FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA SCRIVANIA DI NOCE MASSICCIA

I Luis Depraved




Al pianterreno della Casa del Fascio un milite di guardia leggeva il giornale. Aveva da poco introdotto dal Segretario una vecchia conoscenza già schedata per aver in qualche occasione manifestato contro il governo. Si diceva fosse un anarchico.
In effetti era un contadino con molti anni di prigione sulle spalle che tempo addietro abitava alla periferia del paese con una misera famigliola disastrata. Poi ci fu l'attentato e la prigione. Ora trascorreva le giornate mendicando nei paesi vicini e la sera tornava in paese con quel poco che aveva raccattato. Quando aveva chiesto di essere ricevuto dal Segretario, sulle prime, il milite aveva avuto la tentazione di sbatterlo fuori, ma poi aveva ceduto alle insistenze di quel poveraccio all'apparenza così mite e accondiscendente.
La mattina dell'attentato molte persone lo avevano notato aggirarsi guardingo nei pressi del Municipio con un gran fagotto in mano, ed in molti avevano testimoniato al processo di averlo visto mettere quella bomba al tritolo.
Di recente, nelle due grandi occasioni della visita del Federale prima, e del passaggio del Duce poi, fu proprio lui, incaricato dal sindaco, a metterlo in guardina per cautela. Troppo spesso nella bettola, specie dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, quell'uomo si era lasciato sfuggire delle minacce che non davano adito a dubbi: ce l'aveva contro il Segretario del Partito. Dopo scontata la condanna era stato assunto come messo comunale, ma subito dopo era stato licenziato per non essersi mai voluto iscrivere al partito a causa di una vecchia ruggine. La verità però tutti la conoscevano o credevano di conoscerla benissimo, ma nessuno ne parlava apertamente. Quando qualcuno gli chiedeva spiegazioni lui negava di essere un anarchico: diceva solo di averla contro chi rappresentava quel regime nel suo paese.
Per questo motivo - prima di introdurlo aveva chiesto il benestare allo stesso Segretario.
Ma ora non riusciva a capacitarsi di cosa stessero facendo al piano di sopra. Da più di mezzora durava il colloquio che lui pensava dovesse essere sbrigato in pochi minuti. Si sarebbe aspettato anche una lite, anche delle parole grosse che avessero richiesto un suo intervento; invece niente. Decise di abbandonare la guardiola e si diresse verso la tromba delle scale. Dalla porta della segreteria chiusa non trapelava alcunché. Stette per un poco ad origliare, ma tutto era tranquillo; solo il vento scuoteva ogni tanto il portone d'ingresso facendolo cigolare in modo sinistro. Forse avrebbe piovuto. Non aveva motivi validi per aprire quella porta, né poteva stare lì per molto tempo. Ridiscese le scale e si rimise a leggere il giornale. Brutta storia anche quella del Segretario! Lui non la conosceva tutta, ma in giro si parlava molto di lui e si dicevano tante cose.

* * *

Sin dagli anni della marcia su Roma, Luciano aveva ottenuto il privilegio di guidare quella piccola comunità paesana, prima come Podestà, poi anche come Segretario politico. Era stato il riconoscimento per l'attivismo espresso in quei primi anni travagliati della rivoluzione incruenta e per aver somministrato diversi litri di olio di ricino ad alcuni malcapitati. Si trattava di modesti oppositori e piccoli avversari politici; ma il più delle volte la politica non c'entrava affatto. Costoro avevano avuto il torto di non condividere le sue idee, di non averlo favorito in qualche affare privato o semplicemente di non essergli simpatici. Si era trovato con il manganello dalla parte del manico e lo aveva usato abbondantemente per ricucire qualche sgarbo e per far capire a tutti che ormai la musica era mutata.
Ma quella sera nella Sezione della Casa del Fascio non vi era uno dei tanti interlocutori occasionali, venuto per ottenere qualche favore. Giuseppe, seduto ora davanti a lui in quella grande scrivania di noce massiccia, non aveva mai avuto frequentazioni assidue in quel luogo, anche se di favori Dio sa se ne avrebbe avuto bisogno. Abitava a poche centinaia di metri e aveva percorso quel tratto di strada con riluttanza fermandosi più di una volta e pensando di rinunciare definitivamente ad incontrarsi con il Segretario politico che sapeva di trovare a quell'ora nella Sezione del Partito, con l'impeccabile divisa d'orbace, seduto dietro a quella grande scrivania con l'effigie del Duce scolpita in rilievo nel pannello centrale e quattro fasci littorio a sorreggere i quattro spigoli. Giuseppe era un contadino vestito con gli abiti da lavoro; lui non aveva mai indossato la camicia nera - come avrebbe dovuto, almeno per accedere a quei locali - e di nero aveva solo una folta capigliatura ed il viso, raggrinzito precocemente per la diretta esposizione al solleone dei campi.
La giornata era di quelle che non promettono nulla di buono e da una grande finestra che dava sulla piazza del paese si intravedevano grossi nuvoloni carichi di quella pioggia settembrina, pronta a spazzare via, in un solo colpo, tutta la calura residua dell'estate.
I due si guardarono in silenzio come se già la loro presenza, lì assieme, rappresentasse l'inizio di un dialogo antico, decifrabile non solo da loro, ma da chiunque avesse visto Giuseppe varcare la soglia di quel portone. L'ampia sala delle riunioni aveva un arredamento essenziale e l'unico mobile importante era quella scrivania presso la quale sedevano: il primo un poco accosciato sulla grande poltrona snodata, l'altro, di fronte, su una seggiola impagliata, rigido come un fuso e con i lineamenti del viso tesi all'inverosimile. Pareva che bastasse una piccola scintilla, un nonnulla per scatenare la battaglia.
Dalla finestra un primo bagliore annunciò il temporale imminente, e a Luciano riapparve, con la chiarezza della folgore, la memoria lontana della loro gaia fanciullezza.


* * *

Giuseppe era stato il solo compagno affezionato della sua infanzia. Erano stati allevati assieme e spesso all'occorrenza succhiavano lo stesso latte e mangiavano alla stessa tavola. Avevano frequentato assieme le prime classi elementari e quelli che li conoscevano avrebbero giurato che sarebbero rimasti amici per sempre.
Luciano, rimasto orfano della madre fin dalla nascita, non viveva con suo padre, Sindaco del paese. L'uomo, dopo la morte di sua moglie quando lui venne al mondo, per i molteplici impegni della carica, non ebbe l'opportunità di stargli molto vicino ed il bimbo fu allevato e nutrito da una balia, la Nina, che lo tenne sempre nel suo cascinale, situato vicino a quello di Giuseppe.
Visse lì per lunghi anni. Suo padre fu ferito nella guerra coloniale di Libia nel 1911 e per oltre due anni fu trattenuto in Africa, degente in un ospedale di Tripoli. Una volta rimpatriato ebbe bisogno di ulteriori cure e fu ricoverato per molti anni in un sanatorio. La famiglia che ospitava Luciano e quella del suo amico abitavano in due case alla periferia del paese ed i piccoli appezzamenti di terreno su cui erano costruite avevano confini comuni appena segnati da radi cespugli di pungitopo. L'occasione dei due ragazzi di stare assieme era favorita dal carattere docile di Giuseppe e dalla presenza di sua sorella Giannina, di un anno più piccola. Lui, unico figlio di un padre importante, plagiava entrambi, ma spesso si dimostrava accondiscendente e disponibile risultando così accattivante più di quanto meritasse.
Chi allora lo frequentava diceva che in fin dei conti non era un cattivo ragazzo. Se non si fosse tenuto conto di qualche esuberanza vivace o di qualche prepotenza nei giochi o durante le frequenti scorrerie per le campagne, si sarebbe detto che in lui c'era in fondo la stoffa dell'amico sincero seppure mascherata da un certo egoismo.
La frequentazione di quella casa di contadini era ormai diventata da tempo del tutto abituale: era considerato anche lui come uno di casa. Il capofamiglia - oltreché condurre la piccola azienda costituita da pochi acri di terreno -, per sbarcare il lunario, lavorava come giardiniere dal padre di Luciano e, per lui e sua moglie - una donnetta vispa e sempre allegra - la presenza del figliolo del principale, rappresentava il massimo del gradimento e della convenienza.
Luciano fino ad otto anni non si accorse nemmeno di avere una sua famiglia legittima, signorilmente sistemata in una graziosa villa sulla collina, distante dal cascinale qualche centinaio di metri. In effetti quello stesso cascinale faceva parte della villa prima che il vecchio sindaco la donasse alla Nina per tenervi suo figlio. Soltanto il sabato lei lo portava, su quel sentiero scosceso, a far visita a suo padre. Prima della guerra, quella casa era piena di domestici indaffarati a governare ed a coltivare il giardino pieno di tante piante esotiche e di fiori dal profumo intenso. Lui non conservava nemmeno il ricordo di quei giorni, se non per quanto gli raccontava la balia la sera prima di prendere sonno. Si ricordava invece del periodo successivo a quello della guerra quando vide suo padre con le stampelle e quando il giardino fu invaso dalle alte erbacce, entro cui le vespe la facevano da padrone impedendogli di circolare liberamente, ed il vociare dei famigli e dei molti clienti era stato sostituito dal gracchiare di alcune rane del vicino fossato, diventate sovrane indisturbate del territorio. Le visite da allora divennero sempre meno frequenti, finché un giorno, vestito in tutta fretta, fu portato dalla Nina in lacrime alla villa. La prima cosa che lo colpì fu un'ambulanza, ferma sul piazzale con il motore acceso e due infermieri che trasportavano frettolosamente una barella. La Nina non lo fece entrare in casa come sempre; si fermò ai margini dell'esedra e lo tenne stretto con il capo accanto al suo grembo. Quando la barella gli passò accanto, suo padre gli fece un lieve cenno; si sollevò appena a fatica e, fra colpi di tosse sempre più frequenti, disse: - "Caro figliolo, il tuo papà ora esce forse per l'ultima volta da questa casa. Tu ora sei diventato un ometto e dovrai camminare da solo per la tua strada. La Nina provvederà a te come ha fatto finora. Addio" - Gli diede un bacio e sparì dentro l'ambulanza che partì con un gran frastuono di sirene, ingoiata da un gran polverone.
Dopo qualche giorno gli dissero che il suo papà era volato in cielo. Il funerale fu imponente e pieno di fiori che emanavano un forte odore di cimitero. Tutti lo baciarono e gli bagnarono il viso di lacrime; anch'essi avevano l'odore sgradevole dei crisantemi e parevano usciti dalle tante corone sistemate attorno alla bara: un cofano di noce, finemente lavorato a sbalzo con delle figurine intagliate, che attrassero la sua attenzione per tutta la durata della cerimonia. Lui, con una fascia nera al braccio, stava in prima fila ed era solo; la Nina, dietro a lui, teneva una mano sulla sua spalla. Tante altre persone affollavano la chiesa, fino in fondo alle acquasantiere con gli angeli, ed anche fuori nel sagrato. I pochi parenti lontani, mai visti prima, si erano fatti vivi in quell'occasione e gli avevano portato delle caramelle e dei dolci di mandorla che lui mangiava senza sosta trasferendoli dalle tasche alla bocca con la massima cautela e rapidità per non incorrere nei rimbrotti della Nina.
Il carro funebre, trainato da quattro cavalli bianchi col pennacchio sulla fronte, si portò via suo padre e la Nina lo riaccompagnò a casa. Lui, allora undicenne, da parecchi anni oramai non dormiva più con la balia. Quella notte, tuttavia, fu nuovamente ospitato nel suo letto. - "Povero bambino - gli disse la donna abbracciandolo stretto - questa notte la Nina non ti lascerà solo "- e premurosa lo spogliò mentre alcune lacrime le scendevano sul viso. Gli tolse la camicia, le mutandine e stette lì ad accarezzarlo a lungo ed a piangere prima di metterlo sotto le coperte. A lui non scese mai una lacrima. Gli dava fastidio il pianto della gente. In definitiva suo padre era stato sempre un estraneo per lui; qualcuno capace, al massimo, di regalargli, ogni tanto, qualche chicca; nulla di più.
Quando si ritrovò sotto le coperte - ed anche la donna lo raggiunse - gli si rannicchiò accanto e si compiacque di quel calore che il suo corpo emanava A lei si che voleva tanto bene! Gli pareva di essere tornato bambino. Allungò lentamente una gamba e timidamente si mise ad esplorare quel corpo ben fatto ed ancora sodo. La donna forse già dormiva o fingeva. Il suo respiro si era fatto pesante e sembrava non si accorgesse delle manovre tentate da quelle piccole mani. Quante cose aveva scoperto! In mezzo alle gambe c'era un grande ciuffo di peli. Si... anche una fessura umida; doveva essere certamente quella cosa di cui parlava Giuseppe quando gli raccontò di aver visto Giannina accovacciata nell'aia, senza le mutandine. Chissà ora se il sonno della Nina sarebbe stato tanto profondo da sopportare il suo peso. Operando lentamente si mise sopra di lei e dopo qualche minuto scoperse una cosa meravigliosa. Non era solletico, nemmeno prurito, era un calore dolce che si scioglieva ed era certo di non averlo provato mai prima. Incoraggiato dal ronfare della donna, ricominciò senza soste per diverso tempo. Dopo la settima volta, la donna si mosse e lo spinse dolcemente al suo fianco - "Forse ho fatto male, signorino, a farla stare con me. Ora basta! Veda di riposare."-
Un poco sconcertato per il fatto che fosse sveglia, ma per nulla scosso, si mise a pensare prima alla sua balia poi a suo padre: si vergognava un poco di non essere mai riuscito a piangere. Ora credeva di avergli anche voluto bene e cercava di ricordarlo in quei brevi periodi che lui lo teneva nella villa e gli consentiva di partecipare alla cerimonia del suo bagno in quella grande vasca di marmo. Era troppo piccolo allora, tuttavia ricordava perfettamente quel suo corpo villoso e quelle lunghe braccia che lo tenevano sollevato per aria, facendo la finta di farlo precipitare nell'acqua ed immergerlo poi delicatamente nella schiuma profumata. Al contrario, sentiva ora un grande trasporto per la Nina; l'avrebbe amata sempre e non si sarebbe mai separato da lei. Chissà, avrebbe anche potuto sposarla. Ma ben presto i suoi pensieri caddero sull'amico Giuseppe. L'indomani gli avrebbe raccontato tutto. Nonostante l'amico dimostrasse più anni di quanti ne aveva e si desse le arie di saputello, questa volta lui lo aveva battuto. Avrebbe goduto un mondo nel riuscire finalmente a stupirlo con le sue prodezze; solo si rammaricava di non trovare le parole adatte per esprimere in modo convincente quanto gli era accaduto. Forse non sarebbe stato creduto e magari lo avrebbe sollecitato a riferirgli dei particolari curiosi per dimostrare in modo veritiero l'avventura. Ma di cosa si preoccupava! In fin dei conti sicuramente Giuseppe non aveva mai fatto nulla di simile e non poteva esserci alcun riscontro. In definitiva poteva dirgli tutto ciò che voleva! Avrebbe dovuto credergli sulla parola.
Quando al mattino si incontrarono, al di là della siepe di pungitopo, ogni discorso preparato durante la notte si perse come i fumi dell'alba. Appena lo vide fu solo capace di dirgli: -"Mi sono fatta sette volte la Nina"- Giuseppe, senza badare a quanto gli diceva, col viso contrito lo attrasse a sé, lo baciò sulla guancia e gli sussurrò: -"Condoglianze"- Non si erano visti da prima della disgrazia e fu meravigliato di sentirlo tessere le lodi di suo padre che in verità lui non conosceva nemmeno. Oramai era del tutto sfumata l'occasione di parlare della sua avventura notturna e dovette assumere il viso triste della circostanza. Per far piacere all'amico avrebbe voluto anche fare scendere qualche lacrima, ma questo proprio non gli riuscì.
Giannina, poco distante da loro, giocava con una bambola di pezza e con viso attento tentava di seguire, non vista, i discorsi dei due. Non le erano sfuggite nemmeno le prime parole di Luciano dette con foga all'amico. Lei aveva appena dieci anni ma la sua malizia era sicuramente superiore a quella dei due maschi. Aveva capito tutto e per esprimergli le condoglianze non seppe trattenersi dall'abbracciarlo e baciarlo più volte. Nessuno ci fece caso; l'occasione era buona ed era la prima volta che lo faceva intenzionalmente.


* * *


Qualche settimana dopo, volle riprendere con Giuseppe il discorso sulla nutrice. Gli raccontò tutto, soffermandosi molto sui più minuti particolari. L'amico lo stava a sentire e dal suo atteggiamento traspariva una forte perplessità: ma era proprio possibile che tutto si fosse svolto come lo aveva raccontato lui? Possibile che la Nina lo avesse lasciato fare senza protestare? Era piuttosto improbabile che la donna avesse un sonno tanto profondo da non accorgersi di tutto quel maneggio. Una donna della sua età, sulla quarantina abbondante, non si sarebbe mai messa con un mocciosetto di undici anni.
Le critiche del suo amico lo misero di malumore perché non era riuscito a trovare argomenti più convincenti. Del resto lo aveva previsto: la sua avventura era da adulti e non poteva essere creduta. Si sentiva tutt'altro che stressato; essere ridotto al silenzio non significava essere sconfitto se della faccenda si considerava l'aspetto positivo. Si, era da adulti e siccome la cosa gli era realmente capitata, ciò significava che lui aveva superato la sua età infantile. Era oramai diventato grande. Forse aveva fatto male a parlarne con Giuseppe; lui era rimasto sicuramente ancora un bamboccio ingenuo senza esperienza.
A togliere dall'impaccio i due amici, arrivati nei loro discorsi ad un punto morto, fu Giannina. Dopo aver origliato cautamente le loro discettazioni si fece avanti e volle proporre uno dei giochi che da qualche tempo oramai non facevano più assieme: suggerì di giocare a rimpiattino. La proposta sulle prime lasciò sconcertati i maschietti, poi dopo le sue insistenze, acconsentirono, ma con la promessa che per il perdente, chiunque fosse stato, ci sarebbero state uguali penitenze. Fecero la conta ed il primo ad uscire fu Giuseppe. Luciano fuggì e Giannina gli andò dietro; assieme si nascosero in una buca coperta a metà da una balla di fieno.
Il nascondiglio era ideale per consentire alla fanciulla di stare vicino all'amico senza destare sospetti. Sulle prime fu un poco stordita dal sentirselo accanto, investita dal suo alito e dal suo sudore; ma non c'era molto tempo; e Giuseppe presto li avrebbe trovati. Si fece coraggio e parlò in fretta, senza guardare in viso il ragazzo: - "Sai io ti credo. Ho sentito tutto senza volerlo e ti credo." - Questa valanga di parole, dette in meno di tre secondi, colpì Luciano che, sconcertato, istintivamente si ritrasse da lei e maldestramente sporse il capo fuori dalla buca. - "Ti ho visto! Vieni fuori" - gli gridò l'amico. Ormai spettava a lui fare la penitenza e bisognava che Giannina e Giuseppe la proponessero. Lo obbligarono a salire sul tetto e a fare un salto dentro al fienile. La cosa in sé era tutt'altro che pericolosa, ma, una volta dentro, si poteva uscire solo se qualcuno dell'esterno ne apriva il pesante portone. La sola via alternativa consisteva nello scalare la montagna di balle di fieno per uscire dall'apertura da dove era saltato. Dall'ultima balla all'apertura vi erano oltre due metri e bisognava darsi da fare per trovare il modo di raggiungere con le mani l'architrave senza ricadere nell'impiantito.
Fratello e sorella erano sul tetto e se la spassavano un mondo nel seguire i tentativi di Luciano che prima provò a costruire una piattaforma con altre balle di paglia e, dopo essere nuovamente ruzzolato a terra, si accingeva, con una corda lanciata sull'architrave, a compiere l'ennesimo tentativo.
Intanto dal cascinale la voce perentoria della madre richiamò Giuseppe che si precipitò giù per la scaletta di legno. Giannina rimasta lassù, si assicurò che suo fratello si fosse allontanato in direzione del paese, e si buttò anche lei nel fienile.
-" Benissimo! E dire che io contavo sul tuo aiuto per farmi uscire da qui"- disse il ragazzo. -"Ti giuro, non l'ho fatto a posta. Sono scivolata." - rispose lei con un sorriso malizioso. - "Ho provato in tutti i modi ma è impossibile raggiungere il tetto. Ora dovremo aspettare che torni Giuseppe" - commentò Luciano indispettito.
Si sedettero accosciati sulla paglia e stettero zitti per un poco guardandosi di sottecchi. Fu lui a riprendere il discorso non appena si accorse che la compagna aveva smesso la sua aria birichina e stava per piangere. - "Ci manca solo questo ora! Cosa credi di risolvere con le lacrime. Tanto la Nina non mi cercherà prima di sera e non c'è nessun bisogno che tu ti disperi. ". -
Aveva capito che la ragazzina gli avrebbe fatto volentieri delle confidenze ed il suo intuito lo portava a pensare che lei aveva creduto, a differenza del fratello, alla sua avventura. Certamente lo considerava un adulto e contava su un suo comportamento coerente. Da diversi suoi atteggiamenti aveva capito quanto lei la sapesse lunga su tante cose e reputò opportuno stimolarla per controllare fin dove si spingesse la sua malizia. Le si avvicinò un poco, le asciugò le lacrime col suo fazzoletto, poi disse: -"Poco fa mi hai detto qualcosa... ma non ho bene afferrato. Cos'hai sentito da me e di quali discorsi parlavi?"-
Lei si fece tutta rossa e schivò il suo sguardo diventato inquisitore. Ma oramai quella era l'occasione che si era preparata e una nuova opportunità chissà quando si sarebbe ripetuta. Conveniva affrontare il discorso così come lei l'aveva capito e farsi dire da lui, più chiaramente, quanto gli era capitato. Puntò i suoi occhi scuri sul suo viso e con voce compassata disse: - "Vuoi sapere da me ciò che hai detto? Ma non ti sembra una cosa assurda? Tu lo sai meglio di me e non vale la pena che io lo ripeta! E' una questione con la tua Nina, no? Non è così? Raccontala bene tu questa storia visto che Giuseppe non ti ha creduto. In fin dei conti noi bambine, come dice la mamma, siamo molto più smaliziate dei maschietti. Non ti pare? Non mi vergogno mica se me la racconti." - Luciano riprese la corda in mano e si rimise a lanciarla su per l'architrave con più lena senza rispondere. Cosa si poteva aspettare da quella mocciosa, Chissà cosa aveva capito ed ora certamente stava tendendogli una trappola per farlo parlare. Lui era un adulto oramai. Non si sarebbe lasciato sorprendere da quei discorsi infantili. Non poteva fidarsi. Se le avesse raccontato qualcosa sarebbe stata capacissima di andare a spiattellare tutto al fratello. Ma un grosso anello di ferro arrugginito, che occhieggiava in mezzo alla paglia, lo distolse da questi pensieri. Se avesse legato quel peso all'estremità del cappio avrebbe avuto maggiori probabilità di fargli raggiungere l'architrave. Lo prese e lo sistemò con due nodi alla fune. I primi lanci andarono a vuoto, poi divennero sempre più precisi fino a quando, uno più fortunato, non mandò l'anello nello spazio libero fra trave e tetto. Ora tutto diventava facile. Raggiunse la sommità a forza di braccia, spinto dal desiderio di togliersi da quella situazione il più presto possibile; discese la scaletta esterna e finalmente aprì il portale.
Si avviarono muti su per il sentiero che conduceva al cascinale. Nessuno dei due commentò l'accaduto e lui evitò il tentativo della compagna di prendergli la mano. Arrivati alla corte degli animali si incontrarono con Giuseppe appena rientrato dopo avere acquistato il mangime delle galline. Fu ragguagliato sui particolari della penitenza ma la ragazzina omise di dire che anche lei si era buttata giù nel pagliaio.


* * *


Si rividero dopo qualche giorno in occasione della castrazione dei polli. Luciano era bravissimo a rincorrere e catturare i pennuti. La corte era grande e ci volevano almeno tre persone per quell'incombenza. Anche Giannina era brava a trovarsi sempre nella sua traiettoria. Si sarebbe detto che più che collaborare a prendere gli animali si sforzasse di farsi prendere da lui. I capponi veterani, che avevano già subito il trattamento, stavano in disparte e non starnazzavano per sfuggire agli inseguitori. Pareva si rendessero conto che a loro la cosa non riguardava più e osservavano con indifferenza il contadino che armeggiava coi più giovani preparati per l'operazione. Il punto in cui conveniva convogliare i galletti era la rimessa degli attrezzi. Lì era più facile prenderli, soprattutto se l'azione era stata condotta da due persone contemporaneamente. La ragazza spingeva i pennuti fino all'ingresso e lui li acchiappava al volo non appena varcavano la soglia. Strillavano come ossessi e si dibattevano prima di riuscire a tenerli ben fermi. Giannina ad un certo punto gli si avvicinò per aiutarlo ad afferrare un animale, ma si ritrovò tra le sue braccia. Sfiorò la guancia contro la sua e strinse le sue mani che avevano catturato il pollastro. Riuscì a prenderglielo esercitando una leggera pressione col suo grembo su di lui che la teneva stretta e rideva. Era sua l'incombenza di stabilire il sesso dei pulcini. Li prendeva li rigirava e ne decretava la sorte. Sempre tra le braccia di Luciano, tenne ben stretto l'animale e con voce dolce disse: -"Bravo, tu sei un galletto; ma sei anche birichino; non dovresti strillare così. In fin dei conti non ti faranno un gran male. Un minuto e poi diventerai un cappone. Avrai il vantaggio di mangiare meglio degli altri e poi farai la fine di tutti. Pensa, se tu rimanessi galletto camperesti molto meno." - A sentirle dire queste cose il ragazzo si stizzì e non trovò di meglio che allontanarla da se spingendola in avanti verso la porta: -"Secondo te dovrebbe anche ringraziare, disse, ma forse non ti rendi nemmeno conto di cosa lo privano." - -" Ma certo che lo so, non sono mica scema. In fin dei conti il suo destino non è così tragico: mio padre lo farà diventare come una gallina. E le galline non sono poi tanto infelici: mangiano meglio e campano molto più dei galli." - Luciano ogni tanto la spingeva in avanti senza parlare; si era accorto che la ragazzina trovava tutte le occasioni per fermarsi. Era impossibile che avesse ragione lei. Si dava tante arie perché guardando il sedere dei pulcini sapeva distinguere i maschi dalle femmine. E' vero, diventavano più grassi e più belli ma poi non potevano più montare le galline. Certamente lei ignorava cosa si provava a farsi montare. Di cosa voleva parlare! Solo lui la sapeva lunga. Non era nemmeno il caso di rispondere. Paragonare il cappone ad una gallina! Era evidente che non sapeva proprio niente, era soltanto una ragazzina.
Raggiunsero suo padre e lei consegnò la vittima. Come le sarebbe piaciuto sapere fare quel tipo di operazione. Tutto sommato i galli le erano antipatici. Come erano stupidi quando facevano la corte alle galline. Giravano intorno con una specie di danza e poi montavano loro sul dorso. Li aveva osservati attentamente: in una giornata erano capaci di montarne anche cinquanta. E quelle poverette li ricevevano senza nemmeno protestare. Anzi si acquattavano non appena si avvicinava e sembravano anche grate per il servizio. Chissà se per gli uomini valevano le stesse regole! Guardò ancora Luciano e gli fece un sorriso accattivante; ma lui fece finta di niente: era diventato scontroso. Non sapeva mai come prenderlo per il verso giusto ed avere da lui delle confidenze. Era il solo amico che aveva e non trovava mai l'occasione di farlo parlare. Quando aveva tentato di confidarsi con la sua compagna di scuola il risultato era stato disastroso: quella smorfiosa ne aveva parlato con la propria madre e la madre con l'insegnante; così lei fu relegata negli ultimi banchi, da sola per più di una settimana. Di Luciano invece ci si sarebbe potuti fidare. In fin dei conti oramai lui c'era già stato con una donna e doveva sapere tante cose. Del resto anche lei aveva qualcosa che avrebbe potuto raccontargli: qualche sua piccola esperienza, di poco conto in verità, ma certamente riguardante cose che lui non poteva certo sapere.
Oramai il contadino era alla sua ultima fatica e dopo aver tolto i bottoni al galletto lo riconsegnò alla ragazza perché lo sistemasse assieme agli altri operati. Lei prese il braccio del ragazzo e tentò di trascinarlo con sé, ma lui con uno strattone si liberò e fuggì via.



* * *



Qualcuno bussò alla porta della villa. Luciano stesso, allora quattordicenne, andò ad aprire. Da qualche tempo vi si erano trasferiti, ma senza avere più nessun domestico. La donna per desiderio del defunto ora governava quella grande dimora e tentava di renderla vivibile con le sue sole forze. Fu lei ad opporsi di venderla quando il notaio le fece presente che sulla stessa pendeva un'ipoteca pesante. Avrebbe pagato coi risparmi di tutta una vita e con quella piccola pensione lasciatagli dalla buonanima del suo povero marito avrebbe cresciuto quel piccolo ometto.
Le erbacce avevano invaso oltre al giardino anche l'esedra costruendo un intricato labirinto di rovi che il postino fece fatica a superare per consegnare a Luciano una cartolina. Erano gli auguri per il suo compleanno da parte di Giannina. La ragazza si era trasferita in città per frequentare una scuola professionale ed era stata ospitata da una sua zia alla quale faceva anche piccoli servizi domestici. Si rigirò tra le mani quel cartoncino, quasi cercasse, tra le righe e in quel disegno di case alte a quattro piani, qualcosa di più delle poche righe di auguri. Da oltre due anni la ragazza aveva abbandonato il paese e l'ultima volta che l'aveva vista era stata per la ricorrenza di tutti i Santi quando si erano incontrati in cimitero. Lei era venuta per portare qualche fiore sulla tomba di suo padre, morto di leucemia l'anno prima. Avevano potuto scambiarsi soltanto poche parole di convenienza senza il minimo cenno alla vecchia amicizia. Sembrava fossero trascorsi dei secoli dal periodo spensierato della loro infanzia. Era molto cambiata. Una maturità precoce le aveva conferito l'aspetto gradevole della giovane donna, cancellando definitivamente le spigolose angolature della sua magrezza infantile. Le rotondità erano tutte al loro posto, in giusta misura, ed il suo viso grazioso, pur conservando la fisionomia della ragazzina, ora riluceva di una strana aureola solare dovuta al biondo intenso dei suoi capelli, pettinati con cura.
Anche lui avrebbe voluto frequentare le scuole cittadine, ma la Nina non poteva sostenere tutte quelle spese. Dopo aver ultimato le elementari si accontentò di praticare l'apprendistato come garzone di bottega nel negozio-bazar del Curtò, il solo che esistesse in paese. A dir la verità non si sentiva molto portato per quel genere di lavoro, tuttavia lo faceva di buon grado perché la misera paga serviva ad aiutare la Nina che faceva l'equilibrista per sbarcare il lunario. Anche il suo amico Giuseppe aveva precocemente dovuto sostituire suo padre per fare produrre quella manciata di terra attorno al cascinale e per consentire a sua madre di non morire di fame. Non si vedevano spesso. Solo la domenica si concedevano il lusso di andare al bar per bere qualche bicchiere di vino e parlare della loro settimana di lavoro.
Sul Curtò non c'era molto da dire. Era un ometto sulla cinquantina che aveva la fissazione della precisione e dell'ordine. Forse per questo aveva scelto di fare il commerciante. Tutte le mattine si presentava alle otto in punto per sollevare la serranda del negozio. Quindici minuti prima si affacciava alla finestra e stava ad ascoltare che dal torrione battessero le sette e tre quarti; poi inforcava gli occhiali, estraeva dal panciotto il suo Roskopf e appena cessavano di battere, con suono più greve, gli ultimi tre colpi, le grosse rughe, abitualmente accavallate sulla sua fronte, si spianavano e lui si compiaceva di constatare l'esattezza del suo 'veritable montre chemin-de-ferre'. La sua casa era a pochi passi dal negozio, situato sulla piccola piazza del paese, e dalla finestra si rendeva conto se, alle otto meno dieci, Luciano era là sotto, in attesa che lui portasse le chiavi per aprire. Non tollerava nessun ritardo: ogni cinque minuti scattava una multa di cinque centesimi che rosicchiava, a favore del Curtò, la misera paga di una lira alla settimana. La stessa pignoleria la esercitava nei conti. Se sbagliava il prezzo della merce, in perdita, la differenza gli veniva addebitata; se il prezzo risultava casualmente maggiorato i guadagni li incamerava il signor Curtò: per compensare le perdite di gestione, diceva lui. Sfruttando una capacità innata di trattare gli avventori e con la scusa di fare di lui un bravo venditore, il principale gli faceva svolgere quasi totalmente il gravoso compito delle vendite al pubblico; personalmente si occupava solo dei conti e degli ordini ai grossisti quando doveva andare in città per rifornire il magazzino.
Sul lavoro di Giuseppe poco di nuovo poteva essere raccontato che Luciano già non conoscesse. Sveglia alle sei del mattino per la mungitura della vacca. Tredici o quattordici ore di duro lavoro nell'orto, una breve sosta per prendere un boccone; ed infine, la sera, la pulizia delle stalle e lo spargimento della lettiera per il bestiame. Tutti i giorni le stesse cose eccettuati i giorni piovosi in cui il lavoro lo svolgeva prevalentemente al coperto. Per questo motivo quando spettava a lui raccontare, si rifugiava volentieri nei ricordi del tempo passato.
Una di quelle sere riprese il discorso dell'avventura che gli aveva raccontato Luciano. Confessò di avere creduto tutto del suo racconto: allora non volle ammetterlo soltanto per non confessare la propria inferiorità in fatto di donne. Avrebbe voluto tentare anche lui l'avventura. Purtroppo l'unica che gli ronzasse attorno era la Giannina e con la propria sorella non si poteva: non si doveva nemmeno pensarlo! Ma una sera, pochi giorni dopo la morte del loro padre, lei venne in camera sua. Era una notte da lupi, nevicava ed il vento sembrava volesse sconquassare il tetto del cascinale. La madre dormiva nella stanza accanto ed il suo pesante ronfare superava talvolta l'ululare del vento. Svelta, svelta lei si infilò nel suo letto e rimase immobile come se d'un colpo si fosse addormentata. Le disse d'aver paura ed ora spettava a lui proteggerla. Anche lui trattenne il respiro e cercò di muoversi il meno possibile. Non una mossa, non una parola. Sulle prime pensò di scendere dal letto e di trasferirsi in quello ormai libero di sua sorella, ma non riuscì a muovere le gambe. Si sentiva come paralizzato. Allora si rigirò dalla parte opposta e cercò di dormire. Invano: sentiva il sudore imperlargli la fronte e non riusciva a chiudere gli occhi. Fu in quel momento che gli venne in mente l'avventura dell'amico e la ripercorse passo, passo. Lui era stato fortunato! Mica aveva sua sorella a letto! Ma sarà stato poi vero che la Nina non si sia accorta di niente? Certo lui non lo poteva escludere. Del resto Giannina ora sicuramente dormiva e se si fosse mosso con circospezione avrebbe potuto verificare se Luciano gli aveva detto la verità. Bastava fare qualche prova. Cominciò a muoversi, prima lentamente, rigirandosi nel letto da una parte all'altra, poi con meno cautela, senza che lei desse segno di essersi accorta di nulla. Rimaneva supina e ronfava debolmente. Dopo aver atteso qualche minuto, spiando il suo respiro, tese una mano sopra di lei e si fermò sul suo grembo. Fu attratto da una breve peluria e tentò di indagare, ma un lieve sussulto della ragazza gli fece ritrarre la mano e riacquistare la posizione rigida iniziale. No, meglio di no! Con sua sorella non doveva! Ma presto le parti si invertirono e fu Giannina a prendere l'iniziativa. Si rigirò di scatto verso di lui e lo abbracciò cercando la sua bocca. Tutto si fece più confuso e temette di vedere il diavolo, fermo davanti alla porta aperta. Preso dal panico si buttò dal letto e scappo' nell'altra stanza. No, non si poteva, era sua sorella! Rimase lì intontito fino a quando non si accorse che anche lei era tornata nella sua camera. Quando smise il racconto, Luciano lo guardò con aria comprensiva e disse: -"Hai fatto bene! Al tuo posto anch'io avrei fatto lo stesso. Vedrai, non mancheranno certamente altre occasioni per fare le tue esperienze" -




* * *


Passarono sei mesi ed il signor Curtò ebbe un brutto incidente di caccia che lo costrinse ad una quasi totale immobilità. Così Luciano dovette occuparsi oltre che delle vendite anche dei rifornimenti della merce. Seguito dagli interessati ammonimenti del suo principale, una mattina partì per la città col suo abito della domenica, un centinaio di lire nel portafoglio, una lunga lista di merce da acquistare - con la lista dei prezzi massimi da spendere - gli indirizzi dei fornitori da visitare ed una mappa della città. Per la verità quest'ultima precauzione non era necessaria; nonostante fosse stato solo poche volte in città, aveva tuttavia imparato abbastanza presto ad orientarsi in quell'intrico di strade lunghissime con una disinvoltura da cittadino. Ma il Curtò aveva voluto che prendesse anche quella: doveva sbrigare tutto in due giorni e i fornitori da visitare non erano pochi, pur essendo non molto distanti l'uno dall'altro. Così, appena giunto, si mise di buona lena e con passo celere si diresse dal primo nominativo della lista.
Pensò al principale, fino all'ultimo dubbioso ad affidare a lui un'operazione così complessa: la sua sfiducia fu fugata solo quando riuscì a dimostrare la sua intraprendenza e la maturità responsabile, rispondendo alle decine di domande, come: "Cosa farai se qualcuno vorrà sapere cosa sei andato a fare in città?" Risposta pronta. "Per i fatti miei. Non sono obbligato a dare spiegazioni a nessuno" E lui commentava invariabilmente " Buon sangue non mente", e parlava di suo padre, il Sindaco, ottimo suo amico ed integerrimo amministratore. Soltanto quando dovette consegnargli quel grande biglietto da cento lire ebbe un momento di incertezza. Volle assicurarsi che lo tenesse ben custodito dentro la tasca interna della giacca e gli raccomandò fino all'ultimo di non farsi imbrogliare dai grossisti.
Istintivamente portò la mano al petto e si accertò che il portafoglio fosse al suo posto. Quella strada pareva non avesse mai fine. Avrebbe voluto soffermarsi ad osservare le tante vetrine illuminate anche di giorno da una infinità di lampade elettriche, ma al contrario quasi correva e talvolta urtava le persone che incrociavano il suo percorso. Finalmente giunse nella grande piazza alberata e si fermò. Le spiegazioni erano state esaurienti: prima percorrere tutta la strada sulla destra fino al chiosco dei giornali. Là avrebbe trovato il primo fornitore: lui gli avrebbe dato la caparra, avrebbe preso la ricevuta e sarebbe tornato sulla piazza per andare nella direzione del cimitero. Su quella strada avrebbe trovato anche tutti gli altri. Si deterse il sudore e si avvicinò ad una fontanella per bere. Quando risollevò il capo si trovò di fronte una ragazza bionda che attendeva a sua volta di dissetarsi. Gli venne istintivo di chiamarla Giannina; ma la giovane lo guardò meravigliata e proseguì contrariata per la sua strada. Strano. Non ci aveva pensato prima! Eppure sapeva perfettamente che Giannina abitava da sua zia in quella città e conosceva il suo indirizzo: via Delle Colonne numero 35 piano terzo. Preso com'era dalla sua incombenza, la ragazza le era uscita completamente dalla mente. Guardò la mappa della città per cercare quella strada. Per quanto si sforzasse non riuscì a trovarla e si decise a chiedere ad un'anziana signora. La donna gliela indicò: si trovava a poche centinaia di metri dalla piazza, in prosecuzione di quella lunga strada che lui aveva già percorso. Ripassò mentalmente i compiti da svolgere e si rese conto che, se non avesse trovato qualche ostacolo, sarebbe anche potuto andare a trovare la Giannina. Da quando Giuseppe gli faceva su di lei quelle strane confidenze si sentiva un poco turbato. Gli aveva fatto uno strano effetto l'ultima volta che l'aveva vista così donna e tanto bella! Si era talmente eccitato da cedere alla tentazione di trovare soddisfazione la notte sotto le coperte. Magro risultato aggravato dal rimorso di avere commesso degli atti impuri, come diceva sempre il suo confessore che gli faceva recitare in quelle circostanze dieci avemarie di penitenze. Ma talvolta l'impulso era più forte della sua volontà. A suo tempo aveva confessato anche la sua avventura con la Nina; ma il sacerdote allora aveva minimizzato la cosa e gli aveva fatto recitare solo cinque avemarie.
Quando si presentò dal grossista, l'uomo - un gigante di due metri - sulle prime non lo prese sul serio. Stava già per sbatterlo fuori, quando venne in suo soccorso un'altra persona più gentile - forse il padrone del magazzino - che chiarì l'equivoco e disse di avere già avuto notizie direttamente dal Curtò. Regolarizzarono caparra e ricevuta ed il suo compito finì qui: la merce sarebbe arrivata al destinatario fra quattro giorni per ferrovia. Ripiegò accuratamente nel portafoglio le settantadue lire di resto e riprese la strada per la grande piazza.



* * *


Quando terminò la visita al secondo fornitore erano le dodici e mezza. Per raggiungere il terzo della lista percorse un centinaio di metri sullo stesso lato della strada ma si accorse che la saracinesca era già stata abbassata. Un cartellino diceva che avrebbero riaperto alle tre. Sarebbe stato inutile tentare di raggiungere gli altri fornitori: l'esito sarebbe stato il medesimo. Ripensò a Giannina. Raggiunse nuovamente la piazza e si diresse per la via che gli aveva indicato la donna: quella giusta sarebbe stata la quinta traversa a destra.
Man mano che andava avanti notò che le vie e le case erano meno curate. Si trattava di un quartiere in cui la vita si svolgeva prevalentemente sulla strada e giovani e adulti accudivano alle loro faccende fuori della porta di casa. Ebbe qualche difficoltà a trovarla perché i numeri civici si inoltravano all'interno di una grande corte dissestata, alla quale si accedeva da un portico buio. Era la parte più povera della città. Niente grandi vetrine illuminate, niente insegne pubblicitarie: solo negozi all'aperto con la mercanzia esposta su banchi provvisori. Solo un ciabattino a tirare lo spago, per cucire una tomaia, senza smettere di chiacchierare con un gruppo di sfaccendati, seduti intorno, a fargli compagnia.
Quando raggiunse il portone si ricordò di non conoscere i parenti della ragazza, e probabilmente ora lei non c'era. A chiunque fosse venuto ad aprire avrebbe dovuto dare un sacco di spiegazioni per giustificare la sua visita. Non gli sembrò opportuno piombare così in una casa sconosciuta e chiedere di una ragazza che non aveva ancora quattordici anni. Desistette dal tentativo e si diresse nuovamente dall'altro lato della corte per informarsi dal calzolaio, che ora batteva energicamente la suola col martello a testa tonda. - "Ah, certo, la Giannina abita qui al terzo piano, ma ora dev'essere a scuola; di solito esce all'una e mezza e a minuti dovrebbe comparire all'angolo della strada." - Questo facilitava l'incontro! Ringraziò e uscì nuovamente sulla via principale. Si tenne discosto dal portico una decina di metri e stette ad osservare quelli che vi transitavano. Erano quasi tutte persone che abitavano in alloggi coi lunghi ballatoi sospesi nel vuoto, dove le faccende di casa si svolgevano allo scoperto per sopperire all'esiguo spazio delle anguste dimore, utilizzate principalmente come dormitori. Si sforzò di localizzare la casa dell'amica, ma non vi riuscì. Troppe persone si davano da fare tra quelle ringhiere del terzo piano; dovevano esserci almeno una decina di famiglie. Luciano riattraversò il portico e riprese a salire verso la piazza. Ad un tratto due ragazze comparvero in cima alla strada: una era la Giannina, l'altra una pel di carota un poco musona che camminava quasi appesa al braccio dell'amica.
Luciano allungò il passo e dopo averle raggiunte si mise al loro fianco ostentando indifferenza; ma la sorpresa dell'una fu interrotta dal comportamento dell'altra che affrontò con energia la situazione: lasciò il braccio dell'amica e disse che ormai era giunta a casa ed aveva fretta di rientrare. Si trovarono soli uno di fronte all'altra all'ingresso del portico e per qualche attimo non dissero nulla. Lei gli prese la mano e gliela baciò, lui le accarezzò il viso con grande imbarazzo. Fu lei a rompere il silenzio: - " Mi ha fatto piacere rivederti. Come mai sei in città?" - Lui cercò di parlare ma lei gli suggellò le labbra con un bacio e continuò:
- "Non dirmi nulla ora. E' meglio che mia zia non ci veda assieme. Questa sera alle quattro dovrò andare alla lezione di ginnastica e potremo parlare qualche minuto di più. Ora devo proprio andare. Ciao." -
Coperto dal buio del lungo portico che aveva nascosto il rossore del suo viso, si lasciò baciare nuovamente e rimase qualche attimo a guardarla, stagliarsi nella luce della corte, mentre si allontanava sculettando. Avrebbe voluto dirle tante cose, ma gli uscì dalla bocca un - "Arrivederci a stasera" - che riuscì a gridarlo soltanto quando lei ebbe voltato l'angolo.
Era evidente. Oramai non era più una ragazzina ed il suo profumo di donna lo aveva stordito a tal punto che ogni paragone con l'amica di un tempo sfumava in pensieri ben più arditi che si rifacevano sempre più ai racconti di Giuseppe su quella strana intraprendenza di sua sorella. Il pensiero di quelle labbra infuocate lo tenevano incollato alla parete del portico e, per la prima volta scoperse che baciarsi in quel modo era assai diverso dal semplice darsi un bacio di prima. Quel tumulto che esso aveva causato in tutta la sua persona era qualcosa bella ed allo stesso tempo dolorosa. Sentiva come se si fosse acceso nel suo petto un fuoco che gli faceva galoppare il cuore fino allo spasimo mentre un sudore freddo gli imperlava la fronte dandogli la sensazione di avere la febbre. Qualunque riferimento ai baci che lei gli aveva dato in precedenza non aveva alcun significato. Si trattava di tutt'altra cosa e ora ne era pienamente consapevole; al punto di considerarla una vera e propria avventura: quasi come quando andò a letto con la Nina. Nel ripercorrere la strada che lo separava dalla grande piazza si accorse di camminare in modo insolito: accompagnava i suoi pensieri con i gesti delle mani e talvolta si era scoperto di pensare a voce alta. Più di una volta i passanti lo fissavano stranamente. Ma lui non vedeva più nessuno. Avrebbe voluto gridare forte per comunicare a tutti la sua felicità. Anche lui aveva trovato la donna dei suoi sogni ed era sicuro di essere ricambiato. Certo che gli voleva bene! Non si poteva baciare così, con tanta passione, senza essere innamorate! Forse già gliene voleva da quando ancora era in paese, ma lui non se n'era mai accorto. Ora lo capiva meglio. Forse era stato troppo prudente e non si era reso conto che la ragazza da tempo voleva farglielo capire. Avrebbe dovuto rimediare e chiederle scusa per averla trascurata. Glielo avrebbe detto quella sera stessa. Certamente avrebbe trovato il modo per farsi perdonare.
Oramai aveva già raggiunto, quasi di corsa, la grande piazza. Lo scenario austero di vecchi palazzi ornati di maschere e di stemmi lo ricondusse alla realtà. Lui era lì solo perché quella sera doveva continuare le visite ai grossisti; non era in vacanza! Aveva da portare a termine un compito ben preciso e se si era concesso il lusso di deviare di pochi passi per cercare la Giannina lo aveva fatto solo perché a quell'ora i negozi erano chiusi. Ora si sarebbe permesso un poco di tempo per il pranzo, al sacco, che avrebbe consumato su una di quelle panchine, poi avrebbe ripreso il suo lavoro. Trangugiò alla svelta quanto si era portato da casa - un panino imbottito di salame e di formaggio - e si diresse verso una fontanella al centro della piazza per bere un sorso d'acqua fresca. Quando sollevò la testa rivide in fondo alla strada una ragazza che assomigliava a Giannina. Sulle prime pensò d'essersi ingannato ancora una volta, poi osservando meglio constatò che era proprio lei e si dirigeva dalla sua parte. Era rossa in viso e sudata per aver corso a perdifiato. Si sedettero su una panchina e lui non ebbe il coraggio di chiederle niente. Lasciò che si calmasse ed il suo respiro tornasse ad essere regolare, poi fu lei a parlare:
- "Ti sono corsa dietro poco dopo esserci lasciati, ma ho percorso la strada sbagliata. Visto che non ti trovavo da quella parte mi sono decisa a tentare da questa, quasi senza nessuna speranza di ritrovarti." - Luciano, visibilmente turbato, le chiese, interrompendola: - "Ma... dimmi che cosa è successo!"- - "Non è successo nulla di grave. Sta calmo; fra un poco sarò in condizioni di fare un discorso più lungo." - Gli prese le mani e le strinse calorosamente per darsi un poco di coraggio, era raggiante per essere riuscita a trovarlo; poi, dopo aver respirato profondamente, riprese: - "Quando sono rientrata a casa, mia zia non c'era; aveva lasciato un biglietto dove mi informava di essere stata costretta a partire d'urgenza da sua sorella e sarebbe rientrata solo fra tre giorni. Sul tavolo c'era infatti un telegramma in cui l'altra mia zia nubile le comunicava di essersi infortunata cadendo da una scala. Ho subito pensato a te; questa poteva essere l'occasione per stare un poco assieme ed ora eccomi qua!" - - " Vedi, poco fa, quando ci siamo incontrati sotto il portico di casa tua, non ho avuto la possibilità di dirti che sono venuto qui perché mi ha mandato il Curtò. Domani in mattinata devo riprendere il treno per rientrare in paese. Dovrò quindi impegnare tutto il pomeriggio e parte della sera per esaurire le commissioni che ho qui nell'agenda." - La ragazza gli abbandonò le mani e mise il broncio senza parlare. Teneva lo sguardo fisso a terra e si rigirava le dita con le mani incrociate. Non poteva permettere che lui partisse senza cogliere quella rara occasione di libertà che la disgrazia di sua zia le offriva. - "Senti, gli disse, i negozi non riaprono prima delle tre. Abbiamo un'ora di tempo per stare finalmente assieme. Se tu vuoi possiamo andare a casa mia; oltre a mia zia non c'è nessun altro che possa disturbarci." - Luciano stette un attimo soprappensiero poi anche lui fu d'accordo di sfruttare quella ottima opportunità per stare tranquilli. La prese sottobraccio e si diressero verso casa.


* * *


La zia Peppina abitava in un appartamento di tre vani al quale si accedeva da uno di quei ballatoi che circondavano la corte. Non molto luminose, ma abbastanza pulite, anche le tre camere davano sul cortile. Tutte erano arredate miseramente, con qualche vaso di aspidistre e di begonie alle finestre che le rendevano meno povere e più accoglienti. Le begonie erano sparse ovunque anche entro casa. Ce n'erano nell'andito, in cucina, nel ballatoio e persino in bagno. Alcune erano fiorite, altre avevano le grandi foglie, d'un verde argento, coperte di peli e tanto turgide da somigliare più ad animali in agguato che a piante ornamentali.
I due, dopo aver evitato accuratamente di essere visti assieme, mentre attraversavano la corte, percorsero il ballatoio deserto ed entrarono in casa. Si sedettero al tavolo di cucina e stettero zitti per qualche minuto. Luciano evitava lo sguardo della ragazza. Lei ogni tanto si alzava, spostava qualche oggetto che si trovava centrato dallo sguardo dell'amico e borbottava parole di scusa per il disordine che regnava tutt'intorno. Lui, allora, decise di volgersi verso di lei. Solo ora notò che i suoi occhi non erano bruni ma di un color miele scuro; scintillavano come quelli di un gatto. - " Vuoi che ti prepari qualcosa di caldo? Una minestra e due uova al tegamino? Va bene?" - Lui annuì anche se non aveva più fame. Continuò ad osservarla mentre si dava da fare intorno ai fornelli con l'importanza di una donna di casa ormai esperta. Avrebbe voluto parlare, ma non appena riusciva a formulare mentalmente una frase, non trovava poi il coraggio di pronunciarla. Quella ragazza esercitava su di lui uno strano potere. Si sentiva attratto ed allo stesso tempo non riusciva a prendere l'iniziativa di fare qualcosa: quasi avesse timore di lei, del suo fare disinvolto e della sua personcina che ora sculettava mentre scuoteva la padella per non fare appiccicare le uova.
Nonostante avesse già trangugiato i suoi panini, mangiò con gusto quanto gli era stato preparato, innaffiandolo con un vinello leggero, scovato all'ultimo minuto nella dispensa di zia Peppina. Il calore del pranzo e qualche bicchiere di troppo lo rese euforico e cominciò a parlare delle sue cose e della vita del negozio di Curtò: la pignoleria e tirchieria del suo principale, la sua personale abilità di venditore, la compagnia di Giuseppe. Ora parlava, parlava a ruota libera, saltando da un argomento all'altro senza mai smettere di pensare a tutt'altra cosa: aveva in mente, fisso, il discorso di Giuseppe che la coinvolgeva in modo diretto e passionale. Chissà se da allora le cose erano cambiate! Dal modo come lei lo guardava e come si comportava con lui non si sarebbe proprio detto. Forse si era trovato qualche amico in città; non poteva escuderlo; e solo a pensarlo si sentì dentro un malessere che cominciò a penetrarlo inspiegabilmente. Doveva chiederglielo subito, ad ogni costo. Ma come fare? Ora gli voltava le spalle intenta com'era a risciacquare le stoviglie servite per il pranzo. La osservava attentamente in ogni sua mossa e constatava come fosse diventata ormai donna. I suoi fianchi ed il suo petto erano cresciuti ma la sua vita era rimasta esile e snella. Era anche più alta ed i capelli li aveva raccolti a crocchia sulla nuca. Si alzò e le si avvicinò dicendole: - " Se vuoi io posso aiutarti; sono molto bravo ad asciugare i piatti." - Acconsentì e le si avvicinò fino a sentire il calore del suo corpo. Lei rideva forte e parlava come se dovessero sentirla di là dalle mura della casa: - "Sei diventato bravo davvero! E pensare che da ragazzo dicevi che non avresti mai aiutato tua moglie nelle faccende domestiche!" - Si pentì subito di averlo detto e si fece rossa in viso. Ma quando si accorse che lui non aveva colto la battuta riprese a parlare: - "Del resto oggi molti uomini sono costretti a vivere solitari e devono imparare a fare tutto da soli. Anche tu, quando la Nina se ne andrà al Creatore dovrai o sposarti o fare da te le faccende domestiche." - -"Non arriverò a questo punto. Mi sposerò certamente prima che muoia la Nina" - - "Magari ce l'hai già la ragazza!" - - "No, ancora non ci ho pensato, credo che sia troppo presto. Tu piuttosto, che vivi in città, avrai avuto certamente qualche proposta!" - - "Non dire sciocchezze! Se mia zia venisse a sapere una cosa del genere mi rispedirebbe subito al paesello."- Luciano tirò un sospiro di sollievo. Era libera. Ma forse non si interessava più a lui come faceva quand'era ragazzina. Col crescere, le ragazze diventano meno avventate e si controllano meglio. Ma perché allora sotto il portico l'aveva baciato così a lungo sulla bocca? Era forse l'usanza cittadina di accogliere gli ospiti? Lui aveva sentito che quel bacio non era un semplice saluto. Non poteva ingannarsi; c'era del sentimento. Ora il silenzio si era fatto imbarazzante e lei, dopo aver riassettato la cucina, lo prese per mano e lo guidò verso il corridoio. - "Vieni! le disse, ti mostro la mia camera." - Entrarono in una stanzetta angusta che prendeva luce da una piccola finestra che dava sul ballatoio. C'erano un lettino, un treppiedi bianco in ferro smaltato - con lavamano, brocca, specchietto e porta asciugamano - un cassettone sgangherato, una seggiola impagliata e, al posto del comodino, un inginocchiatoio con l'immagine della Vergine sulla parete. Si sedettero entrambi sul letto, lei gli prese le mani e se le portò al viso per nascondere il rossore che da qualche minuto l'assillava. Luciano era un bel ragazzo e, pur avendo conservato molti tratti infantili, ostentava, senza radersela, una leggera peluria, che ornava piacevolmente il suo volto, conferendogli l'aspetto d'un uomo. Era quello il momento più opportuno per dimostrare di esserlo veramente. Senza scostare le mani dal suo viso si avvicinò ancora un poco a lei e la baciò. Giannina lo ricambiò entusiasticamente ed entrambi si sdraiarono sul letto uno accanto all'altra col viso rivolto al soffitto in attesa che qualcuno prendesse l'iniziativa. La finestrina del ballatoio, difesa da una tendina ricamata a tombolo, lasciava intravedere la varia umanità che attraversava quel passaggio obbligato. Erano in prevalenza donne di casa con grandi sporte di spesa. Il buio della cameretta era un sicuro schermo. Non faceva trapelare nulla di quanto succedeva all'interno, tuttavia Luciano si sentiva un poco a disagio: aveva l'impressione di essersi sdraiato in mezzo alla gente, di cui sentiva anche frammenti di discorsi; e quando lei tentò di togliergli la giacca, oppose resistenza e si alzò dal letto. La ragazza era ormai determinata ad andare avanti ad ogni costo. Lo prese per un braccio e lo trascinò ancora sul letto. Questa volta cominciò a sbottonargli la cintura dei pantaloni e finalmente si accorse che la Giannina era quella di sempre. Si aiutarono reciprocamente, e lui - che si riteneva un esperto - si accorse di essere soltanto un principiante. Com'era diverso da quella volta con la Nina! Ben presto si rese conto di sperimentare una situazione del tutto originale e meravigliosa; poteva ben dire che in definitiva anche per lui quella era stata la prima volta; proprio come era avvenuto per la sua Giannina.



* * *



Quando sentì suonare le quattro da una chiesa vicina diede un balzo e corse a rivestirsi. Aveva completamente dimenticato gli impegni del pomeriggio. Lasciò l'amica ancora distesa sul letto seminuda e dopo essersi congedato frettolosamente raggiunse la piazza quasi di corsa. Si imbatté in un corteo di scioperanti che rivendicavano a gran voce il diritto ad un salario più alto. Fu preso dalla corrente e percorse con gli operai un tratto di strada. Il primo grossista sarebbe stato a pochi passi. Ma ben presto fu deluso: tutte le saracinesche erano state abbassate e i tramvai erano tutti fermi in fila indiana. La vita della città si era fermata. Domandò spiegazioni ad un giovane operaio che camminava accanto a lui e questo, urlando più degli altri contro lo sfruttamento dei padroni, disse che oramai la sfilata si sarebbe conclusa con una manifestazione in piazza e i negozi forse avrebbero riaperto solo l'indomani mattina. Il giovane chiese se anche lui fosse lì per rivendicare qualcosa e ad un diniego del ragazzo riprese: - "Questi padroni pensano soltanto al loro tornaconto. Sono gli operai a riempire le loro casseforti, ma a loro non interessa se tra di noi c'è chi patisce la fame. Io sono tornitore in una fonderia da appena sei mesi e prendo un salario misero col quale non mi é mai riuscito di risparmiare un soldo. Mi dovrei sposare, ma mi è stato rifiutato un anticipo per affittare un piccolo appartamento. Tutti uguali questi padroni. Tutti egoisti! Bisogna ribellarsi ai loro soprusi! Grida anche tu! Se siamo uniti riusciremo a vincere la lotta" -
Anche Luciano si aprì alle confidenze: -"Io sono venuto in città proprio per conto del mio principale. Ma non lo ha fatto per favorirmi. Si è deciso soltanto dopo l'infortunio, quando ne ha avuto estrema necessità. Anche lui è un grande spilorcio e mi ha assegnato un incarico importante per unico suo tornaconto personale. Quando ha messo mano al portafoglio, per darmi quella banconota da cento lire per pagare i fornitori, i suoi occhi porcini sono diventati ancora più piccoli e quasi piangendo mi ha detto: "Stai attento! Non confidarti con nessuno. La gente in città è cattiva e potrebbero derubarti."." - - "Beh, tu sei stato fortunato perché ora potresti ripagarti, coi suoi soldi, di tutte le angherie che hai subito. Comunque non illuderti, al tuo ritorno i lavori più pesanti rimarranno sempre sulla tua schiena. Fossi in te, mi terrei quella bella sommetta e approfitterei dell'occasione per cercare lavoro altrove. Se fosse capitata a me la tua fortuna non me la sarei lasciata sfuggire di certo." -
Il corteo ormai era giunto alla piazza e su un palchetto fatto di assi e travi da muratore un signore con la barbetta si sbracciava, urlando, per cercare di zittire quella marea di persone ammassatasi intorno. Il brusio diminuì quando sul podio salì un omone alto e robusto con la chioma leonina e la barba fluente di un colore corvino. Aveva un gran fazzoletto rosso attorno al collo ed il suo abito abbondante, di un grigio fumo, tradiva una personalità trasandata. Attese qualche secondo finché il brusio cessò, poi cominciò ad urlare: - "Compagni! Lavoratori! Siamo qui riuniti per manifestare la nostra rabbia contro i padroni che sfruttano il nostro lavoro e contro il governo che non vuole aiutarci. Molti di voi sono appena rientrati dalle trincee del Carso, dove hanno lasciato quattro anni della loro giovinezza. E voi siete stati tra i più fortunati; molti altri, vostri parenti, amici o conoscenti, sono rimasti lassù o vi hanno lasciato brandelli della loro carne. Ciascuno di noi è stato toccato dalla tragedia di questa guerra che doveva risanare l'Europa, ma non è servito a niente. Ora siamo tornati per riprendere il lavoro e i padroni vorrebbero che lavorassimo per niente. Ci dicono che bisogna ricostruire il nostro Paese e, secondo loro, dovremmo farlo solo e ancora sulla nostra pelle. Ribellatevi a questi soprusi! Ognuno di voi ha il potere di mettere in ginocchio questi prepotenti. Se sarete solidali, come lo siete stati in questa manifestazione, basteranno solo pochi giorni di sciopero per cambiare le cose! "-
L'oratore continuò su questo tono per un pezzo e Luciano, incollato al suo occasionale compagno, non si era reso conto che i lampioni delle vie si erano accesi e i manifestanti, alla spicciolata, lentamente, abbandonavano il comizio. L'uomo lo prese sotto braccio e gli disse: - "Senti, io mi chiamo Mauro, se tu non hai un posto dove andare a dormire, potremo trovare una pensione, qui accanto, dove si sta per pochi centesimi. Anch'io abito in un paese vicino e ci vado spesso quando faccio tardi la sera." - Percorsero una decina di metri e si inoltrarono in una viuzza semi buia senza marciapiedi e col selciato sconnesso. Si fermarono di fronte ad un lume che rischiarava un'insegna arrugginita: "Pensione Gioia". Mauro chiese una camera a due letti per una notte; costava una lira e novanta centesimi. Ognuno pagò la sua parte. La stanza era ordinata, e arredata semplicemente: due letti in ferro, due comodini, due sedie e un armadio a due ante. Il servizio era in comune in fondo al corridoio. Posarono le poche cose che avevano e ridiscesero nella sala da pranzo. Luciano non volle prendere nulla: aveva mangiato abbondantemente da Giannina; mentre Mauro si fece portare del minestrone, una bistecca di manzo ed un fiasco di Lambrusco. Fece portare due bicchieri ed invitò l'amico a fargli compagnia. Quel vinello frizzante si faceva bere tutto d'un fiato; era amabile e toglieva la sete. Non poteva rifiutare - "Chi non beve in compagnia è un ladro o una spia" - continuava a ripetergli. E lui beveva diventando sempre più loquace e allegro. Non era abituato a tante libagioni e presto l'amico dovette soccorrerlo per accompagnarlo in camera e metterlo a letto. La notte trascorse tranquilla. Lui dormì saporitamente fino all'indomani e quando dalla finestra occhieggiò il primo raggio di sole, si accorse di essere rimasto solo. Il letto accanto a lui era intatto: nessuno vi aveva dormito. Nonostante fosse ancora stordito dalla sbronza, si precipitò sulla sedia dove aveva riposto la sua giacca. Frugò in tutte le tasche, ma dei soldi nemmeno l'ombra. L'amico lo aveva derubato di tutto il danaro rimasto dopo aver liquidati i primi fornitori: settantadue lire. Scese in portineria e chiese al padrone notizie del suo compagno. Purtroppo non lo avevano mai visto prima di allora ed era buona abitudine della pensione non chiedere documenti ai clienti occasionali. Non erano autorizzati a fare domande indiscrete: tutti erano liberi di uscire quando volevano; tanto i conti erano già stati saldati in anticipo.
Risalì in camera e si sedette su una panca vicino alla finestra. Aveva pagato la stanza fino a mezzogiorno ed ora non sapeva che fare. Andare dai carabinieri: non ci pensava nemmeno; lui era minorenne e alla beffa si sarebbe aggiunto lo scorno di essere riaccompagnato a casa da uno di loro. Gli avrebbero fatto un sacco di domande e lui in verità avrebbe potuto dire ben poco: non sapeva come si chiamasse quell'uomo, né quale fosse il suo paese di origine. Gli aveva confidato di essere operaio in una fonderia, ma sicuramente aveva raccontato una bugia. Ormai gli era tutto chiaro. La sua intenzione era di derubarlo e si sarebbe guardato bene dal dirgli la verità. Si prese la testa fra le mani e gli venne in mente il Curtò. La situazione era disperata. Non poteva nemmeno pensare di rimborsare il suo principale. Considerando quello che gli dava ogni settimana avrebbe dovuto lavorare gratis almeno tre o quattro anni per rifondergli quel capitale con gli interessi. Non era uomo che si intenerisse facilmente. Magari lo avrebbe accusato, oltre che di negligenza, forse anche di appropriazione indebita. Nemmeno i carabinieri avrebbero creduto alla sua storia; era tanto ingenua e balorda che non si attagliava nemmeno ad un bamboccio di sei anni.
I suoi occhi erano fissi sulla strada dissestata dove poche persone passavano: solo qualche carretto carico di verdure proveniente dagli orti disseminati nella periferia non lontana. Pian piano la vista gli si appannò e si lasciò andare ad un pianto convulso. Era da tanto che non piangeva così: non ricordava nemmeno quando fosse stata l'ultima volta. Ora anche quella strada si stava animando e frotte di alunni coi neri grembiulini ed i fiocchi multicolori sciamavano scansando le pozze dell'acqua e la fanghiglia. Gli venne in mente che a quell'ora anche Giannina sarebbe uscita per andare a scuola. Si asciugò le lacrime col risvolto della manica, si soffiò il naso, corse giù in direzione della piazza e da lì a perdifiato verso il lungo portico. Trovò la ragazza in attesa dell'amica proprio alla sua imboccatura. La prese per un braccio e la trascinò nella direzione opposta a quella che avrebbe dovuto percorrere per raggiungere la scuola. Lei lo lasciò fare per un poco poi con uno strattone si liberò e gli disse: - "Vuoi dirmi cosa ti prende? La campanella d'ingresso suona alle otto e mezza ed io sono già in ritardo."- - "Oggi a scuola non ci vai! Ho bisogno di te... Devo parlarti con urgenza..." - Lei lo guardò per un attimo e accortasi che tremava come se avesse la febbre terzana lo prese per mano e si incamminò in silenzio accanto a lui.
Ostentando un'aria materna disse: - "Bada che non devi essere preoccupato per quel che hai fatto ieri pomeriggio. Era da un pezzo che ti pensavo e... finalmente sei arrivato." - Ma Luciano la disilluse e le raccontò la sua disavventura tutta d'un fiato. Giannina sulle prime non comprese bene e fu costretta a riprenderlo per farlo ricominciare dal principio.
Incontrarono molti studenti con la borsa dei libri e tante massaie con la sporta per fare la spesa. Tutti si avviavano verso il centro della città ed il paesaggio man mano che progredivano diventava sempre più consono al ceto alto di quei quartieri: lussuosi negozi di abbigliamento maschile e femminile, tante gioiellerie, innumerevoli salumerie con le vetrine illuminate e la merce esposta che faceva venire l'acquolina in bocca solo a vederla. Il ragazzo aveva smesso di lamentarsi e si girava e rigirava quasi volesse trovare in quella folla eterogenea qualcuno che lo togliesse d'impaccio. Giannina azzardò di dirgli: -"Forse l'unica cosa da fare e di rientrare al paese e di raccontare tutto alla Nina"- -"Brava! Ma che scoperta! E cosa credi che dirà la Nina?" - Disse mordicchiandosi i teneri peli dei baffi che cominciavano ormai a spuntargli selvaggiamente dal labbro superiore. - "Si trova in cattive acque e Dio sa cosa ha dovuto penare per farmi prendere a bottega dal Curtò. Lei può fare meno di niente! Capisci? Mi trovo in una situazione disperata!" -
Giannina lo prese amorevolmente sottobraccio e con voce suadente tentò di consolarlo: - "Vedi, io vorrei aiutarti, ma purtroppo nel mio salvadanaio non ho che qualche soldo di rame ed uno o due nichelini. Qui ci vorrebbero tante grosse monete d'argento o forse qualche moneta d'oro" - La ragazza si fermò di colpo soprappensiero e guardandolo fisso in viso proseguì. - "Già, proprio come quelle che ho avuto occasione di vedere quando lo scorso mese si sposò la sorella della mia amica Maria. Fra i tanti regali, tutti molto belli, c'erano una decina di monete d'oro. Sai di quelle grandi con la testa del Re." - Luciano fu percorso da un brivido che lo paralizzò facendolo fermare all'istante. - "Dove si trovano ora gli sposini? " - chiese a bruciapelo. - "Sono partiti per la luna di miele e torneranno fra qualche giorno. Ma a te cosa importa dove sono andati?" -
- "Vedi quando eravamo bambini tu, per rifarti di un torto subito, dicevi: "Occhio per occhio, dente per dente". Ti confesso che se avessi a portata di mano quelle monete non mi farei nessuno scrupolo ad impossessarmene. In fin dei conti gli sposini - tu lo hai detto - hanno ricevuto tanti bei regali. Certamente non se li saranno portati dietro, li avranno pur lasciati in qualche posto nella casa. A loro quelle monete forse non fanno né caldo né freddo, mentre per me è questione di vita o di morte!" - Anche Giannina si era fermata e lo guardava stupita. Non voleva credere alle sue orecchie. Possibile che il suo amico pensasse realmente quanto le stava dicendo? Purtroppo dovette convincersi: lo pensava realmente e addirittura avrebbe voluto coinvolgerla. Luciano le prese le mani, la guardò fisso negli occhi e le disse: - "Sono convinto che tu potrai aiutarmi! Ce la farai?"- Quel ragazzo che le stava dinanzi era veramente distrutto ed in uno stato d'animo talmente afflitto che sarebbe stato capace di fare qualunque cosa terribile pur di risolvere il problema che lo angosciava. Tutto, in quelle circostanze, diventava possibile e cominciò a temere per il suo amico considerando con meno scandalo quanto le andava proponendo. - "Ora torniamo a casa, disse lei, tanto mia zia rientrerà solo domani. Potremo discorrere con più calma e chissà, forse ci verrà in mente qualcosa che ci aiuti ad uscire da questo pasticcio." -


* * *

Erano rientrati da oltre dieci minuti e nessuno dei due aveva preso l'iniziativa di parlare o di fare qualcosa. Il silenzio più totale si estendeva anche al grande cortile dove, cessato il gran brusio delle mamme coi piccoli scolari, solo il ciabattino stava seduto da solo a tirare lo spago impeciato. Giannina si era immedesimata in quella situazione ed oramai riusciva a parteciparvi senza la minima esitazione. Se l'umanità era tanto cattiva da fare così male a Luciano, ogni scrupolo doveva essere definitivamente bandito. Volendo, lei poteva toglierlo dall'impiccio! Cosa non avrebbe fatto per rivederlo sorridere come la sera prima! In fin dei conti lo sapeva perfettamente: i regali erano stati riposti nel cassettone della camera da letto e Maria glieli aveva mostrati di nascosto della sua mamma. Non doveva essere difficile per lei, assidua di quella casa, raggiungere il tesoro. Si, si sarebbe trattato proprio di un gioco. Una cosa da nulla. Cosa potevano rappresentare per quei due sposini ricchi e pieni d'amore quelle poche monete d'oro! Nessuno avrebbe mai pensato a lei. Ma a questo punto i suoi occhi andarono al quadro della Vergine appeso al muro ed il suo viso assunse un'espressione mortificata. No, non era un gioco! Lei avrebbe dovuto rubarle quelle monete. Non poteva mentire alla sua coscienza!
Luciano, che le stava di fronte senza parlare, parve intuire le sue perplessità e disse amorevolmente: - "Non hai risposto alla mia domanda, ma se non te la senti non sei certo obbligata ad aiutarmi." - La voce del suo ragazzo fece sparire ogni perplessità. Certo che se la sentiva; doveva solo avere il coraggio di condividere apertamente il piano del gioco, esattamente come quando qualche anno prima si alleava con lui per sconfiggere Giuseppe nella caccia al tesoro. Il suo viso d'un tratto si rasserenò e cominciò a parlargli con foga esponendo il suo piano. Sarebbe andata a trovare Maria quella sera stessa ed avrebbe trovato il modo di distrarla per riuscire ad entrare nella camera degli sposi. Il fatto di non essersi recata a scuola la mattina le dava la possibilità di informarsi sui doveri scolastici e di trattenersi a lungo. Tanto la sua amica stava quasi sempre sola; la madre era impegnata nel suo negozio di calzature ed il padre era sempre fuori per affari. Che sciocca ad essersi lasciata prendere dallo sconforto! Era più facile di quanto non pensasse! Cambiò repentinamente d'umore e, come una brava donnina di casa, si preoccupo' di preparare qualcosa da mangiare. Lui l'osservava muoversi e tuttora non si capacitava di aver risolto così facilmente la cosa che pochi minuti prima gli appariva insolubile. Non solo avrebbe riavuto i soldi, ma forse sarebbero stati anche più di quanto gli era stato rubato. L'unica sua amarezza consisteva nel non poter dare a Giannina un aiuto concreto e doversi accontentare di stare a guardare. Ma di lei ci si poteva fidare ciecamente. Se aveva giudicato la cosa fattibile significava che lo era realmente e non c'era nessun motivo di preoccuparsi. Una cosa lui poteva farla: occupare quelle ore di libertà nel modo a lei più gradito e cioè trascinarla nel suo letto per fare nuovamente all'amore.
Questa volta lo fecero sfacciatamente come se quell'attività entrasse in qualche modo nelle regole di quel nuovo gioco. Il pudore non si addiceva ai protagonisti di un'avventura proibita. Un altro gradino verso la maturità era stato conquistato senza tanti preamboli. La morale comune si addiceva soltanto ai bambini paurosi. Essi si rivolgono alla mamma per risolvere ogni piccolo dubbio. Lui la madre non l'aveva conosciuta e lei da qualche anno si era scordata di averne una. Si confidarono le loro reciproche sensazioni ed azzardarono anche qualche piccolo segreto sulla sessualità personale che entrambi credevano di avere finalmente risolto quando casualmente si accarezzavano alcuni punti del proprio corpo. Parlarono di tutto fuorché del colpo previsto per il primo pomeriggio. Da parte sua soltanto una generica raccomandazione: - "Non esporti troppo! Se vedi che la cosa si complica, lascia perdere tutto!" - Ma lui era conscio che quel lasciar perdere per lei significava la sua totale rovina e quindi si sarebbe prodigata al massimo per portare a termine l'impresa. Rimasero d'accordo che l'avrebbe aspettata a casa della zia per evitare che i vicini di casa la vedessero in sua compagnia.

* * *


Maria aveva un anno meno dell'amica ed il suo viso, pieno di lentiggini, aveva un'aria imbambolata che tradiva il periodo critico della fase adolescenziale. Andò ad aprirle in vestaglia e fu felice che l'amica fosse venuta per avere ragguagli sui compiti di scuola. Solitamente trascorreva le sere da sola e considerava una fortuna poter scambiare quattro chiacchiere con la sua compagna preferita che dimostrava di essere molto più matura di lei. Aveva legato subito, contrariamente a quanto era capitato con le altre che non l'avevano presa tanto in considerazione e molto spesso la chiamavano pel di carota per quei suoi capelli rossicci che non riusciva mai a tenere ordinati. Con Giannina era diverso; con lei riusciva a parlare per delle ore speditamente senza che la sua parola si inceppasse come avveniva quando la professoressa la interrogava o quando le altre la facevano arrabbiare. Abbracciò l'amica affettuosamente ed assieme si diressero in camera da pranzo dove solitamente facevano i compiti. Le mostrò il suo diario. Aveva trascritto in bella calligrafia ciò che avevano fatto in mattinata a scuola e confidò all'amica di non poterle spiegare la lezione di algebra perché quelle maledette equazioni non le aveva capite nemmeno lei. - "Se vuoi possiamo ripetere assieme la lezione di storia, quella la ricordo perfettamente."- Ma Giannina voleva fare la matematica. - "Non ti preoccupare se non hai capito le equazioni, seguiremo il libro di testo e vedrò di spiegartele io. Tu con la matematica non vai molto d'accordo! Al contrario a me piace molto." - Aprirono il libro di testo alle equazioni di primo grado e Giannina lesse a voce alta i primi enunciati. - "Vedi non è poi tanto difficile. E' come se anziché fare i conti con i numeri li facessi con delle lettere che possono essere sostituite con qualunque valore; ma forse è meglio che tu faccia qualche esercizio pratico."- Le fece copiare le equazioni ed aggiunse qualche spiegazione per la soluzione. Mentre Maria stava china a scrivere sul quaderno, si alzò e si mise a girellare con noncuranza per la stanza, prima guardando dalla finestra, poi inoltrandosi per il corridoio verso le camere da letto. Giunta davanti al cassettone ebbe un attimo di esitazione e si accertò che tutto fosse tranquillo. Non si lasciò vincere dal rimorso che attanagliava la sua coscienza e con mossa rapida sollevò il coperchio e frugò nella cassettina dove erano custodite le monete. Erano lì, lucenti e invitanti. Allungò la mano e rapidamente se le mise nella tasca, richiudendo senza fare rumore prima la cassetta poi il cassettone. Per non farle tintinnare le tenne ben strette e, in punta di piedi, si diresse verso la camera da pranzo. Maria intenta a fare l'esercizio non si accorse nemmeno che Giannina stava dietro le sue spalle e seguiva con lo sguardo quanto andava facendo. - "Ora qui hai sbagliato, le disse, dovresti rifare l'operazione! Non dimenticare che in questa c'è prima una parentesi tonda da calcolare." - Si sedette nuovamente accanto a lei, le corresse qualche altro errore e, fingendo di ricordarsi qualcosa, all'improvviso le disse: - "Senti, scusami, ma ora devo proprio scappare. Pensa, ho dimenticato il gatto chiuso nello stanzino. A quest'ora avrà infastidito tutto il vicinato coi suoi miagolii." - Abbracciò l'amica e si congedò.

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Fece la strada di corsa, tenendo nel pugno il piccolo tesoro. Quando Luciano le aprì la porta il suo viso era congestionato e madido di sudore. - "Tieni! - gli disse, spalancando la mano davanti ai suoi occhi - ora sono tue! Non è stato molto difficile prenderle; molto meno di quanto non mi sia costato decidermi." - Lui era ancora mezzo addormentato: si era appisolato non appena lei lo aveva lasciato ed ora stava lì come inebetito senza avere il coraggio di allungare la mano. La guardava e notava in lei qualcosa che prima non era stato capace di cogliere: un sorriso ironico di superiorità che sembrava volere irridere al suo infantilismo per non essere stato capace di evitare quanto era successo, ma soprattutto per averla coinvolta in quell'avventura. Quel suo atteggiamento lo infastidiva e quasi avrebbe voluto tornare indietro e pregarla di rimettere al loro posto quelle monete che gli luccicavano davanti agli occhi. Ma l'urgenza di risolvere quel dannato incidente prese il sopravvento e con espressione mesta disse: -"Credimi non volevo... Se tu non ti fossi offerta spontaneamente... Beh! Sappi che ti sarò grato per tutta la vita." - Allungò la mano e le accarezzò il viso. L'abbracciò tenendola stretta alla vita e lei, prima di divincolarsi, fece scivolare nella tasca di lui il bottino: -"Bada che non sei obbligato a volermi bene solo perché ti ho fatto questo favore!" - disse. - "Ma no, sciocchina; cosa pensi! Io ti ho voluto sempre bene. Piuttosto dimmi; non hai pensato che la tua amica possa sospettare di te?" - -"Certamente, che ci ho pensato! Sarò la prima persona che cercheranno di indagare! Ma su di me non ci sono prove e qualunque sospetto cadrà quando si accorgeranno che io le monete non le ho." - - "Quando credi che si accorgeranno del..."- - "Del furto? Beh, non prima del ritorno degli sposi. Sarebbero dovuti rientrare fra qualche giorno." - Luciano finalmente trovò il coraggio di mettersi la mano in tasca e di sentire il contatto dell'oro. Era la prima volta che toccava quel metallo prezioso e una piacevole sensazione si effondeva in tutte le sue vene! Alla malora tutti i pregiudizi e le previsioni catastrofiche! Giannina aveva ragione: nessuno poteva ragionevolmente sospettare di lei. Ed in quanto a volerle bene non c'era bisogno di tirare in ballo il suo aiuto; era stato più che sufficiente quello che le aveva fatto provare la sera prima, per convincerlo che non si era trattato di una semplice esplosione sentimentale.
Tentò di stringerla ancora a sé, ma la ragazza guizzò come un'anguilla e si allontanò da lui. - "Ora no! Non me la sento. Stai tranquillo, mi passerà. Forse anche solo fra qualche minuto, se sarai comprensivo e ti siederai vicino a me, senza impazienza!" - Luciano ubbidì e un poco intimidito dalla sua determinazione le stette accanto senza fiatare. Teneva sempre strette quelle monete che ad ogni sua mossa tintinnavano come campanelli e si beava del gusto di sentirsene padrone. Chissà; forse superavano di molto il valore della merce che ancora doveva comprare per il Curtò. Gli era mancato il coraggio di contarle in presenza dell'amica, ma presumeva dovessero essere almeno una decina. Forse dei marenghi o dei fiorini; ne conosceva soltanto i nomi, ma non ne aveva mai viste. Non resistette più a lungo. Tolse da tasca le monete e le contò: erano sei pezzi da venti lire con l'effigie di re Umberto. Non avrebbe fatto fatica a scambiarle dagli stessi grossisti. Aveva sentito dire dal suo principale che molti di essi, in quello sfortunato dopoguerra, preferivano essere pagati in oro praticando addirittura degli sconti. Solo allora gli venne in mente che sarebbe stato corretto di offrire all'amica l'eccedenza di quanto gli serviva. Prese due monete e le porse a Giannina: - "Prendile! Queste sono le tue. A me sono sufficienti settanta lire." - - "E bravo! Ora ti metti a farmi anche i regali! Qualche minuto fa ti ho detto che se mi trovavano qualcuna di quelle monete mi avrebbero spedito per dieci anni in prigione. Fatti furbo e spendile tutte anche tu! Se vorrai mi farai un ricordino quando le avrai cambiate." - Effettivamente non aveva pensato a quella possibilità e più mortificato che mai decise di congedarsi. Non se la sentiva più di stare oltre con lei. Erano appena le sei e forse - sciopero permettendo - avrebbe trovato ancora qualche negozio aperto. Oramai i soldi li aveva nuovamente e poteva assolvere il compito che gli era stato affidato. Non se lo fece ripetere due volte: si mise il cappello a visiera; abbracciò la donna senza baciarla ed uscì all'aperto. L'aria fresca gli snebbiò le idee e riconobbe che la sua amica si era dimostrata molto più in gamba di lui. Ma ben presto la bandì dai suoi pensieri e si mise a ricapitolare le incombenze del Curtò, proprio come se non fosse successo nulla. Fortunatamente le strade erano sgombre e tutte le saracinesche dei negozi aperte. Raggiunse a passo svelto il magazzino e mostrò al titolare la commessa da eseguire. Al momento di pagare la caparra esitò un poco, poi estrasse due monete e le consegnò con indifferenza al cassiere. Alla vista di quelle monete il cassiere spalancò gli occhi, le prese in mano e le osservò attentamente: non c'era alcun dubbio erano buone; un cliente come il Curtò non avrebbe mai fatto uno scherzo di quel genere, e senza esitare aprì il cassetto e restituì il resto di tre banconote da cinque lire. Incoraggiato dal primo risultato si affrettò a visitare anche gli altri grossisti. Tutti indistintamente vollero però che lui firmasse una dichiarazione con la quale affermava di aver pagato in monete d'oro. Qualcuno aggiunse a voce alta: - " Vanno bene gli affari al tuo principale, se può permettersi di dare fondo alle sue riserve auree!" - Luciano non ci fece caso e per risposta abbozzò un sorriso. Le aveva cambiate tutte ed ora a lui, dopo aver pagato le caparre, rimanevano ancora una sessantina di lire. Entrò in un bar e si fece servire a tavolino un caffè. Fece i conti delle ricevute della sera e vide che ammontavano a 69 lire e 50 centesimi. Poiché aveva cambiato tutti e sei i marenghi a lui avevano dato di resto 51 lire e 50 centesimi. Considerando che la mattina precedente aveva già pagato ai grossisti 28 lire, di questi avrebbe dovuto rendere al principale solo 2 lire e 50 centesimi. A lui rimanevano pulite ben 49 lire che contò e ricontò cercando di non dare nell'occhio e ripiegando i biglietti da cinque lire in modo che occupassero meno spazio per sprofondarli nella tasca interna della giacca. Quelli che avrebbe dovuto rendere li sistemò nel portamonete sdrucito.


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La Nina era stata in pensiero. L'aspettava la sera precedente, secondo quanto avevano concordato prima di partire. A dire la verità era stata sempre contraria che il signor Curtò gli affidasse una missione così delicata. Non si trattava di mancanza di fiducia nei confronti del suo ragazzo ma piuttosto dei pericoli che potevano coinvolgerlo in quella bolgia di traffico e di delinquenti di cui pullulava la città da qualche tempo a questa parte. Per questo motivo quando se lo vide ricomparire con la sua solita aria spavalda, ringraziò il suo santo protettore per averglielo riconsegnato sano e salvo. Non ci volle molto a convincerla che il ritardo era stato per forza maggiore: del resto per essersi sempre mosso così poco dal paese se l'era cavata molto bene: nessun giovane della sua età avrebbe svolto quei compiti di responsabilità con tanto scrupolo e puntualità riportando un resoconto dettagliato di tutte le visite che aveva fatto ai grossisti, rendendo conto dei soldi fino all'ultimo centesimo. Il suo principale poteva ben essere orgoglioso del suo ragazzo!
Luciano lasciò che la donna si informasse di tutto e che intrecciasse su di lui elogi sperticati senza la benché minima partecipazione. Erano seduti a tavola e si era accorto che la Nina lo trattava con modi diversi dal solito. Al suo coperto aveva aggiunto anche il vino, proprio come quando apparecchiava per la buonanima di suo padre e si era premurata di versargli un buon vinello frizzante superando abbondantemente la metà del bicchiere. Del resto anche lui ora la guardava con occhi diversi: tollerava mal volentieri che si immischiasse nelle sue faccende personali e non sopportava questo starle continuamente attorno nelle poche ore che trascorreva in quella grande casa. Un poco di soggezione quella donna la incuteva ancora e per questa ragione le aveva taciuto di aver incontrato Giannina; ma ora c'era un problema più serio da risolvere: come avrebbe fatto a giustificare quei biglietti di banca che aveva frettolosamente nascosto, su in soffitta, nel vecchio comò di suo padre? Prima o poi li avrebbe dovuti tirare fuori, se voleva spenderli; e sia la Nina che Giuseppe e lo stesso Curtò gli avrebbero certamente chiesto quale fosse la loro provenienza. Bisognava trovare una storia credibile che non fosse troppo banale oppure facilmente controllabile. Poteva dire di aver trovato per la strada un portafoglio; ma anche con la migliore delle fantasie la storiella sarebbe risultata poco credibile: in questo caso nel portafoglio, oltre al danaro, ci sarebbero dovuti essere anche dei documenti con nome e indirizzo del proprietario; primo suo dovere sarebbe dovuto essere quello di recarsi dai carabinieri e fare la denuncia del ritrovamento. No, bisognava trovare qualcosa di più credibile. Una vincita alle carte con degli sconosciuti poteva anche essere plausibile, ma c'era sempre il fatto che la somma era considerevole e avrebbe comunque dovuto dare delle spiegazioni circostanziate: dire in quale occasione si sarebbe incontrato coi compagni, la località del ritrovo, di quali somme si sarebbe servito per cominciare a giocare. No, sarebbe bastato approfondire un poco la cosa per capire che si trattava di una bugia: in tutta la sua vita aveva solo giocato qualche partita a tresette con Giuseppe.
Purtroppo però non poteva concedersi di differire troppo la spiegazione. Il fatto di essere stato in città, in un certo modo gli dava la possibilità di giustificarne il possesso; se avesse aspettato anche solo qualche giorno questo alibi non sarebbe più servito. Decise di dormirci su. La notte talvolta porta consiglio e prima o poi avrebbe pur trovato una soluzione.



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Il funzionario di polizia e la Giannina stavano seduti uno di fronte all'altra. L'uomo aveva appena raccolto le confessioni della ragazza che, dopo la denuncia della sparizione dei sei marenghi d'oro, era stata convocata in questura su indicazione dell'amica. - "Lei deve decidersi a dire tutta la verità; una volta per tutte. Ha riconosciuto di essersi allontanata dalla sua compagna e di aver girellato per la casa; per ammissione della sua amica lei era al corrente del luogo in cui si trovavano le monete; nessun altro estraneo è entrato in quella stanza dopo la partenza degli sposi; non è stato notato nessun segno d'effrazione o qualche indizio di intervento esterno. Come vede da qualunque parte si voglia riprendere l'indagine, bisogna sempre ripartire da lei. Data la sua età potremo considerare la cosa come una ragazzata ed il giudice ne terrà certamente conto." - Giannina non si era lasciata intimorire dalle minacce ed ora sembrava ancora meno disposta ad ammorbidirsi con le lusinghe. Aveva negato sempre tutto ed il suo atteggiamento spavaldo sembrava volesse sfidare il funzionario che oramai non sapeva più come prenderla. - "Veda, le diceva, noi siamo delle persone abituate ad ogni sorta di criminali e siamo lungi dal pensare che lei, con questo viso angelico, lo sia diventata in così poco tempo. Certamente avrà avuto una buona ragione per sottrarre quelle monete e noi non le chiediamo nemmeno di dirci una sola di queste ragioni. La sua amica ci ha assicurato che se ne rientrerà in possesso non si costituirà parte civile e testimonierà al processo in suo favore. E' stata costretta a denunciarla per la pressione della madre; ne ha un gran concetto di lei ed ha dimostrato di volerle bene. Lei deve dirci soltanto dove le ha nascoste o a chi le ha date." - La ragazza si rendeva conto che quel buonuomo di commissario che la interrogava stava cercando tutti i tasti per convincerla a confessare, ma aveva già previsto questa evenienza e si era preparata abbastanza bene ad opporre una strenua resistenza. - "Io non so di cosa mi stia parlando. E' vero che qualche settimana fa Maria mi ha mostrato le monete, ma io non ho preso niente. Se, come lei dice, avessi voluto prenderle non avrei certamente aspettato due settimane; avrei potuto farlo agevolmente anche molto prima. Anch'io voglio bene a Maria e non mi sognerei mai di farle un simile torto." - Secondo il commissario gli indizi erano molti, ma non sufficientemente suffragati dai fatti. Personalmente non credeva che quella ragazzina fosse stata capace di tanto. E poi, mancava del tutto il movente. La perquisizione nell'abitazione della zia aveva dato esito negativo; non si conosceva nessun ragazzo che le avesse fatto la corte per un certo periodo e a detta dei vicini quella figliola non aveva grilli per la testa e le sue passeggiate si limitavano alla messa la domenica ed al tragitto casa e scuola. Sarebbe stato propenso a pensare alla Maria, ma anche quella ragazza gli dava l'impressione che fosse del tutto estranea all'accaduto. Dopo aver ancora insistito debolmente pensò che, data l'ora, avrebbe dovuto fare riaccompagnare l'indiziata a casa. Se ci fossero stati fatti nuovi l'avrebbe sempre potuta convocare nuovamente. - "Senti Giannina, ora io ti faccio tornare a casa. Ma tu devi promettermi che penserai a quanto ti ho detto e che se deciderai di confessare ti farai accompagnare da tua zia. Ricordati di chiedere di me: del commissario Senzini. " - Diede un buffetto alle gote rosse della fanciulla e si congedò. Fu fatta salire in un tetro e rombante cellulare perché quello era l'unico mezzo di trasporto messo a disposizione di quel commissariato.
Più tardi la sua immaginazione le fece rivivere nel sogno la scena di quando stava seduta in quella scarna panca di legno dalla quale pendevano delle catene che sferragliavano ad ogni sobbalzo. Si, lei era una ladra ed era giusto che le avessero riservato quel trattamento. Forse ora la stavano portando dritto in prigione. Altro che casa! Dal piccolo finestrino protetto da grosse sbarre di ferro non riusciva a capire quali fossero quelle strade piene di luce e di gente che il cellulare scansava a stento. I suoi occhi caddero sulla panca vuota di fronte a lei. Era fatta di un grosso tavolone con degli anelli per fissare quelle catene che per lei non erano servite. Quanta gente trasportava quel cellulare! Assassini, ladri come lei, tutti incatenati a quei grossi anelli che sporgevano dalle panche. Ad un tratto quei posti vuoti si riempirono e si trovò attorniata da brutti ceffi che allungavano le braccia verso di lei per cercare di toccarla. I loro visi non avevano lineamenti precisi, ma tutti erano deformi e orrendamente sfigurati. Uno di loro poteva somigliare a Luciano un poco invecchiato, con le vesti lacere e con la barba incolta. Lui non protendeva le braccia. Era triste e se ne stava in disparte quasi che tutti quei personaggi non lo riguardassero affatto. Era giusto che ci fosse anche lui: era suo complice. Ma perché non sollevava mai lo sguardo? Evidentemente ce l'aveva con lei. Quando il cellulare si fermò furono fatti scendere tutti tranne lei e Luciano. L'automezzo si trasformò in una carrozza che volò via all'impazzata trainata da quattro cavalli. Ora poteva muoversi a suo agio e corse accanto al suo amico. Lo strinse tra le braccia e mentre cercava la sua bocca si accorse di abbracciare il commissario pelato che le aveva fatto tante domande e che ora le aveva messo intorno alla testa una grossa corda.
L'incubo la svegliò di soprassalto. Sua zia stava al suo capezzale e con un panno bagnato le inumidiva la testa: - "Povera figliola! Non hai fatto altro che lamentarti tutta la notte! " -



* * *


Quel lunedì mattina, di buon ora, Tonio - l'autista della corriera che collegava il paese alla città e che veniva considerato il più accreditato divulgatore delle primizie cittadine - entrò nel negozio e si mise a parlottare con il signor Curtò. Sulle prime Luciano non ci fece caso, era abituato a vederlo spesso girellare sbirciando fra gli scaffali della mercanzia, in attesa che scoccasse l'ora di partenza del suo grosso automezzo male in arnese, recuperato in un'asta militare dopo la guerra. Ma ben presto si accorse che l'oggetto dei discorsi del Tonio dovevano interessarlo da vicino, visto che ogni tanto i due gli rivolgevano degli sguardi di attenzione. Fu il Curtò a chiamarlo per dargli la notizia: - "Sapevi che la sorella del tuo amico Giuseppe è stata inquisita per un furto di monete d'oro? Il Tonio ha visto sua zia questa mattina. Poveretta non se ne dà pace. Eppure era una così brava ragazza timorata di Dio." - Tonio lo guardò con occhi penetranti e ben presto gli chiese: - "Fra te e la ragazza c'era del tenero, no? Si dice in paese che suo padre l'avesse mandata in città per togliertela di torno, non è così?" - Colto di sorpresa il ragazzo stette per qualche attimo di fronte ai due senza rispondere; poi fu l'autista a toglierlo d'impaccio e dopo aver dato una rapida occhiata all'orologio, si allontanò per mettere in moto il suo trabiccolo. Il Curtò non alimentò oltre la conversazione e si limitò a scuotere tristemente il capo commentando a bassa voce: - "Povera famiglia! Ora ci mancava anche questa." - Il principale raggiunse zoppicando la scrivania e dopo aver preso una lettera dal cassetto se la mise davanti e si sedette sulla poltrona tenendo sempre fisso lo sguardo su quel foglio di carta. Luciano si avviò verso il bancone di vendita e vi si appoggiò coi gomiti, tenendo la testa fra le mani. Era l'ultima cosa che si aspettava di sentire. Nei giorni scorsi non aveva quasi più pensato a quell'affare. Lo credeva definitivamente risolto. Già pensava di utilizzare i suoi soldi senza darne spiegazione alcuna. Il Curtò infatti a seguito delle ottime referenze ricevute dai grossisti della città, che elogiavano la sua puntualità e 'preziosità' nel pagamento delle caparre, gli aveva elargito una ricompensa di ben cinque lire; poteva quindi giustificare le spese riferendosi alle sue disponibilità personali. Ora tutto gli crollava addosso inspiegabilmente. Chissà se Giannina aveva confessato tutto! Era soprattutto questo pensiero che lo affliggeva. Eppure era sembrata tanto sicura di sé! Senza le prove, diceva, non avrebbero potuto farle niente. Se non avesse parlato avrebbero dovuto presto rilasciarla; ma se avesse confessato non avrebbero tardato ad incriminare anche lui. Come fare per saperne di più? Giuseppe sarebbe dovuto venire a prenderlo alla chiusura ed a lui avrebbe chiesto ulteriori informazioni. Si, l'unico modo per saperne di più era di chiederlo a Giuseppe! Trascorse il resto della giornata occupato dagli avventori che in quel giorno solitamente effettuavano maggiori acquisti per le provviste settimanali, mentre il principale, appartato come suo solito dopo l'incidente, stava seduto dentro la guardiola, e scartabellava vecchie fatture e corrispondenze.
Mancava circa un'ora alla chiusura quando il Curtò gli chiese di abbassare la saracinesca e di recarsi da lui. Lo fece sedere di fronte alla scrivania e per qualche secondo lo guardò in silenzio osservando la sua fronte che lentamente si imperlava di sudore. Aveva letto e riletto un centinaio di volte quelle lettere e le aveva confrontate con altre scritte precedentemente. Alcuni grossisti facevano cenno ad un particolare modo di pagamento 'prezioso' ed altri lodavano la sua 'aurea disponibilità' tutti con una dovizia di deferenze che, trattandosi di lettere commerciali, sulle prime lo avevano indotto a pensare che il suo garzone fosse il solo meritevole di tanto rispettoso savoir faire. Ora di aureo saltava fuori qual cos'altro. La sua natura sospettosa gli diceva che quel ragazzo gli nascondeva qualcosa del suo viaggio in città ed era venuto il momento di metterlo alle strette per saperne di più: - "Tu e la Giannina vi siete visti in città la scorsa settimana, non è vero?" - Il ragazzo ebbe così un'altra mazzata. Ma questa volta, forse in considerazione della persona che gli si accaniva, lo rese più spavaldo e combattivo e rispose prontamente: - "No, non ci siamo visti." - Il discorso poteva chiudersi qui, ma i sospetti del Curtò esigevano ben altre spiegazioni, così riprese: - " Non è vero, forse, che quand'era in paese filavate?" - - " Si, ma si è trattato solo di una ragazzata che non ha avuto nessun seguito. Se lei vuole può sincerarsene chiedendo a Giuseppe. Fra qualche minuto verrà a prendermi e lui potrà dirle che siamo senza vederci dallo scorso Natale." - - "Bene, bene. Ti credo senz'altro! Pensavo che tu potessi saperne di più delle monete d'oro, dato che siete stati così amici. Non riesco a spiegarmi certe cose che mi hanno scritto dalla città, ma ora che sto un poco meglio andrò a chiarire di persona questo mistero fra qualche giorno. Ne approfitterò per effettuare il pagamento a saldo della merce. Ora, se vuoi, puoi andare" -


* * *

Quando Giuseppe arrivò, vide Luciano che gli veniva incontro con un viso stralunato e non poté fare a meno di dirgli: - "Hai certamente già saputo cos'è successo a Giannina. A noi lo hanno comunicato i carabinieri questa sera qualche ora fa. E' una cosa inaudita. Non posso credere che abbia veramente fatto una cosa simile. Qui c'è dietro qualche mascalzone che l'ha coinvolta, ma disgraziatamente non se ne conosce ancora il nome. Gli investigatori ne sono sicuri ed hanno interrogato tutta la famiglia per sapere se Giannina avesse qualche ragazzo in città. La zia non crede affatto a questa storia sentimentale. Tuttavia ci ha detto che negli ultimi giorni era molto cambiata. Per caso a te ha confidato qualcosa quando è venuta il Natale scorso?"- - "No non mi ha detto nulla. Ho saputo del fatto da Tonio questa mattina." - - "Vi siete visti quando sei andato in città la scorsa settimana?" - - "Perché me lo chiedi? Se ci fossimo visti te lo avrei detto subito." - -"Scusami, ma non so più cosa pensare! I carabinieri ci hanno chiesto se avesse qualche amico in paese e noi abbiamo fatto il tuo nome. E' facile che vengano ad interrogare anche te." -
Ma che diavolo stava succedendo! Da come aveva parlato Giuseppe non si sarebbe detto che la sorella avesse confessato; eppure già quasi tutti nutrivano seri sospetti su di lui. Si, occorreva agire subito ed in fretta. La prima cosa da fare era di mettere al sicuro i suoi soldi. Senza di quelli nessuno poteva accusarlo. Sentiva che, contrariamente al suo solito, il panico stava per prendere il sopravvento e rivolto all'amico disse: - "Vedi, lo penso anch'io. Può anche darsi che mi stiano già cercando. Ora ti lascio e scappo a casa per farmi trovare. Ci rivedremo domattina prima dell'apertura del negozio." - Salutò l'amico e prese la strada della collina. Quando giunse in villa trovò la Nina sgomenta. - "Si può sapere dove ti sei cacciato dall'uscita dal lavoro? E' più di un'ora che ti cercano i carabinieri. Hanno detto che torneranno domani mattina per interrogarti." - Non si dava pace. Il suo ragazzo ricercato dagli sbirri! - "Ma cosa possono volere da te? A me non hanno voluto dire nulla. Mi hanno solo chiesto se tu conoscevi una certa Giannina e se in questi ultimi tempi ti eri recato in città. Naturalmente ho detto di si. Ho fatto male forse?" - - "Ma no, hai fatto benissimo. Dicono che la Giannina abbia preso delle monete d'oro e cercano un suo complice fra i suoi amici. Io non l'ho nemmeno vista quando sono andato. Chiarirò ogni cosa domani quando mi interrogheranno. Tu intanto stai tranquilla. Finirà tutto in una bolla di sapone." - Era riuscito a mantenere il suo sangue freddo ed ora bisognava decidere subito sul da farsi. Prima di tutto bisognava far sparire i soldi dalla casa. Se la ragazza avesse parlato, i carabinieri avrebbero potuto perquisire la villa la notte stessa. Mangiò con calma ciò che la Nina gli aveva preparato, poi le diede un bacio sulla guancia e salì nella sua stanza. Da lì, dopo aver sbattuto la porta per farsi sentire, andò di soppiatto su in soffitta a prendere i soldi. Ne fece un pacchetto a rotolo e li mise dentro un astuccio di latta zincata dove suo padre custodiva un vecchio cannocchiale. Si mise la custodia tra la cinta e i pantaloni e scese giù in cortile passando per la finestra del bagno.
Se li avesse seppelliti in un angolo del giardino, magari al di là dell'esedra, nessuno li avrebbe trovati. Ma sarebbe bastato questo per fugare ogni sospetto? Com'è che non aveva pensato al Curtò! Eppure era chiaro: anche lui lo sospettava e la verità sarebbe venuta a galla tra qualche giorno, quando il principale si fosse rivolto ai grossisti e avrebbe saputo da loro che il pagamento era stato fatto in monete d'oro. A questo punto non ci sarebbe voluto molto a collegare il fatto col furto dei marenghi. Poteva esserci qualcosa che potesse indurre il Curtò a tacere? Per quanto lo conosceva non ci avrebbe giurato. L'uomo avrebbe taciuto solo di fronte ad una grave minaccia o ad una grande ricompensa. Lui non era in grado di fare né l'una né l'altra. A pensarci bene il problema dell'occultamento dei soldi ora passava in seconda linea; la minaccia veniva unicamente dal suo principale. Quella sera gli aveva letto in viso una mal celata soddisfazione. Era evidente, sospettava qualcosa e rivelava la sua vera natura meschina di vecchio taccagno incallito. Quando il Curtò gli rivolse quelle domande a tranello si convinse che il male maggiore lo avrebbe ricevuto da lui. E pensare che tutto era accaduto proprio per voler salvare quei suoi sporchi soldi guadagnati con l'usura! Poteva tentare di intenerirlo? Raccontargli la verità? Forse un altro che non avesse il suo lercio carattere avrebbe compreso e forse perdonato: lui certamente no! Ma perché aveva cercato l'aiuto di Giannina! Avrebbe dovuto recarsi subito dai carabinieri e denunciare il furto; forse allora il suo racconto sarebbe risultato credibile; ora tutto appariva inutile ed ogni espediente avrebbe solo aggravato le cose.
La notte era fresca ed una leggera brezza di maestrale gli scompigliava i capelli folti quasi volesse rinfrescargli le idee che si affollavano nelle sua mente. Quindi, lui si era perso soltanto per ripagare l'usuraio di un crimine di cui non era assolutamente responsabile! Si sedette su una panchina di granito con larghe crepe piene di muschio e si prese il capo tra le mani, poggiando i gomiti sulle ginocchia. Il tenue chiarore di una mezza luna era sufficiente a fargli intravedere il viale alberato che si perdeva nella curva al di qua del cancello. Quante poche cose gli ricordavano quel giardino. E se d'un tratto avesse deciso di sparire! Chi lo avrebbe rimpianto? Forse solo la Nina avrebbe versato qualche lacrima. Nessun altro si sarebbe preoccupato di lui: il Curtò avrebbe smesso di indagare per evitare di rimetterci i suoi soldi; i carabinieri non avrebbero avuto più motivo di ricercarlo; la Giannina l'avrebbero rilasciata per mancanza di prove e sarebbe riuscita a cavarsela perché nessuno avrebbe mai potuto provare il suo coinvolgimento. Ma cosa si proponeva quando pensava di sparire? La cosa più certa era che non avrebbe mai pensato di suicidarsi. Per quel poco che conosceva della vita, era convinto che, comunque andassero le cose, la vita valeva la pena di viverla fino in fondo. E poi lui non aveva la stoffa dell'eroe. Anzi riconosceva di essere un pusillanime, soprattutto quando si trattava di considerare le cose sulla propria pelle. In quel momento avrebbe fatto di tutto pur di togliersi di dosso quel maledetto accidente!
Si alzò dalla panchina e si diresse nuovamente verso la villa. Sarebbe stata un'idea insensata voler sotterrare i soldi; meglio tenerli a portata di mano. Del resto ogni male non viene per nuocere. Da qualche tempo si lamentava di dover finire i suoi giorni in quel paese che non poteva offrigli altro se non le soperchierie del Curtò e l'animalesco affetto della Nina. Pensava di cercarsi lavoro nella vicina città, ma ora era necessario andare molto più lontano per farsi definitivamente dimenticare da tutti. Sarebbe partito la notte stessa.


* * *


Di quella grande città del nord, dove si era rifugiato, aveva solo sentito parlare dal principale che l'aveva visitata qualche anno prima. Il primo impatto fu tutt'altro che piacevole. Fortunatamente aveva trovato una pensioncina in periferia e per pochi centesimi era riuscito a dormire al coperto, in una grande camerata ed a mangiare una zuppa di latte al mattino. In quei pochi giorni di permanenza, aveva percorso in lungo e in largo quelle interminabili strade e quelle enormi piazze, senza risparmiarsi, per cercare un lavoro qualsiasi che gli consentisse di tirare avanti decentemente. Ovunque andasse si sentiva ripetere che le assunzioni del personale venivano fatte dando la precedenza ai reduci e per lui, così giovane, non c'era nulla da fare. Forte della esperienza precedente volle mettere al sicuro il suo piccolo gruzzolo in un libretto postale e si limitò a tenere nel portafoglio i pochi soldi che consumava giornalmente.
Nella branda accanto alla sua, dormiva un giovane di poco più anziano, anche lui in cerca di lavoro, con il quale aveva fatto amicizia. Spesso si recavano assieme agli uffici di collocamento e durante le estenuanti maratone mangiavano, senza nessun orario preciso, qualche panino con mortadella e formaggio, concedendosi, di rado, il lusso di un bicchiere di vino. Il suo amico, Giacomo, era uno spilungone di due metri, con un viso allampanato da fare pietà e le braccia tanto lunghe da fuoriuscire di un buon tratto da una giacca di taglia forte. Per quanto mangiasse non riusciva mai ad acquietare i morsi della fame. Un giorno in un bar, il banconiere gli propose una scommessa: se si fosse mangiato cinquanta paste in un minuto non gli avrebbe fatto spendere nulla ed avrebbe vinto una lira. Vinse la scommessa e con il ricavato si fece preparare ancora un panino con uova sode e salame. A nulla valse il tentativo di rivincita del barista che, vistosi scornato, gli disse che tanto quelle paste le avrebbe dovute buttare via perché erano acide. Sempre sgranocchiando il suo panino lui rispose: - "Non ti preoccupare; anch'io avevo un conto da regolare con il mio verme solitario prima di mangiare la mia cena. " -
Col trascorrere dei giorni Luciano strinse quella amicizia, prima diffidente, in un legame sempre più leale, cementandola fino al punto di giurare all'amico vicendevole ed eterna solidarietà. Nonostante ciò, tuttavia, si era ben guardato dal confidare i suoi segreti. La notte pensava spesso alla Giannina e talvolta rimpiangeva di non averla vicino. Non aveva saputo più nulla di lei, né aveva mai fatto alcunché per avere sue notizie dal paese. Durante il giorno oramai aveva ben altro da pensare.
La fortuna volle che, durante una ricognizione in cerca di lavoro, capitasse da un barbiere di periferia in cerca di un garzone di bottega intelligente da avviare alla professione. L'intesa fu immediata e Luciano da quel giorno si recò puntuale ogni mattino alle sette per indossare il camice bianco e dare di scopa su quei mucchi di capelli che ogni giorno venivano lasciati dagli operai della vicina grande fabbrica. Il salario era appena sufficiente per pagare la pensione, ma con le mance poteva anche permettersi il lusso di andare al cinema il lunedì. In effetti quel lavoro di ramazza non gli dava una grande soddisfazione, ma aveva il grande vantaggio di concedergli molto tempo, fra una tosatura e l'altra, per dare una sbirciatina ai giornali del mattino ed alle riviste. Leggeva tutto con avidità. A dire il vero il suo interesse per la lettura in un primo tempo fu stimolato dalla ricerca di qualche notizia che riguardasse il suo paese ed in particolare Giannina; ma dopo molte delusioni, dalle cronache regionali passò alla prima pagina ed in seguito diede un'occhiata anche alla terza. Apprese così che c'era nell'aria qualcosa di nuovo che contrastava col solito monotono svilupparsi della sua vita. Ne parlò la sera con Giacomo e si stupì di trovare più consensi di quanto non si aspettasse. Parlarono sempre più spesso di disordini, di mal governo ed ogni volta si trovarono abbastanza concordi nell'auspicare un nuovo sistema che desse la possibilità di fare sentire anche la loro voce.
Uno dei lunedì di riposo, si lasciò trascinare dall'amico, ancora disoccupato, nella sezione del partito socialista. Avrebbero partecipato ad una manifestazione di piazza, contro la prefettura che teneva rinchiusi in prigione alcuni compagni rei di aver manifestato contro la burocrazia statale incapace di concedere un sussidio ai giovani in attesa di prima occupazione. La sezione era invasa da decine di bandiere rosse ed i partecipanti si accalcavano nel grande salone attorno ad un personaggio che gesticolava e stringeva le mani a tutti. Per riuscire a sapere chi fosse quell'uomo stempiato e coi baffi neri, sarebbe stato necessario scavalcare un fitto numero di persone che oramai costituivano un muro invalicabile. Giacomo diede di voce ad un suo conoscente e seppe da lui che si trattava di uno rientrato in patria di recente dalla Svizzera: non sapeva come si chiamasse né sapeva dire altro. Una cosa tuttavia era certa: doveva sicuramente trattarsi di un grande capo dato che tutti facevano a gara per raggiungerlo e chi già si trovava attorno a lui faceva a gomitate per non perdere la posizione conquistata.
Uscirono in piazza e si unirono ad un centinaio di partecipanti che si erano già disposti in colonna in attesa delle bandiere. Quando assieme alle bandiere uscì anche il capo, una sola grande ovazione invase la grande piazza. Il corteo si mosse spedito, ma poco dopo dovette rallentare: man mano che procedeva altre persone si univano e si stringevano l'uno all'altro. Percorsero così un buon tratto prima di giungere alla Prefettura, meta ultima della manifestazione. Una delegazione guidata dal capo avrebbe fatto pressione per essere ricevuta dal Prefetto che suo malgrado avrebbe dovuto accogliere alcune delle richieste più importanti. Bisognava farsi sentire una buona volta! Non si poteva più tollerare che molti giovani fossero ancora rinchiusi nelle patrie galere per il solo fatto di aver manifestato il loro dissenso all'operato del governo! Ora c'era lui, il capo, che avrebbe fatto sentire direttamente la sua voce chiara e schietta, così come da qualche tempo faceva attraverso il suo giornale. La parola 'rivoluzione' serpeggiava nella colonna come sprazzi di luce in un torrente battuto dal sole all'alba. Nessuno osava gridarla ma tutti se la passavano da un punto all'altro del corteo, come un testimone senza meta, pronto a cortocircuitare gli animi ed a spingerli in un'impresa senza confini precisi. Ma ad un certo punto da una via laterale sbucarono i gendarmi a cavallo con le spade sguainate, luccicanti di bagliori sinistri. Ci fu una breve presa di contatto fra i capi dei due schieramenti, poi all'improvviso alcuni colpi di pistola lacerarono il silenzio dell'attesa e cominciò un fuggi fuggi generale, trasformando il corteo in un caos di schioppettate, di cavalieri che scudisciavano la folla e di malcapitati che crollavano al suolo sanguinanti. Luciano ad un tratto si trovò sovrastato dagli zoccoli impennati di un cavallo e cadde a terra ferito al capo.
Giacomo lo soccorse e trascinandolo per le braccia riuscì a portarlo fuori dalla mischia ed a farlo sedere in un bar vicino. Era ancora privo di conoscenza e la ferita alla tempia sinistra - un taglio circolare di cinque centimetri che gli aveva sollevato il cuoio capelluto - sanguinava abbondantemente sul viso. I soccorsi non tardarono ad arrivare e dopo un primo intervento fatto da un medico che occasionalmente sostava nel bar, fu avviato all'ospedale.


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Quando riprese conoscenza erano già trascorse diverse ore. Sentiva un gran dolore, come se un macigno gli fosse cascato sulla testa, né ricordava nulla del tafferuglio o dell'adunata dei socialisti. Ora distingueva intorno al suo letto, lievemente sfuocati, un'infermiera, un medico ed altri due personaggi in abiti borghesi a lui del tutto sconosciuti. Sembravano interessati al suo caso forse più degli stessi sanitari e parlottavano tra loro di azioni coraggiose, di vile aggressione da parte delle forze dell'ordine e di pestaggi non più tollerabili. -"A questi atti bisognerà rispondere non più col solo fermo proposito di reagire, bensì con l'azione immediata di tutti i compagni!"- dicevano a voce alta tra loro. Solo l'infermiera si era accorta che lui era finalmente uscito dal tunnel dell'incoscienza e con la mano fresca gli accarezzava la fronte mentre con gli occhi ammiccava verso quei due personaggi per attirare la loro attenzione sull'infermo. Sul viso del medico, prima teso e preoccupato, si stampo' un largo sorriso di soddisfazione e spinse il più robusto dei due ad avvicinarsi e, quasi sfiorando il letto, a dire con enfasi: - "Bravo compagno! La tua azione è ora all'esame del comitato direttivo per la proposta di un encomio solenne. Appena ti libererai da queste bende verrai a trovarci in sezione e parleremo con calma delle tue cose." -Poi, rivolto al medico ed al suo accompagnatore: - "Ora che il pericolo è passato lo affidiamo fiduciosi alle vostre cure; noi purtroppo dobbiamo rientrare. Ci sono diverse cose da sbrigare con urgenza." - Salutò con calore Luciano e si avviarono alla porta, accompagnati dal medico. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni all'infermiera ma si accorse di non riuscire ad articolare nessuna parola; solo uno strano mugolio uscì dalla sua bocca e la donna che colse il suo imbarazzo lo tranquillizzò dicendo: - "Non si deve preoccupare è un fenomeno passeggero; fra non molto avrà la possibilità di parlare come prima. Ora però non deve strapazzarsi. Stia tranquillo e cerchi di riposare. Se riuscirà a dormire ne trarrà giovamento."- Gli rimboccò le coperte e lo lasciò solo.
Il dolore non gli consentiva di assopirsi. Ispezionò con lo sguardo quella camera bianca con i tetti a botte, simili a quelli di una chiesa, e scoprì che la portafinestra si affacciava su una larga scalinata, probabilmente l'ingresso dell'ospedale. Cercò di concentrarsi per ricordare quanto gli era accaduto, collegando quei discorsi che poco prima gli avevano fatto quei personaggi sconosciuti, ma riuscì solo a rievocare il momento in cui il capo della sezione socialista era uscito nella piazza. Da quel momento aveva perso di vista anche il suo amico. Poi ci fu il buio più completo.


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Giacomo era venuto a trovarlo in ospedale e portava con sé un giornale piegato in due sotto il braccio. Luciano avrebbe voluto dirgli subito che lo avrebbero dimesso la sera stessa per trascorrere la convalescenza a casa; sarebbe stata questa una buona occasione per chiedergli di procurargli una carrozza e di informare il padrone di casa del suo rientro. Ma non riuscì a dire nulla perché l'amico aprì il giornale e gli lesse l'articolo che recava la cronaca del suo gesto eroico. Un articolo su due colonne in prima pagina con elogi sperticati per il "compagno che sprezzante del pericolo aveva ostacolato la tracotante baldanza degli armigeri a cavallo subendo il fendente di una spada assassina." Il medico - presente alla lettura - disse che i suoi colleghi avevano chiaramente diagnosticato la ferita come la zoccolata di un cavallo imbizzarrito, ma la cronaca della manifestazione aveva bisogno dei suoi eroi e così Giacomo, risentito, raccontò come quella ferita - con la chiara impronta a ferro di cavallo - fosse stata realmente un fendente di spada; lui era presente ed aveva visto tutto. Il compagno Luciano avrebbe avuto da quel momento la considerazione e la riconoscenza di tutto il partito; d'altronde un borghese qualunque non poteva smentire così banalmente il gran Capo che aveva firmato l'articolo.
Fu come trovare amici nel deserto. Luciano cominciò così la sua carriera politica, frequentando assiduamente prima la sezione del partito come galoppino e autista del Capo, poi il giornale come correttore di bozze. La stagione delle purghe e dei manganelli lo trovò allineato coi fascisti ed il 28 ottobre partecipo' alla marcia su Roma.
Su quel grosso camion carico di camerati coi fucili e i gagliardetti attraversò mezza Italia lambendo anche il suo vecchio paese. Erano le quattro della sera quando vi arrivò ed il desiderio di sapere notizie della sua gente lo spinse ad inoltrarsi con alcune camice nere su per il corso in una breve sosta della colonna. Qualcuno lo riconobbe e presto si sparse la voce della sua fugace ricomparsa. Furono in tanti a ragguagliarlo sugli ultimi avvenimenti: la Nina era morta dopo due anni dalla sua fuga; la Giannina era ancora in carcere; Giuseppe si era ridotto a mendicare per vivere: aveva dovuto vendere tutto per pagare gli avocati; la villa era stata prelevata dal Curtò che si era impegnato di liberarla dalle ipoteche.


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Oramai il partito, insediatosi al governo, aveva preso da qualche anno le redini dello Stato ed i camerati della prima ora si erano insediati nei posti chiave della gerarchia civile e militare. A lui, che si era fermato a Roma con il Capo, era stato chiesto di esprimere un desiderio per la sua sistemazione definitiva. Sapendo di non poter aspirare a grandi cariche, Luciano preferì tornare al suo paese per guidare, come suo padre, quella piccola comunità.
Su sua richiesta fu informato, da un gerarca altolocato, sul processo di Giannina. Era stato celebrato qualche anno dopo il primo arresto, e la ragazza era stata condannata a sei anni di carcere, senza nessuna attenuante, per non aver voluto collaborare coi giudici: non aveva mai fatto il nome del suo complice, pur avendo confessato di aver compiuto il furto. Sulle prime, servendosi di suoi amici altolocati, commosso per tanta dedizione, avrebbe voluto aiutarla per farle avere uno sconto di pena, ma poi, temendo di compromettersi uscendo allo scoperto, non ne fece più niente. Il Curtò godeva ancora ottima salute ed aveva di molto allargato il suo commercio acquistando una pompa di benzina e diversi appartamenti da affittare alle maestre del paese.
Luciano ebbe finalmente la sua nomina a Podestà e decise di rientrare definitivamente in paese la domenica delle palme. Erano ormai trascorsi più di dieci anni dalla sua scomparsa e nessuno avrebbe osato rinvangare le ragioni della sua fuga. Quasi tutti sapevano della sua buona sorte ed il timore di essere coinvolto nella brutta faccenda delle monete fu fugato proprio dallo stesso Curtò che qualche giorno prima gli aveva inviato una lettera a Roma per congratularsi, compiacendosi della sua billante carriera nel partito e mettendo a sua disposizione la vecchia casa paterna.
Quella mattina, al suo arrivo in paese, le campane della chiesa non suonarono e nessuno si fece incontro alla gran macchina scura che lo trasportava. Solo il Curtò si affacciò alla porta della sua bottega e si sbracciò in un saluto esagerato. Lui rappresentava la sua coscienza sporca ed era l'ultima persona che avrebbe desiderato vedere.
Un sole tiepido d'aprile dorava quei tetti muschiosi del corso ed il selciato mostrava ancora la brina della notte che negli angoli e nei fossi era ancora gelata. La vettura scivolò schizzando e si inerpicò verso la villa. Il cancello spalancato mise in mostra un parco curato all'inglese ed i viali contornati di mammole fiorite con alcuni giardinieri, ai bordi, che salutavano romanamente al suo passaggio. L'esedra ben curata e col selciato rifatto di recente era inumidita dagli spruzzi della fontana, rimessa a nuovo, che gorgogliava su dal putto di marmo candido e sfumava i suoi cento zampilli nei colori dell'arcobaleno. Una meraviglia. Quando era scappato via aveva lasciato il giardino pieno d'ortiche e una villa cadente; ora, quasi per miracolo si ritrovava in un angolo di paradiso. Nemmeno nei tempi d'oro di suo padre ricordava un simile splendore.
Tutto merito del Curtò che col tempismo di un furetto si era iscritto al partito ed aveva fatto requisire la villa del vecchio sindaco che, carica com'era di ipoteche, era stata affidata alla tutela di Giuseppe dopo la morte della Nina per sua stessa volontà. Nel parco Giuseppe aveva piantato i cavoli, le rape e i fagioli per dar da mangiare a sua moglie ed ai suoi figli e col suo lavoro aveva rabberciato le mura cadenti della villa ed i tetti sfaldati dall'usura del tempo e dall'incuria. Quella sistemazione provvidenziale l'aveva sollevato dall'imbarazzo in cui si era venuto a trovare dopo che l'ufficiale giudiziario lo aveva sfrattato dal suo podere e gli aveva portato via tutte le masserizie ed i mobili. Ora per campare mandava le sue giovanissime figlie a servizio nei paesi vicini e lui si era offerto di fare il bracciante con il deludente risultato di essere respinto da tutti per via di quanto era capitato a sua sorella. In paese si diceva che fosse stato lui a nascondere le monete d'oro. Qualcuno ne indicava anche la località: ai piedi delle colline dove Giuseppe era stato visto diverse volte aggirarsi all'alba con il pretesto di fare legna. Era stato in continuo contatto con sua sorella e nei primi tempi andava spesso a trovarla in carcere. In paese erano certi che Giannina si fosse ostinata a non voler parlare per difendere suo fratello, dato che al processo fu chiaramente escluso qualunque rapporto della ragazza con altri giovani e nessuno si era fatto avanti per testimoniare su un suo ipotetico coinvolgimento sentimentale. Questo gli aveva scritto il Curtò, offrendogli nuovamente la casa e lasciando a lui l'ultima parola sul destino dell'amico.


* * *

Quella notte non riuscì a dormire e l'indomani si levò all'alba per sistemare le sue cose nella vecchia casa che oramai si presentava completamente rinnovata. Aveva pensato a lungo a Giuseppe. L'avrebbe cercato subito e si sarebbe messo a sua disposizione. Bisognava restituire a lui quella dignità che aveva perso per colpa sua. Non poteva più tollerare che il solo amico di tutta una vita, fosse stato ridotto in miseria proprio per causa sua. Naturalmente non poteva perdere di vista la peculiare situazione che lo riguardava direttamente: doveva muoversi con cautela senza scoprirsi più di tanto. Gli venne in mente il Curtò e decise di fargli visita.
Quando arrivò al negozio la saracinesca era ancora abbassata ed un giovane garzone passeggiava davanti ad essa sollevando ogni tanto la testa per scrutare se al primo piano compariva la testa pelata del principale. Luciano gli si avvicinò e senza tanti preamboli gli disse di andarlo a chiamare e di dirgli che il Podestà lo stava aspettando. Il ragazzo eseguì prontamente e qualche secondo dopo comparve; in una mano teneva le chiavi e nell'altra una bretella dei pantaloni che non era ancora andata al suo posto. Quella doveva essere stata la prima volta che aveva anticipato di cinque minuti. Attraversò il breve tratto di strada di corsa e appena giunto apostrofò con la solita sua grinta acida il garzone gridandogli: "Ma cosa credi di fare lì impalato. Prendi queste maledette chiavi e tira su la saracinesca." - Luciano sorrise e aiutò il ragazzo a tirarla su. L'aveva visto centinaia di volte quell'uomo in quello stesso atteggiamento, ma solo ora si accorgeva quanto quel vecchio era buffo. -"Caro Podestà qual buon vento per una visita così mattiniera?" - -"Nulla di veramente importante. Volevo salutarla ed avere da lei alcune notizie... Sa, manco da molti anni e qui le cose sono cambiate..."- - "Si, tante cose sono cambiate, ma in meglio. Mi creda... Non c'é paragone coi vecchi tempi..." - - "Non ne dubito affatto. Ma forse sarà meglio che entriamo nel suo negozio. Spero di non portarle via più di pochi minuti." - Sempre più confuso e rosso in viso il Curtò si fece da parte per cedere il passo al primo cittadino e indicando col braccio il suo stanzino, disse: -"Nel mio studio staremo più riservati. Si accomodi prego." - Le solite scartoffie polverose sugli scafali facevano da corona all'angusto bugigattolo che lui chiamava il suo studio e che consentiva a mala pena la posizione seduta di due persone. Dopo qualche attimo di silenzio Luciano disse: - "Veda, signor Curtò, noi ormai ci conosciamo da troppo tempo per non essere sinceri l'uno con l'altro. Le dirò quindi senza preamboli che sono stato felice di rientrare in possesso della villa di mio padre e che questa felicità la devo in gran parte a lei. Naturalmente il mio debito nei suoi confronti, oltre che di riconoscenza è anche di carattere finanziario ed io quest'ultimo vorrei estinguerlo al più presto. La prego perciò di dirmi a quanto ammonta la..." - -"Per carità signor Sindaco... ci sarà tempo per parlare di danaro. Non c'é nessuna fretta. Ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque... Ho solo previsto quello che in definitiva é capitato... L'importante é che lei sia rimasto soddisfatto." - L'uomo si agitava talmente sulla poltroncina sgangherata che gli scricchiolii parevano doverla far cedere da un momento all'altro. - "Bene! Allora se crede non parliamo più di soldi. Aspetterò un suo dettagliato rapporto sulle spese sostenute e poi le staccherò un assegno. Ma c'é qual cos'altro che vorrei sapere..." - - "Immagino che lei si riferisca alla famiglia di Giuseppe." - Luciano assenti lievemente col capo e lui continuò: - " Ebbene, quando fui costretto a sfrattarli dalla villa per renderla nuovamente utilizzabile ebbi da parte sua degli sgarbi che andarono oltre le male parole. So per certo che a compiere l'attentato con la bomba al mio negozio fu proprio lui. Dovetti sopportare un salasso di diverse centinaia di lire per risistemare l'ingresso e parte dell'interno; senza contare che molte derrate sono andate perdute. Sulle prime mi ero dichiarato favorevole a trovargli una sistemazione provvisoria in un cascinale un poco distante dal paese ma lui non volle accettare. Voleva rimanere nella villa. Diceva che se ci fosse stato lei in paese glielo avrebbe certamente concesso. Io non potevo assumermi questa responsabilità..." - - "Ha fatto il suo dovere. Ma ora dove si è rifugiato?" - - "Credo si sia accampato poco fuori dal paese in un terreno comunale di Agrosalto e vi abbia costruito una baracca con delle lamiere che ha trovato nella vecchia miniera abbandonata. So che coltiva ad orto il campo circostante ed utilizza la fontanella pubblica per irrigarlo. Sua sorella da quando è uscita di prigione sta con lui: non le hanno scontato nemmeno un giorno dalla condanna!" - - "Va bene. Era quanto volevo sapere. Le sono obbligato ed attendo una sua visita in Municipio. A presto." - Luciano si congedò ed a passi lenti si diresse verso l'uscita del paese.
Che carogna quel Curtò! Ora era diventato scivoloso e servile come un vermiciattolo, ma sempre astuto come una volpe e cattivo come una scimmia. Ogni occasione era buona per buttare fango addosso al suo prossimo. Che bisogno c'era di dirgli che innaffiava il suo orticello con l'acqua comunale presa a sbafo. Era la patata bollente che veniva consegnata al Podestà per metterlo a disagio nei confronti del paese, se avesse favorito il suo amico, o del suo amico se gli avesse ingiunto di non servirsi più della fontana pubblica. Ma non bastava aveva fatto un sorrisetto ironico anche quando rimarcò che quella casa di lamiera era stata costruita su terreno comunale, probabilmente senza nessuna autorizzazione. Un vero serpente da cui bisognava stare alla larga. Chissà dove erano arrivate le sue indagini sulla faccenda delle monete d'oro. Certamente se qualcosa aveva scoperto se l'era tenuta per sé; l'aveva forse serbata per migliori occasioni; nulla infatti era trapelato al processo. D'altro canto questo camaleonte era riuscito a rendersi bene accetto ai camerati del paese e poco era mancato che non riuscisse anche a soffiargli la carica di Podestà! Ma ora c'era il problema di Giuseppe. Doveva assolutamente porre rimedio a tutto il male che aveva arrecato involontariamente a lui e a sua sorella. Per la ragazza provava tanta tenerezza, e compassione; anche se quell'ardore che lo aveva preso da ragazzo si era ormai spento da molto. Era curioso di sapere come lo avrebbe accolto la Giannina e che cosa si aspettava da lui. Da allora aveva conosciuto e amato tante donne senza però legarsi con nessuna. Giacomo gli aveva predetto che non avrebbe mai trovato la sua vera mezza mela: quel suo caratteraccio, burbero e talvolta violento, avrebbe allontanato ogni ragazza che avesse avuto la pazienza di frequentarlo per più di quindici giorni. Erano oramai trascorsi più di dieci anni da quel fattaccio, ed a portarne i segni erano solo i suoi due amici più cari.

* * *

Quando giunse al varco dello steccato che recingeva il piccolo campicello, un cane alla catena si mise a ringhiare furiosamente cercando di impedirgli il passaggio. Poco più avanti c'era una casupola fatta di lamiere e sotto una tettoia di frasche rinsecchite c'era una ragazza bionda che lavava i panni. Il latrare dell'animale attirò l'attenzione della donna che con passo calmo si diresse da quella parte. Il suo viso molto sciupato, la sua magrezza macilenta e i suoi abiti dimessi non riuscivano a coprire una bellezza eccezionale che prorompeva incorniciata dalla fluente massa di capelli d'oro e dallo sguardo acceso dei suoi occhi. - " Sono dieci anni che t'aspetto" - disse lei serena e un poco timida - "Credimi sono stati dieci anni d'inferno." - Luciano non si aspettava un'accoglienza così affettuosa e rimase per qualche attimo fermo tra il cane che ancora abbaiava furiosamente e lei che protendeva le braccia in segno di amicizia. -"Avrei voluto farmi vivo prima... Sai come vanno queste cose. Gli impegni del partito... Comunque ho sempre pensato di venire a trovarti appena mi fosse stato possibile..." - Giannina fece zittire il cane e lo invitò ad entrare. -"Siamo costretti a servirci di questo animale ringhioso per difenderci dai molti intrusi che tentano di ficcare il naso fin quaggiù. Ora come vedi le cose sono molto mutate. Giuseppe avrebbe voluto abbandonare il paese, ma io mi sono opposta. Sapevo che prima o poi saresti tornato ed ho vissuto tutte le più atroci sofferenze con la speranza che un giorno, quando tu fossi arrivato, tutto sarebbe finito."- La casa era tutta in un'unica stanza ove erano state sistemate alcune brande e due letti separati da una tenda sdrucita. Lei lo prese per mano, lo fece sedere sulla sponda del suo letto e chiuse la tenda. Lui sentiva il disagio penetrargli fino nelle ossa e non riusciva a trovare un argomento opportuno che gli desse modo di sfuggire a quella morsa che sentiva sempre più incombente. Lei lo guardava fisso negli occhi ed il suo atteggiamento non tradiva più emozione di quanto sarebbe accaduto se lo avesse lasciato la sera precedente. Finalmente a lui venne in mente qualcosa e disse: - "E Giuseppe con le figliole dove si trova ora?"- - "Sono tutti al lavoro... torneranno a sera inoltrata. Hanno trovato qualcosa da fare... non molto s'intende... le bimbe sono ancora troppo piccole per ricevere una paga adeguata e lui come bracciante lavora solo saltuariamente. A me non mi ha voluto nessuno... rimango anche dei mesi senza andare in paese... Ci chiamano il gatto e la volpe per via degli zecchini d'oro." - Ecco che ora era balzata in primo piano quella vecchia storia! Era scontato che prima o poi sarebbe saltata fuori. -"Quella maledetta storia delle monete d'oro! Non avrei dovuto permettere che tu ti sacrificassi così per me..." - fu quanto riuscì a dire lui facendosi rosso in viso ed accennando di voler continuare il discorso, ma lei lo interruppe mettendogli un dito sulle labbra e, quasi sussurrando, disse: - "Lascia perdere. Il passato è passato e non vale la pena di tornarci su. L'importante è che tu ora sia tornato!" - La donna intanto si era alzata e senza batter ciglio aveva lasciato cadere per terra il solo abito che la ricopriva e si era distesa sul letto. Il corpo nudo ora appariva più sodo ed il seno appuntito pareva volesse forare il cielo. Lo prese per un braccio e lo tirò su di sé. Gli tolse la giacca, la camicia e gli sbottonò i calzoni. - "Non mi ricordo più come sei fatto... è passato tanto tempo! Fai vedere se tutto è come l'ho lasciato quella sera... benone è tutto in ordine; tutto come allora; manca una sola cosa: la tua passione di una volta..."- Gli si strinse con le braccia e le gambe fino quasi a togliergli il fiato. -"Oh! eccoci finalmente... ora c'è tutto." - Il rosario appeso alla spalliera del letto prese a tintinnare ritmicamente e tranne qualche lieve mugolio nessun altro rumore disturbò quell'amplesso così discreto e tranquillo: si sarebbe potuto dire che somigliassero a due coniugi attempati ormai disusi alle focose smancerie della luna di miele.

Stettero lì fermi l'uno accanto all'altra senza parlare. Lei teneva stretta quella mano pelosa sul suo petto candido ed il ritmo del suo respiro lentamente andava normalizzandosi. - "Senti come batte il mio cuore... è da tanto tempo che non galoppava così veloce; ma non certo per mancanza di occasioni. Se avessi voluto avrei anche potuto tradirti... Quando mi trovavo in riformatorio una mia amica reclusa mi fece capire che ogni tanto se la spassava col medico in infermeria. Una volta che ci capitai per un'influenza fece tanti complimenti anche a me e mentre mi visitava accarezzava i miei capelli dicendomi che li avrebbe voluti baciare. Ne avrei avuto una voglia matta anch'io... non per quello che pensi, ma per essere considerata finalmente un essere umano. Là dentro le persone si abbruttiscono e diventano bestie... e quando qualcuno ti tratta come una donna allora scatta qualcosa nel cervello che ti dice: "Coraggio, questa è l'occasione che aspettavi; suvvia buttati!" Ma io ho saputo resistere; e gliel'ho anche detto che mi sarebbe piaciuto, ma non potevo." - Ci fu una lunga pausa. Luciano teneva gli occhi socchiusi e non si sentiva di interloquire. La sua mente vagava altrove. Non pensava affatto di commiserare le sofferenze della sua compagna. Si sforzava al contrario di trovare rapidamente un correttivo per tutte quelle afflizioni. Il suo pensiero esaminava le possibilità di far sì che ella non si lamentasse più, che le tornasse quel sorriso spensierato di una volta. Ora lui avrebbe potuto largamente rifondere il mal tolto, ma come fare senza esporsi di persona? Avrebbe potuto toglierla da quel tugurio e farla vivere in una casa signorile, ma a quale titolo? Avrebbe potuto cercare un buon lavoro a lei ed a Giuseppe, ma avrebbe poi accettato suo fratello? Già, Giuseppe! Ma come l'avrebbe presa il suo vecchio amico, dopo essere stato accusato dall'opinione pubblica di un crimine compiuto da lui? A che punto era la sua conoscenza della realtà dei fatti? Sospettava qualcosa?
Interruppe quella lunga riflessione chiedendo alla ragazza: - "Hai raccontato a tuo fratello tutta la verità?" - - "No! Non ti ho tradito con nessuno in nessun senso." - - "Non pensi che lui sospetti qualcosa?" - - "Non credo. Me lo avrebbe detto. Ma non voglio che tu pensi più a questo. Che lui sospetti o meno sono comunque affari miei e non permetterò mai che tu entri in quest'affare. Ora ti ho qui e mi basta" - Così dicendo si pose a cavalcioni dell'amico e riprese a far tintinnare il rosario a capo del letto.

* * *

Quella settimana il podestà fu distratto da un avvenimento insolito. Vennero vecchi amici da Roma e portarono le ultime novità del regime. La villa si riempì di ospiti illustri ed assunse l'aspetto di un albergo dove gli incontri avvengono nella grande sala da pranzo, arricchita per l'occasione da un grande lampadario di cristallo di Murano. Alcune volte stavano lì fino a tarda sera a consumare cibo e bevande offerte dalle casse comunali e lo sport preferito era sempre quello di criticare i camerati romani indaffarati nei vari ministeri governativi. Nessuno veniva escluso. Nemmeno il grande Capo sul quale circolavano piccanti barzellette da farli sganasciare dalle risate. In un momento di libertà dai frequenti fumi dell'alcool Luciano si ricordò dei suoi amici e pensò di approfittare dell'occasione. Cominciò a parlarne col camerata altolocato che sedeva accanto a lui: - "Vedi, cara Eccellenza, io ho da risolvere un problema di riconoscenza nei confronti di alcuni miei amici d'infanzia... tu potresti certamente aiutarmi a trovar loro qualcosa che li tolga dalla miseria in cui sono caduti." - - "Ah! Sono caduti in miseria..." -Evidentemente Sua Eccellenza non aveva ancora dissipati i fumi dell'alcool, così accompagnò la risposta con una risata sguaiata, aggiungendo subito: "Benone... vogliamo fare della beneficenza... e vada come tu vuoi...Camerati mettete mano al portafoglio; questa sera la cena non è gratis. " - Arrancò con la mano nella tasca interna della giacca, e mise dentro ad una fruttiera vuota due lire d'argento. Poi, barcollando, prese la fruttiera e fece il giro del tavolo. A ciascuno batteva la mano sulla spalla e fino a quando non sentiva tintinnare le monete nella fruttiera non si allontanava. Tornato al punto di partenza vuotò il tutto davanti a Luciano: "Come vedi i camerati sono sempre generosi ed i vecchi amici vanno sempre aiutati... Non farci l'abitudine, però... La prossima volta potresti non trovare tanta munificenza" - - "A dire il vero... Vedi io non volevo dei soldi...- cercò di farfugliare Luciano - avrei preferito qualche buon lavoro... qualche posticino fisso che consentisse al mio amico di campare la sua famiglia." - - "E me lo dici adesso... dopo che ho spremuto il borsellino dei commensali" - I camerati protestarono e si dichiararono solidali con la colletta; allora sua eccellenza propose di usare quei fondi per comprare una scrivania per la casa del Fascio. -"In questo modo, disse, forse il nostro podestà riuscirà ad essere tanto autorevole da trovare un buon posticino per il suo amico a spese del Municipio. Naturalmente dovrà essere una scrivania importante e molto bella. Io direi di noce massiccia intarsiata, con ai lati quattro fasci littorio ed al centro, sul davanti, scolpita l'effigie del Duce. " - Ci fu una lunga ovazione per sua eccellenza. Luciano, sulle prime riluttante, ben presto si unì all'applauso generale e ringraziò i presenti per il magnifico dono. Furono stappate altre bottiglie e pian piano la comitiva si trasferì all'aperto per smaltire la sbornia.
Accompagnato l'ultimo camerata alla sua vettura, il Podestà si accasciò sulla sedia e si mise ad osservare con occhi spenti quella grande tavolata vuota che somigliava ad un campo di battaglia. Si mise a giocare con alcune molliche di pane e, con le palpebre pesanti dal sonno, gli venne in mente che ancora non era riuscito a vedere Giuseppe. Quella sera, dopo essere stato con la Giannina, non se l'era sentita di incontrare l'amico: preferì scappare via prima che lui e la sua famiglia tornassero dal lavoro. Non era preparato ad affrontare un discorso penoso che la ragazza era riuscita ad evitargli. Poteva darsi che fosse stato messo al corrente di quella triste verità, oppure che semplicemente la sospettasse. Ma anche in quel modo non se la sentiva di dover raccontare tante bugie. Non avrebbe più potuto guardarlo negli occhi quel suo ingenuo e leale compagno. Ora tuttavia la cosa presentava un nuovo aspetto favorevole: alla sua persona era stata concessa una autorità imprevista e ciò gli avrebbe consentito di presentarsi finalmente all'amico con una grande manciata di preziosi doni. Non sarebbe stata necessaria nessuna menzogna perché le offerte avrebbero fatto eclissare qualunque altro argomento negativo. Avrebbe chiesto a lui stesso di scegliere i più graditi doni per sé e per la sua famiglia: aveva ottenuto il benestare del Partito e nessuno avrebbe avuto da ridire. La cameriera, entrata per sparecchiare, lo distolse da quei pensieri e lo indusse ad andare barcollando a cercare su per le scale la sua camera da letto.

* * *

La mattina seguente si recò in municipio e, per una buona mezz'ora, ricevette il segretario. C'erano parecchie questioni urgenti da risolvere, ma fra le prime vi era il bilancio di previsione: alcune voci importanti erano state cassate dalla prefettura per difetto di copertura. Il suo predecessore non aveva badato a spese ed ora le casse municipali erano quasi a secco. Si dovevano trovare nuovi fondi e forse si sarebbero dovute inventare nuove tasse. Poco però rimaneva da inventare, quasi tutto era stato tassato; anche quei pochi terreni comunali che per secoli erano stati dimenticati da tutti ed erano rimasti a disposizione di chi li aveva utilizzati. - "Mi sono permesso, disse il segretario, di fare un'ingiunzione di sfratto agli occupanti abusivi dei terreni di Agrosalto. Sono proprio all'uscita del paese e potrebbero rendere bene se affittati regolarmente." - A questo punto Luciano saltò dalla sua poltrona come se lo avesse punto uno spillo. - "Sospenda immediatamente questo sfratto; non si può mettere sul lastrico una famiglia da un momento all'altro. L'affitto di quel terreno non sarebbe comunque il toccasana per il nostro bilancio."- Il segretario stette un attimo soprappensiero poi disse: - "Mi spiace, anche volendo non potrei. Ho già inviato la documentazione alla prefettura. Qualche giorno fa lei stesso appose la sua firma nell'ingiunzione. Se ben ricorda mi disse che per soddisfare le richieste di copertura, era necessario inviare una documentazione che dimostrasse almeno la nostra buona volontà nel reperimento di fondi nuovi." - - "Ma lei mi parlò della cosa in modo generico senza specificare chi occupasse quel terreno" - - "Lei non mi chiese di specificarlo." - - "Bene, allora rimandi l'invio dell'ingiunzione" - - "Purtroppo l'ho già inviata proprio stamani col messo comunale" - Luciano comprese che purtroppo la frittata era fatta e bisognava in qualche modo trovare rimedio a quel pasticcio. Come avrebbe potuto giustificare la cosa con Giuseppe? Cosa poteva offrirgli ora, così su due piedi, senza aver la possibilità di reperire le risorse? Occorreva del tempo per sistemare adeguatamente i suoi amici, ma il terreno gli era venuto a mancare sotto i piedi. Forse lo sfratto era già in via di esecuzione e lui non poteva oramai fare più nulla per arrestarlo. Ma forse qualcosa in extremis poteva ancora tentarla. Congedò il segretario e chiamò l'autista. Nulla da fare; il mezzo era in riparazione. Allora uscì di corsa dirigendosi verso l'uscita del paese, giusto in tempo per udire un potente boato provenire dal centro del paese. Tornò indietro di corsa e si trovò in mezzo ad una folla che si accalcava tra le macerie e i vetri rotti del portone comunale avvolti ancora da una nuvola di polvere. Il messo, che solitamente fungeva da usciere ed al momento dello scoppio stava nei pressi del portone, era sdraiato per terra e dal capo gli sgorgava copioso il sangue. Fortunatamente si trattava di una ferita superficiale causata da una scheggia di vetro della vetrata del suo sgabuzzino. Non aveva perso la coscienza e parlava a voce alta pronunciando invettive contro Giuseppe, secondo lui, reo di aver fatto esplodere quella bomba. Il medico del vicino ambulatorio comunale lo medicò e gli risistemò con trenta punti il cuoio capelluto. Ma lui continuava a dire che quando andò per fare eseguire lo sfratto fu accolto malamente dallo stesso Giuseppe che stracciò l'ingiunzione e gli aizzò contro il cane dicendo che avrebbe fatto una strage. Quella frittata si era tramutata in tragedia. Ora ognuno doveva tornare ad assumere il suo ruolo istituzionale e dar seguito alle conseguenze che il gesto comportava. Non se la sentiva più di fare la parte del salvatore. Il suo amico aveva definitivamente rovinato ogni suo buon proposito. Giuseppe fu arrestato dai carabinieri mentre tentava di raggiungere in bicicletta la vicina città. Non oppose nessuna resistenza e chiese al militare che gli metteva le manette se il lurido podestà c'era rimasto secco. Sproloquiava a voce alta quasi volesse attirare l'attenzione di chi incontrava per la via.
Ma la gente non si lasciava coinvolgere e pareva non accorgersi di lui, pur senza celare una certa soddisfazione: secondo i paesani, infatti, oltre alle bombe si era finalmente chiuso logicamente anche il capitolo del furto delle monete e così ogni cosa era andata al suo posto. - "Avreste dovuto arrestare lui, non me... - protestava Giuseppe - ma lui vi fa paura... Lui è il Podestà...il primo cittadino non può essere arrestato... Quel delinquente prima o poi me la dovrà pagare... Ha rovinato tutta la mia famiglia quel cane rognoso... e diceva di essere mio amico." - Quando giunse nei pressi della villa lanciò un rabbioso sputo in direzione del cancello. Fu condotto in caserma e rinchiuso in carcere. Nel pomeriggio sarebbe stato trasferito in città, nelle carceri mandamentali.
Al processo, celebrato dopo pochi mesi per tentato omicidio e lesioni gravi, il podestà fu sentito come testimone d'accusa. Luciano rappresentava, per la carica che ricopriva, la parte lesa ed era suo preciso dovere presentare il conto per il risarcimento dei danni subiti dallo stabile e l'indennizzo per l'usciere infortunato: ventimila lire. L'udienza si concluse rapidamente e questa volta Giuseppe fu condannato a otto anni di reclusione e ad una multa di tremila lire. Luciano non riuscì a spiegare tutto alla Giannina; lei del resto non lo volle nemmeno sentire; nonostante fosse innamorata non si lasciò aiutare e rifiutò l'invito a trasferirsi nella villa come governante. Assieme alle due nipoti, Gina e Lucia ed alla cognata, fece fagotto e coi pochi stracci rimasti si recò in città per stare vicino a Giuseppe. Lei sapeva bene cosa volesse dire essere rinchiusi per anni in una cella senza nemmeno il conforto della visita di un conoscente e non poteva permettere che suo fratello rimanesse isolato per tutto il tempo della condanna. Purtroppo assieme a quelle povere masserizie, Giuseppe aveva lasciato a casa anche una valigia piena di dieci chili di tritolo coi quali si era proposto di confezionare alcune bombe per usarle contro i fascisti del suo paese. La valigia seguì la sua famiglia in città e dopo qualche mese avvenne la disgrazia. Lucia, la ragazza più piccola - curiosando in soffitto - una notte volle vedere cosa nascondesse ed incautamente fece esplodere un detonatore che innescò l'esplosione dell'intera carica, coinvolgendo tutta la famiglia. Non si salvò nessuno. I loro corpi straziati non ebbero nemmeno un funerale: furono gettati tutti assieme in una fossa comune senza nemmeno il conforto di una croce.

* * *

Dalla grande finestra della sala delle riunioni della Casa del Fascio, il brontolio del tuono, seguito a breve dal lampeggiare della folgore, scosse Luciano e Giuseppe che si guardavano ancora senza parlare. Fu Luciano a cominciare:
- "Il tuo lungo silenzio non ha certo bisogno di spiegazioni. Il motivo della tua visita è palese. Tuttavia, prima che la tua ira esploda, vorrei raccomandarti di non lasciarti trasportare dal primo impulso. Se uno riesce ad ascoltare le ragioni dell'altro, si accorge che le cose stanno diversamente da come lui pensa... Talora sembrano peggiori della realtà solamente per motivi banali che non riguardano minimamente la buona fede o la responsabilità di alcuno. Vedi, quando il diavolo ci mette la coda, riesce a capovolgere tutto: anche le migliori intenzioni... " -
Giuseppe non mosse ciglio e continuò a fissare il suo interlocutore con la medesima espressione di sfida. Sembrava un basilisco. Intanto la pioggia violenta mista a grandine aveva cominciato a tamburellare i vetri e sembrava dovesse venire giù il finimondo. Luciano volse lo sguardo alla finestra e senza scomporsi riprese:
-"Se avessi avuto la coscienza sporca ti avrei impedito di salire fin qui. Mi bastava una sola parola ed avresti trovato un milite a sbarrarti la strada"-
Questa volta Giuseppe si protese in avanti e gli sputò sul viso, dicendo a mezza voce: "Carogna!" - Poi, dopo aver atteso una reazione che non venne, scandendo molto lentamente le parole, disse:
-" Non c'é alcun bisogno che tu dica di cosa sei capace. Lo so perfettamente... Ho avuto modo di sperimentarlo diverse volte sulla mia pelle e su quella della mia famiglia che non ho più per colpa tua... Ho tutto qua, dentro la mia mente... Tutto! Se hai tanto coraggio come dicono, affrontami ora! Sono qui, a tua completa disposizione."-
Luciano prese dalla tasca un fazzoletto; si pulì il volto e stette lì a guardare il compagno come uno sconfitto incapace di qualunque reazione. Come erano lontani i giorni della loro amicizia! Allora nulla avrebbe fatto prevedere ciò che stava avvenendo. Nemmeno quando accadde l'ultima disgrazia che li aveva divisi irrimediabilmente si poteva immaginare che le cose avrebbero assunto la piega attuale. Ma perché doveva rammaricarsi; aveva fatto di tutto per scongiurare gli eventi, capitati solo per fatalità. Aveva anche saputo controllare il suo sangue freddo ed aveva reagito sempre con fermezza superando l'aggressività del compagno e richiamandosi al sacrosanto dovere dell'amicizia. Purtroppo quel posto che occupava non poteva essere compatibile con nessun sentimentalismo astratto. Chiunque, poteva constatare che nei provvedimenti, adottati nei confronti dell'amico, mancava la volontà di fargli del male. Avrebbe potuto richiamarsi alla provocazione o all'insulto volgare, ma non lo aveva mai fatto: esattamente come ora. Non aveva fatto nulla per ritorcere la sua aggressività sul suo ex amico. Si era trovato impotente; quasi paralizzato ed aveva preferito subire.
Continuò con calma - più di quanto in verità non occorresse - a detergersi il viso, mentre il suo interlocutore lo fissava sempre truce in attesa non si sa di che.



* * *


Fuori il temporale si accaniva rumorosamente sui tetti, facendo rimbalzare la grandine in un gioco di luci che la faceva apparire come una schiuma traboccante dalle tegole e dalle grondaie. I due si guardavano ancora in cagnesco, senza parlare, quasi a lasciare che il temporale rappresentasse i loro sentimenti. Un lampo forò le nuvole e si schiantò con gran fracasso in una campagna vicina.
Luciano a questo punto avrebbe preferito la lite aperta piuttosto che dover sopportare la presenza muta dell'altro. Eppure i suoi compaesani lo temevano e lo rispettavano anche se si rendeva conto che tutti finivano col minimizzare le sue soperchierie unicamente per la sua posizione e per ottenere favori. Tutti cercavano ugualmente la sua compagnia, nonostante si dicesse, non tanto a mezza voce, che lui fosse un prepotente, un arrivista pieno di fisime, senza il benché minimo senso dell'amicizia. Molto spesso si diceva che egli volesse sperimentare il grado di sopportazione dei suoi interlocutori. Di lui dicevano tante altre cose: che contestasse qualunque cosa non risultasse di suo pieno gradimento; e non aveva molta importanza se i suoi interlocutori fornivano argomenti incontrovertibili: tutti avevano un lato debole che valeva la pena di attaccare ed a tutti imponeva la sua iattanza e degnazione.
Questa volta però le cose andavano in modo diverso. Quell'uomo, impalato dietro alla scrivania, lo intimidiva e bloccava ogni sua capacità di rivalsa. Provava ancora per lui un tenero affetto. Per la prima volta si sentiva umiliato da quel suo vecchio amico e non riusciva a trovare le parole giuste per porre definitivamente la parola fine a quella triste vicenda. Dio sa se lui avrebbe voluto chiuderla in pace. Ma finora non gli era mai riuscito. Sembrava che il destino si fosse accanito contro i suoi buoni propositi e li facesse sempre apparire contorti e interessati, quando addirittura non li faceva andare nel senso opposto.
Una folgore seguita immediatamente dal tuono illuminò spettralmente quella grande stanza. Il temporale imperversava ancora nelle vicinanze, anche se il rapido ticchettio della grandine sui vetri era cessato, sostituito dal lento scrosciare della pioggia.
Chissà cosa avrebbe dato per sapere se la Giannina prima di morire aveva confidato al fratello il gran segreto. A pensarci bene tutto dipendeva da quello. Era la cosa che poteva permettergli di organizzare la prossima mossa consentendogli di trovare argomenti certi che toccassero l'animo semplice dell'amico. In fin dei conti era il solo peccato che turbasse la sua coscienza. Finora era riuscito a stare sul chi vive senza toccare l'argomento spinoso, ma la cosa non poteva durare in eterno. Prima o poi il fattaccio principale sarebbe venuto fuori. Ciò che maggiormente lo stupiva era che, per quanto avesse insistito, la Giannina non aveva mai voluto dirgli se Giuseppe fosse al corrente della faccenda riguardante le monete d'oro.
Il milite, di guardia all'ingresso, bussò lievemente alla porta e subito dopo l'aprì illuminando la stanza con la sua torcia elettrica. L'elettricità era mancata diverse volte e all'interno ora il buio era totale. Chiese scusa per l'intromissione e, se c'era bisogno di qualche candela: -"No, non è il caso, tanto la luce va e viene. Dev'esserci stato un guasto alla cabina di trasformazione." - L'usciere diede uno sguardo al suo orologio da polso ne indicò con l'indice il quadrante rivolgendo uno sguardo d'intesa al Camerata Segretario.- "Sono le otto, disse, ma se voi credete attendo ancora." - - "No, non c'è bisogno. Vai pure." - Il milite sollevò l'avambraccio destro a metà, in un mezzo saluto romano, ed uscì.
Forse era meglio così. Fino ad allora aveva temuto che da un momento all'altro quella visita si tramutasse in alterco e che quel milite di guardia potesse essere involontario testimone di una rissa. Ora meno che mai poteva darsi in pasto ai pettegolezzi dei paesani. Se fosse capitato avrebbe dovuto fornire spiegazioni ed in queste cose non si sa dove si può arrivare. Doveva mettercela tutta, restare calmo e cercare di rabbonire il suo vecchio amico. Inspirò profondamente poi disse: - "Perché non ti sei chiesto cosa avresti fatto tu nei mie panni anziché venire qui carico di bile ed affrontarmi come se io fossi il tuo peggiore nemico? Tu, nelle identiche circostanze, avresti sicuramente agito come me. Senza alcun dubbio! Ragiona serenamente! Avresti lasciato impunito, sia pure in forza di una vecchia e cara amicizia, uno che attenta con le bombe alla tua vita? No certamente! " -
La pioggia era cessata e Giuseppe ora non stava più impalato, ma si muoveva nervosamente sulla sedia e stringeva i pugni posati sulla scrivania. Il suo sguardo era sempre fisso sull'amico e le sue labbra avevano un leggero tremito quasi tentassero di parlare e trovassero difficile aprirsi per esprimere vocalmente tutti i pensieri che gli si affollavano nella mente. Luciano colse questo suo momento di incertezza e ne approfittò per riprendere il discorso. - " Vedi, non riesci a rispondere! Sono certo che tu abbia dato più credito del necessario alle maldicenze della gente quando mi ha indicato come il maggiore responsabile del tuo sfratto, prima dalla villa e poi dal terreno comunale di Agrosalto. Nessuno tuttavia ti ha sussurrato che io stavo per emettere un'ordinanza di comodato per l'una e per l'altra vicenda. Fu solo la fatalità a fare precipitare gli eventi. Un caso disgraziato che si è frapposto fra noi; una diavoleria che ha rovinato le vostre vite ed anche la mia. Ma credimi, io non ho mai dimenticato la tua vecchia amicizia e sono pronto a dimostrartelo quando vorrai." - Ora una lama di luce - uscita da uno spicchio di luna che faceva capolino dalle nuvole d'argento che vagavano vertiginosamente - venne a posarsi, attraverso la finestra, sul viso di Giuseppe, guizzando con ritmo veloce. Gli cadeva proprio sugli occhi e non riusciva ad evitarla anche se con movimenti rapidi del capo cercava di scansarla. Forse aveva torto a non voler sentire le ragioni dell'altro. Bisognava arrivare ad una spiegazione convincente. Quell'uomo, un tempo suo amico, parlava con voce suadente e poteva anche darsi che fosse sincero. Ma lui non poteva accontentarsi di belle frasi. Ne aveva sentite tante e non lo avevano convinto affatto. A quale scopo l'omertà affettuosa di Giannina e la sua sulle monete d'oro? Dovevano essere solo loro a pagare lo scotto di quell'amicizia? Era valsa la pena di aver scontato tanti anni di carcere, lui e sua sorella, per un miserabile che li aveva traditi e ora stava lì, indenne dietro quella scrivania e se la faceva sotto dalla paura? Si! Doveva riordinare le idee e rispondere per le rime a quello sciagurato. Attese ancora qualche attimo poi con voce più pacata disse: - "E tu hai la sfrontatezza di chiedermi cosa avrei fatto io al tuo posto!? Mi ripugna darti questa soddisfazione, ma sono pronto a risponderti. Ecco cosa avrei fatto: primo; non avrei istigato Giannina a rubare le monete..." -
Un violento colpo di pistola interruppe il discorso ed illuminò la stanza. La luce che era mancata poco prima torno in quell'attimo. Colpito al capo Giuseppe si era accasciato senza vita sulla scrivania. Da una porta laterale comparve il Curtò con la pistola ancora in mano: - "Ho dovuto farlo - disse - Non credo fosse il caso di attendere ancora. Solo poco fa mi avevano riferito che era venuto da voi con la ferma intenzione di uccidervi. Fortunatamente il chiarore lunare illuminò la sua persona e potei notare che con la destra tentava di estrarre la pistola. Se avessi atteso ancora un attimo sarebbe stata la vostra fine. Ho fatto il mio dovere; vi ho salvato la vita"-
La luce accecante del grande lampadario di Murano, illuminò crudamente il teatro dell'ultima tragedia. Il sangue inondava il piano della scrivania ed ora colava abbondante giù, sull'elmetto del Duce e da qui, attraverso la manica di Giuseppe, su un fazzoletto, tenuto ancora ben stretto nella mano destra. Il Curtò fissò smarrito quel lembo bianco che diventava sempre più rosso e tremando balbettò: - "Non l'aveva... non aveva la pistola... ma... vi avrebbe ucciso ugualmente... " - Poi, urlando, quasi volesse farsi sentire da qualcun altro: -"Ho sentito, sapete! Ho sentito bene le ultime parole... State attento Camerata, badate a quello che direte! Io potrei... se mi vedessi costretto..." - La luce mancò ancora una volta ed il Curtò si accasciò su una sedia in preda ad un tremore convulso. A Luciano scesero due lacrime, era la seconda volta che gli capitava in tutta la sua vita. Si alzò dalla poltrona, e senza far rumore aprì la rastrelliera che conteneva diversi tipi di armi. A tentoni frugò in un cassetto e prese una pistola che ripulì accuratamente dopo essersi accertato che avesse una pallottola in canna. Poi si diresse verso Giuseppe e gliela mise nella tasca sinistra, dopo avergliela fatta stringere nella mano. Quando pochi minuti dopo tornò la luce, Luciano era nuovamente seduto dietro alla scrivania e rivolto al Curtò, che ora lo guardava con occhi spenti, disse: - "Certo! E' stata una fatale disgrazia! Ma forse voi non sapevate che quest'uomo era mancino. Se guarderete nella sua tasca sinistra potrete forse dire di aver risolto definitivamente questa vostra questione. Ora andate a chiamare la polizia! Vi sono comunque obbligato per avermi salvato la vita.



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