FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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SENZA TITOLO

Gianluca Antonelli




E' strano, perlomeno, credo sia strano. Me ne accorgo subito. Anche questa volta del resto. Incrociandolo e guardandolo negli occhi. Dagli occhi traspare, basta guardare il confine che separa l'iride dalla pupilla, a volte ci vedi un piccolo luccichio giallo, ocra per la precisione, riflesso di qualcosa che viene dal fondo.
Io lo vidi subito, me ne accorsi, quello che vedevo era ben più di un semplice occhio. Capivo la sofferenza del ragazzo perché era così vicina alla mia. Il suo problema era nella testa, la sua calotta cranica non era come la nostra, o come la vostra. La cosa che mi ha sempre incuriosito è che il cervello è poggiato nella calotta, ci sono poi le vene che fungono da tiranti mantenendo la materia grigia in posizione ma fino a che punto?, voglio dire, succede di nascere con i giunti più o meno legati, brevilinei o longilinei, e se succedesse di nascere con il cervello più piccolo della calotta, quanto tempo reggerebbero i tiranti?. Al contrario, se la materia grigia si sviluppasse fino a premere contro la calotta?, che del resto è proprio il mio caso, lo sento, l'ho sempre sentita premere contro le pareti e cercare vie di fuga che non aveva. Ho sempre avuto la netta impressione di non essere compatibile con la mia calotta cranica. E' facile accorgersene, basta guardarsi allo specchio, la dimensione delle spalle, della testa, la sua stessa forma sono indicativi. In questo caso vedevo qualcosa di certamente peggiore, nel siero in cui era immersa la sua materia grigia, cosa c'è oltre il sangue?, il colore non era certo rosso, si vedevano chiaramente delle piccole pozze, la circolazione del liquido non era fluida come dovrebbe essere. Alcune pozze sembravano essere sedimentate in qualche maniera o forse, trattandosi di liquido, si dovrebbe dire fermentate.
E cominciavano a emanare quel tipico odore di sangue raggrumato.
Era come se la consistenza del cervello non fosse la stessa ma alcune parti si reggessero solo grazie ad una sottile sfoglia di pelle incartapecorita. C'era un baratro, in quella testa, che mi ricordava la pelle rattrappita che si vede in alcune fotografie di mummie. Così era quel cervello, la parte funzionante ignorava completamente la zona marcia, e anche i normali processi mentali in questo caso funzionano bene. Voglio dire, ci sono dei neuroni che partono dalla zona sana del cervello, incontrano quella marcia, si invischiano in oscuri canali morti, è come se si insabbiassero, come se le attività rallentassero progressivamente fino a scomparire per asfissia, ma per ogni neurone che entra nella zona morta ce n'è uno che esce e alla fine è come se si rispettasse una forma di equilibrio, una sorta di riflessione o conservazione della materia o come la si vuole chiamare. Alla fine c'è sempre un'attività che non fa trasparire all'esterno ciò che succede nella parte malata del cervello. Io me ne sono accorto in me stesso, succedeva una cosa simile. Ho già detto che in qualche modo la materia grigia cresceva fino a premere sulle pareti, ebbene, mi sono accorto che alcuni tipi di pensieri risultavano come distorti, come quando si gioca nel labirinto degli specchi. I neuroni che si spingevano verso il confine del cervello percorrevano distanze minori nello stesso tempo di quelli all'interno, non che andassero più lentamente, attenzione, ma piuttosto sembrava entrassero in una deformazione spaziale che faceva saltare la sincronizzazione. Vi assicuro che avere i neuroni sfasati non è una sensazione piacevole. Il problema della sincronizzazione è fondamentale, immaginate le informazioni viaggiare nel cervello come elettroni in un conduttore, ogni elettrone è una informazione, ogni elettrone viaggia con un proprio orizzonte dei tempi e ogni elettrone stimola in momenti diversi quella cosa che poi deve avere coscienza di queste informazioni. Succede che le voci si accavallano, si sovrappongono immagini distanti pochi attimi con immagini distanti anni e odori di persone ormai morte.
Perché saprete certamente anche voi come succede, per ogni oggetto che ci è di fronte nella nostra mente si creano dei legami differenti per ognuno dei sensi, i neuroni che conservano l'informazione della vista vanno in una zona (in senso lato ovviamente), quelli dell'udito da un altro e così via, tutti questi neuroni conserveranno un legame fra loro che ricostituirà poi l'oggetto, ma a loro volta di legami ne avevano anche altri e così via per associazioni di idee fino a ricostruire a catena, senza la possibilità di fermarsi, tutti gli oggetti, tutti gli odori che si accavallano e ci stimolano come fotogrammi successivi di una pellicola delirante.
E alcuni momenti di buio di sensazioni, di assenza completa di percezioni ti fanno pensare (intuire?) che finalmente i neuroni hanno trovato un percorso interno di cui tu non debba necessariamente tenere conto. Perché anche questo ho sempre pensato, dell'attività cerebrale, quanto è ciò di cui si ha coscienza e quanto deve semplicemente soddisfare le esigenze di un microcosmo interno che è completo anche senza la tua presenza?. Sempre riguardo il problema della sincronizzazione, le informazioni sono trasportate da un pacchetto di neuroni, questo pacchetto passa attraverso dei cancelli che si aprono e chiudono e che regolano il flusso di informazioni, ora immaginate che il cancello si chiuda mentre il pacchetto lo sta attraversando e apra su un altro pacchetto, non sarebbe neanche la prima volta. Poi richiuda sul secondo tornando al primo, si forma una sorta di codifica del segnale di cui non si è a conoscenza interpretandolo come originale. Non sono proprio sicuro che la codifica sia indecifrabile, in effetti credo che debba esistere una relazione fra la deformazione fisica e il rallentamento delle comunicazioni, o meglio, l'apertura delle sinapsi non dovrebbe essere completamente aleatoria. Questo ragazzo doveva aver cominciato a guardarsi bene negli occhi perché era cosciente che in qualche modo qualcosa si stava gonfiando e sgonfiando nella sua mente, c'era un'entità pulsante nella sua testa e lui la viveva come estranea, come se questo in qualche modo lo privasse di una facoltà. Almeno questo è quello che credo pensasse.
Questo è quello che pensavo io all'inizio, l'avrete capito.
Perché c'è un'altra cosa, i neuroni, quanti sono?, io continuo a chiamarli neuroni anche se magari un medico saprebbe distinguerli in un numero imbarazzante di sottogruppi. Saranno almeno dell'ordine delle centinaia di migliaia. Ebbene, centinaia di migliaia di neuroni, forse milioni, forse centinaia di milioni di neuroni servono a fare cosa?. Un lavoro banale, le tasse, la coda alla posta. La televisione. In cosa vengono utilizzate queste schegge che abbiamo nel cervello, non credo che per seguire certi programmi televisivi sia necessario niente di più di un livello di soglia minima dei sensi, non servono certamente degli interruttori che lavorano con transitori di millisecondi. Gli stessi sensi poi non vengono minimamente stimolati per anni ma questo ora non c'entra. Esistono due forme diverse, due dimensioni cerebrali, la prima è quella che ci permette di sopravvivere e di attingere ad un serbatoio di locuzioni grammaticali che servono al mantenimento delle elementari relazioni sociali, le parole, le espressioni del viso il profumo da acquistare, serve una forma di standardizzazione se si vuole evitare di fraintendersi, se la comunicazione parte dall'abbigliamento al momento di aprire bocca le gerarchie sociali sono già definite e questo ci risparmia comunque fatica non credete?. La seconda è quella che coinvolge le centinaia di migliaia di neuroni, quelli di cui parlavo prima, possono mai atrofizzarsi i neuroni?. Certamente c'è un discorso di differenza di potenziale che li mantiene in movimento, qualcosa tipo trasformazione di energia chimica in elettrica in chimica ancora ma in fondo credo che ci sia una sorta di equilibrio dinamico intelligente alle spalle delle funzioni che potrei chiamare di interfaccia. Tutte queste cose si muovono, seguono delle traiettorie ben definite di cui noi non siamo a conoscenza, è qui, in questo livello che avvengono quei processi che poi definiamo intuizione, altrimenti cosa potrebbe portarci a formulare un pensiero di cui non sappiamo dare spiegazione se non un movimento involontario di neuroni. La Geometria è altrimenti qualcosa di inspiegabile, pensate ad un oggetto che vedete solo da un lato, una proiezione oserei dire, voi quell'oggetto lo conoscete e lo immaginate nelle tre dimensioni, certo, ma se non lo avete mai visto voi cosa fate?, certo non pensate ad un oggetto bidimensionale. In ogni caso voi arrivate a formulare un oggetto che potrebbe essere quello che state vedendo ma da un'altra angolazione. Anche questo si può spiegare, voi non fate altro che consultare la memoria e, per assonanza, arrivare all'oggetto che più si avvicina a quello che state vedendo, o ad una composizione più o meno fantasiosa di oggetti con buona pace della creazione. Voi non create, al massimo componete. Ora supponete di astrarvi e pensare ad un oggetto ad n dimensioni, pensate alla proiezioni in sottospazi di dimensioni maggiori di tre, non quattro certo altrimenti fate un filmino e ne sono capace anch'io. Solo i neuroni, mappandosi in una maniera che voi non conoscete, vi permettono di capire concetti geometrici che altrimenti sarebbero solo speculazioni logiche e invece hanno una loro forma. La Geometria poi è l'unica vera forma di tolleranza, questo poi non è semplice certo, è la disabitudine a comunicare, la squallida aderenza ai fatti che ci impedisce di capire la Geometria. Non si può arrivare ad una astrazione completa, ad una proiezione nelle forme se si rimane fermi a ciò che si vede. Quello è l'inizio, poi ci sono gli iperpiani, le corrispondenze, poi magari si può risolvere un sistema di equazioni lineari intersecando dei piani con delle rette, proiettando e ruotando e affini ma è prematuro.
Arrivato all'altezza di questo ragazzo trattenni il fiato, lo faccio sempre in maniera discreta, senza che se ne accorgano i miei vicini per poi tornare a respirare alla distanza di un paio di metri, è una questione di sicurezza, per evitare di essere aggredito dal suo odore, magari fino a qualche tempo fa avrei fatto esattamente il contrario, avrei trattenuto il fiato per poi trovarmi in leggera assenza di ossigeno nel momento esatto in cui avessi incrociato questa persona. Ora non più, mi sento in qualche maniera violentato dall'odore di chiunque incroci, capirete che nei luoghi pubblici la situazione non è piacevole, sento questa promiscuità di umori, di particelle sospese sospinte da un alito impercettibile di vento che aderiscono al mio collo, penetrano nel mio naso e nella mia bocca, queste sfere certamente sporche che mi seguono nei vestiti fin dentro casa e a che sarebbe servito lavare i vestiti?. Scoprii poi che sarebbe bastato trattenere il fiato per evitare questa situazione incresciosa. A volte mi trovo a librarmi con la mente in qualche luogo non conosciuto, la sensazione non è proprio quella di volare sollevati da terra ma piuttosto quella di procedere, arrancando, in un fluido di consistenza e viscosità simile ad un olio. Tornando al discorso dell'odore, è evidente che questo discorso si adatta poco ad altre situazioni, mi avrete capito, sentire l'odore di una ragazza che incrocia è una delle cose più eccitanti che conosca. La sensualità, la gradevolezza di alcuni odori mi fanno percepire molto più di quanto non si possa pensare, perché così come io vengo aggredito dagli odori altrui anch'io posso avere qualcosa da questi passaggi. Mi rimane come una sensazione sulla pelle, l'avrete capito, in quel caso masturbarsi non è quella cosa peccaminosa che loro vogliono farci credere. In un certo senso è come se la possedessi quella ragazza. In un senso molto lato certo, ma del resto come avrei potuto fare l'amore con centinaia di ragazze se non violando la loro privatezza con la fantasia. Le ragazze credono di poter mascherare il proprio odore con il profumo, non sanno che la loro sensualità è talmente forte da sovrastare quella cosa mielosa che spruzzano per impedire al proprio odore di tornare alle funzioni primitive di eccitare l'uomo. Se io vengo eccitato la colpa non è certo mia. Se proprio di colpa vogliamo parlare, non credo neanche sia il caso, è talmente ovvio, io reagisco a degli stimoli esterni che dovrebbero essere non dico soffocati ma in qualche maniera attutiti, è possibile darmi la colpa se mi eccito?, ma certamente voi sarete d'accordo.
Il motivo per cui mi trovavo in quell'ufficio è leggermente complicato, in breve, avevo una pratica in sospeso con quell'Ente ormai da qualche anno. Non ricordo neanche esattamente il motivo per cui tale pratica si era arenata in qualche scrivania sotto gli occhi attenti di un qualche scrupoloso impiegato con panciotto d'ordinanza, forse era un problema legato all'autocertificazione che feci al momento dell'inoltro della domanda di iscrizione. L'iscrizione è, ancora oggi, a norma di legge obbligatoria, sarebbe troppo facile che venisse fatta automaticamente fra gli uffici anagrafici e quello competente. In ogni caso mi arrivò, qualche mese dopo l'inoltro, questa cartolina spedita un mese prima che diceva laconicamente di presentarmi in tale ufficio il prima possibile. Provai prima ad avere delle informazioni per telefono, scoprii con stupore che questo ufficio non aveva nessun collegamento telefonico con l'esterno. Infine, tramite l'intercessione di un conoscente, riuscii ad avere il numero di un impiegato che avrebbe dovuto trovarsi vicino l'ufficio che mi interessava. Passai un intero pomeriggio senza riuscire a prendere la linea, peraltro facendomi confermare l'esattezza del numero, per poi, lentamente, disinteressarmi sempre più al problema e facendo al massimo delle vane telefonate sporadiche.
Un giorno incontrai il conoscente che mi aveva dato il numero, saputo del fatto, confermandomi che lui stesso non era riuscito a contattare l'impiegato una sola volta, mi assicurò che l'Ente era stato completamente informatizzato, che ormai dotato di una banca dati la pratica non poteva che durare pochi minuti.
Capirete il mio stupore nell'entrare in quell'edificio immenso e nel trovare, poggiate lungo il perimetro di ogni stanza che attraversasi, le stesse pile di moduli prestampati che ricordavo essere li qualche anno prima. Non solo ma la gente faceva esattamente la stessa cosa, girava per queste stanze, a volte passando fra le file agli sportelli, sfogliando fra le pile alla ricerca del modulo corretto da compilare. Perché capirete che nella confusione silenziosa che regnava in quell'edificio le pile non corrispondevano ad uno stesso modulo. A volte passava un usciere, raramente un impiegato, e distribuiva questi moduli sulle pile senza un ordine apparente, o forse un ordine credo di averlo trovato la seconda volta che mi trovavo li, loro prediligevano le pile quasi esaurite affinché ogni pila avesse la stessa altezza delle altre senza che questo fornisse nessuna certezza sul contenuto della pila stessa.
C'è poi un'altra cosa che non ho capito bene, io non sapevo come trovare l'informazione su quale fosse il modulo da compilare, non trovavo nessun cartello né nessun impiegato si fermava alla richiesta di chiarimenti, eppure la gente sembrava saperlo bene tanto era risoluta nella ricerca.
Nessuno si sofferma su cose apparentemente senza importanza, noi, intendo noi pubblico, rappresentavamo un microcosmo, e loro, gli impiegati erano l'altra parte di questo sistema. Forse sarebbe più corretto parlare di un sistema vitale, l'edificio, con all'interno diverse popolazioni animate secondo delle regole differenti. Le due popolazioni principali erano il pubblico e gli impiegati, vi erano poi certamente delle popolazioni minori come gli uscieri o i dirigenti, se mai ce ne fossero stati, ma in qualche maniera non influivano sulla nostra dinamica. Noi eravamo animati da delle regole che ci portavamo in qualche modo ad aggredire la popolazione degli impiegati per ottenere le nostre brave pratiche. Gli impiegati, dietro i vetri quasi completamente insonorizzati, lavoravano, a volte freneticamente, perché il minor numero possibile di pratiche uscisse dall'edificio. In un certo senso noi eravamo come un virus che si diffondeva ovunque, beninteso perfettamente a suo agio anche nelle stanze con divieto d'accesso, che occupava tutti gli spazi liberi facendo file o semplicemente guardando, cercando uno spunto o un avviso che chiarisse qualcosa e loro, gli impiegati, erano la difesa immunitaria del sistema mandata ad attutire l'impatto con il virus. Come si spiegherebbe altrimenti il comportamento di alcuni impiegati che accettavano moduli palesemente incompleti sapendo che poi avrebbero spedito la cartolina per ripresentarsi allo sportello, un altro ovviamente. Questo forse conduce un po' lontano ma ha la sua importanza.
Ogni microcosmo ha delle regole del gioco, come un videogioco per la precisione. Gli atomi ad esempio formano una struttura statica che ricorda gli alberi di una giungla, gli atomi di metallo è ovvio, dal suolo si innalzano questi immensi piloni della circonferenza di qualche micron, immensi se rapportati agli elettroni che agiscono sotto la cupola formata dai loro rami. Gli elettroni si agitano in maniera convulsa in questo ambiente circoscritto dal suolo e da un veritabile soffitto di rami intrecciati, in un clima umido eppure soffocante li vedi fiondarsi in direzioni ignote, urtare, impennarsi e tornare nella loro direzione spinti da un richiamo invisibile. A volte gli urti provocano dei vuoti nei quali gli elettroni semplicemente scompaiono. A volte si arrestano, nell'afa soffocante, e cominciano a girare in circoli sempre più piccoli, urtando ancora, saltando di albero in albero finché non tornano a cercare una direzione, come se fosse un'uscita, una via di fuga da quella umidità perenne. Ho sempre pensato che la vita della cellule fosse simile a quella dell'uomo, è una questione di punto di osservazione. Prendete delle cellule in vitro. I contorni sono in continuo movimento, è un continuo fagocitarsi e rinascere e ancora agitarsi sempre senza uno scopo preciso. Ora cambiate l'orizzonte temporale è guardate l'agitazione perenne, beota, degli uomini sulla crosta terrestre. Non c'è scopo così come non c'è per le cellule, è la vita potreste dirmi, è semplicistico, non c'è scopo, non c'è ragione per cui degli animali in vitro debbano riprodursi e crescere e morire eccetera. Non c'è speranza di uscire dalla provetta, questo è chiaro, e allora?.
Lo scopo è il collasso.
Non è facile, collassare voglio dire, ci sono popolazioni di neuroni che sopravvivono senza dignità per anni interi per poi deteriorarsi fino all'arresto. Non tutti riescono a organizzare le loro energie, ad armonizzarsi in maniera tale da esplodere in maniera anche spettacolare. Perché arriva a volte che questo movimento irragionevole raggiunga una sorta di coordinamento, una sinergia che canalizzi quelle che erano solo potenzialità in qualcosa di delirante. Il tumore, cos'è se non una crescita verso una sola direzione, fino al collasso. E la crescita della popolazione terrestre, con quella sua curva esponenziale, cos'è se non la copia esatta dello sviluppo impazzito delle cellule tumorali. Questo è finalmente il nostro obiettivo. Si tratta semplicemente di aspettare. Il collasso.
Ricordo che una volta partecipai ad una trasmissione televisiva, forse più in là vi spiegherò anche come la televisione mi abbia levato il gusto di viaggiare, ero realmente eccitato, perché questa non era una trasmissione come le altre, era sempre a premi, certo, ma il pubblico partecipava alla gara e sembrava realmente divertirsi. Era una trasmissione, se posso dirlo, alternativa. Così mandai una lettera con le mie brave fotografie, una in primo piano e una figura intera non possono certo permettersi che chiunque vada in trasmissione, e fui chiamato ad un colloquio. Questa rete televisiva ha una diffusione capillare, c'era un ufficio nella mia città e presto andai nella capitale per partecipare alla trasmissione.
Io non so cosa accadde, forse eravamo capitati in un brutto momento, certo c'era stata una crisi politica, si parlava di un fallito golpe, ma del resto queste cose non avevano mai interrotto il lavoro della televisione. Era cominciato tutto perfettamente, il grattacielo era veramente impressionante, per non parlare dell'ingresso e delle hostess in gonne strette e corte, stavo anche cominciando a eccitarmi, fisicamente intendo, per il passaggio continuo di donne giovani e terribilmente eccitanti, chissà se loro sapevano di essere talmente provocanti, in ogni caso eravamo circa duecento persone, seduti su poltrone, fumando, cercando di guardare le gambe delle segretarie. I concorrenti erano in genere giovani, certamente presentabili in televisione. Arrivò un uomo con passo veloce, ci squadrò, poi si soffermò a guardare una ragazza di circa vent'anni, non l'avevo vista prima, era bassina, anche un po' troppo robusta per la verità, quest'uomo chiamò una segretaria, le parlò a bassa voce e la segretaria dopo qualche secondo tornò con una cartella che doveva essere verosimilmente la domanda della ragazza. In breve la ragazza aveva spedito una foto non sua e forse aveva mandato qualcun'altro alla selezione locale. L'uomo cominciò a urlare e a insultare la ragazza, poi diventò paonazzo, la sua stessa segretaria era tesa, si girò verso di noi che ci eravamo leggermente allontanati dalla ragazza e ci minacciò. Fu a quel punto che, non so ancora perché, chiesi all'uomo di essere più moderato, certo ho sbagliato perché desideravo partecipare alla trasmissione e adesso non posso più ripresentare la domanda ma infine venni cacciato. L'atmosfera era eccessivamente tesa, i concorrenti non parlavano e non si muovevano, non respiravano se possibile, per non irritare l'uomo. Io venni allontanato, pensai che doveva essere un danno notevole per la rete dover annullare una trasmissione, e per un motivo così stupido poi, in diretta non si sarebbe mai ripetuta quell'allegra confusione che aveva reso celebre il programma. Da casa accesi il televisore, in realtà era già acceso come spesso lo dimentico, vidi i volti dei concorrenti della selezione.
Si stavano divertendo.
Io sono sempre stato attratto dalle donne muscolose, ma la cosa non mi fa molto piacere. In questo vedo una omosessualità latente. In particolare ciò che più mi eccita sono le gambe, non so spiegarlo, quando una donna fa sport e stimola i fasci muscolari della gamba allora diventa realmente eccitante. Penso a quelle gambe e alla possibilità che vengano usate in un amplesso per stringere le mie costole, vedo quei fasci gonfiarsi e tendersi e la gamba indurirsi senza lasciarmi via di fuga. Trovo che le donne che facciano atletica siano la cosa più eccitante che possa capitare. Anche le spalle hanno il loro fascino. Non chiedetemi perché. Sarà veramente qualcosa legato ad un desiderio represso di non giocare un ruolo da dominatore. E' più facile pensare che una donna muscolosa voglia dirigere l'amplesso che non il contrario. E' banale.
Stavo parlando dell'ente. Io ho lavorato per un certo periodo in uno di questo enti. Avevamo un problema, qualcosa tipo controllo di qualità o non so come chiamarlo. In breve succedeva che un certo numero di pratiche si perdessero. Semplicemente così. Si perdevano delle pratiche e non c'era verso di capire come questo potesse succedere. Facemmo un gruppo di lavoro, un team come si dice in gergo, per capire se questa cosa fosse volontaria o meno, se fosse opera di qualche impiegato represso o, non scartammo nessuna ipotesi, se addirittura ci fosse una sorta di gruppo di impiegati sabotatori.
Cercammo in tutti i modi di capire cosa legasse quelle pratiche, cercammo i dati relativi all'ultima data certa, all'ufficio dal quale partiva la richiesta per la pratica che poi si sarebbe rilevata dispersa. Aggregammo e disaggregammo i dati in tutte le maniere possibili, per dipartimento, per piano dell'edificio, osservammo il fenomeno in tutte le possibili angolazioni, su orizzonti temporali di pochi giorni o di mesi, arrivammo a imporre una turnazione agli impiegati per controllarli e capire se la cosa fosse volontaria. La conclusione cui arrivammo era che non esisteva alcuna correlazione fra la scomparsa delle pratiche e tutte le cause che fummo capaci di immaginare. L'unico dato certo era che ad ogni ciclo, in quel periodo il ciclo era di un anno, una certa percentuale di pratiche, bassa certo, scompariva nel nulla.
Sempre la stessa percentuale. Noi non ci chiedemmo troppo il motivo di tale cosa, decidemmo di minimizzare i danni. Lo stesso team diventò un team finalizzato a produrre un programma di lavoro che sarebbe servito per soddisfare questa cosa che volatilizzava le pratiche. Cercammo di calcolare il danno provocato dalla scomparsa di una pratica in base alla natura della stessa, al grado dell'impiegato, all'avanzamento della pratica e così via. Ancora oggi alcune pratiche sono destinate a perdersi secondo una tabulazione che serve a mantenere costante questa percentuale annua. Ovviamente nessun impiegato è stato mai messo al corrente. Per questo quando sento parlare degli incidenti aerei non mi preoccupo più di tanto, un certo numero di morti, un certo numero di incidenti, su base che non conosciamo e correlati in maniera che noi non conosciamo deve pure esserci. E' inevitabile.
Finché parliamo di carta possiamo intenderci, se avessimo perso cinque chili di carta in un anno alla fine un brandello sarebbe stato trovato da qualche impiegato e portato da qualche parte, ci sono molti incentivi sull'ordine dell'edificio come sapete. Ma quando si parla di dischi duri, di memorie di massa allora la cosa diventa aleatoria. Può sembrare strano visto che ci lavoro, forse proprio per questo. Si possono usare tutti gli agenti cercatori che si vuole, o fare analisi comparate sulle porzioni della memoria per capire se qualcosa di inutilizzato si nasconde, ma poi alla fine quello che hai sullo schermo è un numero. Il numero ti prende sempre per il culo. Una volta testammo un nuovo tipo di agente informatico su una memoria che aveva dato completamente i numeri, scusate il gioco di parole. Questo formidabile programma, che poi l'ente acquistò, non fu capace di trovare neanche degli sfasamenti elementari, visibili praticamente a occhio nudo, ma trovò delle impurezze innocue in non so che registro particolare. Per questo, quando dico di non perdere troppo tempo con le macchine intendo che si deve raggiungere un compromesso, non lavoreranno mai al cento per cento. E' nella loro natura. Alla fine si rompono.
Se maneggi centinaia di migliaia di informazioni al secondo, e sai che devi in qualche modo perderne una certa, infinitesima, parte, ma l'infinitesimo di un miliardo di individui è già una bella folla, allora è meglio che sia tu a decidere dove ti conviene andare a sparare. Fecero la stessa cosa con il programma sanitario nazionale, quello salutato come la soluzione ai problemi del paese, loro stabilivano in anticipo chi dovesse avere delle particolari cure e chi no, magari le prime volte si basarono effettivamente sulla probabilità di guarigione, siamo pur sempre in una democrazia, ma poi come dargli torto se cercarono di procurarsi meno problemi e non fecero più capitare nessun appartenente al ceto alto nella lista dei depennati. La giustificazione che diedero è senz'altro valida, vale a dire che è più facile che reagisca meglio un organismo da sempre abituato in un certo modo, da sempre dipendente dall'aiuto farmacologico, che non un organismo che non fa uso quotidiano di medicine. Ci sarà pure un motivo se sono loro che stanno lì e non noi.

Ho sentito parlare del fatto che alcuni di questi ragazzi sono stati reclutati dai terroristi, a causa del loro disadattamento o cose del genere, in effetti è sempre stato così, è bene che si sia il più uguali possibile, sono sempre i diversi a creare problemi. Almeno io la vedo così, il programma di salute genetica ha qualche legame con il fatto che la maggior parte dei suicidi sono legati a delle forme di disadattamento di natura fisica, o estetica se vi pare. Così questi terroristi reclutano questi giovani e li mandano in viaggio, loro non lo sanno, è il viaggio stesso la missione. Arrivano in un bel posto, cercano il contatto che non trovano e tornano delusi alla loro vita di sempre senza poter neanche contattare il primo nucleo. Si parla spesso di questo programma, non ufficialmente, è chiaro, ma la voce circola da qualche anno, un po' come per quelle leggende metropolitane che parlano di extraterrestri nascosti in qualche base governativa. C'è un programma, dovrebbe esserci un programma messo a punto da una specie di genio dell'informatica che è poi stato arrestato e che sembra essere l'unico in grado di arrestare il processo. In pratica c'è la Rete, ci sono gli elaboratori delle Compagnie cui sono collegati milioni di utenti, quelli governativi con i loro bravi milioni di impiegati, ci sono poi gli elaboratori dei privati collegati in qualche maniera, alcuni ancora con il modem, è c'è questo programma. Quello che questo ragazzo ha fatto, si dice che abbia avuto dei problemi mentali durante la permanenza in carcere, è stato semplicemente di considerare la Rete come il suo ordinatore da tavolo, e programmare distribuendo il programma nella Rete così come un compilatore lo distribuisce fra i registri di un computer. I registri di un computer sono la cosa più incasinata che si possa immaginare, i programmi, gli stessi file sono spezzettati in decine, centinaia di pezzi ognuno dei quali contiene l'informazione su come raggiungere il pezzo successivo, se però prendi un solo pezzo di memoria non sarai mai in grado di dire cosa contiene. Solo quando il programma parte tutti questi frammenti raggiungono una loro armonia e si incatenano miracolosamente ridandoti poi l'immagine porno che avevi scaricato dalla Rete.
Così questo programma è stato distribuito in Rete, nel senso che parti di questo programma sono disposte in differenti computer. In pratica è come se non avesse una locazione fisica, come si fa a cancellare un programma distribuito in milioni di computer. Inoltre ha anche capacità rigenerative, se io nel mio bravo ordinatore da tavolo formatto il disco duro cancellando una parte del Programma che non sapevo di avere potete stare sicuri che da qualche altra parte ci sono decine, centinaia di copie di quel fragmento, e che sono in fase di duplicazione a loro volta. Immaginate questa Rete, questi nodi collegati da centinaia di migliaia, milioni di fibre ottiche e cavi come se fossero dei capelli attorcigliati, questo è l'ambiente, l'humus nel quale questo Programma realizza le sue funzioni quasi vitali. Come un organismo elementare obbedisce a delle regole ancestrali, un istinto primitivo che lo condiziona a nascondersi, a riprodursi e diffondersi ovunque ci sia un collegamento acceso. E ogni frammento conserva, come una sorta di testa e coda virtuali, le informazioni necessarie a riaggregarsi con altri pezzi. Perché non esiste un flusso ordinato di comandi da eseguire, non esiste un ordinatore che elabora il Programma semplicemente perché il Programma lo stanno elaborando, in questo momento, tutti gli elaboratori collegati alla Rete, cioè tutti gli elaboratori esistenti sul pianeta.
Non esiste un baricentro. I fragmenti si stanno componendo in questo stesso istante in centinaia di baricentri, centinaia di virus che a volte vengono scoperti e cancellati, cancellando tutte le informazioni presenti nell'elaboratore intaccato, ma senza che il Programma subisca il minimo danno. Questo Programma è un virus, aspetta un comando, aspetta qualcosa da parte del creatore per poter semplicemente bloccare gli ordinatori della Società evoluta, o forse aspetta l'assenza di un comando per poter partire, forse aspetta che il creatore muoia per poter finalmente realizzare il suo progetto. Questo Programma pulsa, così come la stessa Rete pulsa si potrebbe dire quasi di vita propria. Ci fu un biologo, appassionato di informatica che decise un giorno di fare il modello matematico della Rete, sapete con tutti quei programmi di simulazione che esistono. Questa persona partì dal presupposto di modellare la Rete come se fosse un organismo vivente, una sorta di ameba o altro organismo elementare dotato di funzioni basiche come la riproduzione, la crescita, la morte. Il risultato che ottenne fu che il comportamento della Rete non poteva ridursi a degli atteggiamenti così semplici, la Rete ha proprietà di previsione, di analisi, la Rete può adattarsi all'ambiente circostante creando dei nodi virtuali, celando dei nodi allo stesso programmatore se pensa che possa servirgli. Effettivamente ho usato il verbo pensare in maniera un po' acrobatica, certamente la rete non pensa, i principi di Intelligenza Artificiale che agiscono non sono certo un pensiero, nel senso che la rete non può elaborare un pensiero proprio. Quello che può fare è concatenare una serie di eventi secondo dei link preesistenti, programmati quindi da un uomo, fino ad arrivare ad una conclusione che in qualche maniera deve esistere nella sua memoria. Ma può fare qualcos'altro, una volta cominciato questo processo può arrivare alla conclusione che sia necessario aggiornare i propri link e farlo autonomamente, così come può prendere un evento, identificarlo come potenziale conclusione e immagazzinarlo in memoria. Questo significa che nel corso della sua attività un ordinatore giunga a delle conclusioni che nessuno aveva programmato, ma che in qualche maniera gli si sono presentate davanti. Immaginate quante elaborazioni faccia la Rete, immaginate a che velocità possa aggiornare la mappa dei suoi comportamenti e potrete avere un'idea del perché nessun uomo, neanche il programmatore, dopo qualche giorno sia più in grado di dirvi quale sarà l'esatto comportamento della Rete, quello che potrà dirvi è che rispetterà delle funzioni elementari di sicurezza inaggirabili da parte della Rete stessa. In un certo senso è come se si sia ribaltato il rapporto uomo macchina, fino a qualche anno fa l'uomo doveva chiedere alla macchina di fare qualcosa e doveva faticare non poco per farle fare qualcosa di nuovo, ora l'uomo agisce in forma di controllo affinché la macchina non espanda queste capacità in maniera incontrollabile, in maniera, se vogliamo, irrazionale. L'Intelligenza Artificiale ha un problema di fondo, nessun ordinatore è in grado di discernere fra realtà e simulazione; i primi attacchi terroristici furono di una semplicità sconcertante, bastava dare in pasto all'ordinatore un gioco di guerra perché lui attivasse le difese militari.
Questo per tornare alla questione della simulazione del biologo, fu costretto a complicare il modello e ad introdurre dei concetti utilizzati nella simulazione del comportamento di animali superiori. Poi fece un ulteriore passo, introdusse nel modello l'uomo come parassita dell'animale, il modello non diede risultati evidenti finché non trovo una relazione uomo-ordinatore del genere esistente fra gli squali e i piccoli pesci che nuotano fra i suoi denti pulendolo dai residui, o di quei piccoli uccelli che si poggiano sulla testa di un qualche ruminante della savana per mangiarne le zecche.
Come quella storia, di quell'uomo che muore e va all'inferno. All'inferno si chiede che cosa ci sia di così terribile che non abbia già visto nella sua vita, in televisione ovviamente. I primi giorni cammina per stanze e strade a lui perfettamente noti, intrattiene le sue normali relazioni sociali con persone del tutto simili a quelle che conosceva in vita ma che, ovviamente, in quel momento dovrebbero essere vive. Ritrova il suo cuscino, ritrova una donna con delle fisime analoghe a quelle di sua moglie, con addirittura la stessa cellulite, ritrova un'automobile e comincia a porsi varie domande. C'è qualcosa che non va, riprende un lavoro monotono e forse addirittura inutile come quello che faceva in vita quando passava tre quarti del suo tempo a rimediare ad errori compiuti da altri dipartimenti della stessa multinazionale, guarda la televisione, gioca con il computer. Finché comincia ad intuire qualcosa, non c'è assolutamente alcuna differenza.
Io lavoravo. Facevo un po' di tutto, ero quello che in gergo chiamavano il mettipezze. Essenzialmente lavoravo con il computer, c'era sempre gente che si divertiva a toccare i file di inizializzazione o perdeva i documenti in rete e cose del genere. Io arrivavo e rimediavo, risolvevo problemi di compatibilità. Insomma, cose del genere. Un giorno mi diedero da copiare dei dischetti, avevo una pila di dischetti pieni e una di dischetti vergini da riempire, dovevo semplicemente inserire un dischetto pieno, aspettare quaranta secondi, estrarre il dischetto e inserire un dischetto vuoto, aspettare altri quaranti secondi, mettere un'etichetta sul dischetto e ricominciare. In breve nel giro di una decina di dischetti cominciai a fare confusione con i dischetti pieni e quelli vuoti, avevo levato le protezioni per fare più velocemente, avevo avuto delle interruzioni dalle segretarie, sapete, il classico tipo di segretaria piacente con la gonna moderatamente corta che mi ha sempre fatto eccitare ma che è sempre stata un tabù riservato a quelli del quadro superiore, ero lì con quei dischetti sparsi sul tavolo, con l'immagine davanti agli occhi di sederi così vicini eppure intoccabili. Cercai di recuperare le informazioni perse, buttai tutti i dischetti, pieni e vuoti, in un cestino e me ne andai. L'unico rammarico che ho è di non aver toccato il sedere di una segretaria andando via.
A quel punto...
Entrai in una stanza, una stanza ampia, pulita, con più superfici riflettenti, come ci si aspetta da una stanza di potere. Ero solo. Entrai, avanzai lentamente per paura di turbare quell'atmosfera di solennità che mi avvolgeva. Nella stanza non c'erano le carte che coprivano la mia scrivania, non c'erano terminali né telefoni. Sembrava più un luogo destinato alla riflessione che al lavoro. - E' così che lavorano i potenti-, pensavo, -riflettendo-. Non c'erano oggetti che personalizzassero anche in maniera banale la stanza, non riuscivo neanche ad immaginare la fotografia della famiglia del dirigente, che, chissà perché, credevo essere di sesso maschile. Era come se la presenza umana fosse subalterna a quel qualcosa che respiravo, a quella consistenza quasi palpabile che prendevano le decisioni di stato, come se ci fossero degli elementi primari, delle guide-linea nell'impostazione delle politiche e la presenza dell'uomo non fosse prevista non perché le decisioni fossero banali, ma perché, di qualunque decisione si fosse trattato, questa sarebbe scaturita in maniera logica, sofferta, secondo il canovaccio che lo sviluppo aveva previsto da tempo. Mi sentivo comunque osservato, a disagio. Ero sempre stato osservato. Nonostante nel corso del tempo abbia progressivamente cercato di eliminare qualsiasi segno particolare mi distinguesse dagli altri ho sempre avuto netta la sensazione che cento occhi mi guardassero e giudicassero. Il giudizio poi, è inutile che lo dica, era di condanna. Condanna per il mio abbigliamento, per i miei pochi capelli e la fronte spaziosa, condanna per le spalle troppo strette per essere significative di un carattere forte. Lo dicevano anche ai colloqui di lavoro, -la sua preparazione va bene, ma nel suo carattere manca quella grinta e quella voglia di competizione necessarie a questo lavoro-. Voglia di competizione. Contro chi?, mi chiedevo, contro chi dovrei mai competere?. Mi portavano in stanze simili a questa, dove nessuno non dico rideva, ma accennava al più timido dei sorrisi, mi facevano sedere e mi squadravano per carpire il mio carattere dal mio modo di sedere, di parlare, di atteggiare la testa e lo sguardo. Cercavano di giudicare la mia competitività, la mia produttività. Io non voglio essere produttivo. Non ho mai avuto il coraggio di urlarglielo in faccia. IO NON VOGLIO ESSERE PRODUTTIVO.
io non voglio.
essere.
produttivo.
Accavallavo le gambe, e sentivo i loro sguardi per vedere se questo gesto fosse interpretato come naturale o forzato, tenevo una mano in tasca, la levavo.
Qualunque cosa facessi ero sicuro che fosse la cosa sbagliata. Anche in quella stanza vuota ero osservato. Perché loro lo sapevano, dopo un po' non era necessaria la presenza fisica per osservarti, non più. La stanza faceva uno strano gioco di prospettiva, sembrava immensa seppure sapessi che non poteva esserlo, in quella città, in quel quartiere, ogni metro quadro costava talmente che tenere una stanza vuota sarebbe stato uno spreco per chiunque. Piangevo, mi sedetti per terra cercando di fare il minor rumore possibile, ma ero solo, animato da un assurdo pudore che mi si attaccava come una pellicola impedendo alla mia pelle di traspirare, costringendo l'ossigeno ad un circolo vizioso all'interno del mio corpo e ad alimentare i polmoni con aria sempre più corrotta, sempre più povera. Il sangue che circolava all'interno del mio corpo aveva perso da tempo le sue capacità nutritive, circolava per inerzia irrorando il cervello di un siero sterile, bagnando cellule che si protendevano supplicanti verso una direzione o un'altra.
Le mie relazioni sociali sono sempre state di una banalità sconcertante, l'ho sempre saputo. Questa forse è la cosa più grave, io sono sempre stato perfettamente cosciente del fatto che nella mia vita, pur avendo avuto una vita del tutto normale io non abbia mai avuto amici. Che io non abbia mai neanche amato. Quando dico normale intendo quella normalità che non fa pensare ai vicini di casa che io sia un solitario, seppure non li conosca i vicini, capite, è per spiegare. Quando dico normale intendo quel senso comune e ipocrita che si differenzia dal concetto di conformismo, ho avuto anche dei comportamenti anticonformisti ma che rientravano perfettamente nella normalità bonariamente tollerata. Intendo la normalità di consumi, di atteggiamenti, di discorsi superficialmente brillanti di una pochezza disarmante. Ovviamente apprezzati. L'amore è qualcosa che non credo possa neanche lontanamente immaginare. Io non so cos'è l'amore. Io non so cosa possa significare provare qualcosa che tolga il respiro e il sonno. L'amore è qualcosa che viene dalla sofferenza, dalla vita, dall'altalenarsi di situazioni piacevoli o meno, anche a livello fisico, che arrivano o meno secondo l'eclettico umore del caso, o del fato se preferite. Da dove può mai arrivare la sofferenza in questa società che garantisce ormai stabilità ai suoi cittadini, che garantisce, in alcune costituzioni, la felicità dei cittadini. Come posso essere felice se una costituzione mi dice che garantirà per questo?. Per le amicizie. Cos'è l'amicizia?, uscire a bere una birra il sabato sera?, riunirsi in un salotto con il tavolo coperto di salatini e cioccolatini e passare la serata inebriandosi di discorsi vaneggianti, di discorsi, sempre, comunque, vuoti dalla prima alla ultima parola?. Vorrei riuscire a stupire, a colpire la coscienza di questi bravi cittadini fino a traumatizzarli, vorrei riuscire a lasciare un segno indelebile e che la gente pensi che io si, ero un uomo. Vorrei liberarmi dei miei pudori ancestrali e dire quello che non accetto razionalmente.
Cosa?.
non so, non riesco nemmeno a scrivere. non so più cosa pensare dei miei pudori e di quelli inculcati dal vivere civile. Il vivere civile?. La convivenza sociale?. le regole che seguo e non riconosco, un concetto di patria inesistente se non per una serie di ragioni economiche e militari che riempiono i libri di commoventi frasi sul patriottismo e sulla fratellanza, sulla cultura di persone che non conosco e che non ho voglia di conoscere, sulla morte eroica di persone i cui nomi si accavallano nella mia memoria confusi a quelli di attori cinematografici e politici di second'ordine. su una famiglia da sempre complice dei sentimenti più miseri e delle più spregevoli ipocrisie.
non so.




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