FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA RIVOLTA

Massimiliano Montelatici




"Basta! Non ce la faccio più a vivere in questa condizione!" sentii echeggiare dal fondo della stanza.
Un coro di consensi si udì in sottofondo.
"Voglio liberarmi!" continuò la voce, ed il brusio aumentò.
Dal canto mio, avevo un grande interesse di visitare il mondo esterno. Da quando ci avevano presi non avevamo "visto" altro che questa camera buia.
"Dobbiamo almeno provarci. Non possiamo restare per sempre qui, prima o poi dovremo uscire." l'opinione sulla fuga era unanime. Qualcuno doveva liberarsi da solo, e poi liberare gli altri. Ma chi? Eravamo tutti bloccati saldamente ad ogni estremità, l'unico modo era usare la forza, ma ci avevamo già provato. Era praticamente impossibile.
"E se provassimo a tirare tutti insieme?" si sentì a molta distanza da me. "E' inutile! Ne abbiamo già discusso più volte, se non riusciamo a spezzare i cavi da soli, perché dovremmo farcela in gruppo? Ognuno ha il suo cavo, non cambierebbe nulla." fu la critica distruttiva.
"Ma voi non pensate che i cavi dovranno pur essere fissati a qualcosa di comune. Forse sono proprio fissati ad una parete della stanza!" riprese speranzosa la voce lontana.
"Distruggere tutta la strutturà?" gli chiese qualcuno vicino a me, con tono derisorio.
"Si. E' un'idea" rispose qualcuno. Dobbiamo solo organizzarci.
Un cupo brusio si alzo nella stanza, io rimasi ad ascoltare chi mi stava vicino, finché dal mormorio emerse una voce:
"Io dirigerò dalla mia parte" risuono dal lato sinistro.
"E io dalla mia" si udì dall'altra parte della camera.
"Ma che state dicendo! Cosa andate blaterando, è impossibile quello che volete fare." le proteste erano tante, ma i consensi erano ovviamente in maggioranza.
Io rimasi in silenzio, non che la mia posizione, mi piacesse: eravamo rinchiusi da più di sei anni in quella camera, ed a volte, con irregolare periodicità, venivamo percossi pesantemente, e sempre nello stesso punto, da mazze di legno che nell'oscurità, ci punivano e torturavano per minuti, a volte per ore. Chi più, chi meno, tutti avevamo provato il dolore delle mazze. Ci accorgevamo che era il momento di soffrire, da alcuni rumori, che provenivano da fuori della camera. Dio quanto avevo sognato di potermi liberare, e di uscire da quel posto orribile, di scappare e scoprire cosa c'era all'esterno. Io fortunatamente, mi trovavo sufficientemente in disparte nella camera, e la mia mazza di legno, di rado mi colpiva con frequenza. C'era una mazza di legno per ognuno di noi, lei mi stava davanti, non la vedeo perché era buio, ma sapeo che era lì pronta a lanciarmisi addosso, e farmi soffrire senza un motivo apparente. Alcuni di noi venivano torturati accanitamente per minuti, altre volte venivano torturati a gruppi. Generalmente, a tre a tre, sempre distanti di qualche posto l'uno dall'altro.
"Allora, ditelo a tutti. Io qui, sono centrale, e conterò fino a tre, poi dovremo tirare con tutta la forza che avremo dentro, capito?" senza pause si sentì chiara e decisa la risposta di tutti "Si!" nessuno sopportava più la nostra condizione, la perpetua oscurità, i cavi che ci tenevano sotto costante tensione, e i pesanti colpi della mazza che calava su di noi, senza pietà.
Nessuno di noi poteva più resistere li dentro.
"Uno!" echeggiò la voce dal centro della camera ed il vociare s'interruppe. Nessuno parlava, tutti erano concentrati. "Due!" tutti si stavano preparando a tirare con tutta la forza possibile, quei cavi che ci tenevano tesi, dolorosamente, da sei lunghi, lunghissimi anni. Stavamo per liberarci? "Tre!" un fragore di grida strozzate, risuonò all'unisono, gli sforzi erano al limite della sopportazione. Questa volta dovevamo farcela, ed io, dalla mia, ci misi tutte le forze di cui disponevo. "Forzaaaa. Pensate... pensate alla libertà!" le grida aumentarono. Improvvisamente, sentimmo come un cedimento, sotto di noi. Le forze che stavano per abbandonarci, furono moltiplicate, dalla speranza.
Stavamo liberandoci, era impossibile; dopo tutti quegli anni, stavamo finalmente per guadagnare la libertà. Si udì un rumore secco di lacerazione metallica e tutti venimmo sbalzati verso l'alto. Una trave squarciata ed enorme schiacciò alcuni, che presero a gridare aiuto. Una sensazione di dolore ci trapassò tutti, l'assopimento di quegli anni di prigionia si fece sentire acidamente, ma poi fu la gioia. Ce l'avevamo fatta! Eravamo riusciti a liberarci. Non ci credevamo, il clamore faceva vibrare le pareti della camera. E pensare che era così semplice, bastava solo pensarci. Dovevamo solo agire tutti insieme, e non come singoli.
In pochi minuti, tutti i bruciori, ed i formicolii causati dai primi movimenti se ne andarono. I più forti, cominciarono subito, a lottare per liberarsi dai cavi che ci avevano tenuti legati per anni; liberarsi, risultò molto più semplice, ora che non eravamo più sotto tensione. Quando tutti furono liberati ed ebbero recuperate le forze, cominciammo a pensare alla nostra vendetta, avrebbe dovuto essere tremenda, come la sofferenza che ci era stata imposta per anni, e senza un perché. Nel bel mezzo delle discussioni, un rumore ci allarmò. Fuori dalla stanza c' era qualcuno. Era il momento di soffrire, ma noi non eravamo ai nostri posti, e nessuno voleva più ritornarci. L'istinto prese il sopravvento, ci lanciammo verso l'unico punto da cui proveniva uno spiraglio di luce e c'intrufolammo tutti, altri uscirono dall'alto della camera che risultò aperto. Eravamo in più di cento. Appena usciti, la luce ci travolse, mi arrestai intontito dall'insieme dei riflessi e dei colori che mi circondavano, e mi accecavano; con me molti altri restarono bloccati momentaneamente. Altri addirittura svennero. Intanto un grido di terrore ci risuonava tutt' intorno. Chiunque fosse a torturarci, si era accorto che ci eravamo liberati. I più forti di noi, anche se non ben abituati alla nuova condizione visiva localizzarono chi gridava, e gli saltarono addosso tutti insieme. In pochi istanti, chiunque fosse, o qualsiasi cosa fosse venne ucciso, stritolato. Piano piano, tutti si erano abituati alla luce, e crecavamo ancora di orientarci in quei nuovi meravigliosi e colorati luoghi quando un'altra fortissima voce cominciò a gridare, questa con un tono più acuto. Agimmo ancora prima di accorgercene. Gli saltamo addosso e lo stritolammo, tutti uniti, come avevamo imparato ad agire. Era simile al primo che avevamo ucciso, qualsiasi cosa fosse. Ce ne andammo, e scoprimmo nuovi posti meravogliosi, non tornammo mai più in quella stanza.
Ed io ero finalmente libero, e potevo andarmene ovunque volessi; addio maledetti cavi, addio maledetta oscurità, addio meledette mazze di legno. Ero libero.
Dal giornale giorno successivo:
"Incredibile delitto in una casa del Maine; Martin Freedman e sua moglie di rispettivamente 51 e 47 anni, sono stati trovati uccisi, causa della morte, stangolamento. Dalla ricostruzione della polizia scentifica pare che l'assassino abbia aperto il pianoforte nella sala, ed abbia strappato, cosa praticamente impossibile, tutte le corde con un solo strattone, demolendo il telaio in acciaio. Dopo aver strangolato e mutilato, con le corde del pianoforte, l'uomo e la donna, che apparentemente non hanno opposto resistenza, l'assassino è fuggito, senza lasciare tracce, e portandosi via tutte le pesanti armi che aveva utilizzato, delitto inspiegabile, che pare non abbia ancora un movente. La polizia è già al lavoro, per cercare di risolvere quello che sembra un enigma inspiegabile."




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