FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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R.O.MANZO

Silvio Castelletti




Non considerando che il ventre straborda ormai da ogni banda e che sembra una cosa normale a quarantatré anni, mi metto addosso il vestito di quando vado al lavoro, grigio a coste strette, camicia chiara (regalo di mia moglie) e cravatta nera col simbolo dell'azienda azzurro che disegna nuove costellazioni astrali nel mio particolare universo. Un Universo che a volte mi succhia in sé, invisibile e proibito, e poi mi sputa lontano, col mio consenso acritico. Come una spinta per scappare (un acquitrino che mi attira) e un effetto di rimbalzo che costringe al centro della famiglia (un cassetto chiuso a chiave settecento anni or sono: rassicurante e bucato da antichi tarli). Una famiglia: Io, Rodolfo Oronzo Manzo, 43 anni, capo ufficio Simple Business Complications dell'Azienda; mia moglie, Signora Julia Tam, 38, casalinga ed esperta di Spiritismo e Cartomanzia e Cucina speziata del Grasso Oriente; mio figlio, PierMaria, 13, studente, programmatore informatico, cantautore politicamente impegnato. E' per lui che mi vesto così, in modo apparentemente informale. Non tanto per lei, Julia... una Santa. Se avessi saputo della sua sacra ispirazione, non l'avrei sposata. Ma me ne sono accorto solo dopo qualche tempo, anche se avevo avuto qualche presentimento durante il periodo di fidanzamento.
PierMaria, mi osserva compunto dall'alto del suo (ex-mio) scranno di mogano al centro perfetto del soggiorno. Oggi, è nella fase informatica e parte della sua faccia è di conseguenza coperta da una maschera elettronica che gli permette contemporaneamente di dare considerazione a un intruso e procedere con calcoli ineluttabili e a me preclusi. Vuole ascoltare le favole che invento per lui da quando era una minuscola creatura traballante e non sapeva che usare la tastiera del moog. Immobile, gli occhi al cielo come un cristo marmoreo su un ripiano della biblioteca:
"Parla, papà. Ti ascolto.". Mi dice a labbra larghe, mentre gli occhi vacillano ognuno per suo conto trafitti dai raggi azzurri e rossi emessi dalla maschera fantastica. Mi sento un po' in difficoltà: il silenzio e i riflessi elettrici rendono la stanza vuota e sorda e m'impediscono altri pensieri.
"Parla."

LA STORIA DI PIERO SCAPPA, MEDAGLIA DI BRONZO ALLA MEMORIA
C'era una volta - -->dai, papà, non puoi essere un po' più originale? <-- - una volta, c'era... ssì... un soldato di nome Piero, Piero Scappa. Ehm... avvenne durante la prima guerra: s'udì il fischio di un proietto d'artiglieria pesante avvicinarsi verso le trincee dove era acquartierato il reparto di Piero. Il capitano lo vide e, fuggendo, allarmato gli gridò: "Scappa!".
Piero si mise sull'attenti senza capire, e non fece in tempo ad urlare, com'era nelle sue intenzioni e nei suoi doveri: -->Comandi!<--
Fu un equivoco esplosivo, direi...

Mia moglie ha acceso la radio, credo. Perché la musica intensa di Radio Maria Impopolata si diffonde e si gonfia persino in questa camera dal fiato elettronico. Ma è tutto perfettamente naturale: Il Papa ora parlerà. Mia moglie sparlerà di conserva. Io ascolterò tappandomi le orecchie con le dita. Mio figlio non ascolterà, perché esiste come soprammobile in una stanza. Quindi, mi recherò da lei nel suo osservatorio in cantina e guarderò i suoi occhi assenti di inconsapevole santità, aspettando il vero messaggio che l'anima davvero invia prima delle parole e la loro magia.

Non considerando che il ventre straborda ormai da ogni banda e che non mi sembra una cosa tanto normale a quarantatré anni, mi metto addosso il vestito di quando vado in chiesa. Che è lo stesso di quando vado al lavoro, tranne che per la cravatta che è nera filettata di polvere di ferro come l'incavo di una canna di fucile.
Oggi PierMaria è nella fase artistica: ha i capelli lunghi, arruffati e unti di forfora. Stringe la chitarra classica seduto sul letto della sua stanza avvelenata da proibiti manifesti antiproibizionisti, sebbene non sia concesso fumare.
"Dai, papà. Ti accompagno con la chitarra. Racconta.". Al posto della luce si può usare l'olfatto per vedere e riconoscere non solo gli oggetti dell'abitudine. Questo mi impedisce di pensare tanto quanto mi accade con l'odore agrodolce d'incenso dell'alito della mia intoccabile moglie. Si potrebbe usare il tatto, persino. E si vedrebbe altrettanto bene. Immagino che essere ciechi non deve poi essere così svantaggioso.

IL CIECO DEL CANE
Ai tempi della pace dopo la guerra del secondo tiranno, c'era un cieco che era un tipo indipendente nonostante il suo difetto fisico e che si sentiva solo. Decise allora di farsi dare un cane d'accompagnamento. Quando glielo consegnarono, gli addestratori avevano un gran sorriso falso che il cieco vide perché era talmente abituato alla solitudine che gli bastava sentire una presenza umana per saperne l'aspetto e le sensazioni immediate: di pietà, generalmente. Il cane corse saltellando verso il cieco solo. Si strusciò umilmente a lui cercando le mani che lo cercavano. Al cieco, l'ho già detto, bastava sentire una presenza data la forte solitudine - -->una presenza anche non umana papà? <--- emmh... ssì... più o meno, allora, il cieco sentì che il cane era solo. Solo come un cieco.
Due esseri si trovarono - e si trovano ancora te lo garantisco - soli, in compagnia l'un dell'altro. Perché pur vivendo allo stesso modo e nello stesso luogo sono per altri sensi distanti.

La mia signora è dignitosamente ripetitiva: ancora -->Radio Maria Impopolata <-- si affonda tra le note del flamenco improvvisato da mio figlio. Julia, Julia, se avessi saputo della tua santità... I tuoi occhi mi diranno qualcosa anche oggi. Mi diranno la verità della sua anima in dialogo con la mia in contrapposizione alla nostra fenomenica -->routine<--. Il -->Darma<--, il respiro, per quando la vita si esprime in modo comprensibile. La vita.
La vita? La mia vita?
La prossima storia di questa normalissima esistenza. I miei sogni.

Non considerando che il ventre straborda ormai da ogni banda e che sembra una cosa normale a quarantatré anni, mi metto addosso il vestito di quella volta che cercai di fuggire, quando cioè scopersi di non avere sposato una donna ma una santa, inginocchiato ovvero dinnanzi a un altare così vivo da non sembrare affatto costruito.
Julia non mi guarda. Sta facendo le carte per me: -->attraverso di me comunicano altre anime compresse in unico corpo, può ormai permettersi di evitare di insegnarmi. E si sintonizza su -->Radio Maria Impopolata<--. C'è il Papa che nomina santo un uomo morto settecento anni fa, il Beato Mentulone Barbaro, ché santi non si diventa che dopo la morte. Amen.
La Morte. La morte di chi?
Il termine di un'esistenza fenomenica. O spirituale?
Ho sposato una morta, come tanti. E allora?.
Ho un figlio che non esiste, come molti. Transeat.
E ho una storia pronta per PierMaria. Passi anche questa e così sia.
-->"Papà!" <--.
IL ROMANZO DI UN UOMO CHIAMATO MANZO
C'era o non c'era una volta un uomo che era stato bambino pur conoscendo già il suo futuro dal momento che, questo, si ripeteva ogni giorno eguale al passato. Dissero di lui che era affetto da una forma di malinconia. Dissero di lui che non aveva nulla a parte una grande fantasia. Dissero anche che poteva diventare un individuo pericoloso, senza spiegare perché e in che modo pericoloso. Ma lui sapeva bene che avrebbe condotto una vita normale: una madre, il sonno, un padre, -->il cibo<--, delle donne, -->l'odore e la pioggia dolorosa del sesso<--, un lavoro, -->la defecazione<--, un matrimonio, -->la stitichezza, un figlio, -->la fine. <--
Poi c'erano i sogni, che supponeva, come si dice, contrari alla realtà vigente. Allora pensò che raccontandoli si sarebbe potuto salvare. Non considerando che il ventre strabordava già da ogni banda e che sembrava una cosa normale a quarantatré anni e che come unico risultato era che, per una spinta per scappare (un acquitrino che lo attirava) e per un effetto di rimbalzo che costringe al centro della famiglia (un cassetto chiuso a chiave settecento anni o cinque minuti or sono: rassicurante e bucato da antichi tarli), l'amore per la solitudine si fa, comunque, passione in compagnia. Niente di meno e meno di niente. O poco di più.
Bovinamente.



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