avevo dato all'Università qualche esame di psichiatria e di psicologia e cercavo di capire di quale psicopatologia si trattasse. Non avevo letto niente del genere in nessun testo. Di fronte alla mia manifesta incredulità lei disse ancora:

- "Ma cosa pensi? Che si tratti di un delfino o di una balena? Ma allora o sei tutto scemo o mi credi proprio matta. Era solo un'anguilla". -

Non mi trattenni dal farle eco.

- "Un'anguilla? Ma cosa ti passa nel cervello?"-

Fino a quel momento li avevo considerati discorsi di una mente malata; ma d'un tratto, pensando alla forma di quel pesce viscido, la soluzione mi fu chiara e cambiai atteggiamento. Lei rideva osservando il mio sconcerto e questa volta appariva più graziosa del solito. Il viso le si era colorato di un diffuso rossore e gli occhi sembrava brillassero di luce propria. Mi tirò per un braccio, mi fece sedere nuovamente sulla panchina e cominciò a raccontare la sua storia sentimentale con l'anguilla.

La figlia del pescatore.

Nelle scuole medie inferiori aveva avuto come compagna una ragazza di Chioggia figlia di pescatori. Facevano i compiti assieme e trascorrevano assieme anche le vacanze. Spesso andava dall'amica anche il fine settimana ed avevano modo di appartarsi e di eludere il controllo dei genitori. Si confidavano anche le più segrete cose e la sua amica, molto più smaliziata ed esperta, le faceva scuola. Cominciarono coll'esplorarsi di fronte ad un grande specchio e talvolta si cimentavano in qualche esperienza pratica, accarezzandosi reciprocamente i seni e spingendo le dita giù in basso.

Quanto lei andava raccontandomi trovava riscontro anche in ciò che io avevo letto nei libri. In definitiva le scoperte sessuali della donna erano certamente assai diverse da quelle dell'uomo. Il ragazzo di solito non si dedica a questo tipo di esplorazioni. Non ne ha bisogno. Ha tutto allo scoperto, facilmente raggiungibile, ma sopratutto facilmente visibile. E' in grado di sperimentare, sin da piccolo e senza molte complicazioni, le diverse sensazioni prodotte dalle possibili manipolazioni. La donna, al contrario, ha tutto nascosto all'interno ; ed anche le parti esterne sono accuratamente occultate, per cui la visione diretta ne risulta compromessa. A ciò si aggiunga l'ostacolo costituito dall'imene che diventa per la donna, oltre che barriera fisica, anche un grave impedimento morale.

Fu questo l'insormontabile tabù che spinse le due ragazze a sperimentare tutto quanto fosse possibile fare, senza creare guasti irreparabili e senza però mai baciarsi sulla bocca. Lisa diede a ciò una sua spiegazione.

Infatti una volta l'amica, dopo averla generosamente baciata in alcune parti del corpo, passò repentinamente alla sua bocca. A lei venne in mente qualcosa di schifoso e le disse che non le piaceva. Così l'amica non ci riprovò più.

Le sedute di volta in volta diventarono sempre più appaganti. Erano sempre condotte in perfetta intesa. Una sera, dopo i compiti di scuola, l'amica le disse raggiante:

- "Oggi ti farò provare una cosa nuova. Vedrai, questa ti piacerà moltissimo. Ma devi promettermi di fare ciò che ti dirò senza ribellarti e senza chiedere alcuna spiegazione. Ti dirò tutto dopo."-

Prese un fazzolettone e le bendò gli occhi. Poi la denudò completamente e la fece sdraiare sul letto, facendole divaricare le gambe. Lisa attese paziente, poi sentì che l'amica le veniva vicina coricandosi accanto a lei.

Sentiva che qualcosa la penetrava senza però farle male, come qualche volta le era capitato usando il dito. Una sensazione piacevole la pervase ed il suo grembo istintivamente si inarcò e le sue ginocchia si aprirono di più. Sentiva che quel qualcosa che le frugava dentro scivolava, si inturgidiva, si ripiegava, saltava fuori, rientrava; scopriva sensazioni mai provate che la portavano alla soglia dell'orgasmo.

A tratti tutto improvvisamente cessava per ricominciare subito dopo, accompagnata da una prolungata sensazione di piacere diffuso, che andava via via aumentando per qualche minuto. Poi con un urlo appena represso fece capire all'amica che aveva raggiunto il suo primo vero orgasmo.

Ella la baciò ripetutamente sui seni e stettero teneramente abbracciate fino a quando Lisa non si tolse la benda e vide l'amica che, a sua volta, si faceva penetrare da una anguilla viva che, tenuta ben stretta con un guanto di panno, guizzava magistralmente. Rimase colpita e fece una smorfia di disgusto. Ma presto le tornò il sorriso e chiese:

- "Non credi che possa essere pericoloso?" -

Allora l'amica, senza smettere, la rassicurò:

-" Stai tranquilla è fresca di giornata. Dopo che avrà compiuto questa sua fatica la rimetterò a guazzare assieme alle altre nell'acquario da dove mio padre le prenderà domani per portarle al mercato."-

Lisa mi confessò di avere provato per l'anguilla un profondo senso di compassione e non potei trattenermi dal chiederle:

-"Compassione per un'anguilla che ti ha masturbato?".-

-"No, rispose lei con un sorriso malizioso, per un amante condannato a morte." -

Il racconto di Lisa fu convincente. E finalmente capii con chi avevo a che fare. Quando finì di raccontare la baciai teneramente sugli occhi e le chiesi di farmi salire in camera sua promettendole di comportarmi da gentiluomo. Non le avrei fatto nulla di male.

La sua pensione non era distante dal giardinetto. Quando vi giungemmo eravamo già cotti, naturalmente ciascuno a suo modo. Lisa volle spogliarmi con le sue mani e, man mano che scopriva un poco della mia pelle, la baciava con trasporto. Anch'io facevo lo stesso con lei e così, dopo poco, ci trovammo completamente nudi, l'uno di fronte all'altra. La coricai sul letto e mi adagiai sopra di lei. Volli mantenere fede alla parola data e non feci nulla per penetrarla. Mi limitavo a baciarle i capezzoli e a strofinarmi su di lei. Ci fu un momento in cui, per un attimo, persi le staffe e spinsi un pò più in fondo. Ma lei ebbe un sussulto ed il suo viso tradì una smorfia di dolore. Mi ritrassi, e in quello stesso momento raggiunsi l'orgasmo sul suo ombelico.

La caduta delle mura di Gerico.

In seguito ci vedemmo quasi ogni giorno, alcune volte con Marta e Guglielmo, altre da soli.

Se eravamo in gruppo, in genere si andava a ballare; altrimenti, per tacito accordo, utilizzavamo la stanzetta della pensione. Il gran giorno per Lisa fu il giovedì del sette settembre. I suoi due amici ci avevano detto esplicitamente che sarebbero andati al mare e avrebbero fatto il bagno; noi quindi potevamo utilizzare il letto. Nei giorni precedenti, avevamo avuto poche occasioni di appartarci e quando lo facevamo rimanevo sempre fedele alla parola data.

Questa volta ci stendemmo sul letto vestiti. Nessuno aveva voglia di parlare. Lisa mi strinse la mano. Non mi sentivo di riprendere il suo gioco che, se soddisfaceva lei, a me al contrario lasciava un terribile senso di vuoto dentro.

Mi sembrava di ripetere una situazione già vissuta nell'infanzia quando, con le amichette di una mia sorellina, giocavamo al gioco del dottore. Avevo allora undici anni e mia sorellina e le sue amichette otto. Avevamo costruito nel giardino di casa la nostra clinica con delle grandi casse che a mio padre, medico e ufficiale sanitario del Comune, arrivavano piene di medicinali. E lì - al riparo dagli sguardi indiscreti dei genitori - facevo tranquillamente le mie 'visite'.

Le pazienti dovevano entrare una per volta ed io le ispezionavo con cura. Tastavo loro il polso; auscultavo il torace, in cui già cominciava a delinearsi - appena percettibile - il turgore dei seni; abbassavo le loro mutandine che coprivano solo una piccola fessura, senza l'ombra di peluria; e, con gesto serio e professionale le ispezionavo minuziosamente, senza fare mai nulla che travalicasse la deontologia professionale.

Mia sorellina fungeva da infermiera e stava fuori, seduta all'ingresso. Smistava le pazienti inviandomi dei foglietti, redatti con quella sua larga calligrafia di terza elementare, in cui c'era scritto nome cognome e malattia. Dovevo condurre la visita sulla base della patologia dichiarata dalla paziente. Tutte denunciavano disturbi al basso ventre o gravidanze, per cui dovevo limitare la innocente attività, alla specialità da loro desiderata.

Mia sorellina, qualche mese dopo si ammalò, purtroppo realmente, di tubercolosi bronco alveolare: malattia allora incurabile, che se la portò via in pochissimi giorni. Rimasi scioccato dalla sua morte e per moltissimo tempo sentii la mancanza di quella preziosa e fedele compagna di giochi.

Rimasi accanto a Lisa senza parlare per molti minuti ed anche lei se ne stava accanto a me con gli occhi fissi sul soffitto in cui, all'angolo di un grande riquadro formato da tralci di vite coi pampini autunnali, vi erano disegnati due amorini abbracciati. Accortasi della mia indifferenza, fu lei a prendere l'iniziativa. Si girò dalla mia parte e mi baciò sulla bocca. Lo fece senza passione, ma con slancio; come se, contravvenendo ai suoi rigidi propositi, volesse comunicarmi qualcosa che non aveva il coraggio di dirmi. Quella sensazione dolce e del tutto inattesa della sua saliva mi ricondusse alla realtà. La baciai a mia volta e questa volta mi sentii perfettamente corrisposto. Anche lei aveva raggiunto il più alto diapason del desiderio, e nella sua testa già suonavano le trombe che potevano far crollare le mura di Gerico.

Ad un tratto si mise a cavalcioni su di me e rapidamente mi sbottonò i pantaloni. Notai che lei questa volta non aveva le mutandine. Fece un tentativo di penetrarsi, ma per la gran foga dei suoi movimenti fallì.

Reputai fosse giunto il momento sperato. Ci rotolammo nel letto e cambiammo posizione. Iniziai le consuete manovre, ma lei non ruotava il suo grembo come faceva le prime volte; rimaneva immobile. Presi coraggio e affondai lentamente su di lei tenendomi con un braccio sollevato per graduare il più possibile la pressione.

I suoi occhi erano chiusi ed il suo viso si contraeva debolmente. Pensai di desistere. Oltre alla sua smorfia di dolore, notavo una certa resistenza alla penetrazione - che francamente, dopo le sue confessioni, non ritenevo giustificata - e feci la mossa per sollevarmi. Ma in quello stesso momento lei con uno scatto inarcò il grembo e si avvinghiò a me con le gambe. Era fatta. Dovetti solo proseguire quanto lei aveva appena cominciato.

Quando al primo tentativo mi disse di avere provato soltanto dolore, ma che comunque era stata una cosa bellissima, e quando vidi quella macchia di sangue sulle coperte pensai di non replicare. Già quasi il rimorso stava prendendo il sopravvento. Ma lei mi abbracciò ancora con effusione ed il trasporto affettuoso col quale mi baciava sulla bocca mi fece capire che quella estemporanea terapia d'urto le aveva fatto bene. Fu lei che volle continuare; ed i suoi orgasmi diventavano sempre più palesi e gratificanti, libera ormai di scatenarsi a suo piacimento. Facemmo all'amore almeno tre volte, o meglio, ci furono solo tre brevi intervalli. Dopo la terza volta fui io a dichiarare forfait. Inventai un impegno imprevisto. Le promisi che sarei stato con lei anche l'indomani e mi sarei potuto trattenere più a lungo.

La dichiarazione dell'armistizio.

L'indomani era l'otto settembre. Passeggiavo con Guglielmo di fronte al Grand Hotel chiacchierando del più e del meno, in attesa delle ragazze. Erano le sei del pomeriggio. La giornata era stata afosa ed un venticello umido teneva incollata la camicia alla pelle. La piazzetta era come al solito affollata da persone uscite dopo la pennichella pomeridiana e un altoparlante a tromba diffondeva le melodiose note di 'Blue moon'. Tutto faceva supporre che sarebbe stata una giornata come le altre. Mentre già pregustavo le gioie di una Lisa totalmente disponibile, Guglielmo si mise a parlare:

-" Non so quali siano le tue intenzioni , ma stasera mi va di stare con Marta. Questa pacchia non durerà a lungo. Fra qualche giorno le ragazze dovranno rientrare a casa per riprendere la scuola e voglio sfruttare tutto il tempo che mi rimane."-

-" Se vuoi che ti lasci libera la stanza delle ragazze, posso trovare altrove"-

-" Ma no. Oramai ci siamo affezionati al vecchio yacht, ormeggiato nel porto. Credimi il dondolio delle onde ci piace da morire." -

Il suo amico che l'aveva ospitato gli aveva lasciato le chiavi dell'imbarcazione per servirsene, se ne avesse avuto voglia. Ma lui non era un uomo di mare. Quell'imbarcazione, lunga undici metri, con quattro cuccette perfettamente arredate era per lui, più che un natante, un salotto da usare solamente da fermo e ben ormeggiato nel porto-canale. Guglielmo, in vena di confidenze, proseguì:

- " Faremo all'amore fino a sera. Sai non ti ho mai detto che la mattina che ti conobbi, tu sei stato la sola àncora di salvezza. Avevo già da tempo abbordato le ragazze, ma non ero mai riuscito a separarle. Quando ti vidi fermo nel bagnasciuga, dopo avere sentito quello che Lisa diceva di te a Marta, mi decisi a spingere il pattìno vicino a te sperando nel miracolo."-

Non potei fare a meno di chiedergli:

-" Ma di quale miracolo parli?" -

-" Del fatto che tu fossi interessato ad una delle ragazze e non certamente a Marta."-

Il miracolo avvenne e loro l'indomani poterono finalmente recarsi nell'imbarcazione, ispezionata qualche giorno prima e trovata idonea per comodità e sicurezza. Fu per lui una serata indimenticabile. Pur non scendendo nei particolari, mi fece capire quanto fuoco del sud avesse la calabresina nelle vene e quanta squisitezza del nord possedesse sulle labbra. Per un settentrionale poteva rappresentare la donna ideale da portare anche all'altare.

Ma ad un tratto, notammo intorno a noi uno strano brusio. Vedemmo la gente, che passeggiava sul lungo mare, agitarsi e correre verso l'hotel come impazzita. Sulle prime pensammo ad una imminente incursione aerea. Talvolta era capitato qualche bombardamento improvviso, senza la sirena d'allarme; ma questa volta si trattava di ben altro. Abbandonammo il luogo dell'appuntamento, fissato per le otto ed istintivamente seguimmo la scia della gente che correva. Giungemmo ai margini dell'assembramento, che oramai era diventata folla, giusto in tempo per sentire: <<...deve cessare ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi provenienza>>.

Non ci rendemmo subito conto dell'accaduto. Un signore anziano, vicino a noi, disse:

-"Pare che Badoglio abbia dichiarato formalmente che il nostro governo ha dovuto chiedere un armistizio al generale americano Eisenhower".-

La folla oramai accalcatasi numerosa reagì prima con un senso di stupore, quasi incredula, poi qualcuno si lasciò trasportare dall'euforia e gridò:

- "La guerra è finita. Viva Badoglio". -

Noi due ci guardammo in viso con aria sgomenta. Guglielmo diventato improvvisamente molto serio mi disse:

-"Il bello dovrà ancora venire. Questa gente crede realmente che la guerra sia finita. Ma non è così. Vorrei sbagliarmi , ma i tedeschi non ci perdoneranno questo voltafaccia."-

Preoccupato, ma meno pessimista di lui, soggiunsi:

-"Non credo che nemmeno loro abbiano voglia di durarla per molto. Gli anglo-americani hanno ormai rimesso piede in Europa sin dal 9 luglio e di questo debbono aver parlato Hitler e Mussolini nel loro recente incontro. Non penso che dopo l'ingloriosa prigionia del Duce, Hitler abbia voglia di fare la sua stessa fine".-

Ma Guglielmo non era d'accordo:

-"Vedi i tedeschi non sono come noi italiani. Li ho conosciuti bene in questi anni di guerra. Sono gente che va dritta per la sua strada fino in fondo. Avranno magari dei grandi paraocchi che non consentono loro di vedere quanto capita attorno, ma ciò che sta davanti lo vedono benissimo. Purtroppo davanti hanno ancora un capo, che comunque lo si giudichi, delinquente o matto, indica loro ancora e pervicacemente una strada da seguire. E vedrai che la seguiranno."-

Tutto sommato anch'io la pensavo così. Ma per amore di polemica dissi:

-"Ci sono molti segnali che ci fanno capire che i tedeschi sono anche loro stufi della guerra. Quando il venticinque luglio hanno arrestato Mussolini sarebbero potuti intervenire facilmente per liberarlo. La sua prigione di La Maddalena in Sardegna non era poi così segreta. Del resto se fosse dipeso da te cosa avresti fatto? Avresti continuato la guerra consentendo alle truppe alleate di massacrare tutti gli italiani?" -

Il mio interlocutore, che era più vecchio di me di qualche anno, per la prima volta mi fece pesare la sua superiorità.

-"Non so cosa avrei fatto come capo di governo. Non è questo il problema. Tuttavia, per quei pochi anni di esperienza che ho più di te, capisco che uno è giudicare l'attuale provvedimento, altro è aderirvi totalmente, pensando che la cosa costituisca una soluzione definitiva. Proprio in questi giorni che verranno, noi che ci troviamo lontanissimi dal fronte degli Alleati, dovremo essere molto cauti e spiare costantemente le mosse dell'ex alleato. Solo così potremo salvarci dall'essere assoggettati completamente. Non dimentichiamoci che la nostra generazione, sia tedesca che italiana, ha bevuto con il latte l'odio per il nemico della guerra 15/18 e non credo che pochi anni di recente amicizia italo-tedesca, troppo sbandierata con parate e labari, ma assolutamente non sentita dalle due popolazioni, abbia potuto modificare qualcosa. E' mia convinzione che sia nostro dovere organizzarci per prevenire le loro mosse."-

Adesso capivo meglio dove voleva arrivare ed il suo discorso cominciava a interessarmi. A mia volta volli raccontare un episodio che confermava l'ostilità tedesca verso gli italiani.

Mi trovavo in ospedale a Firenze dopo essere stato ferito al piede destro in un bombardamento a Rifredi. Il fatto prese lo spunto dagli eventi del 25 luglio.

L'annuncio della decisione del Gran Consiglio del fascismo in cui veniva sancita la destituzione di Mussolini, l'ascoltammo mentre a mensa consumavamo la prima colazione. L'ospedale era dei migliori per le cure ortopediche e vi erano ricoverati militari di tutte le armi, compresi molti tedeschi. Ormai avevo abbandonato le stampelle e stavo per essere dimesso da una degenza durata oltre quattro mesi, per una sopraggiunta necrosi alla caviglia che minacciò di mandare in gangrena tutto il piede. Ebbi così modo di socializzare anche con i militari tedeschi ricoverati.

Heinz Burckard era un tedesco di vent'anni che essendo stato per oltre un anno in Italia capiva e parlava abbastanza bene la nostra lingua. Anche lui aveva avuto un ricovero prolungato a causa di una frattura esposta al perone ed alla tibia, che gli aveva procurato non pochi guai. Tuttavia si dimostrava allegro e gli piaceva scherzare e stare con gli altri degenti italiani, talvolta preferendoli ai suoi compatrioti.

Da qualche tempo avevamo preso l'abitudine di stare vicini a mensa e di scambiarci delle confidenze. Quella mattina un infermiere passò col carrello e distribuì la colazione in grandi ciotole bianche, utilizzando un mestolo per distribuire il caffellatte. In quel momento la radio, situata davanti a noi, diede la notizia della destituzione e dell'arresto di Mussolini.

Tra i presenti furono in molti a dimostrare apertamente la loro soddisfazione per la fine di un incubo, ed anche l'infermiere - nell'udire quella notizia - emise un evviva di gioia e fece cadere addosso al tedesco qualche goccia di latte.

Avevo Burckard di fronte e notai i suoi occhi iniettarsi di sangue. Esplose in un'ira incontrollata. Gli prese quel gran mestolo dalle mani e cominciò a picchiarlo selvaggiamente sulla testa e sul viso. Il sangue colò copiosamente sul volto allibito dell'infermiere che colto di sorpresa non riusciva a schivare i colpi. L'azione fu tanto fulminea quanto violenta. Quando intervenimmo per immobilizzarlo, aveva provocato tre o quattro ferite, fortunatamente lievi, sulla testa del malcapitato. La causa di tutto ciò? Me la disse in seguito, dopo aver scontato qualche giorno di cella di rigore:

-"Non riesco a concepire che si possa tradire così un'idea che ha fatto grande l'Italia e la Germania. E' inconcepibile che voi italiani siate così volubili. Se questo fosse capitato a noi, il popolo si sarebbe certamente ribellato. Voi non solo non avete alzato un dito, ma avete addirittura gioito."-

Avrei voluto spiegargli tante cose: che non si può tirare la corda più di tanto, che il popolo italiano aveva subìto la dittatura dieci anni prima di loro e che oramai ne era stanco, che gli italiani erano stati fin troppo acquiescenti nei confronti di Mussolini, del regime e della guerra. Avrei anche voluto dirgli che le manie di grandezza sono il primo sintomo della paranoia, che nessuno lo aveva criticato finché si era preoccupato semplicemente di governare, di fondare nuove città e di innalzare grandiosi monumenti, che i veri guai erano arrivati quando queste manie di grandezza avevano esorbitato dalla linea della ragionevolezza. Ma non gli dissi nulla. Guardava anche me con occhi cattivi.

Guglielmo aveva ascoltato il fervorino di consenso con scarsa attenzione. Ad un certo punto esclamò:

- "Abbiamo dimenticato le ragazze" -

Gli avvenimenti e i discorsi ci avevano fatto dimenticare l'appuntamento. Oramai erano le dieci passate e non ci sembrava prudente cercarle.

Il patto con Guglielmo.

Decidemmo di andare a cena insieme. Ci spostammo verso il centro della città in un locale dove sapevamo di trovare un buon piatto di pastasciutta, qualche goccia di olio buono per condire l'insalata e del pane casereccio, senza dover esibire la tessera annonaria.

Quando oltrepassammo il portico, che immette nella parte vecchia della città, notammo un gran via vai di gente in borghese ed in divisa che portava sulle braccia e sulla testa pacchi e valige molto pesanti. Entravano e uscivano dal gran portone spalancato di una caserma di fanteria e nel passare l'uno accanto all'altro si parlavano. Assomigliavano a delle formiche in doppia fila, che si scontrano e si salutano per essere certe di andare nella giusta direzione. Chi portava i pacchi in uscita veniva interpellato da chi entrava con le valige vuote. Forse chiedevano cosa si potesse ancora portar via o forse semplicemente se di roba ce n'era ancora. Si trattava di varia umanità non inseribile in una categoria precisa. Data l'ora erano in prevalenza uomini: molti di mezza età, qualche ragazzo e pochi vecchi; generalmente tutti vestiti decentemente. Mancavano del tutto gli straccioni. Forse è per questo che l'andirivieni si svolgeva in modo ordinato e quasi alla chetichella.

Durante il pasto scoprii un Guglielmo inedito. Parlava quasi sempre lui ed ormai l'argomento dominante erano le sue supposizioni sul dopo armistizio.

-"Carissimo non voglio tediarti più del necessario; ma vorrei tu pensassi più seriamente alla cosa. Noi ora ci troviamo come in un guado. Di là ci stanno gli anglo-americani, di qua ci stanno i tedeschi ed in mezzo qui ci stiamo noi."-

Aveva disposto sul tavolo la forchetta per rappresentare gli americani e il coltello per rappresentare i tedeschi: per noi la saliera.

- "Da quel che ho capito, riprese, anche tu stai dalla parte degli Alleati. Ti chiedo quindi di riflettere bene prima di rispondere alla mia domanda. Non voglio una risposta immediata! Te la sentiresti di organizzare con me un nucleo di resistenza ai tedeschi? Il legittimo governo, come hai sentito poc'anzi, paventa chiaramente una loro ritorsione armata e Badoglio lo dice, tra le righe del suo messaggio. Vogliamo aspettare che sia troppo tardi? Le scene di saccheggio delle caserme, a cui abbiamo già assistito, porranno certamente i tedeschi in allarme: sia, nel caso più fortunato, che essi vogliano tutelarsi da eventuali nostri attacchi, sia che vogliano utilizzare l'Italia come campo di battaglia, per continuare la guerra. Nel primo caso, che ritengo auspicabile, ma molto inverosimile, i tedeschi rimarranno da noi lo stretto necessario per realizzare una ritirata ordinata e possibilmente senza perdite; nel secondo, che ritengo più probabile, i tedeschi occuperanno le caserme e requisiranno ciò che è rimasto delle nostre armi per contrastare il passo agli Alleati, e la loro permanenza sarà certamente molto più lunga".

Il suo discorso era lucido e scarsamente emotivo. Gli davo atto che era stato capace di riunire le varie ipotesi in modo accettabile. Stavo per rispondere, ma lui mi fermò:

"Senti ti ho già detto che non occorre mi risponda subito."

Mi accorsi di avere di fronte non più il Guglielmo arrendevole, compagno di amori occasionali; ma un uomo fermamente determinato e volitivo.

" Potrai pensarci tranquillamente, anche tutta la notte, se quanto è capitato non ti farà dormire! Piuttosto, ciò che vivamente ti raccomando, è di non tenere in considerazione le tue ideologie, che non conosco e non voglio conoscere. Pensa solo che è in gioco la tua pelle ed al modo migliore per metterla in salvo."-

Erano parole chiare e chiudevano ogni ulteriore discussione. Ci lasciammo con la promessa di incontrarci nella pensione delle ragazze l'indomani alle dieci.

Una decisione ponderata.

Effettivamente quella notte dormii pochissimo. Pensai molto a come avrei potuto risolvere la questione personale.

Di ideologie non ne avevo, almeno di quelle radicate. Simpatizzavo molto per il socialismo democratico; naturalmente per quel poco che avevo potuto apprendere da qualche libro avuto sottomano. Non esisteva infatti una letteratura italiana ufficiale che trattasse argomenti politici che fossero diversi dal fascismo. I pochi testi in circolazione erano proibiti ed il solo possesso poteva essere fonte di seri guai. Mi aveva sempre affascinato l'idea della giustizia sociale in uno Stato democratico, disponibile non solo ad assecondare i bisogni di tutti, come radicalizzavano Marx ed Hengel, ma anche a stimolare le capacità e le naturali predisposizioni di ciascuno. Mi entusiasmava il pensiero di una libertà di pensiero e di azione, limitata soltanto dal diritto degli altri. Erano tutti concetti che avevo mutuato dalla storia del risorgimento; le uniche cose che durante il fascismo avevo potuto studiare e che tuttavia per temperamento sentivo come istanza primaria e istintiva. Anzi fino ad una certa età, imbevuto di propaganda fascista, pensavo addirittura che la democrazia fosse la ragione prima del malessere dell'umanità. Ripensando alla mia molto tiepida partecipazione alle manifestazioni di regime, mi venne in mente che tuttavia non ero mai stato un vero fascista.

Forse ero affascinato da Mussolini, così come ero affascinato da mio padre: lo ammiravo pur senza amarlo svisceratamente. Anzi pensandoci bene l'uno e l'altro si differenziavano soltanto per il ruolo che occupavano; il posto gerarchico era il medesimo. Il primo era il duce condottiero del popolo italiano, il secondo era il duce condottiero della mia famiglia. Non seguivo le manifestazioni del partito e non seguivo nemmeno i consigli di mio padre. Ciò era dovuto al mio carattere e forse anche al mio temperamento un poco pigro, non all'ideologia.

Una volta, da studente liceale, fui sul punto di essere incriminato come antifascista e comunista: avevo manomesso l'altoparlante della radio situato nella mia classe che serviva per trasmettere le più importanti manifestazioni del regime. Quella particolare trasmissione era stata caldeggiata dal professore di cultura militare: una materia di studio pari, come importanza, all'italiano, al latino e alla matematica.

Eravamo nel pieno periodo della guerra di Spagna e, quando ce ne parlavano ci raccontavano del comunismo cose terribili. L'ora di cultura militare era diventata l'occasione per il professore - un ometto grassoccio col monocolo all'occhio destro e i capelli imbrillantinati tirati lisci su un lato, per coprire una calvizie incipiente - per raccontarci le sue imprese in terra spagnola. Vi aveva partecipato da volontario per brevissimo tempo, naturalmente con le truppe del generale Franco.

Nella battaglia di Santander - una delle poche volte in cui le squadre fasciste prevalsero da sole sui repubblicani - raccontava di aver visto coi suoi occhi i comunisti sgozzare donne e bambini durante la loro offensiva e, quando furono costretti a ritirarsi, bruciare i campi di grano, incendiando o distruggendo le case dei contadini. Si immedesimava talmente nel suo racconto, che alle parole faceva seguire i fatti. Scendeva dalla cattedra e mimava in diretta le azioni compiute sul campo. Prendeva per fucile un manico di scopa - usata dal vecchio professore di matematica, artritico, per indicarci dalla cattedra le formule scritte alla lavagna - e faceva i rumori con la bocca per imitare il tiro rapido della mitragliatrice o il fragore alto e cupo dell'obice.

Quella volta avrebbero dovuto farci sentire la trasmissione radio del discorso di Starace, tenuto in occasione dell'inaugurazione del Campo Dux a Roma. Si trattava di un avvenimento che non entusiasmava nessuno e per di più ero stato sollecitato a fare il sabotaggio del diffusore da più della metà della classe. Il motivo? Semplice. Starace non era un gerarca fascista molto apprezzato dagli studenti, nemmeno fra i più fanatici.

Il sabotaggio, fatto da me in modo maldestro, provocò l'incendio del diffusore e naturalmente a questo seguì un'inchiesta del preside. Naturalmente mi offersi come unico capro espiatorio. Mentre il professore di cultura militare voleva fossi denunciato alla magistratura come antifascista e comunista, il preside, un parente di Grazia Deledda, persona colta ed equilibrata, toccato dalla mia franchezza, limitò la punizione al pagamento delle spese e ad una sospensione dalle lezioni per quattro giorni. Da quel momento per i compagni diventai l'anarchico della classe.

Solo un'etichetta senza nessuna ideologia; nè in favore, nè contraria al fascismo. Nulla quindi che mi spingesse a prendere in considerazione motivazioni ideologiche. Rimanevano tuttavia ancora da considerare le motivazioni personali: quelle indicate da Guglielmo. Non c'era alcun dubbio, lui aveva, con rara intuizione, centrato veramente il problema. Forse avrei dovuto cominciare da subito a considerare questo solo aspetto della questione.

Una cosa era certa: mi trovavo in una situazione drammatica. Ero tagliato fuori dal mio paese: la Sardegna, già in mano degli Alleati. Non avevo più risorse economiche. Non avevo nei paraggi parenti prossimi. Non avevo la certezza che tutto potesse sistemarsi in breve tempo: l'ipotesi della ritirata tedesca a breve termine mi pareva illusoria. E per ultimo non avevo amici su cui contare nel caso avessi avuto bisogno di un aiuto immediato.

La situazione appariva tutt'altro che rosea. Da solo avrei potuto realizzare ben poco e l'offerta che mi aveva fatto Guglielmo risolveva almeno in parte i problemi più assillanti.

Oramai avevo deciso. Avrei accettato la sua proposta. Ma quale aiuto concreto avrei mai potuto dargli? Non sapevo assolutamente nulla nè di guerra nè di guerriglia. Non avevo mai ammazzato nessuno in tutto il periodo trascorso sotto le armi. Il maggior tempo l'avevo trascorso, prima frequentando la scuola per allievi sottufficiali, dopo quella per allievi ufficiali. Mi intendevo di armi abbastanza per sparare con armi automatiche, ma quasi niente di esplosivi ed armi pesanti. Mi ero dimostrato un buon tiratore, ma solo attraverso il collimatore dell'aereo, utilizzando tutte le astuzie che il tiro in queste condizioni comporta sopratutto in relazione alle manovre compiute dall'aeroplano. Nel tiro con bersaglio a terra la mia esperienza era addirittura infamante. La sola volta che tirammo coi fucili mod.91, nel poligono del campo, me la cavai malissimo.

Non parliamo poi di esperienze di sopravvivenza. L'infortunio al piede non mi avrebbe consentito di fare nè lunghe marce nè lunghe soste in piedi. Poi c'era il problema del cibo. Come avremmo fatto a procurarcelo? Probabilmente avremmo dovuto fare delle razzie, sarei stato coinvolto in azioni pericolose di tipo banditesco lontane anni luce dalle mie attitudini.

Era già quasi l'alba e mi ritrovavo ancora a seguire questi pensieri quando, ad un tratto, risvegliandomi da un sonno che mi aveva colto all'improvviso, mi apparve tutto chiaro.

Ora non so bene il perchè: se fosse realmente dovuto alla soluzione razionale dei miei problemi oppure se la lucidità fosse stato uno scherzo del sonno. Fatto sta che alle nove avevo le idee chiarissime. Mi sembrava addirittura ridicolo aver sprecato tanto tempo a pormi domande banali e addirittura insignificanti.

Perché mai tanti dubbi di incapacità su cose non ancora sperimentate? Mi ero forse chiesto, prima di arruolarmi in aeronautica, se fossi stato capace di compiere quelle azioni così minuziosamente precise e calibrate indispensabili per pilotare un aeroplano? E per fargli fare delle acrobazie? Eppure ero risultato quarto in graduatoria su duecento allievi. Rinfrancato e quasi spavaldo mi vestii e andai all'appuntamento.

Avemmo la sorpresa di non trovare nè Lisa nè Marta. Erano ripartite al mattino, per tempo, dopo aver ricevuto la notte una telefonata da Bologna. Era quasi scontato. Dopo quanto era successo, i genitori sicuramente le avevano richiamate a casa. Conoscevamo soltanto il loro nome e non le avremmo mai più riviste.

Trascorsi tutta la mattina con Guglielmo e, seduti al bar sorseggiando una bibita, ben presto il discorso sulle ragazze fu soppiantato da quello dei nostri piani. Gli avevo comunicato poco prima di essere felice di accettare la sua proposta. Nonostante la sua apparente freddezza, mi strinse calorosamente le mani e mi ringraziò:

-"Sai per quale motivo ti voglio con me? Di te mi fido ed hai l'aria del bravo ragazzo."-

Avevo accettato per la stessa ragione, ma non glielo dissi. Analizzando più tardi questo comportamento, scoprii la ragione della reticenza. Forse consisteva nell'aver proiettato inconsciamente su di lui una figura protettiva, forse quella di mio padre, considerandolo capace, in quello sciagurato frangente, non solo di aiutarmi e proteggermi, ma allo stesso tempo di incutere in me rispetto e riservatezza.

* * *

Capitolo Quarto: Le riflessioni di uno psicanalista.

Il presidente di Corte d'Appello.

- "In nome del popolo italiano, visti gli articoli 575, 397 e 392 del Codice Penale, questa Corte ha ritenuto l'imputato colpevole del reato ascrittogli e considerando le riduzioni della pena pari alle aggravanti contestate lo condanna ad anni 16 di reclusione da scontare in ...". -

Luigi Donadoni, presidente di Corte d'Appello, in piedi, al centro dell'emiciclo formato dal giudice a latere e da sei giudici popolari, leggeva una delle tante sentenze che lo vedevano direttamente occupato quando si trattava di processi importanti. In quelle circostanze somigliava ad una antica divinità; la sua persona troneggiava sugli altri oltreché per la sua statura anche per la differenza di livello del suo scanno. Raramente c'era qualcuno del collegio giudicante più alto di lui. Quando, raramente, sollevava il suo sguardo freddo, come quello d'un basilisco, immobilizzava tutta la platea.

In questo caso si trattava di un omicidio avvenuto nelle campagne dell'hinterland, per una lite di pascolo tra pastori, e l'imputato era un giovane sulla trentina, sveglio d'intelligenza, ma assolutamente privo di scolarizzazione. Udita la sentenza, rimase impassibile. Solo quando, dopo poco, la sua anziana madre scoppiò in lacrime, si rese conto di quanto gli era capitato. Volle abbracciarla, ma non pianse. Si fece rimettere, docile, le manette ai polsi dal carabiniere e fu portato via.

Aspettavo finisse il processo stando nel corridoio e, da una porta aperta, ogni tanto sbirciavo per vedere a che punto erano arrivati. La gran sala aveva un soffitto alto almeno sette metri e sullo scanno di Luigi c'era la scritta a lettere cubitali: LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI. Mi venne in mente che, quando alla macchia si parlava della scarsa obiettività e imparzialità dei magistrati, Luigi interveniva per dire:

-"Ricordatevi ragazzi che la scritta è sempre rivolta verso il pubblico, mai verso i giudici, come dovrebbe essere per rigore di logica. Sono soltanto loro che dovrebbero fare tesoro di questa massima sacrosanta, e ricordarsela ad ogni istante: l'imputato, gli avvocati, il pubblico ministero, quanti fra le persone affollano l'aula, sono esclusi dalla fase decisionale del processo. L'ultima parola vien detta tra le quattro mura della Camera di Consiglio dove non c'è nessuna scritta. E' sempre una saletta molto sguarnita dove al massimo può esserci una macchinetta per il caffè espresso che serve per ammansire i giurati ed il giudice a latere ogniqualvolta tentino di allontanarsi dal giudizio del Presidente. Tutto l'apparato viene sciorinato nell'aula delle udienze. Toghe, bavaglini ricamati, cordoni e pomponi dorati, ermellini, locali spaziosissimi, scanni altissimi, linguaggio aulico, sono simboli autoritari utili unicamente a tenere in soggezione il malcapitato imputato, ma sopratutto il pubblico, sin dall'inizio , prima che questi venga giudicato e condannato"-

Avrei voluto ricordargli quell'episodio, e dirgli che nemmeno ora che ci stava lui in quello scanno, avevo visto la scritta mutare di posizione.

Prima di ricevermi mi fece fare qualche minuto di anticamera. Sua Eccellenza era temporaneamente occupato. Lo faceva per abitudine. Usava dei suoi poteri autoritari ovunque e con chiunque. In una sola occasione cedeva il suo potere: a casa sua. Di fronte alla moglie diventava un mite agnellino. Nemmeno con suo figlio aveva avuto molta fortuna: l'unico maschio era finto in una comunità per disintossicarsi dalla droga.

Mi ricevette tuttavia con la solita cordialità. Si informò subito della salute, della mia attività e fece qualche battuta sul tempo e sui suoi reumatismi; poi entrò subito in argomento:

-"Carissimo Giulio penso di sapere il motivo della tua visita mattutina. Sei qui per Alberto Giunti."-

Fece una pausa, poi riprese con un tono di circostanza:

-"Credimi mi è costato molto ordinarne l'arresto, ma non ne ho potuto fare a meno. Il rapporto della Polizia di Stato - peraltro assai circostanziato - non mi dava altra scelta. L'accusa è molto grave; si tratta di un reato che in certi paesi è punito con la pena di morte. Mi dispiace, ma, nonostante io sia un amico tuo e suo, non posso dirti di più; c'è di mezzo il segreto istruttorio."-

Le sue parole mi caddero addosso come acqua gelata. Lui aveva perfettamente ragione: ero lì per perorare la causa di Alberto. Avevo ricevuto nella mattinata una telefonata da una signora sconosciuta che, a suo nome, chiedeva il mio aiuto immediato e urgente, per un increscioso episodio.

Diceva: << Veda professor Tirelli mi hanno portato via, ammanettato, Alberto dalla camera d'albergo pochi minuti prima che prendessimo l'aereo. Non mi hanno permesso nemmeno di abbracciarlo. Hanno voluto il mio passaporto e hanno detto di tenermi a disposizione della magistratura. Tutto si è svolto in pochi secondi. Prima di uscire ha avuto solo il tempo di gridarmi: - Ti prego, telefona al prof.Tirelli. Digli che vada da Luigi! -...La scongiuro professore, ci aiuti.>>

Riattaccò il ricevitore senza darmi nemmeno il tempo di chiederle per quale motivo l'avessero arrestato. Richiamato il numero dell'albergo seppi che il Sig. Alberto Giunti aveva lasciato la sua stanza portandosi via le chiavi, senza lasciare alcun recapito; non era stata vista nessuna signora in sua compagnia .

Ero visibilmente sconcertato. Luigi se ne accorse e mi disse:

-"Senti, facciamo una cosa, beviamoci su un caffè. Ne ho bisogno anch'io dopo questa fottutissima udienza. Se poi gradisci qualcos'altro dimmelo."-

Per me andava bene il caffè. Chiamò l'usciere e gli ordinò gli espressi. Poi, appena soli, lo guardai fisso negli occhi e senza mezzi termini gli dissi:

-"E' mai possibile che nel nostro paese le persone possano venire prelevate da casa con la forza senza neppure sapere cosa sta loro capitando? Siamo sempre in prima fila a criticare i paesi sud-americani per i desaparesidos e poi noi ci comportiamo peggio di loro."-

Il mio interlocutore non si corrucciò come mi aspettavo; anzi il suo volto si apri quasi ad un sorriso:

-"Vedi, amico mio, tu da buon psicanalista dovresti capire che se in certe circostanze la polizia non si comporta così tutte le loro indagini, talvolta frutto di mesi o di anni di duro e meticoloso lavoro, vanno in fumo. In definitiva devono rispondere a noi magistrati del loro operato e non possono derogare alle disposizioni di legge nemmeno quando si tratta di applicarle nei confronti di un figlio."-

Fece una pausa quando il cameriere ci portò i due caffè poi si fece serio in viso e riprese:

-"D'altro canto quanto tu dici - ammesso che qualche volta capiti - in questo caso specifico non corrisponde a verità. Alberto sa perfettamente quali sono le ragioni del suo arresto e se lo avessimo lasciato a piede libero ci sarebbe stato il pericolo di un grave inquinamento delle prove sulla sua colpevolezza. Comunque, stai tranquillo; fra qualche giorno - una volta ultimati i sopralluoghi - saprai tutto dalla stampa e dalla televisione. E' una notizia ghiotta e certamente non se la lasceranno sfuggire. Ora purtroppo devo lasciarti. Ho in agenda degli appuntamenti inderogabili."-

Avrei voluto chiedergli per quale motivo ciò era capitato proprio qui nella nostra città, dato che Alberto vi era giunto solo qualche giorno prima, ma mi resi conto che anche questa domanda avrebbe comportato delle spiegazioni che lui non mi avrebbe dato. In fin dei conti eravamo tutti e tre sardi. Luigi venne quassù qualche anno dopo la guerra mentre io mi trasferii solo alla morte di mia madre qualche anno dopo. Per Alberto si trattava della prima volta. Non riuscivo a capire come mai una banale visita per incontrare dei vecchi amici si fosse potuta tramutare in un crimine.

Ci salutammo e mi fece accompagnare dal suo vecchio usciere che mi conosceva da tempo. Riattraversai quella sala d'attesa piena di gente, e lui - accennando al pubblico in attesa , seduto compostamente in quelle poltroncine dorate stile Luigi XV - mi disse:

-"Veda Signor Professore ora Sua Eccellenza dovrà fare gli straordinari per riceverli tutti."-

Era un garbato rimprovero che accusai con un sorriso appena accennato. Anche lui viveva da tantissimi anni in quel microcosmo particolare dove il tatto e la diplomazia erano del tutto sconosciute.

Il lettino dello psicanalista.

Quella mattina, prima della telefonata dell'amica di Alberto, avevo in mente di completare un articolo per il bollettino della Associazione Professionale che tenevo nel cassetto da qualche giorno. Si trattava di una recensione ad un lavoro di G. Edelman che riguardava la teoria della <<selezione nervosa>> e del <<darwinismo neuronale>>. Per questo Autore il cervello si compone di un insieme di <<popolazioni cellulari dinamicamente organizzato>> dove ogni cellula, per la legge del <<pensiero popolazionale>>, é assolutamente diversa l'una dall'altra.

Ma ora non ne avevo più voglia. Dopo aver preso in mano quelle carte, mi accorsi che non riuscivo a staccare la mente da quei fatti, sopraggiunti come una valanga, e le ributtai via con rabbia. Mi distesi sul lettino ove in genere faccio accomodare i miei pazienti e dove talvolta mi sdraio per rilassarmi.

Generalmente questa posizione favorisce il distendersi di ogni tensione della muscolatura e consente ai pensieri di affluire più facilmente alla mente. E' una regola elementare in psicoterapia. Si tratta del processo che favorisce la fluidità dei pensieri, aiutato dal banale motivo fisiologico di un maggior afflusso di sangue all'encefalo e del rilassamento delle fibre muscolari.

Ma in quella posizione ora riuscivo solo ad affastellare un coacervo di idee che non si separavano molto dalle carte del lavoro.

Edelman era un assertore del determinismo biologico. Egli diceva che nel grembo materno, una volta fecondato l'ovulo, le varie cellule si formano e si moltiplicano, creando una straordinaria rete di interconnessioni che acquisiscono elevate caratteristiche di specificità. Questo processo avverrebbe unicamente su base genetica, per niente favorito dall'ambiente che si limiterebbe ad influire nelle sole implicanze negative. In questo modo ognuno di noi diverrebbe un'unità singola e irrepetibile e ogni tentativo di tipicizzare l'umanità potrebbe risultare quindi una mera illusione. Lo scrigno dell'inconscio che conserva i tratti ancestrali della nostra umanità conterrebbe soltanto l'impronta di questa struttura rigida.

Era forse per questo che in psicologia clinica tutti i procedimenti diretti verso i soli livelli mentali coscienti dovevano essere considerati ininfluenti sul risultato della terapia? Per arrivare alle ragioni delle interferenze o dei traumi, era sempre stato necessario sollecitare un fattore emotivo e provocare la introiezione di una immagine gratificante. Solo in questo modo veniva favorita la ristrutturazione del super-io e si rendevano più aggredibili le resistenze inconsce.

La posizione supina, ricreava situazioni posturali di tipo arcaico, e riportava anche me ad una condizione di maggior permeabilità.

Avevo la sensazione di rivivere - in uno strano sdoppiamento della personalità - il fenomeno del tranfert, sperimentato ai tempi della mia analisi personale. Allora ciò era assolutamente necessario per creare una tacita delega tra me, paziente, e l'analista. Ora era come se, regredendo ad uno stadio infantile, ritrovassi un rapporto gratificante con un altro 'io', più efficiente e volitivo, capace di farmi rivivere le forme emotive infantili, ed i traumi che allora avevo subito.

La psicoterapia si incentra proprio sull'abilità tecnica di trattare questo fenomeno e di favorirlo in senso positivo. Se fosse possibile influenzare le dinamiche inconscie in condizioni di semplice razionalità - stando seduti uno di fronte all'altro ed appellandosi alla comprensione cosciente del paziente - non sarebbe assolutamente possibile scalfire le resistenze che il paziente ha rimosso e che insorgono a causa dei desideri libidici non soddisfatti. Ogni ansia, da ciò derivata, è purtroppo sempre formata da pulsioni di odio e di amore, di aggressività, di paure, dal frequente stato di conflittualità della vita infantile che, sin dal suo primo insorgere, tenta di vincere e di superare queste anomalie utilizzando lo strumento della repressione e della rimozione.

Ma per fare ciò occorre sempre la presenza fisica di un altro. Naturalmente un'analista; che induca il paziente a liberarsi da tutte queste situazioni angoscianti. Anche se nemmeno lui è affatto immune dalla possibilità di un contagio e può venir coinvolto dalle trame complessuali del suo paziente.

Ciò purtroppo avviene anche se attraverso la sua analisi personale egli è riuscito ad ottenere una visione sufficientemente chiara delle proprie resistenze e delle proprie tendenze inconsce. Questa gli sarà servita soltanto per rendersi 'neutrale', in quella congerie di passioni incontrollate dell'altro, e mai per estraniarsene del tutto. Egli sarà sempre costretto ad entrare nella pelle del suo paziente per farvi affiorare quanto è stato rimosso e dovrà ripercorre, talvolta dolorosamente, la sua stessa strada.

Senza rendermene conto ero diventato il paziente di me stesso. Ad una interpretazione attiva della realtà avevo sostituito man mano quella tecnica strategica che ero solito usare con gli altri. Viene di solito chiamata autoanalisi; ma la definizione non soddisfa in realtà tutte le connotazioni che essa comporta dato che non ci si può analizzare da soli. Mai si riuscirebbe nemmeno a sfiorare quelle parti ben nascoste che si annidano nella pieghe della nostra psiche tanto complessa. L'impossibilità di utilizzare un transfert, che funga da rivelatore, mette l'autoanalizzando nelle condizioni di chi voglia farsi la barba con un rasoio affilatissimo senza aver mai avuto la possibilità di possedere uno specchio ed ignorando totalmente com'è fatto un viso umano.

L'efficacia di una psicoterapia è legata sempre alla presenza di un secondo personaggio che funge da interprete e mediatore delle molteplici tensioni che caratterizzano le nevrosi. Queste - che per la psicanalisi nascono prevalentemente dal complesso d'Edipo - sono legate principalmente alle esperienze infantili della vita coi propri genitori, e particolarmente col padre.

Non avevo mai analizzato razionalmente l'importanza che aveva avuto la presenza di questo personaggio nella mia vita. Avrei potuto rifarmi a moltissimi fatti della esperienza professionale; ma qualcos'altro di molto personale si affacciava prepotente alla mia mente.

Ad un certo punto delle mie riflessioni - mentre il pensiero cosciente tendeva la mano ad una specie di sogno ad occhi aperti - mi venne sulle labbra qualcosa che avevo studiato a memoria nei lontani anni dell'adolescenza: << Mon père ce héros au sourire si doux...>>.

Era il primo verso di una nota poesia di Victor Hugo in cui la glorificazione del padre superava l'ambivalenza dell'Edipo diventando - caso raro - identificazione cosciente, volontaria e gratificante.

Il padre - termine che si presta a molte connotazioni a seconda dell'età, della cultura e della prima esperienza esistenziale - vive in noi come un punto di riferimento sempiterno, essenziale e indispensabile. Chi non ha avuto un padre, o lo ha avuto in modo insoddisfacente, di solito se ne inventa uno o lo prende in prestito. Se ne appropria nel modo più semplice: si identifica in una personalità a lui vicino per una delle tante ragioni che rendono simpatica e attraente una persona che risponde a particolari istanze affettive e che allo stesso tempo è capace di dominarci.

Al di là di questa possibilità di compensazione c'e' la nevrosi, la psicosi e la schizofrenia nei casi più gravi. E' per questo che non è facile parlare del proprio padre. Qualunque altro argomento può essere trattato freddamente, disarticolato, ricomposto, osservato da vicino o da lontano, con o senza partecipazione emotiva e può poi essere descritto, raccontato, misurando realisticamente il discorso oggettivo. Il padre, al contrario, si racconta sempre in termini emotivi e la metafora che ne deriva è il risultato di una ambivalenza psicologica vissuta empaticamente in termini di rigetto e di identificazione affettiva. Il tentativo di rendere letterario e realistico questo rapporto più che ad una analisi di fisica euclidea potrebbe assomigliare ad una analisi quantistica dove l'osservazione stessa dei fenomeni muta la natura dell'oggetto in esame.

Anche quando Renato Fucini nelle sue Veglie di Neri raccontava di essere stato rimborsato da suo padre dei soldi spesi scelleratamente e descriveva la scena del genitore che - ritto sul suo cavallo sotto la gelida pioggia sferzante - era stato costretto nottetempo a levarsi dal letto per accorrere al capezzale di un suo paziente, si compiva nel suo animo una curiosa frammistione di sentimenti di colpa e di impulsi sadomasochisti che consentivano all'Autore, non solo di proporsi come studente scellerato che sperperava i soldi che il padre guadagnava con tanti sacrifici, ma sopratutto di immolarsi, identificandosi con lui, per espiare le colpe presenti.

Ma poteva esserci ancora un altro tipo di coinvolgimento che andava al di là della semplice identificazione in fase edipica? Pensavo di si. E ciò riguardava la mia infanzia. I racconti di mia madre, sulla prima infanzia, che ora si facevano lucidissimi, potevano essere utilizzati per rappresentare uno di quei rari esempi che contraddicevano le teorie freudiane sulla psicologia arcaica dell'uomo.

Mio padre

Raccontava mia madre che l'inverno del 1921 fu pieno di pioggia e di freddo. C'erano già stati alcuni casi di difterite tra i bimbi del nostro paese ed io, di appena un anno, fui improvvisamente colto dagli stessi sintomi: febbrone altissimo, tonsille tanto grosse da togliere il respiro, una flogosi membranosa nel retrobocca.

Nonostante mio padre fosse medico, a curarci, quando se ne presentava l'occasione, era sempre mia madre. Egli, infatti, svolgeva l'incarico di Ufficiale Sanitario del Comune e stava prevalentemente fuori casa. Fu così che quando cominciai a rantolare per l'incipiente crup faringeo, lui, l'unico medico reperibile in paese, era assente.

L'emotività di mia madre giocò contro la volontà di rendersi utile e le procurò uno svenimento. Ciò servì solo a scatenare il panico tra i miei fratelli maggiori ed a far accorrere gli amici del vicinato che si misero alla ricerca disperata di mio padre. Si sapeva solo che col calesse era andato ad assistere una partoriente in un paese vicino. Passarono lunghe ore. Il rantolo si fece più frequente, più acuto e sempre più flebile. Il viso cominciava a diventare cianotico.

Oro - il cavallo che doveva riportare a casa mio padre - aveva quella sera le lune per traverso. Adombrava ad ogni cespuglio e si rifiutava di tenere a lungo un trotto spedito. Ma come Dio volle, egli finalmente arrivò. Era notte inoltrata. Giacevo supino sul lettino e le mie condizioni ad un primo esame gli parvero disperate. L'azione flogistica del crup aveva quasi completamente ostruito la laringe ed il respiro era appena un sibilo leggerissimo senza più alcun rantolo. Fra qualche minuto sarei morto soffocato. Bisognava operare immediatamente. Ci fu qualche attimo di esitazione e sembrò, almeno così riferì mia madre, che anch'egli stesse per venir meno.

Ma fu solo un attimo. Mi sollevò quasi con violenza e di corsa mi portò sul lettino del suo ambulatorio.Questa stanza, il sancta sanctorum strettamente interdetto a tutta la famiglia, oltre al lettino per le visite mediche in ferro smaltato di bianco, aveva due vetrine di noce scura in cui teneva i ferri chirurgici, quelli da dentista ed uno strano apparecchio a corrente faradica che serviva da supporto a tutte le terapie.

Una scrivania in noce, ricoperta di panno scarlatto, troneggiava al centro della stanza con sopra un teschio umano e, sparpagliati qua e là, alcuni campioni di medicinali ed alcuni ricettari; mentre due sedie in ferro smaltato e una grande lampada appesa al soffitto senza riflettore, completavano l'arredamento.

Stette a guardarmi qualche attimo. Il viso era diventato di un color viola intenso ed il sibilo del respiro non si avvertiva più. Poi quasi svegliandosi da un incubo, senza nemmeno indossare il camice, prese dalla vetrinetta il primo bisturi che gli capitò sotto le mani e lo sprofondò nella mia gola. Il sangue colando lungo il collo formò un rigagnolo che si allungava sul lenzuolo del lettino e si perdeva alla base dei miei folti riccioli biondi. Aveva inciso la cute ed ora la trachea appariva allo scoperto. Ancora qualche attimo di esitazione, poi con mano ferma ancora una nuova incisione nella cartilagine sotto il pomo d'Adamo. Un fiotto di sangue violento, uscito assieme all'aria dalla ferita, gli spruzzò il viso e gli occhiali. Ma non ebbe il tempo di pulirsi; pensò di aver inciso la vena giugulare e fu per essere colto dal panico; si asciugò il sudore e proseguì il suo lavoro. Fortunatamente si trattava solo di un vaso superficiale. Con le mani tremanti allargò l'incisione di qualche centimetro e vi installò una cannula d'argento. Ora l'aria poteva entrare e uscire liberamente dai miei polmoni evitando la faringe completamente ostruita.

Tutto ciò avvenne senza la possibilità di anestesia , ma nel più totale silenzio. La mia partecipazione cosciente, racconta mia madre, era manifestata soltanto da uno straziante pianto 'muto', rilevabile attraverso le orrende smorfie del viso che si contraeva ritmicamente in modo spasmodico. Il sacrificio era compiuto. Il novello Abramo aveva realmente sgozzato suo figlio per ridargli la vita.

Pater noster...

Secondo i canoni classici della psicoanalisi ogni figlio in età prepuberale, si propone il tema della salvezza dei genitori. Dice Freud: << E' come se la resistenza verso i genitori facesse dire al ragazzo: 'Non voglio niente da mio padre, lo ripagherò per tutto quello che gli sono costato.' Egli si crea allora la fantasia di difendere il padre dal pericolo e di salvargli la vita: in tal modo estinguendo il debito nei suoi riguardi >>.

Ciò avviene nella generalità dei casi quando ogni fase dello sviluppo libidico relativo alla prima infanzia si svolge senza traumi particolarmente violenti. Nel mio caso le fantasie edipiche avevano un fondamento particolare: il vissuto reale non si configurava come la solita rimozione fantasmatica in cui ogni elemento conflittuale prendeva lo spunto da una trama fittizia, si trattava purtroppo di una tortura fisica reale, subita e non immaginata per opera del mio genitore.

Durante tutta l'infanzia vissi mio padre come se fosse del tutto assente. Non ebbi mai alcuna emozione di riconoscenza o gratitudine verso di lui nè per avermi messo al mondo nè per avermi ridato la vita. Anzi nei recessi della coscienza, balordamente, mi chiedevo perché non ne avesse fatto a meno. Trasferii questa sensazione profonda anche a tutti gli individui che portavano un certo tipo di occhiali; senza odio nè altri particolari sentimenti. Ogni rapporto possibile veniva da me evitato non con la fuga dal rapporto , ma come se queste persone fossero totalmente estranee alla mia sfera di interessi.

Talvolta, quando mia madre mi costringeva per consuetudine a fare il riposino pomeridiano con mio padre e mi sentivo perso in quel grande lettone, pensavo non di avere lui accanto, ma mio nonno. Un nonno gratificante che mi regalava sempre le caramelline e fino alla sua morte non portò mai gli occhiali. Già, quegli occhiali che lui al contrario non toglieva mai, nemmeno durante quel breve riposino. Erano di tartaruga scura con le lunette per la doppia visione. Due lunette lucenti che mi facevano l'effetto di due lame incandescenti; come se lanciassero su di me una luce corposa, capace di una strana sensazione tattile, solleticante e pervasiva: quasi di piacere misto a fastidio.

Ma non era il suo sguardo a mettermi a disagio. Ciò avveniva anche quando teneva gli occhi chiusi e le lenti riflettevano una qualunque luce dell'ambiente. La cosa avveniva spesso durante il sonno. Ma non so se dormivo. Forse sognavo ad occhi aperti ed avevo la sensazione di volare. Volavo leggero come una piuma su terreni scoscesi e collinosi dove all'orizzonte c'era sempre il sole accecante. Sfioravo le colline e qualcosa scaturiva da esse come una zampillata d'acqua sorgiva che mi investiva e mi invischiava in un liquido denso e cremoso dal quale non riuscivo mai a liberarmi. Ma compariva quasi sempre mio nonno che, col suo bastone da passeggio tenuto alla rovescia, mi agganciava per la cintola e mi tirava su. Al risveglio, generalmente, non trovando più mio padre accanto a me, pensavo veramente di aver dormito con mio nonno.

Più tardi, analizzando questi strani sogni ricorrenti, mi sembrò di trovare la spiegazione di tante cose che furono assai preziose durante la mia analisi personale. Dice Freud che <<ogni singolo sogno è l'adempimento di un desiderio...infatti rimane sempre possibile che anche sogni spiacevoli e angosciosi si rivelino, dopo l'interpretazione, come sogni di desiderio>> dato che bisogna tenere nella dovuta considerazione <<la distinzione fondamentale fra contenuto manifesto e contenuto latente>>. In primo luogo quella sensazione tattile della luce. Quando mio padre mi operò, una grande lampada da 500 Watt illuminava il lettino proprio sopra la mia testa. Pur non ricordando nulla di quanto accadde quella sera, tuttavia la sensazione di quella luce intensa, coincidendo con la grande sofferenza, deve aver creato una condizione favorevole per produrre l'associazione di entrambe le cose.

Tale sensazione era tutt'altro che sgradevole; anche se ciò potrebbe spiegarsi con la complessa dinamica della rimozione che in situazioni altamente traumatiche gioca un ruolo di salvaguardia dell'Io, trasformando lo stimolo sgradito in un altro più tollerabile. Evidentemente non essendo stato possibile rimuovere totalmente l'accaduto quei residui si sono trasformati in elementi accettabili, quasi piacevoli. Il primo paragone che mi venne di fare, durante il lavoro della mia analisi personale, fu la prima esperienza sessuale ad opera di una compiacente prostituta che mi lacerò il prepuzio ancora vergine tirandolo magistralmente indietro con due dita. Non provai allora nessun particolare fastidio nonostante avessi constatato che l'azione maldestra aveva provocato una modesta fuoriuscita di sangue. Nella libera associazione questa sensazione di rimozione del dolore si riferì all'operazione come se anche questa avesse avuto lo scopo di una iniziazione. Pur tuttavia nel sogno era evidente un senso di angoscia e di timore. Considerai allora che i sogni ricorrenti si svolsero nell'arco della età prepuberale e che ciò poteva essere stato determinato da una fissazione alla fase fallica. Ma la causa di questa fissazione non poteva essere il trauma dell'operazione, subita all'eta' di un anno e quindi nel pieno periodo della fase orale.

Potevo supporre piuttosto l'ipotesi di una fissazione alla fase genitale-edipica individuabile in quella sensazione di volare leggero sopra le colline vissuta nei sogni ricorrenti. Tuttavia altri elementi potevano essere favorevoli ad un'altra ipotesi che più si attagliava al periodo dell'operazione : quella della fissazione alla fase orale.

Il paesaggio collinoso con gli alti zampilli potrebbero indicare il disperato desiderio del seno materno, della suzione del latte, traumaticamente interrotta a causa della malattia. Questo liquido nel sogno mi avviluppava completamente, mi avvolgeva quasi solidificandosi. Era stata operata certamente una <<trasposizione>> di contenuti nel sogno in modo che essi venissero <<sottratti alla censura della resistenza>> come elementi facilmente riconoscibili; e cioè il latte cambiava destinazione, non veniva assorbito, ma pervadeva all'esterno il corpo amalgamandosi in un tutt'uno solido. A dar maggior valore a quest'ultima supposizione c'era la figura di mio nonno. Egli infatti non rappresentava altro se non <<la proiezione buona>> del padre-punitivo che mi aveva strappato dal seno materno.

Ma era pur vero che il sogno ricorrente presentava elementi che nulla avevano in comune con quel periodo. Qual era dunque la parte del sogno che riguardava l'operazione e quali invece gli elementi che si erano aggiunti durante la successiva socializzazione ? Il nocciolo principale forse si articolava nella visione di un sole accecante che dominava tutto il paesaggio. Un sole che mi faceva pensare alla lampada potente del lettino operatorio e che per <<condensazione>> veniva trasferito nelle lunette dei suoi occhiali, in quanto riflettenti la luce della lampada in quella tragica serata d'inverno. Il seno materno ed il latte ne erano solo il necessario corollario. Il complesso edipico, anche se presente, era forse un elemento che si era aggiunto in una fase successiva e, nel bilancio totale, non costituirebbe una parte molto importante. Ma tutto rimaneva piuttosto vago. Contrariamente a quanto accadeva quando analizzavo oggettivamente i sogni di altre persone, questa volta mi trovavo di fronte ad un materiale che mutava non appena tentavo di prenderlo in considerazione.

Non è mai facile parlare del proprio padre. I ricordi, anche quelli che hanno determinato situazioni altamente traumatiche, sfuggono e anche quando affiorano leggermente, presto si dissolvono come nebbia al vento. Di tutta questa vicenda non rimase alcun riscontro oggettivo significante, nè ciò provocò particolari comportamenti che potessero essere considerati fuori della norma. I rapporti con lui dopo la pubertà furono del tutto normali e fino alla sua morte gli sono vissuto vicino, legato affettivamente quanto basta per confermare una socialità serena e tranquilla.

Dico fino alla sua morte. Dopo le cose subirono una svolta decisiva e per me molto importante: mio padre era diventato il Padreterno, colui a cui rivolgevo la preghiera quotidiana e, questa volta sì, il pensiero grato, e la riconoscenza sempiterna per avermi dato due volte la vita.

Un amico impenetrabile

Mi svegliai molto presto e mi accorsi di aver passato la notte in quel lettino. Ero infreddolito e con le ossa rotte. Erano appena le sei. Sarebbe stato inutile voler riprendere sonno sul mio letto. Non sarebbe stato più possibile; oramai ero perfettamente sveglio.

Dalla finestra vedevo i cirri vagare nel cielo azzurro: lentamente si coloravano di rosa. Mi buttai sulla poltrona della scrivania e stetti con lo schienale reclinato all'indietro ad occhi chiusi per qualche minuto. Quando li riaprii notai che il sole aveva già invaso la stanza. Mi ero assopito ed avevo sognato Alberto. Un sogno brevissimo, ma pieno di cose affastellate senza senso e prive di costrutto. Elementi che facevo fatica a ricordare ed anzi pian piano si cancellavano lasciando il posto a quel raggio di sole che prepotentemente si era conficcato sui miei occhi.

Mi alzai ed accostai la tenda. Ma chi era realmente Alberto Giunti? Ero molto frustrato per lo smacco subito. Credevo di conoscerlo molto bene per avere avuto modo a suo tempo di valutare obiettivamente i vari aspetti del suo temperamento. Al contrario, ora mi sfuggiva e la sua personalità si frantumava come si trattasse di mercurio che se la fila via, in palline ,su un piano inclinato.

Non mi piaceva in genere fare delle congetture senza avere delle ipotesi plausibili da confrontare. Tuttavia questa volta mi sembrava che qualcosa si fosse rotto definitivamente. Le parole dure di Luigi nei suoi confronti almeno una certezza me la davano: si trattava di un reato grave. Ma di cosa mai si sarebbe potuto macchiare quel caro bontempone che spontaneamente e senza reticenze aveva raccontato la sua vita piena di classe, di buon gusto, di savoir fair e di humor? Pensavo a tutti quei racconti e cercavo di scoprire dove fosse nascosto il trucco: quel diabolico trucco che mi faceva apparire la sua vita di una coerenza adamantina e di una veridicità indiscussa, piena di particolari coincidenti perfettamente, come tessere di un mosaico.

Presi carta e penna e mi misi a tracciare un diagramma. Lo facevo solitamente quando volevo inquadrare e semplificare l'enorme materiale fornitomi dai pazienti. Ricordavo perfettamente quanto mi aveva raccontato poche sere prima e cominciai da quando c'eravamo lasciati.

Nel suo resoconto mi aveva parlato di quell'Ugone che avevo conosciuto anch'io a La Spezia e che lo invitò ad andare a Bagnaia da suo zio; quel ragazzotto pieno di spirito, incontrato al porto. Quando ci separammo, a Roma, Alberto rinunciò a raggiungere la Sardegna; si diresse con Ugone al suo paesello, sui Monti Cimini, e lì stettero sei mesi dando una mano allo zio nel governo del bestiame. Poi scesero entrambi a Napoli.

Mi disse anche di essere stato interrogato dall'Ufficio 'I' (informazioni) degli Alleati e di avere ottenuto una discriminazione di primo grado. Ciò significava essere considerati patrioti ed aver una garanzia di fiducia da parte dei militari. A Napoli trovarono altri due sbandati, assieme ai quali misero su un commercio di residuati bellici col permesso degli americani. Questo commercio si ingrandì ed aprirono a Fuorigrotta un negozio di vernici. Glielo fecero chiudere due anni dopo. Era privo della licenza del Comune. Nel 47 partenza di Alberto per l'Argentina. All'inizio fece tutti i lavori possibili, poi conobbe una donna proprietaria di una grossa azienda di allevamento di bestiame e lavorò con lei come fattore.

Secondo il suo racconto questo fu il periodo in cui riusci a guadagnare una grossa fortuna con il commercio all'ingrosso di bestiame da macello esportato in molti paesi europei, Italia e Francia sopratutto. Poi convinse la donna ad entrare con lui in società e fu la volta della fabbrica dell'estratto di carne impiantata nel 49 a Rio de Janeiro in Brasile. Quella fu un disastro e ci rimise tutti i soldi guadagnati col commercio del bestiame. Già sull'orlo del fallimento, nel 60 conobbe un finanziere brasiliano, un certo Ramon Varone. Questi gli prelevò la fabbrica e gli chiese di associarsi a lui per dirigerla.

Da allora le cose andarono meglio, ma non tanto da soddisfare le sue aspirazioni. Il suo socio vendette la fabbrica e con il ricavato, nel 68 si trasferirono in California ed aprirono due supermarket: uno in un centro commerciale di San Diego e uno nel centro della City a Los Angeles. A lui toccò quello della City. Anche in questo caso dopo qualche mese fu costretto a vendere tutto.

Nel 71 emigrò in Colombia e a Bogotà conobbe un industriale dell'acciaio, un certo Cadrega che lo utilizzò come procacciatore d'affari. Dopo due anni si mise in proprio e rifece una fortuna favolosa. Aprì una banca a Bogotà e successivamente nel 75 estese la sua attività finanziaria anche in altre tre città della Colombia: Cucuta, Medellin e Monteria. Arrivato a questo punto siamo già alla storia di oggi. Ah, dimenticavo. C'era stata anche un'intesa con Lliu-Thin , un cinese emigrato, tenutario di un Sexy shop alla China Town di Los Angeles che lo aveva aiutato a emigrare a Bogotà. Completai il diagramma con dei grafi di congiunzione e delle frecce indicanti anche la direzione delle attività. Ora avendo davanti il grafico completo potevo cominciare ad analizzare la sua vita punto per punto.

Prima osservazione: le sue imprese fiorirono e diventarono floride soltanto quando si dedicò o al commercio o all'attività finanziaria e cioè: a Napoli con i residuati bellici; in Argentina con il commercio delle carni; in Colombia con le banche. Nelle imprese richiedenti un impegno sedentario e programmazione a media e lunga scadenza non concluse mai niente. Così infatti avvenne per il negozio di vernici, per la fabbrica di carne di Rio e il supermarket in California.

Seconda osservazione: anche con le imprese, chiamate sedentarie, c'era sempre un deus ex macchina che lo traeva sempre d'impiccio; mentre le occasioni di grande realizzo avvenivano quando si metteva in proprio.

Terza osservazione: i suoi commerci trattavano sempre o derrate alimentari o residuati bellici, vernici e acciaio.

Quarta osservazione: il percorso. Bagnaia-Napoli- Buenos Aires-Rio-Los Angeles-Bogotà-Cucuta-Medellin-Monteria. Non sembrerebbe un tracciato casuale. Dall'America meridionale passava a quella settentrionale per poi tornare a quella meridionale.

Quinta osservazione: i periodi delle attività. Pochi mesi per i residuati bellici, pochi anni per la vendita delle carni macellate, pochi anni per l'attività finanziaria. Sommando questi periodi si otteneva un periodo di tre anni circa. Considerando che il periodo complessivo si riferiva a circa trent'anni si avrebbe quindi un rapporto di tre a ventisette. Tre anni per fare una fortuna favolosa, ventisette anni tra fallimenti e magri guadagni.

Sesta osservazione: la fortuna è stata sempre realizzata rapidamente; mentre nel lungo periodo della stessa attività sedentaria si può dire che sono stati spesi i guadagni conseguiti con l'altra attività o sono stati realizzati profitti assai limitati.

Settima osservazione: località. Sono stati realizzati i maggiori guadagni a Napoli, Santa Fe, Bogotà e i maggiori contrattempi sono avvenuti a Napoli, Rio, Los Angeles.

Ottava osservazione: aiuti esterni. Quando è stato in crisi: a Rio un finanziere; a Los Angeles un tenutario di sexy shop; a Bogotà un industriale dell'acciaio.

Cercai di semplificare ancora il diagramma e ne feci uno che riportava solo le otto osservazioni:

1deg. - a) Imprese floride = Join venture

b) Imprese disastrate = Commerciali

2deg. - a) Maggior guadagno = In proprio

b) Minor guadagno = Con soci

3deg. - Commercio: Alimentari; ferro e vernici

4deg. - Percorso viaggi: non casuale

5deg. - a) Pochi anni = Join venture

b) Molti anni = Commercio

6deg. - a) Guadagni: realizzati rapidamente

b) Perdite: realizzate lentamente

7deg. - a) Guadagni: in citta di dubbia fama

b) Perdite: in città diverse dalle prime

8deg. - Aiuti da persone di dubbia reputazione.

Non vorrei azzardare un giudizio che andrebbe emesso in presenza di prove reali e non di semplici congetture, ma già queste considerazioni mi mostravano un Alberto diverso da quello che pensavo di conoscere.

La mia Marisa

Qualcuno suonò al citofono. Era Marisa che come al solito alla sera mi veniva a trovare. Le parlai per un poco di Alberto; ma, quando mi accorsi che per farle capire qualcosa avrei dovuto ricominciare la storia da capo, desistetti. Mi disse che non si poteva trattenere: aveva promesso ad una sua amica che sarebbe andata a trovarla.

Occupammo quel poco tempo rimasto in cose più serie che mi fecero dimenticare completamente la storia di Alberto. Marisa era la fedele amica-confidente-governante che mi amava e mi viziava. In definitiva a me piaceva la vita coniugale. La scelta di non sposarmi era stata forse soltanto un alibi per non assumermi le responsabilità della famiglia. Anche lei in varie occasioni aveva manifestato le stesse mie idee. Aveva dieci anni circa meno di me ed era una di quelle donne che, pur possedendo un alto grado di femminilità, ragionano e sanno prendere decisioni autonomamente. Non mi sono mai sentito un misogino. Le donne mi sono sempre piaciute ed anzi le ho sempre trovate significativamente indispensabili in quella giusta complementarità che definisce il nostro equilibrio sessuale, e che riguarda la percentuale di mascolinità e femminilità contenuta nei nostri cromosomi.

Già. Fu questo l'argomento della tesi di laurea. Sostenevo allora una teoria ostica ai più: quella per l'appunto della bisessualità dell'individuo. Ognuno contiene in sè parte dell'altro sesso, a causa delle varie combinazioni dei cromosomi sessuali, ''X'' per la donna e ''Y'' per l'uomo, generati in copia unica dalle gonadi e poi riuniti in catene diploidi nell'ovulo fecondato. Da queste diverse combinazioni, che determinano grossolanamente il sesso reale, scaturiscono le tante diverse sfumature di sessualità che in ciascuno di noi determinano una diversa tipologia. Naturalmente ciò non è solo il frutto di combinazioni genetiche. La formazione della personalità persegue strade a due, o a più corsie, dove le caratteristiche ereditarie e le influenze ambientali si intersecano senza nessuna possibilità di connotazioni precise, interessando la sfera somatica e quella psichica.

Questi concetti oggi abbastanza scontati non lo erano invece quando presentai la tesi al controrelatore - un docente di filosofia barbuto e baffuto di quasi due metri d'altezza - che doveva trattarne solo alcuni argomenti. Era un bigotto praticante e la prima sua reazione fu di protesta. Mi disse, con una irritazione mal celata, che lui non si era mai accorto di essere in parte anche una femmina. Infine, dopo una breve discussione col relatore - un docente di psichiatria che aveva letto attentamente quanto avevo scritto, e sopratutto era d'accordo con quanto sostenevo - si convinse che si trattava ormai di teorie che avevano avuto conferme scientifiche inconfutabili, e diede il suo placet.

Era davvero strano che cose naturali e ovvie come quelle potessero restare ignorate per così tanto tempo. Ognuno di noi anche rendendosi conto di una realtà evidente tendeva a minimizzare la sua controparte di sesso diverso, quasi ad umiliarla, ricacciandola nell'angolo più buio della coscienza. Era quasi d'obbligo comportarsi con essa come con un lontano parente povero che ci si vergogna di far comparire in pubblico. Era ritenuto quasi un insulto l'essere riconosciuti portatori di quelle caratteristiche contrapposte al sesso ufficiale. Se poi le due componenti rasentavano l'uguaglianza, il problema si complicava fino a creare dei veri e propri traumi nel malcapitato portatore.

Marisa intanto aveva lasciato in anticamera guanti e borsetta ed era andata in cucina per rigovernarmi quei pochi piatti che sporcavo durante la giornata. Quando tornò in studio le chiesi:

-" Amore tu qualche volta hai fatto caso di pensare come un maschio?" -

Lei mi guardò perplessa; poi ormai avvezza a domande di quel tipo mi rispose:

-" Non credo di aver mai pensato come un maschio. Se ho capito dove tu vuoi andare a parare, piuttosto posso dirti di essermi talvolta comportata come un maschio. E tu dovresti saperlo."-

-" Ma non intendevo il comportamento fisico; intendevo piuttosto riferirmi al comportamento mentale. Per esempio, quando facciamo all'amore, tu sei talvolta felice di prendere l'iniziativa? In quel caso tu agisci volontariamente, a seguito di un ragionamento che fai, oppure agisci semplicemente per soddisfare una tua esigenza: esattamente come quando ti gratti la testa se senti prurito al capo?"-

-" Credo di agire senza pensarci. Tuttavia la cosa mi fa abbastanza piacere. Mi da la possibilità di sentirmi una parte attiva. E' una reazione a posteriori più che un ragionamento. E' dopo che mi sento più soddisfatta, non prima."-

Stavo per aprir bocca , ma lei di rincalzo:

-"Ah, no. Non ricominciare. Stasera non ho nessuna intenzione di fare la cavia."-

Mi baciò teneramente poi riprese i guanti e la borsetta e se ne andò

* * *

Capitolo Quinto: Alberto a Napoli

La guaglioncella

Il 2 febbraio del 1945 Alberto era giunto a Napoli con Ugone in un camion militare, assieme a profughi del nord che avevano lasciato la zona occupata dai tedeschi. Erano giunti in Piazza Plebiscito alle due del pomeriggio. Era una di quelle serate in cui il cielo, aggredito dalla luminosità del sole, sembrava trasparente. Le macerie avevano invaso la città; e l'aria, fetida per il lerciume ammucchiato nelle strade, pareva ancora ammorbata dall'odore dei cadaveri che non erano mai stati tumulati.

Nessuno di loro due aveva in città parenti o conoscenti. Nel camion avevano socializzato con altri due militari diretti in Sicilia e con loro andarono verso il porto dove era sistemato un centro di raccolta. Alla Capitaneria furono fatti entrare in un grande stanzone dove, accosciati sul pavimento, stavano un centinaio di persone. Erano tutti uomini tra i venti e i quarant'anni vestiti in borghese , ma con abiti lisi e talvolta stracciati. Alcuni tenevano in mano una gavetta d'alluminio e mangiavano avidamente. All'ingresso, su un tavolo sgangherato, un marinaio coi gradi di sotto-capo, prendeva nota dei presenti. Anche a loro diedero la gavetta, le posate, del pane e un foglio con l'intestazione della marina militare sul quale erano indicate le generalità e la qualifica di <<sbandato>> proveniente da <<territorio italiano occupato dai tedeschi>>.

Entrarono in quella camerata, ma rifiutarono la brodaglia del rancio offerta da un gruppo di crocerossine. Avevano ancora qualche collana di salsiccia secca, portata da Bagnaia, e ne addentarono qualche morso. Poi si cercarono un angolo ancora sgombro e vi sistemarono i loro fagotti. Il marinaio disse loro di rimanere lì fino a quando non fossero stati interrogati dall'Ufficio ''I'' dell'esercito alleato, dislocato a Mergellina.

Nonostante fossero aperti tutti i finestroni vicino al soffitto, l'aria nella camerata era irrespirabile per via di quella varia umanità che vi si accalcava. Uno dei compagni siciliani scorse da lontano un suo compaesano e gli fece calorosi gesti per avvicinarsi. Si abbracciarono affettuosamente e si raccontarono le loro peripezie.

Per trascorrere la serata riesumarono un mazzo di carte unto e bisunto e si misero a giocare a scopone con gli altri due, mentre Alberto - staccatosi dal gruppo - osservava sulla porta il piantone di guardia che distribuiva permessi per uscire.

Prima non ci fece caso, ma ora si convinse che c'era la possibilità di ottenerlo: era sufficiente accusare anche un malore lieve per essere autorizzati ad andare nella infermeria della Base, situata poco distante, per farsi visitare. Si avvicinò alle crocerossine e disse di avere dei dolori addominali inspiegabili.

Una di loro, premurosa, gli chiese cosa avesse mangiato, se avesse bevuto dell'acqua e dove, e se avesse avuto altre volte gli stessi sintomi. Dopo tutte le sue risposte negative, la ragazza - una giovane napoletana - lo accompagnò dal piantone che senza tante storie gli rilasciò il permesso e gli indicò la strada per recarsi in infermeria. Alberto si inoltrò per un viottolo; poi, anziché proseguire a destra, voltò a sinistra e uscì dal porto.

Vagò senza meta per la città lungo le macerie del Rettifilo addentrandosi nelle stradine strette laterali, in certi tratti ancora ingombre di massi, ma imbandierate con caratteristici pavesi di biancheria sdrucita e multicolore, stesa tra i due caseggiati, tanto vicini che quasi si toccavano.

Da una stradina laterale vide uscire, a velocità insolita, un cocchio funebre perfettamente bardato, con il pennacchio e i drappi neri svolazzanti. Nessuno accompagnava il feretro. C'era solo il vetturino in cassetta con una lunga frusta, che faceva schioccare in alto, per incitare i cavalli che correvano all'impazzata. Quando gli passò accanto, vide che la bara era semiaperta e ne fuoriusciva un braccio nudo tutto costellato da una miriade di grosse pustole nere.

Assieme a lui si era fermata una donna anziana che si era rapidamente segnata diverse volte, come volesse scongiurare una iattura. Le chiese la ragione di quello strano funerale. La vecchietta lo osservò; poi, rifacendosi il segno della croce, disse sommessamente:

" Tifo petecchiale. Lo portano al forno crematorio. Ne hanno bruciato più di trecento questo mese. Che Dio ci salvi da questa disgrazia".-

In quel momento due scugnizzi gli si fecero incontro, e senza attendere che la donna si allontanasse gli chiesero con voce petulante:

- " Signurì vulite 'na bella guaglioncella?" -

Più incuriosito che voglioso, e un pò anche per fugare l'immagine pietosa di poco prima, si lasciò guidare da loro in un intricato labirinto di macerie. Il percorso era reso impraticabile da lunghi pezzi di massicciata divelta e da muri pericolanti, puntellati alla bell'e meglio.

Lo condussero fino ad un basso incassato in una grande muraglia sventrata. Il maggiore dei due ragazzi, di non più di tredici anni, tendendo la mano, disse:

-"Signurì, a me dieci lire e a' guagliona cento"-

Alberto annuì col capo senza rispondere e visto che nessuno si muoveva intuì che - dato il suo abbigliamento trasandato e le sue scarpe sfondate - i ragazzi non si fidassero della sua solvenza. Allora prese il borsello trasse alcuni biglietti da cento AM lire e li mostrò. Lo fecero entrare in un antro semibuio e discretamente si ritirarono dopo aver riscosso la loro parte.

Nella stanza, il cui soffitto si poteva toccare con le dita, c'era una ragazzina magra e smunta dall'età indefinita. Poteva avere quattordici anni, ma poteva averne anche diciotto. Il suo viso affilato era molto carino e i grandi occhi neri illuminavano quel volto come due fanali. Anche lei volle prima i soldi, che gelosamente custodì sotto il materasso. Poi si tolse molto lentamente la larga vestaglia che la ricopriva e mostrò un corpicino di falsa magra con tutte quelle rotondità al posto giusto che la rendevano meravigliosamente sensuale.

Prima di distendersi nel letto sgangherato, trasse dal cassetto del comodino un preservativo e glielo porse.

-"Scusami; ma è meglio che te lo metti"-

Ne aveva una scatola da cinquanta pezzi che, con tutta probabilità, gli avevano fornito quegli americani che varcavano il confine "off limits", scritto a lettere cubitali in tutte le mura del quartiere.

Fecero all'amore per una ventina di minuti ed ella si esibì in tutte le posizioni possibili. Era bravissima. Nonostante la giovane età aveva l'esperienza di una veterana. Quando finirono volle che lui restasse ancora un poco con lei, sdraiato sul letto e gli raccontò la sua storia:

- "Quei ragazzi che ti hanno accompagnato sono miei fratelli. Ho anche una sorella più grande di me che lavora fuori casa. Se quando rientra a casa non trova tanti soldi mi picchia con una cinta. Vedi questi segni? Me li ha fatti lei." -

Si sollevò la camicia da notte e mostrò due grossi lividi sulla schiena. Ma non si rimise la camicia a posto. La abbassava e la sollevava come un'esperta spogliarellista, lasciando scoperto ora il pube ora i piccoli seni e rigirandosi nel letto come ad eseguire un balletto che le consentisse di mostrare, bene in evidenza, ma senza ostentazione, tutta la sua nudità. E intanto continuava a parlare:

- " Rientra a casa sempre molto tardi e quando ha bevuto picchia anche i miei fratellini. Non abbiamo altri parenti. Mio padre e mia madre sono morti l'anno scorso sotto un bombardamento e noi siamo costretti ad arrangiarci per vivere." -

Lui stette così, ancora per dieci minuti circa, accanto a lei che si rotolava esibendo figure sempre più ardite e accarezzandolo dapertutto.

Ma purtroppo gli scappava di urinare e con gli occhi cercava qualcosa che indicasse la presenza di una toilette. Vide proprio di fronte, una porticina stretta, mascherata da un pizzo a tombolo che la ricopriva per metà; pensò d'averla trovata e si alzò.

Prima che lei potesse intervenire, aprì la porta, accese la luce e si trovò in un'ampia stanza, modestamente arredata, dove due uomini mezzo nudi stavano seduti davanti al vetro di una finestrella, coperta da un pizzo, comunicante con la stanza della ragazza. Una donna completamente nuda, sulla quarantina, ancora piacente, ma molto sciupata, stava in grembo ad uno di loro.

Non gli ci volle molto per capire la situazione e senza proferire parola rispense la luce e richiuse la porta. Si avvicinò alla ragazza, ancora sdraiata sul letto e le disse:

- "Senti, devo fare la piscia e non posso farla addosso alla tua povera madre. Non ho mai pisciato sui morti. Dimmi dov'è il cesso."-

Lei si fece rossa in viso, ma non rispose; con la mano gli indicò la toilette che era dietro a un grosso armadio.

Quando uscì all'aperto rivide lo stesso gruppo di scugnizzi . Abbordò il minore e gli chiese:

-"Senti un pò, quanto si paga per stare anche con la madre della guagliona?"-

E quello senza batter ciglio:

- "Centocinquanta a lei e quindici a noi".-

Gli accarezzò la testa con la mano e si diresse verso il porto per rientrare al centro di raccolta.

L'Ufficio ''I'' del Comando Alleato.

L'Ufficio ''I'' era situato sul lungomare di Mergellina, in una palazzina rimasta miracolosamente in piedi e per niente scalfita da quell'inferno di bombe a tappeto, lanciate dagli americani, che avevano distrutto mezzo chilometro di strada e il giardinetto antistante.

Li accompagnarono con un mezzo militare e li distribuirono tra le varie sezioni, dislocate su tre piani, in cui, dietro le scrivanie, stavano dei soldati americani. Avevano divise cachi ed una blusa verdolina; se non fosse per le mostrine dell'ottava armata, ricamate sulla camicia, nessuno avrebbe detto si trattasse di militari in servizio. Alberto, in attesa del suo turno, si era affacciato alla finestra da dove poteva godersi lo spettacolo meraviglioso del golfo. Il mare, appena increspato da una leggera brezza di ponente, si congiungeva all'orizzonte nell'abbraccio di Capri ed Ischia protese per proteggerlo. In rada erano ormeggiate diverse navi da guerra e da trasporto: una portaerei e una corazzata o forse un incrociatore.

Lo fecero subito entrare in una stanza occupata da un militare, una donna in divisa ed un civile. Il militare accese una di quelle sigarette favolose che Alberto aveva avuto occasione di fumare solo poche volte da quando aveva passato le linee. Quel pacchetto colorato e lucido, posato così accanto a lui, emanava un gradevolissimo profumo di tabacco sapientemente conciato. Si avvicinò un poco alla scrivania e aspirò profondamente quelle volute di fumo azzurrino che si sviluppavano dalla sigaretta posata sul portacenere. Il militare lo osservò per un attimo poi, sorridendo, disse qualcosa all'interprete che lui non comprese.

-"Le dice, gli ripetè, che se lei fuma può prenderne una"-

Da quel momento il dialogo fu condotto a tre. La ragazza in divisa scriveva rapidamente a macchina quanto sentiva. Così per circa due ore; quanto durò quel suo racconto. Avvolto in una densa nube di fumo, dal dolce profumo di melassa, Alberto aveva iniziato il suo racconto dal giorno in cui aveva abbandonato il suo reparto di fanteria autotrasportata di stanza a Pescara.

<<Passato qualche giorno dal proclama dell'armistizio, dopo un tentativo di resistere ai tedeschi, che tentavano di disarmarli, fuggirono, lui ed altri suoi commilitoni e chiesero ospitalità a dei contadini in cambio di prestazioni di manovalanza agricola. I suoi compagni rimasero; ma lui non si sentì di affrontare quei lavori pesanti. Se ne andò e si recò a Rimini dove pensava di ripescare una sua vecchia amica conosciuta durante una breve licenza, all'inizio dell'estate.

In quell'occasione - passando per Cattolica - ricordò di aver visto da lontano Mussolini, a dorso nudo sulla spiaggia, attorniato da una ventina di guardie del corpo, anch'esse in tenuta balneare. Stava con le mani sui fianchi e con le gambe larghe nell'acqua che appena sfiorava le sue ginocchia. A parte il suo gruppo, la spiaggia era deserta per almeno un raggio di cento metri. Odiava quell'uomo. Lo riteneva responsabile di aver coinvolto l'Italia nell'avventura della guerra, che lui reputava ormai persa.

In quel momento il suo pensiero andò ad un suo caro amico e compagno d'arme: Cenzo Dal Lago, degradato e incarcerato perchè colto a distribuire manifestini di propaganda comunista. Radio fante disse allora trattarsi di una cellula comunista jugoslava infiltratasi nelle forze armate italiane.

Ricordò quando le sere in caserma, subito dopo il silenzio e con la complicità del capo-camerata, si riunivano per parlare di politica; ma era soltanto lui a parlarne e lo faceva dimostrando una buonissima cultura ed un ottima informazione dei recenti fatti della guerra che nessuno degli altri conosceva.

A Rimini Alberto non trovò la ragazza che cercava. Trovò invece Guglielmo Persicetti, battezzato più tardi da loro 'tenente Mario', che assieme ad altri militari sbandati costituì, in una zona non molto lontana, una colonna operativa.>>

A questo punto il militare americano si alzò e con la mano gli fece cenno di fermarsi. Aprì un grande armadio di metallo e fece scorrere alcune cartelle. Indugiò su alcune, dalle quali raccolse diversi fogli; poi disse qualcosa all'interprete che anche Alberto capì:

-"Ah! The partisan lieutenant Mario? "-

-"Si, confermò Alberto, proprio lui" -

Questa volta il militare sembrava più interessato e, attraverso l'interprete, gli rivolgeva domande sempre più precise che richiedevano da lui risposte circostanziate.

- "C'era anche lei quando fu eseguito l'attentato al convoglio tedesco?"-

Non rispose subito; poi si rese conto che quel militare sapeva tutto da quelle carte che teneva davanti. Se sulle prime aveva intenzione di sorvolare su alcuni episodi ora doveva decidersi a dire tutto, proprio tutto. Era stato il fervorino che l'interprete gli aveva fatto fin dall'inizio. Se non raccontava esattamente quanto gli era capitato, correva il rischio di essere incriminato come collaborazionista dei tedeschi.

Riprese il suo racconto.

<< Ma certamente che c'era. Era stato nei primi giorni dalla formazione del primo nucleo. Si trovavano in un paesino dell'hinterland ed il tenente Mario propose di fare una spedizione per recuperare un mezzo quintale di dinamite giacente in una cava di pietrisco lì nei pressi. Noleggiarono un furgoncino un poco malconcio e si diressero su una strada carraia molto stretta scavata sul costone della montagna. I segni dei carri che trasportavano il pietrisco avevano lasciato sulla roccia due solchi profondi. La cava non funzionava già da qualche mese, e l'esplosivo era in una palazzina sulla riva di un grande laghetto artificiale, custodito da due anziani coniugi. Loro erano in quattro: lui, il Tenente e altri due ragazzi. Il piano progettato poteva funzionare almeno con una probabilità dell'ottanta per cento. Per l'altro venti per cento si trattava o di essere tutti arrestati per furto aggravato o di saltare in aria con tutto l'esplosivo. Durante il tragitto d'andata, infatti, avevano constatato che la macchina compiva dei balzi improvvisi, in quanto le ruote spesso si incastravano nei solchi della strada facendola sbandare. Quando arrivarono alla villetta tutto era buio. Come previsto, i due coniugi erano già andati a letto.

L'esplosivo era custodito in una casamatta in cemento armato, ad un centinaio di metri dalla villetta - semi incassata nel fianco della montagna - con un gran portellone blindato protetto da un robusto passante e una serratura di sicurezza. Avevano già precedentemente scartata l'idea di forzare quel portello. Troppo pericoloso. Si doveva usare la chiave custodita dal guardiano. Il tenente per prima cosa si preoccupò di far tacere il cane che si era messo ad abbaiare furiosamente. L'animale, colpito al capo si zittì di colpo, dopo aver lanciato un forte guaito.

Stettero per un poco col fiato sospeso per sentire se dalla casa provenisse qualche rumore sospetto. Era una notte chiara, ma senza luna e si riusciva a distinguere bene una persona anche a varie decine di metri.

Assicuratisi che tutto fosse tranquillo, si diressero verso la villetta ove i coniugi dormivano al piano superiore. Uno dei ragazzi era un infermiere. La parte più delicata del piano era stata affidata a lui. Si arrampicò su un olmo che fiancheggiava una tettoia bassa, e da lì raggiunse una finestrella del solaio. Aveva con sè soltanto una borsa a tracolla ed una torcia elettrica. Dalla borsa estrasse un grande coltello a serramanico, divelse la serratura della finestra e si introdusse dentro con la massima cautela. Gli altri erano rimasti, due accanto alla casamatta, ed uno sotto l'olmo. Alla luce della torcia esplorò rapidamente il solaio ingombro di masserizie in disuso e si diresse verso una porticina che dava nelle scale. La porta nell'aprirsi cigolò e lui urtò qualcosa all'esterno che andò a ruzzolare per le scale. L'infermiere si appiattò sul muro e dall'alto vide filtrare da una porta una lama di luce che si era accesa repentinamente. Poco dopo la porta si apri e nel suo vano apparve un uomo armato di fucile.

L'infermiere si ritrasse nuovamente dentro il solaio ed attese. Sentiva quei passi salire lentamente su per le scale. Il suo compito era di cloroformizzare i due coniugi mentre dormivano e di cercare e portar via le chiavi della casamatta. Ma quel piano oramai era fallito e doveva ad ogni costo trovarne un altro idoneo in pochi secondi. Fu lo stesso guardiano a fornirglielo. L'uomo giunto alla sommità delle scale ed accortosi che la porta del solaio era aperta, sporse la testa per guardare e accendere la luce. Ma fu improvvisamente colto da un violento pugno alla cervice che gli fece perdere l'equilibrio e lo fece cadere a terra perdendo il fucile. L'infermiere fu pronto a raccogliere l'arma e sempre al buio gliela puntò sulla nuca dicendogli di non pronunciare una sola parola, altrimenti l'avrebbe ammazzato. Intanto la moglie, rimasta in camera da letto, non vedendolo rientrare, lo chiamò. A questo punto l'infermiere estrasse rapidamente la boccetta del cloroformio, ne inzuppò una garza che teneva a portata di mano e la premette sul naso e sulla bocca del guardiano, tenendolo ben fermo a terra col ginocchio destro. Quando si rese conto che l'anestetico aveva fatto il suo effetto, lo rigirò supino, gli sistemò nuovamente la garza sulla bocca e vi versò ancora del cloroformio. Avrebbe dormito per un pezzo sognando gli angioletti. Poi scese le scale; colse di sorpresa la donna che, credendolo il marito che rientrava in camera, non oppose resistenza e gli fu facile premerle il tampone sulla bocca.

Sistemati i due coniugi, l'infermiere si diede da fare per cercare le chiavi e, dopo aver invano frugato in camera da letto, finalmente le trovò in un cassetto della credenza della camera da pranzo. Porse le chiavi al compagno appostato all'esterno e lui ritornò al primo piano a governare i due coniugi, rifornendoli ogni tanto di cloroformio.

Il gruppo, aperta la casamatta, si diede da fare per caricare il camioncino con l'esplosivo diviso in sei casse da dieci chili ciascuna. In un angolo trovarono anche tre fucili da caccia calibro 12, in ottime condizioni, una cassetta di bossoli da riempire, delle borre e molta polvere da sparo; In un altro canto, c'erano alcuni rotoli di miccia a rapida combustione ed alcune scatole di detonatori. Sistemarono tutto alla svelta e con un fischio prolungato chiamarono l'infermiere che venne giù col fucile del guardiano. <<Dormiranno per un paio d'ore>> disse.

Ora si trattava di fare in modo che la dinamite e i detonatori non esplodessero a seguito dello sballottamento della macchina. Il tenente prospettò una soluzione ottimale. Mentre Alberto guidava, loro tre, seduti dentro il cassonetto del camioncino, avrebbero tenuto le cassette nelle ginocchia, preservandole da eventuali urti bruschi. Nonostante la guida prudente, ci furono dei momenti in cui temettero di volare tutti al creatore. Ad una curva le ruote della vettura si incastrarono nei solchi profondi della carreggiata ed il mezzo rischiò di capovolgersi. Il tenente fu addirittura scaraventato sulla sponda opposta e, per salvare l'esplosivo dall'urto, si fece schiacciare il torace da una cassetta riportando un vasto ematoma. Quando arrivarono in paese era quasi l'alba e non vollero rischiare di essere scoperti quando ormai l'operazione stava per concludersi. Decisero così di nascondere l'esplosivo nei pressi di una discarica di immondizia, situata in periferia, e con la vettura raggiunsero il paese che mostrava appena i timidi segni di un risveglio consueto segnato da pochi camini fumanti e da una piccola frotta di contadine e di animali che si avviavano su per i campi al pascolo.>>

La preparazione.

<< L'indomani si trovarono nella tabaccheria, scelta come punto d'incontro in paese, per decidere come effettuare la seconda tappa del trasporto. Avrebbero usato lo stesso camioncino e la sera avrebbero portato l'esplosivo al sicuro nel Capanno. Stavano seduti nel retrobottega ed il gestore, un certo Morlino, mutilato della guerra 15-18 loro simpatizzante, ogni tanto lasciava il banco di vendita e si infilava dentro per partecipare alla discussione.

-"Sono certo che possiate intervenire fin d'ora." -

Disse il tabaccaio allacciandosi al discorso del gruppo che parlava di come poteva essere utilizzato l'esplosivo

-" Ieri e oggi ho notato lungo la ferrovia un movimento insolito di militari tedeschi che ispezionavano la massicciata. Sono convinto che domani o dopo vi dovrà passare qualche convoglio importante. Fanno sempre così quando devono trasportare armi pesanti o quando viaggia qualche personaggio molto in vista."-

-"Tu credi quindi valga la pena di utilizzare l'esplosivo subito?"-

Disse il tenente Mario.

-"Suppongo di si - intervenne Alberto - se non ne approfittiamo adesso, quando ancora non si sono ben organizzati, più tardi sarà difficile intervenire"-

-"Sono convinto - soggiunse Morlino - che entro domani al massimo i tedeschi faranno passare un treno. Sarà sufficiente piazzare le cariche nei due tombini di scolo vicino al viadotto. Quello è un punto che consente, senza essere visti, di operare anche di giorno: qualcuno dovrà pur accendere la miccia al momento opportuno e se il convoglio non lo faranno transitare di notte si rischia di essere scoperti o di mandare a monte tutta l'operazione."-

-"Rimane il fatto - disse il tenente - che noi dovremo almeno sapere come si usa questo materiale e credo, per quel che mi risulta, che nemmeno altri del gruppo siano degli esperti. Tutti noi, chi più e chi meno, abbiamo avuto tra le mani dell'esplosivo, ma nessuno forse è in grado di usarlo efficacemente."-

Il tabaccaio si era assentato per servire un cliente entrato in quel momento, ma aveva ugualmente seguito il filo del discorso. Quando rientrò disse:

-"Non so se sappiate che la mia invalidità è dovuta proprio ad una esplosione. Mi è capitato quando sul Carso, nella grande guerra, facevo il guastatore. Ho una qualche dimestichezza con gli esplosivi e posso esservi di grande aiuto, se non nella operazione vera e propria, almeno nella fase di preparazione."-

Il gruppo stette per un attimo in silenzio e tutti guardavano il tenente Mario che giocherellava con un taglia sigari, azionando ogni tanto quella minuscola ghigliottina con un gran colpo al pomello d'ottone. Accortosi che il gruppo attendeva da lui una risposta, disse:

-"Sentite non aspettatevi che sia solo io a decidere; credo che una cosa sia aver del fegato ed una cosa sia esporre gli altri ad un gravissimo pericolo. Le mie perplessità sulla possibilità di riuscita di un'operazione del genere nascono proprio da questo principio. Tuttavia debbo riconoscere che il nostro amico è riuscito a fugare per una buona percentuale queste mie ultime incertezze. Va bene. Sono d'accordo per l'intervento immediato purché lasciate a me il compito di portare a termine da solo l'operazione."-

Seduta stante, utilizzando una vecchia mappa del luogo, in scala 200 mila - rinvenuta tra le carte del tabaccaio - si misero a studiare il percorso e i punti da ispezionare sul posto. Stabilirono chi avrebbe dovuto preparare le cariche, chi le avrebbe messe e chi le avrebbe dovute fare brillare. Morlino suggerì di fare una prova con il tipo di miccia che avevano preso, cronometrando il tempo necessario a bruciarne almeno cinquanta centimetri, e di utilizzarla usando qualche detonatore preso a caso dalla scatola. Quando pensarono di aver considerato ogni cosa, quella parte del gruppo interessato all'azione sul campo, si spostò per compiere un sopralluogo.

L'ispezione dei tombini, comunicanti con un grosso tubo che attraversava la ferrovia, rivelò che la melma ne aveva quasi completamente ostruito la bocca. Per fortuna non vi erano difficoltà ad accedervi dall'esterno ed un volenteroso si calò nell'imboccatura e con attrezzi di fortuna riusci a liberare il canale di scolo. Passarono dall'altra parte e notarono lo stesso problema; ma questa volta intervenne il tabaccaio:

-"No, quella terra va lasciata lì; anzi ne va aggiunta dell'altra per finire di ostruire l'uscita del tubo. Questo potrà fare aumentare l'effetto della deflagrazione. Se, dopo aver sistemato le cariche, avremo il tempo di chiudere anche questa ,che abbiamo appena liberato, sarà molto meglio. Ma non lo faremo se occorrerà rischiare troppo; non ne varrebbe la pena."-

Studiarono il percorso da far seguire alle micce e notarono che il canale di scolo era fiancheggiato da un muretto di sassi che delimitava un frutteto, protetto da un fitto frangivento di rovi. Era senz'altro il posto ideale per sistemarvi la miccia e per trovare un efficace nascondiglio. Non c'era tempo da perdere; bisognava preparare subito le cariche.

Quella notte fu un frenetico andirivieni fra i tombini e il luogo dove avevano nascosto l'esplosivo. Un gruppo capeggiato dal Morlino, principale consulente dell'operazione, si era installato in un caseggiato semi diroccato accanto alla discarica e provvedeva alla confezione degli ordigni.

Il primo lavoro fu quello di legare strettamente tra loro i pani di dinamite con del filo di ferro, poi di preparare le micce. Sperimentarono che per bruciarne mezzo metro occorrevano cinque secondi, quindi per ottenere il tempo di due minuti occorrevano dodici metri di miccia per ogni carica.

Al tabaccaio luccicavano gli occhi dietro due ciglia folte come cespugli; gli sembrava di essere ridiventato giovane e perfettamente efficiente; lavorava con la stessa lena dei ragazzi ed ogni tanto si lasciava sfuggire un'imprecazione quando vedeva che qualcuno di loro maneggiava quel materiale in modo imprudente.

Il secondo gruppo, capeggiato dal tenente collocò le cariche dentro ai tombini nei posti che avevano già stabilito e ostruirono con terra e massi la loro imboccatura badando a coprire perfettamente con ciuffi d'erba e sterpi tutto il percorso delle micce. Questo fu il lavoro più pericoloso, sia per la necessità di non dare nell'occhio durante l'operazione, sia sopratutto per l'attenzione che doveva essere posta nel maneggiare l'esplosivo, oramai munito dei detonatori collegati alle micce.

Il terzo gruppo fungeva da collegamento fra la discarica e la ferrovia; questi dovevano percorrere circa due chilometri e portare le cariche - in tutto erano quattro - man mano che venivano preparate. Anche se il luogo a quell'ora non era molto frequentato tuttavia bisognava fare attenzione che qualcuno non li vedesse. Dovevano mettercela tutta per percorrere quella distanza nel minor tempo possibile.

Alle quattro del mattino avevano terminato tutta l'operazione e con il camioncino gran parte dei ragazzi rientrarono al Capanno. Solo due rimasero nascosti nel frutteto accanto alla ferrovia, per fare la guardia all'esplosivo. Altri due si sarebbero recati uno a monte e l'altro a valle, rispetto alla loro posizione, per telefonare tempestivamente al tabaccaio i movimenti e l'orario di partenza di eventuali convogli speciali. Il comando l'aveva il tenente Mario che per l'occasione si era installato in casa del Morlino e sarebbe stato il solo a recarsi sul posto per dar fuoco alle micce.>>

L'attentato.

<< La sera trascorse senza nessun incidente. Soltanto il pomeriggio seguente uno dei due giovani messi di guardia, arrivò trafelato in paese e riferì che nella linea ferroviaria aveva notato delle pattuglie che ispezionavano i binari ed andavano su e giù per la massicciata. Nessuna di esse tuttavia si era fermata nel punto in cui erano state messe le cariche. Ma di lì a poco squillò il telefono. Il tabaccaio irruppe nella stanza, e rosso in viso e visibilmente emozionato, disse:

-"Ci siamo. Avevo visto giusto. La vedetta che abbiamo dislocato a Cesena ha telefonato che è transitato ora un convoglio militare carico di carri armati e di artiglieria pesante. Una staffetta armata lo precede di qualche minuto. Il treno è molto lungo, ma non dovrebbero esserci vagoni passeggeri se non uno in coda forse riservato alle truppe di scorta."-

Fecero dei brevi calcoli e si resero conto che non c'era tempo da perdere. Mario si alzò visibilmente emozionato e disse:

-"Scappo se no non ce la facciamo. Mi rimane solo il tempo di arrivare e di accendere le micce; se poi troverò sulla linea dei militari tedeschi, beh pazienza, vuol dire che era scarogna; le micce le accendo lo stesso; vada come vada."-

- "Buona fortuna, gli augurò Morlino, ricordati però che abbiamo bisogno di combattenti, non di eroi. Stai attento."-

-"Va bene, disse Mario infilando la porta, il ragazzo non farmelo venire dietro, mi sarebbe solo d'impaccio. Arrivederci".-

Corse di filato lungo il sentiero verso la ferrovia ed appena giunto guardò l'orologio. Bene. Nemmeno l'ombra di guardie tedesche o di altre persone e fra non molto, se aveva mantenuto ancora la distanza di quattro minuti, avrebbe scorto transitare la staffetta. Quando vide sbucare dal muretto di sassi la testa del secondo piantone messo lì di guardia, gli fece cenno di allontanarsi rapidamente, e si collocò lui stesso proprio dove avevano interrato i terminali delle micce, in attesa del primo passaggio.

Il pomeriggio era afoso e solo una leggerissima brezza di scirocco faceva intuire che a pochi chilometri c'era il mare. Guardò nuovamente l'orologio: erano le sei e venticinque. Alle sei e ventotto sarebbe dovuta transitare la staffetta; ma era appena trascorso un minuto quando al di là della curva vide profilarsi la sagoma del locomotore armato. Si appiattì dietro il muretto e di lì a poco sentì lo stridere delle ruote sui binari. Per un attimo il suo cuore si fermò. Ma non si trattava di una frenata; forse era stato semplicemente l'effetto del rallentamento in curva. Il mezzo infatti sfrecciò via, oltre il viadotto e scomparve.

Oramai teneva il suo orologio sempre sotto gli occhi. Calcolando che le micce erano state regolate per due minuti primi, e che, secondo la tabella di marcia, la staffetta aveva circa quattro minuti di anticipo; lui doveva dare fuoco esattamente alle sei e vent'otto. Erano le sei e ventisette. Quel minuto osservato da vicino sembrava andare più lento del solito. Ventisette e ventiquattro secondi. Prese dalla tasca due accendini e li provò: accendevano tutti e due. Li posò accanto ai terminali delle quattro micce. Quarantacinque secondi.Venti. Quindici...

Accese l'accendino e tenendo in mano i quattro terminali scandì:

-"Meno dieci... cinque, quattro, tre, due, uno, via."- Abbassò la fiamma sui terminali delle micce ed il fuoco cominciò a camminare rapidamente su di esse segnando il cammino con brevi fiammate. Si allontanò alla svelta da quel luogo e raggiunse un poggio da dove, oramai distante più di cinquecento metri dalla ferrovia, poteva osservare ciò che sarebbe accaduto. Al suo orologio mancavano trenta secondi alle sei e mezza e del treno nessuna traccia. Sconfortato pensava di dover assistere alle esplosioni a vuoto, quando da lontano comparve il fumo della locomotiva.

Incrociò le dita. Guardava l'orologio ed il treno contemporaneamente. Questa volta i minuti parevano scorrere rapidi ed il treno, con quelle due vaporiere motrici, sembrava andare piano. Mancavano ancora un centinaio di metri e l'orologio segnava le sei e ventinove e quaranta secondi. Meno dieci.., meno cinque, quattro, tre, due, uno. Non successe niente. La prima locomotiva aveva oramai superato di poco i tombini ed il treno si inoltrava senza che nulla accadesse. Ad un tratto, una prima esplosione fece volar via il tender della seconda locomotiva carico di carbone; dopo alcuni secondi, una nuova deflagrazione investì un vagone che esplose con un fragore inaudito, facendo giungere alcune schegge fino vicino a lui.

Da quel momento ci fu il caos. Tutti gli altri vagoni o si rovesciavano sulla massicciata o si accavallavano uno sull'altro con un fragore d'inferno. Le esplosioni si susseguirono come fossero dei fuochi d'artificio. Alcuni militari che stavano sui carrelli si buttarono dal treno; alcuni furono travolti; altri si salvarono in tempo per non essere trascinati dall'impeto della deflagrazione; altri ancora saltarono in aria assieme a quel vagone che sicuramente doveva contenere delle munizioni.

Lui era li, fermo, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quella visione apocalittica.

C'erano certamente parecchi morti e forse decine di feriti gravi; ma lui se ne stava lì, come un Dio vendicatore, osservando compiaciuto l'effetto dei suoi dardi tonanti. Al primo entusiasmo era subentrato un senso di nausea irrefrenabile che lo fece piegare in due e dare di stomaco. Era tutt'altro che compiaciuto; si sentiva a posto con la sua coscienza, per aver portato a termine la sua missione, ma senza nessuna particolare soddisfazione. Ancora una volta, l'unica considerazione valida per acquietare la sua coscienza riguardava la inevitabilità degli orrori della guerra; una guerra che non si combatteva soltanto al fronte e che coinvolgeva tutti, colpevoli e innocenti.

Per tornare al Capanno sarebbe dovuto andare in paese per poi farsi accompagnare in macchina su in montagna. Ma non se la sentiva di rientrare subito, sia per la paura di rappresaglie tedesche, sia per non dover attraversare quei binari la cui massicciata era ovunque chiazzata di sangue ed in cui diversi cadaveri coi corpi a brandelli avevano ancora gli occhi sbarrati rivolti verso il sole.

Incamminandosi verso il lato opposto della ferrovia, rifletteva sul valore della vita e della morte. Gli venne in mente un verso dei 'Sepolcri' di Ugo Foscolo: <<...perché gli occhi dell'uom cercan morendo il sole>>. Si; era vero. Prima di morire quei soldati avevano rivolto il loro sguardo verso il sole già sulla linea del tramonto, quasi ad implorarne un aiuto impossibile.

Gli venivano in mente tante cose, ma quella visione martellava ossessivamente le sue meningi. Ora si sentiva piccolo, disperatamente piccolo, inquisito da quegli occhi sbarrati nel vuoto, che lui - con un banale gesto del pollice sull'accendino - aveva definitivamente inchiodato là su quella massicciata. Camminava come un automa in una direzione opposta a quella che avrebbe dovuto prendere e parlava tra sè e sè a voce alta:

- "Dio perdonami. Fa che nella vita che mi resta da vivere non debba mai più compiere un simile massacro e possa riuscire a cancellare questa terribile visione. Senza il tuo aiuto non mi sarà certamente facile dimenticare questi sguardi vuoti e questi segni tremendi che sui loro corpi straziati ha tracciato la morte ." ->>

Lo scontro coi fascisti.

Il militare americano continuava a guardare Alberto con molto interesse ed ogni tanto si congratulava con lui, che gli forniva, col suo racconto così circostanziato, il modo di completare quelle cartelle che teneva di fronte.

-"E bravo Alberto !"-

Balbettò, questa volta senza bisogno dell'interprete, in un buffo italiano pronunciato con la bocca storta. Poi, dirottando il discorso attraverso l'interprete, disse ancora:

-"E' stata questa la sola azione che avete compiuto? Non mi sai raccontare altro? D'ora in avanti non c'è bisogno che tu ti dilunghi molto nei dettagli; è sufficiente mi dica solo l'essenziale."-

Ora gli stava dando del tu e lui non sapeva se ciò fosse per un'iniziativa dell'interprete oppure per un mutato registro del militare, il quale, visto il suo imbarazzo, immediatamente replicò:

-"Ti sei offeso per caso? Vedi, ora sei quasi un collega. Hai rischiato la vita come noi per mandar via i tedeschi dall'Italia"-

-"No..." -

Alberto un pò confuso non sapeva cosa dire, poi si riprese:

-" Ma no. Ci mancherebbe altro. Sono felicissimo e lusingato di quanto mi dice. D'altro canto io in questa operazione non ho fatto molto. "-

Riprese il suo racconto dopo aver frugato nella sua memoria per trovare altri episodi degni di essere raccontati:

-" Ma certo. Quasi lo dimenticavo. Ci fu lo scontro con i fascisti."-

Alberto parlò per più di mezzora. Quand'ebbe finito l'interprete si fece dare il foglio dalla dattilografa e lo lesse a voce alta in italiano:

<< Fu nel gennaio del 44; quando l'avanzata anglo- americana sembrava non incontrare molta resistenza e tutti i nostri ragazzi si erano illusi che la liberazione sarebbe stata questione di giorni. Le incursioni di pattuglie tedesche isolate avevano cominciato a creare un notevole disturbo nella zona del rifugio e da qualche tempo si verificavano anche degli scontri armati. Ciò succedeva prevalentemente in imboscate tese ai nostri compagni che si allontanavano dalla base e si trovavano isolati.

Lassù mai nessun tedesco o fascista era riuscito a salire. Ma un giorno mentre Cecilia faceva capolino giù a valle, cavalcando il suo muletto carico di provviste, successe qualcosa di insolito. Il tenente Mario, mentre andava incontro alla sua ragazza, si sentì ferire il braccio da una pallottola sparata da un costone non lontano da lei. Non tardammo a capire che Cecilia, senza che se ne accorgesse, era stata seguita da qualche squadra di tedeschi o di fascisti. Allo sparo il mulo prima indietreggiò, poi con uno scatto le strappò le briglie e si mise a correre giù verso la valle. La ragazza riusci a stare in sella ed il mulo una volta allontanatosi sufficientemente, frenò il galoppo e riprese il suo trotto tranquillo, riportandola sana e salva verso il paese.

Lo sgarro del mulo, oltre a salvare la giovane, consentì al tenente Mario di dare l'ordine d'attacco. Mai e poi mai egli avrebbe agito così se Cecilia fosse rimasta lì in mezzo a due fuochi. Noi, anche se spesso al Capanno oziavamo, stavamo tuttavia sempre sul piede di guerra armati di tutto punto. Di recente, grazie a Franco ed alla organizzazione di Micio, gli Alleati avevano paracadutato molte armi automatiche leggere, due mitragliatrici pesanti e tantissime munizioni e bombe a mano. Proprio in quella circostanza, preziosissime si dimostrarono alcune mine anti-uomo americane, ultimo modello.

Il capo aveva voluto che fossero sistemate sul terreno, secondo un criterio tattico di difesa. Solo un punto ben preciso doveva essere lasciato sguarnito, seguendo un andamento a pettine, e cioè facendo sì che il percorso libero, fosse costituito da una specie di labirinto, conosciuto soltanto da noi. In questo caso, la fortuna di Cecilia dipese anche dalla buona memoria del mulo che, tornò indietro, ripercorrendo la stessa strada di sempre.

Una volta allertati gli uomini e raggiunte le posizioni, Mario diede l'ordine di far fuoco. Cominciò a sparare la mitragliatrice del lato ovest. Crepitava senza sosta centrando quel punto da dove poteva essere partito quel primo colpo. Ma nessuno rispondeva. Evidentemente il nemico aveva mirato al bersaglio buono, ma aveva sbagliato la mira. Ora si sentiva sovrastato da una potenza di fuoco che non sospettava. Seguendo la ragazza erano arrivati in un punto libero dalle mine, l'unica speranza di ricacciarli era riposta proprio nella continuità del tiro. Ma, poco dopo, visto che gli attaccanti non rispondevano, il capo dette l'ordine di smettere. Il silenzio durò poco. Presto i ragazzi si accorsero di essere stati circondati. Nonostante il Capanno occupasse la più alta sommità, la squadra attaccante senza far molto rumore e nascosta dagli alti corbezzoli, lentamente avanzava.

Per la prima volta Mario riunì il suo stato maggiore costituito da Luigi, Giulio e me e fu decisa collegialmente la prossima mossa tattica. Si doveva far credere agli attaccanti che fossero di fronte ad uno schieramento senza alcuna soluzione di continuità; e ad un certo punto, approfittando della posizione alta, e senza sguarnire totalmente la linea di difesa, una ventina di persone avrebbero premuto a cuneo su un solo punto dell'accerchiamento. Così i ragazzi, approfittando del vantaggio di conoscere perfettamente il terreno, avrebbero ricacciato gli attaccanti che, presi di sorpresa, sarebbero stati o costretti a ripiegare o ad essere a loro volta accerchiati.

Distribuite le postazioni secondo quanto stabilito, Mario ordinò alle due mitragliatrici pesanti situate ai lati contrapposti di sparare a raffiche brevissime, ma ripetute. Tutti gli altri dovevano stare su due linee a gruppi di due. La prima linea aveva l'ordine di sparare a volontà su qualunque bersaglio mobile, l'altra doveva servire da rincalzo nel caso di una forzatura da parte degli attaccanti; ma doveva sopratutto tenersi pronta ad intervenire per lanciarsi all'attacco nel punto e nel momento stabilito.

I ripari naturali della roccia costituivano di per sé un baluardo inespugnabile. Tuttavia l'attenzione doveva essere costante. I fascisti continuavano a muoversi con circospezione, ma sempre fuori dal tiro delle nostre armi. Ad un certo punto la boscaglia di corbezzoli si diradava e se il nemico voleva avanzare doveva farlo allo scoperto. Dall'altro lato, un costone ripido impediva qualunque tentativo di avanzata. Io stavo sulla sommità di quello sperone e vidi con i binoccoli un gruppetto di Camicie Nere tentare di raggiungere la sommità, proprio dalla parte più impervia, cercando di utilizzare un canalone, inerpicantesi sulla rocca, molto buono per offrire un valido riparo.

Lasciai che fossero a tiro, poi ordinai alla mitragliatrice di fare fuoco su quel punto. I repubblichini, pensando di essere al riparo, furono spiazzati dalla direzione inattesa del tiro che riusci a ferire un loro compagno. Fu questo avvenimento a produrre il panico in tutta la compagnia delle Camicie Nere; si, proprio di un'intera compagnia si trattava. Quando il gruppo del canalone si accorse di essere in trappola, si buttò giù per il pendio per porsi ad una distanza di sicurezza dalle nostre armi, cercando contemporaneamente di portare via il ferito.

Ma questa volta gli attaccanti finirono nelle trappole delle mine che, esplodendo a catena, misero in agitazione tutto lo schieramento della compagnia. Presi alla sprovvista, e credendo si trattasse di un attacco con armi pesanti, retrocessero scompostamente facendo a loro volta esplodere le altre mine sistemate nella zona più bassa. Fu un fuggi fuggi generale con molti feriti tra i fascisti. I nostri ragazzi se la cavarono con qualche ferita lieve che riuscirono a curare nel Capanno. Solo uno ebbe bisogno di un serio intervento chirurgico e si dovette trasportarlo prima in paese, poi in città, in ospedale.>>

Il militare americano si levò dalla scrivania e passò dalla sua parte. Gli battè una mano sulla spalla e gli disse:

- " Siete stati veramente in gamba. Bravi. Dopo aver sentito tante storie poco interessanti in quest'ufficio, la tua mi piace davvero."-

Si rivolse alla segretaria e le disse qualcosa che l'interprete subito gli tradusse:

-" Sta dicendo alla dattilografa di prepararti la dichiarazione di discriminazione di primo grado che ti darà il diritto di fregiarti del titolo di patriota e di partigiano combattente" -

E l'interprete aggiunse di suo:

- "Quest'onore lo abbiamo concesso soltanto a pochi"-

Alberto, che non indulgeva a commozioni facili, fu pronto a sfruttare la situazione e disse:

-" Vi ringrazio di cuore, ma vedete, il problema e quello di poter sopravvivere fino a quando non avrò la possibilità di riprendere a lavorare. Se voi poteste darmi una mano ve ne sarei veramente riconoscente."-

Gli risposero che loro non avevano poteri amministrativi, ma che avrebbero fatto in modo di aiutarlo. Gli avrebbero comunicato qualcosa tramite le crocerossine del centro di raccolta.

* * *

Capitolo Sesto: Un giallo nel giallo.

La lettera.

E' veramente una cosa meravigliosa quando ci si sveglia al mattino accorgendosi di essere perfettamente riposati, senza l'ombra di raucedine nei bronchi, senza cispe all'angolo degli occhi e senza la bocca amara. Non capita spesso, ma quando succede significa che il sonno è stato veramente ristoratore ed i sogni hanno intessuto la loro trama riparatrice regolarmente in tutte le fasi del sonno profondo. Quella era appunto una di queste mattine.

Quando mi alzai da quel grande letto da scapolo, tenuto caldo solo da me, lo feci con un piccolo balzo che mi portò sul tappetino in posizione molleggiata. Era da tanto che non lo facevo e mi congratulai coi miei cinquant'anni suonati, che consentivano ancora una certa elasticità. I miei muscoli si comportavano abbastanza bene e ne fui soddisfatto; tanto che, contrariamente al solito, proseguii per un poco quelle flessioni. Poi, canticchiando, mi misi sotto la doccia e ripassai mentalmente la scaletta preparata per la giornata.

Avrei ricevuto tre pazienti: la signora Luisetti, Marco il piccolo ribelle, e a fine mattinata l'on. Cerquetti. Il pomeriggio, alle cinque, avevo una lezione all'Università, il resto della sera l'avevo tutto per me. Frizionai la pelle con l'accappatoio per qualche minuto e, passando in anticamera, mi accorsi che, da sotto la porta, avevano infilato una busta gialla; di quelle dozzinali solitamente adoperate per la corrispondenza commerciale.

La mia innata diffidenza mi portò a non raccoglierla subito, ma piuttosto ad osservarla da vicino. Poi mi chinai, la presi delicatamente per un angolo e la analizzai attentamente.

Non aveva nè indirizzo nè mittente. Sulle prime pensai ad una missiva del portiere; ma scartai subito questa ipotesi: era la prima volta che ciò accadeva. Prima di aprirla la rigirai e la soppesai. Le cronache dei giornali insegnano che molte volte una busta, dall'apparenza innocente, può contenere qualche sostanza nociva o peggio dell'esplosivo. Ma, dopo averla esaminata, scartai anche questa ipotesi e mi decisi ad aprirla. Conteneva un foglietto, piegato in quattro, con sopra incollate delle lettere di giornale che dicevano:

- << QUESTA VOLTA NON TE LA CAVERAI COSI' FACILMENTE>> -

Nient'altro. Nessuna firma. Nessuna data. Esaminando attentamente il foglio notai, al posto dell'intestazione, quattro piccole punte ritagliate con le forbici.

Osservai meglio e mi convinsi che, anche quelle quattro punte, dovevano far parte del messaggio, non potevano essere casuali. Mi sedetti alla scrivania per riflettere. Per quanto la professione mi portasse di frequente ad indagare su fatti e avvenimenti dei miei pazienti e talvolta a risolvere rebus complicati, tuttavia non sentivo di avere le attitudini del detective. Uno è dipanare trame psicologiche la cui chiave è alla portata di chi opera per scienza e conoscenza, uno è avere a che fare con del materiale i cui codici appartengono ad una cultura malavitosa che ai non iniziati risulta completamente nuovo. Tuttavia le due cose avevano in comune un aspetto importante: questa come l'altra stimolava prepotentemente la mia curiosità di ricercatore.

Cercai di concentrarmi su quanto era stato scritto dall'anonimo interlocutore. La minaccia era palese e sembrava piuttosto grave. Si doveva quindi trattare di un acerrimo nemico. Riguardava certamente il reiterarsi di un'offesa. Il <<questa volta>> presupponeva delle altre volte o almeno un'altra volta in cui io me la sarei cavata <<così facilmente>>. Frugai fra i miei ricordi per vedere se, tra le connessioni neuroniche della memoria, ci fosse qualche 'engramma' che potesse sovrapporsi, anche approssimativamente, allo schema realizzato. Passai in rassegna tutti i miei pazienti vecchi e nuovi, le persone a cui credevo di aver fatto qualche torto, ma invano. La matrice dei miei pensieri scorreva sui miei ricordi senza trovare nulla di simile a questo schema. Insomma, non avevo nemici dai quali aspettarmi minacce, nemmeno per torti fatti una sola volta.

Lo squillare del citofono interruppe queste mie considerazioni. La lettera mi aveva fatto scordare la prima paziente della giornata che puntualmente si era presentata all'ora fissata.

La Sig.ra Luisetti

La feci sdraiare sul lettino; ed io come al solito occupai col fedele notes la poltrona dietro a lei. Si trattava di una paziente sofferente di crisi depressive con la quale non avevo ancora instaurato un rapporto di transfert positivo. Parlava solitamente con voce piagnucolosa e si lamentava spesso di dolori certamente di natura psicosomatica, ma da lei considerati molto gravi. Faceva impazzire il suo medico di famiglia che le consigliò di consultare uno psicologo. Lei visse questo fatto come un abbandono da parte della persona con la quale aveva, evidentemente, già instaurato un rapporto transferale soddisfacente ed il suo comportamento nei miei confronti risultò ostile ed ostentatamente punitivo. Durante la seduta precedente si era chiusa in un totale mutismo e neanche questa volta prometteva bene.

Le dissi che, se voleva, poteva dirmi tutto quello che le passava per la mente e notai che anche questa volta non intendeva parlare. Non ritenni opportuno sollecitarla ulteriormente e mi accinsi a far lavorare il cervello in un'altra direzione.

Dovevo fare una denuncia per minacce. Non potevo prendere la cosa sotto gamba e far finta di niente. Avevo addirittura pensato di parlarne a Luigi. Lui certamente avrebbe potuto consigliarmi meglio sul da farsi. Ma poi ripensandoci abbandonai quest'idea. Vedevo già come sarebbe andata. Mi avrebbe accolto come al solito calorosamente, poi, appena sentite le mie prime parole avrebbe esclamato: << Ma Giulio, anche tu sei immischiato in affari poco puliti?>> Avrei negato disperatamente. Gli avrei detto di essere all'oscuro di tutto, di non avere nessun nemico. E lui avrebbe continuato:<< Lo so, lo so. Dicono tutti così: nessuno ha mai fatto niente. Ma come ti spieghi allora questa lettera anonima con delle minacce così gravi?>> Sarei rimasto confuso e non avrei saputo cosa rispondergli. Magari avrei balbettato: <<Ma... credimi... sono innocente >> Ed allora, a questa frase fatidica, lui sarebbe balzato su dalla sedia, come quando qualcuno in aula osa disturbarlo, e, col braccio levato verso il soffitto, mi avrebbe detto: <<Me l'aspettavo. Ma lo sai che le prigioni sono piene di innocenti?>> A questo punto avrei dovuto confessargli tutto quello che non sapevo oppure cambiare da un momento all'altro il mio atteggiamento e sbottando in una risata dirgli: <<Ah, ah, ci sei cascato! Ma era tutto uno scherzo. Non ho ricevuto nessuna minaccia. Volevo solo vedere come avresti reagito tu, il mio migliore amico>>.

No, non sarei andato da Luigi.

Diedi una sbirciatina alla paziente che mi teneva ancora il broncio. Chissà cosa le passava per la mente in questo momento. Ma non c'era di che preoccuparsi; tanto mi avrebbe detto tutto fra non molto. So come vanno a finire questi silenzi.

Se non con Luigi, allora con chi confidarmi? Passai in rassegna tutti i miei amici raggiungibili. Quale strana sensazione. Li vedevo come fossero tutti in fila. Quasi si trattasse di un confronto all'americana ed io ne dovessi scegliere uno. Ma non ne riconobbi nessuno idoneo a ricevere una confidenza tanto importante. Tra loro, sì, c'erano anche degli avvocati, di cui qualcuno molto bravo; ma cosa avrebbe potuto dirmi il migliore di loro? Mi avrebbe ricevuto nel suo studio, dove nella parete, bene in vista, dietro la sua poltrona, troneggiava un autentico Picasso, si sarebbe congratulato con me per il mio aspetto giovanile poi, dopo le mie prime parole, avrebbe esclamato senza nemmeno farmi finire: <<Ma carissimo questa questione deve essere ponderata in una sede professionale. Non vorrei fare il difficile con te, ma purtroppo qui bisogna innanzitutto fare una denuncia. E questo, tu lo sai, mette in gioco la carta bollata e tante altre diavolerie della nostra giustizia, che purtroppo si pasce quasi esclusivamente di formalismi e di burocrazia.>> Allora potrei dirgli: <<Questo lo so, ma volevo ora da te solo un consiglio. Tu sei pratico di queste cose e sei anche un amico; potresti quindi consigliarmi ciò che è più opportuno fare, così, semplicemente, senza dover formalizzare quanto è accaduto.>> Al ché lui cortesemente, ma profondamente deluso, risponderebbe con sufficienza: << Da amico posso dirti solo che bisogna fare una denuncia contro ignoti per intimidazione e minacce gravi. Ciò naturalmente comporterà, ovviamente, un'inchiesta sulla tua attività, sulle persone che frequenti, sugli affari che hai in corso, ecc. Ma non sono cose che posso spiegarti così su due piedi.>> E prima che lui chiami la segretaria coi fogli di carta da bollo, dovrei alzarmi repentinamente e dirgli: <<Ti ringrazio moltissimo. Mi hai veramente tolto molti dubbi. Dovrò però pensarci su un poco. Se deciderò, naturalmente, sarai tu il legale.>> Due giorni dopo, senza aver intenzione di fare più nulla, dovrei procedere - come si fa in simili circostanze tra amici - mandandogli una lettera di ringraziamento, assieme a una cassetta di cognac stravecchio, per il consiglio ricevuto.

Era quasi passata l'ora e la paziente non aveva proferito parola. Era diventata più irrequieta e si agitava sul lettino girandosi da una parte e dall'altra. Quasi con mossa fulminea si mise a sedere; mi fissò negli occhi e disse:

-"Ma lo sa che lei è un bel tipo. Mi fa pagare un sacco di soldi a seduta per farmi sdraiare su questo lettino, senza dirmi mai nulla. Almeno il medico mi parlava dei mali che mi affliggono; ora invece è già due giorni che lei mi fa stare qui in silenzio senza mai intervenire." -

Prevedevo quella reazione e le chiesi il motivo della sua ostinazione a non volere parlare. Ella si sdraiò nuovamente e con voce quasi impercettibile disse:

-"Non ne ho voglia"-

Era questo il momento in cui si sarebbero aperte le cataratte. E così fu. Dopo un altro minuto di totale silenzio riprese:

-" Vede, lei deve scusarmi per poco fa. Non volevo offenderla. E' che sono di malumore e non mi va di parlare con nessuno. Ho l'impressione che gli altri siano poco interessati ai miei discorsi e che mi ascoltino solo per compiacenza. Ma con lei è diverso. So che a lei interessa quanto le dico. Vorrei solo che partecipasse un pochino di più. Certe volte mi sembra assente, che stia pensando ad altro e che non faccia caso a me. Certe altre volte, quando i miei racconti toccano situazioni delicate, ho paura che lei mi giudichi male. Magari vorrei approfondire la cosa, ma poi mi freno. Non mi sembra conveniente che una donna affronti con disinvoltura certi argomenti. Non le pare? "-

Mancavano pochi minuti alla fine della seduta; aspettava da me una risposta e gliela diedi:

-"Stia tranquilla, può dire tutto quello che le passa per la mente senza fare nessuna scelta degli argomenti."-

-"Lei, professore, è molto paziente con me; ed io certe volte mi comporto come una bambina capricciosa. Vorrei sempre essere al centro dell'attenzione. Vede anche a casa capita la stessa cosa. Quando mio marito non mi accontenta gli tengo il broncio anche per delle settimane."-

Aveva ormai preso la discesa ed avrebbe continuato ancora a parlare per un'altra ora. L'accostamento fra me e suo marito poteva essere un buon segno e certamente la prossima seduta sarebbe stata più loquace. Le feci presente che il tempo a sua disposizione era ormai scaduto e non mi era possibile trattenerla oltre.

Un brutto ceffo.

Mi vidi la sera con Marisa per la cena. Aveva l'abitudine talvolta di volermi preparare lei da mangiare. Così, diceva, avrei mangiato cristianamente almeno una volta tanto. Quanto mi offriva la rosticceria di fronte o il mangiare spesso in ristorante, avrebbe finito con l'avvelenarmi. Appena entrò mi parve un pò preoccupata:

-"Amore , questa mattina non ho voluto telefonarti di proposito. Volevo parlartene con calma di persona. Ieri sera, quando sono uscita da qui, subito dopo essermi chiusa la porta alle spalle, ho incontrato un brutto ceffo che usciva dal tuo ascensore. Sai di quei giovani con la barba incolta ed i capelli sul viso. Siccome in questo pianerottolo c'è solo la tua porta, la cosa mi ha colpito. Infatti, sia per l'ora inusuale, sia per il tipo, non mi è sembrato potesse essere un tuo paziente. Comunque non ci ho fatto caso ed a mia volta ho preso l'ascensore e sono scesa. Una volta sulla strada, ho atteso l'autobus qua di fronte. Dopo pochissimo ho rivisto l'uomo uscire e dirigersi verso di me. Mi squadrava, ma senza farlo sfacciatamente. Prese anche lui l'autobus e scese alla stessa fermata. Era già abbastanza tardi e non mi sentivo per niente tranquilla. I duecento metri che mi separavano da casa mia li ho percorsi quasi di corsa: avevo l'impressione che mi seguisse. Quando salii mi affacciai e vidi di non essermi sbagliata. Il brutto ceffo era lì, sotto le mie finestre".-

-"Ma come mai non mi hai telefonato subito?"-

-"Vedi so già come ti saresti comportato in un simile frangente: saresti corso da me e magari ti saresti compromesso con quell'avanzo di galera."-

-"Ma almeno lo hai visto bene in viso? Lo potresti descrivere?"-

-"Forse si. Qui sul pianerottolo la luce era sufficiente, ma come puoi immaginare non mi sono fermata a guardarlo bene. Per strada c'era penombra e non distinguevo i suoi lineamenti. Tuttavia se lo rivedessi sarei in grado di riconoscerlo. Ma, scusami, non sei forse soddisfatto di come mi sono comportata? Non capisco il tuo interessamento per questa persona. Penso sia stato uno dei tanti balordi in cerca di qualche avventura. Ce n'è tanti da qualche tempo in città. Penso volesse semplicemente abbordarmi"-

Spiegai a Marisa la storia della lettera anonima e le prospettai il dubbio che fosse stato proprio lui a metterla.

Il misterioso anonimo cominciava quindi ad avere un viso, probabilmente riconoscibile. Ma perché seguiva Marisa? Se era stato lui il latore della missiva, quale interesse poteva avere per la donna? Forse aveva ragione lei: si sarà trattato solamente di un balordo che dopo aver messo la lettera, decise di abbordarla. La cosa però non mi convinceva molto. O meglio, le due tesi potevano esistere come plausibili soltanto in due casi: nel primo, il latore, del tutto ignaro del contenuto, incaricato da qualcuno di effettuare solamente la consegna, poteva essersi spinto ad abbordare la donna; nell'altro, il latore era perfettamente a conoscenza di tutta la questione, o ne era addirittura l'autore, e di sua iniziativa aveva voluto conoscere l'indirizzo della persona vista poco prima uscire da casa . Naturalmente era importantissimo stabilire di quale dei due casi si trattava. A darmi la chiave fu la stessa Marisa:

-"Ciò che più mi ha stupito è stato che è rimasto lì sotto casa per più di mezzora. Generalmente un uomo quando si accorge di aver fallito, sgombra il campo."-

Non c'era alcun dubbio. La più accettabile era la seconda ipotesi. Ma allora si trattava di una cosa veramente seria e preoccupante sopratutto per l'incolumità di Marisa. Nelle varie elucubrazioni della giornata avevo pensato alla spiegazione della minaccia come ad un errore di persona. Non mi risultava assolutamente che qualcuno ce l'avesse con me. Tuttavia quanto accaduto era il segno chiaro della volontà di colpire anche chi mi stava vicino. Poiché Marisa, vedendomi scuro in viso, mi guardava preoccupata, le dissi:

-" Ti prego non mi chiedere ora se ti nascondo qualche cosa. Non negare; stavi sul punto di dirlo. Non ti nascondo un bel niente e spero soltanto che tutto questo sia solo uno scherzo idiota. Tuttavia potrebbe anche non esserlo; ed allora bisogna tenere gli occhi ben aperti. Devi promettermi che d'ora in poi mi terrai tempestivamente informato di tutto quanto potrà apparirti insolito. All'occorrenza puoi telefonarmi a qualunque ora del giorno e della notte. Tanto sai sempre dove trovarmi." -

L'intervento della polizia.

Da qualche giorno stavo attento, più del solito, ai notiziari della televisione ed alla cronaca dei giornali, con la speranza di avere maggiori informazioni sulla vicenda di Alberto. Generalmente non leggevo la cronaca. Ma questa volta spulciavo anche i piccoli trafiletti di 'nera' che mi capitavano sotto gli occhi. Mentre stavo dal barbiere, lessi finalmente la notizia in un trafiletto di cronaca locale.

<< ARRESTATI I PRESUNTI AUTORI DI UN INGENTE TRAFFICO DI STUPEFACENTI - Qualche giorno fa, la squadra mobile della nostra città ha condotto a termine una brillante oparazione di polizia in tre noti alberghi del centro. Sono finite in carcere tre persone per un esteso traffico di cocaina, che si svolgeva tra la Colombia ed il nostro Paese. Il ritardo nel divulgare la notizia è da attribuirsi a motivi di sicurezza. Sono ancora in corso le indagini congiunte di polizia e guardia di finanza che hanno compiuto sopralluoghi nelle diverse residenze degli imputati. Questa mattina il giudice ha interrogato gli autori del presunto traffico e cioè: Alberto Giunti, di nazionalità italiana residente da anni in Colombia, Ramon Varone, Laurita Spitz, entrambi brasiliani. La vicenda, che potrà avere clamorosi sviluppi, è per ora coperta dal più rigoroso segreto istruttorio. Nulla è trapelato se non che il processo, con molta probabilità, verrà celebrato per direttissima in questo stesso mese.>>

La notizia mi aveva sconcertato, ma non più di tanto. Anzi la appresi quasi con soddisfazione. I giorni precedenti avevo fatto congetture diaboliche intorno al caso Giunti. Mi ero immaginato Alberto squartare ragazze inermi e nasconderle dentro le valigie. L'avevo pensato, alla testa di qualche cosca mafiosa italo-americana, commissionare ai suoi scherani delitti efferati con vittime incaprettate e gettate in mare con un masso di cemento ai piedi.

Alla droga avevo pensato marginalmente. Purtroppo da qualche tempo gli spacciatori non fanno più notizia. Ce ne sono ormai troppi sulle cronache dei nostri giornali : insospettabili casalinghe che se la nascondono sotto le mutandine, religiosi che la tengono sotto la tonaca, minorenni che la spacciano impunemente per la strada, artisti, cantanti, divi del cinema che ne usano e ne abusano utilizzandola addirittura per farsi pubblicità, sportivi, politici.

Se si pensa al fatturato annuo complessivo, al business che essa rappresenta per certe regioni d'Italia e per alcuni Stati del mondo, ci si rende conto che si tratta di un variegato macrocosmo che per tipologia si sviluppa parallelo al cosi detto mondo normale. Qualcuno sostiene che il nostro Paese si regge ancora in piedi grazie allo spaccio di droga. Quindi nessuna meraviglia. Se prima del suo arresto l'avevo sopravalutato, ora la mia stima per lui era precipitata a livelli infimi. Alberto era diventato semplicemente un 'trafficante' come i tanti marinai, aviatori, hostess, camionisti che fanno il suo stesso mestiere. Quasi una delusione. Luigi gli avrebbe inflitto una pena tra i sei e i dieci anni e di Alberto non si sarebbe parlato più per un pezzo. Al confronto mi appariva più interessante il giallo della lettera anonima.

Già, quasi lo scordavo. Bisognava che mi decidessi a parlarne con qualcuno e forse, senza disturbare nessun amico, il Commissariato di Polizia poteva essere il luogo più adatto. In fin dei conti, con un estraneo avrei potuto dialogare in modo più disinvolto.

Quando uscii dal barbiere era già mezzogiorno passato da un pezzo ed ero indeciso se tornare a casa o andare direttamente al ristorante. Poi mi ricordai che avevo da imbucare una lettera e mi diressi verso casa per prenderla. Appena entrai trovai tutto sottosopra; vasi rotti, poltrone col fondo squarciato, la scrivania coi cassetti per terra e le mie carte e i libri sparsi dappertutto; non avevano risparmiato nemmeno il lettino per le analisi che se ne stava grottescamente poggiato al muro col fondo aperto e le molle di fuori. Da un rapido esame mi parve che gli ignoti visitatori, a parte i danni causati dalla ricerca forsennata di chissà cosa, non avessero portato via niente. Erano entrati dalla porta, forzandola con un cacciavite, sollevando i chiavistelli, e richiudendola normalmente dopo essere usciti. Che diavolo cercavano? Dovevo subito telefonare alla polizia. Ma prima di farlo mi venne in mente il brutto ceffo di Marisa. Potevano aver fatto anche a lei quello che avevano fatto a me. Mi misi subito in comunicazione con lei:

-"Pronto?... Marisa?... -

All'altro capo qualcuno aveva sollevato il ricevitore, ma nessuno rispondeva.

-" Marisa... Marisa sei tu? "-

Sentii un secco 'clic'. Avevano interrotto la comunicazione. Scesi di corsa le scale e con la macchina raggiunsi la sua abitazione. Trovai la porta del suo appartamento semiaperta ed all'interno evidenti segni di lotta con un gran disordine dapertutto. Di Marisa nessuna traccia. Mi precipitai al telefono per vedere se per caso lei non fosse andata da me; ma invano. Nessuno rispondeva. Mi decisi allora di chiamare la polizia:

-"Pronto? Vorrei parlare con il Commissario... No. Non mi interessa parlare con l'Ispettore... Si tratta di una cosa grave... e urgente." -

Mi ci volle qualche minuto per riuscire a mettermi in comunicazione col Commissario Mauri, una persona molto affabile e disponibile. Mi raccomandò di non toccare nulla e mi raggiunse poco dopo a casa di Marisa. Cominciai ad accennargli come si erano svolti i fatti, ma lui preferì recarsi subito anche a casa mia per aver le idee chiare sul da farsi. Durante il tragitto in macchina mi chiese:

-"Le dispiace se le chiedo quali rapporti ci sono fra lei e la signora?"

-"Per carità. Anzi le chiedo scusa per non averglielo detto prima. Marisa è una cara amica. Dividiamo assieme molte cose. Talvolta la cena, talvolta il cinema, talvolta amici comuni."-

-"Lei capisce professore che date le circostanze, e considerando che potrebbe anche trattarsi di un sequestro, sarò costretto ad approfondire le mie indagini anche in quegli aspetti apparentemente marginali. Quindi vorrei che lei fosse più esplicito e mi chiarisse meglio i suoi rapporti, compresi quelli sentimentali, con la sua amica". -

-"Lei vuol sapere se Marisa è la mia amante? Ebbene si e no... "-

Il commissario mi interruppe assumendo un tono più professionale:

-"Vede professore vorrei essere messo in condizione di capire e, una volta per tutte, veda se riesce ad essere più esplicito e sopratutto senza nessuna ambiguità."-

Un tantino contrariato per il tono assunto dal discorso, gli risposi garbatamente:

-" Se lei mi avesse fatto finire l'avrei messa in grado di capire. Infatti lo è perchè andiamo spesso a letto insieme, ci preoccupiamo vicendevolmente delle nostre cose, abbiamo stima l'uno dell'altro e ci vogliamo anche un pò di bene; tuttavia il nostro rapporto è assolutamente privo di quel requisito essenziale che caratterizza solitamente due amanti: la gelosia." -

-"Bene, disse lui, quindi ognuno ha la massima libertà di avere anche dei rapporti con altri partner?" -

-"Certamente. Senza il minimo risentimento da parte di entrambi. Anzi spesso ce li raccontiamo liberamente."-

-"Così va meglio. La sua amica, in questi ultimi tempi, ha avuto qualche nuova relazione?"-

-"Assolutamente no. Ma vede vorrei portare la sua attenzione... "-

Mi interruppe visibilmente infastidito e disse:

-"Consenta a me di portare la mia attenzione dove credo più necessario e lei piuttosto stia attento al traffico che a quest'ora è veramente caotico." -

Mi ero accorto che non era avvezzo a fare il passeggero. Era teso e puntava i piedi come se volesse aiutarmi nella guida in una specie di doppio comando. Replicai:

- "Volevo soltanto dirle che sono a conoscenza di fatti molto importanti che potrebbero esserle di aiuto più di quanto..."-

Ero proprio riuscito a farlo uscire fuori dai gangheri e un tantino rosso in viso, cercando a suo modo di non essere scortese, mi disse:

-" Caro professore, capisco benissimo che, data la sua professione, lei non sia avvezzo a rispondere alle domande. Tuttavia è indispensabile che lei lo faccia; altrimenti anziché essermi d'aiuto finirà con l'intralciarmi."-

Poi, dopo essersi agitato sul sedile della vettura per un sorpasso incauto, riprese:

-"Ma lo sa che lei, per la sua guida spericolata, potrebbe dare dei punti ai nostri conducenti di pronto intervento?" -

Non fui lieto che avesse cambiato discorso; tuttavia compresi che dovevo mutare registro e risposi:

-"Non si preoccupi sono stato pilota nei caccia durante la guerra ed ho i riflessi pronti" -

-"Non dubito nè dei suoi riflessi nè della sua capacità; ma siccome non siamo in guerra, nè in una situazione di emergenza, forse sarebbe più prudente adeguarsi alla condizione del traffico e pazientare quando è il caso."-

Mi ero reso conto che quella persona seduta accanto a me, prima così ossequiosa e gentile, ora stava assumendo quel tono professionale che a me dava tanto sui nervi. Ma non volli reagire. Anzi compresi che il suo era un atteggiamento adeguato alla circostanza. Non poteva essere un ' amico'. Non poteva avere la certezza della mia sincerità nei suoi confronti e, come capita solitamente a chi indaga, una sua fiducia incondizionata avrebbe potuto ritorcersi contro di lui. Quindi prendeva le distanze e cominciava a disporre di me in modo ben diverso di quanto la posizione professionale o sociale poteva suggerirgli. Diventavo in un certo qual modo un probabile 'indiziato'. Non si sa mai. Avrei potuto avere delle buone ragioni per fare sparire Marisa.

Intanto eravamo giunti a casa . Qui il commissario, ormai perfettamente a suo agio, dopo aver chiesto il <<se lei permette>> di prammatica, si era installato dietro la scrivania ed aveva tirato fuori il suo notes. Scrisse qualcosa per un poco, poi mi chiese:

-"Adesso se vuole può dirmi quello a cui accennava poc'anzi"-

Gli raccontai la storia della lettera anonima, del brutto ceffo e dell'implicazione di Marisa in questa vicenda. Lui mi stette ad ascoltare senza interrompermi, prendendo ogni tanto appunti su quanto gli dicevo; quando ebbi finito mi chiese di mostrargli la lettera. La osservò attentamente anche controluce poi la ripiegò e se la mise in tasca. A questo punto si alzò e senza rivolgersi direttamente a me disse:

-"Naturalmente lei non sospetta di nessuno, altrimenti me lo avrebbe detto."-

Annuii col capo. E lui peregrinò per qualche minuto nell'appartamento senza però toccare niente. Prima di congedarsi disse ancora:

-"Vedrò di mandarle la 'scientifica' quanto prima. Se permette tengo le chiavi dell'appartamento della sua amica. Mi usi la cortesia di pazientare ancora e di non spostare nulla di quanto le stà attorno. Sarà solo questione di qualche ora."-

Ridisegnò sul suo viso un gran sorriso di circostanza e quando già stava sul pianerottolo mi disse:

-"Non me ne voglia. Lei è uno psicologo e certamente comprenderà"-

Ma certo. Comprendevo benissimo. Tutto aveva preso la piega prevista. Ora non mi rimaneva che attendere.

Di primo pomeriggio venne la squadra di polizia scientifica e frugò ovunque raccogliendo impronte sparse per la casa. Vollero prendere anche le mie e mi chiesero se avessi qualche oggetto toccato solo dalla mia amica. Consegnai loro un recipiente in plastica col suo ombretto ed alcune sue fotografie che la ritraevano da sola. Fotografarono i segni del cacciavite lasciati sulla porta e si soffermarono su un 'Capodimonte' posato sulla specchiera. Il comandante della squadra, un ufficiale, mi chiese:

- "Ha idea di quanto può costare questo pezzo?"-

-" Non saprei, risposi, ma di certo è un pezzo antico. L'ho ereditato dalla nonna." -

Il processo.

L'aula del tribunale era gremita da un pubblico eterogeneo e ciarliero.

Mi ero sistemato in una tribuna laterale, da dove potevo abbracciare tutto l'emiciclo della Corte ancora deserto. Alberto e gli altri due imputati, attendevano seduti su una panca, fuori dalla gabbia di ferro. Alberto, tranquillo come suo solito, mi fece un cenno interrogativo che, facendo lo gnorri, preferii ricambiare con un gesto di saluto. Per il resto del tempo, non rivolsi più lo sguardo verso di lui. Nella platea, occupata dagli avvocati, si potevano notare giuristi di chiara fama ed avvocati sconosciuti, tutti presi da quella strana effervescenza che caratterizza l'inizio di un grande processo. Quando il cancelliere annunciò l'ingresso della Corte, quel brusio cessò completamente. Essa era presieduta da Luigi Donadoni.

Come al solito, fece il suo ingresso trionfale, trascinandosi dietro tutta la gerarchia dell'emiciclo. Con mosse da gran sacerdote, si accomodò bene la toga ed il bavaglino ricamato, e dopo di lui anche gli altri lo seguirono, fino all'ultimo giudice popolare. Quest'ultimo, essendo molto basso e dovendosi sistemare su uno scanno molto alto, vicino al cancelliere, dovette essere aiutato da un carabiniere vigoroso che lo sollevò e lo sistemò sulla sedia.

Il presidente fece l'appello dei testimoni. Erano tutti presenti. Lo comunicò al cancelliere verbalizzante e li fece uscire dall'aula, raccomandando di non comunicare fra di loro.

Aprì l'udienza chiamando il primo imputato: la Sig.na Laurita Spitz. Le ricordò che l'imputato non ha l'obbligo del giuramento; le fece dichiarare le sue generalità ed entrò direttamente in argomento chiedendole:

-"Lei ha la cittadinanza brasiliana, ma attualmente soggiorna in Italia da tre mesi; ha dichiarato di non aver bisogno di nessun interprete; parla e capisce perfettamente la nostra lingua. Vuol dire alla Corte quali sono i suoi rapporti col Varone e col Giunti? Quando e dove li ha conosciuti?"

La donna, quarantenne, mingherlina e ossuta, non aveva nulla di brasiliano. I suoi lineamenti squadrati tradivano piuttosto le sue origini teutoniche, da dove suo nonno era emigrato ai primi del novecento. Con voce senza emozione disse:

-"Conobbi Ramon quando ancora frequentavamo le elementari: abitavamo nello stesso quartiere alla periferia di Rio"-

-"Il periodo della sua infanzia non ha molto rilievo; si limiti a riferire del periodo in cui ha conosciuto entrambi gli imputati."-

-"Ramon mi fece conoscere Alberto a Rio nel 1960. Era suo socio in affari"-

-"Di quali affari si trattava?-"

-"Ramon prelevò ad Alberto una fabbrica di estratto di carne e lo volle con sè come esperto del settore."-

-"Di cosa si occupava prima Ramon Varone?"-

-"Di attività finanziaria"-

-"Il Giunti navigava in cattive acque quando il Varone gli acquistò la fabbrica?"-

-"Non so. A me la cosa non risulta."-

-"Le risulterà però che la fabbrica nel 1968 fu venduta ed il ricavato servì a mala pena a pagare i debiti accumulati in tanti anni con le banche locali. Conferma questo?" -

-"Non mi occupavo di problemi finanziari e non saprei dirlo". -

-"Di cosa si occupava allora"-

-"Avevo alcune rendite dai terreni avuti in eredità da mio nonno che mi consentivano una vita tranquilla. Io mi preoccupavo soltanto di spendere bene i soldi" -

"Cosa fece lei quando i due vendettero la fabbrica"-

-"Partii in California assieme a loro"-

-"Ma quale fu il motivo che la spinse a seguirli?"-

-" Ero legata sentimentalmente con Ramon"-

-"Cosa fece quando giunse in California?"-

-"Mi installai in una villetta di S.Diego vicino al mare con Ramon."-

-"E quale fu la sua occupazione durante il soggiorno californiano?"-

-"La stessa che avevo a Rio. Ma in più mi occupavo talvolta del supermarket che avevamo acquistato a S.Diego."-

-"A quale titolo si include fra i compratori? C'era forse anche parte del suo capitale nell'impresa?"-

-"Si la maggior parte del capitale"-

Luigi martellava di domande l'imputata come un maglio sull'incudine. Volle sapere cosa la spingesse, oltre al suo legame sentimentale col Varone, ad associarsi in imprese finanziarie e lei rispose:

- "Il mio stesso interesse. Avevo molta fiducia in tutt'e due."

Si dilungò in un lungo racconto di riconoscenza e di imprese positive fatti da loro per suo conto. Soltanto quando Ramon si separò da Alberto per mettersi in proprio, i suoi affari diminuirono moltissimo.

-"Perché, le chiese il presidente, i due imputati si separarono in California?"-

-"Fu a causa di Lliu Thin, amico di Alberto: lo aveva accusato di scarsa lealtà nei suoi confronti."-

Dal palchetto dove mi trovavo potevo seguire perfettamente tutto il discorso diffuso dagli amplificatori. Non mi sembrava di aver appreso molto dai racconti della donna se non ciò che Alberto stesso mi aveva riferito. Mi rassegnai ad aspettare per scoprire fatti sconosciuti , ma fu una grossa delusione. Il presidente le chiese se era a conoscenza che gran parte dei guadagni provenivano dal commercio della droga e se ella avesse in qualche modo contribuito ad alimentare questo traffico; ma ella negò ogni addebito fino a quando Luigi spazientito non la rimandò al suo posto.

Le dichiarazioni di Alberto.

Alberto fu chiamato a deporre due giorni dopo. Luigi era freddo come una statua di marmo. Non un muscolo del suo viso tradiva l'emozione di avere davanti un compagno col quale aveva spartito lunghi mesi di ansie e che talvolta con slancio mirabile si era sacrificato per liberarlo da gravi pericoli. Il suo atteggiamento mi parve paradossale. In quel momento mi venne alla mente quando si infortunò e Alberto, sfidando la tempesta, andò a cercarlo sulla Ruota del monte.

La Ruota distava dal Capanno due chilometri. Era situata su un altopiano con un dislivello di circa duecento metri dalla nostra quota. Vi si accedeva su per uno strapiombo di roccia il cui unico sentiero era costituito da una fenditura ampia meno di mezzo metro. A metà percorso il canalone finiva e si doveva portare a termine la salita inerpicandosi su per una parete rocciosa. Il suo nome richiamava la forma a raggera della sua sommità. C'era uno spiazzo rotondo di circa un'ettaro perfettamente pianeggiante e cespuglioso. Noi ci si andava quando il Micio doveva provvedere a paracadutarci dei viveri o quando dovevamo cercare funghi. Era il dicembre del 43 e l'inverno non era stato con noi molto clemente. Bufere di vento e neve spesso spazzavano la nostra postazione rendendola inabitabile. Giustino, il pastore che ci guidò nella scelta del rifugio, ci aveva fatto occupare una zona a ridosso di un torrione di roccia col duplice scopo di ripararci dai venti gelidi del nord e di proteggerci dalla ricognizione aerea nemica. Per poterci vedere, bisognava proprio che ci piombassero addosso. Così potevamo anche avere la possibilità di allontanarci dal campo operando con una certa sicurezza.

Quel giorno Luigi era voluto andare alla Ruota, assieme al cuoco. Vittorio ci si recava spesso per rifornire la dispensa di fragranti funghi morecci. Questa qualità di funghi, ricca di sostanze proteiche, di sali minerali e di vitamine eccellenti, specialmente nei primi periodi ci fornì le proteine necessarie per sopravvivere. Per alcune settimane riuscimmo a cibarci quasi esclusivamente di funghi. Eravamo diventati degli esperti. Individuavamo i porcini, alias boletus luridus, guidati solo dall'olfatto. Il loro odore si distingueva nel bosco, anche a distanza di diversi metri. Giustino ci aveva insegnato a cucinarli in tanti modi, ma lui li mangiava prevalentemente crudi. L'agarico delizioso - alias lactarius - assieme agli ovuli - alias amanita caesarea - offrivano, con qualche goccia di limone, un'insalata eccellente.

Loro ne avevano raccolto un paio di chili e stavano per tornare quando una violenta bufera di neve si scatenò all'improvviso. Avrebbero dovuto percorrere circa due chilometri per tornare al Capanno e la discesa presentava non poche insidie: tra le prime il ghiaccio formatosi sulla roccia. Il tratto iniziale in mezzo ai cespugli lo fecero agevolmente. Le fronde li proteggevano dalla neve e dal vento. Ma il bello venne quando si affacciarono al costone di roccia per cominciare la discesa. Il vento li respingeva ed il nevischio sferzava con violenza il loro viso. Intanto il cielo si era fatto scuro e la sera, inoltrandosi rapida, si avviava ad oscurare completamente il paesaggio.

Vittorio, che ci si recava spesso e conosceva l'imprevedibile mutare del tempo e le insidie della discesa, aveva scongiurato Luigi di mettersi al riparo sotto ai cespugli più alti e di attendere lì. Lui sarebbe andato a chiamare rinforzi al Capanno.

Ma Luigi fu testardo e volle proseguire. Il punto più difficile da superare fu il primo tratto di discesa. Si trattava di un dirupo con qualche buon punto di appiglio che, sopratutto in quelle scarse condizioni di visibilità e stabilità, occorreva conoscere a memoria per potercisi aggrappare. Luigi cominciò la discesa e fu anche fortunato perchè giunse a metà del primo tratto felicemente. All'improvviso, un piccolo sperone di roccia cedette e lui scivolò dentro la fessura del canalone, che fortunatamente trattenne la sua caduta, procurandogli soltanto una brutta slogatura alla caviglia. Vittorio corse al Capanno e diede l'allarme. Furono in molti a rifiutarsi di uscire con quell'uragano. Soltanto Alberto ed altri tre amici organizzarono il soccorso. Qualcuno di loro rischiò di rompersi una gamba quando con la barella improvvisata fecero scendere nel canalone Luigi legato da robuste corde. Giunsero al Capanno mezzo assiderati, ma tutti salvi. Non ricordo che Luigi abbia nemmeno allora mostrato la benché minima riconoscenza per il rischio corso dai suoi compagni.

Ora lo guardava dall'alto in basso come si guarda un verme strisciare per terra. Gli si rivolse come aveva fatto con gli altri due, gli fece declinare le sue generalità e gli disse:

-"Lei Giunti Alberto è cittadino italiano residente in Colombia. E' cosi?"-

-" Si."-

-"E' stato accusato da due persone di aver introdotto in Italia oltre dieci chili di cocaina, come si difende?"-

-"Non mi difendo, rispose Alberto, nego semplicemente l'addebito. Se ci sono dei testimoni che affermano ciò, dico che essi affermano il falso. L'ho già detto tante volte anche al Signor Procuratore quando mi ha interrogato".-

Parlava con voce chiara e per nulla intimorito dalla grinta del suo ex amico. Il presidente incalzava:

- Ma come spiega che due persone, di punto in bianco, si mettano a fare affermazioni di questa gravità senza alcun plausibile motivo? Lei ha forse dei nemici o delle persone che hanno interesse a danneggiarla?"-

-"Non ne so proprio nulla. Qua in Italia pensavo di avere soltanto amici. D'altro canto ammesso che abbia anche dei nemici dovrebbero essere di antica data: almeno di trent'anni fa. Come lei sa è da tanto che risiedo all'estero"-

-"Quindi anche lei esclude una qualche inimicizia?"-

-"No. Sig. Presidente non sono in grado di escludere niente. Non ne so proprio niente."-

Intervenne il pubblico ministero che chiese al Presidente di chiedere all'imputato per quale motivo era venuto in Italia dopo trent'anni di assenza. Il Presidente gli disse:

-"Il pubblico ministero vorrebbe sapere da lei il motivo della sua attuale presenza in Italia"-

Questo era un passaggio obbligato. Solo il Presidente poteva rivolgere domande all'imputato. Tutti dovevano passare per il suo tramite. Alberto sembrava assorto e lui incalzava:

-"Ha sentito la domanda? Se vuole è nel suo diritto di rifiutare di rispondere?"-

-"Lei Sig. Presidente non ci crederà, ma sono rientrato dopo trent'anni esclusivamente perché avevo nostalgia di rivedere il mio Paese e gli amici. Il primo l'ho trovato molto mutato, ma sempre splendido; gli amici alcuni li ho ritrovati altri no."-

-"Anche i suoi soci, compari, o come vuol chiamarli, sono venuti in Italia per nostalgia? Che genere di amici hanno trovato?" -

-"Questo dovrebbe chiederlo a loro Sig. Presidente".-

-"Loro non mi hanno saputo dare una risposta plausibile. Pensavo che lei Giunti potesse illuminarmi meglio. Ma se le cose devono continuare su questa linea e lei non ha nient'altro da dire su questa vicenda, se ne torni pure al suo posto"-

Così Luigi congedò Alberto.

* * *

Capitolo Settimo: I testimoni

La Sig.ra Angel Rupert-Smith.

Nei giorni precedenti erano stati ascoltati i testimoni di scarso rilievo: due carabinieri che avevano rintracciato e arrestato i due brasiliani mentre stavano per prendere l'aereo per Buenos Aires, un ispettore americano della squadra antinarcotici ed oggi sarebbe stato il turno di una certa signora Angel Rupert-Smith amica di Alberto.

Non avevo potuto assistere alle due precedenti udienze. Ero molto occupato col lavoro e preso dall'assillo della sparizione di Marisa, di cui a distanza di quattro giorni non sapevo ancora niente. Il Commissario Mauri, che ogni giorno tempestavo di telefonate per avere notizie, aveva finito col farsi negare. Mi faceva dire di avere altri impegni da assolvere oltre al mio caso e, secondo lui, il mio non era nemmeno tra i più urgenti. Gli prospettai la necessità di una protezione personale e mi rassicurò dicendomi che ci aveva già pensato lui; non mi sarebbe capitato nulla; era in grado di controllare ogni mia mossa tutti i giorni e nell'intero arco delle ventiquattro ore. Se questa sua dichiarazione da un lato mi tranquillizzò, dall'altro mi fece capire che in definitiva l'unica persona su cui si stava indagando ero io.

Quella mattina avevo due ore libere e decisi di impiegarle assistendo al processo di Alberto. Quando arrivai, la difesa chiedeva la sospensione del dibattimento e stava sollevando una eccezione relativa alla esiguità di tempo concesso agli avvocati difensori per studiare le carte processuali. Il presidente rigettò l'istanza: si trattava di un processo per direttissima suffragato da prove testimoniali ineccepibili e quindi anche gli avvocati dovevano adeguarsi a questo criterio. Decise tuttavia una sospensione di qualche settimana, per consentire l'audizione dei due principali testimoni, attualmente residenti negli Stati Uniti, onde consentire loro di recarsi nel nostro Paese. Finita la disputa preliminare fu chiamata a testimoniare la Sig.ra Rupert-Smith. Il presidente l'accolse col suo sorriso gelido e dopo averle chiesto se parlava e capiva bene l'italiano, la fece giurare:

- " Giuri di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Dica: Lo giuro. "-

- "Lo giuro."-

La donna non era tanto giovane, ma ancora molto piacente. Vestiva un elegante tailleur di kashmir ciclamino con le bordure in velluto nero ed una camicetta di seta bianca. La sua borsa e le scarpe di rettile erano intonati ai colori dell'abito e i suoi capelli mossi erano di un castano chiaro con dei punti quasi biondi. Salendo sulla pedana ove era stato collocato il microfono inciampò sul filo, barcollò, ma subito si riprese e si sedette sulla sedia. Il presidente le chiese:

-" Lei è Angel Rupert-Smith di cittadinanza inglese?"-

-" Si."-

-"Quali sono i suoi rapporti con il Giunti Alberto?" -

-"Siamo dei buoni amici"-

-"Come definirebbe questa amicizia?"-

-"Un legame d'affetto e di stima reciproca"

-"Quando, dove e in quale occasione conobbe il Giunti?"-

-"Nel 1972 a Bogotà durante un party organizzato da amici comuni"-

-"Ci sono stati, oltre a quelli affettivi dei legami di altra natura col Giunti?"-

La donna, per niente intimorita dalla grinta del Presidente, disse:

-"Non capisco a quali legami lei voglia riferirsi. Se intende legami di carattere finanziario, assolutamente no; se intende legami sentimentali, si, sono stata la sua amante."-

-"Bene. Lei quindi esclude qualunque rapporto di carattere finanziario; i rapporti d'altra natura sono affari suoi. Tuttavia dovrebbe chiarire a questa Corte una serie di operazioni finanziarie effettuate da lei a Bogotà nella Banca Export-Import di cui il Giunti è il principale azionista. A noi risultano diversi prelevamenti e versamenti fatti da lei su un conto suo personale. Si è trattato di notevoli somme talvolta superiori ai centomila dollari."-

- "Quei soldi non erano i miei. Io nemmeno li vedevo. Il compito consisteva nello staccare alcuni assegni e nel firmare le bollette di versamento."-

-"Per conto di chi operava?-

-"Per conto del Sig. Giunti. Mi aveva pregato di fargli da intermediaria. Mi disse trattarsi di una questione fiscale. Quanto al resto era tutto in regola."-

-"Lei forse voleva dire prestanome, non intermediaria."-

-"Non capisco esattamente la differenza fra questi due termini. Lui mi pregò semplicemente di tenergli la borsa; ma io quella borsa non l'ho mai aperta."-

- "Può dire allora per quanto tempo gliela tenne questa borsa?"-

- "Fino all'altro giorno, quando sono venuti a prenderlo in albergo." -

Adesso cominciavo a capire. Era lei la misteriosa signora della telefonata che aveva perorato la causa di Alberto. Al telefono la sua voce piagnucolosa mi aveva dato l'idea di una donna molto diversa da quella che mi ritrovavo davanti. Il suo tono adesso era sicuro, le risposte asciutte e senza incertezze. Se non avesse fatto cenno all'arresto ed all'albergo non avrei mai associato la sua persona all'interlocutrice telefonica amica di Alberto. Il presidente incalzava:

-" Quindi possiamo dire che questa borsa lei la tenne per oltre tre anni. Ed in tutto questo tempo il Giunti la retribuiva in qualche modo?"-

-" Certamente. Ero la sua segretaria ed il Sig. Giunti mi stipendiava come tale."-

-"Ah! Quindi lei ammette di avere avuto rapporti anche con gli affari del Giunti?"

-No. Non ho mai saputo nulla dei suoi business finanziari. Io mi occupavo prevalentemente della sua persona e della sua casa."-

- "Ma, quando faceva quei versamenti e quei prelevamenti di somme così grosse, non chiedeva al Giunti da dove venissero quei soldi o dove andassero?"-

- "Certamente, glielo chiedevo. Il Sig. Giunti non aveva nessuna difficoltà a dirmi che quei soldi erano degli stessi clienti della banca; come lui diceva, una partita di giro. Entrate e uscite assolutamente in regola soggette pienamente al controllo fiscale colombiano."-

Il presidente perdeva colpi, ma non voleva arrendersi. Si sforzò di essere più gioviale e, con l'unico sorriso acido che sapeva fare, le chiese:

- "Ma a lei non venne mai in mente, riassettando la casa o mettendo in ordine le carte di dare una sbirciatina nelle sue cose? Le sembra normale che stando con lui per tre anni non abbia mai avuto il desiderio di vedere da dove provenivano i guadagni del suo amante-principale?" -

-"Anche se avessi voluto farlo non avrei potuto: il Sig. Giunti le sue carte le teneva in ufficio."-

Poi guardando risentita Luigi gli disse ancora:

-"Non avevo altri amanti Sig. Presidente, nè principali nè secondari. Amavo e amo Alberto e gli sono stata sempre fedele."-

Luigi fu costretto a questo punto, quando già nella platea serpeggiavano sorrisi incontenibili, a spiegare alla teste la sua gaffe:

-"Badi che quando le ho parlato di amante-principale, intendevo non il principale degli amanti , ma colui che era allo stesso tempo amante e suo datore di lavoro"-

Richiamò all'ordine la platea ed il pubblico ed ebbe modo di ritorcersi anche contro Alberto che a sua volta aveva sorriso alla battuta di Angel:

- "Fossi in lei modererei l'allegria. Data la sua posizione non credo ci sia tanto da ridere"-

Poi rivolto alla donna.

-" Lei vada pure al suo posto; ma si tenga ancora a disposizione: più avanti potrei aver ancora bisogno di lei."-

Si fece leggere dal cancelliere quanto aveva verbalizzato della deposizione della teste. Poi appena gli lesse le ultime righe gli ordinò:

-" Quest'ultima battuta la tolga; è irrilevante"-

Poi rivolto agli avvocati:

-" Per le ragioni esposte precedentemente il processo si aggiorna a data da destinarsi. I testimoni saranno convocati con una nuova citazione".-

Si alzò ed uscì con la sua Corte.

La distrazione dell'On.le Cerquetti.

Feci giusto in tempo ad arrivare in studio che l'onorevole Cerquetti arrivò con la sua macchina. Ci incontrammo sul portone d'ingresso. Era piuttosto allegro e sembrava aver dimenticato quelle brutte crisi d'ansia di qualche tempo prima. Feci mente locale per ricordare se quella mattina gli avessi fissato un appuntamento per qualche seduta. Diedi anche una sbirciatina alla mia agenda. La data del prossimo appuntamento con l'onorevole era stato stabilito per l'inizio della prossima settimana. Dopo i primi convenevoli di rito lui si chinò dentro la sua macchina e dal sedile posteriore trasse una valigetta ventiquattr'ore di pelle nera e mi disse impacciato:

- "Illustre professore lei mi deve scusare, ma qualche settimana fa ho commesso inavvertitamente un furto da lei." -

Ero sbalordito. Adesso si mettevano anche i miei pazienti a complicarmi l'esistenza. Ma lui si affrettò a fugare il mio stupore:

- "Stia tranquillo il corpo del reato è qui ed è sano e salvo." -

Così dicendo, sollevò con la mano sinistra in alto la valigetta e con il palmo della destra le batteva dei colpetti rassicuranti su un lato. Che diavolo voleva farmi capire con quella sua mimica. Frastornato, ma ancora lucido, presi la decisione di parlare soltanto quando fossi stato in grado di capire quanto mi voleva comunicare; così gli dissi:

-"Caro onorevole non sarebbe meglio salire su da me?" -

- "D'accordo, mi rispose, ma solo un attimo. Così sarà anche interessante sperimentare cosa provo a visitare il suo studio non in veste di paziente."-

Contavo molto sul breve tragitto che ci separava da casa. Era molto probabile che trovasse così il tempo di completare quanto aveva in mente di dirmi. Approfittando dell'ascensore occupato, mi inoltrai molto lentamente su per le scale e rimasi in attesa delle sue confidenze. Subito dopo l'onorevole riprese a parlare:

-"Immagino quanto avrà penato nel non trovarla. Il fatto è che questa sua valigetta somiglia maledettamente ad una che utilizzo per tenerci dei documenti. E quella mattina, quando terminai la seduta, vedendola accanto al portaombrelli in anticamera la presi distrattamente credendo fosse la mia. Per oltre una settimana andai a Montecatini, assieme a mia moglie, a passare le acque. Non mi fu quindi possibile accorgermi del disguido. Soltanto questa mattina, di ritorno a casa, ho avuto necessità di usare la valigetta e con grande sorpresa constatai che non era la mia: le mie chiavi non l'aprivano. Quella da me legittimamente posseduta si trovava regolarmente sulla tesa superiore dell'armadio, dove appunto l'aveva messa mia moglie."-

Arrivati al pianerottolo, più frastornato che mai, presi ancora tempo. Frugai in tutte le tasche prima di prendere il mazzo delle chiavi. Avevo bisogno di riflettere prima di dire qualcosa. Quella valigetta non l'avevo mai vista! Però cominciavo a intuire di chi potesse essere. Quando l'onorevole venne da me per la seduta, Alberto stava andando via e fu lui a farlo entrare. Ma se era sua, come feci a non accorgermi che l'avesse con sè quando entrò? E perché quando andò via non se la riprese? Ripercorsi quell'episodio e trovai la soluzione solo alla prima risposta. Mi ricordai che, per accelerare quel suo ultimo incontro, aprii la porta d'ingresso e mi diressi nello studio prima che lui entrasse. Potevo non avere visto la valigetta perchè lui l'aveva già depositata in anticamera prima di entrare nel mio studio.

Dovevo pur dire qualcosa. Non potevo fare ancora finta di niente. L'unica cosa certa era che non avrei potuto dirgli che ne ero il proprietario. Così cercai una soluzione di compromesso e finalmente gli risposi a tono:

-" Ma caro onorevole, mi creda, non era proprio il caso che lei si disturbasse per una cosa così banale. Poteva portarla al nostro prossimo appuntamento senza incomodarsi... ."-

L'onorevole premuroso mi interruppe:

-" Il fatto è che pensavo potesse contenere qualcosa di importante che a lei poteva servire con urgenza. Quanto mi dice però mi consola. Questa mattina sono stato assalito da un senso di colpa tremendo quando mi sono accorto dell'imperdonabile errore."-

Volevo sviare il discorso su un altro argomento e gli dissi a bruciapelo:

-" Allora, qual è stata l'impressione che ha provato entrando nello studio da non paziente ?" -

- "Meravigliosa! Mi sento libero e posso finalmente guardare comodamente ogni cosa: i suoi quadri alle pareti, ad esempio, mi sembra addirittura di non averli mai visti; questo lettino che non avevo mai osservato attentamente oggi lo trovo addirittura strano, non standovi sdraiato sopra: sembra quasi un grande bassotto incinta"-

Gli avrei dovuto spiegare che, infatti, la protuberanza simile ad una pancia lui non l'aveva mai vista. Il tappezziere aveva accomodato alla meglio il lettino soltanto ieri. Anche alcuni dei quadri appesi alle pareti erano veramente nuovi: gli altri erano stati danneggiati in modo irreparabile. Naturalmente lo assecondai e a sua richiesta gli illustrai i fattori che influiscono sulla risposta percettiva:

-"La percezione, gli dissi, opera generalmente in modo selettivo ed il soggetto nei diversi momenti risponde solo ad una piccola parte delle stimolazioni sensoriali dell'ambiente che lo circonda; le successive esperienze sono influenzate da quelle che le hanno precedute sopratutto se esse hanno ricevuto un particolare rinforzo e cioè se sono state sperimentate come gratificanti. E' tutto legato al problema della <<perspicacia percettiva>>. Se lei, da buon cacciatore, ha centrato in pieno tra il fogliame del bosco una lepre stia pur sicuro, ad una prossima occasione centrerà anche la seconda. Se al contrario l'avrà spadellata, anche la seconda occasione potrebbe essere infruttuosa. Magari poi lei andrà a raccontare a sua moglie che nel primo caso si sentiva un leone e nel secondo si sentiva iellato." -

Volle dire in proposito anche la sua:

- "Adesso mi rendo conto di quanto sia precaria la nostra possibilità di conoscere nella loro realtà le cose che stanno intorno a noi. Ma mi dica professore perché anche durante le sedute lei non mi spiega le cose così come ha fatto oggi?"-

- "Il problema è molto complesso e non le sarebbe di nessun giovamento anche se glielo dicessi." -

- "Tuttavia oggi mi sento soddisfatto mentre qualche volta quando esco da una seduta sono di malumore. Da cosa crede che dipenda?" -

Non volevo affrontare quel genere di problemi con lui che poi doveva nuovamente sdraiarsi su quel lettino e gli risposi evasivamente:

- "Vede, sarà lei stesso che si renderà conto di ogni cosa quando verrà il momento. Ora anche se fossi tanto bravo da spiegarle tutto alla perfezione, a lei questo non servirebbe a niente e i suoi problemi rimarrebbero tali e quali. E non mi chieda per quale motivo ciò avviene. Sarei costretto a ripeterle all'infinito la stessa risposta.

Un poco contrariato, ma comunque convinto rispose:

- "La ringrazio professore. Credo che lei abbia ragione. Ci dovremo vedere martedì prossimo; no? Mi scuso ancora per la valigia."-

Confermai e lui si congedò.

La ventiquattr'ore

Stavo fermo davanti a quella valigia nera come un topo davanti al cobra. Non riuscivo assolutamente a fare o a pensare a niente. Solo una cosa martellava nel cervello: avevo commesso un reato. L'onorevole Cerquetti poteva tranquillamente testimoniare l'appropriazione indebita di qualcosa che non mi apparteneva e che poteva celare delle amare sorprese.

Però a pensarci bene la valigia era tornata esattamente nel luogo da dove era stata presa per sbaglio. Se, come pensavo, era di Alberto, lui e non io doveva giustificarne la provenienza. Sollevai la valigetta e la soppesai. Ad occhio e croce poteva pesare un cinque-sei chili. Controllai le chiusure e le cerniere.

Nonostante sembrasse una di quelle solite ventiquattr'ore tipo 'Samsonite' che i rappresentanti di commercio usano per i loro campionari, tuttavia si vedeva che la sua struttura e le sue finiture erano meglio curate. Le serrature avevano un marchio tedesco ed erano del tipo di sicurezza. Mi provai a far scattare i due bottoni laterali , ma come già supponevo nulla si mosse. Era chiusa a chiave.

La curiosità mi spinse al punto che mi armai di tutte le chiavi di quel tipo che avevo in casa e le provai una ad una. Ma nessuna apriva quelle maledette serrature. Me la portai al naso e odorai diligentemente le fessure. Sentii soltanto un buon odore di un profumo maschile molto in voga dall'aroma di cuoio conciato. Arrivato a quel punto mi rimaneva una cosa sola da fare: portare il tutto alla polizia.

Cercai di immaginare quali sarebbero state le conseguenze. In primo luogo, molto dipendeva dal suo contenuto. E questo poteva rappresentare anche una possibile incriminazione per i reati più vari: dallo spaccio di banconote false a quello di eroina o cocaina; dallo spionaggio industriale allo spionaggio militare internazionale; dal traffico di armi al raggiro politico. Nulla potevo escludere. Come avrei potuto dimostrare di non esserne il proprietario dopo che ne avevo dichiarato il legittimo possesso? Il Commissario forse nutriva già dei sospetti in relazione alla scomparsa di Marisa; la comparizione della valigia avrebbe potuto aggravare la situazione. Potevo contare sulla bonaria complicità dell'onorevole Cerquetti?

Nemmeno a pensarci. Questo paziente - un comunista della prim'ora - aveva raggiunto le vette della politica passando per essere un integerrimo e incorruttibile esponente della società proletaria. Si sarebbe fatto mozzare il capo prima di spartire con un 'borghese' una così grave responsabilità. Tutto sommato pensavo che sarebbe stato più saggio prendere quella cosa nera e buttarla a mare. In fin dei conti nessuno di noi due ne conosceva il contenuto.

Ma mi accorsi di sragionare. Non tenevo in considerazione molte cose di importanza fondamentale. Cosa avrebbe fatto Alberto? Ed ero poi certo che la valigia fosse sua? Non potrebbe essere un trucco per coinvolgermi in una mascalzonata e poi smascherarmi? Tutta la faccenda non potrebbe avere un qualche collegamento colla perquisizione selvaggia del mio appartamento e la scomparsa di Marisa? Ed infine, perché questo coso nero impenetrabile non potrebbe costituire la nostra àncora di salvezza? L'unica risposta sensata a queste domande poteva darmela solamente Alberto. Bisognava che riuscissi a parlargli subito e l'unico autorizzato a concedermi il colloquio in carcere era Luigi.

Il presidente questa volta non mi ricevette personalmente. Mi dirottò da un suo sostituto, informato della nostra amicizia. Non mi fu difficile ottenere l'autorizzazione per un colloquio col detenuto Giunti, ma il sostituto si premurò di informarmi dell'eccezionalità del fatto. Ciò era stato possibile grazie a Sua Eccellenza, autorevole garante della mia estraneità in quella vicenda giudiziaria.

Il colloquio in carcere

Ero stato diverse volte in quel carcere per svolgere esami peritali. Il direttore mi conosceva e mi concesse di incontrare Alberto nella sua cella, anziché nel salone comune. Lui era stato avvisato dalla mattina e si era rasato perfettamente, inondandosi di colonia per mascherare l'orribile tanfo che esalava dall'ambiente.

Appena entrai riconobbi quel profumo. Era il profumo di cuoio conciato della valigia. In un certo senso una risposta l'avevo già ottenuta: la valigia era veramente la sua. L'inizio era stato davvero fortunato: mi consentiva in un certo modo di indagare anche sulla lealtà di Alberto. Sembrava più invecchiato di quando lo avevo visto al processo, ma il suo viso non tradiva nessuna emozione. Ci abbracciammo e ci battemmo reciprocamente la mano sulla spalla. Mi chiese se avevo avuto modo di parlare con Luigi. Al processo gli aveva dimostrato una ostilità inaudita. Lo rassicurai dicendogli che Luigi aveva quel suo carattere, ma in fondo era un amico. Doveva avere fiducia.

Parlavamo seduti sul suo letto che invadeva quasi completamente una cameretta stretta e angusta occupata solo da lui. Su una parete c'era un lavandino, un armadio, una scansia con qualche libro e in un angolo la tazza igienica senza coperchio con lo sciacquone a bottone. Nell'altra parete soltanto un piccolo tavolo con dei fogli di carta e una matita biro. Una sola sedia. Sulla parete, di fronte alla porta, una finestra quadrata protetta da una doppia grata dalla quale si vedevano solo i tetti della prigione. Il discorso stava slittando nel patetico. Alberto mi diceva:

- "Vedi come mi sono ridotto? Da qualche giorno sto facendo lo sciopero della fame. Avevo fatto chiedere dal mio avvocato la concessione della libertà provvisoria, in attesa del giudizio di primo grado, ma l'istanza non è stata accolta. Secondo loro c'è ancora la possibilità di un inquinamento delle prove a mio carico."-

- "Ma in particolare, gli chiesi, di che cosa ti accusano, a parte l'imputazione generica di traffico di droga? Purtroppo non ho seguito tutto il dibattimento e non ho potuto ricostruire i fatti. Mi è parso di capire però che tutto si basa sull'accusa di due testimoni residenti in America. Ma in quanto ad altre prove non mi pare ne abbiano esibite di convincenti."-

- "Lasciamo perdere; ci vorrebbe un mese almeno per farti capire che non ho nulla a che vedere con tutta questa faccenda. Dimmi piuttosto se la valigia che ho dimenticato a casa tua il giorno che mi telefonò Angel è ancora in tuo possesso. La mattina ero talmente frastornato che uscendo ho dimenticato di prenderla. Se ti impiccia dovresti farmi la cortesia di recapitarla a questo indirizzo; altrimenti tienila tu. La riprenderò quando mi rilasceranno."-

Si alzò dal letto, si sedette a tavolino e scrisse qualcosa in un foglietto che mi diede piegato in quattro. Il compito avrebbe potuto esaurirsi qui. Tuttavia volevo approfittare fino in fondo di quella occasione che non poteva certo ripetersi a breve scadenza; e visto che il permesso di colloquio non comportava nessuna restrizione d'orario, mi decisi e gli raccontai la storia della lettera anonima, della perquisizione e della sparizione di Marisa. Alberto si scurò in volto e mi chiese:

- "Hai mai visto in faccia quel tizio di cui mi stai parlando?" -

- "No."-

- "E questa tua Marisa l'ha visto?" -

- "Si. E sarebbe anche in grado di riconoscerlo. Me ne aveva fatta una descrizione sommaria, il giorno dopo, quando ci incontrammo". -

- "Vedi Giulio, quello è un avanzo di galera molto pericoloso e devi stare attento anche tu" -

- "Ma allora tu lo conosci." -

- "Purtroppo si. Ciò che ti posso dire è che anch'io potrei essere una vittima di queste persone" -

- "Chi sono queste persone e perché ti perseguitano?" -

- "Non voler entrare in questa faccenda; finiresti coll'esserne coinvolto in malo modo. Lo so che farai fatica a credermi. Tuttavia posso dirti che è meglio che tu ne stia fuori."-

- "Ma ti rendi conto che ci sono dentro fino alla cima dei capelli? E di Marisa cosa ne sarà? Posso far finta di niente; come se nulla fosse successo? Vedi sono convinto che sia tu la causa dei miei guai e di quelli di Marisa; e sei tu che devi darmi una spiegazione convincente altrimenti, sarò costretto a raccontare a Luigi quanto mi è capitato, con le conseguenze che possono derivarne." -

- "Non hai tutti i torti a prendertela con me. Se non mi fossi fatto vivo, tu avresti continuato la tua vita tranquilla. Ma credimi non ti servirebbe a niente conoscere i particolari della vicenda. Servirebbe soltanto a complicarti di più la vita. Io posso aiutarti, ma in modo diverso. In primo luogo devi scordarti della lettera anonima che riguarda soltanto me e non te. Chiarito questo punto, penso rimanga da risolvere solo la faccenda della tua Marisa. Credo che la tengano semplicemente in ostaggio e posso fare in modo che la rilascino. Dopo ho la convinzione che ti lasceranno definitivamente in pace. Naturalmente, se vuoi che le cose vadano per il loro verso, tu devi fidarti di me e fare ciò che dirò. Si tratta di una cosa molto semplice: dovrai portare il biglietto, che ora scriverò, all'indirizzo che ti ho dato poc'anzi."

Si sedette a tavolino e si mise a scrivere con una calligrafia minuta. Seduto sul suo letto l'osservavo in silenzio. Vedevo che ogni tanto tracciava dei segni su due foglietti che teneva davanti mentre contemporaneamente si guardava un tatuaggio che aveva disegnato sull'avambraccio sinistro e che rappresentava un uccello del paradiso con la coda a ventaglio. Tutto questo armeggiare misterioso mi incuriosì. Mi alzai e mi misi dietro le sue spalle per osservare da vicino.

In un foglietto di quaderno a righe - ruotato di 90 gradi rispetto alla sua posizione normale - scrisse in alto, una in ciascuna colonna verticale, tutte le lettere dell'alfabeto dalla 'a' fino alla 'z'. Poi, sempre col foglio in quella posizione, poggiò sul tatuaggio le colonne contenti le lettere, facendole coincidere con la coda dell'uccello e dopo un breve calcolo riportò una lettera sull'altro foglietto. Ripetè questa operazione fino a quando non completò tutto il foglietto, zeppo di lettere che sembravano messe a casaccio. Alberto non cercò di nascondere quanto faceva. Anzi quasi divertito della mia curiosità mi spiegò per sommi capi questa sua tecnica:

- "Vedi questo è il miglior modo di scrivere in codice senza destare sospetti. Tutto si basa sulla distanza tra le penne della coda dell'uccello del tatuaggio e la distanza dalle lettere dell'alfabeto iscritte in queste colonne, tutte della stessa larghezza. Per ottenere il codice, che varia ogni cinque lettere dell'alfabeto, è sufficiente confrontarlo con la distanza che c'è fra le prime e ultime penne della ruota nei cinque ordini di posti che occupa l'intero piumaggio. Se devo scrivere una 'a', che è fra le prime cinque lettere, poggio le testate di colonna delle prime cinque lettere sul primo ordine di piumaggio della coda che occupa tre colonne. Ciò mi indica per l'appunto la lettera 'c' che scrivo al posto della 'a'. Se invece devo scrivere una 'f', della seconda cinquina, faccio la stessa operazione di prima spostando però il secondo gruppo di cinque colonne nel secondo ordine di piumaggio, e ne calcolo la distanza che risulta di cinque colonne. L'operazione che dovrò fare è semplice: vedere quale sarà la lettera oltre i cinque posti dopo la 'f', che è 'l'. Quindi al posto di 'f' scriverò 'l'. Il vantaggio di questa criptografia è la chiave non costante: varia col variare delle lettere prese in considerazione e dell'ordine del piumaggio. Quindi se non si possiede la matrice, ovvero il tatuaggio, è assolutamente impossibile decifrare il messaggio. Naturalmente chi lo riceve deve avere una identica copia del tatuaggio. "-

Lo guardavo e, con la mente smarrita in tutte queste sue spiegazioni gratuite e per certi versi poco comprensibili, vedevo profilarsi ancora una volta la costrizione ad un tipo di complicità che mi appariva sempre più pericolosa e sleale. Ma come aveva potuto ridursi ad una simile condizione? Certamente, i tatuaggi, il messaggio cifrato, erano ciò che emergeva di una associazione per delinquere finalizzata al traffico degli stupefacenti. Luigi dunque aveva ragione; lui era certamente un esponente importante della banda o forse ne era addirittura il capo. Tuttavia ciò che maggiormente mi spaventava era quell'avermi messo tranquillamente al corrente della chiave crittografica senza nessuna preoccupazione che potessi comunicarla alla polizia. Anche lui mi guardava fisso negli occhi e mi disse:

- "Immagino cosa ti passa per la mente. Se ti è rimasta ancora un poco di stima nei miei confronti vedi di conservarmela. Tutto questo avrà una sua conclusione, mi auguro presto, e tu potrai toccare con mano quanto ti ho detto... " -

Lo interruppi, abbastanza alterato, e gli chiesi:

- "Ma cosa dovrei toccare con mano. Mi sembra abbastanza evidente che tu sei un esponente di spicco in questo brutto affare e se cerchi di compromettere anche me ti sbagli di grosso."-

Alberto continuò senza scomporsi:

- "Vedi Giulio purtroppo non sempre si può prevedere quale sviluppo possano avere queste cose. Tu sei stato colto solo di striscio da questi eventi."

"E' come se una vettura, guidata da un conducente maldestro, ti avesse sfiorato mentre tu tranquillo attraversavi le strisce pedonali e ti avesse appena sporcato la giacca. E' vero, avrebbe anche potuto ucciderti; ma questo non ti autorizzerà mai a mandare a memoria il suo numero di targa ed a sporgere denuncia nei suoi confronti per tentato omicidio. Tu sei molto bravo a far lavorare il cervello; vedi però di farlo lavorare nella direzione giusta" -

Lui aveva mantenuto la sua calma e sembrava non tenere in conto le gravi accuse. Pensai fosse giunto il momento della verità e gli dissi:

- "La valigia contiene cocaina, vero? Se è così la porterò subito alla polizia e a nessun altro indirizzo". -

Si era fatto nuovamente scuro in viso e questa volta il suo tono era diventato arrogante.

- "Mi accorgo che tu fai finta di non capire. Certamente non posso impedirti di fare quello che vuoi. Ma stai attento, una tua mossa falsa potrebbe compromettere ogni cosa e una tua azione avventata potrebbe segnare la condanna a morte tua e di Marisa."-

Riprendendo il suo tono normale, mi disse ancora:

- "Che tu ci creda o no sono per te sempre un caro amico. Pensaci e non fare sciocchezze. Ricordati quante volte alla macchia sei stato costretto, a posteriori, a modificare il tuo giudizio su di me. Lo farai anche questa volta." -

Mi abbracciò d'impeto e mi battè la sua mano sulla spalla. Ma fu solo lui a farlo, io rimasi rigido come un sasso. Ed il suo gesto ora mi appariva quasi rasserenante e fraterno.

Chiamai il secondino. La guardia, che mi conosceva per avermi visto altre volte, fece strada nei lunghi corridoi, aprendo con le grandi chiavi che teneva alla cintola, i numerosi cancelli che separavano dal mondo esterno. Prima di varcare l'ultimo androne disse:

- "Vede professore, lei è forse l'unica persona che non ha mai protestato per il cigolare di questi cancelli"

Aveva ragione: specialmente quel giorno.

Un lutto al Capanno.

Appena rientrato a casa mi misi alla scrivania per studiare quei due bigliettini ricevuti da Alberto.

Scartai immediatamente il secondo, incomprensibile, e lessi invece attentamente il primo. Con la sua calligrafia minuta e quasi a zampa di gallina aveva scritto un indirizzo: Via dell'Indipendenza n. 34 interno 12 piano terzo. Nessun nome.

Come d'abitudine quando dovevo affrontare una situazione scabrosa, mi sdraiai sul lettino e mi misi in condizioni di relax. Si trattava di ottenere il rilassamento totale di ogni fascia muscolare striata. Solitamente cominciavo coi muscoli degli arti inferiori, poi degli arti superiori, del pettorale e per ultimo quelli del collo e del viso. Il segreto era di governare le eventuali tensioni instauratesi autonomamente senza il mio controllo diretto. Una volta realizzato questo rilassamento mi era facile pensare. I ricordi affluivano ordinatamente alla mente e le connessioni logiche divenivano più facili.

Nonostante questo esercizio, mi martellavano in continuazione le ultime sue parole. Perché mai avrei dovuto ricredermi sul suo conto e quali erano le circostanze che alla macchia, secondo lui, mi portarono a rivedere il primo giudizio? Ripassavo mentalmente quel triste periodo, soffermandomi via via su quegli episodi salienti che potevano averlo coinvolto o di cui era stato protagonista. Ma invano. Nulla mi sembrava corrispondesse a quanto cercavo. Alberto si era distinto in diverse circostanze. Ricordavo il salvataggio di Luigi quando s'era slogato la caviglia; il conflitto a fuoco contro i fascisti; e tante altre; ma non mi sembrava che allora avessi mai dubitato di lui. Era perfettamente inutile insistere. Generalmente quando si vuole ricordare qualcosa in particolar modo, il ricordo sfugge; accanirsi a volerlo far affiorare ad ogni costo, di solito peggiora la situazione e ci pare di brancolare in un totale vuoto di memoria. Se si allenta questo accanimento e per qualche minuto ci si dedica a pensare ad altro, d'un colpo questo ricordo affiora.

Per qualche minuto mi dedicai a leggere sulla agenda i prossimi appuntamenti e d'un tratto qualcosa attraversò la mente. Ma certo. Come mai mi era sfuggito? La cosa a cui lui si riferiva riguardava proprio me.

Giustino, il pastore del Capanno, da qualche tempo aveva perso quella magnifica vitalità che lo rendeva simile a quella roccia su cui spesso troneggiava appoggiato al suo bastone quando pascolava le capre. Non ci aveva mai voluto dire quale fosse la sua età e forse nemmeno lui la sapeva. Oramai Cecilia per poter meglio accudire suo nonno - questo era almeno il suo compito ufficiale - stava anche a dormire su da noi. A dire il vero si era installata col tenente Mario nella stessa capanna di Giustino con il pretesto di essergli d'aiuto quando avesse avuto bisogno di qualcosa d'urgente durante la notte.

Il pastore oramai stava la maggior parte della giornata sdraiato nel letto di frasche secche e non si preoccupava più di tanto dei suoi interessati ospiti. Il problema nacque quando si dovette rifornire la cambusa di cibo fresco e verdure. Scatolame, olio, stoccafisso, formaggio, farina e cioccolata ne avevamo in gran quantità.

Di recente il Micio ci aveva fatto paracadutare diversi quintali di viveri e munizioni. Mancavano la frutta, i limoni e le verdure. Di solito era quanto procurava Cecilia nelle sue frequenti visite. Ma ora la donna non si muoveva più dal Capanno ed il problema doveva essere risolto in altro modo.

Ci fu una riunione e discutemmo di come affrontare il problema. Mi dichiarai disposto ad assumere l'incarico di fare un salto giù in paese e barattare i viveri in eccedenza. Si trattava di correre un brutto rischio, sopratutto dopo l'attacco compiuto dai fascisti al Capanno, ma non si poteva più aspettare. Già nel campo avevamo avuto diversi casi di dissenteria a causa di quel cibo in scatola. Necessitava un rifornimento urgente specialmente di limoni. In paese arrivava ogni tanto una squadra di militari tedeschi armata di tutto punto per effettuare delle requisizioni di uova e latticini, trafugati dalle fattorie, e c'era il pericolo di fare incontri indesiderati. Alberto si offerse anche lui; e per convincere Mario e gli altri disse di avere maggior pratica nell'arte del baratto e che io, mi chiamava scherzosamente 'il filosofo', non sarei riuscito ad ottenere un limone nemmeno in cambio di una scatoletta di prosciutto da quattro once. Protestai risentito per quei suoi apprezzamenti ed a mia volta accusai Alberto di essere soltanto invadente ed egoista. Era molto probabile - lo dissi in verità senza molta convinzione - che il desiderio di compiere lui l'impresa nascondesse soltanto un interesse personale, relativo proprio a quel baratto in cui lui stesso affermava di essere più abile. Nonostante le mie insinuazioni, il Consiglio votò per Alberto.

La mattina seguente ancora a notte fonda, quando l'alba non aveva incorniciato giù da basso la rocca della montagna, gli caricammo il mulo con le provviste da barattare, suddivise in due ceste, e lui si avviò verso il paese.

Aspettammo il suo ritorno, previsto per l'indomani mattina, ma niente. La sentinella, sistemata in una garitta sulla rocca, non segnalò nessuna presenza sul sentiero, nemmeno la sera. Secondo i nostri calcoli la faccenda poteva tranquillamente essere sbrigata in giornata in modo da riprendere il cammino a notte fonda ed essere da noi al mattino prima dell'alba. La zona più pericolosa non era il paese, dove la gente era in prevalenza dalla nostra parte, ma la vallata, distesa su un terreno scoperto ed esposta alla vista delle pattuglie nemiche. Se questo tratto veniva percorso durante la notte il pericolo si riduceva moltissimo.

Qualcuno presente alla riunione ed ai miei discorsi, già parlava di diserzione e lo diceva anche a me apertamente:

- "Non dovevate fidarvi di mandarlo da solo con tutto quel ben di Dio. C'era una vera fortuna su quel mulo. Mi sa che dopo aver messo a frutto tutto quello che portava, deve aver tagliato la corda e chi s'è visto s'è visto."-

Alberto non aveva la virtù di attirarsi molte simpatie e ciò si vedeva ora che i compagni utilizzavano la mia protesta - che in fondo non era stata se non una battuta di stizza - come valido argomento per denigrarlo. Il pregiudizio nei suoi confronti si era impiantato e veniva rinforzato solo perchè quanto detto da me era stato considerato come il giudizio di un esperto. Mi sforzai di correggere questo mugugno, che si era fatto quasi generale, dicendo:

- "Potrebbe essergli capitato qualcosa di serio. O addirittura potrebbe essere stato catturato dai tedeschi. Non dovete dire queste cose assurde!" -

- "Tanto assurde poi non sono visto che anche tu le hai pensate." - Mi rispose sarcasticamente un altro - "Daltronde nessuno in questi giorni ha segnalato a valle presenza di militari" -

"Intanto, riprese il primo, Mauro sta annegando nella sua cacarella, e Giustino sta tirando le cuoia aspettando il minestrone che gli avevamo promesso." -

Il terzo giorno, di primo mattino, la sentinella sulla rocca ci svegliò con un prolungato ululato. Era questo il segnale di allerta. Ci vestimmo alla meglio e prendemmo le armi. Fuori non c'era tanto freddo e qualcuno stava già per raggiungere la garitta quando la sentinella fece il verso del cuculo. Era il segnale di cessato pericolo. Di lì a poco scorgemmo una sagoma a fondo valle stagliarsi contro la luce fioca dell'alba. Era Alberto che tornava. Aveva il mulo stracarico e lui lo aiutava a superare i punti più difficili del sentiero. Appena giunse al Capanno si sedette e le prime parole le rivolse a me:

- "Avrei dovuto lasciarti andare, mi disse, così avresti imparato ad essere meno arrogante."-

Poi rivolto a tutti i compagni:

- " Sono dovuto arrivare fino in città per trovare la roba. Se non fosse stato per il tabaccaio avrei fatto il viaggio a vuoto. Mi ha ospitato e nascosto lui in questi tre giorni." -

Infine rivolto a Mario:

- "A te manda a dire che di treni tedeschi ne passano ancora e vuol sapere se ti sei arrugginito. Dice che lui è sempre pronto e che è sufficiente che tu lo avverta un giorno prima." -

I giorni seguenti furono giornate tranquille. A Mauro passò la cacarella; tutti si tolsero la voglia di verdura fresca e di minestrone; solo Giustino non ebbe la voglia di assaggiarlo il minestrone. Se ne stava con la bocca semiaperta e respirava a fatica. Ogni tanto un rantolo scuoteva il silenzio e Cecilia gli si avvicinava premurosa per inumidirgli le labbra con una pezzuola imbevuta nel succo d'arancia.

Sul tardi, dopo aver emesso un rantolo più forte degli altri, si irrigidì e rimase a bocca aperta e gli occhi stralunati. Era morto. Mario gli chiuse gli occhi, lo ricompose sul letto con le braccia in croce e gli legò un fazzolettone sulla testa. Cecilia, acceso un cero tenuto nascosto tra la sua biancheria, si inginocchiò e gli recitò le orazioni funebri.

Quella notte Mario e Cecilia dormirono abbracciati senza fare l'amore. Quand'era in vita lo facevano sempre anche di fronte a lui che li guardava condiscendente senza mai riprenderli e quasi compiacendosi dell'ardore di quella giovane nipotina che tanto amava. Ora non era più possibile. Lui era li immobile e la fiamma della candela dondolando gli disegnava strane ombre su quel viso solcato da rughe profonde che potevano avere anche più di cent'anni.

Al mattino lo seppellirono in una grande buca scavata a turno da tutti i compagni a cento metri dalla sua capanna.

Su una croce di frasche Mario volle metterci un cartoncino con la scritta:

- "QUI GIACE GIUSTINO; IL MIGLIORE DEGLI ITALIANI." -

* * *

Capitolo Ottavo: Una fissazione alla fase anale.

Via dell'Indipendenza 34, interno 12

Riguardai ancora una volta il biglietto con l'indirizzo - Si, il caseggiato era proprio quello. Era una costruzione non molto alta e abbastanza recente, con un gran portone d'ingresso e senza portiere. Non conoscevo il nome dell'inquilino dell'interno 12; decisi di entrare e cominciai a salire le scale. In ogni pianerottolo c'erano tre appartamenti quindi doveva trovarsi al quarto piano. Giunsi su col fiatone e nella targhetta del numero 12 lessi C.M.P. Venne ad aprirmi un uomo piccoletto, sulla trentina e con la barba alla Cavour.

- "Dovrei consegnare qualcosa al padrone di casa."- Gli dissi -" E' forse lei?" -

Per non espormi troppo ero venuto senza la valigetta. Prima di consegnarla mi premeva sapere con chi avessi a che fare.

- "Si. Ma non stia sulla porta; si accomodi." -

Passando dalla penombra dell'anticamera alla luce di un modesto soggiorno, ebbi modo di vedere meglio il mio interlocutore. Altezza circa un metro e sessanta, viso regolare, capelli neri a spazzola con una incipiente calvizie frontale, occhi regolari con le rime palpebrali leggermente a mandorla tanto da far supporre una sua origine orientale. Indossava una giacca di seta con le maniche molto larghe che poteva sembrare un mini kimono. Mi fece sedere su un divano e chiese:

-"Non doveva forse consegnarmi qualcosa?" -

Cercavo disperatamente di osservare, in uno svolazzare della manica, se anche lui avesse il tatuaggio sul braccio sinistro, ma l'uomo stava molto composto e non riuscivo a vedere oltre il suo orologio da polso. Per guadagnare tempo dissi:

- "Questa mattina sono stato a trovare il mio amico Alberto Giunti... "-

- "Ah; lei è amico del Sig. Giunti. Bene, mi dica." -

- "Mi ha dato questo biglietto per lei." -

Gli detti quel biglietto zeppo di lettere scritte a casaccio. Lui lo aprì e dopo avergli dato una sbirciatina, lo ripiegò e subito mi disse:

- "La ringrazio dell'ambasciata. Le sono molto grato. Se dovessi avere bisogno di lei a quale numero posso telefonarle?" -

Diedi il numero di casa e dissi che mi avrebbe trovato con certezza tutti i giorni fino alle nove. L'ambasciata era finita ed il mio interlocutore si alzò e mi accompagnò alla porta; ebbi la sensazione che avesse fretta di liberarsi di me.

Tornai a casa un poco deluso. Mi aspettavo di scoprire qualcosa di Marisa. Tuttavia una cosa l'avevo accertata: il destinatario della missiva era certamente quel signore ordinato dall'aria vagamente orientale. Chiunque altro, vedendo quell'accozzaglia di lettere sul biglietto, avrebbe espresso meraviglia e perplessità.

Rientrato a casa telefonai al Commissario:

- "Pronto? Sono Tirelli. Parlo col Commissario Mauri? Salute; come va?... Volevo chiederle a che punto sono le indagini su... Potrebbe essere stato un rapimento?... Ah... Le indagini seguono il loro corso?... Quando potrò avere notizie più precise?... D'accordo, le telefonerò anche domani. Stia bene. Arrivederci." -

Cercai di riordinare le mie idee. Dunque Alberto aveva dei complici. Si trattava con molta probabilità di persone non italiane, ma certamente ormai in Italia da moltissimo tempo. La sigla C.M.P. doveva pur esserci nell'elenco telefonico della città. Sfogliai e la trovai: Compagnia Movimenti Portuali via dell'Indipendenza 34. Non c'era da sbagliare era proprio quello. Non aveva l'aria di un ufficio, ma piuttosto di una abitazione privata e per giunta abbastanza modesta.

Comunque, vero o falso ufficio, doveva essere regolarmente registrato per poter figurare sull'elenco. Telefonai all'ufficio informazioni della Camera di Commercio e mi risposero che i movimenti carico e scarico del porto erano curati esclusivamente dall'Azienda Mezzi Meccanici (Amm), tuttavia la stessa azienda poteva avere qualche consociata. Telefonai all'Amm, ma mi risposero che loro non fornivano notizie di quel genere a sconosciuti e per giunta per telefono.

Scoraggiato pensai di desistere quando mi sovvenni di aver fatto tempo addietro degli esami attitudinali proprio ai gruisti dell'Amm ed a contattarmi era stato un certo ingegnere Galimberti.

Rifeci il numero e chiesi direttamente di lui. Il telefonista non fece molta fatica a rintracciarlo e me lo passò:

- "Professor Tirelli? Qual buon vento?" -

- "Carissimo ingegnere ho piacere di sentirla. Vorrei chiederle una cortesia. Per delle ragioni che ora sarebbe troppo complicato spiegarle, mi interesserebbe sapere se avete dei rapporti con la Compagnia Movimenti Portuali." -

- "Caro professore non ho nessuna difficoltà a dirle che si tratta di una squadra di scaricatori che da qualche anno lavora per noi. Abbiamo affidato questo incarico ad esterni con lo scopo di agevolare i nostri dipendenti che si erano rifiutati di fare questo tipo di lavoro. Sono una decina di persone quasi tutti stranieri che si sono integrati abbastanza bene nel nostro paese. Non saprei cos'altro dirle, ma se lei vuole sapere qualcosa di più preciso me lo chieda pure." -

Forse avevo già compiuto un passo avventato nel chiedere apertamente notizie della Compagnia ed avrei aggravato la situazione se avessi voluto approfondire la cosa, quindi gli risposi:

- "Lei mi ha detto già quanto mi interessava sapere. La ringrazio per la sua gentilezza e per essersi ricordato di me. Arrivederla" -

Rimisi a posto il ricevitore e continuai a far lavorare il cervello. Quindi la Cmp era una squadra di manovali che lavoravano al porto; ed il signore con gli occhi leggermente a mandorla doveva esserne il capo. I suoi rapporti con Alberto erano ormai certi. Ciò significava che poteva essere la 'squadra' a tenere sequestrata Marisa. Un'altra cosa abbastanza logica era che nella valigetta nera doveva esservi della cocaina di cui tanto aveva parlato la stampa e qualcuno voleva entrarne in possesso. Infatti gli ignoti visitatori avevano rovistato la casa da cima a fondo probabilmente per cercare la droga; e la stessa sparizione di Marisa poteva essere avvenuta per via del nostro rapporto, generando il sospetto che la droga l'avessi passata a lei per nasconderla. Si spiegava così anche la perquisizione del suo appartamento.

Ma la lettera anonima cosa c'entrava? Perché Alberto mi aveva detto che era rivolta a lui? Evidentemente le cose non quadravano come le avevo prospettate. Chi aveva interesse a minacciare Alberto? Non potevano essere stati quelli della sua 'squadra': proprio ora avevo avuto la conferma della loro perfetta intesa. La minaccia << Questa volta non te la caverai facilmente>> se rivolta a lui diventava coerente solo nella prima parte, nella reiterazione del rapporto con loro; il <<questa volta>> quindi rapportato a lui poteva avere un senso. Ma a quale scopo la minaccia? Dovevo supporre quindi che qualcun altro dall'esterno del gruppo fosse interessato alla droga. A questo punto l'ipotesi che a rovistare il mio appartamento ed a rapire Marisa fosse stato qualcuno della 'squadra' non avrebbe avuto più nessun fondamento.

Una ragazza con la coda di cavallo.

La mattina seguente, mentre l'onorevole Cerquetti era sdraiato sul lettino dello studio, ricevetti una telefonata. Solitamente quando mi capitava di avere qualche paziente in analisi staccavo la suoneria e inserivo la segreteria telefonica, ma questa volta mi interessava poter subito intervenire di persona. Chiesi scusa e mi alzai per rispondere. Non mi ero sbagliato era la Cmp:

- "Pronto, buon giorno; mi dica" -

Era lui. Il capo della Cmp. Lo interruppi appena pronunciò le prime parole e per non consentirgli di continuare il discorso gli dissi:

- "Ho capito di che si tratta; ma ora deve scusarmi, non posso trattenermi al telefono. Ho il suo numero e le telefonerò tra mezzora al massimo. Grazie. Arrivederla." -

Mi erano venute in mente proprio in quel momento le parole che mi disse il commissario a proposito dell'essere controllato. Non era da escludersi che avesse messo sotto controllo anche il telefono e non volevo correre rischi.

Mi sedetti nuovamente dietro il lettino. Il paziente, che aveva sentito la telefonata, mi disse:

- "Ma professore non era il caso. Io avrei aspettato. Lei poteva fare tranquillamente la sua telefonata senza preoccuparsi di me. Comunque sarò sincero; mi ha fatto un certo piacere che lei abbia trascurato una comunicazione che forse era importante per tornare da me. Vede sono queste piccole cose che a noi, sdraiati su questo lettino, fanno veramente piacere. Sentirsi considerati una volta tanto per quel che si è... "-

Lui continuava a parlare imperterrito su questo argomento, ma io avevo la mente altrove e non lo stavo a sentire. Pensavo potesse essere una questione di vita o di morte. Forse volevano pormi una scadenza a breve termine. In fin dei conti Marisa era nelle loro mani. Quasi automaticamente mi alzai. Mancavano ancora pochi minuti alla fine della seduta; e pur sapendo che questa volta gli avrei dato un gran dispiacere dissi:

- "Caro onorevole purtroppo ora devo congedarla. Ci rivedremo fra quattro giorni." -

Come prevedevo il paziente ne fu un poco contrariato e chiese:

- "Non è che questa prassi di doccia scozzese rientri nella tecnica della terapia psicanalitica?" -

- "Può darsi" -

Gli risposi, e con mal celata fretta lo accompagnai all'uscio. Uscii in fretta dopo essermi scritto il numero di telefono della Cmp. Mi fermai al primo telefono pubblico incontrato all'angolo della strada e, mentre stavo per fare il numero, vidi l'onorevole sfrecciare in auto di fronte alla cabina. Mi guardò con viso sbigottito e accennò un timido sorriso di complicità.

- "Pronto? Parlo con la Compagnia Movimenti Portuali?"-

- "Si, qui la Compagnia Movimenti Portuali; chi parla?"-

- "Sono il prof Tirelli..."-

- "Buonasera professore; pensavamo che avesse cambiato idea e avevamo provveduto altrimenti. Le comunico che abbiamo preso in considerazione il suggerimento datoci dal suo amico. E' assolutamente indispensabile però che lei ci metta in condizione di riavere la valigia entro questa mattina. Cosa ha intenzione di fare?" -

- "Potete venire a ritirarla anche subito a casa . Naturalmente verrete con la signora?" -

- "No. La signora verrà questa sera. Vista la sua titubanza avevamo già inviato qualcuno a casa sua. Faccia tutto ciò che le dirà senza protestare. Sarà meglio per lei. Buongiorno." -

Rimasi attaccato al ricevitore anche quando il mio interlocutore chiuse la comunicazione e lo rimisi a posto solo quando qualcuno spazientito mi bussò il vetro della cabina. Dovevo fidarmi ciecamente? Dovevo assecondarli senza avere la certezza della contropartita? Non ero forse in tempo per denunciare tutto alla polizia? Ancora una volta volli seguire il mio istinto e decisi che li avrei attesi a casa.

Erano già passate le undici e stavo seduto alla scrivania aspettando che qualcuno suonasse al citofono. Lo scampanellio mi fece sobbalzare e presi il ricevitore:

- "Mi scusi è questa l'abitazione del professor Tirelli?" -

- "Si è questa. Salga."-

Non mi aspettavo una voce femminile. Tuttavia mi alzai ed andai ad aprire la porta. Mi trovai di fronte una ragazza bruna coi capelli raccolti a coda di cavallo, molto giovane e molto carina. La feci accomodare nello studio e le chiesi in cosa potevo esserle utile. La ragazza aprì la borsetta e con rapidità fulminea estrasse una pistola e me la puntò sul viso. Poi con calma disse:

- "Sono venuta a ritirarla. La prego non faccia mosse false e vada a prendere la valigia." -

Abbandonai la scrivania e mi diressi all'armadio dove avevo riposto la ventiquattr'ore. Sentivo che lei mi veniva dietro guardinga. Gliela consegnai ed azzardai:

- "Non credo fosse necessaria questa messa in scena. Gliela avrei data comunque. Piuttosto dov'è Marisa?" -

- "Non so di chi mi stia parlando. Ora si sieda nella sua poltrona e si giri verso la finestra." -

Feci quanto mi chiedeva senza più fiatare. Dai vetri della finestra vedevo che aveva ripreso la borsetta e ne estraeva una lunga cordicella di nailon. Fui colto da un improvviso moto di ribellione: pensai mi volesse strangolare. Ma lei fu più rapida di me e mi poggiò l'arma sulla nuca.

- "Non lo faccia più, mi disse, potrei innervosirmi" -

Sempre stando dietro le mie spalle, fissò una cima della cordicella ad un bracciolo e fece girare la poltrona sul suo perno finché non mi legò come un salame. Completò il suo lavoro immobilizzando le mani e i piedi con un'altra cordicella, poi prese un largo cerotto e me lo mise sulla bocca. Stette un attimo a guardarmi per accertarsi se in qualche modo potevo muovermi; raggiunse il telefono e ne strappò il filo; prese la valigetta e prima di andarsene mi disse:

- "Arrivederla professore. Mi scusi; ma gli ordini erano questi."-

Tarcisio.

Rimasi in quella posizione scomoda certamente più di tre ore. Il citofono aveva squillato diverse volte senza che io avessi potuto rispondere. Mi aspettavo che da un momento all'altro i pompieri - avvertiti da qualche amico o dal portiere, che non mi aveva visto uscire per il pranzo - sfondassero la porta per liberarmi. L'unico movimento che riuscivo a fare era quello di far girare la poltrona su sè stessa puntando i piedi per terra.

Giravo continuamente per avere la sensazione di fare del moto. Poi mi stancai e tentai di dormire. Pensavo a quella vicenda e ad Alberto che mi ci aveva trascinato. Che strano; chi lo avrebbe mai immaginato. Lo rivedevo ragazzo e mi sembrava impossibile che ora fosse così cambiato.

Quando nel 1943 aveva incontrato il gruppo del tenente Mario a Rimini disse di essere studente in medicina. Ma nessuno gli credette. Aveva l'abitudine di mischiare sempre le bugie con la verità e il sacro col profano; così non si sapeva mai come regolarsi. Perciò poteva capitare che quando gli si doveva credere lo si giudicasse poco attendibile, quando invece le sparava grosse si finiva col dargli fiducia.

Fu dopo che morì il povero Giustino che il tenente prese possesso della capanna del pastore e vi si installò con la Cecilia. Quello era diventato il Comando del gruppo in tutti i sensi. Franco vi trasferì la ricetrasmittente: un apparecchio nuovo fiammante paracadutato dagli anglo-americani. E Vittorio il cuoco vi trasferì la dispensa con tutta la provvista dei viveri. Oramai potevamo dire di esserci dati un'organizzazione soddisfacente. Avevamo persino redatto con Luigi e Mario un regolamento di massima che stabiliva compiti, orari e turni per le sentinelle e per il rancio, regole di comportamento in caso di attacco, turni per le pulizie, ecc. L'unica cosa che non avevamo considerato erano le punizioni da infliggere. A dire la verità Luigi lo aveva fatto presente, ma sia io che Mario lo convincemmo a soprassedere. Pensavamo che in un gruppo come il nostro non fosse necessario e che se si fosse presentata l'occasione di infliggere qualche punizione, saremmo ricorsi ad un aggravio dei turni di pulizia della latrina o di guardia notturna. Con il trasferimento del Comando, la camerata di frasche poté essere occupata più razionalmente ed anche più rifinita. I materassini gonfiabili avevano preso il posto dei pagliericci di foglie secche, ogni branda aveva almeno due coperte di lana , e l'interno della capanna era foderato con teli impermeabili che impedivano agli insetti di caderci addosso durante la notte e, quando pioveva, all'interno non ci si bagnava.

Non avevamo certamente le comodità del Grand Hotel, tuttavia potevamo dire di aver raggiunto un livello di comfort accettabile. Tutto questo naturalmente lo dovevamo alla capacità del tenente Mario e all'abnegazione di Franco il telegrafista che riuscirono ad ottenere tutto quel ben di Dio dagli americani.

Materassini, coperte, brande smontabili, rotoli di cartone impermeabile e di tela, furono le cose paracadutate per prime. Poi subito dopo una gran quantità di viveri. La successiva, fu la volta delle armi e delle munizioni. Tutto ciò fu possibile grazie all'efficienza del gruppo in occasione dell'attentato al convoglio militare tedesco. Sulle prime pensavamo che gli Alleati ci avrebbero lasciato alla nostra sorte sfruttandoci e magari pretendendo la nostra pelle senza darci nulla di quanto ci occorreva. Poi dovemmo ricrederci. Senza il loro aiuto non ce l'avremmo fatta a resistere in quelle condizioni per oltre un anno.

Tra le tante comodità avevamo costruito anche una latrina. Non a caso nel dialetto sardo viene chiamata 'su comudu'. La ricavammo da una piccola capanna, distante una trentina di metri dal Comando, che il pastore aveva utilizzato quand'era ancora in vita per tenerci qualche maialino. Noi vi costruimmo un soppalco con dei tronchi di leccio e nella piattaforma praticammo un foro di circa trenta centimetri. Standovi seduti sopra ognuno poteva fare i propri 'comodi' e gli escrementi andavano a finire dentro quella che era stata una volta la porcilaia.

Tarcisio, il barbiere, aveva tendenze omosessuali e per quanto il gruppo fosse abbastanza normale tuttavia qualcuno ogni tanto approfittava della situazione. Una sera, prima di andare a letto, Tarcisio uscì per recarsi a fare i suoi bisogni. Era quella in genere l'occasione più propizia per incontrarsi con qualche amico, nell'unico luogo che fosse lontano dagli sguardi indiscreti dei compagni: la latrina. Poco dopo qualcuno gli corse dietro. Poi il suo compagno rientrò e ne uscì un altro di corsa. Dopo qualche minuto si udì un urlo e Tarcisio ancora con le braghe calate, e l'altro pallido come un morto, si catapultarono dentro la camerata. Alla chiara luce della lampada a benzina vedemmo Tarcisio stralunato con la faccia piena di merda. Per qualche minuto non riuscirono a spiccicare una parola. Finalmente presero fiato e Tarcisio, dopo essersi pulito il viso con un asciugamano, disse con la sua vocina in falsetto:

- "Mamma che paura. Nel cesso ci sono gli spiriti. Guardatemi come mi hanno conciato." -

Siccome in molti gli facevano le risatine e lo sfottevano, lui continuò:

- "Ma cosa state pensando? Non stavo mica facendo nulla di male. Io mi sono accovacciato per fare i miei bisognini e dopo un poco ho sentito che qualcosa mi toccava giù nel sedere. Mi sono affacciato al buco per vedere cosa stava succedendo e in quel momento qualcosa, con un rumore sordo, mi ha imbrattato tutta la faccia di merda..." -

Lo interruppe Alberto che era seduto in un angolo e se la ridacchiava. Si avvicinò, e rivolto ai compagni disse:

- "Vedete, tutta colpa vostra. Se voi mi aveste creduto, ora Tarcisio non ce l'avrebbe con gli spiriti, ed io non sarei stato costretto a nascondere il maiale per vincere la scommessa" -

A questo punto si fece avanti Vittorio, che solitamente difendeva Tarcisio e, rivolto ad Alberto, disse:

- "Non mi dire che ci sei riuscito! Sarebbe una cosa veramente eccezionale. Io per primo ho pensato che fosse solo una tua smargiassata."-

ll tenente Mario, seduto sulla sua branda, volgeva lo sguardo ora su l'uno ora sull'altro che parlava, con l'aria di chi stia a sentire una lingua sconosciuta:

- "Ma la finite di parlare per indovinelli? Uno entra con le braghe calate e con la faccia piena di merda, un altro parla di scommesse, Vittorio sembra sappia tutto, ma non dice niente. Vi volete decidere a parlare come Dio comanda?" -

Fu Vittorio a rispondergli:

- " Veda Signor Tenente, l'altra sera dopo cena, mentre stavamo in gruppo a chiacchierare fuori dalla camerata, Alberto ci raccontò di aver visto, nei pressi del paese, una porcilaia con dei bei magroni di trenta chili. Disse che se scommettevamo lui era capace di prenderne uno e di portarlo vivo al Capanno. Io, che sono pratico di questi animali, per averli spesso allevati a casa mia, lo sfidai dicendogli che non avrebbe mai potuto farlo senza prima uccidere la bestia. Lo sanno anche i ragazzini che un maiale prima di farsi prendere lancia grugniti strazianti e si dimena come un ossesso, nessuno riuscirebbe a compiere un furto di questo tipo senza mettere in allarme tutto il cascinale."-

Mario incalzò:

- "Ma che c'entra Tarcisio con la faccia sporca di merda in tutto questo?"-

Fu Alberto a completare il discorso:

- "Quando feci la scommessa avevo già in mente il piano." -

E rivolto a Mario:

- "Ricordi che Paolo, l'infermiere, ha nella sua credenza una boccetta di etere? Bene; quando l'altra notte sono andato alla porcilaia l'ho fatta odorare al maiale con la complicità d'una carota. Così, dopo poco si è addormentato e l'ho portato quassù senza che nessuno se ne accorgesse."

"E, siccome non lo potevo coricare nel letto, ho sollevato il soppalco della latrina e l'ho messo a dormire a casa sua. Ieri, intontito dall'etere, se n'è stato buono e nessuno se n'è accorto. Oggi doveva aver fame e, quando Tarcisio ha fatto i suoi bisogni, ha frugato col grugno nel suo sedere, per mangiarsi quanto ne scendeva. Ma la seconda volta vi ha trovato la faccia di Tarcisio che, per rendersi conto di quanto gli era capitato, si era affacciato al buco. A questo punto il maiale, attendendo la seconda razione, gli ha fregato il grugno pieno di merda in faccia." -

Si rivolse quindi a Tarcisio e ridendo gli disse:

- "Bene, ora, se ti dicono che hai una faccia di merda, non puoi più lamentarti."-

Le scommesse furono onorate ed il magrone, nonostante avesse vissuto due giorni dentro al cesso, il giorno dopo fu sacrificato e arrostito a fuoco lento da Vittorio.

Un richiamo d'emergenza.

Erano già trascorse diverse ore. Legato com'ero alla poltrona, già disperavo di essere liberato. L'unico movimento possibile era quello di puntare i piedi sul pavimento. Dalla finestra con le tapparelle aperte vedevo imbrunire ed accendersi le prime insegne pubblicitarie. Dovevano essere per lo meno le sei di sera e, anche se il chiarore del giorno era ancora visibile, già paventavo il sopraggiungere della notte. Mi preoccupava sopratutto la difficoltà di circolazione del sangue agli arti inferiori ed alle mani, legati stretti con quella cordicina tagliente che penetrava nella carne. Passata una certa ora, nessuno si sarebbe preso la briga di cercarmi. Il portiere era abituato alle mie assenze serali e nessun amico avrebbe pensato a quell'ora di cercarmi a casa. Bisognava fare qualcosa ad ogni costo. Una soluzione poteva essere quella di riuscire a raggiungere il citofono posato sulla scrivania. Ma l'impresa non risultava facile: la poltrona era di quelle girevoli, ma senza ruote e il suo piede era formato da una base tonda fissa. Per raggiungere il citofono sarei dovuto arrivare al lato destro della scrivania puntando i piedi per terra per fare muovere la poltrona. Successivamente avrei dovuto sbilanciarmi in avanti e, sbloccando il ricevitore, rimanere in ascolto fino a quando qualcuno non avesse aperto la comunicazione. L'apparecchio installato nel nostro stabile era di tipo antiquato e ad ogni chiamata corrispondeva una possibilità di audizione generale.

Cercai con tutte le mie forze di puntare i piedi per terra, ma non riuscii a spostare la poltrona nemmeno di un centimetro. Essa slittava e ruotava, ma la base, se si muoveva, era per sbilanciarsi e comprometterne l'equilibrio. Ad un tratto, un ennesimo tentativo, mi fece ruzzolare per terra. Fortunatamente lo schienale della poltrona attutì l'impatto, ma la posizione in cui mi venni a trovare fu peggiore della prima.

Caddi supino, con la nuca verso il pavimento e le gambe in alto. Questo mi procurò un iniziale sollievo. Il sangue defluì dai piedi già gonfi e doloranti. Ma subito dopo mi accorsi che le vene del collo mi si inturgidivano e cominciavo ad accusare una leggera cefalea.

Ad un tratto il silenzio della stanza fu interrotto da un rumore proveniente dalla porta d'ingresso. Nella posizione in cui mi trovavo potevo vedere l'anticamera solo da sotto la scrivania.

Cadendo ero andato a finirle sotto; così il campo visivo si limitava a una decina di centimetri dal pavimento. Vidi la porta aprirsi regolarmente e qualcuno entrare, accendere la luce dell'anticamera, e dirigersi verso la porta dello studio. Vedevo solo le scarpe e le caviglie.

Non potevo sbagliare; era Marisa. I suoi piedi si fermarono un attimo sulla soglia. Mi venne in mente che dalla sua posizione non poteva vedermi e cercai di mugugnare quanto mi consentiva quel cerotto sulla bocca e di dondolarmi per fare rumore; ma il mugugno si perse con gli altri rumori provenienti dalla strada ed il dondolio, grazie alla perfetta imbottitura della poltrona in pelle, non produsse alcun rumore. Sentivo i passi leggeri di Marisa girare per la casa, in cucina, in bagno, in camera da letto, in soggiorno. La sentii gridare:

- "Giulio sei in casa?"-

Ma la sua voce si perse fra le mura dell'appartamento. I suoi passi ora venivano nuovamente verso lo studio.

Mi ricordai che il cerotto l'avevo solamente sulla bocca e che mi rimaneva un'altra apertura del tutto libera. Era quella l'ultima speranza.

Allora quando Marisa entrò nuovamente nello studio, in un impeto di disperazione, lanciai con tutte le forze del diaframma il solo urlo possibile: una poderosa scoreggia.

Il racconto di Marisa.

Marisa mi liberò dalle corde e da quella posizione scomoda. Non riuscivo più a muovermi e mi dovette sostenere per farmi adagiare sul lettino.

Mi scusai per essere stato costretto ad usare un richiamo così poco distinto e lei, che tutto sommato non mi sembrava avesse patito molto durante quei giorni di prigionia, mi rispose:

- "Hai fatto benissimo. Se non ti fossi fatto vivo, avevo già deciso di andar via. Del resto, se fai memoria, non è la prima volta che questo ti succede; ma è la prima volta che hai chiesto scusa." -

Mi bastò pochissimo per rimettermi completamente. Le cinsi la vita e la baciai teneramente raccontandole per sommi capi quanto era accaduto. Ci alzammo e frugammo in frigorifero per cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Trovammo del prosciutto, del formaggio e dei sottaceti. Marisa confezionò due toasts e finalmente le dissi:

- "Ho passato dei momenti terribili. Ti sapevo in pericolo e non avevo idea di come fare per aiutarti. Ma forse è meglio che sia tu a raccontarmi le tue peripezie." -

Mi guardò con un'aria maliziosa; mi diede un lungo bacio e disse:

-"Non sarebbe il caso di rimandare il racconto a dopo?"-

Facemmo all'amore come due collegiali in vacanza e ci saziammo l'uno dell'altro senza trascurare assolutamente nulla. Generalmente le nostre relazioni col sesso erano improntate al massimo equilibrio e difficilmente, data anche la mia età, indulgevamo molto in leziosità e finezze. Questa volta fui anche irruente. Sembrava fossimo senza farlo, non da appena tre giorni, ma almeno da qualche mese. Ripensandoci, forse aveva fatto effetto il sangue salito alla testa. Quando finimmo sembravamo reduci da una maratona: la fronte sudata, i capelli arruffati, il petto ansimante. Rimanemmo qualche minuto l'uno accanto all'altro senza proferire parola fino a quando il nostro respiro non divenne regolare ed il sudore dalla fronte scomparve. Fui io a rompere il silenzio parafrasando la pubblicità di un detersivo:

- "Or che bravo sono stato... me lo dici che t'hanno fatto?"-

Marisa sorrise; poi, girandosi dalla mia parte, disse:

- "Tu non ci crederai, ma non mi hanno fatto del male. Mi hanno trattata benissimo. Ero alloggiata sotto una tenda, con un letto comodo e servizi sopportabili. Penso che la tenda fosse montata in un appartamento della città: l'ambiente era ben riscaldato. Ma non sapevo dove mi trovassi. Mi hanno tenuta sempre bendata."-

La interruppi dicendole:

- "Fermati un attimo; scordavo la cosa principale. Abbiamo dimenticato entrambi che stiamo operando al di fuori della legge. Per la tua sparizione si è mobilitato un intero Commissariato di Polizia e dobbiamo trovare alla svelta qualcosa che giustifichi il tuo ritorno, senza essere costretti a svelare ciò che sappiamo. Sarebbe un suicidio da parte nostra raccontare per filo e per segno come si sono svolti realmente i fatti. D'altro canto è sperabile che ora, dopo la consegna della valigia, ci lascino in pace."-

Fu Marisa a risolvere ogni perplessità:

- "Credo che la questione sia abbastanza semplice. Andremo, questa sera stessa dal Commissario e gli dirò che ho voluto evadere dal tuo talamo per tre giorni ed ora sono ritornata pentita all'ovile. Non gli avrai mica detto che sono tua moglie! Un amante potrà, se vuole, permettersi qualche scappatella ogni tanto. No?"-

La soluzione mi pareva eccellente, ma troppo azzardata per le nostre rispettive posizioni sociali. Le dissi:

- "Vedi, il Commissario Mauri è una persona all'antica e forse non crederebbe a questa versione. Forse sarebbe meglio tu parlassi di semplice evasione da me come se tu fossi preoccupata per la nostra posizione anomala e aspirassi a correggerla studiando le mie reazioni alla tua lontananza. La cosa rientrerebbe in fin dei conti nell'ordine naturale delle cose e della psicologia femminile. E forse non è nemmeno il caso si vada ora al commissariato; basterà telefonare. Andremo alla cabina qua all'angolo e tu gli risolverai l'enigma." -

Uscimmo e chiamai il Commissario. Gli dissi che Marisa era ritornata poco prima e desiderava parlargli. Gliela passai e lei, sulla falsa riga di quanto avevamo convenuto, gli raccontò una storia patetica, piena zeppa di quei particolari che solo le donne riescono ad inventare ed a rendere verosimili. Quando me lo ripassò lui mi disse:

- "Caro professore, tutto e bene quel che finisce bene. Mi scusi però se le rubo un pò il mestiere. A mio parere la signora desidera qualcosa di più di una situazione precaria come è quella che ha vissuto fin'ora. Forse anche lei come tutte le donne la notte sogna i fiori d'arancio. Se posso darle un consiglio, professore, l'accontenti. Le dia questa soddisfazione. La vita da scapolo è brutta anche per lei. Mi dia retta, l'accontenti. Le faccio tanti auguri. Stia bene. Buona sera. Ah, dimenticavo; preghi la signora di venire da me domani per firmare il verbale. Lo so è una scocciatura. Ma è la prassi. Arrivederla."-

Quel fervorino gratuito del Commissario mi aveva sconcertato. Pensai che forse sarebbe stata meglio la prima versione proposta da Marisa. Chissà se aveva fatto anche a lei lo stesso discorso. Mi proposi di accertarlo quando fosse venuto il momento. Stavamo camminando sul marciapiede uno accanto all'altro e lei era diventata silenziosa. Guardava per terra e metteva i piedi al centro di ogni pianella costringendo anche me che le davo il braccio a fare passi buffi di minuetto. Per rompere il ghiaccio le dissi:

- "In tutta la giornata ho mangiato soltanto quel toast preparato da te e sento un languorino allo stomaco; facciamo un salto al ristorante. Continuerai lì il tuo racconto."-

Mangiai di buon appetito mentre lei si accontentò di prendere una sogliola alla parmigiana ed una macedonia di frutta. Non la sollecitai a raccontare la sua storia: forse ora la sua mente era altrove ed in definitiva non avevo poi tanta fretta di conoscere i particolari di un fatto da lei banalizzato e descritto con pochissime parole. In definitiva a me interessava l'epilogo e quello era stato abbastanza soddisfacente. Dopo aver gustato una fetta di torta alla vaniglia le dissi:

- "I giorni scorsi sono stato di umore pessimo. Il diavolo sembra si sia accanito contro di me e con le persone più care. Ma questa sera sono contento. Ho la sensazione di essere uscito da un brutto incubo".-

- "Anch'io sono contenta; ma vedi a differenza di te io questi giorni sono stata benissimo. Sai cosa vuol dire non sentirsi assolutamente responsabili di quanto ti può accadere? Tu lo immagini certamente. E' una sensazione di totale disinibizione; come se il tuo corpo non sia più il tuo, ma appartenga ad un'altra. Tu assisti e partecipi anche a quanto ti vien fatto, ma la tua coscienza è lontana mille miglia. E' come se tu fossi diventata un animale senza coscienza e quindi senza morale. Tu sei in grado di respingere tutto il male sull'altro. E solo l'altro che esercita prepotentemente su te la sua volontà ed è il solo che in quel momento ti libera dalla tua. Vedi ero perplessa se raccontarti o meno queste cose. Ma ora sento che se non ti dicessi tutto tradirei me stessa."-

Parlava in fretta e sdraiata sulla poltroncina teneva i suoi occhi fissi sul soffitto come se rivivesse quanto stava per raccontare:

- "Quando mi presero furono, a modo loro, abbastanza gentili con me. Mi dissero che la colpa di tutto eri soltanto tu che avevi nascosto una valigetta chissà dove e loro dovevano ad ogni costo ritrovarla. Mi tennero bendata quasi tutto il periodo. Mi toglievano la benda solo per mangiare ed era l'unico momento in cui potevo vedere il carceriere che però portava una mascherina sul viso. Era un ragazzo ben fatto con dei bicipiti vigorosissimi. Niente male insomma. Soddisfaceva ogni desiderio, anche quelli più capricciosi. La sera stessa chiesi che mi consentissero di fare un bagno ed il carceriere mi portò, sempre bendata, fuori dalla tenda e mi introdusse, penso, in una camera da bagno. Si prese cura di prendere la biancheria intima mentre mi spogliavo e di prepararmi un bagno caldo coi sali aromatici alla lavanda. Poi quando fui nuda, ma sempre con la benda, mi prese per mano, mi accompagnò alla vasca, mi sollevò con le sue braccia robuste e mi depositò dolcemente dentro l'acqua tiepida."

"Rimase accanto a me per cospargermi la schiuma in tutto il corpo. Sentivo che la sua mano affusolata scorreva sulla pelle dappertutto. Andava avanti e indietro, dalla schiena al petto, al ventre, alle gambe. Poi per un poco non lo sentii più. Pensavo che se ne fosse andato, ma di lì a poco si infilò anche lui dentro la vasca e mi costrinse a tenergli il membro fra le labbra. Lo faceva senza violenza con una lieve pressione della sua mano sulla nuca. Durò così qualche minuto poi mi sollevò dalla vasca e tenendomi un braccio sul ventre mi fece assumere una posizione prona col petto riverso sul bordo della vasca. Sentivo che mi sfregava il suo membro sui glutei."

"Lo faceva scorrere dal basso verso l'alto senza penetrarmi. La cosa durò qualche minuto, poi le sue dita mi spalmarono qualcosa e lui si adagiò dolcemente sulla schiena. Era la prima volta che ciò mi capitava. Prima sentii un dolore acuto; poi via via subentrò un piacere diffuso molto diverso da quello provato solitamente nel rapporto normale."

"Era un godimento lento, ma costante; senza orgasmi violenti. Era un diagramma piatto, ma leggermente in salita. Quando lui arrivò in cima io ero ancora a metà strada. Mi fece lavare. Poi mi asciugò energicamente con un accappatoio, mi riprese per mano e mi riportò dentro la tenda. Mi lasciò nuda sul letto e si portò via i miei vestiti. Tutto questo senza dire una parola. Mi raggomitolai sotto le lenzuola e pensai a te."-

Il sogno.

Marisa tacque; era stata interrotta dal cameriere che mi portava il conto. Pagai, la guardai negli occhi e le dissi:

- "Continua."-

Lei era stata disturbata sul più bello. Molto probabilmente l'interruzione aveva agito come accumulo di tensione ed ora si trovava in quella posizione scomodissima in cui la carica può o esplodere o essere rimossa. Era rossa in viso, ma non parlava più. Mi osservava di sottecchi quasi si vergognasse di quanto mi aveva raccontato. La soccorsi dicendole:

- "Devi parlare per liberartene. Credimi non sono per niente scandalizzato. Tuttavia, se lo vorrai, potrai riprendere il discorso in un altro momento."-

Lei mi guardò ancora poi mi disse:

- "Si forse hai ragione tu. Rimandiamo il seguito alla prossima puntata. Per oggi ce n'è abbastanza."-

L'accompagnai a casa sua e anch'io rientrai. Mi buttai sul letto e sognai.

Mi trovavo in un accampamento di soldati. Erano soldati con la durlindana, l'elmo e la corazza. Nel campo c'era uno sventolio di bandiere multicolori tenute da vessilliferi in abiti da giullare. Mi trovavo ai lati del campo su un sentiero disseminato di prigionieri crocefissi e impalati.

All'inizio del sentiero c'era un omaccione alto e robusto con la barba folta ed i capelli che gli nascondevano gli occhi, indaffarato a preparare un prigioniero da impalare. Era il boia. Accanto a lui un suo assistente preparava dei tronchi di leccio dritti, levigati e grossi quanto un braccio.

Una estremità del tronco veniva appuntita, con una daga affilatissima, curando che la punta fosse graduale e non molto acuta. Il boia aveva denudato il prigioniero e mentre altri due suoi aiutanti lo legavano a dei pioli fissi in terra con le braccia e le gambe divaricate, lui con un coltello appuntito praticò due piccoli tagli nell'ano del malcapitato. Intanto il primo assistente aveva portato a termine il suo lavoro di levigatura del tronco e l'aveva cosparso diligentemente di grasso. Il boia lo prese, lo osservò attentamente, poi molto lentamente infilò la punta tra i glutei del prigioniero. Si accertò che fosse nella posizione giusta e preso un grosso martello di legno cominciò a battere sull'altra estremità del tronco che lentamente penetrò nel disgraziato che urlava come un ossesso. Ogni tanto smetteva di battere e si accertava che il tronco seguisse dentro il corpo un percorso giusto senza ledere organi vitali.

Il boia parlava a voce alta e diceva ai suoi assistenti che era una sua abilità particolare quella di riuscire a tenere in vita gli impalati il maggior tempo possibile. Riprese a dare colpi con quel gran martello; e gli altri intorno a lui gli battevano ritmicamente le mani. Il palo aveva trovato un pò di resistenza all'altezza del diaframma ed il boia martellò più vigorosamente fino a quando il legno non si fece strada tra il mediastino e l'esofago fuoriuscendo a fianco della giugulare.

A questo punto gli assistenti slegarono l'impalato dai pioli e sollevando il tronco lo fecero ricadere di peso dentro una buca facendolo fuoriuscire completamente dalla spalla del malcapitato. Il boia lo guardò per un poco dimenarsi nel palo poi si rivolse verso di me ed allungò la sua mano per prendermi. Fuggii, ma lui mi venne dietro per afferrarmi. Quando stava per prendermi diedi un urlo e mi svegliai.

Rimasi intontito e un poco scombussolato. Guardai l'orologio sul comodino; erano appena le due e dieci del mattino.

Avevo ancora l'impressione fisica di quel braccio peloso che si allungava per prendermi. Visto che oramai mi ero svegliato, siccome, cosa rara per me, ricordavo il sogno in ogni particolare, presi un notes e lo annotai.

* * *

Capitolo Nono : Il complesso di colpa.

La ritrattazione.

Nel leggere il giornale della mattina, vidi in cronaca un pezzo con un titolo a quattro colonne riguardante il processo di Alberto: <<COLPO DI SCENA SUL TRAFFICO DI DROGA TRA LA COLOMBIA E L'ITALIA>> I due testimoni americani, che avrebbero dovuto deporre contro i presunti trafficanti, avevano ritrattato e si erano resi irreperibili. Il giudice federale, che a suo tempo li aveva interrogati per rogatoria, rendendosi conto dell'inconsistenza delle accuse, ammetteva l'inutilità della loro estradizione in Italia per farli deporre al processo. Considerata l'infondatezza della denuncia, dichiarava archiviato il caso.

Rilessi per due volte l'articolo per capire meglio quell'intricata vicenda. A me - che conoscevo i fatti, o credevo di conoscerli - le cose non quadravano assolutamente. Altro che denuncia infondata. Qui la droga c'era, eccome! Avevo rischiato io ed aveva rischiato Marisa; anche se a lei non pareva essere costato poi tanto. Avevo la certezza della complicità di Alberto nella 'squadra' del C.P.M . Con lui erano stati compiacenti proprio in occasione del rapimento di Marisa. La signora Rupert-Smith, in tribunale, non aveva fatto mistero delle ingenti somme che Alberto disponeva e trafficava tramite la sua banca.

Quale altro pasticcio veniva fuori ora? La vicenda invece di chiarirsi si ingarbugliava sempre di più. Mi vennero in mente le parole di Alberto quando andai a fargli visita in carcere <<... ci vorrebbe un mese almeno per farti capire che non c'entro nulla in tutta questa faccenda>> e constatai che, secondo la piega assunta dai recenti avvenimenti, le sue parole potevano anche avere un senso. Ma quale?

La sentenza.

L'aula del tribunale era gremita all'inverosimile. Il processo era stato preceduto da una fuga di notizie, date dalla stampa con dovizia di particolari per diversi giorni di seguito, eccitando nella gente quella curiosità morbosa solitamente avviata e alimentata dal battage giornalistico. I tre imputati: Ramon, Laurita ed Alberto stavano seduti sulla solita panca al di sotto della gabbia. Erano tutti e tre abbastanza sereni. Quando la Corte entrò, il brusio tra il pubblicò non cessò immediatamente. Non avevo più visto Luigi dal giorno in cui arrestarono Alberto ed il suo viso oggi tradiva un certo malumore. Dopo aver chiesto, senza arroganza, di far silenzio si rivolse agli avvocati e disse:

- "Malauguratamente la stampa italiana - grazie sopratutto alle anticipazioni di quella americana - ha rivelato gravi indiscrezioni che sarebbero dovute rimanere coperte dal segreto istruttorio. Mi riserverò di considerare questo aspetto in un'altra sede, e chiederò la punizione dei colpevoli, se ce ne sono. Tuttavia non posso tacere il disagio in cui questo tribunale si è trovato quando ha dovuto apprendere dalla stampa ciò che sarebbe dovuto giungere per i consueti canali riservati. La ritrattazione è un elemento che questa Corte non può valutare direttamente, ma solo per interposta giurisdizione del tribunale americano e come tale non può nè respingerla nè accettarla. Questo Collegio giudicante ha deciso quindi che il processo debba seguire il suo corso regolare. Saranno solo le risultanze dibattimentali a stabilire il peso che si dovrà assegnare a tutta la vicenda. Rimane comunque acquisito - alla luce delle recenti rettifiche - che non possiamo dare alcun valore agli atti, a suo tempo inviatici dagli americani, riguardanti gli interrogatori dei due testimoni. lI tribunale si atterrà al criterio dell'impossibilità di accertare il fatto sia in merito alla denuncia che alla ritrattazione. Pertanto prego i signori avvocati ed il pubblico ministero di non tenere alcun conto nelle loro arringhe di quanto è stato riportato in atti su di esse."

"Vorrei infine raccomandare particolarmente agli avvocati della difesa di attenersi esclusivamente a quanto scaturito dalle indagini svolte in Italia e che figurano agli atti del nostro dibattimento. La parola è alla pubblica accusa."-

Il pubblico ministero era un ometto sulla sessantina, basso, grassoccio e calvo. Stava sempre seduto sul suo alto scanno alla destra dell'emiciclo. Era l'unico modo per non sfigurare. Inquadrato nel complesso scanno-predella-poltrona egli assumeva un aspetto del tutto imponente. Si aggiustò la toga, si passò una mano sulla pelata quasi a riordinare una folta chioma e cominciò la sua arringa:

- "Signor Presidente, signori della Corte; generalmente il pubblico ministero ha la funzione di sostenere l'accusa. Naturalmente quando questa può essere sostenuta entro quei margini di probabilità che provengono dai fatti circostanziati e scaturiti dal dibattito processuale. Nel nostro caso, agli atti del processo, noi abbiamo solo un elemento su cui basare l'imputazione di traffico di droga da parte del Giunti, del Varone e della Spitz: una testimonianza di seconda mano dell'agente americano della Dea, Jon Ross, che abbiamo sentito nella precedente sessione di questo processo e che oggi non è presente per spiegarci il motivo di una ritrattazione avvenuta in circostanze misteriose, come del resto misteriose furono le circostanze che determinarono la denuncia. Alla luce dei recenti avvenimenti, questa testimonianza ha perso ogni valore. Gli ultimi fatti, ci imporrebbero di considerare probatoria soltanto una deposizione: quella del Tanso e del Moskovic. Ma questi due testimoni si sono dileguati come nebbia al sole e il nostro Tribunale per giurisprudenza e giurisdizione non è competente a ricercarli. Secondo la nostra legge questi testimoni - così detti di prima mano - non sono mai esistiti. Questo, a mio modesto avviso, è il solo scenario su cui ci si può basare e che in definitiva definisce il processo."

"Ma vorrei rispettosamente far osservare - e non vorrei rubare gli argomenti alla difesa - che anche se questa denuncia non fosse mai stata ritrattata, noi avremmo dovuto basare l'accusa unicamente sul valore probatorio che da essa poteva scaturire, in ragione sopratutto di fatti oramai scontati nella giurisprudenza, e cioè che due testimoni così concordi e motivati nel voler danneggiare alcune persone, così legati da comuni affari, forse non tanto puliti e certamente poco trasparenti , potevano non essere credibili."

"Signor Presidente, signori della Corte, non è il caso di ricordare in questa sede che le più minuziose perquisizioni - come ci ha confermato la polizia in sede dibattimentale - non hanno dato nessun riscontro oggettivo a quanto era stato precedentemene dichiarato dal Tanso e dal Moskovic: e cioè che i tre imputati fossero in possesso di diversi chilogrammi di cocaina. Se noi quindi ora escludiamo, come non avvenuta, la denuncia in atti, in effetti non spostiamo di molto quello che sarebbe stato il risultato, anche se avessimo dovuto procedere tenendola presente. In definitiva, e concludo, non esiste nessuna prova oggettiva che il Giunti, il Varone, o la Spitz, siano stati in possesso della droga relativa alla presunta denucia."

" Pertanto, la richiesta del non luogo a procedere, è la sola istanza che il P.M. può rivolgere alla Corte, dato che in atti non esistono altri elementi su cui poter basare l'accusa."

"Chiedo pertanto che gli imputati vengano tutti e tre prosciolti dalle imputazioni relative ai reati loro ascritti e vengano assolti, con formula ampia, per non aver commesso il fatto."-

Il Presidente ringraziò il P.M. e diede la parola alla difesa. Parlò il principe del foro, l'avvocato di Alberto che ormai aveva raggiunto una fama internazionale in almeno due continenti. Parlava correntemente quattro lingue ed era titolare di una cattedra di diritto penale all'Università. Si diceva che gli onorari che percepiva in un anno potevano essere sufficienti a risanare il dissestato bilancio cittadino. Si alzò dalla sua sedia, si aggiustò con la mano i pochissimi capelli - che gli crescevano solo da un lato - indirizzandoli a ricoprire una calvizie quasi totale, poi con voce lenta e grave disse:

-" Sig. Presidente, signori della Corte, capita di rado che in un processo penale il difensore debba riconoscere esatte e pertinenti le richieste della pubblica accusa. Quando ciò avviene, significa che la giustizia si è espressa in modo completo ed inequivocabile. Nella fattispecie la verità è scaturita da una congerie di menzogne che hanno tentato di diffamare e di compromettere l'onorabilità del mio assistito che - anche se così non è stato -sarebbe dovuta essere presumibile fino a prova contraria, certa e inequivocabile. Bene ha fatto quindi la pubblica accusa a mettere in risalto la presunta possibilità, da parte dei così detti testimoni di prima mano, di danneggiare i tre imputati. Noi non ci chiederemo per quale motivo essi l'abbiano voluto fare. Le cronache sono piene di questi misfatti che traggono la loro motivazione da episodi di invidie e di sentimenti di bassa lega. Il Diritto internazionale non ci consente di raggiungerli per approfondire questa loro presunta colpa nè per fare scontare loro un'accusa infondata e tanto infamante. A noi basta constatare che questi loschi figuri si siano in tempo ravveduti ed abbiano ritrattato. Per concludere, se mi è consentita una sola digressione, la difesa deplora vivamente che questa illustrissima Corte, dando eccessivo e immediato credito alle presunte accuse, abbia rifiutato al Giunti la libertà provvisoria nonostante una nostra istanza tempestiva e circostanziata."-

Pertanto la difesa si associa alle sagge richieste del pubblico ministero chiedendo a questa illustrissima Corte il totale proscioglimento del suo assistito e la sua assoluzione per non aver commesso il fatto.

Il presidente ingoiò questo boccone amaro, ma non replicò. Diede subito la parola agli altri avvocati della difesa che a loro volta chiesero l'assoluzione dei loro assistiti. A questo punto la Corte si alzò ed andò in Camera di Consiglio per deliberare.

Rientrò dopo appena dieci minuti. Nell'aula si era fatto un religioso silenzio. Luigi, col viso disteso e con voce meno glaciale del solito disse:

- "In nome del popolo italiano, questo Tribunale, visti gli atti processuali, assolve Giunti Alberto, Ramon Varone e Laurita Spitz, dai reati loro ascritti, per non aver commesso il fatto, e pertanto ne ordina l'immediata scarcerazione se non sono detenuti per altra causa." -

I tre senza tradire particolari emozioni uscirono dall'aula accompagnati dai carabinieri.

L'amica di Alberto.

Quando il processo ebbe termine non volli che Alberto mi vedesse e rimasi per qualche minuto seduto in una delle ultime file, dove mi ero sistemato per seguire in posizione defilata il dibattimento.

Fu quando vidi che i carabinieri facevano entrare in aula un altro imputato e che l'aula si gremiva di nuovo pubblico che mi decisi ad uscire. Nel corridoio incontrai Luigi che toltasi la toga si avviava al suo ufficio. Mi strinse la mano calorosamente e mi disse:

- "Spero che non ti sia perso l'arringa del primo difensore"-

Sapevo che Luigi non perdonava la prosopopea dell'avvocato, principe del foro e cattedratico, e gli risposi:

- "Vedi la saggezza degli uomini consiste nel potersi sempre specchiare e confrontare con gli altri. Evidentemente il Nostro non ha punti di riferimento, dato che si accorge che l'altro esiste solo quando deve inviargli la parcella. Ma tu dimmi, come stai? Da quanto ho sentito ce l'hai sempre contro gli americani. Hai ragione, nemmeno io ho cambiato opinione su di loro. Sono ancora degli immaturi. Certamente noi europei, almeno in questo, abbiamo le carte in regola" -

- "Lascia perdere gli americani... Senti... Volevo dirti, che se dovessi vedere Alberto... Tanto sono convinto che vi vedrete presto...Beh, digli che sono molto contento che tutto sia finito così. Può venirmi a trovare quando vuole, se riuscirà a perdonarmi per avergli negato la libertà provvisoria. Sarò contento di rinvangare con lui il tempo trascorso alla macchia." -

Gli assicurai che avrei fatto l'ambasciata e non trovando più argomenti idonei per proseguire il discorso lo salutai e me ne tornai a casa.

Ma cosa mi stava succedendo? Era possibile che mi trovassi con la coscienza trasformata in una pallina da ping pong vagante tra la racchetta di Luigi e quella di Alberto? Da che parte stavo? Entrambi erano stati miei amici ed ora mi ero schierato - nonostante tutto - dalla parte di Alberto.

Cercai di analizzare questo sentimento, ma non riuscii ad ottenere molto. Certo doveva aver influito il carattere introverso di Luigi a tenermi distante da lui e - a livello subconscio - a rifiutarlo. Ma forse non era soltanto questo. Ora comunque la sensazione che provavo era quella di un senso di colpa profondo nei suoi confronti per aver tenuto per me quanto sapevo e che avrebbe potuto far prendere al dibattimento una piega ben diversa. Oramai, non avevo più alcun dubbio, avevo raggiunto la sicurezza della colpevolezza di Alberto. Tutti quei raggiri messi in atto, Dio solo sa come, per piegare la giustizia! Ma c'era ancora dell'altro che mi rendeva perplesso e frastornato e che non quadrava affatto con quanto conoscevo della mia consolidata morale. Nonostante tutto, ora sentivo una certa soddisfazione per l'imprevisto esito della vicenda: era lui, Alberto, ad apparirmi un gigante; la miglior partita l'aveva vinta certamente lui.

Ero immerso in queste riflessioni quando suonarono al citofono. Non aspettavo nessuno a quell'ora. Era la signora Rupert-Smith. Cosa mai poteva volere da me quella donna? La feci entrare nello studio e ci accomodammo entrambi sul divano. Era il crepuscolo e da una finestra vedevo il mare, leggermente corruscato dal maestrale, che assumeva a tratti un colore grigio ferro rilucente. Chiesi alla signora in che cosa potevo esserle utile e per evitare inutili spiegazioni le dissi che l'avevo già riconosciuta al dibattimento. Lei disinvolta e aperta mi disse:

- "Questo facilita molto quanto le devo dire."-

Si accese una sigaretta e per un poco seguì le spire di fumo che si stagliavano sulla luce del paralume acceso. Questo breve intervallo mi servì per coordinare rapidamente le mie idee: <<1) Sicuramente lei sapeva che ero a conoscenza di tutto e sarebbe stato sciocco fare lo gnorri. 2) Non mi sarei più prestato a compromessi.3) Avrei cercato di sapere da lei quanto non mi aveva detto Alberto. >> Mi guardò in viso con un sorriso civettuolo e disse:

- "Lei è una persona di cultura superiore e non val la pena che io sprechi il tempo che gentilmente mi ha concesso con chiacchiere inutili. Come già le dissi in occasione della seconda telefonata, Alberto ha bisogno del suo aiuto. Si trova a dover risolvere un problema molto complicato..." -

Intervenni sulle sue ultime parole un poco sarcastico e le dissi:

- "Cara signora, non so se lei sia venuta di sua iniziativa o se stia facendo un'ambasciata per conto di Alberto. Ciò che vorrei dirle è che da qualche tempo sono in rotta con la mia coscienza per aver derogato, in verità non so nemmeno per quale motivo, da quella che reputo la comune morale del vivere civile. Ne ho fin sopra la cima dei capelli del suo amico, e non ho nessuna intenzione di aiutarlo nè tanto meno prestarmi al suo gioco; perciò gli riferisca che..." -

Mi interruppe e con un tono più fermo disse:

- "Sarà imprudente che io le ricordi che anche lei signor professore in questa faccenda c'è dentro fino al collo e che il rischio che corre è molto simile a quello che corre Alberto? Ma questo lei già lo sa. Il suo moralismo è fuori luogo e forse è viziato da un suo interesse personale. Vorrei solo che lei stesse a sentire fino alla fine quanto sto per dirle. Per prima cosa dimentichi la morale del vivere civile: questo discorso potrà essere ripreso soltanto dopo, a giochi ultimati."

"Se lei è in navigazione a centinaia di miglia dalla costa su un battello pilotato da delinquenti, non credo che durante una violenta tempesta lei perda il suo tempo a studiare psicologicamente ogni singolo marinaio ed a soppesare le colpe di ciascuno; io credo che la principale preoccupazione lei la rivolgerà ad aiutare i marinai ad ammainare le vele per mettere la nave in salvo..." -

La interruppi per dirle:

- "Poichè lei si riferisce non casualmente ad un esempio marinaresco, ne arguisco che Alberto le ha raccontato tutto su di me, anche della mia passione per il mare. Se così fosse lei dovrebbe sapere che non sono il tipo dai compromessi facili." -

- "Qui i compromessi non c'entrano niente. Le sto solo chiedendo di aiutarci ad ammainare le vele. Badi che io non glielo chiedo in nome della amicizia di Alberto, ma in nome della sua sicurezza personale e della sua rispettabilità futura."-

Il discorso non faceva una grinza. Purtroppo le stesse cose le avevo paventate quando Alberto mi aveva dato il famoso biglietto. Molto ingenuamente pensavo di essermene tirato fuori una volta per tutte. Ma evidentemente non era così. Ora era chiaro che mi ricattavano. Cosa avrei dovuto fare? Lo chiesi, con tono meno arrogante, alla interlocutrice che questa volta mi rispose più gentilmente:

- "Vede, quando tutto sarà finito lei si riconcilierà con la sua coscienza e non soffrirà di nessun complesso di colpa. L'unica cosa che dovrà fare sarà di riprendere la valigetta nera e di consegnarla alla persona che noi le indicheremo. Lo avrebbe fatto Alberto se non fosse capitato questo disguido, di cui in un certo senso anche lei è responsabile. Le daremo tutte le istruzioni del caso e, mi creda, questa volta lei non correrà alcun pericolo: beninteso se seguirà perfettamente le nostre istruzioni e se non le verrà in mente di fare di testa sua."-

- "Certamente, risposi, voi non avete nessuna intenzione di porre fine a questa faccenda. Il ricatto continuerà e la posta sarà sempre più alta. Proporzionale comunque alla mia ingenua esposizione. Nessuno mi garantirà che da questa maledetta vicenda non ne esca completamente bruciato o con le ossa rotte o morto addirittura. Non vedo nessun motivo che mi impedisca di ribellarmi ora a quanto mi chiedete." -

- "Non lo farà, disse la donna, per la semplice ragione che lei non è uno sconsiderato ed alla sua pelle ci tiene. Per quanto sia giustificato dagli eventi il suo scetticismo sulle nostre intenzioni, non dimentichi che è stato il caso a farla entrare in questa faccenda. Se ora lei volesse tirarsi indietro, verrebbero compromessi anni di lavoro e di fatiche oneste. Non faccia quella faccia da scettico: si, oneste; lo confermo."-

Ma chi era quella donna. Ora parlava con piglio mascolino e addirittura mi voleva far credere di essere una Giovanna d'Arco pronta al sacrificio per la salvezza di chi sa quale ideale. Non aspettò da parte mia nè conferme sulla parola nè giuramenti. Molto probabilmente già sapeva che avrei fatto alla lettera quanto mi avrebbero chiesto e non avrei creato intralci. Perciò mi augurò la buona notte e se ne andò.

Il trasporto del ferito.

Adesso ricordo. Anche allora ero nello stesso stato d'animo. Avevo in mente una gran confusione. Era stato dopo l'assalto dei fascisti al Capanno. Nessuno di noi aveva le idee chiare sul da farsi. Mauro, il carabiniere, era rimasto a terra colpito al torace da una pallottola e noi eravamo su di lui inebetiti senza sapere cosa fare. Paolo, l'infermiere, gli aveva prestato le prime cure disinfettando la ferita e tamponandola con della garza sterile; ma da un suo sguardo sconsolato avevo capito che non era cosa che avremmo potuto risolvere al Capanno. Ero stato io ad assegnare la postazione a Franco e mi sentivo colpevole per averlo esposto troppo al tiro dei fascisti. Mi chinai su di lui, che aveva appena ripreso conoscenza, e gli dissi:

- "Coraggio Mauro; vedrai... Non è niente. La colpa è solo la mia. Non dovevo assegnarti quella maledetta postazione. Avrei dovuto capirlo che rimanevi troppo scoperto." -

Lui sorrise e dopo un leggero colpo di tosse disse:

- "Ma non dica sciocchezze tenente Giulio. Lei non c'entra affatto. La colpa è solo la mia. Mi sono distratto e non mi sono accorto di avere di fronte a me, dietro un cespuglio, due fascisti appostati. Quando li ho visti era troppo tardi, ma uno almeno sono riuscito a beccarlo." -

Parlammo col tenente Mario e gli prospettammo l'idea di trasferire il ferito in paese per farlo curare da un medico. C'erano stati altri feriti leggeri, tra cui lo stesso Mario, colpito da un proiettile al braccio destro. Fortunatamente la pallottola era entrata e uscita di striscio nell 'avambraccio con la sola conseguenza dell'immobilità temporanea dell'arto. Avrei guidato io la spedizione e Luigi avrebbe temporaneamente sostituito il Capo infortunato.

Il gruppo doveva essere formato da quattro uomini e dal mulo. Il problema più serio era la costruzione di un mezzo adatto a trasportare il ferito. Cercammo tutti di escogitare qualcosa; ma fu Franco il telegrafista ad avere l'idea geniale che esibì corredata da un disegno. Si trattava di costruire una barella con delle cinghie da paracadute e due tronchi dritti, di sette/otto centimetri di diametro, lunghi almeno tre metri.

La parte sporgente anteriore, libera, doveva poggiare sulla sella del muletto, mentre quella posteriore sarebbe stata appoggiata ad una vecchia bicicletta da tempo dimenticata su al Capanno. Il mulo sarebbe stato tenuto alla cavezza, e la bicicletta guidata a mano da uno dei nostri. Da un rapido calcolo il ferito poteva giungere in paese in meno di tre ore senza subire eccessive scosse. Paolo, l'infermiere, gli aveva praticato un'iniezione di morfina ed aveva cosparso la ferita di polvere antisettica. L'ultima sua raccomandazione fu di badare all'immobilità del ferito.

Ci mettemmo in cammino a notte inoltrata. Era una serata con una piccola falce di luna che illuminava appena i margini del sentiero in alcuni punti confinante con strapiombi paurosi. Io aprivo la colonna in avanscoperta. Tutti eravamo armati di mitra e di bombe a mano. I due portantini erano addetti uno al mulo, l'altro alla bicicletta; il quarto faceva da retroguardia. Sia io che l'ultimo eravamo distanziati dai portantini una trentina di metri. In caso di attacco, chi teneva la bicicletta doveva posare le stanghe per terra ed usare le armi. Solo il primo doveva stare col mulo per tenerlo a bada. Era il massimo della precauzione. Stando alle risultanze dell'ultima azione tuttavia non ci sarebbero dovute essere imboscate. I fascisti si erano ritirati scompostamente subendo gravi perdite ed ora stavano in caserma a leccarsi le ferite. Ma la prudenza ci obbligava a stare guardinghi. Ci fermavamo ,pronti ad attaccare, tutte le volte che davanti a noi si profilava qualcosa di inconsueto. Ma, tranne un pastorello che portava una mucca al pascolo ed un cinghiale che spaventato ci tagliò la strada, di altri incontri non ce ne furono.

Giungemmo in paese prima delle quattro. Il medico condotto, unico nel circondario, stava in una villetta in periferia. Bussammo alla porta e finalmente dopo tanto una donna si affacciò alla finestra del primo piano:

- "Il dottore dorme, ci disse, e se non si tratta di una cosa urgente, come un parto, non si alza mica per voi."-

La convincemmo trattarsi di qualcosa più grave di un parto e finalmente ci fece entrare.

Il medico fece stendere il ferito in un lettino foderato di tela cerata sdrucita e cominciò ad osservarlo. Ci disse di togliergli la giacca e la camicia e di lasciarlo a dorso nudo. Lo auscultò con uno stetoscopio, gli contò i battiti del polso e gli misurò la temperatura. Poi osservò attentamente la ferita ed arricciò il muso dicendoci:

- "Tutto quello che c'era da fare come soccorso d'urgenza l'avete già fatto voi. Qui non posso fare altro che dirvi di portarlo subito in ospedale per essere operato. Devono estrargli la pallottola da un polmone. Per fortuna non sono stati lesi organi vitali e non ci sono grosse emorragie in atto. " -

Tentammo di fargli capire che non eravamo in condizioni di trasportare il ferito; non avevamo un mezzo veloce, e gli ospedali erano controllati dai tedeschi. Ma lui fu irremovibile ed allargando le braccia ci disse:

- "Ma cosa pretendete, che lo operi con un coltellaccio sul tavolo di cucina e per giunta senza anestetico? Dovevate pensarci prima; non è colpa mia se vi trovate in questa situazione. Se foste rimasti buoni a casa vostra, come hanno fatto tanti altri, questo non sarebbe successo." -

Eravamo capitati male. Il medico doveva essere un fascista o quanto meno un simpatizzante. Anche comprendendo la sua situazione non riuscivo a capacitarmi - sopratutto per il mio senso di colpa - che non ci fosse nient'altro da fare.

Mi venne un'idea, ma non la espressi. Ci scusammo col dottore per averlo disturbato inutilmente ed uscimmo. Appena allontanati di qualche metro palesai ai miei compagni il piano. Nel considerare gli ospedali non avevamo badato che il più accessibile di tutti era abbastanza vicino e presentava criteri di sicurezza ed efficienza discreti. Quando entrai dal medico notai, dietro la villetta, in una tettoia aperta, un'auto: una Fiat 509. Se eravamo fortunati, poteva servire egregiamente a risolvere il nostro caso.

Mi avvicinai alla vettura senza fare rumore, sollevai il cofano del motore e con un bastoncino misurai la quantità di carburante contenuta nel serbatoio. Era pieno per tre quarti. Sufficiente quindi per andare e tornare senza difficoltà. Collegai fra loro i fili del contatto sotto il cruscotto e tornai accanto al gruppo. Uno di noi sarebbe rimasto lì col mulo ad attendere il nostro ritorno, tenendo in ostaggio il medico e la sua governante. Bisognava impedire che scoprissero la sparizione della vettura e andassero a denunciare la cosa ai fascisti.

Spingemmo a mano l'auto fuori dal garage e quando fummo sulla strada la mettemmo in moto. Per fortuna quella era una delle poche macchine private autorizzate a circolare. Era munita del contrassegno del pronto soccorso ed aveva i fari azzurrati e fessurati come prescriveva il regolamento della protezione antiaerea.

Andammo dritti per la città percorrendo parte della statale e, deviando, al bivio che porta al mare, ci inerpicammo sui tornanti della montagna. Percorremmo la strada non molto veloci per evitare i sobbalzi al ferito ed arrivammo in città all'alba. Ci dirigemmo subito all'ospedale. Sulla porta aperta del pronto soccorso scorgemmo un militare in divisa tedesca intenta a farsi medicare una ferita ad un dito della mano destra. Passammo oltre e giungemmo all'ingresso principale. All'accettazione trovammo un'infermiera molto disponibile che si rese subito conto della situazione.

Fece trasportare immediatamente il ferito in infermeria e dopo poco giunse un medico. Volle sapere come era capitato. Gli raccontammo di una ferita accidentale durante la pulizia del fucile. Il medico scrisse qualcosa in un registro ove lessi <<ferita di arma da fuoco per causa accidentale>>; poi ordinò che fosse portato immediatamente in sala operatoria. L'infermiera aveva capito tutto e ci disse di lasciare lì Mauro e di non preoccuparci per lui. Dopo una settimana o dieci giorni di ricovero sarebbe stato in grado di raggiungerci con le sue stesse gambe.

Ripartimmo quando il sole era già alto ed arrivammo in paese verso le dieci. Trovammo il nostro compagno accucciato in un angolo della tettoia col mulo legato ad un piolo, ma senza gli ostaggi. Russava come un trombone. Preoccupati, gli chiedemmo del dottore e della governante, ma lui ci tranquillizzò. Dei due non aveva visto nemmeno l'ombra. Qualcuno gli chiese se per caso li avesse ammazzati; ma lui sorridendo fece un gesto significativo col medio dritto e l'indice e l'anulare piegati. Con tutta probabilità dormivano ancora per recuperare il sonno perduto; oppure il medico e la donna, per altro ancora piacente, avevano trovato qualcosa di meglio da fare assieme. Rimettemmo la macchina dove l'avevamo presa e col mulo ci incamminammo sulla strada del ritorno.

La visita di Alberto.

Quella mattina il rumore del traffico mi svegliò prima del solito e per giunta con una terribile cefalea.

Per fortuna non capitava di frequente; ma quando mi veniva ero costretto a sopportarla senza poter prendere nessun analgesico, per via di un disturbo renale. Telefonai a due pazienti per annullare gli appuntamenti di quella mattinata. In quelle condizioni mi era difficilissimo concentrarmi e d'altro canto desideravo coordinare le mie idee senza dover pensare ad altro. Mi sedetti su una poltrona e feci il bilancio della situazione.

Fino a qualche settimana prima potevo considerarmi un rispettabile professionista all'apice della carriera, con una cattedra universitaria di prestigio, una clientela selezionata, un importante incarico di consulente al Tribunale, un'amica veramente preziosa e un discreto conto in banca. In ogni frangente della giornata potevo tranquillamente passeggiare sulla coscienza senza trovarvi la minima rugosità. Ora mi sembrava di scoprire anfratti paurosi e baratri profondi. L'abitudine introspettiva - che di solito mi costringeva ad osservare e scrutare questi meandri per far pulizia di eventuali scorie - aveva ceduto al fatalismo ed all'irresponsabilità di un anomalo accumulo di tensioni. Generalmente mi era sufficiente un attento esame e piccole resistenze e ansie insignificanti venivano se non eliminate almeno neutralizzate. Nelle condizioni attuali, questa profilassi psicologica non era più possibile. Scorgevo dentro di me tante incertezze e timori da impedirmi anche il più banale tentativo di un intervento chiarificatore.

Mi pareva di essere tornato al periodo fragile della mia analisi personale quando lentamente il mio Analista si sforzava di fare affiorare tutte quelle resistenze inconsce ingarbugliate e indecifrabili. Non seppi mai se ci riuscì del tutto; posso solo dire che ora mi trovavo in uno stato nebuloso che sfiorava la nevrosi. Nulla somigliava a quella vita tranquilla vissuta finora. Gli ultimi avvenimenti mi avevano del tutto sconcertato ponendomi in condizione di inferiorità, rispetto alle istanze incorrotte del mio super-io, a tal punto che forse le avevo trasformate in situazioni psicosomatiche. La cefalea ne era la prova evidente.

Qualcuno suonò alla porta. Per aver superato la barriera del portiere, doveva essere qualcuno conosciuto. Pensai fosse una visita fuori orario di Marisa ed andai ad aprire. Mi trovai di fronte Alberto. Il primo istinto fu di chiudergli la porta in faccia, ma poi mi smontò il suo sorriso cordiale e lo feci entrare.

Mi abbracciò, ma fu solo lui a farlo. Rimasi fermo come un manico di scopa. La sua disinvolta espansività era un poco fuori dal suo solito modo di comportarsi. Senza essere invitato entrò nello studio e si sedette sul divano. Lo guardavo esterrefatto e non mi trattenni dal dirgli:

- "Ma cosa credi di fare?... Prima mi mandi la tua donna a perorare una causa del tutto fantasiosa, che ti accomuna con un manipolo di manigoldi, facendola passare per una azione morale e meritoria. Adesso vieni tu, sfacciatamente, per cercare di convincermi a portare a termine un'azione scellerata. Vuoi tentare tu dove la tua Angel ha fallito? Credo ci sia un limite a..."-

Mi interruppe sempre con quel suo sorriso un poco ironico sulle labbra e disse:

- "Calmati. Non val la pena che ti prenda rabbia. Ci sei capitato casualmente in questa vicenda, ma lascia che ti dica che non poteva essere caso migliore. Tu sei la persona veramente adatta allo scopo; e, ci creda o no, lo scopo, come ti avrà certamente detto Angel, è veramente morale e civile. Se non conoscessi a fondo il tuo animo, forse avrei rinunciato a te e sarei ricorso ad un altro. Ma non mi è permesso di rischiare. La posta è molto alta e non riguarda, come tu pensi, del danaro o comunque del guadagno, per me, per Angel e, visto che oramai tu ci sei dentro, nemmeno per te. Non posso dirti altro. E siccome avrai sicuramente da fare vedrò di sbrigare la cosa rapidamente." -

Ero stizzito. Ma la cefalea non mi consentiva di prendermela troppo. Quando poc'anzi avevo appena alzato la voce, le mie parole avevano rimbombato dentro la calotta cranica come in una grotta carsica, producendomi delle fitte atroci. Glielo dissi e lui rimase male. Fece una faccia contrita come se ora, solo in questo istante, si fosse accorto di avermi fatto del male. Mi rispose visibilmente mortificato:

- "Tu ce l'hai messa tutta per farmi sentire in colpa e ci sei riuscito. Scusami. Potevi dirlo subito che stavi poco bene.Sono un imperdonabile pasticcione. Purtroppo dovrò infastidirti ancora per un poco soltanto. Non posso fare a meno di darti le istruzioni del caso." -

Per farmi capire che il discorso sarebbe stato breve, si alzò dal divano e mi disse con tono amichevole:

- "Ti consegneranno nuovamente la valigetta, dovrai farti un viaggio fuori programma e portarla all'indirizzo di questo biglietto. Beninteso, a parte il mancato guadagno, sarai rimborsato di tutte le spese sostenute.La dovrai consegnare ad un signore con passaporto svizzero vestito in kashmir color pelo di cammello, con una cravatta marrone a disegni kashmir e nel taschino un fazzoletto blu con quattro punte di fuori." -

Ma vedendo il mio viso scuro, mi battè una mano sulla spalla e continuò:

- "Suvvia non tenermi il broncio. Ci conosciamo da troppo tempo per non volerci bene. Se non riesci a darmi credito vedi almeno di accantonare la tua ostilità. Vedrai che non ti deluderò nemmeno questa volta."-

Ero distrutto, ma ci tenevo a non farmene accorgere, così dissi:

- "Anche l'altra volta mi avevi promesso che quella maledetta valigetta non mi avrebbe dato alcun fastidio. Tuttavia quei signori, o meglio quella signora, quando venne a riprendersela non ha mica scherzato. Ho rischiato di morire soffocato e se non giungeva in tempo Marisa l'indomani mi avrebbero trovato incaprettato." -

- "L'altra volta mi trovavo in prigione e sono dovuto intervenire per interposta persona. Questa volta sono, diciamo così, a fianco a te. Non ti potrà capitare nulla. Nessuno sospetterà di una persona rispettabile come il prof. Tirelli." -

- "E bravo! Sfotti adesso. Così, per causa tua d'ora innanzi non sarò più rispettabile. Spero ti renda conto che col ricatto più ignobile tu mi costringi a partecipare ad un'affare che mi ripugna." -

- "E' inutile farti capire una cosa, almeno per ora, difficile da spiegare. Ciò che ti raccomando caldamente è di eseguire alla lettera le istruzioni. Ne va..." -

- "Non ti incomodare, lo so a memoria: ne va di mezzo la mia vita e quella dei miei cari." -

Alberto a questa battuta rise di gusto e riprese:

- "Ma no. Assolutamente. Intendevo dire che ne varrà veramente la pena se tu ci metterai tutta la tua buona volontà." -

Quel suo modo di fare, tra il serio ed il faceto, mi aveva rincuorato un poco. Rimaneva sempre il dubbio di una presa per il fondello dei pantaloni. In definitiva, per farmi fare una cosa così lontana dal mio modo di agire e di pensare, aveva pur bisogno di convincermi sostenendo proprio la moralità dell'operazione. Così incalzai:

- "Senti un poco, ammesso che rinunci a pensare di te quello che penso e ti creda, puoi almeno dirmi chi se ne avvantaggerà di questa operazione? Se nè tu, nè Angel ne trarrete vantaggio, lasciando da parte me che sono costretto ad operare, chi sarà quel fortunato che potrà dire alla fine: sono soddisfatto?" -

- "A lunga domanda, breve risposta: la Società". -

"Quale società?" -

- "La nostra Società, quella in cui viviamo io e te, quella che sarà formata dai nostri figli e dai nostri nipoti, quella a cui tutti dovremmo badare per renderci la vita meno difficile ed intrigante, quella che dovrebbe consentirci di vivere puliti, tranquilli e onesti ed invece ci costringe ad operare con le stesse armi subdole della delinquenza." -

Non potei fare a meno di battergli le mani e dirgli:

- "Qui siamo già alla poesia. Per un attimo avevo creduto si trattasse di una società per delinquere. Ma dimmi almeno, chi ti costringe ad operare ed a spingere altri ad operare come delinquenti?" -

- "Questo proprio non dovevi dirlo; e per battermi le mani aspetta la fine del dramma e che si chiuda il sipario. Adesso le parti si sono invertite. Ora sei tu che ti ostini a non voler capire. Più di un anno trascorso alla macchia assieme, fra mille pericoli e un milione di privazioni, ti avrebbero dovuto dimostrare che non si vive di solo pane."

"Ma perchè te le sto dicendo queste cose. Tu le sai benissimo. Le insegni all'Università. E' il tuo pane quotidiano. Se non ricordo male in quei lunghi discorsi che facevamo alla macchia tu parlavi di un ideale sociale molto più alto e più aperto di quello che ci avevano insegnato i fascisti."

"Parlavi di un socialismo che, pur lontano da quell'idea di patria che ci avevano inculcato a scuola, desse a tutti la possibilità di vivere la vita ciascuno secondo le proprie capacità e secondo i propri meriti, acquisiti nella attività professionale e nella vita in genere; una società che pur soccorrendo i più deboli non trascurasse il possibile sviluppo di chi possedeva queste capacità e lo aiutasse a svilupparle. Tu allora citavi personaggi illustri che avevano sostenuto queste tesi."

"E tu sai che io allora ero ancora più a sinistra di te. Ero per un totale egualitarismo che distribuisse a tutti in pari misura le risorse che l'uomo riusciva a realizzare in questa vita. Tuttavia un punto ci legava strettamente e forse non ci differenziava da molti altri che come noi avevano scelto la montagna anziché arruolarsi per continuare una guerra fraticida: era il possesso di una coscienza sociale. Bene caro Giulio. Caro il tenente Giulio. Questo ideale io ce l'ho ancora ed è rimasto intatto. Odio il crimine quanto te e forse più di te. Ciò che ti ho raccontato della mia vita è solo una parte di essa. Forse un giorno la conoscerai per intero o forse non la conoscerai mai. Ciò che devi ritenere per certo è che anche tu ora sei diventato un combattente attivo, non uno che sciorina principi astratti dietro una cattedra di Università , ma uno che si sporge al di là ed entra nel vivo della mischia, sparando se necessario. Proprio come allora." -

Era tale la foga del discorso e ad un tale livello di partecipazione emotiva che non potevo più dubitare della sua sincerità. C'era dell'entusiasmo nelle sue parole, ma c'era sopratutto quell'Alberto che avevo realmente conosciuto trent'anni prima. Non dissi nulla. Mi avvicinai a lui e lo strinsi fraternamente battendogli la mano affettuosamente sulla spalla. Lui rispose all'abbraccio, ma non ricambiò subito il gesto affettuoso. Se mi aveva detto la verità dovevo averlo ferito seriamente col mio sarcasmo. Ma dopo qualche secondo anche lui mi battè sulla spalla e contemporaneamente disse:

- "Oggi posso dire finalmente che trent'anni talvolta valgono solo pochi minuti. E' come se col vecchio amico d'un tempo non ci fossimo mai lasciati. Sei rimasto sempre la stessa cara persona incerta e dubbiosa, ma capace delle cose più inconsuete se queste soddisfano il tuo animo grande e generoso. Ricordati di non perdere mai di vista la valigia. Fra non molto te la farò riavere. "

E senza dire altro se ne andò.

Capitolo Decimo: La consegna.

Una settimana bianca.

Quando Alberto mi lasciò trovai la forza di trascinarmi fino al lettino dello studio e mi stesi bocconi. Era quella l'unica posizione che mi dava un poco di sollievo. Anche i neonati per farli smettere di piangere si coricano in quella posizione. Non riuscivo nemmeno a pensare. Quanto mi stava capitando da qualche tempo era completamente fuori da tutti quegli schemi di vita che Finora avevo considerato 'normali'.

Abituato ad una vita scandita da una sequenza di attività che, seppure varie, avevano sempre la stessa cadenza, mi trovavo veramente a disagio a modificare quelle regole sorrette dai miei principi morali. Di punto in bianco vedevo crollare tutte quelle robuste barriere erette da una socializzazione conformista.

Assieme ai principi crollavano anche le linee di confine che generalmente esistono in tutte le nostre attività. Ogni nostro comportamento si esercita in un campo di forze limitato che è proporzionale alle energie che noi impieghiamo per attuarlo. Ogni situazione possiede barriere di confine. Se sconfiniamo, entriamo in un altro 'campo', in un'altra situazione che può essere totalmente nuova. Queste barriere possono essere superate e ciascuna di esse si differenzia dalle altre per intensità, per strategia, per direzione e per durata, dando a quel determinato campo connotati precisi. Quando da una situazione si passa ad un'altra ci si rende conto di adeguarsi a delle esigenze inconsuete che richiedono accomodamento e assimilazione di una nuova realtà.

Io mi trovavo seriamente in difficoltà in questo nuovo 'territorio'. Ogni possibilità di previsione e di programmazione, veniva frustrata da un orizzonte senza limiti e senza indicazione di percorso: un enorme deserto, costellato da dune che cambiavano posizione e forma ad ogni soffiare di vento. Cercavo dei confini impossibili che al massimo mi si presentavano solo come dei miraggi.

Lentamente la cefalea stava allentando la sua morsa. Mi sedetti nuovamente sul divano e presi il foglietto lasciato da Alberto. La località era Canazei; il luogo d'incontro, un rifugio al passo Sella a 2.000 metri; la data, il 7 febbraio alle 10 del mattino. Mancavano appena pochi giorni. In così poco tempo dovevo organizzarmi quelle vacanze bianche da sempre odiate e aborrite. La mia circolazione periferica ne avrebbe certamente risentito: non era delle migliori e per questo avevo sempre evitato le località molto fredde.

Nonostante Marisa mi sollecitasse ogni anno a fare uno strappo a quelle che lei chiamava mie fisime, preferii sempre lasciarla andare da sola. Lei era veramente un'appassionata della neve ed una brava sciatrice.

Per un attimo mi balenò in mente che tutto sommato forse sarebbe stato bene che mi facesse compagnia lei. Ma scartai subito questo pensiero. Non potevo esporla ai pericoli imprevisti, ma probabili, di questa operazione. Piuttosto, non sapendo come destreggiarmi nella scelta dell'equipaggiamento per affrontare quota 2000, mi sarei fatto consigliare da lei per evitare di morire assiderato. Feci il suo numero, ma mi rispose la segreteria telefonica. Avrei riprovato più tardi.

Di lì a qualche minuto fu lei a chiamarmi al citofono. Solitamente non veniva a quell'ora. Quando entrò aveva in mano la valigetta nera. La posò sul tavolinetto dell'anticamera e mi disse:

- "Il mio simpatico carceriere questa mattina è venuto a casa e mi ha portato questa valigetta. Ha detto di dartela. Ho immaginato di cosa si trattava e sulle prime non volevo prenderla, ma ha insistito e ha detto che tu sapevi già tutto e che era meglio per tutti e due se ubbidivo. Conoscendo il tipo, sapevo che non aveva l'aria di scherzare; la presi ed eccomi qui." -

Non volevo assolutamente mettere al corrente Marisa del colloquio avuto con Alberto e cercai di minimizzare.

- "Si, so di cosa si tratta. Alberto mi ha chiesto di tenergliela per qualche giorno. Verrà lui stesso a prenderla." -

- "Ma perché non l'hanno data direttamente a lui?" -

- "Vedi, tu mi chiedi cose che non so. Anch'io sono del tuo stesso parere. Ma sembra proprio che questa valigetta ci perseguiti." -

La ricomparsa di quell'individuo in casa di Marisa aveva finito col guastarmi completamente la mattinata. Lei non era ancora riuscita a completare il racconto della sua prigionia. Non per colpa sua forse. Non ci furono molte occasioni per farlo. Veniva la sera e si tratteneva lo stretto necessario per rivedere la biancheria da mettere in lavatrice e per riordinare la casa. Talvolta avevo accennato alla cosa , ma lei aveva sempre cambiato discorso. Stavolta, nonostante la visita di quel losco figuro, era abbastanza tranquilla ed aveva ripreso quel suo piglio di intraprendenza che a me piaceva molto. Fu lei che mi buttò le braccia al collo e mi baciò teneramente.

Mentre i giorni scorsi accusava qualche difficoltà di contatto sociale e talvolta si chiudeva in un mutismo senza ragione, ora la sua spigliatezza era quella di sempre. Si avvicinò alla finestra dello studio, scostò la tenda verticale e rimase per un poco con gli occhi fissi al cielo. Sembrava guardasse qualcosa di preciso. Ma in cielo c'erano solo nuvole che vagavano verso il mare aperto, sotto la spinta del maestrale. Le chiesi cosa guardasse.

- "Guardo, mi disse, la forma di quelle nuvole. E' strano come si possano vedere tante cose in una nuvola." -

- "Si lo so. In psicologia clinica abbiamo un test che si basa pressappoco sulla stessa tecnica e può essere utilizzato in modo efficace e razionale."-

- "Che strano; perchè non mi dici mai nulla di queste cose che al contrario a me interesserebbero moltissimo?" -

- "Per il semplice fatto che ti annoieresti a morte a sentirle. A me non costa nessuna fatica e se vuoi posso colmare la lacuna anche ora". -

- "Se dici questo vuol dire che non mi conosci abbastanza. Ti prendo in parola. Raccontami tutto di questo test". -

- "D'accordo; tutto è a tuo rischio e pericolo.

L'autore del test si chiamava Rorschach. Egli morì molto giovane, ma nonostante la sua giovane età diventò famoso in tutto il mondo. La tecnica del test è semplice, ma la valutazione è molto complessa. Si mostrano al paziente delle macchie simmetriche, colorate e in bianco e nero, e si chiede di dire che cosa si vede. Attraverso le loro risposte si riesce ad individuare alcuni parametri della personalità che possono essere utili per formulare la diagnosi di alcune tipologie psicologiche o talvolta anche di patologie psichiatriche." -

Lasciai l'argomento in cui lei mi aveva trascinato e le chiesi:

"Ma tu non dovevi dirmi qualcosa di più importante ?" -

Si venne a sedere vicino a me, si accese una sigaretta, buttò la testa sullo schienale del divano con lo sguardo fisso al soffitto e disse:

- " Si. Sono stata dal Commissario e sono rimasta da lui per oltre un'ora. Con una cordialità sconcertante mi ha fatto ripetere almeno quattro volte la storia che gli ho accennato per telefono. Devo essermi contraddetta un sacco di volte. Mauri non aveva la faccia di credere a quanto gli dicevo. Non lo ha espresso esplicitamente, ma prima che mi congedasse mi ha fatto capire che forse avrebbe avuto ancora bisogno di me."-

- "Cosa credi che sospetti?" -

- "Ah, questo non lo so. Può darsi che semplicemente pensi che io gli nasconda qualcosa" -

- "Ricordi in che cosa ti sei contraddetta? " -

Rimase qualche minuto sovra pensiero poi rispose:

- "Quando per telefono mi ha chiesto qual era il motivo che mi aveva spinto a lasciarti in quei tre giorni, io gli risposi che mi era sorto il dubbio che tu non mi volessi più bene e che volevo metterti alla prova. Quando me lo chiese nuovamente questa mattina dissi che ero io che non ti volevo più bene e che volevo essere sicura di me prima di riprendere la nostra relazione. Lui prima mi ha fatto parlare per un poco a ruota libera poi, quando già stavamo affrontando un altro argomento, mi ha interrotto a metà e ha detto: <<Cara signora mi dica la verità: è il professore a non volerle bene o è lei?>> Io mi sono confusa e gli ho detto che eri tu. Lui ha replicato: <<Vuol dire che prima allora si è sbagliata?>> Ed io più confusa che mai gli ho risposto che no, che non mi ero sbagliata affatto, che ero io a non essere sicura di volerti bene. A questo punto il Commissario ha sorriso e l'interrogatorio si è fatto più pressante". -

- "Ti ha fatto firmare qualcosa?" -

- "No." -

- "Ma non ha redatto un verbale?" -

- "No." -

- "E che cosa ha fatto mentre ti interrogava? Forse avrà preso degli appunti su quanto gli dicevi." -

- "No. Ma forse aveva un registratore in funzione. Credo che sia anche lui una specie di registratore. Non capisco come abbia fatto a ricordarsi parola per parola quanto quella mattina gli avevo detto per telefono." -

Si fermò ancora un poco a raccontarmi del Commissario e di quanto le aveva chiesto. Sempre parlando si era nuovamente riavvicinata alla finestra a guardare le nuvole che scorrevano lente. Poi d'un tratto cambiò argomento e sempre con gli occhi fissi al di là della finestra disse:

- " Mi sai dire perché io vedo sempre le stesse cose in queste nuvole?"-

Si era stufata di parlare del Commissario ed il suo pensiero ora era altrove. Così stetti al suo gioco e le chiesi:

- "Cosa ci vedi?" -

- " Ecco ora vedo un gran sedere. Vedi quelle due masse con quella spaccatura al centro? Vedi lì c'è addirittura una macchia più scura. Non sembra anche a te?" -

Compresi che forse era giunto il momento propizio per sottoporla al test di Rorschach, così le dissi:

- "Ma se vogliamo continuare questo gioco forse lo potremo fare meglio stando comodamente seduti anziché col naso appiccicato ai vetri della finestra. Vieni, vedrai, forse la cosa ti piacerà di più". -

Lei mi guardò, poi disse:

- "E' quel famoso test di cui mi parlavi prima? Di quel tale che morì giovane?" -

- "Si, gli confermai, e vedrai che riuscirai a vedere molte più cose." -

Si mostrò entusiasta e si sedette.

L'esame.

Marisa mi sorrise e disse:

- "Non è che ora vuoi cogliere l'occasione per accertarti se sono malata di mente?" -

- "Ma no; non essere diffidente. Poc'anzi eri ansiosa di conoscere tutto ma se ti spiego come funziona, poi sarà difficile sottoporti al test. Prima stavi giocando da sola ed ora mi sono inserito anch'io. Quando avremo finito ti prometto che farò una lezione soltanto per te. Ora il tuo impegno sarà molto semplice: dovrai dirmi cosa vedi nelle tavole che di volta in volta ti mostrerò. Ecco, questa è la prima."

Lei la prese in mano la girò e rigirò per qualche secondo poi disse:

- "Qui in tutta la figura ci vedo un tempio Indù; poi qui in basso vedo un copricapo indiano. In questa tavola non vedo altro." -

Registrai i tempi e le risposte e le porsi la seconda tavola.

- "Qui in questa parte centrale vedo un granchio; nella parte laterale una donna; questa parte centrale bianca mi sembra una trottola; questa in alto una parte dell'America; del fuoco."-

Registrai e le porsi la terza tavola.

- "Questa macchia, al centro, è un fiocco; questa laterale: una bestia; in basso: due alberi; qui al lato: una macchia di sangue. Nient'altro" -

Le porsi la quarta tavola.

- "In questa parte piccola qua in basso vedo due figure umane; in alto, al vertice, vedo un fiore capovolto; tutta la figura mi sembra un uomo con le gambe aperte e con in mezzo un gran fallo." -

Le diedi la quinta tavola.

- "In tutta la figura vedo una farfalla. Nient'altro." -

Le diedi la sesta.

- "Questa parte in alto mi ricorda una libellula; questa in basso una pelle incollata per asciugare." -

Le diedi la settima.

- "Qua in basso una casa con due torri; il bacino di un uomo con l'orifizio anale. Non vedo altro. " -

Le diedi l'ottava.

- "Questa sembra una pantera; questa bianca al centro: una figura umana; e nell'insieme mi sembra un fiore." -

Le diedi la nona.

- "Questa centrale sembra un lume a petrolio; capovolgendola questo sembra il cratere di un vulcano; guardandola di fianco mi sembra una vecchia con gli occhiali; questo: uno gnomo."-

Le diedi l'ultima.

- " In questa piccola sporgenza vedo un cammello; quest'altro mi sembra un animale preistorico; questa: l'isola d'Elba; la Sardegna; una sacerdotessa egiziana; degli angeli; in basso: un utero con le ovaie". -

Mi restituì la decima tavola e stette un poco a guardarmi impacciata. Poi un poco rossa in viso mi disse:

- "Cosa ti sembra, sono matta da legare?" -

- "Ma no; sei stata bravissima." -

- "Non è vero; lo dici per farmi un complimento.

- "Adesso per dirti qualcosa devo prima fare lo spoglio del tuo protocollo. Poi ti dirò tutto quello che vuoi sapere su te stessa." -

Mi sedetti alla scrivania per fare lo spoglio e lei si mise dietro le mie spalle per vedere come operavo. Man mano che andavo avanti le illustravo la tecnica:

- "Vedi ora prendo in considerazione le tue risposte sulla base dei tre parametri fondamentali: il ''dove'', il ''come'', il ''che cosa'', che rappresentano le tre colonne principali della siglatura. Il ''dove'' si riferisce alla parte della figura considerata. Può essere siglato come globale (G) se l'interpretazione comprende tutta la figura; dettaglio (D) se vista in una parte rilevante della figura statisticamente significativa; piccolo dettaglio se al contrario la parte non è statisticamente significativa, e ciò vuol dire che viene considerata solo raramente; dettaglio bianco se il soggetto prende in considerazione, anziché la figura, il suo sfondo o parte di esso. Il ''come'' corrisponde al modo in cui l'hai visto. Nell'interpretazione può essere prevalsa o la forma (F) di ciò che si è visto, o il colore (C); si possono quindi avere diversi tipi di siglatura a seconda di come si articolano queste due variabili. La risposta può riferirsi esclusivamente alla forma in modo statisticamente significativo (F+); può riferirsi alla forma , ma non in modo statisticamente significativo (F-); può riferirsi alla forma ed al colore assieme, ma con prevalenza della forma (FC); o con prevalenza del colore (CF); o può riferirsi al colore puro in assenza di forma (C). Naturalmente lo stesso discorso può essere fatto mettendo al posto del colore il chiaroscuro o il colore nero. Ma a queste due variabili può aggiungersi anche un tipo di interpretazione cinestesica nel caso l'immagine suggerisca l'idea di movimento di figura umana (M). Questa può essere anche piccolo movimento (pM) o movimento animale (Ma)." -

Vedevo che lei seguiva con attenzione e fui incoraggiato a continuare. Così ripresi:

- "Quanto poi al ''che cosa'', esso si riferisce alle categorie oggettive o astratte di ciò che si vede. Le figure umane possono essere viste per intero (H) o solo una parte (Hd) o solo una parte interna del corpo in senso anatomico (Anat); le figure animali intere (A) o solo una parte (Ad); le immagini possono essere legate al sesso (Sex) o a esplosioni (Expl) o al fuoco (Fuoco); ecc. e così dovranno essere specificate tutte le categorie rappresentate dalle risposte."

"Ecco ora il tuo protocollo è siglato. Accanto ad ogni tua risposta, fedelmente trascritta, ho indicato nelle tre colonne le rispettive sigle. Vedi, ad esempio, la siglatura della seconda risposta della seconda tavola: <<una donna>> è, Dd / F- / H. E cioè Dd significa che la parte di macchia dove tu hai visto la figura di donna, solitamente non è preso in considerazione e quindi è considerato un piccolo dettaglio; F- significa che chi vede in quel breve tratto una figura di donna è un'esigua minoranza e quindi deve essere considerata una cattiva forma; H perché si tratta di figura umana intera. Combinando opportunamente questi dati e calcolandone le percentuali si arriva a determinare lo ''psicogramma'' dal quale poi si ricava il risultato che si riferisce all'intelligenza, al pensiero teorico, all'immaginazione, all'attenzione, all'affettività, alla motilità, all'intuizione, alla vita inconscia, e talvolta anche alla psicopatologia." -

Marisa stava sempre dietro a me. Ormai avevo esaurito ogni spiegazione particolare. Sicuramente ora lei aspettava da me il risultato del test ed era una cosa che non volevo assolutamente fare.

Il suo interessamento era sempre vivo e la curiosità sarebbe diventata di li a poco irrefrenabile. Continuai così la spiegazione tenendomi questa volta ancora più sulle generali. Ricominciai così il discorso , ma lei mi interruppe per dirmi:

- "Non hai detto poc'anzi che avresti tenuto una lezione tutta per me? Non ti sei mai sognato di farmi assistere ad un tuo impegno ufficiale all'Università. Mi avrebbe fatto piacere sentirti nella tua veste di docente. Non sono poi tanto ignorante da non poter seguire i tuoi discorsi." -

- "Non ho mai creduto che tu lo fossi. Credo piuttosto che non ti divertiresti molto. Si tratta di argomenti molto specialistici e non sempre interessanti per uno che non segue quel determinato Corso. Ma se credi, posso colmare la lacuna dandoti un esempio breve di cosa è una lezione di psicologia, trattando l'argomento che avevamo poc'anzi. Scommetto che prima del 'finis' tu avrai dichiarato forfait."

- "D'accordo. Scommettiamo. Tu stai dietro la scrivania in 'cattedra' ed io che sono la tua allieva mi siedo qua davanti. Professore cominci pure."-

Mi schiarii la voce e con tono professorale cominciai:

- "Il test di Rorschach è un test 'proiettivo' parzialmente strutturato ed il suo metodo consiste nel fare liberamente interpretare dieci tavole formate da macchie simmetriche in chiaroscuro e a colori."-

Feci una breve pausa per controllare le sue reazioni e, vedendo che lei era attenta come una diligente allieva dei primi banchi, fui incoraggiato a proseguire. Parlai per più di mezzora illustrandole dettagliatamente la tecnica del test senza che mostrasse il minimo segno di stanchezza. Solo più tardi si alzò dalla sedia e si sistemò comodamente sul divano. Ne approfittai per proporle di cambiare argomento, ma lei fu irremovibile: voleva che arrivassi fino in fondo. Rassegnato continuai fino a farle rasentare la nausea. Ma quando accennai all'uso che il test poteva avere in psichiatria, mi interruppe un poco preoccupata per dirmi:

- "Allora avevo ragione io è un test che si somministra anche ai matti e tu vuoi vedere se sono matta anch'io"-

- "Ma no, ti ho già detto di no. Sulla possibilità di utilizzare il test in sede di diagnosi psichiatrica non tutti sono d'accordo."

Ma ormai l'incanto era rotto e la sua attenzione aveva ceduto ai suoi pensieri che visibilmente si erano posati su altri argomenti.

Una prestazione infelice

Avevo raggiunto il mio scopo: non mi avrebbe chiesto più nulla né del Rorschach né dell'esame. Si era nuovamente affacciata alla finestra e stando dietro le mie spalle disse:

-"Come dovrò comportarmi se il Commissario vorrà rivedermi?"

-"Non credo che lo farà, le risposi; se poi lo dovesse fare, prima di andarci telefonami. Vedrò di parlargli io per fargli capire che in definitiva sono fatti nostri e gradirei che ti lasciasse in pace." -

Avevo messo da parte il protocollo Rorschach, che per un poco mi aveva distratto, e ripensai al viaggio che dovevo intraprendere; così le dissi:

- "Volevo chiederti una cortesia. Sarò costretto fra qualche giorno a recarmi in una stazione sciistica per un congresso di psicologia clinica e come tu sai sono totalmente sprovvisto di equipaggiamento efficiente per... " -

Non mi lasciò finire; saltò su come una molla, raggiungendomi a piè pari sulla poltrona e abbracciandomi affettuosamente disse:

- "Ma è un sogno! Sono anni che mi fai andare sola. Ora finalmente potrò venire con te. No. Non dire niente. So benissimo che ai congressi ci si annoia, che tra una conferenza e una tavola rotonda non si ha nemmeno il tempo di respirare, e tante altre cose noiose. Me lo hai ripetuto tante volte e quasi sempre ti ho assecondato. Ma sulla neve no. Qualunque cosa tu dica verrò con te." -

E mi baciò tanto a lungo da togliermi il fiato. Quando emersi dalla sua bocca replicai:

- "Ma vedi cara non ti posso proprio portare; non avrei il tempo di stare con te un solo minuto. E se non dovessi incontrarmi con un collega, che tengo molto vedere, credimi, non mi muoverei nemmeno. Tu sai quanto odio la neve e quanto mi... "-

- "Ah, no. Questa volta non ci sono scuse. Stasera stessa usciremo e compreremo quanto serve per la montagna. Avrai bisogno sopratutto di quei bei scarponi col pelo che ti faranno somigliare ad uno Yeti, ma ti faranno tanto, tanto caldo da farti dimenticare di esserti mosso dalla città."-

Forse avevo fatto male a dirle che sarei dovuto partire. Ma come avrei potuto giustificare un'assenza di diversi giorni senza farla insospettire? Tutto sommato mi conveniva dirle tutta la verità. Con un tono di voce tra il patetico ed il preoccupato le raccontai della visita di Alberto e del servizio che avrei dovuto fare. Le prospettai tutti i pericoli possibili e le difficoltà che avrei dovuto superare. Ma lei fu irremovibile:

- "Secondo te dovrei convincermi che lo fai per il mio bene? Dovrei far finta di niente? Dirti che hai ragione tu; che si, è pericoloso, ma io devo starmene buona ad aspettarti sapendoti in pericolo? Ammesso che ce ne sia. Non hai pensato invece che la mia presenza potrebbe facilitare molto il tuo compito? Hai dimenticato che tu non sai nemmeno da che parte si indossano gli sci e che in un rifugio a 2000 metri ci sarà certamente bisogno di qualcuno che sappia muoversi rapidamente?" -

In verità ci avevo anche pensato a questa evenienza, ma fidavo molto nelle parole di Alberto che, comunque, avrei avuto la sua costante protezione. Tuttavia, pur riconoscendone l'egoismo, l'idea di avere con me anche Marisa non mi dispiaceva affatto. Così, dopo qualche schermaglia ipocrita, accettai che mi accompagnasse.

Non l'avevo mai vista così allegra e giovanile. Volle dimostrarmi la sua riconoscenza stando con me tutta la giornata e tutta la notte, comportandosi come una mogliettina premurosa e sensuale. Riprese il racconto del sequestro e si compiacque di specificarmi tutti i particolari degli altri due giorni che mi erano rimasti nascosti.

E siccome raccontava mentre era con me sul letto, mi invogliò, senza dirmelo esplicitamente, a ripetere le imprese del suo energumeno scaricatore del porto dai bicipiti d'acciaio. Mi rifiutai soltanto di prenderla in braccio. Data la mia età ed i reumatismi il risultato sarebbe stato per lo meno disastroso. Per il resto l'accontentai con l'aiuto di una crema emolliente a base di vasellina filante. Mi disse che le sembrava di aver scoperto una nuova sessualità, che nel rapporto si sentiva più libera di provare nuove emozioni. Oltre tutto, in quella posizione riusciva contemporaneamente a masturbarsi. Certamente; il sesso aveva bisogno di rinnovarsi frequentemente e capivo abbastanza il suo entusiasmo.

Dal canto mio pur essendo un tradizionalista trovavo abbastanza piacevole quell'esperienza che mi riportava a innocenti rapporti giovanili. Tuttavia c'era qualcosa che non mi andava. Non potevo fare a meno di avere nella mente quel figuro che l'aveva violentata. Era come se stessimo facendo all'amore in tre. Mi domandavo se in quel momento lei faceva dei paragoni tra la mia prestanza e quella di quel farabutto dai bicipiti nerboruti e se riuscivo a farle raggiungere i cieli soprani come aveva fatto quell'emerito mascalzone. Fino a quel momento non ricordavo di essere mai stato geloso, ma ora sentivo dentro di me una rabbia incontenibile che montava come una marea. Il solo pensiero che quello zotico, rozzo, incolto, delinquente e forse anche analfabeta, l'avesse avuta tra le sue braccia mi faceva star male. Non riuscivo ad allontanarlo dalla mia mente e ciò mi rendeva furibondo.

Ad un tratto Marisa, che fino a poco prima assecondava con l'ondeggiare dei fianchi il movimento su di lei, si volse verso di me e disse:

- Beh? Che ti piglia? Sei forse diventato matto? Se continui a spingermi in questo modo finirai col farmi rompere la testa sulla spalliera del letto." -

Le chiesi scusa. Ma oramai l'incanto si era frantumato.

Portammo avanti il rapporto senza più entusiasmo e lo terminammo entrambi per onor di firma. La sua giovinezza pareva sparita d'incanto e la mia baldanza sembrava averla seguita.

Il viaggio in macchina.

La mattina seguente Marisa si sbizzarrì nelle compere. Volle acquistare tanta roba molta della quale non mi sarebbe mai servita e che ritenevo del tutto inutile. Quel gran colbacco col pelo lungo e quelle uose di pelliccia mi sembravano cose da Polo Nord. Ma non volli contrariarla. Stivammo il tutto nel capiente baule della macchina, che avremmo usato anche per trasferirci a Canazei, e tornammo a casa. Mentre Marisa preparava qualcosa da mangiare, feci una telefonata ad Alberto:

- "Senti sono pronto per andare a salvare la patria o forse il mondo. Ma c'è un inconveniente. Marisa vuole ad ogni costo accompagnarmi. Non sono riuscito a convincerla ..." -

Mi interruppe per dirmi che la cosa andava benissimo; avrei dato meno nell'occhio. Ma io insistetti:

- "Se le capitasse qualcosa non me lo potrei mai perdonare. Potrebbe esserci il rischio... " -

Mi interruppe nuovamente dicendomi che in questo modo si riduceva moltissimo anche il rischio per me. Mi raccomandò ancora di stare attento alle istruzioni e, con aria di sfottimento, mi lanciò un 'divertitevi!' che non apprezzai molto. Mi sentivo cornuto e bastonato. In fin dei conti se Marisa era stata rapita ciò era capitato anche per colpa sua.

La mattina di buon'ora partimmo per Milano. Per non stancarci ci alternammo alla guida. Nei pressi del casello di Voghera ci fermammo per fare un'abbondante colazione. Proseguimmo subito dopo. Una breve sosta a Milano, per prendere un caffè, poi, evitando l'autostrada, ci dirigemmo verso Brescia e , senza fermarci, lungo la gardesana di Salò. Il posto era incantevole. Marisa volle fermarsi tra Gargnano e Limone in un delizioso ristorante sul lago per fare uno spuntino. Mangiammo polenta col cotechino e per contorno dei funghi meravigliosi, il tutto condito con un vinello rosato eccellente. Era molto espansiva ed affettuosa. Mi confessò che viaggiare in macchina con me le faceva venire in mente qualcosa di importante e di celebrativo. Le suggerii che forse pensava ad un viaggio di nozze. Arrossì, ma non mi rispose. Insistetti ridendo:

- "Ma dilla la verità! Su. Confessa! Anche tu in fondo sei una sentimentale come tutte le donne. Sotto questa tua scorza di apparente cinismo batte un cuore di fanciulla romantica." -

- "Si, mi rispose, sfotti. Vorresti dire che solo oggi ti sei accorto che sono una donna e che i miei sentimenti sono femminili come quelli di una qualunque donna? Comunque non pensavo al viaggio di nozze. Il celebrativo stava a significare che questo viaggio mi ha fatto scoprire qualcosa che prima temevo e forse non avrei mai pensato di sperimentare senza questa occasione. Se fai caso è la prima volta che ci allontaniamo, noi due assieme, dalla nostra città. Finora i nostri incontri non sono andati oltre le mura cittadine e si sono protratti solo per delle ore, mai per delle giornate consecutive." -

- "Beh! In fin dei conti la cosa non ci dispiaceva poi tanto." Azzardai.

Lei tenne gli occhi bassi e continuò il suo discorso senza badare alla interruzione.

- "Ci siamo conosciuti sempre freschi e agghindati; io col viso truccato di fresco, tu con la barba appena rasata. Questo è già il terzo giorno che stiamo assieme e non è successo nulla di quanto paventavo dovesse accadere in queste circostanze. Non avrei mai immaginato che tu saresti riuscito ad essere affettuoso e cordiale per tanto tempo di seguito ed invece questo è successo. Ma non è tutto. Non avrei nemmeno immaginato che sarei riuscita a sopportare le tue piccole manie, che ogni tanto affiorano quando stiamo più di tre ore consecutive assieme, e invece anche questo è successo." -

Questa volta era lei che mi aveva messo K.O. e non sapevo cosa dirle. Ad essere sincero avrei avuto voglia di rispondere che avevo provato le stesse paure ed ora constatavo con grande soddisfazione che si trattava di timori infondati. Ma mi guardai bene dall'esternare questo pensiero. Avrei potuto rovinare in un solo colpo tutta quella perfetta struttura di intesa cementata faticosamente in tre anni e perfettamente efficiente solo per il fatto che i nostri rapporti erano completamente liberi. Me la cavai cingendole il braccio attorno alla vita e baciandola teneramente.

Riprendemmo il cammino a sera inoltrata ed arrivammo a Trento ch'era già notte. Pernottammo in un albergo del centro, in quel periodo non molto affollato. Il locale era abbastanza elegante e Marisa volle chiedere alla reception una suite al primo piano. Le feci presente che per una sola notte era sufficiente una comoda camera matrimoniale anziché un intero appartamento. Lei si stizzì e mi rispose:

"Se è per risparmiare posso benissimo pagarmela da me. L'occasione di stare con te fuori casa non può passare per un avvenimento comune."-

Il direttore ci accompagnò personalmente e volle sapere se l'ambiente era di nostro gradimento. Lo rassicurammo e prendemmo possesso della suite. C'era un soggiorno, con un'ampia veranda, arredato alla Luigi XV, ma con televisore e frigo bar; una camera da letto in cui troneggiava un enorme lettone con un civettuolo baldacchino dorato, che lasciava fluire una cascata di tulle ricamato, e un discreto bagno con i rubinetti dorati. Marisa si muoveva in quell'ambiente come una regina. Aveva indossato un pigiama di seta rosa e volteggiava per le stanze quasi eseguisse una danza rituale. Aprì le valigie e mise tutto, ordinatamente nell'armadio e nei cassetti del comò.

Nonostante fossi stanco per il viaggio, non avevo sonno. Dopo quelle centinaia di chilometri fatti in macchina desideravo piuttosto sgranchirmi le gambe. Lo dissi a Marisa, ma lei preferì andare a letto.

Il topo d'albergo.

Avevo fatto un giretto per le vie del centro a curiosare nelle vetrine dei negozi. Com'era diversa dalla mia, quella città! Tutto era molto ordinato e pulito. Ogni cosa sembrava fosse trattata con rispettoso riguardo. C'era ancora uno di quegli antichi vespasiani monumentali, in ferro battuto lavorato a fiorami, simili ad una pagoda cinese, lindo e verniciato di fresco che pareva un'opera d'arte moderna di Carl Grossberg. Anche le persone erano ordinate. Le automobili transitavano per le strade scivolando sull'asfalto a velocità moderata senza far rumore e la gente sui marciapiedi camminava svelta senza mai fermarsi.

Rientrai in albergo e sostai nel giardino per osservare un rampicante di fiorellini gialli che emanava un profumo intenso di gelsomino. Notai che il rampicante arrivava sin quasi al balcone della nostra suite. Mi ripromettevo di osservare quegli strani fiori da vicino - una volta salito in camera - quando vidi una figura umana sgusciare dalla penombra e scavalcare la balaustra del nostro balcone.

Pensando a Marisa, mi precipitai su per le scale ed in qualche secondo raggiunsi l'appartamento. Aprii con cautela la porta e senza far rumore mi introdussi nell'anticamera. Dalla porta semichiusa del soggiorno vedevo un fascio di luce camminare sui muri. Sempre al buio mi avvicinai lentamente allo stipite della porta ed accesi la luce. Una persona, con una calzamaglia nera ed il volto coperto, mi stava di fronte con la valigetta in mano. Vanificai il suo tentativo di fuga buttandomi letteralmente sulle sue gambe e facendolo cadere sul pianerottolo del balcone.

Ci fu una breve colluttazione senza molta resistenza da parte dell'altro. Il più accanito ero io. Stavo per sferragli un pugno sul viso quando improvvisamente estrasse una pistola e puntandomela contro, disse:

- "Stia buono professore e faccia da bravo. Se farà ciò che le dirò non le succederà niente. Rimanga affacciato quassù fino a quando non mi sarò allontanato. Se fosse andato a letto assieme a sua moglie non si sarebbe accorto di niente. Stia tranquillo, è tutto regolare. Dovrà continuare la sua missione come le è stato ordinato. Si ricordi, nulla è cambiato. Non dimentichi, lei dovrà operare secondo la consegna ricevuta."-

Rimasi lì fermo per qualche tempo. Lo vidi allontanarsi nella penombra del giardino ed inforcare un motorino che aveva lasciato poggiato ad un lampione della strada. Ma chi diavolo era? Certamente qualcuno della banda al corrente della operazione. Ma perché dirmi di proseguire nella missione se aveva portato via la valigia? Le mie idee erano confuse e la prima cosa fu di telefonare ad Alberto. Rientrai in camera e mi diressi verso il telefono. Sul tavolino c'era la valigetta nera. Eppure non potevo essermi sbagliato l'avevo visto coi miei occhi portarsela via, l'avevo seguito fino a quando era montato sul motorino. Se quindi la valigia non era sparita era stata certamente sostituita con una simile. Ma a quale scopo?

Gli interrogativi che mi si affollavano alla mente cominciavano ad essere un pò troppi. Oramai non avevo più voglia di pensare. Non reputai più necessario telefonare ad Alberto. Entrai nella camera da letto e constatai che Marisa non s'era accorta di niente: russava rumorosamente. Anche quella fu una sgradita sorpresa. Mi misi a letto accanto a lei pensando che molto probabilmente non sarei riuscito a chiudere occhio.

* * *

Capitolo Undicesimo: Il fascino della montagna

La vendetta di Alberto

La stanchezza del viaggio era tanta, ma non dormii. Ancora una volta il regista dell'ultimo colpo di mano era stato sicuramente Alberto. Non potevano esserci dubbi. Solo lui poteva aver rivelato la missione a quel topo d'albergo. Quale diabolica strategia stava seguendo? Anche questa volta l'intrusione di quell'uomo avrebbe potuto creare un pandemonio ed anche una vera tragedia. Avrei potuto affrontarlo con un'arma. Ci sarebbe potuto scappare il morto. Ma perché rischiare la sua vita e quella degli altri? Qual era il suo vero scopo? La risposta non riuscivo a darmela, ma mi venne istintivo riferirmi al periodo trascorso alla macchia. Era da qualche tempo che ciò capitava quasi ad impormi delle avventure parallele come se i trent'anni che mi separavano da allora, come diceva lui, non fossero mai esistiti.

L'episodio doveva riferirsi certamente ai primi del '44; quando mancavano pochi mesi alla smobilitazione del campo. Se è vero che allora non scarseggiavano i viveri ed avevamo oramai raggiunto uno standard di vita discreto, grazie agli aiuti degli anglo-americani, tuttavia la vita si era fatta difficile a causa di uno screzio col tenente Mario.

L'armonia, caratteristica del primo periodo, aveva ceduto il passo alla diffidenza ed alla intolleranza. Mario si era trovato più volte in minoranza durante i consigli del gruppo e la sua immagine di capo incontrastato ne aveva subito un irrimediabile sbiadimento. Il malcontento serpeggiava fra i compagni ed era dovuto principalmente al suo comportamento autoritario oramai considerato da tutti anacronistico. Eravamo in molti a ritenere che il suo modo di fare poteva essere stato utile all'inizio per cementare e sopratutto motivare il gruppo composto dai più svariati tipi di individui.

Ma ora il cameratismo si era sviluppato tra noi in modo sorprendente e reputavamo non ci fosse più motivo di usare i metodi forti. Era sua abitudine fare appello a quel regolamento di disciplina buttato giù con la collaborazione di Luigi. Le pene più severe contemplate da quel codice dovevano essere scontate imponendo delle prestazioni talvolta molto gravose: come scavare trincee, pulire il sottobosco intorno al campo; o molto umilianti: come il pulire la latrina e interrare il letame in una fossa .

All'inizio erano state accettate sopratutto per il carisma che Mario era riuscito ad imporre sulla maggioranza.

Su Alberto quel carisma non aveva fatto presa. I due caratteri troppo vicini, nella determinatezza, nella volitività e nell'autoritarismo, non potevano se non scontrarsi. Una mattina, dopo una delle solite polemiche accese tra lui e Mario per i turni di guardia, il capo si spazientì e accusato di indisciplina, regolamento alla mano, lo mandò ad aprire una buca per sotterrare lo sterco della latrina. Lui non protestò. Si guardò intorno, quasi a chiedere il parere dei compagni presenti alla scena, e, accortosi di non essere sostenuto, prese la zappa e la pala e si avviò ai margini del campo per fare l'operazione. Eseguiva la fossa con una cura meticolosa e senza interruzione. Cecilia stava facendo il bucato nel lavatoio di fronte alla capanna-comando e si avvicinò a lui per stendere i panni sul prato. Alberto era già quasi a metà del lavoro. Il suo torace nudo e la sua fronte erano madidi di sudore, ma il suo viso non tradiva alcun senso di affaticamento. All'avvicinarsi di Cecilia, sollevò la testa e le disse:

- "Domattina quando porterai le capre al pascolo la scorta te la faccio io."-

- "Tu sai, rispose lei, che per me l'uno vale l'altro. L'importante è che ci sia qualcuno che mi dia una mano in caso di necessità." -

- "D'accordo, ma siccome ho da parlarti di una cosa importante, e non spetta a me domattina la tua scorta, fai in modo sia Mario a comandarmi di andare con te." -

Non ho mai saputo quale scusa abbia inventata Cecilia per farselo assegnare di scorta, ma so di certo che la mattina seguente Alberto era con lei.

Partirono a notte fonda. Lui davanti al gregge armato di mitra e di bombe a mano, lei dietro con una pistola Stayer calibro nove lungo. In quei mesi si era esercitata molto ed aveva imparato ad usarla discretamente. L'alba cominciava a tingere di chiaro le creste dei monti ad oriente e, man mano che salivano sulla montagna, il chiarore si faceva sempre più intenso. Le capre avevano cominciato a sparpagliarsi e ciascuna si inerpicava per suo conto alla ricerca dei teneri virgulti ancora umidi di rugiada. Quando fu completamente giorno anche loro due si fermarono e per un poco lui ispezionò il pascolo in lungo e in largo mentre lei, seduta su un masso, si tirava su le calze di grosso cotone rosso, sorrette solo da un forte elastico che le segnava la coscia con un solco profondo. Quando Alberto le si avvicinò lei cavò dalla sua borsa a bisaccia del pane e del formaggio fresco e glielo porse. Lui tagliò due fette da quell'enorme pagnotta che doveva pesare almeno due chili e ci mise in mezzo il formaggio. Mentre mangiavano ognuno di loro aveva lo sguardo fisso sul costone della montagna dove le capre si erano divise il territorio, vasto più di due ettari, tenendosi abbondantemente distanti l'una dall'altra. Fu Alberto a rompere il silenzio e le disse:

- "Tu sei con noi ormai da quasi un anno e ci siamo tutti abituati a trattarti come una sorella... ". -

Lei girò il viso verso di lui e con un lieve rossore in viso lo interruppe dicendo:

- "Senti Alberto non è che ci vuoi provare anche tu adesso? Se è questo che hai intenzione di fare ti ricordo che ho con me una pistola che so usare all'occorrenza. Mi auguro tu abbia delle cose veramente importanti da dirmi, altrimenti mi costringeresti a raccontare queste tue cose a ... "

Non le fece terminare il discorso. Le cinse la vita e le suggellò le ultime parole con un bacio tenace e appassionato. Lei non si aspettava questa sua irruenza. Prima tentò di divincolarsi, poi, quando lui cominciò ad accarezzarle i seni e in mezzo alle gambe, lentamente cedette e smise di lottare. Ma a quel punto fu lui a lasciare la presa e a riprendere tranquillamente la posizione di prima. Cecilia, che intanto si era un poco caricata, non apprezzò molto la sua resa incondizionata. Rossa in viso, si alzò in piedi e con una foga inaudita cominciò a tempestarlo di calci e di pugni gridandogli con quanto fiato aveva in gola:

- "Sei un gran figlio di puttana. Sei l'essere più spregevole che abbia mai conosciuto. Questo volevi dirmi. Eh? Sei un mascalzone. Ma non credere di passarla liscia. So io come trattare i bastardi come te. Non ho bisogno di nessuno per darti una lezione come meriti." -

Lui non reagiva nemmeno. Incassava quelle botte, nient'affatto leggere, con disinvoltura e col sorriso sulle labbra, fermo come il masso in cui stava seduto. La lasciò sfogare per un poco. Poi si alzò e si diresse sul costone dove le capre, disperse nella vasta area della montagna, pascolavano strappando nervosamente le foglie tenere dai rami dei cespugli. Era scontato che lei fosse un osso duro, ma lui francamente non si aspettava quella reazione. Alberto sapeva di piacere alle donne e lui contava molto sull'effetto che produceva il suo modo di fare apparentemente disincantato, ma sempre provocatorio. Girava la voce al Capanno che più d'uno ci avesse provato con Cecilia , ma che tutti l'avevano finita con le ossa rotte, prima da lei e, dopo, al loro rientro, da Mario che, senza dare pubblicità alla cosa, li invitava a confrontarsi con lui.

Il comportamento distaccato di Alberto la irritò ancora di più e mentre lui si allontanava lei gli gridò con voce piagnucolosa:

- "Puoi anche andare a farti fottere, farabutto. Non ho mica bisogno di scorte come la tua. Quando rientri, non dimenticare di dire a Mario che volevi fare il porco con me." -

Totalmente smontata, visto che ormai lui aveva già quasi raggiunto le capre, si rimise a sedere e scoppiò in un pianto isterico. Lui la guardava dall'alto del costone senza nessun segno di commozione, poi visto che non si quietava si allontanò ancora un pochino e si mise a giocherellare colla barbetta di una capra che stava brucando accanto a lui.

Appena lei smise di piangere lui le si avvicinò e le accarezzò i capelli. Poi le passò la mano sul viso e le asciugò le lacrime. Visto che non si ribellava, cominciò lentamente a sbottonarle la camicetta, sotto una blouse di lana aperta. Le fece scivolare una mano dentro il reggipetto e ne fece saltar fuori una mammella turgida con un capezzolo rosato e appuntito. Si chinò su di lei e glielo baciò delicatamente circuendolo con una spirale umida di saliva che finiva col lambire tutta la mammella.

Staccò la sua lingua solo quando fu sicuro di poterla trasferire impunemente dentro la sua bocca. Lei ora stava immobile. Non si ribellava, ma nemmeno partecipava attivamente. Teneva gli occhi chiusi, quasi stesse assaporando un meraviglioso preludio che montava lentamente dentro il suo corpo. Le cinse con la destra la vita e con la sinistra le accarezzò il lato interno delle coscie mentre la sua lingua si spostava nuovamente sul suo capezzolo. Sentì le sue mutande umide e, sempre tenendola abbracciata, la spinse leggermente indietro facendola scivolare dolcemente sull'erba. Molto lentamente le slacciò il reggipetto e le sfilò le mutande; lui si abbassò i pantaloni e le fu addosso delicatamente. Scivolò dentro di lei senza contrasti. Anzi, a questo punto Cecilia si irretì e si strinse forte a lui. Adesso lo baciava con foga e gli sussurrava parole incomprensibili.

Teneva sempre gli occhi chiusi , ma le sue mani si aprivano e si chiudevano stringendo l'erba del prato con veemenza. Alberto procedeva con molta calma. I suoi movimenti erano lentissimi, quasi esasperanti. Lei ogni tanto lo anticipava arcuando rapidamente il suo grembo. Ma lui non si scomponeva. Anzi alla sua sollecitazione rispondeva rallentando ancora di più. Ad un certo punto si fermò del tutto e rimase sollevato, sfiorandola appena. Sulle prime si fermò anche lei, poi prese il suo membro e si masturbò lentamente. Oramai si erano invertite le parti. Aveva preso finalmente lei l'iniziativa. Lui le baciava i capezzoli mordicchiandoli leggermente coi denti e lei dopo un poco, con un sussulto, ebbe un primo orgasmo. Più tardi ne ebbe un secondo e poi ancora un terzo. Alberto non partecipava più di tanto; sembrava che l'unico suo scopo fosse quello di fornirle gli strumenti per farla godere. A questo punto la donna si capovolse, si mise cavalcioni e si affondò su di lui. Seguiva un suo ritmo particolare quasi eseguisse una danza subacquea dove le leggi di gravità sono invertite. Ogni tanto chinava il capo e la lingua di lei solleticava i suoi piccoli capezzoli, che quasi sparivano nella selva dei peli del petto. Ben presto crollò anche lui e lei rimase immobile fino a quando non lo sentì più dentro di sè.

Le rivendicazioni di Cecilia.

Quando rientrarono nessuno badò a loro. Era una questione di routine che Cecilia fosse accompagnata da qualcuno quando andava a pascolare le capre.

Ma a Mario non sfuggì il suo atteggiamento. Quando ella ebbe rinchiuso le bestie dentro l'ovile, la chiamò e se la portò dentro la capanna-comando. Si sentì presto una discussione animata. Lui parlava a voce bassa, lei rispondeva gridando, quasi volesse far sentire anche a noi quanto si dicevano:

- "Sono stufa delle tue pretese. Non mi hai mica comprato per obbligarmi ad essere la tua schiava. Non ho più voglia di stare con te. Sono stanca e basta! Non c'è nessun altro motivo. Sono stufa di sottopormi alle tue sevizie e non ho nessuna intenzione di seguirti nelle tue manie." -

Seppi più tardi, dalla stessa Cecilia, che ogni tanto la ispezionava nelle sue parti intime, facendola coricare in posizione ginecologica ed esaminando minuziosamente i suoi organi genitali. Era ossessionato che la donna lo tradisse con qualcuno del gruppo. La sua maggiore soddisfazione l'aveva quando lei gli raccontava che qualcuno le aveva fatto delle proposte poco corrette. In queste occasioni - che da qualche tempo si erano fatte abbastanza frequenti - Mario non era molto tenero. Chiamava in disparte il malcapitato e, senza accennare minimamente alle lamentele della donna, lo invitava a fare un allenamento sul percorso di guerra.

Il percorso di guerra era un sentiero ai bordi del campo, predisposto per allenare i ragazzi a superare le più strane insidie possibili nel corso di imboscate o di veri e propri combattimenti. Quando l'istruttore voleva, queste situazioni rappresentavano delle vere e proprie trappole, dalle quali si usciva veramente malconci. Il capo, in quei casi, ce la metteva tutta per far ricordare al malcapitato la lezione. Tra l'altro agli occhi dei compagni, queste sevizie apparivano come un impegno agonistico, portato a termine in modo maldestro. Ma in quella circostanza Cecilia tenne tutto per sè.

I giorni che seguirono segnarono la caduta dal piedistallo del capo.

Sdraiato sul letto, insonne, accanto a Marisa che russava, ripensai a questo avvenimento di tanti anni prima e non potei fare a meno di ricordare le orde primitive di Darwin che uccisero il padre per conquistare le sue donne; e le parole di Freud che al proposito diceva: <<Odiavano il padre che tanto intralciava loro la vita nel bisogno di potenza e nelle esigenze sessuali e d'altra parte anche lo amavano e lo ammiravano. Dopo averlo eliminato, dopo aver placato il loro odio e soddisfatto il loro desiderio d'identificarsi con lui dovettero dar sfogo ai motivi affettuosi che erano stati sopraffatti.>>.

Riflettevo che, in questo passaggio di poteri, le protagoniste principali della rivolta dovettero essere state solo le donne. Gli studiosi, di genere maschile, le hanno sempre scarsamente considerate come elementi essenziali, capaci di una parte attiva. Essi, basandosi esclusivamente sul concetto dell'uomo dominatore, hanno trascurato l'eterno impulso che stava alla base di ogni rivendicazione femminile, che si manifestava solitamente sfruttando la disponibile aggressività dell'uomo come strumento capace di soddisfare il desiderio di affermazione della donna. Esso travalicò il sentimento banale di essere posseduta dall'uomo forte. Nell'esaminare il problema fu considerato solo l'effetto macroscopico , riguardante la parte più attiva e spettacolare: la rivolta maschile dell'orda.

L'azione svolta dalle donne fu ridotta ad un semplice riflesso dell'azione maschile. Ciò che caratterizzava il problema del richiamo sessuale di una donna, riguardò solo l'eterno femminino e venne considerato come l'aspetto passivo della rivolta. La donna normale, sebbene dalla più tenera età, abbia sempre prepotentemente sviluppato il desiderio del pene, ha sempre combattuto una lotta drammatica contro la sua natura intrinseca che la volle sopratutto 'madre' e quindi sottomessa alle drastiche limitazioni che la maternità comportava. La sua 'protesta virile' fu soltanto un aspetto marginale di questo dramma. Sin dal formarsi dell'embrione, in fase di primo sviluppo, la definizione del suo sesso fu più tardiva di quello maschile . Il suo desiderio di affermazione, dopo la pubertà, si manifestò in mille suoi atteggiamenti di richiamo, costituiti da un potenziale attivo che si sviluppò continuamente per raggiungere questo scopo. Tuttavia l'accoppiamento col maschio, la trasformazione definitiva di una sessualità 'clitoridea' in una 'vaginale' fu solo un aspetto limitato della sua femminilità.

Dovevo riconoscere che questi problemi erano stati affrontati e studiati soltanto superficialmente ed in prevalenza da un ottica maschile. Una donna come Simone de Beauvoir, ad esempio, spiegò questo tragico errore di prospettiva nel conflitto drammatico tra la rivendicazione basilare di un soggetto, la donna - che si pone sempre come essenziale nel vivere sociale - e le esigenze di una situazione maschilista che fa della donna un'inessenziale.

Questo accadde anche a Cecilia; ed il risultato finale, attraverso la ricerca disperata di una sua personalità autonoma, ne fu la riprova più lampante.

Qualche giorno dopo il suo incontro con Alberto, la ragazza del tenente Mario cominciò col rivendicare il pieno possesso della capanna-comando dove ormai, dalla morte di Giustino, s'era installato Mario. Si dovette riunire due volte il consiglio per dirimere la questione. Nella prima seduta, i pareri furono discordi ed alcuni sostennero che oramai la capanna del pastore era passata, per sua estrema volontà, al tenente Mario. Nella seconda, Luigi perorò la causa di Cecilia sostenendo che il pastore l'aveva lasciata ai due perché li credeva in perfetto accordo. Questo accordo ora era venuto meno ed anche il lascito non aveva più alcun valore. La maggioranza stabilì quindi che la capanna dovesse essere restituita alla legittima erede di Giustino. Anche i rapporti tra il capo e la donna ovviamente subirono un notevole deterioramento. Mario fu costretto a rientrare nella camerata comune che, per quanto grande, non gli consentiva la privacy di cui godeva nella capanna-comando.

Il leone inferocito.

A frequentare sempre più assiduamente la capanna di Cecilia fu Alberto. Spessissimo sgattaiolava dalla camerata e si trasferiva da lei trascorrendovi l'intera notte.

Mario aveva ottenuto che almeno il comando rimanesse dov'era e quindi durante il giorno passava delle ore, assieme a Franco ed al cuoco, suoi fedelissimi, nella capanna del pastore. Se prima il comando era frequentatissimo dai ragazzi che facevano compagnia ai tre, ascoltando e raccontando barzellette o seguendo i comunicati della radio, ora i tre facevano una vita più isolata. Lui, Mario, da quando Cecilia lo aveva lasciato, era diventato misantropo e non gradiva più parlare tanto, nemmeno con noi che gli eravamo stati sempre vicino. I suoi modi diventarono ogni giorno più bruschi e sempre meno ci metteva al corrente delle notizie che giungevano dal Micio o dal fronte alleato, che sapevamo sempre più vicino. Una notte lo vidi alzarsi e dirigersi verso la capanna. Ma, prima di lui, qualcun altro era sgattaiolato dal suo letto per andare a dormire con Cecilia. Sulle prime pensai ad una necessità corporale. Ma la latrina era situata dall'altro lato e lui si diresse deciso verso la capanna di Cecilia.

Cercai Luigi, ma non lo trovai nel suo letto. Alberto dormiva tranquillo nella sua branda e con uno strattone lo svegliai. Ci dirigemmo entrambi verso la capanna ed entrammo. Feci luce con la torcia. Mario aveva un pugnale d'assalto nella mano destra, pronto per colpire i due accucciati nella branda completamente nudi. Annichiliti dal terrore tremavano incapaci di proferire parola. Indirizzai il fascio di luce su di loro e vidi Luigi e Cecilia ancora abbracciati che ci guardavano con gli occhi sbarrati. Alberto fu pronto a tenergli fermo il braccio. Lui non oppose resistenza. Si era già fermato spontaneamente non appena li avevo illuminati. Forse non si aspettava di trovare Luigi a letto con la sua donna. Farfugliò qualcosa come:

- "Io non pensavo che arrivasse a tanto... E' solo una grande troia... Non ne vale nemmeno la pena... Perdonatemi tutti... Stavo per commettere una pazzia... una vera pazzia." -

Si precipitò all'uscio e scomparve. Dopo aver superato il primo attimo di sbigottimento lei rivolta ad Alberto disse:

- "Sono convinta che tu invece avevi capito tutto. Sei uno stronzo fottuto e non vale nemmeno la pena che io ti rimproveri per quello che hai fatto. Se lo vuoi proprio sapere, Luigi, che tu mi hai mandato, non è riuscito assolutamente a fare la commedia. L'ho scoperto subito che non eri tu; ma gliel'ho fatto credere per non metterlo a disagio. Sappi comunque che lui è molto migliore di te a fare all'amore." -

Poi rivolto a Luigi:

- "E tu vestiti. Per stanotte il divertimento è finito. Se riuscirete a rendere innocuo il leone inferocito può darsi ci si riveda qualche altra notte; se no peggio per voi." -

Con uno spintone buttò giù dalla branda Luigi e si coperse con le lenzuola.

Uscimmo dalla capanna e cercammo di vedere, al tenue chiarore delle stelle, se scorgevamo la sagoma di Mario. Luigi visibilmente scosso rientrò in camerata, mentre noi due andammo alla sua ricerca. Fortunatamente gli altri dormivano tranquillamente e non si accorsero di nulla. Uscimmo dal campo e seguendo due strade diverse ci inoltrammo sul pendio della montagna. Fui io a trovarlo poco distante. Piangeva, seduto su una roccia. Non lo avevo mai visto in quello stato. Aveva molta stima di me e si lasciò trascinare in una confessione liberatoria. Dopo essersi ancora scusato per quanto accaduto e per il suo stato pietoso, mi disse:

- "Tu non ci crederai, ma io l'amavo veramente. Avevo deciso che, una volta finita la guerra, l'avrei sposata. Ero fiero della sua dedizione. Pensavo di essere finalmente riuscito nella vita a conquistarmi la stima e l'affetto duraturo di una donna. Quel suo carattere forte, quel suo piglio mascolino nel difendersi dagli altri, da tanti altri anche migliori di me, mi aveva convinto che il suo amore era sincero. Invece era anche lei una volgare troia che mordeva il freno per non essere libera di andare a letto magari con tutto il gruppo assieme. Ma, mi dici come ho potuto fare a prendere una simile cantonata? Tu che hai studiato queste cose, mi sai dire come è possibile che una donna stia scopando con te e già pensi a come sarà quando scoperà con l'altro? Perché la quantità deve essere sempre a discapito della qualità? " -

Gli avrei voluto spiegare che quanto lui diceva si attagliava unicamente al suo caso e non poteva assolutamente essere generalizzato. Già la storia di Cecilia non era poi così particolare. Una ragazza che non aveva avuto la fortuna di vivere con un padre, difficilmente poteva riuscire a strutturarsi un super-io che la proteggesse da quelle insidie che la vita e il suo istinto le proponevano continuamente. Poteva veramente reputarsi fortunato se in tanti mesi era riuscito a preservarla unicamente per sè. Ciò era avvenuto per una circostanza banale, ma aveva influito fortemente sulla sua socializzazione: l'unica figura maschile valida era stata suo nonno. Molto probabilmente lei pensava che anche il suo uomo dovesse essere simile a lui ed essere tollerante dei suoi capricci. Come si poteva darle torto? Avrei dovuto dirgli che la principale causa era stata la situazione che si era creata al Capanno. Il fatto di essersi sempre sentita protetta, rispettata e considerata, le aveva fatto credere di essere anche lei una 'persona' capace di stare alla pari con tutti noi. Ma quando lui dimostrò di non essere all'altezza della situazione tutto le crollò di schianto e non le rimase che utilizzare l'unica cosa rimastale spendibile nell'immediato: la sua sessualità.

Non gli risposi nulla e mi limitai a battergli affettuosamente la mano sulla spalla. Nello stato in cui era non avrebbe capito e avrei peggiorato la situazione. Mario aveva smesso di piangere e resosi conto che il parlare gli serviva di sfogo, continuò:

- "Le sono stato sempre vicino. L'ho accontentata in tutti i modi. L'ho circondata d'affetto e l'ho soddisfatta anche oltre i limiti delle mie possibilità. E questa è stata la ricompensa. Sulle prime pensai che avesse preso una sbandata per Alberto ed il primo impeto fu di vendicarmi di lui. Poi quando, sotto la luce delle vostre torce, ho visto la faccia di Luigi al posto di Alberto, mi sono cascate le braccia. Si tratta solo di una puttana. Non vale assolutamente la pena prendermela con altri. D'altronde chi potrebbe restituirmi la donna che avevo amato con tanto trasporto?" -

Avrei voluto dirgli ancora che quanto gli era capitato era avvenuto proprio per il suo temperamento possessivo. Con tutta probabilità lei avrebbe reagito diversamente se l'avesse trascurata un poco e le avesse dato più fiducia, o quanto meno se avesse fatto finta di farlo. Il nocciolo del problema non era in definitiva lei , ma lui. Se lui fosse riuscito a mantenere il suo carisma sul gruppo, anche lei le sarebbe rimasta fedele. In definitiva la sua scelta era dovuta unicamente al suo ruolo di capo. Non appena Cecilia si accorse che qualcuno poteva tranquillamente derogare dal soggiacere alla volontà del suo uomo, scattò la molla che diede inizio al cambiamento di rotta. Cambiata la prima volta ed accortasi che quello era il solo modo per continuare a tenere lei la barra del timone, prese il largo e fece una grande virata. Avrei voluto dirgli che non valeva la pena di prendersela tanto. Di virate d'ora innanzi ce ne sarebbero state ancora molte e non soltanto di notte.

Ma nemmeno questa volta gli dissi niente.

Dopo essersi sfogato ancora a lungo mi pregò di tenere per me quanto mi aveva detto e di fare in modo che il gruppo non venisse a conoscenza di quanto era accaduto la notte. Quando rientrammo al Capanno era già quasi l'alba.

Canazei.

Quando mi svegliai, Marisa era già pronta da un pezzo. Vedendomi ancora a letto mi disse:

- "Su dormiglione, alzati. Dobbiamo ancora percorrere più di cento chilometri per arrivare a Canazei e la strada non è delle migliori."-

Mi stropicciai gli occhi. Mi sembrava di non aver dormito per niente. Lentamente mi sovvennero le cose capitate la sera prima e quelle che avrei dovuto fare l'indomani. Mi immersi per una buona mezzora in un bagno caldo e subito dopo mi feci una doccia con l'acqua gelata. La chiamano doccia scozzese o bagno norvegese? Non ricordo bene. Potevo solo constatarne l'effetto: mi aveva rapidamente svegliato dalla sonnolenza e dal torpore mentale. Marisa aveva già rifatto le sue valige ed io rifeci le mie mettendo la roba alla rinfusa. Non ero un tipo ordinato e non capivo nemmeno la ragione di vuotare tutte le valige col solo scopo di riempire un armadio in una camera d'albergo in cui dovevamo stare soltanto una notte.

Mentre mi radevo osservavo dalla finestra la gente giù nella strada. Sul lato opposto della carreggiata vidi una Lancia Tema grigia ferma con due persone a bordo. Non avrei fatto caso a loro se non avessi visto che ogni tanto si sporgevano dal finestrino e guardavano verso l'albergo.

Il tempo di bere un caffè e di mangiare un maritozzo, poi dopo aver regolato il conto in direzione, un salto sulla macchina e via tutti e due sulla statale verso Bolzano. Il paesaggio era completamente cambiato. Dalla valle solatia dell'Adige eravamo passati alla montagna vera con quegli scenari meravigliosi delle prealpi del monte Roen. Proseguimmo verso la strada del Brennero, fino al bivio di Ora, e dopo aver preso la statale n 48, affrontammo i tornanti che portano sulla Marmolada. Non per diffidenza sulla perizia di Marisa, ma per evitarle tutte quelle noiosissime curve, presi io il volante. Mi accorsi che una Lancia Tema grigia ci seguiva a circa duecento metri di distanza. Lo dissi a Marisa e mi confermò di averla notata anche lei quand'ancora eravamo tra il bivio di Mezzolombardo ed Egna. Rammentandomi di aver visto una vettura simile posteggiata di fronte al nostro albergo a Trento, poche ore prima, volli vedere se per caso non seguissero proprio noi. Ero giunto a Predazzo ed anziché proseguire per Moena tagliai a destra su per il passo di Rolle verso S.Martino di Castrozza. Feci un paio di chilometri e mi fermai. Lasciammo la macchina su una piazzuola e ci sgranchimmo le gambe inoltrandoci in un sentiero aperto sul costone della montagna. Di là potevamo dominare tutta la strada che scorreva a tornanti giù nella vallata. Passeggiammo su e giù per quel sentiero innevato per un quarto d'ora circa. Ma della vettura grigia nemmeno l'ombra. Si era trattato certamente di una coincidenza fortuita.

Riprendemmo la statale 48 per Moena. Già fin da S.Lugano avevamo incontrato qualche spazza-neve in azione, ma il manto stradale Finora si era presentato abbastanza agibile. Passata Moena dovemmo fermarci per montare le catene e proseguire a velocità molto ridotta a causa della neve ghiacciata che si era formata sulla strada.

Giungemmo a Canazei alle quindici. Dopo aver girato i vari alberghi a quattro e a tre stelle, che trovammo tutti già occupati, dovemmo accontentarci di un albergo-pensione: l'Hotel Fedaia. La mancanza di lusso dell'albergo di prima categoria fu compensata dalla calorosa accoglienza dei gestori-proprietari che si fecero in quattro per accontentarci e non ci pentimmo di aver fatto quella scelta.

Il manto innevato, gli sciatori in discesa giù dal pendio, e quella lunga sciovia che si snodava come un verme a perdita d'occhio, non mi entusiasmavano affatto. Al contrario, Marisa non stava nella pelle; e dopo aver preso in fretta un boccone si cambiò e si catapultò all'aperto. La seguii per un pezzo con lo sguardo, poi rientrai in albergo e mi sedetti al caldo dietro una vetrata. Stando fuori mi si erano già ghiacciati i piedi e sentivo che il freddo mi era salito fino alle ginocchia. L'ambiente era formato da persone venute quassù da diversi paesi della penisola e si sentivano parlare i più strani dialetti. Vicino a me, una famigliola di padre e madre sui quarant'anni e due figlioli una di dieci e l'altro di cinque anni, sorbivano un the caldo e parlavano a voce alta fra di loro. Nonostante non riuscissi ad afferrare il senso del discorso sentivo perfettamente che si trattava del dialetto della mia Isola. Erano sardi. <<Dona mihi sa manu... Hoc anno... Nescio... Crasi...>>. La Sardegna mantiene nella sua lingua l'eredità curiosa di quanti l'hanno dominata nei secoli: romani, spagnoli, arabi, pisani. Incuriosito chiesi alla cameriera che mi portava un punch all'arancio se sapeva chi fossero, ma la figlioletta, che era la più vicina a me, sentì e rispose in un italiano perfetto e senza nessuna inflessione:

- "Veniamo da Cagliari, mio padre è ingegnere, mia madre è medico, io mi chiamo Giulia, faccio la quinta elementare e mio fratello va all'asilo e si chiama Giorgio." -

Rimasi confuso per aver fatto la figura dell'impiccione e rivolto alla ragazzina le dissi:

-" Scusami, anch'io sono sardo e manco dalla Sardegna da oltre vent'anni... Era solo una curiosità... Volevo solo vedere se fossi riuscito ancora a capire il mio dialetto... "-

Ma loro si erano già levati e con molta probabilità non sentirono nemmeno quel che dicevo. Li guardai allontanarsi dalla vetrata e in quel momento vidi che la vettura grigia era posteggiata proprio di fronte all'albergo. Un'altra coincidenza? Poteva darsi. In fin dei conti anche loro, anziché prendere l'autostrada, potevano aver scelto di fare la gardesana per giungere a Canazei. Comunque, coincidenza o no, dato che leggevo perfettamente la targa posteriore, presi una matita e mi annotai il numero. Il fatto che fosse targata Milano poteva avvalorare l'ipotesi di una coincidenza.

Il rifugio Belvedere.

Il mattino seguente sarei dovuto salire al rifugio Belvedere per incontrare l'uomo misterioso e sin d'ora mi ero proposto di dare uno sguardo in giro per vedere se riuscivo ad individuare quell'uomo con un cappotto color cammello, con una cravatta marrone a disegni kashmir, ed un fazzoletto blu con quattro punte fuori dal taschino.

Ma certo. Le quattro punte. Come avevo fatto a non pensarci subito e a trascurare questo particolare importante. Si trattava del segno di riconoscimento ritagliato sul margine superiore della minacciosa lettera anonima della quale Alberto rivendicava la destinazione. Questo poteva significare che l'uomo misterioso era anche lui affiliato alla stessa banda che aveva inviato la missiva. Ma non poteva essere anche quella una coincidenza? Quante volte mi sarà capitato di incontrare signori che portavano nel taschino un fazzoletto con le punte di fuori? E siccome il fazzoletto è quadrato le punte sono sempre quattro.

Questa riflessione mi aveva lasciato alquanto dubbioso sul significato simbolico che avevo attribuito a quella indicazione e chiesi a Marisa se per caso ieri mattina sui campi di sci avesse incontrato un uomo con quelle caratteristiche.

- "No, disse, non ho incontrato nessuno vestito come tu dici e a me sembra del tutto improbabile che qualche persona normale possa girare sui campi da sci e sulle piste conciato in quel modo. Sarebbe come andare a ballare con le pinne e la muta da subacqueo. Ti sembra sensato che qualcuno possa voler essere preso per matto?" -

Era molto probabile avesse scelto quell'abbigliamento proprio per essere notato. Al ché lei rispose:

- "Seppure volesse farlo non sceglierebbe le piste innevate, ma un locale chiuso dove ci si ferma poco e non si è costretti a togliersi il cappotto. Per esempio un bar o un supermercato." -

Mi complimentai per il suo acume e proposi di uscire a ispezionare i bar e i supermercati. Facemmo un lungo giro bevendo aperitivi e aranciate e mangiando patatine fritte e hamburger; ma dell'uomo col cappotto color cammello nemmeno l'ombra. Stanco e infreddolito dissi a Marisa che sarei tornato in albergo; lei se voleva poteva continuare il suo giro. Con molta probabilità sarei andato a letto presto. Avevo bisogno di riposare.

Mi sedetti su un divano di fronte alla vetrata e mi misi a leggere un giornale. La hall a quell'ora non era affollata. Mi avvicinai alla reception e chiesi che mi portassero una bottiglia di acqua minerale in camera. Ad un tratto mi ricordai della valigetta che tenevo incustodita. Comprai qualche altro giornale e salii.

Memore di quanto mi era accaduto a Trento, sulle prime pensai fosse prudente mettere la valigia nel forziere dell'albergo, ma ripensandoci decisi di controllarla personalmente. Mi misi a letto presto, prima ancora che rientrasse Marisa e nascosi la valigetta sotto al letto.

Dormii tutto d'un fiato e quando la mattina mi alzai erano appena le sei. Per prima cosa guardai sotto al letto per assicurarmi della presenza di quella cosa nera. Poi, riposato e sereno come ormai non mi capitava più da diversi giorni, riflettei sul da farsi.

Sarei salito al rifugio Belvedere a quota ottocento su Canazei con l'impianto di risalita. Marisa, ancora beatamente addormentata, mi aveva consigliato di andarci in tenuta da sci, quella comprata prima di partire. Misi tutti i capi sul letto: mutande lunghe di lana, pantaloni da sci in felpa di lana, calze di filo di Scozia, calzettoni di lana, maglia di lana, maglione di lana pesante, giacca a vento trapunta, passamontagna. Guardai il tutto con piena soddisfazione. Speravo proprio che, seppure non idonei per uno sciatore provetto, quegli indumenti riuscissero almeno a proteggermi efficacemente dal freddo.

Quando presi la seggiovia ero bardato come un cavallo alla festa del Santo patrono. Potevo essere preso o per l'abominevole uomo delle nevi o per un cabillo che aveva svaligiato un negozio sportivo. Fu anche un'impresa ardua riuscire ad afferrare il seggiolino che doveva trascinarmi su. Per ben due volte gli sci mi si erano orrendamente accavallati facendomi perdere la presa per colpa della valigetta tenuta nella mano destra. Le mie esperienze sciistiche erano molto lontane nel tempo, risalivano ad almeno venticinque anni prima e ricordo che a mala pena allora riuscivo a tenermi in piedi.

Come Dio volle raggiunsi il rifugio. Il locale era confortevole e molto frequentato. Mi tolsi gli sci ed assaporai il piacere di un tepore che diede impulso anche alle mie idee congelate durante il tragitto di risalita. Solo ora capivo con quale soddisfazione le lucertole scaldano il loro sangue al sole. Molte belle ragazze stavano seminude, adagiate sulle sdraio, anche loro a prendere quel sole di 2000 metri protette da grandi occhialoni scuri. Ma probabilmente avevano il sangue più caldo del mio.

Mi sedetti su una panca di legno e scrutai chi capitava nel raggio della mia vista. Tenevo in mano ben stretta la valigetta nera contrastante maledettamente con tutti quei colori vivaci che stavano attorno a me. Ero in anticipo di almeno mezzora ed una volta rinfrancato mi venne l'idea di uscire nuovamente fuori per tentare di muovermi con gli sci nel vasto spiazzo, in lieve pendio, prospiciente al rifugio.

Ma avevo fatto i conti senza pensare alla valigia. Non mi sarebbe stato assolutamente possibile usare i bastoncini e contemporaneamente tenerla in mano. Non dovendomi allontanare più di qualche metro potevo benissimo posarla sulla panca all'esterno e controllarla a vista perfettamente. La misi proprio all'estremità del sedile intorno al rifugio e, rimessi gli sci, tentai qualche passo spingendomi coi bastoncini. Cercai di ricordare le posizioni da assumere per dare una spinta prima della discesa. Mi piegai sulle ginocchia e spinsi con forza. Andai avanti per un poco lentamente, poi mi fermai. La valigetta era sempre a portata di vista e di intervento.

Lì dove mi trovavo, non potevo pretendere di fare progressi: il pendio era appena percettibile. Al contrario, una cinquantina di metri più avanti, c'era una bella discesina dolce dove qualche ragazza principiante si cimentava con discreti risultati. In definitiva avevo sempre in vista la valigia e mi spostai per raggiungere il pendio. Accanto a me vidi la ragazzina sarda incontrata la sera prima. Era brava e sciava con scioltezza. Incoraggiato dalla sua disinvoltura, ripresi posizione e spinsi forte in avanti.

Questa volta scivolai leggermente sul pendio e con i bastoncini e le ginocchia piegate tenevo l'equilibrio agevolmente. Incoraggiato spinsi ancora un poco. Il pendio diventava sempre più scosceso e così la velocità aumentò. A me, neofita, sembrava addirittura insostenibile, ma in effetti vedevo gli altri sciatori sfrecciarmi accanto superandomi con un passo certamente superiore al mio.

Ce la misi tutta per non perdere l'equilibrio e, mettendo in pratica vecchi insegnamenti, ci riuscii perfettamente. Mi consolava il fatto che tanto ad un centinaio di metri la discesa sarebbe finita in una lieve salita. Arrivai a valle e, per volermi fermare prima della salita, ruzzolai a gambe all'aria fortunatamente quando ormai la velocità si era ridotta di molto. Mi risollevai, scrollai la neve di dosso e, constatata la mia integrità, ripresi la salita verso il rifugio. Naturalmente avevo completamente perso di vista la valigia e risalire passo passo quei cento metri con gli sci , risultava estremamente faticoso. Quando finalmente giunsi al rifugio constatai che la ventiquattr'ore era sparita. Mancavano solo cinque minuti all'appuntamento e non avevo quella maledetta valigetta da consegnare allo svizzero.

* * *

Capitolo Dodicesimo: Quattro gradi sotto zero

Lo svizzero.

Nonostante il sole fosse ormai già alto, stavo seduto, con le membra intirizzite, su quella panchina fuori dal rifugio, esattamente dove poco prima avevo depositato la valigetta. La fatica e la frustrazione di quella sparizione così improvvisa mi aveva fatto annebbiare anche le idee. Non riuscivo più a pensare, come se la mente fosse stata sottoposta ad un processo di congelazione rapida. Tutto infatti si era fermato a pochi istanti prima della sua scomparsa.

Ben presto mi accorsi che stavo congelandomi veramente ed era del tutto inutile rimanere seduto lì. Il punto scelto per mettere quella disgraziata valigia era esposto a tramontana e quindi completamente defilato dai raggi del sole. Stavo per allontanarmi, quando vidi Giulia, la ragazzina sarda, venirmi incontro con gli sci. Le chiesi se per caso avesse visto qualcuno con una valigetta nera. Mi sorrise e disse di si. Aveva scorto una donna che la teneva bene in evidenza, mentre risaliva quel pendio.

- "L'ho notata, soggiunse, perché era fuori dall'ordinario scendere a quella velocità tenendo in mano una valigia." -

Le chiesi se sapeva descrivermela. Ma lei saggiamente rispose che con gli sci le donne sono tutte uguali.

Poco prima mi venne in mente che fosse stato il signore svizzero a prenderla e che anticipando l'appuntamento, si fosse servito da solo. Ora la testimonianza della ragazza fugava anche quel dubbio. Ad un certo punto mi sovvenne la Lancia Tema grigia. Dalla finestra dell'albergo a Trento avevo visto chiaramente i due occupanti, erano un uomo ed una donna. Ora le cose sembravano quadrare perfettamente. A Trento ci avevano atteso ed erano venuti dietro a noi lungo la gardesana. Già questo, per me era sospetto; perchè non avevano preso l'autostrada, più agevole e più sicura, per giungere a Canazei. Non potevano esserci dubbi erano stati loro.

Le dieci suonavano in quell'istante al mio orologio da polso e mi precipitai dentro al rifugio. Seduto ad un tavolino del bar, brulicante di sciatori, stava un signore di mezza età, distinto, capelli brizzolati tagliati corti, cappotto color cammello e cravatta marrone a disegni kashmir. Da un taschino gli fuoruscivano quattro punte di un fazzoletto blu. Era certamente lo svizzero al quale dovevo consegnare la valigia sparita poco prima.

Confortato dalla sua aria distinta, decisi di affrontare la situazione a viso aperto e lo avvicinai. Gli chiesi se potevo sedermi al suo tavolino e cercai di avviare la conversazione:

- "Lei parla italiano?"-

L'uomo fece cenno di si col capo. Sarebbe stato inutile qualunque preambolo; così proseguii:

- "Una giornataccia oggi. Debbo informarla di un contrattempo. Avrei dovuto recapitarle una valigetta , ma qualcuno me l'ha portata via pochi minuti fa. Sono sicuro tuttavia... "

Il signore fissandomi attentamente attraverso gli occhiali cerchiati in oro, mi interruppe e disse:

- "Non so di cosa mi stia parlando. Forse lei ha sbagliato persona." -

Il caldo del locale mi aveva scongelato le idee e ad un tratto mi venne in mente che l'unica prova che potevo esibire, per dimostrare di essere il vero corriere, era proprio la valigetta nera, che però non avevo. Ripresi così il discorso:

- " Sono sicuro di trovare chi mi ha preso la valigia e portare a termine l'incarico. Anche se non conosco il ladro so che si tratta di una donna. Mi occorrerà soltanto del tempo. Verrò qui anche domani mattina alle dieci. Abbia pazienza. Potrà constatare così la mia perfetta buona fede." -

L' interlocutore mi stava a sentire sorridendo e quand'ebbi finito si alzò e disse:

- "Mi spiace. Lei ha di sicuro sbagliato persona. Buongiorno." -

Raccolse alcune riviste tedesche che teneva sul tavolino e se ne andò.

Eppure non potevo essermi sbagliato. Era certamente lui il destinatario della valigia. Evidentemente però non gli ispiravo fiducia e non aveva voluto scoprire le sue carte. Dopo aver riflettuto a lungo, mi resi conto che per portare a termine l'operazione potevo avere una sola possibilità: ritrovare al più presto la valigia.

Non c'era da perdere altro tempo. Telefonai il numero di targa all'Automobil Club di Milano e, avvalendomi della qualifica di consulente giudiziario, mi feci dare il nome del proprietario della Lancia Tema. Corrispondeva ad un certo Ulisse Falchetti, residente a Milano in via Magenta 23. Presi l'elenco e cercai il nominativo. Si trattava di un consulente commerciale. Mi rispose una segreteria telefonica: << Il dottore è temporaneamente assente, se la comunicazione è urgente il suo attuale recapito è all'albergo Dolomiti di Canazei>>.

La notizia fu confortante. Sulle prime mi era venuto il sospetto che la vettura potesse essere stata rubata. Mi decisi di andare a trovarlo. Era senz'altro preferibile affrontarlo di persona. Niente telefono.

I signori della Lancia Tema.

Ripresi la seggiovia e dopo poco fui di nuovo in paese. Mi diressi subito all'indirizzo indicatomi. In fin dei conti erano trascorse appena due ore dalla sparizione della dannata valigia e con molta probabilità li avrei potuti cogliere ancora con le mani nel sacco. Prima di recarmi alla portineria dell'albergo Dolomiti feci un giretto nel parcheggio macchine dell'hotel. Scorsi in un angolo la vettura grigia. Erano ancora lì. Salii alla reception e chiesi del dr. Falchetti. I signori erano ancora in sala da pranzo. Li avevo visti soltanto di sfuggita e me li feci mostrare dal lift impalato sulla porta dell'ascensore.

L'uomo e la donna avevano ormai finito di mangiare e stavano sorbendo una tazzina di caffè. Prima di farmi avanti li osservai attentamente. Lui era sulla cinquantina, vestito con una grisaglia grigia a grandi quadri con una capigliatura folta nerissima. Lei sui quarantacinque, se non obesa, era sicuramente sovrappeso. Vestiva un tailleur nocciola con una camicetta di seta verde. La prima idea fu quella di investirli direttamente e di reclamare la valigetta minacciandoli di denuncia.

Poi, dopo averli visti, cambiai idea. La ragazzina su al rifugio mi aveva parlato di un incontro con una donna che sfrecciava veloce con gli sci verso il fondo valle. Guardando quella di fronte a me, massiccia e grassottella, non potevo assolutamente pensarla sciare con tanta agilità. E se avesse avuto un'altra complice? Ma la cosa allora si complicava enormemente. La donna era certamente quella della macchina. E quel viso l'avevo visto di sfuggita a Trento. Tuttavia non potevo lasciare intentata quella pista. Di altre proprio non ne avevo. Presi il coraggio a quattro mani e mi avvicinai al loro tavolo. Il pretesto della conversazione fu il viaggio in macchina.

- "Mi scusino, dissi, ieri - mentre con mia moglie venivamo quassù in macchina - abbiamo notato che anche loro hanno percorso la gardesana anziché prendere l'autostrada e per un buon tratto si sono trovati dietro a noi. Si sono accorti per caso se dal nostro bagagliaio sia caduta una valigetta nera?" -

- "Ah. Era sua la Mercedes che ci precedeva? Pensi, noi abbiamo fatto quella strada turistica tanto bella, ma così poco agevole, unicamente per soddisfare il desiderio di mia moglie, interessata a rivedere i luoghi in cui eravamo stati durante il viaggio di nozze, venticinque anni fa. Purtroppo non abbiamo visto cadere nessuna valigia dalla loro vettura. Conteneva qualcosa di importante forse? Cosa vuole noi stiamo festeggiando le nostre nozze d'argento e la Marietta talvolta mi distrae dalla guida. Comunque se fosse caduta sulla strada una cosa così grande me ne sarei accorto di sicuro." -

Erano entrambi troppo candidi e spontanei per avvalorare il sospetto. Dopo aver menzionato il rifugio e aver sentito da loro che non sapevano nemmeno dove fosse, li abbandonai decisamente sconfitto.

Nonostante fossero oramai passate le tre pomeridiane non sentivo nessuna voglia di mangiare. Solo allora mi ricordai di Marisa. Avrei almeno dovuto telefonarle per non farla stare in pensiero. Quando giunsi in albergo non la trovai. Chiesi di lei in portineria e mi dissero che la signora era rientrata in albergo intorno alle undici ed aveva chiesto di me. Poi era uscita subito dopo ed era rientrata verso le tredici chiedendo nuovamente di me. Aveva preso un boccone in sala da pranzo ed era uscita nuovamente alle quattordici, lasciandomi un messaggio dove c'era scritto: <<Non muoverti dall'albergo. Stai tranquillo. E' tutto sistemato.>>

Cecilia e l'asino

Ma cos'era sistemato? Diventavo pazzo. Non sapevo più a cosa pensare. Indubbiamente il messaggio era foriero di buone notizie e pensai che fosse il caso di mettere nello stomaco un poco di cibo. Chiesi al barman di mandarmi in camera un the con due tramezzini al prosciutto e formaggio.

Appena salito mi buttai sul letto. Ero completamente distrutto e maledissi il giorno che incontrai Alberto. Ma di cosa mi preoccupavo? Che a lui andasse a rotoli la sua missione? Da quanto mi constava era certamente il tipo dalle mille avventure pronto a cavarsela in tutte le circostanze!

Già, l'uomo spregiudicato e imprevedibile dalle trovate più impensate...

Mentre il fronte alleato si avvicinava a noi - pochi giorni prima che le granate tedesche distruggessero il nostro rifugio - il gruppo, su al Capanno, era ormai allo sbando. Mario faceva la vita in camerata con noi e la capanna di Cecilia era diventata il bordello della compagnia.

Ogni notte quando tutti andavano a letto i ragazzi facevano la conta per sapere chi avrebbe dormito con lei. Mauro il carabiniere aveva proposto una specie di regolamento dove aveva stabilito, di buon accordo con gli altri, un turno di quattro per notte e chi era andato in uno dei sei giorni precedenti doveva astenersi dal partecipare alla conta. Seguendo queste regole non scritte, diceva, si evitava di imporre un turno rigido troppo mortificante a chi non aveva voglia di stare con Cecilia ed allo stesso tempo avrebbe impedito ai più focosi di monopolizzare la donna. D'altro canto così facendo ognuno doveva attendere almeno sei giorni, fortuna permettendo, prima di stare nuovamente con lei.

Le prime settimane fu un frenetico andirivieni fra la camerata e la capanna di Cecilia. Ma quella sera, per uno strano caso, la conta non si era potuta tenere. Nessuno dei più volenterosi si trovava al di là dei sei giorni e chi ne veniva compreso non si sentiva di partecipare. Così, per la prima volta, in quasi due mesi da quando era cominciata la cosa, Cecilia avrebbe dovuto dormire da sola. Nessuno si fece avanti. Tutti andarono a letto nelle loro brande.

Per disgrazia, ho sempre avuto un sonno leggerissimo e così mi accorsi che dall'ingresso entrava un fiotto di luce. Potevano essere le undici passate quando vidi qualcuno scostare la tenda ed entrare nella camerata. Sulle prime pensai ad un intruso che avesse eluso la sorveglianza della sentinella e la mano corse al mitra che tenevo sempre a portata di mano. Invece era Cecilia. Con passo felpato si avvicinò alla branda di Mario. Siccome non era distante dalla mia, udii prima un parlottare a bassa voce, poi a voce più alta sentii lui dirle:

- "Lasciami in pace. Non ho nessuna voglia di stare con te."-

In effetti Mario, dalla volta della grande scenata, non si era più sognato di andare a letto con lei. Ne parlava sempre con disprezzo, però non aveva mai interferito sulla sua vita privata. L'abitudine di cambiare spesso uomo aveva trasformato Cecilia in un'altra donna e le aveva fatto assumere anche le caratteristiche fisiche della prostituta. Di giorno circolava tra i ragazzi senza le mutande e con il viso malamente truccato a tinte forti. Tutti erano liberi di toccarla e molto spesso le chiedevano di fare 'la mossa'. Allora lei si sollevava la gonna e mostrava il sedere in un can can senza musica. La chiamavano 'madame'. Si era dipinta le guance e le labbra con un rossetto derivato da una carta velina rosso vermiglio che le dava l'aspetto di una puttana da vecchio casino di quart'ordine.

Sentivo ancora Mario parlare a voce alta:

- "Ma non ti basta di avermi ridotto lo zimbello di tutti? Cosa vuoi ancora da me? Vuoi il 'bambinello'? No. Non te lo do più. Se ora nessun altro ti vuole, vai a farti fottere dal tuo asino e, se non ci riesci da sola, fatti aiutare da quella checca di Tarcisio."-

L'allusione si riferiva ad una voce messa in giro dai ragazzi su di lei quando aveva barattato il suo mulo con un asino. Una mattina era scesa in paese per vendere il formaggio col suo muletto ed era tornata a cavallo di un bell'asino con tutti i finimenti nuovi di zecca. Aveva raccontato di una azzoppatura accidentale del mulo e di essere stata costretta a venderlo ad un macellaio. Col ricavato, e con parte della vendita del formaggio, si era comprata l'asino. I ragazzi, probabilmente dopo aver avuto da lei qualche confidenza, ritenevano per certo che prima o poi sarebbe riuscita a farsi anche l'asino.

Dopo le parole di Mario lei si lasciò sfuggire, un 'va fan...' appena sussurrato e scivolò via. Mi alzai di soppiatto e la seguii. Non si dirigeva alla sua capanna. Andava verso la stalla dove aveva l'asino. Sempre più incuriosito, mi infilai i pantaloni e la giubba e raggiunsi non visto il lato opposto della stalla collegata con la parete della latrina. Dalla mia posizione non vedevo nulla. Allora entrai nel cesso e con le mani, senza far rumore, scostai un poco la parete di frasche che ci divideva. Vidi lei, nel contro luce dell'ingresso della stalla, mungere l'asino. Lo faceva accovacciata a fianco dell'animale: con una mano mungeva qualcosa che le cresceva sotto le dita; con l'altra si masturbava.

Al mattino seguente raccontai tutto a Luigi e ad Alberto. Sulle prime non vollero credermi; ma quando lo giurai, ad Alberto venne un'idea e disse:

- "Se proprio vuole farsi scopare dall'asino perché non aiutarla?"-

La cosa scandalizzò Luigi. Anch'io gli feci notare che la mia libertà di vedute in campo sessuale, per quanto grande, non ammetteva quel tipo di soddisfazioni pervertite.

Erano ormai diverse notti che la conta andava in tilt. Avevo capito che quando lei si trovava libera dai ragazzi andava a scocciare l'asino e di soppiatto, per pura curiosità, io la seguivo. Quella sera dal pertugio della parete della latrina vidi oltre a lei anche altre due persone. Riconobbi Alberto e Vittorio. Fuori c'era una luna quasi piena , e l'interno era rischiarato da una debole luce sufficiente comunque a fare scorgere quanto vi succedeva. Riuscii a vedere Alberto che si dava da fare con la sella dell'asino ed il panchetto per il cesto della biada. Costruiva una specie di cavalletto. Legò per bene la sella al panchetto, poi la mise di traverso e vi fece sdraiare Cecilia con le gonne sollevate in posizione prona. Prese l'asino e lo accompagnò su di lei. Guardò un attimo il suo capolavoro poi rivolto alla donna disse:

- "La distanza é perfetta. Adesso allunga il braccio destro all'indietro e divertiti." -

L'asino, guidato sapientemente, non tardò a trovare la via giusta. Mentre lei si affondava lentamente, con la mano aiutava l'animale ed allo stesso tempo ne frenava la spinta usandola come cuscinetto. Il cuoco teneva l'asino per la cavezza e Alberto se la rideva come un matto. Non durò molto. L'asino dopo qualche minuto diede un colpo di reni e con un raglio smorzato finì. Lei smontò dal cavalletto e rivolto a Vittorio disse:

- "Ma questo è peggio di Mario! Non fa a tempo a montare che ha già finito!" -

La cosa a me parve molto sconcia e pericolosa. Probabilmente avrebbe coinvolto tutti con conseguenze disastrose. Già immaginavo i ragazzi intorno e - sotto la regia di Alberto - lei e l'asino illuminati dalla luna piena o addirittura di giorno. Avevo capito che oramai Cecilia era diventata irrecuperabile ad una vita di comunità normale e per il nostro gruppo rappresentava un grave pericolo per sè e per gli altri.. Così decisi che l'indomani ne avrei parlato con Luigi. Oramai si erano superati tutti i limiti.

La liberazione da un incubo.

Decidemmo di non coinvolgere Mario. Non ci sarebbe stato di molto aiuto. Oramai da qualche tempo se ne stava appartato e non si interessava molto della vita del gruppo. Discutemmo con Luigi della cosa per diverse ore finché giungemmo ad una soluzione accettabile. Era palese. Oramai Cecilia rappresentava un pericolo per tutto il gruppo. Ma non potevamo assolutamente allontanarla con la forza dato che poteva campare un diritto di proprietà sul Capanno. Pensammo di farle un'offerta vantaggiosa per indennizzarla della perdita di questo suo diritto. Luigi propose cinquantamila lire. Aumentai a centomila. Una capra si comprava allora con millecinquecento lire. Centomila lire significava poter acquistare altre cinquanta capre e assicurarsi l'affitto di cinquanta ettari di pascolo di montagna per almeno dieci anni.

Avevamo della moneta nuova fiammante per una cifra complessiva di oltre un milione. Ci era stata paracadutata dagli Alleati. Già da diversi mesi corrispondevamo ai ragazzi una paga di venti lire al giorno e loro la spendevano allo spaccio comprando cioccolata e sigarette. Da qualche mese a questa parte il 'soldo' giornaliero andava a finire in gran parte nelle tasche di Cecilia. Per ogni sua prestazione faceva pagare dieci lire. Luigi mi fece notare che, tutto sommato, a lungo andare il baratto sarebbe tornato a nostro vantaggio: i ragazzi, senza quella donna, avrebbero speso tutti i loro soldi allo spaccio e quindi avremmo reincamerato il capitale. Non si opponeva quindi alla proposta delle centomila lire.

La sera noi due andammo a trovare Cecilia nel suo Capanno. Era sdraiata sulla branda seminuda in una posizione sguaiata e fumava tossicchiando talvolta perchè ancora non si era abituata ad aspirare il fumo. Faceva delle enormi boccate che poi distribuiva qua e là come il camino di una vaporiera. Appena ci vide fece un gran sorriso di circostanza e di meraviglia. Era da un gran pezzo che non ci annoverava più come clienti. Parlai per primo ed entrai subito in argomento:

- "Cara Cecilia l'altra sera ho assistito alla tua sceneggiata coll'asino sotto la regia di Alberto. Noi, tu lo sai, non siamo dei puritani e la cosa, dal punto di vista morale, potrebbe interessarci relativamente. Ma purtroppo c'è in gioco la tua salute fisica. Ho letto nei libri di medicina quanto basta per sapere che un rapporto di quel tipo ti può procurare un sacco di guai. Puoi riportare una grave lacerazione o addirittura lo sfondamento della vagina, può trasmetterti infezioni di moltissimi tipi, poi..."-

Accavallai il medio sull'indice della mano destra tenuta dietro la schiena e continuai:

- "...poi senza contare che ti può mettere incinta e farti fare un figlio con la testa o con il corpo d'asino. Si sono verificati questi casi specialmente tra la gente ignorante come te che vuol prendere il mondo a manate e non rispetta le leggi della natura."-

Prima lei mi guardò con aria di scherno poi rispose:

- "Che tu mi dica che sono un'ignorante passi; e passi pure il fatto delle infezioni; ma che tu mi voglia prendere per il culo dicendomi che l'asino mi fa fare un figlio con la sua testa o con il suo corpo, questo è il colmo della stronzaggine." -

Colto in fallo tentai di rimediare dicendo:

- "Beh, se non vuoi credere a quanto ti dico chiedi in giro di cosa si occupa l'istituto del Cotolengo a Torino. Se tu ci vai troverai individui come quelli che ti ho descritto poc'anzi. Ma lasciamo perdere quest'argomento. Veniamo al lato pratico. Tu che sei una ragazza intelligente capisci da te che questa vita sregolata non può durare in eterno. Noi qua non abbiamo messo le radici e quanto prima smobiliteremo. Questo potrebbe avvenire domani o tra sei mesi o fra un anno. Per evitare ulteriori complicazioni alla tua vita di ragazza, noi ti proponiamo un affare."-

'Madame' da sorridente divenne seria e disse:

- "Prima mi hai trattato da ignorante, quando mi parlavi del Cotolengo, ora mi stai prendendo per stupida quando mi parli di farmi fare un affare. So perfettamente che voi tre volete sbattermi fuori. Ma i ragazzi non saranno dello stesso parere. Mi appellerò a loro... " -

La interruppi e ripresi:

- "Si, non meravigliarti, proprio un affare. Se tu te ne andrai di tua spontanea volontà noi ti faremo un bel regalo. Un regalo ricco che ti consentirà di acquistare altre cinquanta capre e di avere il pascolo assicurato per almeno dieci anni. Se tu non vorrai comprare le capre, coi soldi che ti daremo, potrai comprarti una casa o quello che vorrai e potrai fare la vita della signora per un bel pezzo."-

Lei stava ad ascoltarci con l'aria incredula poi disse:

- "Ma chi mi garantisce che questi soldi voi me li darete davvero? Del resto io ho già un gruzzolo da parte. Mi serviranno per quando mi sposerò."-

Mi aveva dato l'idea mancante per completare un discorso convincente:

- "E fai bene, dissi, a risparmiare un pò di soldi per il matrimonio. Con quelli presi da noi, tu potrai avere una dote principesca. Nemmeno la figlia di un grosso industriale se la sogna. A chiedere la tua mano verranno addirittura dai paesi vicini."-

Avevo aperto una breccia, ora si trattava di allargarla. E Luigi intervenne dicendo:

- "Anch'io sono dello stesso parere e tu lo sai a me piacciono le cose giuste e pulite. Se rimarrai ancora coi nostri ragazzi finirai col bruciare la tua vita per sempre. Senza volerlo la tua attività verrà conosciuta anche al tuo paese ed in quelli vicini. Noi ti abbiamo aiutato finché hai fatto la brava ragazza; ora in queste condizioni non ti potremo più aiutare; e se tu rifiuterai la nostra offerta onesta ci vedremo costretti ad impedirti in tutti i modi di stare assieme ai nostri ragazzi."-

Il fervorino di Luigi aveva preso una piega autoritaria che poteva risultare controproducente e mi affrettai ad intervenire ancora dicendo:

- "Dammi retta queste cose le diciamo per il tuo bene. Avremmo un grave rimorso se ora non facessimo quanto è giusto fare per te. Tu sai quanto volevamo bene al tuo povero nonno. Se ti vedesse in questo stato avresti ancora il coraggio di guardarlo fisso in quei suoi occhi buoni di uomo saggio e onesto?" -

Avevo toccato il tasto giusto. Cecilia voleva molto bene a suo nonno. Si commosse e due grosse lacrime scesero da quegli occhi di bambina invecchiata precocemente. Finalmente l'avevamo convinta. Si trattava ora di perfezionare i particolari e di avere il benestare di Mario. Era lui il cassiere.

Il messaggio in codice.

Il consenso di Mario non fu facile da ottenere. La cassa del gruppo era quella da lui gelosamente custodita. Portava quel milione, in bigliettoni da mille lire nuovi di zecca, sempre con sè in una borsa di panno legata alla cintola, come un marsupio, vicino alla fondina della pistola. Erano le due cose che non abbandonava mai.

Al mattino era solito andare ancora al Comando per sbrigare qualche pratica e sopratutto per mettersi in comunicazione col Micio. Oramai gli Alleati, con l'avanzare del loro fronte, ci richiedevano sempre maggiore impegno. Prima la loro parola d'ordine era stata di tenere ben salda la nostra posizione e di operare ogni tanto azioni di disturbo per vincolare il più possibile i reparti tedeschi; ora ci chiedevano cose molto particolari e talvolta a noi incomprensibili come quella di accendere determinate luci ad ore prestabilite o di scavare particolari postazioni. Difficilmente parlavano di fascisti; non li nominavano mai se non, talvolta, per metterci in guardia circa una loro probabile incursione al nostro campo.

Trovammo Mario, seduto dietro a quel rozzo tavolo usato da scrivania, intento a studiare una carta topografica della regione. Ci mostrò la linea del fronte alleato. In certi punti c'era una distanza da noi di appena cinquanta chilometri. Lui era ottimista e pensava che non avrebbero tardato a raggiungerci. Gli prospettammo l'idea di liquidare Cecilia e sulle prime ne fu entusiasta. Ci fece un lungo discorso delle ansie sofferte in quei due mesi, delle umiliazioni subite e concordava con noi di liquidarla al più presto. Quando poi gli parlammo della cifra che avevamo concordato le cose divennero difficili. Lui era il responsabile dei soldi e doveva risponderne direttamente alle Autorità alleate; non poteva disporne se non dietro esplicita autorizzazione del Micio; quella puttana non valeva la somma promessale. Fu Luigi a tagliar corto:

- "Senti, se vuoi, chiedi pure l'autorizzazione al comando alleato. Però ricordati di ottenerla presto. Se entro una settimana la cosa non è risolta io e Giulio ce ne andiamo."-

Mario rimase un poco a riflettere poi disse:

- "Bene, questa notte stessa chiederò l'autorizzazione. Se già le avete detto la cifra, beh pazienza. Quella non sa nemmeno quante sono centomila lire. Non riesce nemmeno a contare fino a tanto. Comunque sono d'accordo. Deve essere fatto per il bene di tutti e principalmente per il suo." -

In quel momento il radiotelefono si mise in funzione. Mario ci fece cenno di rimanere. Era una cosa eccezionale una chiamata a quell'ora.

- "Pronto M.F.X42?. Pronto M.F.X42? " -

Era questa la sigla dataci dal Micio e significava M F la località; X42 il codice.

- "Pronto. Qui M.F.X42 . Parlate. Passo e chiudo."-

- "Prendete nota del comunicato. Attenzione. Il lupo vuole avvicinarsi alla madre. Ripeto. Il lupo vuole avvicinarsi alla madre. Un bambino rompe il suo gioco. Ripeto. Un bambino rompe il suo gioco. Mario fa un tuffo dal molo. Ripeto. Mario fa un tuffo dal molo. Passo e chiudo". -

- "Bene, se non avete altro da comunicarci. Passo e chiudo"-

- "Nient'altro. Buona fortuna. Passo e chiudo." -

Luigi si precipitò a prendere il quaderno dei codici. Non sapevamo ancora di cosa si trattasse tuttavia quel buona fortuna non mi rassicurava affatto. La decifrazione era mio compito. Ogni messaggio era formato da sei parole. Presi un foglio di carta quadrettata e disegnai sei colonne di uguale larghezza. Trascrissi nelle sei colonne i tre messaggi uno dopo l'altro, badando bene che ogni lettera, a partire dai margini delle colonne, occupasse un quadratino. Poi contai le lettere delle parole che formavano la terza colonna: vuole=5, rompe=5, un=2; Totale = 12. Divisi questo numero per le lettere della seconda parola della quinta colonna: suo=3; 12/3=4. Andai a cercare la quarta griglia e la misi sopra alle lettere che avevo diligentemente trascritte:

Riordinando i numeri della griglia, trascrissi il seguente messaggio:

<< BOMBARDAMENTO SU VOSTRO CAMPO DOMANI ORE DUE>>

Lo sgombero del Capanno

Erano le dieci del mattino ed avevamo di fronte a noi appena sedici ore per organizzare l'evacuazione del Capanno. Rimanemmo tutti e tre storditi dalla notizia. Il primo a riprendersi fu Mario. Saltò dalla panca e gridò al piantone:

- "Fai immediatamente l'adunata di tutto il gruppo."-

Poi rivolto a noi:

- "Tu Giulio occupati dell'organizzazione per lo sgombro del Capanno. Non deve rimanere nulla quassù. Per quanto riguarda la ragazza va bene quanto avete deciso. Torna da me fra qualche minuto per i soldi di Cecilia. Tu Luigi ti occuperai delle vettovaglie e dei viveri. Siccome non abbiamo la possibilità di trasportare tutto questo ben di Dio, dovremo trasferirlo qualche chilometro più lontano, facendo attenzione di occultarlo alla vista della ricognizione aerea. Vedi comunque di distribuire a tutti i ragazzi viveri per almeno tre giorni."-

Ci separammo per eseguire gli ordini. Reputai urgente mandare a chiamare 'madame' che era andata a pascolare le capre. Poi radunai il gruppo in tre file e feci fare cinque minuti di esercitazioni da fermi col moschetto. Eravamo quasi un anno senza utilizzare l'organizzazione militare formale ed i ragazzi apprezzarono questo ritorno ai vecchi tempi, mantenendosi disciplinatamente in riga e tenendo le armi secondo il regolamento. Diedi il 'riposo'; poi, quando vidi la compagnia a posto, comandai il 'presentat-arm'.

Appena li vidi tutti immobili e allineati mi rivolsi a Mario e dopo essermi messo anch'io sull'attenti, lo salutai militarmente e gli presentai la compagnia:

- "Novantaquattro presenti. Più tre di guardia ed uno in missione."-

In quello stesso momento dal sentiero giunse lo scampanio delle capre e qualcuno dai ranghi disse a voce non tanto bassa:

- "Più cento capre e una bagassa" -

Il tenente Mario andò su tutte le furie e tanto fece che costrinse lo spiritoso ad auto denunciarsi. Gli inflisse una punizione esemplare. Sarebbe stato lui a caricarsi la mitragliatrice pesante e a trasportarla nel luogo scelto per il ricovero delle armi. Nessuno fiatò più. I volti dei ragazzi assunsero un atteggiamento serio e compassato. Il capo ricambiò il saluto e diedi il 'fianc-arm' e il 'riposo'.

Subito dopo Mario salì su una cassa e con voce chiara disse:

- "Avrete già capito che c'è aria di burrasca. Per dei motivi che non posso rivelare, dobbiamo abbandonare il Capanno, al massimo entro sei ore. Non so dirvi se potremo tornare quassù. La cosa certa è che ciascuno dovrà comportarsi secondo il regolamento militare ed ubbidire ai superiori senza discutere. Chi non si sente di sottostare a questa disciplina è libero di andarsene purché lo faccia prima dell'inizio dello sgombero. Ciascuno di voi riceverà il soldo per un mese e tre giorni di viveri; anche coloro che vorranno andarsene avranno lo stesso trattamento. Se dovesse esserci un'emergenza che ci dovesse costringere a separarci, ricordate di fare buon uso di queste riserve. Ed ora in gamba."-

Diedi il 'rompete le righe' e presi contatto coi più validi per stabilire il da farsi. Poi chiamai Cecilia e le dissi che avrei dovuto requisirle anche l'asino. Naturalmente le avremmo restituito i soldi che aveva speso per acquistarlo.

Sulle prime non volle sentirne. Aveva cambiato idea. Disse che lei non si sarebbe mossa dal Capanno. Non potendo metterla al corrente di quanto sarebbe successo, la convinsi che l'indomani, dove ora ci trovavamo, non sarebbe rimasto assolutamente niente: avevamo avuto l'ordine di bruciare tutto. Le consigliai di raccogliersi soltanto le cose trasportabili e di lasciare lì tutto il resto. Fece quanto le dissi e si presentò con un gran fagotto alle spalle per salutarci. Prese la busta coi soldi. Alla raccomandazione di metterli in un luogo sicuro per non perderli, molto disinvoltamente si sollevò le gonne e mi mostrò che nelle mutande aveva una tasca chiusa con due bottoni a pressione.

Volle baciarci tutti quanti. Quando arrivò a Mario scoppiò in un pianto dirotto. Gli si avvinghiò al collo e gli disse qualcosa all'orecchio. Poi si asciugò le lacrime e coi due fedeli cani, uno davanti e l'altro dietro al gregge, si avviò a piedi giù per il sentiero. Ogni tanto si girava e sventolava un fazzolettone rosso come i suoi capelli. Dopo poco sparì tra i cespugli; mentre in lontananza lo scampanio argentino delle capre si perdeva lentamente con lei.

Ancora la valigetta.

Verso le diciotto Marisa rientrò. Era trafelata e sbigottita. Aveva il fiatone come se per ore non avesse fatto altro che correre. Mi buttò le braccia al collo e disse:

- "Ma dove ti eri cacciato? Ti cerco da stamane. Sono salita almeno tre volte al rifugio Belvedere. La prima volta - quasi subito dopo di te - non ti ho trovato. Ho visto solo la valigetta abbandonata in un angolo. L'ho presa pensando che ti fosse capitato qualcosa. Ho chiesto al barista del rifugio, ma non mi ha saputo dare tue notizie. Dopo ho telefonato in albergo e mi hanno risposto che in quel momento avevano carenza di personale e non potevano fare delle ricerche. Allora sono ridiscesa con gli sci per vedere se almeno di persona riuscivo a sapere cosa ti fosse capitato. Quando arrivai notai che in portineria c'erano ancora appese le chiavi della camera e nessuno ti aveva visto."-

La fermai mettendole dolcemente una mano sulla bocca e a mia volta le dissi:

- "Credo che questa maledetta valigetta sia stregata. L'avevo messa in quell'angolo al solo scopo di sgranchirmi le gambe senza perderla di vista un minuto e invece dopo qualche secondo mi sono trovato a fondo valle facendo valanghe. Il bello è che il signore al quale dovevo consegnarla si è presentato, ma non si è fatto riconoscere e non so proprio se abbia creduto alla mia storia. Ad ogni buon conto gli ho fissato un appuntamento per domattina alle dieci allo stesso posto."-

Divertita Marisa rise di gusto e disse:

- "Allora eri tu quel signore con gli sci che è ruzzolato vicino alla stazione della seggiovia. Chi mai avrebbe immaginato che il professor Giulio Tirelli, il nemico giurato della neve, fosse quel buffo omino, accartocciato su sè stesso, ruzzolato a fondo valle a cento metri da me? Perchè non confessi? Ti sei finalmente riconciliato con le piste innevate. Oramai non potrai più dirmi di non sapere sciare e sarai costretto... "-

La interruppi ancora e le dissi:

- "Ehi, sfotti. Non immagini nemmeno i miei guai, non tanto per scendere quanto per risalire. Ma tu non hai per caso incontrato quel tipo col cappotto color cammello?" -

- "No... nessun cappotto color cammello. Aspetta... A meno che non fosse uno che questo pomeriggio mi seguiva per le strade del paese. Era per caso coi capelli brizzolati tagliati a spazzola, sulla sessantina, un poco segaligno, coi lineamenti marcati?"-

- "Si, risposi, è proprio lui."-

- "E' stato quando sono ridiscesa la seconda volta dal rifugio. Ero con la valigetta nera e facevo un giro in paese per cercarti. Questo signore - lo credevo un ammiratore - mi ha seguito per almeno un'ora.

Era tanto insistente che ad un certo punto - dopo averlo incontrato per l'ennesima volta - mi sono piantata di fronte a lui e gli ho chiesto cosa volesse. Si è scusato; e in un italiano perfetto ha risposto molto galantemente di essere stato colpito dal mio portamento regale. Diceva che era difficile riscontrarlo in un'italiana; aveva visto qualcosa del genere in Grecia e in Turchia, tra ragazze abituate a portare le brocche sulla testa; ma mai in Italia. Mi disse esattamente: <<Si chiama portamento regale non certo in riferimento alla brocca , ma alla corona portata dalle regine. Il suo caso era appunto quello di una regina con una corona a quattro punte>>. Io gli risposi che non avevo portato sul capo nè brocche nè corone e non avevo nessuna intenzione di farmi rimorchiare da sconosciuti." -

Adesso cominciavo a dipanare la matassa e lo dissi a Marisa:

- "Vedi, tu ti sei illusa di aver fatto una conquista e invece lui stava tentando di farti dire tutt'altre cose. Il riferimento alla corona a quattro punte, in un certo senso, era una parola d'ordine per farti capire - naturalmente solo nel caso tu fossi stata la persona interessata - che il destinatario di quella valigetta nera era lui. La corona a quattro punte è sicuramente l'emblema dell'organizzazione. Se ricordi te ne avevo parlato quando mi avevano mandato quella lettera anonima." -

- " Ha anche chiesto se poteva sperare di incontrarmi ancora stasera ed io, visto che si trattava di una persona distinta e così galante, non ho saputo rifiutare. Spero non te l'abbia a male." -

Certamente che no, pensai. Questa era anzi l'occasione per riallacciare con lui il rapporto interrotto questa mattina. Mi sarei fatto vedere soltanto a fine serata, come se incontrassi Marisa per caso. Naturalmente con lei feci il risentito e le dissi:

- "Vuoi che dica che mi fa piacere? Ma dato che l'uomo misterioso aveva tutt'altro scopo che quello di conquistarti, se ci vai, la cosa mi lascia del tutto indifferente."-

Marisa non rispose, si tolse la tenuta da sci e indossò un abito acquistato di recente. Era molto superstiziosa e quando metteva un vestito per la prima volta si aspettava sempre da me un bacio di buon augurio. Secondo lei portava fortuna e le dava la sicurezza che, fino a quando non l'avesse smesso, l'abito fungesse da parafulmine contro qualunque avversità. Certamente una superstizione banale. Ma questa volta mi dimenticai di farlo. Solitamente era lei che sollecitava il rito mostrandosi con una piroetta e dicendo:

- "Come sto?" -

Quello era solitamente lo stimolo che doveva farmi dire:

- "Sei uno splendore, cara. Ti porterà certamente fortuna." -

E lei rispondeva invariabilmente:

- "Sempre assieme a te amore " -

Questa volta invece si era rigirata più volte davanti allo specchio, si era rifatta il trucco e senza dirmi la fatidica frase, mi diede un bacio, leggerissimo per non togliersi il rossetto, ed uscì dicendomi:

- "Non mi aspettare, forse questa sera farò tardi." -

Pur sapendo dove si recava, rimasi male e decisi che l'avrei seguita senza farmene accorgere. Stetti alla finestra per osservare chi veniva a prenderla. Di lì a poco Marisa sali su un'Alfa Romeo rossa guidata dal signore svizzero.

Sulle tracce di Marisa.

Canazei é un paesello non molto grande e riuscii facilmente a scoprire quella vettura. Era stata posteggiata davanti ad un cinema. Mi sarei aspettato di trovarla in un ristorante, dato che lei mi aveva parlato di un invito a cena. Mi decisi ed entrai. La sala era quasi vuota e non tardai ad identificare la coppia. Mi sedetti nelle ultime file e non appena i miei occhi si furono abituati al buio, vidi che lui le cingeva il braccio attorno alla spalla. Evidentemente i due avevano avuto modo di socializzare molto più di quanto supponevo e Marisa certamente aveva omesso qualcosa in quel suo racconto. Dalla posizione dei loro visi era evidentissimo: stavano parlando e la loro attenzione non era attirata dallo schermo. Il film era in seconda o terza visione e per giunta molto scadente. Mi chiedevo per quale motivo mi avesse raccontato quelle bugie. Ripensando al suo racconto non mi sembrava logico che quel signore avesse voluto rivederla per accertare il possesso della valigetta giusta. L'avrebbe potuto fare in tanti modi diversi. Il più efficace poteva essere quello di rifarsi a quanto gli avevo detto al rifugio intorno alla sua sparizione. Avrebbe potuto immediatamente ottenere da lei il chiarimento ed operare di conseguenza.

Prima della fine del primo tempo, si alzarono ed uscirono. Attesi qualche attimo e andai via anch'io. Ricominciai a vagare per il paese alla ricerca della vettura rossa. Il cielo era sereno, ma la temperatura assai rigida. Dopo aver percorso le strade in cui c'erano i migliori ristoranti, cercai anche in quei locali caratteristici di seconda categoria, ma invano. Non avevo idea di dove si fossero cacciati.

Finalmente, passando di fronte ad un albergo del centro, la vidi. Entrai e chiesi in portineria del proprietario dell'Alfa Romeo parcheggiata nel loro garage. La risposta fu secca e perentoria:

- "Il proprietario è un nostro cliente. Se lei ha qualche rimostranza da fare su quella macchina dica pure a noi." -

- "A dire la verità avrei voluto parlare direttamente col signor... col proprietario insomma." -

Avevo sperato che con l'interruzione della frase lui la completasse dicendomi il nome, ma non ci fu verso.

- "Se lei vuole, mi rispose, può lasciare il suo nominativo e vedrò se il signore può riceverla."-

Lasciai perdere il tentativo. Ebbi il timore di complicare inutilmente le cose. Attesi nella hall per una mezz'oretta circa, poi visto che nessuno si faceva vivo, me ne andai. Con la macchina mi sistemai all'angolo della strada in modo da poter controllare l'uscita senza essere visto da Marisa. A mezzanotte meno qualche minuto li vidi uscire nuovamente. Li seguii fino all'Hotel Fedaia dove lei scese. Non volli salire subito. Feci un giretto in paese e poi rientrai.

Trovai Marisa a letto. Dormiva o faceva finta. Mi misi a letto anch'io e stetti ad osservarla per un poco con la luce accesa. Ad un certo punto vidi che mi guardava di sottecchi e vedendomi chinato su di lei disse:

- "Beh? Che fai? Non spegni la luce?" -

- "No. Non ho nessuna intenzione di spegnerla. Voglio parlare piuttosto." -

- "Va bene; parliamo allora." -

Non sapevo come cominciare. Ero furibondo per aver trascorsa la sera a fare il segugio ed essermene tornato con un pugno di mosche in mano. Allora fu lei che riprese:

- "Ma scusa, non volevi parlare? O preferisci che cominci io? Bene comincio io. Il Sig. Brett è un tipo distinto che riesce ancora ad essere una persona galante e piacente. Non credo assolutamente che abbia nulla a che fare con la storia della tua valigetta. Siamo stati bene insieme e per tutta la sera non si è nemmeno sognato di parlare di altro che non riguardasse la mia persona. Joseph mi ha... ".

- "Ma bene. Siamo già al tu. Quindi quel signore si chiama Joseph Brett. Prendo atto. Con lui hai trascorso una serata soddisfacente. Ma mi sai dire almeno dove abita, cosa fa, di cosa si occupa, qual è la sua vera nazionalità?" -

- "Abita a Ginevra, dirige una grossa azienda che si occupa di import-export, credo sia di nazionalità tedesca. Mi ha proposto di accompagnarlo in Germania. E' molto ricco. Ha una villa a Cortina, una a Douville ed è consigliere delegato di una grossa fabbrica di manufatti ferrosi a Dortmund in Germania. " -

Non mi sapevo capacitare di come Marisa fosse finita nelle mani di quel lestofante. Cercare di farla ravvedere in quel momento sarebbe stato inopportuno. Avrebbe significato la sconfitta e forse l'avrei persa definitivamente. Così le dissi, facendo l'indifferente:

- "Quanto mi hai detto mi basta. Se vuoi aggiungere dell'altro hai tutto il tempo per pensarci."-

* * *

Capitolo Tredicesimo: Il bandolo della matassa.

A confronto con una femminista.

Quando risalii al Belvedere erano appena le nove. Mi sedetti fuori a contemplare i massicci rocciosi della Marmolada e qualche lembo di nubi che stracciava i suoi torrioni nelle cime più alte. La notte avevo riposato discretamente e ad onor del vero non sentivo più tanta avversione per quel manto nevoso della vallata. Anche la circolazione periferica sembrava essersi data una regolata e le mani e i piedi ora sembravano proprio far parte di tutto il resto del corpo. Un'abbondante colazione mi aveva messo nelle condizioni ideali per affrontare la situazione. Avevo dato una sbirciatina all'interno del rifugio , ma non avevo visto il signor Brett.

Mi venne incontro la ragazzina sarda e mi chiese se avevo ritrovato la signora con la valigia. Sulle prime rimasi stupito poi mi ricordai di averla informata dell'accaduto il giorno prima. La rassicurai, e lei si sedette vicino a me per tenermi compagnia. Mi disse che somigliavo a suo nonno residente in Sardegna, un nonno a cui era molto affezionata. Lui le parlava sempre di tante cose interessanti. Si arrabbiava con tutti, mentre con lei era sempre molto affettuoso e gentile. Quella ragazzina mi era simpatica, ma l'idea di essere paragonato al nonno non mi gratificava tanto. Il signor Brett, certamente più vecchio di me, era considerato ancora piacente, io venivo scambiato per un nonno. Volli approfondire la cosa e le chiesi:

- "Ma tuo nonno quanti anni ha?" -

- "Sessantadue." -

Bene. Proprio bene. Di bene in meglio. Poi mi consolai. In fondo i giovani vedono sempre un mondo abitato prevalentemente da vecchi; il rapporto diventa più equilibrato nell'età di mezzo, finché, quando si è superata la cinquantina, di vecchi in giro non se ne vedono più.

Giulia, la ragazzina sarda, proseguì:

"Ho visto quella signora della valigetta nera in compagnia di un uomo della sua età, ma un poco più magro, anche lui in tenuta da sci." -

Gli chiesi se aveva i capelli brizzolati tagliati a spazzola. Non lo sapeva: portava il passamontagna.

Non c'era alcun dubbio, Marisa non mi aveva detto la verità. Si era vista con lui anche una seconda volta e non poteva essere se non dopo averlo incontrato giù in paese. O magari lui l'aveva accompagnata nuovamente al rifugio ed in questo caso erano rimasti sempre assieme. Perché non dirmelo? Era proprio indispensabile costruire tutto quel castello di bugie? Riflettevo con desolazione sul rapporto fra la donna e la bugia: mi ero illuso di averla eliminata nel nostro rapporto concedendole la libertà di fare quello che voleva. Purtroppo mi ero sbagliato.

Guardai l'orologio. Mancavano pochi minuti alle dieci. Entrai nel rifugio e mi sedetti allo stesso tavolo in cui il giorno prima avevo trovato lo svizzero. Tenevo ben in vista la valigetta nera e nell'attesa mi ero fatto portare un punch all'arancio. Passarono le dieci, le dieci e mezza e le undici, ma il signor Joseph Brett, seppure questo era il suo vero nome, non si fece vivo.

Decisi di scendere nuovamente in paese. In albergo cercai Marisa. Era uscita con un signore intorno alle dieci, senza lasciare nessun messaggio. Salii in camera e vidi con mia grande sorpresa che non c'erano più le sue valigie. Ridiscesi e in portineria me lo confermarono: la donna era uscita con tutto il bagaglio.

Mi precipitai all'albergo del Sig. Brett. Lo svizzero aveva pagato il conto ed era andato via in gran fretta poco prima delle dieci.

Ma cosa stava succedendo? Tutta questa girandola di avvenimenti mi dava il voltastomaco. Al diavolo Alberto e la sua missione. Non potevo più continuare così. Pur essendo conscio dei pericoli a cui andavo incontro, ero entrato nella determinazione di lasciar perdere tutto e di tornarmene a casa tra i miei pazienti e i miei allievi. A coronare il tutto si aggiungeva ora anche l'abbandono di Marisa. Tornai in albergo e il direttore mi fece recapitare un telegramma giunto pochi minuti prima.

Era di Alberto. Il testo diceva: <<CONTRATTEMPO PER TUO APPUNTAMENTO MANCATO - RAGGIUNGIMI SUBITO FRANCOFORTE HOTEL HILTON - ALBERTO>>.

Ah no! Questo era troppo. Non ero mica una valigia da sballottare a destra e a sinistra. E poi non ero più un ragazzino per seguire questi pazzi scatenati. Da quando era ricomparso Alberto avevo perso la pace. In definitiva ero un professionista serio ed era contro i miei principi buttarmi a capofitto con gli occhi bendati in strane avventure. Potevano costarmi la vita e, per quanto mi riguardava, non avevano nessuna seria motivazione. Finora questa storia mi aveva comportato una perdita notevole in mancato esercizio della professione, una richiesta di congedo dall'Università e dal tribunale, un sacco di soldi anticipati per la trasferta a Canazei ed ora l'amico mi chiedeva ancora di andare a Francoforte. Ma questo esorbitava da qualunque principio morale. Non poteva esservi nessuna amicizia che servisse a giustificare un impegno tanto stressante e così poco logico.

Salii in camera rimuginando pensieri e proponimenti. Mi misi a fare le valigie con il fermo proposito di partire subito e rientrare a casa per la via più breve. Vuotando i cassetti del comò, per raccogliere la biancheria, mi capitò per le mani un paio di mutandine di pizzo di Marisa. Le aveva dimenticate. Facevano parte di una parure che le avevo regalato per S.Valentino.

Subito si presentò alla mente il suo corpo statuario e sodo come quello di una ventenne. Non era possibile che mi avesse lasciato. Il nostro accordo era perfetto. Basato su sani principi razionali di non ingerenza nei fatti dell'altro.

Mi ritenevo immune dalla gelosia e ora mi ritrovavo a sentire quasi un malessere fisico pensando che me l'avessero portata via. Chissà se sarei stato capace di ricominciare lo stesso rapporto con un'altra. Ma strano; ne parlavo tra me e me come se l'avessi già persa definitivamente. Forse avrei dovuto analizzare con calma i motivi di questo suo comportamento. Eppure lo facevo abbastanza spesso con i miei pazienti e riuscivo abbastanza bene. Possibile che le cose dovessero sfuggirmi di mano in modo così banale? E che diamine!

Cercai di riordinare le idee. Lasciai perdere le valigie e mi buttai sul letto. Effettivamente avevo notato in lei da qualche mese un cambiamento lento, ma deciso. La ragazza spensierata e un pò cinica si era trasformata in una donna più matura e romantica. Quanto era da lei considerato un principio assoluto da cui non si doveva derogare ora diventava un'opinione abbastanza discutibile. Il suo comportamento spavaldo e disinvolto aveva ceduto il posto a un atteggiamento più emotivo e sentimentale. Il suo senso della non ingerenza cozzava spesso con la richiesta di un affetto esclusivo ed egoistico. Mi era parso di notare in lei anche strani desideri di maternità. Da tutto questo deducevo una cosa semplicissima: l'affetto di Marisa si era mutato in qualcosa di più serio. Non si appagava più delle sole razioni di sesso, distribuite durante la settimana; aveva bisogno di ben altro.

Lei, donna moderna, nel 68 aveva sfilato innalzando cartelli inneggianti alla libertà sessuale contro tutte le tradizioni moralizzatrici tendenti a schiavizzare la donna. Ora si genufletteva di fronte al maschio e gli chiedeva il saio del matrimonio e della maternità. Non c'era alcun dubbio, tutti i suoi discorsi in questi ultimi tempi portavano a questo. Se non l'avevo capito significava soltanto che non lo volevo capire in quanto temevo questa soluzione.

In poche parole io avevo una paura fottuta del matrimonio. Non potevo lasciare che le cose si deteriorassero unicamente per mancanza di comprensione. Dovevo ritrovare ad ogni costo Marisa e arrivare ad un chiarimento. Con molta probabilità aveva messo in atto il piano scellerato di seguire Joseph Brett in Germania.

La trasferta in Germania.

Presi l'autostrada per Insbruck fino a Monaco; poi, dopo una sosta per il pranzo, andai direttamente a Francoforte. Giunsi di sera tardi. Avevo avuto la prudenza di fare la prenotazione all'Hilton prima di partire da Canazei.

Ebbi qualche noia con la dogana a causa della valigetta. Era passata inosservata alla frontiera austriaca, ma mi fu contestata alla frontiera tedesca. Volevano a tutti i costi ispezionarla. Il fatto poi di non essere in possesso delle chiavi, li insospettì maggiormente.

La sottoposero ai raggi X e la fecero fiutare ai cani anti droga. Non soddisfatti consegnarono me e la valigia ad un esperto scassinatore che con una semplice lamella sottile riuscì ad aprirla. A questo punto mi credetti spacciato ed il primo impulso fu quello di confessare la tresca. Cercai di farlo e farfugliai qualcosa al doganiere che, fortunatamente per me, non comprese.

Ma dal mio atteggiamento intuì che ero preoccupato e - visto che dalla valigia venivano fuori tante statuine di porcellana -volle portare l'ispezione più a fondo e con un martelletto ne ruppe una. Solo i cocci si sparsero sul tavolo e nient'altro. Dopo questo risultato l'uomo mi fece dire dall'interprete - che si era unito a noi - che era desolato di essersi sbagliato e mi faceva le sue scuse più vive. Sarei stato risarcito del danno subito. Col cuore in subbuglio per lo spavento cercai di minimizzare e filai via.

Appena giunsi in albergo mi feci portare in camera qualcosa di caldo da mettere sotto i denti e subito dopo scesi nella hall per cercare Alberto.

Gli Hilton facevano parte di una grande catena di alberghi di prima categoria sparsi in tutto il mondo. Questo era stato costruito da poco con criteri moderni e la sua architettura , simile ad un grattacielo, stonava abbastanza con le guglie gotiche delle chiese che lo circondavano. Chiesi di Alberto e mi risposero di attenderlo: sarebbe sceso fra qualche minuto. Chiesi anche se fosse arrivato un certo Sig. Brett con signora. Mi sentii ribollire il sangue quando pronunciai quel 'signora' e non fui molto dispiaciuto nell'ottenere una risposta negativa.

Alberto scese subito e mi abbracciò calorosamente. Dal tenore del telegramma avrei pensato fosse incazzato come un bufalo, invece era cordialissimo e direi di ottimo umore. Non potei fare a meno di esternargli il disappunto per tutto quanto mi era capitato: ero sul punto di tornarmene a casa, ed ero a Francoforte unicamente per cercare Marisa. Lui mi lasciò sfogare per bene poi sorridendo mi disse:

- "Marisa è qui. Non in questo albergo, ma sicuramente a Francoforte. Non mi chiedere come lo so. A suo tempo avrete modo di incontrarvi"-

- "Non ricominciare, risposi, coi segreti di Stato. Sono stufo di sentirti ripetere le stesse cose. Tu non puoi... " -

Mi interruppe e fece il gesto di calmarmi.

- "Ho capito. Non posso più tenerti all'oscuro di tutto. In definitiva sei il più caro amico e mi devo pur fidare di te. Ora però è molto tardi e siccome quanto ho da dirti richiede del tempo, non voglio sottrarlo al tuo sonno; ora andiamo a letto e domattina si vedrà. "-

Fece una pausa e mi guardò fisso.

- "Finalmente! Era ora che alzassi il sipario, risposi. Rischiavo di non gustarmelo più questo dramma. Poco ci mancava che morissi di morte violenta, o assiderato o che fossi arrestato alla dogana. Non dire adesso che tutto questo mi è capitato solo per finta oppure... "-

- "No, mi interruppe, non essere sarcastico. Comprendo il tuo risentimento e se mi darai modo di parlartene, con molta calma ti spiegherò tutto dal principio. Promettimi solo una cosa. Giurami che non svelerai a nessuno quanto ti dirò. Ricordati che potrebbe distruggermi, e non soltanto in senso figurato. Dicendotelo metto la vita nelle tue mani. Potrò fidarmi?" -

- "Se mi chiedi se sotto tortura potrò rivelare quanto mi dirai, francamente non lo so. Non mi è mai capitato. Se invece la cosa dipenderà dalla mia volontà, beh, non hai nemmeno bisogno di chiedermelo. Comunque te lo giuro. Ora però è meglio seguire il tuo consiglio e andarcene a letto."-

Alberto racconta.

La mattina seguente mi svegliai di buon ora. Cercai di Alberto , ma lui aveva lasciato l'albergo alle sei e mezzo con tutti i bagagli.

Rimasi allibito, immobile come un basilisco. Ma di lì a pochi minuti il direttore mi consegnò una busta. Nel messaggio c'era scritto <<TI SPIEGHERO' TUTTO PIU' TARDI. FATTI TROVARE ALLO ZOO ALLE 10 PRECISE>>

Guardai la cartina della città. Lo zoo era oltre la Kaiser Strasse. Avevo giusto il tempo di farmi una passeggiata a piedi per essere lì con qualche minuto d'anticipo. Percorrendo i marciapiedi della città si aveva la sensazione di nuotare in mezzo alla gente, come se anziché poggiare i piedi per terra si fosse trasportati da quella marea che andava disciplinatamente a senso unico come la corrente di un fiume. Giunsi nella piazza della Stazione Centrale ed imboccai la Kaiser Strasse percorrendola in tutta la sua lunghezza. In prossimità dello zoo vidi Alberto seduto su una panchina vicino alla sponda del Meno. Mi sedetti accanto e fu lui a parlare per primo:

- "Sarai meravigliato che sia fuggito dall'Hilton. Devo prendere in continuazione questa precauzione per evitare di essere localizzato. Quando ti raccontai la mia storia in quella serata fatidica della rimpatriata dissi tutta la verità, ma te ne nascosi una parte che non potevo assolutamente svelarti. Stavo sul punto di parlartene quella mattina quando venni da te prima di ripartire. Poi ricevetti la telefonata di Angel. Mi arrestarono e non ci fu più l'occasione per farlo."

"Gli inizi risalgono al 1971 quando mi trovavo a Los Angeles con il socio Ramon Varone. Ti raccontai di aver acquistato in quella città con lui due supermercati. Gli affari andarono bene per un pò e subito dopo cominciarono gli affanni. Ad un certo punto senza accorgermene, o meglio in perfetta buona fede, caddi in mano della mafia cinese: la Triade."

"Il caso volle che conoscessi un certo Lliu Thin per dei motivi legati alla attività commerciale . La sua professione era abbastanza equivoca. Era proprietario di un sexy shop alla China Town. Ma cosa vuoi, oggi nessuno fa più caso a queste cose. Purtroppo non sono oggetto di scandalo nemmeno per i bambini. L'uomo in diverse circostanze mi aveva dimostrato la sua amicizia facendomi dei prestiti molto convenienti sia per la tolleranza nelle scadenze sia per il basso tasso di interesse. Così piano pianino, dilazionando oggi e favorendomi domani, si mise in condizione di ricattarmi quando e come gli fosse piaciuto."

"Oggi so per certo che i cattivi affari del supermercato erano in gran parte opera sua. Così quando arrivai ad un debito astronomico non ebbi altra via di uscita se non quella di assecondarlo. Praticandolo mi venne il sospetto che trafficasse in affari loschi. Il suo negozio di sesso altro non era se non un paravento della sua vera attività di mafioso. Tuttavia non sono mai riuscito ad averne le prove. E' stato sempre un uomo di un'abilità e intelligenza incredibili. Ha avuto la capacità di trascinare oltre me anche il mio ex socio Ramon Varone, uomo certamente più esperto di me negli affari, facendolo indebitare come me e poi ricattando anche lui. Alla fine vendemmo entrambi gli esercizi ed il ricavato ci bastò appena per pagare parte dei debiti. Giunti a questo punto non c'era più scampo. Eravamo totalmente nelle sue mani."

" Un giorno quando gli ero debitore di oltre duecentomila dollari mi fece la proposta di raggiungere un suo amico residente in Colombia. Fece una lettera per un certo Cadrega, grosso industriale di Bogotà, per farmi assumere come suo segretario in una grossa industria di grandi lavorazioni dell'acciaio. Fino al '73 andò tutto bene, poi ad un certo punto Cadrega mi disse che la sua attività doveva svilupparsi anche nel settore finanziario e volle che aprissi una banca a Bogotà, con suoi capitali."

" Quando mi chiese di fare a mio nome un offerta pubblica di acquisto delle azioni della Import-Export-Bank, mi venne il sospetto che tutto l'affare fosse poco pulito; anche se prima d'allora non avevo potuto riscontrare nei suoi confronti nulla di sospetto. Non si poteva spiegare altrimenti il fatto che mi chiedesse di fargli da prestanome."

"Una sera ad un suo party, conobbi Angel. Lei già da qualche anno era un agente segreto della Dea, un'organizzazione federale americana anti-droga. Nacque tra noi una grande attrazione. Più tardi mi confessò di avermi tra i suoi sospettati in quanto costituivo solo una pedina da controllare per conto della sua organizzazione. L'affetto ebbe inizio solo quando si accorse che ero assolutamente 'pulito' e ignaro delle malefatte di Cadrega. Da allora è sempre stata una fedele compagna. Un giorno mi presentò ad un giovane americano, anche lui agente della Dea, dislocato in Colombia per indagare su un grosso traffico di droga che partiva da Medellin e aveva come sbocco l'America settentrionale e l'Europa."-

Incuriosito da una storia che mai avrei sospettato, fui preso dal desiderio di anticipare l'epilogo e gli chiesi:

- " Ma la droga come la trasportavano?" -

Lui fece un gesto evasivo con la mano poi proseguì:

- " Devi abituarti a lasciarmi parlare senza fare domande. Ti dirò soltanto quello che ti posso dire ora. Non dimenticare: l'operazione è tuttora in corso. Ho tralasciato i particolari per ragioni di prudenza. Semmai te ne parlerò un'altra volta."

Si accese una sigaretta e proseguì:

- "Seppi poi da Angel che il contatto faceva parte di un piano affatto casuale. La Dea voleva sgominare tutta la pericolosa banda di cui faceva parte anche Cadrega. I nostri incontri risultarono sempre più frequenti. Apparentemente per questioni finanziarie legate alla banca, in cui l'agente si era infiltrato con un notevole apporto di capitale e Angel come segretaria. Ma le nostre riunioni esulavano dalle questioni bancarie. Erano di tutt'altra natura. L'agente mi mise in guardia nei confronti di Cadrega; poi, dopo essersi accertato della mia totale estraneità, come direbbe Luigi, nei confronti dei 'fatti delittuosi' e della mia ineccepibile moralità, mi mise al corrente anche dei loschi traffici tra Cadrega e Lliu Thin."-

Io l'ascoltavo attentamente. Lui si fermò un attimo. Prima mi guardò, per scoprire la mia reazione alla sua rivelazione; poi, vista la mia impassibilità, allungò lo sguardo su una barca che remava seguendo la corrente verso la confluenza del Nidda col Meno. Le guglie acute e ricamate di una chiesa si stagliavano sull'opposta riva, dando al paesaggio un sapore di fiaba. Dopo poco riprese:

- "Con la scusa di trascorrere il mese di ferie in Florida andai a Miami e fui addestrato dalla Dea come agente speciale addetto al narcotraffico. Quello fu per me un mese infernale. Provai tutte le sofferenze possibili: da quelle fisiche a quelle mentali. Mi costrinsero talvolta a stare interrato fino al collo nella sabbia della battigia col sole estivo sulla testa scoperta e l'alta marea montante. Quando vedevano che stavo per perdere i sensi mi tiravano fuori e mi rianimavano. Talvolta simulavano degli attacchi da parte dei narcos sparando con proiettili veri. Una volta ho assistito al ferimento grave di un collega. Per un pelo non ci lasciava la pelle. Altre volte ci mettevano in celle isolate al buio in cui venivano trasmesse da potenti diffusori delle brevi frasi musicali, sempre le stesse per delle ore. Quando uscivamo ci sembrava di essere sbarcati da un altro pianeta. Durante il primo quarto d'ora quella musica dava un senso di distensione; sembrava quasi servisse a farti sopportare il buio della cella molto stretta, dove a mala pena si poteva stare accosciati per terra. Poi, pian piano subentrava un senso di saturazione. Ma il suono era sempre intervallato da qualche secondo di silenzio assoluto e se ci si assopiva, si era subito dopo costretti a risvegliarsi di soprassalto."

"Dopo un'ora i pensieri già cominciavano a farsi meno coerenti. L'unico sistema per vincere questa fase era di parlare a voce alta e di dirti frasi del genere <<Questa è una situazione eccezionale>> <<Non devo arrendermi>> <<Stanno tentando di dimostrare che non sono capace di superare questa prova>> Guai se uno si lasciava andare a ripetere sempre la stessa frase. In questo caso il risultato era più disastroso del silenzio. Anziché servire da distraente e quindi attenuare la monotonia della musica l'effetto della frase ripetuta si sommava a quella della musica stessa. Mi è capitato di vedere un collega uscire dopo due ore di questo trattamento completamente inebetito."

"Poi c'erano le false notizie. Quando meno te lo aspettavi, qualcuno ti diceva, per esempio, di stare attento, passando su un ponte di legno perchè c'erano degli assi poco stabili. Tu passavi, tenendo magari addosso un fardello di quaranta chili, e facevi di tutto per evitare quelle tavole apparentemente deteriorate; poi al contrario, mettendo il piede su un'asse in apparenza integra, ti trovavi a rischiare di precipitare da un'altezza di venti metri. Lo scopo era di metterti in condizioni di non fidarti mai di niente e di nessuno. Queste esperienze, talvolta traumatiche, servivano da un lato a stimolare l'attenzione ai segnali di un eventuale pericolo, facendo affidamento soltanto sull'intelligenza e sulla tua capacità di osservazione. Dall'altra tendevano a renderti autonomo ed a poter contare unicamente su te stesso."

"Quando rientrai a Bogotà fui stupito di incontrare alla Banca il mio ex socio Ramon Varone con la sua amica Laurita Spitz. Li aveva installati Cadrega in mia assenza, e facevano parte del consiglio di amministrazione; Ramon aveva avuto da lui l'incarico di revisore dei conti. Fu proprio Ramon a parlarmi dell'operazione che involontariamente ha coinvolto anche te. In tutta segretezza una sera mi portò a casa sua. Mi raccontò che Lliu Thin lo aveva convocato a Los Angeles e gli aveva dato l'incarico di favorire una grossa partita di armi pesanti e leggere, che doveva essere fornita da Cadrega e da Brett. In questa circostanza gli sollecitò la mia stretta collaborazione ricordandomi del debito che avevo con lui in scadenza alla fine del mese. Sarebbe stato disposto a prorogarmelo, senza l'aggravio degli interessi, ancora per un anno, se avessi diligentemente collaborato all'operazione."

"Già precedentemente il colonnello Crentaler, uno dei capi della Dea, mi aveva dato il suo placet raccomandandomi di fare di tutto per entrare direttamente nell'impresa; quanto mi proponeva Lliu Thin quindi facilitava di molto la cosa. Naturalmente Ramon fu entusiasta della sollecita adesione e così cominciai ad interessarmi del caso."

"Immagino che a te interessi sapere qual è il mio ruolo in quest'affare. Bene, è quello di ricevere e trasferire attraverso la Import-Export-Bank i capitali che provengono dalla vendita della droga ricevuta dal cartello di Medellin. L'attuale operazione consiste in un semplice scambio di droga contro armi e la mia funzione si limita a seguire l'esecuzione del baratto in tutti i suoi particolari e intervenire quando occorra trattare con le banche. La droga, spedita da Medellin, deve essere fatta passare attraverso l'Italia per incontrarsi con le armi, inviate da Joseph Brett, qui in città. Da qui le armi dovrebbero proseguire per il Medio Oriente, mentre la droga dovrebbe partire per Ginevra. Naturalmente tutto ciò dovrà essere interrotto nel punto cruciale dell'operazione e cioè quando droga ed armi si troveranno tutte nello stesso posto e cioè qui in città. Se non si riuscirà a fare questo, tutta l'operazione sfumerà nel nulla, qualche quintale di cocaina e di eroina inonderà l'Europa, e diverse migliaia di mitragliatrici e di missili terra-aria saranno a disposizione dei terroristi arabi."

Lo stereotipo sociale

Man mano che andava avanti con le sue confessioni, il suo viso si trasfigurava. Non riconoscevo più l'Alberto di poco prima. Ciò capitava non certamente perchè in lui fosse avvenuto un cambiamento. No. Ero io che lo vedevo con altri occhi. Ora mi appariva come l'eroe silenzioso. Colui che non può ricevere nè onori nè lodi pubbliche e compie il suo dovere fino all'estremo sacrificio.

Lo vedevo meno rozzo, coi lineamenti più nobili, quasi più alto di statura e più bello.

Dovevo dire qualcosa per scusare la mia scarsa sensibilità di giudizio nei suoi confronti , ma non me la sentivo di fare un banale mea culpa. Dovevo trovare un argomento che pur stando sul tono di rettifica non mi coinvolgesse più di tanto.

- "E' proprio vero, dissi, la percezione delle persone si basa fondamentalmente sulle impressioni, i sentimenti e le opinioni degli altri. Questo giudizio è basato sulle circostanze più varie, il più delle volte prive di concretezza e di obiettività. In chi percepisce vi è sempre la tendenza ad accentuare le caratteristiche più salienti. Per primo ci colpisce il suo lato esteriore e somatico, poi un tratto molto evidente della sua personalità o un gruppo di tratti che, ancorché non salienti singolarmente, costituiscono tuttavia un insieme coerente; poi ancora un gruppo di tratti, in cui alcuni presentano delle incongruenze rispetto agli altri. Quest'ultimo era proprio il tuo caso. Ad un certo momento, senza questa tua rivelazione avrei potuto attribuirti qualunque misfatto" -

Era stato così grande il mio smacco che per salvare la faccia mi vidi costretto a parlare tutto d'un fiato senza dargli il tempo di intervenire. A mio vantaggio c'era solo di avere visto in lui tratti discordanti privi di qualunque assonanza. Ma avrei dovuto fare pesare di più la conoscenza diretta che avevo avuto modo di sperimentare per molto tempo. Il fatto di averlo praticato e quindi di essere al corrente di queste esperienze passate non mi dava alcuna attenuante. Il risultato, ancorché sconfortante, non poteva essere se non quello di vedere ancora una volta punita la mia prosopopea di strizzacervelli.

Lui mi lasciò parlare poi disse:

- " Non hai bisogno di scusarti. L'avevo già capito e mi ero reso perfettamente conto del tuo disagio. Avevo già deciso sin dall'inizio di raccontarti tutto. Aspettavo solo la buona occasione" -

Avrei avuto tante cose da chiedergli che mi spiegassero i fatti accaduti a Marisa; il mistero della valigetta piena di statuine; l'uomo di Ginevra; come avrebbero potuto fare ad interrompere quel traffico infernale di armi e di droga; cosa ne sarebbe stato di lui una volta che l'operazione si fosse conclusa. Ma mi accorsi che con le ultime parole lui aveva anche finito, almeno per ora, il suo discorso su quest'argomento. E per giunta, aveva ascoltato le mie ultime parole con scarsissimo interesse. Si era reso conto che si trattava di un alibi maldestro per mascherare una imperdonabile leggerezza.

Rimanemmo seduti in silenzio l'uno accanto all'altro osservando l'evoluzione di due cigni che guazzavano in un'insenatura del fiume. Mi sentivo, dentro, come un bimbo al qual è stato detto che i neonati non li porta la cicogna. Non sapevo cosa dire. Mi vergognavo di averlo Finora considerato capace di tante efferatezze e di aver dimenticato quello che lui era stato trent'anni fa. Passi pure lo spirito dell'avventura, ma avergli addirittura attribuito un ruolo di capo-mafia, non me lo perdonavo. Ma che significato avrebbe avuto ora chiedergli scusa? Sarebbe stato un banalizzare quel silenzio loquace che da qualche minuto si era instaurato tra noi, entrambi con gli occhi fissi su quel puntino bianco che si allontanava sul fiume lasciando dietro di sè una scia d'argento.

Fu lui a riprendere il discorso:

- "Mi sono dilungato nel generale ed ho trascurato il particolare. L'appuntamento per consegnare la valigetta è per domattina alle undici nella saletta d'attesa di prima classe della Stazione Centrale. Se vuoi un consiglio, fino a quando non avrai consegnato quella valigia al signor, diciamo per intenderci, Brett, lascia perdere Marisa." -

- "Perchè non è quello il suo nome?" -

- "No. Quello di nomi ne ha tanti. Forse quello vero se lo sarà scordato anche lui."

Ci alzammo e lui mi tese la mano per salutarmi. Fu istintivo da parte mia attirarlo a me ed abbracciarlo. Ci battemmo cordialmente la mano sulla spalla e ci avviammo in due diverse direzioni.

Il bombardamento del Capanno.

Era stato un bombardamento infernale quello che aveva distrutto il Capanno. Per tre giorni le artiglierie tedesche avevano preso di mira quella conca imprendibile, con ogni calibro di bocca da fuoco. Dai cannoni ai mortai. Le deflagrazioni si sentivano anche giù da noi, accampati alla bell'e meglio nella boscaglia, a più di dieci chilometri di distanza. Dalla nostra postazione potevamo vedere le colonne di fumo levarsi dal Capanno e gli incendi, con fiamme tanto alte, che quell'angolo della montagna nella notte buia sembrava un girone dell'inferno emerso prepotentemente dalla viva roccia. Avevamo fatto il trasloco in gran fretta e l'asino di Cecilia aveva potuto fare solo quattro viaggi per portare le cose più pesanti. Erano rimasti nel Capanno: il generatore di corrente, indispensabile per la ricarica delle batterie della ricetrasmittente; quattro bidoni di benzina; il grande fornello a benzina per cuocere i pasti; quattro grandi marmitte per confezionarli; gran parte dei viveri, sopratutto scatolame, olio e pasta; tre grandi tende da campo da dieci posti l'una; tutto l'arredamento della camerata con brande, materassi e cuscini. Con noi avevamo portato quasi tutte le armi e gran parte delle munizioni. Una scorta di viveri per un periodo di circa un mese, costituito principalmente da scatolette di carne, latte in polvere, cioccolata, gallette, qualche quintale di pasta e di farina.

Lo spiazzo utilizzato per accamparci era buono da un punto di vista strategico. Come l'altro ci consentiva di dominare la valle. Ma a differenza del primo non aveva protezione alle spalle e purtroppo non avevamo la possibilità di sorgenti d'acqua a portata di mano. Quella più vicina distava quasi un chilometro. Furono tirate su tre tende da venti posti l'una per poco meno di cento ragazzi. Trascorsi due giorni, ancora non avevamo previsto un luogo dove sistemare la latrina. Chiunque aveva bisogni corporali da soddisfare, lo doveva fare all'aria aperta e talvolta in presenza dei compagni.

Dopo la novità del primo giorno, in cui tutta la compagnia aveva dato il meglio di se stessa, ora i ragazzi erano stanchi. Se dopo il fervorino fatto da Mario al Capanno nessuno se l'era sentita di disertare, ora c'era già qualcuno che pensava di tagliare la corda e di passare le linee nemiche per suo conto. Il clima era di smobilitazione e di resa. Nessuno parlava più di resistenza. Anche Mario, perduto lo smalto della prima iniziativa, ora aveva ripreso a disinteressarsi sempre più della vita del gruppo. Non essendoci strutture idonee per cuocere i cibi ognuno mangiava quanto aveva a portata di mano e cioè attingeva dalla famosa riserva per l'emergenza. La prima conseguenza fu un dilagare della dissenteria complicata dalla mancanza di medicinali appropriati: di agrumi nella zona non ce n'erano affatto. L'inconveniente maggiore era la totale difficoltà di comunicazione. Con grande sacrificio avevamo trasportato la ricetrasmittente e la batteria , ma, nonostante la buona volontà e l'impegno di Franco, non servirono a molto perchè non riuscimmo a sintonizzarci più col Micio. Stando sull'altro versante e ad una quota più bassa, evidentemente risultavamo coperti dall'ostacolo della montagna.

La mattina del quarto giorno al bombardamento infernale subentrò una calma totale. Ci fu anche una ricognizione aerea di una 'cicogna' tedesca. Volteggiò per dieci minuti a bassa quota e i suoi giri lambirono anche la nostra zona, mettendo a rischio le attrezzature occultate malamente. Il sesto giorno trascorse tranquillo e decidemmo di fare una visita al Capanno per vedere se fosse rimasto qualcosa di utilizzabile. Il drappello di ricognizione fu composto da Mario, Alberto, Mauro e me. Prendemmo le armi e ci avviammo giù per il sentiero scosceso fiancheggiato da rigogliosi corbezzoli che sui fiorellini bianchi avevano costruito in autunno i tondi frutti rossi, tanto saporiti, ma altrettanto lassativi.

Una sola lacrima.

Giungemmo al Capanno dopo un'ora circa. Sembrava un paesaggio lunare. Ovunque crateri larghi un paio di metri. Al posto della camerata c'era un mucchio di ferraglie con le brande contorte ammassate qua e là. Del comando era rimasto solo lo scheletro in ferro. L'acquedotto e il lavatoio completamente distrutti. Del generatore di corrente a benzina nemmeno l'ombra e così dei tre grossi bidoni; forse erano stati centrati in pieno e il carburante aveva alimentato quegli incendi apocalittici che avevamo visti dal nuovo accampamento. Dei viveri si erano salvate alcune scatole di sardine sparpagliate in un raggio di trenta metri. Pasta, olio, zucchero, tutto distrutto.

Non c'era più molto da cercare. Vagavamo tutti e quattro con gli occhi smarriti nel vuoto e con un fuscello scostavamo ogni tanto qualcosa accartocciata per terra. Vista l'inutilità della spedizione, decidemmo di rientrare al Campo. Con il bombardamento erano esplose anche le mine anti-uomo sistemate intorno per una profondità di cinquanta metri. Passammo anche di là. Oramai non c'era più nessun pericolo. Era una scorciatoia più agevole per il ritorno. Ma ad un certo punto Mario mi prese per un braccio e mi fermò. Annusò nell'aria e mi disse:

- "Non senti questo strano fetore?" -

- "Forse sarà esplosa anche la latrina. Il vento spira da quella parte" - Gli rispose Mauro.

- "Questo non è odore di latrina" -

Ribattè lui; e intanto, quasi facendosi guidare da quell'odore, si incamminò verso un viottolo a ridosso della rocca dove avevamo sistemato la postazione della mitragliatrice pesante. Più ci avvicinavamo e più il fetore si faceva intenso. Fu Mario ad arrivare per primo. Salì sul bastione e con una mano si coperse gli occhi. Lo raggiungemmo. Riversa a terra, supina, con gli occhi sbarrati ed il viso tumefatto, c'era Cecilia. Il cadavere in decomposizione emanava un fetore insopportabile. Mario si mise un fazzoletto in bocca, si avvicinò e cercò di chiuderle gli occhi. Ma le palpebre non si mossero. Quegli occhi rimasero sbarrati verso il sole.

Eravamo tutti troppo emozionati ed afflitti per pensare ad una Nemesis vendicatrice. Ma lui, Mario, la pensava proprio così. Lo disse a voce alta con la voce rotta da un pianto che non veniva e non gli bagnava gli occhi:

- "Mi sarei dovuto fermare quella sera sulla scarpata ... Forse allora sarei riuscito a chiudere quegli occhi sbarrati fissati sul sole." -

Ma perchè Cecilia era tornata al Capanno? Mi assalì il rimorso di non averle detto chiaramente quale fine avrebbe fatto il nostro rifugio. E le capre dove le aveva lasciate? Intorno non ce n'era traccia nè morte nè vive.

Mauro la cosparse di cloro, trovato accanto alla latrina. Era stata colpita da una scheggia di granata alla schiena forse mentre cercava scampo nella trincea della mitragliatrice. L'adagiò su una cerata, le sollevò le vesti e dalla tasca nascosta, sporca di sangue raggrumato, le sfilò una busta coi soldi. C'erano circa centottantamila lire. Non riuscimmo mai a sapere come quei soldi fossero lievitati, al punto quasi di raddoppiarsi, in quelle quattordici ore trascorse tra la sua partenza ed il bombardamento. L'unica ipotesi possibile rimaneva quella di non avere creduto alla nostra smobilitazione e dopo essersi sbarazzata delle capre fosse tornata al Capanno per rifare la 'vita' con più comodità.

Mauro fu tanto bravo da trovare attrezzi di fortuna per scavare una fossa accanto a quella del nonno risparmiata dalle granate. Le ricompose le vesti e l'avvolse nella tela cerata.

Il fetore era scomparso, coperto dall'odore del cloro. Ci schierammo di fronte a lei e sull'attenti la salutammo militarmente. La sorte aveva voluto che l'unico sacrificio del Capanno, per mano dei tedeschi, riguardasse una che aveva combattuto e perso una sola battaglia, la più terribile: quella con sè stessa.

L'unica croce possibile sopra la sua tomba fu un ferro contorto. Mario prese dalla sua tasca un notes, ne strappò un foglio, e scrisse <<A CECILIA>>. Di lei non conoscevamo nemmeno il cognome. Infilò il foglietto in cima al ferro e dalle sue ciglia scese prepotente una lacrima: una sola, come quelle rare gocce di pioggia che cadono da un cielo sereno di primavera. Andando via, Mauro, il più giovane di noi, disse con voce commossa:

- "Addio Cecilia. Conserveremo il tuo ricordo nel cuore per sempre. Nessuno saprà mai che sei stata l'amica, la sorella, l'amante e la sposa di tanti ragazzi che ti hanno voluto bene." -

Girammo di spalle per riprendere il sentiero. Una folata di vento strappò il biglietto dal cippo che volteggiò per un poco nell'aria, quasi tentasse di seguirci, poi... cadde a terra e si confuse con le foglie bruciacchiate del sottobosco. Nessuno di noi tornò indietro per rimetterlo al suo posto.

* * *

Capitolo Quattordicesimo: La stima paga.

La verità e il dubbio.

La sera la trascorsi in albergo a Francoforte. Non volevo correre rischi. Dopo quanto mi aveva detto Alberto volevo riordinare le mie idee. Quindi si trattava veramente di un grosso traffico internazionale di droga e di armi. Il racconto non aveva tradito le mie aspettative nè potevo accusarlo di reticenze. Se qualcosa me l'aveva taciuta si doveva trattare di cosa molto riservata 'top secret' insomma. Quanto mi aveva confidato, per importanza e per gravità, costituiva effettivamente un elemento capace di compromettere la sua vita. Ciò mi dava la certezza di una grande stima ed anche della sua massima fiducia nei miei confronti.

Ma in fondo avevo ancora bisogno di una conferma alle mie supposizioni. Nei suoi panni avrei agito allo stesso modo?

Forse no. Ma prima dovevo prendere in considerazione alcuni elementi importanti. Dovevo innanzitutto stabilire alcune condizioni di priorità. Primo: il mio temperamento avrebbe consentito di cacciarmi in un'avventura simile? Secondo: trovandomi nelle condizioni di essere ricattato avrei agito contro i miei principi morali? Terzo: la mia formazione avrebbe tollerato quelle ambiguità e quei raggiri?

Mi accorsi che seguendo quello schema di ragionamento avrei finito come nella gara tra Achille e la tartaruga. Nel famoso sofisma di Zenone gli spazi che separavano i due dal traguardo potevano essere divisi all'infinito; così Achille non avrebbe mai potuto raggiungere la tartaruga. Andando a ritroso su causa ed effetto avrei finito anch'io col ritrovarmi sempre al punto di partenza. Ma qui la filosofia non c'entrava affatto.

Presto mi resi conto che quanto pensavo era solo un 'arrangement', un alibi del subconscio, per giustificare il perdurare della diffidenza nei confronti del racconto di Alberto. Ciò a dispetto del fatto che tutta la sua narrazione poteva benissimo essere la trama di una storia poliziesca. Forse ero propenso a credergli unicamente per solidarietà. In poche parole tutta la storia si dimostrava coerente e congruente con quanto desideravo che fosse e combaciava con le mie aspettative. Ma a pensarci bene era la sola prova della 'sua' verità.

Allora, tutto da capo? No. Un momento! C'era forse un altro elemento da prendere in considerazione. Ammesso che la verità mi fosse stata suggerita da un particolare atteggiamento congruente, l'istanza inconscia del dubbio doveva pure avere avuto una sua causa scatenante. In definitiva ero già potenzialmente predisposto a mettere in dubbio qualunque cosa mi avesse detto; ed il motivo di ciò poteva trovarsi nelle esperienze lontane, ora assolutamente dimenticate. Una cosa era certa ed andava a suo vantaggio: tutta quella storia si attagliava perfettamente, come un abito su misura, alla sua personalità, così come l'avevo conosciuta in quei lunghi mesi alla macchia.

Franco ha bisogno del medico.

Era trascorso solo un anno dall'8 settembre del '43 e ci sembrava di stare lassù in montagna da una vita. La nuova sistemazione, dopo aver abbandonato il Capanno, era stata sempre precaria. Da qualche settimana non avevamo contatti col Micio e le provviste di cibo cominciavano a scarseggiare. Con le prime avvisaglie dell'autunno avremmo dovuto nuovamente battere la boscaglia in cerca di funghi e di quant'altro ci consentisse di sopravvivere. Da un pezzo non sentivamo più il rumore delle granate dell'esercito alleato: da qualche giorno il fronte anglo-americano, prima così vicino, si era nuovamente allontanato. I comunicati tedeschi dicevano che l'ottava armata di Montgomery era stata respinta a sud di Viareggio e le vittoriose armate germaniche erano passate alla controffensiva riconquistando nuove posizioni strategiche. Ci aspettavamo da un momento all'altro di essere coinvolti nella battaglia sopratutto dalle truppe tedesche che avevano aumentato i loro voli di ricognizione sopra di noi.

A complicare le cose era sopraggiunto il maltempo, riducendo il nuovo Campo in un pantano fangoso. Le tre tende erano appena sufficienti a contenere i ragazzi durante la notte, sistemati in due per ogni branda. Soltanto Mario aveva una branda tutta per sè.

Quella notte, mentre fuori una pioggerellina cadeva insistente e tutti oramai dormivano, Alberto si precipitò dentro la nostra tenda e rivolto a me disse:

- "Franco ha degli sbocchi di sangue. Presto corri."-

Si alzarono anche Luigi e Mario, ed assieme andammo nell'altra tenda. Era bastato percorrere quei venti metri per guazzare nel pantano e inzupparci completamente.

Franco stava coricato supino, e la lampada a benzina illuminava sinistramente il suo viso terreo. Oramai tutti i ragazzi della tenda si erano svegliati; stavano in silenzio, sdraiati nelle loro brande, e, appoggiati su un gomito, guardavano attoniti il loro compagno . Si udivano frequenti colpi di tosse e dalla sua bocca, ogni tanto, usciva un fiotto di sangue che andava ad allargare una grande chiazza formatasi sul suo petto e sulle lenzuola.

Se sulle prime mi era venuto in mente potesse trattarsi di un'emorragia gastrica o esofagea, sentendolo tossire mi resi conto che il sangue veniva dai polmoni. Si trattava quasi certamente di un'emotisi. Gli chiesi se aveva avuto qualche altra volta episodi di quel genere e lui annuì col capo. Poi con un filo di voce disse:

- "Mi è capitato un'altra volta quando ero ragazzo. E' durato pochi minuti poi mi è passato definitivamente. Tutti i medici avevano detto che ero tisico. Mi hanno anche ricoverato per qualche tempo in sanatorio. Ma alle lastre non è mai risultato niente e nemmeno in tutte le analisi che mi hanno fatto." -

Alberto era il solo che stava chino su di lui, e con un asciugamano di spugna raccoglieva il sangue che gli fuoriusciva ad ogni colpo di tosse. Si era portato accanto un lavamano pieno d'acqua e ogni tanto vi immergeva il panno per lavarlo. I colpi di tosse si erano fatti più radi ed il sangue meno copioso.

Dopo quanto aveva detto poteva risultare molto pericoloso stare vicino a Franco e sopratutto, maneggiare quel sangue infetto, poteva significare contrarre una malattia incurabile. Quasi ebbi invidia del coraggio consapevole di Alberto. Standogli vicino lo confortava passandogli ogni tanto la mano sulla fronte e sui capelli. Nessuno di noi si era dimostrato capace di tanta abnegazione. Ci eravamo limitati a guardarlo e a dire qualche parola di circostanza.

Non c'era da perdere un minuto, bisognava avere la possibilità di chiamare subito un medico.

Fu come sempre Alberto che si offerse di scendere in paese. Si mise una delle poche incerate rimaste; inforcò la bicicletta e si avviò giù per la stradina resa viscida dalla pioggia ed in certi punti attraversata da un torrente che talvolta la rendeva impraticabile.

Dovette fare molti tratti a piedi. Pedalava su quel trabiccolo, ormai ridotto soltanto alle parti indispensabili, come se dovesse vincere una gara. Quella pioggerellina gli sferzava il viso e talvolta lo accecava del tutto, costringendolo a portare la bicicletta a mano.

Per prudenza aveva portato con sè il fucile mitragliatore. Se avesse fatto incontri sgraditi, fucile o no, avrebbe avuto comunque la peggio. Meglio quindi essere armati. Potevano esserci più possibilità di salvarsi.

Giunse alla villetta del medico quando ancora pioveva a dirotto. Il buio era rotto solo da un tenue chiarore di una luna piena coperta da un ovattato strato di nuvole. Bussò ripetutamente, ma nessuno rispose. Ricordando quanto era capitato in occasione del ferimento di Mauro, Alberto escogitò un tranello. Entrò sotto la tettoia dove stava la Fiat 509, collegò i fili del contatto, la mise in moto con la manovella, e la portò proprio sotto le finestre del dottore.

Siccome bussando aveva fatto un gran baccano, era certo che, sia lui che la governante, si fossero svegliati , ma non volessero aprire. Mise il piede sull'acceleratore ed il motore salì su di giri. Ad un tratto la finestra si aprì e si affacciò il medico con la vestaglia, una papalina in testa, e la doppietta spianata davanti. Urlò, con quanto fiato aveva in gola, un <<Fermo o sparo>> che non intimidì affatto Alberto; il quale a sua volta gli disse:

- "Senta dottore nessuno vuole rubare la sua macchina. Se lei non apre la porta però l'auto gliela porto via realmente. E metta giù quell'arma! Tanto a quella distanza non le serve a niente." -

Il medico aprì l'uscio col fucile puntato e Alberto gli si avvicinò tenendo a sua volta il mitra verso di lui:

- "Le ho già detto di mettere via quell'arma. Come vede ne ho una che è molto più efficace della sua. Si vesta. Devo accompagnarla da un malato grave. Meno storie farà e più facile sarà per lei tornare subito a casa sano e salvo." -

L'uomo posò la doppietta dietro la porta e disse:

- "Ma dove mi vuole portare con questo tempo? Mi sa dire almeno di cosa si tratta?" -

Alberto gli disse quanto era capitato a Franco e il medico storse la bocca dicendo:

- "Ma crede veramente che io possa fare i miracoli? Se è vero quello che il suo amico le ha raccontato potrebbe trattarsi di una ricaduta grave; ed allora penso che non ci sarà niente da fare." -

- "D'accordo, lei non fa miracoli, intanto si vesta svelto e prenda la sua roba. Partiamo subito." -

Dopo aver tentato ancora di ribellarsi tirando in ballo la scarsità della benzina - al massimo sufficiente per fare quindici chilometri - vista la determinazione dell'altro, si vestì con una incerata ed il cappuccio, prese la valigetta delle medicine e si mise in macchina al fianco di Alberto.

Fecero agevolmente il primo tratto di strada, ma, arrivati al torrente, il dottore dovette scendere per aiutare l'altro a superare il guado. A metà strada Alberto si fermò e bendò gli occhi del medico. Proseguirono su un sentiero pieno di buche. La macchina ogni tanto prendeva qualche sasso e ad ogni sobbalzo seguiva una imprecazione del medico che esortava Alberto a rallentare. Ad un certo punto abbandonarono l'automobile. La strada si era fatta troppo scoscesa. Mancava circa un chilometro e lo percorsero a piedi. Alberto prese per mano il medico e lo trascinò su per la china. Arrivati al Campo gli tolse la benda e lo fece entrare nella tenda.

Franco si era assopito e non tossiva più. Nessuno aveva continuato l'opera di Alberto e il sangue era ancora lì sulle coperte. Il medico, prima di avvicinarsi all'infermo, pretese fossero rimosse quelle coperte ed il paziente lavato. Fu sempre Alberto a fare tutto. Così, col paziente disteso su un lettino pulito, poté iniziare la visita. Lo fece sedere; gli auscultò il torace, prima con l'orecchio poi con lo stetoscopio; gli contò i battiti del polso; si lamentò per la scarsa luce; gli ispezionò la gola. Si rivolse quindi verso di noi e disse:

- "L'esame obiettivo del paziente non rivela gran che. Sento ancora un murmure all'apice destro del polmone , ma si tratta certamente di qualche piccolo grumo di sangue rimasto nei piccoli bronchi. Potrei escludere delle caverne di una certa entità , ma per esserne sicuri bisognerebbe fare una radioscopia. La mancanza di febbre potrebbe essere un buon segno; anche se talvolta in certi soggetti ciò può verificarsi. Ciò di cui il paziente ha bisogno subito è di un riposo assoluto per qualche settimana e di una ipernutrizione per sopperire alla perdita di sangue che lo ha molto debilitato. Ora gli farò un'iniezione di calcio ed un antiemorragico. Il resto potrà vedersi solo in seguito. C'è la possibilità che gli sbocchi di sangue non si ripetano, ma se si dovessero verificare di nuovo, allora bisognerà farlo ricoverare subito in ospedale. Non potrei farci più nulla. Vi lascio queste tre scatole di iniezioni; fategliene una al giorno. Ne avrà per un mese. Dopo procuratevene delle altre."-

Gli fece le due iniezioni e rivolto ad Alberto disse:

- "Io avrei finito, se vuole riaccompagnarmi gliene sarei davvero grato." -

Mario gli si avvicinò, gli strinse la mano per ringraziarlo e gli porse duecento lire. Ma lui le rifiutò.

- "Per carità, disse, mi sembrerebbe di rubare in chiesa. Piuttosto se avete un poco di benzina, datemela. Ho il serbatoio a secco e rischierei di rimanere a mezza strada." -

Si mise da solo la benda. Poi tese la mano ad Alberto per farsi accompagnare. Senza dire altro si avviarono nuovamente verso la macchina e sparirono nel folto della boscaglia.

La tana del lupo.

Mi avviai alla Stazione Centrale di Francoforte, percorrendo la bella Kaiser Strasse.

Erano le nove e mezza. A quell'ora la città viveva la sua vita più intensa. Poche macchine nella strada, ma moltissimi pedoni indaffarati nei due sensi. Giunto alla stazione, trovai la saletta di prima classe gremita di gente. L'attesa non fu lunga. Il signor Brett si affacciò alla porta; e puntando verso di me, che portavo la valigetta nera, in perfetto italiano senza alcuna inflessione straniera disse:

- "Sono lieto di conoscerla. Se vogliamo andare ho qui fuori la macchina."-

Mi strinse calorosamente la mano e ci avviammo. Mi fece salire nella sua 'alfetta' parcheggiata poco distante e mi portò in periferia, in una zona industriale popolata di ciminiere e capannoni. Durante il tragitto si scusò per quanto era accaduto al Belvedere di Canazei ed aggiunse un poco bruscamente:

- "Tutto avrei immaginato fuorché di trovarmi di fronte, come corriere, un signore distinto e per giunta dall'aria aristocratica come la sua. Di solito in queste operazioni ci si serve di persone di quarto o di quinto livello. Tuttavia, lo debbo riconoscere, hanno fatto benissimo. Anche se il rischio poi non era molto grande; tuttavia la prudenza non è mai troppa." -

Annuii col capo e colsi l'occasione per raccontargli quanto mi era accaduto alla dogana. Ma lui, subito, non rispose. Si limitò a fare un vago gesto con la mano. Poi qualche minuto dopo disse:

- "Il fatto che lei sia qua significa che non è successo niente". -

La sua risposta mi stupì, ma non cercai di approfondire l'argomento. Provavo la strana soddisfazione del duellante che sta per affondare la sua lama nel petto del rivale. Oramai ne ero certo; quell'uomo elegante, così sicuro di sè e così tracotante, presto sarebbe stato distrutto.

Salimmo su una scala di ferro ed entrammo in un lungo corridoio illuminato da rade lampade sul soffitto. Lui avanti con la valigetta, io dietro di qualche passo. All'estremità opposta, si aprì una porta in ferro ed usci fuori un giovane con la tuta che all'apparenza sembrava un'operaio. Fece entrare Brett e trattenne me per ispezionarmi accuratamente. Accertatosi che non avevo armi. Mi fece passare.

Entrai in una vasta sala ben illuminata in cui troneggiava una scrivania ed alle pareti, disposti in fila, c'erano degli schedari. Brett si era intanto seduto e mi aveva fatto cenno di prendere posto davanti a lui. Posò la valigetta sulla scrivania; trasse da un cassetto un mazzetto di chiavi e, dopo aver trovato quella giusta, la aprì. Sulle prime però rimasi deluso. Avevo pensato a qualche doppio fondo che nascondesse qualcosa. Invece venivano fuori dalla ventiquattr'ore solo le statuine di porcellana, tutte bene imballate con piccole sfoglie di polistirolo.

Erano diciannove, tutte uguali; più i cocci di quella che mi avevano rotto alla dogana. Lui se le mise ben allineate davanti, assieme ad un frammento di quella rotta. Poi trasse dal cassetto un martelletto e cominciò col rompere la quinta, poi - contando anche il frammento, che risultava al settimo posto - ruppe l'undicesima ed infine la tredicesima. Dai cocci rotti vennero fuori, oltre ad un intenso profumo di bergamotto, tre bustine di plastica sigillate contenenti una polvere bianca. Non ci voleva molta fantasia a capire che si trattava di droga. Potevano essere due etti in tutto.

Aveva rotto tre statuine su venti e mi venne la curiosità di sapere quale criterio avesse seguito per trovare proprio quelle giuste. Osservai attentamente quelle rimaste in piedi e vidi che erano tutte uguali, identiche, esattamente come quelle rotte. Le osservai meglio e finalmente notai qualcosa che le differenziava: si, le calze del pastorello. Avevano differenti colori. Brett li aveva sistemati seguendo l'ordine dell'arcobaleno: dal violetto a sinistra, al rosso a destra. Una volta messe in quest'ordine, bastava applicare il codice 5, 11 e 13 partendo dal violetto.

La sua affermazione di poco prima nel minimizzare il rischio da me corso alla dogana, si riferiva probabilmente a quello stratagemma. A salvarmi fu unicamente un'astuzia di tipo statistico: il funzionario aveva rotto la settima che, per il calcolo della probabilità cadeva in un 15 per cento di possibilità di trovare quella giusta, lasciando a me l'85 per cento di opportunità di farla franca. Considerando che queste cifre erano di gran lunga inferiori alla possibilità di essere investiti da un'auto, il suo ottimismo era più che giustificato.

L'uomo intanto sgombrò la parte anteriore della sua scrivania dai cocci ed aprì le tre buste; ne assaggiò con la punta del dito il contenuto, poi, con dei reagenti, fece alcune prove sulle tre polveri in recipienti diversi. Da quanto mi sembrò di capire le polveri erano tutte e tre diverse. L'esame durò circa una mezzora. Dopodiché, uno sgherro più distinto degli altri, mi portò un'altra ventiquattr'ore, questa volta in pelle marrone, e me la consegnò. A questo punto Brett si alzò da dietro la scrivania e mi disse:

- "Senti questa roba va bene. Riporta al mittente quest'altra valigetta. E questa volta stai attento a non smarrirla; ne va di mezzo la tua testa."-

Poi rivolto ad uno dei suoi:

- "Accompagnalo in macchina fino all'albergo e scortalo fino in camera sua".-

Un pedinatore discreto

Durante il tragitto tentai di chiedere qualcosa al mio accompagnatore , ma invano. Sembrava un sordomuto. Venne con me in camera e si mise a cercare dapertutto scostando le tende delle finestre e guardando sotto il letto. Poi dopo avere eseguito l'ispezione se ne andò sbattendo la porta e senza dire nemmeno buon giorno. Portai la valigetta nuovamente giù in portineria ed al direttore chiesi di poterla depositare in cassaforte. Sarei stato più tranquillo se l'avessi saputa al sicuro.

Per me non c'era alcun messaggio; nessuno s'era fatto vivo. Avevo eseguito alla lettera le istruzioni di Alberto e quindi ora sarei stato libero di occuparmi di Marisa. Uscii e mi recai in riva al Meno. La giornata era meravigliosa e in un cielo turchino vagavano solo pochissimi nembi che arricchivano quella coreografia medioevale fatta di guglie e di bilance di pescatori, protese sul fiume, in attesa della preda. Qualche barcone si dirigeva verso il Reno. Erano lunghi e neri e navigavano lenti. Sui ponti bassi, i componenti di intere famigliole - coi ragazzi che scorrazzavano dai boccaporti alle battagliole - erano intenti ad eseguire ognuno un particolare lavoro. Il padre teneva il timone e la madre lavava i panni attingendo ogni tanto l'acqua del fiume con un mastello; mentre un ragazzotto a prua scandagliava le secche del fiume servendosi di una lunga pertica. Alcuni avevano bene in vista la scritta <<Koln>>. Avrebbero trovato il Reno a Magonza, avrebbero doppiato la rocca di Loreley, poi su a Coblenza, Bonn, Colonia, attraverso un paesaggio di fiaba formato da vecchi castelli appollaiati sul cucuzzolo delle dolci colline e verdi vigneti distesi sui fianchi del fiume.

Seguivo la sponda destra del Meno e camminavo a passi molto lenti. Non tardai ad accorgermi che qualcuno mi seguiva. Ogni tanto mi fermavo per osservare il paesaggio e senza dubbio ciò creava delle difficoltà al pedinatore. Anche lui, in un tratto scoperto, avrebbe dovuto adeguarsi alle stesse mie mosse. Volli divertirmi a guidare il suo comportamento. Mi sedetti su una panchina e anche lui si accomodò venti metri prima di me. Mi misi a correre per un poco e anche lui lo fece dietro a me. Cercavo sempre spazi ampi dove non si potesse nascondere. Poi decisi di sedermi ad un tavolino all'interno di un caffè e lui si sedette all'esterno. Infine mi stufai e decisi di smascherare il pedinatore. Uscii dal bar e presi posto di fronte a lui. Notavo in quell'uomo qualcosa di familiare, ma non sapevo a cosa attribuirlo. Fu lui a svelare il mistero quando parlò:

- "Sono mezzora che ti sto dietro. E' mai possibile che questa mattina per passeggiare tu abbia scelto luoghi che sono visibili da un chilometro di distanza con un semplice binoccolo?"-

Dalla voce lo riconobbi subito: era Alberto che si era truccato con barba e baffi finti. Disse che quello era il solo modo per avere un contatto con me senza dare nell'occhio. Fui felice di rivederlo. Pensavo potesse finalmente aiutarmi a ritrovare Marisa.

- "Ma non ti senti un pochino ridicolo a girare per le strade conciato in questo modo? " - Gli dissi.

- "Mi vien gioco forza. Tu hai un sacco di gente che ti tiene gli occhi addosso. Non possiamo stare qui. Vai alla biglietteria della stazione questo pomeriggio alle tre e fai un biglietto di prima classe per Mainz. Porta la valigetta; non te lo scordare! Sarò io a trovare te. Ciao."-

Si alzò e se ne andò. Non riuscivo a capire per quale motivo fossi sotto controllo. Avevo fatto quanto mi avevano detto e credevo di averlo fatto bene. Cos'altro potevano volere ancora da me? Andai a mangiare in un ristorante del centro e feci una piccola sosta in albergo per ritirare dal deposito la valigetta. Ad evitare che qualcuno mi seguisse chiamai un taxi e mi feci portare in una barberia dove ero stato la mattina precedente, ed avevo scoperto la presenza di una seconda uscita in una viuzza laterale. Pur essendo un vecchio trucco, funzionò. Non avevo la certezza di essere stato seguito, ma se per caso qualcuno lo avesse fatto ora sarebbe stato certamente seminato.

Mi incamminai verso la stazione seguendo stradine poco frequentate. Feci il biglietto per Magonza e mi diressi verso la pensilina che in quell'ora era pressoché deserta. Salii sul convoglio e, guardandomi intorno, non vidi Alberto nè nella sembianza naturale nè in quella con la barba e i baffi della mattina. Questo era un treno locale: non proseguiva oltre Magonza ed era mezzo vuoto. Lo scompartimento di prima era deserto. Mi sedetti in un angolo e prima che il treno partisse fui raggiunto da una anziana signora con abito e veletta nera. Non aveva bagagli e si sedette di fronte a me. Mi venne subito in mente di cambiare scompartimento per essere più libero di parlare con Alberto. Stavo per alzarmi, quando sentii Alberto, da dietro quella veletta, dirmi di star fermo ancora per un poco. Il convoglio partì e nessun altro passeggero salì nel nostro vagone.

I piani di Brett.

Finalmente potevamo parlare liberamente. Prima che lui aprisse bocca gli chiesi:

- "Dove sta Marisa? E' ormai da qualche tempo che per me è diventata un'idea fissa. Temo di essere sul punto di innamorarmi seriamente di lei. Devi aiutarmi a trovarla." -

- "Ehi, vacci piano. Lasciami almeno il tempo di chiederti se tutto è andato bene."-

Mentre parlava si alzò, prese la valigetta che avevo messo sulla reticella portabagagli, se la mise sulle ginocchia e dopo aver tolto dalla borsetta un mazzetto di chiavi la aprì. Mi aspettavo di vedere delle banconote in mazzette ed invece era semivuota e conteneva solo poche carte. Dimenticai Marisa e gli chiesi cosa fossero quei miseri fogli piegati in quattro.

Ne prese uno, me lo dispiegò davanti, e disse:

- "Vedi questo è lo schema di un moderno carro armato leggero adoperato dai sovietici in Afghanistan. Cadrega, in contatto con Brett, ne ha costruito un bel pò e dovrà spedirne una ventina in Medio Oriente. Brett mi ha dato questi schemi di carri pesanti, aggiornati con le ultime matricole, costruiti dai sovietici. Nessuno deve accorgersi che i carri che lui spedirà siano delle copie. Gli stessi arabi sono convinti si tratti effettivamente degli originali sovietici. Porterò queste carte a Cadrega e lui avrà la certezza che sto facendo per lui un buon lavoro."-

- "Ma l'eroina che ho portato a Brett a cosa serve?" -

- "Ti avevo già detto la volta scorsa dello scambio della droga con le armi. Brett fornirà le armi leggere in cambio della droga e Cadrega fornirà quelle pesanti. Quello che hai portato tu è solo il campionario di tre tipi di eroina ricavati da diversa raffinazione. Ora, siccome la quantità da scambiare è enorme, l'intermediario vuole avere lui la scelta del tipo di raffinazione e ce la comunicherà non appena l'avrà sperimentata. Io ripartirò domani per Bogotà , ma sarò di nuovo in Italia fra circa due mesi." -

- "Un momento. Ora sono io che ti dico di calmarti. Prima di andartene devi dirmi dove si trova Marisa."-

- "Non so se sia il caso di dirtelo. Le cose si sono messe bene per noi grazie alla tua Marisa che involontariamente ha fatto prendere una sbandata a Brett. Se tu non farai l'amante geloso potremo sfruttare ancora per un poco questa situazione. Sarai magari tu l'intermediario fra noi e lei. Bada, quando dico noi non intendo Cadrega , ma la Dea. Capito?"-

- "Capito. Ma la cosa non mi entusiasma molto. Prima mettevo in gioco la mia e la sua vita, ora devo anche fare il ruffiano tenendo bordone alla sua tresca con Brett. Non ti sembra di esagerare? So che ti ispiri a Machiavelli, ma questo signore a me non è molto simpatico quando suggerisce al Principe che il fine giustifica il mezzo. Avrei preferito che per raggiungere civilmente un fine egli avesse insegnato al suo allievo che esistono anche delle strade, magari più tortuose, ma sicuramente meno amorali."-

- "Tu parli di banale moralità borghese quando è in gioco una partita che vede da un lato la possibilità di sterminio di intere popolazioni medio-orientali e dall'altra la dannazione e la morte di milioni di persone sicuramente coinvolte da quei quintali di droga scambiata con le armi? Non voglio credere che tu sia la persona per bene che si è pentita di aver fatto sui monti la resistenza solo per il fatto che quel tipo di vita avventurosa - così fuori dagli schemi della moralità comune - finiva col cozzare con il quieto vivere di ogni giorno in cui hai trovato la ragione ultima della tua esistenza."

"Forse a te basta trastullarti coi tuoi allievi all'Università, raccontando loro amene storielle sulla psicologia dei gruppi e sul modo più coerente di affrontare la vita sociale. Io piuttosto preferisco agire ogni volta che ne ho l'occasione. Non mi venire a parlare di morale e di machiavellismo. Non conosco nè l'una nè l'altro."-

Parlava a ruota libera gesticolando, e d'un tratto il controllore aprì il nostro scompartimento. Quando si affacciò rimase per un attimo interdetto vedendo quella distinta signora sbracciarsi e sentendola parlare con una voce non certo argentina. Ma Alberto fu rapido a controllarsi. Bloccò le braccia in alto. Fece il gesto di scacciare un insetto e facendo la vocina in falsetto disse:

- "Lei signore ha ragione di lamentarsi, queste mosche sono davvero fastidiose."-

Il controllore forò i biglietti e si allontanò farfugliando qualcosa di incomprensibile. L'incanto si era rotto e riprendere proficuamente lo stesso discorso sarebbe stato impossibile. Ci guardammo in viso e sbottammo in una fragorosa risata. Ma presto tornai sull'argomento che più mi premeva.

- "D'accordo allora per l'intermediazione con Marisa, ma dimmi almeno che cosa devo intermediare. Tu hai la brutta abitudine..."-

- "Brutta abitudine, brutta abitudine... Tu stai ricominciando un discorso per crearti degli alibi. Io ti dico delle cose che credo sensate; se poi tu vuoi criticarle accomodati, fallo pure; lo so è difficile trattare con te e sopratutto volerti dare delle direttive. Tu credi di possedere la chiave per tutte le porte. Ma non è così. Uno è sapere come è costruita una serratura e magari conoscere anche la lega di cui è composta, altro è sapere realmente aprire quella serratura, sopratutto se ne devi improvvisare la chiave da un momento all'altro. Nel nostro caso la chiave dell'operazione è Brett. Dobbiamo fare in modo che lui si fidi di qualcuno che al momento opportuno sia in grado di sottrargli quella chiave. Sono convinto che l'infatuazione di Marisa per lui sia solo un fuoco di paglia dovuta a tanti fattori di cui forse anche tu sei responsabile. Per lui la cosa sembra più seria e questo agevola i nostri piani. Chi meglio di te ha la possibilità di rimettere sul giusto sentiero Marisa quando sarà giunto il momento? E non dirmi che vuoi sapere come devi fare."-

Il locomotore era entrato nella stazione di Magonza. Alberto prese la valigetta e mi abbracciò. Mi fece un certo effetto sentirmi tra le dita il raso plissato del suo vestito e rimasi un poco sconcertato quando mi strinse vigorosamente. Lui lo intuì e mi disse:

- "Ti abbraccio. Prenderò l'aereo per Bogotà forse oggi stesso. Noi ci vedremo solo fra due mesi; non mi cercare prima, per nessun motivo. Ora tu tornerai con questo stesso treno a Francoforte. Marisa stà all'Hotel Excelsior. Ma non andarla a trovare, semmai telefona. Sarebbe meglio se le telefonassi direttamente dall'Italia quando sarai rientrato. Ciao."-

Girò di spalle e se ne andò. Lo guardavo dal finestrino che camminava imitando il passo incerto d'una anziana signora. Un facchino, quando le passò accanto, le porse la mano per farle attraversare i binari.

La fine della trasferta.

L'indomani mattina ripresi la macchina e tornai a casa.

Rifare da solo oltre mille chilometri non fu piacevole. Tuttavia quando si sente l'aria di casa anche la stanchezza fisica si sopporta più agevolmente.

Quando rividi il mare fu come ritrovare le mie cose di sempre. Il profumo di salsedine mi fece respirare a pieni polmoni e mi restituì il tono venuto meno durante la permanenza in montagna. Nonostante fossi abituato a viaggiare spesso per dei congressi, talvolta in Europa e in America, tuttavia mai trasferta era stata così stressante e faticosa. Ora, stando nuovamente dietro la scrivania, mi sembrò di aver vissuto un incubo. Le cose le vedevo nuovamente a grandezza naturale. Anche il problema di Marisa sembrava non occupare più ossessivamente i miei pensieri come mi era capitato durante tutto il viaggio.

Presi la rubrica degli appuntamenti e ripartii dalla settimana cancellata con un fregaccio di pennarello. Dopo aver dormito saporitamente per dodici ore mi sentivo rinfrancato e disponibile a riprendere subito il lavoro. Dovevo comunicare ai miei cinque pazienti i nuovi appuntamenti a partire da domani.

Ascoltai la segreteria telefonica. C'erano state diverse telefonate. Alcune di nuovi clienti per un appuntamento, altre di amici e una dalla procura della repubblica. Era certamente di Luigi. Nonostante avessi tante cose urgenti da fare, diedi la precedenza proprio a lui.

Luigi chiese dove fossi sparito per tutto quel tempo ed io risposi di essere stato in Germania per un congresso. Avevo detto ad Alberto del suo desiderio di rivederlo? La sua domanda mi cadde come una mazzata in testa. Non sapevo cosa rispondergli: chi mai poteva avergli detto che alcuni giorni prima ero stato in sua compagnia? Gli risposi che mi riservavo di farlo quando sarebbe tornato fra non molto. Rimase in silenzio qualche secondo poi disse secco:

- "Se n'è tornato in Colombia, vero?"-

Non volli sbilanciarmi e risposi:

- "Credo di si, ma non ne sono sicuro." -

- "Sai nulla di Varone e della Rupert?" -

- "Mi stai facendo per caso un interrogatorio?" -

- "Va bene; hai ragione; al telefono non è il caso di parlarne; dovrò pregarti di venire a trovarmi, se ce la fai questa mattina stessa. A fra poco."-

Rimasi per un attimo sopra pensiero. Cosa diavolo poteva volere da me. E cosa c'entravano quei due. Doveva trattarsi certamente di colloquio informale altrimenti la convocazione sarebbe stata più convenzionale.

Arrivai da lui in meno di mezzora. Come al solito mi fece fare un poco di anticamera che trascorsi chiacchierando col suo usciere. Poi Sua Eccellenza mi ricevette. Dopo brevi convenevoli, entrò in argomento.

- "Riprendiamo dove abbiamo lasciato. Sai qualcosa di Varone e della Rupert-Smith?" -

Mi ero preparato a questa domanda e risposi subito:

- "Ho visto quei due per la prima ed ultima volta quando vennero da te per l'udienza. Ma ora consentimi una domanda. Non è stato già concluso il processo contro quei tre? E cosa c'entro io in questa faccenda?"-

Evidentemente avvezzo solo a farle, le domande, e non a rispondere, continuò imperterrito:

- "Se non si fosse trattato di cari amici come voi, avrei lasciato che la cosa se la sbrogliasse la polizia ed avrei atteso semplicemente il verbale delle indagini per consegnarlo a mia volta ad un sostituto. Sia chiaro, ho voluto interessarmene di persona non per farvi un favore, ma soltanto per capire meglio tutta la faccenda. E la faccenda me la chiarirai tu ora."-

Aprì un cassetto della scrivania e ne estrasse delle carte con in margine la scritta: Confidenziale.

- "Questo, continuò, è un rapporto del Commissariato di Polizia della tua zona sollecitato da me a fare indagini sul tuo conto dopo che ti sei interessato della questione di Alberto e degli altri due. Il Commissario Mauri, è una brava persona, e mi dice di te delle cose estremamente sospette. Nel suo rapporto mi parla di tue connivenze con pregiudicati pericolosi; della sparizione per tre giorni della tua fidanzata; denunciata da te come sospetto rapimento e - con la sua ricomparsa - diventata fuga d'amore; del tuo appartamento messo a soqquadro da ignoti ladri, che però non ti hanno rubato nulla; di una misteriosa valigetta nera entrata nel tuo appartamento con te, poi uscita in mano di una signorina dai capelli biondi. Rientra con la tua amica e poi ancora con te a Canazei, e poi ancora a Francoforte dove all'Hilton compare anche Alberto. Per telefono mi hai chiesto se ti volevo fare un interrogatorio. Bene non ne ho l'intenzione; ma tu dovrai convenire che non potrò accontentarmi di una risposta evasiva. Cosa hai da dirmi in proposito?"-

Ero davvero imbarazzato e terrorizzato. Mai e poi mai avrei pensato che tutte quelle notizie fossero arrivate sulla sua scrivania. Adesso cominciavo a capire. Altro che protezione ventiquattr'ore al giorno. Il Commissario Mauri mi spiava per conto di Sua Eccellenza e ce l'aveva messa tutta per fare bella figura. Come avrei potuto spiegare tutte quelle cose se non dicendogli la verità? Ma non potevo. Avevo dato la parola d'onore. L'unica cosa da dire, senza compromettere altri , ma solo me stesso, la dissi:

- "No comment"-

Detto questo gli porsi i polsi per farmi mettere le manette. Riuscii a strappargli un sorriso di ghiaccio. Ciò che mi interessava era prendere tempo per riordinare le idee. Fu lui a riprendere il discorso:

- "Ma allora non vuoi proprio capire. Io vi voglio aiutare. Se sulle prime avevo creduto al pieno coinvolgimento di Alberto, quando ho saputo dopo il processo che c'eri anche tu di mezzo, mi sono detto che l'affare non poteva essere sporco e che forse solo le apparenze erano contro di voi. Mi credi un cinico, ma posso assicurarti, un pochino di psicologia l'ho studiata anch'io. Per l'amicizia che c'è stata tra noi devi dirmi che diavolo ci fate in mezzo a gente equivoca e pregiudicata."-

Potevo cavarmela abbastanza bene dicendogli una verità a metà. Nè più nè meno come si era comportato Alberto inizialmente nei miei confronti. Così risposi:

- "Tu l'hai detto poc'anzi. Non potrei mai infilarmi in un affare sporco. Trent'anni di professione, svolta in questa città, alla luce del sole, vivendo la vita coi soli proventi del lavoro, mi daranno pure il diritto alla tua stima incondizionata. Tu hai ragione solo in una cosa: purtroppo le apparenze sono contro di noi. Hai agito da saggio a non lasciare divulgare questa faccenda attraverso i normali canali giudiziari. L'amicizia non c'entra molto. Se ti fossi comportato diversamente, te ne saresti pentito non appena fossi stato in grado di conoscere la verità per intero. Una verità che non solo tu e noi avremmo pagata a caro prezzo, ma anche milioni di persone che sarebbero state vittime innocenti. Di più per ora non posso dirti. Accontentati e dammi fiducia."-

Sapevo che un tipo come lui non poteva accontentarsi di quanto gli avevo detto. Ma negare sarebbe stato peggio e in tal caso si sarebbe veramente potuto verificare l'imprevisto. Tuttavia il miracolo avvenne. Mi guardò fisso in viso - com'era solito fare quando voleva scoprire, da esperto, se gli imputati dicevano la verità, cogliendo quei segnali appena percettibili dell'emotività disegnata sul volto dei mendaci - poi mi disse:

- "Ti darò fiducia. Ma ricordati, fino a prova contraria tu sarai per me un indiziato. Non farmi pentire di quello che sto per fare. Purtroppo nella carriera ho visto tante persone per bene finire ricattate da criminali."-

Così dicendo sollevò il foglio del rapporto dalla scrivania e lo strappò di fronte a me in mille pezzi che gettò a pioggia, con gesto teatrale, nel cestino della carta. Disse ancora:

- "Non illuderti però. Qui nella testa sono rimaste stampate le parole di questo foglio che oramai non esiste più per nessun altro. Spero che questa benedetta o maledetta verità non debba tardare a venire. Ricordati comunque che anche un procuratore generale è prima di tutto un uomo. Se avrai bisogno di me, prima di fare qualunque fesseria, vieni a trovarmi. Ed ora lasciami. Ho un sacco di cose da fare."-

Sua Eccellenza mi congedò con quel sorriso stereotipato che era solito fare ogniqualvolta era costretto ad assolvere un imputato. Per questa volta l'avevo scampata. Ero di buon umore e quando incontrai sulla porta l'usciere lo presi sottobraccio e lo trascinai al bar del primo piano per invitargli il caffè che questa volta Luigi si era risparmiato.

* * *

Capitolo Quindicesimo: Amore e droga.

L'interpretazione dello psicogramma.

Da dieci giorni non sapevo nulla di Marisa. Le avevo telefonato più volte all'albergo di Francoforte, ma la risposta era stata sempre negativa. Non avevano più visto nè lei nè il suo accompagnatore. Dalla fotografia sulla scrivania, Marisa mi guardava e mi sorrideva con un atteggiamento ironico mai visto, quasi la sua espressione fosse mutata rispetto ai giorni precedenti. La presi e la osservai attentamente.

Quanto era strana la vita. Fino a pochi giorni prima pensavo di conoscerla perfettamente. Ora mi sembrava di avere tra le mani una sconosciuta. Mentre mi passavano per la mente queste cose, ricordai il suo protocollo Rorschach già siglato e mai concluso. Presi la sua cartella dal cassetto e cominciai a stendere lo psicogramma.

Le risposte erano state superiori alla media: in tutto 35. Il 40 %. di esse era stato dato nelle ultime tre tavole. Il tempo totale impiegato era stato di 15 minuti primi; il tempo di reazione medio di 26 secondi; il tempo di reazione alla prima tavola di 7 secondi. Le risposte globali, rioferite a tutta la figura, sono state 4; le risposte di dettaglio, riferite a una parte significativa della figura, sono state 25; quelle di piccolo dettaglio, e cioè quelle riferite ad una parte insignificante della figura, sono state 4; quelle di dettaglio bianco, ovvero l'intrepretazione di una parte intramaculare, sono state 2. Le risposte forma in generale 31. Le risposte di buona forma 22; quelle di cattiva forma 9. Le risposte forma-colore, nessuna; colore forma, 2; colore puro, 1. Risposte movimento, 1. Risposte tatto 1. Risposte animali, 7; di dettaglio animale, nessuna. Risposte umane 6; di dettaglio umano, 1. Risposte sessuali, 3. Fuoco, 1. Sangue, 1. Esplosione, 1. Risposte anatomiche, 1. Risposte originali, 2. Risposte banali, 12.

Interpretando lo psicogramma in ogni suo elemento avevo il seguente risultato:

<<Intelligenza di livello medio, di tipo concreto debolmente stereotipata. Ideazione sufficientemente rapida. Tendenza alla variabilità dell'umore. Affettività impulsiva non bene adattata, di tipo decisamente extratensivo. Sessualità bene e normalmente orientata verso l'altro sesso con qualche spunto di sadismo. Temperamento suscettibile e irritabile. Buona la motivazione al successo e ottimo il livello di aspirazione. >>

Diagnosi: << Lieve depressione psicogena con predisposizione alla nevrosi isterica semplice>>

Non c'era alcun dubbio. I tratti salienti della sua personalità erano lì ad evidenziare una donna non intelligentissima, con un carattere impulsivo, che prendeva la vita come più le conveniva, si compiaceva di far soffrire il partner ed il ragionamento era influenzato più dall'istinto che dal cervello.

Era la prima volta che la sottoponevo ad un test di personalità ed il risultato era stato pienamente soddisfacente, perfettamente consono a quanto avevo potuto apprendere di lei sopratutto nell'ultimo periodo. Naturalmente sottoponendola al test avevo operato un esame meticoloso della sua personalità senza tener conto di innumerevoli variabili dovute alla situazione particolare in cui l'esame stesso era stato condotto. Nel complesso tuttavia queste variabili non potevano avere gran ché modificato il risultato globale se si considera che il soggetto si era offerto spontaneamente di collaborare sollecitandomi di appagare un suo desiderio.

Il vero amore.

Del resto non avevo bisogno del test per riconoscere in lei quelle caratteristiche. Le giornate trascorse in trasferta, prima sulle Dolomiti poi in Germania, erano state un inferno. Avevo notato la trasformazione della sua aria materna, prima abbondantemente sbandierata e sfruttata, in aria matrigna. Quel suo modo di fare ambivalente - con abilità diabolica - da una parte riusciva a gratificarmi e nello stesso istante mi mortificava. La sua disponibilità, apparentemente sottomessa, era piena di sottintesi contorti, anche nelle situazioni più lineari e meno complicate. Quel suo incassare e covare il risentimento, serviva per farlo esplodere in un comportamento incontrollato, nelle situazioni più impensate e nei momenti meno propizi. Quella sua finta autonomia, dipendeva prevalentemente dal suo istinto e solo parzialmente dal pensiero razionale. Tutto ciò mi dava la sensazione di avere una compagna molto gratificante, ma che, come nel supplizio di Tantalo, mi sfuggiva continuamente pur avendola sempre a portata di mano.

Mi chiesi se il test, somministrato solo per gioco, potesse significare da parte mia un tentativo inconscio di allontanarla definitivamente. Cosa avrei potuto trovare più di quanto già non sapessi di lei. Una conferma? Forse. Ma una conferma a cosa? A quanto da giorni rimuginavo per trovare una risposta interna, a quanto era già oltremodo evidente all'esterno? Oppure cercavo l'alibi ad una effettiva istanza rimossa, per aver subito quelle ripetute frustrazioni a cui lei mi aveva sottoposto nei giorni scorsi?

Ed ora perché il mio pensiero ragionava per metafore e non accettava piuttosto di ammettere la sconfitta? Lo specialista della psiche umana era stato messo a knock-out sul suo stesso campo di gioco: la psicologia dell'amore, il più antico e più tradizionale che l'uomo abbia mai praticato.

Non volevo arrendermi all'evidenza malgrado quella donna per me rappresentasse molto più di un soggetto da esaminare. Nonostante i miei cinquantadue anni, difficilmente avevo ceduto all'amore vero. Consideravo quel sentimento così profondo alla stessa tregua di Weininger: una truffa biologica capace di farci sopportare senza battere ciglio tutti i più gravi inconvenienti materiali e morali che l'unione permanente con una donna comporta.

Si può dire che per trentacinque anni ne ero stato immune. Solo a quindici anni infatti mi innamorai perdutamente di una compagna di classe. Non mi aveva mai ricambiato. Quando la vedevo provavo un vero e proprio malessere fisico. La mia anima si strizzava, e si contorceva come uno straccio bagnato, tutte le volte che l'occasione mi offriva di abbordarla ed io non ne avevo il coraggio. In quel periodo qualunque ragazza, con indosso un capotto rosso come il suo, mi faceva balzare il cuore in gola dandomi un'angoscia indescrivibile. La sera mi veniva anche la febbre ed i miei genitori erano seriamente preoccupati sopratutto dopo la morte della sorellina.

Mi fecero visitare da molti specialisti, ma non servì a niente. Tacevo ostinatamente anche coi miei la vera natura del male che io conoscevo benissimo. Tutto passò o meglio si trasformò quando l'amata - della stessa mia età , ma sessualmente molto più sviluppata - si innamorò di un giovane ventenne.

Il mio amore divenne allora un cieco furore. Pedinavo ostinatamente i due innamorati, ovunque andassero. Mi nascondevo ed urlavo al loro indirizzo frasi sconce. Finché un giorno il giovane, fisicamente molto prestante, si accorse di me e, senza tanti complimenti, me le suonò di santa ragione. Tornai a casa con molti lividi , ma con l'animo finalmente sgombro dall'amore e dall'odio che mi avevano torturato per tanto tempo.

Anche ora avevo gli stessi sintomi. Ma com'è che questo virus mi aveva risparmiato per tanto tempo? Forse una risposta l'avevo. La professione mi obbligava ad utilizzare le pulsioni affettive quasi esclusivamente come strumenti terapeutici. E questa necessità implicava disponibilità e dimestichezza nel trattare i sentimenti altrui, onde facilitare e favorire il 'transfert'. Così tutto diventava molto naturale e 'l'Amore' diventava un oggetto senza più alcuno smalto. Penso che ciò fosse dovuto principalmente all'abitudine di manipolare quei sentimenti, al di fuori della loro sede congeniale: proprio come capita al ginecologo nei confronti del sesso.

Un libro di statistiche relativo ad alcuni comportamenti sessuali, catalogava le professioni che maggiormente agevolavano le avventure amorose. Oltre ai registi di cinema, politici detentori del potere, dentisti e ginecologi, vi erano compresi anche gli psicoterapisti. Secondo questo studioso la stessa facilità di consensi, potrebbe costituire un deterrente naturale che si opporrebbe a questo sentimento. Per quanto riguardava il mio caso sarebbe stato interessante sapere se qualche autore si fosse mai spinto a formulare statistiche che riguardavano oltre i rapporti fisici anche i matrimoni di questa categoria di persone.

Non ce la facevo più a starmene lì senza far niente. Chiamai ancora Brett a Francoforte. Finalmente qualcuno rispose. Chiesi della signora Marisa Giulletti qualificandomi per un suo parente. Dall'altra parte si passarono il ricevitore almeno tre persone diverse: non capivano quanto dicevo. Finalmente qualcuno mi rispose in italiano. La signora stava a Boppardt da qualche giorno.

Ottenuto il suo numero le telefonai, e questa volta fu Marisa a rispondermi. Il sangue prese a circolare più velocemente e forse, a dispetto della mia composta impassibilità, anche a battermi forte sulle tempie. La sua voce era calda e affettuosa come sempre. Si dichiarò felice di sentirmi e volle sapere come mi ero organizzato per le faccende di casa. Poi disse ancora:

- "Ho nostalgia di te e dell'Italia. Mi hai perdonato? Dimmi di si, se no questa notte non riuscirò a dormire. Tu sei il tesoro più caro. Amore , se non l'avessi fatto tu, ti avrei telefonato io stasera per darti il mio indirizzo. Non ti preoccupare per me, Brett è un gentiluomo ed ha manifestato l'intenzione di sposarmi. Non sa nulla di noi due... "-

- "Come? Non sa nulla?"-

- "No. Ho preferito tacergli il nostro rapporto. Contrariamente a te lui è un tipo molto geloso e non so come reagirebbe se venisse a saperlo. Di uomini come te ne nascono solo uno su un milione. Tu mi hai capito, vero? Non c'è bisogno che ti dica perché lo faccio. Sono ormai avanti negli anni e non posso più permettermi il lusso di sfarfallare sui fiori più belli. Tu sei stato il fiore più appagante , ma con te non avrei potuto continuare per molto. Sappi però che mi sarebbe piaciuto moltissimo." -

Ero totalmente frastornato. Avrei voluto dirle che l'avrei sposata anch'io. Se mi voleva un pochino di bene doveva tornare subito da me. Non poteva sposare uno molto più vecchio di lei. Ma non mi uscì nulla di tutto questo. Le dissi invece:

- "Si ti capisco. Ma tu sai perfettamente chi è l'uomo che vuoi sposare? Bada, se anche ti vuol bene potrebbe renderti la vita un inferno e questo io non lo escluderei del tutto. E' una persona sporca dentro e fuori. Uno dei più pericolosi delinquenti europei e forse del mondo. Ti conosco molto bene; non potrai mai legare con... " -

- "Non mi dire!" tagliò corto Marisa "sei diventato geloso anche tu adesso. Mi stai facendo una paternale da marito tradito. Non ti riconosco più. Non sarà un matrimonio da luna di miele perenne , ma a me pare che tu ora esageri. Comunque, se matrimonio ci sarà, non sarà certamente domani. Potremo parlarne con più calma a voce quando rientrerò fra due settimane." -

Mi sarei pestato la testa contro il muro per la rabbia. Mi ero lasciato andare senza nessun controllo ed avevo fallito lo scopo. Stessa storia degli insulti al rivale di quand'ero ragazzino. Ma oramai la telefonata aveva perso tutto il mordente che mi ero proposto di imprimerle fin dall'inizio e non poteva finire se non nel modo più banale. Così dissi:

- "Ti auguro tanta felicità. Un caro abbraccio e arrivederci presto." -

Era destino. Anche questa volta, come a quindici anni, le avevo buscate di santa ragione, e per giunta da lei.

Alberto a Bogotà.

Alberto, una volta rientrato a Bogotà, si era dato da fare per organizzare con Cadrega la spedizione dei carri armati. Ora, muniti dei contrassegni e delle matricole originali, stavano ben allineati nei depositi, pronti per la partenza.

Cadrega si era complimentato con lui, con Varone e con la Spitz, per il buon esito dell'operazione. Aveva voluto avere notizie anche di me, del professore, diceva lui, e anche per me aveva avuto parole di elogio augurandosi di potermi conoscere personalmente, per impiegarmi ancora in altre operazioni.

L'uomo era sulla sessantina, con il viso completamente sfigurato da una vasta cicatrice, che partiva dalla fronte e scendeva lungo la tempia destra fino al collo, devastandogli la rima palpebrale dell'occhio destro. Raccontava di essere stato ferito in guerra, nel Vietnam; ma circolava voce, anche fra i suoi scherani, che fosse stato durante un incendio, nella foresta colombiana, appiccato dagli uomini della Dea intervenuti senza preavviso per bruciare le sue culture di coca.

Alberto era nel suo ufficio alla Import-Export-Bank e Varone andò a trovarlo. Senza tanti preamboli gli disse:

- "Cadrega ha fissato la spedizione per il prossimo mese. Prepara le lettere di credito per la solita banca svizzera. Tu disporrai le cose intestando l'operazione alla ditta di turno che ci servirà di copertura. Fammi la cortesia questa volta cerca di non lesinare nella tangente. Dollaro più, dollaro meno a noi interessa sopratutto che figuri un movimento reale di capitali. Il governo colombiano ha gli occhi puntati su di noi e nel breve periodo potrebbe mandarci un'ispezione. Dobbiamo premunirci da qualunque eventuale contestazione fiscale relativa alla spedizione delle armi."

"Tieni presente che per ora la disponibilità dei fondi deve riguardare solo la prima parte dell'operazione. Questa volta non servirà tutta la somma stanziata. Tu dovrai tenere a disposizione soltanto trenta milioni di dollari per il quintale di eroina che prenderò a Bangkok. I sessanta chilogrammi di cocaina proveniente da Medellin verranno regolati successivamente con una partita di giro a carattere nazionale. Naturalmente dai libri contabili dovrà apparire che questi soldi siano stati dati realmente in prestito dalla Import-Export-Bank ad un'impresa internazionale. Trovati tu un prestanome fidato e attendibile. Ricordati che l'operazione è fra le più grosse che abbiamo condotto, non fare il tirchio coi collaboratori."

"Io mi occuperò del trasferimento del capitale a Bangkok e tu ti occuperai di effettuare il passaggio delle somme occorrenti. Verrò dopodomani a prendere la lettera di credito che intesterai al Sig. Brett per la stessa banca." -

Tra Alberto e Ramon si era instaurato un buon rapporto di fiducia. Risaliva ai tempi della loro società in Argentina. Non c'era mai stata una vera amicizia. In più di un'occasione anzi si erano scontrati per ragioni di interesse e per divergenze di concezione di vita.

Mentre per quest'ultimo tutto poteva essere fatto pur di condurre in porto un affare vantaggioso dal quale ricavare un lauto profitto, per l'altro l'affare era sempre condizionato dai suoi effettivi termini legali. Finora la sua compromissione nei traffici era stata relativa solo agli scambi di danaro, di cui però la Dea era sempre al corrente. Già da diversi anni Ramon operava, tramite Lliu Thin, con la mafia cinese, effettuando grandi traffici di eroina proveniente dalla Tailandia verso l'America e l'Europa.

Cadrega trafficava nella fornitura di armi, ma era legato al cartello di Medellin per la fornitura di cocaina. Le armi pesanti le produceva lui, e quelle leggere le otteneva scambiando droga sopratutto in Svizzera per il tramite di Brett. Anche questa volta le armi dovevano essere procurate in parte da lui, ed in parte da Brett attraverso lo scambio di armi leggere e missili contro la cessione di cocaina e eroina.

Il Medio Oriente era interessato ai mezzi corazzati ed ai missili; il Libano alle armi leggere. I primi sarebbero partiti da Bogotà assieme alla cocaina ed avrebbero dovuto raggiungere il Mediterraneo; le seconde dalla Svizzera per raggiungere una città italiana e da qui essere convogliate, unitamente ai mezzi corazzati, in Medio Oriente.

Per il trasporto via mare sarebbero stati impiegati due carghi brasiliani e per quello via terra dei Tir carichi di soia e di latte in polvere. L'eroina sarebbe dovuta giungere in Italia con dei camion, seguendo la rotta balcanica, e successivamente sarebbe stata spedita in Svizzera su camion frigoriferi assieme alla cocaina.

Il criterio generalmente usato per questi traffici era sempre quello più economico e cioè: mai in grandissime partite. Se perdita doveva esserci o per affondamento della nave o per l'intervento della polizia non doveva mai essere superiore al milione di dollari. Questa volta si era dovuto fare un'eccezione per riuscire ad accontentare i committenti: avevano urgenza sopratutto delle armi. Così l'intera operazione superava di gran lunga i duecento milioni di dollari. Questa volta il piano commerciale non contemplava, come le altre volte, eventuali perdite. Bisogna condurre l'affare calcolando e risolvendo in anticipo anche il più piccolo intralcio.

Angel Rupert-Smith, che occupava la camera di fronte all'ufficio di Alberto, entrò e gli disse:

- "Posso parlarti?" -

- "Non qui. Andiamo al bar a prendere qualcosa" -

Quando furono per strada lui le disse:

- "Ho l'impressione che Cadrega abbia seminato di microfoni spia tutta la Banca. Ne ho trovato uno in archivio. Non credo ce l'abbia con noi in particolare. Rientra nelle sue abitudini sospettare di tutti. Cosa avevi da dirmi?"-

- "Ho comunicato al comandante del gruppo, colonnello Crentaler, che noi saremo pronti per la spedizione il mese venturo. Desidera un'operazione pulita. E cioè il nostro totale disimpegno dall'azione di forza che verrà condotta esclusivamente dai reparti speciali della Dea. Se conflitto ci sarà, noi ne dovremo rimanere defilati, senza comprometterci né farci coinvolgere. Costi quel che costi, vuole poterci utilizzare ancora per altre operazioni. Ha detto testualmente: << Nessuna medaglia per ora>>. Se ci costringessero a partecipare attivamente ha raccomandato di sparare pure a volontà, ma di cercare di sbagliare il più possibile la mira. Per quanto riguarda la nostra incolumità dice di stare tranquilli. Gli uomini del reparto delle teste di cuoio ci conoscono molto bene ed eviteranno di usarci come bersaglio. Secondo lui questa volta riusciremo ad incastrare tutta la banda europea, escluso Cadrega e Lliu Thin che devono poter ancora lavorare impuniti onde consentire, con una prossima operazione, di smascherare, il resto della banda e sopratutto i loro fiancheggiatori di Medellin e di Bangkok." -

Fra un mese quindi l'azione si sarebbe conclusa. Alberto non le nascose il suo disappunto per la prospettiva di dover continuare la loro opera di infiltrati. Sperava davvero che questa fosse l'ultima volta, per potersi dedicare con Angel a cose meno pericolose e sopratutto fatte alla luce del sole. Nonostante avesse sempre odiato la vita d'ufficio, pur di smetterla, si sarebbe adattato anche a stare dietro ad una scrivania.

Ramon a Bangkok.

Ramon partì per Bangkok l'indomani. Sapeva che la Tailandia era un paese rigorosissimo con i trafficanti. La mafia cinese di Lliu Thin doveva occuparsi di procurare, confezionare e spedire la droga in Italia attraverso la Birmania, il Bangladesh, l'India, il Pakistan, l'Iran, la Turchia, la Bulgaria, e la Iugoslavia. Tutto il personale impiegato per la spedizione era affiliato alla 'triade' mentre a lui era lasciato il compito di pagare la droga e controllare che tutte le cose andassero per il verso giusto.

Avrebbe dovuto precedere i camion in aereo così da trovarsi nei diversi paesi al loro passaggio e poter intervenire in caso di necessità. Bisognava ridurre la permanenza nei singoli Stati allo stretto necessario; e tutto il personale dei mezzi - non tutti carichi di droga - doveva essere assistito sollecitamente anche nel caso di banali incidenti. La posta in gioco era notevole e la sua responsabilità implicava un suo totale coinvolgimento. Non doveva essere consentito nessun errore.

Prima tappa sarebbe stata Rangoon, poi Calcutta, Karachi, Kabul, Theran, Ankara, Sofia e Belgrado. Se fossero sorti problemi con la dogana o con le autorità del luogo, spettava a lui risolverli. La droga, un quintale di eroina pura, era confezionata in buste da mezzo chilo ed era già stata sistemata in uno scompartimento stagno ricavato nei serbatoi della nafta ed in un sottofondo del pianale. I Tir, dieci in tutto, dovevano viaggiare distanziati di poco l'uno dall'altro. Il carico ufficiale era la soia; ma soltanto due erano i mezzi con la droga.

Prese alloggio all'Hotel Holyday In di Bangkok. La città brulicava di gente e l'afa umida toglieva il respiro. Si fece accompagnare al porto da un taxi e rintracciata la nave Nemeia salì a bordo. Il comandante, un cinese grassoccio di mezza età, gli venne incontro come un vecchio amico. Salirono su per una scaletta della plancia ed entrarono in una cabina dove ad attenderlo c'erano altre tre persone. Di queste solo una era di sua conoscenza: un commerciante di Hongkong, suo corrispondente, chiamato Tsufong. Dopo le presentazioni e i primi convenevoli entrarono subito in argomento. Gli automezzi con la droga erano al sicuro, alla periferia della città, in una vecchia fornace di calce e fra tre giorni sarebbero stati fatti partire per l'Europa.

Era stata artatamente allertata la polizia tailandese da un loro accolito - ritenuto dalla polizia locale loro confidente. Senza entrare molto nei particolari, disse che ci sarebbe stata una probabile spedizione di eroina con la Nemeia. In questo modo, quando la nave avesse chiesto l'autorizzazione a lasciare il porto, tutta la polizia sarebbe intervenuta per effettuare, magari in rada, una radicale perquisizione con grande impegno di tutto il personale per molte ore. Nello stesso momento i Tir si sarebbero trovati alla frontiera col Bangladesh. Così la polizia antinarcotici, impegnata in un'indagine infruttuosa in mare, avrebbe lasciato solo ai doganieri il compito del controllo. Questi ultimi avrebbero operato secondo una prassi normale: quella di ispezionare uno solo dei dieci mezzi, a campione. C'erano un buon novanta per cento di probabilità di farla franca, l'altro dieci per cento era coperto da alcuni funzionari prezzolati. I doganieri quindi non costituivano un pericolo serio. Per le frontiere degli altri Stati il problema non si sarebbe posto nemmeno con quel dieci per cento di rischio. Infatti, quando non sussistono seri sospetti, le merci in transito non vengono quasi mai controllate a fondo dalle rispettive dogane. Il problema più serio era costituito solo dalla frontiera con l'Italia. Ma per la dogana italiana erano state messe in atto altre strategie più sicure.

Il radiogoniometro.

Eravamo ai primi di Novembre del 1944. Era il giorno dedicato ai morti. Mentre fuori la neve aveva già invaso le cime dei monti, la pioggia dei giorni precedenti si era trasformata in un grande pantano fangoso che la notte diventava una lastra rugosa di ghiaccio scuro. Franco veniva amorevolmente assistito e sia per l'ipernutrizione a cui si sottoponeva, che per le iniezioni di calcio, ora si sentiva discretamente. Allestimmo una stufa di fortuna con un bidone di benzina vuoto e per canna fumaria collegammo, legandoli con un nastro d'amianto in dotazione alle mitragliatrici, dei barattoli di latte condensato aperti da tutti e due i lati.

Nonostante ci fosse la buona volontà di arrangiarci non si poteva certo dire che l'organizzazione potesse raggiungere i livelli di quando eravamo al Capanno. Tra i ragazzi serpeggiava da qualche tempo un grave senso di depressione e la morte di Cecilia e la malattia di Franco l'avevano aggravato.

A parte le penose condizioni di vita ed il razionamento dei viveri, a dare il colpo di grazia era stata l'impossibilità di comunicare con l'esterno. Non avevamo fatto più nessun tentativo da quando una sera i tedeschi stavano per scoprirci con un loro radiogoniometro. Fu per un vero miracolo che scartarono la nostra postazione.

Ci accorgemmo del mezzo con la caratteristica antenna orientabile, quando era ancora ad un paio di chilometri di distanza. Fino a quel momento trasmettevamo in radiotelegrafia la nostra matricola con la speranza di farci sentire dal Micio. Lo facevamo a brevi intervalli utilizzando ancora quel pochino di carica dell'accumulatore. Avevamo spostato tutta l'apparecchiatura vicino alla branda di Franco e lui stando a letto trasmetteva in alfabeto Morse. Nonostante fosse infermo era lui ad infonderci più coraggio. La depressione dei suoi compagni non l'aveva contagiato e si dimostrava sempre allegro e gioviale con tutti. Diceva sempre:

- "Oramai la morte non mi fa più spavento. L'ho vista di fronte molte volte; e quando ciò accade si finisce per non averne più paura. Sono un fatalista e credo che ciascuno di noi abbia già il destino segnato."-

Quando Mauro, di guardia, ci avvertì di aver visto dai tornanti della montagna un furgone militare con un'antenna rotonda sul tettuccio, Franco ci disse subito che si trattava di un radiogoniometro alla nostra caccia. Poi rivolto ad Alberto:

- "Senti, qui c'è da fare una sola cosa per salvare la pelle: prendere questo trabiccolo di trasmittente e spostarlo il più possibile ad est." -

- "Per ottenere che cosa?" -

Chiese Mario, un poco risentito per non essere stato interpellato per primo. Intervenni anch'io e dissi alquanto scettico:

- "Si tratta di spostare, tra batteria e apparecchiature, almeno un quintale di roba. Calcolando che il radiogoniometro potrà essere quassù non prima di mezzora. Come potremo farcela a fare sparire le nostre apparecchiature?" -

Franco si fece rosso in viso e urlò:

- "Non si tratta di fare sparire niente. Non perdete tempo fate quanto vi dico. Mettete questa roba in groppa all'asino e filatevela verso il Capanno il più presto possibile." -

Poi rivolto a me:

- "Tu un poco di Morse lo ricordi no? Beh, allora mentre vi allontanate continua a trasmettere mentre l'asino cammina, se vuoi anche solo degli SOS ripetuti. Ricordi? Tre punti tre linee tre punti. Non fermarti mai. Andate sempre verso sud; nella direzione del Capanno. Siccome loro saranno frastornati dal mutare della direzione del segnale, impiegheranno più tempo a localizzarvi. Quando sarete giunti abbandonate l'apparecchiatura e datevela a gambe per tornare il più presto possibile." -

Nessuno osò più controbattere. Ci mettemmo in cammino con l'asino carico di tutte le apparecchiature. Rispolverando quanto mi avevano insegnato di radiotelegrafia, facevo in continuazione: ti ti ti, ta ta ta, ti ti ti. La sera scendeva in fretta, e mentre ci spostavamo notavo che il loro furgone ogni tanto si fermava. Girava in continuazione l'antenna parabolica. Eravamo in quattro ed avevamo portato con noi soltanto le armi automatiche. Fortunatamente il costone del sentiero era defilato alla vista dei tedeschi. Essi camminavano per qualche decina di metri e poi si fermavano per localizzare quel segnale che fuggiva sulla loro tangente. Arrivammo sul Capanno quand'ancora i tedeschi avevano appena percorso poche centinaia di metri. Abbandonammo lì la nostra radio e di corsa scendemmo il pendio per tornare al campo, in parte in groppa all'asino ed in parte tenuti alla sua coda.

L'idea di Franco ancora una volta era stata geniale. Si era reso perfettamente conto della situazione. Se anche in quel momento avesse smesso di trasmettere, oramai i tedeschi avevano perfettamente localizzato la nostra postazione e ci sarebbero piombati addosso in non più di mezzora. Al contrario consentendo lo spostamento del segnale ci sarebbe stato, come in realtà avvenne, un doppio effetto fuorviante: quello tecnico del disorientamento del segnale, che li costrinse a fermarsi di frequente per fare il nuovo punto sul radiogoniometro, e quello psicologico del non rendersi conto di cosa stesse avvenendo.

La notte era scesa rapidamente e non vedevamo più il furgone tedesco. A rigore di logica seguendo la rotta del Capanno si sarebbero dovuti immettere in una strada diversa da quella del nuovo accampamento e magari raggiungere il vecchio rifugio. Mentre mancava circa un chilometro ad arrivare al nostro campo, Alberto, che camminava avanti al gruppo, tornò indietro e ci parlò sottovoce.

Ad un centinaio di metri da noi e ad una ventina dalla biforcazione verso il Campo, c'erano i tedeschi fermi accanto al furgone. Aveva chiaramente visto in viso uno di loro mentre si accendeva una sigaretta. Il problema si complicava non tanto per noi, coperti com'eravamo da un macchione di mirti e di rovi, quanto per i nostri al Campo. Essi rischiavano di essere scoperti se solo avessero acceso un fuoco o una sigaretta. Anche quella volta fu Alberto ad offrirsi. Ci disse di tornare indietro per lo stesso sentiero ad evitare che l'asino, sentendosi in prossimità della stalla, si mettesse a ragliare.

Lui avrebbe raggiunto, per un viottolo laterale, il campo ed avrebbe avvertito i compagni. I tedeschi erano una decina, ma non si sapeva di quali armi disponessero. Se avessero colto di sorpresa i nostri, avrebbero avuto senz'altro la meglio. Ci allontanammo; e Alberto si inoltrò per un viottolo scosceso. Quando giunse al Campo era giusto il momento di accendere il fuoco per fare quella brodaglia calda che costituiva, con un pezzo di galletta secca, il rancio serale. Nessuno si era accorto della presenza dei tedeschi a meno di cinquecento metri da loro.

Quella sera non si cenò. Tutti i ragazzi rimasero all'erta con le armi in pugno, ed un freddo cane nelle ossa, per almeno quattro ore; fino a quando il plotone dei tedeschi non si allontanò definitivamente, seguito dal radiogoniometro. Rientrammo ch'era già l'alba e i ragli festosi dell'asino, in prossimità della stalla, si innalzarono, in quel cielo umido e freddo, come un prepotente inno alla vita che continuava.

Il notes dello psicanalista.

Quando mi svegliai non erano ancora le sette. Dopo la telefonata di Marisa il sonno fu pieno di incubi. Anche quando da ragazzo ero innamorato della compagna di scuola, mi capitava la stessa cosa. Accomunavo le due cose senza però avere il coraggio di ammettere che a cinquantadue anni mi ero innamorato come uno scolaretto sciocco.

Cercai con la mente riposata di analizzare il caso. Ero innamorato cotto di Marisa; non c'era alcun dubbio. Oramai dovevo ammetterlo, non c'era scampo. Cercai di analizzare razionalmente l'idea di un eventuale matrimonio, ma la trovai ridicola. In realtà il pensiero di legarmi ad una donna emancipata ed emotiva come lei mi faceva star male. Se fosse stata meno impulsiva forse il mio atteggiamento sarebbe stato diverso. Quella punta di sadismo presente nel suo comportamento mi costringeva spesso a mettermi sulla difensiva e questo fatto mi creava un senso di inferiorità insopportabile. Non potevo non tener presente un suo costante atteggiamento di opposizione. Talvolta questo rendeva difficile il nostro rapporto e di ciò lei ne godeva, senza nemmeno nasconderlo troppo. Arrivai ad una conclusione drastica: avrei aspettato. Quella specie di sentimento senile, chiamato da me troppo enfaticamente amore, forse sarebbe cessato naturalmente.

Alle nove avevo il primo appuntamento della giornata. Era con la signora Luisetti. Presi la sua cartella e rilessi gli appunti delle ultime sedute fatte la settimana precedente:

<< Il soggetto si adagia spontaneamente nel lettino ponendosi in posizione laterale. E' ansiosa. Manifesta il desiderio di rimanere con il busto un poco sollevato. Dice: in quella posizione forse riuscirà a dirmi più cose. Le chiedo: quella posizione cosa le fa venire in mente? Parla dei rapporti con suo marito. Nonostante si dimostri con lei accondiscendente, la trascura. Fa paragoni fra primi anni di matrimonio ed ora. Il periodo più felice fu quando era incinta del primo figlio. Quello più infelice quando suo marito fu trasferito e ritornava a casa soltanto il sabato sera. Le dava fastidio quando la domenica si sedeva davanti alla televisione per vedersi le partite di calcio e non le rivolgeva la parola se non raramente. Insisto ancora sulla prima domanda.

Pensa per circa due minuti e dice che non le viene in mente altro. Nuovo silenzio nel quale cambia posizione e si agita. Si mette supina con le gambe divaricate e le ginocchia sollevate. Chiede se è peccato fare l'amore in posizioni diverse. Non rispondo. Dice: il marito le ha detto che la Chiesa ammette solo il rapporto coricati su un fianco. Le chiedo se quel rapporto la soddisfa. Non risponde per un minuto e mezzo. Muove il grembo in alto e in basso con movimenti quasi impercettibili. Dice: è da qualche tempo che non prova quasi nulla nel rapporto sessuale. Soltanto quando era incinta riusciva a raggiungere l'orgasmo. L'aveva chiesto a suo marito e lui rispose che era giusto così: ogni accoppiamento doveva essere finalizzato alla procreazione. Si solleva e si siede sul lettino. Parla con voce concitata e dice di voler sapere almeno da me la verità. E' peccato o non è peccato? Non rispondo. Racconta di aver vissuto un'infanzia infelice con un padre bigotto ed una madre autoritaria. Le chiedo di associare qualcosa alla situazione attuale. Risponde subito: le fa venire in mente un innocente amore infantile con un suo coetaneo... Quando incontra questo ragazzo prova per la prima volta un orgasmo masturbatorio. Da allora riesce a procurarselo anche da sola quando sta seduta nei banchi di scuola e stringe forte le gambe muovendole lentamente in su e in giù. Le capitava sopratutto quando c'era il professore di chimica. Era molto giovane e carino. Quando lui stava in piedi era attratta sopratutto dal gonfiore in mezzo alle sue gambe. In certi momenti sembrava aumentasse ed allora le veniva di masturbarsi. Era stata ossessionata dalla madre. Temeva che potesse perdere la verginità prima del matrimonio. Le chiedo se al matrimonio giunse vergine. Risponde di no. Le chiedo quando ebbe il suo primo rapporto. Risponde: con quel ragazzo all'età di sedici anni. Le chiedo se quella esperienza fosse stata appagante. Risponde di no. Aveva avuto per circa due mesi l'assenza del menarca e soffriva terribilmente per aver perso la verginità.

Una sua amica le aveva detto che l'imene poteva essere ricostruito con una semplice operazione e lei ne aveva parlato al suo amico. Lui però l'aveva presa in giro e le aveva detto di mettersi l'anima in pace. Silenzio per cinque minuti. Si agita nuovamente e mima nuovamente il coito. Le chiedo a cosa stia pensando. Risponde: Ad una sera che il ragazzo mi ha portata a casa sua in assenza dei genitori. Fanno all'amore tutta la sera in tutte le posizioni possibili. Quella volta fu la sola veramente appagante in tutta la sua vita. L'esperienza più bella però fu quando se lo vide davanti nudo e poté toccargli il pene, bello turgido e tanto sviluppato. Non avrebbe mai immaginato ne potessero esistere di così grandi. Purtroppo le volte precedenti, quando erano stati assieme, l'aveva solo sentito quando la penetrava. La prima volta le aveva fatto un gran male, ma poi aveva cominciato a piacerle. Ogni volta avevano fatto all'amore di gran fretta ed erano stati sempre in piedi. Lui per far prima le strappava le mutandine. Quella volta invece fu nel letto matrimoniale dei genitori di lui e fu davvero una cosa meravigliosa. Finalmente vedeva e toccava. Gli diede anche un bacio facendoselo entrare un poco nella bocca e facendolo andare in su e in giù. Fu stupita e sorpresa quando vide fuoriuscire qualcosa densa e appiccicaticcia. L'aveva sempre immaginata in modo diverso. Pensava fosse un liquido trasparente e sopratutto in minore quantità. Silenzio per due minuti. Si volta per guardarmi. Si rimette di fianco. Parla con tono pacato. Vuol sapere se mi scandalizzano le cose dette dalle mie pazienti. Non rispondo. Silenzio per cinque minuti. Guarda l'orologio poi dice: è già l'ora di andare e lei avrebbe tante altre cose da dirmi. Le chiedo di cosa vorrebbe parlare. Silenzio mezzo minuto. Dice: tanto è inutile; se avesse cominciato a parlare l'avrei mandata via perché l'ora era già scaduta. Fine della seduta.>>

La Signora Luisetti suonò al citofono. Era raggiante. Sembrava anche più giovane. Si tolse l'impermeabile e si sdraiò sul lettino in posizione supina. Cominciò a parlarmi di un sogno che ricordava perfettamente. Mi disse:

- "Era tanto interessante che per non perderne niente me lo sono trascritto non appena mi sono svegliata. Mi trovavo in un giardino ricco di fiori e di piante. Sa, come quelli che si vedono nei films americani con il prato appena rasato, le altalene, le piscine e quelle palme altissime con il tronco ben levigato. Io mi trovavo su un'altalena ed a spingermi era quel giovane di cui le ho parlato la volta scorsa. Ma non era un ragazzo. Aveva il viso di un uomo maturo e portava gli occhiali. Un tipo di montatura come la porta lei. Ora che ci penso quel giovane le somigliava anche un pochino. Mi faceva andare sull'altalena molto in alto e mi spingeva sempre più forte. Da ragazza ho sempre avuto paura dell'altalena, tuttavia nel sogno andare su e giù mi dava una gioia immensa. Ad un tratto, una spinta più forte mi ha fatto schizzare in alto e mi sono accorta che riuscivo a volare. Giravo intorno al giardino e dall'alto vedevo un paesaggio incantevole. Mi colpì un particolare curioso. Le palme avevano tutte perso la chioma ed io vedevo solo molti tronchi nudi. Questi si erano tanto moltiplicati che sotto di me non trovavo nemmeno il posto per posarmi. Ad un certo punto il giardino sparì e mi ritrovai sul mare. Sotto di me vedevo delle onde levarsi tanto alte che quasi mi sfioravano. Mi posai sopra la cresta di un'onda che mi trasportò facendomi scivolare lungo la sua superficie come su un surf. Mentre scivolavo nell'acqua mi venne incontro quel ragazzo. Questa volta era molto giovane. Nuotava vigorosamente verso di me senza mai raggiungermi. La scena sembrava ripresa con un teleobbiettivo. Ma fu sufficiente che io allungassi la mano per riuscire ad acciuffarlo. Appena mi fu accanto mi sollevò tra le sue braccia e mi strinse forte. Provai un piacere immenso. Credo di aver provato nel sogno un vero e proprio orgasmo. Mi svegliai comunque molto appagata. Ero di buon umore e contrariamente al solito abbracciai e baciai lungamente mio marito prima che lui si alzasse dal letto." -

* * *

Capitolo Sedicesimo: Qualcosa comincia a muoversi.

La telefonata notturna.

Mi ero appena assopito, quando il telefono squillò sul comodino. Ero andato a dormire tardi, per sbrigare una perizia che avrei dovuto consegnare fra qualche giorno, ed avevo fatto appena in tempo a prender sonno. La prima ora è sempre quella in cui si dorme più profondamente ed è poco salutare essere svegliati repentinamente. Ci si alza di solito intontiti: rimane sempre qualcosa che vuole continuare quello stato di incoscienza bruscamente interrotto.

Senza accendere la luce, brancolando con il braccio, presi il ricevitore. Il quadrante fluorescente dell'orologio-sveglia segnava le due e venticinque. Era Alberto. Da quando era partito, ormai da più di un mese e mezzo, non avevo avuto sue notizie. Pensavo, o forse desideravo, fosse sparito per sempre, come capitò quella sera a Roma quando ci separammo dopo aver passato le linee tedesche. Invece era proprio lui e telefonava dalla Colombia. Gli risposi con una voce roca d'oltre tomba:

- "Cosa ti salta in mente di telefonarmi in piena notte? Tu sai perfettamente dove trovarmi in quasi tutte le ore della giornata. Che ragione c'è per svegliarmi così bruscamente nel cuore della notte?"-

La sua voce era tanto chiara da sembrare molto vicina. Si scusò. Era tutta colpa del fuso orario.

- "Ma per telefonarmi dalla Colombia, replicai, devi avere certamente dei motivi molto seri. Allora dimmeli e lascia perdere le scuse."-

- "L'azione sarà per la prossima settimana. So che non dovrei approfittare ancora di te, ma purtroppo la situazione lo impone. Lo svizzero sarà anche lui in Italia per la consegna e tu sei oramai diventato prezioso per il buon esito dell' intervento. Il fatto che puoi servirti di Marisa, per conoscere in anticipo le sue mosse, è di grande importanza. Tu capisci. Se io, o Angel, dimostrassimo un interesse particolare per conoscere i dettagli dello scambio, desteremmo dei sospetti. La 'volpe' vigila su chiunque stia intorno a lui."

"La sua furbizia consiste appunto nell'assegnare a tutti i suoi collaboratori dei compiti ben specifici e settoriali. A coordinare il tutto pensa solo lui. Noi saremo avvertiti all'ultimo momento e potremo venire utilizzati solo per compiti marginali in caso di estremo bisogno."-

Ero ancora un poco addormentato e seguivo i suoi discorsi con uno stato d'animo veramente particolare. Non mi rendevo assolutamente conto della situazione. Quel caro amico, compariva e spariva, assumendo le più strane sembianze; telefonava nelle ore meno propizie per trattare problemi così importanti, ed ora mi stava chiedendo ancora una volta di rischiare la pelle per lui. Era come se quegli avvenimenti fossero lontani da me la distanza di diecimila chilometri: tanto quanto era lo spazio che ora ci divideva.

Se lo avessi avuto di fronte gli avrei urlato di lasciarmi in pace; non ero nè un idealista nè tanto meno un autolesionista. Non ero nato per fare l'eroe; e in tutta la vita avevo sempre utilizzato le massime dei filosofi cinesi che in tema di idealismi la sanno lunga. Lin Yutang diceva: <<La Saggezza consiste nel moderare i propri sogni o il proprio idealismo col buon senso dell'umorismo a sua volta materiato di realtà>>; e Chang Ch'ao: <<Soltanto coloro che prendono comodamente quello per cui si affaccenda la gente del mondo, possono affaccendarsi per quello che la gente del mondo prende comodamente >>. Ma stando a letto, insonnolito e per giunta al buio gli dissi soltanto:

- "Si... Me ne hai già parlato... quella volta in treno quando ti sei travestito da vecchietta. Quella volta... Beh... non ricordo per quale motivo ti dissi che avrei accettato di fare da intermediario tra i due." -

Alberto si dimostrò sconcertato delle mie risposte. Stava ricominciando a parlare di ideali umanitari e per me sarebbe stato veramente troppo. Rischiavo la saturazione e l'incubo. Mi aveva nuovamente fatto venire in mente Marisa e quel pensiero non aiutava certamente a farmi accettare quanto chiedeva. Così gli risposi:

- "Caro Alberto, questa volta non posso proprio seguirti. Luigi è al corrente di quanto ho fatto per te in quest'ultimo tempo e mi ha diffidato dall'occuparmi ancora di queste faccende. Se accettassi metterei nei pasticci anche voi. Capisco... la cosa vi sta a cuore , ma non me la sento più di rischiare."-

- "Il problema di Luigi, mi rispose, è risolvibilissimo. Se è solo questo a preoccuparti, lascia fare a me. Se poi ci sono delle altre ragioni dimmelo... ne discutiamo."-

- "Senti ho l'impressione che tu ti sia dimenticato che da noi ora sono le tre del mattino. Non mi vorrai mica tenere tutta la notte al telefono."-

- "D'accordo. Ti richiamerò domani per definire meglio i particolari. Ti va bene alle nove del mattino?"

Mi andava bene. A quell'ora forse avrei potuto rispondergli per le rime. A questo punto avevo sperimentato perfettamente come si poteva carpire la volontà di un individuo per mezzo della deprivazione sensoriale. Era stato un metodo efficacissimo utilizzato da cinesi e vietnamiti per 'educare' i prigionieri americani alle dottrine comuniste. Lasciai cadere la cornetta sul telefono e mi girai dall'altra parte.

Arrivai a contare più di mille pecore , ma il sospirato sonno non venne. Oramai ero ultra sveglio. Mi conoscevo bene. Avrei preso sonno esattamente mezzora prima che la sveglia suonasse.

La linea gotica.

La sera al campo pioveva a dirotto. Dopo il furgone tedesco col radiogoniometro, altre pattuglie si spinsero lassù.

Il loro scopo tuttavia non era quello di cercare noi. Eravamo, oramai da diverse settimane, zitti e quieti. Avevamo interrotto ogni attività di disturbo e cercavamo soltanto di stare nascosti il più possibile. Appostati dietro un'altura vedevamo coi binoccoli le squadre dei militari tedeschi darsi da fare nella zona del Capanno. Arrivavano e partivano a breve intervallo di tempo.

L'attività delle squadre era svolta solo durante le ore del giorno, mentre la sera, all'imbrunire, vedevamo le pattuglie rientrare giù a valle.

Non ci rendevamo conto di cosa stessero facendo di tanto importante e decidemmo di fare un'ispezione notturna. Ne parlai con Alberto. La stessa notte, in sei, partimmo armati di mitra e bombe a mano verso il Capanno. L'acqua veniva giù a catinelle e solo tre di noi, io compreso, avevamo le incerate di protezione. Gli altri tre si riparavano alla bell'e meglio con dei teli impermeabili. Era ormai buio pesto; e più di una volta incespicammo sui massi sporgenti perdendo l'equilibrio e finendo distesi nella fanghiglia. Il problema più serio dovemmo affrontarlo quando giungemmo al torrente giù a valle. Un vero fiume tumultuoso scorreva davanti a noi. Dal rumore assordante dell'acqua, che si frangeva sui massi delle sponde, potemmo renderci conto che sarebbe stato impossibile guadarlo. Per trovare un ponte praticabile dovevamo scendere ancora per qualche chilometro verso il paese. Era l'unica via che consentisse il transito di mezzi motorizzati ed era probabile che i tedeschi l'avessero presidiata.

Quando arrivammo nei pressi del ponte, notammo, alla luce di una folgore, una garitta situata alla sua imboccatura. Mi consultai brevemente con Alberto:

- "Forse, almeno per ora, non è il caso di esporci tanto, per il solo gusto di sapere quello che fanno i tedeschi al Capanno. Sarebbe più opportuno tornare indietro." -

Ma Alberto non ne volle sentire. Avevamo fatto tanta strada, diceva, e ci conveniva andare avanti. Sarebbe andato in avanscoperta per vedere quali possibilità di passaggio ci fossero. Attendemmo circa dieci minuti. Il ponticello, da noi conosciuto nei minimi particolari, era largo tre metri e lungo una ventina. Era una costruzione in pietra ad unica campata con due spallette alte circa ottanta centimetri.

Quando Alberto tornò disse che il ponte era vigilato da una sola sentinella che ora, a causa del temporale, stava rintanata nella garitta. Questa aveva, oltre all'apertura frontale, anche due finestrini laterali. Non c'era nessuna possibilità di sorprenderla frontalmente. Avrebbe avuto il tempo di reagire e di dare l'allarme ai commilitoni, di stanza alla periferia del paese, distanti qualche centinaio di metri. L'unico modo di evitarla, secondo lui, era di passarle dietro. Le spallette del ponte terminavano con un cornicione sporgente circa venti centimetri che, con molta attenzione e tenendoci inchinati, ci avrebbe consentito il transito.

Decidemmo di andare augurandoci che il temporale ci risparmiasse il più possibile il chiarore delle folgori. Saremmo passati uno alla volta, mentre gli altri avrebbero vigilato con le armi puntate sulla garitta. Il tempo per attraversare il ponte era di circa tre minuti: ciascuno doveva contare lentamente fino a centottanta, poi lasciare la postazione e passare.

La pioggia pareva avesse aumentato la sua violenza e gli scrosci battevano sinistri sulla lamiera ondulata della garitta. Ci incamminammo carponi in fila indiana. Raggiungemmo la spalletta di destra proprio quando con gran fragore un lampo saettò nelle vicinanze. Alberto volle andare per primo. Salì sul cornicione e, chinandosi il più possibile per non superare la spalletta, cominciò la traversata. L'unico grande pericolo, a parte la sentinella, era rappresentato dalla tenuta del cornicione. Il rischio maggiore naturalmente lo correva Alberto, collaudatore del percorso.

Ma non ci furono problemi per i primi quattro. Il quinto era Vittorio. Appena giunse il suo turno, si incamminò. Io chiudevo la fila. Cominciai a contare e, appena finito, mi incamminai a mia volta. Chino e tenuto con le mani alla spalletta cominciai la traversata. Sotto di me con fragore indescrivibile scorreva un torrente che oramai aveva quasi raggiunto l'arcata del ponte per un'altezza di almeno due metri. Gli spruzzi dell'acqua arrivavano fino ai miei piedi. Fortunatamente il cornicione teneva. Camminavo, naturalmente alla cieca, e solo con le mani e coi piedi tastavo il percorso. Ad un tratto, quando già doppiavo il retro della garitta, la mia destra si incontrò con un'altra mano che tenne ben stretta la mia.

La prima idea fu che il militare tedesco mi avesse scoperto e mi avesse bloccato. In quella posizione non mi era concesso nessun movimento se non di andare avanti curvo. Tentai di divincolarmi e feci un passo, ma c'era qualcun altro sul cornicione. Si trattava di Vittorio. Non so come, ma era rimasto bloccato e, trattenendomi una mano, aveva cercato di comunicarmi qualcosa. Ci trovavamo proprio all'altezza della garitta e non potevamo assolutamente parlare. Sentivamo chiaramente la sentinella cantare a mezza voce il motivetto di Lily Marlen. Non potevamo rimanere lì per molto tempo e non avevo la possibilità di tornare indietro. Feci la sola cosa possibile: esplorai con la mano il corpo di Vittorio per cercare di capire quale fosse l'impedimento , ma non trovai nulla di anomalo.

Pensai fosse crollato un pezzo di cornicione e con la mano tastai, fin dove potevo, davanti ai suoi piedi; ma il cornicione era integro. Finalmente fu lui ad aiutarmi. Spinse, con grande sforzo, la sua mano all'indietro, e portò la mia alla sua cintola. Arrivai a toccare un lungo pezzo di ferro che sporgeva dalla spalletta: gli si era incastrato in un'asola dell'incerata e non gli consentiva più di muoversi. C'era una sola cosa da fare. Mi avvicinai il più possibile al suo orecchio e gli sussurrai:

- "Mentre ti trattengo, sfilati le maniche dell'incerata" -

Vittorio ubbidì e presto riuscì a togliersi da quella posizione scomoda. Non potevo lasciare quell'incerata lì, proprio dietro la garitta. Sarebbe stato come firmare il nostro passaggio e farci tendere un'imboscata al nostro ritorno. Tentai di recuperarla, ma non ci riuscii. Allora con tutte le mie forze diedi uno strattone. Per un attimo persi coi piedi il cornicione, ma feci in tempo a tenermi aggrappato a quello stesso ferro. La cerata si staccò e il torrente la ingoiò trascinandola a valle tra lo schiumare bifido della sua corrente.

Mi ricongiunsi al gruppo, informato dell'incidente da Vittorio, e proseguimmo verso il Capanno. La digressione ci aveva fatto perdere più di un'ora. Osservando la strada al di là del torrente, notammo che il sentiero era stato allargato e la strada era diventata più agevole di quanto lo fosse qualche mese prima. Dopo un'altra ora e mezza arrivammo sulla sommità della rocca.

Di accampamenti militari neanche l'ombra. Lo spiazzo dove prima c'erano le nostre baracche era stato perfettamente ripulito e intorno erano stati scavati dei camminamenti. Sulla rocca era stata costruita una casamatta in cemento armato ed un'altra più piccola era in costruzione avanzata nel punto dove noi avevamo la latrina. Le tombe di Giustino e di Cecilia erano sparite. Un lungo camminamento le attraversava diagonalmente. Alla luce di una torcia elettrica ispezionammo tutto intorno per scoprire se avessero già portato delle armi, ma non trovammo nulla. C'era solo qualche cassaforma, dei sacchetti di cemento e del tondino di ferro.

Non c'era alcun dubbio, i tedeschi erano riusciti a contrastare l'avanzata degli anglo-americani e si attestavano per difendere meglio le loro posizioni. Quel calvario che poco tempo prima credevamo prossimo alla fine, rischiava di prolungarsi ancora, chissà per quanto. Noi non sapevamo più niente delle sorti della guerra. Non avevamo più nessuna possibilità, nè di ricevere, nè di comunicare.

Proposi di tornare al Campo. Oramai avevamo esaurito il nostro compito. Ma Alberto mi disse che prima voleva fare qualcosa. Prese un foglio di carta da lettere che teneva in tasca e con una matita si mise a disegnare alla luce della torcia. Attraversava i camminamenti, contava i passi e scriveva. Io gli tenevo la torcia. Ero veramente stupito nel vedergli disegnare quella mappa con tanta precisione e acume. Tracciò le casematte, ne indicò lo spessore del cemento e il diametro del tondino di ferro, la larghezza delle feritoie. Segnò il percorso dei camminamenti con le relative angolazioni e la loro misura in passi. Non trascurò di annotare nemmeno la struttura delle gabbie di ferro pronte per la costruzione della seconda casamatta. Vedendolo lavorare in quel modo pensavo che forse avrebbe potuto fare un'ottima carriera come spia o come agente segreto. Aveva la fortuna di possedere una memoria fotografica. Non gli sfuggiva nessun particolare. Peccato che quelle sue note non potessero essere comunicate a nessuno. Ma ciò che era sorprendente era proprio questa sua diligenza meticolosa in un frangente che le rendeva perfettamente inutili. Non mi trattenni dal dirglielo:

- "Scusa Alberto, non per metterti fretta, ma perché stiamo quassù a perdere tempo disegnando mappe se tutti sappiamo di non poterle mai dare a nessuno? Non ti sembra un lavoro sprecato e senza senso?"-

Girò il suo viso verso di me ed al chiarore debole della torcia vidi che sorrideva.

- "Tu non sai quante volte in tante altre circostanze mi sono posto la domanda contraria e cioè mi sono rammaricato di non aver approfittato di un'occasione ritenuta inutile. Non voglio pormela anche questa volta. Avremo perso al massimo mezzora di questa lunga notte , ma potremo guadagnare moltissimo se riusciremo a fare uscire dal fronte questa mappa."-

Mi arresi come sempre e continuai a collaborare con entusiasmo.

La via del ritorno fu meno disagevole. La pioggia era cessata. Ora ci eravamo resi conto di quanto stavano facendo i tedeschi e capivamo meglio tutto il via vai dei giorni precedenti. Mentre percorrevamo affiancati il sentiero che ci riportava verso il ponte, dissi ad Alberto:

- "Dobbiamo rivedere seriamente la posizione del gruppo. Se, come ormai è evidente, i tedeschi fra non molti giorni si attesteranno in forza sulla rocca, noi non potremo più restare nel nostro rifugio. Ci sniderebbero subito. Oramai tutto quel territorio diventerà zona di operazioni di prima linea." -

Alberto ne convenne. Bisognava andarsene. Ma dove? Scartammo l'ipotesi di ritirarci a nord. A parte il pericolo dei tedeschi e dei fascisti, c'era il fatto che non potevamo più contare su nessun aiuto concreto. Oramai da più di un mese i viveri erano razionati all'osso. L'inverno si prospettava rigido ed avremmo dovuto fare i conti anche con eventuali malattie. Il caso di Franco, almeno per ora risolto parzialmente, aveva lasciato scioccati tutti i ragazzi. Parlando con loro, sempre di più notavamo la voglia di farla finita con quella vita di stenti. Essi si sorreggevano con la fiducia che tutto dovesse finire presto e l'avvicinarsi delle truppe alleate aveva alimentato questa speranza. Ora questa prospettiva era venuta meno e non potevamo fare affidamento solo sulla buona stella che ci aveva aiutato fino a quel momento. Tornando, avremmo dovuto dare la notizia che i tedeschi si preparavano ad opporre una resistenza ad oltranza. Dove sarebbe andata a finire quell'unica aspettativa rimasta? La reazione del gruppo poteva manifestarsi in modo del tutto imprevedibile.

Alberto condivideva quanto dicevo e a sua volta disse:

- "Non ho idea di come la prenderanno i ragazzi. Certamente non bene. In compenso so come dovremo prenderla noi. Forse molti di loro non vorranno rischiare di passare le linee, sopratutto ora che i tedeschi si apprestano a fare una guerra di posizione. Ma questo per me è l'unico modo di tentare di salvare la pelle. Naturalmente dovremo farlo subito; prima di una definitiva organizzazione delle loro fortificazioni. Se tenteremo di passare alla spicciolata, smembrando il gruppo, non credo che i tedeschi abbiano molta voglia di occuparsi di qualche sbandato che transita per la strada. In questo momento hanno altro a cui pensare. Vedi sono convinto che sanno perfettamente della nostra esistenza. Ci hanno cercato fino a quando ci hanno ritenuto pericolosi. Da quando stiamo buoni e zitti non ci danno più fastidio. Evidentemente hanno altre gatte da pelare. Bisogna parlarne con Luigi e proporgli di passare ora le linee."-

Intanto eravamo arrivati nuovamente nei pressi del ponte. C'era sempre buio pesto e senza la luce dei lampi non potevamo sapere cosa stesse facendo la sentinella. Aveva smesso di piovere ed era probabile fosse uscita fuori a sgranchirsi le gambe. Eravamo in sei e ben armati e potevamo avere facilmente ragione di un militare isolato, ma non volevamo esporci.

Qualunque cosa avessimo fatto a quel militare si sarebbe fatalmente ritorta su tutto il gruppo. Dovevamo riuscire a passare dall'altra parte senza farcene accorgere. D'altro canto erano già le cinque e fra un'ora e mezzo al massimo avrebbe fatto giorno. Fu sempre Alberto a proporre una sua idea.

Non si poteva rischiare tutti di essere scoperti. Sarebbe andato lui a trattenere in qualche modo la sentinella e se proprio fosse andata male sarebbe ricorso ai rimedi estremi. Si tolse l'incerata; rivoltò il suo giaccone foderato di lana al rovescio e se lo infilò; si mise anche il cappello al rovescio e prese un ramo come quelli portati dai pastori per governare le pecore. Si rivolse a noi e disse:

- "Ora fate bene attenzione. Potremo farcela soltanto se riuscirete a passare tutti in non più di quattro, cinque minuti. Se vi farò un fischio vorrà dire che mi trovo nei guai ed ho bisogno del vostro aiuto. In questo caso non venite tutti. Soltanto uno di voi armato di mitra. Verrai tu Vittorio. Sfruttando la sorpresa potremo facilmente immobilizzarlo. Meno ne vedrà di noi e più facile sarà fargli credere ad un'azione isolata."-

Non avevo la più pallida idea di come avrebbe potuto distrarre la sentinella , ma non volli fare domande. Gli augurammo buona fortuna e lui si avviò imitando l'andatura dei pastori abituati a sorreggersi sempre al bastone durante il pascolo delle greggi.

Dopo una ventina di metri fu letteralmente ingoiato dal buio. Siccome non eravamo lontani dal ponte, sentimmo la sentinella che gli imponeva, con voce gutturale, un alto là perentorio. Da quel momento ricominciammo a transitare sul cornicione della spalletta uno alla volta. Si sentiva un vociare pacato tra la sentinella e Alberto , ma non distinguevamo cosa si dicessero. Io passai per ultimo. Ebbi qualche difficoltà a portare con me anche le armi di Alberto. Quando ci trovammo tutti sull'altra riva il vocio cessò.

Stavamo all'erta per il segnale di pericolo e particolarmente Vittorio era teso, pronto a scattare. Ma non ci fu nessun fischio.

Dopo qualche minuto Alberto ci raggiunse. Ce l'aveva fatta. Mentre rientravamo ci raccontò:

- "All'altolà della sentinella risposi, in un tedesco volutamente imbastardito, di essere un pastore. Sarei dovuto andare all'ovile per mungere le capre. Poiché si meravigliava che parlassi il tedesco, dissi che ero stato a servire da ragazzo in una famiglia tedesca. Volle sapere dove fosse l'ovile e mi chiese quanti anni avevo. Rassicurato dalle mie dichiarazioni e approfittando del fatto che parlassi un poco la sua lingua si abbandonò alle confidenze. Disse di essere austriaco e sentiva la nostalgia della sua casa dove aveva lasciato moglie e due bambini. Se non l'avessi interrotto, dicendogli che quando fossi ripassato col gregge gli avrei portato una bottiglia di buon latte, mi avrebbe tenuto lì per delle ore." -

Concluse con una delle sue solite battute:

- "Fra le tante cose cattive che potevamo fargli, questa è stata certamente la minore. Se alla fine non tornerà dai suoi figli, la colpa non sarà stata per la buggeratura ricevuta da me con la falsa promessa del latte di capra."-

L'ultimo ruggito del vecchio leone.

Arrivammo al Campo quando già l'aurora tingeva le cime dei monti di un bagliore adamantino per via del manto nevoso che brillava al primi raggi di sole.

Qualcuno dei ragazzi si era già alzato e si rifaceva la branda. La maggioranza di loro dormiva ancora. Mi avvicinai a Luigi e lo svegliai, poi andai da Mario. Uscimmo tutti e tre fuori. Quando fummo ad un centinaio di metri dalle tende mi rivolsi a Mario e gli dissi:

- "I tedeschi stanno costruendo al Capanno una postazione con casematte e trincee. E' fuori di dubbio che vogliano creare una linea di resistenza massiccia per contrastare l'avanzata alleata. Anche pensando ottimisticamente che le sorti della guerra non cambino, c'è da considerare tuttavia che la nostra presenza in una prima linea di posizione, diventa inutile se non addirittura dannosa. Il nostro compito è stato quello di sabotare le retrovie e operare su precise direttive del Micio. Oramai non abbiamo più nessuna possibilità di contatti e quel che è peggio non possiamo più essere riforniti di viveri. Da quanto abbiamo visto sul Capanno c'è da aspettarsi una resistenza protratta almeno per tutta la durata dell'inverno. I fatti sono questi, vorrei sapere qual è il tuo parere."-

Mario stette per qualche minuto soprappensiero poi rivolto anche a Luigi disse:

- "Questa carognata non ci voleva. Gli Alleati finora hanno trovato scarsissima resistenza e la loro avanzata è stata molto rapida. Mi sbaglierò, ma quella postazione fissa, ad altro non può servire se non a creare una semplice azione di disturbo; sarà spazzata via nel giro di pochi giorni. Se volete conoscere il mio pensiero, la nostra utilità comincia proprio ora perchè il nemico si trova in grossa difficoltà. Noi dovremo impedire... "-

Luigi, che era stato zitto fino a quel momento, lo interruppe riprendendo sarcasticamente le sue ultime parole:

- "Noi non impediremo un bel niente. Scusa Mario , ma da qualche tempo ho l'impressione che tu sia un poco fuori dalla realtà. Giulio ha perfettamente ragione. Non so se hai afferrato quanto ti è stato ora riferito. Fra qualche giorno noi avremo addosso centinaia o forse migliaia di militari tedeschi con armi di tutti i tipi . Mi vuoi dire per cortesia cosa vuoi impedire e come credi di riuscirci?"-

Era la prima volta che Luigi parlava in quel modo a Mario. Mi aspettavo una reazione anche violenta da parte sua ed invece non successe nulla. Effettivamente il tenente Mario aveva ormai perso tutto il suo smalto ed una ragione in più per decretare la rimpatriata del gruppo era questa. La vicenda di Cecilia l'aveva scosso e ormai le redini della disciplina e della gestione del campo erano passate definitivamente in mano nostra. Purtroppo era un vicariato non soltanto precario, ma addirittura fuori dalle nostre personali attitudini e motivazioni. Nessuno di noi due era veramente adatto ad assumere quel ruolo, da lui oramai volontariamente abbandonato. Tante volte avevo tentato di dirglielo, ma non ero mai riuscito a portare il discorso fino in fondo. Farlo ora mi sembrava voler infierire sul leone morente. Così cercai di rimediare alle parole aspre di Luigi dicendo:

- "Credo che anche l'opinione espressa da Mario sia meritevole di tutto il nostro rispetto. Ognuno di noi vede il problema sulla base delle sue esigenze fondamentali. A me pare abbastanza inutile dire: io ho ragione e tu hai torto. Arrivati a questo punto gli avvenimenti si comporteranno come su una roulette e possiamo solo dire, come il poeta Orazio <<Noli scire quid futurum cras>> anche se a noi farebbe molto comodo sapere ciò che capiterà domani. L'ipotesi dell'operazione digressiva, avanzata da Mario, alla fine potrebbe avverarsi giusta come potrebbe avere sostanza l'ipotesi avanzata da noi di una fermata del fronte per parecchi mesi. Dipenderà tutto da dove andrà a finire la pallina."

"Se un discorso va fatto, bisognerà dire che ciascuno dovrà poter liberamente decidere proprio in base alle sue esigenze primarie. Dovremo quindi spostare il problema, come direbbe Luigi, dal merito alla prassi. Così, tanto per cominciare, dirò cosa farò io. Personalmente credo sia giunto il momento - costi quel che costi - di passare le linee nemiche per rientrare finalmente a casa. Non mi passa nemmeno per la mente di motivare questa decisione. Qualunque cosa dica di razionale per giustificarla potrebbe essere successivamente smentita dai fatti. Vorrei consigliare questa procedura anche nei confronti dei ragazzi. Ognuno di loro deve poter scegliere liberamente la sua sorte senza essere influenzato dai nostri discorsi."-

La proposta trovò anche il consenso degli altri due. Nessuno entrò più nel merito della questione. L'unica deroga tollerata doveva riferirsi esclusivamente ai fatti concretamente accertati, ed erano ormai arci noti: assenza di comunicazione; mancanza di cibo; stagione inclemente; difficoltà di difesa adeguata; probabile recrudescenza della caccia nazista in vista di una guerra di posizione.

Quando rientrammo al Campo i ragazzi erano in riga e Alberto faceva loro un discorso. Ci tenemmo in disparte per ascoltare quello che diceva:

- "...dopo quanto vi ho detto, sono convinto che nessuno sia tanto sciocco da chiedere consiglio per sapere come deve comportarsi. Ognuno di voi, quando avrà deciso ciò che intende fare, dovrà semplicemente uscire dalle fila e sistemarsi o a destra o a sinistra. Alla vostra destra si metteranno coloro che vogliono rimanere, alla sinistra quelli che intendono passare le linee nemiche. Prima di decidere, è meglio che non parliate fra di voi. La vostra decisione dovrà essere definitiva e del tutto personale. " -

A questo punto Mario si fece avanti e prese lui la parola:

- " Sentite ragazzi non credo che tutto ciò possa essere risolto così banalmente. Io vi chiedo di riflettere e di pensare ciò che può comportare il tentativo di violare la linea di fuoco nemica. Se si rimane compatti, una soluzione la si trova comunque. Anche l'anno scorso appena siamo venuti alla macchia eravamo sprovvisti di tutto e dovemmo arrangiarci prendendo la roba dove ci capitava."

"Oggi abbiamo molta più esperienza, possediamo più armi e munizioni e sappiamo cavarcela molto meglio. Con tutta probabilità i sacrifici da affrontare saranno ancora tanti, ma in questo modo essi avranno uno scopo. Chi abbandona ora, a parte il cadere dalla padella alla brace, potrà dire solo di aver disertato quando più c'era bisogno di lui. Stando uniti..."-

Luigi che fremeva per il voltafaccia di Mario intervenne interrompendolo:

- "Questa è demagogia bella e buona. Non si può prima concordare una cosa e poi farne un'altra. A questo punto i ragazzi devono essere messi in condizione di sentire anche l'altra campana. Qui non si tratta solo di vaghe supposizioni, ma di una inequivocabile certezza: i nazisti stanno allestendo a pochi chilometri da qui, una base fortificata. La probabilità che il fronte stia fermo per molti mesi è molta, certamente maggiore di quella che sostiene Mario. Comunque credo sia meglio che i ragazzi decidano..."-

Intervenne nuovamente Alberto per dire:

- "Se mi aveste lasciato fare, forse avremmo già risolto praticamente la questione. Ricominciamo da quando mi ha interrotto Mario. Avete capito bene? Alla destra quelli che vogliono rimanere, alla sinistra quelli che vogliono passare dall'altra parte delle linee." -

I ragazzi parlottavano e spesso indicavano Mario che stava loro davanti. Nessuno però si muoveva. Alberto li invitò nuovamente a prendere una decisione. Dal gruppo venne avanti soltanto uno spilungone romagnolo che aveva fatto il marinaio nella capitaneria di Rimini. Si era piazzato al centro dello schieramento e non si decideva ad andare nè da una parte nè dall'altra. Ad una nuova sollecitazione, questa volta di Mario, rispose:

- "Sorbole sior tenente, brise per criticher Alberto e Luigi, ma i ragazzi hanno deciso di stare con lei."

La sua frase fu avvallata da tutti con un fragoroso applauso. Dopo quell'intervento fraudolento di Mario il risultato non poteva essere diverso. Il vecchio leone, anche se ormai spelacchiato, aveva emesso il suo ultimo ruggito ed aveva soggiogato forse per l'ultima volta i cuccioli del branco. Tuttavia una cosa mi aveva affascinato in tutta quella vicenda: l'intuizione di Alberto nell'aver messo subito in pratica ciò che noi avevamo deciso, dopo tanti discorsi, solo in teoria. Se solo gli avessimo lasciato il tempo per concludere, senza interferire, il risultato sarebbe stato certamente diverso ed indubbiamente più spontaneo.

Il telefono è sotto controllo.

Le mie previsioni si avverarono in pieno. Dopo essere rimasto tutta la notte pensando alla telefonata dell'amico, mi addormentai quando già dalle tapparelle della finestra filtrava il tenue chiarore dell'alba.

Fu un sonno profondo, breve e pieno zeppo di sogni tumultuosi. Dovevano servire a riassestare lo squilibrio che si era venuto a creare nel subconscio dopo quanto era successo. Se è vero che i sogni sono l'espressione delle istanze primarie, i miei desideri inconsci dovevano essere rivolti quasi esclusivamente alla soppressione di Alberto. Pur non avendo mai avuto la sensazione percettiva della sua persona era chiaro che la sua incombenza, anche se sottilmente mascherata dalla censura, risultava evidente in tutte le fasi del sogno come il protagonista che soccombe schiacciato da eventi luttuosi. Fu così che, mezz'ora dopo essermi addormentato, mi svegliai di soprassalto giusto in tempo per perdermi la triste fine del mio eroe che stava per essere sacrificato sul rogo attizzato da Erinni inferocite. Il campanello della sveglia sul comodino si era trasformato nelle trombe suonate da Megera ed Aleppo mentre Tisifone dava fuoco alla pira. Il primo impulso fu di girarmi dall'altra parte e di coprirmi la testa col cuscino, ma poi mi ricordai che avevo ancora da terminare la perizia per il tribunale e mi buttai giù dal letto.

Lavorai fino alle nove quando, puntuale, giunse la telefonata di Alberto.

- "Carissimo, mi disse, noto con piacere che ora la tua voce è quella di sempre. Ti ci volevano proprio queste ore di sonno ristoratore. Ieri mi accennavi a Luigi e voglio ancora dirti di non preoccuparti. Di lui ne ho già parlato a Washington. Mi hanno dato l'assicurazione formale che a cose concluse sarà il primo ad essere informato. Fino a quel momento il tuo comportamento nei suoi riguardi deve essere quello di sempre. Non farti scappare con lui nessuna confidenza."-

Visto che il discorso era caduto su Luigi volli informarlo sull'esito della recente visita:

- "Vedi, purtroppo ho dovuto ammettere, ovviamente senza entrare nei particolari, di essermi impegnato con te per un'operazione altamente umanitaria. Quando Luigi con molta fermezza mi ha rivelato di avermi fatto sorvegliare dal Commissario Mauri, non ho potuto fare a meno di dirglielo."-

- "Ti ha fatto sorvegliare?"-

- "Si, mi ha riferito per filo e per segno tutto quanto avevo fatto , con chi ero stato e quanto avevo detto nei giorni precedenti..."-

Alberto con voce concitata mi interruppe:

- "Per carità non dire più neanche mezza parola. E' assai probabile che ti abbiano messo il telefono sotto controllo. Stai attento d'ora in avanti a quel che dici quando telefoni. Riceverai mie notizie entro oggi. Ciao."-

Ancora una volta ero rimasto a metà senza poter scaricare la tensione. Come avevo fatto a non pensare al telefono sotto controllo? Cercai di passare in rassegna tutte le telefonate fatte, ma non riuscii a trovare nulla di compromettente, tranne quest'ultima, fortunatamente interrotta in tempo da Alberto. Questa storia stava diventando un incubo. Cominciavo a risentirne anche fisicamente. Mi guardavo allo specchio del bagno e mi vedevo più invecchiato e con qualche ruga in più.

Da qualche giorno avevo dovuto richiedere ad un'agenzia una collaboratrice familiare per tenere in ordine la casa e mi avevano mandato una giovane ragazza di vent'anni con tanta voglia di concedersi , ma pochissima di fare le faccende domestiche.

Veniva a giorni alterni e mi ronzava in continuazione attorno eludendo il più possibile quanto le chiedevo di fare come domestica. Dopo la storia con Marisa, a dire il vero, non sentivo necessità di avere rapporti sessuali, nonostante la ragazza non fosse un tipo da disprezzare. La cucina era sempre in disordine e i pochi piatti usati da me si ammucchiavano sul lavello in pile sempre più alte. La mia idiosincrasia per le faccende domestiche era totale. Non ero mai riuscito ad occuparmene proficuamente; forse per l'abitudine, presa sin da ragazzo, di trovare queste cose sempre risolte da altri. Quella mattina poi il mio spirito era poco disposto a tollerare sdolcinature. Così quando la colf mi venne tra i piedi scodinzolando, le feci una levata di scudi che forse nemmeno meritava tanto. Lei se ne risentì e disse piagnucolando che non avevo il diritto di trattarla in quel modo; in fin dei conti era entrata nello studio dopo aver chiesto educatamente permesso ed era solo per darmi un biglietto consegnatole in portineria per me. Nel foglietto c'era scritto: <<Vai ad un qualunque telefono pubblico e telefona a questo numero 456.85.34>>. Era certamente l'appuntamento di Alberto.

Mi recai giù e telefonai dalla cabina all'angolo della strada. Rispose qualcuno che mi diede il suo numero di Bogotà. Il tutto si era svolto a non più di tre ore dalla prima comunicazione. Evidentemente la sua organizzazione funzionava alla perfezione. Ma quale? Quella di Cadrega o della Dea? Lasciai la risposta a lui stesso. La sua voce era molto chiara anche se, in considerazione del fuso orario, ora in Colombia doveva essere notte fonda. Mi disse:

- "Eccoci qua. Ora potremo veramente parlare liberamente. Se hai con te un notes prendi appunti, su quanto ti dirò Ti raccomando di distruggere il foglietto non appena avrai imparato tutto a memoria. Allora. L'unica cosa che posso darti per certa è che Brett verrà con Marisa in città giovedì venturo con l'aereo proveniente da Milano alle 11,25. Con molta probabilità sarà lei stessa a cercarti."

"Se non lo farà, tu andrai a trovarla. Alloggeranno al Jolly Hotel. Ricordati, non devi farti vedere da lui. Potrebbe riconoscerti. Il tuo compito è di farti dire da lei il giorno e l'ora esatta dello scambio. Il luogo lo so già. Quanto dovrai fare, in apparenza semplice, al contrario presenta molte difficoltà. La prima cosa è che Brett è diffidente e molto intelligente. Un espediente, anche ben concordato fra te e Marisa, sarebbe destinato a fallire se non incontrasse una sua istanza congruente. In poche parole devi fare in modo di assecondare una sua particolare aspettativa. Tu fai lo strizzacervelli e sei la persona più idonea per consigliarle il modo migliore di sapere la data e l'ora senza fargliela chiedere direttamente. Se vuole può fare leva su una delle abitudini più frequenti di Brett: quella di giocare a poker. Se la donna col tuo aiuto riesce ad organizzargli un tavolo come a lui piace, e cioè con persone danarose che lo lascino sbizzarrire nelle sue scorrerie di bluff, il risultato è assicurato. E' sufficiente farlo vincere per tenerlo inchiodato al tavolo durante i giorni che precedono l'incontro. Dato che lui dovrà assolutamente partecipare di persona allo scambio ad un certo punto dovrà forzare la situazione e trovare con i compagni di gioco una scusa plausibile. E' regola sacrosanta per il vincitore non abbandonare il tavolo se non per seri motivi. Questi seri motivi sarà la donna a suggerirglieli proponendogli di sostituirsi a lui nel gioco. A questo punto lui sarà costretto, per cedere il posto a Marisa, ad avvertirla almeno un giorno prima, magari mascherando l'impegno con qualcosa d'altra natura. E qui il gioco è fatto. A noi sono sufficienti anche solo poche ore. Abbiamo già tutto predisposto in modo che la trappola scatti all'ora X. Mi raccomando dati da fare. E' molto probabile che per quella data ci sia anch'io, ma sarà prudente non incontrarci. Scusami se non ti ho fatto parlare. Ora ti lascio. Ho un poco di sonno arretrato. Ciao." -

Certo non potevo dire che non avesse le idee chiare. Aveva capito veramente tutto; anche che l'unico modo per farmi accettare di collaborare era quello di non darmi il tempo di dire nemmeno una mezza parola.

* * *

Capitolo Diciassettesimo: I fiori d'arancio.

Un fiasco abissale.

Il lunedì è sempre un giorno particolare. E' veramente diverso da tutti gli altri. Segue due giorni festivi e segna un ritmo infrasettimanale ineludibile. E' come un breve tratto pianeggiante delle montagne russe al Luna Park: ti consente una pausa fra il tenere il fiato sospeso della discesa ripida della domenica e la nuova salita del martedì. Non è ancora un inizio e non può essere considerata una fine. E' semplicemente un intervallo da colmare per abituarti ad affrontare un'altra settimana di lavoro: una salita che ti porterà nuovamente in cima. Se il venerdì è il giorno più roseo perché prelude ai due giorni rossi del sabato e della domenica, un martedì, un mercoledì o un giovedì, possono essere di tutti i colori: gialli, blu, grigi, neri. Il lunedì invece è sempre incolore. Forse i tempi non sono ancora maturi perchè abbia un suo colore. Si trova in un periodo di transizione. E' molto probabile che, fra non molto, la società opulenta lo trascini fra i giorni rossi. Sarebbe più logico trascinarvi il venerdì che è già rosa, ma l'uomo non ama le sfumature; è piuttosto per il contrasto deciso. Del resto, dal 'sabato del villaggio' ad oggi, l'umanità del riposo infrasettimanale ha notevolmente progredito. I sociologi prevedono che le società avanzate del duemila avranno già raggiunto questa meta. Mentre per trascinare nel rosso anche il venerdì occorreranno ancora dai trenta ai cinquant'anni.

Ma per me quel lunedì un colore l'aveva: era decisamente rosa. Avrei rivisto Marisa. Qualche tempo fa quell'avvenimento mi avrebbe lasciato del tutto indifferente; ora invece mi riportava a quegli entusiasmi giovanili che credevo sopiti per sempre. Nemmeno la piccola grana capitatami nella cancelleria del tribunale valse a farmi mutare di umore. Il cancelliere mi fece notare che avevo stampato i fogli della perizia alternativamente alla rovescia. Questa svista mi costringeva a ristampare tutte le duecento pagine. Fortunatamente avevo lavorato col computer e ciò mi consentiva di riprendere il dischetto e di ristamparle senza capovolgere le copie. Quel lavoro l'avrei fatto in mattinata stessa. Mi occorreva soltanto caricare il programma e lasciare alla stampante il lavoro di ricopiatura.

Mentre rientravo a casa dal tribunale, ricordai di dover riprendere delle risme di fogli e feci una digressione in cartoleria. Avevo appena lasciato la macchina nel parcheggio quando mi sentii chiamare alle spalle. Era Marisa. Tutta raggiante e più giovanile di sempre, mi aveva raggiunto dopo aver a sua volta posteggiato l'alfetta rossa. Mi buttò le braccia al collo e mi baciò teneramente, offrendo alla gente il motivo di fermarsi per meravigliarsi di tanto ardore senile. Devo essere diventato rosso come un gambero se lei, dopo essersi staccata dalla bocca, disse:

- "Non dirmi che ti sei vergognato! Non è la prima volta che ti abbraccio in mezzo alla strada. Avevo veramente un impellente desiderio di farlo e l'ho fatto."-

- "Ma... cara cosa dici mai! Vergognarmi? Se non lo avessi fatto tu, stai pur certa, l'avrei fatto io. Perché non mi hai avvertito del tuo arrivo? Sarei venuto in aeroporto a prenderti."-

- "Sai bene che non sono sola, e sai pure con chi. Lascia perdere queste cose e dimmi piuttosto di te. Come te la cavi con la casa? Hai qualche volta desiderato che venissi a bussare alla tua porta come facevo quasi ogni sera? Suvvia, non tenermi il broncio. Dimmi che qualche volta mi hai sognato. Io l'ho fatto spesso: quasi ogni notte. Stavi diventando un'ossessione..."-

L'interruppi e le dissi:

- "Senti, se aspetti solo un attimo, prendo ciò che mi occorre in cartoleria e poi, se ti fa piacere, vieni a prendere un boccone con me. Ho una domestica favolosa. Sa cucinare gli spaghetti come piacciono a te."-

Aiutò a caricare le scatole della carta in macchina, accese l'antifurto nella sua e salì nella mia. Quando arrivammo mi venne spontaneo prenderla in braccio per farle varcare la porta di casa. Sentii qualcosa scricchiolarmi all'altezza delle reni , ma resistetti fino al divano del soggiorno dove caddi stremato con lei. Ci tenemmo avvinghiati per qualche minuto in un profondo bacio mozzafiato fino a quando la colf, entrando, non ci costrinse ad assumere un atteggiamento meno compromettente. Ne approfittai per spedirla in rosticceria ad acquistare qualcosa di pronto e le chiesi di cucinarci i suoi famosi spaghetti alla puttanesca, di cui vantava la specialità.

Bramavo molto di avere Marisa tutta per me, ma il desiderio non era solo fisico. Un certo tipo di emotività sentimentale pervadeva tutta la mia anima e il fatto di averla tra le braccia mi dava una sensazione mai provata prima d'allora. Non pensavo più nè a Brett nè a quanto mi disse l'ultima volta al telefono. Vivevo quei momenti come fossero gli unici della mia vita. Esisteva lei sola, con quella sua personcina da falsa magra e quel viso di adolescente matura che mi dava un senso di tranquillità interiore, forse simile a ciò che prova il neonato quando la mamma gli porge la mammella . In lei tutto era attraente e meraviglioso.

Trovai la forza di risollevarla e di portarla in camera da letto. Ci spogliammo di gran fretta e ci rotolammo su quel gran lettone come due ragazzini. Lei si lasciava trascinare senza opporre la minima resistenza, ma forse senza neanche grande entusiasmo. Da qualche minuto il suo ardore del primo impatto si era un poco allentato. La baciai sempre più ardentemente sulla bocca, facendo roteare la lingua sul suo palato, sugli occhi, sul collo, sui lobi delle orecchie. La smania si accaniva sopratutto sul suo collo mentre la stringevo sempre più forte.

Ad un certo punto si liberò dal mio abbraccio e disse con voce dolce:

- "Giulio, rilassati un poco. Se continui a stringermi così mi togli il respiro." -

Non tardai a rendermi conto che la foga riguardava solo la parte superiore del corpo. L'altra parte non partecipava. Era come se si fossero dichiarate la guerra. Più si accaniva l'una, meno rispondeva l'altra.

A liberarmi da quella situazione imbarazzante provvide la colf che bussò alla porta con due colpetti discreti. Saltai dal letto come se avessi udito una cannonata. Mi vestii rapidamente e sporsi la testa fuori dall'uscio. La donna mi chiese se doveva andare anche in pasticceria per comprare qualche dolce:

- "No... - le risposi forte - Non fa nulla... Vuol dire che andremo a mangiare fuori."-

Il viso doveva esprimere indubbiamente un tremendo stato di angoscia se la domestica dopo avermi fissato perplessa disse a mezza voce:

- "Scusi professore, non si sente bene?" -

Le dissi che stavo benissimo e le chiusi la porta in faccia.

Tornai a letto e spiegai a Marisa che la colf si era trovata in difficoltà con il pranzo e saremmo dovuti andare a mangiare fuori. Lei si sollevò su un gomito e volle mi stendessi ancora vicino a lei e le accarezzassi i seni; poi con voce tranquilla disse:

- "Abbi pazienza... per oggi non ti consento di andare oltre. Ti sarai accorto che prima di metterci a letto non sono andata nemmeno in bagno."-

Era una donna intelligente ed aveva capito tutto: lo strizzacervelli non avrebbe mai tollerato un simile insuccesso giustificabile solo in un adolescente inesperto o innamorato.

La dichiarazione.

Andammo a mangiare fuori e lei, inaspettatamente, mi fece conoscere le mosse di Brett. Le aveva detto di precederlo di qualche giorno. Lui doveva ancora sbrigare qualcosa a Francoforte. L'avrebbe raggiunta solo mercoledì mattina e lei sarebbe andata a prenderlo in aeroporto alle undici. Cercai di capire se l'aveva messa al corrente dei suoi piani, ma mi sembrò non ne sapesse più di quanto le avevo rivelato prima di conoscerlo. Dovevo raggiungere lo scopo senza svelarle gli ulteriori sviluppi della faccenda e sopratutto senza darle l'impressione che quanto le dicevo fosse in relazione al risentimento per Brett. Cominciai col chiederle come se la cavava al gioco delle carte. La sua risposta fu meravigliata:

- "Sai perfettamente che non è mai stata la mia passione; però quando mi ci metto so tenere bene le carte in mano. E' lui il fanatico giocatore. So per certo comunque che non verrà in Italia unicamente per fare qualche partita coi suoi amici anche se quando è al tavolo da gioco si dimentica di mangiare e di dormire."-

La conferma da parte di Marisa di quanto già mi aveva detto Alberto mi spinse a rimanere sull'argomento per introdurre il piano concordato e le dissi:

- " Voglio credere che se lui qualche volta ti trascura tu non te ne rammarichi. Questa sua passione a me sta bene. Mi dà una maggiore possibilità di starti vicino. Mi spiace solo il fatto che la tua breve permanenza non mi consentirà di vederti anche mercoledì e giovedì. E' un vero peccato che lui non abbia amici anche qui." -

La mia ultima frase non fu subito raccolta. Lei mi guardò per un attimo e mi parve che il suo viso denunciasse una certa delusione. Mi prese la mano, se la portò sulla guancia, poi continuò:

- "Quanto mi dici potrebbe anche farmi piacere se avessi la certezza della tua sincerità. Devo riconoscerlo. Da qualche tempo ti trovo cambiato e talvolta riesci anche ad essere più affettuoso. Tuttavia nel tuo comportamento rimane qualcosa che non so bene spiegare." -

- "Con te sono stato sempre come un libro aperto" -

- "Non puoi negare di avere sempre avuto la certezza del mio amore. Ora tu ti dichiari pazzamente innamorato come se ci fossimo conosciuti ieri." -

- "Lo sono sempre stato e tu non te ne sei mai accorta" -

- "Ma se ciò è vero, com'è possibile che tu riesca ad accontentarti delle briciole lasciate da Brett?"-

Mi aveva messo con le spalle al muro e non potevo più retrocedere. La sua logica era adamantina. Se avessi insistito sul menage a tre l'avrei persa per sempre. Per un verso sentivo che quello era il momento giusto per trascinarla definitivamente dalla mia parte. Non solo l'amavo, ma anch'io volevo ardentemente regolarizzare il nostro rapporto. Per l'altro verso, il tenermi nell'ambiguità rappresentava il modo migliore per incastrare ed eliminare per sempre l'unico uomo che la separava da me.

La seconda soluzione, che a prima vista poteva apparire la migliore da perseguire, offriva però un grosso inconveniente: le sue reazioni, quando fosse venuta a conoscere il mio contribuito per fare andare in galera l'unico uomo che aveva promesso di sposarla, sarebbero state di totale ostilità. Ma anche la prima presentava delle incognite e le dovevo risolvere prima di pronunciarmi.

Pur confessandole di volerla sposare avrei comunque dovuto metterla al corrente del piano per far fuori Brett e la sua compagnia. Anche questa volta la sua reazione poteva essere negativa per il dubbio che il mio comportamento fosse unicamente suggerito dal buon esito dell'operazione. Tuttavia non potevo più dilazionare la risposta, ed eluderla avrebbe significato rinunciare a lei per sempre. Così mi decisi e dissi:

- "Non ti sembra sia giunto il momento di smetterla di fare i ragazzini e di pensare seriamente al nostro futuro?" -

- "Sono tutt'orecchi, dimmi tutto." -

- "Ti amo da morire. Sono seriamente innamorato di te. Da qualche tempo non penso ad altro. Se quanto dici lo senti veramente perché non sposi me?" -

Nonostante fossimo seduti a un tavolo del ristorante lei si alzò dalla sedia e mi buttò le braccia al collo. Poi con voce commossa disse:

- "E' semplice. Perché non me l'hai mai chiesto."-

- "Quindi - risposi - non ti importa nulla di Brett?"-

- "E me lo chiedi? L'avevi già capito da te."-

- "Allora sposiamoci subito. Se per te va bene possiamo anche ottenere la dispensa dalle pubblicazioni e recarci in Comune domani stesso."-

Lei ad un tratto si fece seria e disse:

- "Anche se di Brett non mi importa, non posso lasciarlo così su due piedi." -

- "Perché?" -

- " Gli devo almeno una spiegazione per dirgli che non lo sposo più."-

- "Lo credi veramente indispensabile?" -

- "Il meno che posso fare e di dirgli che non può più contare su di me. Dovrò pur trovare il tempo e il modo per dirgli queste cose."-

- "So che quanto sto per chiederti per te è difficile."-

- "Deciditi a dirlo una buona volta." -

- "Devi fare in modo che lui ti lasci libera sin d'ora. Non potrei sopportare più di saperti fra le sue braccia."-

- "Vedi parli già da marito geloso. Per tua norma sulle sue braccia non ci sono mai stata, nemmeno quando ero ospite in casa sua. Lo avrei fatto, seppure a denti stretti, soltanto dopo il matrimonio."-

Se la prima parte della faccenda era andata bene, e non ne dubitavo affatto, quella relativa a Brett era ancora da risolvere. Fu lei a soccorrermi in modo insperato quando mi disse:

- "Poco fa accennavi al fatto che qui Brett non ha amici. Non è vero. Ne ha e sarà impegnato con loro in uno di questi due giorni. Se questa volta ne avrai voglia potremo anche anticipare la luna di miele."-

Pensai subito che Brett, per giustificare il temporaneo abbandono, l'avesse messa al corrente dei suoi impegni solo in modo generico. Se Marisa riuscisse a proporgli di stare con lei tutta la giornata di giovedì - magari per fare una gita in Riviera - lui sarebbe stato costretto a dirle di avere un appuntamento ad una certa ora. Così le risposi:

- "Figurati se a me non sta bene. Piuttosto, dato che ti dovrai spiegare con lui... forse sarà il caso di evitare brutte sorprese fino a quando non l'avrai fatto." -

- "Dovrei rinunciare a vederti fino al giorno della spiegazione?" -

- "Ma no. Dovresti farti dire semplicemente quando saranno i suoi impegni. In questo modo potremo incontrarci più tranquillamente."-

- "Ce la metterò tutta per farti contento." -

Se le cose continuavano così sarei riuscito facilmente nell'intento di incastrare lo svizzero anche senza utilizzare le strategie proposte da Alberto.

Un compagno di sventura.

Giungemmo a La Spezia dopo aver vagato per una settimana circa nella lucchesia. Da quando lasciammo Luigi, la nostra maggior preoccupazione fu di evitare qualunque strada, fosse pure un sentiero appena tracciato.

Naturalmente il vagare pei campi aveva avuto lo svantaggio di non attraversare centri abitati e quindi l'impossibilità di reperire del cibo.

Così quando scendemmo in città lo facemmo di proposito nella speranza di non fare incontri sgraditi. Erano le prime ore del mattino e fummo attratti da una locanda-bar che aveva già sollevato le saracinesche. Nel locale - defilato dal traffico dei fascisti e dei tedeschi - oltre al barista, c'era solo un ragazzotto di circa diciott'anni. Lui mangiava una minestra ad un tavolo senza tovaglia vicino alla finestra, noi stavamo in piedi accanto al banco di mescita sorbendo a piccoli sorsi, per farlo durare di più, un latte tinto da un disgustoso surrogato di caffè dal vago sapore di liquirizia, contrabbandato come 'cappuccino'.

Ugone - questo era il nome del ragazzo - dopo aver trangugiato la sua brodaglia, si avvicinò al banco e ordinò un caffè. Nonostante questa merce di importazione fosse irreperibile sin dai primi giorni di guerra; tuttavia al banco quella specie di acqua sporca doveva essere chiamato caffè. A questo punto ci aspettavamo che almeno storcesse la bocca mentre lo beveva. Invece niente. Con serafica calma sorseggiava la sua tazzina, quasi si trattasse d'un gusto d'altri tempi. Faceva sicuramente il verso al nostro modo di bere di poco prima. Alberto lo intuì e, provocante come suo solito, intervenne toscaneggiando:

-"Oh che tu credi di bere, zuzzurullone, un espresso Moca?"-

E l'altro senza scomporsi:

-"Mi vedi tanto scemo da non riconoscere la cicoria dal caffè? Gli è che se lo mando giù di botto, potrei pisciarlo prima ancora di averlo bevuto."-

Pareggiata la provocazione ci ridemmo su e arrivammo alle confidenze. Era fuggito da casa per non dover seguire la sorte dei suoi tre fratelli fatti arruolare da suo padre, fanatico fascista, nelle Camicie Nere repubblichine. Ugone odiava suo padre. Voleva fare di lui un eroe della Repubblica Sociale. Ci raccontò di essere stato angariato e avvilito da questo padre autoritario fin dai tempi della sua infanzia. Pretendeva facesse il bagno freddo in pieno inverno in una conca posta nel cortile per abbeverare le pecore, e lo mandava in campagna scalzo e seminudo, anche d'inverno, col vento e con la pioggia. Era convinto che ciò lo rendesse più resistente alla fatica e più coraggioso.

Alberto lo interruppe e gli disse:

-"Tu saresti stato bene lassù con noi alla macchia. Avresti avuto di che congratularti della preveggenza di tuo padre"-

Ma lui non colse la battuta e proseguì il suo racconto. I suoi tre fratelli, di cui non sapeva nulla da qualche tempo, erano al nord. Il maggiore era a Milano città; gli altri due uno in Piemonte e l'altro in Valtellina, diceva suo padre, a servire la Patria.

- "Di quale patria parlava?" - Gli chiese Alberto.

Con grande pazienza cercò di fargli capire che anche lui - pur facendo esattamente il contrario dei suoi fratelli, serviva a suo modo la patria. Ma il discorso era per lui un poco ostico e non capiva che certi concetti, in certe circostanze, possono offrire connotazioni diametralmente opposte. Gli disse che anche noi avevamo le stesse sue difficoltà. Fuggivamo da una patria che non riuscivamo a riconoscere più come tale. Ne avevamo succhiato il latte fin da bambini, ma ora ci era diventata matrigna. Una patria prima amata svisceratamente poi altrettanto visceralmente odiata e combattuta. Una patria che ci tendeva agguati ad ogni passo. Combattevamo contro i fascisti, ma questa patria li ripagava come fossero suoi salvatori. Cercavamo di ricacciare i tedeschi, ma questa patria schizofrenica li tollerava e mostrava comprensione verso il loro nefando operato, al punto da fare apparire noi nemici della nostra patria e solo loro fedeli continuatori di una alleanza che si batteva per sconfiggere il nemico; quello stesso che ora invece era nostro amico. Eravamo in piena crisi di identità.

A questo punto intervenni e rivolto ad Alberto dissi:

- "Non vuoi proprio risparmiargli nulla? Non credi che per oggi ne abbia abbastanza?" -

Ugone rideva e non mostrava di darsi per vinto:

-"Sapete cosa vi dico? Di tutte queste vostre ciance io ci capisco poco o niente. Però se il mi' babbo fosse stato meno grullo a quest'ora sarei stato ancora nella mi' casa." -

Il complesso di castrazione.

Quando abbandonammo la città per dirigerci verso le linee nemiche - frattanto attestatesi lungo la linea gotica - sui monti della lucchesia nevicava abbondantemente. Avevamo deciso di attraversarle sul punto più impervio della montagna dove pensavamo non fossero state previste difese consistenti. Il nostro equipaggiamento era alquanto sommario e consisteva in un fagotto tenuto a spalle da Alberto in cui c'era una coperta di lana, alcune scatolette di carne e delle gallette. Ugone volle venire con noi. Evitammo accuratamente di viaggiare di giorno nascondendoci in anfratti rocciosi e cercando di dormire in tre sotto quell'unica coperta. Il nostro abbigliamento cominciava a denunciare evidenti segni d'usura. Sopratutto le scarpe erano ridotte malissimo. Io dovetti ricorrere spesso alle solette interne di cartone per neutralizzare due grandi buchi formatisi sotto la suola di cuoio. Avevamo due sole incerate prese dal campo, prima di abbandonare i compagni alla loro sorte, e che Luigi, andandosene, non aveva rivendicato. Ci servivano sopratutto per dormirci sopra ed evitare il contatto diretto con la terra bagnata.

Riprendemmo il cammino alle prime ore della notte, quando le tenebre cancellarono definitivamente il profilo delle montagne, già coperte da una spessa coltre di neve. Con Alberto e Ugone avevamo riscaldato una scatoletta e l'avevamo divisa in tre con un centinaio di grammi di galletta a testa. Procurammo quei viveri e quella coperta barattandoli con una catenina d'oro che mia madre, religiosissima, mi aveva raccomandato di tenere sempre al collo: si trattava, lei diceva, della Madonna miracolosa. Avevo ceduto la catenina, ma avevo gelosamente custodito la medaglia nel portafoglio. Del resto il primo miracolo l'aveva già fatto: senza quei viveri, preziosi per una sopravvivenza di oltre una settimana, saremmo già morti di fame. Il contadino che ci diede la roba non volle accettare alcune decine di lire che gli offrìmmo in un primo tempo. Per lui quella era solo carta straccia. Non serviva più a niente. L'oro era tutt'altra cosa.

Il sentiero portava dritto alla montagna. Un porcaro che scendeva a valle ci venne incontro con un branco di maiali. Gli chiedemmo se avesse visto dei soldati in quei paraggi. Avevamo tutti e tre la barba lunga e i vestiti a brandelli. Prima di risponderci volle sapere da dove venivamo.

- "Da La Spezia"- gli rispondemmo.

Ma lui ci chiese ancora se avevamo incontrato un biroccio, nella direzione contraria alla nostra. Non avevamo visto nessun biroccio. Alla nostra risposta negativa lui rimase molto perplesso. Aveva lasciato suo padre col carro nemmeno un'ora prima e avremmo dovuto incontrarlo . Era molto preoccupato. I tedeschi che stavano costruendo trincee e fortini dall'altra parte del monte, razziavano qualunque animale vivo trovassero a portata di mano. Ci disse che per sottrarre i suoi maiali dal pericolo della requisizione doveva stare rintanato di giorno in una grotta e portarli al pascolo solo la notte. Suo padre era venuto a prelevare una scrofa per portarla in paese ed avremmo dovuto incontrarlo. Ma dopo averci detto l'ora esatta in cui era andato via, lo tranquillizzammo. Non lo avevamo incontrato semplicemente perchè anche noi dormivamo di giorno e viaggiavamo di notte.

Intanto la neve stava imbiancando anche il nostro sentiero. Fece un tratto di strada assieme a noi. Ci offrì della salsiccia secca e noi lo ricambiammo con una scatoletta di carne. Ci raccontò del suo paese.

I tedeschi ne avevano fatto di cotte e di crude. Avevano deportato in Germania tutti i maschi dai diciotto ai quarant'anni. Lui se l'era scampata solo per miracolo. Una mattina mentre i militari circondavano coi camion il paese, lui era in campagna col suo branco di porci. Al parroco, che si era ribellato alle loro prepotenze, gli sollevarono la tonaca e gli diedero un sacco di legnate, sul sedere immacolato, di fronte ai suoi parrocchiani.

Una notte un militare entrò nella casa di una giovane donna che abitava con la figlia tredicenne alla periferia del paese. Prima stuprò la figlia di fronte alla madre, poi rivolse la sua attenzione anche su di lei costringendola a concedersi davanti alla figlia piangente. La donna finse di stare al gioco. Ma sul più bello allungò una mano sotto il materasso e ne trasse un affilato coltello a serramanico, tenuto lì per difesa personale. Aspettò che il militare arrivasse all'orgasmo e, nello stesso istante che godeva, con mossa fulminea lo castrò. Lui, con un urlo belluino, sanguinante, balzò dal letto; fece per prendere la pistola , ma cadde esangue. La donna lo finì con una coltellata; poi, facendosi aiutare dalla figlioletta, lo gettò in una fossa aperta dal marito per interrare il letame della vacca, e lo ricoperse di sterco. Quei testicoli li mise sotto spirito. Doveva dimostrare al suo sposo - deportato dai tedeschi in un campo di lavoro - ed al paese, che lei e sua figlia erano donne oneste.

Ci lasciammo ad un bivio. Il porcaro scese in direzione del paese e noi proseguimmo verso il costone della montagna. Il freddo intenso lavorava inesorabile sopratutto sulle nostre estremità. Un leggero vento di tramontana tagliava il nostro viso come una lama. I miei piedi e le mani erano completamente gelati. Sentivo il freddo salire lentamente sulle ginocchia e su per le gambe che man mano diventavano insensibili. Ci battemmo le braccia sul corpo sfregandoci continuamente le mani , ma il freddo le aveva rese simili ad un pezzo di ghiaccio e pareva dovessero cadere in mille pezzi da un momento all'altro.

La notte era lunga e non avremmo potuto affrontare la montagna - ancora abbastanza lontana - guidati solo dal tenue chiarore di una piccola falce di luna, affacciatasi solo per pochi attimi da un buco che aveva lacerato una bianca coltre di nuvole.

Ci fermammo; e dopo aver raccolto un piccolo mucchio di rametti secchi, lo accendemmo. Il fuoco durò vivace, alimentato da quanta legna potemmo trovare intorno a noi. Il calore cominciava a fare il suo effetto. Alla prima impressione di assoluta insensibilità era seguito un piacevole rilassamento. Ugone rischiò di bruciarsi le dita per aver messo le mani troppo vicine alla fiamma.

Intanto aveva smesso di nevicare. Ci sedemmo intorno al falò e mangiammo un poco della salsiccia del porcaro. Ci sembrò squisita. Ugone, facendone dondolare davanti a sè un pezzetto, disse:

- "Mondo birbone; il porcaro ha tralasciato di dirci se la donna oltre alle palle gli ha tagliato anche il pisello." -

Visto che nessuno di noi due rispondeva, continuò:

- "Forse se lo sarà tenuto in un'altra bottiglia, sotto spirito, per usarlo ogni tanto. Così i coglioni li mostra al marito e il cazzo se lo mette lei in mezzo alle gambe." -

Fu Alberto a rispondergli risentito:

- "Che tu fossi uno zuzzurullone lo sapevamo da quando ti abbiamo incontrato, ma che fossi anche uno stronzo lo abbiamo appreso adesso. Credi sia molto divertente scherzare su queste cose? Se quella donna fosse stata una tua sorella o tua madre, avresti detto le stesse coglionerie? Non è che - trovandoti nelle stesse circostanze del tedesco - ti verrebbe voglia di comportarti come lui? No? Non sei per caso il tipo che compiange il povero tedesco castrato? A te sembra che una donna, solo perché ha la figa in mezzo alle gambe, non debba far altro, notte e giorno, che pensare a riempirsela di cazzi, da qualunque parte provengano? Forse non ti rassegnerai a sapere che le cose non stanno proprio così. Oggi anche loro sono in prima linea. In gran parte hanno anche dimenticato di essere donne. A forza di sostituire i maschi - deportati in campi di concentramento per lavorare per i tedeschi - sono diventate insensibili e coriacee. Guardale all'alba quando sono già sui campi a coltivare legumi e verdure per non far morire di fame i propri figli. Guardale per vedere se nei loro volti scorgi ancora il più piccolo barlume di desiderio di sessualità. Si accorgono di avere una figa solo quando devono pisciare e talvolta nemmeno: non potendo interrompere il lavoro, la fanno dove si trovano senza nemmeno accovacciarsi. Ti immagini tu il gran gusto provato da quella donna dopo aver assistito allo stupro della figlioletta? Te la immagini la sua goduria quando quel delinquente l'ha presa per i capelli ed ha trascinato anche lei nel letto? Ma tu forse sei il tipo coglione che durante il racconto dello stupro sentivi che ti si rizzava l'uccello."-

Intervenni. Volevo evitare che il discorso di Alberto diventasse sempre più aggressivo.

- "Secondo me - dissi - Ugone non voleva esprimere questi sentimenti. Le sue osservazioni erano solo un impulso scaturito con molta probabilità da un suo complesso di castrazione, rimosso e sbucato da un angolino del suo subconscio. Vedi caro Alberto sono convinto che lui la pensa esattamente come te. Anche lui è convinto che le donne siano degne del massimo rispetto da parte del maschio e non si sognerebbe mai, anche avendone l'occasione, di imitare le gesta del militare stupratore. Se il nostro discorso potesse svolgersi in un ambiente meno precario di questo, forse si potrebbe anche riuscire a capire la vera motivazione di quanto lui ha detto."-

Ugone con la testa bassa stava a sentire e ogni tanto assentiva col capo. Incoraggiato dall'efficacia del discorso, continuai:

- "Vedi ho letto in alcuni libri che tante esperienze infantili ne potrebbero essere la causa. Come ad esempio certe minacce fatte dalle madri ai loro figlioletti. Talvolta scoprono che si masturbano o constatano che bagnano di frequente il letto. Questi rimproveri talvolta - pur con tutte le buone intenzioni - vengono fatte maldestramente. Così il: <<Se non smetti di toccartelo te lo taglio>> o <<Se fai ancora la pipì a letto te lo brucio>> ecc., diventano vere e proprie minacce traumatiche che lasciano una traccia indelebile."

"Tra le persone incolte, per rendere più efficace l'ammonizione, alle parole troppo spesso seguono i fatti. Così è abbastanza frequente che la madre spaventi il figlioletto presentandosi con un coltello, o addirittura faccia la finta di tagliarglielo; oppure, con una carta accesa, faccia finta di bruciarglielo. Questi fatti diventano dei veri e propri traumi psichici che vengono rimossi dal fanciullo e si riaffacciano in età adulta nelle occasioni più propizie. Questa per Ugone potrebbe essere stata l'occasione scatenante. L'ho osservato bene quando di fronte al falò si trastullava col pezzo di salsiccia tagliato poco prima. Era completamente affascinato dalla somiglianza della salsiccia con un pene. In definitiva lui ha realizzato così, a suo modo, un rito di castrazione, probabilmente identificandosi con la madre punitiva. Credo tu debba ad Ugone delle scuse e se non gliele fai tu gliele farò io per tuo conto."-

Alberto riconobbe di essersi ingiustamente infervorato e rivolse a Ugone delle parole di scusa per essersi lasciato trasportare un pò troppo dal suo risentimento e concluse:

- "Bada bene. Non ce l'avevo con te in particolare. Ero irritato con tutta l'umanità che sempre con maggior frequenza si abbandona a questi sfoghi belluini. Tu ci sei cascato in mezzo. Eri a portata di mano e me ne hai dato l'estro; ma sono convinto anch'io che non saresti mai capace di una bestialità del genere."-

Riprendemmo la marcia verso la montagna dove i tedeschi stavano costruendo la loro linea di difesa.

L'albero delle carrube.

Abbandonammo nuovamente il sentiero principale per evitare incontri sgraditi.

Oramai eravamo quasi giunti sulla cima della montagna e i tedeschi non dovevano essere lontani. Molto amplificate dall'eco dei contrafforti sovrastanti, ci giungeva ormai chiaro il fragore delle granate alleate. Si susseguivano senza interruzione e talvolta vedevamo anche il bagliore delle deflagrazioni squarciare il buio della notte e rincorrersi a tappeto nell'esiguo spazio di terreno pianeggiante al di sotto di noi dalla parte del mare.

Ammesso che riuscissimo a non fare incontri sgraditi rimaneva tuttavia il pericolo di incappare in quella incessante cortina di fuoco. Ormai non potevamo fare altro. Dovevamo andare avanti ad ogni costo. Se avessimo aspettato ancora, le difficoltà sarebbero state maggiori. Le linee di difesa tedesche forse non erano state ancora consolidate. Anche sul Capanno c'era ancora molto da fare per rendere efficiente la postazione. Era quindi logico sperare che i tedeschi non vi avessero trasferito ancora i contingenti preposti a presidiare quella prima linea.

Oramai la notte cedeva pian piano ai primi chiarori dell'alba. Per non essere scoperti da qualche pattuglia in perlustrazione, dovevamo trovare un rifugio sicuro per nasconderci durante il giorno e possibilmente per dormire almeno un poco. La zona era incassata fra due crinali scoscesi e terminava in una forra ripida. Là sicuramente non avremmo incontrato tedeschi. Nel suo fianco scorgemmo una grotta mascherata da cespugli di rovi. Sarebbe stato il rifugio ideale per trascorrervi la notte, ma non esistevano passaggi di nessun genere e c'era il pericolo che, dopo aver messo a repentaglio la nostra incolumità, una volta giunti, scoprissimo trattarsi di una falsa apertura.

Ci concertammo sul da farsi. Alberto come suo solito si offerse di andare ad esplorare la cavità. Lo vedemmo scendere fra quei dirupi con l'agilità d'uno scoiattolo e sparire presto tra i cespugli di rovo.

Con Ugone ci sedemmo sotto un carrubo carico di grassi baccelli marrone. A me piacevano tanto da bambino. Li rosicchiavo come un topolino. Ne presi uno con le costole belle gonfie e lo addentai. Riprovai la stessa sensazione di allora. Quel sapore dolce, corposo e un pò aspro mi fece venire in mente un episodio della fanciullezza quando avevo appena cinque anni.

Un giorno, in occasione di una gita domenicale in campagna coi miei genitori, avendo a disposizione un intero albero con le carrube ben mature, ne mangiai tante da farne una scorpacciata. Rimasi più di tre giorni senza riuscire ad andare di corpo. Sentivo lo stimolo , ma non usciva nulla. Avevo come un tappo che non veniva fuori. Al terzo giorno, mi decisi e lo dissi a mia madre. Come tutte le mamme, cercò lei di aiutarmi nell'incombenza, facendomi una peretta di olio d'oliva ed un clistere con acqua salata. Ma non c'era verso. Usciva l'olio, usciva l'acqua, ma il tappo rimaneva. Per quanti sforzi facessi, riuscivo soltanto a procurarmi dei dolori terribili. Mia madre non si perse d'animo; prese una boccetta di olio di ricino dall'armadio delle medicine di mio padre, lo miscelò con una tazzina di caffè, mi fece bere quella cosa schifosissima - che mi fece odiare per tutta la vita il caffè - e mi mandò a letto.

Erano appena le quattro del pomeriggio e non avevo sonno. Dalla mia camera sentivo giù in salotto il parlottio di alcune persone. Distinsi la voce di mia madre e di mia sorella maggiore. Mi ricordai allora che la moglie del Podestà doveva venire a farci visita per sentire un repertorio di Chopin suonato al pianoforte da mia madre.

La signora Fernanda, così si chiamava l'ospite, era anche la mia madrina di battesimo e mi voleva un gran bene. Ad un certo punto sentii un lieve dolore al basso ventre ed uno stimolo farsi sempre più pressante. Mi sedetti sul vasino che avevo a portata di mano. Spremetti una prima volta, ma invano. Ripresi fiato e pigiai con più forza, battendomi i piccoli pugni sulle ginocchia. Niente. Respirai profondamente e calcai il diaframma con tutte le forze.

Ad un certo punto qualcosa si mosse e scese nel vasino. Era uno stronzetto puzzolente grosso e corto. Ero felice. Lo presi subito con due dita e corsi in salotto da mia madre gridando in continuazione: <<E' uscito! E' uscito!>>. Mia madrina, miope come una talpa, non si rese subito conto di cosa avevo in mano. Mia madre seduta al piano con mia sorella che le girava i fogli dello spartito, mi dava le spalle ed era intenta a suonare le prime battute del primo dei ventiquattro Preludi di Fryderyk Chopin, l'Agitato in do maggiore. La signora Fernanda indossava un elegante tailleur color albicocca e, affettuosa come sempre, mi disse:

- "Vieni caro. Fai vedere alla tua madrina"-

Io, felicissimo, glielo misi in mano. Lei lo prese, lo rigirò tra le dita inguantate, lo tastò un poco, poi lo portò al naso e con un gridolino scomposto disse:

- "Ma questa è cacca" -

Mi mandarono via dal salotto buono. Per molto tempo non mi seppi spiegare per quale motivo un evento per me tanto felice fosse stato preso così male.

Quando Alberto ritornò ci disse che potevamo reputarci fortunati. La grotta era veramente accogliente e calda. Essendo a mezza costa era anche abbastanza asciutta. Percorremmo con molta difficoltà quel tratto scosceso fino all'imboccatura. Ugone perse l'equilibrio e mancò poco che finisse nel burrone. Riuscì a tenersi ad un ramo ed a frenare la caduta, grazie alla prontezza di Alberto che lo trattenne per la giubba.

La grotta era un anfratto che si snodava in più cunicoli. Percorremmo il tratto più largo, ma tornammo subito indietro. Il buio era totale e ci accampammo ad una decina di metri dall'apertura, non volevamo esaurire l'accendino che poteva esserci più utile in altre circostanze. Strappammo alcuni ramoscelli sui quali sistemammo le incerate. Alcuni rami più secchi li accendemmo per scaldarci qualche scatoletta. Dopo aver mangiato un poco di carne e di galletta secca, per lenire la sete, prendemmo un poco di neve e la riscaldammo dentro il barattolo della carne. Bevemmo quell'acqua sporca d'unto come se fosse un consommé. Ci coricammo uno accanto all'altro il più vicino possibile per consentire a quell'unica coperta di ripararci.

Intanto fuori aveva ripreso a nevicare e i grandi fiocchi bianchi silenziosamente stendevano sul terreno accidentato, una trapunta bianca, che livellava ogni cosa.

Un paese deserto.

Fidandoci del fatto che in quel dirupo non avremmo fatto brutti incontri, ci mettemmo in cammino prima del calar delle tenebre. Ci sentivamo sufficientemente riposati e volevamo renderci conto delle difficoltà di quella zona a noi del tutto sconosciuta. Risalimmo lungo il canalone in direzione della cima più alta. Avevamo lasciato i binoccoli al campo e non potevamo vedere più in là del nostro sguardo. Ugone, in avanscoperta, ad un tratto di fermò e fece cenno anche a noi di fermarci. Tornò indietro. Appena a cinquecento metri c'era un plotone di militari tedeschi, che saliva per un sentiero sul fianco della montagna. Trasportavano coi muli dei pezzi di artiglieria leggera. Se avessimo continuato in quella direzione ad un certo punto li avremmo incontrati.

Da quando avevamo ripreso il cammino non sentivamo più il fragore del cannoneggiamento. Alla fine di quella frattura doveva esserci di sicuro un sentiero; ma non ne eravamo sicuri e non potevamo uscire allo scoperto. Troppo pericoloso. Rimanemmo rintanati, protetti dai cespugli fino a quando la notte non cancellò ogni forma. Riprendemmo a salire in direzione sud e dopo esserci scorticate le mani per superare l'ultima parte del canalone trovammo finalmente il sentiero.

Per prudenza camminammo in fila indiana distanziati una ventina di metri. Arrivammo sulla vetta oltre la mezzanotte. Aveva smesso di nevicare ed il cielo per un poco apparve terso e stellato come in una notte estiva.

Alla luce dello spicchio di luna, sgombro di nuvole, potemmo ammirare lo spettacolo offerto dall'altro versante, formato da rilievi meno alti e più tondeggianti. Sul fondo valle, si scorgeva appena, un paesino di un centinaio di piccole case. Sembrava l'addobbo di un presepe. Formava una macchia scura nella neve candida ed un torrentello scintillante, alimentato da un ghiacciaio che veniva giù dal nostro versante, lo tagliava in due.

La neve alta non ci consentiva un'andatura spedita e la mancanza di un'attrezzatura adeguata ci costringeva a lunghe soste per superare zone molto impervie o per cercare di aggirarle. Ci proponemmo di puntare subito sul paese. Con un poco di fortuna potevamo esserci in due o tre ore al massimo. Siccome eravamo troppo esposti per accendere un fuoco, ci massaggiammo a vicenda. Ma eravamo tutti e tre intirizziti e quello sfregarci serviva solo a farci perdere energie senza procurarci alcun sollievo.

A quel punto accadde il miracolo. Alberto trasse fuori dal suo fagotto una piccola bottiglia e ne bevve alcuni sorsi. La porse anche a noi. Quando trangugiai il primo sorso, senza nemmeno sapere cosa bevessi, fu come se in gola mi scendesse metallo fuso. Era un'ottima grappa di almeno quarantacinque gradi. Ci raccontò di averla avuta da Lucia quella notte che ci ospitò. Non ne aveva fatto parola, per riuscire a conservarla fino a quando non sarebbe stata veramente indispensabile. In quel momento mi resi perfettamente conto per quale ragione i montanari siano tanto attaccati alla grappa. Bastarono due sorsi per ridarmi vigore fisico e riaccendere quella forza di volontà che pian piano cedeva insidiata dalla grande stanchezza e dal freddo intenso.

Il pendio era molto scosceso, e la neve a volte nascondeva insidie pericolose. Le nubi avevano coperto nuovamente la luna e a mala pena riuscivamo a distinguere i contorni del sentiero che in alcuni tratti la neve aveva del tutto cancellato. Scendevamo di buon passo, quando all'improvviso sprofondai in un crepaccio. Siccome facevo da battistrada, Ugone udì la mia imprecazione e mi venne in aiuto. Evidentemente ero uscito senza accorgermene dalla pista ed ero finito in una stretta buca mascherata da alcune frasche coperte di neve. Non tardai ad accorgermi che non si trattava di un crepaccio , ma dell'ingresso di una trincea larga circa ottanta centimetri e completamente coperta di traversine di legno. Vi entrammo tutti e tre e notammo che, come quelle del Capanno, andavano a zig zag lungo il fianco della montagna. Quindi anche qui i tedeschi stavano costruendo delle postazioni fisse. Di armamenti o di militari nemmeno l'ombra. Forse ancora non avevano completato le opere e solo fra qualche giorno vi avrebbero trasferito le armi e i soldati. Uscimmo e ripristinammo la chiusura della trincea. Dovevamo fare presto. I militari del genio, alloggiati nelle vicinanze, con le prime luci dell'alba forse avrebbero ripreso i lavori e ce li saremmo trovati addosso.

Dovevamo ad ogni costo arrivare in paese prima dell'alba. Bevemmo un altro sorso di grappa e giù a rompicollo. Nella discesa, la neve si faceva meno intrigante e ci consentiva di scorgere i sassi al limite del sentiero. La grappa ci aveva reso euforici e Ugone camminava accennando passi di danza marziale.

Oramai vedevamo, alla fioca luce, le prime case della periferia. Forse non mancava più di un chilometro ed era ancora notte fonda. Il terreno si era fatto pianeggiante e la neve aveva ceduto alla fanghiglia che ci penetrava insolente sin dentro ai piedi. Giungemmo ad una prima casa isolata e con nostra grande sorpresa constatammo che era deserta e completamente vuota.

Erano rimasti al loro posto solo un vecchio guardaroba con le ante spalancate, un canterano coi cassetti vuoti e due letti senza pagliericci. Nella stalla notammo tracce di sterco fresco indice che le bestie erano state portate via appena pochi giorni prima. Andammo oltre e lo stesso spettacolo si offrì per quasi tutte le case della strada principale.

Alcune portavano i chiari segni di un recente cannoneggiamento con grandi fori alle pareti e coi tetti distrutti, altre erano completamente sberciate e rimanevano in piedi soltanto pezzi di mura perimetrali. Appena una piccola parte avevano le porte chiuse, ma non sapevamo se dentro vi fosse qualcuno. Nessuna traccia del nome del paese.

Intanto l'alba faceva la sua comparsa dietro ai monti e ci mostrava in modo più spietato quei tragici segni della guerra. Decidemmo di rincantucciarci in una delle case più distrutte. La massima del fante di prima linea è che i rifugi più sicuri sono le buche delle bombe esplose poco prima. Scovammo nel fienile semidistrutto una parte di terreno asciutto. Alberto trovò una coperta, servita forse per coprire un cavallo durante la notte, e la butto sulla paglia. Ci coricammo e fummo presi immediatamente dal sonno profondo.

La sepoltura.

A svegliarci di soprassalto fu il furioso latrare di un grosso cane bastardo. Era sul vano della porta del fienile e ci abbaiava contro furiosamente. Ogni tanto però si tirava indietro al di là del muro ed emetteva prolungati ululati. Contrariamente a quanto temevamo non ce l'aveva contro di noi.

La sua aggressività si manifestava solo nell'abbaiarci. Ugone si alzò, mezzo intontito dal sonno, e prese una spranga per mandarlo via. Ma il cane afferrò con la bocca il bastone e lo tirò violentemente indietro verso il muro. Mentre cercava di contrastare l'animale per riappropriarsi della spranga, vide per terra il braccio di un uomo fuoriuscire da sotto un mucchio di paglia. Appena il cane si accorse che Ugone si chinava per scoprire quel corpo lasciò immediatamente la presa e si mise a guaire docile al suo fianco.

Era il cadavere di un uomo sull'ottantina con il cranio completamente sfondato forse da una scheggia di granata o dalla caduta di un trave del pagliaio. La morte risaliva a non più di uno o due giorni. Doveva essere certamente il padrone del cane: il vecchio forse non se l'era sentita di lasciare la sua casa per seguire i familiari sfollati in gran fretta.

Decidemmo di seppellirlo nel giardino. Prendemmo da un canto un piccone e una pala, e a turno scavammo la fossa. Il sole, già alto, aveva fatto capolino tra le nuvole illuminando la pietosa scena.

Mentre eravamo intenti a questo lavoro, una camionetta blindata, con dei soldati tedeschi, si fermò sulla strada davanti a noi. Avevamo completamente dimenticato che i tedeschi potessero scoprirci. Smettemmo di lavorare e rimanemmo fermi appoggiandoci agli attrezzi. Il capo pattuglia scese dal mezzo e si diresse lentamente verso di noi. Ci guardammo con una espressione eloquente. Che iella! Avevamo superato tante peripezie, in situazioni molto pericolose, ed ora venivamo presi in trappola per la banalissima circostanza di dare cristiana sepoltura ad un vecchio sconosciuto.

Quando il militare si accorse del morto, il suo viso cambiò espressione. Forse solo allora capì ciò che stavamo facendo. Sollevò il telo che lo copriva e disse:

- "Vecchio, caput? Brutta la guerra."-

Poi, avvicinandosi a me mi guardò dritto negli occhi e disse:

-"Padre?"-

Assumendo un'aria triste, feci cenno di si col capo. Allora mi porse la mano e disse:

- "Beileib"-

E visto che io ero rimasto muto, Alberto gli rispose:

- "Grazie, per le condoglianze. Gesundheit! Auf Wiedersehen.

Il soldato fece un saluto militare alla salma, poi con un perfetto dietro-front raggiunse rapidamente la camionetta e si allontanò verso quella strada percorsa da noi la notte prima. Dalle mostrine mi accorsi che faceva parte di un reparto del genio.

Proseguimmo il nostro lavoro. Ugone colse un mazzetto di fiori di campo e glieli mise sul petto con le mani in croce. Poi lo avvolgemmo nella coperta del cavallo e lo calammo nella fossa. Prima di buttargli sopra la terra, Ugone volle dirgli una preghiera:

- "Signore, recitò, accogli la sua anima in cielo e quando sarà da Te, digli che noi gli siamo grati per averci salvato dai tedeschi. Amen."-

* * *

Capitolo Diciottesimo: I controlli delle forze dell'ordine.

Un vigile zelante.

Nell'autobus che presi per andare in tribunale fui testimone del borseggio di una vecchietta. Era stata abilmente alleggerita dei pochi soldi da un mariuolo che, approfittando di una brusca frenata, le sottrasse il portafoglio e fuggì. Naturalmente il fatto aveva destato sorpresa e indignazione tra i passeggeri e una signora commentava l'accaduto con un vecchietto montato alla stessa fermata e seduto accanto a lei.

- "Caro signore andiamo sempre peggio. Una persona per bene non può nemmeno mettere il naso fuori di casa senza temere di essere rapinata."-

Il vicino non le rispose; lei si avvicinò un poco al suo orecchio e con voce più forte gli disse:

- "A lei non è mai capitato di essere derubato per strada?"-

Il vecchietto ritrasse istintivamente la testa e con visibile impaccio disse:

- "No, non mi è mai capitato" -

Quella voce , anche se grossolanamente contraffatta, mi era familiare. Osservai meglio l'uomo. Portava sicuramente una parrucca. Più che riconoscerlo indovinai. Doveva trattarsi certamente di Alberto che questa volta si era, molto abilmente, travestito da vecchietto. Probabilmente voleva contattarmi senza dare nell'occhio.

Quando scesi lui mi seguì e ci fermammo entrambi di fronte alle strisce pedonali che conducono al tribunale. Appena scattò il verde lo presi sotto il braccio come per aiutarlo ad attraversare la strada. Lui mi ringraziò e poi:

- "Non farmi domande inutili. Dimmi piuttosto a che punto sei con Brett."

- "Con molta probabilità, gli risposi, ho trovato il modo di sapere entro domani a che ora avverrà lo scambio. Come te lo posso comunicare?"-

- "Lo dirai a Angel. La troverai vestita da zingara, domani di fronte a casa tua. Non andarle incontro. Verrà lei a chiederti un'elemosina quando uscirai da casa. Ciao." -

Una volta arrivati sui gradini del palazzaccio, mi ringraziò con un inchino e se ne andò con quella camminata barcollante a me già nota. Quindi era riuscito a convincere Cadrega a farlo venire in Italia assieme ad Angel. Chissà dove aveva imparato a truccarsi ed a comportarsi a quel modo. Un attore di professione non sarebbe riuscito meglio.

Avevo appuntamento con Marisa per le undici. Fu puntuale come suo solito. Mentre finivo la seduta con l'onorevole Cerquetti mi rimise in ordine la casa. In effetti era già tutto in ordine. La colf almeno le faccende essenziali le sbrigava. Ma l'attuale occupazione di Marisa consisteva nel cambiare di posto le cose sistemate dalla domestica. Mi aveva già espresso la sua antipatia per quella donna. Era convinta che l'avessi scelta unicamente per la sua avvenenza.

Purtroppo quella mattina erano presenti tutte e due. Quando congedai l'onorevole dovetti intervenire a sedare una vivace protesta della domestica. Venne nello studio in lacrime. Non tollerava rimproveri da parte di estranei e se 'quella donna' doveva 'bazzicare' per casa ancora per molto tempo lei era anche disposta a darmi gli otto giorni. La tranquillizzai dicendole che quella mattina saremmo andati fuori a mangiare e, se voleva, poteva tornarsene prima a casa. In realtà non desideravo trovarmela tra i piedi. Preferivo stare solo con Marisa.

Quando mi liberai di lei, Marisa mi si avvicinò e con voce un tantino stizzita mi disse:

- " Mi sa proprio che tu ci tieni a non darle torto. Ho sentito quanto ti diceva; la prossima volta dille che io non sono 'quella donna'. In questa casa, per sua norma e regola sarò solo io a 'bazzicare'. Non per fare dei paragoni, ma come la tengo io la casa lei non se lo sogna nemmeno." -

Le risposi che ogni paragone era assolutamente fuori luogo. L'unica regina della casa sarebbe stata solo lei e, se voleva, una volta sposati, poteva anche licenziarla.

La tenevo stretta alla vita e sentivo il suo profumo penetrarmi nel cervello. Si trattava di un profumo nuovo, non ricordo di quale famoso stilista. Lo ritenevo troppo forte per la sua personalità, ma non glielo dissi. Era molto permalosa per accettare una critica così grossolana. Mangiammo a casa uova strapazzate con qualche fetta di salmone affumicato. Poi, siccome in frigo tenevo delle buste di panna, volle esibirsi nel montarla.

Fu un totale disastro. Forse poco pratica di quel tipo di frullatore, schizzò tutti i mobili della cucina di quella crema che non intendeva in alcun modo solidificarsi. Cercavo di dissuaderla dal continuare, ma lei insisteva con pervicacia. Avremmo potuto tranquillamente mangiare della ottima panna montata in un qualunque bar e del resto a me non piaceva poi tanto.

Ad un certo punto vinta dall'evidenza di quel qualcosa diventato sempre più liquido, colta da una crisi di nervi, scaraventò recipiente e frullatore per terra. Si mise a piangere sopra la mia spalla e diede la colpa a Tommasina, la colf, che l'aveva fatta uscire dai gangheri. Le accarezzai i capelli e le dissi:

- "Se credi ti possa far bene distenditi qua sul lettino. Tu mi parlerai ed io ti starò a sentire per tutto il tempo che vorrai." -

Ma cosa m'era saltato in testa di proporgli? Perdio, cosa intendevo fare? Volevo analizzare la mia futura moglie? Quale più grande balordaggine! Mi aspettavo un rifiuto netto da parte sua o una diplomatica ribellione o il solito <<non intendo fare da cavia>>. Invece con grande meraviglia si accinse ad eseguire quanto le avevo chiesto. Mi avvicinai e, dopo averle baciato il padiglione dell'orecchio dal sapore amaro di quel dannato profumo, le sussurrai:

- "Non credi sia meglio cambiare letto?"-

Si lasciò trascinare docilmente in camera e si spogliò lentamente, imitando una perfetta spogliarellista. Ogni indumento levato di dosso veniva fatto roteare per qualche secondo emanando tutt'intorno l'odore intenso di quel profumo. Rimase con le sole mutandine e andò in bagno.

Mi denudai anch'io e ne approfittai per aprire la porta-finestra per far cambiare l'aria. La richiusi subito dopo e andai a letto.

Di lì a poco suonò al citofono il portiere, per dirmi che un vigile urbano chiedeva di me. Misi una vestaglia ed andai ad aprire. Era un giovanissimo pizzardone, mai visto nel quartiere che somigliava molto ad un nostro bravissimo comico. Mi salutò militarmente e disse:

- "Mi spiace, ma devo dichiararla in contravvenzione per atti osceni in luogo pubblico. Mi dia le sue generalità." -

Sulle prime pensai ad uno scherzo. Poi cercai di fargli capire com'era successo. Si era trattato di una semplice distrazione. Ero andato alla porta-finestra soltanto per chiuderla. In definitiva era stato solo per pochi secondi. Ma lui non volle sentire ragioni e continuò:

- "Veda si da il caso che mentre lei era nudo alla porta- finestra, sotto al suo balcone siano transitate in colonna, con la testa per aria, le collegiali dell'istituto del Sacro Cuore. E' stata proprio la loro accompagnatrice a protestare. Lei ha infranto gli Articoli 527 e 726 del Codice Penale riguardanti gli atti contrari alla pubblica decenza e che offendono il comune senso del pudore."

Prima che compilasse il verbale, gli chiesi se potevo risolvere la questione più rapidamente con l'oblazione. Niente da fare. Quella specie di reato non prevedeva la via breve. Intanto Marisa, ignara di quanto stava accadendo, dopo avermi cercato in camera da letto, entrò completamente nuda in studio.

Il vigile salutò militarmente e disse:

- "La signora non è imputabile. Tra le mura di casa può circolare come le pare. Speriamo che nessuno l'abbia vista attraverso i vetri della finestra. In tal caso dovrei dichiarare in contravvenzione anche lei." -

Mi dovetti vestire rapidamente per seguirlo al Comando municipale. Secondo lui era facile che la denuncia potesse avere anche un seguito giudiziale. Mi dava un enorme fastidio trovarmi coinvolto in una simile situazione. Non mi rendevo conto di come avessi potuto incappare in una siffatta distrazione. Tuttavia pensando a quanto propina la televisione anche ai minori non mi sembrava che il corpo nudo di un uomo potesse offendere più di tanto il comune senso del pudore nemmeno a delle collegiali.

Mi venne in mente quanto mi disse in analisi proprio una di loro: una collegiale espulsa per indisciplina e costretta a frequentare il mio studio dai suoi genitori. La sera si riunivano in dormitorio per guardare delle riviste pornografiche un tantino spinte. Ma i loro discorsi erano molto distaccati dal fatto morale dell'impudicizia. Tentavano piuttosto di analizzare le immagini in forma critica. Furono tutte d'accordo nell'ammettere che la pornografia esisteva solo da un certo punto in poi. Sostenevano che fino a quando l'immagine si limitava a riprodurre qualcosa di reale - e cioè quanto poteva essere fatto senza ricorrere ad alcunché di artificiale - qualunque fosse la posizione o gli organi in esposizione o la loro grandezza, non si poteva assolutamente parlare di pornografia. Al contrario nessuna dubitava che potessero considerarsi pornografiche quelle immagini che ricorrevano all'artifizio di modificare il reale o il naturale, tentando di rendere appetibile ciò che al contrario era anormale.

Un giorno, quando le contestai quel limite come molto vago e le dissi che abbastanza di frequente la sessualità si prestava a subire delle profonde modificazioni, per cui lo stabilire la 'normalità' del comportamento sessuale risultava molto difficile, lei mi rispose con degli esempi:

- "Quando mi masturbo, disse, sono convinta di non fare nulla di anormale. Se domani il ragazzo mi chiedesse una prestazione particolare, come una fellazio od una sodomia, aderirei volentieri senza trovarci nulla di anormale. Così come trovo normalissime le immagini che riproducono questi atti. Se al contrario vedo delle fotografie, fatte col solo scopo di mettere ben in evidenza il pene maschile, o che mostrano delle posizioni da equilibristi o fotografano un organo femminile aperto all'inverosimile, al punto che nella realtà quella posizione risulterebbe impossibile, o vedo l'accoppiamento improbabile con un animale, ottenuto usando un trucco fotografico, allora quelle per me sono immagini pornografiche."-

Il brigadiere al comando fu molto gentile e, a differenza del vigile, mi tranquillizzò dicendomi che, in questi casi, era molto difficile che le proteste verbali si trasformassero in vere e proprie denunce alla magistratura.

Quando rientrai a casa Marisa se n'era già andata. Mi rammaricavo di non aver avuto il tempo di consigliarla meglio sul da farsi. D'altro canto mi aveva assolutamente proibito di telefonarle e dovevo fidarmi esclusivamente della buona sorte. Eravamo rimasti entrambi a bocca asciutta e questo poteva essere il motivo che poteva spingerla a farsi dire da Brett l'ora dell'appuntamento, onde trovare subito uno spazio per stare nuovamente insieme.

La frontiera italiana.

Ramon aveva seguito la 'roba' fino in Jugoslavia e tutto era andato liscio come previsto. Ora i camion erano fermi ad una trentina di chilometri dalla frontiera italiana. Lui era giunto a Lubiana con l'aereo della mattina ed aveva subito telefonato ad un suo amico.

Il pericolo maggiore si correva proprio qui. I controlli venivano fatti a campione, ma in realtà tutti i mezzi in transito venivano ispezionati da cani anti droga, veramente eccezionali nello svolgere il loro compito. Gli arresti di spacciatori si susseguivano con ritmo giornaliero e da qualche tempo passare quella frontiera era diventata un'impresa veramente ardua.

L'amico era un impiegato della dogana con mansioni di ispettore. L'ispettore a sua volta aveva un gruppetto di doganieri di sua fiducia che avevano il compito di chiudere uno o tutti e due gli occhi quando avessero ricevuto una particolare raccomandazione. Due di loro si occupavano della sezione cinofila.

L'addestramento dei cani veniva eseguito generalmente condizionando l'animale per mezzo dell'uso stesso della droga. Il rinforzo era ottenuto rendendo prima l'animale tossico dipendente ad un livello minimo, poi, lentamente aumentando la dose, fino a quando la droga risultava indispensabile e compatibile con un livello di ottimale efficienza. L'animale, una volta addestrato, veniva sempre tenuto in condizione di astinenza, e quando col suo fiuto finissimo individuava la droga, veniva premiato somministrandogliene una piccola dose. Ad un certo punto si instaurava nel cane un vero e proprio riflesso condizionato che lo faceva diventare tanto bravo da fargliela distinguere anche se era stata mascherata con altri odori più forti, di diversa natura.

Il suo amico italiano questa volta gli fece un sacco di difficoltà. Ma Ramon conosceva bene quella tattica: si trattava di aumentare il prezzo della tangente. Questa volta chiedeva diecimila dollari da depositarsi su un conto cifrato in una banca Svizzera. Loro i controlli dovevano farli comunque, ma gli consigliò di cospargere una bustina di eroina all'interno della cabina di un camion 'pulito', cioè di uno degli otto camion che non trasportavano la droga, e di metterlo in testa alla colonna.

Arrivati al posto di frontiera i camion vennero fatti parcheggiare in una piazzuola e i doganieri cominciarono l'ispezione coi cani. Erano un gruppo di sei doganieri con quattro cani i quali, appena furono in prossimità dei mezzi, si avventarono tutti a muso basso trascinando i loro addestratori verso il primo. Ne fu lasciato soltanto uno a compiere l'ispezione: Klich, il più anziano e il più bravo. Annusava in continuazione il pianale della cabina. Il doganiere fece smontare il sedile, poi lo schienale, poi ancora le due brandine, le fiancate laterali degli sportelli e il cruscotto. Intanto gli altri tre cani erano stati portati ad ispezionare gli altri mezzi e uno di essi mostrò un certo interesse per uno dei camion che trasportava realmente la droga; ma la sua attenzione fu nuovamente attratta dal primo automezzo verso il quale tentò di trascinare l'addestratore. Il caposquadra dei doganiere che conduceva Klich disse al camionista del primo mezzo:

- "Ci dispiace , ma non possiamo limitare l'ispezione alla cabina. Klich è troppo bravo per ingannarci a questo modo. Anche se l'esito è stato per ora negativo dobbiamo compiere l'ispezione su tutto il mezzo. Mi usi la cortesia di portarlo in officina."-

Poi rivolto agli altri addestratori:

- "Scommetto il collo che anche questa volta andiamo in bianco, magari dopo aver smontato il veicolo fino all'ultimo bullone. E' la solita storia. Qualcuno di questi autisti deve essersi drogato in cabina ed un poco della droga deve essergli caduta per terra."-

Un suo collega gli disse:

- " Anche il mio cane ha annusato qualcosa nel quinto camion. Cosa facciamo ispezioniamo anche quello?" -

- "Aspetta un momento, gli rispose il caposquadra, una cosa per volta. Vediamo prima quali sorprese ci riserva il primo."-

Dopo aver effettuato il trasbordo della soia in un silos portarono il camion in officina dove lo smontarono pezzo per pezzo, ispezionando anche i serbatoi della nafta e le gomme. Ma della droga nessuna traccia. Oramai i cani erano stati riportati alle loro cucce e sulla piazzuola i doganieri si erano messi ad esaminare i documenti di ciascun conducente. Erano collegati con la centrale alla quale telefonavano i nominativi che leggevano sui loro passaporti. La centrale per ciascun nome rispondeva invariabilmente: <<Negativo>>. Dopo alcune ore il primo mezzo fu nuovamente in condizioni di viaggiare e in alcuni punti mostrava i segni della fiamma ossidrica che aveva tagliato la lamiera per ispezionare l'interno dello scatolato.

"Non si preoccupi" - disse il caposquadra al camionista che stava commentando le manomissioni subite - " il danno che le abbiamo arrecato le verrà totalmente rimborsato. Fate buon viaggio."-

I dieci camion si rimisero in cammino sull'autostrada e giunsero a destinazione a notte inoltrata.

La zingara.

La mattina mi svegliai di buon ora. Ero un tantino agitato. Tutta questa storia cominciava a darmi sui nervi. Andavo su e giù per l'andito di casa come uno scolaretto in attesa della pubblicazione degli esiti dell'anno scolastico. Una volta il telefono squillò, ma si trattava soltanto di una cliente. Mi comunicava di dover rimandare la seduta.

Presi una camomilla. Era un toccasana quando mi sentivo un poco irritato. Il segreto consisteva nel sorseggiarla pianissimo. Quasi senza berla. Proprio come quando ci si cura con una terapia omeopatica. Del resto dovevo ammettere che l'effetto placebo dell'omeopatia era sicuramente basato sul principio psicologico dell'efficacia del quasi-farmaco.

Mi sedetti alla scrivania e tentai di lavorare con le mie cose, ma non ci riuscii. Mi alzai nuovamente ed andai alla finestra. Vidi all'altro lato del marciapiede una donna vestita da zingara. Aveva un fagotto in braccio e fermava tutti i passanti per chiedere l'elemosina. Era sicuramente Angel. Stetti ad osservarla.

Avevo finalmente trovato il modo di ingannare l'attesa della telefonata senza distogliere l'attenzione dalla finestra. Analizzai i comportamenti delle persone coinvolte nella richiesta di elemosina da parte di Angel.

Presi un notes per registrare. Segnai cinque colonne ove in ciascuna testata riportai i presunti comportamenti delle persone che l'avrebbero avvicinata, scrissi: a) Alla richiesta dell'obolo le persone protestano vivacemente con gesti scomposti. b) Protestano solo verbalmente. c) Passano oltre indifferenti senza nemmeno guardare la zingara. d) Danno un obolo e tirano via. e) Danno un'obolo e parlano per un poco.

Angel era un'attrice consumata. La maggioranza delle persone si comportavano con indifferenza. Solo molto poche, dopo aver dato un obolo si fermavano a parlare con lei. Segnavo diligentemente il numero dei casi osservati e non tardai ad accorgermi che esso si disponeva secondo una curva simmetrica

La strada in quell'ora era molto frequentata e la petulanza della zingara offriva spunti interessanti che spesso si traducevano in reazioni di intolleranza e di fastidio. Alcune volte però la sua insistenza trovava terreno fertile e le persone si fermavano a parlare con lei . Erano generalmente donne di casa che trascinavano faticosamente il carrello della spesa e fermandosi trovavano il modo di riposarsi. Parlando gesticolavano e dalla mimica si intuiva che si interessavano al contenuto di quel fagotto che Angel teneva tra le braccia. Sarebbe dovuto essere un neonato ma di lui erano visibili soltanto le estremità infagottate in cenci poco puliti. Evidentemente le donne cercavano di vedere il bambino ma ogni tentativo era frustrato dall'abile mossa della zingara, pronta a piroettare quando la curiosità si spingeva a sollevare qualcuno di quei cenci.

Avevo già registrato il passaggio di oltre duecento persone quando il telefono squillò. Era Marisa. Telefonava da un posto pubblico. Quella mattina Brett non si era mosso dalla sua camera. Però, mi disse, potevamo stare assieme tutta la sera dell'indomani dalle quattro in poi. Lui, a quell'ora, sarebbe dovuto andare ad un appuntamento importante. E concluse:

- "Ho seguito il tuo consiglio ed ha funzionato. Ora sono certa che potremo goderci un pomeriggio in santa pace. Sarò da te appena lui sarà uscito."

- "Va bene, le risposi, ti aspetterò. Ti abbraccio. A presto."-

Posai il microfono e mi precipitai per strada. Angel quando uscii dal portone mi dava le spalle. In quel momento stava parlando con un'anziana signora. Le passai vicino, ma la signora ancora parlava con lei. Arrivai all'angolo e feci finta di telefonare. Dalla cabina vedevo la vecchia sempre incollata al suo fianco. Le porgeva il palmo della mano.

A quell'età era stupido farsi leggere il destino da una zingara e poi la statistica mi diceva che di individui come lei ce ne sono uno su diecimila il che voleva dire che ero incappato in un caso eccezionalissimo. Attesi qualche minuto, poi visto che non se ne andava rifeci il cammino inverso e, contravvenendo a quanto mi aveva detto Alberto, mi fermai di fronte a lei e le porsi la mano. Angel ebbe una notevole prontezza di spirito e mi disse:

- " Con la signora ho già finito, vengo subito da lei"-

Poi nuovamente rivolta alla signora:

- " Le ho già detto che lei fra non molto farà un lungo viaggio. Non deve affrettare i preparativi. Più tardi partirà e meglio sarà per lei. Se vorrà la 'buona fortuna'. Fa diecimila lire antecipate."

La vecchietta fece una smorfia di stizza; ritrasse rapidamente la mano ed andò via senza cacciare nemmeno una lira.

Le porsi la mano e le dissi:

- "L'appuntamento è per domani sera alle quattro" -

- "Va bene. Ma non vada via subito. Oramai dovrà aspettare qualche minuto per darmi il tempo di leggerle la fortuna. Se no potrebbe dare nell'occhio"-

Senza badare a quanto mi diceva ritirai la mano dalla sua. Dalla parte opposta della strada vidi che Tommasina, la colf, mi guardava incuriosita. Presi il portamonete; diedi ad Angel dieci mila lire; e raggiunsi la porta di casa.

La C.M.P. in azione.

Alla Compagnia Movimenti Portuali di via dell'Indipendenza 34 erano tutti in fermento. La mattina sarebbe arrivato il cargo brasiliano 'Pedro' nel quale era stata spedita la cocaina di Cadrega e sul quale avrebbero dovuto caricare le armi leggere provenienti dalla Svizzera oramai già di qua dal Brennero. L'eroina di Bangkok era stata lasciata sulle stesse motrici dei camion. La cocaina di Medellin doveva essere scaricata dalla Pedro, convogliata e immagazzinata in porto nel silos della soia. L'altro cargo, il Santo Domingo, con i carri armati era già in Mediterraneo e si sarebbe incontrato con la Pedro al largo di Capo Corso, una volta che questa avesse ultimato il suo carico di armi leggere e missili. Successivamente avrebbero preso entrambe la via del Medio Oriente.

Gothau, il signore con gli occhi a mandorla e la barbetta alla Cavour capo della C.M.P., aveva riunito Alberto, Angel, Ramon ed alcuni dei suoi per spiegare gli ultimi dettagli dell'operazione:

- "Ho ricevuto, disse, da Bogotà le istruzioni per operare lo scambio delle merci. I vostri compiti saranno i seguenti: Ramon dovrà provvedere a far effettuare l'imballaggio della cocaina sulle celle frigorifere con le quali Brett ha trasportato le armi e a completare con due rimorchi refrigerati le motrici che trasportano l'eroina. Alberto dovrà contattare le dogane per regolare il pagamento delle tangenti al prezzo concordato."-

Poi rivolto agli altri due:

- "Voi seguirete le operazioni di carico e scarico della merce. Servendovi delle nostre squadre, dovete fare in modo che la cocaina venga trasbordata dai silos direttamente negli speciali alloggiamenti delle motrici dei mezzi frigoriferi già predisposti e a voi noti. Come sempre dovete porre la massima attenzione nel mantenere integri gli involucri in plastica già trattati con sostanze che servono a disorientare i cani. Basterebbe una qualunque foratura di uno di essi per compromettere tutta l'operazione." -

Licenziò gli altri e chiese ad Angel di rimanere. Una volta soli le disse:

- "Cadrega vuole che tu prenda subito contatto con un industriale arabo, incaricato dal suo governo di pagare le armi con una lettera di credito da versare in una nostra banca. Sarà lui stesso a farsi vivo al tuo albergo forse questa sera stessa, al più tardi domani mattina. Mi raccomando è il personaggio più importante dell'affare. Tu sai quanto gli arabi siano restii a trattare con una donna. Vedi di ammorbidirlo un poco e di fargli cambiare opinione. Senza il tuo O.K. lo scambio non avrà luogo. Fatti mostrare la lettera autografa della banca con la cifra concordata. Fai attenzione ho detto la lettera autografa. Nessuna fotocopia. La riconoscerai dal diverso colore dei bolli. Non appena sarai certa che l'uomo è in possesso della lettera, telefonami immediatamente a qualunque ora. Mi troverai sempre in ufficio"-

Il cargo brasiliano Pedro.

Intanto il cargo brasiliano Pedro aveva gettato l'ancora in rada in attesa della disponibilità di qualche molo. La C.M.P. doveva provvedere allo scarico della bauxite, che ne costituiva il carico ufficiale. La cocaina, circa un quintale, si trovava in contenitori stagni sistemati sull'opera viva della nave e cioè sotto la linea di galleggiamento.

Alcuni marinai indossarono la muta e muniti di fiamma ossidrica si immersero. Ai finanzieri che gli ronzavano attorno dissero che durante la navigazione avevano urtato in qualcosa che aveva danneggiato lievemente un'elica di prua e che ora dovevano ripararla. Una volta sott'acqua sbullonarono i contenitori e li sostituirono con quelli che avevano indosso.

Ciascun contenitore era in acciaio inossidabile, del tutto simile alle bombole dell'aria usate dai sub. Erano state costruite in due segmenti. La parte superiore conteneva un paio di litri di aria compressa e l'altra parte, raggiungibile dopo aver svitato il tappo dell'aria, conteneva la droga. Sempre sotto gli occhi vigili della finanza emersero e ritornarono sulla nave. Dopo circa mezz'ora presero la scialuppa sotto bordo, vi caricarono le bombole con la droga, e si diressero sul molo. Al finanziere di ronda dissero di dover portare le bombole per rifornirle d'aria. Il loro compressore si era guastato. Il militare volle ispezionarle. Aperse qualche rubinetto, si accertò che contenessero dell'aria, le soppesò e li fece passare dopo aver siglato con un gesso rosso tutte le bombole e avere concesso il tempo di un'ora per riportarle indietro.

Si recarono al silos della soia, situato ad un centinaio di metri dal porto, e in tempo record smontarono le bombole e fecero colare la droga in un largo recipiente di plastica. Sul grande tavolo si era formata una montagna di polvere bianca. Impiegarono non più di quindici minuti. Il tempo rimanente lo utilizzarono per il rifornimento dell'aria. Tornarono indietro dopo cinquantacinque minuti. Prima di imbarcarsi sulla scialuppa si presentarono al finanziere che ispezionò di bel nuovo tutte le bombole, controllandone la pressione col manometro e verificando la sigla che aveva apposto alla partenza. Tutto in ordine. Potevano tornare a bordo.

In un ambiente interrato, sotto al silos, la squadra della C.M.P., quasi al completo, si dava da fare per confezionare la droga in buste di plastica da mezzo chilo. Ramon controllava le confezioni. Appena pronte passavano al settore camuffamento formato da un laboratorio dove le spesse buste venivano sigillate sottovuoto e sottoposte ad un accurato lavaggio. Successivamente arrivavano in un locale sterile dove le buste passavano sotto un liquido nerastro a base di urea. Gli operatori erano tutti in camice bianco con la mascherina sul volto. Effettuato questo passaggio, il prodotto veniva portato direttamente all'officina e collocato negli alloggiamenti predisposti sui mezzi. Era assolutamente proibito agli operatori del primo settore passare in quello sterile. Da qualche tempo riuscivano ad eludere la spietata vigilanza dei cani antidroga proprio per aver adottato questa precauzione.

Nell'officina in un grande capannone poco distante dal silos, la squadra di carrozzieri e di meccanici, ufficialmente addetti alla manutenzione dei mezzi, preparava i serbatoi delle motrici, munendoli di doppio fondo. Ad essi si accedeva soltanto dopo aver smontato, vuotato e tagliato il serbatoio lungo la sua sezione longitudinale. Questa operazione richiedeva la totale distruzione del serbatoio ed era effettuata soltanto quando si dovevano operare viaggi molto lunghi. Per il trasporto di una considerevole quantità di droga, si adoperavano anche gli alloggiamenti del pianale del mezzo. Venivano utilizzati tutti gli spazi all'interno dei longheroni del telaio portante. Le finestre per introdurre la droga venivano mascherate con la parte di metallo asportato, saldato a freddo con del mastice di metallo liquido, e successivamente riverniciato. Era difficile scoprire questi nascondigli. La sola ispezione visiva o tattile non era sufficiente a scovare le manomissioni.

L'arabo

Angel era rientrata verso le dieci. Quando uscì dalla stanza di Gothau cercò invano Alberto. Era già andato via per rientrare nel suo albergo. Aveva l'incarico di comunicare con la Dea e lo fece da un telefono pubblico. Riferì l'orario dello scambio ed il conferimento dell'incarico per trattare con l'arabo la commessa delle armi. Le fu dato il via libero per l'incontro col mediatore, ma le fu caldamente raccomandato di tenersi, sia lei che Alberto, lontano dall'area delle operazioni che si sarebbero svolte nella zona del porto. La circostanza favorevole che Gothau avesse loro conferito incarichi diversi da quello del controllo diretto della spedizione, consentiva un possibile disimpegno dall'intervento finale.

La giornata era splendida e Angel scese nella terrazza dell'albergo dalla quale si godeva lo splendido panorama del golfo, battuto dalla risacca spumosa dello scirocco. Stava seduta lì da un pezzo ed aveva ordinato una spremuta d'arancia che non arrivava.

Nel tavolino accanto a lei c'era un signore di mezza età, vestito con una grisaglia colore verde marcio. Era un abito di buona sartoria e la cravatta, il fazzoletto nel taschino, i calzini e le scarpe mostravano il gusto raffinato dell'intenditore di moda maschile e lo stile del signore. Anche lui aveva ordinato al cameriere qualcosa che non gli avevano ancora portato. Ma non sembrava farci molto caso. Ogni tanto guardava la donna e le sorrideva.

Angel non era abituata a farsi agganciare dai signori distinti in cerca di compagnia e ad un certo punto si alzò ed andò al bar per bere lì la sua spremuta. Con la coda dell'occhio osservò che anche il signore si era alzato e si avviava al bar. Giunsero quasi contemporaneamente e lui ordinò un whisky con ghiaccio. Poi si rivolse a lei e le disse:

- "Siamo entrambi vittime di una civiltà decadente. Oramai anche negli alberghi di prima categoria il personale manifesta un'arroganza insopportabile. Non si può certo dire che ci sia mancata la pazienza."-

Angel Rupert-Smith annuì per compiacenza ed a sua volta ordinò la sua spremuta d'arancia. Lui le continuava a sorridere. Ad un tratto si ricordò dell'incontro. Ma non era possibile; non aveva nessun tratto somatico che potesse farlo somigliare ad un arabo. I suoi lineamenti erano fini e la sua carnagione di un rosa pallido che tradiva piuttosto una provenienza nordica. Ma visto che era stato lui a rompere il ghiaccio volle approfondire la cosa chiedendogli se fosse straniero. Lui le sorrise ancora e disse in un perfetto inglese:

- "Si, sono proprio la persona che lei aspetta. Le dispiace se ci sediamo nuovamente in terrazza?" -

Senza attendere nessuna risposta prese dal banco il suo whisky e la spremuta di lei e li portò sulla terrazza dicendo:

- "D'ora innanzi ognuno dovrà abituarsi a fare le cose da sè. Speriamo che ci lascino almeno l'aria per respirare. Purtroppo le vostre città, oltre ad avere una mano d'opera arrogante e sfaticata, hanno un grado di inquinamento atmosferico insopportabile. Fortunatamente da noi le cose vanno un pò meglio."-

Angel rimase favorevolmente colpita dalla sua disinvoltura e polemicamente gli rispose:

- " Io ho avuto molto spesso occasione di visitare dei paesi mediorientali e le assicuro che anche lì non è che si respiri poi tanto bene. In quanto alla mano d'opera poi..."-

- "Ha ragione, rispose lui tagliando corto, ma ciò avviene solo nelle grandi città. Fortunatamente il resto del paese è abbastanza vivibile. Ma sicuramente non è questo lo scopo del nostro incontro. Dovrò mostrarle qualcosa e per farlo dovrà seguirmi gentilmente in camera mia." -

Si alzarono e salirono al primo piano. L'arabo alloggiava in una elegante suite con le finestre verso il mare. In lontananza si vedevano molte barche a vela filare spinte da un leggero vento di maestrale che, essendo subentrato allo scirocco, spolverava le creste residue della risacca producendo un turbinio di minutissime gocce che si coloravano di arcobaleno,. Si accomodarono in un divano del soggiorno e lui le chiese se gradiva bere ancora qualcosa. Al suo rifiuto lui continuò:

- "Vede il mio governo, come le mostrerò fra poco, offre tutte le garanzie di lealtà in quest'affare. Naturalmente vogliamo essere ricambiati con la stessa moneta ed essere sicuri che le armi giungano alla data stabilita. Noi siamo un paese che conta una civiltà plurumillenaria. L'occidente ha le sue radici nella Mesopotamia. Tuttavia sotto certi aspetti noi siamo ancora un paese che non ha raggiunto il vostro livello di sviluppo. Si potrebbe dire che siamo ancora molto giovani. Non è la prima volta che trattiamo con voi la fornitura di armamenti e, tranne qualche caso sfortunato, possiamo dire di essere stati abbastanza soddisfatti delle vostre forniture. Questa volta l'Unione Sovietica, spinta dalle Nazioni Unite ci ha negato il suo aiuto e per avere le loro armi abbiamo dovuto ricorrere alla vostra Agenzia, seguendo vie non del tutto normali. In un certo senso sono queste vie traverse che ci spaventano. I piani delle armi ci hanno convinto che la fornitura è buona, ma questi mezzi bisogna vederli in azione per dare un giudizio calibrato."-

Angel aveva ascoltato in silenzio e intervenne per dire:

- "La fornitura è già in Mediterraneo e non tarderà ad arrivare. Anche le armi leggere presto salperanno per il Cairo con la nave Pedro. Lei avrà in quel momento ogni possibilità di controllo. Ma poco fa lei mi parlava di qualcosa da vedere come garanzia di lealtà."-

L'uomo si alzò ed andò a prendere una cartella da un cassetto dello scrittoio. Ne trasse un foglio e lo porse ad Angel. Era una lettera di credito per milleduecento miliardi di lire di una filiale di una banca degli U.S.A. Era tutto autentico e regolare. L'ammontare della commessa era di gran lunga inferiore a quella cifra.

- "Veda, disse lui, il prelevamento può essere fatto anche in questa città oppure può essere dirottato ovunque: in Svizzera o in America. Appena il mio governo riceverà la merce pagherà immediatamente. Lo riferisca ai suoi capi e dica che ci aspettiamo da loro la stessa nostra lealtà. Ma ora che abbiamo esaurito i discorsi seri, non le sembra il caso di cementare la nostra amicizia con un drink?"-

Angel accettò l'invito e i drink si moltiplicarono al punto che lui avanzò una nuova proposta:

- "Siccome sono solo in questa città perché non viene a pranzo con me?" -

A lei l'uomo non dispiaceva e a dire la verità si sentiva abbastanza sola in una città dove Alberto, l'unica persona dalla quale poteva pretendere un poco di compagnia, la trascurava del tutto.

* * *

Capitolo Diciannovesimo: Il gruppo degli sbandati.

L'incontro con Franco

Seppi solo molto tempo dopo della sorte toccata ai compagni rimasti con Mario. La storia me la raccontò Franco, il nostro ex-telegrafista. Lo incontrai per caso a Montecatini qualche tempo fa.

Partecipavo ad un congresso internazionale di psicologia applicata. Ero al Tettuccio e trascorrevo il tempo di pausa, tra una conferenza e l'altra, a bere con una collega quella schifosissima acqua che tuttavia risulta miracolosa per il fegato sopratutto perché bevendola si compie, ad ogni sorso, un atto di fede sulla sua efficacia .

Mentre anch'io mi dedicavo a quegli esercizi rituali, commentando con la collega i risvolti psicologici di questo miracolo, qualcuno a fianco a me mi toccò il braccio. Non lo riconobbi subito, era molto cambiato. Vestiva un abito di buon taglio e sfoggiava, con sussiego, un costoso orologio di marca - allacciato da un bracciale d'oro massiccio - un anello con un grosso brillante di almeno due carati, e una spilla sulla cravatta con una fila di rubini, sangue di piccione. Era leggermente ingrassato ed ora il suo modo di fare era spigliato e disinvolto. Mi abbracciò con effusione e mi disse:

- "Caro signor tenente Giulio! Anche lei qui? Ma che piacere rivederla dopo tanti anni. Non immagina quante volte ho parlato di lei con mia moglie. Proprio l'altra sera discutendo su una trasmissione televisiva ho detto a Rosetta che lei avrebbe saputo certamente come cavarsela quando Mike Buongiorno chiese ad una ragazza se conoscesse il nome di Freud, se sapesse dove era nato e se ricordasse almeno cinque titoli di libri scritti da lui. La ragazza sbagliò e perse quaranta milioni"-

- "Probabilmente sarei stato in grado di rispondere ", dissi.

Ma mi premeva entrare in un discorso meno frivolo e mi informai della sua salute, del tenente Mario e degli altri compagni.

Lui ora stava bene. Nonostante tutte le visite a cui era stato sottoposto dopo l'incidente occorsogli al campo, nessuno aveva mai trovato il bacillo di Koch nel suo espettorato. Il suo medico gli aveva consigliato di non pensarci più. Si trovava a 'passare le acque' soltanto a causa di una fastidiosa orticaria di origine epatica. Si era sposato, aveva due figli e attualmente aveva un negozio di radio e televisione che gli rendeva abbastanza per consentigli una vita agiata e senza grandi problemi.

Pranzammo assieme all'Hotel Nizza Suisse dove ero alloggiato. La sua sola preoccupazione sembrava quella di dimostrarmi ciò che era riuscito ad ottenere dalla vita ed i progressi raggiunti in questo frattempo nella scala sociale. Ma a me interessava ben altro. Da diverse decine d'anni non avevo saputo più nulla dei miei ex compagni. Lo sollecitai ancora e lui finalmente mi raccontò ciò che capitò al gruppo quando noi andammo via.

Il signor Conte.

Mario, convintosi finalmente dell'insediamento dei tedeschi sulle fortificazioni del Capanno, propose ai ragazzi di sgombrare il Campo. Non si poteva più stare in quel posto. Bisognava raggiungere una località più a nord dove avrebbero potuto svolgere la loro attività senza essere pressati dalla troppo assidua presenza di truppe tedesche in assetto di guerra. Smontarono e portarono con loro quelle pochissime cose ancora indispensabili. Lasciarono là tutte le masserizie, gran parte dell'equipaggiamento e le armi pesanti. Marciarono per delle giornate percorrendo zone impervie e montagnose per non fare brutti incontri. Trovarono un aiuto prezioso nei contadini dei cascinali. Tranne rari casi, furono accolti bene ed ebbero quasi sempre il necessario per rifocillarsi.

Dopo trascorsi più di dieci giorni vennero a sapere che i tedeschi avevano fermato l'avanzata degli Alleati a sud di Rimini. Se lo aspettavano , ma non avevano nessuna idea sul da farsi. Avevano i piedi piagati e le vesti a brandelli. Mario decise di fermarsi e di accamparsi alla bell'e meglio in un podere, facendoli sistemare in una vaccheria abbandonata.

Si erano buttati sulla paglia ed erano stati colti da un sonno pesante. La marcia era stata estenuante ed il cibo racimolato qua e là molto scarso. Il fattore aveva subito detto di non assumersi alcuna responsabilità. Non poteva dar loro nulla da mangiare. Era controllato strettamente dal suo padrone.

Il lungo disuso della stalla aveva prodotto ovunque delle crepe nei muri e sul tetto. La sporcizia dominava ovunque e grosse ragnatele pendevano dal soffitto come sinistri drappi sfrangiati. I topi la facevano da padroni e circolavano sull'impiantito sconnesso senza preoccuparsi minimamente delle persone.

Quelle bestiacce, talvolta grandi come conigli, addentavano le loro scarpe o i loro vestiti. Fu stabilito un turno di guardia unicamente per allontanare quegli animali immondi.

Fuori cadeva una pioggerellina fitta. Filtrava dalle tegole sconnesse del soffitto e contribuiva a dare all'impiantito, ancora maculato di vecchio sterco di vacca, un aspetto da girone infernale, pullulante di pozze fetide. Ad un certo punto il russare pesante dei compagni fu interrotto dal rumore di una camionetta e di diverse moto. La sentinella ebbe appena il tempo di svegliarli e di occultare sotto un mucchio di paglia le poche armi portate con loro. I fascisti fecero irruzione nella stalla con le stesse moto e piazzarono i fari sul gruppo disteso sulla paglia.

Il Centurione, comandante del piccolo reparto di Camicie Nere, dotate di armi automatiche, intimò ai ragazzi il <<mani in alto>> e raccomandò di tenere il viso rivolto verso il muro. Con lui c'era anche il fattore ed il padrone del podere: un Conte d'antica famiglia, che possedeva un esteso latifondo, prevalentemente incolto. Egli si avvicinò al gruppo e chiese di Mario. Mentre i fascisti li tenevano sotto il tiro delle loro armi, il Conte, il fattore e Mario si appartarono e parlottarono sottovoce per qualche minuto. Intanto le Camicie Nere fecero allineare i ragazzi e li perquisirono. Diedero un'occhiata anche al pagliaio sollevando qua e là alcune balle, ma senza trovare nulla. Il Centurione con i gradi sul fez grigio verde si girò verso il gruppetto e disse a voce alta:

- "Non hanno armi. Sono solo degli sbandati".-

Il Conte raggiunse il reparto delle Camicie Nere e rivolto al Centurione disse:

- "Vi ringrazio. Mi avete reso veramente un grande servizio. Ora sono più tranquillo e posso trattare con loro anche senza la vostra protezione. Potete rientrare nella vostra caserma. Col vostro comandante mi vedrò più tardi per concordare gli ultimi dettagli."-

Il Centurione si portò via la squadra di motociclisti ed il Conte ed il fattore si avvicinarono al gruppo sempre con le mani in alto.

- "Potete girarvi ed abbassare le mani, disse, ora siete miei ospiti. Qualche minuto fa ho detto al vostro rappresentante di essere disposto ad aiutarvi se voi aiuterete me. Capisco perfettamente la vostra situazione. Essendo lontani da casa, vi trovate costretti a nascondervi per sfuggire alla deportazione. Tuttavia mi preme dirvi che non tollererò nessun tipo di azione contro l'esercito tedesco. Pur essendo un vecchio combattente della guerra 15/18, ho avuto la necessità di convivere con loro per proteggere me e le mie cose. Se debbo credere al signor Mario voi siete dei ragazzi pacifici e aspettate, come tutti noi, la fine di questa maledetta guerra per rientrare nelle vostre case. Se così è, aspetteremo insieme, e voi mi aiuterete a rimettere in sesto questo podere. Naturalmente riceverete una paga, vitto e alloggio decente; e ciascuno di voi avrà un compito ben preciso da svolgere.

Sotto la mia protezione nessuno vi darà fastidio. Come avrete ben capito, le Camicie Nere mi rispettano ed i tedeschi sono miei amici. Voi potrete circolare alla luce del sole. Farò in modo di farvi avere un regolare permesso di soggiorno col quale potrete circolare in tutto il territorio del nostro Comune, di cui sono il Podestà. Se qualcuno di voi, per suoi motivi particolari, non vorrà aderire alla mia offerta, sarà libero di andarsene. Purtroppo a costoro io non potrò garantire nulla. La vita degli sbandati sta diventando sempre più difficile. Il dilemma per chi vorrà andarsene sarà o arruolarsi nella Milizia della Repubblica Sociale o essere deportati in Germania. Ora sta a voi decidere. Avete tutta la notte per pensarci. Domattina il fattore mi riferirà la vostra decisione. Buona notte."-

Il Conte si allontanò ed il suo dipendente, dopo averlo accompagnato alla vettura, tornò nella stalla e disse:

- "Ragazzi non vi ho tradito. Non ho detto al signor Conte che eravate armati. Credetemi, io sono dalla vostra parte; ma per l'amor del cielo non coinvolgetemi nelle vostre faccende. Sono un padre di famiglia e non posso permettermi il lusso di mettere a frutto le mie idee. Posso però darvi un consiglio fraterno: se qualcuno di voi vuole continuare a combattere i tedeschi, lo faccia pure; si porti via pure tutte le armi; ma operi lontano da qui. Nella fattoria armi non ne devono restare. La possibilità offerta dal signor Conte è onesta. Io lo conosco da più di vent'anni e posso dirvi che non esiste persona più corretta di lui. Quando dà una parola la mantiene. Se accetterete la sua proposta sarete sotto la sua protezione e fino alla fine della guerra avrete una vita tranquilla."-

Il fattore non attese nessuna risposta. Fatto il fervorino, si ritirò nella foresteria situata ad un centinaio di metri dalla stalla.

Mario prima di parlare volle sapere da tutti il loro parere. La maggioranza era sfinita e non dimostrava più tanta fiducia nelle sue capacità di condottiero. Oramai erano ridotti allo stremo delle loro risorse fisiche e qualcuno anche di quelle mentali. Capitava sempre più spesso che la notte qualcuno si mettesse a piangere forte e gridasse come un ossesso di volere tornare a casa.

Erano certamente i primi sintomi di una regressione ad un comportamento infantile. Somigliava moltissimo a quello di alcuni neonati precocemente istituzionalizzati. Viene chiamata 'sindrome abbandonica' e colpisce i bambini, privati per lungo tempo dell'affetto materno.

Mario si era oramai reso perfettamente conto di aver definitivamente perduto il suo carisma. Qualcuno dei ragazzi gli rimproverò di averli trascinati in un'avventura senza uscita; qualcun altro riconosceva come sensata la decisione di passare le linee e si pentiva di non avervi aderito; tutti manifestavano un tremendo desiderio di fermarsi e cogliere al volo l' opportunità che veniva offerta da quel gentiluomo di campagna.

Il resto della notte la trascorsero discutendo di questi problemi. I più erano convinti di dover accettare quell'occasione e gli incerti si lasciarono facilmente convincere dai discorsi dei compagni.

Ad un certo punto Mario si allontanò dal gruppo e si diresse in quell'angolo del pagliaio dove avevano nascosto le armi. Le scoperse, le pulì amorevolmente dalla paglia. Le mise tutte in fila su un'asse di legno, probabilmente servito per posare il fieno prima di metterlo nelle mangiatoie, e si sedette a guardarle su uno sgabello sgangherato. I suoi occhi erano vitrei ed il suo punto focale era fissato all'infinito. Prese una Beretta calibro nove lungo, se la rigirò tra le mani, ne smontò l'otturatore, sfilò la molla e la pulì lentamente con un fazzoletto che trasse dalla tasca. La rimontò diligentemente. Rifornì di pallottole tre caricatori ed uno lo infilò nell'arma tirando indietro l'otturatore per mettere una pallottola in canna.

I ragazzi che seguivano da un pezzo le sue manovre, temendo il peggio, si precipitarono verso di lui e gli strapparono la pistola che teneva ancora in mano. Lui prima si lasciò disarmare poi con voce molto pacata si rivolse ai compagni e disse:

- "Pensavate volessi farla finita? Bene sappiate che una simile idea non mi è nemmeno passata per la mente. Pulivo quest'arma e ne rifornivo i caricatori soltanto perché ho deciso di andare avanti ed intendo combattere ancora contro i tedeschi. Voi siete liberi di fare ciò che meglio preferite. Ciascuno deve essere padrone di decidere quanto crede sia consono al suo interesse personale. Non vi parlerò più nè di doveri nè di ideali di Patria. Siete stati fino ad oggi dei ragazzi meravigliosi e debbo riconoscere che l'attuale situazione è per voi senza via d'uscita. Non so chi sia questo Conte che dice di volervi aiutare. Certamente, se lo farà, avrà pure il suo tornaconto. Sono sempre stato scettico sull'altruismo di questo tipo di persone. Tuttavia se il suo egoismo può essere d'aiuto per sbrogliare questa matassa, che oramai si è intricata a dismisura, ben venga. Stringete i denti e mettetecela tutta per resistere. A questo punto, considerando che l'avanzata degli Alleati si è fermata, non saprei neppure dirvi per quanto tempo dovrete farlo. Aveva ragione Alberto quando diceva che i tedeschi si sarebbero attestati sulle montagne ed avrebbero dato del filo da torcere agli americani. Avevo torto io quando sostenevo il contrario. Naturalmente non chiedo a nessuno di voi di seguirmi. Mi sareste solo d'impaccio."-

Si riprese la pistola che Franco gli aveva strappato dalle mani; raccolse qualche scatola di proiettili; si mise in tasca le ultime due scatolette di carne; si fermò di fronte ai ragazzi che inconsapevolmente si erano schierati per due; li guardò fisso uno per uno, quasi volesse imprimersi nella mente i loro visi; poi, dopo essersi irrigidito sull'attenti, salutò militarmente e, senza dire una parola, si allontanò dalla fattoria in direzione delle montagne.

Fuori un vento gelido di ponente tagliava il viso e le stelle già si schiarivano preannunciando l'alba. Uscirono tutti quanti dalla stalla, ma nessuno fece un gesto nè per fermarlo nè per seguirlo.

Lo guardarono allontanarsi, con quella sciarpa rossa svolazzante sul suo zaino semi vuoto, fino a quando la sua sagoma massiccia non si confuse con gli arbusti del sottobosco che delimitavano la fine della radura.

Il lavoro nella fattoria

Rientrarono nella stalla e nessuno ebbe il coraggio di parlare. Si sentivano come se d'un tratto fossero diventati orfani. Nessuno intendeva approfittare della circostanza per prendere il posto di Mario; si limitavano a compiangerne la mancanza. Il posto del vecchio leone era diventato definitivamente vacante. Così il gruppo, in silenzio, raccolse le poche cose che aveva e si diresse verso la foresteria. Camminavano a testa china come un gregge sbandato.

Intanto l'alba sgombra di nubi aveva reso il paesaggio più ridente ed il sole, facendo capolino dalla cresta delle colline, ridava a tutti la certezza di un futuro, che forse era solo rimasto nascosto dietro ai monti.

Quando giunsero di fronte al cancello, si fermarono ed attesero. Nessuno prese l'iniziativa di suonare quel campanello a portata di mano. Non parlavano più tra loro; e i loro occhi vagavano per quelle distese immense di campi incolti, delimitati solo dalle colline boscose. Sul confine verso sud scorreva un torrente. Non si vedeva, ma si intuiva per la folta vegetazione che esplodeva dalle sue rive, ed a nord, a circa un chilometro di distanza, una collinetta occhieggiava sulla distesa verde, sormontata da un vecchio maniero, coronato da quattro torri e difeso da un profondo fossato. Sul mastodontico portale c'erano ancora tracce di grosse catene arrugginite, occhieggianti a brandelli da due strette feritoie, servite in tempi antichi a sollevare un ponte levatoio, parzialmente ingoiato dalla melma del fossato e sostituito quasi interamente da una moderna struttura in ferro. Le insegne del casato erano scolpite sull'architrave, delimitato da due rostri a testa d'aquila. Una colonna di fumo piegata dal vento indicava il rianimarsi della vita nel castello.

Dopo qualche minuto d'attesa, il fattore si mostrò alla porta. Vestiva una giacca di fustagno nocciola ed aveva alla cintola una cartuccera. Rivolto al gruppo disse:

- "Bene ragazzi. Sono contento. Avete deciso di rimanere. La prima cosa da fare sarà di riorganizzare la foresteria per consentire di accogliervi tutti. I primi giorni dovrete adattarvi a dormire un poco dove capita, ma in seguito avrete tutti una branda con lenzuola pulite e materasso. Ora verrete con me al castello per darvi una pulitina e per rifocillarvi un poco. Porterete con voi tutte le armi. Provvedrò io a sistemarle in una segreta di difficile accesso. Ricordate quanto vi dissi la notte scorsa? Nessuno di voi deve possedere neanche un piccolo coltello. Ne va di mezzo la vostra stessa incolumità. Il castello è frequentato da gerarchi fascisti e da ufficiali tedeschi. Sarebbe pericolosissimo contravvenire alle loro ordinanze affisse ormai su tutti i muri. Rischiereste di essere fucilati senza nemmeno l'ombra di un processo."-

I ragazzi ubbidirono e portarono tutte le armi al castello. Prima di entrare, il fattore le fece depositare lungo il muro di cinta. C'erano una decina di fucili mitragliatori, una ventina di pistole, una quarantina di bombe a mano, una quindicina di baionette e due cassette ancora sigillate di munizioni per mitra e per pistola. Le uniche cose rimaste della ricca provvista paracadutata dagli Alleati sul Capanno, e trascinate con gran fatica da un punto all'altro senza mai essere utilizzate. Due cassette le avevano usate nel conflitto contro i fascisti, poi più nulla. Per mettere in salvo quelle armi avevano lasciato al Campo più di un centinaio di scatolette di carne ed una ventina di barattoli di latte condensato, oltre a molti chilogrammi di pasta e riso.

Il fattore li fece scendere lungo un corridoio di uno scantinato verso un locale, probabilmente adibito a lavatoio, con diverse vasche in pietra allineate lungo il muro. Fece accendere il fuoco in un grande camino e dopo averli fatti denudare li fece lavare a turno con acqua e sapone, dentro quelle vasche. L'acqua tiepida veniva scaldata da una specie di radiatore collocato sotto la grata del camino.

Gli abiti e la biancheria, ridotti a squallidi brandelli e carichi di pidocchi, furono bruciati nella fiamma viva e fu distribuita a ciascuno di loro una divisa militare, senza stellette e mostrine, completa di scarponi, maglie e mutande di lana. A qualcuno cominciava a ricomparire il sorriso sulle labbra. Altri si concedevano scherzi infantili misurandosi capi di vestiario non della loro taglia; e ridevano come dei ragazzini in ricreazione nonostante l'ambiente fosse molto freddo e l'unico punto caldo fosse il gran caminetto. Chi riusciva a piazzarsi di fronte era fortunato e cercava di difendere la sua posizione a spintoni. Quando furono tutti ben ripuliti e rifocillati, il fattore li presentò al Conte che volle fare loro un altro discorso.

-"Benvenuti al Castello," disse con sussiego, " ora siete sotto la mia protezione e dovete comportarvi da bravi ragazzi. Noi non ci vedremo molto spesso. Il fattore penserà a non farvi mancare niente, naturalmente nei limiti delle restrizioni imposte dalla guerra. Sarà lui a darvi giornalmente le istruzioni per il vostro lavoro. Riceverete una paga settimanale di cento lire, e avrete gratuitamente il vitto e l'alloggio. L'orario di lavoro sarà distribuito a turni di sei giorni alla settimana: dalle sette del mattino fino alle cinque della sera, con l'interruzione di un'ora per il primo pasto, che consumerete nel refettorio dalla una alle due.

I turni festivi verranno retribuiti con paga doppia o semplice a seconda che rinunciate o meno al recupero della festività nell'arco della settimana. Ogni controversia sul lavoro verrà regolata da me su indicazione del fattore. Il tempo libero potrete trascorrerlo dove volete, purché non vi allontaniate dal territorio comunale. Come già vi accennai, i permessi sono validi soltanto in quest'ambito e dovete chiederli al fattore. Ognuno potrà andarsene quando vorrà; purché mi avverta almeno una settimana prima e mi consegni gli attrezzi e gli strumenti di lavoro avuti in consegna. Dovrà anche versare il corrispettivo in danaro per il vestiario ricevuto ed una penale di trecento lire come rimborso spese generali sostenute per il suo inserimento nella comunità. Se qualcuno compirà qualche reato verrà deferito alla polizia locale e denunciato come uno sbandato e non come mio dipendente. Questo è tutto. Naturalmente chi si distinguerà avrà dei vantaggi sugli altri e questo avverrà unicamente a discrezione del fattore col quale sarete prevalentemente a contatto. Ed ora buon lavoro e arrivederci"-

Il Conte parlò a bassa voce col fattore, sempre al suo fianco, e qualche minuto dopo nello stesso scantinato del lavatoio, fu improvvisata una mensa. Fu data loro della ricotta e del pane casareccio appena sfornato.

Il lavoro al castello

In circa tre mesi ricostruirono la stalla e la riempirono di un centinaio di vacche pezzate che diedero buon latte. I terreni del podere, dopo tre anni di sosta forzata, erano stati dissodati e seminati ed ora apparivano carichi di humus pronti ad esplodere di vegetazione ai primi tepori primaverili. I frutteti di mele e di pesche erano stati potati e ripuliti dalle erbacce ed ora cominciavano a gettare i primi germogli. Il mulino sul torrente era stato riparato e le grandi pale della ruota ora giravano notte e giorno riempendo grandi sacchi di farina di grano duro e di bionda polenta.

Una decina di loro, dopo le prime settimane, non resistette a quel duro lavoro dei campi e dichiarò forfait. Ma siccome non avevano ancora raggranellato i soldi da rimborsare al signor Conte, furono fatti arruolare nell'esercito repubblichino e di loro si seppe solo che erano stati mandati a Milano. Da allora più nessuno si ribellò. Tarcisio e lo stesso Franco, dichiarati dal fattore inidonei al lavoro dei campi, furono trasferiti al castello dove vennero occupati, uno come aiuto cuoco, e l'altro come cameriere.

Tutte le sere il maniero si animava di gente elegante. Era prevalentemente frequentato dai maggiorenti della città e talvolta anche da ospiti provenienti da lontano. I più assidui, che si trattenevano per delle intere settimane, erano attori e attrici di cinema e di teatro.

Nella sala da pranzo, il lungo tavolo capace di ospitare anche trenta invitati per volta, era apparecchiato con posate d'argento massiccio, piatti di finissima porcellana tedesca, e bicchieri di cristallo di Boemia. Ornavano sempre quella tavola, tovaglie di bisso finemente lavorato a mano. Se qualcosa non era stata messa al posto giusto, la signora Contessa - che controllava di persona ogni cosa - rimproverava garbatamente il personale di servizio che si faceva in quattro per accontentare lei e la sua unica figlia Laura.

Tarcisio faceva l'aiuto cuoco in cucina. Franco, per avere riparato la radio del signor Conte, era stato promosso accompagnatore della Contessina. Il suo lavoro non era gravoso; ed il vitto sostanzioso gli aveva permesso di riprendersi bene. In poco tempo aveva recuperato una decina di chili.

Il suo compito consisteva nel badare ai capricci della Contessina tredicenne e di seguirla ovunque andasse, sopratutto quando si recava in città o quando montava a cavallo. La Contessa madre gli aveva raccomandato di tenere gli occhi bene aperti. Quella era un'età pericolosa e le fanciulle adolescenti potevano facilmente cedere alle lusinghe di qualche male intenzionato. Lui doveva considerarsi una vera e propria guardia del corpo e riferire ogni cosa a lei.

Una sera, mentre nel grande salone illuminato da meravigliosi lampadari di cristallo, tutti gli invitati ballavano vorticosamente un valzer di Strauss, la Contessina chiese a Franco di accompagnarla per fare una passeggiata nella brughiera, al di là del torrente.

Era ormai avvezzo a quel suo modo di fare bizzarro e disse allo stalliere di sellare due cavalli. La sera era illuminata da una grande luna quasi piena che, vincendo il chiarore del crepuscolo, già illuminava la campagna, conferendole toni iridescenti da fiaba. Laura galoppava col suo cavallino arabo sull'agevole sentiero che portava al torrente, con una maestria da vera amazzone, mentre Franco le stava dietro a stento. La brughiera era un tratto di terreno sassoso e veniva spesso slavato dalle acque in piena del vicino torrente. Era lunga qualche chilometro e larga un centinaio di metri, totalmente priva di vegetazione d'inverno. Ai suoi margini c'era un boschetto di salici dai rami nudi e più in là un sottobosco di ginepri contorti fragranti di resina. Laura smontò da cavallo e dopo aver legate le briglie ad un ramo si diresse verso il ginepraio. Franco la seguì docile e le raccomandò di non perdersi in quel labirinto di spine pericolose. Lei camminava sicura dimostrando di conoscere alla perfezione i luoghi. Giunse ad uno spiazzo sabbioso e si sedette. Dopo qualche attimo di silenzio disse a Franco:

- "Tu aspetta qui senza muoverti; io vado più in là per fare un bisognino."-

Si alzò e sparì oltre la vegetazione. Lui attese qualche minuto; poi visto che non tornava, avanzò tra i ginepri e si trovò in un altro spiazzo sabbioso circondato da una fitta vegetazione. Al centro Laura giaceva a terra supina ed un ragazzotto di non più di sedici anni la cavalcava ad un ritmo frenetico. Non ebbe il coraggio di disturbarli e del resto ella non mostrò di accorgersi della sua presenza. Tornò sui suoi passi ed attese che finissero. Quando dopo qualche minuto riapparve, gli chiese se si fosse mosso da lì. Franco le disse di no. Allora lei con tono spavaldo disse:

- "Senti, con me non fare il furbo. Se tu ora riferirai a mia madre solo mezza parola di quello che hai visto, le dirò che sei stato tu a violentarmi. Mia madre mi crede ancora vergine e non sarà difficile convincerla."-

Ripresero la strada del ritorno. Sicuramente non era la prima volta che ciò accadeva. Quella ragazzina, in apparenza così fragile e ingenua, era invece una donna esperta che si faceva scopare dal figlio del fattore.

Sulla via del ritorno, la ragazza volle essere accompagnata in città da una sua amica. Franco le fece osservare che l'ora era tarda e al castello sarebbero stati in pensiero. Ma lei non volle sentire ragioni. Appena giunsero lasciarono i cavalli in una scuderia e si diressero a piedi verso un negozio che stava abbassando le saracinesche. Era una specie di emporio dove si vendeva di tutto; in special modo apparecchiature elettriche. Una fanciulla, sui vent'anni, bruna, con gli occhio castani ed il viso tondo, stava appunto chiudendo. Erano le otto e mezzo.

Laura dopo averla salutata le chiese di Margherita, la sua sorella minore. Si, era al piano di sopra. Ella salì le scale e scomparve nell'appartamento attiguo lasciando Franco in negozio con la ragazza bruna.

Questa si presentò. Si chiamava Rosetta, e nell'attesa della Contessina, parlarono del più e del meno. Rosetta gli confidò di essere orfana. Sua madre era rimasta paralitica a seguito di un incidente di macchina, in cui morì suo padre. Vivevano dei proventi dell'emporio, condotto da lei con l'aiuto saltuario di sua madre, che talvolta stava alla cassa. Sua sorella Margherita frequentava il ginnasio ed era compagna di classe di Laura. Si mostrò molto interessata quando Franco le disse di essere un esperto in elettronica e gli chiese se poteva essere conveniente tenere in negozio anche qualche apparecchio radio. Un rappresentante, recentemente, le aveva parlato di un apparecchio radio della Marelli, l'Aedo, a otto valvole, corredato di un bel mobiletto in noce, dal costo elevato, ma accessibile ad una larga fascia di clienti.

Si era dimostrato disposto a darle l'esclusiva per la zona, se l'avesse voluta. Ma lei non si fidò. Era abbastanza pratica di apparecchi elettrici , ma non conosceva nulla di elettronica.

Franco fu felice di parlare della sua professione. Non solo era conveniente, ma sarebbe stato sicuramente il commercio dell'avvenire. Oramai la radio stava entrando in molte case e con la fine della guerra ci sarebbe stata una richiesta numerosa di questi apparecchi. Del resto, con la guerra le trasmissioni radio avevano avuto un'importanza ed un impulso notevole, quanto la stessa energia elettrica; le uniche due cose che, nonostante il conflitto, non avevano mai smesso di funzionare.

Poco dopo scese anche Laura, e lui si accomiatò da Rosetta, promettendole una nuova visita, per continuare il discorso

A briglia sciolta.

Franco aveva solo sporadiche occasioni di parlare coi compagni della fattoria; ma quando gli capitava sentiva sempre lamentele per il duro lavoro a cui erano quotidianamente sottoposti. Solo Mauro si era dichiarato soddisfatto del trattamento. Era stato abituato sin da ragazzo a lavorare in campagna e trovava sempre nuove energie per accudire alle mille faccende che il fattore gli assegnava.

Ancora quella mattina Laura volle fare una passeggiata a cavallo e, senza mezzi termini, gli disse che voleva andare in brughiera per incontrarsi col suo ragazzo. A lui non andava di reggerle il moccolo; giudicava la faccenda molto sconcia e sopratutto una questione di grande responsabilità. In fin dei conti era ancora una bambina. Ma lei, testarda, tornò nuovamente a minacciarlo. Il ricatto la faceva molto perfida ed in definitiva - almeno ai suoi occhi - certamente più adulta.

Il mulino non era molto distante dalla brughiera, così Franco - dopo aver invano tentato di opporsi - decise di scioglierle le briglie e di starla ad aspettare facendo due chiacchiere con Mauro che da qualche tempo era stato adibito alla macinazione del grano.

Rinvangarono i tempi trascorsi al Capanno e parlarono delle tante peripezie in cui erano incorsi prima di giungere alla fattoria. Ma questi discorsi avevano perso ogni interesse ed il sapore dell'attualità. Ora la guerra sembrava lontana anni luce. Sopratutto Franco si era abituato alla presenza di ufficiali tedeschi: lo conoscevano come la guardia del corpo di Laura. Anche ai ragazzi sembrava che tutto dovesse rimanere immobile chissà per quanti altri secoli. Da diversi mesi, quelli già trascorsi nella fattoria, gli Alleati erano fermi sulla linea Gotica. La primavera era già inoltrata, ma nessuno prevedeva un repentino cambiamento. Al castello gli ufficiali superiori nazisti e fascisti parlavano addirittura di un capovolgimento della situazione per la schiacciante superiorità delle gloriose truppe germaniche.

La grande ruota del mulino, spinta dall'acqua che attraversava la roggia, cigolava sinistramente.

Spingeva il suo mozzo all'interno di quell'ingranaggio a corona che trascinava il centimolo fatto di legno di rovere. Ad ogni passo quei denti parevano volersi scavallare dal pignone e invece si chinavano docili e venivano ricevuti uno ad uno, scomparendo nei grandi fori della sua ruota dentata, quasi a masticare quella polvere impalpabile di farina che si depositava su tutte le superfici ed imbiancava anche le sopracciglia e i baffi di Mauro.

Laura quel giorno tardava a tornare e Franco saltò in sella e le corse incontro. Giunse al ginepraio; fece due volte lo stesso percorso per paura di avere sbagliato, ma non trovò nessuno. Il cavallo della ragazza era legato al solito salice in riva al torrente, e brucava l'erba tenera della riva. La chiamò a voce alta; ma nessuno rispose. Al di là delle siepi di ginepro c'era la foresteria con l'abitazione del fattore. In linea d'aria, erano appena un centinaio di metri, percorribili in pochi minuti; ma tenendo conto di quel groviglio di spine da attraversare, il tempo sarebbe stato assai maggiore. Decise quindi di riprendere il cavallo e di giungervi dalla strada. Appena arrivò, chiese del figlio del fattore. Non era in casa. Il padre era in giro per i campi e la madre era andata in città a fare spese. Tornò indietro e si mise ad esplorare il terreno delle piazzuole dove usualmente si intrattenevano, ma non trovò nessuna traccia di calpestio o di passaggio recente di persone. Se mancavano tutti e due voleva dire che prima o poi sarebbero tornati per prendere il cavallo. Attese quasi un'ora. Ad un tratto la vide comparire immusonita dall'altra parte della strada. Si precipitò verso di lei per chiederle cosa le fosse capitato , ma lei, appena lo vide con tono arrogante disse:

- "Sono cavoli miei. Non è niente" -

Presero i cavalli per rientrare al castello e camin facendo lei gli chiese a bruciapelo:

- "Tu sai come si può fare per abortire?" -

Franco non si aspettava quella domanda e a sua volta le chiese come mai volesse saperlo. Lei impassibile gli rispose:

- "Perché sono incinta; e se mio padre lo viene a sapere mi ammazza. Se non mi aiuti sarò costretta, per salvarmi, a gettare la colpa su di te, e dire che mi hai violentato contro la mia volontà."-

Nonostante la sua giovanissima età, era talmente pervertita che disse quelle cose terribili come se chiedesse la cosa più naturale del mondo. Franco non parlò. Non sapeva cosa dire. Uno strano istinto lo aveva pervaso e sentiva che se la ragazza insisteva con quel suo assurdo atteggiamento, non avrebbe più potuto rispondere delle sue azioni.

Vedeva, ora, quella graziosa bambina tredicenne, come una blatta puzzolente, che non si fa nessuna fatica a schiacciare col piede. Anche i suoi lineamenti erano cambiati; li vedeva ora come se avesse il viso di una vecchia megera raggrinzita. Lui taceva; e lei rincarò la dose, dicendo:

- "Tu credi che io scherzi? Bada che se mi costringi a confessare sarà peggio per te. Tu hai molta esperienza e sai certamente come si può fare per abortire. Devi aiutarmi. In fondo se sono in questo stato è solo colpa tua, che mi hai lasciato libera di fare quello che ho fatto. Sono ormai oltre due mesi che non mi vengono le mie cose; e se aspetto ancora, mi hanno detto che sarà più difficile e pericoloso."-

Franco smontò da cavallo e fece scendere anche lei. Si sentiva umiliato e avvilito nella sua dignità di uomo. Aveva sempre rispettato quella bambina. O forse era meglio dire quell'orribile piccolo mostro con una faccia di bambina viziata. La guardò fissa negli occhi, per cercarvi un barlume di emotività, ma vi lesse soltanto una spietata ironia, che lui tradusse subito in azione.

L'afferrò per i capelli, e la trascinò con violenza sotto la sponda del torrente. Più lei strillava e più gli montava da dentro il desiderio di farla tacere per sempre.

La zona della brughiera era fra le meno frequentate e nessuno avrebbe mai sentito le sue urla. La gettò per terra e le strinse violentemente le dita nel collo. Si dimenava con tutto il corpo, e le sue grida diventavano sempre più fioche. Tentava di stringere di più , ma non ce la faceva. Era come se quel collo di adolescente fosse improvvisamente diventato d'acciaio. Cercò la sua determinazione ricordando le tantissime umiliazioni subite e l'arroganza di quell'essere spregevole che ora si dimenava con le gonne per aria, scoprendo ogni tanto il pube coperto dalle mutandine bianche. Si irrigidì e le sue mani stavano per chiudersi in una stretta definitiva, quando ad un tratto il suo sguardo si spinse proprio là; in mezzo alle sue gambe, ove s'era formata una macchia di sangue che lentamente si allargava.

Lasciò immediatamente la presa. La ragazza sembrava svenuta. Le gettò un poco d'acqua sul viso e lei sbarrò gli occhi come se si svegliasse da un lungo sonno. Quello spavento le aveva provocato il menarca.

La sua giovane età aveva certamente contribuito a farle saltare il ciclo per niente compromesso dalla paventata gravidanza.

Franco rimase un poco accanto a lei che si era rinfrancata e gli sorrideva. Lui, quasi per ringraziarla di non essere morta, le accarezzò i capelli e lei d'un balzo gli si avvinghiò al collo e lo baciò lungamente sulla bocca.

Non sapeva nemmeno lui perché le aveva accarezzato i capelli e sopratutto perchè fosse stato sul punto di ucciderla.

Erano stati solo movimenti meccanici, quasi automatici. Solo ora si rendeva perfettamente conto che era stato sul punto di commettere un omicidio. Avrebbe troncato la vita di una fanciulla solo perchè aveva avuto il torto di dire delle grandi sciocchezze. Quanto aveva fatto era assolutamente mostruoso.

Intanto Laura si era ripresa completamente e lo ricambiava con baci sempre più appassionati. Gli sussurrava commossa:

- "Grazie amore . Tu sei davvero il mio angelo protettore. Perché non me lo hai detto prima che mi volevi bene? Io te ne voglio da quando ti ho conosciuto. Sono stata io a dire a mia madre che ti promovesse cavalier servente." -

Franco era sconcertato, non sapeva più cosa pensare di quanto gli stava accadendo. Non riusciva ancora a dirle niente. Lasciava che lei lo baciasse con quella sua bocca di fuoco che sempre più si accaniva sulla sua e lo trasportava al settimo cielo. Ma fu ancora lei a riprendere il discorso sussurrandogli ad un orecchio:

- "Ora che mi hai insegnato come si fa ad abortire, potrò fare all'amore anche con te senza nessuna paura. Quel cretino del figlio del fattore è un ignorante in questo genere di cose. Tu sei bravo e sai come si prendono le donne. E pensare che in un primo tempo quando mi hai trascinato sul greto del torrente ho avuto paura di te. Credevo tu volessi strangolarmi. Solo quando ho sentito il sangue colarmi tra le gambe ho capito che mi stringevi il collo per farmi abortire. Dovremo dire alla mamma che sono caduta da cavallo e che contemporaneamente mi sono venute le mie cose. Giustificheremo così anche i lividi che mi hai procurato."-

Quell'ingenuità perversa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Franco completamente frastornato riuscì finalmente a balbettare qualcosa a bassa voce che lei non capì.

Laura intanto si alzò, prese dalla borsa della sella un fazzoletto e con molta disinvoltura se lo mise sotto le mutandine. Lui intanto continuava a ripetere tra sè e sè:

- "Sono un assasssino. Sono un assassino."-

Lei gli si avvicinò, gli mise due dita sulle sue labbra e disse con tono ironico:

- "Si sei un assassino. Anzi siamo due assassini. Lo abbiamo ucciso. Come avremmo potuto chiamarlo? Già tu non puoi saperlo; mica eri suo padre. Bisognerebbe chiederlo al figlio del fattore. No?" -

Rise con quanto fiato aveva in gola e Franco non ebbe più il coraggio di aprire bocca. Salirono sui cavalli e ripresero la strada del castello.

La bisbetica domata.

Da quel giorno i suoi rapporti con Laura mutarono radicalmente. Il cavalier servente diventò autoritario e manesco. Trovare delle occasioni per manifestarle tutto il suo disprezzo, era diventato il suo passatempo preferito. La teneva sulla corda anche quando le circostanze richiedevano un comportamento più accondiscendente. La cosa stupefacente fu che la ragazza non si lamentò mai di questa sua durezza. Una sera, rientrando dalla città, lei gli si buttò al collo e lo baciò tenendolo avvinghiato per qualche minuto. Franco, come suo solito in queste circostanze oramai consuete, rimase impassibile senza partecipare. Quando lei ebbe finito, gli allungò uno schiaffo che lei ricevette senza batter ciglio. Non le scese una lacrima; nè lui commentò il suo gesto. Si limitò a dirle:

- "Se il signor Conte tuo padre, già qualche anno prima, avesse fatto la stessa cosa ora tu saresti una ragazza per bene e ti comporteresti in modo diverso." -

Risalirono a cavallo e lei si mise al suo fianco. Aveva gli occhi gonfi di lacrime, ma non piangeva. Camminarono così, quasi sfiorandosi le gambe, per qualche minuto, poi lei improvvisamente diede un colpo di sprone e l'animale schizzò al galoppo. Franco fece altrettanto e faticò non poco a raggiungerla. Le tagliò la strada e con tono burbero le disse:

- "Cosa credi di guadagnare comportandoti così? Non sarebbe meglio che tu smettessi di fare la ragazzina? Solo per quello che piace a te sai essere donna! Posso senz'altro dirti che se continuerai così il tuo futuro non sarà molto felice." -

Lei scese nuovamente da cavallo e gli si avvicinò. Questa volta senza effusioni. Si mise al suo fianco, come un palafreniere in attesa che il signore smonti da cavallo. Ma lui rimase in sella e stette a guardarla finchè non vide che dai suoi occhi scendevano lacrime grosse come gocce di pioggia in un temporale estivo. Era la prima volta che si scioglieva in lacrime. Nemmeno i suoi genitori l'avevano mai vista piangere; ed era un avvenimento che valeva la pena di sfruttare. Così smontò anche lui e le diede un buffetto sulla guancia. Poi prese un fazzoletto e le asciugò le gote.

- "Brava, le disse, così fanno le brave ragazzine. Vedrai che dopo ti sentirai molto meglio."-

Sempre piangendo a diluvio gli disse:

- "Ma perché mi tratti sempre come una bambina? Non ti sembra che io sia migliore della sorella di Margherita? Me ne sono accorta sai che Rosetta ti fa gli occhi languidi. L'ho sentita, sai, quando diceva che tu saresti stato un buon partito e che le sei simpatico."-

Lui questa volta le sorrise. Laura gli aveva ingenuamente spalancato una porta che forse da solo non sarebbe mai riuscito ad aprire.

Da allora Franco moltiplicò le sue visite in città, senza la compagnia di Laura, che sembrava definitivamente guarita. Un giorno, mentre aiutava Rosetta ad abbassare la saracinesca, lui prese il coraggio a quattro mani e si dichiarò. Stettero più di mezz'ora a baciarsi appassionatamente dietro al banco dell'emporio e lei si divincolò solo quando sua madre, paralitica, dal piano di sopra la chiamò ripetutamente.

Decisero di sposarsi presto. Fu Rosetta a chiederglielo. Il corredo l'aveva pronto da un pezzo e la sua casa era abbastanza grande per ospitare anche una nuova famiglia. Quando Franco ne parlò col Conte non vide in lui molto entusiasmo. Cominciò a prospettargli un sacco di difficoltà relative ai documenti occorrenti per il matrimonio e alla sua posizione di sbandato. La carica di Podestà gli imponeva di fare ricerche sul suo stato civile e ciò non era possibile dato che il luogo di nascita, diceva lui, era 'occupato' dagli americani. E poi che fretta c'era? Le cose si stavano mettendo bene per l'alleato tedesco e fra non molto l'Italia sarebbe stata nuovamente libera, dagli americani.

La sala da pranzo dell'Hotel Nizza Suisse di Montecatini era quasi deserta. Tutti i congressisti l'avevano abbandonata per raggiungere la sede del convegno. Anch'io dovevo raggiungere i miei colleghi; ringraziai Franco per il suo lungo racconto e per avermi fatto rivivere l'epilogo di quella straordinaria avventura. Mentre uscivamo dall'Hotel, così concluse:

- "Compresi che dalla parte del Conte non avrei trovato nessun appoggio. Fu invece la Contessina che, senza volerlo, intervenne in mio favore. Confessò alla mamma di essersi innamorata di me. La Contessa lo riferì al marito ed entrambi si trovarono d'accordo che il matrimonio con Rosetta dovesse essere celebrato il più presto possibile."-

* * *

Capitolo Ventesimo: Caccia spietata.

Il silos della C.M.P.

In quella zona del porto, le saracinesche esterne dei capannoni erano perfettamente sbarrate con dei grossi lucchetti a prova di grimaldello. Nessuna delle poche guardie adibite al controllo doganale, poteva immaginare che, all'interno di quell'edificio, ci fossero una trentina di persone, pronte ad effettuare il trasbordo più importante della storia del contrabbando di quella città, senza nemmeno aprire una sola di quelle porte.

Il silos del deposito merci della C.M.P. era situato appena fuori dalla cinta doganale del porto e, in tempo di guerra, vi era stato costruito un rifugio antiaereo. Attraverso lunghi cunicoli sotterranei si poteva raggiungere l'esterno ed il porto. In seguito, sul rifugio era stato costruito il silos, che ufficialmente occupava soltanto la parte superiore dell'edificio. Dopo la guerra, i cunicoli erano stati interrati, e disattivate le sue uscite, sulle quali era stato fatto crollare il vecchio rifugio antiaereo.

Gothau, il capo della C.M.P., quando aveva preso possesso dell'edificio, per adibirlo a deposito merci della Compagnia, conosceva perfettamente l'esistenza di quegli accessi sotterranei e li fece riattivare. Un'uscita era situata nella piccola casetta del guardiano, dislocata ad una cinquantina di metri, e l'altra, proprio ai bordi del molo, in un tombino per le prese idriche, necessarie al rifornimento delle navi. Il cunicolo era mascherato da una lastra di granito girevole, che, quand'era chiusa, formava un tutt'uno con le altre pareti dell'apertura, dando l'impressione di una struttura adibita esclusivamente all'erogazione dell'acqua. In sostanza, si poteva introdurre e far uscire della merce dal silos, senza la necessità di aprire le sue porte esterne.

Gothau aveva riunito i suoi operai nel piano interrato, e stava dando loro le ultime istruzioni per il trasbordo delle merci sulla Pedro, ormeggiatasi in mattinata sul molo, prospiciente all'apertura segreta.

Le armi leggere erano state trasbordate dai Tir provenienti dalla Svizzera in casa del guardiano fuori dal porto ed ora, sempre seguendo la stessa strada, la cocaina vuotata dalle bombole e l'eroina trasportata dai camion di Varone, dovevano essere caricate sui Tir, per farli giungere a Zurigo. Una volta controllato lo scambio, le armi sarebbero state caricate, attraverso i cunicoli, sul cargo; e la droga sarebbe partita per la Svizzera.

Successivamente la Pedro avrebbe preso il largo e si sarebbe congiunta in acque internazionali con l'altra nave, la Santo Domingo, carica dei carri armati di Cadrega, ed avrebbero fatto rotta per il Cairo.

Gothau riunì la squadra che aveva l'incarico di trasbordare le armi. Diede loro le istruzioni per operare. Quando il personale di bordo avesse iniziato l'allaccio delle manichette dell'acqua loro avrebbero dovuto cominciare a caricare.

Le manichette erano state costruite in modo da costituire una vera mini-teleferica che avrebbe consentito di far scorrere le cassette delle armi dal tombino al bordo della nave.

Solo una cassa alla volta doveva attraversare il breve tratto e, siccome queste erano state dipinte di nero - lo stesso colore dell'opera morta della nave - sarebbe stato difficilissimo scorgerle, sulla banchina scarsamente illuminata, anche ad una distanza di un centinaio di metri. Il personale di ronda solitamente si disinteressava alle operazioni effettuate sotto bordo; in special modo se esse riguardavano operazioni di ordinaria routine, come il rifornimento dell'acqua. Uno di loro, comunque, avrebbe dovuto dare tempestivamente l'allarme nel caso che qualche guardia si fosse avvicinata troppo alla zona delle operazioni.

In questo caso la parola d'ordine era di ammainare immediatamente le manichette entro bordo e di richiudere il coperchio del tombino facendo bene attenzione alla chiusura automatica della lastra di accesso al cunicolo. L'operazione si sarebbe dovuta svolgere durante la notte; e l'azione sarebbe stata ripresa soltanto quando quella guardia avesse esaurito il suo turno.

Lo scambio.

Poco dopo, alle quattro del pomeriggio, un'alfetta rossa si fermò alla porta del guardiano del silos. Brett era solo. Scese dalla macchina, si guardò attorno con circospezione e suonò il campanello. Ad accoglierlo venne Gothau. I due, amici da tempo, si strinsero la mano calorosamente e si avviarono lungo il cunicolo sotterraneo del silos.

Entrarono in una grande stanza ovale che doveva essere stata l'area del rifugio. Al centro c'era un gran tavolo con la droga e le armi. La merce era stata sistemata a lotti: da una parte i campioni delle armi, allineate con i cartellini, recanti il riferimento alle casse sistemate lungo il muro, dall'altra tutte le confezioni dell'eroina e della cocaina. I due si sedettero e Brett estrasse da una sua valigetta delle bustine ed una serie di piccole bottiglie con delle provette in vetro.

Mise un poco di liquido in tre di esse e prese a caso dal tavolo tre pacchi di eroina. Ne prelevò da ciascuna una piccola parte e la introdusse nelle provette. Poi ripetè l'operazione con una delle sue bustine.

Quando le ebbe in fila davanti a sè tutte e quattro, si chinò e le guardò in controluce. Il liquido, prima trasparente, aveva assunto una colorazione intensa. Doveva accertare se il colore fosse il medesimo in tutte e quattro. Successivamente prese un bilancino e pesò altre tre buste, prese a caso. Il peso andava bene. A questo punto entrò Varone accompagnato da due dei suoi camionisti che gli facevano anche da guardia del corpo. Gothau fece le presentazioni e disse a Brett:

- "Ramon Varone è il braccio destro del signor Cadrega; perciò persona fidatissima. Ha guidato la spedizione dell'eroina, dalla Tailandia all'Italia, senza nessun incidente. Se crede, potrà fornirle un aiuto prezioso anche per farle attraversare il confine elvetico." -

Brett ringraziò. Aveva predisposto le sue cose al meglio e non aveva bisogno di nessuna consulenza.

Chiese scusa e si rimise ad analizzare per campione anche la cocaina. Prima l'assaggiò con la punta di un dito, poi la trattò con alcuni reagenti ed infine disse rivolto a Gothau:

- La cocaina è buona. In quanto all'eroina trovo qualche differenza fra quella inviatami in campione a Francoforte e questa. Mi avevate assicurato un prodotto identico." -

Rispose Ramon:

- "Se osserva attentamente, in realtà il prodotto è uguale. Anzi, direi, sotto certi aspetti è anche superiore a quello scelto da lei. E' stato cambiato l'addetto alla raffinazione e ciascuno, come lei sa, coltiva i suoi segreti solo nel suo giardino. Il precedente operatore si trova ora in una prigione di Bangkok; ed il suo sostituto utilizza un nuovo metodo di raffinazione molto più lungo e costoso, ma certamente migliore, dato che questo tipo di eroina è ora quella più richiesta. Senza alterare assolutamente le sue qualità chimiche e organolettiche è riuscito a purificarla ulteriormente consentendone un miglior mascheramento ed un taglio più proficuo. In pratica il rendimento sull'altra è del 10%."-

- "Vede, replicò Brett, anche lei ammette la diversità dei due prodotti. In definitiva le due qualità sono molto differenti. Non discuto quanto lei mi dice e le credo sulla parola. Tuttavia io devo rendere conto, ai miei soci, di fatti non di parole. Quando lei mi fece pervenire i campioni con quel suo inviato... quel tale... si, il professore, li passai ai nostri chimici, che ne redassero una scheda precisa, sulla quale basammo il prezzo dello scambio. Per fare le cose correttamente, ora dovrei bloccare tutto, prendere un nuovo campione, far fare una nuova scheda, e stabilire un nuovo prezzo." -

Intervenne nuovamente Gothau che si era momentaneamente appartato per telefonare e disse con voce concitata:

- "Signori, credo ci converrà affrettare lo scambio. Proprio in questo momento ho ricevuto una comunicazione, da un amico poliziotto, che giudico molto grave. Nonostante le nostre precauzioni, pare che la polizia sia ora sulle nostre tracce. Sembrerebbe che ancora non abbia scoperto nulla di concreto; tuttavia ciò che preoccupa è il fatto che in città operino gli agenti americani della Dea."-

Brett rimase qualche attimo a riflettere, poi disse:

- "Non voglio nemmeno pensare che voi abbiate escogitato lo stratagemma della polizia unicamente per farmi accettare la merce così com'è. Se la notizia è vera la cosa è molto grave. Oramai nessuno di noi può tirarsi indietro. Lo scambio deve procedere in tempi più rapidi del previsto, per riuscire a sventare un eventuale loro intervento."-

- "La priorità, disse Gothau, deve essere data alla spedizione delle armi. Questo rifugio è abbastanza sicuro per poter ancora tenere nascosta la droga; mentre il trasloco delle armi richiede tempo e l'organizzazione non può essere differita."-

A malincuore Brett diede il suo assenso e furono messe in moto le squadre per il trasporto delle armi. Il dispositivo di teleferica tra il tombino e la nave poteva essere utilizzato solo al buio. Fu quindi necessario modificare il piano precedente: anziché trasportare le casse al momento dell'imbarco avrebbero trasferito le stesse nel cunicolo fin d'ora, scaglionandole una dietro l'altra in prossimità della sua apertura. Ci sarebbe stato il doppio vantaggio di poterle occultare meglio, in caso di una irruzione della forza pubblica, e di poter accorciare notevolmente i tempi del loro imbarco. Brett volle quattro uomini per cominciare anche il trasporto della droga dal rifugio alla casa del guardiano. Lo accontentarono, e le squadre cominciarono a lavorare sui due fronti.

L'operazione 'Salsedine'.

Erano le quattro e un quarto.

Un camioncino dei telefoni si fermò a una ventina di metri, prima della casa del guardiano del Silos, ed alcuni operai entrarono in un tratto di strada, transennata per l'esecuzione dei lavori al centro della carreggiata. Sin dalla notte precedente altri lavoratori, con una ruspa e un motopicco, avevano effettuato uno scavo e rimosso la terra. Entrarono nella buca e si misero a lavorare sui cavi del telefono messi a nudo.

Dall'altra parte della strada, erano stati posteggiati, sin dalla sera precedente, due furgoni per il trasporto di mobili di una ditta tedesca. I mezzi in sosta, in quella zona, talvolta rimanevano anche dei giorni, in attesa di poter scaricare la loro merce. Gli operai dei telefoni e gli occupanti dei grossi mezzi, erano agenti della Dea, equipaggiati di tutto punto, che attendevano il segnale per intervenire. Avrebbero fatto irruzione attraverso il foro praticato in corrispondenza di uno dei cunicoli - che immettevano nel rifugio - e si sarebbero trovati direttamente nel sotterraneo del silos. Il diaframma, che li separava dal rifugio, doveva saltare soltanto all'ultimo momento.

Un altro furgone della Dea era stato dislocato al porto ad una trentina di metri dal tombino, assieme ad altri mezzi in attesa di sdoganamento. Al suo interno era stato ricavato un vero e proprio laboratorio elettronico con telecamere a raggi infrarossi per la ripresa notturna.

L'operazione 'Salsedine' era stata concertata tra la Dea e la polizia italiana. Alle cinque esatte il diaframma sarebbe dovuto crollare e gli agenti americani avrebbero dovuto occupare il rifugio. La sorpresa doveva essere l'elemento cardine dell'intervento. Per questo motivo, per non destare sospetti, i movimenti preparatori erano stati predisposti già qualche giorno prima. Sarebbero bastati pochi colpi di motopicco per buttare giù la parete divisoria del cunicolo.

Oramai l'ora dello scambio era nota. Sarebbe avvenuto tra le quattro e mezza e le cinque e tutte le squadre erano state allertate. Mancavano appena cinque minuti all'ora 'X', fissata per le quattro e quaranta. Il capopattuglia avrebbe informato contemporaneamente tutte le squadre dando il via con un breve segnale radio.

Gli uomini avevano già indossato la maschera nera, che teneva scoperti soltanto gli occhi, e avevano indosso una decina di caricatori ed un mitra a tracolla. Uno aveva un equipaggiamento particolare: era dotato di una bombola e di un lanciafiamme.

Quei minuti che li separavano dall'ora X sembravano eterni. Finalmente il segnale. In meno di un attimo il diaframma cedette ed un varco a misura d'uomo li mise in comunicazione col cunicolo.

Accesero le torce: l'illuminazione elettrica era saltata. I primi avanzarono qualche metro e, non appena si liberarono dalla nuvola di polvere causata dal crollo del muro, videro davanti a loro una porta d'acciaio che sbarrava la strada. Inutile ogni tentativo di aprirla; era costruita come le chiusure dei caveau delle banche, e non presentava alcun tipo di serratura. Evidentemente i trafficanti avevano previsto le loro mosse, forse insospettiti dal rumore del martello pneumatico, erano corsi ai ripari bloccando le porte blindate.

In mezzo alla mischia.

Alle quattro e mezza Marisa sarebbe dovuta venire a casa .

Mancavano alcuni minuti alle quattro e speravo che disimpegnasse il suo appuntamento. Contrariamente ad ogni precedente aspettativa, non sentivo gran desiderio di vederla. Stavo seduto dietro la scrivania, ma la poltrona sembrava seminata di spine. Mi alzai e andai alla finestra.

Non potevo perdermi l'ingloriosa fine del mio rivale Brett. Alberto mi aveva detto che le armi sarebbero dovute partire con il cargo brasiliano ed ora sapevo che lo svizzero sarebbe stato in quei paraggi fra non più di mezz'ora. Presi una decisione improvvisa. Chiamai Tommasina che stava rigovernando in cucina e le dissi:

- "Devo uscire per un impegno improvviso. Se viene la signora Marisa dille che le telefonerò. Anzi, siccome è molto probabile che sia ancora a casa, telefona subito e dille che questa sera mi farò vivo io."-

La colf non se lo fece dire due volte. Fece un gran sorriso di solidarietà e telefonò subito a Marisa che le rispose molto risentita:

- "Riferisca al professore che non si incomodi a telefonarmi"- e le chiuse la comunicazione.

Uscii di corsa da casa e con la macchina, raggiunsi il molo vecchio dove stava ormeggiata la Pedro. Tutto era tranquillo; la nave si dondolava lentamente, urtando ritmicamente coi parabordi il molo, accompagnandosi al lento e solenne respirare dell'onda nel porto. I depositi erano chiusi e pochissime persone transitavano in prossimità della nave. Uno, sbucato non so da dove, mi venne incontro. Era uno degli scaricatori che avevo incontrato quando andai a trovare Gothau al C.M.P. Mi raggiunse e disse:

- "Ehi tu. Perché non sei nel silos ad aiutare a caricare la merce? Stai attento; c'è puzza di Madama; vieni con me."-

Preso alla sprovvista lo seguii come un automa. Evidentemente mi aveva riconosciuto come uno dei loro. Non avevo scelta: o seguirlo o fare una brutta fine. In quei frangenti non si va molto per il sottile ed una mossa sbagliata può costare cara. Arrivammo sottobordo della Pedro. Lui sollevò il coperchio di ferro del tombino con gli idranti e mi fece cenno di scendere. Sulle prime mi dimostrai restio , ma lui mi disse subito:

- "Beh professore non ti muovi? Ah, capisco; tu non vuoi sporcarti il bell'abito grigio passando da quest'ingresso. No?"-

Non capii subito cosa intendesse per ingresso; davanti a me vedevo soltanto una buca con dei grandi rubinetti. Ma, confidando sulla buona stella, mi calai nel tombino. Mi seguì anche lui e, dopo aver dato un'occhiata intorno, si rinchiuse sopra lo sportello di ferro. Dovetti chinarmi un poco per non essere investito dalla lamiera.

Accese una torcia elettrica e la mise su un punto della parete. Come se avesse detto la parolina magica 'apriti Sesamo' quella parete di granito si spostò su un perno e liberò il varco di un cunicolo alto circa due metri e largo uno.

Lungo la parete c'erano delle casse sistemate una dietro l'altra. L'uomo mi precedeva a passo spedito e facevo fatica a seguirlo. Dopo circa cento metri, arrivammo ad una porta blindata. L'uomo puntò nuovamente la torcia su un punto preciso; e questa volta mi accorsi che col pollice premeva alcuni tasti situati sul manico. Si trattava indubbiamente di un telecomando a raggi infrarossi. Anche questa volta la porta si aprì; fummo inondati da una luce violenta, proveniente da una grande stanza ovale arredata con un tavolo e con le pareti ingombre di altre casse. Una decina di persone andavano e venivano entrando e uscendo da un'altra porta della stanza. Nessuno fece caso a noi. Quando scorsi Gothau, il capo della C.M.P., l'uomo dall'aspetto vagamente orientale con la barbetta alla Cavour, i nostri sguardi si incrociarono e lui mi venne incontro dicendomi:

- "Ma bene, Alberto ci ha mandato rinforzi. Ne avevamo proprio bisogno. Qui dobbiamo dare una spolverata alla svelta prima che gli sbirri ci riprovino una seconda volta. Spero che non ti spellerai le mani, professore, se porterai anche tu qualche cassa nel cunicolo. Coraggio tieni questa torcia; ricordati che la combinazione per la prima è 174 e per la seconda 583. Fai attenzione a non inciampare, sopratutto quando trasporti le casse delle spolette dei missili." -

Presi la torcia e mi ripassai mentalmente quei numeri, ripetendoli a voce alta un paio di volte; e mentre il mio uomo mi indicava le casse da trasportare, mi incontrai con Brett. Non si mostrò assolutamente meravigliato di vedermi lì. Si avvicinò e disse a Gothau:

- "Devo complimentarmi con lei. Il professore a Francoforte è stato veramente bravo."-

Poi rivolto a me, con aria inquisitoria e diffidente, disse:

- "Spero non sia stato tu a trascinarti dietro la polizia. Essere stato bravo una volta non significa esserlo sempre. Fai attenzione a come ti muovi quella è gente che non scherza."-

Finalmente l'avevo di nuovo davanti a me con quell'aria superiore e arrogante. Mi trattava come l'ultimo degli scaricatori. Tuttavia mi rincuorava il fatto che nessuno si fosse seriamente insospettito della mia presenza. Da quanto avevano detto, capii che l'attacco della squadra speciale c'era stato, ma che in qualche modo era stato neutralizzato. Non c'era quindi nessuna speranza che qualcuno dall'esterno mi desse una mano in caso di necessità. L'unica cosa da fare era ubbidire, e trasportare quelle casse, pesanti per lo meno una trentina di chili.

Mi diedero una specie di gerla; e due scaricatori mi caricarono sulla schiena una cassa. Un poco barcollando, raggiunsi la prima porta e mi cimentai ad aprirla col telecomando della torcia. Pigiai i tre pulsanti 1-7-4 e la porta docilmente si aprì; ebbi il tempo di passare e si richiuse alle mie spalle.

Oramai mi tenevo meglio in equilibrio; ma quella cassa pesava maledettamente. Mentre camminavo cercavo di escogitare un piano per evadere da lì senza destare sospetti. In fin dei conti pochissimi fra gli scaricatori della C.M.P. avevano fatto caso alla mia presenza e sia Brett che Gothau avevano altro da fare. Percorsi tutto il cunicolo ed arrivai alla fine sfinito. Feci funzionare nuovamente il telecomando e la parete si aprì. Vidi il tombino col coperchio esterno aperto. Alcune persone stavano allacciando ai grossi rubinetti una manichetta per il rifornimento dell'acqua. Uno di loro mi disse:

- "Ehi tu! Vieni a dare una mano quassù!"-

Poi rivolto ad un altro che stava sul molo:

- "Non occorre più che venga quaggiù. E' giunto un rinforzo. Rimane quest'altro a porgerci le casse. Dovremo fare alla svelta. Ormai s'è fatto buio e possiamo mettere in funzione la teleferica. Tu torna sulla nave. Appena ti farò un segnale con la torcia, metti in funzione il verricello. Vedi di fare meno casino che puoi."-

Poi mi porse un cavo d'acciaio dicendomi:

- "Aggancia questo moschettone alla cassa e guidala nel primo tratto per farla uscire dal tombino; poi la dovrai lasciare; il resto lo farà il verricello."-

Ebbi la presenza di spirito di dirgli che non potevo trattenermi. Il signor Gothau mi aveva mandato per fare una ricognizione all'esterno.

Niente da fare. Mi avrebbero dato il cambio non appena fosse giunto lì un altro operaio. Lanciò il segnale convenuto e quel cavo cominciò a muoversi. Feci appena in tempo ad agganciarlo all'imbracatura della cassa ed a guidarlo fino all'imboccatura del tombino. La cassa venne sollevata dal verricello e sparì totalmente alla vista. La manichetta era stata colorata di un bianco brillante che contrastando con il nero delle fiancate della nave assorbiva totalmente l'attenzione di chi guardava. Nemmeno io che l'avevo imbragata riuscivo più a scorgere la cassetta dipinta di nero a distanza di qualche metro.

Continuai ad alimentare quella funivia per almeno dieci minuti. Poi mi ribellai e dissi a quello che sembrava il caposquadra:

- "Senti non posso più aspettare. Devo fare quanto mi è stato raccomandato e devo farlo subito. Vieni un poco tu quaggiù. Fra qualche minuto verrà qualche altro operaio e ti darà il cambio."-

Oramai ero determinato a mollare e si decise a scendere nel tombino per darmi il cambio. Avrebbe certamente aspettato un bel pezzo. Gli operai avevano il preciso ordine di mettere le casse in fila indiana e oramai la fila era arrivata quasi a metà cunicolo. Uscii e mi diressi verso i cancelli del porto.

Fui fermato da una guardia e portato al comando. Mi chiesero i documenti e vollero sapere cosa facevo a quell'ora in banchina. Dissi che ero uscito per prendere una boccata d'aria e sgranchirmi le gambe, ma non ci credettero. Qualcuno fece una telefonata e poco dopo fui trascinato in cella. Attesi una buona mezzora e finalmente una persona venne a trovarmi. Era il Commissario Mauri. Sembrò non meravigliarsi tanto di vedermi in guardina. Mi salutò con freddezza professionale e mi disse:

- "Caro professore, mi raccomando, non mi venga ancora a raccontare bugie. La prego, non mi complichi le cose. Se lei non mi dirà tutta la verità, com'è vero che sono quì, la lascio al fresco per un pezzo. Cosa ci faceva a quest'ora in banchina e per giunta sotto la Pedro?" -

Non avevo scampo, dovevo pure confessare qualcosa , ma non volevo farlo con lui. Così gli dissi:

- "Illustre commissario lei deve concedermi la sua fiducia ancora per pochissimo tempo. Purtroppo a causa di questo incidente non so nemmeno se saremo più in tempo a fermarli. Devo con urgenza conferire con il capo della Dea. Si trova in questi paraggi e lei deve aiutarmi a rintracciarlo." -

Il Commissario mi guardò con aria scettica ma anche meravigliata e mi disse:

- "Come fa a sapere queste cose? Ora lei deve assolutamente dirmi chi l'ha informato. Non può..."-

- "Senta Commissario, lo interruppi, lei stà perdendo del tempo prezioso. Domani potrebbe pentirsi di non avermi ascoltato. La prego usciamo di qui e mi conduca, magari in manette se crede, dal capo della Dea. Per convincerla le dirò che il primo tentativo di espugnare il bunker dove sono asserragliati i fuori legge è fallito e fallirà anche il secondo se lei non mi consentirà di conferire con la squadra anti narcotici."-

Il Commissario Mauri cambiò atteggiamento e disse al maresciallo di mettermi in libertà sotto la sua responsabilità. Prima di lasciare la cella gli porsi i polsi. Lui sorrise e con una pacca sulla spalla mi invitò ad uscire. Ci dirigemmo di buon passo fuori del porto e raggiungemmo a piedi uno dei furgoni posteggiati sulla strada. In cabina c'era un autista che dormicchiava. Il Commissario bussò allo sportello posteriore , si qualificò e lo sportello si aprì. All'interno c'erano una decina di agenti, in tuta marrone, armati di tutto punto. Mauri chiese del capo e stettero per un attimo a parlottare tra di loro. Finalmente mi diede udienza. Fortunatamente parlava benissimo l'italiano e riuscii subito a fargli capire la situazione. Gli mostrai la torcia-telecomando e gli feci vedere come funzionava. Gli parlai delle due porte blindate che si aprivano con la combinazione di cifre prestabilite e lui mi chiese se conoscevo anche la combinazione per aprire la terza porta.

Mi spiegò che sarebbe stato impossibile sorprenderli tutti facendo irruzione sotto bordo. Il cunicolo nel quale ero transitato non avrebbe consentito la sorpresa e poteva anche rappresentare una trappola mortale, se in qualche modo i trafficanti l'avessero fatto saltare. Bisognava conoscere anche la combinazione della terza porta, quella trovata sbarrata nella prima irruzione e che immetteva direttamente nell'ex rifugio e cioè nella camera ovale.

Riflettei un pochino e mi venne in mente il telecomando della televisione. I numeri uno e due erano i più consumati perchè utilizzavo prevalentemente il primo e il secondo canale. Si trattava di vedere se anche nella torcia si poteva notare qualcosa di simile. La osservammo tutti e tre attentamente , ma i nove numeri, tranne lo zero, erano ugualmente consumati. Allora mi venne in mente che le combinazioni erano formate da sei numeri tutti differenti fra loro: 1-7-4 e 5-8-3. La terza porta forse poteva essere aperta coi rimanenti tre numeri, e cioè il 2-6-9 in una delle seguenti combinazioni oltre la prima: 296 o 692 o 629 o 962 o 926. Non erano molte e si trattava di provarle tutte e sei per avere la quasi certezza di riuscire.

L'attacco frontale.

Il comandante non voleva che andassi con loro. Poteva essere molto pericoloso. Secondo lui era già un miracolo che avessi superato tutte quelle peripezie, senza lasciarci nemmeno un brandello di pelle. Ma fu il commissario Mauri a convincerlo. Fece un tale elogio delle mie capacità investigative che ad un certo punto il comandante disse:

- "E va bene. Però a suo rischio e pericolo. Tutto sommato a noi fa comodo avere qualcuno che conosca bene il loro covo. Si tenga sempre dietro di noi e non faccia l'eroe. Anzi, prenda questo giubbotto antiproiettile e lo indossi."-

Contattò anche gli altri furgoni e diede le disposizioni per l'attacco. Venti persone dovevano venire con noi per fare irruzione nell'ex rifugio e una squadra di altre dieci doveva portarsi sotto bordo della Pedro all'imboccatura del tombino per impedire che qualcuno tentasse la fuga.

Un reparto celere della polizia doveva raggiungerci e bloccare tutte le strade di accesso al porto mentre una motovedetta doveva vigilare il tratto di mare interessato all'operazione. Via radio facemmo il controllo dei nostri cronometri. L'appuntamento venne fissato a cinque minuti per la squadra che doveva raggiungere la nostra e a dieci minuti per la squadra che doveva recarsi dentro la cinta del porto.

All'ora 'X' uscimmo fuori dal furgone per raggiungere di corsa l'imboccatura della buca aperta dai finti operai dove, puntualissima, ci raggiunse anche l'altra squadra. Quando fummo di fronte alla porta blindata, mi feci avanti e con il telecomando provai le varie combinazioni dei numeri.

Giunsi alla quinta, 9-6-2, e già cominciavo a disperare di farcela. Se la mia teoria era sbagliata sarebbe stata un'impresa ardua sbloccare quella porta; avremmo dovuto provare un migliaio di combinazioni, per esaurire tutte le probabilità che offriva la serie di tre cifre. Se poi le cifre fossero state più di tre, le combinazioni salivano a livelli esponenziali. Ma la fortuna fu ancora dalla mia parte. Quando pigiai il 2, ultimo numero della quinta terna, la porta si aprì silenziosamente. Prima di giungere alla sala ovale percorremmo una ventina di metri di cunicolo, per fortuna completamente deserto.

Un primo agente si affacciò nella stanza, ed essendo il più vulnerabile, si buttò immediatamente a terra, e in posizione supina, si mise a sparare in aria, ininterrottamente. Gli altri fecero irruzione subito dopo di lui. La stanza era deserta. Sul gran tavolo al centro c'erano ancora le buste della droga e alcuni campioni di armi leggere.

Erano certamente stati informati dei nostri movimenti e si erano messi in tutta fretta al riparo. Ma non potevano essere andati lontano. Si erano certamente rifugiati nel lungo cunicolo che portava alla nave. Il capo volle sapere da me, che l'avevo percorso ben due volte, se per caso vi fosse all'interno qualche altro svincolo. Confermai che l'unica uscita era quella che conduceva al tombino degli idranti in banchina. Chiamò l'agente armato di lanciafiamme, e lo mise in all'erta per essere pronto ad entrare in azione. Il tunnel aveva una larghezza di solo un metro e l'azione doveva essere condotta influendo sopratutto sul fattore psicologico della fiammata. Nessun agente, per ovvie ragioni, avrebbe potuto precederlo. Tuttavia se proprio fosse stato necessario, il suo cammino, sarebbe stato spianato anche dal lancio di gas lacrimogeni e coperto da due bravi tiratori scelti, situati al suo fianco. Fui ancora chiamato per aprire la porta. Premetti i tre tasti 1-7-4; ma questa volta la porta non si aprì. Ripetei l'operazione per due volte; ma inutilmente. Quella porta non mi dava più retta.

Quello di aprire le porte era diventata la mia forza, di fronte a tutte quelle persone armate. Ero diventato il deus ex macchina dell'operazione; e se prima questo mi inorgogliva, ora l'insuccesso mi colpiva tremendamente, quasi che quanto accadeva potesse essere attribuito a merito o a mia colpa.

Volli esprimere al capo una mia opinione. Se non avevano avuto il tempo di mettere in salvo la droga, certamente non ne avevano avuto nemmeno per cambiare la combinazione della serratura. Per disattivare l'apertura dovevano aver compiuto un'operazione di routine, come azionare una leva o un interruttore, servendosi di un dispositivo di emergenza già predisposto precedentemente. Per essere un'azione da compiersi in emergenza, ma facilmente, una tale apparecchiatura, doveva consentire una disattivazione non solo da una parte della porta, ma doveva essere predisposta per essere azionata da entrambe le parti.

Ne ispezionai accuratamente la superficie , ma non vi scorsi nessun interruttore o qualcosa di simile. Era una lastra di ferro liscia, verniciata, senza la benché minima scalfittura.

Rivolsi l'attenzione alla cornice e scorsi in un angolino a sinistra due piccoli segmenti separati da un millimetro di un materiale nero diverso dal ferro. Premetti prima l'uno e poi l'altro facendo azionare contemporaneamente la torcia-telecomando, ma non successe nulla. Evidentemente si trattava di qualche punto di giunzione per collegare i due longheroni della cornice. Il morale era ad un livello abissale.

Cercai un'alternativa per rendermi utile e proposi di operare uno scavo, come era stato fatto nella buca dei telefoni, per prenderli come topi in trappola.

A questo punto il capo mi guardò con un'aria di sfiducia e di sufficienza, e disse:

- "Vede professore, il nostro mestiere è un poco diverso dal suo. Lei si basa sul calcolo delle probabilità; noi prima di operare dobbiamo avere la quasi certezza di ciò che vogliamo ottenere. Se noi dovessimo fare ciò che lei consiglia, per trovare il cunicolo, dovremmo scavare per lo meno una trincea di un centinaio di metri, mettendo in subbuglio tutto il traffico marittimo del molo vecchio per almeno un mese. A questo punto ci converrebbe addirittura prenderli per fame; e chissà fra quanto tempo; tra l'altro non sappiamo se abbiano laggiù dei viveri che consentano una sopravvivenza di mesi. Nel frattempo il cargo brasiliano, non avendo noi alcun pretesto per trattenerlo, prenderebbe il largo con le armi che in queste ore avranno avuto il tempo di portare a bordo."-

Ero distrutto. Ad un certo punto, proprio quando stavo per cedere allo sconforto, mi balenò alla mente qualcosa che prima avevo trascurato. Evidentemente aveva operato in me una stimolazione subliminale che aveva continuato a lavorare anche mentre ascoltavo il discorso sfiduciato del capo. Come era possibile non averci pensato prima? Ripresi in mano la torcia; rifeci il 174; e la puntai sul sensore della porta. Poi mi umettai con la saliva il polpastrello del dito indice dell'altra mano e lo posai sulle due sbarrette, situate sull'angolo superiore della cornice. Come per incanto la porta si aprì.

Non avemmo il tempo di festeggiare l'avvenimento. Appena fu completamente aperta, dall'interno del cunicolo partì una nutrita scarica di mitragliatrice. Fortunatamente nessuno dei nostri fu colpito. Secondo le istruzioni, gli agenti risposero al fuoco, costringendo i trafficanti ad allontanarsi dall'imboccatura. Dopo aver indossato rapidamente le maschere antigas, entrarono in azione il lanciafiamme e i tiratori scelti che dovevano coprirlo.

Immediatamente il cunicolo fu invaso da una lunga fiammata. Si udirono delle grida e alla seconda fiammata una gran parte del cunicolo era già sgombra. Si erano ritirati in fuga precipitosa. Il tremendo calore fece retrocedere anche noi che non indossavamo, come i primi tre, le tute d'amianto. Il capo a questo punto ordinò di non usare i gas se non come estrema risorsa. Nel caso fosse risultato indispensabile, avrebbe dato lui stesso l'ordine. Avremmo avuto così il vantaggio di percorrere il cunicolo, senza dover indossare la maschera, procedendo solo quando la strada fosse stata spianata dalla prima pattuglia.

La corrente era stata tolta ed il cunicolo era illuminato solo dalle torce e ogni tanto dalla grande fiammata del lancia fiamme. Giunti pressappoco alla metà del percorso feci presente che d'ora innanzi forse avremmo trovato allineate lungo il muro delle casse di armi e munizioni. Sarebbe stato prudente limitare l'uso del lanciafiamme per non rischiare di saltare tutti per aria.

Dopo essersi rapidamente consultato con gli uomini della prima linea, il capo diede l'ordine alla pattuglia d'avanguardia di retrocedere col lanciafiamme e di lasciare il posto ai soli tiratori scelti muniti di bombe lacrimogene. Indossammo tutti la maschera e proseguimmo. I trafficanti ora non si limitavano più ad interventi sporadici. In assenza del lanciafiamme, non più in azione, intensificarono il fuoco di interdizione.

Arrivammo ad un punto del cunicolo in cui le casse erano state messe, anziché in fila, una sopra l'altra per un buon tratto della parete. Feci notare al capo come avessero già predisposto la trappola per il nostro lanciafiamme. Contenevano mine anticarro. Avevamo a che fare con un tipo di delinquenza ad alto livello e quindi molto intelligente. Dovevamo essere prudenti al massimo grado.

Non avevo nemmeno finito di parlare che un gran serpentone di fuoco percorse un tratto rettilineo del cunicolo e si andò a schiantare con un fragore tremendo ad una cinquantina di metri dietro di noi. Lo spostamento dell'aria ci scaraventò a terra e solo due agenti furono ustionati dalla striscia infuocata. L'esperto balistico del gruppo disse trattarsi di un razzo senza la testata. Ce lo avevano lanciato contro con l'intento di colpire le casse. Era probabile che ne avessero anche degli altri. Non potevamo rischiare più di tanto ed il capo diede l'ordine di lanciare i gas.

A questo punto il nostro cammino divenne sempre più spedito finchè non trovammo uno dei loro steso a terra. Lo sollevai e gli esaminai il viso alla luce della torcia. Non presentava nessuna ferita. Il suo cuore batteva ancora seppure con ritmo molto rallentato. Il capo mi disse di lasciarlo lì. Ci saremmo occupati di lui solo più tardi. Di fronte a questo suo cinismo protestai:

- "Ma è sempre un essere umano anche se è un delinquente"-

- "Si, mi rispose, è solamente un essere umano addormentato. Ne troveremo degli altri lungo il percorso. Non si sveglieranno prima di due ore. Abbiamo tutto il tempo. E' l'effetto di quello che noi chiamiamo gas lacrimogeno , ma che in realtà non fa lacrimare nessuno."-

Lo riadagiai per terra e proseguimmo il cammino che si faceva sempre più spedito. Effettivamente oramai gli uomini addormentati erano sempre più numerosi. Stavamo per approssimarci all'uscita del cunicolo e fra le tante persone distese per terra non riconobbi nè Brett, nè Gothau, nè Varone.

Quando giungemmo alla fine del percorso, di fronte all'ultimo portellone chiuso, nessuno di loro figurava fra le persone addormentate. Era strano. Non potevano essersi volatilizzate. Lo riferii, ma il capo non era propenso ad occuparsi di queste cose. Anche l'uscita risultava, come l'altra, bloccata. Cercai lo stesso punto e rifeci la stessa operazione leccandomi il polpastrello del dito indice e posandolo sulle due micro sbarrette metalliche.

A questo punto il capo volle che gli spiegassi cos'era quella specie di rito magico della saliva sul dito. Risposi che si trattava di generare un contatto fra due elettrodi a bassa resistenza. Ciò era possibile soltanto rendendo la pelle un buon conduttore, bagnandola. Si era trattato in definitiva di far funzionare un semplice interruttore sistemato come sicurezza d'emergenza dell'apertura.

Una partita ancora aperta.

Uscimmo dal tombino, ma in banchina non c'era più niente. La manichetta era stata ammainata entrobordo, la teleferica sparita e degli uomini della nave nessuna traccia. Anche la scaletta, prima posata sul molo, ora era stata ammainata e messa in posizione di navigazione.

Il capo ordinò alla squadra che presidiava la banchina di chiamare un cellulare e delle ambulanze per raccogliere tutta quella masnada di persone addormentate. Chiesi perché non avesse usato da subito quei suoi gas, preferendo mettere a rischio la sua e la nostra pelle. Con molta fermezza mi confidò trattarsi di un nuovo gas soporifero che doveva essere usato soltanto in casi estremi: talvolta aveva degli effetti collaterali che potevano anche essere letali.

Comunicò alla Capitaneria di porto di bloccare la Pedro e di mettere agli arresti tutto il personale. Ne avrebbe richiesto il sequestro alla magistratura italiana, dopo aver fornito la prova che il suo comandante e l'equipaggio erano pericolosi trafficanti di droga e di armi. Fece eseguire anche il sequestro della droga e delle armi rimaste nel cunicolo e nell'ex rifugio.

Il bilancio era strabiliante: quasi un quintale di cocaina purissima; e altrettanta di eroina, armi da guerra e munizioni. Complessivamente un valore di oltre cinquecento miliardi di lire, trenta trafficanti colti in flagranza di reato e arrestati, una nave sotto sequestro.

La stampa e le televisioni arrivarono quasi subito, attratte da quel misterioso fluido che le fa essere presenti tempestivamente anche nei luoghi più impensati. Fui preso d'assalto dai giornalisti e tutti vollero conoscere la storia. Risposi con cortesia , ma con molto distacco, dicendo che le voci messe in giro circa una mia partecipazione all'operazione erano del tutto infondate. Mi trovavo lì solo per caso e non sapevo nulla di quanto era successo.

Naturalmente per me la partita non era chiusa. Il fatto oramai mi aveva preso, coinvolgendomi totalmente e risvegliando quella risonanza emotiva che non avrei sospettato di possedere ancora.

Dovevo assolutamente sapere che fine avevano fatto i tre principali personaggi della vicenda: Brett, Varone e Gothau.

* * *

Capitolo Ventunesimo: Dalla guerra alla pace.

Il passaggio delle linee nemiche.

Alberto, Ugone ed io - dopo essere rimasti nascosti un'intera giornata ed aver racimolato ,tra le case abbandonate, un poco di cibo - lasciammo il paese senza abitanti e senza nome e ci dirigemmo verso il sud. Partimmo a notte inoltrata e cercammo di evitare il più possibile le strade. Mentre camminavamo il nostro discorso cadde sui recenti cambiamenti di strategia della guerra. Ci auguravamo che, come spesso avviene quando si prepara qualcosa di molto importante, le cose di importanza minore venissero trascurate. Era ormai chiaro. I tedeschi - aiutati parzialmente da pochi fascisti 'repubblichini', arruolatisi volontari o costretti ad aderire alla Repubblica Sociale unicamente per sbarcare il lunario - stavano dedicando le maggiori attenzioni alla linea di difesa delle postazioni fisse. Sarebbe stato quindi probabile che in questo frangente la caccia all'italiano renitente, organizzato con le Schutz-Staffeln, si sarebbe allentata di molto. Quasi certamente i reparti delle S.S. sarebbero stati rapidamente organizzati per essere usati come forza combattente di posizione.

Davanti a noi ora si stendeva un gran tratto collinoso coperto di ulivi da cui pendevano pochi frutti avvizziti e mai colti da alcuno. Più in là verso ovest, in certi tratti scoperti, si intravvedeva il luccichio del mare, preludio della maremma viareggina. Ci inoltrammo lungo uno stretto sentiero, rasente ad un vasto podere, recintato da alti cipressi e verdi alberi di alloro. Ugone ebbe necessità di fermarsi. Fu colto all'improvviso da un tremendo male alla pancia. Lo facemmo sdraiare per terra; ma il dolore si faceva sempre più acuto. Nessuno di noi due poteva dargli un valido aiuto e dovemmo accontentarci di assistere impotenti ai suoi contorcimenti convulsi. Provò ad evacuare; ma senza alcun esito. Poteva anche essere qualcosa di serio. In questo caso non avremmo potuto fare nulla per soccorrerlo.

Mi venne in mente che mia madre per farmi cessare i dolori al ventre mi faceva talvolta una tisana con le foglie d'alloro. Ne colsi una manciata e le diedi a Ugone per masticarle e succhiarne il succo. Merito del lauro o della suggestione, dopo qualche minuto i dolori gli cessarono.

Riprendemmo la marcia. Avevamo scavalcato una collina ed ora vedevamo all'orizzonte dei bagliori di fuoco. Le truppe alleate dell'ottava armata avevano ripreso i cannoneggiamenti. Ciò significava probabilmente una loro imminente avanzata. Era una tattica frequente quella di spianare con tonnellate di granate il territorio prima di avanzare. Accelerammo l'andatura puntando verso sud-est, per evitare la fascia costiera più battuta dal fuoco . La notte era calma e la luna faceva capolino tra le cime dei lecci, dominatori incontrastati di quelle colline. Il freddo era più sopportabile perchè avevamo avuto modo di equipaggiarci meglio, utilizzando alcuni capi di vestiario trovati nelle case abbandonate. Il terreno era bagnato , ma non sdrucciolevole. In quel sentiero molte persone erano transitate poco prima di noi. L'erba era calpestata, e schizzi di fango invadevano i contorni del viottolo. Avevamo di fronte a noi un laghetto artificiale. Probabilmente una riserva d'acqua di qualche acquedotto. Ugone era ridiventato allegro ed ogni tanto ci faceva sorridere con una barzelletta.

- "La sapete l'ultima, disse . No? Ebbene, immaginate che durante una passeggiata scolastica una scolaresca venga a visitare questo bacino e che uno scolaro imprudente caschi nell'acqua. Un insegnante, esperto di pronto soccorso, ripesca il ragazzo, lo trascina alla riva, ed inizia a praticargli la respirazione artificiale muovendogli le braccia avanti e indietro. Dopo un pochino il ragazzo si rianima e dalla sua bocca comincia a vomitare acqua in continuazione. Ad un tratto qualcuno grida da lontano: <<Fermatevi! Per carità, fermatevi!>>. Naturalmente nessuno ci fa caso ed il soccorritore riprende con più lena a muovere le braccia del ragazzo che riprende a vomitare acqua in continuazione. Ma l'uomo, che ormai ha raggiunto il gruppo, rivolto al soccorritore, gli dice: <<Si fermi! Per piacere; si fermi!>>. A questa insistenza il soccorritore si gira e gli chiede: <<Scusi , ma lei è un medico?>>. <<No>> rispose l'uomo <<sono l'idraulico del bacino.>> E quello di rimando <<Beh? Perché allora non si occupa del suo lavoro anziché interferire nel mio?>>. <<E' proprio ciò che sto tentando di fare! Se lei non gli toglierà presto il culo dall'acqua finirà col prosciugarmi il lago>>."-

La barzelletta era carina, ma un pò vecchia. Noi non ridemmo e lui se la prese a male. A questo punto Alberto intervenne e gli disse:

- "Ma perchè non cambi disco! Non ti sei reso conto che se qualche volta abbiamo sorriso lo abbiamo fatto solo per compiacenza? Che cavolo vuoi che ce ne importi delle tue barzellette stantie. Chiudi quella tua boccaccia; ci impedisci di sentire rumori più importanti."

Lui si zittì e proseguì il cammino a testa bassa. Avevamo fatto poche decine di metri quando udimmo uno stormir di frasche. Abbandonammo il sentiero e ci inoltrammo nel folto della vegetazione. La luna era allo zenit e ci consentiva di controllare un buon tratto di strada davanti a noi protetti com'eravamo dall'ombra degli alti lecci. Dopo qualche minuto scorgemmo una dozzina di militari tedeschi che rifacevano all'inverso il nostro stesso sentiero.

Trattenemmo il respiro finchè non fummo sicuri che fossero tutti passati. Avevamo previsto male, quando avevamo scelto di evitare le strade di grande transito, oppure quella zona era talmente battuta che nemmeno un palmo di terreno rimaneva sguarnito? Non ci peritammo nemmeno di considerare una qualunque risposta. Lasciammo trascorrere un paio di minuti e quando il silenzio totale fu rotto solo dal gorgogliare di un torrentello che si immetteva nel laghetto, riprendemmo il cammino verso sud.

Oramai le luci dell'alba prevalevano sul chiarore della luna. Vedevamo distintamente davanti a noi il sentiero inerpicarsi su una collina più erta della precedente. Non essendoci nessun rifugio sicuro per trascorrervi le ore del giorno, decidemmo di proseguire tenendo un ordine sparso di marcia. Io, avanti una ventina di metri dagli altri due, scrutavo la zona per trovare qualche anfratto utile a ripararci; e Ugone, dopo di noi, ci guardava le spalle. Camminammo un paio d'ore senza incontrare nessuno. Quei campi, quelle fattorie sparse qua e là, sembrava fossero totalmente disabitate. Solo un poco più avanti, il latrare di un cane, ci fece pensare a qualche sparuto abitatore di quelle campagne. Un gruppetto di cinque carbonai ammucchiavano in tondo la legna tagliata di fresco. Fu come trovare degli amici. Li informammo che poco prima avevamo incontrato una pattuglia di militari tedeschi. Ma loro non sembrarono per niente interessati a quella notizia. Ci diedero del buon pane e del formaggio e ci consentirono di riposare un poco nella loro capanna.

Al nostro risveglio ci ragguagliarono su quanto maggiormente ci premeva. Gli americani erano ormai a pochi chilometri. Se volevamo passare il fronte indenni dovevamo farlo di giorno. Non sparavano sui civili disarmati che si presentavano allo scoperto e si mettevano bene in vista. Al contrario di notte sparavano su qualunque bersaglio si presentasse loro davanti. Non bisognava fidarsi troppo nemmeno dopo aver passato le loro linee. Le pattuglie di Schutz-Staffeln operavano anche nelle loro retrovie, sopratutto la notte.

Riprendemmo il cammino rincuorati da quella presenza e sopratutto dai loro consigli. Il deflagrare delle granate si sentiva sempre più distinto. Ma non tiravano nella nostra direzione. Gli scoppi arrivavano dal nostro fianco destro. Con tutta probabilità i cannoni battevano l'Aurelia. Ci inoltrammo fino alla sommità della collina e, mentre stavamo per svoltare nel tornante che ci avrebbe consentito di vedere giù nella valle, ci imbattemmo in una pattuglia di soldati che camminava disordinatamente verso di noi.

Abituati alla disciplina delle truppe tedesche non avremmo detto che fossero dei soldati se non avessimo visto che avevano il mitra a tracolla. Sicuramente non erano tedeschi. Nessuno di loro fece caso a noi, nè noi ci nascondemmo. Parlottavano tra di loro ed i loro visi erano stanchi e tesi. Quando la pattuglia stava per superarci, qualcuno di loro che stava in coda ci disse:

- "Ehi! Paisà. Da dove venite?"-

Ci fermammo a parlare con lui. Sulle spalline portava i gradi di tenente e l'insegna dell'ottava armata.

Era un italo-americano figlio di emigranti italiani. Raccontammo brevemente la nostra odissea e lui molto premurosamente ci consigliò di non proseguire lungo quel sentiero. Dietro a loro c'era un battaglione di marocchini. Seppure ottimi soldati, non avevano tuttavia molta capacità di distinguere fra bersagli inermi e bersagli pericolosi. Capitare incautamente nelle loro mani, oltre tutto, poteva significare essere usati anche per sfoghi d'altra natura. Meglio essere prudenti. Una volta superato quello scoglio potevamo andare tranquilli alla ricerca di qualche Comando militare alleato. Ci regalò qualche tavoletta di buon cioccolato, un pacchetto di Camel e ci augurò buona fortuna.

Risalimmo ancora sulla collina ed evitammo qualunque sentiero dirigendoci decisamente verso sud. Quando fummo a mezza costa sentimmo un gran vociare in una lingua sconosciuta: era il battaglione di truppe marocchine che risaliva scompostamente il sentiero a cinquecento metri da noi.

Sulle loro divise color kaki alcuni portavano fazzoletti multicolori e turbanti sul capo. Ci vollero svariati minuti prima che il loro brusio scomparisse del tutto. Uscimmo allo scoperto e proseguimmo il cammino lungo il sentiero. Ce l'avevamo fatta. Eravamo oramai fuori pericolo.

Senza badare alla stanchezza corremmo lungo la china come dei forsennati. Quel paesino meraviglioso, che ci si parava davanti a pochi chilometri significava il primo lembo di vera Patria ritrovata. Era invitante e si stendeva sul pendio di una collina boscosa al di là della valle.

Le pattuglie di retroguardia.

Avevamo incontrato un'altra capanna di carbonai, ma questa volta vuota. Ci fermammo per riprendere fiato e per mangiare un poco di quel cioccolato regalato dall'americano. Oramai eravamo al sicuro; non dovevamo avere più fretta, nè dovevamo guardarci le spalle per paura dei tedeschi.

Alberto distribuì in parti uguali sigarette e cioccolato. Quel pacchetto lucido ed elegante con un cammello marrone stampato in carta lucida e a colori vivaci mi ricordava episodi della infanzia oramai lontana.

Mio fratello, più grande di me di dieci anni, era un fumatore discreto e le sue sigarette preferite erano appunto le Camel. Nonostante allora non avessi più di dodici anni - grazie all'iniziazione di un compagno - avevo imparato a fumare. Mi inebriava quel profumo dall'odore caratteristico di melassa e quando lui fumava gli stavo vicino per aspirare il fumo della sua sigaretta. Una sera mentre ci trovavamo in villa, in riva al mare, mi mandò a prendergli le sigarette ed io gliene sottrassi due da un pacchetto nuovo fiammante. Quando se ne accorse, lo riferì immediatamente a nostro padre. Non valsero a nulla le mie scuse. Fui percosso spietatamente con la cinta dei suoi pantaloni. Mi lasciò dei grandi lividi nella schiena che mia madre curò con l'acqua e sale. Da quel giorno diventai un fumatore accanito.

Ci sedemmo dentro quella capanna e ben presto udimmo delle nuove voci. Non erano quelle dei marocchini. Era quella parlata spigolosa e gutturale a noi purtroppo nota. Si trattava di un plotone di Schutz-Staffeln armate fino ai denti che si dirigevano verso il nostro rifugio.

Si sistemarono di fronte a noi e ci tennero sotto il tiro delle loro armi. Uno parlava discretamente l'italiano e ci chiese se eravamo carbonai. Rispondemmo affermativamente tutti e tre con un cenno del capo. Si rivolse a me e chiese se avevamo visto delle truppe americane passare per quel sentiero. Stavo già per negare quando ricevetti un calcio agli stinchi da Alberto. Aveva fatto finta di inciampare e mi fece zittire. Fu lui ad avvicinarsi al capopattuglia e gli disse:

- "Si, sono passati nemmeno una mezzora fa e si sono diretti su per la collina. Uno di loro ci ha regalato anche della cioccolata e delle sigarette. Ne volete qualcuna?"-

Il militare lo guardò fisso in volto poi chiese ai suoi commilitoni in tedesco se qualcuno di loro voleva fumare. Quelli, molto tesi, fecero col capo di no. Avevano le divise a brandelli ed i loro occhi erano accesi di un odio feroce. Molto probabilmente erano stanchi e affamati e chissà da quanti giorni non si permettevano il lusso di una sigaretta. Aspettavamo terrorizzati che, dalla bocca di uno di loro, da un momento all'altro, uscisse il secco comando: <<Feuer!>>.

Trascorsero pochi secondi che parvero ore. Ad un tratto il militare si avvicinò a me - che tenevo in mano, come inebetito, la tavoletta di cioccolato in parte già scartata - ne staccò un pezzetto senza che io l'invitassi e rivolto ai suoi compagni disse:

-"Darf ich es kosten?"- (Posso assaggiarlo?)

I suoi commilitoni gli sorrisero e mossero il capo in segno di approvazione. Allora lui con un gesto lento e misurato si portò il cioccolato alla bocca e lo mangiò masticandolo lentamente. Poi rivolto a me:

- "Ne avete ancora dell'altro?"-

Tutto il suo comportamento mi sembrava ambiguo. Mi dava l'aria di una sceneggiata prima della tragedia. Come il gatto che gioca col topo prima di dargli il colpo di grazia. Non mi rendevo conto dove volesse andare a parare. Aveva visto perfettamente quanto ne avevamo: tenevamo tutti le tavolette in mano; perché me lo chiedeva? Raccolsi anche le tavolette dei miei due compagni e gliele porsi. Nessuno di noi ne aveva ancora assaggiato. Lui guardò il suo orologio e disse:

- "Tutto qui?"-

Presi anche il pacchetto delle Camel e glielo porsi. Afferrò il tutto e rivolto al suo gruppo, sempre schierato con le armi in pugno, chiese loro qualcosa che non compresi. Assentirono tutti contemporaneamente con un cenno del capo. Lui si portò la mano alla fronte in gesto di saluto e disse:

- "Quando ripasseranno fattevene dare dell'altro. Danke. Guten Tag."-

Ripresero le armi, si rimisero in fila indiana e disciplinatamente scomparvero al di là della collina seguendo le orme dei marocchini.

I tre marocchini.

Alberto confessò di aver avuto una grande paura. Mi chiese scusa per il calcio e disse che se avessimo negato di aver visto gli americani, con molta probabilità avrebbero rivolto la loro aggressività contro di noi. Con le tavolette di cioccolato in mano una totale verità era assolutamente d'obbligo. D'altro canto lui era quasi sicuro. La loro domanda era infida. Sicuramente sapevano già tutto sul passaggio delle truppe americane e marocchine. Il fatto di chiedercelo lo aveva insospettito ed aveva ritenuto più prudente far capire che eravamo dalla loro parte.

Riprendemmo il sentiero per il paese con molta più prudenza di prima. Arrivammo alle prime case alle due del pomeriggio. Qualche camionetta americana circolava per le strade semi deserte. Ne seguimmo una. Si fermò all'uscio di una palazzina che prima forse ospitava le aule della scuola e il municipio. All'interno era stato sistemato il comando delle truppe alleate.

Ci presentammo ad un ufficiale che sembrava il comandante del distaccamento , ma non volle darci udienza. Ci disse di rivolgerci a qualcun altro: non poteva perdere tempo con noi. Alberto tentò di dirgli che sapevamo dove i tedeschi avevano costruito le trincee; ma lui ci rispose di conoscerle già prima che i tedeschi le costruissero. Se avevamo delle altre cose importanti da comunicare lo dovevamo fare attraverso i consueti canali gerarchici.

Ci rivolgemmo ad un sottufficiale che si dimostrò meno rigido. Ma anche lui ci disse di non poter fare molto. In quel momento avevano cose più importanti a cui pensare. Il fronte era fermo e loro avevano subìto perdite considerevoli. Quanto lui poteva fare, era di offrirci un pasto alla mensa ed un letto per dormire la notte. L'indomani ci avrebbe fatto accompagnare a Pisa da dove poi ce la saremmo dovuta sbrigare da soli.

La mensa sottufficiali era situata sotto una tenda oramai deserta. I militari avevano già mangiato da un pezzo e il cuoco, un italiano, si fece in quattro per accontentarci, dandoci tutto quello che gli chiedevamo. Finimmo con un dessert carico di panna e di cioccolato che non ci fece rimpiangere di aver sacrificato le tavolette ai tedeschi. Ci indicò anche il luogo dove avremmo potuto dormire. Eravamo stanchi e volevamo affrontare il viaggio di ritorno, che si prospettava tutt'altro che facile, con le membra riposate.

In una casetta di periferia, evacuata dai proprietari, il sottufficiale aveva fatto sistemare tre brandine con lenzuola e coperte. Erano mesi che non ci rimpinzavamo così di cibo e decidemmo, nonostante fosse ancora presto, di andare a dormire subito. La sensazione di sfilarci quegli abiti laceri di dosso e di infilarci tra due lenzuola candide fu meravigliosa. Prendemmo sonno subito nonostante fossero le cinque del pomeriggio.

Fui svegliato dopo qualche ora da un gran trambusto. Al buio non mi resi subito conto di quanto accadeva. Sentivo Ugone strillare e Alberto tirarmi verso uno stanzino. Appena fummo dentro lui richiuse la porta a chiave. Da una persianetta della porta cercai di vedere cosa succedeva , ma al buio non riuscivo a scorgere niente. Mi avvicinai ad Alberto e gli dissi sottovoce:

- "Ci sono nuovamente i tedeschi?" -

- "No, rispose lui, dall'odore sembrerebbero marocchini."-

Ad un tratto la stanza si illuminò con una di quelle lampade a benzina adoperate nelle bancarelle delle fiere paesane. Erano tre giovani marocchini dal fisico atletico con la divisa kaki. Due tenevano immobilizzato Ugone nella sua branda, la prima dopo la porta d'ingresso, mentre un terzo aveva acceso la lampada e l'aveva appesa ad un chiodo della parete.

Ugone urlava come un ossessso e per farlo tacere strapparono un lenzuolo, gli infilarono un pezzo di tela in bocca e gli misero un bavaglio. Fecero a strisce il rimanente e lo legarono passandogli i legacci sotto le ginocchia e legandoglieli alla nuca in modo da fargli assumere una posizione fetale. Il povero Ugone, che per andare a letto si era denudato completamente, era stato messo in posizione prona dagli altri due, mentre il terzo era lì fermò a guardare quel suo sedere tondo e bianco, senza nemmeno un pelo, da far invidia anche ad una bella ragazza.

Nonostante noi fossimo terrorizzati, non potevamo fare nulla per aiutarlo. Lo stanzino dove ci eravamo rinchiusi non aveva altre aperture. Potevamo solo sperare che quegli energumeni non ci avessero visto e non ci cercassero. Ora che Ugone era stato immobilizzato, la scena si svolgeva con una calma esasperante. L'uomo si era tolto le braghe, ma aveva tenuto il turbante in testa. Si sputò sul palmo della mano una grande salivata. Stette un attimo ad umettare, poi, con mossa fulminea, si introdusse dentro a Ugone che emise un gemito strozzato e fece una smorfia di dolore. Il marocchino cominciò ad operare senza alcuna fretta, mentre gli altri due, che tenevano fermo il malcapitato, eccitati da quella scena, incitavano con mugolii il loro compagno. Dopo qualche tempo il ritmo si accelerò ed il marocchino finì la sua impresa con una grande spinta in avanti che mandò Ugone a sbattere violentemente sulla testata del letto.

Si scambiarono il posto con quello che stava alla sua destra. Era più mingherlino dell'altro, ma era molto più fornito del suo compagno. Sputò anche lui nel palmo della mano e con delicatezza si spinse in avanti.

Ugone questa volta non fece nessuna smorfia. Sembrava rassegnato e non tentava nemmeno più di agitarsi. Questo sembrava più esperto e più raffinato dell'altro. Mentre lo penetrava, lo toccava dappertutto, accarezzandolo con una mano in mezzo alle gambe e con l'altra sui capezzoli. Ad un tratto notammo, con nostra meraviglia, che anche Ugone partecipava. Accompagnava col suo bacino i movimenti del marocchino. Il suo membro era diventato turgido sotto quella mano esperta.

Quando il secondo finì, si chinò su di lui e gli accarezzò con un gesto tenero i capelli. Poi gli tolse il bavaglio e lo slegò.

Ugone era diventato docile come un agnellino. Nonostante fosse lasciato libero non si agitava più e non si ribellava. Ora la sua espressione più che di sofferenza era di attesa. Non ci fu più bisogno di tenerlo.

Il terzo delicatamente lo invitò a mettersi supino ed a sollevare le ginocchia. Lui prontamente obbedì ed offerse il suo grembo sollevandolo il più possibile. Quando il marocchino gli fu sopra, lui gli si avvinghiò con le gambe, partecipando apertamente e gioiosamente alla cavalcata. Fu l'accoppiamento più lungo. Si giravano e rigiravano nel lettino come due amanti raffinati, invertendo di frequente le posizioni. Quando finirono erano entrambi esausti. Avevano goduto più di una volta e negli intervalli si erano tenuti teneramente abbracciati.

Intanto gli altri due, visto che non c'era più bisogno della loro collaborazione si erano rivestiti e se n'erano andati.

Gli amanti, nel letto, rimasero abbracciati ancora per qualche tempo e noi, oramai, pur potendo intervenire efficacemente, non ci muovemmo. Avremmo rovinato ogni cosa. Ugone probabilmente si era reso conto che noi due ci eravamo rifugiati nello stanzino, ma non sapeva se da quel nascondiglio fossimo in grado di vederlo.

Quando anche il terzo se ne andò, lui prima si pulì con un fazzoletto, poi, assumendo un'espressione d'occasione, bussò alla porta dello stanzino. Uscimmo e gli andammo incontro. Alberto gli chiese se gli avessero fatto del male e se avesse bisogno delle cure di un medico. Sulle prime rimase titubante poi disse:

- "No, meglio di no. Mi hanno solo strapazzato un pò. Mi sono difeso abbastanza bene, e sono riuscito a farli desistere. Questi marocchini sono delle vere bestie. Non mi sarei mai aspettato di essere un oggetto di desiderio sessuale. Ad un certo punto ho proprio temuto il peggio. Fortunatamente tutto è bene quel che finisce bene."-

Guardai Alberto e dissi:

- "D'accordo; però sarà meglio sbarrare la porta per non avere nuove sorprese."-

Riprendemmo i nostri posti nelle brande e lasciammo che Ugone sognasse le oasi di Marrakech.

Nell'Italia liberata.

L'indomani andammo al Comando. Eravamo già d'accordo con Alberto. Non avremmo sporto denuncia. Facemmo finta di credere, come aveva detto Ugone, che non fosse successo niente. D'altro canto, avremmo comunque dovuto fare una denuncia contro ignoti. Trovare quei tre in mezzo a quella marea di beduini sarebbe stata un'impresa impossibile.

Il comandante si dimostrò più disponibile del giorno prima. Chiese se avessimo mangiato e dormito bene e diede ordine al sottufficiale del giorno prima di compilarci tre permessi di transito per Pisa. Ci fecero montare su un gippone e, dopo circa mezzora di curve e controcurve - prese alla spericolata da un autista negro - abbandonammo i tornanti dell'Abetone e ci dirigemmo verso Pisa.

Entrare in città fu per noi uno choc incredibile. Abituati, ormai da più di un anno, al silenzio ed al verde della campagna, vedere quel gran movimento di persone e di mezzi militari, ci dava le vertigini. Ugone, mentre attraversavamo Piazza dei Miracoli, si sentì male ed ebbe delle nausee. Alberto mi disse accostandosi all'orecchio:

- "Non ti sembrano premature? Me le sarei aspettate almeno dopo i tre mesi."-

Sorrisi alla sua battuta, ma anche a me la torre e il battistero cominciavano a girarmi intorno. Si trattava certamente della conseguenza di quella corsa spericolata o di tutto quel cibo che avevamo trangugiato la sera precedente.

Arrivammo al Comando militare e ci misero assieme ad un'altra decina di sbandati con divise sbrindellate e la barba lunga incolta. Noi c'eravamo già ripuliti un poco e qualcuno, vedendoci con divise americane, ci chiese se ci fossimo già arruolati nel loro esercito.

Più tardi fu proprio questa la proposta che ci fece un ufficiale quando ci introdussero nel suo ufficio e gli raccontammo la nostra odissea: se volevamo, dati i nostri precedenti, potevamo far parte di un contingente italiano combattente, a fianco degli Alleati.

Scartammo quella eventuale ipotesi già da quando ne discutevamo su al Capanno. Per conto mio non avevo nessuna intenzione di continuare la guerra. Cercai di analizzare questo sentimento, in apparenza incoerente con quanto avevamo dimostrato di aver fatto. In questo rifiuto la paura pusillanime e grossolana, che scaturiva dall'esperienza degli eventi già vissuti, non c'entrava molto. Ne avevo passate tante e una più o una meno non avrebbe fatto grande differenza. Di tutto il periodo trascorso, rimaneva in me solo un senso totale di inutilità e di vacuità paurosa.

L'unica cosa certa era la guerra. Quella cosa sporca e inutile che non cambiava senso col mutare del fronte. Talvolta, riandando con la mente a quanto c'era costato quell'anno di resistenza in montagna, mi chiedevo seriamente se ne era valsa veramente la pena.

Ma perchè tanto pessimismo? Una ragione sufficiente poteva essere il passaggio traumatico da una consuetudine di certezze assolute derivate da una filosofia paternalistica e autoritaria, capace di risolvere tutti i miei problemi nel recente passato, ad una assenza totale di futuro, previsto con gli occhi incerti del vinto.

Quando, incollato a quelle traversine dello sgabuzzino, assistevo allo stupro di Ugone, ebbi la sensazione che da quel momento nessuno di noi si sarebbe mai salvato da quel genere di gratificazione, seppure in senso metaforico, implicito in quella che loro chiamavano 'liberazione'.

Ci sarebbe stata una prima fase di violenza acuta, poi un periodo di allettamento ed infine avremmo collaborato con loro e forse avremmo anche goduto. Ma tutto questo aveva il sapore amaro della dominazione e della sopraffazione, anche se manifestata senza nessuna alterigia e sorretta dalla convinzione che l'uomo non si doma, ma si può comprare. Non riuscivo a trovare un nesso logico tra questo e la tanto sbandierata 'freedom' degli americani, che dicevano esserci stata negata nel periodo fascista. Un tipo di prepotenza anche questa, basata pur sempre sul comune senso della ragione del più forte. Per giunta, tutto pienamente giustificato da una deteriore cultura di tipo maschilistico che impone la soddisfazione anche contro ogni volontà.

Il tutto si reggeva secondo i vecchi principi: <<Sei donna quindi hai bisogno del maschio>> o <<Sei un vinto quindi hai bisogno del vincitore>>, Erano concepiti ad una sola via e senza l'alternativa della complementarità. Un grosso gladio veniva calcato pesantemente su un solo piatto della bilancia. Non esistevano compromessi. <<Guai ai vinti>> Non suonava come la minaccia di essere passati per le armi o subire maltrattamenti, ma come ammonimento a scordarci di essere un popolo libero. <<Chi ha di più, può far valere più ragioni di chi ha meno>>; << La raison du plus fort est toujours la meilleure>>. La ragione quindi finisce per essere solo da una parte. Ma il peggiore è che alla fine ci si convince ottimisticamente - come Voltaire fece dire a Candide - <<...che questa è la cosa migliore per tutti>>.

Quando ne parlammo sulla via del ritorno verso Cecina, eravamo tutti e tre d'accordo: niente arruolamento. Avremmo fatto in modo di raggiungere al più presto le nostre case. Ugone sarebbe andato da un suo zio a Bagnaia, un paesino a venti chilometri da Viterbo e Alberto ed io avremmo cercato di raggiungere la Sardegna.

Giungemmo a Donoratico, e i militari Alleati ci fecero scendere. Avevano raggiunto il loro reparto attendato sotto la pineta. Ugone fu preso nuovamente da violenti dolori di pancia. Fortunatamente c'era nei pressi un ospedale da campo con un reparto di chirurgia d'urgenza molto ben attrezzato. Ci rivolgemmo al chirurgo e dopo una sommaria visita lo fece immediatamente ricoverare. Aveva un'appendicite perforante con un principio di peritonite. Fu operato la sera stessa.

Non ce la sentimmo di abbandonarlo. Decidemmo di stare nei dintorni fino a quando Ugone fosse stato in grado di riprendere il viaggio di ritorno.

In un paesino accanto, operava un Comitato di Liberazione Nazionale che aveva preso in mano l'amministrazione comunale. Decidemmo di contattarlo per trovare un poco di assistenza. Furono molto comprensivi e si congratularono con noi per le nostre imprese.

Il loro capo era un vecchio comunista che aveva subito delle angherie da parte del fascismo e volle subito sapere qual era la nostra fede.

Per la prima volta mi resi conto che nell'Italia liberata si faceva della politica. Alberto la dichiarò subito e si intrattenne a lungo a parlare con lui. Ci alloggiarono provvisoriamente in una villa di proprietà di un potente ex ministro del regime fascista, deceduto per malattia qualche mese prima che arrivassero gli Alleati ed era stata abbandonata dagli eredi subito dopo.

Era una villa isolata, costruita sul cucuzzolo della collina, a fianco di un vecchio castello di antica nobiltà feudataria. Non interessandomi molto i discorsi del Sindaco, presi ad esplorare quella grande casa, rimasta intatta dopo il suo abbandono.

Sulla scrivania dello studio stile liberty troneggiava un busto in bronzo di Mussolini, in grandezza naturale. Al primo piano le camere da letto, divise da un office-guardaroba, erano perfettamente in ordine, quasi fossero in attesa dei loro consueti ospiti. Riconoscibilissima la camera della signorina, figlia del potente ministro.

Una camicia da notte di seta rosa era posata negligentemente su una poltrona accanto al letto ricoperto di broccato turchino, mentre in quella del figlio maschio troneggiava sulla parete una sacca di mazze da golf. Si diceva fossero scappati in gran fretta in Svizzera poco prima dell'arrivo delle truppe alleate.

La notte volli dormire in quel grande letto con ancora il fresco profumo di giovane donna. Non conoscevo il suo viso e potevo sbizzarrirmi ad immaginarla come più mi piaceva. Mi immersi nel caldo tepore del suo bagno personale; e mentre stavo seduto nella vasca di porcellana rosa, pensavo che solo la sua passera si era posata lì dove ora erano adagiati i miei inseparabili gemelli.

Ma questi incontri di pura fantasia e di vago sapore feticista, non mi interessavano gran che. Non badavo molto a quella ragazza; non mi coinvolgeva in nessun modo.

Pensavo a lei nell'ambito della sua irraggiungibilità in quella sua torre dorata; quel non voler condividere, con nessuno, nulla; nemmeno il banale bagno o la tazza del cesso. Era molto probabile che in Svizzera ora si trovasse in un grande albergo, godendosi i soldi trasferiti prudentemente dal padre prima della guerra. Il suo guardaroba, occupava un'intera parete dell'office ed era zeppo d'abiti di ogni foggia, per tutte le occasioni.

Uno in particolare attirò la mia attenzione: era un vestito di seta nero da gran sera, carico di minute perline grigie. Aveva una lunghissima scollatura dietro, che doveva certamente lambire la spaccatura dei suoi glutei.

Staccai quell'abito dalla stampella e lo misi davanti allo specchio. Vi immaginai una figura di giovane ragazza corvina, inguainata in quello splendido straccio di seta, con una sigaretta tra le labbra.

Mi addormentai con quell'immagine negli occhi e, per la prima volta dopo più di un anno, rigirandomi in quelle lenzuola seriche, mi sentii nuovamente un signore.

Quando la mattina mi svegliai, dopo un bagno che fugò gli ultimi residui della stanchezza, ripresi l'ispezione della villa. Mi feci accompagnare da una vecchia domestica del ministro che era stata lasciata lì, sola, a custodire la villa.

Girammo per gli scantinati, ma non trovai nulla di interessante. Ad un tratto fui attirato da una porta chiusa e chiesi dove portasse.

Vidi che la custode cercava di distrarmi facendomi osservare che si trattava di un ripostiglio senza importanza. La spalancai e mi trovai di fronte una breve scaletta formata da non più di sei gradini in pietra che scendeva sotto il pavimento, ma non portava a nessun posto: terminava con un alto muro a secco.

Mi armai di piccone e dopo molta fatica riuscii ad aprire una breccia. Alla luce di una torcia scoprii che al di là c'era una grande stanza.

La prima cosa che mi colpì, nella penombra, fu un grande prosciutto pendente davanti a me dal soffitto. Accesi la luce e vidi, come nelle fiabe, la stanza del tesoro. Dal soffitto pendevano una trentina di insaccati tra prosciutti capocollo e salami. Per terra, ben allineati, liquori e pregiati vini francesi di grande marca. Su un lungo tavolo, poggiato al muro, una pregiata collezione, di un centinaio di pezzi, di pipe cinesi in schiuma d'avorio finemente lavorato, assieme a vasellame antico e numerosa argenteria d'ogni foggia, antica e moderna.

In un angolo, un'urna di vile terracotta, era piena di fedi matrimoniali. Ne presi qualcuna e lessi i nomi all'interno: <<Maria 11.10.1931>>; <<Guido 2.5.1899>>; <<Giuseppe, for ever>>; <<Marco a Lidia 1928>>; <<Gelsomina 24.3.1920>>. Erano le fedi degli italiani date al Duce per la grandezza dell'Italia. <<Donate la fede alla Patria>>. <<Col vostro cerchietto d'oro l'Italia sconfiggerà i suoi nemici>>. <<Date oro alla Patria>>. Erano questi gli slogans fascisti più frequenti intorno al 1941. L'unica cosa di cui ero certo era che quel tale ex ministro non si chiamava nè Patria, nè Italia.

Tra i componenti del C.L.N. c'era un notaio molto religioso e di integrità indiscussa. Lo chiamai e lo misi al corrente di quanto avevo scoperto. Lo seguii nella sua lenta catalogazione di tutti gli oggetti soltanto per il tempo che rimasi lassù. Come premio della scoperta mi tenni il miglior prosciutto della collezione ed una bottiglia di cognac francese. Del rimanente tesoro non ne seppi più niente.

Una famiglia distrutta.

Ugone fu dimesso dall'ospedale dopo dieci giorni e gli fu raccomandato di non fare strapazzi per almeno altre due settimane. Ospitammo anche lui nella villa dell'alto gerarca. Mentre Alberto ed io ci trovavamo benissimo fra quelle cose di pregio, lui non sembrava gradire tanta opulenza. Volle andare a dormire nella stanza dei domestici ed un giorno lo scoprimmo mentre faceva i bisogni nel bidet del suo bagno. Era molto cambiato ed il suo buon umore aveva ceduto ad un'aria da vittima inappagata. Un giorno, mentre mangiavamo nel sontuoso salone al piano terra, ornato di tappezzerie damascate, lui ci disse:

- "Ditelo francamente: ce l'avete con me. Me ne sono accorto da un pezzo. Voi non avete creduto una parola di quanto vi ho detto sui marocchini e non avete il coraggio di dirmelo in faccia. Fate di tutto per farmi vergognare e mi trattate come una femminuccia. Prima ci avete provato con quel letto tutto pizzi e nastri, poi mi avete rimproverato di non curare abbastanza la pulizia personale, ed ora mi volete umiliare anche a tavola. Lo sapevate da prima, sono un pastore di porci e capre e non mi so comportare come fate voi, in punta di forchetta e coltello."-

Alberto, meno paziente di me, gli rispose:

- "Ma che stronzate dici? Se hai qualcosa da raccontare, che ci hai taciuto, dilla pure. Noi siamo qui ad ascoltarti. Ma non metterti stupidaggini in testa. Se ce l'avessimo avuta con te ti avremmo lasciato in ospedale e noi avremmo proseguito per Roma."-

- "Allora... se proprio lo volete sapere... statemi a sentire. Quei tre musi neri mi hanno fatto un culo così. Si. Tutti e tre. E se proprio volete sapere tutto, mi hanno anche fatto godere. E questo mi ha molto spaventato. Sono diventato un busone e voi ve ne siete accorti. Se continuate... "-

Ugone era sotto choc per un grave senso di colpa e molto debilitato dall'operazione; lo interruppi e gli dissi:

- "Senti, tu non sei diventato niente. Se qualcuno di quei marocchini ti ha fatto godere in un modo diverso da come eri sempre abituato, non ha influito minimamente sulla tua mascolinità. Devi sapere che oltre all'uccello ed ai testicoli tu hai anche degli organi sessuali femminili. La prostata è uno di questi: è un piccolo utero atrofizzato. Finché non viene sollecitata se ne stà buona e quieta e quasi non t'accorgi d'averla; se però, come nel tuo caso viene stimolata, risponde contraendo le vescicole seminali ed hai l'eiaculazione. Tutti noi siamo degli individui bisessuali. La questione della pederastia o dell'omosessualità riguarda problemi psicologici ben più complessi e certamente non riguardano il tuo caso."-

Ugone mi guardava come fa un bimbo quando la mamma gli spiega che i figli non nascono sotto i cavoli. La sua espressione attenta era molto più distesa e mi disse:

- "Allora se voglio potrò nuovamente scopare con una ragazza?" -

- "Ma certo, gli risposi, senza nessuna differenza da come lo facevi prima."-

Ben presto anche lui fu in grado di riprendere il cammino e a malincuore lasciammo quella villa di sogno. Il chirurgo che aveva operato Ugone ci aiutò a raggiungere Roma offrendoci un passaggio con la sua jeep.

Giungemmo senza incidenti. Ci recammo al Comando alleato e ci dirottarono al Distretto militare italiano, da qualche tempo nuovamente autorizzato a funzionare. Là ci interrogarono ancora e vollero sapere le nostre generalità ed il luogo di destinazione. Appena Alberto disse Cagliari, il maresciallo da dietro la scrivania si fece cupo in volto e disse:

- "Sapevate che la città di Cagliari è stata completamente distrutta dai bombardamenti degli americani?" -

Facemmo cenno di no. Non ne sapevamo nulla. Allora il maresciallo si alzò e con gravità ci disse:

- "Se volete posso mettermi in comunicazione con la prefettura di Cagliari per avere notizie aggiornate sulle vostre famiglie. Se tornate domani vi saprò dire dove potrete trovare i vostri genitori."-

Ugone, aveva deciso di partire la stessa mattina per raggiungere lo zio. Tuttavia preferì aspettare di conoscere anche lui la situazione dei nostri cari. Anche senza confessarcelo avevamo capito che quel ragazzone penava a staccarsi da noi.

Dormimmo in una camerata del Distretto e la mattina di buon ora andammo nuovamente nell'ufficio del maresciallo. Appena ci vide disse subito:

- "Mi spiace ragazzi, ma per voi non ho ancora nessuna notizia. Forse fra un'ora o due. Aspettate in quelle panche fuori nel corridoio" -

Ci sedemmo e l'attesa era diventata insostenibile. Il distretto a quell'ora era un porto di mare. La gente a frotte andava e veniva. Erano prevalentemente dei giovani con divise lacere e con volti stanchi ed emaciati. Una fiumana di sbandati, che saliva e scendeva, quelle larghe scale consumate, senza sosta. Nessuno di noi aveva il coraggio di parlare. Ad un certo punto mi alzai, ed entrai dal sottufficiale. Mi squadrò un attimo; poi mi chiese:

- "Lei si chiama?"-

- "Giulio Tirelli" -

- "E il suo amico di Cagliari?" -

- "Alberto Giunti"-

- "Senta signor Tirelli, purtroppo debbo darle una buona ed una brutta notizia. I suoi stanno tutti bene e sono già rientrati in città. Ho comunicato che lei li raggiungerà quanto prima. Purtroppo la brutta notizia riguarda il suo amico. Tutta la famiglia del signor Giunti è stata distrutta da uno dei primi bombardamenti a tappeto, quando e stata rasa al suolo la città il 28 febbraio del 43. Se vuol essere lei a dirglielo, gliene sarei davvero grato."-

Mi riavvicinai alla panca dove Alberto stava seduto e gli buttai le braccia al collo. Un groppo mi chiuse la gola impedendomi di pronunciare una sola parola. Lui mi allontanò e mi chiese:

- "Hai brutte notizie della tua famiglia?" -

- "No, risposi trattenendo a stento il pianto, purtroppo le brutte notizie riguardano te. Fatti coraggio Alberto. Questa schifosa guerra ha voluto anche delle vittime innocenti. Sciaguratamente tuo padre, tua madre e tuo fratellino sono rimasti vittime di un bombardamento."

- "Sono stati feriti gravemente?" -

- "No. Sono tutti morti il 28 febbraio del '43."-

- "Sono morti..." ripetè lui.

Alberto mi guardò con gli occhi stralunati, ma il suo sguardo mi oltrepassava perdendosi nell'infinito. Non gli scese una lacrima. Come un automa si allontanò da noi e scese le scale lentamente. Gli andammo dietro senza parlare. Conoscevo quel suo comportamento e rispettavo la sua sofferenza. Poi quasi si risvegliasse da un incubo si rivolse a Ugone e gli disse:

- "Ti dispiace se vengo con te a Bagnaia?" -

- "Sarei felicissimo, gli rispose, non so piuttosto se ti adatterai. Mio zio è una brava persona , ma non è istruito come voi."-

Lui lo guardò con un mezzo sorriso e gli rispose:

- "Mi adatterò... vedrai... mi adatterò." -

Poi rivolto a me mi abbracciò forte e disse sussurrandomelo ad un orecchio:

- "Io oramai non ho più nessuno laggiù. Ma quando tu arriverai, cerca la loro tomba... e porta loro un fiore da parte mia." -

Alzando il tono della voce proseguì:

- "Noi ora ce ne andiamo. Grazie della tua fraterna amicizia. Non so se e quando potremo rivederci. Io in Sardegna non ci tornerò più."-

Anche Ugone mi abbracciò. Si allontanarono oltre i portici dell'Esedra e ben presto furono ingoiati dalla folla che si dirigeva verso la stazione.

Avevo l'impressione che qualcosa di vivo si fosse distaccato dalla mia persona. Tuttavia sentivo ancora quei due vicino a me; come avviene dopo un'amputazione, quando la sensazione dell'arto 'fantasma' ti fa credere di esserne ancora in possesso.

Tornai indietro per sistemare al Distretto la posizione. Potevo raggiungere la Sardegna soltanto passando per Napoli.

Uno dei due incrociatori italiani, scampato all'affondamento de La Maddalena, traghettava gli sbandati sull'Isola, due volte la settimana.

Raggiunsi Napoli col treno e da lì mi imbarcai il giorno successivo per Cagliari.

La nave doppiò Capo Carbonara quando il sole si era appena levato dal mare calmo come una tavola. Quella costa, il 'golfo degli angeli', non era un semplice lembo di terra: era un'intera vita; una grande emozione; un parlare tra amici che si rivedono dopo molto tempo e si raccontano le loro cose; un abbraccio confidenziale con le braccia protese tra l'isola dei Cavoli e la 'sella del diavolo'; e tante, tante storie di ragazze e ragazzi dalla pelle bruciata dal sole.

Mentre la nave, imponente simbolo guerriero, entrava nel porto di Cagliari, mi si parò dinanzi una città sventrata e piena di solchi lunghissimi. Come se un grande aratro le fosse passato sopra distruggendo quelle case, giardini, strade e piazze a me note sin dall'infanzia e che avevo pensato come cose indistruttibili ed eterne. Ma non era così. Un vomere infame, senza curarsi del suo antico tracciato, le aveva impresso una nuova fisionomia apocalittica.

Il bastione di 'San Remy' diroccato; quello di 'Santa Croce' sberciato; solo le torri di 'San Pancrazio' e 'dell'Elefante' svettavano intatte. Forse erano rimaste lì, spettatrici impotenti, per testimoniare un massacro che aveva superato qualunque loro antica dimestichezza di cose e fatti di guerra.

Sbarcai, passando per la 'via Roma'. La città aveva ripreso, anche se in tono minore, la vita di sempre. Qualche bar aveva rimesso i tavolini sotto i portici divelti e puntellati; in qualche negozio era esposta della merce; le scuole avevano ripreso a funzionare. Molte macerie erano state rimosse, ma molti palazzi: quello del Comune, la stazione delle ferrovie, palazzo 'Vivanet' mostravano i loro interni pieni di macerie e pericolanti. In certi punti la furia del bombardamento a tappeto aveva aperto delle vere e proprie strade, lasciando la traccia indelebile della formazione di bombardieri che vi si era accanita, seminando la distruzione e la morte.

Quando arrivai a casa ed abbracciai mia madre, avevo già lasciato lontano, nel tempo e nello spazio, un'esperienza che avrei più tardi dimenticato e rimosso come un incubo.

Quei suoi fiori ben curati nella serra del loggiato pieno di sole, quel caro suo profumo di violetta, quelle sue lacrime di gioia, mi avevano fatto respirare finalmente quell'aria inconfondibile di casa , che così bene coincideva con la mia vera patria. Una patria con la 'p' minuscola; ma non per questo meno vera dell'altra. La sola che non mi avesse mai tradito, sin dal primo vagito nella culla.

* * *

Capitolo Ventiduesimo: Al di là dell'esistente.

Un amore senza fortuna

E' difficile che la nebbia, in una città di mare del nostro Paese, sia tanto fitta da impedire la vista a meno di dieci metri di distanza. Eppure quella mattina, a due giorni dal blitz della Dea, una coltre compatta gravava su tutto, rendendo originale, ma allo stesso tempo malinconica, la veduta dalla finestra dello studio.

Stavo lì, col naso appiccicato ai vetri, a riflettere su quanto era successo nei giorni precedenti, e avevo l'impressione di essermi calato in una nuova dimensione, priva di quei parametri di spazio/tempo, che rendono possibile il fluire della vita. Tutto era sparito in un magma di goccioline microscopiche che avevano fermato ogni cosa: il mare che non vedevo, la strada di cui intuivo l'esistenza solo per i rumori del traffico, le casalinghe delle palazzine al di là della strada, che immaginavo come sempre scuotere i tappeti dai loro balconi.

Mi ero svegliato di buon ora senza nessun particolare motivo di lavoro. La prima paziente sarebbe venuta alle undici. Era la situazione ideale per riordinare un poco le mie idee.

Ma non ne ebbi il tempo. Una chiamata al citofono mi annunciò la visita di Marisa. Era l'ultima persona che mi interessasse vedere. Il fatto che l'operazione fosse riuscita solo a metà mi aveva dato molto fastidio. La sola mia testimonianza non poteva bastare ad incriminare tre personaggi così potenti come Brett, Gothau e Varone.

D'altro canto non potevo espormi così ingenuamente ad una ritorsione. Poteva essermi fatale. Intanto questi tre signori con molta probabilità circolavano in città indisturbati passando per gente per bene.

Andai ad aprirle la porta e lei molto affettuosa, ma col broncio, mi buttò le braccia al collo com'era solita fare. Dopo aver esaurito le sue effusioni, si tolse il soprabito, posò la borsetta in anticamera, e senza dir niente si inoltrò in cucina. Avevo intuito le sue intenzioni, ma non ero più disposto a tollerare le sue scenate di gelosia, nei confronti della colf. Non la sentivo da più di due giorni, e certamente era irritata. Non aveva mandato giù il fatto che le avessi disdetto l'appuntamento, facendoglielo riferire da Tommasina. L'affrontai, mentre già si preparava a scombinare quanto la donna aveva riordinato il giorno prima, e le dissi:

- "Forse è meglio se ci sediamo sul divano. Desidero parlarti. Lascia perdere la cucina e vieni nel soggiorno." -

Lei mi seguì docile e in silenzio. In verità mi aspettavo si ribellasse per darmi l'occasione di affrontare il discorso. Così, non sapendo come cominciare, rimanemmo qualche secondo seduti a guardarci in viso senza parlare. Fu lei a rompere il silenzio e disse:

- "Beh? Non volevi parlarmi?" -

Mi ero cacciato in un tunnel senza uscita e finii col chiederle:

- "Cosa se n'è fatto del tuo Brett?" -

- "Stamani è ripartito per Zurigo. Sarà nuovamente di ritorno non prima di quindici giorni"-

- "Conti di rimanere con lui, oppure credi che questa storia di un rapporto a tre possa durare per molto?" -

- "A dire la verità sono io che dovrei chiederlo a te. Pensi di aver fatto molto per chiarire questa vicenda?"-

- "Se continuiamo con gli interrogativi non risolveremo niente. Se vuoi che sia io a rispondere, ebbene sappi: più di quanto ho fatto non mi sento di fare. Ti avevo proposto di sposarti e tu... "-

- "Mi avevi?... Cosa?..." -

Mi interruppe. Questa volta in tono deciso e per niente conciliante; dopo un attimo di attesa, proseguì:

- "Allora vuol dire che non vuoi più sposarmi? Bene! Se è così, dillo. Non c'è bisogno di tergiversare. Proprio ieri sera la proposta me l'ha rinnovata Brett. Franchezza per franchezza, sappi, mi disgustano le persone che vanno a letto con le proprie domestiche. Non mi sembra, oltre tutto, nemmeno corretto moralmente sfruttare una situazione di vantaggio, per ottenere favori ancillari. L'ho capito, sai. Da quando Tommasina ti circola per casa, tu hai perso la testa per lei."-

La guardavo esterrefatto. Il suo viso, solitamente dolce, aveva assunto una grinta di livore malcelato. Non l'avevo mai vista così aggressiva. Mi resi conto, ancora una volta, della sua vera personalità. La vera natura di una donna, come quella di un gatto, si manifesta soltanto quando gli si pesta la coda. Tuttavia fui felice. Era stata lei ad imboccare la strada giusta. Conoscendo il suo orgoglio, capivo che, per ottenere il risultato prefissato, potevo assecondare il suo sospetto senza tuttavia espormi troppo. Così le dissi:

- "Non nascondo la simpatia per Tommasina. E' una bella ragazza e potrebbe anche piacermi; tuttavia i tuoi sospetti sono totalmente infondati. Se tu la pensi così, vuol dire che di me non hai capito niente. Tu desideri soltanto... "-

- "Io desidero..." -

Disse lei furente, con gli occhi rossi dalla rabbia, interrompendomi ancora:

- " Desidero solo sposare Brett. Tu sei assolutamente libero di fare quello che più ti piace. Detto questo, mi pare non ci sia più nulla da chiarire."-

Si alzò dal divano di scatto, si rimise il soprabito, prese la borsetta dall'anticamera e si diresse verso l'uscita. Cercai di trattenerla prendendole una mano, ma senza insistere molto. Lei si divincolò con uno strattone ed uscì sbattendo la porta.

Qualche minuto dopo, Tommasina veniva a prendere servizio. Aveva sicuramente trovato Marisa, o sulla porta dell'ascensore, o nell'androne. Il suo viso era raggiante.

Nel giro di pochi minuti, si era concluso un capitolo, che oramai da qualche giorno si trascinava in modo penoso. A livello inconscio, le due donne avevano ingaggiato una battaglia cruenta e questa si era conclusa con la vittoria di Tommasina. Senza nulla chiedermi, e senza nulla ricevere da me, se non la paga pattuita, si accontentava di ronzarmi intorno, felice di poter sfarfallare incontrollata per casa a suo piacimento.

Una documentazione importante.

Verso le quattro del pomeriggio, ricevetti una telefonata dal Commissario Mauri. Mi chiedeva se potevo andare a trovarlo. Si erano riuniti in Questura quanti avevano partecipato all'operazione, ed era necessaria anche la mia presenza.

La stampa e la televisione, in questi due giorni, avevano pubblicato la notizia dell'arresto dei trafficanti, senza però entrare nel merito della faccenda. Questo mi faceva capire che l'operazione era ancora in corso e nessuno aveva interesse a divulgarne i particolari. Soltanto il comandante della Dea e Mauri conoscevano la mia vera identità, mentre agli agenti americani era stato detto che ero un collaboratore della polizia.

Andai in questura e fui accolto dal Commissario. Era soddisfatto ed ossequioso, ma con sussiego e senza molto entusiasmo. Si vedeva che covava un certo risentimento nei miei confronti, per averlo battuto proprio sul suo terreno di gioco.

- "Venga, mi disse, lei sarà oggi l'ospite d'onore in incognito" -

Mi pregò di salire su una scaletta a chiocciola in una cabina di proiezione prospiciente una saletta. Attraverso lo spioncino, scorsi una quarantina di persone sedute di fronte ad uno schermo.

Si trattava di una riunione ad alto livello. Oltre alla squadra della Dea al completo, c'erano anche le eccellenze Luigi Donadoni, il Prefetto ed il Questore.

Fu Luigi a prendere per primo la parola. Si aggiustò i risvolti della giacca, com'era solito fare con la toga, e disse:

- "Eccellenza, signori. Ci siamo riuniti innanzitutto per ringraziare la squadra della Dea, che lascerà il nostro paese per tornare negli Stati Uniti, e per fare il punto sul recente tentativo della delinquenza internazionale e locale di usare il nostro Paese per far passare un notevole quantitativo di droga e di armi. La nostra città costituisce un nodo nevralgico importantissimo per i trafficanti, ed il suo porto ne è purtroppo la porta d'ingresso. La magnifica operazione, ora conclusa dalla Dea, ci ha mostrato di cosa è capace e di quali mezzi dispone un'organizzazione criminale dedita a questa attività."

"Abbiamo scoperto una sofisticatissima città sotterranea, proprio sotto le banchine del porto, ed abbiamo arrestato una trentina di trafficanti, in parte già schedati nelle nostre questure, ed in parte pregiudicati stranieri. Abbiamo messo sotto sequestro una nave brasiliana, ed arrestato il suo equipaggio. Ma i personaggi più importanti sono riusciti a divincolarsi ed a fuggire. Di loro conosciamo nomi e cognomi e di qualcuno, incriminato di recente e poi assolto, abbiamo tutti i dati segnaletici. Ma alla giustizia italiana tutto ciò non basta per incriminarli. Una volta persa l'opportunità di coglierli con le mani nel sacco, rimane la sola via delle testimonianze."

"Premetto che chiunque vorrà testimoniare sarà protetto ed il suo nome tenuto segreto per motivi di sicurezza. Noi vi chiediamo ora di osservare attentamente le immagini del filmato. Quasi certamente tra voi ci sarà qualcuno che potrebbe inchiodare queste persone alle loro responsabilità; sempre che possano essere identificate come le stesse che hanno organizzato e diretto l'operazione criminale. Ora noi vi mostreremo il filmato, realizzato a raggi infrarossi da una postazione mascherata, situata ad una ventina di metri dalla nave Pedro. Vorrei che, dopo averlo guardato attentamente, riferiste direttamente a noi sulle cose viste, ciascuno individualmente. Per orientarvi meglio la telecamera vi mostrerà anche l'ora della ripresa."-

Sua eccellenza diede ordine all'operatore di iniziare, e sullo schermo cominciarono ad apparire le immagini della Pedro.

L'ora segnava le quindici e trenta.

Diversi operai sotto bordo scaricano la nave, sotto la vigilanza attenta di un poliziotto che, armato di mitra, va avanti e indietro, passando spesso sul coperchio di ferro del tombino.

Alle sedici gli operai smettono di lavorare e la guardia si ritira nel suo alloggiamento.

Ed ecco la sequenza degli avvenimenti principali:

- Sedici e dieci: si vede la mia immagine, di spalle, avanzare verso la nave e girellare sul molo finché uno scaricatore non mi abborda e mi porta dentro al cunicolo.

- Sedici e quindici: una ripresa col teleobbiettivo mostra il tentativo fallito dalla Dea di espugnare l'ex rifugio attraverso l'apertura fatta dai falsi operai dei telefoni.

- Sedici e trenta: dalla nave un gruppo di marinai cala una manichetta bianca che viene fissata agli idranti del tombino. Un poliziotto si avvicina e parla per qualche minuto con loro; poi si allontana verso il corpo di guardia. Dal bordo della nave viene fatto scorrere lungo la manichetta un cavo d'acciaio e viene fissato all'imboccatura del cunicolo.

- Sedici e quaranta: dall'apertura del tombino una zoomata evidenzia la parte superiore della mia nuca e delle mie mani che operano per guidare le casse lungo la teleferica.

La scena si ripete per qualche minuto e Sua Eccellenza dà ordine all'operatore di saltare e andare avanti.

- Diciassette e dieci: dopo aver guidato una cassa, esco dal tombino e, sempre ripreso di spalle, dopo aver parlato col marinaio addetto alla teleferica, mi allontano verso l'uscita del recinto del porto.

- Diciassette e dodici: un marinaio scende dalla nave e prende il mio posto per alimentare le casse.

- Diciassette e venticinque: un marinaio esce dal cunicolo; lo zoom lo ingrandisce; non mi posso sbagliare è Brett; indossa un'incerata nord-ovest con il cappuccio; salta sulla banchina e sale sulla nave.

- Diciassette e trenta: quattro marinai della Pedro scendono frettolosamente dalla scaletta e smontano teleferica e manichetta, alando tutto entrobordo.

- Diciassette e trentacinque: altri due marinai escono dal cunicolo, vestendo le stesse incerate, e si dirigono verso l'uscita del porto; li riconosco, sono Varone e Gothau.

- Diciassette e trentanove: Brett in abiti borghesi scende dalla nave; passando dal corpo di guardia saluta un poliziotto e si allontana oltre la cinta del porto.

- Diciassette e quarantadue: una squadra di dieci uomini della Dea fa irruzione di corsa nel recinto del porto e, giunto sotto bordo della Pedro, dispone i suoi uomini intorno al tombino chiuso, con le armi puntate.

- Diciotto e dieci: il tombino si riapre e usciamo per chiamare le ambulanze.

- Diciotto e venti: i trenta trafficanti vengono trasportati in barella nelle autoambulanze.

A questo punto tornò la luce in sala ed un brusio di soddisfazione pervase i convenuti. Molti di loro erano così riusciti a collegare le varie fasi della vicenda. Tuttavia soltanto io potevo dare la spiegazione completa di quanto era accaduto in quelle ore. Conoscevo i personaggi più importanti per averli visti e uditi operare da vicino. Il Comandante degli agenti della Dea si alzò e tutti fecero silenzio. Si volse verso le autorità e disse:

- "Eccellenze, signori. E' stato veramente un onore poter collaborare con voi a risolvere questo intricato caso. Gli elogi di tutta la stampa e delle televisioni, tessuti in questi due giorni nei nostri confronti, sono meritati solo in parte. C'è una persona, un vostro concittadino, che per questa causa ha messo a repentaglio la sua vita e da solo meriterebbe l'onore degli allori. Io non so se lui vorrà farsi avanti per ricevere quest'encomio. Se non lo farà avrà le sue buone ragioni ed io le rispetterò. Tuttavia mi sia consentito di invitarvi a rivolgergliela lo stesso un'ovazione. Gli giungerà ugualmente gradita anche se non potrà mostrarsi a noi sul podio del vincitore."-

A quel punto la sala proruppe in un prolungato applauso. Nonostante l'abitudine al controllo della emotività, mi sentii fremere dentro. Dallo sgabuzzino dove mi trovavo da solo vedevo quella gente in sala spellarsi le mani per rendermi omaggio. Avrei tanto voluto mostrarmi ai convenuti; ma non per vanità personale. L'avrei fatto solo per dire che c'erano altre persone che avevano veramente rischiato la vita e che sopratutto continuavano a rischiarla in silenzio da molti anni senza udire nemmeno quell'applauso, così calorosamente tributato a me in incognito. Per distendermi, mi misi ad applaudire freneticamente anch'io. Era l'unico modo per scaricare la tensione e per trasferire quell'ovazione a chi veramente la meritava.

Il vantaggio di avere la chiave della situazione mi obbligava a restituirla a chi aveva lavorato lungamente per cogliere questo risultato. Decisi quindi di non svelare per ora a nessuno di aver riconosciuto in quei tre marinai i capi dei trafficanti.

Il piccolo Gothau

Quella notte dormii tutto d'un fiato. Mi sembrava di essere tornato un ragazzo pieno di vigore e d'iniziativa.

Diedi un buffetto anche alla Tommasina quando venne la mattina per rigovernare la casa. In un solo giorno avevo raggiunto due veri risultati soddisfacenti. Ero riuscito a staccarmi da Marisa e avevo ricevuto il riconoscimento del mio intervento. Ora dovevo rintracciare ad ogni costo Gothau. In fin dei conti lui non sospettava di me e mi avrebbe potuto dare notizie su come rintracciare Alberto. Per rendermi ancora utile dovevo sapere da lui se una testimonianza poteva danneggiarmi e quali ne sarebbero state le eventuali conseguenze.

Presi la macchina e andai in via dell'Indipendenza ndeg. 34. Suonai al campanello della C.M.P. e mi venne ad aprire un ragazzo sui tredici anni. Somigliava moltissimo a Gothau senza la barbetta. Gli chiesi se fosse suo figlio e lui, con un mezzo inchino, rispose affermativamente.

Mi riferì che da due giorni la polizia non faceva altro che rovistare in quell'ufficio e nella sua abitazione. Cercai di sapere se avesse le chiavi.

Purtroppo le guardie avevano posto i sigilli a tutto e sua madre, che da due giorni non aveva notizie di suo padre, era disperata. Gli chiesi di poter parlare con lei e mi accompagnò all'ultimo piano del caseggiato dell'interno 12, nella stessa scala dove era situato l'ufficio.

Venne ad aprirci una donna sulla quarantina, con gli occhi a mandorla e i lunghi capelli pettinati all'orientale. Molto gentilmente mi fece entrare e chiese se ero della polizia. No, non ero della polizia; ero solo un amico di suo marito e venivo per sapere notizie di lui. La donna era distrutta; da qualche giorno non aveva più pace. Non sapeva più nulla di lui e la polizia le aveva messo a soqquadro la casa.

Intanto dal divano dov'ero seduto, notai, appeso all'attaccapanni, un giaccone giallo di pelle di camoscio. Il bavero ed i paramaniche erano in visone ed i bottoni, grandi, in legno naturale. Non tardai a riconoscere il giubbotto di Alberto. Lo portava quando mi venne a trovare appena giunse in città. Era molto caratteristico e inconfondibile. Allora, ricordo, gli chiesi la ragione di quella stravaganza nel vestire. Nulla di eccezionale, era stato un regalo di Angel. La donna dopo avermi raccontato le sue apprensioni per la sorte del marito mi chiese in cosa poteva essermi utile e continuò:

- "Veda anche un altro suo amico è venuto a chiedermi sue notizie. Ma anche a lui non ho saputo dire nulla."-

Mi alzai e le chiesi scusa per il disturbo. Quando passai vicino all'attaccapanni dell'anticamera indicai il giubbotto e le dissi:

- "Veramente bello questo giaccone è per caso di suo marito? Non gliel'ho mai visto indosso" -

- "No,rispose, è di quell'amico di cui le parlavo poc'anzi. L'ha lasciato qui ed è sceso un attimo per strada. Guardando dalla finestra, si era accorto di aver lasciato la sua macchina in divieto di sosta. A momenti sarà qui di nuovo." -

Infatti, mentre uscivo, lui rientrava. Prima che potessi parlare, mi porse la mano e si presentò con un nome che non afferrai. Compresi. Non voleva che la donna capisse che ci conoscevamo. Abbozzai. Risposi al suo saluto, presentandomi a mia volta, e lui si richiuse la porta lasciandomi solo sul pianerottolo. Attesi qualche minuto, poi mi decisi a prendere l'ascensore e raggiunsi la macchina. Guardai da una parte e dall'altra della strada , ma non riuscii a vedere nessun cartello di divieto di sosta. Mi sedetti al volante e vidi sul parabrezza un foglietto. Sulle prime pensai ad una contravvenzione, ma poi mi accorsi trattarsi di un messaggio con su scritto: << Prendi il pulman 34VL questa sera alle 16,30>>

Avevo capito che Alberto dalla finestra mi aveva visto arrivare e mentre parlavo col piccolo Gothau era sceso per lasciarmi il messaggio.

Un nuovo impegno.

Salii sul pulman che partì puntualissimo. Dopo circa una mezz'oretta arrivai al capolinea. Volsi lo sguardo intorno, ma di Alberto nemmeno la traccia. Mi misi a passeggiare nella piazza, poi mi sedetti al bar per prendere un caffè. Dopo qualche minuto una vecchietta, a me ormai nota, si sedette al tavolino di fronte e chiese un'aranciata.

Aspettavo mi facesse un qualunque cenno d'intesa, ma il mio amico si sorbì l'aranciata ed uscì. Gli andai dietro, a debita distanza, e lo vidi, col suo passo sciancato, dirigersi in periferia. Entrò in un palazzetto di case popolari e prese l'ascensore. Attesi nell'androne. Si era fermato al terzo piano. Salii in fretta le scale e trovai una delle tre porte del pianerottolo socchiusa. Entrai, e finalmente trovai il mio amico. Mi abbracciò con effusione e disse di non avermi perso di vista un istante. In quella stanzetta potevamo parlare quanto e come volevamo. Gli elogi per quanto avevo fatto si sprecarono e soggiunse:

- "Quando Angel mi comunicò che tu gli avevi dato l'O.K. per le quattro e mezza, pensavo che oramai ti saresti ritirato per pensare solo alla tua professione di strizzacervelli. Poi ci fu la sorpresa quando il comandante della Dea mi comunicò che senza la tua spontanea collaborazione loro non avrebbero potuto fare proprio niente."-

Mi dava sinceramente fastidio che Alberto sprecasse il suo tempo:

- "Lascia perdere queste cose. Dimmi piuttosto cosa devo fare ora. Devo semplicemente testimoniare di aver visto quei tre e magari andare in tribunale o hai un'idea migliore?"

- "Un'idea l'avrei, mi rispose, ma non ho il coraggio di manifestarla. Sento il rimorso di averti coinvolto già fin troppo e di averti fatto rischiare abbastanza. Vorrei chiederti di non occuparti più di questa storia."-

- "Beh vedi, questa faccenda mi ricorda molto la storia di Ugone e dei marocchini. La ricordi no? Anche per me,' mutatis mutandis', è capitata la stessa cosa: la prima volta mi ha terribilmente infastidito, poi ho cominciato a non lamentarmi più ed infine ci ho provato gusto. Ora sarebbe difficile dissuadermi."-

Alberto aveva l'aria soddisfatta come se si aspettasse questo discorso. La cosa un poco mi infastidì. Così continuai:

- " Tu lo sapevi benissimo che avrei finito con lo stare al tuo gioco. Per rimanere nella metafora: hai usato la vasellina e te ne do atto. Perciò fuori il rospo. Qual è questa tua idea."-

- "Per incastrare quei tre, mi disse, senza esporti troppo alle loro eventuali rappresaglie c'è un solo modo: darti per morto. Loro certamente sospettano un tuo tradimento, ma se, fra una decina di giorni, noi facciamo emettere un comunicato stampa in cui si parla del ritrovamento nelle acque del porto di un cadavere crivellato di proiettili, rimasto in mare diversi giorni, coi tuoi documenti indosso, loro si convinceranno che tu sei stato fatto fuori dalla polizia mentre tentavi di fuggire."

Ero semplicemente esterrefatto. Questa proprio non me l'aspettavo e gli risposi un pò bruscamente:

- "Perché non mi dici che dovrò anche emigrare, farmi cambiare i connotati e rifarmi una nuova vita sotto falso nome? Visto che per te tutto è semplice. Questo sarebbe l'unico modo per non subire le loro ritorsioni."-

- "No, rispose lui serio, non c'è bisogno tu faccia dell'ironia. Sarai invece tu stesso, dopo l'annuncio ufficiale della tua morte... "-

Si interruppe e sorrise quando mi vide che manipolavo scaramanticamente qualcosa dentro le tasche dei pantaloni, poi riprese:

- "Sarai tu a presentarti a loro e dire di essere l'autore della messa in scena. Dirai che hai trasferito i tuoi documenti sul cadavere di uno scaricatore, ucciso da un agente mentre stavi dentro al tombino, perchè ormai avevi la polizia alle calcagne."

"Chiederai il loro aiuto e saranno costretti a fugare ogni dubbio sul tuo conto. I loro uomini, che ti hanno visto in operazione, sono tutti in carcere e i nomi sono 'top secret'."

"I nostri tre personaggi, sono fuggiti prima di averti visto operare con gli agenti federali. Non sanno, nè che tu eri con gli agenti della Dea, nè se, tra i loro uomini, ci sia stato qualche morto. La tua finta morte durerà solo qualche giorno: il tempo necessario per tentare di assicurare i tre alla giustizia. In seguito, tu potrai fare la smentita con un comunicato stampa e dirai di essere stato in ferie all'estero. I documenti ti sono stati sottratti, a tua insaputa, da ignoti."

" Siccome ora a noi interessa sopratutto neutralizzare Brett, tu gli racconterai che, quando ci fu l'assalto degli agenti, hai visto chiaramente dalla nave buttare fuori bordo tutte le casse già imbarcate. Noi faremo in modo di fargli trovare sul fondo una ventina delle sue casse. Sarai sempre tu ad offrirti di recuperarle. Siccome lui ora si trova a non avere più nè armi e nè droga, nè potrà contare sulla squadra del C.M.P., sarà costretto, anche a malincuore, a fidarsi di te e a tentare di recuperare le armi per far fronte, almeno in parte, agli impegni presi con gli arabi. Lo prenderemo con le mani nel sacco. E tu da questa operazione ti manterrai completamente fuori. Questa volta non ci sfuggirà. Nessuno potrà pensare ad un tradimento ed il fallimento dell'impresa sarà considerato del tutto casuale."-

Quanto diceva non era certamente il frutto di una fantasia estemporanea. Il piano doveva essere stato concertato altrove. Era troppo circostanziato e preciso per essere improvvisato. Come sempre, aveva disposto di me dando per scontato il mio assenso. Tuttavia la sua sicurezza nell'esporlo infondeva fiducia. Fece una breve pausa poi riprese.

- "Siccome sei una persona intelligente, non posso nasconderti che il piano non è coperto da una garanzia totale di riuscita. Ci sono alcune probabilità di insuccesso. Naturalmente molto dipenderà da come saprai essere convincente. Finora sei stato veramente in gamba ed ho fiducia nel tuo buon risultato. Ne ho avuto la convinzione quando sei riuscito a depistare i cronisti della stampa e della televisione. E' gente molto furba quella, e di solito non si lasciano ingannare tanto facilmente."

" Per il cadavere e la messa in scena penseremo noi a tutto. Tu dovrai occuparti solo di fare bene la commedia. Ti metterò a disposizione, quando sarà il momento, una squadretta fidata di sommozzatori, alla quale potrai rivolgerti per il recupero delle armi, ed una vecchia bettolina per trasportarle sulla Santo Domingo, che stà aspettando la Pedro in acque internazionali, poco lontano da Capo Corso. Faremo in modo che sul molo ci sia una sorveglianza ridotta e che Brett si illuda di riuscire ad effettuare il trasporto senza molti rischi. Tu organizzerai ogni cosa; ma farai in modo, con una scusa plausibile, di non essere presente al recupero. Le casse saranno caricate dalla squadra di sommozzatori. Essi dovranno operare alla presenza di Brett per tenerlo vincolato alla zona d'operazioni. La bettolina rimarrà alla fonda ad un centinaio di metri dalla Pedro."

"Mentre verrà effettuato il carico, costituito prevalentemente da casse piene di sassi, qualcuno farà esplodere, nella stiva della bettolina, una bomba carta, con molto rumore, ma pochissimi danni. Dopo qualche minuto, la zona sarà circondata dalla nostra polizia, ed il signor Brett verrà preso con le mani nel sacco. L'indomani la stampa e la televisione parleranno di un fortunato caso. Diranno che l'operazione è stata possibile solo per un'accidentale esplosione, che ha richiamato l'attenzione delle forze dell'ordine."-

A parte l'inconveniente causato dalla mia scomparsa nei confronti della professione, e l'effetto sui miei amici, costretti a manifestare il loro cordoglio con fiori e corone, non vidi altri impedimenti seri che potessero ostacolare il progetto di Alberto.

Considerata la mia motivazione al buon esito della cosa, decisi di aderirvi di buon grado. Ero preso da una strana febbre d'avventura che cozzava terribilmente con la mia abitudine al quieto vivere che, fino ad allora, aveva contraddistinto la mia maturità. Era come se, l'aver ritrovato l'amico d'un tempo, avesse risvegliato in me un poco di quella giovinezza vissuta insieme.

Alberto mi consigliò di non rientrare a casa e mi diede l'indirizzo di un suo conoscente: avrebbe provveduto a truccarmi convenientemente prima di rimettermi in circolazione, dopo l'annuncio della dipartita.

Fece una lunga telefonata e dopo mi lasciò. Abbracciandomi notai che era addirittura riuscito a mettersi addosso quel caratteristico odore sgradevole, che di solito i vecchi non riescono a mascherare nemmeno inondandosi di profumo.

Il necrologio.

Lasciai docilmente che su di me facessero tutto quello che era necessario per diventare irriconoscibile; e quando mi guardai allo specchio non potei fare a meno di plaudire alla loro bravura. Ero diventato un distinto vecchietto sui settant'anni con tanto di barbetta e di baffi brizzolati. Somigliavo, vagamente a Gabriele D'Annunzio nel suo primo periodo del Vittoriale.

L'alloggio non era dei migliori per comodità, ma lo era certamente per la sicurezza. Trascorsi i giorni seguenti girellando per la città, mettendo alla prova il travestimento e le mie capacità di attore. Quest'ultima cosa fu per me veramente strabiliante. Non avrei mai pensato di essere capace di sostenere ruoli diversi da quelli assunti professionalmente.

Non avevo mai fatto del teatro e non mi era mai piaciuto mascherarmi. Non mi riconobbe nemmeno il vecchio portiere di casa . Quando mi presentai chiedendo di me, rispose di non avere visto il professore da oltre una settimana.

Andavo a dormire presto dopo aver visto qualche film giallo alla televisione. Da qualche giorno era questo l'unico passatempo possibile. Nonostante la trama fosse buona e avvincente, vi assistevo con sufficienza confrontandomi in continuazione con l'eroe della vicenda. Come quando, da ragazzino, dopo aver visto Tomix, ripetevo le sue imprese nei miei giochi.

Al decimo giorno, nell'edizione della sera del telegiornale locale l'annunciatrice comunicò: <<Poche ore fa il corpo del prof. Giulio Tirelli, in avanzato stato di decomposizione, è stato ripescato nelle acque del porto della città. Si ignorano le cause della morte del noto professionista che potranno essere accertate soltanto dopo l'autopsia.>>

La mattina appena sveglio, corsi in edicola a comprare i giornali. Nella cronaca locale c'era il resoconto del ritrovamento e, tra i numerosi necrologi, c'era anche quello di Luigi. Fortunatamente, non avevo parenti stretti nè in città nè in Sardegna.

Certo. Avere il privilegio di leggere il proprio necrologio non è da tutti. Una vera e propria sindrome necrofila, spinge molti a comprare il giornale cittadino, esclusivamente per aver il gusto di scorrere quelle righe listate a lutto, ed aver la soddisfazione di scorgervi nomi di persone e conoscenti, morte prima di lui. Chissà come reagì Luigi quando apprese la notizia alla televisione. Lessi attentamente il testo: << Luigi Donadoni commosso per l'immatura scomparsa, ricorda il suo vecchio amico Prof. GIULIO TIRELLI, stimato professionista e coraggioso combattente della guerra partigiana. >>

Per la prima volta veniva citata pubblicamente la mia partecipazione alla Resistenza. Ricordai che una volta, quando dovetti concorrere ad un posto per il primariato ospedaliero, chiesi a Luigi una sua dichiarazione, per ottenere un attestato di partigiano combattente. Avrei avuto il vantaggio di essere incluso in una lista speciale, con maggiore possibilità di riuscire. Si trattava di convalidare, con una sua testimonianza giurata, quanto avevamo fatto durante quell'anno trascorso alla macchia. Non ci fu verso di convincerlo. Non aveva nessun interesse a far sapere agli altri di avere fatto il partigiano e quindi, anche se la cosa gli dispiaceva moltissimo, non poteva testimoniare in mio favore.

Avevo avuto anch'io il torto di disinteressarmi di ufficializzare la cosa. Mi sembrava di ripetere qualcosa che avevo stigmatizzato e criticato in passato, quando citavo ironicamente le benemerenze per merito della <<Sciarpa Littorio>> o della <<Marcia su Roma>>. La democrazia avrebbe definitivamente accantonato questo genere di riconoscimenti, pensavo. Poi al contrario dovetti ricredermi e constatare che questo tipo di consenso era sempre rimasto in auge; e purtroppo a favorirne erano stati sempre gli stessi: quelli più immeritevoli. In Sardegna, tra le prime regioni ad essere 'liberata' senza nessuna resistenza, i partigiani combattenti risultarono a migliaia e, fra questi, molti avevano trascorso tutto il periodo della guerra a casa propria.

L'indomani ci sarebbe stato il funerale. Sarebbe stata una cosa interessante e piacevole poter andare dietro al proprio feretro. Mi balenò il desiderio sfrenato di poter assistere alla cerimonia, e vedere i visi contriti degli amici farsi vicendevolmente le condoglianze, parlando anche bene di me. Alberto non avrebbe apprezzato questa idea , ma decisi che l'indomani sarei andato alla messa funebre. Era un'occasione che non si sarebbe ripetuta mai più: almeno da vivo.

Il funerale.

Quando giunsi nella chiesa addobbata a lutto, il feretro era stato già collocato di fronte all'altare e, nella grande navata centrale sorretta da quel poderoso colonnato gotico, i posti erano quasi tutti occupati. Feci un giretto intorno ai banchi e giunsi di fronte alla bara, dove, in una targhetta di ottone, c'era scritto il mio nome.

Strano effetto vedersi morto da vivo.

Nelle prime file scorsi gli amici più cari e molti miei pazienti. La signora Luisetti piangeva e accanto a lei piangeva anche la Tommasina.

Com'era bello sentirsi amati e compianti da tutta quella gente. Peccato che il genere umano aspetti sempre le occasioni irrecuperabili per manifestare il suo affetto. Sarebbe stata una cosa meravigliosa interrompere quei rimpianti e dire: << Non vi crucciate. Sono qui. Vicino a voi; vivo e vegeto come voi.>> Ma quasi certamente, se l'avessi fatto, quella folla così addolorata, si sarebbe rivoltata contro di me con odio, per avere violato il segreto della loro ipocrisia, della doppiezza e della falsità. Forse soltanto Tommasina avrebbe reagito naturalmente.

Avevo imparato l'andare un poco sciancato dei vecchi ed il trucco era perfetto. Per un attimo, smarrito in quei pensieri, i miei occhi si incrociarono con quelli della colf e notai che il suo viso lentamente si sbiancava, assumendo un atteggiamento smarrito. Per un attimo temetti di essere stato scoperto. Tirai via e andai a piazzarmi, dietro a tutti, vicino al gran portale d'ingresso.

Ad un certo momento, vidi entrare Marisa. Aveva un tailleur grigio e mi passò accanto senza voltarsi. Dietro a lei, subito dopo, entrò anche Brett. L'uomo arrivò vicino alla bara, lesse la targhetta, e tornò indietro lasciando la donna seduta nei primi banchi, accanto a Tommasina che le fece un poco di posto. Lui tornò indietro e si mise di spalle all'acquasantiera, accanto a me.

Forse poteva essere quella l'occasione tanto sperata. Se avessi contattato lì Brett, avrei potuto condurre a caldo e meglio la parte. Perciò ne approfittai e gli chiesi:

- "Lei conosceva il professore?"-

- "Si, ho avuto il piacere di conoscerlo. Veramente una persona di raro ingegno."-

Reputai giunto il momento del colpo di scena e, quando il sacerdote cominciò e tessere i miei elogi nell'omelia, gli dissi:

- "Mi scusi, ma lei non è il signor Joseph Brett?" -

- "Certo. Ma io con chi ho l'onore... "-

- "Sono il defunto professor Giulio Tirelli. Per carità... Stia calmo. Non sono un matto... Abbia la bontà di venire un attimo fuori con me. Le spiegherò ogni cosa."-

Brett sulle prime aveva fatto un piccolo rapido passo indietro, poi guardandomi attentamente, e sopratutto dalla voce, si convinse di quanto dicevo e uscì con me. Gli ripetei quanto mi aveva suggerito Alberto e lui si dimostrò immediatamente interessato al recupero delle armi. Si congratulò per il mio stratagemma e mi chiese se avessi avuto notizia di come si erano svolti i fatti quella sera e se sapessi qualcosa di Gothau e di Varone.

- "Quando lasciai la banchina, gli dissi, mi capitò soltanto di vedere per terra uno scaricatore morto e mi venne l'idea di mettergli indosso i miei documenti. Ero braccato dalla polizia e non avevo scampo."-

Lui mi guardava e assentiva col capo. Gli dissi ancora:

- "Il mio scopo era di incontrare nuovamente o lei o Gothau o Varone per avere un aiuto valido per espatriare. Ero quasi certo che qualcuno sarebbe venuto al funerale. La fortuna mi ha assistito."-

- "Si, va bene. Ma ora non possiamo continuare a parlare qui. Vieni con me. E' stata un'imprudenza anche da parte mia. Non so nemmeno se la polizia sia sulle mie tracce."-

Mi portò con la sua macchina nella zona dei cantieri e salimmo in un ufficio sguarnito con poche sedie e una scrivania sgangherata. Entrò subito in argomento. Mi avrebbe aiutato ad una sola condizione: avrei dovuto collaborare al recupero delle armi. Gli chiesi se avesse da proporre un suo piano, ma lui mi rispose che francamente non si trovava in condizione di poter fare molto. E soggiunse:

- "Vedi caro professore in questo momento ho una sola possibilità: darti tutti i soldi necessari per organizzare il recupero. Oramai non posso più contare sulla Compagnia e devi reclutare tu la gente fidata. Naturalmente non dovrai dire a nessuno per conto di chi stai lavorando nè cosa contengono quelle casse. Dati da fare subito; senza perdere tempo. Immagino tu abbia bisogno di contante. Un assegno non potresti cambiarlo. I tuoi nuovi documenti li farò preparare quando avrai portato a termine tutto il lavoro."-

Gli parlai di noleggiare una bettolina per il trasporto delle armi in alto mare e lui fu completamente d'accordo. Poi fingendo di riflettere gli dissi ancora:

- "Posso organizzare ogni cosa qua in città , ma non potrei imbarcarmi sulla bettolina per incrociare l'altra nave in acque internazionali. Una volta caricate le armi dovrà essere una persona di sua fiducia a trasbordarle; per quelli del cargo sono uno sconosciuto e potrebbero non fidarsi: la mancanza dei documenti potrebbe insospettire qualche guardia se mi ferma per accertare la mia identità."-

- "Va bene, tu pensa al recupero; al trasbordo penserò io. Andrò io stesso con la bettolina. Dovrò farlo comunque per ritirare la lettera di credito. Tu bada che non ci siano sorprese e che tutto il personale sia fidato. Ricordati, la tua nuova identità è legata alla buona riuscita dell'operazione."-

Si avvicinò ad un muro privo d'intonaco. Scostò un quadro. Aperse una cassaforte; e ne trasse fuori cinque mazzette da dieci milioni ciascuna, che mi buttò davanti sulla scrivania.

- "Prendili e fanne buon uso. Attento a non fare scherzi, mi disse ancora, ti pescherei anche in capo al mondo per fartela pagare. Ed ora vai e fai le cose per bene."-

Mentre uscivo mi porse un biglietto sul quale aveva scritto un numero di telefono. Disse che, se avevo bisogno di lui, potevo chiamarlo la mattina dalle nove alle nove e mezza.

* * *

Capitolo Ventitreesimo: Il ritorno alla vita.

Una visita di Alberto.

Alle dieci di sera, mentre il telegiornale ripeteva per l'ennesima volta l'intervista concessa dal Questore sulla vicenda del mio ritrovamento nelle acque del porto, qualcuno bussò alla porta. Era Alberto: questa volta nelle sue sembianze normali. Veniva a farmi visita. In considerazione delle tante precauzioni prese da lui in diverse circostanze, la cosa mi parve tanto strana quanto insolita e gliene chiesi la ragione:

- "E' molto semplice, mi rispose. Questo tuo rifugio è un posto sicuro e mi permette di non ricorrere a nessun travestimento. Qui possiamo parlare liberamente e senza temere sgradite sorprese. Ma parliamo di cose serie. Mi interessa sapere se hai contattato il nostro uomo e quali sono stati gli sviluppi successivi."-

Gli riferii del colloquio con Brett e gli feci capire di essere in pieno possesso della sua fiducia.

- "Sei veramente uno schianto, mi disse entusiasta, ciò faciliterà molto il nostro affare. Ho rintracciato Gothau e l'ho messo al corrente del tuo piano per recuperare le armi. Mi è sembrato molto interessato alla cosa. Sospetta di Brett e crede voglia tagliarlo fuori per garantirsi, se non la droga, almeno il recupero dei suoi soldi. Pensa di mettere al corrente anche Varone per riuscire a sorprendere lo svizzero prima che tagli definitivamente la corda.

Se riuscirai a portare a termine bene il lavoro, e se la fortuna ci assisterà, potremo prendere tutti e tre i piccioni con una sola fava."-

La notizia che in un sol colpo potevamo realizzare il massimo, fugò i dubbi covati la sera quando lasciai Brett. Temevo che dopo la sua eliminazione sarei rimasto in balia degli altri due e prima o poi sarebbero venuti a sapere della tresca. Questo ora mi rendeva più tranquillo e potevo dedicarmi con più entusiasmo all'organizzazione del recupero subacqueo. Così gli dissi:

"Se sei pronto, conterei di iniziare anche questa settimana. Se hai bisogno di soldi io ne ho abbastanza. Il nostro uomo mi ha imbottito di milioni non solo per lucrare nell'affare , ma sopratutto per non perdere la faccia con i mediorientali. Sono i suoi migliori clienti."-

- "Ti ringrazio , ma non ho bisogno di soldi; lo sai bene, posso darti quanto ti occorre senza spendere di mio nemmeno una lira. Anzi a questo proposito ti prego di farmi avere la tua nota spese che oramai deve essere lunghissima. Forse domani stesso ti manderò il capo della squadra dei sommozzatori e lui di dirà esattamente ciò che si dovrà fare. E' a capo di un gruppo di poliziotti addestrati per fare questo tipo di lavoro. Mettiti totalmente nelle sue mani. Sarà comunque prudente che con lui non ti scopra. Di te deve sapere solo che sei un nostro fidato collaboratore. In quanto alla bettolina, sarà lui stesso a tenere i contatti col comandante e con i marinai, scelti ugualmente fra i nostri. Tu dovrai riferire a Brett tutti i dettagli dell'operazione, possibilmente con una scaletta di orari che dovranno essere rispettati e che avrai concordato col capo dei sommozzatori. Quando gli presenterai la squadra farai in modo che la veda quando è già al lavoro e cioè quando hanno indosso le mute e la maschera. Per quanto riguarda l'esplosione, stai tranquillo: nessuno si farà del male."-

Mi era rimasto un dubbio e volli subito chiarirlo:

- "Ammessa la riuscita dell'operazione, non pensi che Cadrega sospetterà di me e mi darà la caccia per tutto il pianeta ed oltre?" -

Alberto non rispose subito. Stette qualche attimo con la testa bassa; si rigirò i pollici tra le mani quasi fosse incerto su quanto aveva da dirmi; poi d'un tratto mi guardò in viso e rispose:

- " Continuerò a fare il doppio gioco con lui fino a quando anche la fitta rete dei colombiani e poi la triade cinese di Los Angeles sarà resa inoffensiva. Se quanto tu dici dovesse succedere, significherebbe che anch'io sono caduto in disgrazia, e mi hanno fatto fuori. Ma credimi, non sono uno che espone la sua vita così incautamente. In quel caso la ritorsione di Cadrega nei tuoi confronti sarebbe probabile , ma non scontata. Di te sa solo quello che gli ho voluto dire. Comunque, sarei il primo ad essere tempestivamente informato di un qualunque suo sospetto, che dovesse coinvolgere la tua persona. In definitiva di soli sospetti potrebbe trattarsi visto che anche il fallimento di quest'ultima operazione passerà come un fatto casuale. Stai tranquillo, la tua pelle non è in pericolo. Al momento opportuno, saprei come toglierti d'impaccio."-

Si alzò dalla seggiola e si mise a giocherellare con la parrucca brizzolata del travestimento. Mi guardò con quel suo sorriso ironico, e continuò:

- "Semmai, il problema potrebbe essere un altro. Fossi in te mi preoccuperei non tanto delle sue ritorsioni, quanto della sua fiducia."

"Visto che il ramo della C.P.M. in Italia è stato sgominato, potrebbe chiedermi di fare capo a te per rimettere su un'organizzazione similare. Hai dimostrato di sapertela cavare in frangenti difficili e lui ti considera molto in gamba. Sei stato tu ad affrontare quest'argomento e posso dirti, senza tradire nessun segreto, che la Dea vedrebbe di buon occhio una simile evenienza. Se..."-

Avevo già capito dove voleva andare a finire e lo interruppi dicendogli:

- "Stop! Fermati per favore. Il fatto che abbia provato gusto a fare per una volta lo 007 non significa che voglia ipotecare il futuro in questa attività per sempre. Per quanto meritoria e affascinante possa essere, è lontana mille miglia dalla attuale professione e dal mio status sociale. Tu ora mi stai dicendo che se da un lato non debbo temere ritorsioni per ciò che ho fatto, potrei invece riceverne per ciò che non vorrò fare in seguito. In poche parole siamo al solito ricatto. Dovrei fare ciò che volete voi, magari arruolandomi anch'io nel corpo degli agenti speciali della Dea e frequentando un corso per agente segreto in Florida."-

Alberto fece una breve pausa, si schiarì la voce, si rimise a sedere, e con molta calma rispose:

- "Se non mi avessi interrotto, ti avrei spiegato meglio quello che tu ora stai anticipando, basandoti esclusivamente su congetture. Il fatto che questa attività tu la consideri affascinante è già un passo in avanti. Tieni presente comunque che non sarebbe assolutamente ipotizzabile un coinvolgimento ufficiale del prof. Guido Tirelli nei servizi segreti della Dea, se lo si dovesse sradicare dal suo status sociale, di cui ha goduto fino a questo momento; nemmeno Cadrega ne avrebbe alcun tornaconto. Tu non sei una persona qualunque che possa essere spedita a Miami per essere addestrata. Hai già una tua specializzazione, che ti consente di affrontare i problemi al più alto livello, e le due organizzazioni tenderebbero a sfruttarla al massimo, affidandoti posti di direzione e di consulenza. Renditi conto di una cosa che sulle prime ti sembrerà paradossale: tu sei la persona ideale per i due opposti fronti."

" La tua psicologia è in definitiva un modo di ragionare aperto ai più svariati livelli, capace di inserirsi direttamente e tempestivamente in quelle situazioni che è più urgente affrontare hic et nunc. Ne hai dato delle dimostrazioni esemplari e quindi sei anche la persona più idonea ad assumere un incarico del genere."-

Lo stavo a sentire affascinato sopratutto dalla sua faccia tosta nel propormi le cose che fino a qualche momento prima ritenevo bislacche e impensabili. Era un maestro nell'adoperare la vasellina e penetrare nel vivo dell'argomento con cautela; così gli chiesi:

- "Vuoi dirmi finalmente, senza tergiversare e concretamente cosa mi chiedi di fare questa volta?" -

- "E' semplice: far parte della nostra organizzazione."-

- "Questo l'avevo già capito. Ma che cosa in particolare?"-

- "Ricostituire e dirigere una squadra di persone che operino per conto di Cadrega."-

- "Bene. Come vedi avevo ragione. Magari dovrei mettermi a fare lo scaricatore del porto."-

- "Non necessariamente. Anzi per niente. Sarebbe un errore madornale. Il settore dovrebbe essere uno di quelli in cui operi normalmente. Potresti scegliere tu quale preferisci fra i diversi ruoli che ricopri attualmente: quello professionale, quello di magistrato onorario o quello di docente universitario. In uno di questi campi tu dovresti costituire un gruppo di persone che operi per Cadrega. Naturalmente a differenza della C.M.P., che era formata tutta da delinquenti, questa dovrebbe essere una squadra di persone per bene come te e come me."-

- "Se capisco l'utilità per Cadrega di avere una squadra di operatori portuali, gli risposi, non mi rendo conto in cosa possano essergli utili una decina di nevrotici o di addetti di cancelleria o di studenti universitari."-

- "Nel caso della C.M.P. noi abbiamo trovato una situazione precostituita, formata tutta da personale di Cadrega; qui, al contrario, la formazione dovrebbe essere tutta nostra. Il personale che avresti a disposizione sarebbe formato da agenti specializzati forniti da noi. Tu dovresti soltanto dirci in quale dei tre settori ti piacerebbe operare. La convenienza di Cadrega è quella di avere un gruppo di persone fidate da impiegare qualora se ne presentasse l'occasione. Se tu dovessi accettare questa proposta, anche l'operazione che stai conducendo se ne avvantaggerebbe."

"Per tua tranquillità, proseguì Alberto, sappi che anche Lliu Thin, assieme a Cadrega ed altri caporioni del cartello di Medellin, hanno i giorni contati. Questo lavoro di infiltrato non può essere condotto in eterno. Dopo un certo periodo deve cessare. E' difficilissimo farlo durare a lungo e logora terribilmente. Se è vero che la piovra non ne risente se perde qualcuno dei suoi tentacoli, è anche vero che questi hanno vita sempre più breve, e sono oggetto di attacchi, sempre meglio organizzati. Non è un caso che abbia pensato a te. La storia della valigia con la droga, in un certo senso, era un banco di prova per... "-

Quest'ultima rivelazione mi aveva sbalordito. Lo interruppi e con voce risentita gli dissi:

- "Cosa? Un banco di prova? Quindi tutta la storia di quei passaggi, compreso il rapimento di Marisa ed il viaggio a Canazei e a Francoforte è stato architettato da te solo per trascinarmi nell'avventura?" -

- "Calmati! Ti spiegherò tutto. Si, in un certo senso hai ragione. Ma chi era alla macchia che parlava di machiavellismo?"

"Il fine giustifica i mezzi, dicevi; ed in fin dei conti i mezzi che abbiamo impiegato per guadagnarti alla nostra causa non sono stati poi così cruenti. Di persone come te, adatte al nostro scopo, non se ne trovano molto facilmente; e quando si trovano bisogna non lasciarsele scappare. Ora sii sincero. Se quando qualche mese fa sono rientrato in Patria ti avessi detto: <<Giulio, ci occorre quaggiù un tipo in gamba come te; sei disposto a lavorare per noi?>> Tu mi avresti mandato al diavolo cordialmente e forse sarebbe finita anche la nostra amicizia. Tu che di professione fai lo psicologo sai che il topolino che viene sottoposto a stimolazioni dolorose finisce col superarle solo se per altro verso viene gratificato. Ero più che sicuro che il boccone che ti offrivamo sarebbe stato di tuo gusto. Conoscendoti non potevo dubitarne. Bisognava solo mascherare il suo terribile sapore sgradevole. Per il resto non puoi lamentarti. Ti confermo ancora una volta che seppure non vorrai accettare dei compensi speciali, verrai comunque rimborsato di ogni tua perdita o spesa sostenuta per noi. Avrai capito che le uniche cose che non fanno difetto alla nostra organizzazione sono i mezzi finanziari. Stiamo lottando con persone che si sono riunite in società segrete che si chiamano mafia, 'ndrangheta, camorra, triade, sacra corona, ed i più vari 'cartelli' sud-americani, che dispongono di migliaia di miliardi. Una sola cosca mafiosa può avere un fatturato che servirebbe a risanare tutto il debito pubblico dello stato italiano."

" Tornando al discorso della valigia, che ti ha tanto scandalizzato, come avrai potuto constatare di persona, quella ventiquattr'ore conteneva realmente della droga, che realmente doveva essere consegnata a Brett. Abbiamo soltanto usato l'accorgimento di non esporti troppo durante il viaggio e ti abbiamo fatto avere quella autentica solo attraverso il topo d'albergo, prima che tu giungessi a Canazei."

"La lettera di minaccia, il furto nel tuo appartamento, il rapimento di Marisa e la tua immobilizzazione sono stati incidenti di percorso che comunque sono serviti egregiamente a farti entrare definitivamente nel campo delle operazioni. Sono certo che non ti sia saputo spiegare per quale motivo la valigetta non l'avessi consegnata io a Brett. Avrei potuto farlo benissimo e senza correre nessun rischio. Ora sai che ciò è servito a reclutare per la causa un nuovo valoroso adepto."-

- "Apprezzo il tuo elogio e la tua lezione su Machiavelli, ma dato che sei in tema di confidenze, puoi dirmi come facevi a sapere che quella valigetta sarebbe stata scambiata da parte dell'onorevole Cerquetti? "-

- "Vedi queste variabili non previste, talvolta complicano un poco la faccenda, ma alla fine si riesce sempre e riportare il tutto nell'alveo desiderato. Non era stato previsto nemmeno che Marisa raccogliesse a Canazei la ventiquattr'ore e si facesse seguire perciò da Brett."

"La consegna che doveva avvenire lì, siamo stati costretti a spostarla a Francoforte. Così pure l'intervento della C.M.P., che ha rischiato di complicare terribilmente le cose e spaventandoti ha rischiato di farti desistere dal collaborare. Tuttavia, con semplici ritocchi al piano d'azione, siamo riusciti a portare gli inconvenienti a nostro vantaggio. L'importante è stato che tu abbia superato a pieni voti il tuo apprendistato e che in seguito non solo abbia dimostrato una lodevole iniziativa personale , ma che lo abbia fatto con vero sprezzo del pericolo."-

Lo guardai per qualche secondo, fondamentalmente compiaciuto ed appagato, poi gli dissi:

- "Allora perché non pronunci il definitivo <<Abile; arruolato>>?" -

- "Aspettavo che lo dicessi tu. Ora pensa piuttosto a portare a termine quest'operazione. Una volta tanto sei riuscito a farmi derogare da una delle regole più importanti nella nostra professione: <<Fare bene una cosa per volta>>.

Il caso e le ideologie.

Dovevo dichiararmi battuto per non essere stato capace di scoprire il trucco? Umiliato per essere stato sconfitto nel campo della mia specializzazione? Dovevo cospargermi il capo di cenere per essere caduto così banalmente nella tela di ragno tessuta dall'abile e onesto Alberto?

O piuttosto dovevo essere orgoglioso per aver scoperto un'altra personalità più dinamica, più coraggiosa, forse più giovane? Per aver dimostrato un acume fuori dagli schemi usuali della professione? Per aver a mia volta teso ad altri dei trabocchetti da me costruiti?

Erano questi gli interrogativi che martellavano la mia mente in quella notte insonne. La rivelazione di Alberto, il suo lucido disegno per trascinarmi dalla sua parte lo sentivo dentro come uno smacco alla mia prosopopea professionale.

Era stato lui a spremermi come un limone e forse aveva anche ottenuto un effetto strabiliante: aveva favorito un cambiamento radicale. Aveva trasformato un pedante professore, nutrito di teorie, di dottrina e di scienza, in un uomo pieno di interessi sociali pratici; e un professionista, esperto di psicologia, della società, del comportamento del suo prossimo, in un essere conscio, per la prima volta, di essersi sbagliato nel giudicare chi, invece, avrebbe dovuto conoscere benissimo.

Talvolta, queste problematiche, causano una profonda crisi di coscienza e si trasformano, prima in nevrosi d'ansia, poi in depressione profonda. A me facevano l'effetto contrario. Lo smacco subito, non richiamava un profondo senso di colpa, e mi lasciava indifferente la carica del super-io, che tendeva a giustificare con degli 'arrangement' appropriati, i miei clamorosi insuccessi.

Vivevo questa esperienza quasi si trattasse di una nuova dimensione schizoide della personalità. Era come se fossi diventato un altro; che la pensava come me, ma che agiva in modo totalmente diverso, accantonando quel tipo di inibizioni che il perbenismo e la cultura mi avevano precedentemente insegnato.

Era successo un fatto anomalo. Avevo l'impressione di aver introiettato parte della personalità di Alberto. Avevo anche analizzato questo fenomeno, ma non avevo saputo darmi nessuna risposta coerente.

Se mi fermavo ad osservare introspettivamente quella parte del mio io che si dichiarava ancora legato alle precedenti abitudini, mi rendevo conto di aver a che fare con una dimensione rimossa nel profondo, legata a pregiudizi morali desueti, decisamente dissonante da quella che mi si presentava davanti come la nuova personalità, piena di interesse per una vita movimentata e motivata, non da principi universali, ma dalla vita difficile di tutti i giorni, che fin'ora mi era passata davanti senza che la degnassi di uno sguardo.

Mi sembrava di essermi convertito in un sol colpo dal determinismo al relativismo; la mia mente urlava: <<[[Pi]][[alpha]][[nu]][[tau]][[alpha]] [[rho]][[epsilon]][[iota]]>>, <<Tutto scorre>>; <<Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu>>, <<Solo l'esperienza può dar ragione di ogni teoria>>; l'imperfetto sovrastava la perfezione; la teoria del caos e dei frattali guadagnavano terreno su un universo perfettamente definito.

Mi venivano alla mente, ossessivamente, i dettati della psicanalisi di Freud, costruiti e cementati da una logica deterministica, mirante ad inquadrare quella parte più fragile della mente dell'uomo in paradigmi ferrei e specifici. Ad un tratto il particolare, così perfettamente curato ed analizzato, sfumava in un nulla eterogeneo se lo confrontavo con l'urgenza dell'accidentale e con la necessità caotica della vita.

Il sogno, imbrigliato dalle regole dell'inconscio, si liberava e diventava pura fantasia capace di stimolare l'umanità <<a egregie cose>>. La ragione si limitava a redigere un <<organum presentiae>> della genialità scaturita dalla pura elaborazione fantastica della diuturna esperienza. L'inventiva ne diventava la sua immediata conseguenza: un sognare ad occhi aperti per cogliere lo sviluppo di quella libera e sconfinata fantasia che nessuno studioso della nostra attività mentale era mai riuscito a catturare e ad analizzare.

Anche l'uomo, talvolta, cambia la sua personalità, proprio come fa il serpente con la sua pelle. Lo fa da adolescente e talvolta anche da uomo maturo. E quando lo fa, non è per un impulso stagionale, ma per una maturazione interiore che interferisce con gli schemi mentali, divenuti oramai troppo rigidi, nei confronti di una istanza di espansione che la realtà ha reso necessaria. Ha poca importanza che cosa abbia generato quella crescita, e quanto tempo sia occorso per raggiungere il volume che non può più essere contenuto. E' sempre l'ultimo boccone a dare al corpo del serpente la spinta per far scivolare quella pelle inutile, che rimarrà lì soltanto come l'ectoplasma vuoto di una realtà che può essere solo ricordata.

Fu così che spiegai la metamorfosi. Non potevo assolutamente ammettere che qualcuno mi avesse cambiato. Ritenevo che se avessi dovuto prendere in considerazione la mia antica filosofia l'avrei fatto così, come quando il serpente casualmente si imbatte nel suo involucro abbandonato: gli scivolerà accanto, lo annuserà con interesse , ma non vi riconoscerà mai più sè stesso.

Preso atto e soddisfatto di questa spiegazione, mi girai dall'altra parte e mi addormentai.

Una fine ingloriosa.

Qualche giorno dopo, quando Alberto mi diede l'O.K. per il recupero, telefonai a Brett e gli fissai l'appuntamento, al solito posto, per il pomeriggio. Quando giunsi ai cantieri, mi disse di aver già preso accordi, via radio, con la Santo Domingo, quella delle armi pesanti. Avrebbero atteso, ad oltre quaranta miglia da Capo Corso, l'arrivo della bettolina ed il trasbordo sarebbe avvenuto in alto mare. Gli consegnai la scaletta dell'operazione e ci avviammo al porto, per l'appuntamento convenuto con la squadra. Ufficialmente i sommozzatori dovevano pulire dai denti di cane la carena della bettolina, ormeggiata ad un centinaio di metri dalla Pedro. Tutto era tranquillo. La sera era chiara; e sulle banchine stazionava un solo militare per far la guardia al cargo messo sotto sequestro dalla magistratura. Quando giungemmo ci venne incontro il caposquadra e ci informò che l'operazione era appena iniziata. Brett si imbarcò sul tender ed io, rimasto sulla banchina, lo vidi salire sulla scaletta della bettolina assieme a due marinai.

A bordo il lavoro veniva svolto utilizzando il portellone centrale che si apriva sotto la carena del natante e consentiva senza essere visti da terra di caricare le casse. I sommozzatori, stando sempre sommersi, le recuperavano dal fondale dove era ormeggiato il cargo. Brett doveva controllare il carico; e una volta completato, avrebbe dovuto avviarlo all'appuntamento, fuori dalle acque territoriali, per effettuare il trasbordo e ritirare la lettera di credito.

Osservando attentamente quel breve tratto di mare del porto tra i due natanti, potevo scorgere il riflusso delle bollicine d'aria delle bombole di aria compressa, che marcavano il viaggio dei sommozzatori. Per chi non fosse al corrente di ciò che veniva fatto là sotto, quelle bollicine potevano essere scambiate per uno sciame di cefali in cerca di cibo.

Rimasi qualche minuto sulla banchina e potei constatare che l'organizzazione era perfetta. Solo qualche sommozzatore emergeva ogni tanto da sotto il bordo della bettolina e portava su delle reti, colme di denti di cane: crostacei - nemici dei naviganti fin dal tempo dei romani - che si incrostano nelle carene delle navi e ne frenano considerevolmente la velocità.

Non era trascorsa nemmeno mezz'ora quando vidi arrivare prima Gothau, poi Varone. Naturalmente non mi riconobbero sotto le spoglie di quel distinto vecchietto un poco sciancato. Si incontrarono e discussero animatamente per qualche minuto. Non sentivo quello che dicevano: davo loro le spalle ed erano distanti da me una decina di metri.

Ad un tratto si mossero entrambi verso una barca di pescatori dilettanti e chiesero al proprietario se poteva trasportarli sulla bettolina. Porsero al giovane una banconota da centomila lire e subito dopo la barca si staccò dal molo. I due raggiunsero il natante e salirono a bordo.

Non so cosa successe all'interno fra i tre. Potevo solo immaginare che Varone e Gothau pretendessero da Brett la spartizione del ricavato del recupero. Ma dopo pochi minuti si udì una grande deflagrazione ed un gran fumo nero uscì dalla sua stiva. Ne seguì un gran fuggi fuggi dei marinai.

Alcuni si gettarono in mare per raggiungere la banchina. Quasi contemporaneamente, staccatisi dal molo della Capitaneria, una motovedetta della polizia e un motoscafo dei pompieri, raggiunsero in meno di cinque minuti il luogo dell'incidente.

Poco più tardi vidi distintamente i tre uomini in manette sulla motovedetta della polizia. Furono fatti sbarcare non molto lontano da me. Quando Brett mi passò vicino lo guardai sgomento. Anche lui mi fissò e, compatibilmente coi movimenti che gli consentivano le manette, coll'alfabeto dei sordomuti mi indicò una 'a' e una 'g'. Non ebbe il tempo di indicarmi altro. Li fecero salire in un'alfetta della polizia che partì sgommando a sirene spiegate.

Lasciai il molo visibilmente soddisfatto. Mi veniva voglia di saltare e piroettare, ma mi trattenni. Non sarebbe stato conveniente per un vecchio distinto signore e per giunta sciancato. Se lo avessi fatto avrei rischiato di essere trasportato al manicomio.

Quando giunsi a casa mi scolai un intero bicchiere di Whisky. Non avevo mai ecceduto in bevande alcooliche fino allora e così, mezzo sbronzo, mi buttai sul letto a fantasticare sul lieto fine dell'avventura.

Mi aspettavo un completo compiacimento e tuttavia rimaneva in me qualcosa di insoddisfatto che non sapevo spiegarmi. Non provavo la sensazione liberatoria dello spettatore di un film giallo che gode nel veder puniti i colpevoli.

Ma cosa volevo pretendere! La vicenda non sarebbe potuta andare meglio. Tutto era filato liscio come l'olio. Anche l'ultimo incontro con Brett mi indicava la sua incondizionata fiducia. Quale messaggio voleva lanciarmi quando mi indicò quelle due lettere? Mi arrovellai per qualche tempo cercando delle parole che iniziassero con 'ag' e che potessero tradursi in un messaggio sensato. Poteva essere un rimprovero: 'aguzzino!', una disperata constatazione: 'agonia', un invito all'azione: 'agire', una considerazione della situazione: 'aggravio', un invito a rinnovare il tentativo: 'aggiornarsi', un invito all'aggregazione, le iniziali di un nome.

Ma certo. Com'è che non ci avevo pensato prima. Si trattava di Alberto Giunti. Voleva dirmi di mettermi in contatto con Alberto. Questo era anche la prova lampante che mi riteneva ancora un suo fedele collaboratore. Del resto, era quanto avrei fatto spontaneamente anche senza il suo consiglio.

La resurrezione.

L'indomani mi svegliai per tempo e corsi in edicola. Sfogliai di gran fretta il giornale locale e lessi un titolo a quattro colonne: <<BRILLANTE OPERAZIONE DELLA CAPITANERIA DEL PORTO>>; e nei sottotitoli: <<Un'esplosione accidentale smaschera un losco traffico di armi>>; <<Questo pomeriggio nelle acque antistanti la darsena è esplosa una bettolina mentre veniva caricata di armi e munizioni. Arrestati tre grossi trafficanti sfuggiti al bliz che la polizia aveva effettuato alcuni giorni fa nei sotterranei del porto.>>

Tutto si era svolto come da copione. Ero finalmente libero di riprendere la mia identità. Mi feci un bel bagno ristoratore, con calma radunai tutto il materiale usato per il trucco: parrucca, barbetta e baffi brizzolati, neretto per le rughe, diversi fondo tinta, colle e adesivi. Lo raccolsi in una busta e lo gettai nella spazzatura. Mi rasai accuratamente, presi dall'armadio il completo marrone e lo indossai guardandomi con civetteria nello specchio. <<Professore, buongiorno>> mi dissi facendomi un inchino. Finalmente ero risuscitato.

Chiamai un taxi e mi feci condurre alla redazione del giornale, dove fui ricevuto dal vice direttore. Gli raccontai di essere stato all'estero ed al ritorno di aver appreso la notizia della disgrazia. Non mi lasciò nemmeno finire il racconto. Fece un salto dalla poltrona e gridò con quanto fiato aveva in gola ad un redattore in una stanza accanto:

- "Fatemi venire subito lo stenografo. Ho in mano lo scoop dell'anno. Roba da edizione straordinaria."

Volle che ricominciassi da capo la storia e registrò fedelmente ogni parola. Si chinò sul menabò, un gran foglio di carta bianca con la prova di stampa della prima pagina, vergò un paio di linee col pennarello e vi scrisse in stampatello: <<IL PROF. TIRELLI E' RESUSCITATO>>, e più sotto: <<Il noto professionista , di ritorno da un viaggio all'estero, apprende di essere stato sepolto una quindicina di giorni fa>>. Leggendo quelle frasi mi venne spontaneo intervenire per dirgli:

- "Non le sembra troppo forte come titolo? Forse, a mio giudizio, anche un tantino fuorviante nei confronti di quanto è realmente accaduto? Io avrei messo l'accento più sul furto dei miei documenti. Si tratta di un fatto che potrebbe anche nascondere degli sviluppi imprevedibili di carattere delinquenziale."-

Avevo toccato un tasto proibito. Il redattore capo in un giornale è quello che tiene il menabò sulla sua scrivania ed è il solo, incontrastato autore dei titoli. Lui solo può con quel suo pennarello nero sbattere il mostro in prima pagina e nessuno deve contrastare questo suo sacrosanto diritto. Per questo mi guardò con sufficienza e disse:

- "Caro professore, le sono infinitamente grato per essere venuto a raccontarmi la sua storia. Ma lasci che le dica che conosco il mestiere. Lo faccio da molti anni e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Lei ha letto per ora solo il titolo. Quando leggerà anche l'articolo si accorgerà che la parte riguardante il furto dei suoi documenti sarà opportunamente evidenziata. Se seguissi il suo consiglio nessuno sarebbe invogliato a leggere la sua storia. Immagina che effetto farebbe un titolo del genere: <<RITROVATI SU UN CADAVERE RIPESCATO IN MARE I DOCUMENTI CHE ERANO STATI RUBATI AL PROF. TIRELLI>> Notizie di questo genere sono del tipo: <<Un cane morsica un passante>>. Non fa notizia. Quello che ci insegnano fin dal periodo dell'apprendistato è che la vera notizia, caro professore, è quando un passante morsica il cane. Non è colpa mia se l'umanità ama il sensazionale e le cose fuori dal comune. Non mi chieda la ragione di ciò: non la conosco. Lei che è uno psicologo dovrebbe potermelo spiegare."-

Mi scusai con lui e gli dissi che nemmeno io conoscevo bene la ragione di questa morbosa esigenza di inconsueto e di trasgressivo che turbava le menti dei lettori delle notizie di cronaca. Potevo solo supporre si trattasse di una istanza particolarmente deputata a smaltire la propria aggressività, attraverso la proiezione dell'ego personale sul protagonista della notizia o la sua sublimazione in un elemento estetico-letterario. Ci lasciammo non del tutto convinti dalle reciproche spiegazioni.

Quando giunsi a casa, il portiere non era nella sua guardiola ed evitai così di fermarmi per dargli un minimo di spiegazioni. Tirai dritto all'appartamento, ma mentre mi accingevo ad aprire osservai che la porta era socchiusa. Entrai e sentii che nella camera da letto qualcosa si muoveva. Sulle prime pensai a dei ladri; poi scartai quell'ipotesi e mi misi ad origliare dietro la porta. Sentivo come dei singhiozzi repressi. Si accompagnavano a degli schiocchi e a delle frasi di cui non riuscivo ad afferrare il senso. Decisi di rompere ogni indugio ed aprii la porta. Vidi in quel momento qualcosa di molto somigliante a certe illustrazioni, di pessima fattura, illustranti le imprese del Marchese di Sade. Il portiere, nudo, stava supino nel letto e la Tommasina, lo cavalcava con degli slip in pelle nera, aperti in mezzo alle gambe, guarniti con borchie dorate. Era armata di una frusta con strisce di pelle a sette code, con la quale ogni tanto sferzava le gambe dell'uomo. La mia vista generò nei due un vero e proprio panico. L'uomo si mise a piagnucolare ripetendo in continuazione:

- "Dio perdonami! Richiamati il professore; ti prometto, non lo farò mai più. Abbi pietà di me. "-

Piangeva e si segnava in continuazione muovendo la mano destra circolarmente con un ritmo frenetico, mentre con la mano sinistra tentava di nascondersi l'organo genitale ancora in erezione. Lei, prima mi guardò incredula, poi mi si mise davanti in ginocchio, implorandomi:

- "Per carità, professore, abbia pietà di una povera sciagurata. E' stato lui che mi ha dato tutti questi arnesi. Io non volevo... non sapevo usarli. Requiem eterna... lux perpetua luceat ei... requiescat in pace. Amen."-

Visto che non sparivo nemmeno con il suo 'de profundis', si fece lentamente il segno della croce e si mise a piangere a dirotto.

Di fronte a quella scena non potei fare a meno di sorridere. Mi sarebbe piaciuto un mondo continuare la commedia, ma vedevo che quella donna cominciava ad essere assalita da un tremito convulso che non le consentiva nemmeno più di balbettare. Era certamente in preda ad un profondo choc. Riteneva di essere stata punita con l'apparizione del mio fantasma. Poteva essere pericoloso tirare ancora la corda. Così mi avvicinai al letto, rimisi a posto le lenzuola e dissi:

- "Ora smettetela di frignare. Non sono un fantasma. Sono in carne ed ossa. La notizia della morte era falsa. Mi fate il piacere, tutti e due, di vestirvi e di riprendere i vostri posti di lavoro."

Per primo smise l'uomo di lamentarsi; si avvicinò a me, ancora nudo, ed allungò una mano per toccarmi. Mi strinse un braccio, poi mi sfiorò il viso; e senza dire mezza parola si raccolse i vestiti e uscì rapidamente dalla camera.

Anche lei si avvicinò. Per la prima volta constatai che era veramente ben fatta. Non le mancava niente. Quella sua nudità pelosa del pube, sfacciatamente esposto alla finestra di cuoio della sua bardatura, la rendeva veramente provocante e desiderabile. La afferrai con violenza e lei non fece alcuna resistenza. Si abbandonò totalmente nelle mie braccia e sentii il delicato profumo della sua pelle penetrarmi nel cervello e irretirmi prepotentemente. La posai sul letto, le slacciai quel pesante reggipetto carico di borchie che lasciava liberi i due piccoli capezzoli rosa senza nessun'areola e allentai anche le cinghie che tenevano quegli strani slip con una finestra triangolare al centro e due pesanti borchie sui fianchi. Lei mi fissava con occhi pieni di lacrime e col viso imbambolato. Ero certo, non le avrei fatto alcun torto se le avessi dimostrato tangibilmente che, oltre alle mie braccia, anche qualcos'altro era resuscitato improvvisamente. Ma stetti solo a guardarla, così, tutta nuda, estasiato come davanti ad un quadro del Giorgione. Dopo qualche minuto le dissi con voce calma:

- "Ora fai da brava. Vestiti e vai in cucina. Ho una fame da lupo. Più tardi ti racconterò tutto." -

Girai di spalle ed andai nello studio.

Le congratulazioni.

La mattina seguente i giornali e la televisione diedero la notizia della mia ricomparsa. Fu un continuo trillare del telefono. Erano i miei amici e i miei pazienti. Si congratulavano e manifestavano la loro gioia. Ognuno aveva delle parole commosse d'affetto e di stima. Provavo un certo piacere per quegli attestati di solidarietà che talvolta provenivano da persone del tutto sconosciute. Parlavano di buon auspicio: <<Porta bene!>> diceva qualcuno, altri affermavano: <<I resuscitati hanno lunga vita>>, oppure: <<Uno è parlar di morte altro è morire>>. Tutti nelle loro frasi tendevano ad esorcizzare la morte, quasi fosse disdicevole anche solo parlarne. Nessuno si interessava veramente alle ragioni dell'equivoco e se cominciavo a raccontarle dicevano: <<Tutti i mali non vengono per nuocere>>, <<Tutto è bene quel che finisce bene>>.

Verso le undici mi telefonò Luigi e mi chiese di andare a trovarlo. Era anche mio desiderio liberarmi da quelle telefonate per riprendere ufficialmente la vita di sempre.

Al palazzo di giustizia mi venne incontro il vecchio usciere e mi strinse calorosamente la mano dicendomi:

- "Illustre professore, congratulazioni per lo scampato pericolo"-

Era una fissazione. Tutti con lo stesso ritornello. Le prime volte tentai di spiegare che non avevo corso nessun pericolo e si era trattato soltanto di uno spiacevole equivoco, poi desistetti. Anche questa volta mi limitai a ringraziare ed entrai da Luigi.

- "E' tutta la mattina che ti cerco, mi disse. Non sono mai riuscito a prendere la comunicazione. Il tuo telefono era sempre occupato. Volevo dirti che se tu dovessi nuovamente morire non dovrai aspettarti da me nè corone nè necrologi. Io il mio dovere l'ho fatto. E queste cose più di una volta non è lecito ripeterle"-

- "Vorrà dire, gli risposi, che per farmi perdonare mi costringerai a ricambiarti il favore"-

-"Ma si, fai dello spirito. Non dirmi che hai creduto realmente di avermela data da bere. Ero al corrente di tutto. La partecipazione ai funerali è stata un tocco di perfezione per dare maggior credito alla cosa. Se voglio, la commedia so farla anch'io. Comunque devo riconoscere che sei stato veramente bravo. Il Commissario Mauri mi ha sempre tenuto informato di tutto. Sulle prime ho avuto qualche dubbio su di te, poi mi sono effettivamente reso conto che facevi sul serio e bene. Ma non ti ho fatto venire qui per tessere i tuoi elogi. Vorrei sapere qualcosa di più su Alberto. Ora posso parlare con te liberamente di questa faccenda. Quando si trattò di giudicarlo, assieme al Varone ed alla sua amica, ebbi una denuncia da parte di due colombiani molto circostanziata, in cui si parlava di loro come di due corrieri della droga tra quel paese e il nostro. Come tu sai ci fu la sentenza assolutoria e inappellabile. Ora il colpo di scena. Varone è nuovamente dentro; ma questa volta con altri due personaggi, legati a lui dagli stessi traffici illeciti. Ma di Alberto nemmeno l'ombra. Eppure, durante il processo, era emerso chiaramente uno stretto collegamento tra lui ed il Varone. Nonostante abbia chiesto anche informalmente sue notizie al comandante della Dea, non ho mai avuto risposte soddisfacenti. Mi aspetto da te qualcosa che mi chiarisca finalmente la sua posizione. E per cortesia, non tergiversare anche tu, se no... "-

In quel momento si interruppe per rispondere al telefono:

- "Pronto?... Ah!... Sei tu? Lupus in fabula. Se ti dico chi c'è qua da me non ci crederai... Si. Hai indovinato. Stavamo parlando male di te. Se voglio vederti? Ma certo. Possiamo incontrarci tutti e tre al ristorante dello Yachting Club domani a mezzogiorno... Va bene... Ciao." -

Posò il telefono e rimase per qualche secondo come assorto a pensare. Poi si rivolse nuovamente a me e disse:

- "Non ho mai creduto alle coincidenze fortunate, tuttavia devo ammettere, che questa volta c'è stata veramente. Era Alberto. Pensa, non lo sentivo dal giorno del processo. Ora se vuoi puoi anche non dirmi quanto ti chiedevo prima. Tanto sono convinto che non mi avresti detto nulla comunque. Ce lo faremo raccontare dalla sua stessa viva voce, domani, quando ci incontreremo tutti e tre al ristorante."-

* * *

Capitolo Ventiquattresimo: L'epilogo.

Una gita in barca a vela.

Era una giornata stupenda. Il mare era lievemente increspato da una leggerissima brezza di ponente e - nelle zone accarezzate dal refolo - le piccole onde si coloravano di un grigio-azzurro intenso.

Arrivai al Club nautico con una mezzora d'anticipo, e ne approfittai per dare una pulita alla 'tuga' della mia imbarcazione ormeggiata nel pontile centrale. Era una vecchia gloriosa barca a vela, in vetroresina, armata a 'sloop', che mi aveva fatto vincere anche qualche modesta regata. In una delle ultime avevo disalberato, sotto una raffica violenta di maestrale. Colpa delle sartie di babordo che non erano state tese a dovere.

Mi piaceva ogni tanto farle riprendere il largo con un gruppo di amici legati dalla stessa passione. Ci allontanavamo un paio di miglia ed ammiravamo lo spettacolo stupendo della riviera. Talvolta il maestrale, rinforzando, ci faceva penare per riguadagnare la costa. Ma generalmente era sufficiente cambiare il fiocco, terzarolare la randa e fare qualche bordo in più.

A Marisa il mare non piaceva tanto. Non era mai voluta salire in barca nemmeno quando in banchina andavo soltanto per la periodica pulizia e manutenzione.

Srotolai il fiocco dallo strallo di prua e, issata la randa - tenendo l'uno e l'altra a bandiera - approfittai di quell'alito di vento, per farli asciugare da una leggera pioggia del giorno precedente. Con la manichetta dell'acqua e lo spazzolone, strigliai diligentemente la tuga ed il pozzetto; e finii l'operazione dando una rinfrescata al ponte in legno di teck.

Preso da queste faccende, dimenticai l'appuntamento coi due amici. Furono loro che mi raggiunsero sul pontile. Alberto vedendo le vele al vento mi disse:

- "Cos'è, sei pronto per prendere il largo?" -

Mollai il verricello della passerella e li feci salire.

- "Benvenuti a bordo, dissi. Era ora che, dopo trent'anni, ci trovassimo tutti e tre assieme in perfetta armonia, come un tempo. Non vi pare che rinchiuderci ora in un ristorante sia un'occasione sprecata? Potremmo approfittare di questa bella giornata per fare un giro al largo. Verrebbe più agevole parlare liberamente delle nostre cose, senza il timore di essere ascoltati da orecchie indiscrete."-

Alberto si dimostrò subito entusiasta; mentre Luigi si dichiarò del tutto neutrale nei confronti delle nostre decisioni. Era stato lui ad invitarci a pranzo, e volle andare a ritirare alla tavola calda del ristorante tre coperti a base di prosciutto, timballo di lasagne, cotolette alla milanese, patate al forno, e frutta. Così, raggiunto l'accordo, decidemmo di mollare gli ormeggi.

Con tre persone a bordo, abbastanza esperte di vela, potevo stare del tutto tranquillo. Alberto si installò da prodiere e Luigi stette con me a poppa per controllare l'assetto della randa e le scotte del genoa. Stando al timone potevo notare che l'imbarcazione, andando a tre quarti di lasco, sui sei nodi all'ora, poteva consentire una navigazione tranquilla, anche sistemandoci tutti e tre nel pozzetto di poppa. Dopo aver controllato che il genoa fosse sufficientemente teso, anche Alberto ci raggiunse nel pozzetto. Così dopo essere stati in silenzio per qualche minuto, godendoci quella brezza mattutina, fu Luigi che, dopo aver regolato la randa - perchè rifiutava un poco - con fare ironico disse:

- "Veramente, per questa riunione storica, avrei dovuto documentarmi, portandomi dietro il cancelliere per redigere il verbale. Non potendolo fare - essendo vostro volontario ostaggio - mi limiterò a tenere bene a mente quanto direte." -

- " Il cancelliere non credo possa servirti, disse Alberto, ma, dato che tieni le chiavi della 'cambusa', sei un ostaggio veramente prezioso. Se vorrai, riuscirai tu a farci parlare per fame."-

Alberto mollò la scotta del genoa, poi rivolto a Luigi disse:

- "Il nostro rapporto d'amicizia ha retto, al di là di ogni formalismo burocratico, anche quando ci ha visto uno di fronte all'altro come inquisitore ed inquisito. Sapevo da tempo che non mi sarei potuto aspettare nulla da te, se non la pura e semplice applicazione della legge. Devo confessarti che anch'io, paradossalmente, ero legato alla stessa ferrea legge del dovere. Non potevo smascherarmi senza compromettere definitivamente l'operazione a cui avevano lavorato, con grande sacrificio, decine di persone. Ora l'operazione si è parzialmente conclusa e tu ne sei al corrente per quanto compete la tua giurisdizione. Ma ciò che potrà fornirti l'ultimo tassello per eliminare definitivamente ogni tuo dubbio su di noi, quello non la sai ancora. Si tratta di qualcosa che può essere svelata in pochissime parole, ma che richiede da parte tua la promessa formale del segreto più assoluto. La sua divulgazione segnerebbe la nostra condanna a morte da parte di persone che in verità non tarderebbero ad eseguirla. Te la senti di darci la tua parola?"-

Luigi ascoltò tenendo gli occhi sempre fissi sul viso del suo amico. Ma ora il suo sguardo era rivolto verso di me quasi aspettasse una assenso liberatorio. Poi rivolto ancora a lui gli disse:

- "Prima di darti la parola desidero sapere se ciò che mi dirai si configura perseguibile penalmente nel nostro Paese. Se ciò dovesse essere non potrei farlo e preferirei che tu non mi dicessi niente." -

- "No; non vi è nulla di perseguibile."-

- "Allora hai la mia parola" -

- " Io e Giulio facciamo parte della Dea; e tu sai perfettamente di cosa si occupa. La nostra attuale posizione è quella di infiltrati in questa grossa organizzazione criminale che tu hai avuto modo di conoscere."-

Tacque per qualche minuto ed io ne approfittai per lanciargli un'occhiataccia. Perché aveva incluso anche me fra gli agenti americani? Era indubbiamente la sua maledetta tattica di mettere gli altri di fronte al fatto compiuto, in modo da diminuire sempre di più lo spazio di un possibile eventuale disimpegno. Luigi teneva il braccio sullo strozzascotte della randa e guardava incuriosito l'amico, ma senza alcuna meraviglia. Dal canto mio ero confuso, ma mi astenni dall'intervenire. Così riprese:

- "Avevo avuto la tentazione di svelartelo appena rimpatriato, ma una serie di circostanze, non ultima il mio arresto, non me lo hanno consentito. Ora, finalmente, posso riprendere il discorso dal momento in cui abbandonai Napoli nel 1944 per andare in Argentina."-

- "Non c'è bisogno, disse Luigi; parti pure dal momento in cui, come dici, ti sei arruolato nell'antinarcotici. I precedenti li conosco benissimo e purtroppo sono stati proprio quelli a fuorviarmi."-

Alberto raccontò in modo dettagliato come conobbe ad un party Angel ed il successivo invito ad arruolarsi come agente segreto.

E continuò:

- "Fu quando Cadrega mi chiese di fargli da prestanome per aprire a Bogotà la Import-Export Bank, che mi accorsi di essermi infilato in una losca organizzazione che trafficava in armi e droga. Non ebbi più alcun dubbio ed accettai la proposta di Angel che era già sulle loro tracce. Cadrega mi mise a disposizione una quantità ingente di capitali, ammontanti a centinaia di migliaia di dollari, sicuramente il ricavato dei loro loschi traffici che dovevano essere riciclati. In quell'occasione rividi Varone e la Spitz inviati a Bogotà dal cinese Lliu Thin, rappresentante negli U.S.A. della Triade, per condurre in porto un grosso affare riguardante appunto lo scambio di un'ingente partita di droga, con delle armi provenienti dalla Svizzera."-

- " Ma scusa, gli chiese Luigi, con Varone e la Spitz non eravate amici e colleghi in affari?"-

- "Certo, eravamo amici. Sulle prime tentai di ottenere una loro inversione di rotta , ma ben presto mi accorsi che sarebbe stato impossibile: la loro posizione era apertamente schierata dalla parte di Cadrega. Entrambi - oramai finanziariamente rovinati nelle loro imprese - avevano preferito la più facile strada del traffico di droga; prima perché ricattati da Lliu Thin, poi per esclusiva loro scelta personale di arricchirsi rapidamente. Decisi quindi di abbandonare i due al loro destino, dimenticando a malincuore il periodo di affari e di amicizia trascorso insieme in Argentina e in California. Erano talmente soggiogati dal cinese, che li teneva in pugno, che ogni mia azione per dissuaderli risultò inutile. Quando Cadrega mi chiese di fungere da intermediario nello scambio che si doveva effettuare in questa città, lo riferii alla Dea che mi propose di utilizzare come base d'appoggio la C.M.P. affiliata della S.C.U., organizzazione mafiosa italiana che tu conosci molto bene. Avrei dovuto assecondare l'operazione eseguendo quanto Cadrega mi richiedeva e cioè portare a Brett tre campioni di eroina per fare scegliere a lui il tipo di fornitura di suo gradimento. Quando giunsi in Italia volli rivedere i vecchi amici d'un tempo e cercai prima uno poi l'altro di voi due. Non trovando te, troppo impegnato nel lavoro, mi rivolsi a Giulio che si dimostrò affabile e disponibile. In quel mentre avvenne un fatto importante: qualcuno prese dalla casa di Giulio la ventiquattr'ore contenente la droga, ed io, ignaro della casualità del fatto, dovetti comunicare alla Dea e a Cadrega lo smarrimento dei campioni. Questa, pensando che fosse stato scoperto il mio doppio gioco - per tutelare la mia incolumità da eventuali ritorsioni della mafia - pensò, a mia insaputa, di proteggermi, facendomi arrestare dalla magistratura italiana. L'altro - preoccupato di ritrovare la droga - mise in moto la C.M.P. per realizzarne il recupero. Fu così che essendo stato oramai reso pubblico il mio presunto traffico di eroina io non fossi più la persona adatta ad incontrare Brett. E qui comincia la parte più difficile: convincere Giulio ad accettare di sostituirmi nell'impresa."-

Lo interruppi per dirgli:

- "Se fossi in te al 'più difficile' aggiungerei anche 'drammatica e pericolosa'. So io quello che ho passato per averti dato retta."

Lui non colse la battuta e rivolgendosi a me continuò:

- "Certo, trasformare uno psicanalista in 007 non è una cosa da intraprendere a cuor leggero. Ero perfettamente conscio dei rischi che correvi. Tuttavia specie durante la detenzione ho contato molto sulla valida collaborazione di Angel che teneva in mano i componenti della C.M.P. Fu lei a far rilasciare Marisa e fu lei, in alcune circostanze, a convincere gli uomini di Gothau a non farti del male." -

Poi rivolto nuovamente a Luigi:

- " Quel biglietto di minacce che Giulio ricevette a casa sua lo scrisse Angel per costringerlo a denunciare la cosa e a mettersi sotto la protezione della polizia. Ma lui ha taciuto. Da quel momento ho capito che i giochi erano fatti e che sarebbe stato dalla mia parte. Rimaneva tuttavia il problema della sua incolumità, ed ecco la necessità di suggerire alla C.M.P. il rapimento di Marisa. A questo punto Giulio si è confidato con il Commissario Mauri che, grazie anche al tuo incarico, è diventato il suo angelo custode."-

Se quel discorso poteva lasciarmi indifferente se fatto a quattrocchi, perchè non aggiungeva nulla a quanto già sapevo, al contrario mi dava tremendamente fastidio ora che lui ne parlava in presenza di Luigi. Mi aveva giocato e lo diceva apertamente. Qui il fine contava fino ad un certo punto; era in gioco il mio amor proprio che ad ogni sua parola riceveva delle mazzate terribili.

Luigi si era alzato per tesare la drizza della randa e mollare il 'vang'. La balumina della randa, panciuta com'era, teneva bene il 'lasco'. Il vento aveva leggermente rinfrescato e stava girando a libeccio. Se prima la vela sotto la leggera brezza mostrava una grande concavità lungo la linea verticale situata al centro del boma, ora , con la barca in assetto di bolina larga occorreva riempire di più la vela allentando la balumina. Alberto contemporaneamente mollò anche la scotta del genoa che si riempì uniformemente di vento, dando un'impulso allo scafo di almeno due nodi. Finita la manovra Luigi disse:

- "Vedi caro Alberto, il mio intuito - specie in questi ultimi tempi - mi diceva che sotto tutta questa faccenda dovessero esserci anche i servizi segreti. Ne ebbi la certezza quando chiesi di te al capo della squadra degli agenti americani, ottenendo delle risposte evasive che rafforzarono il mio convincimento. Ma non ne avevo la certezza. Ora posso finalmente congratularmi con entrambi. Non avete tradito la vecchia grinta. Anche se, per quanto conosco Giulio, la sorpresa maggiore me l'ha fornita lui. Tuttavia non sono d'accordo sulla tua interpretazione relativa al suo coinvolgimento. Penso che sia stato lui a prendere te e non viceversa."-

Mi trovavo tra l'uno e l'altro e visto che ero stato preso di mira cambiai posto, cedendo il timone a Luigi.. Speravo che Alberto mi mettesse al corrente di qualcosa che non conoscevo, invece entrambi avevano preso me come perno del discorso e questo mi procurava un fastidio indicibile . Nonostante lo avessi impegnato nel governo dell'imbarcazione, Luigi continuò rivolgendosi ad Alberto:

"A vincere non è stata la tua perizia nel condurre una tua strategia stereotipata, che si basava prevalentemente sul pseudo ricatto morale; secondo me - e forse ce lo dirà meglio lui stesso - in Giulio esisteva un bisogno impellente di uscire da una situazione di stallo che aveva fatto di lui un abitudinario, pronto a cascare nelle braccia del matrimonio e quindi nell'irrimediabile monotonia. Se tu sei stato bravo a tendere bene la tela, la mosca che vi doveva cadere aveva dimensioni troppo grandi ed artigli ben potenti per farsi immobilizzare."-

- "Vi ringrazio entrambi, dissi. Perdonatemi se mi sento a disagio nel trovarmi al centro della discussione. E, se posso dire la mia opinione, nonostante l'apparente dissenso, approdate alla medesima riva. Quando poco fa Alberto dava sfogo alle sue confessioni, sentivo che qualcosa dentro di me si ribellava. Tuttavia non potevo disconoscere la sua grande abilità nel condurre questo proselitismo, sotto certi aspetti anomalo. Infatti non si rivolgeva ad una persona dotata di quelle particolari attitudini richieste per il suo scopo, ma ad uno che, almeno superficialmente, mostrava interessi diametralmente opposti. Era - perdonatemi l'immodestia - come se un leone volesse ammaestrare il suo domatore. Questo capita talvolta, ma è un caso raro. Quando capita però è una cosa meravigliosa si arriva al diapason della più sofisticata tecnica delle relazioni interpersonali. Quanto dice Luigi mi gratifica. Anche lui ha centrato in un certo qual modo il problema. In effetti non si può dire che non avessi le attitudini, semmai si può dire con certezza che queste attitudini erano ben mascherate. Secondo me le due verità si riuniscono in un unico assunto e cioè c'è stata una reciprocità interattiva che si è maturata nel corso dell'azione rinforzandosi coi risultati conseguiti. Al punto in cui siamo, anche se non potrei dire come ha dichiarato Alberto di essere diventato un agente della Dea, posso riconoscere apertamente che forse in un futuro prossimo la cosa, se avvenisse, non mi dispiacerebbe."

Chiudemmo i nostri discorsi seri con un brindisi alla nostra ritrovata amicizia.

Navigazione notturna.

Avevo sistemato il timone a vento col pilota automatico ed eravamo scesi in cabina per mandar giù un boccone. Non mi fidai di navigare alla cieca. Troppi incidenti, dovuti a collisioni tra natanti, avevano funestato anche quel tratto di mare, che in apparenza sembrava tutto nostro. Così ogni tanto davo un'occhiatina a proravia e a poppavia per verificare che sulla nostra rotta non ci fossero altre imbarcazioni.

Alberto aveva ripreso a parlare, spiegando a Luigi, distesosi in una cuccetta accanto a lui, la ragione della sua reticenza al processo ed il motivo per il quale non fu possibile metterlo subito a conoscenza della cosa. Lui occupava una delle quattro cuccette del quadrato, quella del divano; mentre io mi ero sistemato in quella matrimoniale di prua, per potere avere il controllo della situazione, guardando attraverso l'apertura situata sulla mia testa. Parlava rivolto a Luigi, ma a voce alta per farsi sentire anche da me:

- " Quando tu mi facesti arrestare, mentre mi trovavo in albergo, anch'io fui colto di sorpresa; tuttavia capii che si doveva trattare di un qualcosa manovrato dagli americani. Il sospetto si tramutò in certezza quando al processo seppi chi aveva fatto la denuncia e quando vidi l'agente della Dea, persona che io già conoscevo, presentarsi come testimonio. Gli unici a credere di essere stati incastrati prima, e miracolati dopo l'assoluzione, furono Varone e la Spitz. Ebbi modo di parlare con loro durante le prime udienze e mi accorsi che erano terrorizzati. Una volta liberati presero immediatamente il primo aereo per Bogotà e sparirono per qualche settimana. Li rividi poco prima dell'inizio dell'operazione e non sembravano aver smaltito del tutto la paura provata nelle prigioni italiane. Secondo loro, tutto sommato, la cosa era andata bene; ma d'ora in avanti bisognava essere più prudenti."-

Oramai filavamo a circa otto nodi, e la terraferma era sparita dall'orizzonte. Ad un tratto, sentendo i discorsi di Alberto, mi venne in mente qualcosa, che solleticò la mia fantasia, ma che non comunicai agli altri. Mi allontanai da loro che continuavano a parlare e risalii sul pozzetto. Ammainai il timone a vento e ripresi il governo manuale dell'imbarcazione, correggendo la rotta a 220 gradi sud-sud-ovest. Avevamo già percorso una trentina di miglia ed erano le due pomeridiane; prima che il sole tramontasse contavo di ottenere il mio scopo. Luigi e Alberto non tardarono a raggiungermi; e nessuno di loro si accorse che seguivo una direzione particolare.

Mi misi in ascolto del bollettino meteo. L'alta pressione persisteva sul golfo, e anche per la sera e l'indomani si prevedeva tempo bello con venti moderati provenienti da nord- ovest. I mari si prevedevano calmi o leggermente mossi. Puntai sulla Giraglia, un'isoletta a qualche miglio da Capo Corso.

Senza scoprire le mie carte, decidemmo che oramai tornare indietro non conveniva. In fin dei conti avevamo di fronte a noi due giorni festivi e potevamo permetterci il lusso di trascorrerli in navigazione. Risolvemmo il problema della famiglia di Luigi, mettendolo in comunicazione, via radio, con sua moglie. Io ed Alberto fortunatamente non avevamo da rendere conti a nessuno.

Anche senza guardare lo strumento - ascoltando lo sciabordio dell'acqua sullo scafo - mi resi conto che la velocità era aumentata. Filavamo con mure a dritta accarezzando appena le piccole onde che ci venivano di tre quarti al traverso. Erano gli ultimi guizzi del libeccio, che aveva rinforzato, prima di calare repentinamente durante la notte, e mutarsi in una leggera brezza di tramontana. L'imbarcazione teneva bene l'andatura con le vele gonfie di vento; e per raggiungere il mio scopo non avevo bisogno di fare nessun bordo.

Stabilimmo i turni al timone, di quattro ore di giorno e due ore di notte ciascuno. Il timone a vento ci avrebbe permesso di intervenire singolarmente sulle manovre delle vele in caso di emergenza, consentendo agli altri due di riposare, per almeno quattro ore di seguito.

Alle otto della sera incontrammo il traghetto proveniente dalla Sardegna. Era quasi sulla nostra rotta. Ci doppiò ad un mezzo miglio di distanza. I passeggeri della nave ci salutarono con grande sventolii di fazzoletti e Alberto in equilibrio sul pulpito di prua si sbracciò per ricambiare. Il pigmeo incontrava il gigante. Per la prima volta avemmo la sensazione della fragilità della nostra imbarcazione di dodici metri. In paragone a quel colosso, eravamo un fuscello nell'immensa distesa del mare.

Dalle otto cominciammo i turni di due ore. Luigi aveva il primo, fino alle dieci; io fino alla mezzanotte, Alberto fino alle due, per poi ricominciare con lo stesso ordine fino alle otto del mattino seguente. Rimasi in piedi fino al primo turno. Il vento era calato quasi del tutto. Decisi di ammainare il genoa tenendo in sito la randa che ancora teneva il vento e misi in moto il motore. In un primo tempo l'elica, a becco d'anatra ripiegabile, frullò senza aprirsi; poi un leggero tonfo mi indicò il suo assetto normale e la barca filò sul mare calmo a quasi sei nodi, galoppando pigramente con un lento beccheggio e un dolce rollio, dovuti alla totale assenza dell'effetto stabilizzatore della vela ed alle onde che, con la bonaccia, s'erano molto allungate. Accesi le luci di posizione e controllai che il riflettore radar fosse in posizione. Le due bussole illuminate mi indicavano una rotta costante mentre il 'vento apparente' segnava una velocità di sei nodi. C'era una totale calma di vento.

Le due ore del turno trascorsero tranquille mentre gli altri due dormivano saporitamente sotto coperta. Luigi russava come un trombone , ma il ronfare del motore lo superava. Erano le uniche cose fuori posto in quella situazione ideale di calma assoluta.

L'incontro.

Avevo già quasi concluso il turno, quando scorsi a circa un miglio di distanza, a quaranta gradi a babordo della nostra rotta, una nave che veniva verso di noi. Guardai l'orologio: mancavano dodici minuti alla mezzanotte. L'oscurità fitta era rotta solo dal chiarore delle stelle. Forse ce l'avevo fatta. Era molto probabile che quella fosse la Santo Domingo. Presi i binoccoli e cercai di vedere qualcosa di più di quelle luci in coperta che al massimo indicavano trattarsi di un cargo e non di una nave passeggeri. Ma non riuscii a distinguere altro.

Dovevo aspettare che fosse più vicina. Avrei dovuto cedere la guardia del timone ad Alberto; ma ora non me la sentivo più di abbandonare quel posto. Accostai di cinque gradi, per andargli incontro, e accelerai il motore di un centinaio di giri. Sapevo da Brett che il cargo doveva attendere la Pedro al limite delle acque territoriali francesi, navigando in cerchio nella zona. L'appuntamento sarebbe dovuto avvenire il giorno prima, ma il cargo aveva l'ordine di attendere comunicazioni, prima di muoversi. D'altro canto, la televisione nazionale e la radio, avevano parlato solo genericamente dell'arresto di trafficanti d'armi; mentre i giornali, anche se avevano dato maggiori particolari, non potevano essere stati letti dall'equipaggio del cargo, in navigazione da diversi giorni. Ad un certo punto la nave virò di bordo e puntò verso ovest.

Non potevano esserci più dubbi: era la Santo Domingo che navigava mantenendosi nel quadrante concordato, senza mai varcare il confine delle nostre acque territoriali. Non mi preoccupai di cambiare rotta. Se i miei calcoli erano esatti mi sarebbe venuta incontro al prossimo suo giro. Me la sarei trovata di fianco fra non più di un'ora. Era giunto il momento di parlarne anche con gli altri due. Li svegliai e raccontai il tutto come se si fosse trattato di un incontro puramente casuale. Dissi:

- "Considerando che la fortuna ci ha messo in condizioni di renderci ancora utili, sarebbe una vera idiozia sprecare l'occasione che ci viene offerta in un piatto d'argento. Io avrei un'idea. Ho pensato che se la Santo Domingo è ancora qui con i suoi carri armati, vuol dire che non hanno avuto notizia di quanto è occorso a Brett l'altra notte. Ed allora perché non tendere una trappola anche a loro? Se voi due vi spremerete rapidamente le meningi, per trovare uno stratagemma che ci consentirà di far loro attraversare le nostre acque territoriali, noi potremmo facilmente metterci in comunicazione con la Capitaneria più vicina, e farci soccorrere."-

Quanto avevo proposto trovò il consenso entusiasta di Alberto e un'accoglienza glaciale di Luigi che disse:

" Senti Giulio, mi hai trascinato in mezzo al Golfo per fare una passeggiata in barca a vela e la cosa l'ho gradita moltissimo. Ora però questo supera ogni limite. Vuoi addirittura sequestrare una nave. Ti rendi conto a quali sciagure puoi farci andare incontro se per caso la nave intercetta la nostra comunicazione con la Capitaneria? Essendo in attesa di notizie, loro saranno costantemente in ascolto radio. Senza contare che non hai la certezza si tratti veramente della Santo Domingo."-

Intervenne Alberto e rivolto a me disse:

- " L'idea è meravigliosa. Spero non ti lascerai condizionare dalle difficoltà prospettate da Luigi. Del resto lui stesso ci ha dichiarato di essere un nostro ostaggio. Ebbene ora lo è più che mai e farà quello che gli diremo noi. Io avrei una mezza idea per far passare il confine al cargo."-

Prese una carta nautica della zona e la dispiegò sul tavolo da carteggio del navigatore. Osservò attentamente la zona e con una matita e una squadra segnò delle coordinate sulla carta. Poi continuò:

- "Siccome loro sono in attesa della bettolina, noi diremo che il natante ha subito un'avaria e per maggior sicurezza ha dato fondo all'ancora in questo punto, ad una decina di miglia dalle secche della Meloria. Per fare il trasbordo gli diremo che dovranno andarle incontro a metà strada, a cinque miglia ovest della Gorgona, questa notte stessa. Saremo in pieno nelle acque territoriali italiane; e abbiamo il vantaggio di risultare credibili, raccontando tutti i dettagli dell'operazione. Così loro saranno costretti a far rotta verso est. Ci metteremo in comunicazione con la Capitaneria nell'occasione più propizia e saprò io come mascherare la telefonata."-

Luigi s'era rimesso sulla cuccetta ed io seguivo coi binoccoli le virate del cargo. Alla prossima sarebbe venuto nuovamente verso di noi. Ora si trattava di escogitare un modo per attirare la loro attenzione. Se avessimo perso l'occasione di quel giro avremmo dovuto aspettare ancora un'ora e l'incontro non sarebbe stato più credibile. Pensai di utilizzare il faro alogeno; avremmo potuto comunicare telegraficamente e con buona probabilità di essere avvistati.

Ecco; già vedevo la grande mole stagliarsi contro le stelle dell'orizzonte. Fra una decina di minuti, ci sarebbe passato vicino.

Aiutato da Alberto, preparai il faro in coperta, sistemandolo su un trespolo mobile, e collegandolo direttamente con gli accumulatori della barca. Per le segnalazioni ci saremmo serviti del tasto Morse. Oramai il rumore dei motori della nave sovrastava il nostro. Ci tenevamo ad una distanza di qualche centinaio di metri per evitare che il cargo ci speronasse.

Accendemmo il faro e la sua lama di luce investì la fiancata nella quale leggemmo: <<Santo Domingo>>. Alberto non si trattenne dal gridare un <<hurrà>> che fece sobbalzare Luigi nuovamente assopitosi in cuccetta. Puntai il faro sulla plancia di comando della nave e Alberto cominciò a trasmettere: linea punto linea punto; linea linea; punto linea linea punto; che significava: C.M.P. Ripetè molte volte questa sigla sempre col faro puntato su di loro. Nessun segno di intelligenza. Non si erano ancora accorti di noi. Era già quasi l'una e certamente erano pochissime le persone ancora sveglie. Il cargo ci stava oramai doppiando, e le speranze stavano per svanire, quando ad un tratto il rumore dei motori cessò, per riprendere subito dopo con un grande sciabordio delle onde che ci fecero ondeggiare paurosamente. Di lì a poco sotto l'azione frenante delle eliche fatte girare in retromarcia, il cargo si fermò maestoso a poca distanza da noi. Dalla plancia di comando con un megafono qualcuno ci disse di accostare. Il mare era appena increspato e, sistemati i parabordi, lanciammo una gomena ad un marinaio sceso sulla piattaforma della scaletta.

Salimmo a bordo e ci venne incontro l'ufficiale di guardia. Spiegammo a lui che avevamo avuto l'incarico dalla C.M.P. di comunicare loro alcune variazioni dell'operazione concordata con Brett. A sua volta l'ufficiale svegliò il comandante che non parlava italiano e Alberto in perfetto inglese gli spiegò la variazione del piano. Il comandante prima si stupì che avessero scelto proprio una barca a vela per comunicare con loro; poi, quando Alberto disse che era l'unico mezzo che non avrebbe destato sospetti, se sorpreso a navigare in acque extraterritoriali, si convinse e volle che rimanessimo a bordo suoi ospiti fino alla conclusione dell'operazione.

Facemmo buon viso a cattivo gioco; e a nulla valse dire che avevamo la barca da governare. Lui ci tranquillizzò. Si trovava rimedio a tutto: avrebbe rimorchiato il nostro natante con una lunga cima. Non era la prima volta che aveva fatto operazioni del genere e non c'era bisogno di nessun governo; avrebbe mandato lui un marinaio per legarla e sarebbe venuta dietro docile come un agnellino.

Un tentativo inutile.

Il comandante si dimostrò gentilissimo. Ci assegnò una cabina e ci invitò a riposarci in quelle poche ore che mancavano all'incontro; potevamo farlo tranquillamente. Quando fummo soli ci guardammo in viso e Alberto mi disse:

- "Forse Luigi aveva ragione. Non dovevamo farlo. Questa è gente che non scherza. Noi siamo del tutto inermi e praticamente loro prigionieri." -

- "Non avevamo previsto che potessero trattenerci a bordo, risposi, impedendoci così di comunicare con l'esterno. Ed ora che cosa facciamo? Tentare una fuga sarebbe impossibile. Sono certo; quella vecchia volpe non ha creduto molto di quanto gli abbiamo detto e ha già deciso di farci sorvegliare. D'altro canto, se non riusciremo a sbrogliarcela prima, una volta arrivati in vista del faro della Gorgona, dovremo raccomandarci l'anima a Dio."-

Rimanemmo per un poco distesi nelle cuccette pensando a qualcosa per riuscire a toglierci da quella situazione che col passar del tempo diventava sempre più angosciante. Ad un certo punto sentii qualcuno bussare alla porta della cabina. Alberto andò ad aprire e si trovò di fronte Angel. Fece un salto indietro come se avesse visto un fantasma e le disse:

- "Cosa ci fai tu qui? Ero certo tu fossi partita per la Colombia qualche giorno fa." -

- "No. Hanno variato il programma. Cadrega ha voluto che seguissi l'arabo fino al compimento dell'affare. Il principe Abu-da crede che io sia ammaliata dal suo fascino. E' una persona gentile e dimostra di essere anche corretto. Mi ha portato fin qui col suo Yacht. Ma voi piuttosto cosa ci fate sul cargo? Ho saputo dal comandante che erano arrivati emissari della C.M.P. e volevo vedere chi fossero."-

- " Quindi non c'è scampo, rispose Alberto, anche tu sei nella merda. La cosa si complica moltissimo. Fra qualche ora saremo tutti smascherati. O troviamo qualcosa che ci consenta di filarcela o siamo fritti."-

Dall'oblò della cabina si vedeva ogni tanto, illuminata dalle luci della nave, la Giò, la mia barca, scodinzolare a manca e a dritta al cappio del traino. Mi colpì il fatto che mentre avevamo lasciato tutte le luci accese, ora era tutto buio ed anche il 'tambucio' dell'ingresso della cabina era chiuso. Ma Luigi che fine aveva fatto? Avevano fatto salire a bordo anche lui? Non ne sapevamo nulla.

Alberto propose di calarci lungo il cavo di traino. Sia lui che Angel avevano fatto quell'esercizio in addestramento milioni di volte e, una volta rientrati sulla Giò, non ci sarebbe stata difficoltà a mollare gli ormeggi e a filarsela via eludendo la sorveglianza.

Feci presente che ciò che per loro era un gioco da ragazzi per me rappresentava un'impresa impossibile; sarei caduto in mare dieci volte prima di percorrere come una scimmia quel lungo cavo di traino. Proposi che tentassero loro la fuga; io avrei sempre potuto dire di essere in buona fede. Alberto mi interruppe per dirmi:

- "E come credi di cavartela?" -

- "Cercherò di guadagnare tempo dicendo che io non sono del vostro gruppo. Dirò che avete noleggiato la mia barca, mi avete tradito e ve la siete filata a mia insaputa. Il fatto che mi abbiate abbandonato al mio destino potrebbe rendere la cosa più credibile. La commedia non dovrebbe durare poi tanto se avrete il tempo di mettervi in comunicazione con la Capitaneria."

Alberto ed Angel si lasciarono convincere che quella era certamente l'ultima carta da giocare per tentare di salvare la pelle.

Uscirono con circospezione dalla cabina e li seguii finchè non sparirono camminando carponi lungo le murate di poppa. Erano le tre. Fra un'ora circa saremmo stati in vista del faro della Gorgona. Mi affacciai all'oblò per cercare di scorgerli mentre attraversavano il cavo, ma non vidi nessuno. Vedevo la barca solo quando il suo slalom la spingeva a dritta: era sempre lì, scodinzolava sull'onda apparentemente senza nessuno a bordo. Stetti così, col naso schiacciato sull'oblò, per circa venti minuti. La barca dondolava tranquilla di qua e di là. Pensai a qualche incidente; a quest'ora sarebbero già dovuti essere distanti un miglio. Oramai mancavano solo pochi minuti all'ora della verità.

Ad un tratto la porta della cabina si aprì ed entrò il comandante col suo secondo; dietro di loro c'erano Alberto ed Angel. Alberto aveva il viso tumefatto ed un'occhio nero, mentre Angel aveva del sangue che le usciva da un angolo della bocca. Con uno strattone li spinse dentro e rivolto a me disse:

- "Mi spiace, che i suoi amici si siano fatti male. Una nave come questa presenta sempre delle insidie nascoste."-

Quando uscirono sentii che chiudevano la porta a chiave. Non ebbi il coraggio di rivolgere la parola ai miei due amici. Si erano lasciati cadere su una cuccetta e si vedeva che soffrivano molto. Dovevano averli massacrati di botte.

L'evoluzione inattesa.

Mentre con un fazzoletto bagnato cercavo di pulire il viso di Angel e quello di Alberto, sulla testa sentii un rumore diverso dal motore della nave. Si faceva sempre più intenso. Sembrava un elicottero, e ronzava a quota piuttosto bassa. Cercai di guardare dall'oblò, ma vidi solo l'accecante riverbero di fari potentissimi che investivano la fiancata. Il motore della nave si arrestò e dopo un poco anche la nave.

Cercai di vedere che fine aveva fatto la Giò, ma non riuscii a scorgere niente. Forse si trattava di un elicottero in perlustrazione. Il sangue ricominciava a fluire copioso nelle vene.

La testa sembrava dovesse scoppiarmi da un momento all'altro. Anche i due infortunati si erano rianimati ed avevano avuto la forza di sollevarsi per ascoltare meglio quanto succedeva sopra coperta. Un vociare confuso arrivò fino a noi. Poi la porta della cabina si aprì e comparve il principe arabo che si rivolse ad Angel e disse:

- "Madame, vous avez de la chance! Ma non credo per molto. Il mio governo saprà punirvi come meritate."-

Poi rivolto a me e ad Angel continuò:

- " Ora salite in coperta e mostratevi a quelli dell'elicottero. Devono credere che questa nave trasporti passeggeri. Se farete una sola mossa sbagliata il vostro amico pagherà per voi."-

Uscimmo all'aperto mentre l'elicottero a quota bassissima ronzava sempre sopra di noi e intorno alla nave. Ci spostammo verso la poppa e vedemmo una cosa che ci fece rimanere allibiti: Luigi in piedi, sulla tuga della Giò, segnalava con il faretto all'elicottero qualcosa con l'alfabeto Morse. Diceva: <<...OGA STOP PERSONE MOLTO PERICOLOSE STOP OCCORRONO AIUTI IMMEDIA...>> Una nutrita raffica di mitra spense quel faretto e Luigi cadde bocconi sulla tuga. Dall'elicottero risposero con raffiche violente e noi dovemmo ripararci dentro il gavone degli ormeggi.

Le prime luci dell'alba cominciavano a tingere di rosa il profilo snello della Gorgona. Ad un tratto, tutto cessò. L'elicottero smise di sparare e, con una virata di 180 gradi, si allontanò veloce.

Per qualche attimo il solo rumore era lo sciabordio delle piccole onde che si frangevano sull'opera viva della nave. Da dietro l'isola erano apparsi improvvisamente due guardacoste della marina che puntavano dritti su di noi. L'incubo era cessato. Una motovedetta mise in mare un gommone. Feci cenno che occorreva andare subito sulla Giò.

Sollevarono Luigi sanguinante, ma vivo. Una pallottola l'aveva colpito di striscio ad una tempia forandogli il padiglione dell'orecchio ed un'altra gli aveva trapassato una spalla.

Salirono a bordo e misero le manette al comandante e agli uomini dell'equipaggio.

Alberto, Luigi, Angel ed io fummo trasbordati su una motovedetta che si diresse verso la nostra città.

L'arabo, munito di passaporto diplomatico, fu fatto salire sull'altra motovedetta diretta a Livorno.

La nave, con la Giò a rimorchio, fu sequestrata e dirottata al porto livornese.

Un uomo fortunato.

Durante il viaggio di ritorno ci congratulammo con Luigi per la sua strabiliante e inattesa partecipazione. Sembrava diventato un altro. Il suo sguardo, solitamente freddo, aveva acquistato un calore sconosciuto anche ai tempi trascorsi alla macchia.

Gli chiedemmo come avesse fatto a mettersi in comunicazione con la Capitaneria e lui con voce accesa ci disse:

- " Quando siete saliti sulla Santo Domingo, mi sono reso conto che avevate trascurato di fare la cosa principale: telefonare alla Capitaneria di Livorno. Allora per non destare sospetti ho spento tutte le luci, mi sono chiuso in cabina, e dopo essermi accertato che il marinaio che aveva ingallocciato il traino avesse lasciato l'imbarcazione, mi misi al radiotelefono e chiamai la Capitaneria di Livorno. Ero sicuro, come in effetti avvenne, che quelli della nave non sarebbero stati in ascolto, convinti che sulla Giò non ci fosse rimasto nessuno."

- " Mi qualificai, ma i marinai della Capitaneria sulle prime credettero ad uno scherzo; poi, quando dissi loro di telefonare al Commissario Mauri, si convinsero ed ascoltarono quanto avevo da dire. Mi promisero che avrebbero fatto il possibile per mandare in zona, quanto prima, un elicottero armato per impedire alla Santo Domingo di fuggire nuovamente in acque internazionali. Purtroppo il confine delle acque territoriali francesi e italiane corre proprio al centro del canale formato dalla linea Capraia-Gorgona da un lato, e Capo Corso dall'altro, e quindi la distanza da superare per passare dall'altra parte è di poche miglia. Non avevo idea del punto nave e quindi non potevo sapere quanto tempo il cargo sarebbe rimasto nelle acque territoriali italiane. Lo sconforto mi assalì quando mi accorsi che la Santo Domingo aveva nuovamente invertito la rotta. Ma subito dopo udii il rumore dell'elicottero."-

Il comandante della motovedetta, presente al discorso di Luigi, confermò:

- "Sua Eccellenza ha ragione. Quando l'elicottero bloccò il cargo, la nave si trovava proprio al limite delle acque territoriali francesi; appena mezzo miglio ad ovest del confine italiano."-

Due marinai trasportarono Luigi sotto coperta, in una piccola saletta tutta bianca, adibita ad infermeria. Fece dello spirito quando gli dissero che una pallottola gli aveva forato il lobo destro dell'orecchio.

Con un sorriso tutto nuovo, disse:

- "Non sono mai riuscito a convincere mia moglie a forarsi le orecchie per mettersi due pendenti che le avevo regalato per i dieci anni di matrimonio. Ora so qual è il sistema più convincente e sbrigativo."-

Vedendolo con uno spirito così diverso dal suo solito gli dissi:

- " Lo sai, quando ci rinchiusero nella cabina della nave Alberto ha riconosciuto che avevi ragione tu. Eravamo disperati e francamente non vedevamo nessuna via d'uscita. La sola che poteva essere tentata è andata male e Angel e Alberto sono stati pestati in malo modo. Se non fosse subito arrivato l'elicottero chiamato da te, ora questa storia non saremmo certamente noi a raccontarla."-

Anche lui, come il serpente, seppure in ritardo, si era deciso a cambiare la sua pelle.Una metamorfosi improvvisa che aveva trovato terreno fertile nei discorsi di Alberto. La ferita alla spalla aveva trapassato il muscolo senza ledere altri organi, tuttavia gli aveva procurato un grosso ematoma nella regione dorsale, probabilmente per la rottura di qualche vaso periferico, che non gli consentiva di muovere il braccio. Se l'era vista brutta. Pochi centimetri più in là e la pallottola gli avrebbe fracassato il cranio.

Alberto era conciato male; ed ora il suo viso tumefatto aveva assunto un colore violetto cupo con venature rossastre che in certi punti, specie attorno agli occhi, diventavano del tutto nere. Accusava anche dei dolori al torace che il medico diagnosticò essere derivati dalla frattura di un paio di costole.

Angel aveva ricevuto solo qualche schiaffo e ne rivelava i chiari segni sulle sue guance delicate.

Soltanto io ero stato l'unico ad uscire sano e salvo da quell'avventura. Mi faceva piacere pensare che avevo avuto una buona dose di fortuna ed ero grato alla sorte che mi aveva risparmiato. Riflettevo che in fin dei conti ero passato indenne in gravissimi frangenti, come un miracolato.

Cercavo di scoprire quale fosse il Santo protettore e a chi dovessi tanta benevolenza, quando - mentre commiseravo a voce alta i miei sfortunati compagni - un marinaio entrò in infermeria e mi diede un foglietto piegato in due. Era un telex.

Lo apersi rapidamente e lessi:

<<Destinatario prof. Tirelli. Stop Nave Santo Domingo Ore 5,30 costretta sganciare traino GIO' Stop Imbarcazione est affondata a due miglia circa sud-est Meloria Stop Causa incidente falle prodotte precedente mitragliamento Stop Impossibile segnalare punto esatto Stop Relitto irrecuperabile>>.

* * *

Composto al Computer con il programma Windows 3.1

Winword per stampante HP Laserjet II. Stile normale.

Formato A4.

EDIZIONE DEL 22 GENNAIO 1993

I N D I C E D E L V O L U M E

Pag . 3 Capitolo primo: La rimpatriata

Pag . 3 Il vecchio amico

Pag . 4 L'inverno del '44: la separazione

Pag . 6 L'ospitalità di Lucia

Pag . 9 Un brutto incontro

Pag . 10 L'onorevole Cerquetti

Pag . 12 Alberto è in difficoltà

Pag . 14 Capitolo secondo: Il Capanno

Pag . 14 L'ideologia all'addiaccio

Pag . 16 Il viaggio per Ancona

Pag . 17 Il convoglio militare

Pag . 19 L'incontro coi partigiani

Pag . 20 Il capanno

Pag . 22 Il telegrafista e il Micio

Pag . 23 Il tenente Mario e Cecilia

Pag . 26 Capitolo terzo: Il rag. Guglielmo Persicetti

Pag . 26 Lisa, Marta e Guglielmo

Pag . 28 La figlia del pescatore

Pag . 29 La caduta delle mura di Gerico

Pag . 30 La dichiarazione dell'armistizio

Pag . 33 Il patto con Guglielmo

Pag . 34 Una decisione ponderata

Pag . 36 Capitolo quarto: Le riflessioni di uno psicanalista

Pag . 36 Il presidente di Corte d'Appello

Pag . 39 Il lettino dello psicanalista

Pag . 41 Mio padre

Pag . 42 Pater Noster

Pag . 44 Un amico impenetrabile

Pag . 46 La mia Marisa

Pag . 48 Capitolo quinto: Alberto a Napoli

Pag . 48 La guaglioncella

Pag . 50 L'Ufficio 'I' del Comando Alleato

Pag . 53 La preparazione

Pag . 55 L'attentato

Pag . 57 Lo scontro coi fascisti

Pag . 59 Capitolo sesto: Un giallo nel giallo

Pag . 59 La lettera

Pag . 60 La signora Luisetti

Pag . 62 Un brutto ceffo

Pag . 63 L'intervento della polizia

Pag . 66 Il processo

Pag . 68 Le dichiarazioni di Alberto

Pag . 70 Capitolo settimo: I testimoni

Pag . 70 La signora Angel Rupert Smith

Pag . 72 La distrazione dell'on.le Cequetti

Pag . 74 La ventiquattr'ore

Pag . 75 Il colloquio in carcere

Pag . 78 Un lutto al capanno

Pag . 80 Capitolo ottavo: Una fissazione alla fase anale

Pag . 80 Via dell'Indipendenza 34, Interno 12

Pag . 82 Una ragazza con la coda di cavallo

Pag . 84 Tarcisio

Pag . 86 Un richiamo d'emergenza

Pag . 87 Il racconto di Marisa

Pag . 90 Il sogno

Pag. 91 Capitolo nono: Il complesso di colpa

Pag . 91 La ritrattazione

Pag . 91 La sentenza

Pag . 93 L'amica di Alberto

Pag . 95 Il trasporto del ferito

Pag . 98 La visita di Alberto

Pag .101 Capitolo decimo: La consegna

Pag .101 Una settimana bianca

Pag .103 L'esame

Pag .106 Una prestazione infelice

Pag .107 Il viaggio in macchina

Pag .109 Un topo d'albergo

Pag .110 Capitolo undicesimo: Il fascino della montagna

Pag .110 La vendetta di Alberto

Pag .112 Le rivendicazioni di Cecilia

Pag .114 Il leone inferocito

Pag .116 Canazei

Pag .117 Il rifugio Belvedere

Pag .119 Capitolo dodicesimo: Quattro gradi sotto zero

Pag .119 Lo svizzero

Pag .121 I signori della Lancia Tema

Pag .122 Cecilia e l'asino

Pag .124 La liberazione da un incubo

Pag .125 Il messaggio in codice

Pag .127 Lo sgombero del capanno

Pag .128 Ancora la valigetta

Pag .130 Sulle tracce di Marisa

Pag .131 Capitolo tredicesimo: Il bandolo della matassa

Pag .131 A confronto con una femminista

Pag. 133 La trasferta in Germania

Pag .134 Alberto racconta

Pag .137 Lo stereotipo sociale

Pag .138 Il bombardamento del capanno

Pag .139 Una sola lacrima

Pag. 141 Capitolo quattordicesimo: La stima paga

Pag .141 La verità e il dubbio

Pag .142 Franco ha bisogno del medico

Pag .144 La tana del lupo

Pag .145 Un pedinatore discreto

Pag .147 I piani di Brett

Pag. 148 La fine della trasferta

Pag .151 Capitolo quindicesimo: Amore e droga

Pag .151 L'interpretazione dello psicogramma

Pag .152 Il vero amore

Pag .154 Alberto a Bogotà

Pag .155 Ramon a Bangkok

Pag .156 Il radiogoniometro

Pag .158 Il notes dello psicanalista

Pag .160 Capitolo sedicesimo: Qualcosa comincia a muoversi

Pag .160 La telefonata notturna

Pag .162 La linea gotica

Pag .166 L'ultimo ruggito del vecchio leone

Pag .168 Il telefono è sotto controllo

Pag .170 Capitolo diciassettesimo: Fiori d'arancio

Pag .170 Un fiasco abissale

Pag .172 La dichiarazione

Pag .173 Un compagno di sventura

Pag .175 Il complesso di castrazione

Pag .177 L'albero delle carrube

Pag .179 Un paese deserto

Pag .181 La sepoltura

Pag .182 Capitolo diciottesimo: I controlli delle forze dell'ordine

Pag .182 Un vigile zelante

Pag .184 La frontiera italiana

Pag .186 La zingara

Pag .187 La C.M.P. in azione

Pag .188 Il cargo brasiliano Pedro

Pag .189 L'arabo

Pag .191 Capitolo diciannovesimo: Il gruppo degli sbandati

Pag. 191 L'incontro con Franco

Pag .192 Il signor Conte

Pag. 194 Il lavoro nella fattoria

Pag. 196 Il lavoro al castello

Pag .198 A briglia sciolta

Pag. 200 La bisbetica domata

Pag. 202 Capitolo ventesimo: Caccia spietata

Pag. 202 Il silos della C.M.P.

Pag. 203 Lo scambio

Pag. 204 L'operazione 'salsedine'

Pag .205 In mezzo alla mischia

Pag .208 L'attacco frontale

Pag. 211 Una partita ancora aperta

Pag .212 Capitolo ventunesimo: Dalla guerra alla pace

Pag. 212 Il passaggio delle linee nemiche

Pag. 215 Le pattuglie di retroguardia

Pag .216 I tre marocchini

Pag. 218 Nell'Italia liberata

Pag .221 Una famiglia distrutta

Pag. 224 Capitolo ventiduesimo: Al di là dell'esistente

Pag .224 Un amore senza fortuna

Pag. 225 Una documentazione importante

Pag. 228 Il piccolo Gothau

Pag. 229 Un nuovo impegno

Pag. 231 Il necrologio

Pag .232 Il funerale

Pag .234 Capitolo vertitreesimo: Ritorno alla vita

Pag .234 Una visita di Alberto

Pag. 237 Il caso e le ideologie

Pag .239 Una fine ingloriosa

Pag. 240 La resurrezione

Pag. 242 Le congratulazioni

Pag .244 Capitolo ventiquattresimo: L'epilogo

Pag .244 Una gita in barca a vela

Pag. 247 Navigazione notturna

Pag. 249 L'incontro

Pag. 251 Un tentativo inutile

Pag. 252 L'evoluzione inattesa

Pag. 253 Un uomo fortunato

F I N E




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